set 16, 2014 - Senza categoria    No Comments

“MAZZORBO, SAN FRANCESCO DEL DESERTO, BURANO … E VIA …”

 20140913_03_burano (13) - Copia

Rifilo al controllore ACTV sopra pensiero e chiacchierando il badge timbratore del lavoro al posto dell’abbonamento. Lui al momento non se ne accorge e lo fissa sopra al suo apparecchietto rivelatore … Poi alza la testa allibito e sorpreso e me lo restituisce interrogativo.
Inizia così il mio ultimo giro in laguna in compagnia di amici e della solita …
M.M. la nostra guida entusiasta e cordiale, appartiene ad un’altra generazione di Buranelli, diversa ma simile per certi versi alla mia … In un certo senso tutti i Buranelli si equivalgono … Non ci conosciamo affatto, ma non è servito molto per trovare subito una certa sintonia. La sua è una stagione di uomini che ama valorizzare quel che è rimasto vivo in laguna e in isola. Come il barcarolo che ci ha traghettati più tardi fino a San Francesco del Deserto. La definiscono“fare impresa”, in realtà è trovare una ragione per rimanere ancora a vivere nell’isola crepuscolare. S’ingegnano, s’attivano, s’inventano per non scappare come tutti gli altri che l’hanno abbandonata.
“Siamo rimasti in poco più di duemila … Quand’ero bambino eravamo in cinquemilaottocento.”
 
Quand’ero bambino io eravamo precisamente: 7.812, ricordo d’averlo letto sui registri della conta parrocchiale … e mi è rimasto impresso nella mente.
Sanno svolgere bene il loro lavoro questi Buranelli rimasti, ne capti la competenza, la simpatia. Si vede e sente che ci tengono per davvero a quest’isola e a questi posti. Cavalcano con un certo stile l’onda dell’utilità approfittando dell’amore di qualcuno per Venezia, la laguna e la voglia di riscoprirla. Mi piacciono, perché sanno far emergere e proporre bene tante cose genuine dimenticate o mai sentite, frutto anche di un loro sapiente ricercare e raccontare … Non hanno voglia di spennarti a tutti i costi, com’è spesso destino di gran parte dei turisti che capitano a Venezia e in laguna.
Mi piace questo modo, questa maniera … e in un certo senso anche mi diverte.
A Santa Caterina di Mazzorbo rimango col la fotocamera sospesa in aria, scatto o non scatto ?
“Questo è falso, questo è autentico … La storia dice e racconta … Nei documenti degli Archivi e della Biblioteca Marciana si trova … Le monache di un tempo erano birichine, avvedute e furbe, ma il Vescovo lo era ancor di più …”
 
E’ come una canzone piacevole che mi trastullo ad ascoltare incuriosito. Sentirlo parlare live è come leggere la guida che ha scritto … Sciorina le bellezze storiche rimaste in questa plaga spersa in fondo alla laguna, rievoca le storie, i momenti, gli eventi passati … quasi come in un film.
“Un tempo qui c’erano dieci monasteri … un duomo grande come quello di Torcello, tante chiese distrutte … Questa si è salvata comprata dal Demanio in permuta con un’altra troppo piccola … Le donazioni hanno trasformato la chiesa … l’arcone qui e quello di fuori, lì le panche in marmo rosa … il casello del dazio per le barche del legname che scendevano dal Cadore verso Venezia e l’Arsenale … il barco dove cantavano le monache dietro alle grate sopraelevate, il soffitto con la volta a botte a carena di nave … la campana più antica d’Europa … “
 
“Don Giovanni Marchini ?” aggiungo fra me e me. “Ah questo non lo ricorda quasi nessuno … Io sì … Era il Piovano di Mazzorbo quand’ero bambino io … Un tipo, un personaggio … Mi pare quasi d’intravederne l’ombra passare in mezzo ai nostri discorsi … con la sua tonaca consunta, e il suo collare biancastro troppo largo per il suo collo smunto e magro … Ma queste sono cose mie …”
 
Fotografo tutto … come sempre voglio portarmi a casa le emozioni per rivederle, andarle e riandarle, prolungarle nelle foto e nei pensieri. Attraversiamo Mazzorbo … il verde riempie la scena … Burano è distesa sullo sfondo coloratissima e un po’ pallida nel pomeriggio autunnale.
“Lì in quell’angolo distesa nell’erba amoreggiava una delle mie cugine … Dentro a questo cimitero c’è un pezzo di me stesso, tanti volti e tante storie … Quelle sono le vecchie casermette, altre storie, altre vicende … la Trattoria della Maddalena … le passeggiate notturne da bambino, con i grilli che cantavano, le lucciole accese sui cespugli … la lotta con le zanzare … la sagra di Mazzorbo, la musica, le flebili luci colorate …il papà che mi portava in spalla, i nonni, la mamma con la giacchina sulle spalle per l’umido della sera … il croccante da sgranocchiare, e la “spuma” o “l’arancina” da bere …”
 
Saltiamo in barca … per la seconda meta del giorno: San Francesco del Deserto … l’isola dei Frati, l’isola deserta perché non aveva più nessuno che l’abitava. Un’altra isola disertata e abbandonata e poi ripresa e salvata, e oggi nuovamente ridotta al lumicino.
I Frati sono rimasti in quattro: “Senza neanche il “tre per mille” … proprio poveri.” Chiosa la guida … Ma sono tosti, resistono, tengono l’isola viva e la curano come meglio possono. Uno lo intravediamo subito appena sbarchiamo, carico di anni e tutto bardato, che cura e rastrella meticolosamente alcuni angoli verdi dell’isola chiusi dietro a una recinzione.
“O beata solitudo o sola beatitudo” una doppia esclamazione … e “Pax et bonum” … le braccia incrociate e inchiodate sulla stessa croce del Cristo e di San Francesco. Sono frasi incise sui muri sopra l’ingresso al conventino di San Francesco del Deserto. Un misto di saluto e di “regole del gioco” di quest’isola.
Sono parole adattissime che riassumono bene lo spirito e il senso di quell’isola speciale. Qui il mondo si ferma … il tempo scorre a modo suo, gli orologi frenetici contano poco. Qui volendo si può alzare quella piega del vivere, quella pagina che spesso disertiamo e non consideriamo utile, e assaporare spazi e dimensioni dentro di se e Oltre che non sempre ci è dato di trovare e attraversare.
Ma non a tutti è dato … e non accade sempre. Non basta recarsi qui, bisogna far sul serio, rimettersi in questione … far sul serio. Il turista frettoloso spesso non coglie il segreto che quest’isola minuscola coperta di cipressi nasconde e cela nei suoi grandi e misteriosi silenzi. Superficialmente si nota un spartano ed essenziale conventino lagunare, uno, forse l’unico rimasto dei tantissimi di un tempo …
La chiesette antiche e quella più recente molto spoglia ed essenziali, i chiostrini ameni inondati di rondini, le cellette dei Frati che s’affacciano con i loro balconini minuscoli, i prati verdissimi, i giardini fioriti, gli alberi ombrosi strapazzati dal vento, i panorami mozzafiato sulle distese dell’acqua e le isole vicine, il gioco della luce e dei colori, gli ibis che passeggiano sul fango della laguna, un’oasi di silenzi pregni e preziosi …
“Bisogna starci e rimanerci per scoprire certe sensazioni, non c’è alternativa …” Chi non lo fa non può capire … Io ci sono rimasto diverse volte in quell’isola, quando era più viva di adesso, e i Frati erano più numerosi di adesso … Il sapore è sempre quello … E’ però un gusto nascosto, non buttato in pasto ai turisti frettolosi … Bisogna appunto starci, rimanere qui qualche giorno … qualche notte. Scoprire l’isola quando l’ultima barca dei turisti se n’è andata … E allora tutto cambia, vivi esperienze diverse, sensazioni indimenticabili che ti rimangono forti e radicate dentro.
Stavolta il Padre Guardiano ci racconta e sviscera la storia dell’isola e di San Francesco … Le Crociate, il Sultano, la Laguna di ritorno attraverso l’Emporio e il Porto di Torcello … Non conosco quel volto ameno e Francescano. Lo osservo sorridere sereno, di sembianza serafica e habitus semplice … Da sette anni vive qui … difende e conserva assiduamente l’isola … Ne preserva l’intimo “segreto” nascosto, e personalmente ne prolunga il religioso e spirituale senso.
San Francesco del Deserto è un sogno, una visione, una parentesi del tempo nascosta in laguna … Mi dispiace ogni volta lasciarla, e oggi come tante volte ieri me ne ritorno pensoso e nostalgico, dispiaciuto di non rimanere a sostare. Chissà perché ? … In realtà credo di saperlo bene.
E poi sbarchiamo a Burano.
Burano è Burano … E’ sempre quel miscuglio di ieri ed oggi che ogni volta mi si ripresenta e prende. Non c’è volta che ritorno e la vedo uguale. Ha sempre qualcosa da suggerirmi e ricordarmi … Non è mai gita qualsiasi riandare a Burano.
 
“Quella era casa mia … C’erano dipinte le falci e martello sotto alle finestre … Non si vedono più …Vita difficile lì dentro … ma tanti ricordi, tanta vita vissuta, tante storie in quei due ambienti minuscoli ora chiusi …Come dimenticare San Martino Sinistro numero 892 ? … Fondamenta e Ponte degli Assassini, Calle Minio, Calle delle Botte … e tutto il resto ? … Lì c’era la macelleria di Brenno, lì la latteria, il di fronte a casa il panificio dell’Anzoletto … là la bottega degli alimentari dello Tìsbe, vicino a casa invece quella della Monica … il negozio dei detersivi della Bagioletta giù del ponte, il Bar con i gelati dello Bruno Pippa …il barbiere Rino in fondo alla calletta …”
 
Andiamo in “Piazza” … via Galuppi insomma, nel cuore dell’isola … Altra tempesta di ricordi e visioni, ci sarebbe da rimanere giorni a raccontare, riandare e ricordare … Andiamo a prendere i “bussolai” della Carmelina per i nostri “lupi affamati”lasciati a casa … Non entro nel negozio, mi soffermo fuori a ripassare il volto di Carmelina di quand’ero bambino che si è acceso nella mia mente. Era un volto piacevole, dolce, sorridente … da vaniglia, che intravvedevo spesso dietro al bancone … Non voglio vederlo vecchio, diverso, o cancellato … me lo voglio tenere così com’era.
Nell’aria strimpella una campanella … il“sonello” del campanile storto chiama a raccolta i Buranelli in chiesa … Entriamo un attimo in San Martino … La chiesa fibrilla preghiere prima della Messa vespertina … Un neniare soffuso, a mezz’aria, identico a quello che ho sentito per tanti anni un tempo. Sembra che non siano trascorsi, che sia tutto come ieri … Invece ne sono passati quaranta … Nella penombra osservo i volti: alcuni sono invecchiati, tempestati di rughe, consumati dai giorni … altri che vorrei intravvedere non ci sono più … altri ancora non mi dicono niente e non li so riconoscere. Il sacrestano corre avanti e indietro, fibrilla anche lui trasportando paramenti colore rosso fuoco. Li tiene alti sull’attaccapanni … una vela semovente che passeggia per la chiesa … I ricordi s’inseguono, s’accapigliano e aggrovigliano, si sovrappongono … E’ ogni volta così, s’innesca un turbinio di memorie e vita vissuta inarginabile … Quante esperienze e momenti ho vissuto lì dentro, non basterà un libro per dirle tutte … Meglio uscire e andare.
Buttiamo l’occhio anche nell’Oratorio socchiuso di Santa Barbara … altra folla di ricordi, una valanga indicibile … Usciamo subito anche da lì, ogni volta rimango come frastornato dentro … emozionato.
Abbiamo un’altra ora a disposizione, e allora ci lasciamo andare: girovaghiamo a caso perdendoci per le calli, le corti, le fondamenta, e le case dell’isola … Vigna, Terranova con le donnine sedute fuori casa in strada con le sedie, Mandraccio: altro tripudio di colori, una tavolozza impazzita, surreale, psicadelica. Sembra di camminare dentro ad una fiaba, in un cartone animato … Colonnette, Vigneri, Pescheria: sentiamo ancora l’odore di “freschìn” che forse non c’è, Giudecca, la Finanza il vecchio squero, il tramonto incipiente, l’antica pescheria che ricordo con un grande bilancia appesa al centro … I turisti sono diradati, la fiumana giornaliera è già passata, e ora che si va al solito struggente e spettacolare tramonto sono rimasti in giro quasi solo i Buranelli.
Mani vigorose e sporche di barca, salsedine e laguna mi salutano … E’ questo l’impatto cordiale con un mio ex compagno di classe delle elementari … “Dove sei stato ? A san Francesco del Deserto … Bello ! La prossima volta che ci vai salutami Padre Fiorenzo …”
 
Ci scambiamo un pugno di saluti misto a ricordi … qualcuno riconosce il mio volto, altri no. Pochi attimi  semplici, un complimento per le foto che posta ogni tanto su Facebook, un’occhiata al suo lavoro, un accenno al fratello, un complimento alla moglie … ed è già tempo di allontanarsi di nuovo.
La vita va così … Ha i capelli sparati in aria e radi come i miei, forse un pizzico di stravaganza inutile … sarà l’età … Pochi minuti dopo l’ho visto dal vaporetto sfrecciare col suo mitico guscio di noce sul pelo d’acqua della laguna per inseguire le emozioni del tramonto e i suoi attimi del vivere.
“Qui abitava mia zia con le mie numerose cugine … Che gazzarra che facevano al piano di sopra, dove c’era la camera delle ragazze … Lì andavamo a giocare “alle sconte” … in fondo a quella corte c’era una pergola ombrosa con dell’uva selvatica, e le donne lavavano la biancheria all’aperto nei mastelli stendendola ad asciugare sulle “forcàe”, i pali di legno che sostenevano la corda … Di là si andava dalla Cavelona … Che scherzi, che ridere, che gusto andarle a chiedere le cose che sapevamo non vendeva … Ci si divertiva con poco, con niente … Qui sulla riva i pescatori distendevano le reti ad asciugare, e rimanevano lunghe ore a ripararle seduti sulle ginocchia o su seggiole impagliate … Quello sulla porta del negozio è Eugenio, un altro mio compagno di classe delle medie … Devo decidermi ad andarlo a salutare la prossima volta che torno a Burano …”
 
Superiamo ancora un ponte, una calletta minuscola, uno slargo, un altro campiello … i piedi mi portano da soli seguendo una familiarità con i luoghi mai dimenticata. Fuori di una casetta sta seduto su di una sedia impagliata un vecchio sfatto dal volto cadente, con i capelli bagnati buttati all’indietro. Lo riconosco: un tempo era un vetraio arzillo, energico, intraprendente e muscoloso. Ora è lì raccolto in se stesso … quasi esausto del vivere. Camminiamo oltre ancora un poco …
 “Questo giardinetto era l’orto di mio nonno … Uno dei due davanti e dietro a casa sua … Venivo qui a staccare i pomodori ancora verdi dalla pianta, e le melanzane piegate per terra … Mio nonno mi riprendeva bonariamente … A me tutto era concesso, o quasi … Venivo qui ad inseguire le formiche con l’elastico, rimanevo incuriosito a guardarle arrampicarsi sui rosai e su per i gambi dei garofani giapponesi, oppure infilarsi sottoterra, riapparire e scomparire industriose, mai stanche … Oppure inseguivo furioso il “mangiapatate” che rovinava le piante … Se ne intravedevo uno iniziavo a scavare per catturarlo facendo un macello … A metà impresa, due mani robuste mi sollevavano di peso col badiletto ancora in mano, e mi portavano altrove per scongiurare lo sfacelo del giardino …”
 
Riapro gli occhi, e davanti mi ritrovo un’anonima palazzina restaurata e chiusa … Allunghiamo qualche passo …
“Quanto tempo è passato … Qui c’era l’antico Macello pubblico dell’isola … Ci è andato ad abitare B. con la sua famiglia, faceva lo spazzino … Ora c’è un esercizio di ristorazione …”
 
Quante altre cose potrei raccontare … non dico infinite, ma di certo tante …forse troppe.
“Andiamo a prendere il vaporetto in fondo a Mazzorbo così chiudiamo il cerchio della giornata ?” … Ma alziamo lo sguardo e un vaporetto già sta approdando … Ripartiamo, niente Mazzorbo per oggi … il tempo stringe, si va verso sera … Venezia e le solite cose ci attendono … “I lupi a casa” avranno fame.
“Ecco … Mazzorbo, San Francesco del Deserto e Burano in lontananza … se ne sono andanti ancora …”
 
Ritornerò presto in laguna a caccia di altre sensazioni, per riscoprire altri angoli nascosti o volti dimenticati, per vivere altre emozioni nuove e antiche insieme …
set 13, 2014 - Senza categoria    No Comments

“IN GEORGIA ? “

01_In Georgia

” IN GEORGIA ? “ - prima parte.

Zada sapeva bene che Enza, ossia Lorenza Morosini, non era la sua vera mamma. L’aveva sempre saputo fin da bambina piccolissima, quando la sua mamma vera se n’era andata per sempre. Però Zada aveva considerato Enza come mamma vera, perché in tutti quegli anni lo era stata per davvero nei suoi confronti. Il loro era sempre stato un affetto reciproco vero, sincero e ricambiato, proprio l’amore giusto che può esistere fra mamma e figlia.
Poco importava se Zara non aveva mai avuto un papà. Quello vero non aveva mai saputo neanche chi fosse, e Enza non si era mai sposata, era una single veneziana d.o.c. , tutta di un pezzo, di quelle convinte e contente d’esserlo.
Zara aveva vissuto un’infanzia serena, tranquilla e normale, seppure con quella nube in sottofondo che aveva macchiato la sua primissima infanzia. Se la ricordava ancora la sua mamma vera, seppure era solamente un volto sbiadito dal tempo, una bella faccia dolce che gli anni si erano trascinata lontano, lontanissimo. Ogni tanto provava a ripensarla, ma non riusciva ad andare oltre a quei contorni di giovane donna con i capelli corti e chiari, la figura esile, lo sguardo vispo e tenero, e alla sensazione ormai vaga di quelle braccia che la cullavano e stringevano teneramente a se. Era trascorso troppo tempo, e Zada ora aveva compiuto diciotto anni. Era maggiorenne, e per l’occasione Enza decise di rivelarle quel che sapeva di mamma Sara e di consegnarle finalmente anche quell’unica lettera che le aveva lasciato prima di morire. Non esisteva nient’altro su quella donna comparsa esattamente diciotto anni prima da quel lontano paese dell’est. Sara proveniva dalla Georgia dalla quale era fuggita lasciando una sua storia difficile seppure a suo dire bellissima. Giovanissima, era giunta infine a Venezia, trasportata da un camionista suo compaesano che l’aveva lasciata sul piazzale del Tronchetto ed era ripartito per i suoi affari. Sara non possedeva nulla, non portava con se né soldi né valigia, ma solo gli abiti che indossava e quelle quattro cose che aveva in tasca e il suo passaporto consunto e logoro. Una cosa preziosa però si portava dietro … era incinta.
Anche Enza non sapeva raccontare e non ricordava più con chiarezza com’erano andate le cose in quei giorni lontani. Sta di fatto che quella giovane ragazza era stata addocchiata da dei pescatori che avevano allertato una suora particolare, che l’aveva avvicinata e accolta. In seguito il Parroco di Santo Stefano di Venezia, un monsignore dal cuore grande contatto dalla suora, s’era preoccupato di trovare una sistemazione buona per quella fanciulla togliendola dalle pastoie e dalle lungaggine del rimpatrio.
Quella ragazza fragile ma sveglia non voleva tornare a casa, voleva ricostruirsi una nuova vita a Venezia. Ebbene lui l’avrebbe aiutata a realizzare quel suo sogno. Per lui era carità anche quella, carità spicciola senza tanti fronzoli … Parlò direttamente con alcuni suoi conoscenti politici altolocati e con un funzionario di Polizia col quale era amico fin dall’infanzia, e riuscirono a inventarsi una sistemazione non si seppe mai seguendo quali regole e dinamiche. Sta di fatto, che quella sera stessa il Monsignore telefonò ad Enza, e già quella notte Sara andò a dormire da lei.
Bisogna ricordare che Enza era diventata fin da giovanissima una dama della Croce Rossa italiana. Lo considerava un grande privilegio, e forse lo era veramente, perché le aveva dato modo di esprimere quella sua indole benevola che sentiva forte dentro da sempre. Enza era l’ultima rampolla e discendente della nobilissima famiglia dei Morosini. Una delle famiglie storiche più prestigiose di Venezia, che però si sarebbe estinta per sempre con lei, ultima erede femmina di tutto il patrimonio storico, culturale ed economico dei grandi Morosini. Fin da giovanissima Enza aveva sentito l’impulso ingovernabile di vivere libere e senza legami. Non aveva mai avuto un fidanzato, e tantomeno un convivente o un amico stabile. Fin che vivevano i suoi genitori era vissuto con loro, aveva studiato, praticato sport, frequentato l’entourage della nobiltà veneziana, viaggiato, cantato, recitato, suonato … e accudito i suoi due vecchi. Poi, quando uno dopo l’altro se n’erano andati morendo naturalmente, Enza si ritrovò ad essere l’unica proprietaria facoltosa di un capitale cospicuo ultimo residuo dell’immenso patrimonio dei Morosini di un tempo. Il palazzo di famiglia a Venezia, la villa col grande parco in campagna, la casa in collina a Follina, quella in montagna e l’altra al mare dalle parti di Jesolo, automobili, barca vela, appartamenti affittati a Venezia e nel litorale, i gioielli di famiglia, e soldi investiti e depositati.
Un po’ la soffocavano tutte quelle cose, e all’inizio per Enza non fu facile gestire tutto quel patrimonio. Ma poi piano piano era cresciuta e maturata ed era diventata capace con l’aiuto di alcuni amici competenti e buoni di diventare capace di gestire tutto quel ben di Dio. Viveva quasi sempre a Venezia nel palazzo, ed amava lavorare nella città lagunare dove coltivava le sue amicizie e i suoi contatti e insegnava lettere antiche in un Liceo cittadino. Non perché avesse bisogno di uno stipendio, ma per seguire quel suo afflato un po’ culturale, un po’ artistico, letterario e poetico che caratterizzava la sua esistenza. E poi s’affezionava, amava le sue alunne, e le piaceva vederle crescere con lei, apprezzare piano piano le cose che lei stessa apprezzava e amava.
L’insegnare era come una sorta di servizio che lei prestava volentieri alla società veneziana in cui viveva, ed era anche uno scopo per cui vivere, qualcosa che irreggimentava e dava scadenze e ordine alla sua vita.
Si era liberata di gran parte della servitù che ancora era alle dipendenze della sua famiglia quando lei era bambina. Lo aveva fatto in maniera soft, attendendo pazientemente che ciascuno arrivasse all’età della pensione. Non fu difficile perché gran parte dei servitori dipendenti erano già attempati e avanti negli anni. Le rimase solo il fattore molto abile della villa di campagna al quale affidò anche la gestione e il controllo delle altre case e di gran parte dei suoi terreni. Il Fattore era un uomo buono, e i suoi figli e figlie erano come lui. Li fece tutti suoi dipendenti, e affidandosi a loro ebbe la garanzia che avrebbero curato bene i suoi interessi e che ogni volta che lei avesse avuto bisogno avrebbero saputo curare e gestire al meglio i suoi desideri. Fu una scelta felice, che Enza mantenne per gran parte della sua vita.
La maggio parte delle sue amiche, oltre ad un paio dell’infanzia, erano le Dame del Circolo della Croce Rossa con le quali s’intendeva a meraviglia. Ed era quell’impegno oltre all’insegnamento la cosa che l’assorbiva di più e che dava un sapore piacevole alla sua esistenza. Le piaceva sentirsi utile agli altri, e quando quella sera il Monsignore che l’aveva praticamente nascere e la seguiva da sempre le telefonò Enza non esitò un solo istante nel dichiararsi disponibile, anzi entusiasta a far del bene a quella giovane ragazza.
Enza Morosini era una bella donna, e per giunta intelligente e facoltosa. Di uomini e amori ne aveva avuti anche lei, perciò capiva bene come doveva sentirsi quella giovane donna che gli si presentò di fronte quella sera accompagnata dal vecchio Parroco. Nessun uomo però l’aveva talmente impressionata tanto da convincerla a rinunciare alla sua libertà e a mettere su famiglia. Aveva sempre rinviato quella scelta, e perché tutti gli uomini che aveva incontrato mancavano di un qualcosa che lei considerava irrinunciabile, e perché gli rincresceva in qualche modo perdere la sua libertà d’azione. Però aveva detto a se stessa: “Non si sa mai …” Se avesse incontrato l’uomo giusto probabilmente ci avrebbe ripensato.  Solo che non era arrivato … ed erano trascorsi diversi anni.
Quando Sara si presentò a casa di Enza era distrutta per il lungo viaggio e per la sua situazione incerta. Col trascorrere dei giorni però cambiò tutto, e Enza la trattenne a casa sua come cameriera e factotum di palazzo. A pensarci bene Enza aveva bisogno di qualcuna che la accudisse un poco … E Sara divenne la persona giusta, che pur conservando un rapporto cordialissimo e affettuoso, sapeva tuttavia occuparsi di lei in maniera ordinata e premurosa. Sara quindi non divenne una dipendente, ma una di famiglia, una sorta di sorelle minore di Enza, che a sua volta si prese totalmente cura di lei.
Sara infatti portò a termine serenamente la sua gravidanza e partorì la sua bambina a cui mise nome Zada: “In segno di Buona Fortuna.” Disse Sara.
Enza, Sara e Zada vissero insieme tre anni felici. La presenza della bimba portò a palazzo Morosini una gioia ed allegria che Enza aveva un po’ smarrito vivendo le tristi vicende della morte dei suoi genitori. Furono tre anni splendidi, in cui Enza mise a disposizione tutto quel che aveva per Sara e Zada come fossero state sue sorelle o figlie. Enza considerò sempre quei giorni come una delle stagioni più felici della sua esistenza.
Poi accadde l’imprevedibile, come spesso accade nella vita.
Sara si ammalò di leucemia e in breve tempo morì, e Enzasi ritrovò da sola con la bambina, dopo che in punto di morte Sara le chiese con un fil di voce di occuparsi della sua bimba. Enza non aveva saputo e tantomeno voluto dire di no, e seguendo un impulso fortissimo che le veniva da dentro decise che Zada sarebbe diventata la bambina e figlia che non aveva avuto.
E così fu … Enza decise che si sarebbe comportata come mamma con quella piccolina. Per altri quindici anni le volle bene come a se stessa, e la aiutò in tutto a crescere cercando di indurla ad una vita serena, equilibrata, educata e giusta. Mai e poi mai avrebbe voluto che quella bimba, domani donna, avesse potuto rimproverarle qualcosa sulla sua crescita senza mamma e papà naturali.
Enza riuscì perfettamente nel suo intento impegnandosi giorno dopo giorno.
Una cosa s’era prefissa. Al compimento della maggiore età di Zada le avrebbe raccontato tutta la sua storia, e l’avrebbe lasciata libera di gestire la sua sorte, seppure senza abbandonarla del tutti. Voleva essere schietta con quella bimba, e che potesse sentirsi libera del tutto come amava esserlo lei.
E poi Sara prima di morire le aveva lasciato una lettera da consegnare a sua figlia … una piccola busta bianca chiusa …
Fine della prima parte/continua.
set 13, 2014 - Senza categoria    No Comments

“LA CITTADELLA SANITARIA DI SAN JOB O JOPPO A VENEZIA.”

san giobbe ospizio 1
“Una curiosità veneziana per volta” – n° 51.

“LA CITTADELLA SANITARIA DI SAN JOB O JOPPO A VENEZIA.”
Si potrebbe denominare anche in altri modi: l’Hospeàl o l’Ospizio de San Giobbe, l’Opera Pia Zuane Contarini, o l’Ospizio Comissaria Da Ponte.
Era un vasto complesso, una cittadella sanitaria che si articolava in ben due ospedali: quello del Borghetto collocabile ai civici 570-613/A accanto all’Oratorio al Ponte della Saponella con giardino e vera da pozzo gotica interni, e stemma dei Contarini, e quello delle Case delle Vecchie dopo il ponte al civico 615 in Fondamenta San Agiopo verso la chiesa omonima. Il complesso continuava sparso in tante caxette in Corte dell’Ospedale della Crose oltre il Ponte de la Saponella ai civici 690 – 701, dove si legge ancora l’iscrizione:“Hospitale de San Job – MDXXVII”; e confinava con altre casette a schiera in Calle de le Beccarie ai civici 707-714 composte di camera e cucina su due piani, dove si legge l’iscrizione: “DOMUS HOSPITALIS SANCTI IOB VENETIARUM”.
Si devono aggiungere inoltre le caxette un tempo esistenti in Corte Ca’ Moro, la caxetta al civico 619 già sede dell’antica “Schola de devozion de la Beata Verzene de la Pietà”; le caxette ai civici 619/ A, B, C, D sull’area dell’antico cimitero dei Francescani realizzate solo e ancora nel 1935; e infine le caxette in Calle de le Canne ai civici 643-648 pervenute all’Ospedale per permuta nel 1843.
Niente male come piccolo insieme ospedaliero … se consideriamo che si tratta di una realtà sorta nel lontanissimo 1300.
Non per nostalgia dei tempi andati, ma per il gusto di una serena analisi storica seppure un po’ artigianale, bisogna dire che i Veneziani di un tempo davvero ci sapevano fare in termini di sanità. Erano certamente migliori di noi oggi, che ci determiniamo nel costruire formidabili immensi ospedali poco funzionali e parzialmente utili impegnandoci per decenni futuri in faraoniche opere di manutenzione dalla spesa quasi incontrollabile che ingurgiterà fondi infiniti, e indurrà a tagliare ulteriormente su ciò che necessita ai disabili, ridurre e chiudere i servizi locali, e non concedere ausili e sussidi a chi ne ha e avrà davvero bisogno. Spiace considerare che si costruisce spesso, e si vuole continuare a costruire per il futuro, queste grandi “macchine assistenziali”, certamente polifunzionali e moderne, chissà forse anche all’avanguardia … ma pur sempre immense bocche mangiasoldi con scarsa capacità reale di produrre vera sanità ossia benessere psicofisico completo per chi sta male, e non profitto per le tasche di chi ama speculare.
Parentesi di opinioni personali … solo modeste opinioni …
Ma tornando alla Serenissima lagunare … Bisogna dire che Venezia oltre all’idea di costruire i funzionali Lazzaretti nelle isole per salvare dalla Peste e circoscrivere con quarantene ed espurghi la popolazione, le merci, le navi e i forestieri; ha istituito numerosi Ospizi e Hospedaletti sparsi ovunque per le Contrade della città per assistere in loco i suoi cittadini bisognosi meno economicamente dotati.
Come ben sapete, ricchi e nobili si sono sempre curati a pagamento a domicilio, salvo durante le pestilenze quando anche loro venivano buttati malamente nelle fosse comuni dai Pizzegamorti dopo essere stati accuratamente depredati di tutto. Per tutti gli altri, invece, Venezia costruì nei secoli anche una vera e propria cittadella sanitaria concentrata in fondo al Sestiere di Cannaregio capace di accogliere e soprattutto provvedere prontamente e senza tanta spesa ai bisogni di molti. Quel che è curioso e moderno già secoli fa, è che Venezia sapeva produrre sanità sfruttando al massimo le autonomie residue e l’autosufficienza dei singoli a domicilio. Quindi ospedale sì, col medico e gli Infermerarii … ma anche tante caxette singole dove continuare a vivere con la propria indipendenza seppure a breve distanza da chi può intervenire in maniera utile e competente.
Tutto questo accadeva nella Contrada periferica di San Job o di San Joppe o Giobbe come vogliate dire. Il complesso sparso sorgeva dove in seguito sorse anche il Macello pubblico oggi diventato Facoltà di Economia dell’Università di Ca’Foscari, e in tutta la zona adiacente e prossima alla chiesa di San Giobbe gestita un tempo dai Frati Francescani e in seguito dai Padri Canossiani fino ad oggi.
Tutto iniziò nella seconda metà del 1300, quando Venezia era impegnata in guerre contro Genova e Padova, e la città lagunare fu ripetutamente colpita da importanti epidemie di peste.
Giovanni Contarini, Patrizio Veneto dal 1354, fu l’ideatore e realizzatore del complesso di San Giobbe. Era figlio di Giovanni quarto nato del Doge Jacopo Contarini, e prima di abitare a San Giobbe abitava in Contrada di San Pantalon. Sposando Isabella o Betta ebbe un figlio Girolamo e 4 figlie: Lucia morta presto, Elisabetta che sposò un Bragadin, Cecilia che sposò un Bembo, e una quarta figlia che sposò un De Ubriachis, madre appunto del Giovanni Contarini che ci interessa.
Nel gennaio 1378 Giovanni Contarini comperò da Bertuccia moglie di Marco Benado o Bernardo della Contrada di San Samuele una prima casa con terreno scoperto sita in Parrocchia di San Geremia destinandola ad alloggio per indigenti e bisognosi dopo le pestilenze. Due anni dopo iniziò ad accogliervi i primi ospiti ampliando la casa nella stesso anno con una donazione fattagli da Caterina vedova di Pietro Emo. Vista la bontà dell’iniziativa, anche il Maggior Consiglio si fece avanti con diverse “grazie” nel 1382, 1384 e 1389 consentendo all’Ospedale di San Job di estendersi mediante acquisti di terreni e interramenti di paludi circostanti. Ovviamente ci si premurò di costruire subito anche un Oratorio dedicato a San Giobbe, il biblico malridotto, e da questo venne intitolato l’Ospizio chiamandolo dei “Poveri Gioppini”.
Fra 1386 e 1387 anche alcune proprietà terriere, e su valli e paludi dei Nobili Dolfin a Saccagnana di Treporti divennero proprietà dell’Ospedale di San Job in Venezia. Giovanni Contarini, intanto, ordinato Prete dopo la vedovanza, morì nel settembre1407 dopo aver fondato anche un Monastero in Contrada di San Girolamo sempre nel Sestiere di Canaregio.
Per testamento ordinò d’essere sepolto nella chiesetta dell’Ospizio di San Giobbe, ed elesse l’Ospedale di San Job erede di tutti i suoi beni, anche se sua figlia Lucia Dolfin Contarini riuscì a farsi assegnare dal Magistrato al Proprio la gestione dell’Ospedale e di tutti gli altri beni lasciati dal padre.
Nel 1410 il Collegio dei Commissari nominò il primo Priore dell’Ospedale, mentre nel 1422 Lucia Contarini nominò Priore il pio sacerdote Filippo assistito da 9 Governatori secondo le volontà del padre. Sei anni dopo, la stessa Lucia Contarini affidò l’assistenza spirituale dell’Ospizio ai Frati Minori Francescani Osservanti, che iniziarono a costruirsi accanto un Convento e una nuova chiesa dedicata a San Giobbe.
Morta a sua volta Lucia nel 1447, l’Ospedale riacquistò la gestione autonoma del suo patrimonio affidata a 7 Commissari, che i Zudesi dell’Ufficio di Petizion nel 1487 si premurarono di rinominare su istanza di “Piero Bon Procurator delle povere abitanti nello Spedal di San Job”, in quanto ne era rimasto in carica solamente uno.
Tassini racconta: “L’Ospizio di San Giobbe fin dalla sua origine venne diviso in due corpi separati, l’uno di qua del ponte della Saponella accanto all’Oratorio … l’altro di là del ponte … il primo riparto Ospital delle Vecchie … il secondo Ospital della Croce … che poi questa divisione fosse antica, se lo può dedurre dal testamento di Bartolomoe Bragadin 16 giu 1480, in cui egli fa menzione, allo scopo di beneficarli degli Hospedali de San Isopo qual son do, zoè duo Hospedali, l’uno arente la chiesa, l’altro in cavo del squero …”
Nel maggio 1512 si edificò l’attuale Oratorio di San Giobbe in sostituzione di quello primitivo (forse l’attuale sacrestia) e si stipulò una convenzione tra Priore dell’Ospedale e Capitolo della Parrocchia di San Geremia per la celebrazione di una Messa quotidiana “ … con facoltà di porre ed elevare campanella per convocare ai riti i poveri dell’Ospissio …”
Nel 1443 quando il futuro “San” Bernardino da Siena giunse a Venezia, volle essere ospitato per curarsi presso l’Ospeal de San Jobe, e incontrò Cristoforo Moro, che in quegli anni era il rappresentante più in vista dell’importante famiglia patrizia veneziana molto attiva nella Contrada di San Agiopo o San Giobbe dove perseguiva insieme progetti di sviluppo urbano civile e di carattere benefico-religioso.
Nel 1458 Zuane Dolfin, nipote di Zuane Contarini donò all’Ospizio un terreno limitrofa zona “dove vengono conservate le canne degli squeri”, mentre Cristoforo Moro divenne Doge di Venezia dal 1462 al 1471 al tempo della caduta di Costantinopoli e delle numerose pestilenze del 1456-57, del 1460-62, e del 1464 e 1468.
Per testamento lasciò anche lui in Commissaria una cospicua somma da destinare alla fabbrica dell’Ospissio che s’allargò verso un terreno donatogli vicino a uno “squero in capo di Canaregio”. L’Ospissio in quell’epoca era composto da 16-20 caxette assegnate, “gratis et amori dei” a poveri marineri che avessero età superiore a 50 anni e svolto servizio navigando effettivamente per mare.
Giunti al 1512, i Governatori dell’Ospizio edificarono un nuovo Oratorio dedicato alla Beata Vergine Maria dove trasportarono le spoglie del fondatore Contarini. I Frati Francescani vicini, intanto, erano “vispi” …
Nei famosi Diari del Sanudo del febbraio 1516 si legge:
“E’ da saper: domenega di notte, seguite un caso, che apresso Santo Job è una chiesuola con uno Hospedal da Cha’Contarini, et era uno campaniel; et perché feva nocumento a li Frati, parse al Guardian di farlo ruinar armato mano, et cussì la note andati più di 20 Frati, lo ruinono fino su le fondamenta. Et inteso questo la Signoria, a di 19, il Principe fato venir dito Guardian e Frati in Colegio, li fece grandissimo rebufo, et ordinò lo dovessero refar come l’era prima a tutte loro spese, et poi agitaseno quello volesseno, perché niun in questa terra se dia far razon loro medemi …”
Nello stesso anno e in quello seguente il Patriarca di Venezia intimò ad alcuni Commissari illegittimi di non ingerirsi nella gestione dell’Ospedale e di restituire immediatamente denari e scritture sottratte all’Ospeal.
Nel luglio 1540, invece, i Commissari dell’Ospeal de San Job firmarono una “parte”:
“…perché sia fatta una chiesola nuova per riverenza di missier  San Job e perché non s’ha avuto modo di coprirla sino al presente, pero’ sia preso che delli primi danari che si ricaverà dalla vigna si debbano impiegar a coverser detta giexia…”
L’anno dopo, siccome risultarono proprietà dell’Ospizio di San Job: 428 campi in fondi rustici a Motta e Oderzo mentre ne erano stati dichiarati dagli abitanti del posto solo 145 a danno dell’Ospedale, i Rettori deliberarono di inventariare tutto e di cambiare le affittanze aumentandole di prezzo. Gli affittuali, inoltre, furono obbligati a fornire annualmente all’Ospizio: 50 stara di frumento e 111 conci di vino, un maialino a Natale, buoni prosciutti il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri dopo Carnevale; 1 gallina con le uova o 1 cappone a Pasqua; 1 buon pollastro per San Pietro in giugno; e un paio d’anitre ad Ognissanti all’inizio di novembre.
Secondo le dichiarazioni fiscali per la Redecima del 1582 presentate dai Commissari dell’Ospedal de San Job, l’Ospedale possedeva:
“In San Gieremia: una vigna la qual si afitta a ser Batista q ser Marco Ametian da Padenghe, d’afito al anno ducati 54; una casa continente a quella del Prior del detto Ospedal, la qual casa si dà a medico per bisogno di tutti li poveri et povare del detto Ospedal, per suo salario, per la qual si trasse ducati 14 al anno; un locho in cappo di Canaregio sotto nome di squero, il quale possiede li eredi del q ser Zorzi di Rossi, paga de fitto al anno ducati 3, ma sono molti anni che non si scuodono niente; caxette 120 computtando quella che si da al Prior di detto Ospedal et la casa che si da al vigner che tiene la vigna ad affitto et il resto delle case che si danno a poveri, la mazo parte sono celle, come si vedono; furono decimatte tutte dette case per VS.Ecc.me Clar,mi Sigg Dieci Savi per ducati 120.”
La vigna ricordata nei pressi della Corte Santa Maria de la Pazienza, si trovava prospettante la laguna e la Sacca di Santa Chiara prima della costruzione della Stazione Ferroviaria. Nel corso del 1500 s’innalzò un muro per proteggere la vigna dai furti d’uva. Sul muro è ancora visibile l’iscrizione rovinata:“Muro proprio de l’Ospedal di San Jobe fatto per serrar la sua vigna”.
La vigna fu venduta nel marzo 1846 al francese Gabriele Grimaud de Caux.
E siamo al 1650  … quando i Governadori de l’Intrada vendettero una prima caxetta del blocco edilizio originario.
Durante il 1700, invece, l’Ospeal de San Job fu chiamato Ospissio Da Ponte per il fatto che nel 1784 tre fratelli patrizi Da Ponte: Lorenzo Zuanne, Lorenzo Nicolo’ e Lorenzo Antonio furono Commissari dell’Ospizio e considerati proprietari dai popolani veneziani. In realtà il casato Da Ponte partecipava alla gestione dell’Ospizio di San Joppe fin dal 1400 quando Nicolò Da Ponte uno dei Commissari rinunciò alla carica nel 1578 per diventare Doge facendo nominare al suo posto Missier Vincenzo Gussoni fu Jacomo.
Nel 1750-1751 Marchi Vincenzo di professione: “pozzer”, fece vertenza e processo con i Commissari dell’Ospizio Eugenio Formenti e Daniel Moro a causa del restauro di un pozzo in“Casa Contarini presso le Penitenti di San Giobbe” saldato a debito solo nel 1753.
All’inizio del 1800 accadde la devastazione Napoleonica di Venezia …con tutte le sue squallide conseguenze.
Le cronache del 1834 ricordano che nella Parrocchia di San Geremia a cui si era accorpata tutta la Contrada di San Giobbe, esisteva oltre a un capitale di lire 10 da spendere per finanziare Matrimoni di ragazze indigenti e popolane, anche un Ricovero con assistenza medica e lire 27,45 mensili ciascuna per 24 povere vecchie, e altri due nuclei di 24 e 42 abitazioni per poveri collocati “ …in fondo a San Job”.
Nel 1843, quando l’imprenditore Giusto Robustello di Padova comperò in contanti dalla Commissaria Contarini, gestita dalla Procuratia di San Marco de Supra, le 16 casette in Corte di Ca’ Moro per demolirle e costruire il nuovo Macello di Venezia, pervennero in permuta all’Istituzione altri 6 alloggi distinti in Calle delle Canne a San Giobbe, che appartenevano al patrizio Bernardino Renier di Alvise del ramo di San Pantalon.
Nel giugno di tre anni dopo, durante il dominio Austriaco su Venezia, si riaprì e riattivò l’Ospedale di San Giobbe mutandone la forma giuridica in Opera Pia.
Con Decreto Reale del 2 dicembre 1883, dopo l’unione del Veneto al Regno d’Italia, si approvò il nuovo Statuto dell’Istituzione che divenne parte della Congregazione di Carità pur continuando a godere di una certa sua autonomia; mentre all’inizio del 1916: l’Opera Pia incorporò l’antico Ospedale della Croce costituito da 17 alloggi per povere famiglie.
Nel 1936, Anna Scarpa per lascito testamentario dispose che si vendesse una sua casa a Castello in Via Garibaldi per costruire una casa in Fondamenta e Campo di San Giobbe presso l’antica sede della Scuola della Beata Vergine della Pietà, dove un tempo sorgeva l’area del cimitero della chiesa di San Giobbe. Dal 1939 gli alloggi furono assegnati e sono tutt’ora abitati … non so se da “vecchie donne di buona famiglia bisognose per rovesci di fortuna”, come voleva il testamento di Anna Scarpa.
Ancora nel 1962 l’antico “Ospizio di San Job” ospitava 80 femmine.
Bisogna infine aggiungere che attraverso i vari lasciti e donazioni la realtà assistenziale del complesso dell’Ospizio di San Job si è allargata nei secoli a “macchia d’olio” e a “pelle di leopardo”, se vi piace il modo di dire, un po’ per tutte le Contrade della città assommandosi agli altri Ospedaletti già presenti realizzati da altre Associazioni, Scuole di Devozione e Arti e Mestieri, o volontà benefiche cittadine.
L’Ospedale di San Job, infatti, risultava proprietario anche di:
·      10 caxette in Ramo Cappello nella Contrada di Santa Margherita nel Sestiere di Dorsoduro.
·      22 o 24 caxette in Corte della Vida nella Contrada di San Francesco della Vigna, 7 caxette in Secco Marina nella Contrada di San Giuseppe, e 10 caxette in Calle del Cimitero e Corte Da Ponte a Santa Ternita nel Sestiere di Castello.
·      12 caxette in Fondamenta del Forner nella Contrada di San Tomà nel Sestiere di San Polo.
Concludo, finalmente, ricordando che oggi rimangono solo poche tracce, qualche formella in muro, qualche toponimo, e poche memorie di quel complesso sparso e curioso che era attivo un tempo nella Contrada popolare di San Giobbe. E’ bello però ricordare, qualora vi capitasse di bighellonare accanto a quelle casupole periferiche che guardano ancora sulla distesa aperta della laguna, che lì Venezia Serenissima sapeva produrre sanità autentica.

 

set 10, 2014 - Senza categoria    No Comments

“SOTTO LA LUNA AMBRATA … ODORE DI PIPA.”

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Nel silenzio inquietante e impalpabile del primo mattino, una luna pallida, smunta e ambrata s’affaccia nelle foschie di settembre.

Da qualche giorno incontro nel buio della strada della Marittima del Porto un emiplegico del mio quartiere che passeggia col suo passo falciante e il braccio sinistro rattrappito adeso al petto. Nell’altra mano però non tiene un tripode né un bastone ma un’odorosa pipa accesa che profuma l’aria intorno. Il vento lieve spande l’odore e sembra che basti un piccolo alito per rovesciare quell’ometto traballante e incerto… che, invece, va … godendosi l’aria frizzante e leggera, mentre molti altri indugiano ancora rannicchiati sotto alle lenzuola.
Oltre che di pipa, l’aria odora di bosco, di marcita, di esausto, di cotto e di cipressi… mentre puntuali come la morte sono tornate le stelle dell’Autunno nel cielo incerto che a Oriente è appena pallido.
La solita donnetta che porta in giro il cane al buio ha indossato un golfino a maniche lunghe, così come s’è coperta quella che va a pulire uffici immersa dentro alla sua solita scia di nicotinico fumo chiaro.
 “A love you baby ! Na-na-na-na … A love you baby … Oh-oh-oh—Na-Na-Na ! … lo spazzino te vol tutta qua…” canta il guardiano notturno del garage mentre ramazza fuori le prime foglie secche che il vento si ostina a rimandargli indietro fino in fondo al seminterrato.
“Maledette foglie rompiscatole! … A love you baby ! Na-na-na-na … A love you baby … Oh-oh-oh—Na-Na-Na …”
 
A Venezia sono di nuovo passate la Festa del Cinema e la Regata Storica con i loro mantelli rossi calpestati o strascicati sull’acqua … un po’ nostalgici e barocchi, ripetuti, sempre gli stessi come le rivalità agonistiche, colorate e gustose dei gondolieri. L’aria s’accende e illumina, il cielo sereno si stria di un intensa fascia arancio brunata … La laguna è piatta, ferma, immota … Tutto sembra aspettare … Che cosa ? Niente … Non si sa …
Entro in ospedale … cambiano i discorsi del vivere. Salendo le scale sembra d’essere dentro a un batiscafo e di sentire la cadenza ritmica e tremula dell’ecoscandaglio. In realtà si tratta solo di un tubo al neon che non funziona bene … ma vallo spiegare alla mia fantasia.
Qualcuno saluta … altri ci salutano definitivamente … Poso l’occhio sulla copia del fogliettino che gira per le corsie appesa al muro fra “Hospice dei Terminali” e la Cappella. S’intitola:“L’incontro”, è paradigmatico ed obbliga a pensare, come un monito fra oggi e domani e l’Oltre.
“L’ospedale è la porta del capolinea del vivere” mi dicono.
Osservo la penombra della Cappella deserta satura di un silenzio opprimente. E’ stata trasformata anche in sala riunioni e di comune condivisione … Non ha più la presenza pomposa di un tempo, le panche, l’atmosfera sacrale … Si presenta come un ibrido, un optional discosto e discreto, qualcosa di facoltativo e marginale … Rimane comunque un luogo di sfida, un “forse” spalancato, una beffa o uno spunto di speranza … Di certo quel “morto appeso crocifisso” nascosto dietro all’unico lumino che lumeggia nel buio sembra saperla lunga su morte e sofferenza, angoscia per la fine e ignoto di domani …
Oggi ormai ovunque, il Prete arriva su chiamata quando spesso “i giochi” sono già fatti, accaduti e conclusi. E’ tramontata per sempre quella presenza assidua e forte della Chiesa sulla malattia e la morte … Si è rifugiata nel dopo dei funerali e dell’accompagnamento alla tomba. E’ stata estromessa o si è volutamente estraniata da quel momento del vivere. L’estrema Unzione è diventata “Sacramento dei Malati”o spesso “degli Anziani e Anzianità” e viene somministrato e celebrato ben lontano dal momento in cui si vivono le esperienze patologiche finali. L’epoca delle Agonie vegliate, del Viatico a domicilio pregando con i familiari, gli amici e il Prete non esiste più. Non si corre più a suonare la campanella del Parroco nel cuore della notte, quasi inducendo la morte ad aspettare il suo arrivo qualificato e inducente nei riguardi del moribondo. Un tempo si moriva a casa, nel proprio letto, in compagnia dei propri amici e dei propri cari … Oggi si muore e basta in ospedale, attaccati al monitor dalla linea piatta. La gestione della morte non è più sotto l’egida ecclesiastica e quasi neanche sotto quella familiare. Finisce per essere solo un gesto professionale e sanitario perché spesso gli unici spettatori del momento del trapasso sono gli Infermieri, gli Operatori Sanitari e il Medico. Molte volte i familiari sono lasciati fuori ad attendere, o sono addirittura a casa in attesa della chiamata della badante quando è il momento “giusto”.
“Si aspetta fuori, come dalla Sala Parto e dalla Sala Operatoria … Si nasce e si muore in ospedale … Sembra quasi che nascita e morte vadano a braccetto e in qualche maniera si raccordino e equivalgono … In ospedale è tutto un arrivare e partire, come in un frenetico aeroporto.”
 
Ma adesso: “Via i pensieri !” E’ tempo di andare a lavorare e di mettere da parte enigmi, considerazioni e domande. La professionalità impone d’indossare quella scorza che ti rende capace di assistere e accudire con buona efficacia e distanza certi eventi senza lasciarti prendere da sconforto e frustrazione. In realtà, tutta l’aspra crudezza di quel che vedi e vivi resta … Gli infermieri sono anche dei Caronte discreti e speriamo anche dignitosi …
“Comunque non mi abituerò mai a riconoscere il volto dei “miei” pazienti esposto nella vetrina delle pompe funebri … E quel che è strano, sembra che vedendomi ridano e mi prendano in giro per il fatto che loro se ne stanno ora beatamente mentre a me tocca di continuare a lavorare …”
 
Pensieri sparsi fra colleghi lungo le scale, prima di varcare per l’ennesima volta la soglia del solito reparto di degenza .
 
“A me non la fanno … Non ci casco … Hanno poco da indolcirmi la pillola … Dovrò rassegnarmi a non camminare più come una volta e a vivere senza un braccio aiutato sempre da altri … Non sarò più autonomo …e non sarà per niente facile … Ma devo farlo … bisogna.”
 
Mmm … questo discorso va bene … mi piace. Stavolta la mattinata inizia in maniera positiva.
Entro in un’altra stanza dove invece sta un altro paziente apatico, svogliato, senza scopo. E’ ancora giovane ma non sente per niente il bisogno di far qualcosa se non andiamo noi a costringerlo e stimolarlo in qualche modo … Dobbiamo lavarlo, vestirlo, alzarlo, metterlo in moto … Non gliene frega più niente di niente. A lui interessa solo riposare, rimanere lì ad occhi chiusi a sonnecchiare … Dopo che è stato travolto è come se il giorno fosse diventato tutta notte, sempre tempo di sostare, di disattivarsi, rilassarsi e dimenticare … Tutto il resto non c’è più, è lontano, inutile, non necessario fino ad essere assente … Anche bere e mangiare è una fatica, come anche spiegare, interagire, parlare … Sono sufficienti dei monosillabi, dei cenni silenziosi col capo. E anche quelli sono talvolta faticosi, fastidiosi da pronunciare … Lo fanno irritare e spazientire le nostre numerose richieste, le proposte, i discorsi … Tutto sembra provocazione eccessiva … cose che disturbano.
“Lasciatemi in pace … Basta … Voglio dormire …”
“Una moglie, dei genitori, una figlia, gli amici … la televisione, un giornale, la musica …”
“No … No … Dopo, dopo … Non adesso …”
 
Non ha quei bisogni, gli basta rimanere così: né carne né pesce … quasi un automa messo lì in sosta e in attesa … solo da accudire senza accenderlo e attivarlo del tutto.
“Lei che ha esperienza e ha visto diverse volte queste situazioni … Che senso ha tutto questo ? Come dobbiamo comportarci in maniera utile e giusta ? Che cosa ci aspetterà nel prossimo futuro? ” mi chiedono a volte i familiari.
Molto spesso non so che cosa rispondere, la mia lunga esperienza è quasi inutile perché si deve chiedere loro d’indossare un abito di vita stretto, faticoso e difficile. A volte mi piacerebbe tacere … ma l’Infermiere non può farlo.
Cambio ancora stanza …
“Guarda che bella bionda !” mi suggerisce un vecchietto in pigiama e pantofole col giornale sotto il braccio. “Sai che nelle bionde se guardi per un orecchio vedi fuori per l’altro …”aggiunge divertito …
“Lei è un filosofo !” rispondo mentre si apre l’ascensore ed entra a farci visita un paziente dimesso da poco.
“Starei meglio qui all’ospedale … perché a casa mi tocca rimanere sempre con le solite quattro persone. Sono sempre le stesse, sempre le solite cose, gli stessi discorsi … A casa emerge maggiormente la mia disautonomia … Qui invece c’è più movimento, più gente, più novità … Ci siete voi, e mi sento più sicuro, più supplito e coccolato, meno disabile … E poi stanno passando i mesi … Sapete bene com’è fuori la vita lavorativa … Finisce il tempo dell’assistenza sanitaria e dei giorni di “malattia” … Non servi più, non sei più utile a nessuno, non ti vogliono più …Sono un disabile … Come farò senza un lavoro ?  … Nessuno ha il coraggio di dirmelo in faccia, sviano i discorsi … e intanto i giorni passano, e i pochi soldi diminuiscono paurosamente … Vi vedo bene però … pimpanti, attivi e allegri come il solito … Andiamo avanti … Speriamo che succeda qualcosa di buono … Ho fatto “cento” qui con voi … vedremo se riuscirò a fare “centoeuno” fuori di qui …”
 
Ci abbraccia riconoscente e se ne va … e cambio ancora persona e registro … Una collega nera di pelle e di cultura mi spiega:
“Non ci crederai ma esiste anche un razzismo nero verso i bianchi di cui non si parla mai … Per noi il bianco è uno scherzo della natura … il mulatto e l’albino poi ? Nella nostra cultura antica sono persone inutili, addirittura che si possono uccidere e sacrificare. Chi si salva sono gli Asiatici in genere, i Cinesi e i Giapponesi perché sono culture parallele, alternative, e fuori dalla solita valutazione … Sono come una via di mezzo, una razza senza colore … una parte del genere umano immune, un mondo a parte … Siamo strani anche noi neri, a dire il vero …”
Se lo dice lei …
Ripercorro in senso inverso la strada della Marittima del Porto. Oltre all’antica fila degli alberi e al solito ciliegio, quest’estate anche altri alberi si sono irrobustiti diventando veri e propri tronchi frondosi … Si sta formando un boschetto … Cammino accanto ad una lunga fila di fuoristrada allineati, macchinoni scuri neri, massicci e lucidi … di fronte ai quali le altre utilitarie sembrano carabattole, scatoline giocattolo. Ce n’è perfino una col vecchio portapacchi, la bagagliera, piena di spaghi e corde per tenere fermo un grumo di pacchi, bagagli e valigie coperti dal classico telone cerato verde. Sul parafanghi anteriore c’è un cagnolino legato al guinzaglio … Se ne sta tranquillo e in attesa di qualcosa o di qualcuno.
“In vacanza è sempre stato brutto tempo quest’anno … Che belli gli orecchini che porti !” confabulano due giovani donne spostando bagagli e valige.
“Sono pregiati … un piccolo tesoro semovente sempre sotto controllo …”
Ci corre accanto un’idroambulanza urlando, sbattacchiando e spalmando onde ovunque sulle rive. Le due donne si fermano un attimo a guardare e commentare.
“Quando passa un’ambulanza mi mette ansia, perché penso sempre che deve trasportare qualcuno … Cerco sempre di guardare attraverso i finestrini per vedere se c’è qualche persona a bordo … Se c’è mi preoccupo e mi agito …”
“Mah … A me non me ne frega niente … Preferisco pensare ad altro e a me stessa …” ha risposto l’altra.
Così è la vita qualche volta …mentre c’è sempre chi viene e chi va …

 

set 9, 2014 - Senza categoria    No Comments

“L’OSPIZIO DEI CROSECCHIERI … A VENEZIA”

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“Una curiosità veneziana per volta” – n° 50.

“L’OSPIZIO DEI CROSECCHIERI … A VENEZIA”
 
Quand’ero piccoletto e mia madre mi portava dalla mia isoletta spersa in fondo alla laguna fino a Venezia per effettuare dei controlli all’Ospedale Pediatrico Umberto I a San Alvise, passavamo di là. Sbarcati alle Fondamente Nove, spesso d’inverno col freddo, la pioggia e il buio, camminavamo proprio accanto a quell’edificio. Nella mia vispa fantasia di bimbo satura delle letture dei fumetti di Tex Willer, quella era la “casa dei Cinesi”. Forse per la postura e l’aspetto del Santo scolpito in facciata con la Madonna, che mi sembrava appunto un Cinese con un pacco misterioso … o forse per chissà quali motivi, m’immaginavo che ci fosse dietro a quella porta e dentro a quella casetta piena di camini una fumeria di oppio piena di tendaggi, draghi contorti, luci rossastre soffuse, geishe seminude e procaci, e uomini dagli occhi a mandorla, codini, baffi lunghissimi e coltello facile … Bambino ero, e mi portavo a spasso per Venezia le mie fantasie stretto alla mano rassicurante della mamma forte come quella di Tex Willer. Assieme a quella visione da Far West lagunare associo ancor oggi il ricordo dell’odore intenso delle colle, dei mastici, della pece e dei legni che fuoriusciva dagli ultimi squeri di Cannaregio che accostavamo, dove si ostinavano a costruire e riparare le ultime barche in un miscuglio di faville, stoppie, e rumore di seghe e chiodi ribattuti.
Col trascorrere degli anni, mi sono spesso domandato quale fosse quel posto che ogni tanto riaffiorava, galleggiava e riaffondava nella mia memoria, finchè finalmente l’ho riconosciuto, anzi, ho riconosciuto la scultura ancora infissa sopra al portale, e il ricordo si è acceso nitido nella mia memoria. Non si trattava della fumeria di Tew Willer e dei Cinesi a Venezia, ma dell’antichissimo Hospeàl dei Crocecchieri o Ospizio Zen dell’Assunta in Campo dei Gesuiti verso le Fondamente Nove.
“Chi ? …  Dove ?” dirà più di qualcuno.
E’ sì … non è uno dei posti e dei luoghi fra i più conosciuti e visitati di Venezia. A dire il vero, ultimamente è davvero difficile potervi entrare e visitare almeno la Cappella di quel luogo che è stato prestigioso o perlomeno ricco di storia curiosa.
Sapete meglio di me che Venezia pullulava per secoli di Ospizi e Hospedaetti sparsi un po’ in tutte le sue Contrade. Ce n’erano davvero molti, moltissimi, e la maggior parte di loro è esistita per secoli sussidiando la città lagunare con grande puntualità e meticolosa efficienza. Gestire la Sanità a Venezia non è mai stata una cosa da poco, tuttavia bisogna dire che la Serenissima si è data molto da fare al riguardo e ha permesso che molti privati, devoti, Compagnie, Ordini di Frati e Monache e Scuole di Arti Mestieri e Devozione Grandi e Piccole potessero in proprio erigere delle realtà assistenziali davvero presenti e attive sul territorio Serenissimo fatto di Calli, Contrade e Campi.
Sapete anche che per secoli la presenza dei poveri, dei miseri e dei bisognosi a Venezia si contava nell’ordine delle decine di migliaia. In certe stagioni storiche per vari motivi si è giunti a parlare di settantamila-ottantamila e più miseri questuanti e bisognosi presenti stabilmente e imploranti un qualche aiuto in città anche in maniera importuna.
Quindi, volendo, ce n’era da fare per aiutare un po’ tutti …
Le vicende di quell’Ospizio iniziarono circa nel lontanissimo 1150, pensate quasi un millennio fa … quando i Frati Crociferi o Crosecchieri giunsero a Venezia da Romacostruendo subito Chiesa e Convento con le donazioni della nobile famiglia Gussoni. Accanto al complesso religioso costruirono anche un Hospeàl con annesso Oratorio per offrire ospitalità ai pellegrini e ai crociati in transito per Venezia diretti in Terrasanta. Si dice che l’Ordine dei Crociferi o Crosecchieri sia arrivato a gestire fino 200 Ospizi e Monasteri fra Italia, Europa, Palestina e Oriente.  Niente male per l’epoca !
Le cronache dell’epoca raccontano:
“… essendo venuti dalla parte di Roma alcuni monachi quali andavano vestiti de biso, descalzi; con una croce de legno in man, pieni d’ogni bontà e religion, et essendo poveri, li furono donati alcuni terreni sopra la palude, in confinanza col Canal delli Monachi dal Sacco, dove li fu fabbricado da diversi con elemosine, un’Hospedal per loro habitation con una giesola che chiamavano Santa Maria dell’Hospedal delli Monaci della Croce.”
I Frati Crosicchieri a Venezia furono subito ben visti e accolti, e soppiantarono nella zona i Monaci Sacchiti dal misero abito che: “…andavano centi con una cadena et non conversavano con persona alcuna … mentre i Crociferiusando vita onestissima, anzi santa, li Nobili et Cittadini con il Popolo andavano volentieri allo loro offici, facendoli elemosine assai, di modo che i Monaci di Santa Caterina del Sacco, vedendo ogni giorno più accrescer et concorreli assai popolo che disturbava i loro uffici, si partirono da Venezia et andarono al Monte Sinai …”
L’Hospeàl veneziano presentò fin dall’inizio quattro grandi camini collegati a dodici stanzette di ricovero. Sopra il portone d’ingresso fu posto fin dal 1300 un bassorilievo con Madonna in trono col Bambino e San Magno” (la statua del Cinese della mia fantasia da bambino). Da lì si accedeva alle parti comuni, alle stanze allineate sui due lati, e all’Oratorio in fondoall’edificio.
Già nel 1170 fu lasciato per testamento ai Crosecchieri “alla bona memoria di Cleto … successore di Pietro”: vigne e possedimenti con acque pertinenti a Pellestrina e Chioggia. Qualche anno più tardi, anche Basilio, Domenico e Pietro Domenico da Chioggia donarono saline, terre, paludi e case sempre a Chioggia. Entro la fine del secolo, il Patriarca di Aquileia Bertoldo donò all’Ospissio dei Crosecchieri: case e palazzi a Padova, Trieste, Muggia, Fuscalia, e alcuni boschi di Meolo.
All’inizio del 1200, il Patriarca di Grado sotto la cui giurisdizione cadeva il Convento dei Crosecchieri, concesse ai Frati immunità e privilegi, e quelli offrirono simbolicamente in cambio: due annue ampolle di vino. Anche il Papa non si fece attendere, e Gregorio IX vietò a chiunque di violare l’integrità territoriale dei Crociferi veneziani minacciando con apposita bolla scomuniche e pene severissime.
Una decina d’anni dopo, come spesso accadeva a Venezia, un furioso incendio devastò Convento, Chiesa e Ospizio, ma tutto fu presto ricostruito destinandolo all’accoglienza di povere vedove ammalate, scelte e ammesse in autonomia dallo stesso Priore dei Crosecchieri.
Per far comprendere l’importanza di quel posto a Venezia in quell’epoca, il 23 giugno 1222 proprio ai Crociferi o Crosecchieri si firmò la pace fra le nemiche Serenissima e Patriarcato d’Aquileia.
Nel 1254 il personale accudiente attivo nell’Ospizio consisteva in due sacerdoti, un diacono e dieci fratelli laici del Convento dei Crosechieri … e continuavano a fioccare lasciti e donazioni.
Maria vedova di Giacomo Gradenigo dispose per testamento il 25 luglio 1267 di elargire a quasi tutti i Monasteri e Hospeàli del Dogado Serenissimo cospicui legati e denari. Beneficò innanzitutto il Monastero delle Vergini a San Pietro di Castello dove predispose la sua sepoltura, e poi gli ospedali: Domus Dei (Ca’ di Dio), Domus Misericordie, Santa Maria Crociferorum, San Joahannis Evangelista, Sancta Maria et San Lazzaro … e molti altri monasteri “da Grado usque Caput Aggeris”. Effettivamente furono corrisposti a tutti dai Procuratori di San Marco 20 ducati in 2 rate di 8 e 12 soldi.
L’anno dopo, il Doge in persona Raniero Zen lasciò per testamento l’intero suo capitale a metà fra l’Hospeàl di San Giovanni e Paolo e quello dei Crosecchieri a cui lasciò anche i ricavi di alcuni vigneti in Istria e Muggia col vincolo d’inalienabilità, e col perpetuo usufrutto a favore degli infermi. Lasciò all’Ospizio anche la proprietà di sedici caxette nella vicina Contrada di Santa Sofia, disponendo che le rendite degli affitti fossero spese dai Commissari testamentari per acquistare letti, coperte, lenzuola, vestiario, sedie e oggetti utili agli infermi.
Il Doge inoltre, ordinò che anche i 3000 ducati della dote della moglie, nonché gli effetti personali e gli arredi della casa andassero a beneficio degli infermi, compresa la parte del nipote se fosse stato senza figli. Ogni cosa doveva essere decisa in accordo fra l’Ospitalario dei Crosecchieri e il Priore dell’Ospedale.
Per tutto questo il Doge fu inizialmente sepolto nella chiesa deiCrociferi-Crosecchieri prima d’essere trasportato nel Pantheon Ducale di San Giovanni e Paolo. Questo importantissimo e molto ricco lascito denominato “Comissaria Zen” non fu lasciato in gestione ai Frati ma alla moglie del Doge, e in seguito ai Procuratori di San Marco de Citra. Come sempre la Serenissima utilizzava certe donazioni a modo suo e in maniera “oculata per il bene pubblico”, perciò il lascito fu spesso incamerato dallo Stato e utilizzato a fini bellici in più di un’occasione.
E come il solito, a Venezia ci fu un lunghissimo e secolare contezioso con cause e processi fra Procuratori di San Marco e i Crocecchieri per la contribuzione dello Stato alla gestione dell’Ospizio, con reciproche accuse di maneggi, ruberie, dimenticanze e abusi.
Venezia era Venezia …
Dal 1299 in poi un apposito Gastaldo raccoglieva a nome dell’Ospizio Zen gli affitti delle caxette della Contrada di Santa Sofia e di altre caxette che si aggiunsero in Contrada dei Santi Apostoli e a Rialto. Investiva i capitali in Zecca, vendeva e comprava, e amministrava gli interessi spendendo per le cose necessarie per “pauperibus et infirmis”. Dalle note degli antichi Quaderni dei Conti dell’Ospizio risulta che comprava: letti con lenzuola e coperte, vestiario, pezze per le camicie, scarpe, frumento, orzo, vino, olio, lardo, carne salata, pollame e uova, formaggi e pesce.
Nel 1414 furono necessari dei lavori di ristrutturazione dell’Ospizio e della Cappella interna, mentre i Frati Crosecchieri seguendo la moda del secolo facevano i capricci e si davano alla bellavita e a bagordi in giro per Venezia e il Dogado.
Articolo n°6 dei “Capitula Hospitalis Zen” del 25 gennaio 1445:
“… che ogni mattina juxta el laudabile consueto antiquo presente epsa Priora, o sua viceregente, vadino e facino andare le povere del hospitale al altare de la Madona de esso hospitale a rendere gratie a quella, et pregare Dio per el Stato della nostra Illustrissima Signoria, libertà e conservation del Monastier de Crocichieri, et per le anime de chi gli ha statuito tanto bene … dicendo cadauna d’esse povere inginocchioni: cinque Pater noster et cinque Ave Maria a riverentia della Santissima Croce et Passione del nostro Signore Jesu Christo … Tri per la Santissima Trinitade et sette per le Sette Allegrezze della Madonna …”
Articolo n°8 dei “Capitula Hospitalis Zen” del 25 gennaio 1445:
“ … che a septimana, over mese … che le povere a do a do, quelle cioè se possono exercitare, debbiano tegnir mundo et scovato tutto l’andeto de ditto Hospitale, tra l’una e l’altra porta, et non tegnir animale de alguna sorte nelle sue celle excepto qualche gatto …”
Nel 1500 il posto di Priore dell’Ospizio era vacante ed era appetito da moltissime organizzazioni religiose cittadine: Padri Serviti, Canonici Regolari di Santo Spirito in isola e Monache di Santa Maria degli Angeli di Murano che patrocinate dal Senato Serenissimo aspiravano a rilevarlo e gestirlo. Addirittura il 20 gennaio 1504 il Padre Generale dei Crociferi si lamentò che si voleva dare l’Ospizio in gestione come “Commenda” al figlio tredicenne del potente combattente Procuratore Nicolò Priuli. E il motivo c’era: si guadagnavano 600 ducati di Commenda e molto altro di connesso … Lo sapeva bene la nobile famiglia Zen, che nel bene e nel male mantenne sempre un controllo ed un’ingerenza nei confronti dell’Ospizio arrivando talvolta ad occuparne delle parti affittandone a persone non bisognose e occupando terreni di proprietà dell’Ospizio.
Trascorsero 50 anni prima che il Papa Pio II si decidesse a mettere un freno e richiamare all’ordine, alla Regola e alla disciplina religiosa i Frati Crocecchieri “bellicosi”. Il Papa però si diede da fare espropriando i Crosecchieri di tutti i beni che possedevano a Venezia, passandoli in gestione come Commenda prima al Cardinale Bembo, e poi al famoso Cardinale Bessarione (quello della Biblioteca Marciana), mentre i Procuratori di San Marco del Governo Serenissimo tagliarono i contributi ai Frati e di conseguenza alle povere donne dell’Ospizio a cui venivano conferite 18 lire d’oro all’anno e una paga di lire 1 e soldi 8 in tre rate: Natale, Pasqua e Assunzione … L’Ospizio rischiò il fallimento e la chiusura per mancanza di fondi.
Ma questo non accadde …
Passarono altri cento anni, e un secondo incendio distrusse quasi completamente Convento e Ospizio, e i Crosecchieri reintregati parzialmente nelle proprietà, ma privi delle antiche cospicue risorse economiche, fronteggiarono la ricostruzione di Convento ed Ospizio con estenuante lentezza.
Solo nel 1543 si portarono a termine le riparazioni del Convento, e solo dopo altri dieci anni si concluse il restauro dell’Oratorio. Per fortuna anche questa volta i Crosecchieri trovarono un sostenitore finanziatore assiduo nel Doge Pasquale Cicogna particolarmente legato all’Ordine dei Frati.
Ogni anno visitava l’Ospizio ufficialmente come Doge accompagnato da tutta la Signoria il giorno dell’Assunta, e fu lui a commissionare la decorazione della Cappella dell’Ospizio al trentatreenne Jacopo Palma il Giovane. Tra 1583 e 1592, pagato da Fra Priamo Balbi, dipinse per le pareti della Cappella 8 teleri narranti le vicende della storia dell’Ospizio, le devozioni del Doge, e la storia dell’Ordine dei Crosecchieri il cui simbolo è rappresentato da tre croci collocate sul sepolcro vuoto della Madonna o presumibilmente del Cristo Risorto.
Nel 1584 il Doge Cicogna risolse anche la controversia fra Procuratori di San Marco e Crosicchieri facendo loro versare gli arretrati dovuti dalla Serenissima all’Ospizio. L’Ospitalario Barbi pagò le pensioni alle donne ospitate aumentandole da 12 a 14 ducati, con pensione annua di ducati 24 al posto di 8 ducati distribuiti ogni 3 mesi invece di 2 volte l’anno. Si fornì assistenza sanitaria e medicine gratuite servendosi della“Specieria dello struzzo in Marzaria”, e si finanziò l’Ospizio con 24 ducati annui per celebrare Messe settimanali nella Cappella, comperare cere e candele varie, olio per tenere acceso giorno e notte la lampada dell’altare tutto l’anno, un sepolcro-arca nell’Oratorio per le ospiti morte nell’Ospizio alle quali si assicuravano anche le spese per il funerale. Toccò di nuovo al Capitolo dei Crosecchieri di assistere spiritualmente l’Ospizio, nominandone una Priora e scegliendo le donne ospiti.
Anche in quell’occasione, nel 1595, i Crosecchieri accolsero volentieri nella loro chiesa le spoglie e il monumento funebre del benemerito Doge Pasquale Cicogna (la tomba esiste ancora oggi nella chiesa chiamata in seguito Santa Maria dei Gesuiti).
Nel 1564 i Frati Crosicchieri di Venezia erano economicamente agiati: il Convento possedeva proprietà di molte case e terreni a Venezia, nel Dominio, a Padova e Treviso. I Frati investivano capitali nei Banchi pubblici e nella Zecca della Serenissima e ricavano utili da diverse Mansionerie di Messe finanziate e lasciate dai devoti … Tuttavia il bilancio del Convento segnalava un passivo di 1.360 ducati.
Nel Convento vivevano ben 59 persone: 27 sacerdoti di cui molti figli di Nobili di Venezia: Boldù, Barbaro, Condulmier, Michiel, Pasqualigo, Zorzi, Badoer, Moro, Nani che spesso si ritiravano con i Frati per trascorrere insieme la Settimana Santa. C’erano inoltre: 16 novizi, 2 diaconi, 5 suddiaconi con 1 maestro di teologia, 1 di grammatica e greco, 2 per la musica. Nel conteggio si dovevano aggiungere 4 conversi per i servizi interni, 1 avvocato ordinario, 1 avvocato straordinario, 1 medico, 1 cerusico, 1 quaderniere, 2 fattori, 3 barbieri, 1 organista e accordatore, 1 lavandaia e 1 lavandaio, 1 cuoco col sottocuoco, e 2 famigli che gestivano la cantina e facevano il pane per tutto il Convento dei Crosecchieri.
Nel 1649 e 1654 i Procuratori di san Marco eseguirono alcune indagini sull’operato dei Crocecchieri. Risultarono alcune inadempienze: non tutte le camere venivano occupate stabilmente dalle assegnatarie ma solo la metà. Sette titolari vivevano e dormivano in altri luoghi, ossia percepivano la pensione di 24 ducati annui senza averne realmente bisogno, oppure subaffittavano la stanza ad altre donne povere. Prima fra tutte le inadempienti era la Priora, che rimasta vedova, era entrata ad abitare dopo la peste nell’Ospizio. Aveva 2 figli Frati Crosicchieri, e nella sua camera viveva in realtà Adriana Allegretti parente del Priore dei Crosecchieri al quale prestava servizio. Anche altre 3 donne ospiti non occupavano le camere dell’Ospizio, perché abitavano di fatto nel palazzo dei nobili veneziani per i quali lavoravano. Una certa Libera nipote del Piovan della chiesa di Santa Sofia viveva in canonica con lui. Una donna Anzola lavorava a servizio di Ca’ Priuli, e abitava a Vicenza presso parenti, al suo posto occupava la stanza donna Laura di 50 anni col marito, messa lì dai Frati Crocicchieri perché pagata da loro, lavava drappi e panni del Convento.
Inoltre, i Procuratori che indagavano rilevarono la presenza nell’Ospizio per 4 mesi di alcune Buranelle:
 
“ … madre con due figlie una grande et una piccola et un figliol maschio di anni dieci incirca infermo, persone non gradite alle ospiti, che si faceva regolarmente visitare da un uomo che diceva essere suo marito suscitando il dubbio che praticassero vita scandalosa … Sono state inserite da uno dei Frati Crocicchieri di cui la Priora volle tacere il nome …”
 
E venne il 1656, quando Papa Alessandro VII, stanco della vita dissoluta e poco devota dei Crosicchieri, ne decretò definitivamente la soppressione. La Serenissima “dispiaciuta” ne incamerò immediatamente tutti i beni e proprietà presenti nello Stato Veneto impiegandoli per la guerra di Candia. Al posto dei Crosecchieri giunsero a Venezia i Gesuiti che alla presenza di 3 Procuratori di San Marco e del Legato Pontificio Carlo Caraffa comprarono Convento e Chiesa dei Crosecchieri per 50.000 ducati d’argento demolendo e ricostruendo tutto.
L’Ospizio collocato di fronte fu escluso dalla trattativa, rimase sotto la giurisdizione dello Stato Serenissimo affidata ai Procuratori de Citra, e fu destinato ad accogliere le vedove dei soldati morti durante le guerre contro i Turchi, e poi le solite donne povere, vedove, vecchie e inferme. Le pensioni delle quindici ospiti chiamate “Camerieste” furono ridotte a 20 ducati annui nel 1672 , e a 10 ducati nel 1695.
Dal Libro dei Conti dell’Ospizio Zen si evince che ancora nel 1752 le Cameriste percepivano 14 ducati, e 27 ducati nel 1768 quando: “La Priora riceve 10-15 ducati per la sua buona custodia et diligenzia”.
Stranamente l’Hospeàl sopravvisse agli editti del 1806 del Signor Napoleone.
A Venezia nel 1819 s’istituì la Pia casa di Ricovero nell’Ospedale dei Derelitti a Castello, e s’accorparono in quell’Ente tutte le rendite degli Ospedaletti sparsi per la città. Ne rimasero attivi solo 16, fra cui l’Hospeàl Zen ai Gesuiti vicino alla Contrada dei Santi Apostoli le cui povere percepivano un assegno mensile di 4,70 lire austriache ossia 1 ducato d’argento veneto.
Nel 1876 il dipinto dell’Adorazione dei Magi” di Palma il Giovane presente nella Cappella dell’Ospizio, fu rovinato dal calore di una vicina fornace. Fu messo all’aperto ad asciugare sotto la pioggia, e in seguito se ne tagliarono via due teste rovinando definitivamente il quadro. Alla fine del 1800 la tela fu dichiarata scomparsa e venne sostituita da una “Circoncisione”di Paris Bordone, che scomparve a sua volta misteriosamente.
Nel 1884 l’Oratorio venne intitolato per un breve periodo a San Filippo Neri e San Luigi Gonzaga dalla Pia Unione che l’ottenne in concessione.
Infine, l’Ospizio dopo la caduta della Repubblica venne restaurato più volte a cura della Congregazione di Carità, e passato all’I.R.E. e al Comune di Venezia fu restaurato ancora nel 1982 e 1984. E’ tutt’ora attivo dotato di quattordici camerette.
Qualche anno fa passando ho visto il Campo dei Gesuiti che traboccava di chiassosa vitalità. Alcune mamme s’assiepavano attorno ai passeggini, diversi bimbi si rincorrevano e flottavano intorno cavalcando bici e impallonando la facciata dell’antico Ospizio Zen chiuso. In un angolo litigavano e amoreggiavano due adolescenti acerbi, metre altre donnine sedute in crocchio chiacchieravano a raffica riassumendo la storia del mondo e do tutto quanto accadeva di notabile nei dintorni. In uno degli angoli dell’antico convento dei Crosecchieri abbandonato e invaso da qualche famiglia abusiva era attiva una Stazione dei Carabinieri.
Di questi tempi l’ex Convento dei Crosecchieri è diventato un pensionato per universitari. Uno dei chiostri è il plateatico di un bar deserto, mentre nel Campo dei Gesuiti due badanti in sosta se ne stanno “stravaccate” in panca aggiornandosi l’un l’altra dell’ultimo valore del cambio del dollaro … Dall’altra parte, proprio di fronte all’Ospizio Zen, un vecchio in soprabito e col cappello sghembo legge un giornale a gambe accavallate, e una donna di mezza età in ciabatte e col le calze arrotolate chiama e dialoga sul bordo della riva con una truppa di gatti con le code alzate in aria a punto interrogativo.
Giorni fa, passandoci accanto, ho notato la porta centrale spalancata … Mi sono immediatamente catapultato dentro alla penombra scura dell’ingresso nel goffo tentativo di vedere ciò che rimaneva dell’antico Ospizio dei Crosecchieri.
“Cosa vòllo ? … Dove vàlo ?” mi ha incalzato subito una vecchietta smilza, sospettosa e risoluta uscita dal niente con uno scialletto di lana azzurro sulle spalle.
“Xe questo l’Ospeàl dei Crosecchieri … Sjora?” ho provato a dire.
“No … No … Non abita nissun qua con quel nome … No ghe xe nessuna Sjora Crosieri … Bona sera.”
E scuotendo la testa seriosa e perplessa mi ha spinto fuori richiudendomi la porta in faccia … mentre da sotto usciva una sorta di antico alito umido, misto di vecchie memorie Serenissime e Storie di Cinesi e di Tew Willer …

 

set 1, 2014 - Senza categoria    No Comments

“SETTEMBRE … E …”

settembre

“finger” a soffietto come sanguisughe fantasiose abboccano le grandi navi ormeggiate sui moli. I croceristi curiosi fanno capolino sui vari ponti e rimangono a sbirciare le industriose operazioni dei rifornimenti. Fra poco il “bestione” si rimetterà di nuovo per mare, mentre un altro sta attraccando proprio adesso.

I motoscafi dell’Alilaguna stanno in fila ad “abbeverarsi” al distributore … sembrano tanti cammelli intorno al pozzo di un’oasi disertata dai turisti. Proprio parallela scorre la fila pigra dei taxi acquei vuoti … Vanno in processione a imbarcare turisti …
“Quest’estate strampalata spara gli ultimo colpi, se mai ne ha sparato qualcuno di buono.”
 
Infatti, il sole è timido, quasi dubbioso e pauroso di farsi vedere, anche se prova a farsi largo fra le nubi velate profezia autunnale … Non sono poche le persone che confabulano fra se e se per strada. Alcune vanno per gli affari loro immerse nei loro pensieri, altre ancora s’incrociano, si riconoscono, si salutano amabilmente …
“Vado al cimitero ! … Si al cimitero … Che c’è ? Non lo devo raccontare ?  … E’ invece una cosa come le altre, una delle tante che si può intraprendere ogni tanto  … E’ la giostra speranzosa dei tristi, dove abitano le ombre di chi è stato …”
 
Mi lascio portare dal vaporetto fra canali e laguna, cullandomi fra leggere, scrivere e ascoltare. Intanto mi piace osservare e ascoltare la gente qualsiasi che non conosco, la sento vivere e pulsare in maniera imprevedibile, diversa, sempre interessante come un film mai visto.
Di solito gli uomini in motoscafo se ne stanno buoni, tacciono. Uno giocherella col cellulare facendo esplodere un’infinità di palloncini virtuali, un altro legge il quotidiano spalancato e frusciante, un altro ancora spara nervoso a mille scimmiette che scendono dal cielo nel suo giocattolo che tiene stretto in mano … Uno dormicchia più avanti, uno guarda in lontananza gli aerei che planano giù dal cielo su Venezia … Sul barcarizzo del vaporetto i soliti Giapponesi intraprendono la solita lotta senza fine con le valigie, il bigliettaio, e le macchine fotografiche …
Le donne, invece, chiacchierano e chiocciano allegramente mentre il vaporetto della domenica va … Sono sedute davanti a me … una combriccola etnica eterogenea di giovani badanti dirette all’Ospedale veneziano. Parlano idiomi diversi, ma sbocconcellano l’italiano quanto basta per capirsi bene e conversare amichevolmente per tutto il viaggio.
“La vita è spesso noiosa … E’ meglio festeggiare e star allegri ogni tanto … Se avessi soldi ?”
“Più hai soldi più ne vorresti … stai meglio senza o con pochi … E’ più facile sentirsi felici … I ricchi sono egoisti e tristi, insaziabili, sempre scontenti …”
“Quando hai troppi pensieri in testa non hai più voglia di niente … neanche di ballare. La musica mi rilassa, mi fa bene, me li fa dimenticare anche se rimangono lo stesso e ti cadono addosso …”
“Conta la salute, dormire, mangiare, sopravvivere e sorridere lo stesso … C’è una giovane vicina di casa che mette ogni giorno il karaoche e si mette a urlare per ore come un gatto sui tetti … ”
“Noi a casa con le mie figlie facciamo il concorso di ballo … Io da giovane ballavo bene, si faceva festa e si suonava, cantava e ballava in mezzo ai campi … senza niente, per il gusto di vivere e divertirsi … Eravamo felici con poco …”
“Sono stanca … il lavoro, le spese, cucinare, pulire la casa, lavare, stirare … Alla fine sono troppo stanca, non riesco neanche a dormire … Anche stamattina svegli alle cinque e mezza. Questa sera arriverà mio fratello dall’Ucraina … devo accoglierlo, preparargli qualcosa … Sì … gli orrori della guerra li abbiamo in casa … è vero … non ci si abitua mai a conviverci…”
“Noi abbiamo vissuto il Cossovo … ne sappiamo bene qualcosa … Non è mai finita questa brutta storia … Adesso poi, che le anche le donne fanno il soldato … In guerra non c’è scelta: o ammazzano loro o ammazzi te … C’è poco da aspettare e da scegliere …”
“Dicono che ci sarà una terza guerra mondiale islamica … che la Russia se la prenderà con l’Europa …”
“Ora sono in pensione …” racconta al cellulare un signore distinto seduto poco più avanti, “Posso dedicarmi finalmente agli scacchi e alla musica …”
“Beato lui !” penso.
“L’Italia è tornata indietro agli anni cinquanta-sessanta …”continuano le donnine, “Se non abbassano i prezzi la gente non avrà più soldi per niente e nessuno … E non ci sarà più spazio neanche per noi badanti … Dovremo emigrare di nuovo in un altro paese in cerca di fortuna …” aggiunge una bella signora di colore rimasta finora silenziosa ad ascoltare nel gruppetto delle badanti.
“Non si compra più, non si veste più … si sta sempre più attenti su ogni spesa …”
 
Attracchiamo alla fermata prossima all’Ospedale … Scendono tutte veloci, efficienti … un piccolo esercito agguerrito. Il motoscafo continua a scivolare sulla laguna … Ora stiamo per attraccare alla fermata del Cimitero, e tocca alla solita folla dei cimiterianti scuri di scendere. Il motoscafo si svuota, quasi tutti si accalcano sui gradini per scendere … C’è un po’ di tutto: una giovane donna profumata, elegante e silenziosa, con gli occhiali scuri perfettamente intonati col vestito e lo smalto scuro delle mani e dei piedi … Un paio di popolane avanzate nell’età ciabattano e galosciano strette dentro ai loro vestiti casalinghi stinti a fioretti … Ad una le tentenna ritmica la testa … si vede che ha il morbo di Parkinson …il mazzo dei fiori le frulla in braccio in continuità … Camminano ciondolando portandosi dietro gli anni, e stringendosi il golfino leggero da cui traboccano larghe curve formose ondeggianti.
“Che riposi per davvero ora ! … in eterna pace perpetua … Povera donna, se lo merita proprio dopo tanto tribolare …”risuona nell’aria odorosa di cipressi e fiori marciti seccati … Tutto è impastato di mesto silenzio rispettoso. Mi tolgo il cappello …
“Quante domande enigmatiche s’inseguono fitte fitte qui dentro …”
“Se non accade qui ? Dove vuoi che accada ?”
 
Il cielo immenso e lontano sopra tutti sembra spettatore muto e indifferente … chiuso sopra tutto e tutti. Pregare è un lusso che non tutti possono permettersi … per chi non lo fa più può essere un’emozione speciale, diversa.
Un motoscafo corre in lontananza rombando sopra la laguna distesa e aperta oltre le file innumerevoli delle tombe. La taglia a metà lasciando un’amplissima scia lucida … squarciando insieme ai rauchi gabbiani il silenzio che urla di quest’isola dell’Angelo scuro che passa inesorabile per tutti … Qualche vecchietta confabula con altre all’ombra delle lapidi sul sottofondo della fontanella che bisbiglia e gorgoglia … Se la raccontano anche loro, parlano del più e del meno, come solite amiche che si ritrovano all’osteria … Ridanno un tono più umano, quotidiano e vitale a questo posto senza tempo.
“Tua nipote ?”
“Benòn … Ha trovato il moroso finalmente … Alla bella età di ventinove anni … Chissà che sia quello buono stavolta … Che mia sorella se la tolga di casa …”
“Non diventano mai grandi questi figli di oggi … Una volta a quell’età si preparavano già all’idea di diventare nonni … Ora, invece, vivono ancora nell’età dei baracoccoli …”
“Cosa vuoi ? E’ tutto cambiato … Oggi non trovano niente da fare e hanno sempre le tasche bucate …”
“Hanno la noia di vivere già a diciassette diciotto anni … Tirano le sassate sui vetri, bucano le gomme dei bus perché sono annoiati e non sanno che fare …”
“Cercano un po’ di adrenalina … Io a quell’età ero già stufa di farmi correre dietro dai giovanotti in piazza, e ho pigliato il povero Giampiero mettendo su famiglia … La noia è la malattia di questo secolo.”
 
Ribolle l’acqua della laguna spalancata dal motoscafo che torna nel centro storico di Venezia …
“Che buio ! … ed è appena sera.”
“Viva gli sposi !” grida uno giù in calle vestito a festa e con la cravatta allargata sul petto … E’ allegro e brillo, la moglie lo accompagnano a braccetto stringendo fra le braccia un mazzo di fiori del pranzo di nozze … Ride rossiccio e sudato in volto, è felice di tutto e di niente.
In lontananza suona, lumeggia e urla l’allarme antintrusione di un magazzino del porto. L’autista di un grosso articolato straniero rimane impassibile in attesa di qualcosa a braccia conserte davanti al suo camion … Poi, improvvisamente torna il silenzio, e il grosso portone inizia a scorrere lentamente aprendosi di traverso.
La televisione gracchia le solite notizie cupe … la Russia non si fa da parte, ultimatum europeo … minacce all’Occidente non islamico e nemico, gli Jiadisti fondamentalisti tagliano teste, saccheggiano, e reclutano in giro per il mondo … il rientro dalle vacanze è in pieno accadimento … Riparte il campionato di Calcio … Domani si tornerà scontenti e depressi al lavoro …
Scruto il cielo, cercando inutilmente le rondini nel tramonto che non c’è … se ne sono già andate senza dirmi niente. Si passa dal pomeriggio alla sera alla notte senza colori, in bianco e nero.
La domenica è quasi terminata … Siamo a settembre, anche le vacanze sono terminate …
“Settembre … E’ tempo d’andare”
 
Dove ? …  lo sappiamo bene tutti.

 

ago 30, 2014 - Senza categoria    No Comments

“DIES … LUTEZIANI, PARIGINI.”

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Sapete com’è … Parigi l’ho sempre pensata come una grande città un po’ noir, quella del Gobbo di Notre Dame, degli artisti impressionisti viveur di Montmartre, e dei romantici innamorati. Una metropoli storica piena di tutto, quella di Napoleone, Robespierre, la Marseillaise e la Rivoluzione Francese che ha cambiato e stravolto il volto e il modo di vivere dell’Europa intera … E poi la Senna che scorre pigra con i suoi barconi, Asterix, il Louvre, la Torre Eifeel, la rivalità mai assopita con gli Italiani, la “rrr” gutturale francese … e altro ancora.
Prima di partire mi sono divertito a leggere fra guide, riviste, blog e App qualcosa di quel che i Francesi stessi dicono dei Parigini.
“Vivere nella giungla metropolitana di Paris è un trauma dolorosissimo … Il clima è instabile e imprevedibile: ogni giornata de “La Ville Lumière” racchiude in se tutte le quattro stagioni … I Parigini sono uguali. Sono un mondo in bianco e nero … Non sono per niente simpatici e affabili, per la maggior parte sono grigi, gretti d’animo, diffidenti, scorbutici e ipocriti … Giustamente vengono dipinti come persone scontrose, sgradevoli, arroganti, snob, stressate e talvolta aggressive … Tuttavia i Parigini sono molto istruiti e informati, sono buoni lavoratori, e i più chic del resto del Paese … Traducono tutto morbosamente nella loro lingua trasformandolo in qualcosa d’improbabile e delirante, ma esclusivamente francese … Perciò il Computer diventa l’Ordinateuril Byte l’Octet, il Mouse: la Souris, il Software il Logiciel, il DNA si trasforma in ADNe lAIDS diventa il SIDA e così via … I Parigini sono Narcisisti e sicuri di se, camminano spediti di fretta, decisi anche se non hanno una meta dove andare … Non sorridono, ogni tanto sbuffano stizziti e smorfiosi se non gli lasci libero transito … Sempre indaffarati a fare qualcosa d’interessante anche se non sanno bene che cosa, escono di casa con l’ombrello anche se c’è il sole … perché non si sa mai. Non perdono tempo a passeggiare, e se sostano assumono un’espressione pensierosa e dubbiosa … Ma al primo timido raggio di sole si precipitano a comprare baguette per un pic-nic estemporaneo sull’erba dei Camp de Mars o nei Giardini del Louxembourg, o lungo le banchine della Senna per abbronzarsi nella spiaggia che non c’è di Paris Plage … Non vanno mai sugli Champs Elysées, se ne stanno sempre negli stessi posti assaggiando le cucine di tutto il mondo cambiando solamente quartiere … anche se tutto ciò che si trova al di là della “périphérique de Paris” è un continente selvaggio … Come severi contabili controllano minuziosamente lo scontrino dell’Additionspartendo meticolosamente le spese fino agli spiccioli … Sono avari e tirchi, capaci di richiederti sorridendo i venti centesimi che ti hanno prestato ieri … Però sono combattivi, solidali fra loro e non fatalisti, intransigenti non lasciano passare niente … Quando si tocca la sacra “Libertè, Egalitè e Fraternitè” fanno subito sciopero “grève”, e scendono in piazza alzando la voce, bloccando tutto, incrociando le braccia, sbarrando le porte del Louvre e del Centro Pompidou, bloccando i vagoni della Metro e della RER … I Parigini sono nazionalisti sfegatati … nella Metro sono un popolo di sagome umane impenetrabili, occupate a leggere o trapanarsi le orecchie con musica … conoscono a memoria i colori, i numeri e le stazioni … non sono mai smarriti, e non hanno mai bisogno di chiedere. Convivono con la miseria che non vedono … odiano i topi, i piccioni e i turisti che ogni giorno eccitati dalla vacanza assaporano ogni metro quadrato di storia e bellezza lottando con i camerieri dei bistrò famosi per la mancanza di buon umore e buone maniere. I Parigini sono il male peggiore di Paris … ma qualche volta sanno anche sorridere, mostrandosi a fatica gentili e di socievole cordialità …”
Che ci sarà di vero mi son detto ?  … e siamo partiti alzandoci in cielo sopra le Lagune e oltre le nuvole come Angeli sospesi in aria e volanti verso Parigi.
“Ci godiamo l’attimo, piccoli dispersi nel niente, rincorrendo pensieri ed emozioni, prima che tutto scorra e passi del tutto …”
Dopo poco, appunto un attimo, eravamo già lì … Abbiamo sborsato di colpo 250 euro fra Card e Ticket per Musei e trasporti e ci siamo ritrovati in mezzo alla verde campagna boscosa … Sembrava di vedere passare da un momento all’altro i tre moschettieri di Dumas, lanciati a cavallo col cappello piumato e la gualdrappa crociata … Le solite periferie anonime e squallide uguali dappertutto per il mondo, il solito ciarpame dismesso e rovinoso: schiere di operai al lavoro, muri graffiati e colorati, lunghi convogli di vagoni merci in sosta, autobotti, grattacieli e palazzi tutti uguali si sono susseguiti in fretta. Ma presto tutto si è fatto più fitto, è sparita la zona verde ed è apparsa la città storica.
La “RER B” ci ha scaricati al centro di Paris sotto a cieli plumbei e con lo smarrimento iniziale di chi non è avvezzo alla nuova grande città. Ma è durato solo un attimo, ci siamo ritrovati subito, e dopo un po’ ci sembrava di star lì da sempre. Vinceva la curiosità, la voglia di vedere, pronti e assetati di emozioni con in mente un tour non da poco, e la città a portata di mano … a disposizione.
“Siamo qui per questo… Andiamo !”
E Paris senza reticenze e pudori si è scoperta e aperta mostrandoci tutte le sue grazie splendenti e un po’vintage. Sembrava di stare dentro a un film … con i camini, i tetti spioventi, le guglie, le soffitte e tutte quelle scenografie retrò, romantiche e fascinose. Paris è anche città un po’ cruda, essenziale, ma armoniosa come la sua lingua melliflua ma un po’ostica. Lì si parla Francese o Francese … il resto è sopportato, quasi subito ma accolto e ospitato … E’ una grande capitale multietnica, integrata ed eterogenea … Sulle strade si allineano, si sovrappongono e alternano senza interruzione di sorta presenze e ristoranti dalle mille offerte sfaccettate, e incroci poliedrici di volti Tibetani, Russi, Libanesi, Pakistani, Cinesi, Indonesiani, Giapponesi, Thailandesi, Laotiani, Vietnamiti … Ci sono anche migliaia di Italiani a Parigi, molti ci vivono stabilmente, ma Parigi è Francese per tutti: non si discute, adeguarsi è la regola …
Abbiamo iniziato subito ad esplorare la Citè, anzi“la Ville” … Alcune chiese di Parigi sona davvero belle: St.Eustache, St.Etienne du Mont, la goticissima e medioevale St.Severin con le sue cinque navate … Atmosfere soffuse, preziosità artistiche, vetrate coloratissime, pareti rivestite in legno, sedie impagliate, profumo di cera per mobili, cappelle buie e polverose, muri scrostati, volte chiazzate di umido, piume ed escrementi di piccioni … Si respirava un sapore di antico, di una cristianità tradizionalista, austera, e un po’ bigotta. Nelle loro chiese i Parigini mescolano, giustappongono e accatastano alla rinfusa vecchio e nuovo, bello e brutto, sciatto e prezioso, funzionale e dismesso … con una certa trasandatezza e pulizia precaria. I Francesi sono allo stesso tempo molto laici ma anche devoti penitenti e intimisti alla Curato d’Ars e alla Teresina di Lisieux … sensazioni che s’accavallano, opinioni alla rinfusa.
Al tramonto ci siamo rifugiati nel colorito e piacevole angolo del Quartiere Latino … è come ritrovarsi un po’ a casa, con sapori e odori familiari. Perché rischiare ? Ristorantino italiano con gente del Sud: una garanzia. Paris è già meno traumatica … e siamo usciti nella notte.
Di sera Notre Dame è favolosa … trovarsela improvvisamente davanti è un colpo d’occhio che ti lascia senza parole e senza fiato. Le torri, gli immensi portali merlettati, la foresta delle guglie, le statue … una bellezza cesellata, fatta pietra. Uno splendore sontuoso, un’atmosfera magica romanzesca, un po’ da “Nome della Rosa” …  si ergeva dietro a un giovane giocoliere che frullava fuoco danzando nella notte. Non sono riuscito a distaccarmi dall’idea fantasiosa del Gobbo di Notre Dame che mi scrutava dall’alto delle guglie abitate da una folla di Gargoyles.
In lontananza, dalla parte opposta, il fascio luminoso della “Dame de Fer”, la Torre Eifeel, disegnava il cielo nuvoloso sormontando la città.Dall’ultimo anno del secolo 1800, il colosso ferroso alto più di tre volte il campanile di San Marco è il simbolo della città, e domina Parigi illuminandosi di notte di magiche scintille da albero di Natale.
E’ stata una bella sensazione risvegliarsi a Parigi il giorno dopo.
“Il caffè non è propriamente caffè … al confronto noi Italiani siamo dei maestri … Comunque: si va !”
Il programma era fitto, anzi, di più. Una bombardata fino a sera di “cose” infinite da vedere, scoprire, apprezzare e incontrare.
Tutto un bello che si è susseguito senza sosta, eccetto il tempo piovigginoso, sempre sale e pepe. I nostri “obiettivi” scorrevano via e si superavano uno dopo l’altro … Bisognava sempre andare, senza neanche il tempo di scrivere qualcosa … Toccata e fuga, è sempre così per noi, quasi senza sosta.
Il biscione apogeo e puntuale della Metro ci attendeva e ci ingoiava in continuità come un mostro spalancato. Sembravamo lombrichi che s’infilavano, si dimenavano, e sbucavano ovunque da sotto terra …
Un’occhiata alle “crepes” dolci e salate, le“baguette” irresistibili, farcite e croccanti delleboulangeries … Non è vero che le vendono deposte per terra in strada … Le brasserie offrono le viscide“escargots” in salsa bourguignonne, le vetrine mostrano i dolci macarons” rotondi e fondenti dai mille gusti … il thé al gelsomino non l’ho proprio visto …
I Parigini s’affannavano intorno a noi smontando e risalendo nelle loro pubbliche “autolib elettriche” e“bicylib” parcheggiate e disponibili ovunque col loro piccolo Imob …
Le “Ninfee” di Monet all’Orangerie sono indicibili … Un mare di sfaccettature e colore che proprio impressiona. Una festa di colori, emozioni imprigionate sulla tele e dipinte sui muri … Geniale quell’uomo, grande sensibilità di mano e pennello, sublime cervello capace di partorire quelle cose.
Che cosa si proverà nel creare cose simili ?
Mi piacerebbe poter entrare nella mente di Monet, passeggiare in quell’amalgama ossessivo onirico pieno di salici, ninfee, acqua, riflessi, ombre senza spazio nè tempo. Decisamente quella degli Impressionisti è stata una stagione artistica e storica felice e straordinaria … Sisley, Pizzarro, Monet, Van Gogh, Manet, Gauguin, Renoir, Picasso e tutti gli altri hanno lasciato una scia colorata di “impressione vissuta” davvero sublime, eloquente, mozzafiato … Non hanno nulla da invidiare a Tiziano, Raffaello, Veronese, Tintoretto, Michelangelo …
Per giorni abbiamo rincorso e scovato quei capolavori nei numerosi alcova che ospitano raccolte pressoché inesauribili: Pompidour, Museo Rodin, Museo d’Orsay, Petit Palais, Louvre e tanti altri … A volte la nostra ignoranza ci ha impedito di cogliere ancor più certi sapori e alcune profondità nascoste nel mistico mondo dell’Arte … Ma non importa, ci siamo accontentati di guardare, assorbire, assimilare …
Ciliegina sulla torta: ho incontrato un mio cugino parigino. Emozione nell’emozione ! Dopo quaranta anni di lontananza ho riscoperto e reincontrato quell’uomo vulcanico e pieno d’energia e simpatia. Quarant’anni non sono due giorni, e quindi di cose da dirci e raccontarci ne avevamo parecchie. Il tempo è capitombolato all’indietro come non fosse mai trascorso, come in una giostra vertiginosa, girando all’impazzata … anche se certi cassetti della memoria a volte rimangono avidamente ed ermeticamente chiusi e non visitabili.
“Venezia … la Laguna, la nostra isoletta lontana … Quanta vita è trascorsa ! … Quante esperienze … Le ripeterei tutte … giorno dopo giorno …”condividiamo insieme.
“L’importante è attaccarsi veramente alle cose della vita che contano e rimangono … l’Amore, la famiglia … Vivere assaporando l’esistenza ma senza farsi schiacciare dalle sue regole per sopravvivere …”
La pensiamo quasi alla stessa maniera, seppure vivendo con dinamiche e in contesti molto diversi. Presi a bordo, ci hanno scarrozzato attraverso Paris night che brillava e riluceva di tutta la sua vitalità notturna. Turisti e Parigini affollavano in massa la notte per divertirsi, sballarsi, trasgredire o vivere d’espedienti … Indimenticabili i Boulevard di Parigi, la Torre Eifeel lampeggiante, la scalinata del Sacre Coeur e il localino di Monmartre col pianobar, le crepes e l’atmosfera speciale … Sembrava di star dentro ad una magia … lampi di vita.
“Grazie cugino !”
Parigi di certo è sinonimo di Belle Epoque e vita libera assaporata dai sensi. La trovi e la riconosci incarnata e vissuta nelle strade intorno al Moulin Rouge, Rue Lepic, e sulla collina di Montmartre. E’ curioso e interessante percorrere quei posti che pulsano di persone, musica, opportunità e sensazioni … I pittori di strada, i giovani che suonano e cantano, la folla che spinge e s’assiepa sistemandosi ovunque davanti all’ennesima crepes, un bicchiere, una persona diversa, o qualcos’altro … I colori, i sapori, le sensazioni si sono sovrapposti, e la notte ha assunto pienezze singolari che rimarranno impresse come ricordi speciali credo indelebili.
Parigi è anche nottambula, notturna, noir in ogni senso. Non solo per le scritte luminose che scorrono e le luci fantasmagoriche dei ritrovi e dei locali dei cabaret. Ho intravisto una Parigi trista e miserrima, capace di diventare anche drammatica e pericolosa. E’ triste dover allontanare trattenendosi indispettito chi t’ha già aperto e ti sta infilando la mano in tasca … Ma se vai in posti come Parigi te lo devi un po’ aspettare.
In città passeggiavano i soldati armati di mitragliatore, ululavano le sirene, e di giorno i poliziotti sui pattini correvano inutilmente dietro agli scatolettisti scatenati che scommettevano in massa sotto alla Torre Eifeel, o ai borseggiatori e agli extra comunitari eternamente in fuga con le loro matasse di modellini tintinnanti e multicolor di Torre Eifeel in miniatura … Ma c’erano anche dei bei Parigini in bicicletta, a far footing e passeggiate ovunque, oppure belle parigine sedute a leggere togliendosi le scarpe, come lucertole al sole, negli immensi giardini del Luxemborug, o festose e allegre combriccole di giovanotti intenti a picnicchettare sull’erba ai piedi della solita Torre ferrosa e scura.
Non posso dimenticare che insieme alle tantissime cose squisite, ho visto a Parigi di giorno e di notte tanta miseria. Intere famiglie anche con bimbi piccoli vivevano per strada e sotto ai rari portici ravvolti in coperture improvvisate, sistemati dentro a cartoni e pisciando negli angoli. Ho riconosciuto piccole folle, un intero catalogo di questuanti assedianti, gente odorosa dedita a sopravvive di niente e di espedienti con la fisarmonica, offrendo ombrelli, fiori e mille altre cianfrusaglie.
Anche se i Parigini sono orgogliosi e non lo ammettono, anche per loro esiste la crisi europea, ed è presente anche in casa loro a Parigi. Accanto ai brillanti e fantasmagorici bistrot, restaurant e brasserie ci sono locali chiusi non solo per ferie, e molti altri languono con sparuti clienti … Tutto il mondo è ormai paese … Piacenti o nolenti siamo tutti interconnessi e globalizzati, e quel che accade ad uno necessariamente provoca un effetto positivo o deleterio su tutti gli altri.
Una sera feriale c’era un intraprendente giovane italiano a corto di soldi e a caccia almeno di qualche ora di lavoro da cameriere.
“Facciamo qualcosa ? … Ti servo quei clienti lì in fondo ? … Inizio a darmi da fare con loro ? Mi dai qualcosa da fare per questa sera ?”
Il padrone italiano non aveva niente da offrirgli se non un posto precario da interno di cucina … Il giovanotto volonteroso s’è fumato sopra una sigaretta, rifiutando d’accettare.
“No il lavapiatti. No … Aspetterò qualcosa di meglio … o un’altra serata.” e se n’è andato poco dopo col motorino in cerca altrove.
I Parigini ad agosto sono quasi tutti in ferie (per fortuna), li ho visti pochino, perfino gran parte delle caratteristiche bancarelle dei“bouquinistes” del lungo Senna erano chiuse, ma quel che ho visto mi è bastato. Esiste certamente uno stereotipo su di loro, ma ho potuto esperimentare live che certe cose che si dicono corrispondono abbastanza a verità. Di certo i Parigini non primeggiano per cordialità e simpatia. Si prova la sensazione che i siano gente un po’ piena di se, carichi di grande autostima e considerazione, amanti del primeggiare sopra le teste degli altri.
Sebbene il turista porti loro “pane per vivere” non è che lo coccolino più di tanto, ma solo nella misura in cui prestano un servizio che si fanno pagare profumatamente. In questo sono simili a noi Veneziani, che però siamo maggiormente di buon umore e certamente più cordiali … Spenniamo ugualmente i turisti, ma col sorriso sulle labbra e la simpatia, mentre a Parigi non ti sorridono neanche se mostri loro … Non tutti eh! Ma per la maggior parte sembrano un po’ incazzati col mondo, un po’ volubili come il tempo … Frescolino freddino di mattina e di sera, piovoso con qualche raro sprazzo di sole cocente che finisce presto per rannuvolarsi nuovamente.
Al di là di queste considerazioni, Parigi però è bella, davvero affascinante, l’abbiamo setacciata, vista e passata quasi a tappeto. E’un sogno per i cultori dell’Arte: certe cose sono di certo di una “devastante bellezza”, perché ne entri e non ne usciresti mai più.
Si vede plasticamente che qui è accaduto e passato il tocco gigante della Storia, che qui la storia “ha cantato” per davvero. Si capisce che qui è accaduto qualcosa di importante e di grande, di unico. Lo rivela in ogni istante la pomposità sontuosa dei monumenti, lo stile classicheggiante e barocco che riveste quasi come un abito omogeneo ogni angolo della città.
Arc de Trionphe, Phanteon, le grandi Avvenue, i Boulevard larghissimi, drittissimi, lunghissimi, i Musei immensi grandi come paesi, i giardini senza fine del Louxembourg, di Champs de Mars … tutto è grandioso, a misura XXL+, ed esprime bene quella che di fondo è l’identità francese. Napoleone, per il quale i Parigini hanno un vero e proprio culto e venerazione, è l’immagine appropriata che riassume in se e dipinge questo popolo fiero delle antiche Galliae.
Il Louvre servirebbe almeno una settimana intera per visitarlo e vederlo per davvero. Ci fluisci dentro in mezzo ad una folla infinita come vedendolo da dentro la Metro che ruggisce e sferraglia in corsa. Una miniera inesauribile, che dopo un po’ d’ore ti obnubila ed esaurisce la mente … Di certo emoziona ritrovarsi di fronte alla magnetica Monna Lisa Gioconda, ma anche di fronte a tantissime opere studiate sui banchi di scuola o viste per decenni sui libri.
“Ma quanto hanno predato, racimolato e saccheggiato i Francesi in giro per il mondo e per tutta l’Europa ? Qui c’è mezza Italia e mezza Venezia … Si sono portati a casa: Etruschi, Romani, Egiziani e tanto altro … Troppo !”
C’è letteralmente “da perdersi” dentro a posti come il Trocadero e il Museo di Clunye … Non esiste di meglio, almeno per uno come me … E’ strana comunque la sensazione che si prova di fronte a tanta bellezza raccolta. Tutto quel che si vede, spesso ritoccato, ricomposto, salvato, è quel che resta dopo un’immane devastazione che ha percorso la Francia come una falce di morte … Una cancellazione culturale generale pari a quella avvenuta in Cina dove la Rivoluzione ha cancellato e distrutto il suo passato culturale ed artistico illustre. Anche qui a Parigi la Rivoluzione Francese è stata una ventata impetuosa di morte e rovina che ha percorso e cancellato le strade di tutta la Francia.
Non oso pensare quanto più belle e ricche dovevano essere certe realtà e certi luoghi prima che questa furia immane li attraversasse. Certi musei saturi di cose pregevoli, sono come dei cimiteri che raccolgono solo le briciole di quanto esisteva in epoche trascorse brutalmente ripudiate e smantellate dalla furia della modernità francese perpetrata in nome della novità della “Libertè, Egalitè, Fraternitè”.
Parigi e la Francia a conti fatti devono aver vissuto uno dei più grandi incubi del mondo e della Storia. Basta visitare le Conciergerie e il Museo dell’Armè per ripercorrere le vicende delle migliaia di persone ghigliottinate dove ora sorge l’Obelisque. Non puoi se non intuire quale tempesta di bufera furiosa ha devastato quel posto … Per questo, visitare certi musei comunica anche un vago senso di triste mestizia che fa riflettere.
Gli oscuri fatti delle macabre decapitazione degli Jadhisti di questi giorni sono gli ennesimi corsi e ricorsi storici di una Storia umana miope, spesso violenta e fanatica autodistruggente. La Storia sembra ripetersi ciclicamente, e soprattutto appare chiaro che l’uomo non sa imparare da se stesso e dai suoi precedenti, ma ripercorre e riaccentua i propri errori e le proprie perversioni senza capirne qualcosa … magari in nome di Dio.
Ma questa è un’altra storia.
Noi Veneziani poi, sappiamo bene di che cosa è stato capace Napoleone e i suoi compari. Venezia è stata brutalmente stuprata e violentata dal suo passaggio ed è curioso trovare a Parigi le tracce di cose che sono state strappate in laguna e portate fin qui per essere messe in mostra sotto gli occhi curiosi dei milioni di turisti che qui convergono da mezzo mondo.
Discorsi… discorsi … Comunque Paris sarebbe magica per tanti altri motivi … Quante cose potrei ancora dire, raccontare. Queste sono solo sensazioni epidermiche che traboccano estemporanee nel blog che sto scrivendo. Servirebbero giorni … o forse di più. Non si riesce a dire abbastanza di una città simile … Per capirne qualcosa servirebbe viverci dentro, rimanerci a lungo …
Ascoltandomi uno dei miei figli ha fatto in pochi secondi una sintesi e un confronto:
“Da quel che mi racconti Paris è proprio bella come si dice di lei, in tutto e per tutto … E’ davvero la “Ville delle Villes” … anche se Roma è quasi dieci volte più grande di Parigi e dintorni …”
Eccola già ridimensionata Paris, rimessa al suo posto … quasi archiviata.
Alla fine siamo risaliti in cielo volando verso la Laguna familiare di sempre. Dietro alle ali dell’aereo si spalmava un tramonto rossastro disteso come se un artista estroso avesse tirato una pennellata virtuosa e originale. Planando giù oltre le Alpi e addentrandoci dentro l’Italia tutto si è fatto nero buio notturno, come se c’infilassimo in un mondo diverso inferiore, ancestrale, cosparso di vivide lucine puntiformi … Parigi è rimasta nel Nord distante e freddo in ogni senso, fuori del panorama solare e aperto Mediterraneo. Tuttavia è davvero una realtà merveilleuse, che mi ha arricchito e fatto pensare … Un’esperienza da incontrare e riattraversare ancora … chissà ?
Dondolando nel vaporetto e annusando l’aria salmastra … ho ripensato a quanto qualcuno ha scritto da qualche parte:
“Il viaggio non finisce mai … la fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro … La vita è un viaggio … e ogni viaggio è una storia …”
E’ vero.
ago 17, 2014 - Senza categoria    No Comments

“L’Hospeàl de San Piero e Paolo dei feriti … a Castello.”

ospedale s.pietro e paolo

“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 49.

“L’Hospeàl de San Piero e Paolo dei feriti … a Castello.”
Stavo scrivendo d’altro … Poi come sapete, io lavoro da infermiere, quindi mi sono imbattuto in queste notizie e informazioni che mi hanno particolarmente incuriosito e attratto.
Si tratta della “foto” di uno degli Ospedaletti antichi di Venezia che non esistono più. Un intero piccolo mondo situato nel Sestiere di Castello, uno dei più periferici, popolari e lontani di Venezia, dove, come sempre, sono accadute cose e storie interessanti e perfettamente coerenti con le vicende della Serenissima che in molti apprezziamo.
Già in un’altra occasione mi sono ritrovato a raccontare qualcosa di quel posto, riportando le vicende di Cattaruzza figlia di Zuanne e di Caterina Foscarini del ramo III dei Grimani di San Boldo nel 1758.

Vedi: “INCROCI FRA UOMINI E DONNE … VENEZIA 1786.”

Stavolta scrivo dei luoghi che sorgevano e sorgono in parte e al di là del Rio-Canale di Sant’Anna dove c’era “l’Ospedaletto dei Santi Pietro e Paolo” detto “L’Ospedal Avanzo o di san Gioachìn”. A Venezia tutti lo chiamavano “l’Ospedaletto dei Feriti”, e fu fondato nel lontano 1000 per ospitare pellegrini in transito o di ritorno dalla Terrasanta. Nel 1328 venne ampliato dal Prior marco Bonaldo e utilizzato soprattutto per i feriti di guerra, e messo dal 1348 sotto diretto Patrocinio del Doge che vi assegnò per gestirlo un apposito Gastaldo e in seguito cinque Procuratori Nobili e Cittadini.
Nel 1350 Francesco Avanzo o D’Avanzo concesse per testamento un lascito investito nel Monte Novissimo e presso la Camera dei Imprestidi. Fu quella la più consistente eredità della storia dell’Ospeàl che nell’occasione venne ulteriormente ampliato inglobando un contiguo Ospedaeto Avanzo con 8 sue “caxette”annesse.
Alla fine del 1300, “l’Hospeal dei Feriti de San Piero e Paolo” era considerato l’ “Hospeal Mazor” di Venezia, possedeva una sua Scuola di Chirurgia che godeva di gran prestigio, accoglieva fino a circa cento fra feriti, ammalati e pellegrini, e possedeva proprietà e un vasto patrimonio immobiliare dal quale traeva grosse rendite annuali.
Se si gira per il Sestiere di Castello, ancora oggi si trova murata in un vecchio squero nella Contrada di San Piero una patera in pietra d’Istria raffigurante un spada verticale che incrocia due chiavi orizzontali simbolo dell’ “Hospeàl de San Piero e Paolo dei feriti”.
Nel 1418 Elena Marchi lasciò per testamento, presso il Notaio Arcidiacono Nicolò Bono, una casa per accogliere e farne l’Ospizio delle Pizzocchere Terziarie Francescane, che vi aggiunsero un piccolo Oratorio di San Gioachin. La piccola comunità di donne crebbe nel tempo in simbiosi col vicino Ospedale di San Pietro e Paolo dove le Pinzochare assistevano i ricoverati.
Vent’anni dopo, Maddalena moglie di Nicolò Carretto Priore dell’Ospedal dei Feriti che possedeva circa 150 campi a Postioma nel Trevigiano, lasciò altre 4 “caxette” a Sant’Anna di Castello per fondare un altro piccolo Ospizio. Nel 1455, invece, Bortolo q Stefano da Casale dichiarò nella sua polizza fiscale di lavorare 59 campi di cui 42 appartenevano a 3 possessioni veneziane, prese in affitto rispettivamente dall’Ospedale di San Pietro e Paolo di Venezia, dalle monache di San Antonio di Torcello e dall’Abate di San Filippo e Giacomo sempre in Venezia.
Nel 1428-1439 Francesco Cesanis, fratello di Alvise, era proprietario di una nave tonda o cocca, ed era iscritto alla “prova” per i viaggi di Siria e il commercio del cotone. Fu ufficiale di bordo sulle Galee della Muda per la Fiandra, e nel 1457 fu uomo di Consiglio su una Galea di mercato della Muda per Beirut. L’anno dopo fu nel Consiglio sulla Galea di mercato di Barbaria, e nel 1460 sulla Galea di mercato di Cipro. Era figlio di Biasio Priore dell’Ospedale di San Pietro e Paolo di Castello e possedeva case a Venezia e Malamocco. Nel suo testamento del 05 novembre 1496 ricordava di affittare le sue case a prezzo onesto, e stabiliva d’essere sepolto a Sant’Antonin di Castello, di lasciare denaro alla Pietà, all’Ospedal di Gesu’ Cristo di Castello, per pellegrinaggi a Roma e Campostela, una rendita di 10 ducati + 50 ducati di dote alla serva Lena e una di 10 ducati alla serva Lucia. Inoltre lasciava una rendita di 10 ducati all’Ospedale di San Pietro e Paolo, una rendita di 10 ducati a Marina sua figlia naturale, e la sua schiava etiope Caterina al suo amico Modesto Spiera. Infine istituiva un lascito per la Scuola Grande di San Marcorisultante ancora attivo e fruttuoso più di trecento anni dopo.
Dal 1487 al 1536 il Collegio dei Fisici e dei Chirurghi di Veneziateneva nell’Hospedal di San Pietro e Paolo le sue lezioni annuali di anatomia con dissezioni ricordate da Nicolo’ Massa nel “Liber Introductorius anathomiae” pubblicato a Venezia nel 1536.
Nel 1558 Francesco da Castello fu nominato “Chirurgo dell’Hospedàl” che aveva solo i muri perimetrali in pietra, mentre tutto l’interno era formato da tramezzi, scale, pavimenti e arredi in legno, contava circa 131 decessi totali annui, in maggior parte maschi adulti, salvo 2 ragazzi di 14 e 12 anni, 23 decessi per ferite e fratture, e 27 su 83 deceduti erano soldati o galeotti.
Si racconta anche che nel 1615 i Commissari della Serenissima entrarono a forza nell’Ospedale per cacciare fuori gli uomini che convivevano con quattro donne ospiziate, mentre nel 1630 tutte le Pizzocchere che servivano nell’Ospedale morirono di peste ad eccezione di Domenica Rossi che in seguito raccolse e organizzò nuove compagne.
Nel febbraio 1648 si scriveva: “ …chi entra nell’Ospeàl viene spogliato nudo, gli si leva d’intorno immondizie e sporco, e gli si da camicia e lenzuoli netti … si riscaldano e pongono in un letto, e vengono tosto confessati e visitati da un medico … Qualor prendano medicina, si dà loro un ovo fresco, pan in brodo, un poco di pollastra o vitello … o non potendo masticare sostentasi con brodetti di ova fresche, pesti di pollastre, o ristori secondo la gravità dei mali. Nella convalescenza o liberi da febre, giusto agli ordini del medico, si dà loro minestra d’orzo, riso o pan grattato, un pezzo di carne di manzo, qualche pomo o pero cotto, pane e vino sino a partenza …”
Solo fra 1727 e 1750, dopo secoli, quando l’Ospeàl godeva ancora della rendita di circa 3.000 ducati annui, le Pizzocchere Terziarie Francescane si“ridussero” in comunità regolare ordinata, e restaurarono Ospedale e Oratorio di San Gioacchin. Col solito passaggio Napoleonico le Pizzoccare furono concentrate con le Pinzochare di San Francesco della Vigna, i locali indemaniati e poi venduti a privati, e gli ammalati “dell’Hospeàl di San Piero e Paolo” concentrati in quello degli Incurabili nel Sestiere di Dorsoduro dall’altra parte della città.
Nel 1900, dopo essere stato utilizzato dalla Congregazione di Carità e come Patronato pei Ragazzi Vagabondi”, la proprietà modificata e ridotta per l’escavazione di un Rio e la costruzione di una fondamenta, passò alle Suore di Maria Ausiliatrice, che in seguito vendettero tutto al Comune che ne ha fatto da poco una piccola residenza universitaria.
Se andate a Castello, vicino a Sant’Anna, vedrete negli edifici i tre ingressi significativi rimasti. Il primo a sinistra era l’ingresso della casa delle Pizzòcare Terziarie di San Francesco, quello centrale era quello dell’Hospeàl di San Piero e Paolo dei Feriti, e quello a destra l’entrata dell’Oratorio di San Gioachin.
Un breve spaccato di sanità veneziana dei tempi andati …

 

ago 9, 2014 - Senza categoria    No Comments

“IERI … COME OGGI E DOMANI.”

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Venezia sembra assente … la notte è totale, intorno non si muove foglia … per qualche ora tutto rimane così, come se il tempo si fosse paralizzato.

Poi s’illumina una finestra … gorgheggia un merlo rompendo la quiete, risponde un altro … Attaccano i passerotti nascosti sotto gli anfratti dei tetti … s’aggiunge una cornacchia e un rauco gabbiano … Rumoreggia il camion della spazzatura … Un gatto solitario racconta a suo modo … Puntuale alle quattro, avverto il frusciare delle ruote del solito biciclettaro notturno del quartiere che corre a prendersi il“posto più bello” per pescare sulla riva del Porto … Infine è tutto un concerto, lavora un picchio, e tocca alle rondini lanciarsi urlando a capitombolare nel cielo. E’ la grande sveglia del mondo, che da qualche parte delle lagune è suonata di nuovo.
Mi piace sempre questo momento di transizione fra notte e giorno … Mi pare quasi di sentire il rumore dell’immensa pagina del giorno che cambia e che volta. Lo considero un attimo magico, il piccolo miracolo quotidiano degli occhi che si riaprono che si ripete … l’uscire ancora dall’assurda assenza del sonno.
Ma è già tardi … bisogna sempre e comunque andare ogni giorno … Dove ? Chissà … Perché ?
Non importa. Bisogna per forza andare … Ci tocca, in un modo o nell’altro.
Osservo il manifesto dello SpazioPorto dell’Arte  …  Intanto le Grandi Navi rimarranno fuori dal Bacino San Marco e dal Canale della Giudecca … andranno forse a Trieste ? Nel frattempo osservo al di là del canale: i parcheggi del Porto sono pieni … le banchine occupate dalle città galleggianti ormeggiate. Venezia opulenta lumeggia sui moli, e continua a respirare la sua solita stagione quotidiana senza inizio né fine … Di qua, invece, sulla strada della Marittima del Porto tutta accompagnata da alte erbe ombrellifere estive … è tutto un cesso: bottiglie e bottigliette, pacchetti di sigarette, un vecchio phon, carte di merendine e biscotti, uno shampo, un cartoccio di caffè vuoto, pattume di ogni sorta, calcinacci e rovinacci dell’ennesimo restauro abusivo, i “gomiti storti” di una vecchia stufa, un ombrello contorto col telo strappato … Non passa uno spazzino, non c’è un cestino … Cittadini e turisti hanno disseminano immondizie per due chilometri … A casa loro se butti una cicca per terra è multa secca … Nella “Bella Venezia” si può fare indisturbati … tutto è permesso.
L’aria del mattino è umida, sa d’intenso odore di piante … sfioro le foglie del ciliegio passando … quasi un saluto. Una lunga lumaca gonfia, viscida e bagnata attraversa “veloce” lo scuro manto dell’asfalto. Dove sta andando ?
Il semaforo rosso e la sbarra abbassata chiudono il vialone dritto del parcheggio … Il camion della lavanderia industriale trasborda i sacchi colorati delle biancherie dei ristoranti e degli alberghi.
“Dai muoviamoci ! Ci sono dieci bancali da scaricare e spostare … la mattina chiama ! … Ho buttato giù dal letto il mio referente … C’è una consegna urgente di caffè da fare …” si sente ordinare concitato in lontananza ancora nel buio.
I muletti affannati corrono avanti e indietro … Cinque minuti dopo mi supera un grosso camion carico e traballante con un faro anteriore rotto … La luce pubblica si spegne, e i filini incandescenti delle lampade diventano sempre più flebili fino a sparire del tutto.
Ogni giorno di più a Sant’Andrea, nella zona semi dismessa degli imbarcaderi, c’è gente che dorme per terra all’aperto sulle panche, e sugli scatoloni posti sugli angoli della vecchia chiesa. Chissà perché, hanno sempre accanto un bel bottigliozzo semivuoto o vuoto … Mi sfila accanto un signore con una coperta in spalla … Forse fa freddo in questa stagione estivaautunnale … Esistono tanti tipi di freddo.
Incrocio anche la solita signora tutta elegante, scosciata, firmata, capelli al vento … diretta a pulire cessi, vuotar cestini e far pulizie. Ogni giorno profuma da mal di testa, lascia dietro la scia … Cuffiette agli orecchi, nenia a mezza voce motteggiando con la testa e le braccia … Sembra un monumento alla spensieratezza. Tutta in mostra … bel lato … bel faccino … c’è sempre un “calabrone” molto più attempato di lei che le gironzola intorno come una mosca sfacciatamente galante …
I davanzali dei veneziani traboccano di fiori … e tanto per cambiare, in fondo, dalla parte della montagna, scendono nuvole che promettono pioggia … La laguna è diafana, piatta, liscia … come in attesa. Rispecchia le isole, il verde, le nuvole del cielo. Sale una bolla dal fondo e si allarga in mille cerchi concentrici sempre più ampi.
Appare la solita gente in attesa alla fermata, i soliti volti inossidabili scendono dai bus scorrendo verso il lavoro giornaliero … Quello con gli occhiali scuri, quello con i cappelli in aria irti di gel, quello trasandato che si accende tremolante l’ennesima sigaretta della giornata … la solita donna infreddolita che s’infagotta e tira giù il minuscolo maglioncino per dissimulare curve rotonde e prominenti … l’altra, piena di borse, parla concitata e infastidita al cellulare col giubbino avvoltolato male fra spalla e collo … Il solito anziano impegnato a far pipì in un angolo … La spazzina ha accumulato in un angolo un centinaio di grandi sacchi neri dei ristoratori e degli alberghi pieni di tutto: alimenti, bottiglie, plastiche e tutto il resto … La“differenziata” è un optional, discorso da mamme e maestrine … Disfiamoci pure di tutto alla rinfusa, fa lo stesso … Aggiungiamoci una mancetta e il gioco è fatto … Venezia rimane ugualmente da sogno, pronta ad accogliere un’altra ondata di ospiti foraggiatori …
 “Linea 5 … Aiport ?”
 “No ! No ! … El vaga de là !”
Si mostra un sole grasso impassibile sull’orizzonte, che sbava riflessi di luce sull’acqua dipingendo la laguna di rosa, arancio, viola … di poesia, e d’indescrivibile bellezza. Gli antichi cannoni a metà del ponte sono sommersi dall’erba alta e rinsecchita  … Poco più in là un migliaio di gabbiani, ibis, cormorani e gabbianelle sono convenuti a becchettare e zompettare sui bagnasciuga grondanti delle barene lagunari in un tripudio di versi rauchi e sbattacchiare d’ali … Il treno sferraglia tagliandomi la scena a metà … Il verde denso e prevalente della Terraferma sostituisce l’acqua lagunare …
La solita giovane donna magrolina sta seduta davanti ascoltando musica dalle cuffiette e dondolando ritmicamente la testa … Due donne fresche e abbronzate con i sandaletti intonati con le unghie dipinte, tengono stretto lo zaino con moschettoni, bastoncini da trekking e ramponi. Una ha i seni rivolti all’insù, sotto l’unica maglietta leggera nell’aria fresca del mattino.
“Devo contattare l’avvocato per sistemare la separazione prima di andare in ferie … I figli sono ormai grandi, s’arrangiano da soli …”
“Che disdetta ! Io lavoro e il mio nuovo compagno è in ferie, e viceversa … Arriveranno mai tempi migliori ?”
“Sai che l’isola di Poveglia costa 530.000 euro per 99 anni…”
 
Pensieri sparsi nell’autobus del mattino … A San Giuliano accanto alle serre abbandonate e invase dalle erbacce corrono tutti stamattina … Tonici, muscolosi, flessuosi …sembrano statue greche che corrono all’alba … Beata gioventù. Un uomo con la coda fa yoga immerso nel verde. Lo osservo immobile, mimetizzato perfettamente, invidiabile … Gli suona il cellulare, si scuote immediatamente, si trasforma smanacciando e gesticolando nell’aria logorroico … S’è rotto e guastato l’incanto, la poesia bucolica mattutina …Mi aspetta la solita giornata di lavoro.
Un uomo anziano in bici procede lentissimo, quasi al rallentatore … Sembra quasi immobile nell’aria, immortalato nel gesto di pedalare e di guardare distrattamente e stupito lontano … I manifesti inzuppati dalla pioggia e dal caldo umido si inarcano, s’afflosciano e si staccano scivolando giù dai muri fin sul marciapiedi … L’aria ha un intenso odore di humus, terra, ozono, forse di pioggia … Le automobili sono imperlate d’acqua, delle corde dondolano al vento, un anemometro gira vorticosamente e le tende dei negozi s’accorciano e riavvolgono automaticamente …  Un autista tutto intento a smanacciare il cellulare frena il suo bus vuoto incontro a un semaforo rosso sibilando e stridendo … Un extra comunitario armato dei suoi arnesi è già pronto e fermo in attesa della prossima occasione per pulire qualcosa o qualcuno … Una corposa donna delle pulizie con indosso un casco immenso, guida un motorino che romba come un’astronave per le strade deserte … Il solito tabaccaio di poche parole è finalmente sorridente, perché dopo anni chiuderà per ferie … nonostante la crisi.
Leggo un insegna: “UNIX-PROFUMERIE” … Sorrido … Fino a qualche tempo fa, Unix era sinonimo inequivocabile di uno dei più geniali e innovativi Sistemi Operativi per computer da cui è derivato anche il famoso Linux … Guarda te come vanno a finire le storie …
La scala metallica d’emergenza che porta sopra ai tetti… il rumore insistente e monotono dei condizionatori … quello delle pompe che spingono indomite l’acqua fino ai piani più alti … Ultime vedute panoramiche squallide … Basta cincischiare con i pensieri …  è ora di scendere a lavorare.
“Fra poco, in un reparto d’ospedale di dieci stanze ci sarà anche la camera undici per i vecchi infermieri in ciabatte con la sciatica. “Arrivo !” grideranno in lontananza al paziente che chiama … e scenderanno a loro volta dal letto per raggiungere i malati dopo un quarto d’ora di faticoso corridoio …” esordisce la collega.
“Aprimi quella finestra … almeno socchiudila, perché sto soffocando.”aggiunge il primo paziente della giornata.
In certi casi, quando sei malato, la vita assume priorità diverse. Cose che di solito sono importanti non contano più niente. Diventa importante non annaspare nel letto, non dover stringere ancora i denti in attesa che passi l’ennesima ondata di dolore … Conta vincere la nausea, riuscire ad abbandonarsi al sonno per dimenticare almeno un poco il domani difficile che non forse non avrai più.
 
“Che ci facciamo qua a più di cento anni ? … In queste condizioni … Servirebbe un satellite intelligente che guardasse dall’alto le carte d’identità di ciascuno … e “Zott !”, provvede con un flash pulitore definitivo … Oppure ci vorrebbe un cabina, come quelle del telefono, o uno di quei biroccetti per farsi le fototessere … Il vecchio annoso o preso male entra, si siede comodo, prende le misure e lui, o chi per lui, schiaccia un paio di bottoni rossi e grandi e fa piazza pulita di questo vecchiume che siamo … Dove vuoi che andiamo a finire con questo mondo sempre più pieno di vecchi bisognosi e richiestivi …”borbotta un anziano brontolone e spiritoso che ormai conosco bene.
Arriverò mai a cento anni ? E avrò mai una lucidità del genere ? Già ora mi sembra che sto per …
 
“Assieme a mia sorella spendiamo trecento euro al giorno per procurarci tre badanti per la mamma … Una ogni otto ore, per coprire tutte le ventiquattro del giorno … Non sappiamo più come fare … Mi prende la malinconia, lo sconforto … E mia mamma mi dice: “Fatemi morire  ! … Voglio morire ! … Prendimi ! Buttami giù dalla finestra.” … Che consolazione … Comunque dobbiamo vivere, invece, fin che si può, fin che ce la facciamo … La malinconia e lo sconforto prendiamoli e mettiamoli in una sporta, e buttiamoli giù dalla finestra ogni mattina … La malinconia ci spegne e ruba il vivere e la speranza … Bisogna accontentarsi di cose piccolissime … Godersi il fatto di aver agito meglio che si può …”
 
E’ un familiare sconsolato … ma che ci insegna come vivere e comportarsi in certe circostanze difficili … Passa un poco, e lo stesso figlio esasperato perde il controllo e prende a ceffoni la madre ammalata … S’interviene, l’infermiera è costretta a chiamare il medico di guardia. Quasi ci si azzuffa nella scena concitata e surreale, quasi incredibile … Anche questo è l’ospedale in questa estate che non c’è. A volte tutto sembra sconvolgersi, ribaltarsi anche i più buoni propositi … anche i cervelli.
 
“Faccio il tassista … Qualche giorno fa, mi hanno consegnato un vecchio dicendomi: “Portalo in giro, portalo dove vuoi, basta che me lo togli dai piedi per un poco…”
“Ma dove ?”
“Dove vuoi tu … Fagli fare cento-duecento chilometri … e poi me lo riporti. Così tiro il fiato un attimo …”
“Sono cambiati i tempi … La società è piena di gente divorziata, figli unici, e gente sola ed esasperata … Gli abbandonati sono in grande aumento, e c’è gente che non ha più soldi e più nessuno che li assista … L’ospedale non più come un tempo in cui entravi e non ne venivi più fuori … Era la discarica dei vecchi, che passavano di mano in mano e di reparto in reparto tenendoli dentro il più possibile … Oggi DRG, scadenze, tempistiche, indicazioni regionali e delle ASL hanno cambiato tutto … Siamo giunti all’assurdo: rimani dieci ore in Pronto Soccorso col vecchio mezzo moribondo che non parla più, e dopo ti rimandano a casa lo stesso con due pastiglie in mano … Però se per strada pesti una zanzara o una rana si scatena un putiferio … Non c’è iniziativa sociale, né voglia di promuovere il bene pubblico, ma solo quella di spremere lo Stato per arricchirsi alle sue spalle o procurarsi piedistalli di favore e privilegio … Esiste ad esempio vicino a casa mia una villa abbandonata con un bel parco che un tempo apparteneva agli Ebrei … Se ne potrebbe ricavare senza tanti problemi una bellissima residenza per anziani vicina alla città, anzi nella città stessa … Invece, è sempre lì abbandonata e sempre più cadente … Manca la voglia … e viceversa imperversano gli sprechi più ignobili …”
 
Misuro la pressione, la saturimetria, il ritmo cardiaco, la glicemia, il dolore … Lo ascolto e lo guardo mentre assiste sua moglie invalida … Come dargli torto … Mi si accende improvvisamente nella mente il pensiero con il volto della parente che a sorpresa le sta cadendo il mondo e la vita addosso.
“Ognuno ha le sue … Trabocchiamo tutti di storie difficili …” penso in silenzio. “Tutto passa, trascorre, si mescola e rompe. Anche certe oasi rigogliose che ti parevano immortali e indistruttibili, invece cedono, rivelano crepe che non immaginavi … L’acqua scappa via lasciando spazio all’arido deserto che invade tutto … Rimangono le briciole … niente … l’arsura …”
 
Mi distrae dai pensieri un altro collega che commenta alcuni fatti più o meno recenti.
“Hai visto ? I vecchi picchiati, i disabili vessati in ospedale dagli Operatori … Che schifo ! Che vigliacchi …”
“E’ un gesto in un certo senso giustificabile … lo stress, la tensione, il disagio del lavorare in certe condizioni…” commenta un altro collega.
“Allora anche l’insegnante che picchia i bambini è giustificabile … Il tossico che distrugge e devasta la famiglia. Chi rimane senza stipendio, col mutuo da pagare o disoccupato e s’incatena, può sfondare le vetrine e dar fuoco a tutto … Tutto diventa plausibile … Hai un problema ? Ti devi sfogare su chi è indifeso e non c’entra niente … Sarebbe l’espressione deprimente della nostra inciviltà…”
 
Ci s’accapiglia subito sulla questione, ci s’incastra con i discorsi … Alla fine il collega si ricrede, si rimangia elegantemente quello che ha appena affermato.
 
“Non mi sono spiegato bene … intendevo dire …”
 
Per fortuna il lavoro ci chiama, e usciamo dai discorsi … Penso che siamo fragili, friabili anche noi, non solo i pazienti … Bisogna stare attenti, basta poco … A volte un niente.
Trascorre la mattinata, ed esco dall’ospedale, come se suonasse la campanella alla fine delle ore di scuola. M’immergo e torno ad incontrare la vita di fuori … quella che diciamo “normale”. Mi passa accanto uno con un camicione lungo celeste ricamato, senza colletto, lungo fin sotto alle ginocchia. I costumi oggi non hanno più confini … Abbiamo il mondo in casa.
Un uomo sale traballando nel bus tenendo stretta fra le mani una cassetta piena di piccole angurie … Una donna attempata si sventola con insistenza affannata per il caldo … Improvvisamente le suona il cellulare nella grossa borsa che tiene sulle gambe … Ne estrae ben tre prima di rispondere a quello giusto.
Il sole è cocente e l’aria del bus chiuso è asfittica e calda … Una ragazza seduta sul primo posto del bus azzanna “a quattro ganasce”il paninazzo imbottito del pranzo … Un’altra donna porta un vistoso turbante azzurro vivissimo … perché non ha più capelli … Un anziano lascia il posto a un anziano più vecchio, traballante, e malandato di lui … Sale una nonna racchiusa in un ampio vestitone estivo color ocra. S’affanna come una chioccia premurosa intorno a suoi nipotini coloratissimi e incontenibili … A una fermata alcuni stranieri s’arrabattano a chiedere il biglietto presentando al conducente una manciata di euro incomprensibili … Alcuni anziani seduti più avanti parlano fra loro ad alta voce. Indovinate di che cosa ?
Ma di esami del sangue, di malattie, acciacchi, prostata e dintorni ovviamente.
“Alla nostra età ogni tanto si diventa patetici … Crediamo d’ingannare gli anni e la vita … Non è possibile ! Bisogna rassegnarsi, mangiarsela, accettare gli acciacchi e di perdere i pezzi …”
“E allora la vita è tutta: questo no, quell’altro no, quell’altro ancora neanche … Niente dolci, niente bere, niente fumo, basta donne, pochi sforzi … Tutto poco o niente. E’ la nostra regola di vita da vecchi… Vai dal dottore, e ogni volta gli lasci un bel pezzo da 150 o di più per sentirti dire: “Va tutto bene … Ci vediamo fra qualche mese.”
“Al prossimo centone di euro ! … Vorrai dire …”
“Sono stato a trovare Antonio … E’ bravo davvero. Professionale al massimo. Tiene ricevimenti, è in grande attività, fa di tutto … E’ arzillo perché ha pescato l’attività giusta per lui, per tenerlo in forma senza grande fatica. E’ pieno di soldi … Ha detto ai dipendenti: Basta ! Sono stufo di far soldi e di combattere con la burocrazia e la crisi … Ecco qua, gestite voi, fateli anche voi. Io rimango socio, datemi una parte, e rimango a guardarvi … L’unica cosa, porta l’occhiale con l’apparecchio acustico sulla stanghetta. Ma che vuoi che sia ? … Se è spento non capisce una sola parola …” 
“Ah … Da giovani girava tutto … Ci tirava la brocca … Adesso non tira più niente in ogni senso … Bisogna rassegnarsi e vivere lo stesso prendendo ciò che viene… comprese cento pastiglie al giorno … Per fortuna ho la mia vecchia che mi “rancura”, e  allora prendo tutto quello che accade con filosofia … Altrimenti sarei finito del tutto.”
Di fronte a me siede una giornalista di mezza età che discute al telefono … “Ho partita IVA  … ma sono quasi senza contributi e anzianità … “Ho scritto qualcosa in giro ultimamente … poca cosa …Ma adesso come faccio ?  Sono una qualunque disoccupata lasciata a terra … Ho un curriculum povero, sono senza continuità … Sogno una pensione impossibile … e sono da sola… Un tempo il nostro era un mestiere d’oro …”
 
Di fronte le siede impassibile una signora appena tornata dall’aeroporto. Divora con gli occhiali appoggiati sulla punta del naso il quotidiano accanto alla valigia tappezzata di scontrini … Fuori in laguna: i soliti uomini se ne stanno immersi a pescare con l’acqua fino alla cintola … La laguna scintilla, la distesa d’acqua magica lampeggia celeste e argentea. Le isole sembrano galleggiare alla deriva.
Dentro al bus: un’altra donnina dagli occhi acquosi quasi trasparenti dietro a enormi occhiali da sole, e con una carciofaia di capelli in testa dal colore impossibile, sonnecchia ciondolando la testa sul mento a pappagorgia. Giunti al capolinea si scuote e ridesta: “Devo scendere al Policlinico.” dice all’autista.
“Siamo già a Venezia signora … Ha preso sonno.”
 
Nel canale vicino a Piazzale Roma un motoscafista guida indifferente e tranquillo il suo taxi … I turisti ignari occupano gli spazi godendosi l’esperienza dentro alla città incredibile … Prendono il sole torrido, affollano i portici, spiccano mille lingue diverse, vanno a caccia di ricordi e sensazioni speciali.
Davanti alla porta della Facoltà Universitaria di Chimica un uomo sulla cinquantina, vistosamente fradicio, piccolo e tarchiato, col cappellino rovescio, una maglietta nera “metal”, un po’ barbogio e forse un tempo con una sua eleganza innata … blatera ad alta voce incazzato a mille. Una casualità ? O forse un sogno infranto, magari un monito.
“Bosone, trisone, quadrisone … Certamente ci sono … Chi li ha inventati ? Berlusconi ? … Certamente no … Significa quindi che qualcosa c’è …” 
E ride, ride, ride … applaudendosi … Nella mia mente lo associo al pensiero recente di un altro mio collega.
 
“Con le nuove tecnologie e la mentalità globale attuale, è arrivato forse il tempo di provare a “cubare la sfera” piuttosto di provare a “far quadrare il cerchio” come si è provato a fare fino ad oggi …”
Sorrido … e richiudo la porta di casa … Anche oggi è accaduto … molto simile a ieri … e forse a domani.
ago 5, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – sesta parte.

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“BERTILLA …” - sesta parte.

“Conosco bene Riccardo che lavora al Porto con le Grandi Navi, da bambini eravamo compagni di classe alle elementari. Conosce tutti, ed è amico anche di certi che viaggiano dentro a quelle immense città galleggianti.
Un giorno mi ha detto: “Vieni che ti porto a mangiare in Paradiso !”
Mi ha messo addosso una pettorina gialla, e mi ha fatto salire dentro a uno di quei bestioni bianchi bellissimi. All’interno sono proprio splendidi, sembrano un castello delle fiabe, un posto brillante pieno di cose eleganti e scintillanti … e poi si mangia davvero bene seduti a tavoli bene addobbati e imbanditi. Sembrano la tavola di Natale di Miranda e Lucio … Riccardo mi ha accompagnata in giro in quella specie di grande Luna Park: la piscina con gli scivoli, il cinema, la discoteca, i negozi … una città ! Ma io sono stata attenta a non comprare niente … Non sono mica scema, conviene di più acquistare al supermercato vicino a casa … E poi, sono tutte cose che non mi servono … Alla fine siamo scesi, e Riccardo mi ha accompagnata fino alla porta della Dogana.
“Davvero un Paradiso ! … Grazie.” gli ho detto.
Salutandomi mi ha risposto: “Guai se mancassero le Grandi Navi … Diventerei come te.” Questa frase non l’ho capita molto, ma rimaniamo sempre grandi amici fra di noi …”
 
C’è stato anche un tempo in cui Bertilla ha lavorato come bidella nella scuola delle Suore. Non è che la pagassero granché bene, perché lavorando dall’alba al tramonto a far di tutto: pulire finestre, pavimenti e anche i cessi, eccetto la domenica, portava a casa di stipendio quasi la metà di quanto aveva guadagnato altrove.
“Ma lavoro è lavoro !” pensava Bertilla … Lo diceva sempre papà:“Sempre meglio che niente.”
 
All’inizio tutto andò bene, ma dopo qualche mese i bimbi la prendevano in giro per le sue scarpe tozze, il berretto uguale e consumato sempre in testa, e il modo ciondolante di camminare.
“Ecco lo gnomo dei boschi ! … Sembri un cow boy senza pistole!” le dicevano mentre a metà mattina portava puntuale il cesto con la merenda durante la ricreazione. Bertilla non ci badava, lasciava dire, aveva sentito ben di peggio nei suoi riguardi. Suor Flaminia, la Direttrice, era stata categorica.
“Bertilla: solo mezzo panino e una cioccolatina per ciascuno. Non di più !”
 
Erano tavolette di cioccolato davvero microscopiche, che non aveva mai visto da nessuna parte se non dalle Suore … E quelli avevano sempre una fame impressionante, Bertilla lo sapeva, perché li vedeva ogni giorno all’opera in mensa. Però gli ordini sono ordini: “Mezzo panino e una cioccolatina … Non di più.”  E a chi intendeva fare il furbetto Bertilla pestava la mano … ma piano, senza fargli male.
“A chi credi di farla ? Non sono mica scema io …” diceva sottovoce alle loro spalle quando i furbetti si allontanavano. Finché anche in quella circostanza partì lo schiaffo vero, quello di troppo … quello importante e finale. In certe occasioni Bertilla non sapeva proprio controllarsi, era più forte di lei, e partiva con “la mano risolutrice”. Le Suore la lasciarono a casa in cambio che la madre di quel bimbo non presentasse denuncia alla Pubblica Sicurezza. I segni rossi di quello“schiaffo ben dato” erano rimasti visibili per diversi giorni sul viso, e a quella mamma dispiacque soprattutto la figuraccia che lei fece con le sue amiche pettegole. Non gliene fregava niente di educare bene quel suo figlio viziato.
A dire la verità, quei bambini erano poco tranquilli e molto negligenti, a volte terribili. Lo dicevano sempre anche le maestre, che erano tanto gentili con lei. “Sono ingestibili e selvaggi … Di bello e importante hanno solo i soldi.” Commentavano così anche le Suore.
Bertilla era dovuta intervenire in più di un’occasione a modo suo, perché lei non possedeva la pazienza delle insegnanti. Una volta spezzò in due il pennarello di un ragazzino che scriveva sui muri … Un’altra volta prese per i capelli facendolo piangere di dolore quel bimbo “stupidino” che tirava in continuità le trecce e i capelli alle bambine.
“Adesso hai provato anche tu che cosa significa !” gli aveva spiegato. Ma era stato inutile, e lo “stupidino” era andato a piangere dalla Direttrice. Suor Flaminia le aveva raccomandato di non farlo più. Bertilla “mano svelta”, come la chiamava Suor Flaminia, aveva tirato anche un altro ceffone, sempre allo stesso, allo “stupidino”, facendogli sanguinare un poco il naso. Lo aveva scoperto a rubare nelle tasche dei cappotti dei compagni. “Figlia di puttana !” le aveva detto mentre lo stava trascinando “tirandolo per gli stracci” fin dalla Direttrice. Bertilla non ci aveva più visto … Non si potevano dire quelle cose della sua mamma che non c’era più. E l’aveva menato dritto in faccia con un ceffone a mano aperta “ben dato”. Lo “stupidino” aveva fatto un capitombolo, e il sangue era schizzato sui muri del corridoio del piano di sopra.
“Non puoi agire così !” le aveva detto Suor Flaminia arrabbiata come non mai. Bertilla non aveva capito perché … Doveva rimproverare lo“stupidino”, e invece se l’era presa con lei … come se fosse stata lei a sbagliare, e non lo “stupidino” a sbagliare rubando e offendendo.
“Valle a capire le Suore ! … E’ inutile.” pensò Bertilla, “Qui ha sempre ragione chi paga, e non chi ha davvero ragione.”
 
Da quel giorno Bertilla rimase a casa sospesa, e non mise più piede dentro alla Scuola delle Suore. Hanno dovuto rincorrerla un’altra volta per strada perché andasse a ritirare l’assegno con i soldi che aveva guadagnato e ancora avanzava dalle monache. Non le aveva capite quelle donne …
“Non capisco da che parte stanno … Se dalla parte delle cose giuste, o dalla parte di chi paga e per questo ha sempre ragione.”
Se lo ripeteva in continuità, non le era andata giù quella faccenda … Bertilla era arrabbiata con loro … e anche con certe mamme che non sapevano essere mamme “come si deve”. Quella volta, Bertilla non uscì di “casa” per due giorni, e rimase senza mangiare né bere. Era troppo incazzata con tutti.
E dicono d’essere educatrici, e d’insegnare come si deve vivere e comportarsi … Bah !”
 
Comunque, quelli delle Suore furono soldi “buoni”, e li aggiunse a quelli che teneva nello zainetto.
“Meglio così ! Perché da un po’ di giorni il mucchietto stava diminuendo paurosamente.”
 
Oggi Bertilla lavora come magazziniera a tempo determinato in un supermercato. E’ facile. Lavora sempre da sola spuntando la lista delle cose da fare sulla lavagnetta che trova attaccata sopra alla porta. Spesso lavora anche di notte per riempire gli scaffali. Bertilla è contenta perché sta al caldo d’inverno e al fresco d’estate … Che cosa può sperare di meglio e di più dalla vita?
“Non è un posto fisso, ma fin che dura … Sempre meglio che girare per le strade … Il Direttore mi ha detto che probabilmente, vista la mia buona volontà e precisione, mi potrebbe tenere ancora. Deve sentire però i suoi capi perché siamo in periodo di crisi … Basta però che non gli chieda aumenti e troppi soldi per far le notti e le festività. I colleghi mi chiedono spesso il cambio di turno, soprattutto di quello notturno … A me piace lavorare nelle corsie deserte, silenziose e illuminate, disturbate solo dal ronzio dei frigoriferi e dal sibilare dei pipistrelli che escono dalla soffitta. E se ho fame … è tutto facile, lì dentro non mi manca nulla, c’è di tutto, anche il superfluo, e tutte quelle mille cose inutili che affascinano e ipnotizzano la gente fino a riempirsene i carrelli … A me non servono …”
 
Bertilla … è un nome come tanti. Una storia come tante … anche se un po’ “così”, forse diversa.
“Il mondo è pieno di storie, grandi e piccole, belle e brutte, rotte e rovinate, dette o mai raccontate. Alcune non sono mai finite, girano contorte seguendo un verso strano … La mia è una di queste. Avrei tante altre cose da raccontarti di me … Scrivile pure, tanto non interesseranno e non le leggerà nessuno.”
 
L’ho rivista anche ieri mattina Bertilla. Era distesa sulla spalla di un ponte dalle mie parti e parlava con un gatto. Teneva infilato sulle spalle il suo solito prezioso zainetto … S’è tagliata la coda dei capelli, ora li tiene corti, cortissimi … perché si sono spruzzati di bianco. Stavolta aveva gli anfibi ai piedi … e grattava il collo al gatto che le faceva le fusa … Gli parlava fitto fitto vicino agli orecchi, sorrideva raccontandogli chissà quali cose.  Per un istante si è rivolta dalla mia parte sentendomi passare … ma non mi ha visto, anche se l’ho salutata col cenno della mano.
Oggi per Bertilla ero trasparente … nessuno, come tanti altri … come tutti. E’ così ogni volta che Bertilla è sola con se stessa. Ma so che si sente bene così.
Fine della sesta e ultima puntata … Grazie che mi hai letto.
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