apr 28, 2016 - storia arte cultura    No Comments

SAN BORTOLOMIO DI MAZZORBO … CHI ?

Mazzorbo

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 104.
 
SAN BORTOLOMIO DI MAZZORBO … CHI ?
 
“Nei tempi felici la parte orientale del piccolo arcipelago dell’isola di Mazzorbo era divisa in due singole Parrocchie e Contrade: quella di San Pietro e quella di San Bartolomio unite e divise dal resto di Mazzorbo che stava oltre l’omonimo Canale da un paio di traballanti quanto esili ponticelli …” fin qui le cronachelle storiche più che recenti.
Si sa bene che delle Contrade di San Bartolomio o “San Bortolo e San Piero de Mazorbo” facevano parte anche iMonasteri di Sant’Eufemia (il cui vero titolo sarebbe stato: Sant’Eufemia Vergine e Martire e Santa Dorotea, San Tecla e Sant’Erasma … un po’ lunghino in verità) e San Maffio e Margherita, mentre nella parte più nobile delle isolette, popolate, vive e attivissime, sorgevano le chiese e Monasteri dell’Anzolo MichelSanta Maria e Leonardo detta di ValverdeSan Cosmo e DamianoSan Steno ossia Stefanoche era anche Parrocchiale, Santa Maria delle Grazie e Santa Caterina poi anche Pietro con tutte le loro ricche pertinenze.
Si trattava sicuramente di posti e Monasteri relegati in fondo alla Laguna di Venezia, ma non erano di certo Conventucoli di morti di fame e senza nome perché ospitavano e custodivano le figlie delle ricche e potenti famiglie Nobili di Venezia.
Solo a puro titolo d’esempio: nel Santa Caterina c’erano le figlie dei Dolfin, dei Polo, dei Michiel e dei Da Lezze, nelSant’Eufemia c’erano quelle dei TascaPisani e Zeno, mentre presso le Cistercensi e poi Benedettine di San Maffioc’erano le figlie dei MorosiniMinioCornerGabrieli eSelvatico, e alla “Valverde” c’erano quelle dei DonàZane eBaffo e così via …
Non c’è moltissimo d’eclatante da sapere sulle antiche Contrade delle isole di “Mazzorbo o Maedium Urbis o Maiurbo” perché oggi tutto è sepolto, cancellato e dimenticato … Forse tanta Storia non è mai stata scritta perché fatta da cose ed eventi troppo piccoli, considerati forse banali e solamente quotidiani vissuti da gente qualsiasi senza nome e con un volto che si poteva dimenticare … anche se Nobile.
Mazzorbo era “luogo de barene, et terrae acquee et piscatorie …” dove venne concesso ai Nobili Malipierod’ancorare alcuni loro molendini ad acqua su certi rami lagunari in cui scorreva “acqua viva” … Lungo gli stessi canali bassi e incerti di Mazzorbo e di Torcello passavano già nel 1292 le barche clandestine dei Lanieri di Treviso che portavano i prodotti dalle loro “folladure” fino al neonato Emporio di Rialto spacciandole per pezzature Veneziane autentiche. Evitavano così l’esosità dei dazi della Serenissima, contrabbandando attraverso quei luoghi impervi e isolati, e sfidando gli occhi attenti e l’orecchio lungo dei Gabellieri di Venezia: “… a cui uno sfuggiva ma trenta ne prendevano …” … Infatti ancora nel 1480 gli integerrimi Governatori alle Entrate della Serenissima a cui non sfuggiva nulla, concessero agli abitanti di Murano, Torcello, Mazzorbo e Burano di trasportare nelle loro terre maiali per uso personale esenti da dazio.
Proprio in quei luoghi paludosi e remoti un primo documento incerto colloca nel 1244 l’esistenza della chiesa di San Bartolomeo di Mazzorbo, mentre si sa che venne certamente soppressa ufficialmente nel 1633. A dire il vero “San Bortolo de Mazorbo” non era neanche una vera e propria chiesa, ma sembra sia stato solamente un semplice Oratorio di campagna … anche se lo Zanetti annota che dentro c’era una tavola con un “San Bernardo” dipinto da Antonio Zanchi.
In quello stesso documento del settembre 1244 si racconta che una certa Alda da Ponte del Confinio di San Pietro di Mazzorbo davanti al Notaio Jacovus Corrado Arciprete di Torcello vendette per lire 9 di denari Veneti a Pietro Navagerdella Contrada Veneziana di San Giacomo dell’Orio una terra sita nell’isola di Mazzorbo in zona San Pietro. Erano testimoni all’atto notarile: Pietro Bonci Piovano di San Pietro di Mazzorbo e Coradinus Presbiter di San Bartolomeo di Mazzorbo. Ecco qua citato il nostro San Bartolomeo !
Otto anni dopo, invece, nel maggio 1252, siora Aurifila Tombaandata ad abitare a Candia, figlia del defunto Pietro di Tombaabitante nel Confinio di San Bartolomeo di Mazzorbo, fece procura davanti al Notaio Nicholaus Iusto Prete di San Nicolò, a Giacomo Trevisan del vicino Confinio di Santo Stefano di Mazzorbo per riscuotere alcuni suoi crediti e vendere una sua casa sita nel Confinio di San Pietro sempre di Mazzorbo confinante col canale, il lago e le proprietà dei coniugiDomenico e Matiliana Orso.
Si viveva insomma, anche in quelle remotissime Contrade sperse in fondo alle Lagune di Torcello, Burano e Mazzorbo ancor più isolate di oggi. Infatti, nel 1564 i Mazzorbesi di San Bartolomio spesero ben 2 ducati per organizzare nella loro Contrada la Festa e la sagra di San Bartolomio … e qualche anno dopo, quando il Vescovo di Torcello Grimani andò in visita alla Parrocchiale contò che in Contrada di San Bortolo de Mazorbo vivevano perfino: … 30 Anime in tutto !
Nicolo’ De Curto pescatore della Contrada di San Nicolò dei Mendicoli di Venezia riferiva nel novembre 1578 al Magistrato alle Acque su Mazzorbo “… già anno 10 o 12 era una vigna et al presente vi è acqua, e già anni 25 la casa era abitata, ma da poi disfatti gl’arzeri l’acqua è andata da per tutto … e la barena a San Civràn era longo per lo spazio d’un miglio e larga un trar de schiopo, et hoggi  siamo passati con la barca dove a quel tempo era barena dura … dove haver giocato alla balla et alla mazuola …”
Franco Aquarol riferì circa le stesse isole e barene: “… possono essere diminuite per longhezza uno quarto di miglio e per larghezza un trar di frezza …”
Marco Biondo aggiunse: “… le barene delle Vignole che confinano con il canal del porto di San Rasmo che già anni 4 in 5  che fo fatta una cavana per li dacieri di quel tempo sopra la barena, io l’andai a desfar … et al presente essa barena dove era la cavana al presente è acqua …”
Non poteva perciò andare diversamente: alla fine del secolo laContrada di San Bortolomio de Mazòrbo si spopolò del tutto, la chiesa cadente venne smantellata e venduta pezzo dopo pezzo, e la zona venne unificata con quella di San Pietro Apostolo di Mazzorbo. Al suo posto venne costruito da un certo Marco Antonio Maimenti un Oratorietto Pubblico a ricordo al confine con le terre della parrocchiale di San Pietro, che il Vescovo di Torcello Paolo Da Ponte descrisse ancora nel 1775 come: “Oratorio con Cappellano.
Nel maggio 1633, infatti, viveva ancora lì un Monaco Benedettino espulso dai Monaci Cassinesi: tale Benedetto Zogia, che s’era rifugiato in Laguna e prestava un qualche vago servizio alla diocesi di Torcello occupando l’Oratorietto di San Bartolomio di Mazzorbo come Rettore. Venne accusato daBenedetta di Francesco Da Antivari e da Gaspare Gondaoriundo di Padova residenti a Mazzorbo, di recarsi troppo spesso nel Monastero di Santa Caterina delle Monache Benedettine col pretesto di celebrare Messa, intrattenendosi troppo familiarmente a parlare alle finestre delle Monache non si sapeva bene di che cosa. Venne incolpato anche di aver aperto una bottega dove vendeva farina, formaggio, vino ed altre “cose mangiative” poco buone e a prezzi vigorosi dando anche da mangiare pubblicamente a chiunque si recasse da lui e gestendo anche un luogo dove era possibile giocare a carte. Il Frate-Monaco in un impeto d’ira aveva anche minacciato di uccidere chiunque lo avesse accusato di fare visita alle Monache claustrali … ed era un uomo misero che sembrava essere tutore anche di alcuni nipotini abbandonati in età minore(mai visti da nessuno) che non poteva mantenere con le scarse elemosine dell’Oratorio di San Bartolomeo.
Ecco perchè andava spesso dalle ricche Monache del Santa Caterina ! … Perché andava a chiedere soldi ed elemosine.
E’ del 1642-44 l’ultima immagine riguardante San Bartolomio di Mazzorbo. In quegli anni a Venezia nel Sestiere di Castello si andavano ultimando i lavori della Cappella del Santissimo nella chiesa della Contrada di Sant’Antonin. S’era restaurato il soffitto dell’intera navata, e si avviavano i lavori della Cappella della Madonna della Schola del Rosario, come scriveva il Piovano Brunelli: “in tempo del principio dela Guerra col Turco”. Era Procuratore della Fabbrica della chiesa insieme a molti altri, e dirigeva e progettava i lavori Baldassare Longhena il costruttore del grande tempio della Madonna della Salute sorto in Punta alla Dogana da Mar a causa del voto della peste del 1620. Il 26 aprile 1642 venne pagato dal Piovano di Sant’Antonin per il trasporto di colonne in marmo provenienti dalla chiesa di San Bartolomio di Mazzorbo da impiegarsi in chiesa. Immaginatevi perciò la pigra e pesante peata con l’architetto Longhena in persona che attraversava tristemente la laguna da Torcello e Mazzorbo portandosi via i resti di quel che era stata la chiesola di San Bartolomio di Mazzorbo.
Ancora nel dicembre del 1659, ossia più di una decina d’anni dopo, il Piovano Domenico David di Sant’Antonin sempre di Venezia continuava ad acquistare una partita di sette marmi greci a Mazzorbo rivendendoli alla Cassa della Fabbrica per costruire l’altare di San Michele in Sacrestia utilizzandole come sottobasi delle colonne.
Di San Bartolomeo rimase solo qualche rudere e il nome della Contrada Marrorbese, tanto che il Monastero di Santa Caterina di Mazzorbo affermava ancora nel 1768 d’essere proprietario di uno Squero in Contrada di San Bartolomio che confinava con una vigna appartenente al vicino Monastero di Sant’Eufemia sempre di Mazzorbo.
Nel giugno 1811: Prè Luigi Pisani era Parroco di San Michele Arcangelo di Mazzorbo ancora appartenente alla giurisdizione della Diocesi Torcellana. La popolazione della sua Parrocchia assommava a 150 Anime, e lui viveva usufruendo di lire 323,24 provenienti da “livelli” provenienti da lasciti testamentari, e dai magri “redditi di stola” ossia le elemosine dei suoi “miserrimi fedeli”. Secondo il Signor Ministro per il Culto della neonata gestione Francese dello Stato Veneto, lui era anche ufficialmente Piovano e godeva le rendite di San Bartolomeo di Mazzorbo che in realtà non esisteva più da moltissimo tempo, e i cui proventi erano pari a zero.
“In Mazzorbo esiste solo una cappelletta col titolo di San Bartolomio di proprietà regia, la qual è cadente ed inofficiata … Lì non c’è niente e nessuno !” precisò il Prete difendendo e confermando le sue scarse economie.
Ciò nonostante, ancora nel 1818 nell’Oratorio di San Bartolomeo venne sepolto il Nobile Antonio Grimani Patrizio Veneto, la cui lastra tombale è conservata oggi nel pavimento dell’atrio di Santa Caterina di Mazzorbo … Significa che in quel posto l’Oratorietto di San Bartolomeo c’era ancora … almeno come piccola area cimiteriale … Poi di certo si sa che prima del 1830 l’Oratorietto venne demolito del tutto ricavando la somma di lire 203 dalla vendita dei materiali di risulta della demolizione come è attestato nell’Archivio conservato a Santa Caterina di Mazzorbo.
Infine giungiamo ai giorni nostri d’oggi … quando di fronte alla citazione di San Bartolomio di Mazzorbo, diciamo tutti più o meno: “Chi ? … e che è, dov’è ? … C’è forse mai stato ?”
apr 27, 2016 - Senza categoria    No Comments

“NOTTE NOTTE … SIORA NAVONA !”

santa marta (4)

“NOTTE NOTTE … SIORA NAVONA !”
 
Esistono dei rari ed effimeri momenti in cui Venezia sembra come destarsi dal suo incanto da fiaba e torna ad essere viva, vera, spicciola e concreta e anche personale. Oggi è accaduto ancora una volta, ed è stato un momento breve, anzi brevissimo, a cui ho avuto la fortuna di assistere.
Per breve tempo, quasi come la stagione di un fiore, poco più del tempo di una sigaretta, questa mattina molti di Santa Marta di Venezia si sono svegliati e sono corsi spontaneamente, convenuti a stringersi per salutare e rendere omaggio a una delle sue figlie, una di quelle che hanno vissuto tutta la vita dentro alle pieghe di questa Contrada.
Una Nicolotta d.o.c. … C’erano proprio tanti, verrebbe da dire tutti, al funerale di Marisa che per quasi trent’anni ho sempre chiamato “Siora Navona” … Mi ha impressionato il fatto che sono apparsi intorno a lei proprio tutte le persone della Contrada, quelli che lavorano, quelli in barca, anche quelli strampalati, quelli delle chiacchiere e dei discorsi e delle abitudini di Contrada, quelli da strada, quelli che non vedi quasi mai, quelli furbetti e a volte opportunisti, quelli che vedi e non vedi sempre, ma che sai essere proprio loro l’animo vero, originale e genuino di questo spicchio di Venezia periferica … che considero preziosa.
Mi verrebbe da dire che oggi ancora una volta si sono ridestati dal loro sonno e si sono per un attimo rimessi insieme i discendenti degli antichi e fieri Nicolotti. Eravamo in tanti, la sensazione era che non mancasse nessuno, tutti concentrati e stipati nel Campo di San Nicolò dei Mendicoli e poi nella chiesa che è la casa comune di tutti.
Ma proprio di tutti … perché sulla porta, dentro o sulla riva c’eravamo tutti e di tutti i colori. Oggi non c’era da distinguere fra Religione, Politica, idee, scelte di vita, lavoro, convinzioni, amicizie, conoscenze e tutto il resto … eravamo tutti a braccetto e a tu per tu: belli e brutti, buoni e cattivi insieme senza distinzione, come se quella chiesa non avesse nome e pareti e fosse diventata veramente la casa proprio di tutti … almeno solo per qualche attimo.
A un certo momento la chiesa mi ha fatto enorme impressione: era stipata di gente, ma sembrava vuota, satura di un silenzio totale che pareva non ci fosse nessuno … che il Tempo si fosse fermato. C’erano tutti e nessuno come se in quel luogo si fosse ripetuto di nuovo il miracolo identificativo della Contrada fatta da tutti. Sembravamo tutti un cuore solo e un’anima sola, come perle e anelli di un’unica collana e catena … per colpa e merito e intorno a quella Marisa che ci aggregava tutti più che lo stesso Dio che di solito trascina e convoca in chiesa. Una sensazione davvero strana … dentro a quella mirabile chiesa dei Nicolotti che nella sua bellezza sembra voler sintetizzare la bontà e la preziosità di coloro che abitano quella zona di Venezia.
I Nicolotti erano e sono Veneziani … ma possedevano anche qualcosa di più, una loro fisionomia specifica inimitabile, unica, come un marchio speciale di fabbrica, una particolare caratteristica, una fisionomia inconfondibile, speciale.
Esiste un’intera Storia dei Nicolotti con un loro “sapore”, un“odore” particolare, originale … Oggi ho avuto l’impressione che su quella vecchia Storia sia stata aggiunta un’altra riga scritta in maniera sottile e incerta, quasi con mano tremante perché fra le parole c’era scritta anche la parola Morte.
Abbiamo tutti paura della Morte che ci accomuna tutti … Ecco perché eravamo lì tutti insieme: perché sentivamo che quel fenomeno che “ha preso” Marisa c’interessa e prenota tutti indistintamente. Anche se scappiamo via col pensiero più che possiamo, la Morte ci coinvolge, non si può sfuggirle, ci ghermisce, ci spegne, e ci strappa da quel che siamo.
Ogni tanto durante il Rito gli occhi mi scappavano via e osservavo “immagato” ancora una volta alcuni dettagli di quella mirabile chiesa che è nostra e in qualche maniera anche rappresenta tutti quelli di Santa Marta.
C’erano intarsiate nelle pareti dorate certe facce inespressive … con gli occhi spalancati, senza sorrisi, ma anche senza tristezze, come anonime e impassibili … Come noi quest’oggi davanti allo spettacolo della Morte … Ho visto poi dovunque ruotassi lo sguardo un mucchio di Croci … Crocifissi grandi e piccoli, muscolosi o straziati, tozzi e massicci o quasi nascosti ed eleganti … Un uomo nudo in Croce a faccia a faccia, a tu per tu con la Morte, senza parole, ormai spento … Come noi oggi.
E’ come ogni sera e notte quando spegniamo la giornata e ci abbandoniamo obbligatoriamente al sonno … La Morte è uno spettacolare sonno prolungato … Un assentarsi ed estraniarsi da tutto quel che siamo, possediamo, amiamo, consideriamo e conquistiamo durante ogni nostra fragile e troppo svelta e transitoria giornata … per affacciarci al grande mistero dello spegnimento, dell’Oltre e forse dell’assenza.
C’è però una fiammella … una speranza … come un grido invisibile dentro alla notte … un seme nascosto in terra che può finire col risvegliarsi e germogliare. La chiesa oggi sembrava vuota, ma in realtà era piena … piena di gente di Santa Marta, di persone che si conoscono, in qualche maniera si assomigliano e vogliono più o meno lo stesso bene per l’esistenza propria e di chi gli respira accanto.
San Nicolò sembrava un posto senza niente, vuoto … e, invece, dentro c’erano tutto e tutti.
Ecco che cosa mi sono portato via oggi dalla chiesa dei Nicolotti: il pensiero che dove sembra esserci nulla e niente, in realtà ci può essere un fragile respiro, un cenno, un sospiro … una Speranza ignota, ma pur sempre una Speranza vitale … una sorta di promessa, forse un appuntamento felice ?
Niente perciò andrà perduto … e tutto quanto di buono esiste e ci capita di vivere anche con gli altri in qualche modo rimarrà e lascerà traccia … Non andrà sprecato questo immenso patrimonio che siamo …  Così come non andrà smarrita questa fisionomia intensa, vivida, quasi effettuosa di quelli di Santa Marta.
Vaneggio ? … Inseguo fumo ed emozioni gratuite ? … Forse. So bene che la vita è fatta di concretezza … il mio lavoro mi obbliga a pensarlo intensamente ogni giorno. Eppure c’è anche dell’altro … che non è obbligatorio ignorare.
Che cosa ho condiviso con te Siora Navona ? Niente e tutto … Le beghe e le rogne condominiali, una perdita d’acqua, una borsa pesante issata sulle scale … un saluto spicciolo, quattro chiacchiere del più e del meno nell’occasione più improbabile … i bei figli, i nipoti, la gamba che fa male, le cose del lavoro e dell’ospedale … il tempo che passa e i reumatismi mentre si fa scorrere la carrucola con la corda della biancheria stesa ad asciugare.
“Notte Notte ! … Vi auguro una buona notte ! Salutami l’Anna e i figli …” mi pare ancora di sentirla adesso … gratuitamente, spontaneamente. Una donna dal vivere spicciolo e semplice … ma genuino, di quelle che anche solo salutandoti avverti che ti sta dando qualcosa.
Di certo una lunghissima cordialità intensa che è durata molti anni, fatta di cortesia, rispetto, gentilezza, comprensione e accettazione reciproca così come si è … senza invadere, senza rompere reciprocamente, e senza esagerare … Ciascuno al proprio posto … ma vicini.
Poco dopo … mentre la campana di San Nicolò batteva di nuovo indefessa, spietata e indifferente le ore … tutto è tornato come prima. In breve tutti sono scomparsi come neve al sole … Mentre sul motoscafo la bara semplice di Marisa si allontanava dondolando piano sull’acqua … già il Campo di San Nicolò è tornato ad essere deserto … In giro c’erano di nuovo i soliti turisti … gli studenti assiepati nei baretti … il solito vecchio curvo e lento sul suo bastone … il cane randagio che va per i fatti suoi e le rondini stordite e incazzate in alto in cielo per ribadire che la Storia di sempre sta continuando e che quell’alito di vento che frulla fra sole e ombre e fra le fresche foglie nuove della Primavera … si è portato via anche Marisa stemperandola, quasi sciogliendola e liberandola nell’immenso niente cosmico senza dimensioni e indirizzo … forse.
Chissà se mi senti adesso Siora Navona ? … Per decenni abbiamo avvertito i nostri sospiri, l’eco del nostro vivere vicino e quotidiano … distanti solo un piano di condominio. Quale dimensione, spazio, e senso occuperai adesso ? Chissà se sei finita per davvero nelle braccia capienti di Colui “che ci conosce prima che noi nascessimo” … come qualcuno canticchiava pochi minuti fa. Tutto è effimero fragile, scorre via, forse non hanno senso neanche queste righe che sto scrivendo su Facebook e Internet … Sono effimere anche queste come“l’erba e i fiori del campo” … come noi tutti.
In ogni caso: il fatto d’averti incontrata rimane. Grazie perciò d’esserci stata Siora Navona, e di aver punteggiato anche i miei giorni con la tua presenza discreta, cordiale e buona … da vera figlia di Santa Marta e di Veneziana qualsiasi.
Notte Notte Siora Marisa ! … stavolta tocca a me augurartelo.
apr 25, 2016 - Senza categoria    1 Comment

SAN MARCO IN BOCOLO … 2016

Leonecarpaccio

 SAN MARCO IN BOCOLO … 2016
 
Nel 1912 in occasione della ricostruzione del “paròn de casa”,ossia il Campanile di Piazza San Marco, fu scritto l’ “Inno a San Marco” che è diventato patrimonio di tutti i Veneziani d.o.c.
Tredicenne non avevo mai considerato più di tanto quella canzone, perché la sentivo cantare soltanto dagli ubriachi col boccale in mano dentro alle bettole della mia isoletta di Burano. E’ stato di ritorno da un prolungato soggiorno in montagna che imboccando “il ponte” e l’acqua della Laguna dopo tanta terra, gran parte di quelli che stavano con me nell’autobus hanno intonato quel canto apparentemente nenioso. Incuriosito dalle parole sussurrate appena all’inizio, e poi letteralmente esplose in quel “Viva San Marco !”, mi sono accorto che uno davanti a me piangeva commosso.
Possibile ? Così tanto affetto per Venezia e le sue Lagune ?
Mentre l’autobus correva traballante verso Venezia mi sono allora guardato intorno, e ho capito … Il mio occhio era estasiato dallo spettacolo di quelle lagune che erano anche mie, e in me si accesa dentro una profonda e raffinata emozione cullata da quel canto che è diventata passione … che dopo tanti anni deve ancora spegnersi e spero non si esaurisca mai … come in tutti gli altri Veneziani.
Da quel giorno l’Inno a San Marco ogni volta mi mette “un groppo in gola” … e non sono nato ieri.
Capisco allora anche i miei canori e allegri ubriachi Buranelli di un tempo … erano ubriachi anche d’affetto e passione per le loro origini e la loro terra bagnata.
Viva el Doge, Viva el mar! … Viva el Doge, Viva el mar … Viva el Doge, Viva el mar …
Al grido di guerra San Marco risponde: il nostro vessillo vogliamo sui mari,
Si fa silenzio nei tanti canali: udiamo la voce del suo gondolier che spinge la barca vogando sul remo,
cantando con voce la mesta canzon.
Mia cara Venezia, mia patria diletta, tu fosti regina possente sui mari.
Tu fosti regina Possente sui mari. Cinta di glorie, speranze ed amor.
Viva Venezia … Viva San Marco … Evviva le glorie del nostro Leon, viva le glorie del nostro leon!”
 
Sarò anche nostalgico … ma Buon San Marco a tutti … Veneziani e non.
apr 24, 2016 - Senza categoria    No Comments

Venezia parabola del vivere …

san paternian

Venezia è spesso parabola del vivere … Stamattina è cupa, uggiosa e grigia … come a volte sono i pensieri del solito vivere … Tuttavia fra le sue pieghe nasconde e rivela sempre arcane sorprese … appunto come sa fare il vivere di ogni giorno.

 *** la stampa è: “Campo San Paternian nel 1847” di Giovanni Pividor … che sarebbe l’attuale Campo Manin … Che differenza vero ?

apr 23, 2016 - Senza categoria    2 Comments

L’enigma …

34_recuperatore di scarpe rotte

L’eterno enigma: si lavora per vivere o si vive per lavorare ? … Non so perché, ma la vita mi ha insegnato a diffidare un poco da quelli che appartengono alla seconda categoria.
*** stampa dalle “Arti che vanno per via” di Gaetano Zompini.

apr 21, 2016 - Senza categoria    No Comments

UNA BIBLIOTECA ANTICA DEPREDATA E NASCOSTA IN CUI FIOCCAVANO SUI SEMINARISTI FRECCE TRIBALI AVVELENATE AL CURARO … A VENEZIA.

0_Una biblioteca antica nascosta in cui fioccavano frecce tribali avvelenate al curaro ... a Vene

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 103.
 
UNA BIBLIOTECA ANTICA DEPREDATA E NASCOSTA IN CUI SUI SEMINARISTI FIOCCAVANO FRECCE TRIBALI AVVELENATE AL CURARO … A VENEZIA.
 
Ve lo anticipo dai ! … Intendevo inserire questo episodio dentro al prossimo volume della mia Trilogia autobiografica che sto tentando di partorire ormai da tempo. Dopo aver scritto “Il Pifferaio” riferito alle esperienze “singolari” che ho vissuto come Prete a Venezia negli anni 1982-1987, sto pensando di guardare indietro e far scorrere il film della mia vita raccontando quando mi è accaduto prima: ossia durante la mia infanzia e giovinezza quando vivevo nella mia isoletta di Burano spersa in fondo alla Laguna, e quando stavo nel Seminario della Salute di Venezia “impastandomi e lievitando e crescendo” per diventare un Prete Cattolico … cosa che poi è accaduta nell’ormai lontano 1982.
Quello della “Biblioteca nascosta in cui fioccavano sui Seminaristi frecce tribali avvelenate al curaro” è un episodio reale che fa parte del mio vissuto di un tempo, però per gustarlo meglio è necessario prima comprendere almeno un poco che cos’era quel posto davvero speciale in cui è accaduto quell’episodio. Quella che è stata la Biblioteca dei Somaschi della Salute è un luogo che c’è ed esiste ancora a Venezia, ed è un altro di quei bijoux e scrigni nascosti quasi sconosciuti per gran parte dei Veneziani, molti dei quali non hanno mai avuto la fortuna di poterci entrare anche solo per visitarlo un attimo.
A tutt’oggi rimane per vari motivi un posto recondito e precluso ai più, ma conserva tuttavia tutta la sua precipua bellezza e la sua microstoria interessante perfettamente integrato con tutto il resto che forma la Storia della nostra Venezia Serenissima.
Per farla breve, posso riassumervi che un tempo la Libraria dei Somaschi residenti accanto alla Basilica della Madonna della Salute di Venezia è stata un’antica Biblioteca con più di 30.000 preziosi volumi, una fra le tante belle e fornite che punteggiavano la Venezia del 1500-1600. In quanto a valore e consistenza non era proprio fra le ultime in quanto anche il famoso incisore Coronnelli la ritenne degna d’essere illustrarla e rappresentarla nelle sue celebri stampe su Venezia.
Veniva chiamata anche Libraria Zanchi dal nome del Fondatore dei Convento di Venezia il Preposito Generale dei Somaschi Geronimo Zanchi e conteneva al suo interno oltre ai libri, anche intarsi e decorazioni lignee preziose degli scaffali, e opere pittoriche di Girolamo BrusaferroSebastiano Riccie del Bambini, oltre a una preziosa decorazione del soffitto ricoperto da tele di Antonio Zanchi.
Come vi ho già detto poco fa, era insomma: un bijoux, un luogo coccolo di Sapienza, Cultura e Bellezza che meritava grande considerazione da parte di Veneziani e Foresti.
A volte non ci rendiamo conto a sufficienza dello scempio prodotto dai Francesi Napoleonici con il loro passaggio distruttivo a Venezia … C’è perfino qualcuno che si ostina a minimizzarlo apprezzando, invece, la ventata di modernità liberalizzante e innovatrice portata dai Napoleonici in Laguna. Benvengano la libertà, la modernità e le nuove idee … ma rimane il fatto che i Francesi giungendo a Venezia hanno depredato, saccheggiato e distrutto più che innovato e valorizzato. Provate a leggere un attimo qui di seguito, e ditemi poi se per caso ho torto.
Un recente articolo presente su Internet elenca quanto è rimasto oggi dell’antica Biblioteca Monumentale dei Padri Somaschi: “… nella Biblioteca Monumentale si contano attualmente oltre 200.000 volumi e opuscoli a stampa, 72 incunaboli, 1637 edizioni cinquecentine e 1350 manoscritti.”
 
Il saccheggio di quella Biblioteca mirabile iniziò già nel 1797, ma ad essere precisi, molti libri e manoscritti famosi e di pregio erano già stati rubati, tenuti per se, nascosti o venduti in antecedenza anche dagli stessi Frati. Si sa, ad esempio, che iPadri Somaschi della Salute per procacciarsi vitto e denaro per sopravvivere vendettero al libraio Adolfo Cesare 1.000 libri rari per 1 ducato ciascuno a sua scelta, e che in precedenza ne avevano spostati altri altrettanto pregiati altrove, forse a Roma o a Somasca. Altri libri di minore valore provenienti dalla stessa Biblioteca vennero utilizzati sempre dagli stessi Frati per pagare pescivendoli, venditori di pepe e bottegai.
Ma al di là di tutto questo furono Napoleone & C a fare le cose per davvero in grande.
La lista dei “Libri asportati dai Commissari Francesi dalla Libreria dei Reverendi Padri Somaschi di Santa Maria della Salute di Venezia l’anno 1797.” è lunghissima: “I Francesi prelevarono innanzitutto 122 libri preziosissimi: soprattutto ricche riproduzioni eleganti illustrate e arricchite da incisioni di opere di Classici Antichi Latini e Greci come Aristotele, Demostene, Isocrate, Omero, Cicerone, Seneca, Lucano, Orazio, Quintilliano, Plauto ma anche appartenenti alla Letteratura Italiana come: Petrarca, Dante Alighieri, Boccaccio, Tasso, Ariosto. S’impossessarono poi di diverse “Aldine” di Aldo Manuzio del 1400-1500, di diversi erbari e illustrazioni minuziosissime d’animali, e di una sfilza lunghissima di eccellenti stampe, miniature e incisioni in carta o in rame riproducenti alcuni Dogi di Venezia, opere di Michelangelo, Canaletto, Durer, Vandyck, Ricci … Fra tutto il resto, i Francesi s’impossessarono anche dell’ “Hypnerotomachia, cioè pu­gna d’amore in sogno” di Francesco Colonna ossia Polifilo, edita in folio a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499 … Oltre a questo, non disdegnarono di appropriarsi di una nutrita Raccolta di volumi di Opere di Musica scritte da: Benedetto Marcello, di moltissimi Madrigali di Claudio Monteverdi, Andrea Gabrielli, Nasco, Monte, Cipriano, Rabbini, Balbi, Mazzoni, Lauro, Jacques, Archadelt, Tardini, Bontempi, Postena, Augerio, Crossi e altri ancora senza ricordarli tutti … Asportarono inoltre 20 volumi in folio di Stampe e Libri rappresentanti la statuaria e la pittura delle Scuole antiche e moderna: Romana, Veneziana, Fiorentina, Bolognese, Fiamminga, Tedesca e Francese …”
Un’altra fonte del 1800 precisa: “In tutti li venti volumi esistevano stampe n. 6.175 …e in aggiunta alle sopra riferite stampe e libri, sono passati in possesso dè suddetti Francesi, volumi XI di Disegni, parte de quali erano originali, e parte delle diverse scuole, in tutto N. 3.000 … Nell’insieme mancarono nella libreria de Padri Somaschi della Salute di Venetia, levati dà Francesi, volumi N. 325.”
Che ve ne pare ?
Poi, come sapete meglio di me, il decreto Napoleonico del 25 aprile 1810 sancì la soppressione di altri 14 Conventi e Monasteri di Venezia fra i quali nel Sestiere di Dorsoduro quello dei Gesuati, il Redentore dei Frati Cappuccini, la Salute dei Padri Somaschi e i quello dei Girolamini di San Sebastiano. Tutte le loro biblioteche insieme al loro patrimonio passarono al Demanio, e si salvarono solo gli Armeni dell’Isola di San Lazzaro dove sventolava la bandiera Turca-Ottomana di cui Napoleone & C avevano ancora un qualche rispetto … se non timore.
E non fu tutto, perché dopo la soppressione e le ruberie del 1810 si distribuirono ancora altri 16.129 libri e manoscritti prelevati dalla stessa Biblioteca dei Somaschi distribuendoli alla Biblioteca Marciana, al Collegio di Marina di Venezia, alla Società Medica di Venezia, alla Direzione Generale della Pubblica Istruzione di Milano sezioni: Storia d’Italia, Lettere e Filosofia, e ai Seminari di Venezia (per fortuna) che allora risiedeva ancora a San Cipriano nell’Isola di Murano, e a quelli di: Concordia, Chioggia, Comacchio, Rovigo e Ceneda(Vittorio Veneto). Alla fine per completare l’opera si vendettero alla rinfusa “come scarti” altri 14.100 libri.
Un vero scempio ! Una disgrazia ! … Credo siate tutti d’accordo.
Sette anni dopo, nel 1817, il Demanio rinvenne a casa diGiovanni Bianchi, laico che operava dentro al Monastero dei Somaschi della Salute, ben 1.835 volumi sottratti di nascosto dalla stessa Biblioteca dei Somaschi che vennero assegnati 315 alla Biblioteca Marciana, 1.198 al Seminario Patriarcale, 80 alla Direzione Provinciale di Venezia, e 6 … chissà perché … al Protocollo della Direzione Generale. E già che c’erano, ancora una volta furono venduti “come scarti” altri 236 libri.
Si sa inoltre che numerosi disegni dei Somaschi, fra cui 54 figure del Tiepolo, vennero vendute dal Demanio al Conte Leopoldo Cicognara e poi al Canova, e ora sono proprietà del Conte Alessandro Contini di Roma.
Ecco fatto ! Vi ho riassunto brevemente le cose importanti e storiche che contano, quelle che vale la pena di conoscere e sapere per davvero. La Biblioteca dei Somaschi della Saluteè stata quindi un luogo davvero speciale, una bomboniera di squisita bellezza e fattura … un altro spicchietto recondito della nostra meravigliosa Venezia.
Detto questo veniamo all’altra storia secondo me curiosa, quella anticipata nel titolo di questo post, sempre strettamente connessa con quella mirabile Biblioteca Antica. Si tratta di una serie di episodi per me preziosi, perché in quella Biblioteca ho personalmente vissuto per parecchi anni (undici)frequentandola in una maniera o nell’altra durante buona parte della mia giovinezza.
Quella che ho incontrato e visto io, è stata però una Biblioteca diventata parecchio diversa da quel che è stata al tempo dei Padri Somaschi. Era quel che rimaneva di quel prestigioso luogo dopo il travagliato passaggio di Napoleone prima, la devastazione di altri dopo, l’incuria e il disinteresse di molti altri in seguito, e l’inesorabile danno del tempo che appiana, livella, consuma e distrugge inesorabilmente tutto e tutti … Ma ciò nonostante la Biblioteca era bellissima !
Inizio perciò questa parte delle mie storie col dirvi che mentre vivevo e crescevo in Seminario, il Rettore di tutto e tutti mi conferì l’ennesimo suo incarico di fiducia (cosa frequente nei miei riguardi).
Un giorno mentre me ne zufolavo tranquillo per i fatti miei, mi richiamò nel suo studio e dopo tutta “una delle sue paterne pappardelle indagatrici e valutatrici”, mi disse in conclusione prima di “rilasciarmi al mio destino di Chierico-Seminarista di nuovo libero sulla parola”“Ah ! … dimenticavo … Avrei bisogno che tu ogni mattina, visto che la Biblioteca Granda Antica soffre per l’umidità e le infiltrazioni, passassi ad arieggiarla un poco aprendo alcune finestre … Mi servirebbe poi che ogni sera tu ripassassi nuovamente per richiudere tutto … Durante il giorno, invece, provvederò io in caso di maltempo e temporali … Siamo d’accordo ? Guarda che è un incarico di fiducia ! Non combinar danni … mi raccomando. La Biblioteca non è un giocattolo … Abbine cura … Ma so già che l’avrai.”
 
Così iniziò il mio nuovo incarico: ogni mattina andando a scuola: scendevo, aprivo e arieggiavo … e ogni sera prima di salire nella chiesetta per recitare Compieta e finire la giornata: tornavo in Biblioteca, controllavo, chiudevo, e spegnevo tutto riponendo la chiave sotto al solito posto segreto. Ogni santo giorno, per anni: scendevo, aprivo e arieggiavo … tornavo, controllavo, chiudevo, spegnevo e riponevo … per migliaia di volte, con costanza e puntualità … estate, autunno, inverno e primavera … e poi di nuovo ancora.
La fiducia è una cosa seria … e credo che il Rettore l’abbia bene riposta in me … almeno abbastanza. E fu così che con quella Biblioteca finii col diventare: amico e simpatizzante accanito. Ero contento di aver avuto l’opportunità di metterci il naso dentro di frequente.
Già a quei tempi la Biblioteca veniva tenuta rigorosamente chiusa, ufficialmente perché aveva dei problemi statici. In realtà i tecnici che erano venuti in sopralluogo a valutarla dopo meticolose indagini e controlli soprattutto sui tiranti antichi e sulle travi affossate dentro al pavimento conclusero: “Bah ! Sembra che la Biblioteca tutto compreso sia in buona salute … e che il pavimento sia ballerino come tutti quelli dei palazzi di Venezia … Certo non si dovrà farvi sopra le gare di corsa, né caricarlo più di tanto … Però con una certa cura e delicatezza si potrà continuare a conservarla senza essere costretti a grandi interventi urgenti.”
 
“In verità,” mi spiegò il solito Prete ricercatore saggio e anche Bibliotecario, “La Biblioteca ha subito numerosi danni dopo i famosi saccheggi del 1800. Anche in anni relativamente recenti si sono avvicendate orde di Chierici campagnoli, famelici quanto ignoranti, che hanno strappato, asportato e rubacchiato molto rivendendo per conto proprio … Gentaglia, che è andata perfino a rubare le lenti del telescopio della Specola del Seminario, e che per fortuna è stata poi allontanata e cacciata via … Però i danni sono rimasti, e anche questa Biblioteca ne ha vistosamente sofferto … Per questo si è deciso di tenerla chiusa … Ci vengo io ogni tanto a inventariare e compiere qualche ricerca, e vi accompagno eventuali studiosi e ricercatori in visita … Per il resto teniamo tutti fuori cercando di preservarla in attesa di tempi migliori.”
 
“Va beh !” commentai, “Io mi accontenterò di aprire e chiudere … e anche un po’ guardare.”
 
“E ce n’è qui da guardare se vorrai ! … Mi raccomando: fanne buon uso.”
 
Infatti così accadde per un bel pezzo: andavo, aprivo,“scannocchiavo” in giro … tornavo, chiudevo, e curiosavo ancora.
Una meraviglia ! … e già che c’ero, dopo un po’ di tempo e dopo averci pensato sopra, decisi di coinvolgere liberamente in quella mansione particolare i miei due più fidi amici e compagni di avventura e vita: Paolo e Walter. Furono subito entrambi entusiasti di potere accedere anche loro, seppure in punta di piedi come me, in quello scrigno formidabile.
Dovete però sapere un’altra cosa.
Ogni tanto capitava che morendo qualche anziano Prete Monsignore o qualche Canonico di San Marco, costoro lasciassero gran parte dei loro averi a favore del Seminario. Capitava perciò che sfuggendo alle rivendicazioni e alle grinfie rapaci di nipoti e familiari del deceduto spesso in agguato, arrivassero nel Seminario della Salute veri e propri “carichi” di materiale e oggetti donati appartenuti a quei testatori più o meno illustri.
“Un altro carico di carabattole e cianfrusaglie!”commentava quasi ogni volta sconsolato il Rettore, “Dove metteremo tutte queste cose anche questa volta ? … Dovrò fare la consueta cernita a caccia di qualcosa di valido, e poi si dovrà cercare di collocare il tutto sparpagliandolo per il Seminario in adatte sistemazioni … Nel frattempo faremo depositare tutto … nella Biblioteca Granda.”
 
Ed era così, che molto spesso, l’andito della Biblioteca Antica si riempiva di “un’imbarcata” di cose, un’infinità di oggetti curiosissimi da sistemare. Le cose più preziose il Rettore riusciva a farle stimare e venderle sul mercato antiquario di Venezia sempre vispissimo e disponibile. Rimanevano però le solite pendole capaci di suonare tutti i tipi di Ave Maria del Mondo, cucù barocchi col povero uccelletto metallico che penzolava a testa in giù dalla sua molla stirata fuori dalla porticina della sua casetta … Mobili su mobili di ogni foggia e tipo e capienza, sedie, sgabelli, tavoli, lampade, poltrone, pianoforti sgangherati, e ogni altro tipo di soprammobili immaginabili. C’erano poi libri su libri di ogni tipo, alcuni di pregio e rari, e molti altri comunissimi per cui il Seminario si ritrovava a possedere la copia della copia della copia di qualche testo … Gira e rigira, volta e rivolta, i Preti di Venezia leggevano sempre le stesse cose.
Inoltre arrivavano bauli su bauli pieni di biancherie fuori moda d’altro secolo, e di abiti da Prete, da cerimonia e da comparsa liturgica e ufficiale. Cappelli tondi neri e rossi “a disco volante”, berretti da Monsignore pieni di fiocchi colorati, umili baschi e baschetti, scuffiotti da notte, fasce, cotte, rocchetti, mantelline, abiti talari neri, rossi, paonazzi, violacei con i cordoni e i bottoni rossi o bordati dello stesso colore … e poi cappotti lunghi, e palandrane inverosimili passate di mano in mano, di Prete in Prete, insieme ad ampi tabarri, sciarpe e sciarponi, scarpe e scarponi e molto altro ancora.
Il Rettore del Seminario era letteralmente terrorizzato dal fatto che noi giovani potessimo mettere le mani sopra a tutto quel bendidio di vestiario e costumi … perché sapeva bene che quegli aggeggi avrebbero scatenato le nostre goliardate e le nostre smanie teatrali … cosa che accadeva puntualmente. Mi sono divertito anch’io tantissimo in quella maniera … Per certi versi era sempre teatro fra noi … e ogni occasione era buona per inventarci ed inscenare situazione inverosimili divertentissime. Sapete meglio di me quanto si presta l’ambiente preteresco a certe parodie … Standoci e vivendoci dentro quotidianamente poi !
Eravamo dei veri e propri esperti della materia. C’erano poi un deposito del vecchio teatrino, e un particolare armadio … guardati a vista da una Suora preoccupatissima, che ogni volta che riuscivamo ad entrarci dentro e metterci mano: era immediatamente Festa e grandi Carnevalate !
Ma di questo vi dirò un’altra volta.
Ancora nella stessa Biblioteca Grande un bel giorno finì“provvisoriamente” in deposito anche tutta una serie di oggetti portati dall’Africa da un nostro amatissimo Monsignore e Professore responsabile dell’Ufficio Missionario di Venezia. Uomo intelligentissimo ma molto alla mano, recatosi in Kenya aveva raggiunto alcuni villaggi davvero sperduti dove i Capi Villaggio l’avevano accolto con grande onore, facendogli tanta festa e riempendolo di numerosi regali dal valore altamente simbolico. Se n’era tornato a Venezia pieno di copricapi piumati, sgabelli simbolo dell’autorità perché tutti si sedevano di solito per terra, vasellame vario, utensili per il fuoco, mortai rudimentali per ridurre in farina semi, zucche e otri per l’acqua, pettorali decorati con segni dell’autorità e del potere, e tutto il necessario per cacciare: lance, e faretre in pelle piene di frecce … comprese micidiali frecce coperte di altrettanto velenosocuraro mortale.
Un insieme bellissimo, singolare e anche prezioso, che in seguito finì con l’essere collocato e sistemato in un apposito museetto etnico.
“Mi raccomando,” ci suggerirono il Monsignore e il Rettore all’unisono, “Non toccate nulla, anche perché queste frecce e lance sono pericolosissime !”
“Si … Si …” ci affrettammo a dire tutti in coro dopo aver visto e toccato tutti quei bei oggetti curiosi. E la Biblioteca venne richiusa come il solito … ma non per me.
Nei giorni seguenti, anzi fin dalla sera stessa, tornai numerose volte a osservare, soppesare e guardare tutti quei bei oggetti curiosissimi e per davvero interessanti per un Veneziano come me che non era mai uscito dall’Italia.
“Questi sono parte di un altro Mondo … Sono pezzi di una cultura completamente diversa dalla nostra … Bellissimi !”commentavo coi i miei amici durante le nostre abituali visite serali alla Biblioteca.
Erano le armi però a incuriosirmi di più, soprattutto gli archi e le frecce. Perciò da solo e in gran segreto, nei giorni seguenti iniziai prima a soppesare quegli oggetti con un certo timore vista la presenza del nero curaro, e poi sempre con maggiore dimestichezza e disinvoltura.
Arco e frecce divennero un mio nuovo divertimento. Prima iniziai a tendere gli archi e scagliare qualche freccia a livello del pavimento, poi via via, giorno dopo giorno, acquisii una vera e propria abilità nel maneggiare quelle vere e proprie armi micidiali. Recuperai e portai nella Biblioteca una vecchia sedia sfondata, e per un bel po’ di tempo ho trascorso diversi minuti ogni sera allenandomi a tirarvi contro con l’arco e frecce sempre da maggiore distanza e con maggior precisione.
Funzionava … perché dopo un po’ di tempo riuscivo a centrare discretamente la vecchia sedia, a differenza di oggi che credo rischierei di “spararmi” una freccia sui piedi. Finchè venne “il gran giorno” in cui mi sentii talmente abile e sicuro da poter alzare lo sguardo più in alto mirando a bersagli differenti.
“Svusss !” facevano le frecce più grosse volando via, e poi“Tònf !” quando andavano a infiggersi su qualcosa.
“Ssssshhh!” facevano invece le frecce più leggere sfrigolando in aria con le loro alette piumate, e poi “Stàk !” seccamente quando andavano a trafiggere qualcosa violentemente impiantandosi in profondità. Facevano impressione … erano vere armi micidiali.
Sullo sfondo e in alto nella Biblioteca, sopra a tutte le scaffalature dei ballatoi superiori riempite di libri, c’era e c’è ancora oggi un grande Leone Marciano in legno. Il Bibliotecario mi aveva spiegato che era una copia senza valore di un originale collocato là in cima dopo il passaggio devastante dei Francesi che avevano sbricciolato il Leone dorato che stava sullo stesso posto.
Posizionandomi davanti alla porta d’ingresso della Biblioteca, a una quarantina di passi di distanza, alzai l’arco imbracciato tendendolo accanto al naso, presi accuratamente la mira, e rilasciai la corda tesa: “Sssssshhh !” fece la freccia sottile come il solito, e poi un attimo dopo udii: “Stàk !” come sempre. La freccia era andata a impiantarsi esattamente sulla pancia del Leone Marciano che sorvegliava ignaro dall’alto tutta la Biblioteca.
“Colpito !” dissi a me stesso soddisfatto dell’abilità che avevo acquisito. Era divertentissimo ! … (follie incomprensibili di gioventù!)
 
Ma quel che è peggio, nacque in me in quel momento la voglia d’inscenare uno scherzo coi fiocchi a discapito dei miei due compari di sempre: Paolo e Walter.
Una sera qualsiasi dopo cena non mi feci più trovare da loro per il solito appuntamento serale della ricognizione e chiusura della Biblioteca Granda. Walter e Paolo mi aspettarono per un po’, poi visto che non arrivavo, pensarono bene di raggiungere per conto loro la Biblioteca dove di certo sarei dovuto passare a breve. Salirono perciò lo scalone solenne del Longhena, e attraversarono tutto il Corridoio Rosso silenzioso e avvolto nella penombra notturna, e raggiunta dietro l’angolo l’entrata della Biblioteca Granda, notarono che la porta era già aperta e socchiusa, anche se all’interno c’era buio pesto e totale.
Nei giorni e mesi precedenti avevo messo al corrente i miei amici dei piccoli segreti che conteneva la Biblioteca, perciò sapevano anche loro dove si nascondevano le chiavi, dove si accendevano le luci, come si poteva salire sui ballatoi superiori per la porticina segreta, come si poteva accedere di nascosto all’Indice Superiore della Biblioteca, e altre cose ancora molto interessanti. Perciò spinsero la porta della Biblioteca ed entrarono ignari di quanto li attendeva, e raggiunto al buio il quadro elettrico delle luci le accesero come facevo io ogni sera.
“Il Rosso deve ancora arrivare (sarei stato io, che a quei tempi ero “pel di carota” coi capelli rossissimi) … Guarda là Paolo ! Ci sono ancora tutte le finestre spalancate … Vedrai che arriverà fra poco.” sentii dire Walter, mentre Paolo armeggiava ancora sul quadro elettrico completando di sollevare i singoli pulsanti delle luci.
“Strano.” aggiunse Paolo, “Di solito a quest’ora è già qui.”
In effetti ero già lì ad aspettarli … e me ne stavo appostato sopra al ballatoio superiore della Biblioteca con a tracolla la faretra di pelle odorosissima che sapeva da animale selvatico, piena di frecce comprese quelle avvelenate al curaro, e il mio bel arco pronto in mano.
“Sssssshhh !” fece la prima freccia partendo dal mio arco, e poi subito dopo: “Stàk !” fece infilandosi vibrando sulla vecchia sedia che avevo collocato di sotto accanto a un tavolo.
“Ssssshhh ! … e poi Stàk !” fecero anche la seconda e la terza freccia.
“Ecco dov’era il Rosso!” gridò Paolo.
“Ha in mano le frecce avvelenate al curaro !” gridò Walter.“E ce le sta tirando addosso !”
“Ma sei matto Rosso ? … Fermati ! … Che fai ? ” urlò Paolo.
“Sono pericolose !” aggiunse Walter.
“Stàk ! … Stàk !” fecero altre due frecce finendo a qualche metro di distanza da Paolo e Walter.
“Scappiamo !” disse uno dei due. “Mettiamoci al riparo !”
“Ma dove ?” gridò l’altro.
“Lì ! … Sotto ai tavoli ! … Presto !” gridò Walter … e in pochi secondi scomparvero entrambi del tutto alla mia vista infilandosi sotto a un robustissimo quanto ampio tavolo vecchissimo. Lì erano al sicuro, non avrei mai potuto colpirli.
“Rosso ! Attento ! Le frecce hanno il curaro … Se ci prendi ci ammazzi avvelenati !”
“Stàk ! Staàk ! Stàk !” fecero altre frecce vibrando e infilandosi di precisione sopra al tavolaccio.
“Se esco fuori vivo da qua … Te còpo !” fece Walter … Paolo, invece, rideva, ma anche no.
“Ma guarda in che situazione inverosimile ci siamo cacciati !” commentò incredulo … “El Rosso ci sta tirando dietro le frecce … Sembra un incubo !”
“E’ realtà, invece !” sospirò Walter, “Purtroppo quelle sono frecce vere !”
“Smettila Rosso ! … Fai il bravo ! Che non finiamo col farci male …”
 
Ogni scherzo è bello se dura poco … Infatti, ho smesso subito dopo, e sono sceso visibilmente divertito per quella che consideravo una goliardata scherzosa quanto originale. Paolo e Walter erano un po’ meno divertiti ovviamente, erano intimoriti, per non dire impauriti … ma sorridenti come sempre. Ci voleva ben altro per alterare e incrinare la nostra intesa e salda amicizia.
“Ma sei matto ? Ci hai fatto prendere uno spavento … Ti sembrano scherzi da fare ?” si limitò a borbottare Paolo, mentre Walter si lasciò andare in una risata continuativa e liberatoria continuando a ripetere:
“Non ci posso credere … Non ci posso credere … Le frecce col curaro … Ci piovevano addosso le frecce mortali col curaro … In Seminario ! … Vedo già l’articolo sui giornali: “Seminaristi infilzati come tordi da frecce avvelenate !”
In verità, non gliel’ho mai detto: non ho usato affatto le frecce col curaro … ma solo le frecce normali, non avvelenate … Però erano frecce vere.
Finimmo col ridere insieme anche quella sera, come moltissime altre volte immemorabili accadute non a causa di frecce e similari.
Abbiamo vissuto grandi esperienze indimenticabili !
E trascorsero ancora altri giorni che non erano per noi quasi mai qualsiasi, finchè una sera capitò a me di non vedere più dopo cena Paolo e Walter.
Era quasi l’ora consueta di salire di sopra nella Biblioteca Granda per chiudere tutto … Nell’attesa gironzolai un poco intorno al grande chiostro in cui si sovrapponeva lo schiamazzare allegro dei più giovani che rientravano dalla partita a Calcio, e poi non vedendo arrivare Paolo e Walter, salii da solo al piano di sopra dirigendomi verso la Biblioteca.
“Tanto sanno bene dove vado a quest’ora … Se ne avranno voglia mi raggiungeranno là.” dissi a me stesso.
Non era rara quella passeggiata serale insieme, e anche Paolo e Walter avevano preso a benvolere come me quella “nostra”Biblioteca. Più di una volta ci soffermavamo qualche minuto a sbirciare i libri antichi, a sfogliare delicatamente qualche pagina, o a frugare dentro fra i cartellini pignolissimi dei cassettini dell’Indice. Altre volte osservavamo curiosi i dipinti incorniciati vistosamente sul soffitto, oppure gli oggetti custoditi dentro alla Biblioteca: i grossi mappamondi, i cimeli antichi … e le tante carabattole di turno che venivano depositate lì“provvisoriamente”.
Si viveva insieme anche così …
Passai quindi davanti al nascondiglio segreto della chiave della Biblioteca, e mi accorsi che lì la chiave non c’era. Giunto davanti alla porta della Biblioteca la trovai con la chiave infilata nella toppa della serratura, ma con la porta chiusa e l’interno totalmente buio. Capitava spesso che il Bibliotecario entrasse per le sue ricerche e le sue visite e poi se ne andasse per ritornare ancora una volta.
Feci ruotare la chiave nella serratura cigolante, e poi spinsi come sempre il portone per entrare. Dovevo aggirarlo e dirigermi al quadro elettrico per illuminare tutta la sala.
Non l’avessi mai fatto !
Percorsi pochi passi, mi ritrovai di fronte a due ombre nere perfettamente mimetizzate nel buio della sala che inaspettatamente mi grugnirono contro qualcosa d’incomprensibile. Credo sia stato lo spavento più grande della mia intera esistenza.
Non ho mai temuto di camminare in giro al buio … ma quella volta lo spavento fu tantissimo, un vero e proprio colpo di terrore, tanto che feci un balzo all’indietro capitombolando per terra sul pavimento ritrovandomi ansimante e tremante per l’abbondante paura che avevo addosso.
Qualche istante dopo si accesero miracolosamente tutte le luci della Biblioteca, e c’erano sia Paolo che Walter che se la ridevano divertiti con le lacrime agli occhi.
“Chi la fa l’aspetti ! … si dice del solito … Ecco pareggiato il conto !” esclamò Walter.
“Come ti senti adesso ?” aggiunse Paolo, “Piaciuto lo scherzetto ? … Non sarà come le frecce … Ma mi sembra buono anche questo.”
“Lo è … Lo è !” borbottai risollevandomi da terra e spolverando la mia tonacona talare nera dai mille bottoni impolverata.
Era giusto così … e mi aggiunsi a Paolo e Walter a ridere di me stesso, e di quella sorta di rivincita ben orchestrata. Credo che anche gli spiriti dei vecchi Padri Somaschi presenti nella loro Biblioteca Granda intenti a frugare quel poco che era rimasto delle loro antiche carte, se la siano risa di grosso e a crepapelle, divertiti di fronte a quell’ennesima nostra scenata.
Anche il Leone Marciano in legno collocato in alto, mi sembrò per un istante ghignasse sorridente, in qualche modo partecipe di quella rivalsa accaduta nei miei riguardi.
E il Rettore, il Bibliotecario e gli altri ?
Queste cose non le vennero mai a sapere, erano solo patrimonio mio … anzi nostro: di me, Paolo e Walter, che oggi sono entrambi illustri Prelati della Diocesi e Patriarcato di Venezia: uno è insigne Piovano e successore del mitico Monsignore che ha portato dall’Africa quelle frecce al curaro, l’altro, invece, è “mezzo Patriarca di Venezia” e altrettanto illustre Sacerdote …
Accade spesso quando c’incontriamo fra noi di ricordare con nostalgia e affetto quei bei momenti lontani condivisi, e quelle presenze assidue in quell’antica Biblioteca dei Padri Somaschi: … attimi curiosi, storie davvero speciali, che ci fanno ancora ridere, e che ricordo sempre volentieri con una certa nostalgia e tenerezza.

 

apr 21, 2016 - Senza categoria    No Comments

Oggi è speciale, diverso …

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C’è ogni mattina la possibilità che oggi possa essere un giorno speciale e diverso … dipende tutto da che cosa intendi con queste due parole, e quali momenti possano loro assomigliare … Speciale e diversa potrebbe essere anche la cosa più umile e banale, e l’incontro più modesto se lo senti per te ugualmente importante, irrinunciabile e unico … Infatti spesso la vita è fatta di queste cose.

apr 20, 2016 - Senza categoria    No Comments

Venezia aspettami !

04_spazzino - Copia

“E’ tardi … corro al lavoro anche oggi ! … Venezia aspettami ! … giorno dopo giorno …”
*** stampa dalle “Arti che vanno per via” di Gaetano Zompini.

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