ago 2, 2015 - Senza categoria    No Comments

REPLICA A UN SINDACALISTA “VERO E SINCERO”.

Bandiere-sindacati-Cgil-Cisl-e-Uil - replica 

Rispondo pubblicamente al Sindacalista M. che si definisce:“Sindacalista vero e sincero”, e mi ha contattato privatamente per precisarmi quelle che secondo lui rimangono “le bontà”innegabili del Sindacato e della sua opera … nonostante tutto. Preferisco questa maniera di rispondere evitando il dietro le quinte, l’anonima chiacchierata che si crede salva da orecchi indiscreti … Credo sia meglio dire e scrivere alla luce del sole, condividere apertamente quanto in bene e in male si può opinare. Di una certa pseudoprivacy opportunista si può benissimo farne a meno.
In fondo lo spirito dei Social è quello di spartire le idee e le sensazioni fuoriuscendo dalla nostra stretta trincea difensiva e personale, di coagularsi in una specie di piazza virtuale per provare a scambiare opinioni e stringerci almeno virtualmente la mano se non si riesce a farlo per davvero e fisicamente nella vita vera di tutti i giorni. Ma questo è un altro discorso …
Hai probabilmente ragione nell’affermare che il Lavoratore non ha alternative, che l’unico suo strumento di difesa è il Sindacato … anche per colui che non lo vuole, lo rifiuta e non si riconosce in qualche maniera in esso.
Come dici tu: “Che piaccia o no, il Sindacato è l’unico con cui la “Controparte” dialoga … L’unico che rappresenta in qualche maniera la categoria di chi presta l’opera perché il singolo da solo non vale niente e non è mai stato, né mai sarà considerato interlocutore valido con cui raffrontarsi. Non esiste contrattualità fuori dell’area Sindacale, è questo non è opzionale, è vitale per tutti i Lavoratori … Se manca il Sindacato siete morti …”
Per cui, anche se incerottato e malridotto, il Sindacato è l’unica via da percorrere, l’unica spalla amica a cui affidarsi che in qualche maniera potrà sostenere e tutelare … bene o male … chi lavora o lavorerà, compresi quelli che possono essere considerati i frutti postumi del lavoro stesso: come la pensione, la prevenzione, l’attenzione alla sicurezza, la copertura sanitaria, la maternità e paternità e tanto altro.
“Chi potrebbe garantire tutte queste cose senza l’attenta vigilanza e attività del Sindacato ?”
 
Concordo perciò sul fatto che il Lavoratore di oggi, nonostante tutte le sue conquiste rimane più che mai indifeso e impotente, perché non possiede in se la forza sufficiente per determinare le modalità delle sue prestazioni, tantomeno quella di determinare la richiesta della sua opera, e anche in prospettiva è escluso da qualsiasi progettualità futura che determinerà la necessità del suo lavoro. E’ vero anche, come affermi, che la maggior parte dei Lavoratori è come una macchina utile finchè è utile, e che non godono di alcuna considerazione per quello che possono essere come persona.
Concordo sul fatto di considerare il Lavoro non come umano, anche se si afferma che in qualche maniera umanizzi e realizzi la persona. Salvo rare eccezioni, il Lavoro è fatto per sopravvivere, perché se l’uomo possedesse l’autonomia e l’autosufficienza non lavorerebbe affatto.
“Il Sindacato è colui che in qualche maniera rappresenta, certifica, riconosce la bontà, il valore del Lavoratore in quanto tale, a prescindere da quel che fa, non fa o non riesce più a fare.” E questo è vero almeno sulla carta e spereremmo negli intenti … e ci fosse almeno una certa credibilità di fondo.
Infine, potrà anche essere vero, come dici tu, che certe cose che si dicono in giro e che qualche persona esterna e riporta possono essere in qualche modo ingigantite e amplificate, mentre nella realtà sono accadute solo in parte o diversamente. E’ vero che alcune categorie di persone, uomini e donne indistintamente, sono avezze al pettegolezzo, a “farla grande” come nelle chiacchiere da bar.
E’ vero che è nelle corde dell’Italiano medio “far lo sborone” e vantarsi di cose forse mai fatte, dette e udite pur di star al centro dell’attenzione e aver qualcosa che calamiti e diverta la compagnia. A volte parlare e sparlare è un “gioco” divertente … forse come “i giochi” dei Sindacati.
Tuttavia … La mia povera mamma mi diceva sempre ridendo saggiamente: che quando ci sono tante galline che starnazzano e cantano, se non tutte, almeno qualcuna avrà fatto di certo l’uovo … Credo perciò che esista una “verità vera” in quel che si raccontavano i nostri autisti mattutini Veneziani …  e non credo sia poi una verità tanto da purificare, ridurre e sfrondare da arricchimenti e barocchi orpelli “da bar”.
Capisco che possa essere triste ammetterlo … ma non è che il Sindacato abbia vissuto e viva una stagione felice e si possa adergere a modello d’irreprensibilità e purezza d’intenti.
Dai … Siamo seri ! Il Sindacato non ha per niente brillato grandemente di luce propria durante questa grave crisi che stiamo ancora vivendo … e che, nonostante tante aleatorie promesse, chissà fino a quando continuerà a protrarsi. Non mi pare che nei vari contesti abbia dato prova di grande efficienza e capacità di “salvare” le situazioni e le persone … Tanto meno mi pare di poter dire che il Sindacato si sia dimostrato capace di trasparenza e pulizia d’intenti e obiettività d’analisi delle situazioni … Le iniziative poi …
Non l’ho ricordato a posta nel mio post precedente, ma nel mio piccolo ho percorso anch’io un po’ della trafila sindacale dall’interno. Sono stato anch’io non solo iscritto, ma anche Rappresentante Sindacale per un certo periodo … prima di restituire deluso la tessera, perché ho visto e toccato con mano e dall’interno i modi, l’ambiguità e la pochezza d’intenti dell’organizzazione e delle persone che la componevano. Non credo il Sindacato sia cambiato in questi ultimi anni … Anzi, mi sembra più malato e miope. Anche di recente ho dovuto notare come, nonostante la gravità dell’ora, il Sindacato non ha perso il vizietto di cavalcare l’onda per farsi nuovi adepti e tesserati sfruttando la labilità e l’emotività delle persone in difficoltà … promettendo spesso solo fumo.
Li ho visti e sentiti consigliare la “bontà dell’adesione” e chiedere a viva voce l’impegno del tesseramento come possibilità “sine qua non” sperare in un qualche aiuto o qualcosa. Ma che cosa andate promettendo ?
Comunque hai ragione quando affermi che il Sindacato rimane l’unico salvagente e l’unica voce per i Lavoratori che rischiano di perdere tutto … Ma ho visto più che spesso che finiscono per perdere tutto per davvero in maniera irreversibile in ogni caso … Al massimo si dilaziona un poco il momento. Nella valanga a pioggia dei licenziamenti degli ultimi anni quali e quanti posti di lavoro i Sindacati hanno saputo per davvero salvare o inventare ? Pochi … pochissimi … per non dire nessuno. Quel che è curioso è che talvolta le opportunità di“salvezza” non sono venute dal Sindacato ma da altri, talvolta dai Padroni stessi … è veritiero e doveroso dirlo e ammetterlo.
E allora ?
La maggior parte dei neoassunti, dei giovani, degli stranieri sono poco disponibili e propensi a interessarsi e seguire le direttive del Sindacato … Oggi è più di moda procurarsi una buona assicurazioni che ti garantisca qualche possibilità di riferimento, ricupero e rivalsa a prescindere da quella che è la fumosa via Sindacale che c’è e soprattutto non c’è … Per caso hai visto Sindacalisti ultimamente girare per i posti di Lavoro ? Interessarsi intelligentemente delle realtà lavorative e del“cuore” delle problematiche, contattare i Lavoratori, cercarli, solidarizzare con loro ? Credo che il loro metodo attuale sia l’assenza tacita … il vago tirar gli orecchi da lontano a percepire qualche eco incerta che trapeli dall’interno di un mondo a cui appartengono poco … o quasi niente.
Qualche giorno fa, alcune lavoratrici di una categoria diversa dalla mia mi hanno detto: “Questo sarà l’ultimo sciopero che farò … Guarda bene però, che io sono una di quelle che li ha fatti tutti per molti anni … Scelgo così perché questo è diventato uno strumento obsoleto e inutile che reca danno solo a chi non c’entra e alle categorie più deboli che vengono ulteriormente private dei servizi a cui hanno diritto. Perfino il Padrone sarà contento se faremo sciopero, perché non gli procurerà né caldo né freddo, garantendogli in ogni caso l’efficacia del servizio, finiremo per rinunciare all’indennità di una giornata di lavoro … Soldi risparmiati, quindi … mentre tutto continua come sempre, quasi senza inghippi e soprattutto senza cambiamenti veri. A fine mese … solo la mia busta paga è più piccola e non ci saranno altre novità … I nostri stipendi sono mummificati da un decennio se non di più … mentre è aumentata in modo esponenziale la nostra precarietà, si sono ridotte le prospettive di uscita, ed è aumentato il peso della produttività che ci viene richiesta … E c’è di più … In tutto questo caos … esiste anche il pericolo, e neanche tanto velato, che qualcuno ti tiri un calcione e ti butti fuori della porta se osi tanto alzare la cresta … Si sogna solo la pensione … E dov’è il Sindacato in tutto questo ?”
 
“Sai dov’è ? …Dietro a casa mia di recente un lavoratore finalmente approdato alla pensione dopo lunghi patimenti … ha preso lo striscione del Sindacato che ha portato per anni orgogliosamente e ne ha fatto la copertura della cuccia del suo cane … Significherà qualcosa ?”
 
Come dar loro torto ? … A te la replica … se ne avrai ancora qualcuna.
Anche se ho inteso bene fra le righe dei tuoi discorsi la natura della tua proposta: “Far buonviso a cattiva sorte … e zitti e pedalare … che del doman non c’è certezza …”
 
Potrai anche essere un Sindacalista Santo e onesto, integerrimo, come dici d’essere … e questo andrà di certo a tuo merito … ma credo che oggettivamente il Sindacato abbia un grosso debito aperto con gli Italiani, non inferiore a quello della Politica di cui credo sia diretto surrogato ed emanazione contradditoria e infelice.
Cordialmente … da Lavoratore a Lavoratore Sindacalista … che non credo siano la stessa cosa.
ago 1, 2015 - Senza categoria    No Comments

“CONFESSIONI DI UN SINDACALISTA FINITO.”

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Abbandonata e nascosta in strada in un nascondiglio strategico vicino a casa, stamattina c’era una stampella “finta di mestiere” appartenente ad uno dei tanti “questuanti pietosi” che imperversano quotidianamente in giro per Venezia, mentre il solito emiplegico del quartiere se ne camminava in giro traballante e falciando l’aria del primo mattino con la gamba “addormentata” e il braccino piegato adeso al petto senza servirsi di ausili secondo lui: ingombranti e faticosi.

Al di là della strada, i ferrovieri a torso nudo lavoravano di notte e nelle prime luci dell’alba sulle rotaie disfatte prima che binari diventassero di nuovo bollenti sotto al sole estivo di questi giorni impossibili canicolari e afosi … Il verde intorno era un’immensa cicaleria dove gli insetti cantavano a squarciagola la loro solenne quanto effimera stagione. Nella mia fantasia di fanciulletto li ho sempre immaginati come un’immensa, sparsa, efficiente, febbrile e aperta falegnameria estiva dove si taglia e assembla un’ingente quantità di microscopici quanto invisibili mobili e oggetti misteriosi.

Ho compiuto pochi passi uscendo da casa, e ho incontro subito un sedici-diciasettenne che se ne stava disteso immobile per terra. Dal “profumo” sembrava vistosamente “cotto e fatto”, ma era troppo fermo da sembrare morto o qualcosa del genere. L’ho picchiettato allora leggermente col piede più volte, ed ero già col cellulare in mano pronto a chiamare il 113 e i soccorsi, quando finalmente ha aperto un occhio, e tutto “impastato” mi ha fatto: “Tutto ok !” col pollice tremulo di una mano, incapace di blaterare qualcosa di più.

“In che stato ! … Mi fa paura !” Ha esclamato spaventata una donnetta di solito disinvolta e spavalda che portava in giro il cane, comparsami improvvisamente accanto … E subito s’è allontanata sconsolata in direzione opposta. Non ho chiamato nessuno, ho lasciato lì il giovanotto a gattonare per strada, ciondolante, intontito e confuso, mentre cercava ancora di sfondare e divellere a mani nude la serranda del baretto d’angolo per procurarsi ancora da bere.

Rimuginando e inseguendo questi pensieri sono giunto al Piazzale degli autobus, dove a momenti il “24” apparso improvvisamente da dietro un altro autobus in sosta mi stava per tirare sotto … se non ci fosse stato un turista straniero che mi ha chiamato e “svegliato” per tempo gridandomi qualcosa d’indistinto che ha fatto inchiodare me per terra in sincronia con la frenata dell’autobus che mi si è parato accanto.

“Cominciamo bene la giornata !” mi sono detto.

Giunto in fermata, sono rimasto come il solito in attesa a scribacchiare i miei soliti astrusi appunti, mentre come accade ovunque nei piazzali degli autobus gli autisti in sosta stavano confabulando fra loro in attesa di ripartire. I discorsi sono sempre quelli, più o meno gli stessi: ferie, automobili, politica, donne, pesca, il “mercato” del pallone e del calcio … Ma stavolta li ho sentiti parlottare animatamente e con molta partecipazione d’altro, tanto che i miei orecchi si sono istintivamente rivolti nella loro direzione come paraboliche attente e ricettive desiderose di sentire e capirne di più.

“Sul lavoro ci sono sempre persone opportuniste che non si sa mai da che parte stiano … O meglio, lo si sa benissimo: stanno dalla parte del più forte di turno … Stanno con tutti e con nessuno … Stanno con quello che al momento risulterà essere l’opzione più favorevole, il miglior offerente, quello che pagherà meglio lo schierarsi dalla sua parte …”

“Banderuole … Opportunisti … Leccaculo … C’è sempre stata gente così … Sono smidollati che ti provocano fastidio e ripulsa solo al riconoscerli …”

“Meglio perderli che avere amici e colleghi del genere …”

“Ultimamente è cambiato lo scenario del lavoro, non è più come quello di qualche tempo fa. Non conta più, o perlomeno conta poco la serietà professionale, l’aver dato prova nel tempo d’impegno e dedizione … possedere la maniera giusta d’agire …”

“Vero ! … Oggi conta solo saper cavalcare l’onda, saper cogliere l’opportunità del giorno, perseguire gli obiettivi aziendali effimeri e di moda … Ti chiedono d’essere duttile, flessibile, dinamico, inventivo ed elastico … Disposto sempre a tutto …”

“Li ho sentiti di recente i dirigenti: “Bisogna ottimizzare !  … Valorizzare le risorse riducendo gli sprechi!”

“Discorsi … Discorsi ! … Ma si va facendo il contrario di quello che si faceva fino a qualche tempo fa quando si cercava la prestazione e un servizio decente, la qualità vera … qualcosa di utile per i clienti e anche per l’azienda … nonché per i dipendenti …”

“Adesso è importante solo ridurre i costi, tagliare gli esuberi, i rami morti e improduttivi … Solo certi rami però … perché altri non si devono toccare … e sapete bene a chi mi riferisco …”

“Vediamo !  Sappiamo … Il partime, ad esempio !  … Adesso: basta … sparito ! … Tolto tutto … Non c’è più per nessuno …”

“E i turni ? … i riposi e le ferie ? … Ti tocca sempre andarli ad elemosinare … “Vedremo se si può … Dobbiamo valutare le richieste … Il calendario è stretto ed è già fatto …” Tutte scuse … Avanzo ancora quaranta giorni di ferie e non riesco ad andarci e smaltirle … Non è incredibile ?”

“Oggi non c’è più niente per nessuno … Lavorare non paga più … Contano solo i privilegi, chi ha le conoscenze giuste e sa accaparrarsi il posticino comodo …”

“La regola e il modo che si usano sempre di più sono sempre quelli: corruzione, favoritismo e tornaconto … Non si bada più al bene e all’utilità né dei clienti né dei dipendenti … I primi devono solo tirar fuori sempre più soldi ottenendo in cambio sempre meno servizi, i secondi solo lavorare e produrre il più possibile senza pretese …”

“E’ vero ! Non contiamo più niente … Zitti e pedalare ! … Altrimenti: “Quella è la porta: te ne puoi andare anche subito !”

“Ma ti sembra giusto ed equo ? … Io ho girato l’Italia e l’Europa … Con un euro e cinquanta ho girato per novanta minuti attraversando un’intera città … Con cinque euro, invece, ho potuto utilizzare tutta la rete urbana per 24 ore … Qui a Venezia ti chiedono sei euro solo per attraversare il Canal Grande da parte a parte … e per di più su vaporetti che sembrano carri bestiame diretti al macello …”

“E’ poi è sempre sulle stesse persone che si vanno a fare i tagli e si riducono i così detti sprechi … Non si vanno mai a toccare minimamente certe location comode di tanti scaldasedie intoccabili … Un tempo si arrivava e si ripartiva dai capolinea in continuità, senza interruzione … Giravi l’autobus e ripartivi … Oggi con la scusa che sono vecchie, inquinanti e inadatte ci sono meno macchine in circolazione … e poi ti tocca rimanere passivo ai capolinea in attesa della partenza … improduttivo ogni giro per mezzore intere. Sarebbero queste i guadagni, le ottimizzazioni e i risparmi ?”

“Ma i Sindacati non dicono e non fanno niente ?”

“Ah i Sindacati ! … Bella questa ! … E’ una barzelletta ? … Non esistono più … Sono solo parassiti che sopravvivono a caccia d’interessi ed espedienti …”

“Ma fai sul serio ? … Questa è grossa !”

“Ma che grossa e grossa ? … Non fingiamo di scandalizzarci dell’ovvio, di quello che tutti sanno e hanno sotto gli occhi ormai da tanto tempo … Pensa: uno dei sindacalisti più “cagnarosi” e chiassosi, dopo che per una vita intera ha sistemato tutti gli amici e parenti vendendosi in cambio dei diritti e delle aspettative dei lavoratori … ora sta agognando e bramando la pensione … L’ho incontrato per caso l’altro giorno … L’avrei ammazzato di botte per quello che mi ha detto … E’ che sono un galantuomo e alla fine me ne sono andato lasciando perdere … “

“Ma è uno dei nostri ?”

“No. E’ uno che conosco da molti anni, di un’altra categoria … Ma sono tutti uguali, sono tutti concatenati fra loro e alla fine fanno capo alla stessa sede e organizzazione … Hanno lo stesso modo d’agire e di fare, le stesse prospettive e iniziative che ripetono per tutti i lavoratori delle diverse categorie …”

“E allora che ti ha detto da farti agitare tanto ?”

“Mi ha detto che nel frattempo, mentre attende la pensione, si è riaffacciato al lavoro per “ingrossare e rimpolpare” i contributi … Ma mica a lavorare per davvero … Pensa: s’è inventato di tirarsi fuori ogni giorno da un angolo un tavolino sgangherato, e lo piazza al crocevia di alcuni corridoi improvvisandosi informatore per i clienti e gli utenti di passaggio … Si piazza il banchetto al fresco, vicino all’aria condizionata … e se ne sta lì … e basta … facendo trascorrere le ore lavorative da lunedì a venerdì … perché il weekend è sacrosanto e non si tocca … “E sarebbe un lavoro questo ?” gli ho detto … E sai che mi ha risposto ?”

“Dai racconta che la faccenda si fa interessante !”

“Proprio così … Mi ha detto: “Che vuoi farci ? … Bisogna trovare degli accomodamenti per condizioni come la mia … delle soluzioni transitorie di compromesso … Non è facile trovare sistemazioni per tipi come me, perché esistono equilibri interni aziendali difficili da gestire e modificare … Servirebbero pazienza e inventiva … ma intanto si è risolto così … Poi si vedrà … Io risulto essere un caso un po’ anomalo, particolare, difficile da reintegrare dopo tanti anni di assenza dal luogo di lavoro … Una volta andato in pensione la cosa si risolverà da sola … e poi …”

“Ma non vorrai mica dirmi che mentre gli altri se ne stanno in sottorganico a spaccarsi la schiena, tu ne stai qui al fresco senza far niente ? … Perché non ti hanno rimesso in corsia almeno a sostituire chi va in ferie o versa in malattia ? Non era quello il tuo posto un tempo … prima d’essere sindacalista ?”

“Ma scherzi ! Lì farei solo danni … e rischierei anche di farmi male … Non ho più alcuna abilità al riguardo … poi non esiste neanche più la mia qualifica … E poi mi vedresti ritornare in divisa in mezzo a tutti gli altri iscritti qualsiasi che mi venivano a cercare in ufficio ?”

“E perché no ? … Almeno gli ultimi anni … Ma come hai potuto, come sei riuscito a finire qui a dispensare volantini ingialliti dimenticati nelle sale d’attesa ?”

“Strategie vecchio mio ! … Abilità professionali che ormai conosco a menadito … Basta una cenetta di lavoro giusta a base di pesce in un localino di Venezia adatto e la cosa è fatta … Io do questo a te e tu dai quello a me … E’ sempre stata questa la nostra regola vincente … Si arriva a un accordo, a una soluzione forfettaria e il gioco è fatto … Nella mia carriera sindacale è sempre accaduto questo … Una mano lava l’altra … si anticipa qualcosa da una parte, e ci si adegua un po’ al ribasso dall’altra … e così tutto va a posto … Si arriva ad un accordo cordialmente, in amicizia … pur rimanendo ciascuno ad occupare la propria posizione di forza …”

“Ma le manifestazioni, i cortei, le proteste e le rivendicazioni ?”

“Servono … servono anche quelle … Ci mancherebbe … Però sono come la cornice di un quadro … la ciliegina sulla torta … I grandi giochi non si vincono in strada gridando e fischiando, chiassando e dando e prendendo botte … ma a tavolino, tranquillamente … a tu per tu … giocando ciascuno le proprie carte: “Io do una cosa a te … e tu ne dai una me … Modificheremo questo se tu mi sistemerai quello e quella … E’ sempre stato così dietro alle quinte … Sì, poi ci sono le assemblee, i discorsi, le proteste, gli scioperi … ma è tutto un gioco accessorio … un gioco per grandi …”

“Ma allora la politica, le scelte di parte, il tesseramento ?”

“Quello è importante, è la facciata … Serve, ci vuole … E’ la scena, il palcoscenico, il manifesto … Ma poi quel che conta è l’altra cosa … Il Sindacato, si sa, è quello che aggrega e sa infondere sicurezza e un senso di protezione: è questo quel che conta e ripaga i Lavoratori … Ma ormai non sono più cose per me … Io ormai ho finito … ho dato … sono quasi vecchio … Non posso più farmi carico di tutto e tutti … Ed è per questo che me ne sto qui in attesa … e poi ogni tanto qui davanti sfilano certi bei mandolini ! … che mi gusto anche l’occhio …”

“Mi hanno detto che ti hanno cacciato da una sigla e hai cambiato “sponda” rifugiandoti in un’altra …”

“Solite malelingue e maldicenti ! … Non mi hanno cacciato … Siamo giunti alla decisione che era meglio se presentavo le mie dimissioni … Ma i Sindacati sono tutti uguali … Una sigla vale l’altra, non cambia niente, il gioco alla fine è sempre lo stesso … cambia l’insegna sulla porta e sulla carta intestata …”

“Che sfacciato che sei ! … Te lo dico in faccia: sei proprio un vigliacco dentro … un parassita, una carogna … Mi prudono le mani nell’ascoltarti … e mi verrebbe da issarti e appenderti su quell’attaccapanni lì in fondo … perché in un certo senso ci avete venduti tutti …”

“E’ come è rimasto ? … Come ha reagito ? … Che ti ha risposto ?”

“Non lo immaginereste mai … Mi ha detto: “Eh … che paroloni ! … Guarda, giunto a questo punto, puoi dirmi tutto quello che vuoi … Non me ne importa più nulla … Sono diventato vaccinato e refrattario di fronte a tutto e tutti … Ora mi interessa solo pensare alla pensione, alla pesca, alla spiaggia con i miei nipotini … Tutto il resto non conta più nulla … Ho sistemato tanti … ora è tempo che pensi un po’ anche a me stesso … Tanto ho quasi finito …”

“Sei quasi finito come persona vorrai dire …”

“Giochi di parole simpatici … fra offensivo e arrabbiato … Sapessi quanti ne ho fatti durante la mia carriera …”

“Il Sindacato dovrebbe …”

“Il Sindacato è utile nella misura in cui riesce a procurare benessere per qualcuno, per qualche lavoratore … E’ questo il suo vero scopo … Molti hanno intrapreso la scelta sindacale solo per questo … per avere le spalle protette ritrovandosi in situazioni difficili, precarie o incresciose … E che credi ? … Pensi per davvero che in molti si creda agli ideali e alla politica ? … Ma fammi un piacere !”

“Le conquiste sindacali, le rivendicazioni sono storia e lotta vissuta duramente dai lavoratori e dalla lavoratrici … sono costate sangue e sacrifici …”

“Sì … questa è la Storia ufficiale … ma poi sul posto bisogna essere pratici e concreti … Ti trovi di fronte a quello che ha litigato col padrone, a quello che ha mal di schiena e non riesce più a muovere i carichi, a quella lasciata dal marito con due bambini piccoli da sistemare senza soldi per la baby sitter … Vuoi mettere lavorare nell’ufficio del Sindacato solo di mattina senza turni di notte e festività occupate in una corsia d’ospedale ? … E’ tutta un’altra cosa … Meglio rappresentante sindacale e impiegato che “puliscicessi” … Meglio lavoro di mattina in Sindacato e secondo lavoro di pomeriggio al bar dell’amico così ti paghi il mutuo … Sarebbe lunga la lista delle opportunità e delle attività che il Sindacato ha da sempre favorito, offerto e coperto …”

“Sistemare la figlia, il figlio … il nipote, il figlio dell’amico … quello dell’amico dell’amico … e in cambio ?”

“Semplice … Si deviano gli obiettivi … ci si ferma a lottare e discutere con la dirigenza per un posto macchina in un parcheggio invece che parlare di modifiche di piante organiche, premi di produttività e carichi di lavoro … Si discuterà sul numero degli alberi da abbattere e sulla riduzione dei centimetri concessi alla Direzione … e poi si uscirà insieme tutti contenti, tranquilli, stringendosi sorridenti le mani come vecchi amici … A volte è meglio lasciar perdere tante cose … e conquistare e portare a casa ciò che è utile …”

“Nemici sul palco e nei proclami … amici con le gambe sotto alla tavola imbandita e a un buon bicchiere di vino … Una mano lava l’altra …”

“Sì … sono queste le regole vere … Quelle che contano e funzionano per davvero … E poi fare il Sindacalista è sempre meglio che rimanere lì a lavorare per quattro “palanche matte” … Vuoi mettere il gusto di andare fino a Roma per le manifestazioni ? … Tutto pagato, sembrava quasi una gita fuoriporta …”

“Eh … Infatti … Come quella volta che tutti stavano a manifestare sotto al sole cocente in piazza, mentre mia moglie ti ha trovato rilassato e disteso in spiaggia con la tua famiglia …”

“E per forza ! … E ch’eravamo degli stupidi ? … Il weekend era sacrosanto per tutti … Tre sindacalisti di riposo e uno in servizio a rotazione … Era più che sufficiente … Non vorrai mica che per protestare si debba lavorare tutti sette giorni su sette e di giorno e di notte ? … A volte bastava davvero poco: una manciata di fischietti da quattro soldi, un paio di striscioni e un po’ di volantini scopiazzati qua e là … un po’ di bandiere colorate, e il gioco era fatto … Che ci voleva ? … Non serviva sacrificarsi tanto …”

“Non c’era pericolo, insomma … non c’era pericolo di stancarsi troppo ! … E tutti i discorsi ? Lo Statuto dei Lavoratori, la Costituzione …”

“Quello era facile: bastava impararsi e leggersi un po’ di citazioni giuste … qualche decreto, qualche leggina, qualche delibera o sentenza giuridica ed il gioco era fatto … Nelle assemblee di solito tutti pendono dalle tue labbra, semplicemente perché tante cose non le sanno, non le conoscono … Allora sentono che devono fidarsi di chi ne sa di più di loro … Poi basta fare un po’ di scena … tirare un paio di pugni sul tavolo e alzare la voce … e il pubblico sarà tutto tuo … Sapere gestire le tensioni, lo scontento e le aspettative dei Lavoratori è un’arte … e bisogna essere maestri nel raccontare la fiaba del lupo e di cappuccetto rosso … In realtà basta usare la vecchia fola del bastone e della carota, del contentino ogni tanto per tenere buona la gente e farla continuare a lavorare e produrre senza troppe pretese … E’ un gioco … Te l’ho già detto … Una partita decisa prima ancora d’essere giocata … Una sfida destinata a finire sempre in parità … Quel che contava alla fine erano solo le adesioni, le iscrizioni e le tessere … ossia chi ti finanziava l’esistenza e la presenza … ”

“Bellissimo ! … Affascinante ! …  Ho sentito infatti, che oggi il Sindacato è finanziato soprattutto da pensionati nostalgici … che i lavoratori non si fidano più di voi e vi disertano …”

“Che vuoi farci ? … Cambiano i tempi …”

“E dopo ?  … Che farai quando arriverai alla pensione ? … Andrai a prestare opera volontaria nei Patronati del Sindacato per aiutare pensionati e lavoratori a sopravvivere galleggiando sulla burocrazia ? … Anche i Patronati ho sentito che sono abili a macinare soldi pubblici in Italia e soprattutto all’Estero istituendo migliaia di pratiche di pensionati inesistenti e senza requisiti veri … Ne ho sentite tante ultimamente …”

“Questo è un argomento tabù avvolto dal silenzio … Per chi osa toccare certi tasti e parlarne piovono querele a valanga per diffamazione … Oppure ti cacciano … Sei fuori immediatamente … La trasparenza non è mai stata uno dei nostri pregi … Comunque: sei matto ? … Non andrò mai a chiudermi dentro a un Patronato muffoso e scalcinato … Basta … Non vado a distribuire la carità a nessuno … Chiudo tutto e me ne vado in pensione … Me ne starò il più possibile lontano dal lavoro e starò insieme alla mia vecchia …”

“Ma non ti ha ancora lasciato ? … Sa che da una vita la pensi e ti comporti in questa maniera ?”

“Il lavoro è una cosa, la famiglia e gli affetti sono un’altra … Con lei tutto è diverso … Io sono quello che arriva col mazzo di fiori il giorno del nostro anniversario … Sono quello del viaggetto con la cena romantica …”

“Un orsacchiotto coccolone e bonaccione a cui si perdona tutto ?”

“Eh … qualcosa del genere … I miei nipotini mi adorano … Non vedono l’ora di trascorrere le giornate in mia compagnia … Sono queste le cose che alla fine contano nella vita … Tutto il resto sono solo discorsi, fumo inutile e illusorio …”

“E tu di fumo eri un esperto nel venderne tanto … Vero ?”

“Che cosa vuoi … Durante la vita bisogna essere anche un po’ furbi … La verità è che la bandiera del Sindacato oggi è a mezzasta …”

“A sentire te, più che a mezzasta è già afflosciata e abbandonata ammainata e strappata in un angolo … Se non fosse per i tanti che hanno lottato sul posto e hanno creduto per davvero in certe cose, sembrerebbe che il Sindacato non sia mai esistito per davvero …”

“E chi lo sa ? … La vita è fatta insieme di idealismo e concretezza … e ciascuno si prende la parte per la quale si ritiene più adatto … C’è chi parla e discute, e chi agisce … E’ una questione di scelte e di opportunità … Il problema è che con i sogni e le belle parole non si mangia né si paga il mutuo e la spesa …”

Purtroppo era ora, dovevo salire per andare a lavorare … e l’autobus è partito in perfetto orario, mentre il sole inesorabile del primo mattino iniziava a cucinare tutti, Venezia e l’intera Laguna per l’ennesima volta indistintamente. Mi sarebbe piaciuto ascoltare il proseguo del discorso … ma tanto mi è bastato.

Tornato a Venezia di pomeriggio, osservavo le lucette natalizie che lampeggiavano in un negozietto per turisti immerso nell’afa estiva.

“Non ha importanza … qui è Natale tutto l’anno … basta che si venda, si compri e si paghi.”

Ciò che accade a Venezia è sempre curioso, ogni giorno … Rientrando a casa passo spesso accanto alla chiesa chiusa e semidimenticata di Sant’Andrea della Zirada accanto al People Mover … Un tempo questa chiesa e monastero oggi chiusa e demolito “giravano alla grande” in questo angolo estremo di Venezia, era un “postaccio” pieno di vita e storie. Ogni volta che vi passo accanto osservo l’altorilievo infisso in facciata. Rappresenta un Sant’Andrea Apostolo e pescatore uscente da una barca sulle acque del mare a calcare le onde camminandoci e galleggiandoci sopra andando incontro disinvolto e sicuro alla novità cambiavita del suo Cristo.

Ogni volta sorrido a me stesso, e mi dico sempre: “Questa è una parabola più che mai valida e attuale, proprio adatta a questo nostro tempo in cui letteralmente affondiamo nel Mediterraneo perdendo tante vite, saltando per aria inutilmente o languendo dentro a questa crisi economica voluta e creata da tanti che ci hanno sperperato e intrigato sopra … Per uscirne ci servirebbe una maniera diversa d’intendere e interpretare le cose … Una maniera alternativa e diversa di comportarci …  Più pulita, inaudita, sincera, sorprendente tanto da infondere nuova fiducia a tutti … Ma forse questo è un desiderio impossibile, una visione e un sogno, perché dovrebbe proprio accadere un miracolo … come camminare sulle acque del mare …”

E ho proseguito passo passo verso casa … come ogni giorno, ascoltando le cicale cantare e strillare … come se non le avessi mai udite fino ad oggi.

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P.S.:

Mi piace precisare che quanto postato non è frutto d’illazioni fantasiose gratuite e inventate. Viceversa si tratta di “un’amena” chiacchierata fra autisti captata di prima mattina a Venezia. Potrei aggiungervi anche: date, nomi e cognomi, sigle, luoghi e precise circostanze che ho volutamente tralasciato di dire e scrivere perché fra le poche cose rimastemi della mia “vecchia professione” mi è restato il vecchio asintoto che diceva: “Si deve sempre dire il peccato ma mai il peccatore.”

 

lug 26, 2015 - Senza categoria    No Comments

“GIOIELLI NASCOSTI DI FIRENZE: … VILLA PETRAIA E FIESOLE.”

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Lì dove l’Italia non è più centro storico intasato di visitatori e d’iperattivi cittadini, quando tutto diventa periferia desueta e piatta priva d’interesse, e poi perfino area industriale squallida, esiste anche un’Italia spersa nelle campagne dove domina padrone “il Verde” che è ugualmente patrimonio artistico immenso, meritevole e preziosissimo, ma troppo spesso abbandonato a se stesso, chiuso, dimentico, non pubblicizzato adeguatamente nei tour e nelle indicazioni di viaggio, non valorizzato come meriterebbe … lasciato anche senza un cartello idoneo per strada che ne indichi il posto dove trovarlo.
Quel che è incredibile è che talvolta l’accesso a quelli stessi luoghi viene lasciato libero e gratuito, mentre un qualsiasi visitatore pagherebbe di certo volentieri qualche euro per potere vedere certi siti maggiormente curati, conservati e presentati meglio, più godibili.
Al pari di un intonaco cadente, di un parco con gli alberi lasciati caduti di traverso, una fontana monumentale piena d’erbacce che non zampilli almeno ogni tanto … certi bei posti “fanno miseria” … così come un’aiuola riarsa e secca, o un grande vaso mezzo vuoto pieno d’erbacce rinsecchite infonde un senso di mortale disinteresse e incuria … Ma questa è l’Italia incerottata a cui siamo abituati, circondata da chilometri infiniti di transenne, nastri bianchi e rossi che ne limitano l’accesso lasciando tutto in dimenticanza e incerta attesa … Altrove nel mondo di certi pezzi abbandonati sotto le intemperie o di certi monumenti lasciati a crollare su se stessi, ne farebbero immediatamente un museo di cui andare orgogliosi e strombazzato ai quattro venti … Ma siamo in Italia, appunto, e … “Chi più ha, più non sa d’avere” … è vero anche questa volta.
Ma c’è di più … e forse di peggio.
In parallelo e dentro a questo patrimonio artistico, esiste sempre in Italia un genere di persone, o meglio di presunti“lavoratori” che lo sono forse parzialmente … Inconsapevoli dello stato “fortunato” in cui versano mentre migliaia d’altre persone e soprattutto giovani languono alla ricerca e in attesa di un qualche agognato brandello di lavoro, si possono permettere d’essere indisponenti, sgarbati, aspri e scostanti con gli utenti e visitatori … quasi il turista fosse un qualcosa che andasse a interrompere e disturbare la loro quiete ordinaria a cui hanno diritto.
Non tutti per fortuna, ma più di qualche volta, utili e attenti custodi appaiono come sgherri aspri, acerbi, quasi schifati se devono aprirti una porta o una sala, quasi offesi e disturbati se indotti a prestare un qualche servizio o informazione dovuta … come se il turista fosse il luogo dove sfogare le proprie frustrazioni e limitazioni organizzative e di guadagno.
“Lavori d’oro ! … Dolce far niente … immersi per ore su ore nell’inedia tediosa della sedia che ha preso la sagoma del loro di dietro … Stucchevoli nella loro incapacità e mancanza di volontà d’offrirti una qualche indicazione sull’enorme patrimonio con cui convivono quotidianamente … Spesso indisponenti, scorbutici ed irsuti con i visitatori … Sarebbe più utile mettere al loro posto un buon cane da guardia …”
 
Senza esagerare e polemizzare in eccesso (tanto a poco serve e lascia spesso il tempo che trova) … Credo che in fondo siano l’ignoranza nel vero senso del termine e la pochezza umana di certe persone il loro guaio principale, in quanto non comprendono in quale felice circostanza si trovano ad operare ed esistere. Di certo è vero che esistono le carenze di personale, i fondi ridotti e limitati, le risorse precluse e tutto il resto … ma rimane il fatto che a confronto di molti e molte che quotidianamente tirano la santa e pesante carretta del pane quotidiano faticosamente e in condizioni difficili, costoro dovrebbero sentirsi fortunati ad agire dentro a certi contesti culturali privilegiati, e di conseguenza comportarsi in maniera più idonea e gentile con il prossimo … dimostrandosi entità lavorativa meno parassitaria dello Stato e della Società tutta. Il turista, visitatore, da qualsiasi parte del mondo provenga andrebbe favorito, accolto, accompagnato perché è risorsa, induce lavoro e innesca bisogni e utilità di servizi … nonché è la fonte stessa dei guadagni di ciascuno.
Non credo serva essere Einstein per comprendere che il visitatore non deve essere accolto sbrigativamente come un immondo appestato di cui liberarsene al più presto possibile … Né si dovrebbe trasformare i luoghi d’arte in posti istrionici di mercato e dei fatti propri, di plateale manifestazione di fastidio se indotti a smuoversi dal proprio stato quiescente delle strategiche, apatiche e comode poltrone.
Perché insisto stranamente su questo discorso ?
Perché è un vero piacere quando incontri persone che interpretano quel loro ruolo in senso contrario a quanto ho appena denunciato e denigrato. Ieri mi è capitato d’incontrarne una proprio alla Villa Medicea de La Petraia all’estremo confine della città e campagna di Firenze … Ne cito anche cordialmente il nome perché credo lo meriti: tale Leonardo …“porto nome come de’ grande artista e inventore” … ci ha rivelato alla fine del nostro percorso salutandoci.
Un custode, un “tipo” singolare, degno di nota, incontrato appunto ieri. Una cicca dopo l’altra, fumatore incallito e indefesso … un camino, un fumaiolo di mezza età avanzata.
“Non sono una guida …” ha esordito, ma si è dimostrato esserlo invece per davvero e più di altri. Preciso, simpatico, estroverso da buon Toscano quanto basta … è stato capace di farci vedere e cogliere in profondità quel che ci ritrovavamo davanti, e il tanto che sempre non si sa. Ha riassunto abilmente e brevemente fasti e splendori della Famiglia Medici, ne ha declinato gli inciuci, i divertimenti, le qualità e gli interessi politici, sociali e familiari … e anche le quotidianità bucoliche o intriganti della “vita Fiorentina in villa” di un tempo, molto simile a quanto è accaduto nell’entroterra della nostra Terraferma Veneziana nel corso del 1700.
E’ stato piacevole vedere animarsi di contenuti le scene dipinte a ricoprire le pareti, dare un volto e un nome alle facce anonime degli arazzi, delle pitture e dei tanti oggetti esposti in giro per le “colorate” stanze della Villa. Così come è stato utile cogliere tanti contesti storici, aneddoti, riferimenti e “chicche locali” altrimenti non reperibili o difficili da cogliere immediatamente.
Dopo un po’ siamo rimasti soli con lui … una visita guidata tutta e solo per noi … e quindi è stato ancora più piacevole intrattenersi con lui e immaginare la grande Villa da caccia formicolante di servi, di divertimenti, giochi, feste notturne ipnotiche, danze, musica, poesia, amoreggiamenti inframezzati a malie di luce, spruzzi d’acqua, composizioni floreali, animali esotici sparsi nel verde … e tanti discorsi vagheggianti le passioni dell’epoca: miti, astrologie, Fortuna, storie d’esplorazioni, mercanti, reami, blasoni, imperi e popoli … e molto altro.
Ci ha fatto notare perfino un curiosissimo San Francesco affrescato nella splendida cappella-oratorio della Villa. Un Santo Serafico reso e ridotto malissimo, grassoccio, sgarruffato, scalcinato … A confronto con tutti gli altri “colleghi illustri e celesti” rappresentati abilmente ed efficacemente sui muri accanto, San Francesco pareva più un ubriacone che un Santo … Non l’ho mai visto rappresentato così malridotto … seppure con le sue “belle stigmate” d’ordinanza … Che certi Francescani fossero antipatici alla Famiglia Medici ? … Chissà ?
“Per noi di Firenze tutto è bianco o nero, chiaro o scuro, sì o no … Non esiste l’intermedio, la “mezza misura”, il “Ni” … I Fiorentini sono sempre stati gente fiera e decisa … O gli piaci o non gli piaci, o sono con te o contro di te … con pochi compromessi …”
 
Alla fine della visita, dentro al giardino della Villa fantasticavo come altre volte immaginandomi quei Nobili e quelle Dame fluttuanti in aria, leggiadre come fantasmi elegantissimi … tutte svolazzi e leggerezza, voluttà, buongusto, divertimento, allegria e spensieratezza … volutamente ignare del mondo plebeo e misero che accadeva di fuori.
Bella Villa, insomma … e bravo anche Sjor Leonardo che ce l’ha fatta gustare fino in fondo facendoci intuire “il profumo originale”, l’animo nascosto e vissuto di un tempo che non c’è più … Con quel suo modo è riuscito anche a farci “non vedere”le sofferenze gestionali della villa alle prese con le solite ristrettezze economiche, la siccità estiva, il giardino e il parco trascurati.
A volte la gentilezza e la semplice cordialità di alcune persone possono rendere non dico indimenticabili, ma di certo piacevoli certi momenti che casualmente si vivono … il che non guasta.
Comunque, al di là di tutto questo discorso, l’avete ormai capito. Mi è capitato ieri, d’infilarmi ancora una volta di prima mattina nel “siluro frigorifero” di Italotreno tunnellizzando e travalicando l’Appennino ancora una volta in con meta Firenze. Il viaggio da Venezia è corso via veloce sotto nuvole gonfie di pioggia fin sulle amene piane toscane in compagnia dell’immancabile comitiva degli Scouts carichi come muli, dei soliti viaggiatori dormicchianti e degli onnipresenti Giapponesi sorridenti e ipergentili … Manco a dirlo, fuori scorrevano e si susseguivano via veloci: distese d’automobili biscottate dal sole, stazioni sature di gente come carnai umidi e sudaticci e montagne di valigie e bagagli …
“Un’imbarcata di gente … ma Firenze è Firenze … come Venezia è Venezia … Non serve precisare molto perché si torna a vederla per l’ennesima volta … Pur avendola già vista e rivista, è bello andare a caccia di “cose” secondarie ricche di storia, arte e curiosità … Sono posti secondari solo per modo di dire, perchè sanno evocare belle sensazioni quando ti rechi a visitarli …”
 
Neanche il tempo d’inventarsi progetti di nuovi viaggi fra chiacchiere utili, avvisi, stop imprevisti in galleria e ripartenze … ed eravamo già a Firenze diretti stavolta alla collina diFiesoleSan Domenico, la tozza ma elegante Badia Fiesolana e infine “a caccia” della recondita quanto“misteriosa” Villa Medicea De la Petraia … tutti luoghi singolari e meritevoli d’essere rivisti.
Prima sotto ad una pioggia battente, e poi subito dopo sotto a un sole caldo condito da un gridare disperato di cicale …Fiesole si è dimostrata essere sempre un’altra pagina di Firenze spalmata in lontananza fin sui colli Fiorentini. Una specie di risonanza, di eco artistico, culturale, spirituale, gastronomico e sociale di quel che è la città famosissima. Però con una maggiore quiete, spazialità aperta, pacatezza e godibilità … A Fiesole ci sono le memorie di Firenze Etrusco-Romana … ma si può anche riconoscere la Firenze Devota nel complesso di San Francesco in cima al colle … Una Firenze umile stile Assisiate, da povertà essenziale Serafica Francescana visibile nel coro ligneo ombroso e semplice, essenziale, ricavato dentro alla roccia sotto alla chiesa …  lì nel museetto nascosto si può perfino incontrare una Firenze dal sapore Cinese per la presenza dei numerosi e interessanti reperti riportati dai Francescani Missionari fino a Firenze dalla lontana Cina.
Lasciata Fiesole … si siamo spinti a piedi più sotto, scendendo verso la piana fiorentina … Abbiamo visto le tante ville dell’opulenza nobile della Firenze di un tempo. Ora per la maggior parte sono chiuse, privatizzate, abbandonate lungo le strade sconnesse e invase dal verde, percorse raramente da qualcuno … La Villa del Riposo dei Vescovi … il complesso di campagna di San Domenico dei temibili, ricchi e potenti Domenicani Inquisitori di cui fece parte anche l’amabile pittore Fra Beato Angelico … rimembranze curiose sperdute in mezzo alla campagna collinare di un tempo in cui il Clero si permetteva ogni bontà, ristoro, confort e lusso possibile (come ancora fa oggi più di qualche volta) … dimensione di una certa coerenza complessa i cui contorni sfuggono ancora oggi alla comprensione dei comuni mortali come possiamo essere noi.
Alla fine dell’intensa giornata ne è risultata una Firenze alternativa, diversa, tanto da non sembrare neanche la solita … Per riconoscerla abbiamo dovuto aggiungere una fugace passeggiata in centro a rispolverare con lo sguardo la policromia di Santa Maria in Fiore, l’eleganza possente diPalazzo e Piazza della Signoria, la strettoia architettonica degli Uffizi e l’apertura amena di Ponte Vecchio a cavallo sull’Arno con San Miniato al Monte assolato dal tramonto sullo sfondo della scena … Bella Firenze, ancora una volta … non ne avevo alcun dubbio.
Anche se, come condimento e salsa immancabile al solito contesto piacevole si è aggiunto ancora una volta la Firenze del giovane che passava in rassegna tutti i portacicche raccogliendo ogni mozzicone di sigarette della Stazione Centrale di Santa Maria Novella … la Firenze periferica dell’automobile lasciata senza gomme come nei film posta sopra a dei martinetti improvvisati e dei pacchi di mattoni … la Firenze dei cavalli che trainano le carrozzelle … quella dei questuanti ossessivi ovunque presenti sui marciapiedi con la mano protesa e pretendente … E poi ancora, la Firenze degli ambulanti stranieri, i famosi migranti … In più di trenta minuti di sosta ho osservato cinque ambulanti attivi davanti ai miei occhi, superstressati dalla necessità di raccogliere in continuità le loro cose e fuggire al primo apparire di un qualche divisa di servizio di Polizia pubblica … Nessuno dei cinque ha venduto nulla … niente di niente … neanche una cosina, un aggeggetto … E poi la processione febbrile ed entusiasta, allucinata degli Hare Krishna strombazzanti, nenianti e musicanti per le vie del centro … e infine la vecchierella minuta dalle caviglie distrutte che carica di sportule e borse si destreggiava nel traffico tagliando improvvisamente la strada, ciondolando cadente su e giù per i bus, incapace di salirne e scenderne i gradini se non assistita …
“Ma dove andava ?  … ridotta in quel modo e dentro a quel caldo ancora intenso ?”
 
E chi lo sa ? … Firenze comunque, ieri l’ho rivista e vissuta così.

 

lug 17, 2015 - Senza categoria    No Comments

“FRA BALONI E FOGHI … TORNA EL REDENTOR.”

John Singer Sargent_Grand Canal, Venice

La gatta a caccia di fresco è adesa al pavimento come un tappeto … le zanzare sono trofei … Venezia è madida di umido e sudore … è in affanno.
Una turista mattutina e caparbia prova e riprova e riprova ancora a entrare dentro a Venezia in automobile. Mette la retro e volta a sinistra, poi ci ripensa, va avanti e prova a svoltare a destra … Niente da fare: non c’è verso, non si passa da nessuna parte, non si può andare a spasso per Venezia guidando l’inseparabile prolunga meccanica da cui non sa e non vuole distogliersi.
“San Marco ! … San Marco ?” insisteva sporgendosi dal finestrino e rivolgendosi … fatalità … al solito emiplegico che si fumava la pipa appostato sotto alla tettoia del bar di Piazzale Roma per guardare “chi va e chi viene”.
Lui l’ha compresa forse a metà perché l’automobilista indomita parlava un inglese smangiato e arrotolato … Con la “mano buona” le ha indicato incerto la direzione dei Garage pubblici, mentre con l’altra mano “addormentata” le “ha dato di gomito”indicandole l’approdo dei vaporetti:
“Batèo di là sjora … per San Marco si va solo in vaporetto … No con la macchina ! … di là … di là … Ma senza ròde … solo a piedi, camminando … o col vaporetto …” ha ripetuto più volte sorridendo con la bocca storta e il labbro pendulo a destra, e mostrandole con due dita il segno del camminare e muovere le gambe … Poi ha desistito scuotendo la testa, vedendo che la turista ignorandolo non s’era affatto arresa all’evidenza e continuava a passo ridotto a circolare per il Piazzale alla ricerca di un “passaggio buono” per andare a raggiungere Piazza San Marco.
Mi ha guardato … l’ho guardato in un incrocio estemporaneo di sguardi …
“Nol capìse un’ostrega sto qua … el dev’essere Slavo … Di certo el xe inebetìo e insonà …” e si è messo a sorridere di nuovo contorcendo la bocca, succhiando la pipa e sbuffando subito dopo come una vecchia vaporiera fumosa.
Più in là, di fronte, una siepe umana di turisti s’accalcava e prendeva d’assalto il bus diretto all’aeroporto assediata da borse e valige … L’emiplegico di prima seduto fuori dal bar ancora chiuso continuava a scuotere la testa perplesso …
“Dove vanno sti qua … persi par el caldo ? … Piccioni viaggiatori … stretti come salami …” e se la rideva di nuovo fra se e se … dondolando ancora la testa sotto al cappello col frontino rivolto all’insù.
“Stè qua ! … Dove andè che xe Redentor ?” e rideva ancora una volta divertito … sopra alla vistosa scritta della sua maglietta sbiadita e sdrucita che recitava sul petto: “Ti porti pègoa e sfìga” … ironia della sorte.
Intorno continuava il concerto ossessivo delle cicale … La luce del cielo era stirata, come pallida, al mattino già non c’è più la luminosità abbagliante di giugno … Stamattina c’era solo l’apatia quieta e assonnata del primo mattino veneziano … il sole “di Caronte” sembrava una palla rossa infuocata, un’arancia appuntata sulla cornice del cielo, annegata nella foschia che si stendeva ampia fino a levante … La laguna era uno specchio lattiginoso e insieme lucido, grigio azzurro … un’immensa spugna che trasudava umori, odori, colori e sapori salmastri nascondendo vitalità invisibili e impensabili … Alcuni pescatori erano intenti a saggiare il fondo fangoso immersi fino alla cintola nell’acqua tiepida … La grande superficie distesa assomigliava a un tappeto verde d’inflorescenze odorose, sembrava una grande pozza di melassa, di gel delicato, di schiume galleggianti dal sapore amarognolo-dolciastro.
Intanto i pendolari sbarcavano e affollavano le solite strade riempendole come fossero binari di un treno quotidiano affollato … Le isole lontane sembravano immote, come sentinelle del niente … sospese fra decantato e dimenticato. Curioso il loro destino ! Ogni tanto vengono ricordate e risvegliate, proclamate protagoniste e regine della Storia per impinguare qualche tasca e consolidare qualche nome a caccia di fama … poi ritornano a coprirsi di oblio e abbandono come il verde che le ricopre ridondante… come se la calamita perdesse il suo potere magnetico … Rimangono come questa mattina: sagome sperse nella bruma afosa del mattino, riflessi opachi sopra allo specchio turgido dell’acqua liscia della bassa marea … quasi fantasmi muti, distratti.
Spiace pensare che certi amori dichiarati e strombazzati per Venezia sono spesso solo effimeri e transitori … più da portafoglio ed effetto più che da affetto … Lasciamo perdere …
Dopodomani ritornerà di nuovo “il Redentore”, “La Grande notte”, la “Notte delle notti” … la “Notte magica” … e chi più ne ha più ne metta. Accadrà di nuovo la secolare Festa veneziana con i magici “foghi”, la regata, l’attesa dell’alba sulla spiaggia … I Veneziani di contrada hanno già occupato “i posti” strategici sulle rive più adatte per godersi lo spettacolo pirotecnico e spartirsi la serata in compagnia cenando all’aperto mangiando “el saòr”… In un punto c’è un vistoso segno di vernice per terra, in un altro hanno già piazzato sedie e tavolini, in un altro ancora hanno cinto l’area come se ci fossero lavori in corso, più in là c’è un cartello con su scritto:“Privato-Occupato” 
Fra sacro e profano c’è ancora aria di festa … fervono i preparativi, lungo le fondamenta del Canale della Giudecca penzolano i festoni con i “balòni” multicolori di carta illuminati da dentro con migliaia di lampadine … il ponte di barche è lanciato attraverso il canale e unisce le due sponde tagliando fuori “una tantum” e per qualche ora le Grandi Navi dal passaggio diretto per il Bacino di San Marco.
Quella volta a Venezia tra il 1575 e il 1577 furono quasi cinquantamila le vittime, ossia quasi ¼ dell’intera popolazione. Le cronache del tempo raccontano che la terribile peste probabilmente si sviluppò già dal 02 luglio 1575 in Parrocchia di San Marziale nel Sestiere di Cannaregio a casa d’un certo Vincenzo Franceschi dov’era ospitato un Trentino proveniente dalla Valsugana infetto dal morbo. Quando questi morì, gli furono venduti i vestiti per pagargli il funerale, e furono acquistati da alcune persone della Contrada di San Basilio nel Sestiere di Dorsoduro dall’altra parte di Venezia, (dalle mie parti) dove qualche tempo dopo si cominciò a morire di peste, così come nella casa iniziale del Franceschi dove morirono 3 donne. Il resto venne in seguito da se … e fra i tanti morì anche il famoso pittore Tiziano Vecellio … un dettaglio.
Se Venezia fosse stata liberata dalla pestilenza, il Senato Serenissimo il 4 settembre 1576 decretò con 84 voti favorevoli, un contrario e due astenuti di erigere una chiesa sull’isola della Giudecca, vicino ad un convento che ospitava una quindicina di Frati Cappuccini raccolti nella chiesetta di Santa Maria degli Angeli con annesso un piccolo Ospizio per i poveri. Per comprare quel fondo per l’edificazione della chiesa la Serenissima spese 2.670 ducati, e ne aggiunse altri 120 per comprare un magazzino soprastante, e altri 960 ancora per acquistare anche un forno e una serie di basse casette che occupavano la zona. Quel posto era chiamato “Monte dei Corni” perché si depositavano là tutte le corna dei buoi e di altri animali che venivano macellati a Venezia e soprattutto alla Giudecca zona ricca di numerose concerie, Conzacurame ePellettieri.
Il Doge e la Signoria alla testa dei Veneziani avrebbero visitato quella chiesa ogni anno “in perpetuo ringraziamento”attraversando un apposito ponte di barche gettato attraverso il Canale della Giudecca. Si affidò il progetto della costruzione al famoso Andrea Palladio che presentò ben tre progetti elaborando nella sua mente i modelli classici del profilo e dell’idea dell’antico tempio Greco. Nonostante l’opposizione delle vicine Monache Clarisse del Monastero e Chiesa della Santa Croce che volevano destinare la loro chiesa come tempio cittadino; e nonostante la feroce disapprovazione del Papa che non voleva neanche concedere il permesso ai Frati Cappuccini di ufficiare la Chiesa (la lotta fra Papato e Venezia era già serrata, e l’anno dell’Interdetto alla città di Venezia non era lontano: sarà il 1606); si collocò solennemente la prima pietra del tempio nel maggio del 1577 accompagnandola con musiche composte per l’occasione dal Maestro Zarlino della Cappella Ducale di San Marco. Nel luglio dello stesso anno Venezia venne dichiarata liberata dal morbo.
L’anno seguente Doge e Signoria spesero più di 6.000 ducati per far costruire e cesellare 3 calici d’argento, le suppellettili degli altari e tutti i paramenti necessari ai sacerdoti per celebrare i riti … La costruzione del nuovo edificio, tuttavia, fu rifinanziata per ben 18 volte spendendo ogni volta altri 4.000 ducati, e fu terminata da Antonio da Ponte seguace di Palladio.
Il “Redentore” venne consacrato solo nel 1592 con la facciata che presenta un grande timpano triangolare e una serie di colonne e trabeazioni in cima ad una gradinata basilare di 15 gradini.  Al complesso si aggiunsero anche un nuovo convento per i Frati con annessa Infermeria. L’interno della chiesa, invece, è una grande aula luminosa longitudinale illuminata da finestre termali, con un grande arcone trionfale centrale sormontato da pilastri e cupola sotto cui troneggia un grandeCrocifisso Nero come la Peste ossia il Cristo Redentore ossia Salvatore, Guaritore … la controfigura dei Veneziani sofferenti di quel secolo … Curiosamente tutto questo continua ancora oggi, dopo diversi secoli.
“In certi momenti della giornata di lavoro … a suon di rimanere qui a scrivere davanti al computer, ho la testa che sembra trovarsi dentro ad un grande alveare … Mi sembra di avere i foghi del Redentore in testa … Per più di due terzi il nostro lavoro è ridotto a riempire carte e s’affossa dentro a mille dettagli di burocrazie spesso ridondanti e inutili … per quattro soldi poi … Benedetta pensione ! … A quando il nostro appuntamento ?”
 
Quello della pensione è ormai un mantra sempre più ripetuto da molti colleghi e conoscenti, ossessivo, quotidiano … Un tempo non lontano si bramavano di più altre cose: l’Amore, una donna, una famiglia, i figli, l’amante … forse divertirsi, mangiare e bere, viaggiare … i soldi … il lavoro … E non è solo nostalgia insulsa dei tempi che furono.
Oggi la pensione sembra una liberazione … come dalla pestilenza deleteria del lavoro … Paradosso del lavoro: tutti lo cercano e lo bramano … e chi ce l’ha non sogna altro che dismetterlo …  Ma non c’è solo questo … Sposto l’obiettivo e il contesto, rientrando “nel mio solito”, nell’ambiente ospedaliero quotidiano …
“Non ne posso più … Non c’è più nessuno che mi vuole: né colui che è stato il mio uomo, né mia figlia che si era già presa e occupata di me ma soprattutto della mia casa … Non me l’ha perdonata d’esserci ritornata a vivere dentro … La considerava già sua, e non me la vuole più restituire … “Perché non te ne sei rimasta in ospedale ?” mi ripete ogni giorno … Come farò adesso ? Dove andare ? Chi potrà proteggermi ? … Allo stesso tempo non riesco a ribellarmi: in fondo sono i miei, il mio sangue … L’ultima volta che sono rimasta a casa dal lavoro sono rimasta tre giorni interi rinchiusa nella mia stanza senza mangiare né bere … Sono sfinita, esausta, dimagrita, sfatta … Mi sento sola e impotente … Non sto bene, e soprattutto non so che cosa sia meglio fare, nè come farlo … Solo sul posto di lavoro, lontano da casa, sto meglio, mi sento a mio agio e protetta … Casa mia sta diventando un inferno … Faccio anche pensieri assurdi … Temo che mi droghino, che mi facciano far stranezze per inguaiarmi del tutto e liberarsi di me … Ed ho anche paura di perdere la testa, di compiere sciocchezze per davvero … Mi servirebbe un miracolo, come quello della Salute e del Redentore …” mormorava una paziente neanche tanto anziana in questi “giorni di Redentore”.
Rieccoci qua con l’attualità di oggi e soprattutto di domani !
Potrà sembrare demagogico, scontato e forse banale chiedersi da quante pesti moderne avremmo bisogno di essere liberati oggi ? … Tante di certo … Mi piacerebbe che si ripetesse un’altra volta un Redentore, una Salute … ma non solo come memoria e vecchio ricordo e basta … Come miracolo per davvero, come rinnovamento strepitoso e sorprendente di quello che siamo ridotti e soggetti ad essere oggi per certi aspetti.
Se accadesse il miracolo del lavoro soprattutto per i giovani ! … Così come se riuscissero a scuotersi di dosso quel pesante vestito di apatia, indifferenza, torpore, noia e incapacità di appassionarsi a qualcosa o qualcuno … Se cadesse una volta tanto quell’andamento ormai già visto e ritrito da: disilluso, consumato, toccata e fuga, sballato, svampito e demotivato … Se anche il lavoro stesso fosse più umano, più professionale nella vera accezione del termine … che non significa serioso e perfettino, ma vissuto bene: in maniera serena e costruttiva, non stressante e iperproduttivo come accade spesso, ossia finalizzato solo al ritorno economico (di certo non dei singoli lavoratori).
 
Mi piacerebbe anche che si riuscisse a liberarsi anche dalla“peste” e dalla smania di guerreggiare, tagliarsi teste, scoppiare per aria, e uccidere e squartare in nome della Religione e delle risorse, o perlomeno con quelle scuse … Mi piacerebbe che accadesse il miracolo di non costruire più muri separatori nel mondo, la liberazione dalla peste delle migrazioni mortali oltre i mari e le frontiere … Mi piacerebbe che il mondo guarisse dalla peste dell’AIDS, di Ebola, del Cancro, della SLA … ma anche dalla piaga della droga, della corruzione, della fame, della pedopornografia e di tutto quanto ci ruota attorno soprattutto dentro a certi mondi “insospettabili”e ufficialmente “Santi e puliti” …
Mi piacerebbe si vincesse la peste dell’ignoranza, quella della devastazione dell’Ambiente e della Natura, che si vincesse finalmente la lotta per l’acqua, l’energia pulita, e … Sogni … Quanti sogni di miracoli desiderati mi ritrovo incollati dentro all’afa appiccicosa di questi giorni di luglio … Saranno simili a quelli che forse starà facendo il barbone che dorme “beato” per strada sotto al People Mover di Venezia tenendosi stretto sotto alla testa la preziosa borsetta con tutti i suoi averi … Chissà quali sogni e miracoli pensate e sognate voi che mi leggete ?
Rialzo la testa nell’aria già rovente del mattino smontando da questi pensieri … Decine di uccelli diversi gorgheggiano sparsi ovunque, nugoli d’insetti popolano l’aria, il terreno, l’acqua … nascosti nel folto di un’infinità di piante ed erbe che crescono, respirano accanto … anche se non ce ne accorgiamo, in un inquietante silenzio rumoroso popolato da milioni di presenze, occhi e orecchi invisibili che ci accompagnano e comprendono, avvolgono e contengono … Quante sensazioni speciali dentro a questa solita Festa del Redentore che torna …
lug 7, 2015 - Senza categoria    No Comments

“POMPA O MUORI” … AD AMSTERDAM.”

Amsterdam 

Dire e raccontare Amsterdam decentemente è un’impresa ardua … pur essendoci trasvolato dentro come una libellula strapazzata evadendo dalle solite cose quotidiane. Di cose da dire ce ne sarebbero mille e più, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta e il rischio di perdersi in cose già dette, trite e ripetute. Forse Amsterdam potrebbe essere riassunta nella mitica accezione: “I AMSTERDAM” … intesa come: anch’io sono Amsterdam, ne ho fatto parte, l’ho vissuta, ci sono stato. E in fondo è vero, perché Amsterdam è uno di quei posti che non si può dimenticare facilmente dopo averlo “provato”.
“Beh … Amsterdam so’ qua !” mi sono detto appena arrivato, e ho iniziato a provare a  conoscerla e capirla spingendomi dentro le tortuosità fascinose del dedalo dei suoi canali.
“Amsterdam è tutto: città eclettica, colorata, vivace, tollerante, organizzata, disponibile … oltre che essere scontatamente: piacevole, divertente, ospitale, interessante, suggestiva per canali, vicoli, fiori … E’ turistica soprattutto … credo sia poco vivibile stabilmente … e talvolta sa essere anche squallida come lo può essere ogni angolo del mondo …”
 
Vedete ! Già una frase dice tantissimo, ma dice e non dirà mai abbastanza.
Credo esista più di una sorta di Amsterdam in una, tipo scatola cinese … Dipende un po’ da come vai, da quel che sei, quel che cerchi e dove vuoi andare. C’è di certo un’Amsterdam di tipo “A”: tranquilla, diurna, un po’ amena e da fiaba con i canali, i musei, le bellezze urbane e architettoniche, la Storia, il buongusto anche gastronomico … Un’Amsterdam culturale, estetica, etnica, turistica da visitare … Un po’ com’è l’intera Olanda dei mulini, del formaggio, dei tulipani, delle ceramiche bianco-azzurre Delft… e dei vari personaggi come Anna Frank, Rembrandt, Van Gogh … e tanti altri ancora.
Esiste poi un Amsterdam di tipo “B” che non significa secondaria, ma molto diversa … E’ quella tutta da vivere, dell’estroversità totale, dello sballo, senza remore, inibizioni e confini. Una Amsterdam piuttosto libertina, eterodossa e notturna, per non dire nottambula … permissiva, trasgressiva, che si permette di tutto, anche le esperienze più forti e spinte … e sotto agli occhi di tutti, e senza tante reticenze e remore e con una sua ritualità e fantasia notevole. E’ un Amsterdam più adatta ai giovani, anche mentalmente giovani … che sa mescolare gli stessi ingredienti che possiede in alchimie a volte procaci e deleterie fino ad essere talvolta stomachevoli … già alle quattro del pomeriggio.
Un Amsterdam un po’ trista, priva d’affetto … opinione personale s’intende … che finisce per mostrarsi piena di piscio e di vomito negli angoli, di vetrine allucinate ricolme di “sigari erbosi e strumenti da piacere”, satura di nerboruti buttafuori dal volto che è meglio dimenticare in attenta sorveglianza e desiderosi di menare le mani …  Non è roba per vecchi e bambini, insomma, anche se erano presenti entrambe le categorie perfettamente a loro agio … Serve una particolare attitudine mentale, una certa disponibilità per vivere e stare dentro a certi contesti … Anche se è vero che si fa presto a imparare e adattarsi … Comunque nell’insieme, Amsterdam è di tutto, e per tutti i gusti … e lo è da più di 400 anni.
A differenza di luoghi e città come Venezia che possiedono Storia e Culture ormai più che millenarie, Amsterdam è, invece, giovane, possiede solo qualche secolo di Storia che gli Olandesi sanno valorizzare benissimo e si tengono stretta con grande orgoglio e maestria nel conservarla e proporla.
Mi hanno fatto una bella impressione gli Olandesi … non tutti ovviamente … La sensazione è stata quella di persone pacate, gentili, tranquille, educate, simpatiche e accattivanti … Potrebbe essere anche un loro modo turistico di presentarsi … ma chi glielo farebbe fare d’esserlo per forza ?
Comunque al di là dei preamboli generici … ci sono alcune“chicche” su Amsterdam che non posso tacere e non ricordare.
“Pompa o muori” diceva un detto di Amsterdam apparentemente innocuo e poco comprensibile a primo acchito. Lo si capisce meglio quando si viene a conoscerne la storia. Amsterdam nella sua “epoca d’oro”: il milleseicento, era un amalgama vivissimo e densissimo di ricchezze, persone, successi e fallimenti. Accanto a potenti uomini d’armi, esploratori, mercanti furbi che solcavano i mari con grande abilità; esisteva anche tanta miseria, gente diseredata, delinquente … C’erano anche tanti giovanissimi ridotti presto allo stato di galeotti, il cui unico metodo per trattarli era la frusta e la disciplina ferrea, terribile, spietata.
Per dare loro modo di riabilitarsi venivano sottoposti a un durissimo lavoro di carpenteria dall’alba al tramonto nella“Casa della sega” dove dovevano lavorare sodo, sgobbare e tacere … altrimenti erano dolori.
A chi trasgrediva e si rifiutava di lavorare, o si dimostrava esagitato, oltre alle scontate frustate, veniva imposto di stare dentro ad una cella posta sotto al livello della mare. Quando si alzava la marea, e si sa che l’Olanda anche oggi è praticamente tutta sotto il livello del mare, l’acqua entrava nella cella fino a sommergerla. C’era un unico modo di sopravvivere per non annegare: usare senza sosta una pompa a mano che permetteva di tenerne basso il livello d’inondazione. “Pompa o muori !” si diceva per questo … e chi lo provava uscendone vivo … credo forse sarà stato più remissivo e avrà capito qualcosa, o perlomeno avrà pagato a caro prezzo la sua sopravvivenza cogliendone il valore … Ma forse anche no.
Di certo quel metodo era terribile … ma era una delle tante stranezze di quelli di Amsterdam: città disposta a tutto, porto di mare dove alcune donne andavano alla “Torre del pianto” a vedere partire i loro uomini per mare per mesi, a volte per anni, sperando nel loro ritorno … mentre altre andavano incontro ai marinai che sbarcavano fornite di lanterne schermate di rosso per concedersi facilmente ai reduci dalle “astinenze e digiuni”del lungo navigare.
Ecco da dove proviene la famosa Amsterdam del Quartiere a Luci Rosse, che oggi è rimasta solo la brutta copia trasgressiva di quel che è stata un tempo fra le taverne fumose e buie sulle rive del mare e personaggi variopinti ed eterogenei.
Ti allontani un attimo dal porto, muovi alcuni passi … e Amsterdam diventa l’opposto. Nel cuore della città, proprio accanto ai grandi palazzi della vita Pubblica e dell’efficienza mercantile, esiste il Begijnhof: un complesso raccolto e richiuso di 164 abitazioni, la casa delle Beghine. Erano donne austere, talmente devote e probabilmente bigotte da vivere e chiudersi dentro ad una loro cittadella dentro alla città, con la loro chiesa, le loro casette ordinate intorno, un Quartiere ristretto in cui virtù e sani principi erano la regola obbligata messa assolutamente al primo posto del vivere.
Fa impressione entrare nella loro cupa chiesetta, anzi ne hanno addirittura due … una solenne e puritana, sobria ed elegante insieme … e un’altra più quotidiana e ordinaria, dove c’è un dipinto di un Cristo Crocifisso impressionante. Possiede le braccia inchiodate rivolte strettissime verso l’alto, quasi in verticale. Il significato è plateale: la Salvezza è ristretta, non è affare aperto e disponibile per tutti. E’ qualcosa che Dio concederà solo a pochi meritevoli di Grazia, solo a quelli disposti a percorrere un certo camino stretto di fedeltà, morigeratezza, applicazione, penitenza e tanto altro … Una strettoia mentale, una vita disciplinata, osservante, carica di umiltà devota e orante … L’ambiente è silenziosissimo, l’opposto del clamore asfissiante cittadino che avvolge e porta in giro fiumane di turisti come un fiume in piena. Nel Begijnhofc’è come un nulla, il vuoto … e c’è insieme “un Tutto”: l’ha provato perfino Vincent Van Gogh che amava ogni tanto andare a rifugiarsi proprio in quel posto di Amsterdam.
Il Begijnhof è un angolo nascosto di Amsterdam che si associa e declina bene con quello della “Chiesa Segreta di Nostro Signore in Soffitta”.
“Altro posto bellissimo e molto curioso … E’ interessantissimo scovare quel luogo aggirandosi per forza in mezzo a tutte le casupole delle donnine “tutte in mostra e in pergolo” anche in pieno giorno … Non ti aspetti di trovare un posto simile a pochi metri da quelle donnette nude guardate a vista da facce minacciose da tagliagola che basta osi alzare una macchina fotografica che sono prontissimi a buttare in canale macchina e fotografo insieme … E’ uguale al visitare il Tempio Buddista di Amsterdam, il più antico d’Europa, proprio collocato nel cuore dello stesso Quartiere a Luci Rosse … Sono contrasti impressionanti, come facce diverse e opposte di un’unica medaglia …”
 
La Chiesa Segreta di Nostro Signore in Soffitta è incredibile … nascosta e ricavata proprio sopra ad una casa qualsiasi perfettamente mimetizzata con tutta la schiera delle altre bellissime casette affacciate su uno dei tanti splendidi canali di Amsterdam … Belle anche le case-canale in cui alcuni abitano e vivono come in case qualsiasi con tutti i servizi e gli accessori di una casa normale (non a torto la città è considerata la Venezia del Nord … anche se Venezia è un’altra cosa … Vuoi mettere avere a che fare con i marinai dell’ACTV, l’acqua alta, i gondolieri, i nostri ponti … Venezia è tutt’altra cosa … più bella.)  
 
Beh … la chiesa di Nostro Signore in Soffitta, dicevo, è una realtà singolare, perché dimostra come gli Olandesi abbiano saputo celebrare le proprie convinzioni anche “in cattività” e controcorrente, in parallelo alla Dottrina ufficiale cittadina che era loro ostile … un po’ alla maniera dell’Inquisizione.
E a proposito di segretezza e ostilità … ad Amsterdam si prova anche l’esperienza emozionante di visitare l’Alloggio Segreto di Anna Frank, la ragazzina del Diario fatta fuori dai Nazisti durante l’Olocausto degli Ebrei. Quella “House” è una presenza molto significativa in città, e c’era sempre una fila interminabile di turisti in attesa per ore per visitarla, anche dopo le nove di sera. D’altra parte quella vicenda associata alla truculenta violenza drammatica patita dagli Ebrei merita attenzione, rispetto e di certo un’occhiata. Amsterdam è sempre stata una città piena di Ebrei, e solo pochissimi di loro sono tornati vivi dalla deportazione nei campi di sterminio: solo qualche centinaio. Come non considerare allora questi aspetti di Amsterdam ?
“Gli Ebrei sono sempre stati un popolo storicamente tormentato e perseguitato … Sono una cultura che ancora oggi non smette di esercitare un suo fascino precipuo, speciale …”
 
L’abbiamo avvertito entrando ad Amsterdam nel Quartiere Giudaico ma soprattutto nell’antica Sinagoga Portoghese … Cavolo che bella ! … Non artisticamente, perché è essenziale e modesta … Ancora oggi senza elettricità e riscaldamento … al calare della sera e delle ombre si riveste di magie, di atmosfere trasognanti che inducono ad andare lontano, ad aprirsi a dimensioni inattese, diverse dalla solite certezze tranquille e consolidate di sempre. Ci siamo entrati dentro durante un temporale, e siamo rimasti estremamente colpiti ed impressionati dal posto, dall’atmosfera, da tutti quei sedili personalizzati e vissuti, da quelle seggiole e scanni antichi ricoperti di polvere sabbiosa, sopra ai pavimenti in legno consunto … C’era come un silenzio pregno, denso di significati, che non si può ignorare e dimenticare facilmente. C’era come un “qualcosa di rispettabile” che si avvertiva nell’aria … che meritava almeno rispetto.
E poi c’è ancora e di nuovo un’Amsterdam meno romantica, “di strada”: quella con la statua del “Ciccibaffi” a ricordo dei ragazzi scugnizzi Batavi … l’accattone prelevato di peso dalla Polizia in motorino, gli agenti in azione da film per strada in pieno centro alle cinque del pomeriggio, come “ronde moderne”, il seguito attuale della famosa “Ronda di Rembrandt”… un giovane omino “sgarruffato, odoroso, scomposto e confuso” che suonava seduto sopra a un ponte una chitarra senza corde a tutte le ore del giorno e della notte … mentre un gabbiano solitario gridava in aria a sproposito, un po’ “fatto” anche lui …
“Chissà che cosa avrà sniffato in giro per la città, dentro a quest’aria dolciastra mista a odore di sudore e di salmastro del Mare del Nord …”
 
Improvvisamente un giovane è uscito di botto gridando da una casupola sulla riva di un canale superfrequentato e intasato da barche e turisti … Si è tuffato di brutto, annaspando, nuotando e sbuffando nell’acqua … “Tanto allegro ed eccitato”, mentre i suoi compari se la ridevano sull’uscio di una delle tante casette fiabesche.
Amsterdam è tutta Canali da percorrere in barca avanti e indietro a tutte le ore … I giovani vanno in giro in barca, come se fossero dei pub galleggianti e festaioli … Amsterdam è anche la patria dei ciclisti al 200%, che ti sfrecciano ovunque e accanto come automobili … parcheggi esclusivi per bici … bici ovunque, a mucchi, di tutte le forme, per tutti e a tutte le ore fino al buio della notte che ad Amsterdam arriva tardino, solo dopo le dieci e mezzo di sera … E’ la famosa “luce del Nord”che in questi giorni avvampava torrida e solare sopra alla città che è ancora tutta della Regina ossia monarchica … lo si vede perfino sui lampioni per strada che hanno tutti sopra la loro bella corona reale.
Amsterdam poi non è solo Amsterdam: si “spalma” ed estende, espande oltre nella verde piana olandese satura di sapore campestre e ameno … Posti d’altri tempi … quelli dei mulini diZaanse Schans sul fiume, dei lattai, degli zoccoli … Un posto fatto tutto di dighe, chiuse, canaletti e ponti che si alzano, pale eoliche rotanti sparse ovunque … Quella del vento è una costante di Amsterdam … e noi Italiani al confronto degli Olandesi siamo indietro, dei principianti sulla sensibilità e le tematiche energetiche … Ma questo è un altro discorso.
Amsterdam è poi: Musei … tanti musei che non scherzano affatto per consistenza e valore: Van Gogh Museum(mancano però i quadri più famosi di Vincent Van Gogh: perciò rimani un po’ con l’acquolina in bocca); AmsterdamHistorisch Museum (stupendo ! … modernissimo, tecnologico, coinvolgente, con la famosissima Galleria col Davide e Golia e i personaggi famosi … ci sogniamo cose così in Italia); Rijksmuseum (il classico museone, tipo Louvre, che ti prende e rapisce del tutto); il singolarissimo Museo Marittimo che qui in maniera semplice chiamano: Nederlands Scheepvaartmuseum …. con tanto di ricostruzione in scala reale visitabile di un galeone del 1600 … e tanti altri fra grandi e piccoli … e poi: chiese strane (molto diverse dalle nostre, spoglie, essenziali, usate molto come sale culturali, poco luogo di religione e culto intesi al nostro modo tradizionale), sinagoghe, palazzi d’epoca, Palazzo Reale dove un tempo agivano i potenti Scabini … e viuzze, angoli, bottegucce in cui s’è fermato il tempo, campanili che ad ogni quarto d’ora riempiono l’aria di carillon simpaticissimi che ti rimandano indietro di secoli … e il mercatino dei fiori: bello, grandissimo ! … Un bagno in un belvedere naturalissimo e coloratissimo, da non perdere …
Quando è ora, nel turbine del turismo affamato e arrembante di tutti i bazar delle proposte multietniche mangerecce, esistono angoli gastronomici nascosti in cui è possibile gustare la cucina locale, mangiando “bene e con gusto” … mentre di fuori uomini azzimati, ancora eleganti e tirati a lucido pur dentro all’afa delle nove di sera … s’aggirano impettiti per strada con le loro borse in pelle, gli occhialetti argentati e l’aria indaffarata …
Potrei andare avanti a lungo a raccontare, ma sono certo di avervi intrattenuto oltre il lecito … Il tempo ad Amsterdam è volato via veloce, e siamo saltati di nuovo in cielo in un attimo, quasi strappati da un posto e catapultati e riversati in un altro in un “frullo” d’ali … Alla fine … è stato bello risvegliarsi di nuovo a Venezia … che non teme confronti con nessuno, e possiede sempre quel qualcosa in più “di speciale” che altrove non c’è.
Alla prossima Amsterdam ! … I Amsterdam !
lug 1, 2015 - Senza categoria    No Comments

Venezia: … ieri, oggi e sempre.

 

“Molti di noi Veneziani di ieri, non più giovanissimi, ma ancora grintosamente attaccati all’oggi, non assomigliamo neanche vagamente ai famosi viaggiatori avventurieri di fine 1800, inizio 1900 che hanno visto, assaporato, cantato, scritto e dipinto di Venezia in maniera originalissima.

Non siamo certo paragonabili ad un Monet, un Sargent, un Ruskin solo per citare alcuni (non me ne vogliano gli altri), eppure sappiamo ancora emozionarci se vediamo un riflesso in un canale, un gioco d’ombre e colori nascondersi e apparire fra calli, campielli e corti, un tramonto infuocato o un incrocio disperato di rondini in cielo sopra alla nostra Venezia.

Esultiamo se riusciamo “una tantum” a salire in cima a un campanile, infilarci dentro a un portone di un palazzo lasciato socchiuso, un giardino apertoci generosamente, e ci sembra gran cosa rimettere piede e soprattutto occhi in qualcuna delle vecchie chiese ormai chiuse da decenni.

Ci estasiamo rimirando una vecchia foto e gli scenari della Venezia e della Laguna di ieri quand’era più viva di oggi, anche se era misera, antica e spesso degradata. Sentiamo ancora le Feste, la voga, il “Boccolo” e con un pizzico di nostalgia simpatizziamo col Leone di San Marco e l’idea della Venezia Alta e Regina sui Mari, il Doge e tutto il resto …

Che sia una malattia ?

Temo di sì. Una che a differenza delle altre, quelle pestifere e vere, è un bene esserne affetti. Non mi dispiace con altri miei concittadini intravvedere quello che non vede la folla dei turisti, sentire “parlare” le pietre e i luoghi, andare e riandare le vicende di tante isole e Contrade recondite, dimenticate e abbandonate, o salvate all’ultimo appello dall’incuria totale … E’ sentirsi vivi e meglio dentro a questo nostro microcosmo unico in cui il destino ha deciso di farci vivere e galleggiare … con grande nostra soddisfazione … ed una genuina punta di mal celato orgoglio.”

giu 27, 2015 - Senza categoria    No Comments

“UNA VENEZIA … INTORNO AL POZZO.”

John Singer Sargent_Venetian water carriers_c1880-1882

Di Venezia si dice e si è detto tutto … o quasi. C’è da dire quella qualunque, spesso volutamente non detta, ma per questo non meno curiosa, sebbene lontana dalle maiuscole e pompose vicende storiche che ben conosciamo.
E’ una Venezia con le buche per strada e le fognature scoppiate che racconta delle polpette rubate da dietro il vetro del bancone di un Bacaro di Rialto, inventandosi ogni volta di tutto e mille pretesti per far allontanare l’ostessa quanto bastava. Storie di vino annacquato e venduto sfuso travasato pazientemente da damigiane di campagna dentro a bottiglioni portati solennemente a braccia da bambini smunti e quasi cenciosi attraverso le solite callette, i ponti e le corti arcane e ombrose di sempre.
Non si tratta quindi della Venezia dei Palazzi e dei Dogi, del Ponte dei Sospiri e di Rialto, della Piazza delle Piazze con la Basilica dorata, né è quella dei Nobili Mercanti che hanno percorso e solcato in lungo e in largo l’Europa e il Mediterraneo. E’ una Venezia “casalinga”, un po’ “fuori porta”,inusuale, senza facciata e da retrobottega, con i vetri rotti delle finestre sostituiti da fogli di plastica trasparente o pezzi di cartone, e le rive e i gradini coperti di verde franati giù in acqua. Una Venezia di periferia ma non secondaria, apparentemente senza storia, vista in controluce e filigrana, nascosta fra calli e callette strette come capillari labirintici in cui perdersi, canali tortuosi dalle “acque morte”, a volte finiti del tutto in secca con la barca rimasta storta appoggiata sul fango.
Per certi aspetti, è un “tipo” di Venezia che oggi non c’è più ed è stata in gran parte trasfigurata, evacuata e cancellata, integrata e resa “altro e incolore”, come se un immaginario rullo compressore avesse macinato e livellato tutto: persone, eventi e cose. Dico di una città lagunare vissuta da popolani qualsiasi, uomini e donne alacri, Artigiani, Lavoranti, Marinanti e tanta gente senza volto nè nome dediti a vivere … punto e basta.
Sono, anzi, erano quei Veneziani vispi, vividissimi e arzilli, senza dei quali non sarebbe potuto accadere tutto quanto è accaduto nei secoli qui in Laguna. Gente schietta, a volte aspra e ruvida, tutta intenta soprattutto a procacciarsi il “pane quotidiano”, del tutto disinteressata ad apparire e primeggiare e lasciare tracce nella Storia.
Una Venezia fatta di lavoro e cantieri rimasti aperti per anni, edilizia popolare approssimativa e a volte abusiva con i camini fumosi aperti in calle a mezza altezza su grossolani buchi dei muri … e “posti barca” eternamente contesi nei canali dimenticati e senza uscita che non portano da nessuna parte. Una città di persone che s’assomigliano un po’ tutte … Quei Veneziani che si recavano al lavoro per una vita intera in maniera sempre uguale, senza squilli, “automatica”, attraversando albe piene di rondini e tramonti infuocati ma senza coglierli e gustarli. Un eterno uscire al mattino e rientrare a sera, percorrendo sempre la stessa strada, ripetendo ogni giorno le stesse cose … Donne casalinghe dietro e dentro a quei muri del tutto simili, tutte intente a correre dietro alla squadra dei figli, con la casa eternamente sfatta da pulire e risistemare, il pensiero fisso alla lavatrice da riempire o il bucato da stendere da una parte all’altra della calle, le spese da comprare e trasportare, la montagna mai appianabile delle cose da stirare … dentro a estati torride e sudate piene di zanzare da scacciare.
La Venezia accattivante e romantica dei turisti da ospitare ed accalappiare sembra sempre accadere altrove, sull’altra riva dall’altra parte del canale … lontano, forse solo a Rialto e in Piazza San Marco. Ricordo di quei Veneziani che ignoravano l’autunno pieno di mestizia e di tonalità tiepide tinta pastello che immagavano i pittori per le strade … ma vedevano benissimo l’inverno nebbioso, rigido e piovoso, con i vaporetti che non vanno mai e l’acqua alta fino e oltre alle ginocchia e fin dentro a casa … che sembra non voler scendere mai.
Una Venezia sempre uguale dei pensionati borbottanti e sdentati che camminano lenti ciabattando lungo le fondamente dritte che sembrano non finire mai davanti e dietro a loro passi … stretti dentro ai loro vestiti larghi fuori moda, a capo chino, pensierosi, intenti a far di conto con la magra “minima sociale”.Una città lagunare scanzonata, pratica, che la sa lunga … scarsa di elegante galateo, irriverente e dal linguaggio sciolto e sboccato. Qualche volta trasgressiva, disponibile “al miglior offerente” per necessità e per mancanza d’alternative più che per deliberata e lucida scelta.
Veneziani dediti di certo “alla causa di Venezia”, fedeli, ligi, devoti, tifosi quasi fanatici dello sport, delle regate e delle Feste pubbliche espressioni rimanenti della grande Serenissima che non esiste più … Una Venezia d.o.c., talvolta un “po’ bassa” e povera di cultura, dedita soprattutto a lavoro, affetti e semplice“campare” … desiderosa che ogni anno ritorni il tempo di tornare in Spiaggia al Lido, di celebrare la Festa del Redentore con i “Balòni e i Foghi”, i fasti di San Marco in Bòcolo, la Sensa di Venezia Regina che ha sposato e vinto i Mari, la Madonna della Salute con la candela e la castradina,Nadàl con le sue magiche atmosfere e i regali, Carnevale con le Marie, il Volo della Colombina che è diventata l’Angelo … e maschere, frittole, castagnole e galani, coriandoli e stelle filanti ormai capaci di durare tutto l’anno 
 
Erano e sono migliaia questi Veneziani di Contrada, spoliticizzati e un po’ disillusi che non vanno più a votare. Arrabbiati con i politici che considerano tutti imbroglioni a prescindere dal colore e dalla tessera, e senza peli sulla lingua li caricano d’epiteti e li canzonano per strada, sputano loro dietro e addosso a imitazione e in sintonia con quelli di Terraferma a cui riesce più facile scaricare un carro di letame davanti alla porta di casa di chi è stato smascherato  ed è andato in disgrazia a molti … Sono quei cittadini che si sfogano affidandosi ad altro: magari al Lotto, alle Lotterie e al Casinò … alle scommesse, ai Gratta e Vinci di turno, e perché no  ? … alle macchinette mangiasoldi da cui si spera di tirar fuori finalmente un colpo della Dea Fortuna …
Veneziani sognatori che sperano e sognano sempre di andare presto in pensione, riempiono i discorsi di ogni giorno con calcoli, finestre, percentuali ed uscite sognando di dedicarsi a viaggiare:
“Farei la bella vita … leggerò il giornale al bar di sempre davanti ad un Spritz o un Prosecchetto … oppure andrò a pescare con la canna in riva o in barca da mattina a sera … senza scadenze e impegni se non quello di morire…”
 
Sono quei Veneziani ultimi di una folla eterogenea, talvolta sgargiante ed esuberante, che riescono ancora a raccontarti della miseria e della fame del “Dopoguerra”. Quelli che si vestono ancora “a festa” alla domenica, indossando abiti fuori moda, mentre durante la settimana indossano generici connotati e atteggiamenti da “proletari”, perché sono stati gli ultimi che hanno per davvero lavorato in questa città prima che chiudessero per sempre le ultime lavorative dei cantieri della Giudecca.
Sono “i reduci e le reduci” dei tempi delle Tabacchine, delCotonificio, del Macello, della Fabbrica dei Cereri e dell’Arsenale. Oppure sono stati pendolari fino a Marghera:Montefibre, Breda, Montedison, o nelle Vetrerie e Conteriedi Murano … Gli ultimi Pescatori, gli Spazzini e i Postini di un tempo simili a guardie di quartiere che sotto alla pioggia sapevano tutto di tutti come i Barbieri e le Parrucchiere.
Fra questi c’erano anche i Gondolieri, quelli di un tempo però, non quelli benestanti di oggi, quelli che consideravano la barca, i canali, Venezia, la forcola e i remi quasi un prolungamento, un allargamento di se stessi. La tribù dei Camerieri, degliEsercenti dei bar e delle vecchie Osterie, gli addetti ai servizi degli alberghi dagli improbabili Portieri di Notte tuttofare capaci di parlare ogni lingua del mondo a gesti, i Facchini eTiracarretti, le “inservienti e destrigaletti dei piani” … Tutto un mondo a parte, fatto di servizi e salamelecchi, moine, gentilezze, riverenze, mance e opportunità.
E poi: gli Ambulanti di una lunga lista di mestieri scomparsi che si trascinavano in giro per Venezia con i loro volti caratteristici e originali capaci di procurare di che vivere a intere famiglie per diverse generazioni.
Venezia con i “Venditori di grano” per i colombi in Piazza San Marco, i Lustrascarpe sotto ai portici, “l’omino dei croccanti” e dolcetti caramellati ai piedi del ponte della Paglia, i Venditori di carbone con la gerla in spalla, Squeraroli eRemeri, l’“orbo cantastorie”, cieco, che cantava storie e pezzi di lirica ai piedi del Ponte di Rialto ponendosi in pendant a quello che offriva solo biglietti della Lotteria di turno.
Frittolere e Frittoline in chioschetti s’alternavano a Venditrici di minestre“succabarucca”, Granitere e Gelataie,Caldarostaie e Marronare. Nelle barche dentro ai canali passavano gli ambulanti delle Angurie, Cocco, Olio, Ghiaccio… mentre le Bigolanti vendevano per strada semplicemente acqua. Agli angoli di alcuni campi c’erano le Fioraie, leVenditrici di uova e verdure oppure alla rinfusa: i Venditori di bottoni nastri e “stricche-balacche” ... e lì, intorno al pozzo e alla fontana si lavava la biancheria dentro tinozze di legno e zinco e ci si spartiva la vita e i pettegolezzi su tutto il mondo.
Era uno spettacolo osservare le donne col di dietro in aria ondeggiante mentre chine dentro ai grande mastelli pieni di panni affogavano il bucato dentro a mille schiume, lo alzavano pesante e grondante, “spazzettavano” e strizzavano energicamente in aria con braccia muscolose tese e visi imperlati dal sudore e dalla fatica … ma sorridenti.
Altri “solitari della professione” offrivano in giro per Venezia solo attaccapanni, cartoline sfuse ai turisti, gondolette scontate perché affette da invisibili difetti, oppure con sombrero in testa e grandi baffoni uncinati e una cascata di vocaboli improbabili storpiati in “multilingua” e privi di senso, vendeva taccuini e portafogli di bassa qualità ma rigorosamente con la scritta:“Venezia”.
Sulla porta di casa o in bottegucce asfittiche lavoravano indomite Merlettaie, quelli che confezionavano a mano ciabatte e “Furlanine”, Calzolai, Stramassèri-Materassai, Tappezzieri, Fravi, Careghèta, Botteri, Robivecchi, Lustrini e Sarti … I Vigili Urbani, Carabinieri, Pompieri, Ambulanze e Pompe Funebri andavano in giro e si spostavano rigorosamente in barca a remi,  l’Ombrelletta-arrotino ossia il“Guètta” girovagava per ogni Contrada insieme al“Tacabanda” con piffero, tamburo e piatti attaccati ai piedi e braccia incrociandosi con garzoni fischiettanti con le gerle del pane in spalla o con ceste e vassoi cariche di dolci portati in equilibrio sulla testa.
In Campo San Bortolo, per le Mercerie o davanti a Calle della Bissa, o ai piedi del Ponte dell’Accademia gridavano gliStrilloni dell’edizione dei giornali della sera, sul bordo dei canali sostavano i “Gansèr” di professione per accalappiare e accostare le barche.
Esistevano ancora i “Fittabatèle”“Battipalo e Scavanacali”Spazzacamini e Spazzini biscottati dal sole o con lucide cerate sotto gli scrosci della pioggia, portando a spasso scope di saggina e bidoni ammaccati, unti e puzzolenti su carriole inverosimili che sembravano finestre con le ruote … S’aggiravano come presenza costante riconosciuta da tutti da prima dell’alba al tramonto per calli e campielli, su e giù per i ponti e per ogni angolo e anfratto nascosto della città finendo ogni giorno a “squacquarare” in osterie e bettole di cui facevano il giro completo … mentre fuori circolavano ad ogni ora le “Mamme dei gatti” sempre pronte a nutrire flotte numerosissime di corpulenti e pigri “Mici” randagi che erano i veri padroni e re della contrada e della città, sovrani indiscussi sui topi e pantegane, capaci anche di tenere in soggezione cani e qualche volta anche i “Cristiani”.
Tutto questo accadeva in una Venezia dai muri scrostati, condomini anonimi dalle scale erte e pavimenti dondolanti ancora in legno, aree cittadine ancora prive di fognature e di pavimentazione stradale, cavi del telefono pendenti come festoni da una parte all’altra su cui ci si allacciava in tanti alternandosi nella comunicazione … In certe periferie si rammendavano le reti per strada asciugandole al sole, stendendole sulle rive o appendendole ai muri delle case …. Ci si riforniva sottocasa di tutto quanto serviva per vivere entrando in bottegucce minuscole e buie ma benfornite, in cui si andava a comperare facendo annotare la spesa su un quadernetto i cui debiti bisognava saldare a fine mese, appena fosse arrivata “la paga”. Biavaròl, Lattaio, Luganeghèr, Fornaio, Ferramenta e Colori, Fruttariòl … sapevano tutto di tutti, ti vedevano nascere e parevano gente di famiglia … Nelle osterie fumose e giallastre si convergeva a bisbocciare, bere “un gòto”, fumare, raccontarsela di politica e lavoro e giocare a carte fino a notte alta davanti ai soliti che erano “amici e compari”, ossia “sòrma e bòni fioj” della vita da sempre.
Si finiva spesso fradici col cantare, ed era quasi normale che qualcuno venisse a ricondurre mariti e padri e fratelli e zii a casa “a braccia” dove c’era la moglie in ciabatte e vestaglia a fiori o la madre tondotta e carica di figli che teneva energicamente in pugno, pronta ad accoglierli, riempirli d’improperi e qualche pizzicotto fino a calargli qualche volta sulla zucca una buona ma amorevole randellata … In fondo continuavano a voler loro bene come i primi tempi della giovinezza, quando tutto era più facile e semplice e molto diverso dagli ultimi tempi.
Di mattina presto s’incontravano per strada Pescatoritrasandati, odorosi di “freschìn”, col secchio del pescato e dei molluschi, che andavano in giro a vendere e collocare porta a porta, nelle trattorie, osterie e ristoranti dov’erano conosciuti da una vita intera … Le donne calavano giù dai piani alti un cestino con la corda dove porci dentro il quotidiano già letto, la spesa, il latte e il pane portato a domicilio … oppure andavano in giro per la spesa cariche di sportule, borse e borsette … o tirandosi dietro uno sgangherato carrellino dalle ruote dondolanti che finivano per perdere per strada … Di ritorno dalla spesa donnine e vecchiette s’infilavano dentro a qualche bar o tabaccheria per bersi “un’ombra” o mangiarsi gli ultimi spiccioli giocandoseli al Lotto o sulle moderne macchinette mangiasoldi. Quasi ogni giorno c’era la fila all’entrata di certi sportelli dove si provocava la “Dea Fortuna” imbastendo e amalgamando numeri, sogni, desideri e cabale valutando quanto era accaduto di notte o capitato in casa e in giro per tutta Venezia durante il giorno.
Sul mezzogiorno, sul ciglio della riva o sulla porta di casa arrostivano il pesce sulla graticola nera e la carbonella inondando la Fondamenta di profumo e facendo venire l’acquolina in bocca a tutti i passanti.
Nei pomeriggi assolati e senza fine, alcune donne s’affacciavano alle finestre a chiacchierare con le dirimpettaie, o rimanevano rintanate in casa intente a canticchiare mentre preparavano la cena, o pulivano e spolveravano case povere, ma linde e lucidissime. Altre, invece, fra cui le più attempate, se ne rimanevano sedute in strada davanti a casa a “impiràr perle”, a pisolare, a lavorare a merletto, giocare a tombola,“giràr rosari”, o semplicemente a stare in “compagnia”spartendosi le novità e le preoccupazioni del giorno, mangiando l’anguria, cantando qualche vecchia canzone, o ripetendo vecchie usanze e proverbi, dicendo “strambotti”fino a “pisciarsi addosso dal ridere”… finchè poi calavano le ombre lunghe della sera.
Era una Venezia “estrema e periferica”, un po’ sfatta e concreta, aspra … Quella della Giudecca, Sacca Fisola, Castèo, Baia del Re e Santa Marta … Quella dei Centri Sociali raccogliticci, delle occupazioni abusive delle case sfitte, delle famiglie numerose di figli che a loro volta erano dediti ad occupare scuole, licei ed università intrigandosi a manifestare in piazza e per la strada. S’incazzavano, discutevano e s’arrabbiavano per davvero, scioperavano sul serio, pareva quasi un mestiere anche quello.
“Andavamo a caccia e aspettavamo fuori della porta i crumiri di turno … Non come oggi che si sciopera solo per scampare ed evadere interrogazione e lezioni … A Carnevale tiravamo addosso uova marce e borotalco alle donne in pelliccia per contestare lo scempio degli animali e della Natura … Facevano calare le serrande delle botteghe, bivaccavamo per giorni nei posti occupati fumando e facendo all’amore … e alla fine le ragazze rimanevano incinte … e allora erano guai e complicazioni per tutti, e ci toccava far giudizio finendo col sposarsi davanti all’altare o per lasciarsi e abortire fra mille problemi e difficoltà … Altri tempi ! … Ora le case del Comune e del Quartiere che occupavamo e frequentavamo tutto il giorno fino a notte fonda come fosse una nostra seconda casa, sono diventate rifugio dei tossici che sfondano porte e finestre murate e sbarrate, e tagliano la grossa catena che chiude l’entrata … Che miseria … Che tristezza …”
 
“Era una Venezia che a volte un po’abbaiava e ringhiava … Ma si sa: “Can che abbaia non morderà per davvero” … O per lo meno non lo farà sempre o spesso … La Storia ha sempre riservato sorprese …  e ci ha raccontato che in questi posti un venditore di souvenir è diventato terrorista spietato, un gondoliere ha saputo diventare Campione Olimpionico … un umile Patriarca ha saputo trasformarsi da chierichetto figlio di contadini addirittura in Papa Buono …”
 
“Era una Venezia di Contrada, popolare, apparentemente ostica e furba, un po’ temuta e talvolta prepotente, ma in fondo erano tutti “buona e brava gente”, desiderosa solo di sopravvivere difendendo in qualche modo quel poco che aveva o considerava suo … Oggi è rimasto solo lo scheletro di quel tipo di persone, la sagoma e la fama di quei tempi … e qualche bulletto che cerca di darsi un tono provando senza successo ad ispirarsi a quei “nomi” che non ci sono più … Non è certo un barchino regalato dal papà, col motore grosso, la prua per aria e lo stereo sparato a mille … né i tatuaggi, la cresta in testa, l’orecchino e i pendagli che tappezzano il corpo … nè tantomeno la parola grossa, sboccata  e provocatoria, il gesto intimidatorio che conferiranno a questi buzzurri un’identità simile a quella dei Veneziani di Contrada di ieri … Quelli sono inimitabili …”
 
“Quelli di oggi non sono dei duri, sono solo spacconcelli e sbruffoni, ragazzini esuberanti senza midollo …”
 
“Sono galletti, piccoli gaglioffi che vorrebbero incutere soggezione e mettere paura, ma che scapperanno subito quando arriverà uno “più forte e grande” che gli dirà soltanto: “Bùh !”
 
“La nostra Venezia di ieri era un po’ monotona e ripetitiva, non accadeva granchè … e non c’erano tutte queste folle e greggi di turisti asfissianti … Eravamo persone semplici, laboriose e ci accontentavamo di poco … La nostra vita accadeva lineare e un po’ piatta come le lunghe e uggiose giornate di pioggia invernali in cui Venezia sembra essere tutta uguale … Si finiva per vivere sempre lì dentro la propria zona e Contrada …”
 
“Pensa che mia sorella fino a quarantanni non è mai andata fino a Castello, dall’altra parte di Venezia … e mio suocero ha visitato Torcello solo a settant’anni … Immaginiamoci fuori dalla Laguna, altrove, in Terraferma … Andavamo in viaggio di nozze fino a Padova, solo i più fortunati raggiungevano Firenze o Roma …”
 
“Oppure fino a  Napoli, dove ci hanno rubato puntualmente tutte le valigie e l’orologio appena giunti e usciti fuori dalla stazione dei treni.”
 
“La nostra era una Venezia dalla Storia incerta, composta di memorie traballanti a cavallo fra miti e leggende … Ne sapevamo poco, ed eravamo privi delle conoscenze e della rigorosità scientifica del ricercatori, degli storici e studiosi di oggi … Ricordo di un nostro vecchio amico di tanti anni fa, che chiamavamo “il professore”. Era un appassionato di “Venezianità”, e ci raccontava di certe sue indagini mai pubblicate, raccolte e scritte da lui su fogli e foglietti ingialliti con la sua tipica scrittura svolazzante … Mescolava fonti sconosciute e citazioni dei Classici Latini, interpretazioni personali e brandelli di vicende storiche autentiche … Ci diceva che in un tempo remoto a San Silvestro di Rialto esisteva un “Tempio pagano delle Lagune” antichissimo, collocato sotto a dove oggi si trova la chiesa chiusa … poco lontano dall’Emporio di Rialto. Era entusiasta di dirci quella sua scoperta tratta da un mozzicone di notizia … Ci raccontava tutto con grande fervore, quasi con un senso di conquista … Diceva di una Laguna prima ancora che ci fosse Venezia, i cui abitanti erano salinatori e pescatori, ma assidui devoti prima ancora che si parlasse di Cristianesimo … La Laguna era quindi già da allora un luogo mistico, un posto d’incontro fra Cielo e Terra, molto prima che le isole fossero punteggiate da tutte le chiese e i monasteri di cui sono rimaste le tracce e i resti oggi … Non esistono più persone del genere … quasi cantastorie, cantori entusiasti del Passato.”
 
“Ai nostri tempi Venezia era ancora contornata dal cordone sanitario delle isole con i manicomi di San Servolo e San Clemente, i sanatori della Grazia e di Sacca Sessola … Erano attive anche le “Batterie” e le “Polveriere” delle Isole, ancora occupate e vigilate dai militari come San Giacomo in Paludo, la Certosa, la Madonna del Monte e tante altre … Ricordo ancora le ombre dei militari armati avvolti nella nebbia che andavano avanti e indietro lungo i perimetri di cinta o dentro e fuori dalle loro buie garitte “facendo la guardia” al niente … mentre la Laguna era attraversata dai Trabaccoli carichi di legna, carbone provenienti dall’Istria, e dalle chiatte discese dai fiumi …”
 
“Quando sono giunto ad abitare a Santa Marta, ormai più di trent’anni fa, ho fatto a tempo ad incontrare e conoscere uno degli ultimi che hanno segnato per davvero la storia minima di quella contrada veneziana. Era una specie di piccolo “boss” rispettato e stimato da tutti … Un uomo arzillo e pimpante, sebbene ormai avanzato nell’età, e risiedeva proprio nel mio stesso condominio. Era un personaggio apparentemente tranquillo e silenzioso, rigorosamente abusivo nel suo alloggio dal quale entrava e usciva alternandolo con l’ospitalità delle “patrie galere” … Era temutissimo, “un nome”, e sapeva tutti i trucchi del “mestiere” conoscendo “morte e miracoli” un po’ di tutti. A vederlo, sembrava un po’ “un’arma spuntata”, uno che aveva “già dato” vivendo la sua stagione migliore, un mezzo rubagalline, ma, invece, la sua fama e prestigio era ancora vivissima e continuava a godere di ampia considerazione. Aveva ancora tutto un suo “entourage” che si riferiva e fidava di lui, e di cui lui all’occorrenza si serviva “smanacciando” in tutta la zona del Porto … Mi diceva un giorno accarezzando dolcemente i riccioli del mio bambino: “Ecco che cosa mi è mancato nella vita: un figlio … Ma ormai è troppo tardi, son quasi “cotto”, e le mie “attività” sono ridotte ad essere un po’ da pensionato … mi accontento di suggerire “qualche buona dritta e dar dei validi consigli”  … Non ho più fisico per lasciarmi coinvolgere in azioni concrete più impegnative … Mi accontento di mangiare una volta al giorno …”
Mentre mi parlava l’avranno salutato almeno in venti passandoci accanto, e lui quasi ogni volta si avvicinava al loro orecchio per bisbigliare qualcosa … La sua intraprendenza e il suo “stile” tuttavia erano rimasti quasi intatti, anche se le sue “imprese” si era ridotte solo a impossessarsi dei tavolacci dei lavori pubblici fatti per strada per buttarli dentro alla stufa … o a gettare giù per la tromba delle scale un paio di Zingarelle troppo intraprendenti e dalle mani lunghe … insieme al loro grosso e determinato protettore che era accorso in aiuto.
Negli ultimi suoi giorno lo incontravo solo sul pianerottolo delle scale di casa, sempre gentilissimo e cordiale, con l’occhio ancora vispissimo e attento … finchè è giunto “al capolinea”, come diceva lui: “senza lasciare eredi e successori e portandosi “nel cassone” tutta la sua illustre fama”.
 
“Io, invece, ricordo un “poco di buono” che s’inventava ogni giorno mille cose per “sbarcare il lunario” per se stesso e la propria famiglia … Se comprava dieci sacchi di cemento per qualcuno arrivava con nove perché uno immancabilmente l’aveva “perso” ossia già piazzato per strada, o inspiegabilmente non glielo avevano consegnato. Lavorava, se lo faceva, dieci ore al giorno chiedendo che gliene fossero pagate o anticipate dodici o di più … Si sapeva quando partiva per qualche faccenda ma mai quando sarebbe tornato perché aveva sempre da compiere “complessi giri extra” da cui doveva trarre obbligatoriamente “qualcosa” … Se partecipava a un trasloco c’era sempre qualche cosa “inutile” da piazzare, un fagotto che “avanzava”, o qualche pezzo che prendeva in prestito e affidava “momentaneamente” a qualche rigattiere o antiquario compiacente. Chissà perché quando passava o c’era lui accadevano sempre cose inverosimili, o finiva per mancare misteriosamente qualcosa.
Però con lui e con i suoi metodi si riusciva anche a portare a termine con successo diverse “procedure e affari in sospeso”, e qualche volta si riusciva a sciogliere impedimenti imbrogliati e intoppi burocratici che andavano troppo per le lunghe … Ci pensava lui … Entrava in qualche ufficio, borbottava qualcosa in qualche orecchio, fermava qualche impiegato per strada, o andava in giro a “salutare” qualcuno o suonava qualche campanello d’abitazione …
“Ma come ha fatto ? … Come è riuscito ?”
“Mah ! … Miracolo ! … Mistero ! ” diceva guascone e sorridente intascando il meritato premio di mancia. Un giorno ci rivelò il suo trucco: “Dico solo che non ho alcun problema a dare loro fuoco alla casa … Non ho niente da perdere … Perciò loro ci cascano …”
Più di qualche volta chiedeva piccoli prestiti in contante da restituire entro un mese “promettendolo su moglie e figlia” … ma si sapeva già che quei soldi non si sarebbero più rivisti … Se ne “dimenticava” sempre …
“La mia memoria non è più buona come quella di un tempo … Beh … per questa volta, nel dubbio, scriviamoli sul ghiaccio …”
Diceva sempre di non aver mai bisogno di niente e di nessuno, non chiedeva mai “la carità”, odiava gli enti assistenziali e l’andare a chiedere l’elemosina per strada o in giro per le chiese e i conventi, ma più di qualche volta la sua famiglia languiva nel freddo dell’inverno, indossava abiti dismessi dai vicini di casa, mentre lui trascorreva ore davanti alle macchinette mangiasoldi o delle scommesse impegnandosi allegramente, visto da tutti, fino a 200-300 euro al giorno.
“Io so bene il fatto mio … e conosco bene queste cose … E’ solo questione d’imbroccare la combinazione giusta … e prima o poi sono certo che faranno la mia fortuna …” ripeteva sempre dentro al capannello che gli si formava inevitabilmente intorno. Nessuno mai l’ha visto vincere qualcosa …”
 
“Non c’è più neanche Gina che abitava di fronte a noi col suo balcone ricoperto da una cascata di fiori coloratissimi. La vedevamo spesso in cima ad una sua scaletta sgangherata intenta a canticchiare spensieratamente “Canzoni d’Amore” mentre cambiava ancora una volta le tende del soggiorno seguendo le stagioni dell’anno … Poco prima di Natale metteva su quelle lavorate e pregiate, “le tende buone per le Feste” … poi c’erano quelle “sgargianti e fiorite” adatte a Carnevale e Primavera. Più tardi era il turno di quelle traforate ed estive, sottili e leggere come una garza … per poi ritornare in autunno a quelle eleganti, ma “neutre e da battaglia” adatte per un salotto che fosse “di tutto rispetto … almeno fino a Natale.”
Oggi sul suo terrazzino è rimasto solo un mucchietto di vasi vuoti ammassati in un angolo sotto alla nuda e spoglia ringhiera di metallo. Sotto alle finestre dagli scuri sbiaditi che stanno andando in pezzi, è appesa una bandiera colorata “della Pace” slavata dalla pioggia e un lenzuolo sbrindellato con la scritta: “NO GRANDI NAVI !”. Non s’intravede più il salotto superspolverato e tirato perfettamente a lucido con la cera sul pavimento … si nota ora una bandiera nera dei pirati appesa alla parete e un poster di una giovane donna nuda con un lato arricciato e penzolante … Roba da studenti miserelli e sfaccendati …”
 
Potrei aggiungere mille altre cose e aneddoti di quella che è stata indubbiamente una Venezia più modesta, di seconda mano, ma in ogni caso non priva di un suo fascino. E’ come andare a frugare dentro alle pieghe di un vecchio abito elegante e prezioso ma dimenticato … con i buchi delle tarme, lo strappo ricucito e i bottoni mancanti andati ormai perduti.
“Si tratta comunque di una Venezia che oggi si prolunga e continua in quello che da anni spaccia sotto agli occhi di tutti, e si porta a letto la moglie spiantata del vicino che si paga in questo modo la dose … La Venezia dello sballo e del girare a vuoto su se stessi intasando fino a ore impossibili il Campo Santa Margherita e le zone limitrofe, costringendo la gente che vive in quei posti a trincerarsi, premunirsi, armarsi di telecamere, cancelli, dissuasori e quando altro … Inducendo le vecchiette già alle sei di sera ad inciampare fra mille piedi immobili sui gradini del ponte intasati di gente, indotte a chiedere il permesso per passare e a difendersi perché riprese malamente da quattro giovinastri squattrinati …”
 
“E’ anche Venezia delle coppiette che si appartano a far l’amore facendo dondolare la barca in mezzo al niente della laguna … la Venezia del vagabondo che dorme fra i cartoni sotto ai portici, in fondo a una calle, su di una panchina sotto al People Mover, o negli angoli più impensabili dei palazzi e delle Contrade usando come cuscino una borsa con tutti i suoi pochi averi.”
 
“E’ vero … è una Venezia un po’ squallida, senza trucco, scapigliata, di seconda mano … ma che in ogni caso accade ed esiste accanto a quella splendida dei turisti, delle manifestazioni internazionali, dei personaggi e dei convegni. E’ Venezia anche questa … un po’ color seppia, da dagherrotipo e vecchia stampa. Venezia un po’ dell’altroieri che va sfacendosi, consumandosi e scomparendo … o è già scomparsa del tutto.”
 
E’ come se si sciogliesse al sole un’epoca, portata via dall’ennesimo trasloco o dentro alla tomba di uno degli ultimi vecchi che ha terminato d’interpretare certi ruoli, certe storie e certi modi di fare.
Una Venezia anche così …
giu 27, 2015 - Senza categoria    No Comments

“UN BREVE PREDICOZZO …FORSE SI, MA ANCHE NO.”

Si diceva anche un’altra cosa l’altro giorno, sempre inerente agli “usi e costumi” di Internet e dei Social. Ossia della tendenza di questi strumenti di girare alla larga da certi contenuti, chiamiamoli importanti o seri e impegnati. E’ vero.

A differenza di qualche decennio fa in cui il discutere e il dialogare, il concertare ed esprimere opinioni schierandosi da una parte o l’altra, criticando e contestando, argomentando, e provando ad avere proprie idee e convinzioni era diventati più che un’abitudine e una moda; oggi si prova come la nausea, la ripulsa dal dire e dallo scoprirsi ed esporsi mettendo in pubblico quel che si è.

Non si tratta del banale “scendere in campo” interessato di qualcuno che intende mettere in piazza una parte di se per guadagnarci qualcosa spesso a discapito degli altri, e per questo disserta di questo e quello provando ad arruffinarsi l’intero popolo.

Così come è ingannevole un certo “mostrarsi, esporsi e parlare” legato ad intenzione di far proseliti, fanatismi vari e contrapposizioni che alla fine sono solo dannosi per la società perché contrappongono, dividono, aizzano i peggiori istinti e spingono non a dialogare ma imporre la propria opinione. In questo oggi a volte si è ottusi, e spesso medioevali, assolutisti e intolleranti.

Quel che manca spesso è il gusto semplice e genuino d’incontrarsi anche parlando, di condividere le proprie incertezze, i desideri, gli insuccessi e le proprie conquiste. Le piazze, le agorà, gli stadi, gli arenghi, i Fori in realtà sono nati per questo … per far incontrare, conoscere, star insieme, far crescere la consapevolezza delle persone.

Ecco che manca e forse si teme in questo nostro mondo attuale detto moderno: la voglia di crescere dentro e insieme, saperne di più, provare sentimento ed emozione … Li si considera troppo spesso come cose noiose e superflue, marginali e rinunciabili.

Per questo siamo spesso apatici, chiusi dentro ai nostri comodi gusci, o a caccia di sempiterni sballi ed evasioni … perché si preferisce un più facile e innocuo vuoto spinto e ludico che la fatica di esserci in qualche modo anche con la testa e il cuore.

Parlare: smaschera e rivela … e molte volte, anche se ci vantiamo d’essere liberi e senza tabù … in realtà abbiamo paura d’essere nudi.

Ma non con o senza mutande … ma far vedere quel che siamo e sentiamo veramente. E’ meglio un clic anonimo e silenzioso, protetto e a distanza … piuttosto che correre il rischio di dover incontrare qualcuno per davvero in carne e ossa, magari arrossire o piangere e farsi cogliere impreparati o forse emozionati … Sono i pro e i contro di questo nostro tempo tormentato e guerrafondaio … carente di vera Pace e spicciola quanto quotidiana serenità.”

 

giu 26, 2015 - Senza categoria    No Comments

26 giugno 2015

Eugene Boudin_Pêcheuses à Berck_1875

“Si diceva ieri, tanto per parlare … Guardare su Internet e frequentare i Social significa “scorrere via” un po’ di foto in fretta e dedicarsi a leggere non più di dieci righe di “qualcosa” … Al massimo si clicca un paio di “mi piace” per farsi sentire, oppure anche no … a volte è meglio rimanere silenziosi e anonimi ad ascoltare e vedere come affacciandosi da una finestra. Se proprio si è di voglia, si può cinguettare una riga, mettere un # … ma anche quello a volte è frustrante: ti sembra di balbettare, d’essere dislessico … ma soprattutto richiede impegno … Allora si lascia perdere perché non si ha più tempo … ma soprattutto perché annoia, o perché si dovrebbe mettersi a pensare e leggere sul serio … e allora la cosa diventerebbe impegnativa, e o non ne vale la pena o non se ne ha proprio voglia … che passatempo altrimenti sarebbe ?”

Ho già scritto e superato le dieci righe fatidiche … Perciò sono già al massimo, al confine della disponibilità possibile, oltre alla quantità d’attenzione concedibile.

Io lo faccio a posta … nelle prime dieci righe di solito non dico quasi niente … per scoraggiare chi “non ne ha”, chi è insofferente e non è interessato … Chi, invece, vuole osare e “faticare” … beh … basta dedicarsi e continuare …

E il dipinto di Eugene Boudin “Pêcheuses à Berck” del1875 che ho postato, che c’entra in questo discorso ? … Niente, è solo un pretesto, un’immagine per provare ad attirare l‘attenzione e poi parlare di tuttaltro … se uno si è spinto a leggere fin qui, oltre le dieci righine tollerabili intuirà …”

giu 25, 2015 - Senza categoria    No Comments

NOTTI MAGICHE !

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La notte da sempre possiede un suo fascino, spesso è magica per quel suo avvolgente e buio senso misterioso … E’ un contenitore di emozioni e sensazioni speciali perché ti fa sentire insieme indifeso e smarrito nel buio, ma anche raccolto e protetto, ti fa provare quel senso di alcova e riservato, intimo … Penso alla notte dei poeti, degli amanti, dei furbi e degli accadimenti segreti … e poi c’è la notte in ospedale … e allora il mondo si rovescia, ed è tutta un’altra cosa.
L’ho vissuta ed esperimentata anch’io per molti anni, “in diretta”, quando svolgevo il turno di notte. Non è cambiato niente: è sempre quella da quanto mi raccontano ogni mattina i colleghi “smontanti” che vado a sostituire. Non potrò mai dimenticare le loro facce alla fine delle fatidiche dieci ore del turno. Soprattutto quelle delle donne … che di giorno quando arrivano all’inizio del turno sono sempre perfette, “in tiro”, delle Madonne pompose, lisciate, truccate, eleganti, fresche e preparate … e quasi tutte “brillanti”.
Al mattino verso le sei e mezza è tutta un’altra cosa: sono sfatte e cotte, con le occhiaie scure, il trucco mezzo cancellato che a volte cola, i capelli “raccolti e sistemati alla meno peggio”, per non dire scomposti e alla “Medusestyle” … il rossetto che c’è e non c’è più, mezzo mangiato … le unghie perfette a volte strisciate o spezzate, l’andatura stanca e pesante, a volte strascicata nella peggiore delle situazioni. Perfino le parole sono incastrate, a volte “s’intorcolano” in bocca impastate sulla lingua … è la stanchezza.
“Che notte ragazzi ! … Non guardarmi neanche per favore … Mi sento la Befana, e sono quasi dislessica … Non vedo l’ora di andarmene a casa … Datemi un letto ! … E che non mi vengano a dire che di notte non facciamo niente … che si dorme e basta … Se qualcuno me lo dicesse adesso … Credo che non sarei in grado di rispondere delle mie azioni … Ma lasciamo perdere … Veniamo al dunque dai … ti do le mie consegne … scrivi …”
 
A volte mi fanno proprio tenerezza le mie colleghe ridotte così … e anche i maschietti non è che siano ridotti meglio, anche se loro sono “machi” e cercano di dissimulare al meglio la loro condizione. Dopo tanti anni ho “l’occhio clinico” al riguardo e non mi sfugge quanto siano anch’essi sfatti e bisognosi di andarsi a “restaurare” un poco. C’è poco da fare … il nostro lavoro “chiama e riduce così”.
“Segna … segna ! … Scrivi, appuntati tutto … dillo ai Dottori, alla “Capa” e ai parenti che notti ci capita di trascorrere per quattro soldi … Se rinasco ! Vado a fare piuttosto la … Lasciamo perdere va ! … Allora: abbiamo cominciato subito alle dieci.
 
“Andrei a ballare adesso … Mi alzo e vado a ballare con mio marito …” ha esordito la sei/quattro in piedi accanto al letto.
 
“No cara. Adesso tu non ti alzi per niente e non vai a ballare da nessuna parte … Ti do le goccine e te ne ritorni a letto a dormire tranquilla … Perché adesso è notte e domani dovrai andare in palestra … E servirà che tu sia riposata e pimpante … Ascolta me … Andrai a ballare un’altra volta … E questa è stata la prima.”
 
Sorrido, senza commentare … E’ sempre così … questo è solo il minimo che può accadere in una qualsiasi delle notti.
“Vado oltre, nella camera seguente, e c’è n’è un’altra.
 
“Siamo a Mestre vero ?”
 
“Si. Signora … siamo a Mestre.”
 
“Nella stazione di Mestre ? … Secondo me vi sbagliate … Qui siamo a Milano Centrale … Non capite niente. Date solo informazioni sbagliate …” ci ha detto scocciata la prima paziente entrando a destra.
 
“Non sono mica il capotreno Signora … siamo in ospedale …”
 
“Maleducata ! … Non si deve prendere in giro una povera vecchia … Siamo clienti da anni. Ci dovete un po’ di cortesia e rispetto … almeno per l’età … Già siamo confusette per conto nostro … se ci date anche indicazioni sbagliate ci farete finire chissà dove … Farò debita protesta scritta alla vostra direzione …”
 
“Va bene Signora … siamo a Milano Centrale … di là si cambia per Bergamo e Mantova … Però adesso mi mostri il biglietto e poi si metta a dormire … la sveglierò quando arriveremo al capolinea … Le sistemo qui i bagagli, le rimbocco le coperte e le metto accanto la bottiglietta dell’acqua, la caramella, il cellulare e le riviste … Ma adesso dorma, si metta tranquilla, che adesso partiamo … Fischia la partenza Antonella ! … Ecco stiamo andando, stiamo uscendo proprio ora dalla stazione … Buon viaggio Signora … Ma che mi tocca fare … e questa è un’altra.”
 
Faccio il segno di una piccola onda sui miei appunti, accanto al numero del letto e della stanza. Significa: “Paziente confusa, sonno problematico.”
 
“Poi andiamo avanti … e non era ancora mezzanotte … Andiamo a rispondere ad un altro campanello per l’ennesima volta fra una padella e l’altra, un carrello da rifare, una dimissione e una cartella da intestare … Entriamo dentro alla “sedici”. C’è sempre quella tutta panza e collo, con gli occhiali da sole di notte, che chiama: “Paolo ! … Paolo !” con voce tremula, tagliente, che sembra il sibilo di un serpente …”Paolo !” … grida a voce alta, con gli occhialini dell’ossigenoterapia alzati sulla fronte come un cerchiello, e i quattro capelli rimasti sparati ad ogni vento … “Oh ! … Siete venuti qui per avvelenarmi ? … Dai ! … Dai ! Venite avanti se avete coraggio ! … che ora chiamo la Polizia … Paolo ! Vieni a soccorrere la mamma !”  e ha chiamato per davvero il 113 … Che notte ragazzi ! … Eravamo ancora lì all’una di notte a spiegare per telefono alla Polizia, con quella là con gli occhietti stretti a fessura e allucinati … e poi in diretta telefonica con la figlia al cellulare per provare a gestire a distanza la mamma cercando di tranquillizzarla.”
“Devi rimanere calma, professionale, e portare pazienza ancora qualche giorno … e poi mi sciacquerò via in ferie …” mi sono detta …”
 
Mi piacciono le mie colleghe … perché sono partecipi di quanto accade, non subiscono distrattamente e passivamente il loro lavoro. Non se lo lasciano cadere addosso, ma lo interpretano, lo vivono attivamente lasciandosi coinvolgere. Non accade sempre e ovunque.
“Alle tre ha chiamato per la centesima volta la sei … Aveva voglia di chiacchierare e raccontare: “Mio figlio è un uomo buono, servizievole, gentile … si vergogna perché non porta più soldi a casa … non viene più considerato dai suoi, né da sua moglie nè dai suoi figli … Lui è uno che muore di fame piuttosto che domandare qualcosa  … mangia se c’è … Faceva l’autista e il capo lo stimava molto … poi è arrivata la crisi e gli hanno posticipato di cinque anni la pensione lasciandolo però a casa senza lavoro … Non si può vivere in sei con 1000 euro al mese e con due figli che devono ancora studiare … Siamo tutti sempre senza soldi … Dalli a me che io li do a te … sono sempre quei pochi che girano … Per fortuna che c’è ancora la mamma, che sarei io, che ha fatto la formichina per tutta la vita … Finchè sarò viva pagherò io, poi qualcosa succederà … A me basta poco: io vivo con un macchiato al mattino, me lo faccio bastare …”
“Brava Signora … è meritevole da parte sua questa generosità … E’ crisi per tutti, ne sappiamo qualcosa … Anche i nostri figli sono laureati ma ancora a casa o in eterna ricerca di un qualche lavoro … Ma adesso ci dorma sopra che è notte … e domani sarà un’altra lunga giornata … Buonanotte …”
 
“Grazie cara … Buonanotte …”
 
“Spengo la luce ed esco … e passano appena due minuti … Risuona e chiama di nuovo, è ancora lei …
 
“Che succede Signora ?”
 
“Volevo dirle che è davvero un’infelice goliardata quella di dare da mangiare ai gabbiani cibo adulterato o addizionato con i lassativi … La nostra bella città e il nostro litorale si stanno trasformando in luoghi e spiagge in cui piove merda … Non c’è confine alla creatività ma anche alla demenza umana …”
 
“Ha ragione Signora … è proprio uno scempio … ma adesso dorma. Non ci pensi più a queste notizie … che forse è meglio …”
 
“Allora ho male alla gamba … e anche al ginocchio …”
 
“Le ho dato la terapia antalgica al bisogno, l’ho posturata e sistemata con tutti i cuscini … Adesso dorma Signora …”
 
“Va bene cara … Ma sa che forse adesso ho anche un po’ di nausea … Devo aver mangiato pesante ieri sera … Sono uscita fuori a cena con mio figlio al ristorante … e sa come sono quei ristoranti asiatici, con tutti quei piattini dai sapori strani … Credo di aver mangiato qualcosa …”
 
“Signora siamo in ospedale e sono le tre di notte … Non si è mai spostata da qui, non è andata la ristorante con suo figlio … e ora sarebbe meglio riposare …”
 
“Si cara … hai ragione … siamo in ospedale e devo dormire … Ma quei ristoranti Cinesi cucinano davvero pesante …”
 
Esco dal “sei” e passo davanti alla “tre” dove sento canticchiare … alle tre di notte.
“Finalmente la sento canticchiare ! … Un po’ fuori orario magari … Di solito è sempre così cupo, ombroso e preoccupato …”
 
“Anche l’uccello in gabbia canta … Così come cantavano i Neri mentre lavoravano nelle piantagioni … Canti quando sei disperato … E’ così che è nato la musica Blues, una musica singolare e bellissima, ma disperata e triste … E’ il famoso: “Canta che ti passa !”
 
“Piace anche a me il Blues e il Jazz … ma ora riposi … o perlomeno canticchi sottovoce per non svegliare gli altri …”
 
“D’accordo ! … Nnnnn … Nnnnna, Naa …” e l’ho lasciato lì a ritmare e dondolare la testa inseguendo le sue melodie e soprattutto le sue preoccupazioni. Sono senza parole … Spesso quel che si nota esternamente di una persona tradisce e cela perfettamente quello che uno si porta dietro e prova dentro. Poi qualche volta sprizza fuori ed emerge qualcosa, si capisce di rimando … intuisci da qualche mezza voce, cogli un pettegolezzo, uno sfogo … E scopri mondi nascosti, apparenze fasulle, disperazioni mascherate da allegrezza e spensieratezza … Scrivi ! racconta anche questo … a te che piace scrivere … Hai scritto qualcosa anche stanotte ?”
 
“E come no ? Scrivere è la mia inquietudine … una fame e una sete che non mi si sazia mai. Credo che vi dedicherò il mio prossimo libro …”
 
“Ma dai ? … Proprio a noi ? … ai colleghi ? … Ma guarda un po’ … non me lo sarei aspettato … Ci conto sai … Vorrò vederlo se fai per davvero … Beh … Tornando a noi … Alle quattro la stanza due era vuota … E allora mi è toccato andare in giro a cercarlo … Alla fine l’ho trovato in fondo, nell’angolo estremo e buio della terrazza … A guardar le stelle sotto alla pioggia e a fumarsi l’ennesima sigaretta … “Non ho più sonno e sono pieno di dolori … fumare mi calma e mi aiuta a resistere …” mi ha detto.
 
“Non era forse meglio chiamarmi ? … Che magari le davo qualcosa di analgesico ?”
 
“La notte è ormai andata … e poi sono stufo d’imbottirmi di medicine … Provo a resistere … così faccio qualcosa … oltre ad ascoltare le chiacchierare di quelli che stanno di sotto accanto alle automobili del parcheggio … Mi hanno svegliato e non sono più stato capace di riprendere il sonno …”
 
“Ma sta piovendo e fa freddo …Venga dentro al riparo almeno …”
 
“Non morirò di certo per questo … Mi lasci almeno ammazzarmi col fumo …”
 
“Quante ne fuma ?”
 
“Ufficialmente una decina al giorno … ma da quando mia moglie mi ha lasciato arrivo tranquillamente a due pacchetti al giorno … ma questo non si può dire.”
 
“Ah … queste donne … Che cosa combinano … Ma venga dentro per favore … Che non si prenda qualche malora”.
 
“Le donne sono un male necessario … Come il morire … che è vedere il mondo da un altro punto di vista.”
 
“Anche il filosofo adesso … Venga però a filosofare dentro … e finalmente siamo rientrati spingendogli la carrozzella fino ai piedi del letto … e anche quella è andata … Che notte ! … Lasciamo stare il suono continuo delle telemetrie dell’altra parte del reparto … Per fortuna non è accaduto niente di urgente questa volta … Ci sarebbe mancato solo quello … e allora “lo spettacolo” sarebbe stato completo … Solo routine dai Cardiologici … niente infarti e fibrillazioni strane … Almeno stavolta … Verso le cinque abbiamo rifatto il giro dei cambi …
 
“Tòn ! … Dormi !” sento uscire dalla camera “sette” … “Tòn !” sulla testa: “Stai zitta e buona  !”… “Tòn !” ancora una volta: “Ti ho detto di smetterla !” … “Tòn !” sulla guancia: “E allora ? La smetti sì o no ? Non ti devi muovere ! Hai capito ? Guarda che ti meno !” … e ho sentito ancora l’inconfondibile suono delle sberle che cadevano addosso e in faccia … Non ci ho più visto … Sono entrata d’impeto … ma per fortuna mi sono trattenuta e ho ripreso con gentilezza quella badante infame … Spiegami tu perché una deve guadagnare cento euro a notte,  in nero esentasse, e menare una vecchia in quel modo perché non le permette di dormire tranquilla tutta la notte accanto al letto ? … I familiari si fidano dell’apparenza, del sorriso, della finta gentilezza e pagano per rimanere a casa tranquilli … “La mia mammina è in buone mani ! ” dicono e pensano … Eh ! Proprio mani … Mi veniva da entrare dentro e menarla io quella badante … Vigliacca ! … Fatela subito sistemare in giornata dalla “Capa” … che non voglio più vederla girare da queste parti fra i nostri malati …”
 
Scrivo anche questo sul mio fogliaccio: “Badante da sistemare in stanza sette”.
 
“Mi danno proprio fastidio certi personaggi che dicono di prestare assistenza … Sono il disonore della nostra categoria e della Sanità in generale … E spesso rimangono nascosti e impuniti … Ne scoprono e fermano uno, mentre ne rimangono impuniti dieci … Ne ho sentita un’altra di recente: “Adesso mi cederai anche la proprietà della tua casa, il conto in banca te l’ho già preso e vuotato … Mi darai anche gli ori di famiglia e i soldi della pensione che tieni in cassetto … Devi capire che non hai scampo e sei nelle mie mani … Dopo ti chiederò anche il divorzio … perché sei diventato solo una povero pazza da rinchiudere da qualche parte … Ed è quello che vorrò fare con te … Ti farò ricoverare prima o poi da qualche parte … è solo questione di tempo. Ho già trovato l’accordo con uno psichiatra che pago ogni volta centocinquanta euro a seduta … Devi solo compiere il passo falso giusto, il gesto sbagliato …” ti rendi conto ? Questa la sono venuta a sapere … li hanno fermati in tempo … Ma per uno che si “brinca” nove la fanno franca … In che mondo triste che viviamo ! … Che brutta gente che ci gira intorno … Ma questo non c’entra con la notte … era tanto per dire …”
 
“Beh in fondo non è andata così male stanotte … Ne avete avute ben di peggio …”
 
“Vero ! … ma ogni notte ti sembra sempre peggio della precedente … Non mi abituerò mai al turno di notte …”
 
Infine: gran finale !
Mentre stavo ancora ascoltando e appuntando … è accaduto un tonfo sordo e inconfondibile che ha fatto tremare tutto il reparto. Ci siamo guardati solo un attimo negli occhi senza aggiungere niente. Abbiamo tutti capito la situazione al volo: è caduto qualcuno giù da un letto. Mollato tutto, siamo scattati tutti all’unisono come una molla e siamo corsi in direzione del rumore sordo.
Nel corridoio c’era silenzio, stranamente in quel momento non suonava neanche un campanello di chiamata.
 
“Saranno stanchi anche loro dopo aver suonato tutta la notte.” ha commentato la collega.
Siamo entrati e usciti di fretta passando in rassegna tutte le stanze … e finalmente abbiamo notato il letto stranamente vuoto nella stanza “sette”.
“E qui ! … al sette !” e infatti nella penombra ai piedi del letto c’era un fagotto bianco contorto che si muoveva e lamentava appena impercettibilmente, ancora attaccato alla sacca del catetere ancorato al letto, e al deflussore della flebo che ora stava facendo impazzire tutti gli allarmi della pompa d’infusione.
Senza tanti discorsi ci siamo attivati, sono scattati i nostri automatismi di sempre: uno è corso a chiamare il medico di guardia ed è tornato portando “il carrello degli attrezzi”, con gli altri ho fatto capannello intorno alla malcapitata:
“Dai forza ! Tutti insieme al tre … Solleviamola, e rimettiamola a letto ! … Uno, due eeeeeee … tre ! Ecco fatto … Ma dove volevi andare ? … Ma guarda che notte … Mancavi solo tu … Arriva ‘sto Medico ?”
 
Inizialmente la donna malata ci guardava smarrita senza dire niente, poi si è ritrovata e ha riaperto gli occhi osservando il soffitto.
“Volevo andare di là in cucina a preparare il caffè a mio marito … anzi, scappare via, uscire fuori da questa situazione che non riesco più a sopportare … Non ne posso più … e Patatràc ! … mi sono ritrovata per terra … sono caduta dal letto … e ho male sulla gamba, o forse no: è la spalla … o forse la testa … Ho male dappertutto … Basta, vado via ! … Non voglio niente, lasciatemi stare … Non fatemi più niente …”
 
“Dai cara … Calmati … Rilassati, che altrimenti è peggio … Adesso arriva il Medico che ti darà qualcosa per il dolore e per togliere questa agitazione inutile … Mi raccomando … Non far più questi colpi di testa … anzi, questi tuffi di testa … Ci vediamo la prossima volta … Vado ragazzi … Vado via, che non ne posso più … Pensateci voi a spiegare e scrivere … Credo di aver dato abbastanza … Ho due gambe pesanti e gonfie come due trombe … Mi sento una balena spiaggiata … Vi saluto !”
“Vattene via … Dai … Buona notte e buon riposo …”
 
La notte è terminata almeno per la collega che si è allontanata ciabattando nel corridoio deserto, mentre qui continuava … perché in un certo senso qui nel reparto d’ospedale la notte continua sempre, non esiste giorno e notte … Qui il tempo è come scoppiato, forse non esiste più, s’è rotto anche lui come questa gente che affolla questi letti mai raffreddati … A noi Infermieri di continuare a provare a galleggiarci dentro meglio che ci riesce … vivendo.
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