“Burano era sinonimo di …”

burano di ieri 33

 Burano per noi bimbetti di allora era sinonimo di spensieratezza e allegria … In quegli anni a volte bastava farci ballare un capello davanti per farci ridere contenti …
burano di ieri (177)
L’infanzia era una sinfonia di Don Chisciotte e Sanzo Panza, Zorro, Batman e Tex Willer in compagnia dell’Uomo Mascherato che si confondevano con tanta musica, regate accanite sull’acqua e l’albero della cuccagna con le pignatte rotte … ma intanto per i giovani del ’68 erano anni ruggenti.
 burano 04 nov 1966
 Burano però era anche mestizia e ristrettezze, i ricordi truculenti e dolorosi delle due grandi guerre, l’acqua alta del 6 novembre 1966 (nella foto con la freccina: io ero lì dentro quando è stata scattata … forse dal balcone delle Suore), qualche annegato … e si conviveva ancora con tanta povertà evidente: chi dei nostri ragazzi di oggi possiede per vestirsi solo un “cava e metti” ? … ossia un abito addosso e uno a lavare e basta.
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Vivere così era di certo un’altra cosa … a volte aveva il sapore dell’avventura … Chissà perché ci piacevano tanto il Libro della Giungla, Robin Crusoe, Cenerentola e tutti gli altri ? … Riconoscevamo molti di noi stessi in quella situazione esistenziale estrema.
burano di ieri 15
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08 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

“Laura … la Strìga de Castèo … a Venezia.”

Laura Striga de Castèo ... a Venezia

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 137.
 
“Laura … la Strìga de Castèo … a Venezia.”
 
A dirla tutta, il vero nome di Laura era Tarsia e la sua è stata tutto compreso una storiaccia … una fra le tante simili che capitavano un tempo nella nostra Venezia. Una storia in fondo di miseria, dabbenaggini e ristrettezze mescolate a violenze e soprusi, ma anche a quel pizzico d’arguzia e furbizia che sa adottare chi deve per forza inventarsi un modo di badare a se stessi e di “sbarcar il lunario”.
Laura-Tarsia fin dalla più tenera età era accaduto di tutto: nei primi anni del 1600 venne abbandonata in uno dei mille Monasteri di Venezia pochi mesi dopo essere nata dalla madre Isabella che non sapeva come mantenerla in vita. Probabilmente la donna la lasciò nel Monastero della porta accanto, quello della vicina Contrada di Sant’Antonin che forse conosceva meglio o in cui riponeva maggior fiducia. Ad essere precisini, si conosceva anche il padre di quella bimba: si trattava di Teodorin da Rodi (un greco quindi) … ma che fine avesse fatto e dove fosse andato a finire ?
Tarsia allora crebbe lì dentro presso la Comunità dei Greci di Venezia che in quell’epoca contava almeno 4.000 persone tutte strette intorno alla loro chiesa, all’Ospizio, alla Schola e al loro Cimiterietto. Crebbe mica tanto visto che a soli dodici anni si ritrovò già bella che sposata con un Marinaio Greco, che partito poco dopo per la guerra contro i Turchi, fece sparire di se ogni traccia e notizia per sempre … Laura venne perfino sciolta dal matrimonio, e i Greci le restituirono anche la povera dote.
Greci a Venezia come altrove avevano fama d’essere uomini di mare intraprendenti, ma anche persone lascive, sensuali, disinibite e scostumate … oltre che avide e parsimoniose. In giro per Venezia giravano certi “veci Greci capotèri” che erano considerati quanto più di libidinoso e ambiguo si potesse immaginare … E non era un caso se a Venezia accanto ad alcune “Greche Guaridòre” come Elena Draga e la Zuànache stava alla Carità, c’erano anche alcune “donne di malaffare” come Serena e Marietta, e Rosa e Caterina da Corfù che stavano in Calle del Forno a Castello“ … le donne Greghe de la Contrada sono fèmene passionali, spudorate assae e dai facili costumi … ma buone da abbordare” si diceva in giro.
Maledetto destino ! … Vedova così giovane … Tarsia però non si depresse perché poco dopo, a vent’anni, finì col maritarsi per la seconda volta con un ricco Mercante di Seta letteralmente ammaliato dal suo modo e dalla sua bellezza. Francesco Bonomin, così si chiamava il Mercante, che affermò in seguito davanti all’Inquisizione“Ho conosciuto Laura a un ballo di Carnevale in Contrada di Santi Apostoli … Era mascherata e assomigliava a un Diavolo … e lo era per davvero.”
 
Anche costui era vedovo e con quattro figli, e forse quella di scegliere una matrigna fu una scelta oculata e di convenienza. Inizialmente, infatti, tutto sembrava “giràr ben”, tanto che la coppia mise al mondo altri due figli: un maschio Luigi e una femmina Malipiera.
I quattro figli del Mercante e adottivi di Laura, raccontarono in seguito che la donna “faceva gran chiasso” … e che l’avevano vista più volte attraverso la serratura “buttar su una padeletta piombo discolato in forma d’ago e di Diavolo … C’haveva li corni et pareva strangolasse uno … e Laura disèva misteriose parole grèghe segnando con un coltello negro prima di riversarlo sulla veste del padre”.  Inoltre l’avevano vista in altre occasioni: “buttàr cordelle rosse annodàe per terra, mèter ostie da Messa avute da donne dei Carmini, acqua benedetta tolta dalla ciesa de San Polo, e polveri misteriose dentro alla minestra del padre … Le quali lo facevano diventar màto e far pazie, onde lui andava per la strada fecendo matarìe, e buttava la spuma dalla bocca, et infuriato voleva dar a tutti.”
 
Sempre gli stessi figli adottivi ricordarono ancora che la donna possedeva: lingue secche di gatto morto avvolte in oro, argento e nastri di seta gialli, che erano talmente dure che non si distruggevano neanche buttandole nel fuoco dove resistevano scoppiettando … Affermavano anche che la donna aveva “strigàto, maliàto e fassinàto” il loro padre per farlo diventare buono e perché non la picchiasse più … Il Mercante in persona dichiarò più tardi: “… ho continuato così sin tanto che sono andato alla Casa di Loreto venendomi fuori dallo stomaco una cosa negra, qual credo fosse il letto delle strigarìe.”
 
Laura sapeva tante cose “per strigaria e perché il Dimonio in persona gliele diceva mentre si denudava con i capelli sciolti”. In quell’epoca si era convinti che fosse riprovevole per una donna andarsene in giro o starsene in casa senza i capelli acconciati e ordinatamente raccolti. Una donna con i capelli sciolti era ritenuta libertina, provocatoria, eccessivamente sensuale, quasi perversa. Non era un caso se l’Inquisizione faceva rasare del tutto le donne ritenute malefiche e coinvolte in situazioni di stregoneria diabolica.
“Le donne devono procedere velate … perché quei capelli sciolti provocano perfino gli Angeli del Cielo.” … Era questa una norma dell’atteggiamento comune condivisa quasi da tutti.
Laura aveva anche un certo successo perché aveva rivelato che un Frate Carmelitano apostata e ora carcerato era l’autore di un furto di due anelli di diamante e rubino, e di quelle “strane rivelazioni sataniche” era testimone anche un altro Frate: Antonio Contarini.
Arrivato però il famoso 1630, quello della grande Pestilenza Veneziana che falciò Venezia di tante esistenze, il Mercante buttò Tarsia letteralmente in strada “spogliandola di tutti gli ori” e accusandola davanti all’Inquisizione di Venezia di sortilegi e poligamia effettuati in accordo con la madre Isabella. In realtà, invece, era il Mercante focoso, irascibile ed epilettico che la minacciava con stilo e pistola, la tradiva con altre donne, e la picchiava “tanto che era tutta negra per li maltrattamenti”.
Povera Laura ! … Comunque qualche tempo dopo il Mercante Francesco Bonomin morì … e non certo per le malie di Laura.
Non si seppe mai bene come e dopo quanto, Laura s’era ricongiunta con sua madre legittima Isabella con la quale aveva iniziato a intrattenere e spartire non solo buoni rapporti, ma anche “l’Arte” di famiglia che si tramandavano da generazioni. Isabella pur vivendo nella Contrada di San Martin de Castello si recava quasi ogni giorno sotto il falso nome di Elisabetta Battaglia ad esercitare la “professione” a Mestre dove aveva trovato “un mercato” più consono e disponibile al suo stato. Laura, invece, aveva preferito rimanere a Venezia e nella circumvicina Laguna che considerava un posto irrinunciabile e dalle mille opportunità dove poter vivere tranquillamente. Quello di “vivere da Strìga” era una maniera di sbarcare il lunario più che un’adesione vera e propria a certi contenuti e principi misteriosi … e si poteva offrire e vendere quei “servigi” perché c’erano Veneziani e foresti di ogni sorta disposti a credere nella loro efficacia … fino a comprarla.
Qualche tempo dopo gli anni bui della Peste, la stessa Laura si sposò per la terza volta, e ancora con un altro Mercante: Andrea Salamon da Bologna … e anche da costui finì col separarsi nel 1640 … Bisogna dire che quella donnetta non fu molto fortunata “in amore” … Anche quella convivenza finì con l’essere burrascosa come la precedente: Salamon spazzò via i due figli di Tarsia, che già da allora si faceva chiamare col “nome d’Arte” di Malipiera per via di certe incerte e vaghe parentele pseudonobiliari.  Il figlio maschio di Laura, diciasettenne gracile e malaticcio, spesso infermo e soggetto a “brutto male”, trovò rifugio presso un Capitano di Mare con quale finì con l’imbarcarsi probabilmente come mozzo morendo in viaggio per “mal caduco e malattia”. La ex bimba di Tarsia divenuta ormai donna ventiquattrenne: Malipiera Bonomin, cieca di un occhio, fuggì, invece, da casa andando a trovare rifugio presso una donnetta “maestra di bottoni” abitante a Castello in Corte Nova. Costei ebbe pietà di lei prendendola in casa come fosse sua figlia … La giovane insomma si dissociò dal modo di vivere della madre, andò a stare per conto proprio, e sparì così facendo dalle vicende della Striga Laura da Castèo.
Il matrimonio di Laura andò a finire ancor peggio del precedente: il Mercante Andrea arrivò addirittura a prometterle d’ucciderla … e la donna stavolta fu costretta ad abbandonare in fretta e furia il Mercante saltando giù mezza nuda da una finestra perché l’uomo anche stavolta la stava ammazzando di botte. In seguito raccontò d’essersi salvata solo perché portava addosso una “preziosa carta neretta”, e dentro alla borsa “tre orazioni contro l’arme” e “la carta del Benvolere bona per salvarsi da tutto” … Laura perse tutto, perché l’uomo la derubò di tutti i suoi averi che ammontavano a più di 6.000 ducati, ma non si perse d’animo neanche questa volta perchè trovò rifugio presso la casa-canonica del Piovan di San Biasio dei Forni sulla riva del Molo di San Marco da dove partivano e arrivavano le Galee della Serenissima.
Al riguardo ci fu ovviamente qualche immancabile pettegolezzo, che arrivò a dire che Laura era stata anche l’amante contraccambiata di quel Prete … ma in giro per Venezia se ne dicevano e inventavano tante … “di tutti i colori” … E da lì Laura ripartì ancora una volta.
Dopo aver vissuto per un po’ di tempo in casa di Venturinennesimo Mercante che abitava vicino a San Zuàne dei Furlani (l’ex casa dei Cavalieri Templari di un tempo), tornò a rimettersi in gioco andando ad abitare per conto proprio in una caxetta da dove iniziò ad affittare qualche stanzuccia a foresti di passaggio a Venezia o a chi ne avesse avuto bisogno. Laura era di certo una donna industriosa e piena d’iniziativa perchè oltre ad affittare camere e magazzini si dedicò anche a far calzette, prestar soldi … e com’era tradizione di famiglia, alla Magia e “a far da Guaridòra”.
Non che fosse una donna fortunata, perché anche in quei nuovi frangenti si ritrovò più volte derubata di soldi e preziosi: una volta da un Frate Gabriele Valier da Venezia che l’aveva poi anche denunciata all’Inquisizione, e un’altra da una massèra di casa Elena Forlana che le aveva svaligiato la casa insieme a tre uomini Greci con i quali “praticava inonestamente”.
Insomma, per rifarsi, a Laura non rimase che darsi parecchio da fare come Strega.
Nel 1647, infatti, Laura “già inferma e malsana” venne denunciata “per certe ontioni o oglii che ella dispensa”insieme alla madre Isabella e ad altre sei streghe di Venezia, due Frati e un Prete … Per tuti si prefigurava il carcere … L’Avvocato Zana descrisse Laura come: “… donna grande piuttosto che piccola, con capelli negri, d’età di 40 anni incirca, vedova …” 
 
Due anni dopo, Laura venne convocata dall’Inquisizione “a Processo” insieme alla madre che faceva per mantenersi: “l’infioratrice de Margherite de vèro o infilaperle”. La faccenda si risolse in fretta e furia, e ad entrambe vennero comminati dieci anni di carcere tramutati in arresti domiciliari … ma qualche anno dopo, nel 1654, Laura finì di nuovo a processo … perché Laura-Tarsia per campare faceva: l’unguentàra, guaridòra, erbarola e medegàra. E quel mestiere lo sapeva anche far bene e con stile, con competenza e affidabilità … tanto che i suoi servizi costavano cari … ed erano perciò anche fruttuosi.
A dire della stessa Laura: “… non bisognava affatto credere a tutto quanto andava dicendo e facendo” … ma visti i risultati delle sue performance le veniva quasi da credere che ciò che si andava inventando fosse in qualche modo buono. La Strigaria a Venezia come altrove andava a collocarsi in una specie di “terra di nessuno” che spuntava all’orizzonte del “vivere difficile” dopo che avevano fallito i rimedi tradizionali di cui ci si fidava sempre. Per intenderci, dopo che si erano dimostrati incapaci di trovare qualche soluzione efficace i vari Speziali e Medici con i loro intrugli e sapienze da una parte, e i Preti e i Frati con i loro Santi, Madonne e Reliquie miracolose dall’altra (Si diceva in giro per Venezia che se uno non migliorava e non reagiva al contatto con le Sante Reliquie o partecipando ai Riti e alla Santa Messa, lo si doveva considerare refrattario a tutte quelle “cose Sante”, e perciò: “Indemoniato e posseduto”… In quel caso, altri non esistevano a cui affidarsi se non le Streghe, i Maghi e le Guaridòre … a cui facevano ricorso anche gli stessi Frati, Preti, Monache e Speziali … e perfino gli Ebrei.
Laura perciò faceva parte di quella particolare “categoria miracolosa”, che fungeva un po’ da ultima spiaggia per ogni ceto sociale. Agiva insomma su una specie di sottile linea di confine e d’incerto equilibrio fra lecito e illecito, fra sicuro o probabile e inventato, sulla quale se andava bene finiva col godere d’ulteriore fiducia e di una certa remunerazione … se andava male, invece, poteva incorrere in guai non indifferenti da parte di tutti.
I clienti di Laura erano sia i Nobili che potevano con la loro disponibilità finanziaria permettersi ogni sfizio e ogni genere di soluzione … sia il “popolino mentecatto, ignorante, volgare e miserrimo che pagava come poteva … e se poteva … o lo faceva alla sua maniera con i suoi tempi eterni”. Di tutto questo Laura era più che consapevole perché sceglieva attentamente i clienti … anche se non disdegnando ogni tanto di far “doverosa carità” nei riguardi di qualche suo concittadino sfortunato che curava “gratis et amore Dei”.
A Venezia sulle Streghe si diceva di tutto, anche che prima facevano ammalare qualcuno per poi indurre a rivolgersi a loro per guarirlo … Esisteva tutto un mercato organizzato della Magia, e ogni cosa aveva un suo preciso valore e prezzo: una “carta del benvolere” ottenibile anche da Laura, poteva costare fino a 3 lire, mentre una “lingua di gatto” si poteva mettersela al collo per 4 lire o poco più … Un’ “Onziòn con ogio” (unzione con olio) per tre giorni consecutivi costava circa 20 lire … un consulto iniziale qualsiasi poteva valere ½ ducato ossia 3 lire, e aumentare di prezzo di volta in volta qualora la faccenda si dimostrasse continuativa e più difficoltosa. In un’occasione Laura “cavava nel principio ½ scudo o ¼ di scudo, et poi nel finire 4 scudi alla volta …” e in un’altra occasione “la Strìga con so màre Isabella” avevano “mangiato” a Battista ben 14 o 16 ducati …
Erano più o meno quelli i prezzi in giro per Venezia, come indicava anche la Gobba dei Due Ponti, famosa in Venezia durante il 1500 per aver avuto centinaia di clienti al giorno, e per saper guadagnare fino a 20 ducati al mese … Come ben sapete, Venezia in quei secoli era ricchissima, anche se saprete altrettanto bene che gran parte di quell’immane ricchezza era accumulata, gestita e tenuta stretta nelle mani capienti e potenti di solo qualche migliaio di Nobili e Cittadini: circa 6.000 e 7.000 in tutto … Il resto dell’intera città Serenissima era spesso carico di gente impotente, infermi, e di poveri manifesti o vergognosi … oltre che in mano a un esercito di Religiosi e Religiose capaci di promettere qualsiasi cosa.
Laura era analfabeta, non sapeva né leggere né scrivere (almeno così diceva), ma sapeva bene distinguere il valore delle monete che le transitavano per le sue mani … e quello alla fine era ciò che contava per davvero. Sia lei che sua madre Isabella sapevano consigliare alle altre donne e uomini pratiche magiche di ogni sorta utili per mantenere il controllo su mariti e amanti, per ritrovare cose perdute, trovar Fortuna, e anche per intervenire su persone malate.
Se c’era una rivale in amore: “bisogna tagliarle la strada con un coltello nero” … oppure “si deve saltare “la fata” (cioè l’ombra) dopo aver riempito con acqua di mare a Sant’Antonio un bocaletto comprato a nome dell’amato pronunciando le efficaci parole: “si come l’acqua batte in questi coccoli, che così possa battere il cuore del tale de mi” … Con “40 onde d’acqua di mare” Laura faceva le sue pozioni, e sempre alle “onde d’acqua di mare” affidò in un caso i “vestiti maleficiati” della Nobildonna Marina Emoprovando a salvarla da morte certa … Sempre per ritrovare cose perdute e soldi, per vincere al gioco, o per scovare amati perduti o futuri amanti desiderati Laura sapeva usare l’ “Arte scellerata di gettare la cordèla e le fave benedette”. La “cordèla” era spesso un semplice cordino di stoffa con cui le donne si reggevano le calze sulle cosce (un primitivo reggicalze che forse godeva di un suo prestigio per la collocazione intima e recondita su cui andava ad agire)“… si tirava la cordèla per farsi voler bene … et che quando due capi di detta cordèla si univano insieme era segno che si volevano bene quelli due homo e dona per i quali si faceva il gioco.”
 
Accanto alla Cordèla, le Streghe attuavano l’uso abusivo di cose sacre e benedette come “L’acqua Santa” e gli “Oli dei Sacramenti” che andavano a rubare o procurarsi nelle chiese di Venezia. Quei “prodotti” era ricercatissimi perché le Strighe erano consapevoli del “potere potentissimo, misterioso e secreto” a cui quegli oggetti facevano riferimento. Praticamente da sempre nell’accezione comune le “cose Sacre” godevano di grande affidabilità, e il loro uso, a differenza di oggi, si riteneva per davvero miracoloso e risolutore, capace anche di sovvertire situazioni fisiche e sociali scabrosissime o perfino terminali o mortali.
Una volta una ricca Nobile Veneziana non corrisposta mandò la sua serva da Laura per farsi aiutare. Le venne indicato dalla Strìa di: “pigliar tre ovi freschi, farli bogìr e venir duri, dividerli in quattro parti, una parte dalla al gato a magnàr, la seconda al cane, la terza gettarla in canale, la quarta non so dove mi disse andarla a buttare … e questi ovi prima di cucinarli andarli a mettere una notte intera in una sepoltura …” Infatti Laura con la serva andarono in gondola fino al Cimitero Ebraico del Lido, e lì seppellirono le uova dicendo: “Si come l’ovo non sa del morto, così il moroso di F. non possa saper dell’amore della sua signora.” Il giorno seguente ritornano a prelevare due uova da dare da mangiare al desiderato moroso, e ne seppellirono altre tre … In un’altra occasione Laura: “…confezionò un Malefizio Amatorio dentro a una pignatta mettendo insieme fango del Ghetto e acqua spuzolente, e vi aggiunse altri intrugli accompagnandoli con strane parole.” … In un’altra occasione ancora, sempre la stessa Laura confezionò un’altra “strigaria” per la Nobildonna Veneziana Zani vogliosa d’amore: “fece bollire un cuore di castrato in una pignatta di terra nuova legandolo con seta di più colori …vi fissò poi dentro degli aghi con dell’acqua salata fino a farlo ridurre quasi a niente … E mentre bolliva bisognava dire: “si come si consumava quel cuore che bugiva, così si consumasse l’amor di Antonia che era la Signora di detto Polo, et che l’amor di Polo ritornasse alla Signora Catanella.”
 
In quella stessa occasione Laura ordinò poi di ridurre in polvere il “cuore di bestia” rimasto nella pentola, e di gettarlo dietro al moroso desiderato “per dar martello” al desiderio: “… overossia per non far dormir, né mangiar, né riposar l’innamorato inducendolo al tormento amoroso”.
Secondo le conoscenze delle “Strighe de Venesia” gran parte dei mali era causato o da cause fisiche o da: “una Malaombra overossia uno Spirito Maligno” spinto verso le persone tramite malocchio e strigarie. Era perciò necessario contrastarlo e reindirizzarlo … rimuovendo così il mal di testa considerato segno di possessione, ma anche: fastidi, febbri, debolezze e sintomatologie fisiche d’ogni genere.
Di solito bastava portare dalle Streghe degli abiti o delle stringhe della larghezza giusta appartenenti al malato, la Guaridòra le prendeva in mano e dopo aver recitato sopra di loro “parole speciali” le faceva seppellire portando sotto terra con loro anche “il male” che così lasciava l’afflitto … In altre occasioni, invece, la Strega in persona si recava al domicilio del malato e lo ungeva da capo a piedi con un “olii speciali”recitando particolari “fòrmole magiche secrete” … però tutto questo costava molto di più … Quasi sempre non funzionava e le persone ammalate peggioravano o morivano ugualmente, o l’amato perduto non ritornava affatto a casa, o non si trovava il tesoro nascosto … ma si trovava sempre una spiegazione plausibile che spiegava l’inefficacia di quel trattamento: a volte si era stati convocati troppo tardi … altre volte s’erano fatte strigarie al contrario e in maniera sbagliata … altre volte ancora non si era degni d’essere esauditi … o non si era stati sinceri nell’esprimersi e nel raccontare le circostanze … “La Magia è una Verità Efficace solo per pochi cuori puri e per rari Spiriti Eletti !” speigavano spesso le Strighe.
Durante e dopo tutti quei loschi e contorti traffici, Laura venne denunziata più volte all’Inquisizione di Venezia anche dalle stesse “donne insodisfate della Contrada”, praticamente le amiche e conoscenti che incontrava ogni giorno: Giulia, Margherita, Angela, Betta di cui si fidava e alle quali anche prestato “numerosi servizi in tante occasioni”. Per questo Laura durante la sua “carriera” incorse in molteplici processi.
Nel 1654 però, a denunziarla per l’ennesima volta fu un Prete Antonio Cardini che aveva ascoltato le confidenze di Girolama moglie di un servo di Ca’ Emo: una fra le principali e più note Casade Nobiliari di Venezia. Laura a quei tempi dopo tanto darsi da fare e dopo tanti patimenti subiti durante la sua vita, era ormai una “perfida vecchia vana”, invecchiatissima, sempre vestita di nero, che abitava al Ponte della Morte in Contrada de Sant’Antonin de Castèo ..“Sembrava una settantenne cionciòna” … In quell’occasione la Strìa Laura era stata chiamata “sotto titolo de Medico” per curare Marina moglie amatissima di Angelo Emo Senatore, Cavaliere Grande che poteva molto et era ex Procuratore Generale di Morea … donna gravata da considerevole infermità”.
In quegli anni Laura non se la passava male perchè continuava ancora ad affittare camere, prestava soldi a pegno: “… trattenendo una perla, un orologio, alcune lenzuola con merli e parte de corredo di dota da sposa”e aveva al suo servizio ben due serve-massere: Lucia e Caterina, e aveva per casa anche un certo Luca, Greco, che vendeva calzette sotto a portici delle Prigioni di San Marco  … Dicevano che era cieco, ma di certo faceva gli interessi di Laura … ma questi erano fatti suoi precisò la donna al processo davanti all’Inquisitore Grande … Dopo vari consulti presso la moglie ammalata del Nobile, Laura aveva convinto anche una giovane servetta incinta di Ca’ Emo a sostenere la tesi che la spiegazione della malattia della donna era dovuta a “malìe, fatture e strigarie procurate dagli stessi figli della Nobildonna” … Era bastato regalare a Girolama, la servetta, un bel vestito nuovo e una donazione di 10 denari: “… e il gioco era stato fatto” … In realtà era tutta una finzione a cui in qualche maniera partecipò pure il Prete di famiglia Francesco Moroni appartenente al Capitolo di Santa Maria Zobenigoche era stato lui a segnalare al Nobile Emo e poi convocare la Striga Laura. Fu la stessa servetta alla fine a non volersi adeguare a quell’imbroglio rivelando tutto al Nobile e poi alla Santa Inquisizione … e la denuncia per Laura fu di aver “assassinata con le sue cure” la Nobildonna ammalata e allettata ormai da più di tre anni.
Inizialmente s’era fatta pressione sulla Striga Laura perché intervenisse in fretta: “… prima della “Luna Nova” che come sempre porta via ogni Anima derelitta in preda a gravissima malattia.”… Si diceva così a Venezia … ma in fondo accade ancora così anche oggi … Laura appena incontrò il Nobilissimo Emo in persona “addoloratissimo”, s’attivò subito ordinando al Prete di Famiglia Moroni diprocurarle: ambra, muschio, noce moscata e una ventina di erbe da aggiungere alle molte di cui già era in possesso per farne un’efficace lavanda. La Striga coinvolse nel “rito della lavanda” anche lo stesso Prete che doveva recitare una lunga serie di “tremende benedizioni salutari”, e dopo aver misurato con un lungo filo la donna, la segnò e la lavò per tre mattine di seguito con “acqua tratta da 40 onde di mare prese sulla spiaggia del Lido e successivamente a Malamocco. L’acqua avrebbe dovuto così lavare e portare via le malignità che ricoprivano l’inferma, ma siccome non accadeva nulla, Laura spiegò che doveva esserci nelle vicinanze qualcuno che rinnovava di continuo il malefizio funesto contro la donna … e quel “qualcuno” si rivelò ben presto come: Marco e Marietta Michiel, ossia i figli del primo matrimonio della donna risposatasi in seguito col Nobile Emo.
La cosa aveva un senso, anzi: un vero e proprio movente, perché c’era di mezzo l’eredità che i due figli non volevano spartire con gli altri figli avuti più tardi dalla donna.
Di certo era un po’ (tanto) perversa l’idea della Striga Laura… Per trovare quindi una causa di tutto quel male che affliggeva la Nobile Marina, Laura aveva pensato di escogitare la colpevolezza dei figli del suo primo matrimonio, e per rivelare e “vedere” i nomi dei “malignatori” della Nobile donna morente, la stessa Strega inscenò a Palazzo Emo una messinscena di notevole effetto coinvolgendo la timorosa serva Girolama e il Prete Moroni.
Tinto di nerofumo e d’olio di mandorle dolci la mano della serva, le fece tenere una candela benedetta accesa ripetendo per 10 volte alcune formule misteriose adatte allo scopo … ma senza successo. Sarebbe dovuto apparire nelle mani della serva un Demonio che sbattendo le ali avrebbe rivelato i nomi degli autori dei malefizi. Fu, invece, necessario ripetere l’esperimento magico dopo altri 8 giorni: “perché l’ora era tarda e forse gli spiriti erano già andati via o erano impegnati altrove …” si affrettò a spiegare la stessa Laura. Perciò fu durante un secondo tentativo, dopo una nuova“apparizione spiritica” di un’ora, e dopo nuove preghiere speciali che finalmente il Demone rivelò i nomi dei figli di Marina.
Il Senatore Emo incerto sulla veridicità di quelle notizie che indirettamente lo minacciavano a sua volta, chiese ulteriori conferme e partecipò di persona a una terza seduta in cui si confermarono quelle stesse rivelazioni … La donna intanto peggiorava ulteriormente, e non migliorava neanche applicando i rimedi di Laura che chiedeva: “più applicazione e più tempo” … Il Nobile Emo allora chiese alla Striga di assistere maggiormente la moglie sempre più inferma stabilendosi a casa sua per almeno venti giorni … le avrebbe dato anche 1.000 ducati se fosse guarita come lei prometteva.
Laura per giorni tornò e ritornò a Palazzo Emo inscenando le sue azioni guaritrici fatte di segni, unzioni, misurazioni, formule e “… applicazioni di acque sananti, radici di palma per purgare Marina, fomenti per gli umori melanconici, fumigazioni di muschi, lavande di erbe, sciroppo di semi di cedro, una “pìttima” alla bocca dello stomaco, e Finocchi di Barbaria nel brodo per quietare i dolori.” … Alla fine di tutto, invece, la giovane serva Girolama spinta dal suo Prete Confessore Marcantonio svelò al Nobile Emo e all’Ufficio dell’Inquisizione l’inganno di Laura che venne perciò arrestata e carcerata nonostante si fosse prodigata subito in mille scusa nei confronti dell’Emo provando anche a restituirgli parte dei denari ricevuti … cosa che costui rifiutò.
Il Capitano dell’Inquisizione Zuane Cierego andò a bussare alla porta di Laura alle due di notte con i suoi uomini, Laura provò a fuggire buttandosi giù da una finestra dentro a un orto vicino, ma venne presa subito dagli uomini dell’Inquisizione che la trasportarono alle Carceri del Santo Uffizio in Contrada di San Zuane Novo. Poco dopo si andò a perquisire la casa di Laura trovando in una cassella nascosta sotto al letto: “empi e perniciosi libri scritti a mano, carte piegate, ampolle d’acqua, ogli, grandi di allume di rocca, fave, aghi da cucina, e candele nere che erano state accese alla rovescia…” e nascosto sotto a un tappeto: “due pezzetti di candelette nere e una cordella rossa”. Tutto venne elencato e portato all’Ufficio della Santa Inquisizione … Non c’era più alcun dubbio, Laura oltre che una Strìa, era anche un’imbrogliona analfabeta: osservava i disegni, i circoli e le figure magiche contenuti nelle carte e nei libri, e ospitava in casa sua libri proibiti, magici, diabolici e pericolosi che le venivano forniti da Medici, Cavalieri, Frati inonesti, forestieri di passaggio e personaggi ambigui.
Una delle due serve di Laura raccontò di averla vista chiudersi più volte a chiave nella sua stanza in compagnia di putte, donzelle, donne e uomini mascherati, travestiti e stravaganti, ma anche di Frati o Monache furbeschi … Anche se non sapeva dire bene che cosa facessero chiusi lì dentro, il giorno dell’arresto l’aveva però spiata per il buco della serratura: stava seduta sopra a una cassa in compagnia di Angelo Paganini un Frate di Sant’Antonio, e tenevano in mano delle candele nere bisbigliando cose incomprensibili … e di certo Sataniche !
Di fronte all’Inquisitore che la minacciava dicendole che se non confessava ammettendo ogni responsabilità l’avrebbe sottoposta “all’esame vigoroso del tormento”, Laura si accontentò di pronunciare poche parole: “Se sapessi fare ciò di cui mi accusate sarei una gran donna !”
 
La Nobile Marina Emo moribonda nel frattempo s’era ripresa, anzi: era guarita del tutto … Non si sapeva bene né come né perché né quando né quanto, ma comparve perfino davanti all’Inquisizione al processo contro Laura. Fu strana la presenza di quella donna perché pareva quasi non si trattasse di se stessa … In quei momenti sembrava quasi che lei non fosse presente e si stesse intrattenendo in altre situazioni … Infatti furono esemplari e sorprendenti le sue poche affermazioni: “Il tutto è nulla.” disse riassumendo tutta quella losca e intricata faccenda … e tutti rimasero allibiti … Laura e i Giudici compresi.
Ma non finì tutto così … perché Laura in seguito venne anche minacciata da Nicoletto Sfachiotto Calenti, un “bravo”inviatole dalla famiglia Emo. I Nobili non solo erano scontenti perché non aveva guarito la Nobildonna Marina, ma erano soprattutto irritati e sconvolti perché Laura aveva coinvolto e “tratto in basso” in quella pubblica faccenda l’onore della loro importantissima Casada.
Laura finì quindi nello squallore del carcere dell’Inquisizione per 8 mesi in attesa del processo … e dopo la celebrazione dello stesso venne condannata il 3 marzo 1655 dal Nunzio Apostolico Carlo Caraffa in persona che prima la fece abiurare, e poi la destinò a 10 anni di carcere “senza riserva di grazia”, e a recitare per il detto periodo due volte alla settimana il Rosario per la Beata Vergine.
La clemenza del Santo Uffizio però fu grande, perché Laura riuscì qualche volta ad uscire in permesso per Pasqua e Natale … finchè ne uscì … ma solo per pochissimo tempo, perché già nel 1660 incappò in un ulteriore mandato d’arresto a causa di nuove denunce “per pratica di strigarie” fatte da un Barbiere di Sant’Antonin, da un Chirurgo, dai vicini di casa, e da altri soliti amici e conoscenti che si erano serviti da lei comprando rimedi … Fra le altre cose le Veneziane Caterina e Benedettatestimoni contro di lei al processo, si lamentarono che Laura: “aveva mangiato loro una man de bèzzi (soldi)” ... Per la Striga Laura era la fine …
Quando Michael Cataneus Capitano delle Guardie dell’Inquisizione andò a bussare per l’ennesima volta alla sua nuova porta di casa in Calle Larga dei Furlani, Laura si lanciò in un’ultima fuga disperata e rocambolesca: aprì “un luminare”, e scelse di scappare per la via dei coppi e dei tetti … Il Capitano allora forzò “con ingegno” la porta ed entrò con i suoi uomini, ma lei già aveva saltato due tre case dall’alto e stava già buttandosi sopra al tetto di una casa contigua e più bassa … Gli uomini dell’Inquisizione circondarono l’isolato … Accortasi che non aveva scampo, Laura tentò il tutto per tutto: “… saltò di sotto, ma rotolò da basso e di sotto cadendo dentro a una corticella sconta e chiusa da dove le guardie ebbero difficoltà d’andarla a recuperare aprendo due tre porte e cancelli e scavalcando perfino un muro”.
La trovarono riversa per terra ai piedi di una “vera da pozzo de pièra”, contro la quale Laura aveva battuto malamente la testa cadendo dall’alto. Quando la raggiunsero per portarla via in barca già non rispondeva più. Infine venne portata di nuovo nelle Carceri del Sant’Uffizio dove venne vista subito “secondo il bisogno” da un Barbiere delle Prigioni Pubbliche perché non si trovava in giro nessun Cirusico …
Le cronache giudiziarie ricordano che Laura si riprese un poco, fece la Comunione, si confessò … e disse che non le serviva niente.
Stavolta in casa sua le guardie trovarono altri oggetti equivoci: “… pezzetti di piombo, cordelle annodate, fave, candele nere, un pezzetto di testa di morto, aghi da cucire, chiodi e oggetti magici … e altro ancora di compromettente.”
 
Quando il Barbiere tornò nella cella per rivederla la trovò morta ormai da un pezzo … avendo ancora addosso due fogli scritti di sortilegi, e intorno al collo le sue solite cordelle rosse.

“Buraneo … ghetto magnà ?”

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 Spesso in giro per Venezia e per il mio ridotto “Mondo” ho trovato persone che esternavano certe considerazioni sui Buranelli: “Buranjeooo gheto magnà ?” mi ripeteva sempre uno ogni volta che m’incontrava … Mi sembra ancora di sentire rimbombare quella frase nella mente.
 Capitello x corpus domini
E quel tale se la rideva sempre alla grande convinto che i Buranelli erano persone ossessionate dal continuo bisogno irrinunciabile di mangiare sempre e ad orario … e da poco altro. “I Buranelli sono gente simpatica ed estroversa, ma covano sempre le loro manie …” mi ripeteva, “Sono un po’ datati e all’antica, e sono dediti spesso alle cose semplici e piccole come la loro isola … Ti danno l’impressione che giochino con la vita come cantilenano con le parole…”
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 Non era ne è affatto così: i Buranelli di sempre erano e forse sono ancora persone temprate dal vivere nelle austerità limitate ed essenziali della Laguna. Uomini e donne forti che sanno cogliere “il dunque” delle cose e del vivere, e quindi sanno discernere, apprezzare, far valere e mostrare ciò che per loro conta per davvero “saltando e ignorando” il molto che è superfluo o superficiale … come lo sono certe persone.
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07 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

“I Buranelli … sempre loro.”

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 Se hai un difetto puoi star certo che i Buranelli lo noteranno subito e te lo sbatteranno presto sul muso … Lo faranno però con delicatezza, con bonarietà, simpaticamente, senza farti male e provando a riderci sopra … Cantilenandolo piacevolmente te lo ripeteranno inoltre almeno 17.777 volte … se non di più.
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Insomma: non avrai scampo. Per questo ti verrà da odiarli … ma solo un pochetto … e ti arrenderai al fatto che agli altri proprio non piaci se esisti in quel modo.
 cappuccine inizio 1900
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06 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

“Vivere in isola …”

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 Solo chi vive in isola o ha provato a viverci almeno per un certo periodo può capire ciò che significa. Di certo sono sensazioni diverse da quelle che si possono provare vivendo in una fattoria spersa in mezzo alla campagna e i campi. Così come stare in isola non assomiglia affatto al vivere in una baita d’alta montagna in mezzo al bosco, né è simile allo stare sotto a una tenda in mezzo a un arido deserto. Vivere a Burano era diverso, era tutt’altra cosa.
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Per certi versi era come essere parte integrante di una grande famiglia allargata, tanto grande però che ciascuno si faceva sia i fatti degli altri che i fatti propri. Una grande parentela diffusa in cui tutti sapevano tutto di tutti … azzannando gli altri fin sulle caviglie scoprendone e sottolineandone vizi e difetti, ma anche sapendo esternare all’occorrenza una grande solidarietà e condivisione per cui si finiva ciascuno per essere in qualche maniera prossimo degli altri …
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Insomma i Buranelli ai miei tempi erano un po’: “Tutti per uno e uno per tutti !”
 
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05 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

“Belli forse di più …”

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 “I Buranei xe nati in barca …” ossia possiedono uno spirito libero, spalancato su larghi orizzonti come quelli del Mare e della Laguna aperta.
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A volte sono persone “senza Dio né Re” perché hanno una mente disposta a spaziare oltre tutto ciò che è solito, ovvio, preordinato, così come non amano quanto viene imposto e calato dall’alto. Infatti sono estrosi, e hanno saputo essere e sono validi musicisti, poeti, pittori, commedianti, ballerini, viaggiatori, sognatori … e anche simpatici e focosi amanti … anche se qualcuno di loro è stato ed è austero conservatore, ligio e oscuro bigotto chiuso dentro alle strettoie delle sue paranoie.
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Però non andate a dirglielo perché altrimenti vi detesteranno e odieranno ! … Anzi: vi mangeranno vivi come sanno fare loro ! … Sono, infatti, molto sicuri di se, e anche parecchio orgogliosi e permalosi … Ma al di là di tutto questo, Burano e i Buranelli sono belli e vari forse di più” di quanto sa esserlo tutto il resto del Mondo.
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04 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

“L’acqua di Burano …”

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 “Quando l’acqua arriva al cùlo se impàra a nuàr ! (nuotare)mi disse un bel giorno mio padre lanciandomi in acqua così com’ero in un’afosa quanto luminosa giornata estiva. L’acqua era quella di “un secco” di Mazzorbo proprio davanti al gran chiesone dell’isola di Torcello. Mi fermo ancora oggi in quel punto preciso ogni volta che ripasso a distanza di decine su decine di anni, e ripenso e rivedo come fosse ieri quel lontano momento.
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 I Gabbiani volteggiando in alto nel cielo facevano: “Ahk ! … Ahk!”, e pareva si divertissero un mondo a ridere di me che annaspavo di sotto dentro all’acqua trasparente. Poi mentre sputavo salato e mi toglievo le alghe di dosso, hanno continuato a “far le barìlle (le capriole) dentro a quello spazio sfacciatamente azzurro … mentre i miei piedini saltellavano sopra le pietre aguzze e viscide del fondo, e scappavano dalle paurose “tenaglie spalancate” di un gracile granchietto in fuga. Il sole picchiava caldo sopra la mia pelle candida e grondante … e la mia bianca e larga mutanda inzuppata faceva altrettanto mentre m’interrogavo sul significato di quel gesto istruttivo di mio padre.
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Il detto di mio padre non era di certo adatto al mio primo approccio con l’acqua, ma andava e va, invece, benissimo per descrivere il modo che i Buranelli possiedono per affrontare le difficoltà e le asprezze della vita. I miei compaesani sono di solito caparbi, cocciuti, e s’arrendono difficilmente … anche se qualcuno/a gira portandosi in borsetta le “magiche goccette”per vincere in ogni momento l’ansia e l’affanno montante.
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03 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).
P.S.: Quasi tutte le foto non sono state scattate da me, ma le ho raccolte liberamente nel web in varie occasioni. Non ne conosco lo specifico autore, ma ringrazio chiunque le ha fatte. A loro va il merito dell’abilità, e del loro bel effetto e contenuto.

“Ti prova soltanto a …”

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 Ogni centimetro di Burano ieri come oggi è sempre stato prezioso … anzi: preziosissimo. Ogni piccola parte dei muri coloratissimi delle piccole case strette a braccetto come dentro a un cartone animato, è sempre stato per i Buranelli come “oro di un tesoro prezioso” … Guai a provare a toccarne anche solo un pezzetto, o peggio ancora, provare a impossessarsene di un pezzettino in più: “Te càvo via quei quattro spernàcci de cavèi che te xe restài (rimasti) in testa ! … Se solo ti provi a sporcare coi to colori a me fasàda ! (facciata di casa)”.
 
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“Ti prova soltanto a sporcar con un mignolo del to “zàlo cacca” el “celeste Madonna” de casa mia, e ti vedarà se non son capace de cavarte còe òngie (unghie) tutti do i òcci (occhi) d’un colpo solo.”
 
“Ti prova soltanto a sporcar de un bìci cusì … e vedaremo !” rispose di nuovo l’altra.
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“Mamma mia ! … Che bone paròne !” commentò la Rinetta, che era mia madre. Le due donnette inviperite come non mai facevano per davvero, e infatti, qualche minuto dopo come lo scoppio di un bagnatissimo temporale dopo un lampo e un tuono cupissimo che lo annunciavano, le due vennero alle mani … anzi: alle unghie e ai capelli … e in un battibaleno fu fuori in strada tutta la Contrada a separarle … o meglio: a godersi lo spettacolo di quell’insolita nuova situazione.
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02 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

“Un’amabile conversazione … “

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 Ricordo un’amabile conversazione fra il “mio” vecchio Piovàn de Buràn e un “messo del Comune” di quei miei anni … Erano un po’ fra loro come il “Diavolo e l’Acqua Santa”, ma non disdicevano affatto d’accogliersi cordialmente e reciprocamente ogni tanto spartendo un bel bicchiere fresco “di quello buono”sotto alla pergola dell’orto della Canonica ai piedi del Campanil Stòrto.
“Secondo i miei ultimi calcoli i Buranelli sono esattamente 7.813 … o forse 7.818 contando anche gli ultimi nati.”
 
“Macchè Piovàn ! Ti xe balèngo … Son troppi … Sono molti di meno … Secondo l’ultimo Censimento …”
 
“Per carità ! … Làssa stàr el Censimento ! … Che per voialtri se una vecchia sorda e analfabeta non vi apre la porta perché non vi sente o non capìsse le carte … la giudicate: morta !”
 
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“No … Dai ! … Non è così … Noi siamo seri … e conteggiamo sempre attentamente la gente … E’ lei che conta anche quelli che stanno per nascere … quelli che vengono qui nei giorni di mercato … e anche i gatti di casa e i pitèri dei fiori (vasi) messi fuori dalla finestra …”
 
“Mmm …” fece il Piovàn storcendo la bocca e riempendo di nuovo i due bicchieri vuoti rimasti sopra al tavolino di vimini … Lo conoscevo bene, quando faceva quel gesto significava che si stava innervosendo … Si sistemò allora sulla testa la berretta nera col fiocco da Prete, e collocandola in realtà storta sulle ventitrè, riprese a dire infervorato più che mai, facendo anche vibrare e danzare l’ampia pappagorgia che aveva sotto al mento: “Guarda che io ho Registri … sui quali scrivo tutto ! … Dei Buranelli io so vita, morte e miracoli … Io li battezzo, li sposo, e do quasi a tutti la Comunione … perfino a quelli vecchi che stanno per morire dentro al letto di casa … I miei conti sono più che buoni ed esatti … Non sono come voi che se uno va in ospedàl a Venesia, o emigra per andare a lavorare in miniera in Belgio, o a far el camerièr in giro par el mondo … Per voi non esiste più …”
 
Stavolta fu “il messo” a sobbalzare sulla seggiola sistemandosi il cappello di paglia con la tesa larga e la fascetta rossa (Comunista che sia chiaro !), e infervorandosi replicò a sua volta: “Non vorrà mica che contiamo come Buranello anche chi è finito in Australia ormai da quarant’anni ! … E non vorrà mica contare come Buranelle anche le Suore che adesso ci sono e domani faranno fagotto andando a finire chissà dove ? … Che cosa contiamo ? … Anche i pittori che vengono a dipingere sulle nostre rive ? … Oppure è Buranello anche quello che va vendendo in giro i tappeti o passa ad aggiustar ombrelli e coltelli ? … Ma dai ! Caro el mio Bonsignòr … Mi faccia il piacere ! … Ma che conti fa ?” e trangugiò giù di un colpo solo il vinello ch’era dolce e buono come un’ambrosia. (lo posso dire con certezza perché l’avevo assaggiato mentre glielo portavo sopra un gran vassoio d’argento che mi traballava in mano.)
 
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Il Monsignore (“Per merito sul campo, e non per adulazione !” mi precisava sempre) sudatissimo s’abbandonò pesantemente sulla poltrona imbottita “a fiori”, e infilandosi un fazzolettone immenso dentro fra collare candido da Prete e tonacona dai mille bottoni appena sbottonata per la calura intensa, ribadì sarcastico: “E perché no ? … Abita qui quello dei tappeti ? … Sì ! … Vive qui da noi ? … Sì … Perciò è Buranello anche lui a tutti gli effetti …”
 
“Ma vive sotto a una barca roversàda ! … senza casa, senza niente … senza nessuno. Non è un Buranello da conteggiare !” provò a replicare l’altro sconfortato.
“Caro !” riprese a dire il Piovan ancora una volta quasi con impeto: “Io li conosco bene i miei Buranelli … li ho visti tutti nascere … così come li accompagno uno dopo l’altro al Cimitero … i dati buoni sono i miei … Sono tutti figli nostri anche quelli che non pagano le tasse, o che sono finiti in galera … Sono Buranelli pure loro, sangue di questa terra salmastra … e perciò sono 7.813 o forse 7.818 come dico io … e non ne discutiamo più.”
 
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Mentre in cima al Campanìl Storto il campanone suonava il mezzogiorno facendo vibrare tutto d’intorno, le cicale gridavano come matte nascoste dentro agli alberi, e io poco distante innaffiavo per l’ennesima volta le piante e i fiori del Piovàno inseguendo col getto dell’acqua le Lucertole che scappavano su e giù per i muri.
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01 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

 

nov 30, 2016 - Autobiografia, opinioni    No Comments

Burano era Burano …

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 Vivere lì era il massimo … Quando si è bimbi il luogo in cui si sta e cresce è sempre il top, il miglior posto dove stare e vivere. In quegli anni poi (’60-’70 del 1900), il mondo era di certo più piccolo e ristretto di oggi … in isola poi ! … e in fondo anche alla Laguna ! … Per noi non esisteva altro che quello: Burano era l’ombelico del mondo … il centro inequivocabile dell’Universo.
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Vi potrò sembrare forse esagerato e ridicolo, ma provate a chiedere ai Buranelli di allora se non era così ? Già recarsi fino a Venezia era un viaggio … per molti, e anche per me, era sempre una specie di festa. Ci si metteva il vestito buono per andarci un paio di volte l’anno attraversando la Laguna … Venezia “era il Mondo”, un po’ la capitale … il posto dove c’era tutto e di più, dove “si viveva”, e forse dove non c’erano quei limiti in cui s’annaspava a Burano. Per me bambino Venezia era come un miraggio, come la scena di un film, un posto da favola al di là del possibile dove collocare i sogni e i desideri più belli … Burano, invece, era la realtà quotidiana … il palcoscenico ridotto dove accadeva lo spettacolo di ogni giornata … era come un nido sicuro e protetto in cui si stava di certo bene … anche se …
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30 novembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta”.)
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