lug 30, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – quinta parte.

bertilla_05
“BERTILLA …” - quinta parte.

Per Bertilla caldo e freddo non sono mai stati e non sono un problema, basta andare nei posti in cui li forniscono gratuitamente e la cosa è fatta, ci si sistema facilmente … poi caldo e freddo passano. Si entra, ad esempio, in un supermercato e si è subito protetti, al sicuro, riparati e adeguati al clima. E già che ci sei, ci si può guardare intorno, osservare i prodotti, e tutte quelle mille cose inutili che molti s’affannano a comprare. Anche le persone sono da guardare, anche se non si possono prendere e comprare … Ma per certi versi sono come i prodotti … Sono scaffali ambulanti da guardare, in cui volendo si può scegliere e aver a che fare.
La verità è che certe cose ti mancano se le hai avute e ne hai goduto l’effetto e i vantaggi. A Bertilla non mancavano l’acqua calda, l’elettricità, l’automobile o la barca, i vestiti firmati e molto altro ancora … Non ricordava d’averli mai posseduti. Una volta, alla pesca di beneficenza della Sagra di Malamocco vinse un frullatore elettrico giocando un unico biglietto. Si mise a ridere quando le consegnarono lo scatolone, e lo rifiutò con grande sorpresa di tutti.
“Dove lo attacco questo?” cercò di spiegare a quelli del banchetto, ma non la capirono … Se ne andò via perdendosi fra la folla. Era sempre così. Bertilla quasi ignorava del tutto il significato di vacanza e viaggiare, e di tante altre cose … come anche il sentimento caldo della vendetta, ad esempio… Lei lasciava fare senza risentirsi. Non ne valeva la pena … Certe cose Bertila le dimenticava perché secondo lei non avevano alcuna importanza. Stava bene così e basta …
“Tante cose si possono desiderare … ma anche no. Si può farne a meno …” precisò un giorno alla Sjora Gina, che simpaticamente le diceva: “diversa” e “primitiva”.  Gina era un’altra delle sue vicine di“casa”. Era gentilissima Gina, una donna davvero rara. Era anche una donna sempre triste, come suo marito Ernesto, perché avevano perso il loro unico figlio giovanissimo in un incidente di moto. Da quel giorno non si parlavano quasi più … Era come se si fosse spezzata in due la loro vita per sempre. Bertilla voleva bene a Gina ed Ernesto.
“Se vuoi ti presto la lavatrice che ho da basso, giù in lavanderia … Sempre se vuoi, nei giorni più freddi dell’inverno puoi entrare a scaldarti. Basta che mi suoni il campanello. Ti apro di sotto, entri, sei libera, non ti disturba nessuno … C’è un divano letto, puoi anche farti la doccia se ne hai voglia … e c’è anche da mangiare se ti serve.” Era gentilissima Gina … mancava solo che le desse le chiavi della sua casa. Ernesto, invece, non diceva mai niente, sorrideva soltanto, ma si vedeva che anche lui la pensava come Gina. Erano brava gente … normali.
Ma Bertilla non voleva disturbare e scomodare nessuno, non aveva mai suonato quel campanello di Gina, neanche una volta. Perché avrebbe dovuto farlo poi ? Non le mancava niente. Nella sua “casa”non arrivava mai l’acqua alta, era un posto tranquillo, solo forse un po’ umido. Bertilla pensava che c’era chi stava peggio, chi dormiva con un occhio solo negli scatoloni per strada, o in stazione tenendosi stretta la borsa.
“Non ci si deve mostrare troppo avidi e affamati di ciò che ti manca … Poveri ma dignitosi.” Le ripeteva in un tempo lontano la mamma.
“L’importante è lavorare… Se lavori hai tutto.” Spiegava, invece, papà che faceva lo spazzino. “Nella vita bisogna scegliere se lavorare per vivere o vivere per lavorare … Però qualsiasi risposta tu dia non bisogna essere schizzignosi, è necessario essere sempre disposti a far di tutto …”  A quella scelta del papà sul “come vivere il lavoro”Bertilla non sapeva rispondere, ma lavorava ovunque e ogni volta che si presentava un’occasione.
“Il lavoro è il lavoro … E’ importante … Lo diceva sempre papà…”ripeteva spesso a se stessa … e raramente anche a chi incontrava. Bertilla aveva lavorato anche da bagnina in spiaggia, perché Ivano, che lei aveva sempre chiamato “zio” anche se non lo era, e le aveva sempre voluto bene come a una figlia, l’aveva chiamata ad aiutarlo in riva al mare.  Strana la vita … le era accaduto di lavorare sulla sabbia davanti all’acqua, a lei che non era mai andata in spiaggia e non le piaceva starsene lì. A Bertilla non piaceva spogliarsi, e neanche tutto quel caldo, e soprattutto tutta quella lunghissima noia.
Il primo giorno dopo due ore era già stanca di quel posto, del sole, della sete con niente da bere. Se n’era andata in cerca di una fontanella trovando un rubinetto di acqua freschissima … Era meglio passeggiare vestiti lungo il Gran Viale del Lido ombroso e fresco, e pieno di alberi, pieno di gente e vetrine. Lo zio Ivano l’aveva cercata e trovata, e le aveva detto che doveva rimanere lì sulla spiaggia senza andare in giro per il Lido. Doveva stare accanto ai turisti e alle barche, a “fare la guardia che non accadesse nulla … era lavoro.” Bertilla aveva capito ed era rimasta sulla spiaggia per diversi giorni, per tutta la stagione, fino alla fine di settembre … e alla fine l’avevano anche pagata. E anche bene …
Si sentiva ridicola lei così piccola accanto ai colleghi corposi e pieni di muscoli … ma sapeva quel che doveva fare, e lo faceva come andava fatto. Una volta uscì anche sul pattino a salvare un ciccione Tedesco che si era avventurato al largo pieno di birra subito dopo aver mangiato. Fu un colpo di fortuna per lui, perché per puro caso lo aveva inquadrato nel binocolo mentre annoiata osservava la spiaggia dalla sua postazione in torretta. Il Tedesco stava annegando, e tutti le fecero gran festa quando lo trascinò a riva come un pacco a rimorchio. Non era stato difficile, era bastato infilargli un remo sotto alla pancia e legarlo al pattino, e poi vogare in fretta verso la riva. Secondo lei non aveva fatto nulla di strano e speciale … Anche un cieco avrebbe capito che quel vecchio ubriaco sarebbe finito sotto ad annegarsi nell’acqua. Prima di sera, la moglie dell’uomo, cicciona anche lei, le aveva regalato un pacchetto di banconote straniere. Bertilla non sapeva bene che cosa farsene, perché con quelle non si poteva entrare normalmente in un negozio a comprare.
Era divertente rimanere in torretta a osservare la gente. Bertilla guardava spesso le vecchie in fresca con i costumoni colorati a fiori, con i culoni e i seni prosperosi e penduli, i ciccioni con i pancioni che dormivano o giocavano con i nipotini, i bambini che si allontanavano da soli facendola preoccupare, i ragazzini che giocavano a carte sotto all’ombrellone o giocavano a palla nell’acqua facendo un casino bestiale e schizzando dappertutto …
“Lasciali fare … Basta che non si facciano male …” le aveva spiegato zio Ivano. E lei allora lasciava fare … Non le piaceva, invece, guardare i giovanotti e le donnine abbronzatissime e sculettanti in topless o con i bichini microscopici … le procuravano un senso d’incomprensibile disagio.
Bertilla amava fermarsi ogni tanto e rimaneva a scaldarsi al tepore del sole. Chiudeva gli occhi, e restava lì senza pensare. Poi osservava e si gustava il sole rosso che baruffava con le nuvole scure inventandosi in cielo disegni sempre nuovi e curiosi … Le piaceva anche l’odore del temporale, il profumo della neve … A “casa sua”rimaneva nel buio notturno ad ascoltare il suono dello scosciare della pioggia, il fischiettare del vento, e il ribaltamento dei tuoni del temporale.
“Sono come una canzone che non mi stanco mai di ascoltare …”
Fine della quinta parte / continua.
lug 25, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – quarta parte.

bertilla_04

“BERTILLA …” - quarta parte.

Qualche volta ci siamo fermati a parlare con Bertilla, seduti sulla panca di fronte al campetto da calcio con l’erba incolta giallastra e altissima, sotto alla stanzuccia vestita di edere.
“Questo è il mio giardino!” ci ha detto, prima di riprendere a dirci di lei succhiando un ghiacciolo al limone.
“Gli uomini a volte sono appiccicosi come l’edera, belli da vedere ma avvinghiati e difficili da staccare. Sono come i denti bianchi e utilissimi … finché non ti viene il mal di denti. Allora diventano una tortura, da belli diventano brutti e fastidiosi. Come quella volta che mi doleva il dente grosso e marcio di dietro, e la Suora Clementina mi ha dato una fiala da spruzzarci sopra, ma mi doleva ancora di più. Allora mi ha mandata a casa di Ivano che fa il ferroviere, e una sera mi ha strappato il dente e ha voluto in aggiunta anche venti euro … Però dopo non mi doleva più e sono guarita dal dolore … Anche se oggi quando parlo ogni tanto faccio un fischietto e ho una finestrella in bocca a sinistra. Ma non si vede tanto se non rido a bocca spalancata.
Io di solito la bocca la tengo più chiusa che posso … in ogni senso.
Ecco. Gli uomini sono così: vanno e vengono, sono belli ma fanno anche male. Come è accaduto alla mia amica Miranda, che ormai da tempo non vedo più.  Le sue finestre erano quelle … sulla casa di fronte al secondo piano. Ora sono sempre chiuse, non ci abita più nessuno, ma tempo fa, diversi anni fa ormai, ci abitava Miranda con la sua famiglia, che è stata una bella amica per me.
La conosci Miranda ? … Sì, dai ! La moglie di Lucio !”
 
“No. Mai sentita …”
 
“Beh … te lo dico io. Miranda è la mamma di Martino e Antonella. Anni fa, un giorno mi ha chiamata dalla finestra della sua casa mentre entrambe stendevamo la nostra biancheria ad asciugare: lei sul davanzale della sua casa, e io sulla rete di cinta del campetto da calcio. Siamo diventate amiche, tanto amiche. Lei era una di chiesa, sempre presente a cantare a ogni Messa, una donna d’indole buona e gentile. Anche suo marito Lucio era buono … Lo era però.
Mi hanno invitato a pranzo da loro il giorno di Natale, e c’era un regalo anche per me: un altro maglione grosso invernale. Così di maglioni ne avevo due: uno grosso e uno fine, e ogni volta che indossavo quello grosso mi ricordavo di loro.
Miranda mi ha regalato anche una bella gonna … ma non l’ho mai messa. Non mi vedo con addosso certe cose come i tacchi a spillo, il reggiseno, le calze lunghe e trasparenti, e appunto le gonne … Sono fatta così.
Che caldo quel giorno a casa loro, in ogni senso, con Martino e Antonella che da quel giorno mi hanno chiamato “zia Bertilla”. Da quel primo Natale sono trascorsi diversi anni, e abbiamo passato molte feste di Natale insieme, e ho ricevuto altrettanti maglioni coloratissimi. Alla fine di ogni estate abbiamo condiviso anche qualche pizza insieme per raccontarmi delle loro vacanze. Mi avevano anche promesso che prima o poi sarei partita insieme a loro. Ma ero io che non potevo, perché dovevo sempre lavorare … Dicevamo sempre: “Sarà per il prossimo anno” … ma poi è successo quel che è successo.
La loro storia è andata storta, un po’ come la mia.
Un brutto giorno con l’acqua alta e la pioggia, e con lo sciopero improvviso dei dipendenti del posto di lavoro di Miranda, lei è rientrata a casa in anticipo senza avvertire nessuno e soprattutto quando non doveva. I bimbi erano a scuola, e Lucio era a letto con un’altra donna.
In quel momento si è rotto e sfasciato tutto fra loro, e oggi non esiste più quella famiglia che era felice. Ormai da tanti Natale non pranziamo più insieme, né mi raccontano più delle loro vacanze perché non partono più. Però quando incontro Martino e Antonella per strada mi salutano ancora dicendomi: “Ciao zia Bertilla !”. E questo mi procura enorme piacere, perché significa che non si è spento tutto fra noi. A volte il tempo non è capace di cancellare tutto e tutti…”
 
“Già …”
 
“Anch’io ho avuto un amore … ed è terminato più presto della storia di Miranda e di Lucio. Non ti dico il nome, perché altrimenti lo riconosci … La prima volta che l’ho incontrato mi ha raccontato d’essere un agente segreto con l’incarico di spiare le mosse del Sindaco di Venezia. Mi ha fatto ridere, e non gli ho creduto ovviamente, neanche quando mi ha rivelato l’ora precisa in cui il Sindaco esce di casa al mattino e dove tiene ormeggiata la sua lussuosa barca a vela.
“E’ troppo facile questa cosa, la possono scoprire tutti …” gli ho detto.
Un’altra volta da “Spizzico” con quell’uomo ho provato qualcosa di diverso e di strano. Con lui mi sono emozionata dentro, come non mi accadeva da tanto tempo, fin da bambina quando c’erano ancora mamma e papà. Quella sera stessa siamo finiti stretti stretti insieme a “casa mia” … ed è stato davvero bello e piacevole diventare due in uno, soprattutto per lui … Per qualche giorno abbiamo vissuto insieme “contenti e felici” proprio come nelle fiabe che mi raccontava mio padre da piccola. Mi sembrava davvero di esserlo e non mi mancava proprio nulla, proprio niente. Ma poi, quando passarono i giorni accaddero cose che resero tutto difficile. Lui russava tutta la notte mentre dormiva tenendomi sveglia per il rumore. Al mattino ero stanchissima e dovevo alzarmi per andare a lavorare, mentre lui rimaneva a casa senza far niente, o andava in giro a cercare senza trovare.
Aveva anche la mania di parlare spesso da solo ridendo sottovoce, e non si capiva mai di che cosa. Così come aveva anche l’altra mania di ascoltare in continuazione una sua piccola radiolina a pile. C’era sempre quel ronzio in sottofondo di giorno e di notte, e spendeva un patrimonio per comprare pile sempre nuove che si scaricavano in un attimo.
“Non è che devo andare a lavorare per comprare pacchi di pile !” gli ho gridato un giorno arrabbiata, perché si viveva con i soldi miei.
Infine, una volta, tornò a “casa” ubriaco fradicio che non sembrava più lui. Pareva un’altra persona, dura, violenta … Mi fece male quella notte. Per rispetto, aspettai l’alba per parlargli decisa e chiara, e soprattutto senza dargli alcuna possibilità alternativa né di ricorso. Quando si sveglio, gli dissi in maniera definitiva una sola parola: “Vattene !”. E lui se ne andò portandosi dietro la sua radiolina, e non l’ho più rivisto … E’ meglio vivere e stare da sola …”
 
Le storie delle persone sono come i colori dell’edera, che brillano d’estate e rosseggiano in autunno prima di cadere a sfasciarsi per terra … D’inverno non ci sono, l’edera è spoglia, senza nessuno … Ma c’è sempre una Primavera che torna … anche se non sai bene in quale giorni e come ricominci …E’ tutto un andare e riandare, tutto un ripetersi, un darsi e togliersi, una partenza e una sorpresa .
Fine della quarta parte / continua.
lug 23, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA…” – terza parte.

bertilla_03

“BERTILLA …” - terza parte.

Lasciati i vecchi del Lido, Bertilla si trovò a vivere in strada … Senza casa, direte? Bertilla decise che non poteva né doveva essere un problema insuperabile, come tutti gli altri. Il suo papà diceva sempre:“Per tutto c’è una soluzione … basta trovarla. E se lo aveva detto papà …”
Infatti, alla fine la trovò una sua casa, proprio lì dietro al campetto da calcio in disuso, su per la scaletta, dietro alle edere fitte.
“Non è una reggia, ma chi se ne frega ! … E poi a che servono le regge, sono scomode … ti perdi per tutte quelle sale inutili e fredde.”
 
Bertilla lo sapeva bene, perché una volta finì anche a fare la guardia sala in un Civico Museo.
“Che para però! Ore e ore avanti e indietro senza far niente … Solo a guardare da lontano i rari turisti e ascoltare i colleghi di ruolo paranoici che litigavano fra loro per gli straordinari, per il turno migliore, o la festa da rimanerci dentro a lavorare in più o in meno … Che assurdi !  Era un lavoro no ? …”
 
Al Museo le avevano dato da indossare una bella divisa. Non si era mai sentita così elegante con la giacca nera, la spilla sul bavero, il cartellino con la foto e il nome e il walkie-talkies che gracchiava appeso alla cintura. Si sentiva importante. Anche lì non andò tutto bene … Finì alla solita maniera, e come sempre Bertilla non capì perché le cose dovevano andare in quel modo.
“Se non si può fotografare non si può fotografare !” spiegò fingendosi arrabbiata a una famigliola di turisti stranieri. Per tutta risposta quelli due sale più avanti avevano ripreso tranquillamente a fotografare. L’avevano presa in giro !  Avevano anche un bimbo tremendo che andava a toccare le opere d’arte facendo scattare in continuità l’allarme. Non si poteva fare certe cose, perché non lo capivano ?
“Fermali !” le gridarono dentro alla radiotrasmittente. Facile da dire, difficile da fare … Come poteva ? Ma provò a farlo.
“Non si tocca ! Capisci? Non-si-toc-ca !” disse al bambino biondo … e quello rideva, non capiva nulla e continuava a toccare. Quando andò a spremere il naso di pietra al busto in marmo di un Doge, Bertilla non ci vide più, andò dritta a strattonarlo prendendosi di rimando anche un calcio in uno stinco da quel bimbo pestifero. Allora, spazientita, visto che non capivano niente, era andata dritta e diretta dal padre: “Ehi coglione ? Tieni a bada tuo figlio ?  … Si o no ? ”
Ma quello continuò a ridere indifferente … e a fotografare.
“Vi ho detto che non si può !” gli dissi Bertilla arrabbiata. E quando lui le fece un gestaccio con le dita Bertilla non capì più niente, perché sapeva bene che cosa significava quel gesto. E siccome il turista le rideva in faccia, lei perse il controllo, come disse la Direttrice, e gli picchiò con un colpo secco da karate una mano facendogli perdere la macchina fotografica per terra. L’obiettivo si allungò tutto e si aprì sul pavimento, assomigliava a una piccola fisarmonica divisa in cento pezzi sparsi. Il turista s’infuriò, ma non osò avvicinarsi a lei … Se ci avesse provato l’avrebbe massacrato. Andò, invece, a protestare dalla Direttore pretendendo d’essere risarcito del danno. Sporse anche denuncia, ma alla fine vinse il Museo … Aveva torto, le regole sono regole, e lui non le aveva rispettate … e neanche quello stupidino di suo figlio. Comunque Bertilla rimase ugualmente a casa dal lavoro, sospesa. Anche se non pagò nulla, anzi, la pagarono del lavoro fatto al Museo, che però le dissero essersi concluso.
Bertilla non aveva e non ha un cellulare, non possiede un telefono fisso, né una serie di utenze domestiche. Non paga l’IMU né la TASI … L’hanno dovuta rincorrere per strada per dirle di andare a ritirare l’assegno dei soldi guadagnati al Museo, perché non si potevano versare in un conto corrente che non esisteva.
“Hanno tutti la mania del Conto Corrente, del Bancomat e delle Banche … Se ne può fare benissimo a meno. Sono solo complicazioni.”
 
Bertilla non si preoccupò per niente, viveva bene lo stesso … a modo suo. “Il papà diceva sempre: Quando si chiude una porta, dopo si apre sempre un portone.” … Quindi basta aspettare, sarebbe arrivato qualche altro lavoro …” Si ritrovò ad indossare ogni giorno la sua solita t-shirt bianca e i pantaloni mimetici.
Quando aveva fame: una pizza o un hamburger al Mc Donald o da Spizzico o alla Pizza al Taglio sotto i portici di Rialto … e poi Bertilla leggeva quel che c’era da leggere in giro, guardava la televisione mentre mangiava. Si sofferma davanti alle vetrine o gironzolava dentro ai grandi magazzini e alle boutique … Tanto era aperto, non si pagava per entrare, quindi Bertilla entrava ovunque. L’importante era non spendere tirando fuori i soldi dallo zainetto, perché se lo avesse fatto le cose sarebbero cambiate e tutto sarebbe diventato più difficile senza soldi. Ma lei stava attenta, molto attenta … ne valeva della sua libertà presente e futura. Bertilla non era mica stupida … sapeva bene come comportarsi e sopravvivere.
Le piaceva anche passeggiare, era libera di andare ovunque ne avesse voglia, non aveva scadenze, tempo, né padroni. Non c’era nessuno ad attenderla a casa, e neanche a dirle che cosa doveva o non doveva fare … E quando faceva notte tornava a “casa”.
Non le costava vivere da sola, c’era abituata, anche se sentì la mancanza di mamma e papà la notte della grande paura.
Li aveva visti arrivare verso il tramonto, già mezzi ubriachi e sgangherati. S’erano infilati dentro al buco sulla rete di cinta del campo, e s’erano accampati proprio accanto allo spogliatoio del campetto, proprio sotto a “casa sua”. Erano sette otto giovanotti, comprese tre ragazze smorfiose e stranissime. Tutti neri e con i capelli per aria … e fin qui, niente di male. Ma erano troppo ubriachi e agitati … giocavano fra loro, ridevano, bevevano, fumavano, mangiavano, ballavano al suono della musica di un loro bongo piccino che suonarono fino a notte tardissima. Alcuni nell’erba facevano le loro cose, Bertilla vide tutto rimanendo immobile al buio sullo spigolo della finestra. Sopra a quella ragazza con i capelli rossi che guaiva si distese più di qualcuno … ma erano affari loro. Il brutto venne quando due di loro si misero a gironzolare intorno in cerca di non so che cosa. Sfondarono a calci la porta degli spogliatoi di sotto, uscendone trascinando fuori le poche cose che c’erano conservate dentro … le panche, un pallone sgonfio, le reti da calcio … e qualche bottiglia d’acqua che usarono per rinfrescarsi. Ma fu dopo che ebbi terrore …
Uno di loro scoprì la scaletta dietro l’angolo dello spogliatoio, e poco dopo salì proprio fin di sopra davanti a “casa mia”. Nel buio ero paralizzata per la paura. Mi addossai al muro strisciando per terra, sperando che mai e poi mai riuscisse ad entrare. Il cuore mi batteva nel petto, tanto che mi sembrava di morire. E mi strinsi la testa fra le mani mettendomi la giacca sulla testa quando quel giovanotto in nero si mise a prendere a calci la mia porta di ferro. Voleva entrare, e gridava qualcosa agli altri in una lingua rauca che non comprendevo … Tirava di quei calci potenti che facevano tremare tutta la casa, dai muri cadevano per terra dei calcinacci … e anche la finestrella tremava tutta dentro alla sua cornice. Per fortuna la porta di ferro ha tenuto … ma c’è mancato pochissimo. Il giorno dopo con la luce ho visto come sarebbero bastate altre due pedate e la serratura si sarebbe staccata del tutto … o forse sarebbe crollata la porta staccandosi dal muro.
Per fortuna la ragazza rossa lo ha chiamato dolcissima … e lui è corso subito a “prendersi la sua parte del divertimento”. Più tardi erano troppo fatti, stanchi e ubriachi, perciò non si mossero più dal loro bivacco sull’erba. Ero salva … perché dopo mezzanotte s’addormentarono tutti. Io no, però, perché sono rimasta tutta la notte a guardarli nel buio sperando che non si muovessero più dal loro posto.
La mattina del giorno dopo erano ancora lì davanti agli spogliatoi, ancora tutti addormentati. E’ stato uno dei pochi giorni in cui Bertilla non si è recata al lavoro. Aveva troppa paura ad uscire e di svegliarli. Solo sul tardi se n’erano andati e allora Bertilla si azzardò ad uscire di nuovo. Il prato rimase tutto pestato per giorni, e pieno di spazzatura e avanzi … lasciarono abbandonata anche una piccola valigia rossa.
“Mio padre che sapeva tante cose, quasi tutto, mi ha sempre insegnato che non bisogna mai aprire le valigie e gli zaini abbandonati dagli sconosciuti … sono sempre sospetti. Bisogna avvisare la Polizia o i Carabinieri, che ci penseranno loro ad aprirli nel modo giusto …”
 
Ma Bertilla non voleva chiamare i Carabinieri a “casa sua”. Quindi per quattro mesi non toccò la valigetta rossa. Solo una notte d’autunno rientrando tardi dopo aver assistito in Piazza San Marco a una commedia veneziana gratuita recitata per beneficenza, era inciampata al buio sulla valigia sbucciandosi un ginocchio e strappando i pantaloni ancora buoni. Di malavoglia il mattino dopo si decise a spostare la valigia, e già che c’era provò ad aprirla. Era piena solo di piscio e di cacca vecchia … Aveva ragione suo padre, non bisogna mai aprire le valigie sconosciute.
Fine della terza parte / continua.
lug 20, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – seconda parte.

bertilla_02

Bertilla, l’avete capito, è una delle tante vite impossibili che in qualche modo “girano” lo stesso.  Accadono silenziose all’insaputa di tutti, o meglio, di fronte all’indifferenza di tutti, o perlomeno di molti. Ci sono, ma è come se fossero trasparenti: “Ci penserà di certo qualcun altro … “ si pensa, e si finisce che non ci pensa nessuno.

Dicevamo che vive ancora oggi nella stanzuccia sopra al campetto da calcio, dietro al groviglio delle edere. Il campo sarebbe buono come spazio per la Protezione Civile e per chissà quali iniziative, ma la solita crisi e i tagli di ogni tipo di fondi l’hanno ridotto a spazio abbandonato lasciato in custodia volontaria al Quartiere o a qualcuno … non si sa bene a chi.
“I parenti sono serpenti” aveva detto Bertilla una delle poche volte che aveva parlato ufficialmente con qualcuno che conta qualcosa. Ancora mezza bambina, l’avevano derubata in silenzio di tutti i risparmi lasciati da mamma e papà prendendosi tutte le carte della banca con la scusa di voler pagare i debiti lasciati … e un mutuo che non era mai esistito perché la loro casa era dell’Ente Autonomo. Ci abitavano loro adesso, stipati stretti e pieni di figli in quella che era stata la casa di mamma e papà … e anche della piccola Bertilla.
Lei intanto era finita seguita dall’assistente sociale, troppo grande per andare in un orfanatrofio o per essere affidata a qualcuno. E poi, con qualche accorgimento era in grado d’intendere e volere le avevano detto, e perciò di procurarsi di che vivere e arrangiarsi da se. Si capisce … con una piccola spinta in caso d’emergenza.
“C’è forse l’occasione giusta …  La sistemeremo di certo bene …” si dicevano fra loro.
Ed era accaduto: l’avevano collocata a servizio nella vecchia villa poco distante dalla spiaggia del Lido.
Quando arrivò per la prima volta, vide nel grande giardino un cane in pietra che pareva abbaiasse in eterno. Una fontana che non buttava più acqua da chissà quanto, un angioletto coperto dall’edera, e le stradine coperte da erbacce altissime. Nel garage c’era un’automobile di cento anni prima lasciata lì rotta in attesa per sempre di ricambi che non esistevano più. Era coperta da un telone bianco, come la barchetta capovolta coperta dalle edere in fondo al giardino dalla parte del muro del canale. Un tempo andavamo in giro per la laguna: Sant’Erasmo, Murano, Burano, Mazzorbo e Torcello alla Locanda Cipriani a mangiare il pesce e prendersi il fresco.
Nella villa viveva un vecchio signore con la sorella maggiore paralizzata in una sedia, e tutta la casa esternamente coperta di edere. Lo chiamavano: “Il Commodoro”, e con loro sembrava di vivere un secolo prima, perché lì dentro si era fermato il tempo. Inizialmente a Bertilla sembrava di aver risolto tutti i suoi problemi, ma era un sogno destinato ad infrangersi presto. Il Commodoro era lunatico, la considerava una cosa. Lei era viva, invece, non un oggetto come quella pipa dal tabacco schifoso che lui definiva sublime e gustoso quanto quasi la musica. E poi non era brava come lui avrebbe voluto…
Amavano sempre pranzare e cenare con tutta l’argenteria … e ogni sera dopo cena la volevano sempre davanti al caminetto con gli alari e i pomoli d’ottone opacato dal fumo, e una vecchia graticola arrugginita appesa. Rimanevano lì ad ascoltare le loro storie e memorie o musica solenne e pomposa di atri tempi. Erano maniaci della musica classica e degli strumenti musicali … Un tempo, soprattutto, quando erano giovani e pimpanti … Ma ora …
Dentro alle sale c’erano le infiltrazioni sui muri, le macchie sul soffitto, e gli specchi opacati dal tempo, tutti a macchie di salsedine e umidità, con la cornice mangiata dai tarli, che mi pareva di sentirli mordere e ridere di tutta la scena che avevano davanti. I lampadari dalle mille candele, i mobili coperti con i teli nella sala delle feste che non c’erano forse mai state, le lucette della camere debolissime, per risparmiare, da cimitero anche quelle … come loro.
C’erano i vetri colorati alle finestre, e appesi al muro insieme a vecchi trofei stavano diversi fucili da caccia. Si era fatto incidere lo stemma di famiglia sopra al caminetto con a lato due grossi riccioli in marmo e due Cariatidi pettorute e nude. Sopra al camino su di un alta mensola stavano tutte le foto di famiglia incorniciate e affumicate. Ogni tanto dovevo attizzare la cenere, e il tiraggio del camino era modesto col fumo che inondava la casa insieme a quello della pipa. La volta che venne finalmente lo spazzacamino, il Commodoro pretese che andassi ad aiutarlo, e per una settimana puzzai di bruciato e avevo la fuliggine dappertutto.
Nei cassetti c’erano montagne di medicine puzzolenti, la casa era piena d’orologi. L’orologio a cucù nella sala, la pendola sul pianerottolo, l’orologio “Luigi qualcosa” che batteva mille volte le ore nella sala da pranzo. Le foto di famiglia alle pareti dello studio e lungo il corridoio col lumino acceso sotto. Tutti quei morti mi facevano paura di notte.
“Quella volta del viaggio per l’America … Il piroscafo, la gente assiepata morta di fame e sognante sulle banchine del porto. Poveracci mi facevano ribrezzo con quella loro miseria pulciosa … Tutti in fila a inseguire un sogno impossibile sul ponte della nave alle intemperie pieni di fagotti … Poveracci … molti non sono neanche arrivati e tornati … ”
 
Nello studiolo del Commodoro pioveva dentro e dovevo mettere una secchia di zinco per terra a raccogliere ogni goccia di pioggia perché non si rovinasse il tappeto turco ammuffito e polveroso. Il Commodoro era anche appassionato di scacchi, e parlava e rideva giocando da solo o con i rari amici polverosi e antichi come lui, scappati dal passato.
Le rare volte in cui il Commodoro si assentava da casa, Bertilla recitava davanti al fuoco acceso il rosario lunghissimo, eterno, con la sorella.
“Diciamo un rosario dai !” le diceva apparentemente piena di un entusiasmo incomprensibile.
Le corone del Rosario erano d’olivo dell’Orto del Getzemani con i grani bucati a mano uno per volta. La Sorella tirava fuori da un suo cassetto tanti Santini e Immaginette di ogni sorta, e un suo libricino giallastro bianco avorio della sua Prima Comunione. Ripetevamo tutte le preghiere del mondo… e prima di andare a dormire la vecchia si faceva ogni sera un bagno caldo con i sali che si li faceva arrivare fin dal Mar Morto … come lei, una morta vivente. Una mezza mummia imbalsamata succube del fratello da tutta la vita. Senza spina dorsale in ogni senso. Incapace di un parere e di decidere qualsiasi cosa, anche la più stupida.
Se non faceva né troppo caldo né troppo freddo, si andava sotto alla pergola nel giardino … Di sera dovevo preparare l’acqua né troppo calda, né troppo fredda accanto al letto …. La dovevo andare ad attingere di sotto dagli orci in argilla in cantina per conservarla sana. Lì c’erano anche le anfore col vino … “Come gli antichi Romani … Che profumo !” diceva il Commodoro.
“Che schifo, invece, con tutte quelle ragnatele, e quella puzza di stantio e di aceto… e tutti quei topi e gli immancabili tarli onnipresenti.”
 
Il Commodoro portava sempre le stesse scarpe comodissime “a scarfarotto”, sempre le stesse: “Sono imbottite, comode per stare in casa, le porto da vent’anni.”
E si sentiva, come l’odore del resto delle sue cose irrinunciabili, eterne, come la vestaglia da camera da quarant’anni, sempre quella, sempre la stessa, quasi una seconda pelle … con certi aloni e certe parti sdrucite e consunte … “Blah ! Che odore inopportabile!”
I merletti penduli ovunque, i ventagli incorniciati e appesi ai muri.“Quello l’ho fatto arrivare da Amsterdam, quello da Caraci e quello da un’artigiana dalla Costiera Amalfitana…”  Un uccelletto stantio stava in una gabbia roccocò piena di guglie e pendagli. Cantava più o meno una volta l’anno, spelacchiato quanto i due vecchi … Più che cantare sembrava ogni tanto rantolasse e tossisse. Perfino il gatto non osava entrare in quella tana, se no per provare a papparsi quel canarino mezzo moribondo. Ma temeva le nerborute scopate dalla parte del manico da parte di Romea la cuoca. La cucina era il suo regno, con le sedie impagliate e la grande cappa fumosa che arrivava alta fino al soffitto. Di sotto c’era la catena nera che scendeva da dentro la canna e il paiolo sospeso sopra al vecchio fogher con la panca di pietra tutta intorno. Fortunata Romea ! … che se ne andava a sera subito dopo cena.
“Ti chiameremo “gegè” come la nostra vecchia nena … la balia.”Avevano detto a Bertilla la prima sera.
E da quel momento, era stato tutto un: “Gegè qua, Gegè là … e Gegè fa questo, e Gegè fa quello …. E lo spiffero … e c’è troppa luce questo pomeriggio … E mi da fastidio il rumore dei bimbi che giocano in spiaggia …” Non era mai finita … Gli incensi dall’India …  “Cavolo che puzza !”  … Ma Bertilla sapeva che non avrebbe mai dovuto dirlo.
L’avevano messa a dormire nella cameretta sul pianerottolo che saliva alla soffitta. Quante volte era salita lì dentro a sognare guardando tutte quelle cianfrusaglie, mentre i vecchi dormivano. La rete del suo letto cigolava, e i materassi mai pettinati erano pieni di lana e crine odorosissimi. Sopra al letto c’era appeso un quadro di una Madonna stanca e depressa. I vecchi la definivano bella, sognante, e meditabonda sul Mistero. Io la vedevo pallida, piena di freddo, e tremante, col collo storto e il bambino deposto nudo per terra sul pavimento in miseria totale.
I tarli nei mobili scavavano gallerie giorno e notte, e la casa era invasa dalle formiche che ne avevano fatto un enorme formicaio dilatato e comodo. Erano presenti sempre e ovunque: sul pianoforte, in cucina, sul terrazzo, dentro alla madia del pane e nel grande armadio della dispensa. Le trovavo a penzoloni e in fila lungo il barattolo dello zucchero perennemente aperto, o in colonna in discesa da una tazza con l’avanzo della colazione abbandonata sul tavolo.
Bertilla era stufa di quella vita. Voleva vivere davvero, e avere tempo per se … anche di far niente, di rimanere tranquilla a pensare. Non ne poteva più di resistere fino a notte tarda vestita da cameriera col grembiule bianco … pronta a soddisfare l’ennesimo capriccio eccentrico dei vecchi. Pensava a sua mamma che le diceva che le donne incinte avevano sempre mille desideri e le voglie più matte e strane … Quei due vecchi erano incinti anche loro in eterno, nella testa.
Bertilla non voleva più essere sempre pronta come un’amante. Lei era lei, non era il prolungamento dei due vecchi.
Finì col detestarli del tutto … E l’unica volta che il vecchio ubriaco gli toccò il sedere e una gamba si tirò indietro indispettita e arrabbiata … Il vecchio suonato le disse borbottando bavoso: “Che fai la ritrosa ? … Sei niente, nessuno …” Bertilla non lo lasciò neanche finire la frase, e gli tirò un ceffone che gli fece saltare la dentiera dalla bocca. La sorella in carrozzina che detestava il vecchio stava a scaldarsi davanti al caminetto. Vide tutto e sorrise divertita, dicendo: “Se vorrai, stavolta gli avvocati ti renderanno ricca Gegè.”
 
Ma Bertilla non volle saperne di avvocati, e fu contenta di andarsene e liberarsi di quella casa di vecchi matti scemi.
E quelli che dovevano aiutarla?
Piano piano non aveva sentito e rivisto più nessuno. Le avevano dato tutti i numeri, erano disponibili telefonicamente in qualsiasi momento le avevano detto … Ma pronti a far che?  Esisteva fra loro quella distanza incolmabile che c’è sempre fra un professionista e un cliente-paziente. Per cui, alla fine, aveva perso tutti … l’avevano lasciata andare.
Bertilla aveva imparato a bastarsi e arrangiarsi, e …
Fine della seconda parte / continua.
lug 18, 2014 - Senza categoria    No Comments

“I FUOCHI DEL REDENTORE QUOTIDIANO.”

festa-del-redentore1

Apro gli occhi e le finestre su una nuova giornata. Stanotte il temporale ha sbattacchiato e sconquassato Venezia… l’aria di questa estate strampalata è frizzante e un po’ meno afosa. Non mi sbaglio … aguzzo l’orecchio: il vicino anziano sta già cantando nella penombra della sua casa con le piante che si assiepano sui davanzali. Canta in continuità sempre la stessa canzone … da giorni ormai. L’ho quasi imparata anch’io.

“Tutta sfolgorante e’ la vetrina … piena di balocchi e profumi
entra con la mamma la bambina, tra lo sfolgorio di quei lumi
comanda signora …Cipria colonia e Cotyyyyy …”
Si sporge dalla finestra e guardando giù nella calle deserta s’infervora e tremulando in aria e alzando gentilmente una mano in aria e con l’altra sul cuore.
“Mamma ! mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi
per la tua piccolina-a-a-a non compri mai balocchi-i-i
Mamma tu compri soltanto i profumi per te-e-e-e-e …”

Esco in strada e guardo le chiatte ormeggiate sulle banchine del Porto: stanno allestendo i fuochi pirotecnici … domani sera sarà Redentore.

Anche quest’anno manca poco, davvero poco alla notte magica del Redentore, la notte delle notti. Gli addobbi lungo le fondamenta del Canale della Giudecca sono pronti, pronto è anche il ponte di barche che attraversa il canale. Sulle rive i popolani si sono già accaparrati il posto segnando la strada e disponendo i tavolini … Sarà di certo una serata di grande festa, una fra le più vive e sentite di Venezia. Nonostante i divieti comunali il bacino di San Marco sarà pullulante di barche e barchette addobbate, di musica, canti, luci e persone allegre. Verso il culmine della notte esploderà lo spettacolo pirotecnico che illuminerà magicamente la laguna … e sarà ancor più festa, fino all’alba quando si andrà tradizionalmente sulla spiaggia a vedere sorgere il sole del giorno festivo del Redentore.
Sono trascorsi secoli, ma la tradizione continua ed è davvero sentita e partecipata da giovani e meno giovani e vecchi nonostante la crisi non solo economica ma anche delle tradizioni e dei valori di sempre.
Alla radice di tutto? Lo sapete già: la pestilenza del 1575-1577 e un voto al Cristo Redentore … come in seguito, in occasione della Madonna della Salute nel 1620. Venezia Serenissima spietata sui mari, tremenda con tanti, furbissima e astuta nei commerci e capace di spingersi lontano con le sue famose galee di mercato … possedeva anche una vena dolce che sfociava nel devoto. Consapevole di certi suoi limiti, quando non sapeva più che pesci pigliare, andava a bussare a certe “porte superiori” … spesso ottenendo quel che implorava.
Per questo, a distanza di secoli, i Veneziani sono ancora riconoscenti e festeggiano ancora alla grandissima assieme ad una folla nutrita di turisti … Ci sono certe tavolate in giro che manco v’immaginate … e certi “rosti” alla fine, davvero festosi e divertiti. Un festone insomma … in ricordo della peste scomparsa. Ma forse mai del tutto …
Devo accellerare il passo o stamattina perderò l’autobus …
Fra Pratoline bianche fragili e distese di steli d’erba esili ingialliti e rinsecchiti dal caldo estivo … Una chiocciolina si sta arrampicando fino in cima a un lungo stelo d’erba alto più di un metro dondolando nel vento la casetta a tortiglione che si porta in groppa. Perché mai?  Si forse prendendo posizione per vedersi lo spettacolo dei fuochi domani sera?
La folla degli attacchini comunali scende dal furgone ecologico elettrico del Comune in cui stavano stipati vicini vicini, mentre le solite rondini si catapultano gridando nel cielo. In sottofondo si sentono sbattacchiare i piattini e le tazzine del bar della stazione degli autobus. Il primo caffè aspro del giorno, in piedi, mani in tasca davanti al bancone del bar.
“Ci stanno rompendo i c… con questi partime al Civile … una volta era un turno facile e comodo utile a tutti …Ora, invece …” commenta un’infermiera inviperita diretta all’ospedale. “Dai non ci pensare sono appena le sei del mattino … pensa ai baloni del Redentor … Vieni in barca domani sera ?” la raddolcisce una collega.
L’autista pesta a terra sul piazzale ancora sfatto dei tram il mozzicone della sigaretta … tossisce a lungo di una tosse feroce e intensa, si schiarisce la gola e la voce rauca …accende il motore e finalmente si va.
Nello spogliatoio zeppo di divise multicolori appese: gialle, bianche, verdi e blu, una tozza farfalla notturna si alza in volo quasi infastidita dalla mia presenza svolazzando goffamente intorno e finendo col picchiare addosso al vetro di una finestra. Il caffè caldo che sa di acqua e niente si raffredda posto sulla panca mentre scrivo queste cose, e davanti mi godo lo spettacolo degli zoccoli con i calzini usati dei colleghi allineati sotto agli armadietti chiusi e polverosi.
L’orologio implacabile mi ricorda che è tempo d’andare e cominciare l’ennesima pagina lavorativa di oggi. L’ascensore pigro e odoroso mi traghetta da una realtà all’altra, come una sorta di Caronte fantasioso. Salgo persona qualsiasi e ne esco infermiere dentro a un microcosmo diverso in cui il tempo accade e scorre a modo suo.
Si ricomincia … Nella penombra ancora notturna avvolta in un silenzio opprimente l’infermiera con guanti e occhiali armeggia le sue ultime mansioni prima della fine del lungo turno di notte. Passando davanti a una stanza con la porta spalancata osservo un paziente pendulo seduto sul letto con la faccia abbandonata su mille cuscini. Alla fine dell’ennesima notte difficile si è arreso finalmente al sonno in una delle sue ultime albe da vivere. Di giorno mi racconta le sue cose tranquillo, ma non sa, mentre io già so bene che sta morendo lentamente abbracciato stretto dal suo Kancro. Quella sua tossetta nervosa e fastidiosa è la cornice ingannevole di quel qualcos’altro di pestifero e mortale che se lo mangia dentro condannandolo.
“E’ di notte che la mia mente naviga e ho paura … di giorno è più facile mi sento in ospedale … e poi ci siete voi …”
 
Qualche stanza più avanti, ogni mattina si ripete la stessa storia.
“Buongiorno !”
“Chi è ? … Chi è ?”
Risposta: “I ladri !”
“Come ? … I ladri in casa mia ?  … e mia moglie ?”
“Ma no L. sei in ospedale … Sono io, l’infermiere solito.”
“Ah. Meno male … Che ci faccio qui ?”
“Dai parti, accenditi, alzati … Fai colazione, prendi le pastiglie, lavati e vestiti che devi andare in terapia fisica …”
“Si … Si … Mi alzo, parto …”
Dopo dieci minuti ritorno. So già che lo ritroverò ancora a letto a ronfare a bocca aperta con in mano il blister delle pastiglie e il bicchiere con l’acqua che gli ho appena consegnato.
“ L. ! Svegliati … E’ ora di alzarsi e attivarsi !”
“Chi è? … Chi è ?” … e si ripete la scena di prima in maniera identica.
“I ladri L … sono sempre i ladri di prima.”
“I ladri a casa mia ? … Ah sì  sì … l’ospedale … Riparto, mi alzo …”ripete. Poco dopo lo sento russare di nuovo fino a metà del corridoio. Tornerò per la terza, e poi per la quarta volta come il solito. Poi finalmente si avvierà … più o meno.
“Va ben dai … Anche se non capisco perché ultimamente parlo sempre da solo …. E poi ieri è venuta una vestita in giallo che mi ha preso e tirato e mollato per le braccio e le gambe … Non ho capito che cosa voleva … Ma adesso mi sento meglio …”
 
Mi giunge un’eco più o meno lontana ma familiarissima.
“Sarebbe da aprire la cassaforte nel sottoscala per dare qualcosa a questi bravi giovani …”
“Bene Enzo !  Ma dove hai nascosto la chiave della cassaforte ? ”
“Che chiave ? …”
“Quella della cassaforte Enzo.”
“Mai avuta una cassaforte …”
“Enzo ! Enzo ! … E’ bravo chi ti capisce…”
“Enzo … Enzo … chi ti capisce …” ripete e risponde lui.
“Enzo ! “
“Enzo !” chiama anche lui guardandosi intorno in cerca di qualcuno.
“No.” Gli dice il fisioterapista … “Enzo sei tu.”
“Ah si … è vero. Enzo sono io.”
“Enzo !”
“Enzo !” ripete e chiama di nuovo. L’ha già dimenticato. E’ quasi un tormentone in questi giorni … E’ tempo di Enzo.
Enzo lo osservo ogni tanto, carico di anni e con gli occhi acquosi che fissano il niente … Un vuoto perfetto e senza tempo che sta sempre davanti a lui. E lui sta lì a guardarlo in attesa del nulla. Ripete tutto in continuità, qualsiasi cosa gli dici o gli capita di ascoltare. “Enzo ! … Stai sveglio.”
“Eh ? Enzo ! … Sto sveglio. Sono Enzo.”
“Oggi è il 18 luglio Enzo … domani è il 19, è Redentore …”
“Ah sì ? Redentore … Redentore … Domani è il 19.”
“Si, la festa del Redentore …”
“Redentore … Sì.”
“Domani è il Redentore … sei sordo Enzo !” gli grido.
“Sei sordo Enzo !” ripete … “Basta ripetere tutto Enzo …”
“Sento sempre una campana che suona di giorno e di notte … Mi sta entrando dentro alla testa … Basta con questa campana che sento continuamente …”
“Non è una campana, è l’allarme che controlla le telemetrie, le macchinette dei cuori … Come faccio a spiegartelo ?”
“Ho capito … Ho capito: la campana dei cuori del Redentore … Sì. Mi suona continuamente nella testa, sono stufo di sentirla … Non ne posso più, la sento giorno e notte è sempre Redentore…”
“Hai ragione Enzo … è sempre Redentore qui dentro…”
 
Lo stesso orologio implacabile del mattino mi ricorda che è tempo di rientrare nel mondo del vivere normale … Esco dall’ospedale e provo a farlo anche mentalmente. In lontananza inseguo e ammiro le creste delle montagne azzurre e nitide nel sole rosso, tondo, cotto ed estivo. La barena è straordinariamente in secca, tutta pozze, chiari e fango mentre i gabbiani se ne stanno appostati in laguna uno per palo intorno alle reti e ai cogoli carichi di pesce e grondanti l’acqua salmastra tutta riflessi rosa, gialli, ocra, viola, grigi e bluastra … Sotto al ponte passa un vaporetto in anticipo … con motore fermo, messo al minimo …talmente pigro e lento e silenzioso che pareva non spostasse neanche l’acqua.
Sono le dieci di sera … e il vecchietto calvo della casa di fronte in cannottiera canta ancora col tremolo da dentro le finestre spalancate
“Mammaaaa ! … mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi
Per la tua piccolina, non compri mai balocchi-i-i-i-i
Mamma tu compri soltanto i profumi per te-e-e-e-e …”
Siamo nella periferia di Venezia … alcune donnette in sottoveste, con vecchi bigodini in testa, forcine e mollette si chiamano e salutano dalle finestre prima di “chiudersi da notte”.
“Ma non va mai a dormire sto’ vecchio ? … El xe sempre chel canta giorno e notte !”
“Notte Jolanda ! … Domàn, domàn … i botti … i botti del Redentor !”commentano.
In sottofondo riparte il canto:
 “Mammaaaa ! … mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi
Per la tua piccolina, non compri mai balocchi-i-i-i-i
Mamma tu compri soltanto i profumi per te-e-e-e-e …”
“Sempre quella … Basta nonno ! … Va a dormire !”
“Mammaaaa ! … mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi
Per la tua piccolina, non compri mai balocchi-i-i-i-i
Mamma tu compri soltanto i profumi per te-e-e-e-e …”
“E’ inutile … E’ anche sordo … non basta cantante, è anche rompiballe …”
 
Poi finalmente tutto tace … Stassera il caldo è asfissiante, le cicale cantano senza sosta, non vanno a dormire neanche loro … La festa del Redentore sta iniziando, anzi non è mai finita, continua tutti i giorni in maniera a volte un po’ strana, con scene pirotecniche sempre diverse.
“Mamma ! mormora la bambina … mentre pieni di pianto ha gli occhi. Per la tua piccolina … non compri mai balocchi …”
 
Incredibile ! Mi ritrovo a mormorare nella mente e sottovoce la stessa canzone del vecchio … Spengo la luce, domani sarà Redentore.

 “Mamma ! mormora la bambina…….”
lug 17, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – prima parte

bertilla_01

“BERTILLA …” – prima parte.

Dopo il temporale notturno di questa notte, stamattina presto procedevo evitando ad una ad una le pozzanghere della strada. Me la sono trovata improvvisamente proprio di fronte. Ma non è la prima volta … Solo che era da un pezzo che non la vedevo.
Da uno strappo dell’altissima rete di cinta metallica e rugginosa del campo da calcio, ben nascosta dietro a un groviglio di rovi e una pioggia di edere lunghe e pendule, è sbucata lei questa mattina. Si è guardata a destra e a sinistra spolverandosi le spalle e picchiando le scarpe per terra.  Mi ha occhiato un istante senza vedermi, come fossi del tutto trasparente, e acconciatasi la lunga coda dei capelli sulla nuca e lo zainetto consunto e sbadito sulle spalle se n’è andata per la sua strada.
Camminava come il solito, con quella sua cadenza inconfondibile, un po’ ciondolante a destra e sinistra. Ce l’ha sempre avuta fin da bambina, solo che col passare degli anni si è accentuata diventando un’andatura curiosa.
Bertilla le sa queste cose, e non le sa, ma soprattutto finge di non saperle. Soprattutto non gliene frega niente di quanto vado dicendo. E’ ridotta sempre più a niente, fisicamente ed economicamente … ma lei vive, e dice di star bene così.
E’ da tempo un miscuglio di vissuto triste impastato con una dignitosa semplicità per me sorprendente, che merita d’essere detta e raccontata imprigionandola nelle parole.
Bertilla ormai da molto tempo non chiede, vive e sta, s’arrangia in silenzio, senza chiedere, apparire e disturbare nessuno.
Vive nella vecchia stanza magazzino abbandonata sopra alle docce del campo da calcio del mio quartiere. Oggi non si organizzano più i tornei come un tempo, il campo è quasi dismesso e pieno di erbacce. Solo raramente viene concesso a qualche gruppo serale che si trastulla inciampando fra buche e pozze fangose piene di zanzare. La stanzina è alta, inserita sul muro di cinta, quasi del tutto mimetizzata dalle edere folte che la ricoprono quasi del tutto. Bertilla entra ed esce di là, ma quasi nessuno lo sa … o gli interessa di saperlo.
Su per la scaletta annerita e sporca, semi invasa dalle edere e dai rovi che scendono e salgono gradino per gradino, si sale alla saletta magazzino dove un tempo si depositavano i palloni, le reti, le panche e gli ingombri. Oggi davanti è tutto un ciarpame, mucchi di deposito e cose vecchie ammassate e lasciate al sole e alla pioggia alla rinfusa. Dietro si sale, passando appena accanto al muro scrostato coperto di edere…fino alla scaletta.
Il custode del campo sa bene che lei vive lì, ma finge di non saperlo e di non vederla. E’ padre di famiglia anche lui, sa che cosa significhi avere un figlio in giro per il mondo e da solo. Se poi si trovasse in difficoltà … Lei sale di sopra e scende di sotto felpata e silenziosa come un gatto, quasi senza che nessuno s’avveda della sua presenza leggera. Lì vive con i suoi quattro scatoloni in cui raccoglie tutto quanto possiede … ossia niente. Solo qualche abito di ricambio e il piumino da indossare d’inverno. Le cose preziose le ha sempre con se nello zainetto: la sua cassaforte inseparabile … quasi vuota anche quella.
Bertilla non sorride mai, parla pochissimo. Ti passa accanto ma è come se fosse sempre da sola: non vede né incontra nessuno.
“Non c’è niente di buono per sorridere nella vita…” l’hanno sentita dire un giorno dopo averla a lungo istigata a parlare e dire qualcosa di lei. Bertilla non ha detto nulla. Sembra quasi un monumento al vivere tristo.
E’ una donna di mezza età che non riesci ad attribuirle gli anni. Solo i capelli ancora scuri e lievemente brizzolati ti dicono che non è più giovanissima. Ma è sgangherata, non ha quasi nulla di femminile: non ha un filo di trucco, non curve evidenti, non un profumo né un capo firmato. Solo quella coda di capelli, e il solito pantalone largo mimetico sotto a un t-shirt quasi sempre bianca, le scarpe da ginnastica da pochi soldi… e ovviamente il suo zainetto prezioso.
Sempre pulitissima e in ordine. Mi hanno detto che quando lavora è puntualissima e precisa. Basta spiegarle semplicemente che cosa si vuole che faccia, e lei in breve tempo sarà in grado di ripeterlo all’infinito meticolosamente e con grande impegno. Replica tutto quel che si vuole … e non manca mai di presentarsi ogni volta che si è pattuito. Non chiede perché né per come, non le interessa saperne di più, non ha mai nulla da chiedere e da eccepire. Terminato tutto se ne va in punta di piedi come è comparsa, quasi non ti accorgi che ci sia.
Non ha amici né amiche … A che possono servirle ?  Non le serve mai nulla, tantomeno d’essere compatita … figurarsi se le serve affetto !  Lei vive … e basta.
A sera o quando è stanca se ne ritorna in quelle stanzuccia nascosta con le sbarre alla finestra. E’ bassa, invisibile, quasi nascosta del tutto dalle edere. Sembrava si trovasse lì disponibile a posta per lei.
“Nascosta fra le edere … quasi come me.”
 
Pensò la prima volta che la intravide casualmente e provò ad entrarvi. Si trovava a bordo campo a guardare un’insignificante partita al pallone fra giovanotti aitanti. Era finita lì per caso gironzolando per la città e quello che ritiene essere il suo quartiere. In realtà nel campo non osservava nessuno, anche se giocavano animatamente e se le davano di santa ragione correndo dietro alla palla. Suo papà un tempo lontano le diceva: “Togliete tutto agli Italiani, anche i soldi se volete, ma non toglietegli il pallone perché impazziranno.”
A lei tutto quel correre dietro alla palla non era mai piaciuto. Era una cosa insipida, come tante altre, come tutte quelle che chiamano sport. Tanta fatica per poco risultato o per niente, pensava. Era meglio dedicarsi ad altro, anche se non aveva mai capito bene che cosa potesse essere quell’altro a cui si riferiva.
Alzando lo sguardo oltre il limite del campo da calcio aveva intravisto la stanzuccia. Si notava appena sotto a tutta quell’edera che s’intrufolava e scalava i muri, attaccandosi ovunque. Pareva che quelle edere tenessero tutto insieme impedendo che si sgretolasse e cadesse scivolando di sotto. Tutte quel verde di edere dondolava al vento sospeso nell’aria del niente. Piano piano in silenzio, senza essere visto, come lei … Le piacque subito quell’angolo, così come le erano sempre piaciute le edere che s’accendevano di rosso d’autunno. Parevano trasformarsi in qualcos’altro, vivere una seconda vita diversa, un’opportunità nuova, una seconda chances come sognava lei.
Anche se fino ad ora non era ancora accaduta.
Avrebbe messo volentieri una foglia d’edera sulla sua carta d’identità piuttosto di rivedersi in quelle sembianze in cui era costretta a ripensare al suo passato perduto e trascorso. Lei era davvero somigliantissima a sua madre e suo padre. Guardandosi sul documento era come rivedere entrambi ad uno specchio. Per questo lei non usava mai lo specchio. Lavava e pettinava i suoi lunghi capelli lisci e li tirava all’indietro raccogliendoli nella coda. Quanto tempo le serviva ogni volta per quell’operazione, e quante volte avrebbe voluto tagliarseli tutti. Ma era l’unica cosa preziosa che le era rimasta.
Stamattina presto Bertilla era lì, di fronte a me, proprio a due passi. Siamo usciti entrambi ciascuno dalla propria “casa” per recarci ognuno al proprio lavoro.
Vedete come vite e storie molto diverse finiscono per assomigliarsi e talvolta non dico incrociarsi … ma quasi sfiorarsi, o almeno approssimarsi …
Bertilla è questo … ma anche altro e di più, che vi dirò …
Fine della prima parte / continua.
lug 6, 2014 - Senza categoria    No Comments

DOMENICA … DI LUGLIO.

Venezia aerea

A volte le brutte notizie ti castrano la vita … dormi male quel poco che dormi, e ti porti addosso foschi pensieri, come fosse un vestito triste. I miei discorsi a volte possono sembrare la fiera dell’ovvio … pensieri vaporosi fragili da condividere.

Esco di casa e tutto sembra immobile e senza tempo. Mancano ancora 15 minuti alle sei del mattino, e un aereo brontola e plana in lenta discesa in direzione dell’aeroporto di Tessera.
Venezia è sempre Venezia … A certe ore persino le cose più ovvie, quelle invisibili e futili che di solito non vedi, assumono evidenza e sapore che non immagini.
Scorgo di sfuggita in lontananza la solita tossico che cerca e finge normalità … Parla fra se e se ad alta voce, distribuisce da mangiare ai gatti … Le banchine del porto sono deserte: niente grandi navi ormeggiate … Il solito ciliegio è meno curvo, ha perso ormai tutti i frutti, le foglie sono tutte corrose e mangiate da bruchi, larve e parassiti. E’ tutto traforato, sembra un merletto … Percorro a piedi e in fretta il mio solito chilometro del Porto … I cantieri e i magazzini sono chiusi sbarrati. Non si muove fronda nell’umidore fresco e appiccicoso del mattino festivo … cicche per terra, il cartello che segnala il passaggio dei treni è stato piegato di brutto da “uno spiritoso anonimo notturno”.
 
Ciabatto scricchiolando rumorosamente attraversando il ponte sopraelevato sul Canale della Scomenzera del Porto. Il marinaio e il pilota del vaporetto di sotto mi guardano in attesa … Tiro dritto per la mia strada … Si scambiano uno sguardo d’intesa, mollano gli ormeggi e partono scivolando lentamente sull’acqua piatta e quasi senza riflessi, quasi fosse densa come una melassa o una crema.
Un giovanotto con uno zaino in spalla alto come una casa cerca un posto sicuro a pochi soldi dove piazzare la sua bicicletta foderata di sacche e bagagli … Non immaginava che a Venezia non si potesse girare su due ruote … La solita africana incappucciata sosta accanto al carretto con tutti i suoi averi in attesa di niente … Ognuno lotta a modo proprio per affermarsi, galleggiare, imporsi, o solamente per esserci in questa giornata qualsiasi … Rondini, gabbiani e altri uccelli“lavorano in cielo” inscenando la loro solita parte del copione della vita.
La laguna è diafana, opaca, immersa in una foschia grigio rossastra. Il sole dipinge di rosso caldo il cielo da est. E’ la classica giornata da riposo, da laguna, da gita e da spiaggia … Quasi una decina di uomini frugano pescando chini nel fango immersi nella laguna fino al torso … Una prostituta esce da dietro ai cespugli del parco stiracchiandosi e bagnandosi il collo e il volto … Probabilmente ha terminato il suo turno di notte. Come fanno le donne con gli stivali addosso con questo caldo ? Sono un’altra specie, lucertole al sole per tanti versi …
Il viale alberato è umidissimo e ombroso, lì sotto è ancora quasi notte. Odore tiepido di terra viva e verde, humus e linfa, vapori degli alberi … Respiro a fondo assaporando il momento.
Oggi è domenica … e si lavora.
Un giovane non sa a quale fermata scendere … Un anziano in giubba sosta in mezzo all’incrocio della strada senza decidersi da che parte andare … Il solito cuculo in sottofondo canta sulla scena, mentre il solito furgone del pane che ha appena rifornito l’ospedale, riparte ingrippando, frenando e stridendo e traballando.
Una tapparella si alza srotolando rumorosamente dal primo piano di un condominio. Ne esce affacciandosi una signora scompigliata in corto pigiama. Un attimo dopo inizia ad innaffiare tutte le piante del davanzale, ne strappa le foglie morte e i fiori appassiti. Si ferma, mi osserva … la guardo. Sorridiamo ignari di entrambi… e proseguo sui miei passi.
Vorrei trattenere, imprimere queste sensazioni, imprigionarle con i pensieri nella mente … Ma non si può, non c’è tempo, bisogna andare al proprio posto. Sono attimi fuggenti, volatili come le essenze degli alberi … Non ne rimane niente.
Il collega “pisola” dentro alla guardiola appoggiato ai gomiti e sul palmo delle mani. Ha un’espressione stranissima. Sembra come sovra pensiero, estatico, con un sorrisetto ebete spontaneo indecifrabile, e la bocca storta che cola … D’istinto mi verrebbe da picchiargli per scherzo sul vetro … ma è domenica, lo risparmio e tiro dritto senza salutarlo. A volte la notte è dura da trascorrere“lavorando” …
“Devo svegliarmi e ricordarmi di timbrare il cartellino … altrimenti oggi lavorerò gratis.” chiosa il collega con cui sorseggio il caffè all’ultimo piano di fronte al panorama di Mestre passiva e indifferente della nostra sorte e di tanto altro.
Mi piace a volte ascoltare e cogliere le prospettive e i punti di vista degli altri. Cose che per te sono utili e interessanti per loro talvolta o spesso non contano nulla. Me l’hanno anche confermato chiacchierando: “Non me ne frega niente di certe cose … di Venezia, la Laguna, l’Arte, il passato e la Storia … Sono cose fatte e vissute da altri e per altri, non c’entrano con me. Sono cose andate, da mettere in vetrina per qualche vecchio nostalgico … E’ altro che mi attizza della vita …”
 
Entriamo in corsia … sempre senza tempo, lavoro mai finito, senza inizio né fine.
“Auguri !”
“Con questa malattia oggi compio vent’anni in un colpo solo … A volte vedo le immagini sovrapposte, non riesco a leggere e guardare la televisione … Ma oggi ho sentito un “clik”, ed è tornato tutto a posto … Oggi vedo normale … Giusto in tempo per il compleanno …”
“Io domani parto da qui … Andrò in una casa di riposo in riva al mare. “
“Bello !”
“Bello sì … ma … non sarà mai casa mia. Non tornerò più a casa mia … In un certo senso la mia vita è finita …”
“Ricordo ancora quando lavoravo … Guidavo al porto una gru a dodici ruote che sapeva sollevare i portelloni da tonnellate delle stive delle navi. Le facevo galleggiare e ondeggiare in aria come fogliette … Quella era vita ! Al porto, dove abiti tu … C’era un clima speciale a quei tempi … Portavano fuori di tutto … pepe, caffè, whisky, aprivano i container … In quei tempi i televisori erano oggetti preziosi … Stufi dei furti continui, la polizia ha dovuto piazzarsi con i binocoli sulle torrette per pizzicare qualcuno … Il porto era un colabrodo, tutto passava dappertutto … e tutti sapevano e tutti tacevano. “Mano lava mano” si diceva. Era tutta una corruzione, dai più alti livelli ai più bassi … Un po’ come oggi … “Se mi vieni a costruire la casa a Meolo ti faccio procedere di un livello sul lavoro” … E a lavorare al porto non si presentava nessuno … Tutti a lavorare da muratore in campagna, e al porto uno lavorava per tutti e per nessuno … Avevo dei muscoli così sulle braccia … le donne mi correvano dietro … Ma chi è che le capisce le donne ?  … Pensa che il giorno che è accaduto il terremoto sono sceso in fretta e furia dalla gru e sono corso in cerca di un telefono per telefonare subito a mia moglie. “Che rompi ? … Che vuoi ? ” mi ha risposto. E sono finito col scusarmi per l’averla disturbata … Capisci come sono ? … Comunque: Bei tempi ! Anche con loro …”
 
Incrocio l’ultimo collega della mattinata.
 “Bisognerebbe comperare una casa a Venezia, in zona strategica vicino alle Università, restaurarla difendendola dall’umidità … Saprei bene come fare, facendo salire l’umidità in un giro d’aria fino al soffitto, rivedrei gli spazi morti … e molto altro ancora. Poi bisognerebbe darla in affitto a studenti … Sarebbe un affarone.” Si è tirato fuori un blocco per appunti, e si è messo a segnare le compere, le spese per i restauri, la percentuale del rientro fiscale, il tempo necessario per rientrare dalle spese vive … Lo guardo e ascolto incuriosito.
“Oppure si potrebbe farne un bel Bed & Breakfast da offrire ai turisti …”
“Ma ce li hai i soldi… un capitale da investire?”
“No … ma si potrebbe…”
“Ma va là ! … Sognatore !”
 
Guardo nel bus di ritorno una giovane mamma pettoruta e riccioluta nell’afa calda del pomeriggio. Si mangia il suo bimbo con gli occhi … due piedini nudi a polpetta sotto a un sorriso smagliante e due occhi accesissimi … disteso felice sul vestito largo verde smeraldo della mamma. Il gioco dura l’intero viaggio … uno spettacolo: “Su .. Su … Su e su ! …e ghiri,ghiri,ghiri,ghiri …” e col solletico esplodeva ogni volta una doppia bufera di sorrisi e d’intese indescrivibili e unici.
Ripercorro la Marittima del Porto … La ventola di raffreddamento della centralina delle telecamere di controllo frulla e vortica a tutto spiano sotto il sole del pomeriggio. Ora tre grandi navi sono ormeggiate in bella mostra sulle banchine del porto … Tanta gente si dondola al sole sulle barche che punteggiano la laguna in questo pomeriggio finalmente estivo di luglio …
Le donnine schierate sulla muretta del mio quartiere se la prendono con un bimbo che pallona contro un muro chiassosamente.
Sono squisite … sembrano una commedia di Goldoniana memoria.
“Hai finito di rompere i c… con quel ballòn sul muro … Vai a pestare da un’altra parte più in là … Va in so de là ! … Va a battere sotto ai muri de to mare, dai ! … Neanche con sto caldo non ti sta quieto …”
Un attimo dopo si sventola furiosamente col ventaglio di paglia. “Oh ! Che pase … finalmente … E va ben che i fioi deve anche giocare … ma quel che è massa è massa … Ciò ! … Che caldo …Mi fanno innervosire e mi viene ancora più caldo …”
“Eh … Sporcacciona ! Ti sei macchiata tutta con la cioccolata … Sei proprio una vecja bavosa e pettacciona piena di medaglie … Ah ! Ah ! Ah !”
“Sta attenta sa ! … Varda che te mando eh ! Sai che me basta un attimo per mandarte !”
“Adesso vago via …”
“Si ti va via … ma con la testa … Ah ! Ah ! Ah !”
“Basta ! Buttalo in acqua quel cane ! Non senti quanto rompe !”gridano da un’anonima finestra spalancata nel caldo.
Intanto le cicale accaldate se la suonano e se la cantano intorno … coprendo solo in parte le risate fragorose e sguaiate delle donnette … e le lancette dell’orologio: girano, girano, girano vorticosamente … sempre nella stessa direzione, mai all’inverso … tagliando a fette le calde ore di questa domenica di luglio.
lug 1, 2014 - Senza categoria    No Comments

“ORE ALABARDATE …”

Img_8568

Alle elementari mi chiedevo: “Trieste è maschile o femminile ?”

Ho sempre pensato che Trieste fosse il confine ultimo fra l’Italia e qualcos’altro oltre il mare di Venezia. Credevo che ci fosse ben poco da vedere da quella parte alla fine della Terra del Friuli sempre ricordata storicamente come miserrima, retrograda, e in mano a pochi signorotti padronali. Invece mi sbagliavo … da quelle parti c’è stato e c’è di più, molto di più.

E’ andata così.

Si parte o non si parte ? Tutti affacciati al finestrino a provare a capirne qualcosa. Un poliziotto scende dal treno con una giovane a braccetto … è la prima emozione della giornata.

“Bongiorno ! … Cominciamo bene, arriveremo mai a Trieste ?  … Forse …”

Semaforo arancione, semaforo verde finalmente … partiamo con ½ di ritardo … si va un’altra volta: “Trieste: arriviamo!”

Il verde inizia a scappare fuori dal finestrino … campi su campi sotto a foschie e nuvole sfasciate e sparse. Flotte d’uccelli in aria, stazioncine deserte di campagna senza segni di vita … superate in corsa. E poi ancora: carri in sosta, binari, casolari, vigne, trattori al lavoro … volti variopinti, boschetti, ponti, incroci di treni … mentre si schiude e dipana la grande piana Friulana.

Raggiungiamo il mare di Monfalcone … pievi sperdute, lagune, vecchi castelli di campagna con basse torri d’avvistamento … Il treno si divora la strada, facendo sfilare tutto come un album fotografico … e siamo a Tergeste, Trieste, la città romana affacciata distesa sul golfo, dove l’altipiano del Carso si butta in mare.

Iniziamo dalla Piazza Italia: sembra qualcosa di uscito dal libro di Storia dell’Italia Unita. Clima patriottico, Palazzi degli imprenditori, la Borsa, le grandi compagnie, il Loyd Adriatico di navigazione, la fontana barocca con i “Quattro continenti” perché l’Australia non esisteva ancora all’appello … Ma di fronte c’è la banchina del porto, le pescherie di cui è rimasto solo il nome … Non ho visto bragozzi e reti in giro, solo barche lussuose da diporto … e gli appassionati con la canna da pesca e il cappellaccio appostati in fondo ai moli assolati.

“Una città mercato in cima all’Adriatico, fra Italia, Istria e Slovenia… Un porto, la “TRS” detto in sloveno, dalle “tredici casade” nobiliari soprattutto mercantili. Le note storiche sono scarne: già nel 1200 i Veneziani ci avevano messo lo zampino distruggendole il castello, tanto per cambiare … In seguito, Trieste è stata soprattutto terra e sbocco marittimo degli Asburgo per secoli. Porto Franco dal 1719 e poi Porto Libero … Snodo terra-mare con il maggiore volume di traffici merci per i paesi Euro-Asiatici, porta spalancata sul mondo Slavo e Balcanico. Luogo pullulante di uomini d’affari, spedizionieri, marittimi, portuali, banchieri, magazzini, cantieri …” racconta ad occhi chiusi la guida simpaticissima.

Curiosissimo in nome di Trieste: Tergeste: “Tre battaglie” o “Tre volte guerra” … Fu antichissimo Castelliere protostorico, poi colonia Romana della Regio Decima Venetia et Istria alla fine della Via Popilia-Annia con tanto di mura, Foro e Teatro ai piedi del colle di San Giusto. Giulio Cesare nel suo famoso “De Bello Gallico” cita Trieste come Urbs sfigata e vittima di rapine, devastazioni, e irruzioni notturne … Poi un gran silenzio della storia per secoli.

Andiamo in giro … Davvero bello il chiesone di San Giusto. Fascinosa basilica col rosone mastodontico, le facce degli antichi Romani incastonate e riciclate in facciata, e le teste tolte ai sepolcri e ai monumenti trasformate in teste di Angeli e Santi … Lì accanto c’è il Foro, e l’omonimo Castel San Giusto classico Museo armigero, pomposo, sede del Governo e del potere. Gli ingredienti gustosi sono i soliti: segrete, piazza d’armi, merlature, camminamenti, e un ricco lapidario raccolto nei sotterranei tenebrosi e umidi … e oltre, intorno e sopra il panorama largo e spalancato … con i gabbiani che raccontano lo splendido mare prospicente azzurro, la baia distesa a perdita d’occhio …

Ci spingiamo in giro per Trieste … Un omino strano e grintoso, scappato via nella mia mente da un mondo fantastico, horror e giallo, ci chiude alle spalle il portone del Civico Museo di Arte e Storia col l’annesso “Horto lapidario”. Ci sentiamo in trappola … e osserviamo i due turisti immobili seduti su una panca del giardino … “Sono vivi o forse no ? … Usciremo mai di qui?” Sensazioni strane frammiste a tanta arte antica emozionante e ben disposta, e tanta altra dimenticata e buttata alla rinfusa alle intemperie … Altrove ne farebbero almeno due musei … ma siamo Italia: tutto sta lì sotto la pioggia e fra le erbacce.

Altri pochi passi ed entriamo nel Museo Revoltella: un gioiello! Sale splendenti di lusso dell’imprenditore di successo di un’epoca trapassata, capaci di lasciarti a bocca aperta e occhi sgranati … e poi: un’immensa raccolta zeppa di tanti artisti illustri. Una cascata inarrestabile di bellezza … di cui conosco ben poco e non so decentemente collocare e capire … Eppure ci sono, me li trovo sotto gli occhi … Mi sento un verme ignorante.

“Quando torno a casa mi rimetto a studiare la storia dell’Arte …”

Usciamo fuori esterefatti, saturi d’arte, di colore, sensazioni e spunti di bellezza …

Trieste è anche vita qualsiasi: il caffè col cornetto a dieci euro per i polli turisti da spennare … le case sfitte o affittate a studenti che stendono mutande e calzini sul balcone. Ascolto raccontare di una rissa con feriti finiti all’ospedale tra camionisti russi e sloveni. “Ma che ci faranno mai a Trieste?”  si chiedevano i Triestini … e ancora gente dai dialetti e dai volti diversi frammisti a quelli qualsiasi dei Triestini. L’Acquario triste e asfittico all’antica, con gli animali costretti in spazi microscopici e angusti … Opicina: sobborgo nell’estrema periferia languida di Trieste col panorama che non c’è, intuito appena più che visto, oscurato e mangiato dagli alberi cresciuti a dismisura, lasciati a se stessi … E ancora: la donna che si reca all’ospedale per assistere qualcuno all’ora di cena … L’uomo di mezza età che si reca dalla periferia in centro col vestito buono per la passeggiata festiva. I Brasiliani tutti in giallo ad assistere alla supersfida mondial contro il Cile … I turisti che ci sono e non ci sono … discreti e non invadenti. Non c’è l’invasione di massa opprimente come a Venezia… le coppiette innamorate sedute sulla riva in faccia al mare … Trieste però è anche città vivibile e piacevole: centro urbano organizzato, pulito e ordinato, voglioso di curare e mettere bene in mostra ciò che è più tipico e suo.

Inizia la serata in fondo al Canal Grande di Trieste … Prelibato il pesce nell’atmosfera ombrosa, sul ritmo ossessivo della musica noiosa dello Spritz con lo stesso groove ripetuto all’infinito … Guardo la deejay con la fila dei bicchieri allineati vuoti davanti … dondola la testa sotto alle grosse cuffie, ad occhi chiusi, assordata, estasiata nello sballo … E si fa notte … Fatalità stavolta viaggiamo anche con un’altra amica ostetrica. Io Infermiere, lei Ostetrica.

L’albergo che ci ha ospitati era posto sotto ad un piano che ospitava una casa di riposo per anziani, e sopra a un altro piano con un Asilo Nido. Non si scappa … la nostra professione c’insegue ovunque. Si riposa recuperando energie … il materasso fa la buca, i giovani ubriachi rientrano alle tre di notte rumoreggiando e ridendo scanzonati, il caldo, le zanzare … non aiutano molto. Ma è già di nuovo mattino e tempo d’andare.

Castello di Miramare sul promontorio di Grignano in fondo alla Barcolana una spiaggia che non c’è … E’ solo una riva con pochi scogli, piena di gente che stende l’asciugamano sul marciapiede accanto alle automobili che sfrecciano accanto.

L’audioguida non ha fretta, racconta una storia squisita davvero accattivante e fascinosa. Luogo paradisiaco sul mare con un parco inimmaginabile … Ma è soprattutto la storia di un “lui” e di una “lei” davvero curiosi, originali, accaduta nella baia e il promontorio di Grignano a Trieste … esattamente cento anni prima che io nascessi. Due vite vissute un metro e mezzo al di sopra del livello dei comuni mortali. Vite spettacolari come le sale che le contenevano come in una sontuosa bomboniera dorata.

Lui è Massimiliano d’Asburgo … chiamato Max. Non destinato alla successione imperiale, ma non per questo personaggio insignificante. Appassionato del mare, viaggiatore indomito, Ammiraglio col mare in casa visibile da ogni finestra, e la stanza di legno identica a quella della cabina di una nave, per essere sempre per mare … La biblioteca, il lusso, il collezionista di arti del mondo, i reperti degli antichi Egiziani, il botanico sofisticato sperimentatore. Una vita trascorsa a comandare e navigare, studiare nella fornitissima biblioteca col bel mare sempre di fronte. Diventato Imperatore del Messico per la Corona Asburgica, continuava a studiare e correggere stando in Messico i dettagli della sua villa-castello di Trieste: i disegni dei tendaggi, gli arredi, la tappezzeria, sceglieva i colori, i simboli dell’ananas e dell’ancora dell’Ammiraglio impressi ovunque come un’ossessione.

Lei è Carlotta del Belgio … dipingeva, scriveva e suonava il pianoforte per ore, oppure compiva lunghi viaggi in nave nel golfo di Trieste e fino all’Istria … lo stuolo dei servitori, cocchieri, maggiordomi, sarti, musicisti per le feste, la folla dei giardinieri per far funzionare quel bianco castello dorato.  La sala cinese e giapponese per il fumo degli uomini … per le donne sono invece le chiacchiere, la conversazione, il gioco e il the. La banda suonava nel castello al loro arrivo, e i marinai facevano l’alzaremi in loro onore. Ci sarebbero mille altre cose da dire … Tutto quello sfarzo immenso contrasta con la barchetta solitaria di pescatore in mare intento a pescare per sopravvivere. Botanica esotica del mondo oltremare …

Finiscono entrambi male, dalle stelle alle stalle, senza godersi più di tanto il castello terminato … Lui Max abbandonato dai potenti dell’Europa, Papa compreso, e fucilato in Messico. Lei Carlotta tornata in Italia a cercare aiuti, finita pazza, segregata e rimpatriata …

“Sic transit gloria mundi !”.

Scappiamo via da Miramare … e andiamo ad infilarci letteralmente sotto terra … nella Grotta Gigante: spettacolo della natura diversa sfuggente e misteriosa, incommensurabile eleganza naturale, grandezza nascosta. E’ una pagina di storia distinta che accade nonostante noi. Nella vastità sotterranea claustrofobica dentro al ventre della terra siamo piccoli, microscopici … un niente formicolante e strisciante incluso dentro a fenomeni naturali ciclopici che accadono seguendo cadenze storiche per noi impossibili.

Usciamo che è già tardi e ci troviamo in una fermata di autobus al confine coi campi assolati, in un paese silenzioso che quasi non c’è più, allietato solo dallo stridere monotono delle cicale. Rivediamo ancora una volta il golfo dall’alto, la città, il porto e il mare … ma è tardi, anzi: tardissimo!

Corriamo trascinando contro il tempo i trolley traballanti, è già tempo di tornare. Il weekend sta volando già via, e si riprospetta come meta la nostra solita laguna … Dietro a questa parentesi squisita c’è già il domani col solito lavoro che ci attende.

Il treno ciabatta sulle rotaie distese sulla piana verde dell’antica Patria del Friuli … Di nuovo canneti, pioppeti, rovi, boschetti, verde selvaggio e rovi … e ancora: case e capanni nuovi o sfatti e vecchi, industrie abbandonate, magazzini diroccati … e di nuovo sobbalzando sulle ruote: campi coltivati, fossi, viti, alberi e frutteti. Stradine deserte dove finisce l’asfalto … Mi scappa davanti agli occhi una vecchia ortolana che sistema i pomodori dietro casa, mentre il vecchio con bastone e la testa pendula prende il fresco sotto la pergola … Barche capovolte e campi di grano e mais … Fischia il treno sull’incrocio … e corre, accellera, corre traballando sotto nuvole contorte e nere. Piove, la pioggia sbatte sui finestrini … il treno si lancia dentro al temporale fendendo la densa coltrina bagnata del nubifragio estivo. …Tutto è fosco e in bianco e nero … anche noi, con la mente carica di tutto il Trieste visto …

“Domani beviti un caffè alla mia salute … ricordandoti di me.” mi borbotta un’amica con cui ho spartito queste ore alabardate. Siamo arrivati … I gabbiani gracchiano in cielo sopra la laguna sfatta di Venezia … Che siano gli stessi che chiacchieravano al di là del golfo sopra Trieste?

 

giu 21, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BOLLETTINO DEI NAVIGANTI.”

venezia night (33)

Vivere e lavorare nello stesso reparto d’ospedale quasi ogni giorno da quasi trent’anni non è cosa da niente … Sempre riabilitazione: neurologica, cardiochirurgica, ortopedica … Il tipo di paziente è quasi sempre quello … Vorresti dire che ci fai l’abitudine … ma non è vero, alle complessità delle acuzie non ci si abitua mai abbastanza. Da anni ogni giorno è sempre una sorpresa … a volte quasi fosse il primo giorno.

“Il 5/3 e’ sempre là … come un’ontaria spiaggiata” l’effetto del sonno e della stanchezza … La collega ha detto Ontaria non  Otaria … ma è la stessa cosa … E aggiunge: “Se mi faccio un selfie alla fine di una notte come questa … brucerebbe per autocombustione il cellulare come lo specchio di una strega … Me boje davvero el sangue con queste notti …”

La guardo traballante allontanarsi con la borsa, salutare tutti e andare finalmente a dormire …

“Gianni  !” e giù a ridere a crepapelle. “Gianni ! …Gianni !” e ride ancora divertito con le lacrime agli occhi. Mi prende per la spalla: “Gianni !” e fa ridere anche me. E’ afasico: sa dire e ripetere quasi solo quello. Ma m’impressiona la frase a cui si riferisce. Per lui ha un senso particolarissimo, direi quasi coraggioso.

“Gianni ! … L’ottimismo è il profumo della vita !” diceva ripetutamente la pubblicità qualche tempo addietro. E a lui, che di speranza e di ottimismo ne ha bisogno, la cosa è rimasta impressa fino a ripeterla di continuo. Il bello è che lui ci crede veramente … a differenza di molti altri sani che della vita vedono solo la noiosa e piatta consuetudine.

“Gianni !” mi ritrovo a ripetere volentieri con lui, quasi ogni volta che c’incontriamo.

Con altri colleghi e pazienti si parla di altro: “Imbecilli e infami !” è il commento sdegnato di un collega considerando la recente notizia degli arresti e dei pazienti vessati, umiliati e presi a schiaffi a Ficarolo di Rovigo da degli operatori sanitari.

“Bestie … non colleghi … Quel che mi da fastidio è che poi molti finiscono per pensare che siamo tutti così …” aggiunge amareggiato.

“Per fortuna non è vero …non siete tutti uguali …” rincuora una vecchina da dentro il suo letto con le spondine alzate.

“In ogni caso … speriamo bene … che non ci accada niente …Non si sa mai …” aggiunge un vecchietto arzillo e sdentato ma preoccupato, col pigiamotto largo che gli cade da ogni parte.

“Ecco, vedi … lo senti che succede …” e il collega s’allontana sconsolato scuotendo il cappoccione.

Osservo meglio un nuovo paziente da poco arrivato. E’ proprio lui … quasi irriconoscibile, rivisto dopo molti anni … Un vecchio sovrappeso e proprio sciupato …. Che impressione ! Tutto ciabattante, quasi calvo, rallentato e sofferente … A pensare che quand’era giovane le ragazze litigavano per uscire con lui e goderne le attenzioni …

“Siamo donne … oltre le gambe c’è di più…” esce sonoramente all’improvviso da una stanza … E poi dicono che l’ospedale è solo e  sempre un mortuorio.

“S’erano presi in casa una badante, ma alla fine si dimostrò essere più furba di loro … Cento euro adesso, cento dopo, s’era fatta il gruzzolo in silenzio … Quando la cacciarono di casa perché era incinta fu troppo tardi… Aveva già vuotato il conto in banca della famiglia senza lasciare traccia. Nessuno dei fratelli che la visitavano s’era accorto che lei chiedeva con discrezione al vecchio di famiglia che teneva la borsa: “Dammi cinquanta … dammi cento”. A nessuno era venuto in mente che il vecchio stesse diventando demente, e che per comodità avesse data alla “bimba” di famiglia il pin del proprio bancomat. Della serie: chi la fa se l’aspetti …” Quante cose hanno da raccontarsi le donnette fra carrozzina e letto.

“Quante copie hai venduto del tuo nuovo libro?” esordisce avvicinandomi un altro paziente. “Non lo so … te l’ho già detto, a me basta esserci e partecipare. Non m’interessa niente se guadagno o meno …” “Ma come ? Proprio non lo sai quanto vendi ? … Beh allora te ne faccio vendere un altro in più … Dammi i termini per acquistarlo … che lo faccio prendere da mio figlio …”

Guarda te come vanno le cose …

Altra pagina … Ultimamente c’è una stanza che casualmente assomma il “meglio della ridotta consapevolezza”.

“Me ce porti le vitaminchie ?”

“Tira il campanello ! … Tira !” (non dice: “Suona! … Suona!”) E l’altra tira, tira il filo come una campana, tira e strappa. Ecco spiegato tutti i campanelli rotti e strappati che sono finiti a suonare ormai da soli.

Sta finendo la mattinata di lavoro  … Un vecchio in penombra seduto col gomito appoggiato sul tavolo e una mano sulla fronte rimane a guardare il niente silenzioso … sotto alla schermo spento della televisione …

Esco e lascio l’ospedale … respiro a fondo e alzo gli occhi.

Vedo rotoloni di nuvole azzurre e bianche avvoltolate sull’orizzonte aranciato della laguna … L’isola del Monte dell’oro lontanissima è posta sopra ad uno specchio liscio d’acqua … il resto è cupo, grigio, scuro… chiazze dorate di luce accesa rimbalzano di sotto sull’acqua … Una flotta in formazione di fenicotteri disposta a punta sorvola la laguna diretta forse ad acque tranquille delle valli verso Chioggia … Cielo e acqua sembrano uguali e quasi toccarsi sopra una fascia stretta e luminosissima che li divide … pare che in cielo ci sia un’enorme bandiera nipponica con tutti i raggi dispiegati … Un aereo tutto giallo plana sulla laguna tutta sfatta e rastrellata da un vento lieve … Passa una tortora con un filo di lana e con un rametto nel becco…

Ripenso a stamattina … C’era uno dei soliti “caretteri tiracarretti” che tirava il suo attrezzo supercarico fischiettando. I muscoli delle braccia e delle spalle sembravano scoppiargli da un momento all’altro. Sudato fradicio nella canotta senza maniche, e con i tatuaggi sparsi che sembravano gridare con lui: “Ocio !… Varda ! Ocio ! … Attenti ae gambe !”

Una spazzina rubiconda e pesante, col giacchino giallo fluorescente, dopo aver spazzato e raccolto la sua parte si è seduta nel suo mezzo ansimando a tirar fiato prima di ripartire. La vedo da anni … Man mano che trascorrono è sempre più grossa, pesante e tonda: cosce, gambe, seni, volto e tutto il resto … E’ passato uno incazzato perché per pochi euro spiccioli ha sforato il tetto e non si potrà meritare l’aiutino di stato … Un altro pendolare in giacchetta stinta, lunga e cadente, che ha visto tempi migliori, andava al lavoro con la “gamella” della pastasciutta cotta all’alba dentro alla borsa. Da quarant’anni fa questa strada … con le borse sotto agli occhi e la barba ispida.

Rivedo il gruppetto di giovani in attesa … A volte mi fanno proprio tenerezza con quella loro tristezza comprensibile, dissimulata e dignitosa. Passano gli anni e sono sempre a mani vuote nonostante studino, ricerchino e tentino e ritentino. Niente lavoro, contributi, né stabilità e garanzie per poter prospettare qualche futuro. In tasca pochi soldi per una pizza o per un semplice gesto d’affetto.

Infine c’era anche il solito vecchio rimbambito che perde ogni mattina la strada, e quel nottambulo traballante col foulard che deposita sempre bottiglie vuote in un angolo … Il pensionato in bici che comincia la sua lentissima giornata, pedalando contromano contemplando piano piano … esterefatto ogni mattina di affrontare un altro giorno regalato … Diventerò mai così anch’io ?

Tiro l’orecchio ad ascoltare.

“Soltanto ieri proclamava dal Bucintoro a mezzo mondo: “Te sponsamus mare …” come un vecchio innamorato … Diceva d’aver sposato la causa dei Veneziani, la salvaguardia della Natura e degli ambienti lagunari … il futuro dei giovani, i problemi delle grandi navi, l’inquinamento, il moto ondoso, i turisti … Adesso i furgoni di Sky Tg24 arrivano all’alba carichi di paraboliche e di giornalisti… Venezia sussulta e noi con lei … il 10% dei ricconi che hanno in mano questa Italia ci sta rovinando del tutto e sta infangando quel  po’ di dignità che ci è rimasta…”

“Ai tempi di Marin Faliero la Serenissima a certe persone faceva saltare le teste, radeva al suolo fino alle fondamenta come monito i palazzi degli interessati colpevoli, gli affondavano la nave commerciale, tirava i condannati a coda di cavallo per mezza Venezia fino in Piazza San Marco, li affogava all’alba con una pietra al collo nelle acque delle bocche di porto, oppure li strangolava in fondo della più buia delle sue prigioni… Altri tempi !”

“Oggi al massimo si tira un buffetto su una guancia mettendoli ai comodissimi domiciliari o a trastullarsi in tondo con la loro lucida e lunga barchetta, o a giocare a nascondino nella grande villa senza fine … A farla grande qualcuno gli dirà un pesantissimo: “Birichino! … Non si fa …”

“Certe persone non finiranno mai a raccattarsi faticosamente il pane quotidiano … Anzi, se ne rimangono arroccati alle loro poltrone nonostante tutto e tutti … Sedie comode difficili da mollare ad altri…E’comica la situazione … Uno di questi l’ho votato anch’io, un altro me lo ritrovo amico in Facebook … Quell’altro sembrava Santo mentre l’entourage che lo conosce da una vita lo definisce semplicemente: “un bandito”.

“Accampano scuse come quelle del bambino con le mani nella marmellata e la bocca ancora sporca … Non sarà mica colpa del barattolo che è venuto a cercarti mentre tu proprio non volevi ?”

“E intanto i Veneziani qualsiasi lavorano, pedalano e vogano sognando la pensione che assomiglia alla carota pendula appesa al filo portata sempre più lontana da un asinello incognito…”

“Venezia rinnega e cancella quei volti dalla sua storia … quelle carriere ignobili da strada … Sarebbero da sparare a qualcuno aggiustando per benino la mira … con la bordata di cannone che segnava l’inizio delle feste…”

Mi sono stancato di ascoltare … me ne torno a casa a Venezia.

Una scritta nuova anonima è apparsa nottetempo sui muri del mio quartiere: “Solidarietà con Torino … Incendiamo tutti i cassonetti !”  Assurdi ! Chi l’ha spruzzata sul muro è davvero corto … non sa che a Venezia non ci sono i cassonetti. Almeno informarsi e guardarsi intorno!

Ci pensa un gabbiano a commentare la scena lanciando dal cielo ad imbrattare la scritta un suo prodotto biologico e naturale. “Sic transit !” tante cose e propositi e certe storie di un certo mondo in cui viviamo immersi.

Vicino a casa nel mio quartiere di Santa Marta sta suonando ansimando una fisarmonica in quest’ora tiepida di primo giorno d’estate. Sono musiche d’altri tempi, nenie dolci e romantiche degli anni quaranta e cinquanta, canzoni veneziane dimenticate … Conosco bene quello che sta suonando a casa sua con le finestre spalancate … La musica si spande per le calli assolate, e i turisti alzano in alto la testa guardandosi intono incuriositi … Ora s’aggiungono le campane che annunciano la domenica e la fine imminente della giornata … a due passi sono ormeggiate le immense grandi navi mute … Venezia vive e noi con lei … La gente si chiama e saluta per la strada e chiamandosi dalle finestre … un anziano pedala lento zigzagando piano … la signora di fronte sta innaffiando meticolosamente i suoi splendidi fiori che si rovesciano in cuscini colorati giù dal suo balcone …. L’uomo rauco e sudato col pancione prominente dondola la fisarmonica, e canta stentato a mezza voce:

“Ti amo veramente … ma tanto tanto tanto … è solo una canzone … ma te la canto col cuore …”

Sorride rasserenato nonostante le fatiche quotidiane del suo vivere … Le rondini danzano in aria, quasi assecondando l’aria soffocata della fisarmonica …. La laguna è fosca e accaldata e sembra sottovoce assecondi anche lei la nenia … Cala di nuovo la sera sulla laguna veneziana e sulla mia ultima giornata.

 

giu 16, 2014 - Senza categoria    No Comments

SAN GIOVANNI DEI TEMPLARI … A VENEZIA.

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 48.

s.giovanni furlani2

La storia dei Templari a Venezia, ben si sa, è spesso storia d’illazioni, supposizioni e leggende … C’è poco di certo … Quasi tutto è perso nel passato del tempo antico che è andato per sempre … Ma qualcosina ancora c’è … Si sa per certo che erano già presenti a Venezia a soli vent’anni dalla fondazione del loro Ordine. Nel 1144 i Milites Templi Domini o Templari ottennero terreni in concessione in Contrada di San Moisè, e una chiesa chiamata “Santa Maria de Brolio” in seguito detta “Santa Maria dell’Ascensione” nell’attuale Calle dell’Ascensione accanto a Piazza San Marco.

Venezia era la Porta dell’Europa per la Terrasanta e l’Oriente, perciò i Templari possedettero per secoli proprio qui, a seguito anche di una donazione fatta il 9 novembre 1187 da Gerardo Arcivescovo di Ravenna, terreni e proprietà, locande, case, convento, annesso Ospedaletto di Santa Caterina e alcune chiese.

Molti Templari viaggianti di ritorno dalla Terrasanta o diretti verso di essa con le loro storie e i loro segni misteriosi passarono per San Zuan Battista al Tempio di Venezia o dei Furlani (perché lì accanto abitavano molti provenienti dal Friuli).

Nel settembre 1263 era Priore dei Templari Fra’ Engheramo da Gragnana, a cui successe Fra’ Guglielmo Bolgaroni … Il 12 dicembre 1281, Frate Guido dei Templari, Amministratore di San Tommaso di Treviso, nominò suo Nunxio Frà Giacobino Torcifica nella lite contro il Monastero di Santa Maria Materdomini in Venezia … Nel 1303 era Precettore Frà Simone da Osimo che fu eletto Giudice nella controversia tra il Vescovo di Capodistria e il suo Clero … mentre nell’ottobre dell’anno dopo il Cavaliere Templare Rodolfo, regio esattore in Sciampagna, istituì una requisitoria contro Giovanni Balduino di Venezia che gli era debitore per 70 lire.

Alla fine del 1200 e inizio del 1300, lungo i corsi de fiumi Sile, Zero e Dese, nella zona ad est e a sud di Treviso, esistevano 52 ettari superiori a 100 campi trevigiani di proprietà di enti monastici veneziani, fra cui l’Ospedale del Tempio di Venezia che esigeva un censo in frumento e gestiva con Gastaldi il patrimonio.

Nel 1312 accadde la tragica soppressione dell’Ordine dei Templari da parte di Clemente V col Concilio di Vienna curiosamente e storicamente nota.

Subito nel novembre dello stesso anno il Cavaliere Frà Nicola da Parma, Priore di Venezia dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme o Giovanniti, accompagnato dal Cavaliere Fra’ Bonaccorso da Treviso, si presentarono al Doge Giovanni Soranzo per chiedere che i beni dei Templari fossero dati loro in proprietà. La domanda fu accolta ed essi acquisirono fra 1313 e 1316 sia il Convento e la chiesa di San Giovanni del Tempio, che la casa e la chiesa di Santa Maria in Broglio o Brolo direttamente nei pressi, “in bocca di Piazza” a San Marco, da quel momento in poi sempre gestiti da Priori appartenenti alla Nobiltà Veneziana.
In seguito l’ex complesso di San Giovanni dei Templari o al Tempio passò ai Cavalieri di Rodi o Gerosolimitani ed infine ai Cavalieri Ospedalieri di Malta indebitati per 93.000 fiorini …che ottennero nel 1322 dal Papa Giovanni XXII di poter principalmente vendere le case e i beni per salvarsi dalla bancarotta e dal fallimento dell’Ordine. Perciò nel 1324 vendettero la casa dei Templari che divenne Locanda-Osteria della Luna … oggi Hotel Luna Baglioni, e la chiesa di Santa Maria in Broglio ai Procuratori di San Marco che la concessero alla Confraternita dello Spirito Santo.

Nel 1379, al tempo del Doge Andrea Contarini e degli imprestiti allo Stato Serenissimo per affrontare la guerra contro i Genovesi che presero Chioggia, le case di San Giovanni dei Templari o al Tempio contribuirono con lire 2.000.

A metà del 1400, San Giovanni del Tempio dichiarava redditi, al terzo posto fra d’importanza fra i dichiaranti, per 1.291 lire da 350 fra fondi e terreni padovani, il 51% era denaro contante e il resto erano beni in natura. Nel 1455, infatti, Donà da Casal Maciego dichiarò nella sua polizza fiscale di lavorare 125 campi di cui alcuni boschivi distribuiti in 3 località diverse. Di questi: 36 erano suoi, 7 della moglie che li dava in affitto, e 66 appartenevano a San Giovanni al Tempio di Venezia …

Nell’aprile 1626, qualche anno prima della grande peste della Madonna della Salute, fu presentato un Consulto alla Signoria Serenissima sulla pratica non gradita in uso presso l’Ordine di Malta di concedere il Priorato di San Giovanni dei Furlani in Commenda a un siciliano. Nel dicembre 1640, invece, quando il Priorato di San Giovanni dei Furlani possedeva una rendita annuale di 174 ducati da beni immobili in Venezia, fu richiesto dal Nobile Ricevitore dell’Ordine di Malta un altro Consulto alla Signoria Serenissima. Si chiedeva: “… che non venisse molestato dai Magistrati Signori di Notte un Professo dell’Ordine di Malta per aver derubato una misera e insignificante vedova …”

Tutto era ieri come oggi …

Come sempre, su tutto alla fine mise zampino la “Bufera Napoleonica”: la chiesa presso San Marco finì distrutta nel 1824, e San Giovanni dei Furlani fu spogliato di tutto e chiuso per 40 anni utilizzandolo come “Deposito della Commenda” per quadri tolti dalle chiese distrutte, poi di panche ed arredi. Nel Depositorio della Commenda furono radunati numerosi dipinti provenienti dall’entroterra Padovano poi inviati alla Pinacoteca di Brera di Milano, all’Accademia, o in altre chiese dell’entroterra … Molte opere andarono misteriosamente disperse strada facendo.

Nel 1833 i rimanenti quadri in deposito alla Commenda vennero trasportati a Palazzo Ducale, e i luoghi furono ridotti a stamperia e a teatrino di spettacoli … Rimasero nel chiostro solo alcune tombe e stemmi di Cavalieri degli Ordini antichi … e durante la Dominazione Austriaca si provò a ricollocare alcuni arredi e opere per cercare di riempire il vuoto totale lasciato dai Francesi.

Solo nel 1839 il complesso di San Giovanni dei Furlani fu restituito ai Cavalieri e restaurato fino al 1843 ponendoci l’altar maggiore di Cristoforo del Legname con statue di Bartolomeo Lombardo e dipinti del Piazzetta provenienti dalla distrutta chiesa di San Gimignano presente sulle Procuratie di Piazza San Marco. L’organaro musicista Agostini Angelo da Padova costruì l’organo ponendolo in cantoria sopra la porta d’ingresso, e dieci anni dopo si demolì il campanile pericolante.

E siamo ad oggi … Quando sono nato io, nel 1958, il Gran Priorato di Malta inaugurò un ambulatorio a scopo benefico accanto alla vecchia chiesa dei Templari.

Infine, racconta una vecchia cronaca, che a Venezia stava: “…tale Missèr Zermàn Nobil Templariotto … che nei muri di San Zuan dixit nascondere gran bel tesorotto … Di taverne, donne e soldi si rimanda essere stato molto edotto … Dicevansi uscire spesso nottetempo da una portucola in una calle sconta … per spassarsela fino a mattina con buon vino e buone donne … Se navigare si doveva per la Terrasanta, Cavaliere con Pellegrini, o partire viandante pe il Gran Nord Teutonico o per i luoghi Jacobei, indossava sempre come corazza tutte le stanchezze e le malattie del mondo rimanendo quaggiù in Wenetia a oziare … Et che sempre nottetempo fu costretto a fuggire fuori e oltre delle Serenissime Lagune braccato e inseguito dai bravi uomini al soldo di un nobile signorotto disonorato nella moglie e inferocito al punto tale d’impedirgli di ritrovar sicuro rifugio in San Zuan del Tempio …”

Che fine avrà fatto il tesoretto di Sier Zermàn Templar ?  Perduto o forse ancora nascosto lì ?

Solo ora ho capito perché di recente (pochi giorni fa) l’autorità pubblica di Venezia ci teneva tanto a partecipare all’inaugurazione del restaurato e riqualificato complesso del Gran Priorato dei Cavalieri di Malta a Castello … L’Autorità odierna dovrebbe in qualche modo significare la discendenza di quei nobili Cavalieri antichi dai grandi ideali … ma forse spesso ne conserva solo l’ambizione, la fame insaziabile di potere, e il fiuto per lo spasso, i soldi e i tesoretti … e niente più.

“E’ morto il Doge ! … Viva il Doge !” gridavano un tempo i Veneziani … ossia: “Bravo il Doge ! … ma meno male che è morto.” 

In un certo senso avevano ragione, e probabilmente è un pensiero valido anche per oggi.

 

Pagine:1234567...14»