“Le Mùneghe dell’Isola di San Secondo … nella Laguna di Venezia ovviamente.”

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“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 144.

“Le Mùneghe dell’Isola di San Secondo … nella Laguna di Venezia ovviamente.”

Ad essere precisi e pignoli, l’Isola di San Secondo vicina al Ponte della Libertà e sulla via che collegava la “Palàda Lògo de Gabèlla cola Torre de San Zuliàn” alla Punta di San Jòppo o Giobbe al principio del Sestiere di Cannaregio a Venezia, si chiamava prima “Abbadia di Sant’Erasmo” (Protettore delle Genti di Mare). Il nome quindi all’inizio “suonava” del tutto diverso, ma era in ogni caso un’isoletta strategica posta quasi parallela al canale di San Giorgio in Alga e Fusina, lungo il quale passava parte del traffico commerciale proveniente dall’entroterra Veneto diretto alla città Lagunare.

Il Canale di San Secondo insieme all’isola omonima, erano insomma:“… Porta, Guardia e Sentinella di Venezia … Passo frequentatissimo, Scala de solaccièri, Vivàro de pescatori, Lanterna de Gondolieri, Porto de Virtuosi, Faro di smarrite genti, Riposo de naviganti, Albergo de Solitari … e in ogni pericolo o sfortuna: sicurissimo ricetto a tutti quanti.”

Consapevole probabilmente di questo, il Doge Felice Vitale pensò bene già nel 1089 di assegnare alle Monache di Sant’Erasmo (e Secondo) che versava in cattive condizioni, ossia: “… pauperrimam et in maxima necessitate coactam”, una salina posta nel Sestiere diSanta Croxe del Luprio poco distante dal suo palazzo, 5 libbre d’oro, un censo annuale in denaro, e altre pertinenze “… affinchè le Monache si possano procurar di che vivere, e mantenere: Portico, Sottoportico, Cavana, Cavanella, Riva e Pontile, con camere et amplissime sale per ricevere in pericula qualunque sorta di gente v’arrivi.”

Circa dieci anni dopo la Badessa Donna Altruda di San Erasmo (e Secondo) ottenne da Bonius Vice Domino del Vescovo di Treviso col consenso della moglie Sofia e del figlio Valperto la proprietà di 2“massarie” nel Trevigiano: “… per riparare alle ingiurie mosse verso il Monastero, e per l’Anema sòa”. La donazione al Monastero venne rogata a Mestre nella Curia del Vescovo di Treviso Gompaldo, ed era presente all’atto come testimone un Gastaldo di Mestre che si assunse il compito di continuare a promuovere buoni rapporti fra l’Isola-Monastero di San Secondo e il Vescovo di Treviso.

Durante tutto il 1100 anche l’Abbadia di San Erasmo (futura San Secondo) come altri Monasteri Lagunari (San Cipriano di Murano, Sant’Ilario di Fusina, San Giorgio Maggiore, San Giovanni Evangelista di Torcello, San Lorenzo, San Zaccaria, Santa Maria della Carità, San Nicolò del Lido, San Salvador) accumulò un consistente patrimonio di beni dovuti a donazioni e lasciti, e l’arricchì ulteriormente tramite tutta una serie di oculati interventi finanziari sul mercato fondiario del Padovano, e soprattutto a Piove di Sacco,Mestre, Rosara, Melara e nelle zone dove scorrevano i fiumi: Brenta, Tergola, Una, Clarino e Avesa. Monache e Monaci si facevano recapitare dai coloni fin dentro ai Monasteri: vino, lino e cereali dallaSaccisica e fin da Conche, Lova e Canne di Brondolo sul margine della Laguna Veneziana … In cambio, in un altro testo di compravendita stipulato nel chiostro dell’isola da Gerardino da Villanova e dalla Badessa Donna Fumia risalente al 1186, le Monache di San Secondo s’impegnavano, ottenendo per 150 libre di Denari un manso di terre a Mercurago di Treviso, a tenere accesa con la rendita una bella lampada ad olio davanti all’altare del Santo il giorno della Festa (che ancora non c’era ?).

Niente male come cambio !

A tutela e garanzia giuridico-economica del loro “status” le Monache di San Secondo si garantirono l’assistenza continuativa di Vitale Presbitero di San Secondo, e si era ai tempi delle Monache Badesse:Dona Aycha, Dona Nella (che sarebbe Helena) e Donna Fosca.

Per tutto il secolo gli antichi documenti Veneziani accennarono alle proprietà: “… lacu, aquimoli Sanctorum Martirum Secundi et Erasmi … fundamentum…” siti nella Contrada di San Geremia a Venezia, e le 19 Monache di San Secondo chiesero e ottennero di continuo daAlessandro III la “Protezione Papale” sopra i loro sempre più numerosi possedimenti.

Ma perché quasi tutti i documenti dicono e scrivono “San Secondo”se il corpo del Santo non era ancora arrivato ? C’era o non c’era sto’ Corpo Santo ?

E’ un po’ travagliata la vicenda del nome dell’isola, ed esiste più di qualche incoerenza nella Storia e Leggenda che la riguarda. Secondo i più, il nome ancora attuale di “San Secondo” venne aggiunto e prevalse solo dopo il 1237, quando ai tempi delle Badesse Dona Florigentia e Viola Nadal si portarono nell’isola le Reliquie del Martire San Secondo d’Asti.

Chissà perché finirono a Venezia ?

Trafugato è la probabile spiegazione, com’era abitudine dei Veneziani che erano veri e propri “Collezionisti di Reliquie”.

Recitava un’iscrizione che c’era nell’Isola di San Secondo:“TRANSLATIO SANCTI MARTY(RI) SERENISSIMO IACOBO TIEPOLO VENETIARVM PRINCIPE IMPERANTE ANNO 1235. HIC CIVITATFM PEDEMONTANAM ASTA NUNCVPATAM OBSIDIONE ATQUE ARMORUM COEPI, DEPREDAVIT, DENEQVE DESTRVXIT. CORPUS SANCTI SECVNDI EX EA ABSTVLIT, VENETIASQUE PORTAVIT ET IN lNSULA SANCTI EBRASMI COLLOCAVIT. NON SINE QVIBVSDAM DIVINITVS PRODIGIIS COELITVS OSTENSIS, ET EX … COEPIT VOCARI ECCLEBSIA SS. ERASMI ET SEGVNDI.”

Non esiste però traccia storica di quella spedizione Veneziana ad Asti realizzata durante la reggenza del Doge Tiepolo, perciò più che mai rimane valida l’ipotesi del trafugamento delle Reliquie. Nell’Archivio del Monastero dei Santi Cosma e Damiano della Giudecca si conservavano, infatti, dei documenti che attestano: “…  il corpo di San Secondo Protettor d’Asti, per trecento e trentatre anni lasciato in una cassa di piombo sotterrata, dopo essere stato rinvenuto e solennemente esposto, pare sia stato venduto ad alcuni Mercatanti Veneziani per parecchi danari dalla famiglia De’ Venturi, e poi furtivamente il Corpo condusse a Venezia …”

(Un’unica traccerella storica o memoria tarda del 1600 rivela che Pietro Giovanni figlio del Doge Jacopo Tiepolo era stato Capitano della Milizia con residenza a Milano … Quindi Asti si sarebbe trovato lì, quasi a due passi.)

Ovviamente gli Astensi negano tutto, e sostengono che il Corpo del Santo Martire Secondo non se n’è mai uscito da Asti … Anzi: sostengono pure che il Corpo presente a Venezia appartenga a un altro Santo: un San Secondino Vescovo di certo inferiore al loro San Secondo Martire. Non se ne andò fuori: si rimase tutti incerti per secoli, preda dei soliti intrugli e intrighi campanilistici escogitati dai soliti Ecclesiastici, Nobili e Mercanti Veneziani. (In una recente ricognizione delle spoglie del Santo che attualmente si trovano ancora nella chiesa dei Gesuati sulle Zattere di Venezia, risultò a sorpresa che quel Santo Martire Decapitato aveva ancora la testa perfettamente attaccata al collo, e che quel corpo non risaliva affatto al primi secoli della Cristianità, il Tempo dei Martiri, ma era più tardo … Allora qualche dubbietto c’è ancora circa l’origine e le modalità con cui quel Santo o presunto tale giunse a Venezia).

Collegiata San Secondo Asti

(collegiata San Secondo ad Asti)

La Leggenda aggiunge perfino che il Corpo del Santo “rapito” fosse destinato alla chiesa della Contrada di San Geremia a Venezia, e che furono le condizioni metereologiche avverse a indurre i “devoti Mercanti” ad approdare all’isoletta per trovarvi rifugio durante una bufera.

C’era però una logica dietro a tutto quel manovrare di Santi Corpi e Reliquie … Immaginate solo per un istante quale indotto e movimento era in grado di generare la presenza di una così insigne Reliquia. In quei secoli l’intera Cristianità andava matta per le Reliquie, perciò quando se ne possedeva una si metteva in moto tutta una catena di eventi devozionali, penitenziali e caritatevoli a cavallo fra Storia e Leggenda che alla fine non poteva se non risultare redditizi oltre che capaci di procurare benefici spirituali. Dopo un po’, infatti, al tempo delle Badesse: Donna Eufemia, Donna Dalmatina, Donns Gisla Zancarolo e Donna Flordelise si disse in giro per tutta Venezia e la Laguna che la presenza di quelle Sante Reliquie aveva fatto scaturire in isola un pozzo d’acqua miracolosissima, e che era diventato perfino Protettore delle Partorienti perché da quando era arrivato lui certe donne partorivano senza difficoltà in condizioni difficili … e si aggiunse inoltre che essendo Cavaliere San Secondo era anche Protettore dei Pescatori, Protettore delle Genti Venete, Protettore dei Pellegrini, e Protettore della Porta della Città Serenissima … e chi più ne ha più ne metta.

Non era vero niente, però San Secondo scalzò via del tutto il nome di Sant’Erasmo … e calamitò l’attenzione dei Veneziani, delle genti della Laguna, e di tanti forestieri di passaggio.

Nonostante questo, verso il 1272, le economie del Monastero di San Secondo si ridussero non poco, e le Monache furono costrette a vendere buona parte di quel patrimonio originale donato dal Doge.

Qualche anno dopo, nell’agosto 1281 al tempo della Badessa Donna Agnese Miglani, Venezia approfittò delle guerre contro Ezzelino per sottrarre alcune terre al Vescovo di Treviso la cui giurisdizione arrivava: “… fino a San Cataldo, alla Torre di Casanzago, e sino ad acquam salsam”. Con quell’espediente la Serenissima spostò il suo confine facendo costruire una Palàda a San Giuliano sul bordo della Terraferma dove erano soliti stare i Custodi dei Confini Trevigiani, mentre fino ad allora i Custodi di Frontiera Veneziani stavano proprio nell’isola di San Secondo.

Si venne però a creare una situazione incresciosa di controllo dei Confini fra Venezia e Treviso, per cui alcuni Giudici chiamati in causa decisero che chi pescava in quei luoghi avrebbe dovuto chiedere licenza sia al Comune Veneziano che al Vescovo di Treviso … pagando così i diritti ad entrambi.

Bella mossa furbastra !

“… Nelle vicine Paludi (di San Secondo) con esca de Spiantani, Schille e Vermicelli, con diverse sorti de reti e d’ami, in vari modi di pescare che essi dicono a Trezuola, a Tratta di mano, a Trattoline, a Bragagno, a Togna, a Molinello, a Sbusigno, a Caminetto, a Fossina, e Ostregheri, si dà caccia il dì e la notte da tutte l’hore al pesce e le Conchiglie, e si pescano Cefali, Gouati, Paganelli, Passere, Branzini, Rombi, Anguille, Bisatelli, Ostriche, Gambarelli, Granci, Cape, Masenette, Molecche e Schille in grandissima copia, ma le Passere, le Cape e Ostriche di San Secondo come che habbiamo all’intorno pascoli grassi e buoni, par che nelle piazze portino il vanto. E basta dire che siano prese in questo loco, a trarne quel precio che i Pescatori vogliono, imperochè nelle mense sono molto desiderate. E quando che per la moltitudine de le barche pescareccie le quali qui d’intorno spesse volte sono quasi infinite, se doveria credere con ragione non esservi più coda di pesce, pur allhora pare, che per uno ne nascano mille. Taclhe se dicessi, come i Pescatori cavano più monete dal pesce di queste Lagune, che non fanno oro i Tedeschi dalle lor minere, forsi non direi bugia, che è cosa incredibile se ben è vero, che Pesce e del danaro che se ne trahe se alimenterebbe una Città intiera …” recitò in seguito il Chronicon di San Secondo.

Due anni dopo presso il Notaio Damianus Diacono di San Moisèattivo a Rialto: Marchesina Monaca di San Secondo col consenso della Badessa fece “Quietanza della Dimissoria” agli esecutori testamentari di Maria Ghisi … e sempre a Rialto, presso il Notaio Johannes de Raynerio Prete a San Polo, anche Agnese Miani Monaca Badessa di San Secondo fece anch’essa “Quietanza della Dimissoria” agli esecutori testamentari di Maria vedova di Marino Ghisi del Confinio di San Moisè … Negli stessi anni il Monastero di San Secondo acquisì altri 150 ettari di proprietà nel Trevignano lungo i corsi dei fiumi Sile, Zero e Dese per i quali esigeva un censo in frumento.

Durante tutto il 1300 le Monache di San Secondo arrivarono ad essere 25 di numero, e ampliarono ulteriormente il loro patrimonio aggiungendovi altri beni a Venezia, Chioggia, Padova e ancoraTreviso. Fin dall’inizio del secolo quando governarono San Secondo leBadesse HeIsabetta Dal Molin, Zanina Albiço, Anna Ghisi, Margherita Donàta donna di gran cuore, e Francesca Miani: “si attese molto a le fabbriche, e si rifece quasi tutte le habitationi a la chiesa contigue, fo fatta la Camera de l’Abbadessa, che serve a uso de Forestieri ne l’Hospitaria, e altre camere e saloni, e il Monasterio fu in più parti abbellito e ristorato.”

In quegli anni abitarono e vissero in San Secondo: “… molte Gentildonne di valore, ben note e virtuose, tra quali c’era: Donna Zanetta Molini, Donna Helisabetta Giustiniani, Donna Lucia d’Arpino, Donna Thomasin Pizzamano, Donna Bianca Cornera, Donna Isolana Caravelli, Donna Orsa Signoli e Donna Fransceschina Loredani quasi tutte scelte dal fiore della Nobiltà di Venetia” Non erano tranquillissime le Monache, perché litigarono spesso per le imposizioni fiscali messe dal Vescovo di Castello-Olivolo di Veneziasotto la cui giurisdizione si erano ridotte … ma litigarono anche colVescovo di Torcello con le cui acque confinavano, e pure col Vescovo di Treviso che giunse a scomunicarle tutte ai tempi della Badessa Caterina Barbaro. Le Monache non si scomposero affatto, e con laBadessa Elena Barbaro fecero ricorso direttamente al Papa e alla sua Santa Sede che nel 1393 con Bonifacio IX le autorizzò perfino ad uscire a due a due dal Monastero per recarsi nel Padovano e Trevigiano nei periodi del raccolto e per riscuotere: mai Monache Veneziane erano state più libere di così.

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(Jacometto_ritratti di Alvise Vivarini e di una Monaca forse di San Secondo_c1480-1500)

Con l’arrivo del 1400 il “modo di vivere e le costumanze” delle Monache di San Secondo “saltarono per aria”, perché le Monache si trovarono di continuo invischiate in situazioni scandalose che fecero mormorare l’intera Laguna oltre che tutta Venezia. C’era perfino qualche Monaca che si concedeva liberamente nel chiostro a Barcaroli e Nobili di passaggio, o che si recavano lì a posta per“visitarle, sovvenirle e incontrarle”.

Nel 1429, ancora con la stessa Badessa Elena Barbaro il Monastero di San Secondo risultò essere sempre più ricco: si trovava al undicesimo posto per importanza fra tutti i dichiaranti Veneziani. Anche se continuava a spacciarsi come “povero” mettendo in giro dati economici poco attendibili, San Secondo possedeva redditi fondiari un po’ ovunque. Secondo i dati fiscali del 1448 il Monastero di San Secondo sotto la Badessa Marina Zaccaria dichiarò d’essere proprietario di soli 75 campi nel Padovano, mentre nel 1479 ai tempi della Badessa Bianca Corner, il Gastaldo della Scuola dei Battuti nel Borgo di Santa Maria di Mestre che teneva a livello alcune terre del Monastero di San Secondo in isola, dichiarò apertamente che le Monache di San Secondo avevano aumentato di molto i loro interessi e possedimenti.

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Sulla Pianta di Venezia del Pittore, Incisore e Cartografo VenezianoJacopo De Barbari del 1500, nell’isola di San Secondo si può notare un campaniletto cilindrico … Sempre lì, nell’agosto 1513 si condannò al Bando di un anno da Venezia e da tutto il suo Dominio Andrea Incisor per aver osato entrare nel Monastero di San Secondo in Isola, ed aver avuto “commercio carnale” con la Monaca Cecilia Moro … e questa è un’altra … Una leggenda racconta di una bella, ricca e Nobile giovane Monaca di San Secondo murata viva dalle consorelle in una cella del Monastero dell’isola per la sua condotta troppo licenziosa. Il suo spirito ancora oggi (2017) vaga per l’isola cercando il suo Monastero che però non c’è più … Attenti perciò se siete intenzionati a sbarcare lì … Nell’ottobre dello stesso anno gli Spagnoli che per due giorni avevano saccheggiato e dato alle fiamme tutta Mestre, spararono alcune cannonate verso l’isola di San Secondo: “… le monache stettero salde, ma ebbero grandissima paura.”

Nel giugno 1515 Papa Leone X stanco di sentirne arrivare “di tutti i colori” da Venezia e dalla Laguna, ordinò la Riforma del Monastero di San Secondo per la condotta troppo irregolare ed eccessiva delle sue Monache. Fu come parlare al vento … a San Secondo non cambiò nulla, le Monache ignorarono ogni richiamo del Papa … ed erano i tempi della Badessa Chiara Suriàn … Così si andò ancora avanti per altri cinque anni: anche Marina Celsi inviata dal Patriarca a riformare il Monastero ottenne parziale successo dividendo le Monache fraOsservanti e Conventuali … In città stavano accadendo fatti e situazioni analoghe se non peggiori: a San Zaccaria, Santa Marta, aiSanti Biagio e Cataldo della Giudecca, e nel Sant’Anna di Castello, e in molti altri posti ancora. In realtà stava andando tutto come il solito: perché la Serenissima, i Nobili e il Clero facevano finta che nulla stesse accadendo. In giro per le Contrade, i Casini, i Campielli e i Palazzi si diceva ormai da tempo: “Dove ghe xè campane, ghe xè putane” e siccome c’erano di mezzo Figli e Figlie di Nobili prestigiosi, tanto potere e soldi, nonché equilibri politici … non succedeva niente, e si lasciava fare a Monaci e Monache tutto quello che volevano.

Fu il Patriarca Antonio Contarini alla fine “ad avampàr di sdegno”: spedì via dall’isola di San Secondo alcune Monache trasferendole nelMonastero di San Cosmo e San Damiano della Giudecca, mentre altre se ne andarono spontaneamente andando a rifugiarsi nelMonastero delle Vergini di Castello. Già che c’era, il Patriarca chiese e ottenne da Papa Leone X di aggregare allo stesso Convento della Giudecca le poche Monache rimaste in isola, e di conseguenza il Papa trasferì buona parte (ma non tutto) delle rendite di San Secondo alle Monache altrettanto Benedettine della Giudecca. Si era nel 1533 quando si concluse quella “cacciata de Mùneghe”, ed erano trascorsi“solo” 150 anni da quando si era iniziato a tollerare con pazienza certi “vizietti” delle Monache.

Iniziò così nel 1534, dopo qualche anno d’incertezze in cui anche iMonaci Camaldolesi di San Michele di Murano volevano assicurarsi l’isola, una nuova gestione dell’isola di San Secondo. Il Patriarca Girolamo Querini domandò e ottenne da Clemente VII d’affidare Isola e Monastero ai Frati Domenicani di Castello che l’occuparono fino al 1806.

Si raccontò e scrisse ancora che nel 1539 un vecchio Prete Cappellano dalle Monache lasciato a custodire l’isola e costretto ad andarsene appiccò il fuoco al tetto del Monastero che andò tutto distrutto eccetto la Cappella di San Secondo dove si custodiva una pala originale del Vivarini … Qualcun altro, invece, affermò che l’incendio fu del tutto casuale e fortuito. In ogni caso si ricostruì tutto con finanziamenti provenienti dagli stessi Padri Domenicani, dal Patriarca Marco Priuli, dalle Monache del Monastero del Corpus Domini poco distanti, e di tanti devoti Veneziani.

Chissà come sono andata le cose veramente ?

Il 5 aprile 1596, “… essendo stato eletto Nuncio Pontificio in Venezia Monsignore Antonmaria Graziani Vescovo di Amelia, notissimo al mondo erudito per le sue belle opere che sono alle stampe; giunto che fu a Venezia … fu stabilito il suo ingresso, e giusta il solito furono deputati dalla Signoria sessanta Senatori ad incontrare esso Nuncio. A capo di essi Senatori era il Paruta, già Ambasciatore in Roma, come Cavaliere (eletto dal Papa) … Il 29 maggio del 1596 medesimo, essendo arrivato a Venezia anche Gianfrancesco Aldobrandini, nipote di Clemente VIII: fu incontrato all’isola di San Secondo da 30 Senatori, alla testa de’ quali era ancora il Cavalier Paruta, e che da essi fu accompagnato sino al Palazzo Cornaro in San Polo, dove fu splendidamente alloggiato …”

A San Secondo si seppellirono il Nobile Marco Barozzi col figlio Giovanni annegati davanti all’isola durante un temporale, e sempre in isola si fece seppellire Alessandro Trieste figlio di Giulio: Cavaliere di San Marco e Dottore in Medicina a Padova ma ascritto al Collegio di Venezia dove esercitò con grande fama e stima …  nel 1614 si seppellì a San Secondo anche Pietro Bon o Bono figlio di Vincenzo quondam Gianmaria, Cittadino Veneziano della Contrada di Santa Maria dei Servi nel Sestiere di Cannaregio, Mercante assai ricco che molto profuse a favore del Monastero di San Secondo dove si fece costruire due cellette personali, ma anche “in opere de Pietà, Religione e Carità verso tutti i Veneziani”. Stimato dagli altri Mercanti fu Prefetto della Camera del Purgo e delle Scuole Maggiori, Guardian Grande della Scuola di San Rocco nel 1607, e incaricato d’elargire elemosine, legati e sovvenzioni oltre che di giudicare cause.

Ogni tanto era abituato con altri Mercanti, amici e gentiluomini a ritirarsi nell’amenità dell’isola. Fu lui che a proprie spese fece restaurare il campanile di San Secondo colpito da un fulmine nel 1594 … e fu ancora lui che contribuì a costruire ai tempi del Priore Alessandro Manerbius scrittore e studioso, una monumentale e splendida cancellata dorata che proteggeva la Cappella di San Secondo, e una splendida loggia affacciata sulla Laguna, che rovinò a terra nel 1710 “per vecchiezza”.

Historia Isola e Monasterio San Secondo di Venetia descritta dal R.P.P.F. Domenico Codagli da gli Orzi nouvi

Tutto quanto accadde nell’isola di San Secondo in quel periodo è ben documentato e raccontato nell’“Historia dellIsola e Monastero di San Secondo di Venezia” scritta dal Reverendo Priore Fra Domenico Codagli delli Orzinovi Vicario di detto Monastero, e pubblicato a Venezia da Rampazetto nel 1609. L’opera venne dedicata e non a caso al solito Mercante e benefattore Pietro Bono, e a leggerla è curiosissima sebbene l’erudito Apostolo Zeno affermi che il libro: “… non e gran cosa, ed è poco a fidarsi di quello ch’el dice a riguardo de‘ tempi lontani”.

Eccovene qualche riga, uno spicchietto che descrive l’isola di San Secondo così com’era durante il 1600: “La deliciosa isoletta di San Secondo ornata già dal titolo e dignità di Abbadia … ancora che niun famoso scrittore sia celebrata, e che a pena le Croniche di Venetia se degnino come di cosa minima di farne menzione, a me nondimeno e per le Sacre Ossa del Santo Martire che per sua stanza la elesse; e per le molte memorie di antichità che vi si vedono, come anco per le cose memorabili, che dal principio de la sua fondazione sono in lei fin a l’hora presente succedute, m’è parso cosa ragionevole di honestarla d’Historia particolare, e de alcune lodi quali si siano da me illustrata, mandarla in luce. Perché essendo parte di quell’inclita meravigliosa Città miracolo del mondo; che da tutti viene communemente celebrata e favorita, conciosia che fuori de le sue Paludi nata, qual vaga Ninfa o Nereide in questo solazzevole delitioso stagno specchiandosi, mostri prima di tutte l’Isola, a la vista di lei le rare bellezze, e agli occhi di coloro di verde lauro cinta s’appresenti, che da Terre aliene a la Città per le famose porte di Marghera, e LezaFusina passi principalissimi, e frequentatissimi se ne vengono, ogni ragion voleva che se il corpo de la Città da tante Hostorie illustrato, e le città e Provincie de chi è Regina, a stupore del mondo cotanto risplende, così le membra che sono l’isolette, e massime questa, dagli habitatori de la Città si frequentata e favorita, cominciassero con degli Encomi, e particolari Elogi, Libri e Historie ad essere mentovate …”

San Secondo era quindi considerato dai Veneziani un “Piccolo Paradiso Terrestre” intorno al quale barche e gondole andavano a sollazzarsi e prendere il fresco piacevolmente … Il Converso Frà Giacomo, invece, ha tramandato fra 1642 e 1645 la registrazione giornaliera delle pietanze che venivano servite ai Monaci.

In realtà i Padri Domenicani Predicatori (i potentissimi Padri Inquisitori di San Giovanni e Paolo o San Zanipolo) avevano comprato l’isola dal Senato della Serenissima per 250 Ducati, e piano piano provvidero a restaurarla del tutto immettendovi sei-sette altari usufruendo di un finanziamento di Padre Zaccaria da Luni (Lunensis)che fece costruire una nuova Fabbrica in grado di ospitare fino a 30 Religiosi … Si fece riconsacrare la chiesa da Angelo Barone dei Padri Predicatori che era stato Priore di San Secondo in precedenza nel 1590 … e i Frati interagirono e disputarono non poco con gli organi della Serenissima che mise lo zampino sull’isola istallandovi una delle sue tante “polveriere” sparse per la Laguna … Nei tempo seguenti laFabbrica di San Secondo andò a Processo con Orsetta Riva erede del Signor De Li Grandi Gerardo Sacrestano, e si litigò contro Stefano Comasco per una bottega ad uso di Tintoria sita in San Geremia di sua ragione.

Nel 1630-31, gli anni della terribile Peste della Madonna della Salute, l’isola di San Secondo come quella di San Giorgio in Alga eSan Cristoforo dovevano essere destinate in applicazione delle disposizioni dei Provveditori alla Sanità a zona per “lo spùrgo de le ròbe”. Vinse però la risoluzione di ospitare nella Foresteria dell’Isola la famiglia dell’Ambasciatore di Francia che in città aveva già subito una decina di lutti. In cambio, alla fine della pestilenza, il dignitario offrì ai Frati 50 bei Ducatoni Veneti.

Nel 1661 il Monastero di San Secondo possedeva una rendita annuale di 96 Ducati proveniente da affitto d’immobili siti in giro per Venezia. e disponeva di diversi capitali versati in Zecca … Tre anni dopo si seppellì a San Secondo un altro personaggio singolare: ilPadre Basilio Pica Domenicano Osservante originario di Napoli, zelante Predicatore, dichiarato anche Cittadino Veneto, che era venuto a Venezia appoggiato dal Nunzio Apostolico e con una patente di Priore. Inizialmente per la sua abile loquela e simpatia fu amatissimo dai Veneziani, ma giunto come inviato del Papa a San Domenico di Castello (sede della Santa Inquisizione) intendeva sfrattare dal Convento tutti e 35 i Frati Predicatori e Inquisitori appoggiato dal Legato Apostolico residente a Venezia … Giunto, invece, nell’isola di San Secondo aveva fatto esonerare il Priore Simon Salvetti reo di non applicare a sufficienza il “digiuno da carne e l’Osservanza” mettendosi al suo posto.

I Frati Domenicani Veneziani si rivolsero subito al Senato della Serenissima: figuriamoci !

“Quel Frate Napoletàn al di là delle apparenze xe vegnùo a Venezia a comandàr in nome del Papa de Roma !”

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Non si sarebbe mai permessa a Venezia una cosa simile. Infatti a Fra Basilio Pica fu impedito per mesi di rendere operativa la sua carica di Priore … perciò dovette andarsene da Venezia, ma vi tornò a 53 anni per ritirarsi a morire nella stessa isola di San Secondo dove venne sepolto. A Roma nel 1672 lo considerarono “un mezzo Santo”, perciò il Papa ordinò al Priore di San Secondo che il suo corpo venisse riesumato e seppellito al centro della chiesa con grande onore.

Chissà che fine avrà fatto quella tomba così insigne ?

“… produce il terreno di quest’isola ottimi frutti, e vi sono l’Uve di Pergola d’ogni sorte delicatissime al gusto, ma la Brunesta, il Giubebo, l’Uva Marina, Moscati bianchi e neri,e Merzemine eccelentissime … Oltre che vi sono i Peri, Pomi dolci, Pomi Cotogni, Armoniache, Persichi, Marabolani, Susini d’ogni sorte, Bromboli, Fichi, More nere, Amandole, Giuggioli, Olive, Avellane, Uva Spina, e vìho veduto de le Sorbole. Lascio gli Alberi communi, la Salice, il Popolo, l’Elera, il Sambuco, e altre piante simili de quali n’habbiamo in questi horti, ma vengo a le piante nobili del Cipresso del quale dicono gli Antichi essere consacrato a Plutone Dio dell’Inferno, albore in Italia forastiero, che difficilmente in queste parti se mantiene, e di lui natura in guisa di piramide cresce a grande altezza, piantatao in quest’isola, si come io l’anno passato ne ho fatto prova di due piante, mirabilmente s’alligna. E vi sono Albori da Bacche e da fiori di diverse sorti, il Lauro consacrato ad Apolline, e honorato da Giove, il Mirto, il Busso, la Marteletta, i Melogranati, l’Euonimo Silio, e Lothocapillato, da Teofrasto e Plinio molto celebreati. Vi nascono oltre l’herbe communi de gli horti, herbe odorifere di ogni sorte, etiandio le Zucche, Melanzane, Anguri, Cucumeri e Pepone quando vi sono allevate; ma il Rosmarino vi si fa meraviglioso. Et ho provato che vi nutre benissimo ogni sorte e fiori nostrani, e forestieri, i Tulipani, Sincadami, i Giacinti di diverse sorti, e altri fiori pellegrini e belli. Ma oltra le Rose, Gelsomini, e Garofoli, vi è una specie di Gelsomini azurini che nascono da se stessi, e vi sono Semplici da la Natura prodotti che hanno del singulare, i Papaveri dìogni sorte, la Malva arborea, la Sassifragia, la Dragontea, il Nardo, l’Aneto, l’Iride, Sepreviva, Perforata, Elera Felix, Leadri, Capillo Venere, e vi furno vedute anco la Reguaritia, e la Madragora …” descrive ancora l’isola il Priore Fra Domenico Codagli delli Orzinovi.

Dal 1686 l’isola di San Secondo divenne Collegio per i Chierici dell’Osservanza Domenicana ma soltanto per 3 anni … Nel 1692 si rinnovò la Cappella di San Secondo ancora indebolita dall’antico incendio … e due anni dopo ancora, Padre Daniele Danieli compilò un nuovo Catastico dell’intera isola di San Secondo … I Frati di San Secondo tenevano scritture e disegni sui beni, terre e appartenenze di pertinenza del Convento poste nelle vicinanze di Chioggia, e atti stipulati dalla Congregazione Regolare dei Frati di San Secondo, compilavano costantemente tutta una serie di Libri Mastri, Quaderni di Cassa del Convento, Giornali e “Registri di Spesa, Riceveri e Dare e avere” della stessa Fabbrica e del Convento … tenevano inoltre scritto nel Libro delle Decime Private e del Clero quanto versavano di tasse alla Chiesa … e registravano viceversa la Tassa che il Convento di Cividale pagava ogni anno a San Secondo insieme a una corresponsione annuale di 867 Messe da celebrare che era obbligato a corrispondergli … Accanto a tutto questo i Frati segnarono nel Libri le “fatture” fatte eseguire in detto Convento, e segnarono puntualmente nei Libri di Crediti e Debiti del Sindaco e Amministratore del Convento, nel Libro della Commissaria Giettaistituita a favore del Convento al 1646 al 1666, e i Livelli a debito del Convento di Contarini Taddea, dell’Ospedale degli Incurabili, e deifratelli Scarpa … senza dimenticare di raccogliere gli “Istrumenti e altre carte circa la lite fra San Secondo e il Pio Loco delle Penitenti di Venezia dovuta ad annua corresponsione dovuta dal secondo al primo”.

Diversi Testamenti vennero redatti a favore di San Secondo da parte di: Marco Bragadin (1601), Carlo Gela (1663), don Giacomo Lioncini(1632), Girolamo Moro (1672), Pietro Dal Negro (1663) e Lorenzo Tetta (1662) … Oltre a questi s’istituirono diverse Mansionerie di Messe pagate al Monastero da Franceschina (1644), Cecilia Lion(1653), Paolo Dandolo (1656), dai fratelli Zen (1567), Bernardino Fabbris (1677), Giobatta Bettini (1680), Chiara De Livis (1680),Girolamo Negroni (1686), Bortolo Petrogalli (1689) ed Elisabetta Memmo (1692).

Quando i Frati Domenicani Inquisitori e Predicatori acquistarono l’isola dal Senato della Serenissima sapevano bene quel che stavano facendo, perché con quella semplice mossa e con la spesa di poche centinaia di Ducati entrarono in possesso per secoli di una grossa e lunga lista di beni:

___Terre e case nella Contrà del Luprio nel Sestier de Sancta Croxe.

___Terre e case in Contrà de San Geremia, de San Marcilian, e de Sant’Ermagora (San Marcuola) nel Sestier de Cannaregio dove prima c’era una salina.

___Terre e case in Contrà de Sant’Agostin nel Sestier di San Polo.

___Terre e case in Contrà de Sant’Angelo e San Vidal nel Sestièr de San Marco.

___Terre e case in Contrada de Santa Margerita nel Sestier de Dorsoduro.

___Saline a Chioggia nei Fondamenti Asinina Vetere, Pietro Mauro e Sablòne, Aselina Maggiore, Brombèdo, Porto Gambarària e Tombàstrio, e terre e case a Chioggia, Panigàle e Suricàle.

___Terre e case a Monte Paolo, Calle Rundula e Castello.

___Terre e case ad Ultra Canale e Rivo de Venecie.

___Nella Padovana: proprietà e diritti in: Saccisisca, Fossa di Lòvolo, Prata, Ramello, Cavidolo, La Coa dei Pradi, Orte, Vignale, Gallinaccio, Pudiniga, Riva, Tognana, Ardoneghe, Arzerello, Carobbio, Castello, Conselve, Cazzeniga, Da Stangào, Marimonda, Brùgine, Paigna, Vigo di Rovea, Arzere, Ca’ Zen, Sponda, Campagnola, Cazzegògno, Corbellàro, Ponte, Teggia e Boschetto.

___Nella Trevisana: proprietà e diritti in: Tòvero, Torre, Martellago, Peràga, Mercuràgo, Torrello, Campodòvolo, Maerne, Trevignano, Favaro, Scortegàra, Zelarino, Zero, Val di Schedo.

___Case a Mestre in località Castel di Mestre e Ponte Longo, Borgo dell’Ospedale di Santa Maria, Borgo San Lorenzo e Porto di Mestre.

___Un allodio a Capodistria

___Alcuni beni nel Bresciano.

Inutilmente le Monache “cacciate” e spedite alla Giudecca provarono a recuperare il controllo di tutto quel patrimonio di San Secondo: nel 1538 una sentenza definitiva del Vescovo Giacomo Pesaro attribuì ai Frati il pieno controllo e la libera gestione di tutta quell’ingente sostanza.

Ancora nel 1712 il Monastero di San Secondo possedeva una rendita annuale di 257 Ducati (diventati 311 nel 1740) proveniente da affitto di immobili siti in Venezia … Tre anni dopo si provvide a redigere: “un novo Catastico della Sacrestia del Convento e di tutte le suppellettili che in esso si contengono” … nell’agosto 1719 il Proto Andrea Tiralirilasciò una scrittura per un restauro della Foresteria di San Secondoper la spesa di 217 Ducati … Poi avvenne la: “Vendita fatta dal Magistrato dei Governatori alle Entrade Pubbliche di una casa sita in Calle dei Fabbri dietro domanda avanzata all’Aggiunto Sopra ai Monasteri dai Padri di San Secondo” … Nello stesso tempo giunsero altri testamenti, lasciti e nuove Mansionerie a favore del Monastero:Giobatta Erizzo (1712), Margherita Berlan (1719), Santa Picciolo(1726) e Pietro Movani (1729).

Nel luglio 1734 s’incendio di nuovo l’isola: “… caddero nel campanile, sacrestia e chiesa di quest’isola due saette nel spazio di mezzo quarto d’ora con pericolo manifesto di restar colpiti tre Religiosi e due Secolari.”  … e si provvide a un “Inventario Nuovissimo della Sacrestia” in concomitanza con gli ulteriori lasciti di: Stefano Bellini (1741), Graziosa Ferri (1741), Maria Giacomin(1742) e Lucia Sevazaiol (1762).

Nel 1753 il Muratore Mistro Nicolò Mauro su indicazione del Priore Gianbattista Contarini scavò nell’isola di San Secondo relazionando:“… ritrovamento di una forma de Fabrica che se a trovà soto tera nela isola de San Secondo nel chavar le fondamenta della chavana del Monastero e questa gera tre pie sotto comun del’aqua … diverse fondamenta de muri…con scalini numero cinque larghi sino a piedi cinque … due cuoriseli che formavano una porta … e un altro muro da parte del campo con volti soto a questo dipinti a frescho con fogliami e vari oseleti con sopra il suo salizo … piano interno gera di terazo marmorin ma desegnà … si espone la fabbrica con disegno …”

Nel giugno 1775: altro incendio ancora: “… un fulmine danneggiò notabilmente nell’esterno e nell’interno la torricella ove conservatasi 395 barili di polvere e per grazia della Beata Vergine del Rosario ed intercessione del glorioso martire San Secondo furono preservati i Religiosi, l’isola e la città …”

Per un pelo l’isola di San Secondo non venne cancellata dalla Laguna.

Fra dicembre 1788 e gennaio 1789 gelò tutta la Laguna, e i Veneziani costretti al gran disagio per la scarsità di provviste camminavano sopra l’acqua gelata fra Mestre e Venezia per lavoro e per divertimento. Passarono accanto a San Secondo “camminando sulle acque” sia il Corriere per Vienna che quello per Treviso, non mancarono gli incidenti mortali con un Chierico che annegò nelle acque gelate, e alcuni Facchini che sprofondarono mentre erano intenti a far rotolare delle botti di vino … ma ci fu anche chi si divertì non poco a “sbrissolàr a scavezzacollo sul jàzzo”, o a vendere ai tanti curiosi accorsi sul posto dei saporiti “Zalèti Veneziani”.

Nei secoli trascorsi l’isola era estesa quasi il doppio di quanto si può notare oggi ridotta a causa dell’erosione e dell’abbandono. Nel 1797, quando ancora la prima domenica di ottobre si celebrava in isola laFesta della Madonna del Rosario con una solenne processione che andava tutto intorno all’isola, giunse la Marina Francese che occupò l’intero perimetro. Dopo pochi anni i 5 Padri rimasti vennero sloggiati, e se ne andarono nel Convento dei Gesuati alle Zattereportandosi dietro la cassa dorata col Corpo di San Secondo.

Secondo La Cute, fra novembre 1806 e marzo 1807 fra i 17.363 volumi prelevati dalla Biblioteche di Venezia e inviati a Padova, c’erano anche quelli prelevati dall’Isola e Monastero di San Secondoinsieme ai volumi di San Giobbe (oltre 3.500), San Giorgio in Alga, San Domenico di Castello (oltre 2.000), San Nicoletto dei Frari, San Francesco di Paola, San Giorgio Maggiore (oltre 5.000), Sant’Elena, i Carmini, San Giacomo della Giudecca e San Pietro di Murano.Secondo i verbali delle confische e sequestri: la Biblioteca dei Domenicani di San Secondo in Isola possedeva un patrimonio di 2.647 libri che vennero raccolti in 5 casse. Di questi: 559 libri avevano un certo valore: 232 erano di pregio, 327 mediocri, mentre altri 2.088 furono venduti come scarti. (Altri 24.514 volumi Veneziani vennero considerati “scarti”, e perciò venduti dal Demanio assieme alle librerie che li contenevano considerate: “legna da ardere”).

In una gran confusione in cui, ad esempio, i Gesuiti venivano confusi dai Francesi con i Gesuati, tutti i libri e manoscritti interessanti che non vennero per tempo nascosti dai Frati o inviati altrove, vennero inizialmente concentrati nell’ex Monastero dell’Umiltà in Punta alla Dogana alla Salute, e lì selezionati e scelti dal Direttore Morelli per essere inviati alla Biblioteca Marciana. (Molti libri di pregio vennero trafugati e venduti dai molti che potevano allungare le mani liberamente).

Nel 1810 il neoinsediato Consiglio Municipale di Venezia chiese il ripristino delle segnalazioni acustiche e luminose dell’isola di San Secondo che guidavano i naviganti in caso di nebbia e scarsa visibilità aboliti dai Militari: “…mentre in precedenza i Padri che vi dimoravano tenevano sempre delli segnali ed accoglievano urbanamente li passeggeri.” … Tuttavia nel gennaio 1815 il Convento e la terra di San Secondo in Isola già affittata a Penso Antonio per 40:00 lire, erano segnati nella “Lista delle vigne, orti, beni da affittarsi dalla Direzione del Demanio di Venezia” nei giorni d’asta 12 e 16 febbraio seguenti.

Fra 1824 e 1847 venne demolita la chiesa e l’isola venne trasformata in fortino di forma ottagonale, ossia in Presidio, Caposaldo e Avamposto Militare della Linea Difensiva di San Marco atto a proteggere e “battere” con le sue artiglierie il Ponte della Libertà e San Giuliano proteggendo Venezia da un’eventuale invasione nemica di Terraferma. Nel 1848, infatti, l’isola venne pesantemente presa di mira e bombardata dagli Austro-Ungarici.

Esistono epiche quanto triste descrizioni storiche dell’assedio Austriaco subito da Venezia, così come della sua strenua resistenza e difesa fatta di atti coraggiosi ma anche di qualche sprovvedutezza.(Provate a leggere, solo ad esempio: “Venezia nel 1848 e 1849” diAlexandre Le Masson stampato a Lugano nel 1851 presso la Tipografia della Giovane Svizzera.  Si può scaricare liberamente in pdf da Internet, ed è un’interessante cronaca della nostra Storia di quegli anni.)

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L’isola di San Secondo “messa in stato di difesa” accanto all’accesso del Ponte in parte interrotto e demolito verso la Terraferma(abbattuti 17 pilastri e archi con un taglio di 250 metri), fu proprio “il cuore” della linea difensiva Veneziana. Insieme alla Grande Batteria di Sant’Antonio detta la “Piazza Grande” che imboccava il Ponte per tutta la sua lunghezza, e a “numerosi bastimenti armati e barche cannoniere posti a scaglione intorno al ponte, e a una flottiglia armata a guardia dei canali che batteva da tutte le parti” formò un argine invalicabile per gli Austriaci che vennero respinti anche di notte mentre tentavano sfortunate sortite durante le quali ben 60 soldati volontari si videro rigettati morti in Laguna.

La Batteria di San Secondo inizialmente armata con cinque pezzi, arrivò ad ospitarne ben tredici … Anche se i Veneziani erano armati approssimativamente rispetto gli Austriaci, di certo non inviarono“carezze” verso gli appostamenti nemici, che da parte loro inondarono Venezia con 23.000 palle di cannone, ossia quasi mille al giorno, provocando però solo tre morti e una trentina di feriti. Venezia si arrese alla fine perchè rimasta quasi senza farina e in preda al colera, e alla fine gli stessi Preti che avevano cantato nellaBasilica di San Marco inneggiando all’indipendenza di Venezia, cantarono il solennissimo Te Deum di ringraziamento quando gliAutriaci con Radezsky entrarono ad occupare Venezia. L’opportunismo è sempre stato una delle doti principali della Chiesa … per il bene dei Fedeli s’intende ovviamente, mica per il suo … Eh !

All’inizio del 1900 l’Isola di San Secondo venne utilizzata dallaSocietà Cellina come luogo di passaggio e controllo del nuovo elettrodotto che raggiungeva la Contrada di San Giobbe a Veneziapartendo da Campalto …  Poi iniziò l’epoca delle concessioni dell’isola, che venne data prima a un tale Zangrando ex Macellatore della Contrada di San Giobbe, e poi a un Gambirasi con moglie e parecchi figli che gestirono l’isola dal 1904 al 1930.

Durante il periodo bellico, l’isola di proprietà del Demanio Pubblico venne usata dalla Junghans ufficialmente come Fabbrica di Fuochi d’Artificio, mentre in realtà caricava d’esplosivo bombe e mine che fabbricava alla Giudecca.

Dopo la guerra si tornò a dare l’isola di nuovo in concessione a un custode: “Nonno Mario” Vianello, fu fino al 1961 l’ultimo custode-ortolano ad abitare e gestire l’isola di San Secondo detta anche “Isola delle Vacche”. Abitò l’isola, infatti, con moglie e figli per 10-15 anni, e per arrotondare il magro stipendio, allevava animali da cortile e mucche olandesi di cui vendeva il letame ai Veneziani, e soprattutto il latte a una signora che faceva burro e ricotta nel vicino l’ex Macello di San Giobbe.

Oggi “San Secondo è un’isola che non c’è.”, come si è scritto di recente e non a torto su di lei. Infatti, solo qualche iniziativa un po’ originale (Progetto “Terra Terra” del 2015 dell’Opera Bosco Museo di Arte nella Natura) l’ha richiamata flebilmente alle cronache salvandola per un poco dall’oblio totale che avvolge molte isole della Laguna di Venezia probabilmente per sempre. Ogni giorno andando a lavorare a Mestre e ritornando poi a Venezia “buttò l’òcio” su quel che resta dell’isola di San Secondo che oggi è solo un silenzioso grumo di verde selvatico impiantato nella Laguna.

So però che ha avuto anche lei una Storia maiuscola e curiosa.

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“Ciao Ninìn ! … Tutto bèn ?”

burano new 1

“Dai ! Svègia ! … Alza ! Alza !” diceva al mattino la Zia Bruna allo squadrone delle figlie di ogni età spalancando la porta di quella specie di femminario odoroso che c’era di sopra all’ultimo piano della sua casa. Zia Bruna mi portava con lei fin lassù in braccio o tenendomi per mano su per la scala scricchiolante che portava all’unica stanza dove dormivano tutte le mie cugine messe insieme come tante Api dentro a un unico alveare.

“Ma Mamma … Co calma !” pigolò un vocino dal tono assonnatissimo.

“Cossa calma ? … Dai ! Dai ! … Ch’el sol màgna e ore ! … Svègia ! Svègia !”

“Ma parchè sempre cusì presto ?” aggiunse una voce strascicata più da grandina.

“E parchè sempre così de fretta … Mamma ? … No: frù frù … tutto subito… Spètta ancora un pochetto no ?”

“Via dai ! … Basta ciàccole … Alzève ! Svelte !”

“Si … Se sempre cusì qua … Pim pum pàn ! … Battime el fiòcco !” sussurrò una voce ulteriore in fondo al buio ovattato della stanza. Mi piaceva vedere le mie cugine svegliarsi, pareva funzionassero al rallentatore come i vecchi del paese.

Nella stanzuccia presa d’infilata dalla luce del sole sembrava galleggiassero cespugli di capelli sparati in ogni direzione … C’era sempre la Medusa del cinema lì dentro … e nella penombra s’intuiva tutto un sovrapporsi di curve, forme, pigiami e camice da notte mescolati e compattati insieme … Usciva un odore di letto da quella stanza, e come di fermentato e aspro. Pareva il sapore delle Amarene che si aggiungevano al“gelato al bagno” che compravamo al bar di Mazzorbo vicino al vaporetto.

“Alza ! Alza !” continuava a ripetere ancora la Zia come un sergente ferreo inchiodato sulla porta, e io me ne stavo avvinghiato alla sua mano a godermi divertito quello spettacolo.

“Ciaoo !” buttai là dentro a un certo punto come si butta una monetina in un pozzo.

“Aiuto ! … Ghe xe ànca el maschio !” strillò una voce da dentro a quella tana notturna.

“Fòra el maschio !” s’aggiunse a strillare una delle cugine più grandi.

“Tàsi insulsa !” replicò la Zia, “Vestite, invese, che xe mèio … Xè tardi !”

“Fòra el maschio ! … Non volèmo maschi qua dentro ! … Non i ne serve … Solo donne qua dentro !” aggiunse ancora la stessa voce di prima fra l’assonnato e il divertito.

“Ancora ? … Tàsi spròta ! … Non ti vedi che el xe to cugìn ? … El xe un bambìn ! … Svègite ! Descàntite ! … Vien so da quel letto …”

E poi rivolta a me aggiungeva sottovoce: “No sta badàrghe Ninìn … Ti savèssi quanta pazienza che ghe vòl co queste qua … Insomma ! Ve alzè si o no ? … O devo venìr dentro co a scòa ?

“Ma Mamma … xè domènega …”

“E còsa ti vòl ? … Star in letto tutto el giorno perché xe domenega ? … Dai petùssa ! … Vien fòra da sta caponèra ! … Se no vègno mi a tiràrte pai cavèi ! … Quanta pasiènza Ninìn … quanta …”

Mi piaceva ogni tanto andare e rimanere un po’ a casa di Zia Bruna. Era un mondo completamente diverso dal mio: meno ordinato e composto, più frizzante, allegro e cacciaròso … anche interessante per certi versi.

“Ciao Ninìn ! … Tutto bèn ?” furono le uniche parole che mi disse quella volta lo Zio Nino calcandomi in testa il suo baschetto blu col picciolo unto e bisunto da pescatore.

“Sì … Sì ! … Tutto ben Zio.” risposi timidamente e un po’ intimorito mentre tanto per cambiare mi frullava i riccioli rossi con la sua manona ruvida. Sinceramente mi faceva un po’ impressione quell’uomo … si dicevano tante cose di lui.

Zio Nino e Zia Bruna erano molto diversi da Mamma e Papà. Avevano tutt’altra maniera di fare, dire e pensare … e questo in fondo mi piaceva: erano un po’ un’alternativa al mio solito vivere quotidiano.

Lo Zio in quel momento stringeva fra le braccia un grosso paio di stivaloni scuri da pescatore, portava calze grosse di lana, e odorava sempre di pesce e “freschìn”, ma anche di vino, sudore e salsedine. Era simpatico e spiritoso però … se non era troppo stanco o un po’ alterato come quando “tiràva so certe saràcche”, spargeva intorno un misto di carezze e pizzicotti benevoli a tutte le figlie che spuntavano come funghi da ogni angolo della casa saltandogli in braccio per abbracciarlo.

Se voleva sapeva fare anche le coccole lo Zio.

cinema burano via vigna

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Di sera per farmi dormire tranquillo, Zia Bruna m’infilò un lungo pigiama con le maniche lunghe che mi ciondolavano giù da ogni parte: … sembravo un Pieròt.

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ThumbJpeg (6)

*** Una Burano anni ’60-’70 che forse non ricordate più, o non immaginate neanche possa essere esistita: “Buraneo … e Prete per giunta.” – un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017.

22 giugno 1969 processione dei Santi Patroni a

Mar 17, 2017 - opinioni    No Comments

… fugit Ora !

Desktop-the-clock

Guardo l’orologio appeso al muro della cucina: 01,35 … Lo riguardo: 04,37 … Perché il Tempo è così tiranno con me ?

Che cosa gli ho fatto ?

Mi dicono sia colpa della mia vita precedente … Non ne sono così convinto … C’è poco da crogiolarsi e star lì a rimuginare: la sentenza è sempre la stessa: 04,50: sono quasi in ritardo sulla mia solita tabella di marcia …

Chi sa svelarmi come si fa a incastrare e inceppare il Tempo ?

Mar 14, 2017 - opinioni    No Comments

“E’ Primavera ! … Sugli alberi spuntano gli aquiloni !”

Ernie Barnes_Marciapiede o Festa di laurea_1974

“E’ Primavera ! … Sugli alberi spuntano gli aquiloni !” … E’ sempre un po’ aulica e romantica, oltre che fascinosa l’immagine del risveglio annuale della Natura. In qualche maniera ci sentiamo risvegliare e riattivare anche noi insieme a lei.

Siamo consapevoli però che è una sorta d’illusione: questa cosa l’abbiamo percepita e cullata fin da bambini quando tempestavamo le pareti e le finestre della nostra Scuola Materna con rondini, farfalle, pulcini pasquali, fiori d’immane quantità e qualche bel canterello: “Cu-cu ! Cu-cu ! …L’inverno non c’è più ! … Cu-cu ! Cu-cu!”

Una cosa forse dimentichiamo, banale ma forse no: dopo ogni notte termina il nostro “letargo invernale”, che non è stagionale ma giornaliero, e quindi in qualche maniera ci ritroviamo “in Primavera” ogni mattina, convolti di continuo in quel sistema di spegnimento e accensione e “ricarica” in cui sono imprigionati e obbligati tutti gli essere viventi di questo nostro Pianeta.

Avrà un senso tutto questo ripetersi, accendersi e spegnersi, stagionale e quotidiano ? … o è solo una cosa effimera come le lucette dell’Albero di Natale ?

La maggior parte di noi di solito dice: “E che stai lì a pensare ? … Siamo fatti così, si funziona in questo modo … e basta.”

Penso, invece, ci possa essere anche dell’altro, seppure sfuggente. Non credo che il susseguirsi delle stagioni possa ridursi al solo “cambio stagionale” dentro ai nostri forniti armadi guardaroba, né potrà essere solo un riaccendersi e dischiudersi spettacolare di Primulette sui balconi e sui terrazzi, né di gemme e fioriture poetiche di Peschi, Ciliegi o quel che è …  Anche se non lo vediamo, penso che dentro di noi, come per le Piante, si aggiunga anno dopo anno un cerchio di vissuto in più, un sfogliarsi e rivestirsi invisibile, arricchente, e supplementare di calendario che detta la nostra Storia personale irripetibile e unica, giorno dopo giorno … Non è banale quindi un’altra Primavera, come non è banale ogni mattina riaprire gli occhi un’altra volta.

Siamo un: “Unicum” straordinario ! … Ogni giorno forse lo è … anche se a volte proprio non sembra. Quando hai a che fare, per esempio, con quella persona che conosci bene, che è così ostica, pedante o scorbutica … Altro che Primavera ! E’ inverno pieno !

“Siamo solo numeri caro … spazzati via dal vento.” mi diceva una nonnetta l’altra mattina in ospedale.

Potrebbe anche essere vero che ciascuno di noi è solo un numero e un volto anonimo di questa immensa schiera di persone che intasa il fluire del Tempo e l’esistenza di questa a volte accartocciata Umanità … E’ altrettanto vero però, che:“noi siamo noi” … Ciascuno di noi è un’entità che non si ripeterà mai più (nel bene e nel male), un capolavoro che si va completando e realizzando giorno dopo giorno, anche se a volte la nostra vita è parecchio incasinata e priva di chissà quali originalità. Ogni mattina è quindi un ennesimo risveglio, una nuova Primavera personale irrinunciabile e irripetibile che merita “d’accendersi, rifiorire e affermarsi ulteriormente”.

Giustamente mi direte: “Sì … ma se la giornata di oggi sarà la solita, identica a quella di ieri, senza squilli e novità ? … Che razza di Primavera sarà ? … Dove sarebbe tutta questa favolosa bellezza ?”

E’ questo forse il punto … Una foglietta verde nuova, o un fioretto colorato che spuntano sul nostro terrazzo o sul ciglio della strada in se sono poco o niente. E’ il fenomeno dell’albero o della piantina “riaccesa” nel suo insieme che ci lasciano a bocca aperta, e ci “dicono qualcosa” facendo frullare i nostri pensieri … “Qualcosa” c’è, sta accadendo, insomma … Qualcosa che avvertiamo, intuiamo significativa e importante in se, in quanto tale … Come ogni mattina quando ci diciamo:“Toh ! …Ci sono ancora !” … e sentiamo che non è poca cosa.

Forse è racchiuso nella nostra testa il senso della Primavera, più che sugli alberi e nella Natura …  anche se non è facile capirlo e dirlo decentemente.

 

***** il dipinto è: “Marciapiede o Festa di laurea” realizzato da Ernie Barnes nel 1974.

Mar 13, 2017 - opinioni    No Comments

“Il Giorno …”

Balthus_Le passage du commerce Sant-André_1952-54

Il Giorno con le sue regole e i suoi precetti anche stamattina ti riprenderà … Non ti chiederà “permesso”, e s’intrufolerà nella tua vita anche stavolta senza dirti perché. E’ come uno che ti aspetta fuori della tua porta di casa: ti lascia bere il caffè, darti una pettinata e rassettata, indossare le scarpe, e poi ti salterà addosso costringendoti a portarlo a spasso, “in gròppa”, per tutta la giornata … Non ti chiede neanche come dovrai essere, che cosa ti piacerebbe che oggi accadesse, né tantomeno che cosa oggi ti andrebbe di fare … Il Giorno ti coprirà con se stesso, con le sue manie, i suoi luoghi comuni, i suoi modi di fare, i suoi pensieri e le sue scelte alla moda, e con tutte le sue solite fìsime.

Sarà poco democratico con te: ti costringerà a indossarlo così com’è, poi ti spingerà per strada, ti suggerirà come un compagno pedante, “spròto” e pettegolo quel che sarà bene dire e non dire, ti sussurrerà come comportarti, con chi camminare, e dove sarebbe meglio andare o non andare … e vorrà far con te così in ogni momento di questa benedetta giornata, e finchè rientrerai a casa per spegnerti un’altra volta stassera. Insomma anche questa giornata sarà come tutte le altre: secondo copione.

Che palle sto Giorno ! … Ma conosci forse qualche alternativa ?

Si potrebbe uscire da un’altra porta di casa per non incontrarlo … lasciandolo lì ad aspettare. Ma avercela un’altra porta di riserva ! … e intanto questa nuova giornata è già iniziata … Sono già per strada, e sento sul groppone un passeggero invisibile fastidioso e pesante da portare.

Me l’ha fatta anche questa volta … Ma verrà il Giorno che …

**** il dipinto è di Balthus: “Le passage du commerce a Sant-André”, realizzato nel 1952-54.

Un “schechè” … a Buran.

1967.monteortone

Ecco ancora un altro pezzetto del mio prossimo libro:“Buranèo … e Prete per giunta.” che sta piano piano lievitando e crescendo. Fra non molto … forse “uscirà … dove andrà non so”. Spero proprio (entro quest’anno) di riuscire a“chiuderlo”. Ci conto proprio.

Naya-Pescatori-buranelli

“Xe … Xe …”

“Xe … Cosa ?” lo incitò un altro bambino accanto al nostro gruppetto.

“Xe … Xe che … o che xe …” provò di nuovo a dire l’altro.

Era semplicemente un Buranèo “schechè”, balbuziente. Non era colpa sua, anzi: non era affatto una colpa, era nato così. L’avevamo sempre visto in quel modo, fin da quando era piccolissimo … ma era nostro amico lo stesso come tutti gli altri.

“E che … che Bo Bo … lo Bu …”

“Dai ! … Dillo dai, una volta per tutte !” gli gridò uno dei bambini lì presenti, “Butta fòra el rospo !”

Non c’è niente di peggio che mettere fretta a un “bàlbo” … anche se non ci metti malizia nel farlo.

“Ti xe sempre drìo a dìr … ma dopo non ti dìsi mai niente…”

“Ambarabà cici cochèo !” fu la risposta imbarazzatissima. Diceva sempre quella frase lì tutta d’un colpo, quasi volesse sciogliersi la lingua e darsi coraggio … anche se non significava niente.

Poi se ne usciva sempre con qualcos’altro, tipo: “Fiii … fiù …e fiù … Cch …chè … chè …”

Insomma era una battaglia persa, non se ne andava mai fuori … Pareva tritasse le parole con la bocca senza riuscire a pronunciarle. Si era sempre allo stesso punto di partenza.

Poi come quasi per miracolo, quando nessuno ci sperava più, gli usciva fuori la frase giusta: “Xe … Xe … Xe che xe bèo Buràn !” La diceva dritta dritta, tutta d’un fiato, in un unico fiotto tutto attaccato e liberatorio.

Le Maestre ci avevano appena detto e fatto disegnare che Burano era forse l’isola più bella di tutta la Laguna. Cosa che ritenevamo tutti indubitabilmente vera … Beh … lui era arrivato a dire la stessa cosa più di mezz’ora dopo, quand’eravamo già scesi giù in cortile.

“E ghe voleva tanto ?”

“Tàsi mòna ! … Pensa se toccàsse a ti ?” intervenne una bimba più grande.

“Eh !” disse il balbuziente come arrabbiato, e assecondando col volto scuro l’affermazione della ragazzetta.

“E … che … che … che ti … chi … co …”

“Ario qua da nòvo ! … Chi chi chi … cò cò cò… Nol xe bòn de dir nient’altro !”

“V…V … Vàra che … che … te … dàgo … un … un patòn !”

“Beh … Adesso non incassàrte tanto … Làssa stàr …” lo riprese bonariamente quello più grandino di noi che era anche il più paziente … e forse anche il più buono e sveglio.

“Non vale la pena che te la prendi tanto … Vedrai che prima o poi ti passerà e guarirai … Lo dice sempre anche la mia Mamma: “I chèbi po cambiàr … Li devènta cusì a volte par una gran paura, un spavento ciapà da piccoli …”

“Ah si ?”

“Proprio così … Quindi non sta tanto tòrlo in giro … e dàghe pasiensa !” riprese la ragazza.

“Altrimenti vàrda che te spavento anca tì ! … e ti deventarà anca ti chèbo come lù !” aggiunse il ragazzino “buono” verso quello che prendeva in giro il “bàlbo”.

“Xe … Xe … che xe bèo Buràn … Sì.”

“E’ vero ! Ti gha rasòn ! … Ti gha capìo tutto anca ti !”

“E’ che … xe tanti … i … i… i … turisti … che gira.”

“Proprio così … Anzi: i xe màssa … e i comincia ànca a ròmpe ogni tanto …” (già allora si presagiva qualcosa, la Maestra aveva detto che eravamo sempre più invasi dagli ospiti-turisti, ma che forse era un bene per l’isola che fosse così).

“Cànta bèo ! … se non te vièn da parlàr: cànta ! … I dìse che xe più fàsile cantàr che parlàr … Che se pòl dìr cantando …” spiegò a tutti la bidella che aveva notato quel crocchio animato radunato in fondo al giardino.

“No … No no … e che, che no canto ! No !” rispose il balbuziente negando vistosamente a grandi segni con le mani.

“Ti te vergogni ? Ti gha paura de far rìder ? … Ma frèghitene polàstro ! Parla, canta, imbàlbite … Fa queo che ti vol ! … Xe lo stesso.” lo rincuorò il ragazzino grandicello.

“El parla come l’alfabeto mòrse dei soldài ! … Tu … Tu-ru-tu … tu-tu.” s’intromise un nuovo arrivato tanto scherzoso … quanto dispettoso da quale ci tenevamo tutti alla larga.

“Ecco un altro stupido ! Mòighea sa !”

“Se no ?”

“Se no … Te pèsto come un tamburo ! … Te fàsso un òcio nero ! Te spàcco un bràsso !”

Era questo il modo schietto del cuginetto del balbuziente, che correva sempre istintivamente in sua difesa ogni volta che poteva. Il nuovo arrivato tacque immediatamente.

Che aggiungere ancora e dire di più ? … Niente, quel mio vecchio ricordo estivo in fondo al cortile della Scuola “Alfredo di Cocco” di Burano accanto alla muretta e sotto agli alberi ombrosi del giardino finisce così. Per qualche tempo Mamma ha provato a mandarmi a quel “doposcuola” estivo. Ma non funzionò più di tanto: non mi piaceva.

“Mamma … Ti me còmpri el “Libro de le Vacanze” ?”

“Fàteo dàr da la Maestra …”

“No vàgo più al Doposcuola … El xe noioso … e po non ghe xe niànca el Maestro Spezzamonte.”

“Pàr forza ! … O sarà in ferie … poarètto … Dopo un ano passà co voàtri o sarà stanco morto.”

“Mamma … Ti me compri ancora e maròcche pàr siogàr?”

“Ancora ? … Te e gò za compràe do volte.”

“Si … Ma e gò za pèrse siogàndo … Me ne xe restàe solo tre … e le xe ànca brutte e piccole.”

“Allora adesso ziòga còi dèi … Siòga a sdòe ! … o co e terinèlle de le bottìlie … Ghe ne xe tante in giro ! … Ti le rancùri … e no le costa niente.”

“No vògio più andàr al Doposcuola, Mamma … So stùfo !”

“Te fa bèn andàr a scuola … Te fa bèn …”

“Ma non se impàra niente a sta scuola qua … Se siòga e basta … se disegna e canta, ma dopo un fià me stùfo !”

“E non te piàse non far niente ? … Ti andarà lo stesso ! … Ti vol deventàr ignorante e sòco … come o “nonno succòn” ?”

Le cicale gridavano come ossesse sugli alberi, e il sole dell’estate picchiava in testa come un fabbro sull’incudine.

“E po pàr andàr a scuola te gho comprà anca el bonèto co l’òngia davanti da metterte in testa … Ti me vòl far spènder schèi par niente ?”

“No Mamma … Ma non me piàse … Me pàr de essere come un oselèto in gabbia che sùbbia da la disperasiòn … Se ti vòl vàgo a farte e spese … Vegno su e zo dai Nonni a portàrte a ròba da sugàr e stiràr … Stàgo a casa a siogàr e lèser i giornaletti che me porta o Papà … Se no: vàgo in ciesa dai Preti a far qualcosa de bon … Starò bon …”

“Non ti pensarà minga de andàr tutto el giorno de sbrindolòn e torsiàndo in giro par Buran ?”

“No … Mamma … Andarò poco in giro … Starò visìn de casa.”

1067

“Ecco qua !” mi disse qualche giorno dopo Vittorio Vòlegamettendomi una mattina davanti agli occhi e sopra al tavolo dell’Archivio del Piovàn uno scatolone grande e polveroso. Era pieno di schede tutte aggrovigliate e buttate dentro alla rinfusa.

“Qualchedùn par sbàglio e gha butàe par tèra … e adesso tutte le schede de le Famègie de Buran e xe imberondolàe e insembràe … Bisogna metterle da nòvo tutte in ordine e a posto … In ordine alfabetico.”

“Sarà un lavoràsso !”

“Sì … ma utile. Bisognarà sistemàrle tutte in fila no par soranòme come: Basèto, Biscùccia, Bossètta … e Munarìn, Mustàccia, Piànsi … e Zagàccia … Ma par cognome, come: Allegretto, Amadi, Bressanello, Memo … e Zane, e tutti stàltri … Ti gha capìo ?”

“E ciòn !”

E iniziai così quella “cosa utile e curiosa” che durò quasi tutta l’estate, e anche per molto tempo dopo, e per altri anni ancora, passando in rassegna tutte le case, i nomi e le famiglie dei Buranelli.

La maggior parte di quei dati e di quei nomi mi era quasi del tutto sconosciuta … ma la cosa interessante era proprio quella. Solo ogni tanto individuavo qualcuno che conoscevo, allora mi divertivo a controllarne le date, e soprattutto certi dettagli aggiuntivi che non sapevo né immaginavo potessero esistere.

Ogni giorno raccattavo dallo scatolone un grosso pacco di schede, e pazientemente le distribuivo sul pavimento: “A con A … B con “Be” … M con “Emme” … Z co “Zeta” e così via. Alla fine le risistemavo ordinate con tutte le altre dentro a un nuovo cassetto pulito e ordinato della scrivania, facendo un’altra volta attenzione a: “A con A … B con “Be” … M con “Emme” … Z co “Zeta”.

Le Suore e poi il Maestro Spezzamonte mi avevano insegnato bene l’Alfabeto, ma per essere più svelto mi scrissi e misi davanti una bella lista con tutte le lettere dalla A fino alla Z. Era un gioco, un passatempo diverso … un po’ curioso, in attesa che terminasse l’estate e che ritornasse “la scuola buona, quella vera”.

Il tempo così volò via, e spesso uscivo soddisfatto dall’Archivio della Canonica dei Preti che era già sera … Avevo ingannato un’altra giornata, e avevo scoperto altre cose nuove su Burano: giorno dopo giorno quei numeri delle casette colorate non mi erano più estranei come prima, e fu come se dietro a ogni porta avessi trovato una storia nascosta. Quell’anno Burano mi divenne molto più piccola e familiare, e scoprii che dietro a tante porte anonime c’erano persone vive in carne ed ossa … e pure interessanti.

burano (3)

Ogni scheda recitava: “Indirizzo-Capofamiglia-Matrimonio-Lavoro-Persone a carico: … c’erano elencate la moglie, i figli, le figlie, le zie e le nonne che abitavano in famiglia, e poi c’era anche molto altro. C’era segnata la professione, il tenore economico della famiglia, e si aggiungevano a lato o sotto in calce altre note interessanti: barca, televisione, Comunista, Fascista, Democristiano, benestante, artigiano, nullatenente, pensionato, problemi…” e tante altre cose simili.

Quello schedario era una specie d’Enciclopedia di Burano … che avevo il piacere di ritrovarmi fra le mie mani … e soprattutto sotto ai miei occhi assai curiosi.

“Lavora in Erbaria a Rialto.”

“Ecco perché lo vede sempre di mattina presto prendere il vaporetto !”

“Figli emigrati a lavorare in miniera in Belgio.”

“Ecco perché non li ho mai visti i figli di quella Signora !”

“Vedova di guerra … e figlio Marinaio morto in battaglia.”

“Ecco spiegato perché quella donna è sempre così buia, trista e vestita di nero ! … Poveretta ! … Ha perso il marito e il figlio … Ecco chi sono quei due volti che porta sul medaglione che le ciondola sempre sul petto !”

“E’ la sua matrigna ! … Ecco chi è … Ecco perché è sempre così brusca con sua figlia: non è la sua Mamma vera … e si vede !”

“Vive da solo”, c’era scritto su una scheda.

“Non ha nessuno … Non è cattivo … è soltanto: solo.”

“Guarda un po’ ! … Quei due non sono marito e moglie come credevo … ma sono fratello e sorella. Chi l’avrebbe mai detto ? … E quei due là, viceversa ? … Non sono fratelli, ma vivono insieme da sempre fra loro come se lo fossero … Anche questa non la sapevo.”

“Ed ecco perché quella famiglia è sempre incazzatissima con i Preti e la Parrocchia ! … Mi sono sempre chiesto che cos’era successo … e che cosa gli avevano fatto.”

Neanche a suonargli il campanello per consegnargli un avviso o una semplice carta, che subito s’infuocavano di brutto come se gli avessi fatto chissà che cosa. Sopra a un cartoncino allegato alla solita scheda con una graffettina c’era scritto:“Testimoni di Geova. Hanno chiesto d’essere cancellati dall’Atto di Battesimo Cattolico. Non è possibile farlo.”

Esistevano tanti “misteri” grandi e piccoli racchiusi dentro alle case e alle variopinte contrade dell’isola.

“Quanti Dei Rossi che ci sono a Burano ! … Siamo tantissimi! … Fra i cognomi più numerosi dell’isola, come i Costantini, i Seno, i Molin, i Memo, i Tagliapietra … e molti altri. Meno male che ci sono i sopranomi ! … Se no … che confusione ci sarebbe ! … Un caos ! Sarebbe impossibile riconoscerci … Però non siamo quasi mai parenti fra di noi.”

Nessuna sorpresa quando ritrovai le schede di Famiglia dei miei Nonni materni e poi di quelli paterni … e neanche dentro alle schede delle famiglie degli Zii e Zie, che però non ritrovai tutte. Quelle trovate erano tutte a posto, aggiornate e quasi perfette. Rimasi, invece, deluso non poco quando rinvenni la scheda della mia famiglia.

1970

“Cavolo ! Qui mancano dei pezzi ! … e ci sono delle cose scritte inesatte ! … Mio Papà ormai da diversi anni non fa più il pescatore ma il muratore … e poi dopo il mio fratellino Sandrino che è morto, è nato il mio nuovo fratellino Sandro che ha ormai quasi tre anni … Le uniche cose scritte giuste sono che Mamma è: “casalinga”, e che ci sono io … Mi sentirà il Piovano !”

Infatti andai subito a chiedergli spiegazioni.

“Bonsignòr ! … Non xe scritto giusto a scheda de casa mia!”

“Ma chi ti ha permesso di mettere gli occhi e le mani su quelle cose così delicate e riservate ?” esordì il Piovano.

“Vittorio ! Bonsignòr ! … Xe sta Vittorio a dirme de rimetterle tutte in ordine: “A con A … B con “Be” … M con “Emme” … Z co “Zeta”. gli risposi sorpreso per quella domanda. Ma come ? Non erano d’accordo fra loro perché toccassi quelle carte ?

“Ah ! … Adesso me ricordo: e xe andàe tutte par tèra in confusiòn … Va ben dai … Ti farà un buon servìsio … Però me raccomando: ti gha da prometterme che ti mantegnarà segrete tutte e ròbe che ti lèsi. Non devi andarlo a raccontare a nessuno ! … Neanche a tua Mamma … Promesso ?”

“Però prima el sistema a scheda de casa mia.”

“Cosa gàla che non va ?”

“No a xe completa … A xe sbagliàda.”

“Dàmea qua che vedèmo ! … Cosa mànca ?”

“Mànca me fradèo par esempio … e anche el lavoro del Papà xe sbaglià … el fa el manovàl murèr, no el pescaòr !”

“Mmm … Dàme el Libro dei Battesimi … Là in alto.” ed io arrivai subito dopo col “Librazzo” interessato pesante e polveroso. Ormai sapevo dove andare a mettere le mani.

“Vedèmo un fià: … Vidal, Dei Rossi, Dei Rossi, Memo, Costantini, Michieli, Novello, Seno, Vitturi, Dei Rossi: eccolo qua ! … Dàme a scheda … Ecco fatto ! Contento adesso ? … Aggiornada.”

“Sì … Non dirò mai a nessun quèo che xe scritto sulle Schede de le Famègie.”

Non ho mai rivelato neanche una sola sillaba a nessuno di quel che era contenuto in quelle schede davvero “speciali” neanche alla mia Mamma … e neanche adesso che sto scrivendo di tutto e di più.

Era un segreto !

“Giurìn Giurello…”: quella promessa andava mantenuta.

Ed è stato così.

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Mar 8, 2017 - opinioni    No Comments

“Donna ? … Mumble … Mumble …”

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“Donne … donna … donna … Mumble … Mumble (come nei fumetti)…  Fa un po’ paura scrivere di loro, perché pensi alla fine di dire soltanto banalità scontate.

Invece dire: “Donna” è come pronunciare una parola magica, una specie di “apriti Sèsamo !” che finisce col cambiarti, determinare o anche distruggere la tua vita.

“Donna” è poche lettere, sembra quasi una parola semplice, innocua … Invece, è capace di sconvolgere e cambiare volto a tutto quello che sei … ogni giorno. Ed è questo il peggio … Con loro non hai mai finito.

Una donna quasi sempre segna il tuo destino, da una donna per forza sei nato … “Chi dice donna dice danno … ma dice sempre anche guadagno”.

Quante se ne sono dette sulle donne nel bene e nel male … e quante se ne diranno. Di cose sulle donne, belle o brutte, è piena la Storia …. “E’ l’altra parte del Cielo” … Sì … come il lato oscuro della Luna, quella che non si vede … perché per millenni noi maschi siamo stati la prima parte, quella prevalente, quella principale e spesso prepotentemente.

“Le donne sono l’essenza di tutto” … e … “Dietro ad ogni grande uomo c’è stata sempre una grande donna.”

Si … ma dietro, a fianco, e in parte … E’ il centro della scena, il posto da primo attore e da protagonista quello che è stato troppo spesso e per secoli negato alle donne (anche oggi spesso) … Anche se è vero che sono state molte volte al centro di tutto … discretamente, manovrando dietro alle quinte come abilissime burattinaie.

Non è piacevole sentire che si hanno i fili impiantati dietro alla schiena, e sapere che qualcuno determina le tue mosse … Ma a volte è capitato proprio così.

Non servivano né servono, né serviranno le Femministe per ribadire la Femminilità e l’importanza di più di metà dell’umanità … E’ evidente che le donne contano e ci sono, lo vedrebbe e capirebbe pure un cieco … E’ ovvio: senza delle donne non ci sarebbe più il Mondo.

Ma non è questo il problema … Il difficile è come porsi accanto a loro nella maniera giusta.

Non sempre sono i fiori e le coccole che vogliono … Non sono come il gatto di casa da fargli “fru fru” in testa e sul pelo ricevendo in cambio le fusa … Né sono come una Madonna da ricoprire di gioielli, scarpe e vestiti, anche se a volte sembra che sia soltanto quello che le sa ammaliare, prendere e rapire via … Sono un enigma a volte … E’ vero !

Sono sempre quel qualcosa di diverso che non t’aspetti, quella faccia della medaglia che pensavi di sapere e conoscere, e, invece, voltandola, la ritrovi diversa da come te l’aspettavi … E allora ?

Allora niente … Oggi sarà anche la loro festa, ma dovrebbe essere festa ogni volta che ne incontri una: perché sono sempre sorpresa, alterità da tutto quello che siamo noi maschietti … una prospettiva diversa del vivere, un modo d’intendere “quadrato” di tutto ciò che pensiamo essere soltanto rotondo. E dici niente … Cambia tutto, è un panorama in più che non t’aspettavi.

Quanto si potrebbe dire di loro … senza dire niente in realtà di significativo. Infatti, essere donna è di certo altro dalle parole che si possono dire di loro … E’ quel “qualcosa” d’indicibile che va a nascondersi dietro a un volto che deve essere per forza ogni mattina truccato alla perfezione, di quei capelli che non vogliono mai saperne di starsene nella maniera giusta, di quel vestito che non è mai messo bene e sistemato abbastanza, di quella curva del corpo che sebbene faccia sbavare e tirare gli occhi ai maschi è sempre troppo tonda, grossa o liscia o non esatta come vorresti.

E la simpatia, il fascino, quel “quid” diverso, quella capacità d’ammaliarti e calamitarti dove le metti ? … Le donne sono consapevoli di se stesse, intelligenti quanto gli uomini se non a volte di più, ma possiedono anche qualche “arma impropria”che noi maschi non possediamo … A volte ne hanno proprie tante, sono come un’armata capace di sorprenderti quando pensavi d’averla ormai capita, ingabbiata e conquistata … E, invece, no ! … Sono donne: “Ne sanno sempre una più del Diavolo !”E’ vera anche questa.

Che sto a dire e cianciare quindi ? … Le donne sanno già tutto di se stesse … Non si tratta, infatti, di dire di loro … Ma di sopportarle ! … che non significa di certo portarle in braccio perché a volte qualcuna è proprio difficile da portare e trasportare in ogni senso … Significa: spartire con loro tutto quel che siamo, portare-insieme, godendo della loro presenza complementare e arricchente.

“Se non ci fossero le donne !”

“Che bene che staremmo !” sentivo dire da piccolo nel mio paese lagunare … E si scoppiava sempre a ridere.

Se non ci fossero per davvero ? … Sarebbe la nostra fine. La fine anche di ogni nostra giornata qualsiasi che non accade mai senza di loro. Meno male che ci sono allora ! … Ci toccherà quindi di continuare a “sopportarle” … ma nella maniera giusta.

E quando diventeranno vecchie, sfatte, brutte, acciaccate, rompiballe e “scaràmfie” ?

Beh … Lo saremo anche noi altrettanto, e non cambierà niente … Saranno ancora loro, seppure racchiuse dentro a una cornice diversa. Rimarranno “la fregatura” dell’esistenza di molti, ma anche quel riflesso di noi stessi allo specchio senza del quale lo specchio sarebbe vuoto.

“Sono rompiballe ! … Si può vivere benissimo anche senza di loro … Il Mondo può anche non essere “Donna” … Possono starsene bene dove stanno e per conto loro … A volte sono pedanti … ti tolgono il respiro !”

“Vero ! … Vero pure questo ! … Ma se non ci fossero non si potrebbe giocare al gioco della vita … Non si potrebbe proprio “giocare” … Non ci sarebbe lo spettacolo. Sarebbe come un palcoscenico e un teatro deserto.”

Non riesco a immaginare un Mondo senza donne e femminilità … Sarebbe come concepire un giorno senza notte, le stagioni senza l’estate, il Mondo senza l’acqua, il Cielo senza stelle e senza l’aria … la terra senza polvere e incapace di produrre qualcosa … Sarebbe come ritrovarsi assetati e a bocca asciutta in un deserto salato … Oppure davanti a una sorgente ma incapaci di bere.

Mamma quanto si può dire e si potrebbe elucubrare sulle donne ! … Sento però che è sempre poco e inadatto. Forse sarebbe meglio tacere … e provare a considerarle di più, a non strapazzarle, a non lasciarle appassire a sole come un fiore qualsiasi di ieri. Credo che la peggiore cosa che si possa fare a una donna, quella che le può fare male di più, sia: ignorarla. Loro non lo ammetteranno mai, perché sono orgogliosissime … e se glielo dici ti diranno sempre che sanno bastarsi … Ma non è così. Anche loro hanno bisogno di noi ometti, dei figli, dell’altra metà del cosmo … o almeno di una parola e di un sorriso. Questo hanno di bello a volte: che si lasciano“comprare” con niente … con un fiore, uno sguardo, una parola, una stretta di mano, il semplice sfiorare di una carezza sincera.

Guardiamole allora ! … in ogni senso … Stando in guardia però … Non è che le donne siano “merce” esposta in vendita su cui allungare la mano tranquillamente (anche se a volte purtroppo sono ridotte così).

“Chi tocca: muore !” c’era scritto una volta in prossimità dei fili dell’alta tensione. Con le donne a volte può essere proprio così. Potenza devastante in un involucro delicato come i petali di una Rosa.

“A volte è meglio perderle che trovarle …”

Ci vuole un po’ d’incoscienza a stare accanto e insieme a loro, è vero … Però non si riesce a farne a meno, né posso non pensarle … come sta accadendo a me in questo momento … E non è solo colpa del calendario … Ogni giorno è sempre e mi capita così, come a tanti, forse a tutti … Con le donne non si finisce mai … Anche quando se ne vanno via sbattendoti a volte la porta sul muso, e “scodinzolandosene” via alla loro solita maniera. Ti lasciano dentro quella cicatrice indelebile, per cui per sempre non sarai più tu.

“Donna è per sempre !” … come i diamanti costosissimi, preziosi, belli, rari e spesso imprendibili … che è sempre un peccato non avere, oppure perdere.

“Donna è Donna !” … che dire di più ?

Anche se domani però … sarà un altro giorno. Dovrò ricordarmi ancora di loro … Altrimenti ?

ANCORA SULLA FOSSA GAMBARARIA, DOGALETTO E MALCONTENTA.

Ancora sulla Fossa Gambaria, Dogaletto e Malcontenta - Copia

“Una curiosità veneziana per volta” – n° 143.

ANCORA SULLA FOSSA GAMBARARIA, DOGALETTO E MALCONTENTA.

Non è poi così povera di storia e notizie la zona della Fossa Gambarària, Dogalètto, Malcontenta e Sant’Ilario di Fusina” come dicevamo qualche giorno fa, e come si potrebbe pensare.

Continuando ancora a “scannocchiare” dentro alle pieghe e ai meandri della Storia della Serenissima, ecco spuntare fuori altri dettagli, fatti e vicende degni di curiosa attenzione. C’è stato più di qualche movimento in quella “zona di confine” della Serenissima, poco discosta da Venezia … e chissà quant’altro si potrebbe raccontare.

San Giovanni Battista di Balleèllo o Balladèllo di Gambarare, ad esempio, si trovava nei pressi di quello che era il territorio e la giurisdizione dell’Abbazia di Sant’Ilario di Fusina. “Balledèllo” sembra poter derivare dal latinizzato “Vallatèllum” che significherebbe:“luogo rialzato”, mentre il toponimo “Gambaràre” sembrerebbe derivare quasi ovviamente dal “Gàmbero” l’animaletto presente anche nello stemma del Comune … ma gli storici si sono sbizzarriti sopra a questi nomi ingegnandosi a trovare i significati più strampalati … cambia poco.

termine del dogà e cippo confine_1750

Già nel lontano ottobre 1129 a Chioggia presso Johannes PresbiterPlebanus Ecclesiae Sancti Martini Minoris Clugie et Notarius: Carlo Prete e Piovano di San Matteo Apostolo di Chioggia Minoreconcesse a Pietro Carnello Giudice et ai di lui nipoti Tèuzo e Domenico due saline della detta chiesa nel Fondamento di Gambarària per annui quattro giorni di sale di canone.

Nell’ ottobre 1192, invece, Speronella beneficò la chiesa di Balladellocon 20 “sòlidos”, e quattro anni dopo Papa Celestino III dovette intervenire per rimettere d’accordo Vidòtto Presbiter titolare di San Giovanni Battista di Balladello e i Monaci dell’Abbazia di Sant’Ilario(da cui ancora non dipendeva) circa le “Decime” da riscuotere sulla zona.

Era il 1213 quando l’Orefice Tedesco Bernardo Teotonico residente nel Confinio di San Bartolomio di Rialto a Venezia ricordava nel suo testamento l’Ospedale di San Leone di Sant’Ilario in Bocca Fluminis. Forse era l’uomo più ricco presente a Venezia in quell’epoca, secondo solo al potente Doge Pietro Ziani che fece un prestito di 15.000 ducati alla Serenissima, e possedeva un patrimonio alla morte stimabile in 27.000 ducati. Da quella fortuna prelevò in vita una cospicua somma che dispensò a tutti i Monasteri Veneziani … eccetto però San Lorenzo e Sant’Ilario di Fusina … che non vennero da lui né ricordati nè beneficati … chissà perché ?

In ogni caso si rifece “in morte” nel 1228, quando lasciò per testamento a San Leone in Bocca Fluminis una cifra pari alla metà di quanto aveva già lasciato Bernardo Teotonico … Boh ?

Nel 1219 San Leonardo di Fossamala dipendeva già da Sant’Ilario di Fusina, e venne beneficato per testamento da Vidòta moglie di Tancredi Stabile residente nella Contrada di San Moisè a Venezia,che lasciò al villaggetto -Monastero collocato sul bordo della Laguna: un legato di 10 Lire Venete … Nel 1232, invece, il Priore Ambrogio di San Leone in Buca Fluminis, dove c’era l’Ospizietto, fu autorevole testimone e garante in un importante trattato fra Venezia e Padova che già erano entrambe importanti, e si batibeccavano di frequente fra loro.

Esattamente dieci anni dopo, Clarius Priore dei Crociferi ottenne daLeone Abate di Sant’Ilario di Fusina lo stesso Priorato di San Leonardo di Fossamala consenziente Bomo Priore di San Gregorio di Venezia … Trascorsi altri vent’anni, ossia nel 1268, il Priore Nicolarilasciò quietanza per un legato a favore di San Leonardo agli esecutori testamentari di Biagio Bollani, e due anni dopo ancora, ne rilasciò un’altra per lo stesso motivo agli esecutori testamentari diBasilio Basiliolo della Contrada di San Giovanni Crisostomo di Venezia … L’anno seguente, Salomone e Nicolò Valier nipoti di Pietro Cocco, tutti gente ormai ricca e Nobile di Venezia, s’impegnarono a corrispondere ad Albertino Morosini (altro Nobile) un canone annuale per utilizzare il Lago di Vico, una peschiera sul Volpàdego, e a pagargli le decime su  cento passi di terra a lato del fiume verso il solito San Leonardo di Fossamala nei pressi di Sant’Ilario di Fusina.

Dopo un’altra ventina d’anni, e stavolta siamo nel 1283, il Nobile Veneziano Pietro Minotto già in contenzioso da tempo col Comune di Venezia, litigò aspramente con Giovanni Brustolàdo per la gestione dell’isoletta di Pignìgo lontana ben 695 metri dai 20 metri dalla sua concessione dove faceva girare dei mulini su entrambe le sponde del fiume: “dalla “palàda alle paludi del fiume Oriago”. Alla fine per incrementare l’attività delle sue “ròde da molin” gli venne concesso di chiudere due laghi siti accanto al fiume, uno dei quali era denominato: “Lago Tèrgola”.

Pare che in quegli stessi anni la “giesèta di Baladèlo” lasciata in grave stato di abbandono fosse soggetta al Vescovo di Treviso … ma già nel 1290 l’Abate Ilariano Prando si comprò metà del paese e tutte le terre intorno acquistandole dagli eredi di Giovanni Natichiero da Vigonza, e chiese allo stesso tempo a Prosavio Vescovo di Treviso di cedergli anche la chiesetta con tutti i suoi diritti e pertinenze. Il Vescovo di Treviso acconsentì … soldi erano soldi, e l’Abate di Sant’Ilario pagò incamerando la chiesetta di Balladello.

gambarare chiesa interno_1910

Il 20 giugno del 1306 si terminò finalmente dopo 15 anni di restauri e lavori la ricostruzione in stile Romanico di San Giovanni Battista di Balleèllo di Gambarare riutilizzando e riciclando materiali, pietre e colonne tratti dal sito del Abbazia-Monastero di Sant’Ilario di Fusina.

La nuova chiesa venne consacrata su delega di Ramperto Vescovo di Castello-Olivolo di Venezia da Agostino Vescovo di Cittanova(Eraclea) insieme ad altri 6 Vescovi, che posero la nuova Cappellania sotto la giurisdizione del Vescovo Castellano Veneziano e quindi dell’Abbazia di Sant’Ilario di Fusina … Quel giorno le cronache veneziane raccontano che si cresimarono tantissimi uomini, donne e bambini, e che i Vescovi concessero moltissime Indulgenze. Fu grandissimo, invece, in quella stessa occasione il disappunto delVescovo di Treviso che s’era pentito della cessione di quel luogo, e continuava a pretendere di riaverlo per se … Nel 1313 l’Abate Frediano di Sant’Ilario di Fusina (residente in Venezia) si comprò quasi tutta Gambarare per lire 9.000 di Denari Veneziani di piccoli. Come si sa, in quello stesso territorio avevano interessi ed erano affittuari e locatari di terre e mulini le Nobili Famiglie Veneziane deiCandiano, Valièr, Falièr e Marcello, nonché: Jacopo da Sant’Andrea, e Manfrèdo quondam Gucèllo di Monfùmo.

Nel 1328 come siete bene a conoscenza, e come confermato da un testamento dei Nobili Falièr, tutto il territorio delle Gambararerimase infruttuoso e non si potè coltivare per quattro anni perché fu teatro delle battaglie fra Padovani e Veneziani … Era il 1333, invece, quando Caterina vedova di Francesco Valièr concesse quattro ruote di mulino sul Volpàdego a Francesco Delle Barche, ed erano trascorsi altri dieci anni circa, quando venne confermato alla stessa il possesso dei soliti “cento passi di terra ab illo latere fluminis versus Sanctus Leonardus de Fossa Mala”. (Più di cento anni dopo, nel 1461-1466, quando si eresse l’ultimo tratto dell’arginatura a difesa dalle acque e a protezione del Monastero di San Leonardo di Fossamalasacrificando una parte dei suoi stessi possedimenti, nei documenti si accennò che nelle vicinanze continuava imperterrita l’opera del mulino degli intramontabili Nobili Valier.)

Nel 1344 la “Gièsia e tutta la Fossa Gambararia” apparivano come dipendenze della Pieve di Santa Maria di Borbiago, ossia era sotto il controllo del Vescovo di Treviso (ce l’aveva fatta !) … e a fine secolo il Nobile Giacomo di Paolo Paruta ottenne dai Carraresi di Padova il diritto di permuta di alcuni beni in Gambarare stimati 400 ducati d’oro, con cui fece  una donazione a Santa Maria di Vanzoappartenente ai  Canonici Regolari di San Giorgio in Alga di Venezia… Nel 1400 Gambarare dipendeva, invece,  da Mira … e nel 1425, daSalzano … Nel luglio 1451 il Patriarca di Venezia Lorenzo Giustinianifu indotto a intervenire per sospendere il Prete Marino da Veneziache era stato querelato dai fedeli delle Gambarare perché ne combinava di tutti i colori, e incaricò l’Abate di Sant’Ilario, Benedetto e Gregorio di Venezia di eleggere un nuovo e più adatto successore.

I fratelli Rigàzo nel 1495 ricordarono nei loro scritti commerciali le operazioni meritevoli condotte da quelli di Gambarare nei decenni precedenti “… in redùre le loro acque, paludi e cuore (?) a bòne terre…” piantandovi 1.720 fra alberi e viti.

Con la Bolla Papale del 1504 Giulio II ribadì a tutti per togliere ogni dubbio, che Gambarare dipendeva da Venezia (il Vescovo di Treviso doveva rassegnarsi) … Con la Bolla del 27 marzo 1508, invece, lo stesso Papa concesse ai Capifamiglia di Gambarare di potersi scegliere ed eleggere il proprio Parroco a piacimento (diritto molto frequente nelle chiese del Veneziano e delle isole). Si dice in giro che tale diritto sia rimasto attivo a Gambarare fino al 1998, quando i capifamiglia vi rinunciarono formalmente ottenendo in cambio dal patriarca di Venezia il titolo di Duomo per la chiesa, e quello di Monsignore per il Parroco considerato anche Canonico Onorario della Basilica di San Marco di Venezia. Non sono così certo che siano accaduti per davvero questi scambi e automatismi (forse sarà accaduto “ad personam”, ma potrei sbagliarmi). Certa è, invece, la concessione nel 1917 da parte della Santa Sede del titolo Arcipretalea Gambarare: “per l’antichità eminente del luogo di Culto e Religione”.

Secondo frammenti e documenti degli Archivi di San Giovanni Battista di Gambarare risalenti al 1200 e ricorrenti fino al 1748, 1707, e 1806, sembra che il territorio “delle Gambarare” fosse gestito e guidato fin dall’antichità da un Provveditore Veneziano. Fu, invece, nel 1516 che il Maggior Consiglio della Serenissima istituì ilProvveditore della Comunità di Gambarare che aveva raggiunto ormai i 2.500 abitanti. Il primo Provveditore di Gambarare fu ilNobilHomo Bertuzzi Emo che percepiva 200 ducati annui di stipendio e un palazzo per abitare, e non aveva alcun obbligo di mostrare i conti alla Serenissima, ma solo quello d’amministrare “la Giustizia Civìl, Penàl et Criminàl”.

Nel 1523-24 s’istituì a Venezia perfino una Lotteria sulle Porte dei Moranzani. Chi vinceva si prendeva il gettito del “passaggio delle Porte” che si diceva potesse arrivare anche fino a 500 ducati. Il primo a vincere il premio di quella Lotteria fu il Nobile Marco Antonio Contarini residente in Campo San Filippo e Giacomo a Venezia, che per l’occasione fece gran baldoria e offrì una cena a tutti i suoi amici della Compagnia della Calza detta “degli Eterni”. Quello che non sapevano i più a Venezia, era che in realtà il “Dazio delle Palàde, delle Chiuse e delle Porte” fruttava alla Serenissima più di 2.000 ducati annui … quindi si poteva benissimo sacrificare una parte di quel profitto incassando al suo posto il grosso guadagno delle numerose giocate dei Veneziani (che avevano la mania, anzi l’ossessione del gioco … Ieri come oggi: non è cambiato niente dopo secoli).

Nel 1528-40 quando Marco Muriano era Notaio di Gambarare, le Ville costruite dai Nobili Veneziani in zona erano in tutto 7, di cui due in “Contrà del Bosco” (San Pietro in Bosco di Oriago) i cui proprietari erano guarda caso: Julio e Andrea Valier … Verso fine secolo, quando come Notaio di Gambarare c’era, invece: Francesco Juriàco, le Ville costruite a Gambarare erano diventate 13, e si decise anche di ricostruire la chiesa.

Dal Censimento del 1606 risultò che a Gambarare vivevano: “396 famigli, 1.025 homeni fra 18-50 anni, 14 Preti, 205 vecchi da 50 anni in su, 1.173 putti fino 18 anni, 1.215 donne e 1.172 putte da marìdarse o munegàrse”.

Nel 1663 Dominicus Contarinus Dei Gratia Dux Venetiarum in un documento precisò una volta per tutte quali dovevano essere i confini ufficiali delle “Parròcie delle Gambarare di Venecia”.

Nel febbraio 1676 il Senato decretò l’ennesimo “escavo exstraordinario” della Laguna di Venezia e di tutti i suoi canali. Diede disposizioni perchè i fanghi di risulta venissero smaltiti tramite“burchielle”: “… al di là del Sovrabondante oltre le Porte del Moranzàn, e dalla parte opposta verso Malamocco di sopra le Portesine del Bondante.” I Patroni dell’Arsenale riferirono in seguito ai Magistrati alle Acque della Serenissima che il costo di: “lire 7 a Burchiella per almeno 10.000 Burchielle” era uno sproposito per le magre casse di Venezia, ma che era una spesa indispensabile da affrontare assolutamente. Così ancora nel 1719 si continuava ancora a scavare e scaricare fanghi della Laguna e di Venezia nella zona diDogaletto, al Bondante e al Sovrabondante.

I Nobili Sagrèdo nel maggio 1679 possedevano al Bottenìgo una proprietà che si estendeva di fronte alla Villa dei Nobili Tron della Colombara, di qua dallo scolo Brentèla, e in direzione della Strada Regia Padova-Fusina. Confinava con gli arativi di proprietà dei Nobili Malipiero e dei Reverendi Padri della Carità di Venezia eredi di un lascito della Nobildonna di Oriago Concetta Moro. In realtà quel terreno stretto e lungo era parecchio infelice, sottoposto a frequenti impaludamenti nonostante si fossero fatti diversi lavori di scolo e sopraelevazione.

negozio stocchiero_malcontenta 1930

Marco Sagredo e fratelli quondam Zaccaria senza specificare niente affittarono quel terreno a Valerio e Andrea Pasqualòtti e a un loro fratello Anzolo dopo averlo affittato per numerosi anni a Domenico Biancolini che era morto, e non avendo voluto suo figlio Giovanni Francesco continuare l’affittanza … chissà perché ?

Ecco buona parte del contratto d’affitto: “… essa possessione è piantàda et videgàta, che al loro partire doveràno riconsegnarla ben all’ordine … Che li suddetti Pasqualoti siano obbligati piantare d’anno in anno tutti gli albori che gli saranno consegnati, senza alcuna spesa od aggravio mio … Debbano tener buona custodia di tutte le piante che si ritrovano in esser al presente e di quelle che doverano in avvenire allevare, onde, se per loro mancamento anderano a male, siano tenuti al risarcimento … Non possano in alcun modo tagiàr qualsiasi sia alboro né vivo né morto senza espressa mia licenza … Restino inoltre … obbligati a far li cavìni, et fossi, conforme all’uso, et statuti Padovani, dichiarando che tutto quello non fosse espresso nella presente locazione, si debba in tutto e per tutto regolarsi alli statuti predetti … Durar debba la presente affittanza anni cinque, da principiàr questa Santa Giustina prossima ventura et terminar a Santa Giustina 1684; si che essi Pasqualoti cinque intieri affitti paghino, et cavino cinque intieri raccolti … Per affitto debbino essi Pasqualoti pagàr ogni anno: formento ben secco et neto stara quaranta, misura de Venezia, et la giusta metà del vino, et pagàr ogni anno a tempi debiti: capponi quattro, galline quattro, polastri quattro et ovi cento … Siano essi Pasqualoti obbligati condur le mie entràde sino dieci miglia lontano dalla possessione senza alcun mio aggravio, come più mi piacerà … Se succedesse il caso di tempesta, che il Signor Dio tènghi lontana, quando eccedesse più del terzo del raccolto in danni, il raccolto predetto doverà essere diviso per metà in conformità del praticato; ma quando il danno non eccedesse, come si è detto il terzo, non possino essi Pasqualoti pretendere alcun risarcimento o bonificazione alcuna, ma siano obbligati corrispondere d’affitto detti stara quaranta di formento intieramente et della metà del vino, et regalie … Io Domenego Zaninelli fui presente … Io Gian Domenico Cappellari fui presente a testimonio …”

fornace perale_malcontenta_1920

Nel 1700 nella zona delle Gambarare c’erano attive alcune fornaci di calce, mattoni e tegole appartenenti ai Nobili Lipomano e Foscari, utili per tenere in “cònso” le loro numerose fabbriche, case e palazzi.

Fra 1837 e 1856 si accenna all’esistenza di alcune fabbriche nella stessa zona del Bosco Piccolo e Bottenighi”. Nel 1867 sembra che:“ai Sabbioni, sulla riva sinistra della Brenta Magra” ci fosse in attività un’altra fornace con forno a carbone ed essiccatoi, collocata poco distante da una fabbrica o Contarìa di perle. Di entrambe era proprietario Girolamo Scarpa da Venezia, a cui subentrò prima un certo Genovese, e a inizio 1900 prima della Grande Guerra ilCommendator Peràle che abitava a Venezia, aveva sulla Zattere il suo Ufficio di vendita e rappresentanza, e utilizzava tre burci per portare avanti e indietro i suoi prodotti fra Gambarare e Venezia. Secondo le ultime testimonianze rimaste, i suoi 100 operai lavoravano, impastavano e cuocevano l’argilla scavandola a tre-quattro metri di profondità per 10-12 ore al giorno, e producevano 15.000 mattoni quotidiani. Alcuni come i due “fochisti”, che s’alternavano in turni giornalieri di 12 ore compresi i giorni festivi e Natale e Pasqua, abitavano con la famiglia dentro ai luoghi della fabbrica, mentre la maggior parte veniva licenziata ogni volta in autunno e riassunta in primavera. La fabbrica rimase in attività fino al 1964, e prima che, come disse “el paròn Commendatòr arrabbiato”: “… i Sindacati guastàsse tutto con e so insulse pretese”, si organizzava ogni anno una grande festa aziendale con pranzi, giochi e balli e musica che coinvolgeva e invitava perfino tutti i Preti di Marghera e Gambararee perfino i Frati Cappuccini di San Carlo di Mestre.

Verso la metà del 1700 il viaggio da Venezia a Padova per Fusina, attraverso: “la cònca, la Bastia o Bastiòn, la Palàda dei Moranzani o del Moranzàn che faceva entrar nella Brenta passando dalla Brenta sàlsa alla Brenta dòlse”, durava circa 12 ore, e ne servivano altre cinque per tornare a Venezia in carrozza. In genere si definivaMoranzàn tutto il territorio percorribile a cavallo nei dintorni di Fusina.

Nel 1740 circa: i Nobili Van Axel-Castelli, commercianti originari delle Fiandre, possedevano 450 ettari di terra a Montebelluna e aMansuè di Oderzo, altri 180 ettari a Candiana e Cittadella, le Ville adAltivole, Ponzano e Montebelluna, e anche 100 ettari a Gambarare e Mirano. Secondo l’Estimo di quegli stessi anni, Gambarare era diventato il luogo preferito dai Veneziani sia per la dimora estiva della“Villeggiatura”, che per gli acquisti alimentari e commerciali. Le Ville Veneziane costruite in zona divennero 89: 5 alle Giàre, 6 alle Bàstie, 1 a Quarto Bàstie, 25 a Mira Quarto, 14 a Mira Gambarare, 29 aBosco e 8 al Bottenigo.

Nel 1743-1744 accadde il curioso episodio in cui il celebre scrittore e filosofo Francese Jean Jacques Rousseau cercò di far il furbetto incappando nel Dazio della Palada dei Moranzani. Presentatosi come “Sagratàrio dell’Ambassador de Franza a Venèsia”, fornì un certificato alterato con una marca falsa, e cercò di non pagare dazio facendo passare quattro sacchi di farina e una botte di vino. Gli Zàffi della Serenissima non ci cascarono, e lo incastrarono sequestrandogli tutto.

funerale malcontenta_1940

Nel 1764 quando Gambarare contava 3.819 abitanti, la “Gazzetta d’Italia” scriveva ricordando che la Ditta Veneziana Bèggiodistribuiva lavoro ormai da 40 anni nel Padovano e Vicentino, e che ogni martedì “spiccàva” (partiva) da Venezia una gran barca carica di cotoni diretta a Gambarare, dove il giorno seguente era “dì de mercato”. Un incaricato della ditta avrebbe dispensato come sempre alle filatrici il “lavoro da fàr” ricevendo in cambio “el lavòro zà filàdo” della settimana che veniva pagato. Per le donne che abitavano troppo distanti, alcuni uomini della Ditta avrebbero portato il cotone da filare a domicilio. “… Il Siòr Beggio in questa maniera fa filar ogni anno 100.000 libbre di cotone alimentando un considerevole commercio che arriva fino alle piazze della Lombardia e oltre”.

Giunto il 1772, il Nobile Nicolò Tron che abitava in un Palazzo sul Canal Grande a Venezia, diseredò il suo primogenito Andrea che non voleva assolutamente saperne d’interrompere la sua relazione con laNobile poetessa Caterina Dolfin (già sposata con Marcantonio Tiepolo del Ramo di San Tomà), che viveva con lui in continua villeggiatura nella Villa dei Tron a Monigo nel Trevisano. Il Nobile lasciò gran parte dell’eredità al figlio secondogenito Francesco Tronche aveva sposato la Nobile Cecilia Zen, al quale andarono: una fabbrica di panni a Schio, 1.000 ettari di terra fra Cittadella e Carmignano, quasi tutta la campagna di Trepalade sul basso Sile, la Villa di Mira Vecchia sul Brenta, la Villa a Mareno di Piave, le terre del Vicentino, e la tenuta di Anguillara fra Adige e Gorzone. Le proprietà più consistenti della famiglia vennero però intestate aLoredana Tron sposata con Antonio Priuli che si ritrovò a possedere anche 100 ettari a Gambarare, e altri 355 ettari a Ca’ Tron di Musestre e a Civràn.

Andrea Tron, il figlio diseredato, non si scopose e rattristò più di tanto, non sarebbe di certo morto di fame. Fu, infatti: Ambasciatore di Venezia a Parigi, Vienna, Aja, Madrid e presso la Corte Pontificia, e in seguito ricoprì a Venezia i ruoli e le cariche importantissime di:Savio agli Ordini, Savio alla Mercanzia, e Consigliere dei Dieci … per poco non divenne pure Doge … a Venezia tutti lo chiamavano “el paròn”.  Non doveva di certo mancargli in tasca qualche spicciolo per tirare avanti.

Nella stessa chiesa di Gambarare dove per secoli ebbero sede anche le Schole di San Francesco dei Cordigèri (quelli che trainavano le barche lungo il Brenta), la Schola San Giovanni Battista (attiva di certo nel 1748), la Schola dei Cento, e la Schola della Madonna del Rosario (sorta nel 1600), dal 1933 sorse anche la tradizione dellaProcessione della Madonna dei Cavalli che viene celebrata ancora oggi l’8 dicembre di ogni anno.

gambarare piazza mercato

Fu bruttina, invece, la situazione che si venne a creare “alle Gamberàre” quando finì la Serenissima, e durante la sucessiva dominazione Francese. Fino a quegli anni, fra 1798 e 1806, Giovanni Antonio Cicogna e Celestino Piave erano ancora i Pubblici Notai di Gambarare. Quando il Patriarca Flangini si recò in Visita nella parrocchiale di Gambarare dal 29 luglio 1805 e nei giorni seguenti, fece scrivere nella relazione giuridica: “… molti Oratori Pubblici della zona risultano essere ancora in funzione: “vivi e vegeti” sebbene “provati” dall’ondata dissacratoria dei Francesi … Sono attivi gli Oratori Pubblici di Taglio di Mira sostenuto dalla famiglia Battagia, quello delle Giàre, di San Pietro in Bosco Grande, del Redentore sostenuto dalla famiglia Campagnon, e al Botteghin, mentre sono stati tutti dichiarati: “sospesi, rovinati e disastrati” gli Oratori Privati dei Nobili: Barbarigo, Moro, Balbi, Da Riva  e Bembo. Sono, invece, “da sistemare”, i vari Oratori dei Nobili: Correr, Contarini, Bettoni, Sografi, Stella, Tron, Zanetti e Zoglio, nonché gli Oratori alle Pallade e di Fusina … In tutto nella zona si contano 4.000 abitanti incirca, nella zona detta del “Botteghìn” ce sono 387 fra i quali poche famiglie stabili … La gente del luogo è piuttosto cattiva … Gli adulti non sono ancora preparati alla Prima Comunione, pochi assai frequentano ai Sacramenti … La popolazione che a riserva di un qualche numero di donne si vede appena a Pasqua: sono gente torbida … Ci sono “disordini” alla Messa della Viglia di Natale … La chiesa vive con le rendite della carità dei fedeli: percepisce dalle 100 alle 200 lire al mese di elemosine amministrate dai Massari della chiesa (sono 5 del Comune: uno dei quali è “Trasportatore di biave macinate per barca”; un altro è “Passadòr al Taglio di Mira”; un altro è “Lavoradòr de campi”, un altro Murèr  ed infine un altro è: “Lavorante de campagne”). Le elemosine dei contadini sono tutte impiegate per pagare la celebrazione delle Messe a Gambarare, al Botteghin e a San Pietro in Bosco …  Nella Parrocchia durante le Rogazioni e l’Ottavario dei Morti si fa la “Cerca”… Il Parroco percepisce 500 ducati annui circa di rendita (che un tempo ascendevano a 1.000 perché i proventi delle cerche erano più abbondanti). Le rendite del Piovano provengono dall’affitto di un pezzetto di terra alle balie, da “incerti di stola che sono ridotti perché scarseggiano i parrocchiani, i Battesimi, i Morti e i Matrimoni e anche le offerte”, e dalle “cerche” ossia: 19 stari di frumento, 24 di formentone, 20 mastelli di vino e 25 carra di legna … Secondo la dichiarazione del Parroco Giuseppe Manetti di anni 64: “… a volte i Cappellani tralasciano di celebrare la Messa, bevono con poca moderazione, e si fanno ridicoli sull’altare … Non si può parlare loro dopo il pranzo, nelle Funzioni cantano male … Sono piuttosto prepotenti, ingordi e avidi nelle cerche, attendono alle persone che hanno e posseggono qualche cosa, per gli altri danno loro i Sacramenti e poi li lasciano: guardano l’uno e lasciano i novanta …”

Sempre leggendo la stessa relazione si può continuare ad evincere:“… il Parroco beve oltre il bisogno, e siccome mangia poco rimane facilmente alterato … Dicono di lui: “E’ poco assiduo alla cura d’Anime, predica tutte le domeniche ma pronuncia solo quattro parole e per lo più raccomanda solo l’elemosina. Confessa poco, non partecipa alla Dottrina, non assiste convenientemente gli Infermi … La di lui vita è stare a casa in quiete … E’ troppo buono e si dirige come un puntello, lascia fare ai Cappellani ciò che vogliono …  Il Cappellano del Quarto delle Giàre è Don Bontempi che ha rendite per 300 ducati annui dalla Mansioneria e dalla cerca consueta del frumento, uva e formentone. E’ fedele alla Dottrina Cristiana: è lui che l’ha raddrizzata … Il Cappellano Don Gaspari, invece, tiene attività commerciali di vario genere, fa denari e ne da “a prò”, ma fu burlato d’assai, e perciò da qualche tempo è in questo più misurato … Il Cappellano del Quarto di Taglio della Mira: Don Francesco Colpi è stato eletto dal Comune, abita a Ca’ Correr, e ha da 13 anni 300 ducati di rendita dall’offerta della Messa (“se arrivano”, affermò lui stesso negli interrogatori) e dalle cerche compresa quella del fieno; Il Cappellano del Botteghin è Don Nicolini che ha 400 ducati dall’offerta della Messa e dalla cerca; Il Cappellano del Bosco Grande è Don Andrich che è l’unico di cui si parla bene, e di cui si dice “tenga una buona vita” …”

Lo scenario trasmesso dalle parole si commenta da se.

“I 10 Sacerdoti in tutto celebrano anche diverse Messe avventizie: molte nella zona di Taglio e poche al Botteghin e alle Giàre … Celebrano rare Messe Cantate, i Vespri tutte le domeniche, le Esposizione del Santissimo nel pomeriggio delle prime domeniche del mese, fanno le Processione nel mattino delle terze, le funzioni del Redentore, la recita del Rosario al Botteghin, e tengono la “Cassella per i Morti” … Fanno inoltre la Predicazione a tutte le feste e il Quaresimale, la Dottrina per i fanciulli e le fanciulle nella Parrocchiale, a Cà Battagia, alle Giàre e al Botteghin con scarsa presenza per la distanza, e a San Pietro con generale sufficiente concorso quando le strade sono buone e la stagione lo permette.”

E’ molto interessante questa relazione, perché oltre allo “status” dei Preti mostra indirettamente quello della zona e delle attività e abitudini della popolazione che viveva in quel posto.

Nel gennaio 1815, nella lunghissima “Lista delle vigne, orti, beni da affittarsi dalla Direzione del Demanio di Venezia nei giorni d’asta 12 e 16 febbraio seguenti”, c’erano segnate fra tutto il resto: “… una possessione di Campi: 37.2.39 a Gambarare affittata con casa ed adiacenze a Marcantoni Antonio per: Formento Sacchi: 54, Polli numero: 4, Capponi numero: 4, oche numero: 1, ovi numero: 200 e contanti lire 317,241 appartenente al Convento di santa Maria Gloriosa dei Frari.” … e: “una possessione di Campi: 17.3.33 a Gambarare affittata a Megiolara Giuseppe per lire 269,655 appartenente al Monastero di Sant’Alvise e San Giuseppe di Venezia” … e: “un pezzo di terra a Malcontenta affittato a Vani Bernardo per Lire 25:5:94 appartenente al Monastero di Santa Caterina di Venezia”.

Curioso sono anche alcuni dati del Censimento Austriaco del 1820. Annotando la “Quantità delle famiglie e degli animali efficienti”, si precisava: “Ogni famiglia che lavora terreni non è completamente priva d’animali, tutti ne tengono in numero non corrispondente ai terreni lavorati:

___nella Frazione di Bosco Piccolo ci sono: 97 famiglie, 21 delle quali con animali per agricoltura; 126 bovi; 28 vacche; 30 vitelli; tori: nessuno; 18 cavalli (impiegati nei trasporti e non sui campi); 07 asini; muli: nessuno; 40 pecorini (il Comune di Gambarare di solito ospitava fino a 3.000 pecore di Comuni diversi in partenza per la transumanza); caprini: nessuno; e 169 suini.

___nella Frazione del Bottenigo ci sono: 123 famiglie, di cui 20 con animali per agricoltura; 134 bovi; 60 vacche; 45 vitelli; tori: nessuno; 23 cavalli; asini: nessuno; muli: nessuno; 50 pecorini; caprini: nessuno; e 43 suini.

“… Il Frumento e l’Uva sono destinati alla vendita e al pagamento dell’affitto. Rimangono solo il Granoturco che garantisce la polenta accompagnata da un po’ di pesce fresco o salato, formaggi, erbe crude o cotte, e un po’ di carne o maiale nei giorni di festa. Il tutto viene innaffiato da “vino piccolo” ossia annacquato. Pellagra e scorbuto sono in queste terre all’ordine del giorno …”

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Secondo un’altra inchiesta Austrica di sei anni dopo, quelli di Gambarare rifornivano di foraggio quelli di Dolo che avevano grande abbondanza di bestiame, e quelli in cambio pagavano di solito dando: letame.

Nel 1821, alla nuova Visita del Patriarca di Venezia Pirker si relazionò nei verbali stavolta in maniera più succinta: “San Giovanni Battista di Balleello di Gambarare conta: 4.000 “Anime” quasi tutti villici lavoratori di campagne per conto altrui … Nella Parrocchia si contano: 7 Sacerdoti che celebrano 480 Messe di pubblica sovvenzione; la Fabbriceria della chiesa si sostiene con le offerte spontanee dei parrocchiani … L’ArciPrete Parroco-Piovano percepisce una congrua di 500 Franchi, l’uso della canonica, e pochi “incerti di stola”, “… e si làgna dei pochi mezzi per cui non è in grado di fare il suo dovere” … I Preti Cooperatori, invece, hanno particolari “contratti” coi parrocchiani … Nei pressi della chiesa di Gambarare sorge una Scuola elementare con un Maestro Comunale; funzionano gli “Oratori Pubblici” di San Pietro in Bosco e del Santissimo Redentore al Botteghin, e anche gli “Oratori Privati” con Rosario e Messa quotidiana presso le famiglie: Battagia e Gregorina, alla Valmarana o “Crocefisso” che ha solo la Messa festiva; all’Acqua e Brochi che hanno Messa festiva e Dottrina ma Mansionario di Messa quotidiana “non mantenuto”; ai Marini o San Girolamo, ai Puiati o “Gesù nell’Orto” con Messa quotidiana, agli Azzo o “della Natività” con obbligo di qualche Messa, ai Chiggiato e ai Lippomano con la sola recita del Rosario quotidiano, e ai Da Riva o “Madonna delle Grazie”, Dubois o “Madonna”, Franchini, Corner, Van Axel, Bressan, Miotti, Polese, Mangilli, Legrenzi, Turrini, Costantini, Perdetti, Maruzzi e Cappellis …”

Niente male nell’insieme … Era quanto sopravvissuto al passaggio“innovatore e liberatore” dei Francesi nella zona delle Gambarare.

E’ interessantissima, infine, un ultima nota del 1848: il Parroco di Gambarare Don Eugenio Bortoloni si mise alla testa di 400 uomini armati di Gambarare, e presero in ostaggio il locale Commissario Distrettuale degli Austriaci per difendere le loro ragioni.

Forti quelli di Gambarare !

San Giovanni Battista Gambarare 1

“Un’altra lista di “Benemerite” … a Venezia fra 1500 e 1600”.

Un'altra lista di benemerite ... a Venezia fra 1500 e 1600.

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 142.

“Un’altra lista di “Benemerite” … a Venezia fra 1500 e 1600”.

Chi mi conosce sa che non possiedo affatto “la fissa” né la morbosità giusta per andare a “scannocchiare” di continuo fra prostitute e dintorni … Quanto le riguarda lo considero però argomento interessante e curioso al pari di tutto il resto della Storia, Tradizione e Costumi della nostra Serenissima.

Mi è capitato ancora una volta di posare casualmente gli occhi sopra un altro documento che riguarda questo fenomeno antico quanto il mondo che a Venezia è sempre stato considerato non poco “di casa”, titolandolo fra gli altri modi come “commercio carnale”.

Questa volta “la lista” che ho rinvenuto è meno corposa della precedente, ma secondo me non meno interessante. Si tratta di un estratto proveniente da un Registro tenuto probabilmente dalle “Guardie di Notte” delle Contrade Veneziane che riassumevano in sintesi le pene, le multe e le restrizioni inferte alle prostitute di Venezia che per qualche motivo venivano arrestate, indagate, perseguite o controllate. Il testo contiene ampi contenuti riguardanti il “malcostume” in genere, gli eccessi di “pompa e sfarzo” proibiti dalle “Leggi suntuarie”, e i clamori locali provocati dal normale esercizio del“mestiere” fra calli, gondole, case, palazzi e campielli della solita Venezia.

Lungo i secoli molti governi, compreso quello Serenissimo di Venezia, più che esorcizzare, combattere e debellare “il fenomeno” hanno preferito, invece, conviverci e ordinarlo perché in qualche maniera ne intravedevano un utilità e un tornaconto comune che poteva essere anche “soluzione” per tante miserie e angustie sociali e personali.

Le cronache raccontano che in epoche diverse i soldati Inglesi e Francesi sostavano spesso a Rialto sotto la “bandiera delle Mamole” delle quali bramavano il denaro e i guadagni oltre che i “servizi concreti”. A ondate successive Bravi e violenti di ogni tipo hanno vessato le donne presenti a Venezia coinvolte in quel “impegno”, perciò la Serenissima è intervenuta a più riprese legiferando sull’argomento e creando:“strutturazioni di concentramento” a difesa delle prostitute: il Castelletto di Rialto, ad esempio, o le Carampane situate poco distanti.

In cambio le prostitute furono spesso costrette, come nel 1450, a fornire acqua alla popolazione traendola dai pozzi o a“bigolàre” gratuitamente per le Contrade, così come le“donne” erano tenute “a prodigarsi con le secchie” in caso d’incendio. Per questo e non a caso, quindi, le prostitute a Venezia vennero chiamate anche “le benemerite”.

Fin dal 1496 s’iniziò a parlare a Venezia del “Morbo Gallico”ossia della malattia: Sifilide Venerea, e nel 1522 s’istituì un apposito ospedale per provare a curarlo: gli Incurabili sulle Zattere in fondo al Sestiere di Dorsoduro, affacciato sulCanale della Giudecca, ampiamente finanziato da Nobili ed Ecclesiastici oltre che dalla stessa Repubblica Serenissima.

Pietro Langaràn o Angaràn emerito “Professor de jure Canonico a Padova” per il quale la Serenissima stravedeva ma non trovava i fondi per stipendiarlo, venne pagato con i proventi del “Dazio sulla Prostituzione”, e con quei soldi già nel 1413 “il Professoròtto” riuscì a costruirsi un bel palazzo di famiglia prospiciente sul famoso Canal Grando.

Nel 1617, invece, l’Inglese Henry Conte di Oxford della famiglia di De Vere la cui famiglia abitava a Venezia ormai da parecchio tempo, presa in moglie la bella Diana Cecil venne presentato al Doge Giovanni Bembo da Sir WottonAmbasciatore Inglese a Venezia in quanto intendeva offrire i suoi servigi militari alla Repubblica Lagunare. Il Conte Inglese, infatti, combattè a lungo sotto il vessillo di San Marco guerreggiando anche contro l’Arciduca Ferdinando in Friulidove morì nell’ assedio di Breda nel 1625 al comando di un Reggimento Veneziano. Fu quindi un personaggio illustre, un uomo meritevole agli occhi delle Serenissima …

Essendosi però fatto vedere in giro in gondola negli ultimi giorni di Carnevale in compagnia di una “giovane cortese” in aperto spregio delle leggi che lo proibivano, la donna e i “servitori da barca” che li accompagnavano vennero tutti carcerati. Perciò di nuovo l’Ambasciatore Wotton suo mentore dovette ripresentarsi in Collegio, stavolta per scusare l’ignoranza delConte di Oxford e per intercedere per la sua liberazione e quella degli altri incarcerati.

Di nuovo nel luglio del 1643, il Segretario dell’Ambasciata Inglese a Venezia Ser Gilbert Talbot dovette presentarsi inCollegio e davanti al Doge Francesco Erizzo per difendere un suo subalterno Giovanni Bren o Brin accusato d’essersi recato in gondola con un suo barcaiolo al Monastero delle Convertite alla Zuecca da dove aveva tentato di rapire una Monaca istigato da una vecchia megera. Visto lo scandalo pubblico e gli evidenti “costumi corrotti” del dipendente Inglese, venne costretto ad espiare una pena di sei mesi nei“Piombi di Palazzo Ducale” dal luglio 1643 al gennaio 1644.

“El stàga attento Sior ! … Non xe un zògo a Venezia l’esercizio de la Prostituziòn” venne spiegato all’Inglese prima di scarcerarlo.

Ecco quindi la lista delle “Benemerite” tratta dalle pagine del“Registro che stava nel Magistrato alle Pompe”. Sono trascorsi secoli da quando esistevano quelle donne, ma si possono ancora rilevare e menzionare tutt’oggi:

Di qualche Dama, Donna o Cortesana si sapeva e bastava solo il nome per individuarla. Erano nomi che giravano di frequente e con facilità sulle rive del Porto, sul Molo di San Marco, fra le navi, le osterie, le locande e fra calli, portici e campielli di Venezia e di Rialto:

___Alessandrina (condanàda come apàr in Libro a carte 32, li 9 Zenèr 1588); Osana (condanna a ducati 10 come apàr in Libro a carte 81, li 10 Zùgno 1596) e Fortuna (condanna come a carte 39, 8 Novembrio 1589).

Qualche donna era segnalata e conosciuta anche per gli eccessi, gli accessori o il grosso corredo con cui si mostrava in giro per Venezia “in aperto dispregio delle Leggi e Norme Suntuarie che cercavano di castigar, disciplinar e contener il lusso e le smanie libertine de Veneziani”:

___Cornelia Soeioni (condanàda in ducati 25 “per cuori d’oro nel portego e camerini”, 6 Fevrèr 1612).

Altre “Dame Beneamate” venivano riconosciute per le pene e le condanne in cui erano già incorse in precedenza e di cui spesso si vantavano come fossero “medaglie al merito”:

___Aialrzana Sanrignana Cortesana (ducati 20 et mesi tre in preggiòn serrada come in Libro a carte 71, 17 April 1581).

Qualche altra era conosciuta per le “doti professionali” o le caratteristiche fisiche:

___Donna Marieta “svelta de Man” (ducati 100 come in squarzafoglio 33, 18 Novembrio 1605); Isabella Zentil (ducati 53, 7 Zenèr 1584; e ducati 30 come a carte 27, 2 Zùgno 1593); e Diamante Zòtta (condanna come a carte 14, 21 Zenèr 1590).

Alcune giovani donne erano spesso figlie della classe intermedia degli Artigiani e dei Lavoranti affiliati alle Schole e Arti di Mestiere e Devozione Veneziane:

___Donnna Santina fiola di Gaspare di Tadio Tintòr(condanna ducati 50 come in squarzafoglio 96, 5 Decembrio 1608); Orseta fia de Marco Orese (ducati 15, 2 Decembrio 1602); Mofresina fiola quondam Zan Battista Muschièr(ducati 50, 10 Setembrio 1602); Lucrezia fia de Zuàn Maria Ofitiàl de barca (ducati 150, come in squarzafoglio 21, 17 Zùgno 1606); Elena Scaletèra (ducati 10 come a carte 28; ducati 20 come a carte 92, 8 Agosto 1596; e ducati 50 et spese come a carte 10, 11 Lùgio 1597); e Diamante Caleghera(condanàda per usuria come in Libro a carte 23).

Esisteva poi un alto numero di donne straniere “importate” o giunte spontaneamente a Venezia. Erano donne che più facilmente si ritrovavano indotte a prostituirsi sopravvivendo molte volte d’espedienti. Povere di mezzi e raccomandazioni che contavano, e spesso reduci da situazioni incresciose già vissute altrove, trovavano nella “Capitale e Porto Veneziano”l’ambiente ideale per ritagliarsi qualche nuovo “spazio al sole”.

Alcune provenivano dall’immediato entroterra del Dominio Veneto, dalla Terraferma e dalla “Terra del Friuli”:

___Giulia (ducati 10 et spese come a carte 126, 18 April 1597), e Isabella (ducati 50; ducati 35, 15 Zenèr 1588; e ducati 45, 10 Decembrio 1590) erano entrambe: “Visentine”.

___Faustina Ronzana era Veronese (ducati 20 come a carte 51, 24 Marzio 1593; e ducati 50 come a carte 31 in squarzafoglio corrente, 28 Setembrio 1605) come lo eraAnzola Borghi (condanàda come in squarzafoglio 36, 5 Decembrio 1605).

___Diamante era “la Padovana” (condanàda a carte 23, 16 Zenèr 1588).

___Erano, invece, “Furlane”: Verginia (ducati 40 a carte 33, 9 Zenèr 1588); Elena (ducati 100 come in squarzafoglio 65, 6 Novembrio 1606), e Donna Gatte (ducati 50 come a carte 98, 8 Agosto 1596).

Oppure venivano a Venezia da poco più in là: dalla Lombardiae dalla Piana Padana:

___Maria Bresana (ducati 20 come a carte 66, 5 April 1581);Genevra Sforza detta: “la Milanese” (ducati 50 et spese, 7 Agosto 1602) e Barbara (ducati 40 come a carte 35).

Altre donne attive in Venezia arrivavano da più lontano, d’oltre mare, dall’area Greco-Balcanica e Mediterranea sempre percorsa dalle rotte commerciali e mercantili Veneziane:

___Novella Albanese (ducati 50 come in squarzafoglio 38, 26 Agosto 1616); Catterina Turca (ducati 225 come in squarzafoglio 51, 10 Otobrio 1616); e Nastaszkz Greca (ducati 10 come a carte 63, 27 Fevrèr dello stesso anno).

Oppure giungevano a Venezia lungo le rotte terrestri ultra montane, transalpine e del Centro, Est e Nord Europa:

___Marina Polacca (condanàda come a carte 38, 3 Agosto 1579, e a carte 42, 8 Zùgno 1584); Madalena Sofmka (ducati 100, 3 Decembrio 1596); Chiaretta Bmkmz‘ (ducati 10 come a carte 42, 27 Zenèr 1579).

___Cecilia Alòerzîqa (ducati 30 come a carte 62, 17 Fevrèr);Maria Spagnola (ducati 50 come a carte 9, 30 Zùgno). Erano, invece, tutte Francesi: Margarita (ducati 20 come a carte 11, 5 Lùgio 1595; e ducati 100 come a carte 107, 2 Otombrio 1596),Lidia overo Lina dal Monte (ducati 120, come a carte 15, 18 Agosto 1595) e Franceschina dal Monte (ducati 120, come a carte 15, 18 Agosto 1595).

Altre donne ancora erano proprio “Forèste” del tutto, provenienti molte volte da altre Capitali o Ducati Italici dove spesso erano già state maltrattate, cacciate o bandite. A qualcuna come raccontano i documenti storici: “non le riusciva proprio di fare altro se non quel mestiere” … per cui “si riciclavano” dovunque andassero a soggiornare.

___Claudia Ferrarese (ducati 150 come a carte 17, 18 Agosto 1596), e Bartola del Duca (ducati 30 come a carte 54, 19 April 1584; e ducati 25 a carte 14, 13 Lùgio 1588).

___Santina Romana Cortesana (condanàda come a carte 46, 4 Lùgio 1584); e le Fiorentine: Margarita (ducati 10, 9 Setembrio 1596), e Lucieta (ducati 10 come a carte 90, 14 Agosto 1596).

C’erano anche Donne del Mestiere residenti nel Ghetto e forse anche Ebree d’origine:

___Marieta Machièm (ducati 10, 8 Novembrio 1596); Donna Laura Ferèm (ducati 95 et spese, 3 Setembrio 1603) e Ipolita di Lazàm over di Leonardi (ducati 100 “per orechini con perle e simili a perle”, 29 Marso 1613).

A queste si aggiungevano alcune figlie e donne di famiglieCittadinesche o addirittura Nobili di Venezia dal nome blasonato o perlomeno altisonante. Qualche volte le“Beneamate” assumevano certi cognomi nobiliari come “nomi d’Arte”, per finzione e mestiere … non erano Nobili per davvero. Tuttavia le donne Veneziane Nobili vere, spesso molto acculturate e dotate, praticavano la prostituzione e il libertinaggio in grande stile, ma lo facevano “d’alto bordo” e a grande livello, concedendosi a chi volevano e con gran giro di regali e soldi. Famose fra tutte furono: la “Veronica Franco”,“la Sorànza”, “la Pisàna”, “la Grimàna”, “la Tròna” e diverse altre che erano Nobili autentiche. Fra quelle che, invece, lo erano solo per “mestiere”, c’erano:

___Anzola Bona o Bon (ducati 10 come a carte 56, 8 Zenèr 1598).

___Paolina Barbariga (condanàda come a carte 76, 30 Decembrio 1586).

___Donna Zaneta Tiepola (ducati 50 per “Rechini con picandoli d’oro”, come in squarzafoglio 50, 30 Zùgno 1606).

___Laura Foscarina (condanàda per la ressistion a ducati 50. Item condanàda un mese in prigion dalla quale si possi liberar con pagar ducati 100. Pagò il tutto per libertade della pregion nella qual fo messa, adi 15 Setembrio 1612).

___Alba Novello (ducati 150 come in squarzafoglio 145, 26 Zenèr 1610; e ducati 300 aggionti e spese come in squarzafoglio 29, 18 Marzio 1615).

___e poi le varie: Tomasina Fontana (ducati 25 come a carte 49, 17 Setembrio 1584), Laura Malipiera over Pasina (ducati 27 come a carte, 24 Otombrio 1588); Isabella Citadella detta Colona (ducati 75 come in squarzafoglio 21, 1 Zùgno 1609);Isabella Querini  (ducati 20 come a carte 65, 27 Fevrèr); Julia Pisani (ducati 25, 13 Lùgio 1587; ducati 30, 9 Zenèr 1588; e ducati 25, 13 Lùgio 1598); Isabella Centani (ducati 45 come a carte 70, 24 April 1581); Cornelia Gritti (ducati 10 come a carte 113, 12 Novembrio 1596); Betta Carolda (ducati 40, 2 Dicembrio 1602) e Donna Betta Grimalda (ducati 100 come in squarzafoglio 22).

Tutte donne molto cercate, “usate”, e spesso multate e condannate con regolari sentenze puntualmente registrate.

Molto spesso per individuare le prostitute a Venezia bastava dire poco e in maniera molto generica: “Bianca sta alla Madonna” (condanàda in ducati 10), tanto tutti la conoscevano. Altre volte, invece, si fornivano vere e proprie informazioni con tanto di localizzazione e precise indicazioni su dove e quando si poteva trovare ciascuna nel proprio Sestiere e dentro alle labirintiche Contrade Veneziane:

Il Sestiere di Cannaregio primeggiò di certo su tutti gli altri per l’abbondanza della presenza, l’intensità, e la costanza nell’attività delle “Benemerite”:

___Marietta Cortesana stava in Canaregio appresso il Saoner della Colombina (ducati 30 come a carte 1, 9 Zùgno 1595; e ducati 10 come in sua querela et espeditione a carte 24, li 9 Otombrio 1595); Cornelia stava in Cale del Asèdo(condanàda come a carte 71, 21 Lùgio 1586); Verginia inCalle della testa, (come a carte 46, 23 Fevrèr 1588); e Anetain Canaregio alla Ca Brusà (ducati 10 et spese come a carte 11, 29 Lùgio 1599).

___Giustina Canziana era solita star in Contra’ de Santa Fosca nelle case delle Muneghe della Valverde (non si essendo trovata fo proclamata sopra “le Scale di Rialto”, et non comparsa fo l’istesso giorno sopradicto condanàda in ducati 100 e cinque e spese dell’Ofitio, come apàr in processo a parte del presente giorno, adi 24 Fevrèr 1611). Nella stessaContrada de Santa Fosca in Corte dei Saoneri stavanoDonna Dionora (ducati 10 et spese come a carte 4, 2 Zùgno 1597) e Anzelica (condanàda come a carte 12, 21 Zenèr 1590); ed Elena Vendramin sulla Fondamenta del Piovan(condanàda due volte: li 3 Setembrio 1610 e 24 Fevrèr 1611, e non essendo comparsa fo proclamata sopra le “Scale de Rialto”, et restando absente fo condanada dopiamente per esser stata altre volte condanada, in ducati 155, come apàr in processo a parte sotto il giorno presente).

___Giulia Terzi era solita star in Contrà de San Leonardonelle case de Cà Basadonna (ducati 100 per aver pagato più di ducati 100 d’afitto contra la forma delle leggi. Item in mesi 6 di pregion giusta le leggi, della qual pregion le fo poi fatto gratia, 22 Zenèr 1613), come vi abitava Anzoletta Linarola(ducati 10).

___Margarita (ducati 35, 1 Fevrèr 1588) e Lucrezia Cortesana stavano in Contrà de San Felise (ducati 30 come a carte 26, 2 Zùgno 1593; e ducati 50 come a carte 95, 9 Zùgno 1593), come Donna Betta o Bettina Saluzz’ che abitava sotto il Portego de Cà Priuli (ducati 50, 23 Agosto 1614).

___In Contrà de Santi Apostoli concentravano la loro attività parecchie donne: Donna Paolina che si faceva chiamar Grimana (ducati 50 come in squarzafoglio 86, 30 Lùgio 1608);Giacomina Cortesana sta drio la Calle del Ongaro (ducati 10 come in querela et espeditione a carte 25, 9 Otombrio 1594);Lucieta Bellocchio (ducati 25 come in squarzafoglio 144, 24 Novembrio 1610); Donna Catina sta drio la ghiesia in Cale per andar in Campielo de la Casòn (ducati 10 come a carte 12, 27 Agosto 1597); e Donna Cecilia dei Franceschi solita star a Santi Apostoli  (ducati 100 come in squarzafoglio 36, 9 Lùgio 1616).

___Poco distante in Contrà de Santa Sofia drio la gièsiaabitava Donna Verginia Armano (ducati 50 et spese come in squarzafoglio 49, 02 Zenèr 1598); Donna Vitoria a San Cancian (ducati 25 et spese come a squarzafoglio 70, 22 Marzio 1599); e Pantasilea Romana in Biri (ducati 25 et spese, come in squarzafoglio 86, 7 Lùgio 1608). Sempre nei pressi in Contrà de Santa Caterina drio la gièsia stava e“lavorava” Francese Lina Muranese (ducati 50 come in squarzafoglio 60, li 20 Zenèr 1606; ducati 135, come in squarzafoglio 25, 16 Zenèr 1603; e ducati 10 et spese come a carte 131, 8 April 1597); e anche Donna Catina (ducati 10 come a carte; e ducati 35 come a carte 7).

___Procedendo oltre nello stesso Sestier de Cannaregio,Donna Caterina lllariona stava nella Contrada dellaMadalena (ducati 50 come in squarzafoglio 146, 23 Marzio 1611), come Cresciana Cortesana (ducati 10 come a carte 18, 9 Fevrèr 1582), e Pasquetta Muranese stava sullaFondamenta de Servi sopra il magazen (ducati 50, 27 Zùgno 1614).

___La Contrada di San Marcuola era un po’ “il cuore”, la zona centrale di Cannaregio, e lì stanziavano e si prestavano diverse donne: Anzoletta Cortesana sta al Pontesello Storto (ducati 10 come a carte 31, 13 Novembrio 1595); Lucretia Baglionasolita star però in Contrà de San Lunardo (ducati 20 et spese come a carte 54, 7 Agosto 1601; ducati 150 et spese come a carte 50, 6 Lùgio 1602; ducati 25 et spese come a carte 67 ma poi fo assolta come in squarzafoglio 35, 6 Zùgno 1616); Donna Paolina mugièr de Messer Lorenzo de Simon fiola de Piero de Zuani sta in Calle del Zudio (ducati 40 et spese come a carte 46, 30 Otombrio 1598); Donna Idea sta al Ponte Storto (ducati 10 come a carte 140, 28 Marso 1597);Donna Veniteta sta in Calle del Forno arente il Tamburèr(ducati 10 et spese, come in squarzafoglio 13, 22 Agosto 1597); Anzola Cassella sta sulla Fondamenta dei Do Ponti arente la casa dove soleva star “la Fiorentina”, (ducati 10, 17 Novembrio 1596; e ducati 20 et spese come a carte 1, 10 Lùgio 1599, e ducati 25 et spese come a carte 10, 29 Lùgio 1599) come stanno Cecilia Cortesana sta in cao de la Fondamenta (condanàda come a carte ’70, 21 Lùgio 1586),Donna Lavinia sta alli Do Ponti (ducati 100 come a carte 101, 21 Otombrio 1596) e Donna Licieta Fiorentina (ducati 50 et spese come a carte 29, 15 Marzio 1598).

___Oltrepassato il Ponte delle Guglie si accede al Campo e alla Contrada di San Geremia dove erano attive: Virginia Padoana Cortesana (ducati 45 come a carte 1, 5 Magie 1581; e ducati 35 come a carte 52, 20 Otobrio 1595); Donna Martasta sul Campo (ducati 14 et spese come a carte 28, 7 Marzio 1599); Madalena Ottobotte (ducati 25 et spese come a carte 64, 10 Fevrèr 1599); Donna Fiorina in Calle dove è il fràvo(ducati 20 et spese come a carte 4, 9 Lùgio 1599); e Donna Zaneta Reniera sta sulla Fondamenta de Santo Giòppo (San Giobbe) (ducati 50 per: “le perle al collo portade da lei”, 10 Decembrio 1608).

___Donna Clioro Stella stava in fondo alla Misericordia sulla Fondamenta del Piovan (ducati 75, li 15 Decembrio 1609); come Cornelia (come a carte 88, 4 Zenèr 1584); e Cornelia Cortesana stava sempre in fondo in Contrà de Sant’Alvise in Calle delle Chiovere (come a carte 56, 4 Lùgio 1580); Anzolla di Negri consorte de Michiel Anzolo Librer abitava in Corte di Cà da Leze (come a carte 19, 21 Otobrio 1588).

___Donna Vigenza abitava nella popolosa Contrà de San Marcilian (ducati 25 come a carte 15); e sempre lì stavano:Donna Susana Cortesana al ponte de legno e a Santa Fosca sotto il Portego de Cà Diedo (ducati 20 et spese come a carte 57, 26 April 1595; e ducati 125 come a carte 136, 16 Marzio 1597); Cecilia fiola di Cristofaro desegnadòr sullaFondamenta del Piovan (condanàda “per il faziol bianco” in ducati 15, 1 Setembrio 1612); Armenia Proeglia Cortesana in Corte del Trapolìn (ducati 20 come a carte 36, 3 di Marzio 1584; ducati 10 come a carte 20, 2 Zùgno 1593; e ducati 10, 13 Novembrio 1595, come a carte 34); Andriana Forabosca in Corte de Ca’ Diedo (come in squarzafoglio 88, 28 Lùgio 1608); le due donne: Benvegnuda dai Zambelotti (ducati 300 come in squarzafoglio 55, 8 Agosto 1610) e Margarita detta Fondi dai Zambeloti sta in Corte dei Muti (ducati 10 come in sua querela et espeditione in foglio a carte 33, 9 Otombrio 1595; e ducati 100 et spese come a carte 28, 8 April 1598; e ducati 25 et pendendo altri capi fo spedita alli 12 Setembrio et fo condanada altri ducati 25, in tutto 50 adi 25 Novembrio 1608); e Donna Paulina Cortesana (ducati 30 et spese come a carte 128, l’ultimo de Marzio 1597; e ducati 100 come a carte 85, 10 Zùgno 1596).

Alla Madonna dell’Orto, invece, sulla Fondamenta Granda in Calle da Ca’ da Brazo, abitavano: Donna Vitoria (ducati 25 et spese come a squarzafoglio 50, li 11 detto); Paola Gosetta(ducati 50, 2 Zenèr 1584; ducati 33, 9 Zenèr 1594; e ducati 25, 24 Otombrio come a carte 35); e Antonia Rosetta (ducati 10 et spese come a carte 2, 9 Lùgio 1599; e ducati 25 et spese come a carte 16, 12 Novembrio 1605).

Nel centralissimo Sestiere di San Marco dove si celebrava la Serenissima e risiedevano le Magistrature, Missier lo Doge, iSenatori e i più ricchi e potenti Nobili, c’erano comunque:Diamante Cortesana in Calle dei Fabri a San Salvador(condannàda in ducati 10 come in sua querella et espeditione a carte 20, 19 Setembrio 1595); Anzoletta Cortesana che stava a Santo Stefano in Calle del Pestrin (ducati 6 come a carte 20, 7 Zùgno 1595; e ducati 40, 11 Agosto come in foglio a carte 18); Donna Verginia che stava in Contrà de Santa Maria Zobenigo (ducati 25 come a squarzafoglio 58, 11 Setembre 1618); Donna Marina sta al Ponte dei Fuseri (ducati 30 et spese, l’ultimo del mese de Marzio 1597); Donna Lucretia sta a Sant’Anzolo per mezo il Tessèr (ducati 10 et spese come a carte 5, 2 Zùgno 1597); come Anzelica in Corte dei Santi(ducati 10, 9 Decembrio successivo), e Giulia Cortesana stain Corte de Ca’ da Mosto (ducati 10 come a carte 36, 15 Novembrio 1598).

Oltre il Canal Grande, nel Sestiere di Dorsoduro, in Contrà dell’Anzol Rafael in Corte da Ca’ Bonaza abitava stabilmenteArlneta Cortesana nominata Campanata (ducati 30 come a carte 21, 24 Setembrio 1595).

Poco distante in Contrada de San Basegio risiedeva Donna Barbara Bomazza (ducati 25, 8 Zenèr 1609), e Idea o Lideada Monti sta al Malcanton (ducati 25 et spese come a carte 31, 6 Lùgio 1598; ducati 25 et spese come a carte 51, 11 Zenèr 1599; e ducati 75 et spese come a carte 61, 15 Fevrèr 1599).

In Contrà de San Barnaba, invece, apresso il ponte de legno stava Catarina  (ducati 10 come a carte 132, 18 April 1597); Barbara Todesckina (ducati 12 come a carte 4, 27 Agosto 1588); Bernardina in Calle dei Cerchieri (ducati 10 et spese come a carte 121, 10 Fevrèr 1596); Diana Perota(ducati 75 come in squarzafoglio  94, 19 Novembrio 1608);Anzola Tron (ducati 10 et spese come a carte 120, 21 Fevrèr 1596); e Perina Pazolana sta a al Ponte delle Bande (ducati 150, come in squarzafoglio 88, 8 Agosto 1608).

Procedendo verso la Dogana da Mar, sulla Fondamenta di Sant’Agnese abitava Isabella Zucilata (ducati 75, come in squarzafoglio 148, 19 Setembrio 1611); Donna Caterina Perqolina era solita a star a San Gregorio in Corte de Cà Zambra (proclamata et non comparsa, fu bandita di Venezia per un anno, et essendo presa stia per 4 mesi in prigione et torni al bando con taglia a chi la manderà di lire 50 di piccoli, et fo publicato sopra le “Scale de Rialto”, come in squarzafoglio 109, 3 April 1609); e Donna Letizia sta a San Vio in le case de Cà Padavio (ducati 10 et spese come a carte 6, 5 Lùgio 1599).

Nel più periferico Sestiere di Santa Croce, c’era Anzola Capello sta alla Crose (ducati 15 et spese come a carte 35, 18 Lùgio 1598) come Cinziara Grecata (ducati 50 come in squarzafoglio 22, 7 Magio 1614).

___)onno Camiletta dall’Orto risiedeva in Riva di Biasio(ducati 10 et spese come a carte 27, 7 Lùgio 1597), eRizardina stava in Contrà de San Simion sopra il Pistor(ducati 10).

___A San Zàn Degolà stava Anzola di Pasqualin Samitèr(ducati 10 et spese come a carte 71, 26 Marzio 1599), in Corte del Tagiapiera c’era Vitoria Cortesana (ducati 20 come a carte 94, 2 Zùgno 1595; e ducati 30 come a carte 15), e a San Stae in Fondamenta di Zonta stava Donna Cecilia Oierano(ducati 50, 5 Lùgio 1610).

___Nel Campo e Contrada de San Giacomo dall’Orio,stavano Antonia Zottina (ducati 75, 1 Decembrio 1609) in Corte della Cazza, e Bianca al Ponte della Sgnanfa (ducati 30 et spese come a carte 47, 30 Otobrio 1598).

Nell’altrettanto centrale Sestiere di San Polo e dell’Emporio di Rialto c’erano:

___In Contrà de Sant’Agostin nelle case de Ca’ Balbistavano Enzilia Faiziera (ducati 10 come a carte 8, 6 Zùgno 1597; e ducati 10 et spese come a carte 8, 27 Zùgno 1597); eOttavia Romana in Corte de Cà Bernardo nelle Case Nove(ducati 10 et spese, come a carte 12, 17 Novembrio 1599).

___Elena Micliela Cortesana abitava in Contrà de San Cassan in Corte della Ruosa (ducati 30 come a carte 3, 5 magio 1851; e ducati 10 come a carte 52, 4 luio 1580); Isabella Cortesana era in Contrà de San Polo sopra il Strasariòl nel secondo solèr (ducati 40 come in sua querela et espeditione in squarzafoglio 24, 19 Otombrio 1596); mentre Laura Soranzèta stava alla Pasina a San Silvestro (ducati 10 come a carte 14, 27 Agosto 1597; e ducati 25 et spese come a carte 7, 23 Lùgio 1599).

___Paolina Serena era solita a star a San Boldo drio la gièsia (non si essendo trovata fu proclamata sulle “Scale di Rialto” espedita absente et condanada in ducati 55, li 30 Agosto 1612); come Elena Minio (ducati 150 come in squarzafoglio, 14 Setembrio 1613; e ducati 100 come in squarzafoglio 35, 6 Zùgno 1616).

___Margherita Trevisana stava alli Frari al Ponte dei Saoneri (ducati 40 et spese come a carte 32, 22 Novembrio 1600). Nei pressi dello stesso ponte c’erano anche Donna Elena Muranese (ducati 10 et spese come a carte 60, 27 Zenèr 1598; e ducati 100 et spese come a carte 9, 28 Lùgio 1589; e ducati 50 et spese come a carte 20, 7 Zùgno 1600; e ducati 100 e 75 come in squarzafoglio 11, 12 Zenèr 1604; e ducati 150 come in squarzafoglio 84, 6 Zùgno 1608); e Donna Ipolita Cortesana da Cà da Piero (ducati 30 come da sententia a carte 54, 9 April 1593; e ducati 10 come a carte 26, 4 Agosto 1598).

___Anelta fiola di Catterina stava in Contrà de San Tomà nelle case de Cà Contarini in Calle de Cà Zentani (ducati 15“per il fazuol bianco”, 7 Marzio 1616), e Donna Isabella sta zòso del Ponte dei Nomboli  (ducati 10 come a carte 26, 8 April 1598).

Nel Sestiere di Castello c’erano:

___Viena da Castèo o Castellana (ducati 50 come a carte 30, 2 Zenèr 1588).

___In Contrà de San Martin in Corte dell’Anzolo stava Madalena (condanàda come a carte 67, 19 April 1581), e nella poco distante Ruga e Campo dei Do Pozzi in Calle per andar a Santa Ternita c’erano: Bonetta (ducati 39, come a carte, 26 Marzio 1584) e Anzola (ducati 50 et spese come a carte 5, 28 Lùgio 1599).

___Porcia Cortesana stava a San Zanepolo zo del Ponte della Pana (ducati 100, come in sua querela et espeditione a carte 29, 15 Otombrio 1595), e proseguendo per la Barbaria delle Tole per andar sul Campiello de Santa Giustina e a San Francesco della Vigna, c’erano Anzoletta Balascera(ducati 10 come a carte 84); Giulia Cortesana (ducati 10 come in sua querela et espeditione a carte 27, 30 Otombrio 1595),Isabella Cortesana sta “appresso la casa del Sior Marco Venier” (ducati 30 come in sua querela et espeditione in squarzofoglio 26, 9 Agosto 1596).

Infine se non bastavano tutte queste, in giro per Venezia ce n’erano anche altre di disponibili:

Andriana Samagnaiza (condanàda come a carte 39, 29 Fevrèr 1579); Anzolla de Celadina (condanàda come a carte 50, 9 Magio 1580); Almiriana Famesta (condanàda come a carte 45, 27 Fevrèr 1588); Betta Jubatola (ducati 100 come a carte 43, 17 Agosto 1618); Cornelia Tartarella (ducati 10 come a carte 68, 13 Marzio 1581; e 30 Marzio 1584); Cecilia del Fulsello (condanàda come a carte 42, 6 Zùgno 1584);Oavnilo over Pasqueta Tortorella Cortesana (ducati 10 come a carte 12, 10 Lùgio 1595); Cattina quondam Nicolò Budon (ducati 10, 22 Agosto 1603); Isabella Illaseretta(ducati 205 come in squarzafoglio 40, 27 Setembrio 1616);Mariella Sonilza (ducati 25 come a carte 50, 17 Setembrio); la detta, fo condanàda anche in ducati 75 come da carte 5, 8 Zenèr …; Nicolosa Fiere Letta (ducati 10 come a carte 26, 4 Novembrio e ducati 50, 5 Decembrio 1590); Paolina Nubilon Cortesana (condanna come a carte 54, 10 Fevrèr 1580, e a carte 44, 18 Zùgno 1585); e Veneranda Maretesina(condanna come a carte 48, 20 Marzio 1589).

Insomma: Veneziani, Foresti e gente di passaggio, poveri e ricchi, mercanti e soldati … e tutti gli altri, a Venezia e in Laguna si “divertivano” parecchio con le “donnete Benemerite”, così com’erano chiamate anche dalla stessa Serenissima.

Mar 2, 2017 - opinioni    No Comments

“Rieccomi ! … Ci sono ancora …”

John Rogers Cox_Gray and Gold_1942

Sapete quel momento in cui ancora a mezzavia fra sonno e veglia si riaprono gli occhi nel buio silenzioso della stanza ? … Senza far tanti pensieri e discorsi dici a te stesso: “Rieccomi ! … Ci sono ancora … Incominciamo un’altra volta.”

C’è ancora quel breve istante d’inedia e incertezza prima di buttar via la coperta e strusciare fuori dalle lenzuola … o perché proprio devi farlo, o perché è giunta l’ora d’intraprendere qualcosa che ti va … Poi finalmente parti, da giovane pimpantissimo … e da meno giovane un po’ arrancando, con i capelli inspiegabilmente sparati e “imbovolati selvaggiamente” per aria, e ciondolando dentro alle ciabatte che ti sembrano ogni mattina più larghe e più pesanti … Poi il resto lo sapete meglio di me viene da se, è quasi inutile ricordarlo … Si entra dentro l’abito usuale del nostro solito vivere, s’indossano le nostre manie, fisime e abitudini … e tutto il resto che siamo, che ci aspetta, e che si riaccende e va  … Buongiorno ! … strillano gli altri sempre positivi e ottimisti … Chissà se lo sarà ?

*** il dipinto è di John Rogers Cox: “Grigio e Oro” realizzato nel 1942.

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