mag 24, 2015 - Senza categoria    No Comments

24 maggio 2015

io_mag 2015 modificata per Facebook

“La pagina più bella è quella che devo ancora scrivere e inventare … Esistono momenti in cui mi ritrovo con talmente tanto da pensare e da dire che non so dove volgermi e da che parte incominciare … Ho bisogno allora che alcune cose si depositino, si distillino e filtrino oltre e attraverso l’emozione del momento assumendo un corpo, dei lineamenti più chiari, precisi e definiti … Servono parole plausibili e sensate, con un capo e una coda …meritevoli d’essere ascoltate … Allora dentro di me accade tutto un brusio, un impasto, un rimescolamento e un subbuglio che piano piano trabocca trasformandosi in pagina e parola da dire, scrivere e forse da leggere … Basta solo attendere un poco … lasciare che tutto accada piano piano …”

mag 10, 2015 - Senza categoria    No Comments

“FIRENZE GIGLIATA … QUASI IN CONFIDENZA …”

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La Laguna è ricoperta di tappeti di alghe fiorite … Un odore intenso, come di melassa e di cotto impregna l’aria. Sembra di trovarsi dentro a un brodo primordiale, una grande zuppa che emana il caldo di questo maggio quasi estivo ed impregna l’aria sciroccale e appiccicosa inondandola di colori tenui, stirati, dilavati e anemici. A ripensarci … più che a un brodo cosmico, la Laguna assomiglia ad una ribollita … come quelle della Toscana e di Firenze … ed è appunto lì che siamo diretti ancora una volta.

Quand’è che puoi dire di conoscere a sufficienza una persona ? Mai.
Così è dei posti, delle città … Per quanto le riavvicini e le ritrovi, ogni volta sanno mostrarti uno scorcio, un volto e “un qualcosa” che ancora non conoscevi e te le fa sembrare diverse, nuove … anche se sono sempre loro, sempre le stesse. Le potrai conoscere forse del tutto solo rimanendoci, vivendoci dentro. Questo accade spesso anche a Venezia. Ci abito da sempre, eppure non finisco mai di stupirmi e di scoprirla curiosa e mai vista.
Come Venezia non si esaurisce in Piazza San Marco e sul Ponte dei Sospiri e di Rialto, così Firenze non è solo il Ponte Vecchio, gli Uffizi, il Duomo e Piazza della Signoria. E allora: Via ! … torniamo a sgambettar dentro alle pieghe di una Firenze dal sapore diverso che ancora prova a sfuggirci.
Correndo leggeri e soffici sull’Alta Velocità attraversiamo di nuovo file su file di verde, i campi vellutati e inizialmente soffusi di vaporosa foschia. L’Italica piana Padana sembra quasi una bella donna che si sta incipriando all’inizio dell’ennesima giornata … Non serve che lo dica, lo sapete meglio di me: l’Italia è proprio bella.
Dentro l’alcova pressurizzato di odori e sudori di Italo sbigliettiamo e progettiamo inusuali itinerari … Ci attorniano i soliti volti internazionali, le lingue e i dialetti incomprensibili, il bimbo che piange, il vecchio che bofonchia, tossisce, pisola e ha una valanga di cose da raccontare a qualcuno … Le donne non sono da meno: fanno crocchio, con infinita disinvoltura“attaccano bottoni” di ogni tipo, s’aggiornano fra loro, chiacchierano e commentano … riescono sempre a dire a qualcuno cose “importantissime … uniche o rare” che non si potrebbero assolutamente tacere.
Intanto di fuori entriamo e usciamo dalle gallerie dell’Appennino … Osservo le dolci e sinuose colline Toscane … mari di papaveri … sembra una melodia cantata da Gaia, una sensazione di pacato benessere che si distende davanti ai nostri occhi … è trascorso solo un attimo: Padova, Bologna … e già ci ritroviamo a calpestare Firenze a Santa Maria Novella.
“Firenze: eccoci qua ! Ti siamo di nuovo dentro … E tutta in mostra, basta allungare la mano … anzi, no, la mano no … la mente, l’immaginazione e lo sguardo sì … Un’altra occasione per provare a diventare un po’ più amici piuttosto che svagati turisti …”
 
Entriamo dentro ad Ognissanti: una bomboniera barocca con un soffitto che sembra sfondato verso un cielo nuvoloso e pieno di gente e Santi in luminosa Gloria … Dimenticando il solito mendicante importuno che ti si frappone davanti, mi lascio avvincere dalla fantasmagorica ipnosi degli affreschi di Botticelli, da un grande Cristo dorato dagli occhi sbarrati che mi osserva nel buio … da un’atmosfera arzigogolata, tutta riccioli e fronzoli che sa di iperdevoto, tradizioni familiari nobili, ricchezza profusa per secoli a favore di un’Idea, di una Fede, di una Conventicola Fraterna di Frati … Un’immersione nel Barocco, stagione artistica pesante da capire e gustare … ma rimaniamo lì rapiti come i poveri di un tempo a rimirare a bocca aperta.
Qualche istante dopo, passando accanto alle tonache grezze e bigie e fruscianti dei Francescani dell’Immacolata, entriamo nel Chiostro e nel Convento d’Ognissanti ed estasiamo di fronte alla squisita bellezza del “Cenacolo del Ghirlandaio” … E’ una di quelle opere che t’inchiodano davanti lasciandoti pietrificato e quasi senza fiato di fronte a tanta bellezza. Un gioiellino … una opera “++”, una visione che da sola vale il biglietto del viaggio …
Usciti di là, ci lasciamo andare inoltrandoci nelle “vene” di Firenze, nelle viottole ombrose attraversate dal zoccolare pigro e ritmico dei cavalli che tirano le loro ottocentesche carrozze … Il postiglione con la tuba in testa e la mantella sulle spalle, i lanternini accesi sui fianchi, la frusta che schiocca a vuoto in aria, la carrozza che ondeggia e scricchiola sul selciato scuro, consumato e bagnato … Atmosfere ed estetiche emozioni si susseguono e sovrappongono … come il ritornello di una bella canzone dentro la quale ci si ritrova improvvisamente immersi e coinvolti.
Entrare dentro a case e palazzi d’epoca è sempre un viaggio nel tempo … Ci entro sempre silenzioso e in punta di piedi, quasi col timore di disturbare chi vi sta abitando … Lo so: è suggestione, ma gli aneddoti, i dettagli, le storie spiegate ti trasmettono sempre sensazioni di vita vissuta … che non sembra essere terminata del tutto. Ti sembra di vederle ancora lì le persone, di notarle passare, intente nelle loro abitudini, occupate a smanacciare e usare le loro preziose cose.
Ci ripetiamo spesso: “Chissà com’erano quelle persone di ieri … che cosa provavano, sentivano, pensavano … Chissà com’erano questi posti quand’erano vivi e abitati, frequentati, visitati … Che avrà pensato il cuoco, il servo, il giardiniere, il fattore e il cocchiere mentre calpestava questo posto lavorando ogni giorno qui dentro per chissà quanti anni ? … e quali saranno stati i desideri, le impressioni, gli interessi, le passioni, le convinzioni, le paure e le soddisfazioni del Signore, della Moglie, dei fortunati e dorati Figli … e della Balia che vivevano qui dentro ? …”
 
Ogni volta è una piacevole sorpresa venire a conoscenza di tanti aneddoti e note che non t’immagini: “… il piatto da parto … la sedia bassa e imbottita per la Balia … i variopinti cassoni nuziali decorati e dipinti, la dote, gli oggetti preziosi voluti, concepiti, commissionati, rubati, nascosti, venduti … gli interessi e le passioni di quelle persone “dell’altroieri” … La vispa guida arguta ci racconta di un antico Mito Greco delle pietre gettate in aria che cadendo a Terra rigeneravano e rinnovavano l’umanità intera … Dentro a certi posti ti sembra di ritrovarti davanti ad un abile prestigiatore che trae fuori dal suo cilindro “cose vecchie e cose nuove”.
Come in un film ci scorrono davanti tante “Grazie” leggiadre: alcune delle tante bellezze di Firenze: Santa TrìnitaSanti Apostoli … ambienti su ambienti saturi di sensazioni, d’intenso vissuto ed espressione artistica.   C’è di che saziarsi, di che perdersi … e sbuchiamo a Ponte Vecchio tutto transennato, trasformato in un set dove un film lo stanno girando per davvero … Più sotto, dentro agli argini dell’Arno, l’equipaggio di una “Jole a 4” coperto di sudore rema vigorosamente nel fiume inondato di sole quasi fosse sul Tamigi di Londra … la folla dei turisti ci avvolge con i suoi soliti riti: guide che spiegano, foto, sorrisi, monumenti, negozi e locali da mangiarsi con gli occhi … e col portafoglio. Tutta una variegata offerta e tutto un fiume di gente disposto a ricevere, recepire, degustare, comprare, usufruire, visitare … Firenze è pulsante …  pulsa forte di vita sotto a un cielo azzurrissimo e un cicalecciare di popolo che riempie l’aria.
Scatto e riscatto le foto, tento di fissare certi particolari, di catturare scorci, momenti, persone, dettagli …
“Non posso permettere che giornate come questa finiscano … Devo in qualche maniera prolungarle, provare a portarmi a casa certe sensazioni, trattenerle più a lungo … Voglio tornare a rivisitarle e riassaporarle … Altrimenti ne resta niente … solo un lampo fugace della memoria, una vaga sensazione di “già visto” … troppo povera e transitoria … Troppo effimera per i miei gusti …”
 
Suonato da un pezzo il segnale del “Mezzogiorno”, abbordiamo e c’infiliamo dentro alla “Fetunta”… un misto fra accogliente e nascosto covo di pirati, tiepido fienile di campagna e cacciaroso saloon da vecchio Far West … ma al di là dell’immagine, è il sapore profumato di quel che ritroviamo ad assaggiare che fa la differenza. Firenze e la Toscana non sono solo Arte e Storia, ma anche sapienza Culinaria e tradizione gastronomica non indifferente.
Da dietro un bancone fumoso coperto di odorosi prosciutti e prelibate leccornie un cuoco barbuto ed energico grida a un inserviente mentre spezza e getta sul fuoco una “fiorentina”alta due dita e grossa di un chilo. Fra olio che schizza e frigge, pentole che ribollono e coltelli che affettano emerge la tonda parlata toscana:
“Ha tanta fretta ? … E che se ne vada pure via altrove ! … Se mangerà in meno di mezz’ora gli potrà prendere un coccolone … Non voglio morti qui dentro … Che se ne vada pure … O che aspetti … Oibò  ! … Che mi tocca sentire …”
 
Abbandonato l’appetitoso desco nascosto dentro a “un loculo”di pietre grezze, riprendiamo di nuovo a correre e destreggiarci dentro e fuori fra mille storie di storie, habitat e microcosmi intimi e segreti che mai immagino possano esistere ed essere svelati … D’altra parte sono lì per questo … Piazza della Signoria … Badia Fiorentina trapassata da un raggio di luce che inonda la chiesa e illumina giusto una Monaca immobile, biancovestita “persa dentro” a un suo rapito meditare e pregare … La ricca raccolta del Bargello: una capsula del tempo che sa portarti lontano e farti gustare armonie e dimensioni che i secoli hanno ormai coperto e quasi cancellato del tutto … La Mostra sui Pellegrini Medioevali Oltremare: immagini essenziali e ad effetto, capaci di rivelarti e sintetizzare efficacemente un intero mondo interiore, un “Motivo” e una maniera “d’Andare”. Sotto gli occhi mi appaiono: antichi Portolani che cartografano il Mediterraneo e l’Asia, le scarpe dei Pellegrini consumate a suon di camminare, gli oggetti da viaggio, i cassoni dei Mercadanti … i rematori frustati sui remi a spingere le Galee sulle insidie del mare, le spezie, le merci, i Levantini, le reliquie, le armi … il Santo Sepolcro, Gerusalemme liberata, il Profeta, il nemico-amico … il “diverso” e le Crociate. Una pagina di Storia che scorre … non si finisce mai d’imparare e vedere.
Scorrono le ore, volano via dense e leggere insieme … Quasi non te ne avvedi mentre affiora piano piano la stanchezza per il tanto andare, vedere, ascoltare, ammirare … Me ne rendo conto da certi silenzi che s’allungano, dalla “grinta e voglia” che sembra ristagnare, da altri piccoli segnali.
“Ho le lenti appannate … i talloni roventi … i prosciutti che mi tornano a galla … la sete di un deserto salato …”
 
Indomiti … continuiamo ad attraversare Firenze a volte zeppa di questuanti importuni, di selphisti, di “vu cumprà” in perenne fuga con i cartoni carichi d’occhiali, borse, disegni, e delle mille carabattole fasulle … Per loro significano qualche spicciolo da racimolare e “speranza” di sopravvivere e di farcela … per noi un senso forse di disagio, di una precarietà da cui rifuggiamo da sempre … In realtà certe realtà ci sono vicine molto più di quel che pensiamo … certi drammi esistenziali li abbiamo in casa, dentro al fondo del nostro tanto decantato mare.
Ma “tirèm innanz !” con i pensieri e con i passi …
“Che vuole che me ne faccia di questi spiccioli ? … Mi dia almeno cinque o dieci euro !” grida una zingara attempata a un turista d’oltreoceano generoso … Quello rimane sorpreso e sconcertato … Borbotta qualcosa, l’invita ad alzarsi, accontentarsi e andarsene … Quella lo ignora, continua a chiedergli di più: “Ho fame, figli … no lavoro, no casa … devo partorire, mangiare … Soldi, soldi … servono soldi ! … Mi dia soldi … di più …”
“Se vuole le offro un’assistenza al parto gratuita …” le sussurra sottovoce la mia amica Ostetrica … ma ci siamo già allontanati … la scena è già trascorsa, adesso tocca al finto antropico tremolante e semiparalizzato, al vecchio malmesso che scuote il bicchiere delle monete, allo zoppo che misteriosamente guarisce voltando l’angolo … Il solito popolo indomito e ubiquitario, sempre parassitario e pressante, sempre attaccato al suo ruolo che non pensa neanche lontanamente di cambiare.
Ma chi sono io per giudicare ? … Lasciamo perdere …
Firenze è ancora là tutta da vedere, gustare … gli anelli per“parcheggiare i cavalli” infissi nei possenti muri bugnati dei palazzi … le policromie e le agili e voluttuose architetture del Duomo: Santa Maria del Fiore, il Battistero, il Campanile Giottesco … lo Spedale degli Innocenti con “la Buca” degli Esposti, l’Annunziata che continua a scandire orazioni da secoli  … gli infissi in ferro battuto per le torce notturne per rompere la notte quando un tempo era buia per davvero … e solo in pochi potevano permettersi il lusso d’illuminarla …
“Non abbiamo ancora terminato … Manca “la chicca” finale della giornata …”
 
Abbandonati, infatti, dentro a un traballante bus urbano saliamo l’erta della collina e andiamo a riappropriarci ancora una volta della magia di San Miniato al Monte. Non si può andarsene da Firenze perdendosi la visione di un tramonto goduto da lì in alto.
E San Miniato come sempre non tradisce le nostre aspettative: lo vedo confermato dallo sguardo stupito e meravigliato di una mia amica. Strabuzza letteralmente gli occhi di fronte al panorama mozzafiato, e s’abbandona del tutto all’emozione intima che quel posto sa comunicare. Firenze sta di sotto, distesa nella conca al di là dell’Arno, una scena spettacolare, un colpo d’occhio superiore, un ricordo da fissare nella mente per sempre.
Entriamo dentro: San Miniato è un gioco mistico di ombre e di luci, di marmi, affreschi, mosaici e dipinti … un sogno in cui stare, un’emozione da ricercare e incontrare ogni volta … Nella penombra vellutata delle candele che friggono e smoccolano, i Monaci Olivetani cantano e neniano sommessamente il loro Vespro mentre di fuori esplode il tramonto sopra Firenze e il mondo che trabocca di gente e di una vita diversa. Trascorriamo pochi istanti immobili … da brivido … seduti in silenzio sui gradini di fronte a quella scena spalancata su un“Oltre” vicino e insieme lontano a cui si fa fatica ad affacciarsi e soprattutto ad appartenere.
Ma questa è un’altra storia … che è meglio ignorare … E ci ritroviamo di nuovo esausti e soddisfatti, stipati dentro al nostro Italo di ritorno …
“Bella giornata ! Intensa, gustosa …” un’esternazione sincera che condensa e riassume in maniera adeguata quanto abbiamo vissuto dentro a un pugno d’ore quasi rubate alle“cose e alle preoccupazioni di sempre”.
Italo dondola, ballonzola e s’invola di nuovo a 300 km/h sulle rotaie, capitombolando attraverso l’Italia in direzione della Laguna di Venezia e delle scadenze della vita di sempre … Dentro sorridiamo, scorriamo la marea delle foto, le espressioni e le sensazioni “rubate”, rivediamo gli ori e il dorato magico dei Crocifissi, le tante vicende raccontate e imprigionate negli affreschi, i dipinti, gli ambienti, le persone … mentre i piedi“fumano” dopo il tanto camminare del giorno, e gli occhi si chiudono dopo tanto guardare.
Di fuori sulla Piana Padana la notte si fa piena e buia, senza Luna, solo con un panorama punteggiato di luci che fugge via oltre i finestrini carichi di riflessi … Insomma … dopo tanto andare e riandare, camminare e rivedere, approfondire e osservare … ci è sembrato quasi di familiarizzare di più con Firenze Gigliata. E’ illusorio però, non è ancora vero del tutto. Se non ci abiti lì, Firenze non la conoscerai mai a sufficienza … Comunque, non dico amici … ma di certo siamo entrati un po’ più in confidenza fra noi due.
Venezia ci riaccoglie a notte piena, umida e imbronciata … non a braccia aperte. Ci spruzza la testa di pioggia, sembra quasi corrucciata e offesa … come gelosa perché ce ne siamo andati in giro tutto il giorno a guardare e cercare per l’ennesima volta altre belle “donne” o città. Non ci basta forse la sua storica e quasi mitica bellezza ?
Venezia: lasciami vivere ! … Sono qui con te da quasi sessant’anni.

 

mag 8, 2015 - Senza categoria    No Comments

“ATHOS … IL MONTE SANTO.”

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 Non è uno dei Tre Moschettieri di Dumas che ha popolato uno dei tanti piacevoli film che hanno raddolcito talvolta la nostra vita … è una cosa seria, altro. E’ una strana “fame e sete” che a volte mi prende, una “nostalgia” prepotente che neanche non riuscite a immaginare.
Non è vaga rimembranza dei miei “trascorsi Pretereschi”, quelli son altra cosa … è ben di peggio e di più.
Spiegarlo non è per niente facile, condividerlo ancora meno, perché si finisce inevitabilmente nel personale e nell’intimo interiore difficile da dire e comunicare … Ma tanto vale, si sa che questa nostra epoca è quella della “Condivisione” … o almeno per alcuni vuole essere tale.
A me importa poco di tanta privacy e riservatezza spesso fasulla e inutile … lascio traboccare quel che sento, vinco ritrosie e timidezze … e perciò “dico e scrivo” … e mi va bene così.
Dire Athos significa parlare di qualcosa su cui molti vorrebbero per diversi motivi che si tacesse. Athos, Monte Athos è tanto, molto, tutto … e il contrario di tutto, e di più.
Qualcuno per la riservatezza del posto … quasi per difendere un’oasi preziosa, una delle ultime, non dice niente. Qualcun altro per rispetto a un modo di vivere alternativo, puro e diverso … ugualmente tace. L’Athos, lo sapete bene, è anche un posto, un luogo … una Penisola Monastica dove esiste l’ultima delle Teocrazie del Pianeta: quella appunto dei Monaci del Monte Athos.
Sull’Athos si è detto e scritto tanto, tantissimo … e di più. Come sempre di quel che non si vuol parlare si riempiono intere biblioteche. E’ di moda, poi, in questa nostra epoca mettere in evidenza e risaltare i luoghi misteriosi, quelli che raccolgono in se “un qualcosa” che il resto del Pianeta ha già perso o rischia di smarrire del tutto.
Dire l’Athos però è ancora di più … moltissimo di più. E’ come rendersi conto di dover respirare … come una fame d’aria irresistibile … un anelito a qualcosa di cui non si riesce a fare a meno.
“Sei fanatico ? … Intimista ?”
“Ma no … è un’altra cosa …”
 
L’Athos è però un posto per pochi, quasi per soli eletti … Niente donne, femmine in genere. Una stranezza per questi tempi nostri emancipati … una tradizione inveterata e da rispettare dicono “loro”. L’Athos è una Teocrazia: altro punto difficile, un po’ “dolens” per noi di oggi.
Un paese governato da Dio ? Che sia ancora possibile nel 2015 ? Non è un retaggio del passato, una considerazione medioevale, un’eccezione storica in un mondo oggi governato tutto dalla politica in carne ed ossa, dai giochetti del potere, del denaro, delle risorse e tutto il resto ? Non è un giochetto di“possesso temporale” tipo quello del Papa di Roma di storica e discutibile memoria ?
“No … No ! … L’Athos è diverso … E’ un’altra cosa …”
 
Sarà per via di quei confini chiusi, di quella specie di posto di blocco che passa attraverso il Diamonitorion e i gli scarsi permessi della Santa Epistasia … L’Athos potrà sembrare una frontiera chiusa, una diaspora preclusa, una “gabella medioevale” da dove si può venire respinti e rinviati senza ricorso. Il Monte Athos non esiste nei pacchetti turistici delle Agenzie di viaggio, non si compra come un passaggio aereo all’aeroporto.
L’Athos è proprio così … non c’è niente da fare. Un posto alternativo … anche se appartiene ufficialmente alla Grecia, ma in realtà è di Dio e della Madonna, la Signora della Santa Montagna … che ci piaccia o no, anche se siamo nel 2015. E’ così …
Nella mente di molti, dei media, del sentire comune e documentaristico … l’Athos è luogo di solipsismo, a volte chiacchierato, talvolta anche becero, ottuso, incomprensibile … persino perverso. Qualcuno lo definisce un posto diverso per“diversi” … ma oggi si dice sempre tutto di tutti, e quel che non si sa lo si inventa … basta dire, chiacchierare, vendere la notizia … non importa che sia vera. Ho anche letto che l’Athos è una base dei Servizi Segreti Russi, è bastato che Putin si recasse in visita al Monastero di Panteleimonos, il Rossikòn … ed è stata subito notizia esclusiva, scoperta, scoperchiatura di segreti da buttare in pasto al mondo. Ma non importa … l’Athos non è questo.
In diversi si sono recati all’Athos per gossip, per curiosità, per saggiare la qualità dei Monaci, per “pesare” l’Ortodossia, per saggiare l’intransigenza … Altri si sono recati lì per lasciarsi inondare l’Animo di novità, di Evangheliòn, di lieta sorpresa, di motivazioni nuove e diverse … e ne sono tornati rinati, oppure toccati.
L’Athos è quindi diverso, è un’altra cosa … Un posto controcorrente, un’anomalia del sistema, una bolla del tempo e della Storia del Pianeta in cui gli uomini assaporano una dimensione “diversa”, ma in quanto “speciale”. A pensarci bene, l’Athos è stato e forse continua ad essere oggi in parte una sorgente di lucidità e lungimiranza …
Una povera “palude umana dello Spirito” da dentro la quale si osa alzare la testa dallo “stagolo” in cui ci si lascia solo vivere per guardare il Cielo lontano … accorgendosi che intorno a noi esiste “un di più e dell’Altro”, che spesso ci è distante e precluso, misconosciuto … ma c’è …”
 
L’Athos è un posto, un luogo dove si è provato a mettere da parte tutto il resto per dedicarsi “alla parte migliore”, la più ostica ma importante … un cannocchiale mentale sulla Storia, una filigrana per osservare le trasparenze di questa nostra esistenza incombente che o la vivi a tuo modo o ti vive addosso in ogni caso.
Quelli dell’Athos sono gente “sentinella” … persone “che stanno lì, affacciati e svegli, ma silenziosi, nel cuore della notte”. Gente tosta, che non teme le asprezze né ha paura di quanto può essere nascosto e sorprendere dentro al buio misterioso. Gli Athoniti sono gente che veglia, mentre la maggior parte di noi sta dormendo i suoi sonni di sempre, esausta e biscottata dopo la solita giornata dal ritmo sfrenato alla rincorsa di “chissachè” … o soprattutto dello stretto necessario per sopravvivere, l’indispensabile a cui siamo costretti.
L’Athos è un posto di sfida, e forse un sogno.
Ci andrò mai all’Athos ? … o forse ci sono già stato ?
Di certo l’ho visto e rivisto mille volte attraversando una foresta di scritti e letteratura. Ho letto i resoconti dei viaggiatori di ogni epoca, le memorie degli Staretz, gli scritti degli eremiti di ieri e di oggi, il Pellegrino Russo,  Silvano dell’Athos, la Filokalia, e di tanti altri che ci sono stati … L’Athos lo inseguo da tempo, da molti anni, “rubando” ogni foto e video su Internet, ogni risonanza che da lì si diparte rimbalzando per tutto il mondo.
Così come da tanti anni possiedo dentro un’Athos tutto mio, visto e rivisto, ogni volta arricchito e reso più corposo e conosciuto … ma mai abbastanza. Anche un Athos già trascorso, che credo d’aver perso … mi smarrisce l’idea dei negozietti commerciali di Karyes, la corrente elettrica portata ovunque sulla Penisola, il rumoreggiare delle attrezzature agricole e dei fuoristrada che scoppiettano dove un tempo c’era solo silenzio e la fatica delle mani, il voltar dei remi nell’acqua, l’impastare del pane quotidiano, il granellare ritmico senza fine del komboschini … Oggi anche l’Athos si è affacciato sul web, ha indossato le antenne, le paraboliche, i cellulari, la tecnologia, la modernità … Si va all’Athos per saziare la vista, provare, sapere, “rubare” qualche scatto fotografico e un video curioso … L’Athos è cambiato, in parte s’è adeguato, ha indossato un abito moderno, vestendone uno più consono ai tempi … seppure sempre talare, nero, da Monaco … quello sul modello vecchio, tradizionale di sempre.
A volte penso che anche sopra l’Athos si va stringendo un cerchio invisibile, come l’acqua che invade e cancella progressivamente l’isola di Kiribati. C’è come un mare che si sta mangiando progressivamente l’Athos, un mondo invisibile che se lo sta ingoiando con la sua civiltà, il suo sentire e la sua cultura moderna. Non ci sarà attaccamento nazionalistico, fiero orgoglio di sventolare la bandiera delle aquile dell’Athos capace di resistere a questo corrodere inesorabile del tempo, questa corrente che trascina senza lasciare alternativa. Questo nostro vivere attuale strangola sempre di più queste “ultime pieghe Sacre” rimaste nascoste nell’intimo di posti come l’Athos.
I Monti Santi sparsi per il mondo diventano sempre più fragili, smunti, indifesi e pallidi, come gli affreschi dei loro Katholikon sempre più scuri e privi di pezzi … talvolta vuoti come certi ruderi lasciati cadere, come certe tonache appese in un angolo senza più nessuno che le indossi, come certe porte rimaste spalancate per sempre, come certe volte, certi portici, certi corridoi sotto ai quali non rimbombano più passi …
In verità all’Athos ci ritorno spesso, anzi, di continuo, pur senza averci mai posato un piede sopra.
All’Athos ci torno spesso di notte, come adesso mentre sto scrivendo … Mi ci tuffo dentro attraversando certe foto, certe notizie, facendo mie tante emozioni che ritrovo sparse in giro … Torno all’Athos, e me rimango lì seduto tranquillo e immobile … a lungo, a volte anche tantissimo, sgusciando fuori dal tempo e dalle distanze, sfidando i silenzi della notte e le angustie ottuse del sonno.
Me ne sto seduto lì, quasi assente, lasciandomi vibrare dentro al canto rauco, basso, profondo ed enigmatico dei Monaci … mi nascondo dentro al “pisolare” dei vecchi, all’andatura lenta e faticosa sotto alle volte, su e giù per i gradini ogni volta più difficili da percorrere … Sono io quel fremito che li scuote, fa loro grattare la barba candida e riaprire gli occhi … sono io quella spinta che li induce a riprendere a meditare e pregare borbottando sommessamente nel cuore delle ore piccole della notte … Sono io quella sensazione che ti fa voltare a guadarti dietro convinto che ci sia qualcuno … anche se rimango qua.
Sono io in quell’inattesa domanda che improvvisamente s’accende, e tormenta e inquieta l’animo, la mente e il cuore di tanti Monaci … Sono io l’eco aspra e secca del Semanterion che picchia e suona e chiama ancora, l’orologio che decreta il tempo, la campana che si distende a chiamata o a festa.
Sono io che torno a rispecchiarmi dentro agli occhi spalancati degli eremiti che hanno “visto” cose Sante e indicibili … Sono impregnato nei segni e simboli dipinti sulle vesti consunte dei Padri … sono io che vado ad esplorare le solitudini ruvide e precipiti di Karoulya, delle Skyti remote e dei luoghi più reconditi e dimenticati … sempre io, come un soffio leggero di vento, muovo l’acqua delle Phialy, come quella delle pozze e delle fonti dei boschi del Santo Monte.
E’ la mia mano che bussa fuoriorario al portone chiuso all’ora del tramonto … sono quell’ombra furtiva che non tocca il piatto con i lukumini dell’ospitalità e lascia il bicchierino ancora colmo … Sono in quel visitatore cordiale ma cacciaroso e invadente, quell’estraneo a cui i Monaci sorridono sbirciandolo di lato con gli occhi, quello pedante e curioso che sperano che se ne vada presto altrove … Sono quello seduto in fondo al refettorio, alla Trapeza, fumosa e odorosa … Quello che ti sei trovato accanto gomito a gomito, ma sempre e comunque distante, avvolto nel suo mistero del vivere altrove … Sono in quella vibrazione strana della campana che non si può ancora definire rintocco e suono.
Sono nascosto dentro alle preghiere non dette, quelle stitiche non riuscite … pronunciate solo perché è l’ora di dirle o perché bisogna … nei momenti di vuoto interiore e di non senso …nei momenti in cui manca “la visione” e Dio e la Vergine sembrano essersene andati altrove … Sono quell’eco strana dentro ai monasteri rimasti vuoti … con pochi caparbi o senza novizi … Sono nascosto nella penombra notturna delle chiese illuminate solo da flebili fiammelle, nel ruotare mistico, danzato e simbolico dei lampadari, nelle atmosfere dei Santi Riti sature d’incenso.
Sono lo scoppiettio di una fiammella dentro ad una lanterna, quel fremito di vento che fa ondeggiare la lampada appesa dai vetri variopinti e smerigliati … Sono io la dissonanza che non t’aspetti nel coro dei Monaci … quel passo notturno che rimbomba nei corridoi e non sai a chi appartenga … Sono quella voce in più, quella aggiunta, quella stonata che non ci dovrebbe essere durante l’Ufficio Notturno … Sono quell’impronta lasciata sul sentiero trovata dopo un temporale … un fremito notturno senza volto né motivo.
Sono l’ennesimo cerchio che s’allarga sull’acqua delle solite scadenze quotidiane dei 20 Sacri Monasteri fortezza … Sono nascosto dentro ai gesti ripetuti, sempre gli stessi, nei messali consunti, nella cantate antiche … ma sono anche un sasso lanciato improvvisamente che fa trasalire e inquietare, e fa gracidare tutto lo stagno.
Sono in quel pellegrino anonimo e senza volto che s’aggrega entusiasta alla frenesia delle processioni campestri, quello che si china a baciare le Reliquie polverose e scintillanti esposte raramente … quelle dai nomi strani, che non richiamano più una Storia vissuta, ma solo una vaga emozione e memoria rimasta lì, quasi dimenticata … Sono nascosto nel procedere carico e pesante dei muli zoccolanti su e giù a testa bassa lungo i sentieri scoscesi e pietrosi vecchi di secoli … sono nelle cripte funebri, in mezzo ai mucchi dei teschi ammassati col nome dipinto sopra.
Sono mascherato nel passo lento, felpato e strascicato degli anziani Monaci consumati dagli anni, prossimi al tramonto del vivere e all’esaurimento del senso dell’esistenza … ma con gli occhi cisposi, semichiusi, capaci di guardare lontano e vedere“Oltre e più in là”, dove le parole e le spiegazioni non sono sufficienti e non possono arrivare a dire abbastanza … Sono quell’onda strana in più, quel riflesso che si rincorre e avvolge e supera sulla distesa placida e liscia del mare … quel ricciolo d’acqua improvviso, che poi si rifrange e perde.
Sono nascosto dentro ad un semplice pensiero vanesio e inutile che svapora col sole che rispunta al mattino … Sono quel bisogno di sapere, quell’istinto d’abbeverarsi animalesco che fa cercare in continuità una fontana … quell’istinto umano e corporeo irrinunciabile che pulsa forte e fa venire voglia di scappare … Sono quella crosta “stanca e finita” che si stacca dal soffitto, quella macchia umida “noiosa” che s’allarga sempre più sui muri dei giorni … Sono assente e presente insieme, niente e nessuno … ma ci sono, seppure lontanissimo, sperso qui in fondo alle Lagune Veneziane.
L’Athos è un posto senza stagioni e con tutte le stagioni insieme … Sono quello che se ne scappa ogni volta dentro a un frullare stridulo di rondini e pippistrelli, mente sopra all’Athos il sole si alza o si rigetta nel mare ogni giorno, come qui da noi in Laguna di Venezia.
L’Athos si affaccia quasi ovunque sul mare … come qui da noi, che siamo sempre nell’acqua. L’acqua è una presenza forte, un’immagine potente. Ricorda il mare primordiale, quello della Creazione, dove s’è piantata l’Evoluzione, la prima pagina di questo nostro sistema planetario vivente e umano … L’Acqua è sinonimo di mistero, di abisso, di luogo di morte e rinascita … ce lo ricordano in questi giorni i barconi tragici della Speranza che s’inabissano nel Mediterraneo. Il mare è posto di concretezza estrema, di sconfitta, d’eventi incomprensibili carichi d’interrogativi e di carità, un miscuglio d’accoglienza e apertura generosa, un bisogno estremo d’affratellamento … ma anche un senso angosciante di fuga dall’oppressione, dalla carica interessata e malvagia del traffico violento e del mercato umano.
L’Acqua è luogo delle possibilità, sinonimo del divenire che possiamo inventarci o soffocare dentro di noi. Fanno riflettere le città, i posti sull’acqua, come Venezia, come l’Athos … Ma adesso basta … osservo fuori in calle che la notte sta finendo, si va a mattina. A est s’è accesa la pallida luce della prossima giornata che mi aspetta … Torno in me stesso, a Venezia … è già tardi e tempo di andare anche oggi … di nuovo in fretta.
Tornerò Monte Athos … presto … Non ci siamo ancora detto tutto … né il tempo ha ancora scandito i suoi ultimi rintocchi …
mag 3, 2015 - Senza categoria    No Comments

“OSPEALERE … E MELOGRANI …”

ospealere 4

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 73.
 
“OSPEALERE … E MELOGRANI …”
 
Il Melograno è un albero presente in Armenia, Azerbaijan, Iran, Afghanistan, Israele, Palestina, Grecia ed Egitto … non poteva quindi mancare a Venezia … Il Doge ne teneva sempre uno nel suo giardino pensile di Palazzo Ducale … Le scorze e i semi dal gusto amarognolo immersi in acqua affondano, mentre le membrane galleggiano, si possono mangiare e inserire nelle salse piccanti … e la polvere ottenuta dalle radici e dai frutti si poteva utilizzare come decotto con scopi astringenti e sedativi, talvolta diuretici … talvolta tossici e pericolosi … Chissà perché qualcuno a Palazzo Ducale finiva talvolta avvelenato … Si poteva anche utilizzare come colorante cosmetico, o come infuso di petali rinfrescante delle gengive … Il succo viceversa dolciastro o acidulo era buono come bevanda.
Il nome probabilmente deriva dal latino “malum granatum”ossia “mela con semi” … Ma per gli Inglesi era: “Apple of Grenada” ossia “mela di Granada”, la città spagnola con nello stemma un frutto di melograno per i numerosi alberi di quel tipo coltivati e importati dagli Arabi che ne usavano la scorza anche per dipingere arazzi … Purtroppo, in seguito “la melagrana” è divenuta anche un simbolo Massone, e la bomba: la “granata”, ha preso il nome proprio da quel bel “frutto granato”. Ma questo non ha nessuna importanza …
Istituzioni simili a quella dell’Ospeàl de la Pietà o degli Esposti di Venezia esistevano già prima del 1218 a Pisa dove c’era l’Ospizio dei Trovatelli; a Vicenza con l’Ospizio dei Bastardelli; a Santa Maria Maddalena di Udine dove c’era l’Ospedale degli Esposti detto Ca’ di Dio fin dal 1260, e a Firenze dove c’era l’Ospedale degli Innocenti per i “gitatelli”voluto dalla Repubblica fin dal 1294. La prima chiesa della Pietà di Venezia sorse sulla destra di quella attuale, inglobata nell’odierno Hotel Metropole che era l’antico Ospedale della Pietà, com’è visibile nelle cartografie del Portio e del  Della Via del 1686.
Sembra che l’antico “Spedale” sia stato istituito da Fra Petruccio d’Assisi detto “della Pietà” perché andava in giro per Venezia ripetendo e gridando: “Pietà ! … Pietà”chiedendo soccorso per i poveri e soprattutto per il grande numero di bambini che giacevano abbandonati per strada.
In seguito tutto andò come in discesa: il primo benefattore fu Domenico Trevisan della Contrada di San Lio che dispose: “Item volo et ordeno che ali garzoni e garzone che viene getadi e vene chiamati la Pietà, per loro nutrimento sia dadhe quattro libre per Dio e per l’anima mia.” … Poi ci pensò Andrea Malipiero della Contrada di San Severo: “… item si lazo a Fra Petruzzo de l’Hospeal de li fantolini de S.Zane Bragola lire zinque.” … e Giacomina Dolfin“Pei puoveri fantolini dela pietate … e alle balie per nutrigar una creatura della Pietà.” … e Maria Altadonna che donò all’Ospizio un podere … Solo più tardi si aggiunsero gli Ecclesiastici col Papa Clemente VI che concesse facoltà, privilegi ed indulgenze ai benefattori … Meglio tardi che mai.
“Papa Climento VI di uno anno XL di de Perdon zanschuno che porce elemusena ai fantolini de la Pietate. Missier lo Patriarcha de Grado, Misier lo Vescovo de Castelo XL di summa lo Perdon de la Piatade uno anno CXX di ed altre gracie molte …”
Il Doge Andrea Dandolo costituì primo Priore Fra Pietruzzo della Pietà approvando la costituzione di due apposite Confraternite o Scuole Maschile e Femminile  Fra Pietruccio non perse tempo e prese subito in affitto dalla Nobildonna Lucrezia Dolfin diciassette caxette per le Trovatelle in Contrada Santa Giustina poco lontano dal suo convento Francescano. In seguito acquistò anche alcune case in Contrada di San Zuane in Bragora trasformandole nell’Ospizio degli Esposti collocato fra il Ponte del Sepolcro, Calle della Pietà e il Ponte dei Bechi.
Dopo la morte di Fra Petruzzo entrambi gli Ospizi vennero sottoposti a Juspatronato e sotto la giurisdizione del Primicerio di San Marco … mentre il Senato e il Maggior Consiglio decretarono in continuità consistenti aiuti pubblici, concedendo di questuare per sostenere le balie e il personale del Pio Luogo. La Serenissima inoltre impose di offrire alla Pietà un po’ di vino a tutte le barche che lo trasportavano per Venezia … e si concesse a Fra Pietruccio di celebrare l’Ufficio Divino nel Fontego dei Tedeschi per racimolare qualcos’altro dai ricchi Mercanti Teutonici.
In seguito, come racconta il Ferro: “ … dal 1400 al 1700 si susseguirono ininterrottamente provvedimenti delle autorità della Repubblica a favore dell’Istituto della Pietà: dalle concessioni di frumento, legna, olio, vino, al diritto del 10% su tutte le somme introitate dallo Stato per confische, contrabbandi, condanne, dalla facoltà di liberare banditi e condannati, al diritto di avere un barcarolo per traghetto, dall’impiego di giovanetti dell’Ospizio nelle sedute del Maggior Consiglio per servizi vari, alle continue sollecitazioni alla Santa Sede per ottenere interventi spirituali e materiali …”
 
Nel 1400: Lucia del fu Piero Musegheta di Murano, moglie del Dottore in Medicina e Maestro Antonio da Osimo nella Marca di Ancona, lasciò 12 ducati d’oro a una donna del luogo della Pietà … il Maggior Consiglio obbligò con giuramento i Notai a ricordare ad ogni testatore “i poveri putti della Pietà” … il Senato elesse due Patrizi perché “uniti ai Procuratori rilevino gli urgenti bisogni.” … le Monache di Santa Croce dell’Ordine di Santa Chiara donarono 201 campi di ragione del soppresso Priorato di San Francesco (dove oggi ci sono i Giardini Papadopoli a Piazzale Roma).
Nel solo 1466 gli ingressi alla Pietà furono 460 … nell’aprile 1488 i trovatelli sparsi per il Dogado e assistiti dalla Pietà erano più di 4.350 … perciò Papa Alessandro VI Borgia su intercessione del Doge Agostino Barbarigo concesse alla Pietà nuove indulgenze e privilegi.
Le “Ospealère della Pietà” erano, perciò, trovatelle, esposte,illegittime, talvolta orfane educate in quell’Ospizio Veneziano fin da tempi antichi: diversi secoli fa. Si riconoscevano in giro per la città Serenissima per i loro abiti “rosso granato” o“rosso Melograna”, mentre i colori identificativi dei vestiti degli“Ospiti” degli Incurabili, delle Zitelle, delle Convertite e dell’Ospedaletto erano il bianco, il verde, il turchino e il marrone.
Dal 1500 in poi, Doge, Patrizi e Governatori iniziarono a curare e promuovere con continuità il Coro della Pietà … Il Coro della Pietà fu sempre diretto da maestri illustri: Scarlatti, Gasparini, Vivaldi, d’Alessandro, Porpora, Bernasconi, Porta, Latilla, Sarti, Furlanetto … Benedetto Marcello … In Pregadi la Pietà fu dichiarata esente dal pagamento delle Decime … e si decretò: “… siano riscossi 2 lira di più sopra ogni condanna senza diminuzione alcuna vengano contribuiti all’Ospedale della Pietà …” Nello stesso anno fu imposta una tassa su coloro che ricevevano investiture e benefici ecclesiastici … Marcorà Costantino quondam Teodoro istituì doti per le donzelle della Scuola Grande di San Rocco e donò 100 ducati alla Pietà, agli Incurabili e ai Derelitti che nell’insieme ospitavano più di 3.000 persone miserevoli o malate.
Nel 1551 la Pietà riferì al Senato di avere 800 orfani e 1.200 erano quelli affidati “a bagliatico” nelle campagne Venete come fonte di reddito extra per famiglie povere … L’ospedale impiegava per i trovatelli il noto chirurgo Zuan Francesco Strata e suo figlio Zuan Giacomo e il medico Girolamo Grattarolo … La popolazione di Venezia approfittava dell’Istituto per mandarvi anche i figli nati da unioni legittime e talvolta da famiglie non sprovviste di beni di fortuna. Ci pensò il Papa Paolo III° Farnese in persona con una bolla apposita emanata nel novembre 1548 a stigmatizzare e condannare quella situazione incresciosa:
“Strafulmini il Signor Iddio maleditioni e scomuniche contro quelli quali mandano o permettano siano mandati li loro figlioli e figliole si legittimi come naturali in questo Hospedale della Pietà … havendo il modo e facultà di poterli allevare essendo obbligati al resarcemento di ogni danno e spesa fatta per quelli, né possono essere assolti e perdonati se non soddisfano il loro debito …”
Al di là del titolo e della condizione sfortunata, quelle della Pietà erano giovani virtuose, talenti nel cantare e suonare soprattutto durante le Messe. Erano famose di per se stesse non solo a Venezia ma internazionalmente, e non solo per il legame col loro celebre maestro e musicista Antonio Vivaldi. Le“Putte” dette anche “Figlie del Coro”, erano conosciute e stimate per la bravura e le esecuzioni che tenevano nella chiesa della Pietà sempre affollata di Veneziani e foresti.
“… musica eccezionale qui è quella degli ospizi. Ve ne sono quattro tutti formati da fanciulle bastarde od orfanelle, e da quelle che i loro genitori non sono in grado di allevare. Sono educate a spese dello Stato e le istruiscono esclusivamente per farne delle eccellenti musiciste … Perciò cantano come angeli e suonano il violino, il flauto, l’organo, l’oboe, il violoncello, il fagotto; insomma non c’è strumento per quanto grosso che sia che possa far loro paura … Vivono in clausura come le monache … Soltanto loro partecipano alle esecuzioni ed ogni concerto può contare su una quarantina di giovincelle … Le loro voci sono adorabili per la modulazione e la freschezza …. La Zabetta degli Incurabili è la più straordinaria per l’estensione della voce ed i trilli di violino che ha in bocca … quello dei quattro ospizi dove vado più spesso e dove mi diverto di più è l’ospizio della Pietà; è questo anche il primo per la perfezione dell’orchestra … Che rigore di esecuzione ! … Vi giuro che niente eguaglia il diletto di vedere una monachella giovane e carina, vestita di bianco (?), con un mazzolino di melograno all’orecchio, dirigere l’orchestra e battere il tempo con tutta la grazia e la precisione immaginabili …”
 
Scriveva nell’agosto 1739 il famoso turista francese Charles de Brosses, conte di Tournay e amico di Antonio Vivaldi, che ebbe a Venezia “esperienze di fuoco” con la “Bagarina” … Era ammirato dall’immagine delle “fantole veneziane”: l’Anzoleta, la Chiaretta, la Paolina del tenor o l’Anneta del basso, eAnna Maria che suonava il violino, il clavicembalo, il violoncello, la viola d’amore, il liuto, il mandolino e la tiorba.
Sotto la guida di Vivaldi l’Anna Maria divenne una delle figure emergenti delle “Putte”: fu una delle 5 figlie a cui su richiesta della Nobildonna Marietta Corner fu concesso il permesso speciale per partecipare nel convento di San Francesco della Vigna come concertiste e strumentiste durante una Disputa della Dottrina Cristiana … che era un’occasione solenne e considerata importantissima per la città. L’Anna Maria ebbe una carriera brillante, fama internazionale e apprezzamenti vari da parte del flautista Johann Joachim Quantz, dell’Ufficiale di Corte di Sassonia Joachin Christoph Nemeitz, dal Barone Carl Ludwig von Poellnitz … e di parecchi altri.
“… fra tutte eccelle la Maria, la bolognese Maestra del Coro, che … può piacere chi l’ascolta … lunga più di una Quaresima … rimasta nell’incarico quasi l’intero secolo sino al 1794 … un’altra è Agata … dal bel visetto ma con la mano sinistra senza dita … bellissima nella gonna campanata a fitte piegoline … Era paragonata agli Angeli la Ospealera violinista Bianca Maria Ella capace di suonare: cembalo, violino, viola d’amore, violoncello, liuto, tiorba e mandolino …”
 
Ma non era l’unica l’Anna Maria, perché c’era anche la“Capitona” ossia Giacomina Stromba, la preferita di Tatini che gli trasmise la sua bravura per il violino che lei suonò più volte davanti ai Dogi. C’erano anche: la “Polonia”“Gertrude”,“Prudenza della tiorba”“Susanna dell’oboe” e “Tonina dell’Organo” ...  Il Coro possedeva in media un introito di ducati 1318 dovuti a “Legati” compresi gli utili di 200 ducati provenienti dall’affitto degli scanni e dalla vendita dei libretti a stampa che si offrivano ai partecipanti come nei teatri. Nei tempi migliori il Coro della Pietà utilizzava: 16 violini, 6 viole, 3 violoncelli, 5 violoni antichi, 5 corni da caccia antichi, 2 timpani piccoli, 2 trombe marine, 2 viole d’amor, 1 mandolin, 1 liuto, 1 tiorba, 2 salterii, 2 cembali a penna, 5 spinette e i 3 organi incassati nelle pareti della chiesa.
 
A Venezia esisteva una vera e propria “cura e cultura” di ospitare ed educare queste “misere” al pari di tanti altri tipi di diseredati. Neiquattro “Ospedali” pubblici Veneziani ricevevano un’istruzione, un’educazione “timorata di Dio”, sussidi, qualche dote, la possibilità d’apprendere un mestiere: filare, cucire, prestar servizio … e anche la possibilità di “far Canto et Musica” che si teneva di solito, come a Teatro, tutti i sabati e domeniche, e nei giorni di festa dalle quattro alle sei circa del pomeriggio.
Nella fattispecie, potevano entrare a far parte del “Coro dell’Ospeàl de la Pietà” una quarantina di femmine“ricoverate” dopo un’apposita audizione di prova. Fra queste c’erano alcune, fra 8 e 14, considerate “Le privilegiate”, di solito le più brave e dotate che fungevano anche da “Maestre”e coprivano incarichi di tuttoraggio nell’ “Ospedale delle Figlie” o verso eventuali Educande di provenienza Nobile.
Nel 1619 pervenne all’Ospizio della Pietà l’eredità del Nobile Lorenzo Cappello consistente in 8 case a Venezia e 60 ettari di terra a Cittadella. Già una parte di Palazzo Cappello contiguo all’istituto era stata inglobata nel complesso … la Pietà mise all’incanto un suo possedimento sito in Torre di Mosto, e ne aveva altri anche a Ca’ Moro di Camposampiero …Tre anni dopo si consacrò la nuova chiesa annessa all’Ospedale: aula centrale a tre porte, lunga circa 20 m e larga 10m, cinque altari col Maggiore “Privilegiato”, pareti coperte da rivestimenti in legno alti 2 m con sedile continuo per i fedeli … L’ospedale possedeva anche una rendita annuale di 1.450 ducati provenienti da beni immobili posseduti in Venezia.
Nel 1613 G.N.Doglioni scriveva:“… poche città puono eguagliarsi alla città di Venezia nella pietà et nel mantenir con elemosina i poverelli et specialmente che si ritrovano né luoghi dedicati ad opere pie. Che, tralasciando le tanti e tanti Monasteri di Frati e di Monache Mendicanti, ecco i bambini nati di nascosto et abbandonati da padre et madre hanno luogo comodo per allevarsi nell’Hospitale della Pietà … Gl’infermi di mali incurabili con piaghe et tumori han l’Hospitale dell’Incurabili a ciò deputato. Quegli altri poveri, non con tanto male, sono soccorsi nell’Hospital di San Giovanni e Paolo … Li meschini malamente feriti han lor ricovero in San Pietro e San Paolo … Quelle donne che dal mal fare si rimettono e si danno al far bene sono raccolte nel Monasterio delle Convertite … Le giovanette già da marito che stanno in eminente periglio di cadere in peccato son levate da alcune Matrone Primarie della città et anco a forza condotte et chiuse nel luogo delle Citelle. Quelle donne che maritate, non però voglion vivere caste, si conservano ben guardate nel Soccorso … Vi sono anche altri Luoghi Pii et altre Fraterne …”
 
Il “Coro delle Putte” era un po’ un punto d’arrivo per le donne residenti alla Pietà, perché lì dentro la Musica cantata e suonata era di casa, si respirava, si copiava e si tramandava in continuità di “figlia in figlia”, fino ad esibirsi nel Coro nella chiesa nascoste dietro alle grate delle cantorie.
“Nelle tribune laterali delle cantorie della Pietà ci sono delle grate in ferro battuto con motivo floreale dei fiori di Melograno: firma-logo dell’Ospedale … Il simbolo iconografico richiama l’Immacolata, modello morale per le ospiti dell’Ospizio … Frutto delizioso multiproprietà e con un significato e simbolismo arcaico e profondo, il Melograno richiamava e unificava in se due opposti che come sempre s’attraggono e compenetrano nella vita …”
 
Come ben si sa, Vita e Morte sono collegati fra loro da un filo sottile: lo splendore e l’energia iperattiva della vita si antagonizzano nel riposo assoluto procurato dalla Signora Nera. Il prezzo del passaggio dal Bianco al Nero, dall’Essere al Non-Essere, dalla Luce al Buio misterioso delle Tenebre è il sacrificio, la fatica del vivere per approdare alla fine alla Rinascita … Già gli Egiziani prima 2.500 anni fa, e i Greci dopo raffigurarono sui muri e ponevano dentro alle tombe frutti di Melograna in argilla come corredo funebre e nutrimento per i Defunti …  Le donne di Atene durante i riti della fertilità mangiavano Melograne e ne bevevano il succo in onore di Demetra come si faceva anche in Africa e in India dove le donne lo assumevano per combattere la sterilità … Sempre in Grecia, dove la pianta di Melograno era considerata sacra a Venere e Giunone, quando si acquistava una nuova casa si metteva quale primo dono presso l’Iconostasi domestica un frutto di Melograno; si rompeva una Melograna ai matrimoni, si regalava a Capodanno; in Dalmazia si piantava un Melograno nel giardino di casa degli sposi come simbolo di abbondanza, fertilità, prosperità e buona fortuna … a Roma le spose s’acconciavano i capelli con rametti di Melograno … mentre le donne della Turchia utilizzavano la Melagrana per la divinazione gettando e rompendo un frutto a terra. Secondo quanti chicchi uscivano, si sapeva il numero dei bimbi che avrebbero partorito.
Per gli Ebrei le immagini delle Melograne si applicavano sugli abiti dei Grandi Sacerdoti e sulle colonne del Tempio di Gerusalemme … Il Melograno o “Rimon” era simbolo di produttività e d’unità del Popolo stretto come i grani tra loro … Si pensava che la Melograna fosse il frutto dell’ “Albero della vita” del “Giardino dell’Eden” … uno dei sette frutti elencati dalla Bibbia come speciali prodotti della “Terra Promessa”.  
“Il Signore ti porterà in un’ottima Terra … Terra da Grano, Orzo e Viti dove prosperano Fichi, Melograni e Ulivi …”
 
Il Cantico dei Cantici paragonava l’amata a un giardino lussureggiante pieno di alberi di Melograno … e l’Amore si poteva consumare proprio quando fiorivano … Il Melograno era simbolo “Santo” di onestà, equità e correttezza: “… il frutto conterrebbe 613 semi, come sono le 613 prescrizioni scritte nella Torah: 365 divieti e 248 obblighi …” In realtà i semi della melagrana sono per davvero circa 600 … Anche oggi molti rotoli della Torah degli ebrei quando sono avvolti vengono custoditi dentro a gusci d’argento a forma di melograno.
In seguito il Cristianesimo non poteva non riprendere il ricco simbolo-tema della Melagrana. Basti pensare alle varie Madonne della Melograna … ai Gesù che tengono in mano un Melograno simbolo anticipatore della Morte e Rissurrezione attraverso la Passione e il sangue della Croce. Nell’iconografia cristiana il “Rosso melagrana” sarà assunto come simbolo liturgico utilizzato negli abiti per la Messa intendendolo come colore del Martirio.
Nella Mistica Cristiana, poi, si è arrivati all’eccesso fino adesagerare:
“San Giovanni della Croce considera i semi del Melograno come simbolo delle Perfezioni Divine … la rotondità del frutto è espressione dell’Eternità Divina … il succo godimento dell’Anima che ama e conosce … Il Melograno rappresenta l’Energia creativa di Dio, l’esuberanza della Vita, la Fecondità, l’Abbondanza, l’Amore ardente, la Carità, l’Umiltà, l’Unione di tutti i figli della Chiesa …” e chi più ne ha più ne metta.
Il simbolismo del Melograno, insomma, era ricchissimo e complesso, pieno di significati e di leggende, e il sito della Pietà le incorporava e interpretava in qualche modo tutte:
“Dioniso era un bambino quando Era, gelosa delle avventure extraconiugali del marito Zeus, decise di far rapire il Dio dai Titani … Dioniso venne perciò messo a bollire in un paiolo e quando il suo sangue fecondò la terra spuntò l’albero del Melograno…” raccontava un antico mito Greco.
Il Melograno quindi era simbolo di fertilità. La Morte e la sofferenza non saranno inutili ma capaci di accendere la vita. Quel significato si adattava bene alla condizione difficile delle“Esposte” abbandonate e ospitate alla Pietà in una dimensione di scarso affetto e ristrettezze.
Un’altra Leggenda degli indoeuropei Frigi che abitavano l’Anatolia Occidentale recitava:
“Agados: la roccia, decise un giorno di prendere le sembianze della Grande Madre … Una notte il Dio del Cielo riposò sopra di lei e lasciò cadere dentro di lei il suo seme … Dall’unione di Madre e Padre nacque Agdistis: l’indomito … ma nessuno volle provare a domare quell’essere androgino … Ci provò solo Dioniso, Dio dell’Ebrezza, che trasformò in vino una fonte dove beveva. Così il Dio si ubriacò e cadde addormentato, e durante il sonno Dioniso gli legò il membro in modo che quando si fosse alzato la corda glielo avrebbe strappato. Infatti, così avvenne e il sangue di Agdistis andò a fecondare il terreno … facendo nascere un Melograno … Più tardi passò di lì la Dea Nana, che colse un frutto dall’albero e se lo posò nel grembo … Questo sparì, e nove mesi dopo nacque Attis …”
E ancora, un’altra leggenda Greco-Romana:
“… Mentre Persefone raccoglieva i fiori di un’eterna Primavera (un Giardino Paradisiaco senza fine) si aprì sotto i suoi piedi la Terra e venne rapita da Ade e portata nell’Oltretomba … Demetra adirata impedì che i frutti sulla terra maturassero dando così inizio ad un inverno perpetuo. Zeus preccupato mandò un messaggero ad Ade chiedendogli Persefone … Lui ubbidì liberandola, ma le offrì di mangiare il seme del melograno che la costrinse ad accettare di trascorrere sei mesi con la madre sulla Terra e sei mesi come sua sposa negli Inferi …”
E’ una conferma … ancora Terra e Inferi, Vita e Morte, eterno ritorno, ciclo senza fine di rinascita come quello delle stagioni … Il Melograno posto sugli abiti e fra i capelli delle “Ospealère, le Putte della Pietà” faceva intendere che ci poteva essere per loro una novità, una speranza feconda di rinascita:
“Il succo del Melograno è rosso come il vino e come il sangue … come il vestito e le guance delle “Putte Ospedalère della Pietà”.
Peter Andreevic Tolstoj nel 1698 diceva: “Ci sono a Venezia conventi di donne, dove queste suonano l’organo e altri strumenti, e cantano così meravigliosamente che in nessun’altra parte del mondo si potrebbero trovare canti così dolci e armoniosi …”
In quegli stessi anni la Pietà fu di nuovo ampliata: “… per le fraudi fatte all’ospedale dalle tenutarie degli Esposti, fu preso che presenti e venturi siano segnati, acciò possano essere conosciuti in ogni tempo per Figlioli della Casa …” Gli Esposti perciò vennero marchiati a fuoco sotto al piede sinistro con una “P” di Pietà arroventata per riconoscerli, e si ponevano loro cognomi come: Baracca, Barca, Forca … Nel 1678 nacque in Contrada alla Bragora e fu battezzato dalla levatrice Veronese Margherita in pericolo di vita per “strettezza di petto a nativitate”: Antonio Lucio Vivaldi, figlio di Giovanni Battista da Brescia, barbiere e violinista nella Cappella di San Marco e Camilla Calicchio … Nello stesso anno Giovanni Giustinian legò lire 291 a 71 lire annue “per ricreare le Figlie del Coro”.
Lungo i secoli la vita alla Pietà scorreva seguendo le solite regole:
- Alla comparsa del bambino sulla ruota o nell’Istituto gli si appone un segnale numerato al collo per distinguerlo.
- Si spoglia dei vestiti che vengono scrupolosamente registrati e descritti in apposito libro con eventuale nome e cognome e ora del ritrovamento.
- Si elencano anche eventuali marche o contrassegni trovategli addosso: mezza immagine sacra, mezza carta da gioco, mezza moneta o altro.
- Si elencano imperfezioni o alterazioni, colore dei capelli, età apparente desunta dallo stato del cordone ombelicale, grandezza del corpo, maggiore o minore sviluppo delle parti.
- Si appone un cognome adatto a rivelare la sua situazione miserabile.
- S’introduce il segnale e marca col ferro arroventato sotto al piede sinistro con la lettera “P”.
- Si colloca l’Esposto in campagna a “Ruolo del Baliatico” presso: “sane nutrici e onesti allevatori” con regolare contratto o “bollettone”. La nutrice riceve 9 braccia di fascia di canapa, 2 pannolini di tela e 2 di lana, il certificato di vaccinazione del lattante, il contrassegno d’identificazione e alcuni “ricordi” e istruzioni e raccomandazioni.
- Gli Esposti possono essere restituiti dai tenutari solo prima del compimento degli 8 anni salvo rare eccezioni.
- I Tenutari percepiranno dalla Pietà “un premio” di 36,50 lire per i maschi fino ai 18 anni e 72,50 per le femmine che vanno a marito o fino ai 24 anni, alle quali l’Istituto conferirà una dote di lire 108.
- La “dozzina” per ogni Esposto costa: da 7 a 10 lire mensili, cessa con gli anni 12, ma per malattia o casi eccezionali può essere applicata fino ai 14 anni e oltre quando non convenga richiamarlo all’Istituto della Pietà.
- Raramente potrà accadere la restituzione dell’Esposto al genitore legittimo che dimostri le prove di appartenenza. Sarà tenuto a indennizzare l’Istituto eccetto i casi di miserabilità.
- Verrà anche informato il Parroco del luogo al quale si concederà un premio di lire 36,50 per mantenere correttamente aggiornati i registri parrocchiali al riguardo degli Esposti.
- La Direzione della Pietà informerà trimestralmente le Deputazioni Comunali sul movimento degli Esposti nei relativi Comuni.
Nel corso del 1700 la Pietà ospitava circa 400-500 persone di cui circa 70 ruotavano intorno al Coro … Più di 138 Legati confluirono a favore dell’Istituto costituendo una rendita annuale di 2.642 ducati … Giacomo Tanello lasciò 25 ducati per ciascuna alle “Figlie del Coro”… Antonio Vivaldi divenne il “Prete Rosso” (il colore della Pietà) e si dedicò all’insegnamento religioso e di Maestro di Violin e Viola Inglese alle “Figlie del Coro” aggiungendo al suo onorario altri 40 ducati annui … Filippo Dei Rossi casaro in Contrada di San Gregorio legò alle figlie del Coro della Pietà: “… una formaggia piacentina di libbre 70 ad ogni ricorrenza di San Michele …”
Nel 1716 s’interpretò alla Pietà la “Maria maddalena” del Maestro Gasparini con Sylvia che cantò la parte di Cristo, Barbara che fece Maria Maddalena, Miccielina fece San Pietro e Polonia cantò come San Giovanni … Due anni dopo alla Pietà pervenne l’eredità di Giacomo Celsi composta da capitali in Zecca e numerosi immobili in Venezia, Padova, Verona e Treviso con una rendita annuale di ducati 2.277 … Occorrevano ogni anno più di 70.000 ducati per far funzionare l’Ospedale della Pietà, che possedeva solo una rendita di 24.000 ducati … il Consiglio dei Dieci accordò per 3 anni un’estrazione del Gioco del Lotto per incrementare le entrate dell’istituto, mentre i Predicatori nelle chiese di Venezia soprattutto in Quaresima raccomandavano “abbondante elemosina” a favore della Pietà:
“… Si raccomanda la carità vostre al miserabilissimo Ospital della Pietà, quale riceve quegl’infelici bambini che vengono scacciati da propri genitori e s’attrovano al numero di 5.500. Per il sostentamento dei quali vi vuole ducati 70.000 annue, né avendo rendite sufficienti per mantenerli, si trova aggravato di gravissimi debiti con aggravi annuali e perciò ridotto in estrema miseria … Si raccomanda il pagamento de’ legati, ed un pane alla settimana …”
Sempre in fatto di soldi … I Preti del Capitolo di San Giovanni in Bragora protestarono contro la Pietà per la perdita dei “Diritti di stola” provenienti dai numerosi esercizi soppressi in zona inglobati dall’Ospedale: “… una bottega da tintoria … una bottega da luganegher … una marzeria … una bottega da bereter … una bottega da Spicier da medicine … una Caneva del Bastion … senza contare cortili, cortiletti, ammezzati, terreni e magazzini corrispondenti alle attività citate …”
Nel 1720 Edmund Wright scriveva: “Tutte le domeniche e le altre feste si tengono nelle cappelle di questi ospedali dei concerti sia vocali che strumentali eseguiti dalle fanciulle … Esse stanno su di una cantoria e una spessa inferriata le cela agli occhi del pubblico. Le loro esecuzioni sono di assoluta eccellenza: parecchie tra di loro sono dotate di voci stupende, e l’essere così nascoste alla vista rende il tutto più attraente …”
 
Quindici anni dopo con bando pubblico vennero presentati i progetti di Andrea Tirali, Giorgio Massari e Padre Pietro Foresti Francescano della Vigna per l’ultima riorganizzazione dell’intero complesso. Si scelse con 15 voti a favore quello del Massari con due grandi ali laterali per l’Ospedale e in centro la chiesa secondo lo stile del Palladio per le Zitelle della Giudecca … Intanto Vivaldi ritornò di nuovo alla Pietà come Maestro dei Concerti, e vi rimase fino al 1740 quando andò a morire a Vienna nel luglio seguente, accompagnato al funerale dallo “scampanio semplice dei poveri dal costo di soli 2,36 scellini.” … Povero Vivaldi ! … che fine miserevole dopo tanto successo.
Giunto il 1740, la “Gallinera” ossia Angela Trevisana esercitava “l’antica professione” a Sant’Aponal ed era così spudorata da ricevere nella sua casa assieme Cristiani ed Ebrei e perfino le “Figlie del Pio Ospedale della Pietà” … S’iniziarono i lavori di scavo delle fondamenta per la nuova chiesa-ospedale della Pietà con qualche critica sul progetto del Massari da parte del Francescano Lodoli che suggerì di alzare di molto il timpano della chiesa. Si consultò anche il matematico Bernardino Zendrini … Si benedisse la prima pietra alla presenza del Doge iniziando i lavori dalla parte del Presbiterio. Il Proto Domenico Rossi fu messo a disposizione del Massari e si supplicò il Doge di concedere dei “legni vecchi”dell’Arsenale … Nicolò Porpora succede a Vivaldi come Maestro del Coro della Pietà, a sua volta succeduto da Andrea Bernasconi … Salvador Varda lasciò alla Pietà una consistente eredità con possedimenti a Mogliano, stabili e capitali in Zecca e 246 campi …. Nicolo’ Pensa, invece, lasciò alla Pietà 100.000 ducati … ma la facciata della chiesa rimase quasi nuda e incompleta.
Il celebre svizzero Jean-Jacques Rousseau compositore e musicista oltre che scrittore e filosofo, ma anche grande viaggiatore, si spinse fino a Venezia nel 1743. Forse dopo un’epidemia sfortunata, il suo incontro con le “Pute del Coro”fu un po’ disgraziato:
“Quello che mi dava fastidio erano le grate che lasciavano passare i suoni ma impedivano la vista di quegli angeli di bellezza … Il Signor Le Blond che sapeva il mio desiderio mi presentò una dopo l’altra quelle cantanti celebri di cui non conoscevo che la voce e il nome … “Venite, Sofia …” era orribile, “Venite, Caterina …”, era guercia. “Venite, Bettina …”, il vaiolo l’aveva sfigurata. Quasi nessuna era priva di qualche difetto. Le Blond rideva crudelmente della mia sorpresa. Ero desolato. Durante il pranzo le ragazze si animarono e diventarono allegre … La bruttezza non esclude la Grazia, e loro ne avevano. Pensavo: non si può cantare così senz’Anima: e loro ne hanno … Infine mi abituai talmente alla loro vista, che uscii di lì che ero innamorato di quasi tutte quelle bruttezze …”
 
Negli stessi anni Giambattista Tiepolo rappresentò sul soffitto della chiesa della Pietà, con le insegne di una confraternita Mariana, il canto dei Cori delle Ospealère. Si disse che la tela inscenava: “un sontuoso Gloria di Vivaldi”, ma quando Tiepolo dipingeva Vivaldi era già morto ormai da 15 anni.
“… Al di sotto di un cielo in cui volano gabbiani sullo sfondo di nubi rosacee tipiche dei cieli Tiepoleschi e lagunari, trionfo lagunare del Solarismo con “un sole che non ha forse esempio” … si nota un insieme di concertiste, di violini, fiati, cembali, trombe e Musica interpretata e suonata in compagnia di Angeli acrobatici e sgambettanti, che pregano, ridono, danzano, giocano, cantano e ballano … La Madonna è vestita in raso bianco come una sposa, qualcuno l’ha interpretata come rivalsa di Venezia Immacolata sul Papato (ma anche no) … Le coriste Ospealère sono chine e concentrate sugli spartiti, hanno tutte sulla nuca, fra i capelli, o sulla fronte il fiore distintivo del Melograno …”
 
Nel 1760, pur essendo ancora incompleta di fuori, fu finalmente riaperta e riconsacrata la chiesa della Pietà da Pietro Diedo Primicerio di San Marco … Nel luglio dello stesso anno a Ca’ Rezzonico 100 figlie coriste dei 4 Ospedali tennero un brillante spettacolo per la venuta di Giuseppe II a Venezia. Le Coriste erano disposte in 3 piani separati: di sotto stavano violini, clavicembali, violoncelli e arpe; in mezzo c’erano le virtuose del canto col Maestro Ferdinando Bertoni, e nel piano superiore si collocarono: l’oboe, flauti e fagotti, trombe, corni e timpani … Al grande evento concorsero 120 dame in abito nero, gioielli, guardinfante e cuffia di gala, e 600 e più fra Senatori, Nobili e Cavalieri togati … e l’Imperatore delle Russie mandò 220 ongari “per la ricognizione delle Figlie del Coro”… Un sabato del seguente agosto: “… scoppiò una folgore sopra il Pio luogo della Pietà; e benché non facesse danno veruno, pure empiè di spavento tutte le femmine che vi dimoravano …”
Nel settembre del 1765 una disposizione dell’Ospedale della Pietà: “… proibì dopo il tempo del canto ogni sorta di ballo di sua natura sconveniente per il Pio Luogo onde non far entrare dentro estranei e forestieri.” … L’anno dopo per i difetti d’acustica congeniti della chiesa si decise che i due organari addolcissero le sonorità eccessive degli organi … e per lo stesso motivo si stese un grande telone sotto al soffitto, e due teloni amovibili di tela cinerina sopra alle due cantorie risolvendo parzialmente il problema.
Nell’aprile di tre anni dopo, “… per le fraudi fatte all’Ospitale dalle tenutarie degli Esposti, fu preso che presenti e venturi siano segnati, acciò possano essere conosciuti in ogni tempo per figlioli della casa …” Si marchiarono perciò di nuovo a fuoco con una “P” sotto al piede sinistro tutte gli“ospiti” della Pietà … e ci si lamentava che “… le ragazze della Pietà infarcivano di trilli le cadenze dei duetti … dove giocavano a chi andava più in alto, più in basso, più veloce … fino al massimo delle loro possibilità.” … Nello stesso tempo, Francesco Zinelli Speziale da confetture a San Filippo e Giacomo chiese di collocare in educazione alla Pietà una propria figlia nel “privilegio” di Maria Meneghina dal Violin. Alla Pietà, infatti, c’era l’abitudine di ricevere in educandato fino a 24 putte esterne per l’Insegnamento. Perciò in quell’epoca le famose “Putte del Coro” potevano essere figlie di nobili o benestanti affidate alle Maestre del Governatorio della Pietà … C’era, ad esempio, una Maria Elisabetta figlia dell’avvocato Alcaini sotto “il privilegio” della Maestra Agostina. Il Pio Luogo manteneva oltre i ragazzi, 800 putte e 4.000 esposti, e delle Putte 70 e più entravano nel Coro … Per supplire e provvedere a tutto questo servivano non meno di 80.000 ducati annui contro i soli 30.000 d’entrate che possedeva la Pietà. Perciò urgevano sempre iniziative e soprattutto donazioni …
Nel 1781 il Maestro di Coro Bertoni dei Mendicanti allestì un festival degli Oratori con almeno 7 rappresentazioni lavorando gratis all’interno dell’istituto che li ospitava. In gennaio il Senato regolò il dispendio del Coro che non doveva sorpassare le entrate … Il coro spendeva annualmente 1503 ducati: 400 ducati per il Maestro di coro, 150 ducati per il Maestro di maniera, 120 ducati per il Maestro di violin, 80 ducati per il Maestro di violoncello, 80 ducati per il Maestro di corni di caccia, 90 ducati per il Maestro di traversier, 39,2 ducati per il conza spinette ed organi, 80 ducati per altre spese … “Troppo !”  disse il Senato Serenissimo … Quando il figlio di Caterina la Grande di Russia erede al trono visitò Venezia il concerto delle figlie dei 4 ospedali fu un evento straordinario. La cantata venne scritta da Mortellari e insegnata alle coriste, si spesero per l’allestimento 16.635 lire ossia 2.500 ducati comprese 2000 lire per gli abiti delle fanciulle.
Dal 1783 al 1790 si sospese la marca a fuoco degli Esposti, e quando fu rinnovata l’abitudine invece di bruciare il piede lo s’impresse a fuoco sul braccio sinistro. Solo nel 1807 si abolì quella barbara abitudine sostituendola con un più umano e comodo “segnale” appeso al collo con una Madonna da una parte e una “P” di Pietà dall’altra.
Nello stesso arco di tempo il Senato istituì una: “Deputazione Straordinaria alla regolazione dell’Ospedale della Pietà”approvando nel 1791 un relativo nuovo piano economico, l’Ospizio venne restaurato spendendo 37.880 ducati, esentato ancora dal pagamento delle Decime, e sostenuto pubblicamente e in privato con offerte di legna, farina ed elargizioni infinite assicurandogli una rendita annuale di quasi 300 mila ducati. Gli “Esposti lattanti” raccolti alla ruota detta“la scafetta” erano migliaia (si trattava di un’apertura-urna seminascosta nelle mura della Pietà dove poteva passarci solo un piccolo neonato).
“… Alla Scafetta si ricevono tutti quegli infelici che nascono da concubinato, e quelli che vengono esposti dai genitori … A volte si spingevano dentro neonati troppo grandi con conseguenze anche mortali …”
 
Gli Esposti venivano mantenuti a distanza ossia “collocati a dozzina” presso famiglie in campagna dove rimanevano fino ai 12 anni. Se nel frattempo non venivano addottati tornavano a Venezia per un massimo di 4 anni per i maschi alla Pietà e le femmine fino ai 30 anni presso la succursale aperta a Sant’Alvise. Chi non si sistemava trascorreva alla Pietà il resto della vita. L’Ospedale sempre sottoposto a Jus e protezione Dogale e del Primicerio di San Marco, veniva governato da alcuni Nobili, Cittadini e Mercanti Veneziani … e la domenica delle Palme dopo aver udito nel dopo pranzo la predica in San Marco il Doge e la Signoria facevano pubblica visita alla chiesa per ascoltare le “Fantole del Coro”.
I ricoverati della Pietà venivano divisi e classificati in 6 classi diverse: “I lattanti o figli da pan” fino ai 7 anni, “I figli garzoni maschi” fino a 13 anni a cui s’impartivano utili cognizioni e un mestiere, “I maschi lavoranti” fino a 18 anni che contribuivano al proprio mantenimento, “Le figlie da lavoro” dai 7 anni fino al matrimonio, “Le giubilate” ossia le non sposate o mantenute dentro alla Pietà fino alla morte perché brutte, menomate, o in condizioni fisiche ed economiche precarie.
Ancora nel 1805 Baldissera Biffi testò a favore anche della Pietà lasciandole beni a Fossalta di Piave e Pressana di Cologna … e i Minello regalarono un mulino sul Sile … La Congregazione di Carità succeduta al Magistrato Sopra agli Ospedali, stabilì la separazione delle “Esposte giovani” da quelle più attempate che vennero mandate presso Sant’Alvise dalle Canossiane dove rimasero fino al 1832. Da lì dovettero sgomberare entro il 1836 eccetto le 40 vecchie che occupavano una parte vecchia del fabbricato e godevano per mantenersi di un assegno giornaliero di 65 centesimi oltre al combustibile … In quegli anni la Pietà seguiva ancora con varie modalità 2.269 Esposti … e le 116 adulte ricoverate a Sant’Alvise “… con schiamazzi e proteste non intesero ottemperare ai decreti Austriaci di sortita e allontanamento dalla casa di Ricovero.”
 
Sempre nel 1841 l’Ospedale della Pietà possedeva 34 campi in Carpenedo lasciati dal Nobilhomo Cristoforo Minelli del 1793 … Il Governo e la beneficenza privata s’interessano ancora dell’Istituto con lasciti e legati … Gli Esposti nati da matrimonio legale erano circa 40 annui, le “dieci balie ordinarie” venivano mantenute e stipendiate dall’Istituto con cucina propria e alloggio gratuito … Esistevano anche alcune “balie straordinarie” che si recavano in giro per le campagne a cercare Esposti.
Nel 1853 le Coriste della Pietà cantavano ancora negli ultimi giorni di Carnevale da Giovedì grasso fino a Martedì Grasso remunerate da un antico Legato Foscarini specifico per il Coro … e anche in Giugno nella Festa solenne di Sant’Antonio da Padova le coriste cantavano messa solenne … poi più niente.
Infine scorrendo i registri della Pietà del 1857 si evince che “gli Esposti esistenti”: erano 62 di cui 36 maschi e 26 femmine … “gli entrati”: 489 di cui 255 maschi e 234 femmine … i “partiti” 360 di cui 183 maschi e 177 femmine … “I morti”: 139 di cui 86 maschi e 53 femmine … “I rimasti”: 64 di cui 31 maschi e 33 femmine.
Si spostò più volte la ruota di “Scafetta” sulla Riva degli Schiavoni ai piedi del Ponte del Santo Sepolcro, e poi di nuovo nella calle interna più nascosta vicino alla “Sala dei Lattanti” ... Venne costruita di dimensioni maggiori per consentire l’introduzione anche di bambini più grandi … fino al luglio 1875, quando venne soppressa per sempre.
Del “Coro gioioso delle Figlie con i Melograni fra i capelli”: più nessuna traccia … S’era persa la memoria quasi del tutto, forse era sfiorito il Melograno …

 

mag 2, 2015 - Senza categoria    No Comments

“QUELL’ETA’ ROVESCIATA … CHE FA PENSARE PER FORZA.”

max

Qualche volta nella vita, in certe situazioni particolari … E’ come se si riaccendesse dentro di noi un habitus ancestrale che si possiede assopito dentro … Una specie di raccordo con quanto hanno già vissuto i nostri avi, un’input di riferimento mnemonico obbligato.
Sono quei momenti in cui si avverte e intuisce d’essere immersi dentro alla corrente del grande fiume evolutivo. Un istinto, un senso d’appartenenza più grande di te, che ti contiene e porta quasi a tua insaputa, e in un certo senso anche ti governa nonostante te stesso.
Quella sensazione si avverte saltuariamente in ogni stagione della vita … ma è quando certe “magagne dell’età” iniziano a venire a galla con gli anni che passano … che s’incomincia a sentirla di più … ci piaccia o no.
Come sempre, quando capita che persone vengono “toccate nel vivo”, è interessante notare la loro reazione.
Man mano che passa via la maturità e la giovinezza è solo un ricordo, si vede comparire una persona diversa che spesso non t’aspetti. Quello o quella che conoscevi è sempre lui, ma in un certo senso “s’è aggiunto qualcosa” ed è diventato uno sconosciuto nuovo, un personaggio enigmatico e talvolta apprensivo. In pendant con l’arrivo delle “rogne” e del “calo”fisiologico si vede sminuire le sicurezze, la voglia di benfigurare e d’affermarsi, quella smania di saperla sempre lunga e non scomporsi, e soprattutto quella d’avere sempre la soluzione pronta in tasca a portata di mano.
Quando giunge l’età della vita in cui ti ritrovi con i figli ormai grandi … E’ quel giorno fatidico in cui improvvisamente una donna o casalinga avverte come banale e inutile quello che ha sempre fatto fino a quel momento. Non trova più il motivo buono per perdersi dietro a tanto cucinare, diventa “pesante” e noioso e ripetitivo andare a “far la spesa”, lavare le tende del soggiorno, spolverare, stirare per tutta la famiglia … Tutte quelle cose che in maniera certosina e quasi maniacale hai fatto sempre, per anni, per tutta la vita, senza mai lamentarsi e replicare … anzi, a volte dicendo: “Lascia stare che faccio io … che so come va fatto … e faccio meglio e presto.” Ed era vero … Ora risultano diverse, pesanti, e prive di urgenza e necessità di realizzarle.
Rimane immutata tutta la carica dell’affetto, ma comincia ad esternarsi in maniera diversa, meno emotiva, passionale, più pacata e ragionata, più voluta e meno d’impulso … Si sente e vede, insomma, che è cambiato qualcosa.
Perfino il modo di viaggiare e andare in vacanza assumono un sapore diverso: non ci tieni poi così tanto a salire fino in cima alle montagne … “Se proprio bisogna facciamolo con la funivia …” Così come non è più essenziale portarsi a casa un’abbronzatura perfetta dal mare, o recarsi per forza a frugare e guardare dentro all’ultimo dei musei o nel borgo più sperduto che fino a ieri t’ostinavi a voler raggiungere ad ogni costo.
S’è come spezzato un cerchio, rotta una ruota, quietata una passione, passato un appetito … sei come sazio.
La verità è che sei finito o finita dentro a quell’età di mezzo che s’avvia verso “il tardi”. Non sei per niente anziano: Dio liberi ! … ma non sei neanche più la persona matura della mezza età. E lo sai bene, ne hai la certezza assoluta … Al punto tale che corri ai ripari e scatta dentro di te tutto un bisogno di metamorfosi e trasformismo “riparatore” … Improvvisamente a distanza di molti anni dall’adolescenza, capisci bene le sensazioni che provava il buon ragazzotto di Kafka … che si sentiva un po’ “così” … e in schifoso e incontenibile cambiamento … (verso il peggio ovviamente).
Come mai t’era capitato prima, t’avvedi che ogni mattina ripeti pedissequamente sempre le stesse cose, e attraversi sempre le stesse “situazioni” … C’è sempre il “24” che sta per arrivare a Venezia seguito dal solito jeppone dei militari … Non manca mai di passare il grosso TIR dei rifornimenti del PRIX … così come ti sfrecceranno di nuovo davanti il “TREVISOAIRPORT”, il “SOTTOMARINA” che faranno tremare tutto il ponte translagunare come ogni santa mattina … Tutto uguale … come sempre … Subito dopo passerà il solito furgone bianco della biancheria … sempre quello … mentre in fondo alla strada s’avvicinerà lento il tuo “SCORZE’” su cui dovrai per forza salire … come il solito. Ormai non serve quasi più che tu stenda fuori la manina per fermarlo … Sei sempre tu a quella fermata, ti riconoscono, e gli autisti rallentano già in lontananza sapendo che ci sei …
E’ tutto sempre uguale … non era così qualche tempo fa.
Anche l’alba che si sta rapidamente attivando dentro e oltre la foschia del primo mattino … è sempre quella, sempre la stessa. Sempre uguale è il sapore della Primavera che è tornata, così come copia perfetta di se stesso è il Cielo cosparso da una manciata di stelle … Anche quelle sono sempre loro, ne conosci i nomi e il disegno … sembra siano state sparse e gettate lì a casaccio … controvoglia … come sta capitando a te.
L’intelaiatura del Ponte Translagunare della Libertà vibra e sobbalza al passaggio dei bus lanciati e dei pesanti TIR che vanno e vengono dalle banchine della Marittima del Porto … ma non li senti più … Neanche noti la lunga scia dei puntini luminosi bianchi e rossi in movimento che serpeggiano lungo tutto il Ponte tagliando in due parti l’intera Laguna ancora buia … Non ti sorprende neanche l’asciutto elasticissimo e nerovestito che fa footing con una sigaretta accesa in bocca … Eppure non l’avevi mai vista una cosa simile … Uno scende giù dal bus chiudendosi frettolosamente la lampo del giubbotto, si alza il bavero sul collo, rabbrividisce camminando ficcandosi le mani dentro alle tasche … come faresti tu.
Risvegliandoti stamattina hai visto la foschia … e hai pensato che c’è anche dentro alla tua mente oltre che di fuori dentro alla strada … Con la “coda dell’occhio” hai notato in alto la Luna ridotta a uno spicchietto consumato, un terzo piccolo, giocare a nascondino dietro alle nuvole e alle sagome nere degli alberi risvegliati dalla Primavera … Ti sembra di sentire che si stiracchiano anche loro controvoglia, che spingano fuori e srotolino quelle benedette nuove foglie proprio perché bisogna farlo … Nell’aria, infatti, si respira un odore intenso di stantio, combusto e cotto, come di bruciacchiato … Sembra un marchingegno che fatica a rodare di nuovo, un meccanismo che scoppietta un po’ consumato dal tempo,  e pensi che la linfa dentro al tronco e ai canali dei rami scorra densa e ristagnando  … un po’ come te.
Appena alzato, assonnato, ti sei guardato allo specchio … sembravi un altro, di certo non più quello aitante e bizzoso di un tempo. E’ come se improvvisamente la tua vita avesse svoltato e preso una viottola di campagna abbandonando la larga, comoda e luminosa superstrada che stavi percorrendo da “sempre” (?) … La strada adesso si è fatta stretta, poco frequentata, a volte scomoda e male illuminata …faticosa da percorrere … C’è poco da dire e considerare: è cambiato di certo qualcosa … Guardi i figli diventati grandi e autonomi(quasi): fanno tutto da se … anche se non lo vorresti mai. Li chiami, considerandoli ancora i “piccolini … i tuoi bambini” … così come ti piacerebbe continuare quel progetto che hai iniziato tanti anni fa quando li hai messi al mondo … quando con grinta e spensieratezza e una buona dose d’inconsapevolezza, provavi a ricreare in loro lo specchio di te stesso e l’immagine viva di quanto c’era di meglio nella vita.
Oggi ti accorgi … ma ti sono serviti anni per capirlo … che non è stato e che soprattutto non è più così. Intendi finalmente che loro sono loro e non il prolungamento di te stesso e dei tuoi sogni … E’ da una vita che provano a fartelo capire in un modo o nell’altro, ma solo adesso ti rendi conto che è giusto che possano fare quel che vogliono e non quello che vorresti tu … Prima ti sembrava tutto giusto e irrinunciabile, eri talmente“preso” da non riuscire ad accorgerti … Era troppo importante correre dietro al loro pallone, troppo indispensabile insegnare questo, quello e anche quell’altro …  Prima … Prima … Prima …
Oggi realizzi lucidamente che ormai da un pezzo non li accompagni più ovunque, né t’arrabbi più con loro per qualcosa … Improvvisamente realizzi che i tuoi figli hanno meno della metà dei tuoi anni … che esiste un abisso di mondi fra te e loro … Loro sono pimpanti ed energici, entusiasti e aperti verso tante cose nuove e diverse. Sprizzano freschezza e straripano novità … non come te. Al confronto, tu corri sul posto e te ne stai in folle rispetto a loro.
Ma tutto questo non lo ammetterai mai, se non a te stesso … e ti darà enorme fastidio quella vaga benevolenza con cui a volte vieni trattano esentandoti da questo e da quello …
 
“Perché ormai non serve … facciamo da noi … Hai una certa età …” e ci aggiungono anche un sorrisetto … Grrr ! … anzi, doppio Grrr ! … Se poi una dolcissima ragazzina ti osserva e ti lascia il posto gentilmente sull’autobus o in vaporetto … la fulmineresti sul posto immediatamente e senza ricorso.
“Comunque non mi cambierei con loro … Non è la stessa cosa aver percorso un’intera strada, avere esperienza, piuttosto d’essere dei principianti imberbi e inesperti …” ti ripeti spesso cercando di darti un tono.
Che sia, invece, invidia o nostalgia della gioventù ormai trascorsa ?
La conferma arriva che è come una mazzata … Te la “regala”una collega infermiera quasi coetanea che si ritrova a condividere le tue stesse sensazioni.
 
“Cominciamo ad avere un’altra l’età … Ho iniziato a chiedermi tanti “perché” che prima non mi ponevo … Mi chiedo che tipo di vita riusciamo a dare a questi malati e a queste vecchiette accartocciate e consumate dentro ai loro letti … Con tutte le nostre medicine, le flebo, gli accorgimenti e le nostre acrobazie riusciamo al massimo a regalare loro solo qualche mese in più d’esistenza … Ma che tipo di vita è quella trascorsa dentro a un letto d’ospedale ? … Un tempo si moriva a casa propria circondati dall’affetto dei tuoi e con tutte le tue cose … Invece, adesso accade tutto nell’ambiente asettico dell’ospedale, davanti a noi che siamo che siamo dei professionisti sì, ma pur sempre degli sconosciuti cortesi, ma spesso di fretta e distaccati … Non mi ponevo tempo fa questi problemi … Ora mi frullano nella testa quasi ogni giorno …”
 
“Forse inconsciamente vediamo noi stessi, il nostro futuro dentro a quei letti ?”
 
“Stanotte mi sono svegliata ben tre quattro volte prima che suonasse la sveglia … Rimango quasi ad aspettarla nel buio, inseguendo i pensieri e facendo dentro e fuori dai sogni della notte …”
 
“Io non la uso neanche più la sveglia … Abbiamo imboccato ormai la viottola laterale della vita …”
 
“Però dai ! … Tiriamoci su ! … Non disprezziamoci troppo … Abbiamo un po’ di autostima per quel che siamo e abbiamo fatto ! … Anche perché accanto e intorno a noi girano tutti questi giovinetti … Non possiamo mostrarci loro come tanti “Nonno Cocòn” …”
 
“Hai ragione ! … Teniamoci su ! … Tiriamo avanti ! … Anche se questo è proprio un discorso uguale a quelli che fanno i nostri vecchi …”
 
Sono questi gli indici, i primi sintomi e segnali di quell’età“rovesciata” di mezzo che ci invierà poi verso l’età finale e sciagurata della vecchiaia e della conclusione.
Però c’è modo e modo d’indossarla e intraprenderla … Serve“spendersi bene”, vendere cara la pelle, premunirsi, immaginarsi, prepararsi mentalmente per quanto sia possibile … non arrendersi in anticipo, non essere noi stessi ad accantonarci con le nostre stesse mani.
Poi quando sarà l’ora, sarà l’ora … Ascoltavo proprio ieri un dialogo in ospedale fra una moglie e il suo marito ormai acciaccato:
“Quando ti presenterai davanti alla commissione, dovrai fare tutto storto … Far finta che non capisci niente, fare tutto il contrario di quel che ti chiederanno … Se ti chiederanno: “Come ti chiami ?” dovrai rispondere: “Non lo so.” … Se ti diranno: “Dove abiti?” la tua risposta dovrà essere: “Non me lo ricordo.” … Se ti daranno da fare qualche disegno, farai tutto uno scarabocchio, una cosa senza senso … oppure dirai: “Non sono capace.” … Davanti alla commissione dovrai sbagliare tutto … risultare inabile, incapace, buono a nulla … Anche se le cose in realtà le sai, e noi lo sappiamo bene, dovrai far finta di non saperle … E’ importante tutto questo … perché dobbiamo ottenerli quei benedetti soldi … Abbiamo fatto tante carte e documenti, percorso tante strade e bussato a tante porte per ottenerli … Siamo andati avanti e indietro tante volte, siamo stanchi … Ora tocca a te … Dovrai far finta di niente … Solo sbagliare. E vedrai che dopo andrà tutto bene per tutti … Hai capito ? ” … e come risposta è arrivato il silenzio. Che tristezza !
Ognuno quando arriva l’ora delle vecchiaia “spara gli ultimi colpi” e si premura come può per salvare il salvabile … C’è modo e modo di premunirsi per il futuro … Ognuno lo fa a modo proprio, secondo la propria coscienza e seguendo la propria sensibilità. Ma in ogni caso, sarà già tardi, ci si ritroverà ad arrabattarsi dentro all’età della vecchiaia e del progressivo decadimento generale.
E’ quindi importante godersi e vivere adesso quest’età “di mezzo e transizione”, quest’età “rovesciata” ma ancora buona … in cui bene o male si riesce ancora ad apprezzare il gusto delle situazioni e il sapore delle persone e delle cose del vivere … Forza allora ! … Non lasciamoci spiaggiare !

*** La bella foto “rubata” è di Max Scala … che ringrazio.

 

apr 30, 2015 - Senza categoria    No Comments

“MONTAGNANA … CONQUISTATA DI NUOVO.”

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Non allarmatevi subito ! … Montagnana assaltata sì, ma pacificamente, in senso figurato: invasa dalla gente, dai turisti … e anche da noi di passaggio.
Non so voi, ma ogni volta che entro dentro a una città murata provo sempre una sensazione strana: come di violarla, di scoprirla indifesa, nuda. Quando attraverso i ponti levatoi, passo sotto alle serrande alzate e fra i portoni spalancati, i camminamenti deserti, le torri indifese e senza più nessuno che ti fermi, ti controlli o ti chieda qualcosa, provo la sensazione che la città sia stata vinta e non abbia più niente da proporti e da dirti se non una Storia … o mostrarti rassegnata e senza resistenza tutti i suoi tesori. Una città espugnata, conquistata, vinta, insomma … a tua disposizione.
Così è stato anche stavolta varcando la mirabile cinta murata di Montagnana. L’unico ostacolo che ci ha impedito d’invaderla e conquistarla è stato un semaforo rosso e niente di più. Scattato il verde, ne abbiamo subito approfittato … e ci siamo intrufolati dentro ad ogni angolo della cittadina, che di certo è una delle più belle realtà antiche conservate nel nostro Veneto.
Mi sono sempre piaciute le città con i portici perché puoi rimanerci sotto comodamente sia col sole che con la pioggia. Offrono riparo d’estate e d’inverno, comunicano un senso di protezione con quel loro clima ombroso e riparato, in qualche modo prolungano il senso racchiuso, familiare e raccolto della casa. Sotto ai portici ti senti più sicuro … anche se è solo una sensazione.
E’ suggestivo arrivare a Montagnana, perché devi attraversare a lungo fin quasi a perderti le nostre verdi  campagne Venete … Noi ci siamo giunti “singhiozzando e singultando” sopra al treno … una piccola avventura rincorrendo e superando casali sparsi che fuggivano via e si rincorrevano fuori dal finestrino … torri di confine, luoghi di gabella, guadi e ponti sul fiume che un tempo s’attraversavano faticosamente e a pagamento … modeste ville di campagna appartenute a una nobiltà di “serie B” … chiese campestri dalle linee essenziali, fattorie ancora iperattive, e la solita edilizia industriale di quest’epoca … sfatta, brutta e rugginosa, senza stile e sparsa come il becchime per polli in un estrema periferia che  comunica sempre un senso di scomposta desolazione e abbandono.
Ingannando l’attesa mi sono messo a scrivere (tanto per cambiare), e ogni tanto ho letto le scritte sui muri che sfrecciavano fuori dal finestrino … Mi hanno sorpreso, non me le aspettavo: “Il Papa si droga … Ecco perché vede Dio.”c’era scritto in grande e in nero sul muro di una stazioncina decrepita … “Via da me, via da te, via da tutto, via da tutti”… su di un fienile rovinoso lungo il ciglio della ferrovia … “La libertà non esiste … E’ solo un sogno.” … sul muretto di una fabbrica abbandonata poco prima che il treno si fermasse sibilando ad Este.
“Ci deve essere un oscuro poeta da queste parti … un solitario tristo dal pennello facile …” Mi sono detto.
“Ah ! Dove sono Gli occhiali? … Li ho persi ! … Ah sì … Eccoli qua, li avevo in borsa.” … E così, fra una cosa e l’altra, il tempo è girato e trascorso e siamo giunti finalmente a Montagnana sulla pianura piatta e luminosa, con all’orizzonte nella foschia del pomeriggio i Colli Euganei e più in là i Colli Berici.
Montagnana è un gioiellino nascosto nella campagna Veneta, più da vedere e visitare che da raccontare. Una cittadina un tempo strategica a cavallo dell’Adige, le cui acque erano inglobate dentro alle mura controllandone passaggi, scorrimento e traffici. Finchè prima del 589 d.C una potente alluvione ha cambiato il corso naturale del fiume, e la cittadina murata si è trovata spiazzata, fuori strada, spostata rispetto il flusso delle “cose che contano”. Le sono rimasti solo un paio di rigagnoli utili per campare, lavorare, e per giungere in qualche modo fino al mare Adriatico lontanissimo: il Frassine e il Fratta chiamato: “La Rabbiosa” … ma non è stato più come prima, Montagnana aveva perso per sempre l’occasione di affermarsi.
Probabilmente in queste zone vicine al fiume dove c’erano paludi e dossi sopraelevati abitavano prima le genti Paleovenete … Era la Motta-Æniana … Montagnana, con riferimento alla mansio di Anneio ricordata nell’Itinerarium Antonini del III secolo d.C. come tappa intermedia fortificata contro i bellicosi Barbari sul percorso tra Aquileia e Bologna …”
 
Montagnana quindi era colonia e avamposto Romano e poi Bizzantino-Ravennate.
“Forse era la mitica Anneianum o Forum Alieni: luogo d’incontro di strade e passaggio sull’Adige … Qui in epoca Romana c’erano ville rustiche e sepolcreti, ci abitava anche la Gens Vassidia e Sabina … I Romani hanno operato grandi bonifiche, arginato l’Adige … Ma fu proprio nel 589 d.C. che accadde la disastrosa “rotta della Cucca” in cui l’Adige ha alluvionato tutto e ha deviato il suo corso più a sud … Ciononostante Montagnana non è diventata una città fantasma come i villaggi del Far West dopo l’Eldorado … Diciamo solo che ha perso l’opportunità storica di diventare una grande città rimanendo solo un borgo di campagna … interessante quanto volete, ma pur sempre un posto secondario e modesto …”
 
A parlare e spiegare era una giovane donna corposa originaria di Montagnana che ci ha accompagnato amorevolmente come guida su e giù e dentro agli ambienti del Castello di San Zeno. Una persona entusiasta per sua natura … Sorrideva continuamente, anzi, rideva spiegando, e ogni volta che arrivava alla fine di una spiegazione la vedevi che era soddisfatta d’avercela comunicata, di averci resi partecipi dei segreti di quel suo mondo tutto da mostrare e raccontare. Come se ad ogni accenno e notizia traesse fuori da un suo scrigno: una chicca, una perla, una stoffa preziosa, una moneta o un gingillo originale che mai e poi mai ti saresti aspettato di trovare proprio lì.
“Fra le città murate del Veneto, Montagnana è quella che meglio ha saputo conservare la sua cinta medievale: le manomissioni sono infatti poche e poco evidenti, al punto da poter affermare che attualmente l’ammiriamo più o meno come la si vedeva nel 1200-1300.” … e ci ha subito sorriso accattivante inarcando all’insù le sopracciglia degli occhi.
“Nel 1239 Montagnana ha respinto un attacco di Ezzelino III da Romano, Vicario dell’Imperatore Federico II … Dovete immaginare la battaglia qui dentro a questa torre: lunghi assedi, strenue difese, conquista e saccheggio spietati, incendiata l’intera cittadina un tempo quasi tutta foderata di paglia e legno … In questa torre non c’erano scale fisse, ma solo di corda ritratte su dall’alto … Si combatteva corpo a corpo … testa a testa, lanciandosi frecce e pietre dall’alto, imprigionando i nemici da sopra e da sotto dentro alla torre … Erano le regole della guerra … Alla fine però Montagnana è stata sconfitta, e il vincitore nel 1242 ha riedificato il grande Mastio … qui presso Porta Padova …”
 
Il Castello di San Zeno con i suoi suggestivi ballatoi lignei interni el’imponente Mastio di Ezzelino è il nucleo più antico di Montagnana risalente all’epoca degli Estensi … Solo in epoca veneziana fu adibito a deposito per la canapa essenziale per le attività dell’Arsenale della Serenissima … Oggi ospita il Museo Civico “Antonio Giacomelli” istituito nel 1980 dopo la scoperta nel 1974 della necropoli romana della gens Vassidia.
“Che ve ne pare ? … Non è favolosa come storia ? … Eh ? …”
 
Effettivamente eravamo tutti lì a pendere dalle sue labbra e dalle sue spiegazioni curiose e simpatiche … Mai si saremmo aspettati di trovare in aperta campagna una raccolta di materiali archeologici e oggetti d’arte simile … E’ vero che Montagnana si trova poco lontano da Este, ma non sospettavamo un insieme così fornito e ricco.
“Qui abbiamo di tutto: dall’età Preistorica, Protostorica e Romana … Monumenti sepolcrali, suppellettili funerarie, steli e iscrizioni … La sezione Medievale e Moderna mostra dipinti, armi, costumi e raccolte di oggetti quotidiani e ceramiche … Abbiamo allestito perfino una sezione musicale dedicata a due nostri illustri cittadini montagnanesi: i tenori Giovanni Martinelli ed Aureliano Pertile … Ci sono esposti: oggetti, fotografie, locandine, costumi e documenti della loro vita ed esperienza … Aspettate ! Vi accendo in sottofondo le registrazioni delle loro voci e delle loro esibizioni canore …”
 
Mi sono sempre piaciute le persone così … coinvolgenti, appassionate per quel che vanno facendo.
“Credo che sotto a Montagnana ci debba essere un’intera altra antica città tutta da scoprire … Ogni tanto si scava e si scopre qualcosa, ma si richiude e ricopre tutto in fretta perché non ci sono finanziamenti per continuare le ricerche … Speriamo che in un futuro prossimo … Speriamo … anche se in questi ultimi anni, in questo decennio che sto lavorando qui non è accaduto proprio niente …”
 
I nostri passi sono rimbombati sotto le volte antiche del castello e ai piedi di resti d’affreschi scrostati e mangiati dal tempo. Eravamo in pochi ad attraversare quelle sale museali riservate e curiose … sembravamo proprio degli ospiti dell’antico maniero …
“Nel 1290 i marchesi d’Este alienarono i diritti sul territorio della Scodosia, limitrofo a Montagnana, che divenne proprietà del Comune di Padova … Nel 1362 Francesco il Vecchio e Ubertino da Carrara diedero ordine all’architetto Franceschin De’ Schici di costruire una nuova fortificazione lungo il lato occidentale delle mura: la Rocca degli Alberi con torrione, androne, ponti levatoi e barbacani che ha completato il perimetro con le 24 torri e i quasi 2 km di solide mura in laterizi a blocchi di trachite e ampio fossato esterno … Montagnana è sempre stata contesa tra Padova e Verona …”
 
Infine, dopo tanto mulinare di mani e sorrisi, la nostra guida è giunta al suo pezzo forte, la chicca delle chicche della sua spiegazione … il tocco finale.
“La leggenda delle Mantelle di Montagnana narra che durante un inverno un ristretto gruppo di cavalieri portò la notizia che un grande esercito di Veronesi stava marciando sulla cittadina. Essendo pochissimi gli armati dentro alle mura, si ordinò di cucire delle vistose mantelle di panno rosso collocandole su fantocci di legno posti lungo tutto il perimetro delle mura. Quando le truppe nemiche s’avvicinarono alla città murata, si aprirono le porte e dei cavalieri con le mantelle rosse uscirono incontro insieme a dei fanti a piedi esibendo al nemico la moltitudine degli armati che s’assiepavano sulle mura a difesa della città … Lo strattagemma funzionò e il nemico ingannato si ritirò … Siamo furbi noi di Montagnana ! ..”
 
Detto questo, si è messa di nuovo a ridere compiaciuta per quel suo senso d’appartenenza orgogliosa.
“Poi qui a Montagnana tutto è stato in discesa, con poca Storia … Nel 1405 la città si è consegnata a Venezia, e tramontando la sua importanza strategica e militare subentrò una fioritura delle attività agricole, artigianali e commerciali che favorì l’insediamento di facoltose famiglie, legate alla Serenissima. Nel 1431 s’iniziò il cantiere della nuova chiesa-duomo di Santa Maria Assunta che si concluse solo nel 1502 … Ospita la Cappella del Rosario con una strana iconografia sacra e pagana insieme, e molte altre opere d’arte fra cui due affreschi attribuiti al Giorgione raffiguranti Davide e Golia e Giuditta e Oloferne, e una pala d’altare con la Trasfigurazione realizzata dal Veronese nel 1555 …Al tempo della Guerra di Cambrai, fra 1509 e 1518, combattuta tra Venezia e la Lega dei Tedeschi, Spagnoli, Francesi e Principi Italiani, per Montagnana fu un periodo travagliato di occupazioni e assedi … Montagnana seguì in tutto e per tutto e senza grandi sussulti le vicende storiche del Veneto: cadde con la Serenissima nel 1797, divenne città per decreto dell’imperatore Francesco I d’Asburgo del 1826, e parte del nuovo Regno d’Italia nel luglio del 1866 ... Infine nel 1885 fu collegata tramite ferrovia a Legnago e Padova-Bologna …. Durante la II Guerra Mondiale subì solo qualche colpo di cannoncino sparato da un cacciabombardiere contro il Mastio di San Zeno, un paio di bombe alleate che produssero pochi danni, e qualche vandalica esercitazione dei Tedeschi …”
 
“E oggi com’è Montagnana ? … Vive di ricordi ?” 
 
“In un certo senso sì … Oggi Montagnana si occupa d’agricoltura e d’allevamento di bovini, polli e tacchini. Fin dal 1300 aveva un fiorente mercato del prosciutto crudo dolce stagionato. Il 25 novembre era la data in cui avevano inizio le contrattazioni delle cosce macellate in casa, e il mercato durava fino alla vigilia di Natale. Infatti, oggi la cittadina vive di turismo fra Fiera del Prosciutto, Sagre di campagna, esposizioni di piante e fiori e rievocazioni storiche del Palio dei 10 Comuni e del Capodanno Medioevalecon: riti, musica, canti e balli degli Hiberna Gaudia et Hibernales Ludi”, cortei, sbandieratori, balestrieri, figuranti in costume, armi ed arti essendo considerata uno dei borghi più belli d’Italia … Insomma ci s’ingegna per tenere ancora vivo questo borgo … Anche se non temiamo più il pericolo di qualche assedio … E con questo vi ringrazio e saluto …”
 
Simpatica per davvero la guida … E siamo sfociati fuori in strada a passeggiare in giro … con un senso di soddisfazione e maggiore confidenza e simpatia per quella vecchia cinta urbana che continuava a tenerci dentro  sicuri, quasi coccolati, seppure ormai a grande distanza dai secoli del suo periodo d’oro in cui … Una specie di nonna amorevole diffusa … Sensazioni … sensazioni …
“Complice la splendida e tiepida giornata di Primavera, il Mondo oggi si è mosso … e sono venuti tutti qui a Montagnana dalle più disperse campagne …  C’è movimento … Torna pure dalle cinque fino alle dieci di questa sera … Ti darò qualcosa in più …” ha sussurrato un barista padrone di un locale a una ragazza smilza che deponeva il grembiule in un angolo dietro al bancone. Poi rivolto a noi un po’ brusco:
“Sedetevi al tavolo se volete essere serviti prima … O aspetterete tranquilli il vostro turno in fila …”
Come a dire: “Sentite Cicci: non rompete … So che avete sete e volete la bevanda fresca e il gelato, e vi serve magari un gabinetto … Ma siete solo turistacci fannulloni che vanno in giro mentre a noi tocca di star qui a lavorare e servirvi … Almeno statevene buoni, e lasciatevi spennare tranquilli …”
 
Ma ce l’ha detto e fatto intendere garbatamente, con un bel sorriso quasi cordiale sulle labbra … Era forse uno dei moderni guerrieri della Montagnana di oggi … anche se non aveva una mantellina rossa sulle spalle.
Conquistato quindi a caro prezzo un prezioso e buon gelato … ci siamo spinti un’ultima volta in giro per il borgo, e fino dentro al fossato di difesa pieno d’erba alta fiorita e profumata sotto alla maestosa Torre degli Alberi … Mi è scappata e partita nella testa la fantasia attraversata la pusterla e il ponte levatoio … e la folla si è trasformata in contrada medioevale variopinta, in mercato animato da tornei di Cavalieri, tramestio di armi, carri, masserizie e vettovaglie di passaggio … armigeri sferraglianti d’armi … con la Mantella Rossa addosso ovviamente … una sensazione inebriante … davvero piacevole …
“Ehi ! Ci sei  ? … dobbiamo andare …”
 
Ho perciò riaperto gli occhi … e oltre al fossato inondato dal sole c’era la solita realtà del pomeriggio festivo attuale. Montagnana era tutta in movimento … C’era una folla allegra, catalizzata e coinvolta dalla Festa di Primavera. La strada principale traboccava, si stava pigiati gomito a gomito … La cittadina sembrava circondata, assediata, riconquistata e invasa di nuovo … ma dalla bonaria folla dei turisti e dei visitatori. Tutti pressati e assiepati in lunghe code per comprarsi un gelato, curiosare sulle bancarelle dei prodotti e degli attrezzi agricoli e dell’anticaglia, con i bambini schiamazzanti, i palloncini sospesi in aria, e il brusio, le musiche del menestrello di turno col costume medioevale, il vociare tipico del mercato e della sagra … Un bel clima indubbiamente …
Ma nell’aria c’era anche un vago senso di mestizia … Appena ti allontanavi dalla ressa della folla e dai portici ombrosi del centro, girato un angolo, non c’era più nessuno … Solo la lunga fila delle casupole colorate a pastello addossate alla rassicurante fila delle antiche e tozze mura … Abbiamo visto e attraversato viuzze deserte, polverose e sconnesse, segnali di una quotidianità cittadina povera … Porte e finestre chiuse sbarrate, abbandonate … Un paese che sopravvive a se stesso e non pulsa più come accadeva un tempo. Sulle passarelle, le feritoie, i camminamenti e i merli delle mura sono comparse paraboliche e antenne, ripetitori per i cellulari … Pareva come d’ascoltare e vedere la risacca di una storia già accaduta, l’eco lontana e pallida di uno spettacolo ormai terminato. Per capire Montagnana com’è stata è necessario inventarselo e fantasticarlo dentro alla mente …
Infine, è calata la sera in fretta e insieme lentamente … mentre trotterellavamo di nuovo verso Venezia e la solita Laguna. Dietro ai finestrini del treno scorrevano piccole lucine che luccicavano nelle case, campi su cui si stendevano lunghe ombre scure che si confondevano con i solchi della terra arata e appena rimossa … filari bassi di vigne e scuri alberi … Sembravano tanti spettri in cerca vana d’abbrancare il cielo … Forse quelli dei fantocci-armigeri con le mantelle rosse delle mura di Montagnana.
Il treno ha saltato, ha danzato ancora sui binari, ha sobbalzato, sbuffato e s’è arrabattato come meglio ha potuto … e alla fine, quando Dio ha voluto, è riuscito a sfociare esausto e sfinito sul capolinea in fondo alla Laguna di Venezia … Meriterebbe anche lui un agognata pensione e un po’ di riposo … ma domani sarà di nuovo giorno lavorativo per tutti.
apr 28, 2015 - Senza categoria    No Comments

LA CULTURA DELL’ATTESA.

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Guai a chiamarla pigrizia, indolenza, siesta e attesa passiva … ti farai di certo dei nemici. E’ una cultura diversa, alternativa alla nostra Europea isterica e stressata, la così detta moderna.
“Vivete male, anzi, non vivete proprio, vi dimenticate di vivere, siete come macchine da lavoro … Non sapete proprio considerare e gustare la vita e le cose che contano. Sacrificate tutto al ritmo della produttività e dell’efficienza … Per noi è diverso, perché sappiamo andare …”
“Ma andare dove ? … O meglio: andare come ?” me lo sono chiesto e gliel’ho domandato più volte.
“Sappiamo andare e vivere con i tempi giusti … Quelli adatti a poter vivere per davvero, quelli giusti per potersi sentire umani e vivi … non solo ingranaggi di un grande sistema …”
“Siamo proprio diversi … ma quale dovrà essere il compromesso per riuscire ad esistere in maniera serena dentro a questo nostro habitat che non è barattabile ma ci tiene dentro in maniera obbligata ?”
 
Capita a volte e spesso, visto che questo nostro mondo è diventato più che mai piccolo, spalancato e mescolato, di doversi confrontare e incrociare anche con le menti e le abitudine diverse. Ormai viviamo gomito a gomito con persone provenienti da ogni parte del pianeta, da culture veramente diverse dalla nostra. Talvolta, ambienti come quello lavorativo inducono obbligatoriamente a questo incontro-confronto e ad un interscambio da realizzare in fretta.
“Qui siete schiavi dell’orologio, degli obiettivi e delle scadenze. Siete ossessionati dal fare, e dal fare tanto e subito e in fretta … che non significa anche bene. Vivete senza sosta, a volte senza respiro … Siete come bestie da soma, come animali bendati attaccati alla macina che gira in tondo … Da noi, invece, si va e quando si arriva si arriva … è tutto più lungo e dilatato … più aperto e libero … meno angosciante. Non c’è l’appuntamento che scandisce il giorno, il minuto e il secondo …”
“E’ uno spreco enorme, un’incertezza senza fine … Una confusione infruttuosa …”
“Voi la vedete così perché siete legati alle feroci leggi della produttività che determinano del tutto la vostra vita … Per noi produrre è secondario, accessorio, non indispensabile … Non viviamo per produrre, ma produciamo quel che ci serve per vivere … E’ diverso …”
“Lo vedo, infatti, voi non avete mai fretta … Siete più calmi, sembrate quasi arresi, arrivati, non bisognosi di andare, cercare, trovare, rimediare quel che è indispensabile per esistere …”
 
“Possediamo obiettivi diversi … Per noi è importante andare ma per incontrarci … ma non importa quando … Quando si arriva si arriva … Non c’è un presto e un tardi … E anche quando si è arrivati può accadere ancora di aspettare … Così come il ripartire non sarà mai urgente. Prima o poi si ripartirà … ma solo se ti parrà giusto e sentirai che sarà arrivato il momento … Senza fretta, prima o poi … Il quando come lo intendete voi con l’agenda e il calendario in mano non è importante …”
“Per noi sarebbe un incubo … La immagini una stazione, un aeroporto senza orari ?”
 
“E’ questione di priorità e di reale importanza … Nel mondo c’è chi privilegia il fare e chi ritiene, invece, importante lo stare, il sostare e vivere fino in fondo quello che si sta facendo. Per noi è più importante curare gli incontri fra le persone, la ritualità dello scambio dei saluti, prolungare le tradizioni intorno al fuoco e ad un bicchiere di the, la sequela e la conservazione di tutto quello che ci hanno tramandato e insegnato i nostri avi … Il resto può attendere, viene dopo … Voi avete perso tutto questo, siete come appassiti, secchi, ridotti all’osso, spogliati … anche se sembra che possediate tutto e ogni comodità … Siete ricchi ma poveri insieme … Avete solo l’ossessione dell’attimo, del presto, e del tutto ora … Spesso sembrate persone vuote, inzuppate di fumo e niente. Senza radici, senza una storia che vi stia veramente a cuore … O meglio, di storie ne avete tante, troppe, ma nessuna v’interessa veramente … Vi circondate di cose utili, ma riuscite poco ad essere utili a voi stessi e agli altri …”
“In teoria è bello questo discorso, fascinoso … ma c’è un grosso “ma”. Non si può esistere dentro a questo nostro mondo contravvenendo alle regole che si è dato … è come voler navigare e attraversa un grande mare senza saper vogare e nuotare … Si finirà con l’annegarsi o perlomeno schiattare … Io fatico a capire come si possa conciliare questo vostro modo di pensare con le regole del mondo moderno … Sembrate di un’altra dimensione, scappati dal tempo …”
 
“E’ questa infatti la nostra forza … la nostra ricchezza … anche se voi la considerate una povertà, una passività … una mancanza di corrispondenza alle esigenze del vivere di questa epoca.”
“E’ vero. Molte volte che parlo con voi Africani o Asiatici ho come l’impressione di non capirvi. Mi smarrite, mi lasciate perplesso … Non riesco a vedere a come possiate sopravvivere in questa maniera … Mi capita di ascoltare chi viaggia e racconta … A volte lasciate trascorre i gironi senza far niente … E’ vero, noi siamo la cultura della logica e del fare in cui debbono tornare per forza i conti ogni giorno … ma non riesco a concepire una giornata trascorsa solo spostandosi da una parte all’altra, impegnata a discutere e salutarsi, bere birra e mangiare riso e pollo … La cordialità, l’accoglienza sono cose giuste, cose buone, ma non bastano … Ci sono tante cose di voi che non riesco proprio a capire …”
“Siamo una cultura diversa, un modo d’intendere il mondo e la storia alternativo …”
 
“Che però mi lascia perplesso … Mi hanno raccontato di recente alcune cose: in Africa c’è una delle tante zone in cui è scomparsa l’acqua. Da decenni molti dei villaggi trascorrono l’intera giornata dall’alba al tramonto a percorrere chilometri su chilometri per andarsi a rifornire d’acqua in posti lontanissimi. Per certi giovanissimi, soprattutto donne, l’unica occupazione è quella: andare e ritornare con il contenitore dell’acqua in testa. Bene … Alcuni europei decidono di far qualcosa: si trovano i fondi, si studia la zona, si scava il pozzo raggiungendo la falda profonda. Sembra che il problema sia risolto, che si sia migliorata la vita di tutti, che si sia rotta la catena che induceva tutti ad andare avanti e indietro per tutta la vita. E invece no.
Un paio di settimane dopo c’è qualcuno che si vende la pompa del pozzo, e tutto torna come prima. Non si pesca più l’acqua e si ritorna ad andare avanti e indietro come prima. Ma soprattutto è sconcertante che nessuno si ribella, si rifiuta, sembra quasi che tutti siano più contenti così, che preferiscano il loro scomodo andare avanti e indietro assetati e stanchi …”
 
“E’ una cultura diversa, te l’ho detto … Per noi è importante andare … A volte la comodità rende prigionieri, toglie le motivazioni, impoverisce …”
“Fatico a capire … Anche in Asia ho sentito di cose simili … Se da una parte esistono città alveari in cui si lavora come schiavi senza tempo, dall’altra anche lì nella foresta e in villaggi fuori del mondo accadono cose inverosimili. Mi hanno detto di alcuni posti che perfino i Governi faticano ad ammettere che esistano, tanto sono remoti e lontani da quella che definiamo civiltà evoluta. In alcuni posti dell’Asia ci sono villaggi tribali che distano sette giorni a piedi dalla più vicina strada utile a portarli da qualche parte. Sette giorni a piedi per un sentiero largo appena pochi centimetri, dentro alla foresta o polveroso dentro a una savana. Un mondo alternativo, primitivo, dove tutto acquista un sapore e un colore diverso. Niente è indispensabile, di tutto si può fare a meno. Si può vivere e morire lì sul posto, perché tutto il resto è impossibile, terribilmente irraggiungibile.
Ebbene: ai soliti Europei e anche Italiani, che forse non capiscono niente, viene in mente di regalare a questi villaggi una moto, un paio di moto. Sembrano la rivoluzione storica, la soluzione di tanti problemi perchè in poche ore si riuscirà a raggiungere la città e tanti servizi prima impossibili da usufruire. Cavalcando la moto si potrà andare in qualche ospedale, portare un ferito a medicarsi, salvare qualche vita in tempo, coprire quella distanza in tempo utile per guadagnarci qualcosa, per essere presenti nella civiltà moderna ed usufruirne meglio.
E invece no, anche qui. Dopo un po’ si preferisce lasciare le moto abbandonate sotto a una tettoia inutilizzate. Manca le benzina. Penso sarebbe un problema se mancassero i soldi per comprarla, ma invece quelli ci sono. Ma preferiscono utilizzarli per comprare altre cose e da bere. E tutto torna come prima: sette giorni a piedi per il sentiero per raggiungere la civiltà. Un viaggio eterno che spesso diventa una vera e propria avventura. A volte si muore strada facendo, e si ritorna, se si ritorna cambiati, provati, molto diversi da prima. Un viaggio che a volte cambia la vita a causa degli incontri o dei disagi e degli imprevisti che si vanno esperimentando.
Ma perché ? Che senso ha ? … E anche stavolta la maggior parte non protesta, s’adegua … Sembra quasi che preferiscano che venga ricostituito il vecchio ordine delle cose, i vecchi tempi, i ritmi di sempre … Non capisco.”
 
“Non c’è nulla da capire … E’ cultura diversa, sentire alternativo dal vostro … Un modo di concepire le utilità e le priorità dell’esistere in maniera differente … e sarà sempre così … Anzi, ti posso dire di più: ci da anche fastidio che voi vogliate interrompere e cambiare questo nostro modo d’intendere le cose e la vita. Sopportiamo male il fatto che intendete adeguarci, educarci, introdurci a forza dentro alle regole di quella che chiamate la civiltà. E’ la vostra civiltà, non la nostra …”
“Ma in questa maniera v’isolate, vi autotagliate fuori da questo nostro mondo attuale … Non si può prescindere oggi da tante cose. Non è facoltativo intendere e condividere un certo genere di cultura. Alcune certezze che ci accomunano e uniscono e ci inducono a incontrarci e condividere non sono rinunciabili … Oggi non si può non saper leggere né scrivere, non conoscere il computer e internet … Anche la conoscenza delle lingue dovrebbe favorirci …”
“Non è sempre così …”
 
“Non capisco a volte questo genere di vita trascorso in attesa … Questa vita un po’ da siesta, fatalistica, spesso assistenziale, che lascia che il mondo venga gestito da altri … C’è il rischio di non vivere, di lasciarsi vivere e basta. Credo serva avere almeno un po’ d’iniziativa, non dipendere sempre e comunque dagli eventi e da qualcuno che da qualche parte farà qualcosa, e che alla fine in qualche maniera verrà a coinvolgere anche noi più o meno indirettamente.”
 
“Credo che questa dimensione, questo modo d’intendere, non sia solo nostro … Anche nella vostra cultura mediterranea c’è una parte di voi che vive senza fretta, senza angoscia e aspettando senza fretta. Basti pensare al sud dell’Italia. Sono meno ossessionati dalle scadenze rispetto a voi del Nord … Voi li disprezzate perché sono da pisolino, da pennichella … ma non è così … hanno dentro una dinamica diversa, per certi versi simile alla nostra … Voi siete pressanti e pesanti come le vostre nebbie, piovosi e lamentosi come i vostri lunghi inverni …”
“Sarò anche banale … ma ho l’impressione che anche in tutto questo movimento e migrazione di popoli nel bacino del Mediterraneo non ci sia solo un rifuggire dagli orrori della guerra e dalle contrapposizioni etniche e religiose sanguinarie. Credo che nascosto dentro ai barconi dei disperati, alla radice di questa immensa fuga ci sia sempre e comunque quella vostra voglia di “andare”. Un andare lento, oltre le cose, in cerca di qualcosa di diverso e utile … senza fretta, arrivando quando si arriverà … Anche giocandosi tutte le chances, l’intera vita, quel poco che si possiede. Credo che in molti s’insegua un orizzonte comodo ma vago, anche a prezzo della vita, attraversando coraggiosamente le sevizie dei carnefici che ti aspettano oltre il deserto e l’orizzonte quotidiano di miseria che abbandoni … anche disposti ad andare oltre l’insidia mortale del mare … E’ sempre quella la regola: andare oltre, sempre e comunque … andare anche senza sapere quando e dove arrivare …”
 
“L’andare per noi è essenziale … E’ come un sogno, un progetto da realizzare …un inseguire un Paradiso in Terra che esiste da qualche parte ed è raggiungibile in qualche modo, prima o poi … Basta pazientare, cercare, andare appunto …”
“Ma non è un inutile e illusorio vagheggiare ? … Non sarebbe meglio rimanere ? piuttosto che crepare …”
 
“Anche questo è cultura diversa. Non potete capire che cosa ci spinge ad andare … Non si può vivere in attesa, non è un’attesa inutile come la intendete voi. E’ un attesa ma strada facendo, mentre ti muovi e vai … Non importa che ci debba essere per forza una meta precisa, che si debba essere un obiettivo consistente e ben determinato … Basta andare … E’ un bene in se …”
 
“E’ una vita nomade, precaria, incerta …”
“E’ una dimensione diversa, più libera, senza la prigionia del tempo e delle cose …”
 
“Allora che fare ? Come far incontrare le due dimensioni del vivere … perché si dovrà pure giungere a un qualche compromesso visto che dobbiamo convivere insieme …”
“Non è detto che si debba per forza cambiare e adeguarsi … Possediamo ciascuno una nostra specificità etnica, religiosa, culturale che va conservata, custodita comunque … Non bisogna adeguarsi del tutto e per forza … Bisogna pazientare, giocare col tempo … aspettare e continuare ad andare … Ma lentamente, senza esasperarci reciprocamente … Vedrai che piano piano ci s’incontrerà, che le cose combaceranno, si modificheranno e confonderanno insieme … Però bisogna non aver fretta, non precipitarsi, andare piano …”
 
“Chissà ? … forse andrà così … Però qui intanto bisogna correre ogni giorno …”
“Vedi che già non hai capito ?”
apr 27, 2015 - Senza categoria    No Comments

QUANDO LA TERRA TREMA …”

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Quando la terra trema allora cade ogni tipo di poesia … ti sembra banale e inutile ogni canzone e ogni parola, così come improvvisamente ti pare priva di senso e d’importanza ogni cosa che fai.
Sarà anche scontato e retorico, ma quando il Pianeta si scuote comprendi che appartieni a qualcosa di troppo grande per te, qualcosa che è di molto superiore alle regole e le misure che ci siamo dati, qualcosa di selvaggio e potente che travalica ogni sicurezza e di fronte al quale risultiamo solo indifesi e fragili, esseri nudi e privi di qualsiasi protezione.
Quando la Terra si scrolla come un animale che frulla su se stesso, ti senti proprio piccolo e senti accendersi dentro di te quella paura che si fa terrore, quella sensazione ancestrale istintiva che portiamo nascosta dentro che si chiama forza estrema, voglia di sopravvivenza mista a sensazione estrema di morte.
Quando i media balbettano e cade la nostra famosa e superba capacità di comunicare, sapere e dire … quando non c’è più linea né campo né notizia, e si ritorna di colpo a quello stato primitivo di silenzio, d’apprensione e lontananza … senti che improvvisamente la Terra torna a diventare grande, troppo grande per noi … tanto da non riuscire più a percorrerla e attraversarla. Ti senti un pisellino acerbo e immaturo privato del proprio sicuro baccello quando viene a mancare una pista sufficiente per atterrare, un porto per salpare e arrivare, una strada su cui correre e scappare … un sentiero attraverso cui fuggire. Sei come in trappola, anche se avverti scattare quell’immane reazione che si fa solidarietà e speranza, e voglia di restare, di vivere e rialzarsi frugando dentro alle macerie perfino a mani nude.
Siamo fatti per vivere e salvarci, per riuscire a sgusciare fuori da sotto le rovine e i calcinacci. Osservando piangiamo lacrime liberatorie e ci commuoviamo di fronte a chi si muove ancora, a chi si rialza incerottato e bendato … ci sentiamo meglio di fronte a quello che vaga inebetito e con gli occhi sbarrati in mezzo al disastro. Quando ancora uno viene strappato dalle macerie … ci viene da applaudire, emettiamo un sospiro e forse una lacrima.
“E’ già qualcosa, perlomeno è ancora vivo … tutto il resto non conta … si recupererà …” sento dire, e in fondo lo diciamo tutti a noi stessi pensando a come potremmo essere noi nel ritrovarci dentro e coinvolti in situazioni simili.
Quando la Terra freme violentemente, scompiglia e frantuma i nostri “cementi armati”, i grattacieli, i bunker arcisicuri, e piega e avvita le strade come fossero strisce di carta … Ci verrebbe voglia di saper volare via, d’essere leggeri e trasparenti come una libellula, di poter volare attraverso e oltre per poter scampare da quell’immane sfacelo e scampare a tempo dalla potenza stretta di quella pinza mortale e invisibile che improvvisamente si serra su tutto e tutti.
Ma quel che più m’impressiona in mezzo a tutto questo disastro … dietro alla conta macabra dei morti, la lista sempre troppo lunga dei feriti e quella circolare, eterna come un Rosario dei senzatetto, dei dispersi, degli spaventati, dei confusi e diseredati … Quel che m’impressiona di più è che in fondo ce ne freghiamo e continuiamo a vivere come se niente fosse stato. E’ sempre abbastanza lontano da noi quel che accade per coinvolgerci abbastanza.
Sì è vero che scatta la solidarietà, che offriamo i due euro o quel che è al cellulare, che ci verrebbe voglia di partire e andare a dare una mano … ma non lo facciamo per davvero. Qualcuno lo fa, chi per mestiere e perché dovrà farlo, e chi perché non sa resistere al richiamo potente di andare e quindi si muove e va, anche perché può permettersi di farlo. E’ vero che molti di noi stanno male dentro, che ci sentiamo pressare da questi episodi, che ci avvertiamo “vicini” a coloro che hanno subito e incontrato quel traumatico e mortale accidente.
Ma resta un “ma”, un grande “ma” … perché rimaniamo a giusta distanza, al sicuro dentro al nostro quieto vivere. In fondo non ci riguarda quanto è accaduto, siamo salvi e il nostro baccello esistenziale è ancora intatto. Fra noi e quanto è accaduto c’è come un grande mare che ci separa e garantisce quiete e sicurezza, e ci permette d’essere e vivere anche oggi alla stessa maniera che abbiamo fatto ieri.
Quando sussulta la Terra non è cosa semplice, e non è sempre affare nostro … così come quando annegano in mare come bestie, come quando si schiantano ubriachi nel fine settimana o quando vengono investiti ignari sull’asfalto … Oggi penseremo ai fatti nostri e alle nostre scadenze anche se poco più in là c’è chi taglia le teste e squarta e ammazza in nome di Dio come trebbiando un campo … Anche se c’è chi in nome della libertà e della sicurezza dei popoli continua a vendere armi, terrorismo, droghe e tutto il resto … Non è vero che c’interessa per davvero di chi muore di fame, di chi rimane senz’acqua, di chi indossa le nuove epidemie del secolo … Forse c’interessa di più andare a frugare nello spazio, nella tecnologia, nello sport e nello spettacolo … e riempirci la panza di politica e di denaro … anche alle spalle di chi ne ha proprio poco per sopravvivere: i pensionati, i disoccupati, i giovani disillusi e bistrattati.
Spesso sappiamo essere solo grotteschi perché andiamo a distrarci lanciando monetine, sassi e bombe carta allo stadio, a sfasciare vetri e vetrine, insultare e inveire gli avversari-nemici dell’antagonismo sportivo o perché hanno la pelle di colore diverso, a menar mani e bastoni per difendere eroicamente un colore e una bandiera … Ma che simbolo e bandiera ? Fatta di che ?
Quanto anacronistica mi appare a volte questa nostra umanità e società che chiacchera, chiacchere e macina indifferenza e distanza … e in fondo non fa niente, pensa solo a se stessa e al proprio guscio comodo.
Quanto insipide sono certe figure che si ergono a maestri e guide dall’alto dei loro pulpiti dorati e mediatici … e insegnano, indicano e pontificano, dettano le regole … ma non sanno rinunciare a una sola briciola dei loro privilegi e dei loro scanni di favore e ricchezza a cui sono adesi come l’edera al muro.
Il mio potrà anche essere un discorso noioso, perbenista e scontato … Di certo più di qualcuno lo etichetterà come inutile, borioso, moralista e forse pessimista … un ribollire da brontolone indomito che sta peggiorando affacciandosi alla terza età. Può darsi … ma anche no.
Non basta gridare la “Speranza” per essere davvero degli ottimisti ed esserne protagonisti, così come non bastano le promesse e i gesti simbolici per risanare le crisi e superare la drammaticità degli eventi. Mi ha fatto sorridere l’altro giorno una notizia: “Scatta la solidarietà … L’Italia di fronte al disastro del Nepal è intervenuta prontamente e ha messo a disposizione 300.000 euro …”
 
Credevo d’aver capito e letto male la cifra, sono andato a vedere e rileggere … invece no, avevo letto e capito giusto. Che te ne fai di 300.000 euro di fronte a un cataclisma del genere ? Quanto costa un bombardiere e una spedizione militare in Asia ? E che cosa intasca uno dei nostri esimi parlamentari all’anno ? A Venezia con quella cifra non compri neanche un appartamento … ma dai ! Siamo seri !
Ecco la riprova che siamo banali e distratti, che in realtà c’interessa poco di quando la Terra trema e singulta, straripa, inonda, crolla o esplode … Finchè non interessa direttamente noi in prima persona, si può far finta di non sentire … si può aspettare, ci penserà qualcun altro: “I Nepalesi sono un popolo tenace, duro come le loro montagne … Si risolleveranno …” diceva ieri sera la televisione.
Quando la Terra trema vien da pensare, anche la nostra testa frulla … anche un po’ per la vergogna per il nostro innato egoismo, per il nostro pensare solo agli affari nostri.
“Ma siamo fatti così … la vita continua …” oggi è un altro giorno, poi si vedrà.
Quando la Terra trema … “A chi tocca tocca … Per fortuna non è accaduto a noi … Poveretti … poi si vedrà.” Si diceva ieri pomeriggio in calle e sottocasa … e poi è iniziato a piovere e non è rimasto in giro più nessuno.
E’ calata la notte e questo silenzio grande che ci avvolge e costringe a pensare … A volte è pesante, opprimente, altre volte no … Poi arriva il sonno: cala il sipario … ed è già tutta un’altra storia … “E poi si vedrà” …
“A volte dovresti stare zitto … perché parli per niente … dici cose che non servono, disfattiste, che possono urtare la sensibilità altrui e far male inutilmente … Guarda te stesso allo specchio … prima di guardare e puntare gli altri …” mi dicono qualche volta.
Potrà essere anche vero … Siamo tutti persone molto sensibili, delicatissime … disponibili e meritevoli di grande rispetto e riguardo … Non abbiamo bisogno di sentirci dire niente … Ma anche no … L’unica cosa giusta è che più di qualche volta abbiamo paura di ascoltare e guardarci per quel che siamo per davvero … Così come chiudiamo gli occhi e la mente quando accadono certi “grandi tremori” e preferiamo pensare ad altro … come gli struzzi che si nascondono con la testa sottoterra.
“E poi si vedrà …”
“Quando cade una foglia è tutto l’albero che perde qualcosa … quando si secca una goccia d’acqua è tutto il mare che diventa più piccolo … quando si spegna una vita nell’angolo più disparato e dimenticato del mondo, è morta una piccola parte di noi stessi … Dobbiamo stare attenti a non morire piano piano dentro senza accorgersi …”
apr 26, 2015 - Senza categoria    No Comments

“DUE OPINIONI DEL 1500 SUI VENEZIANI.”

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“Una curiosità Veneziana per volta.” – n° 72.
 
“DUE OPINIONI DEL 1500 SUI VENEZIANI.”
 
Sbirciando un poco dentro alla foresta intricatissima degli studi e degli infiniti scritti e saggi esistenti su Venezia, la sua Storia, gli eventi e i suoi personaggi … una vera e propria Amazzonia … capita a volte d’incontrare aneddoti e note curiose. Stavolta ne ho colte un paio che mi sembrano curiose perché sono due opinioni, due osservazioni sui Veneziani di quel tempo pronunciate non in maniera interessata o diplomatica, ma forse indiretta, magari spontanea, quindi prive di cercare ed ottenere un loro utile effetto.
La prima frase è del settembre 1510, ed è stata recuperata dai Veneziani catturando un Commissario-messaggero Pontificio che si stava recando dal Papa durante la guerra di Venezia contro gli Imperiali sotto alle mura di Verona. All’epoca, tanto per cambiare, il Pontefice era “nemico” e combatteva fieramente la Serenissima … anche se continuava paternamente a benedirla di rimbalzo.
Si tratta dell’impressione provata sul campo vedendo i Veneziani in azione (soprattutto i Cavalieri, i Nobili, i Comandanti … ma sempre Veneziani erano.)
 
“ … Laudo quegli zentilhomeni Veneti, quali de dì e de notte tra le artillarie, stanno a sollecitar zente d’arme, fantarie, stratioti, turchi, vituarie … Mai l’avria creduto … Li Provedatori mai non dormeno, fanno un pasto tra il dì e la notte, hanno nature diaboliche che mai si consumano …”
 
La seconda opinione sui Veneziani proviene, invece, direttamente dalla bocca del Papa Pio II° in persona. Era … imbufalito e arrabbiatissimo contro i Lagunari per la “loro maniera” d’intendere la politica, l’economia, la vita e la Storia. E sapete com’è … quando si è inviperiti non si misurano molto le parole e si finisce per dire senza remore ciò che si pensa veramente:
“… Vogliono apparire Cristiani di fronte al mondo mentre in realtà non pensano mai a Dio e, ad eccezione dello Stato, che considerano una divinità, essi non hanno nulla di Sacro né di Santo … Per un Veneziano è giusto ciò che è buono per lo Stato, è pio ciò che accresce l’impero … Misurano l’onore in base ai decreti del Senato …”
 
Incazzatino in Papa ! … Anche se verrebbe da dire: “Da che pulpito provengono quelle parole ! … la sua maniera in fondo era la stessa …” Ma lasciamo perdere … la Storia non si cambia, e queste sono solo due opinioni, forse un po’“rubate” e isolate da tutto il resto di un contesto molto più ampio.
Se l’equilibrio sta comunque e sempre in mezzo … i Veneziani di quel secolo dovevano essere perlomeno un compromesso fra quelle due opinioni catturate di “straforo” e probabilmente mai pronunciabili in pubblico. Venezia Serenissima doveva essere un miscuglio equilibrato di potenza, crudezza, opportunismo, spietatezza, determinazione e … forse benevola tenerezza.
Dico questo, e già finisco, perché intenerisce appunto leggere di un altro Veneziano raccontato dal solito Diarista Marin Sanudo: il Provveditore di Campo della Valtellina Giorgio Corner imprigionato, rinchiuso e torturato per sette anni dai Visconti Milanesi nei Forni di Monza. Quello non solo tacque e non rivelò i segreti di stato della Serenissima, ma sopravvisse fino a tornare libero a Venezia nell’ottobre 1439.
“… fu mandato in una burchiella lungo il Po, con la barba fino alla cintura, con una veste trista e amalato, dalla quale infirmità adì 4 decembre el morite …”
 
L’intera Signoria guidata dal Doge lo accompagnò al sepolcro fra due ali affollate di Veneziani … Venezia e la sua storia non si smentiscono.
apr 25, 2015 - Senza categoria    No Comments

“VIVA SAN MARCO ! … VIVA VENEZIA !”

san marco

Vi siete mai chiesti perché proprio San Marco ?
Voglio pensare che di certo ogni Veneziano lo sa, e che l’attaccamento di tanti al gonfalone di San Marco non sia solo un rispolverare una vecchia memoria storica vaga e generica. Sapete meglio di me che a tanti Veneti e non Veneti piace l’idea di paludarsi e appropriarsi della Storia maiuscola di Venezia per farsene un titolo di nobiltà e di illustre privilegio. Assumere Venezia Serenissima come propria radice è di certo un’enorme garanzia perché di lustro e di gloria Venezia ne ha di certo da vendere. Ma non basta indossare la “divisa veneziana” per esserlo per davvero.
Molto spesso, forse troppe volte, abbracciare Venezia e la sua storia per farne la propria immagine è diventato uno stereotipo fasullo, un’immagine efficace funzionante perché oggi viviamo nella cultura dell’immagine e dell’effetto, ma Venezia e San Marco sono bel di più, molto di più.
Oggi è la Festa di San Marco e per me Veneziano d.o.c. è ogni volta un’emozione, forse più del mio compleanno che man mano che passano gli anni si offusca e diventa qualcosa da ignorare perché induce alla funesta, pallida e acciaccata vecchiaia. Viceversa pensar Venezia non è così, è un riferimento allegro che fa inorgoglire e sentire bene. Nonostante questa nostra città sia anch’essa annosa e piena di problemi come tutte le altre, possiede quel suo “quid” unico al mondo che richiama da sempre folle dal mondo intero.
Venezia è unica, realtà potente, bellissima, fascinosa in maniera inesauribile … è come una bella donna che nonostante trascorrano gli anni ti piace lo stesso perché assume una connotazione matura e una luce, una particolarità sempre nuova e sempre diversa. A differenza di tante cose della vita che finiscono per annoiarti, distrarti e spingerti a rinunciarci … Venezia appassiona ancora, non stanca, viverci dentro è e rimane sempre galleggiare dentro a un sogno.
Per questo ogni volta che è “San Marco in Boccolo” si respira questa sensazione frizzante d’allegrezza e festa. Non importa se si lavora, se si è a casa, in Piazza, sperduti per le calli o prigionieri in qualche letto d’ospedale. In questo giorno sole o pioggia che sia, ogni Veneziano avverte un fremito.  Non importa neanche che sia donna, uomo, vecchio, giovane o bambino … Ognuno dal proprio punto di vista e nel suo stato avverte un brivido. Per qualcuno sarà potente, una febbre travolgente … per altri invece solo una sensazione vaga d’appartenenza, di nostalgica piacevolezza di far parte di questo insieme e di questa mitica e talvolta eterea bellezza.
Con una certa presunzione mi verrebbe da dire: “Solo chi è Veneziano fino in fondo potrà capire …” Non è un caso che i Veneziani di sempre hanno sempre detto che da metà del Ponte in poi inizia la campagna … Non è uno spregio, una minorazione razzista e irriverente … è proprio la sensazione che man mano che ci si allontana da questo microcosmo intrappolato nella Laguna qualcosa va mancando e si va spegnendo. Qui c’è qualcosa che non esiste altrove, c’è solo qui dentro alle calli, i campielli, le corti, le fondamenta, i portici e tutto il resto.
Lo so che sembrerò nostalgico … ma l’acqua di Venezia è diversa da quella di tutto il resto del mondo, e solo chi vive e viene qua potrà apprezzare e capire che cosa significa acqua salata Veneziana. La Venezianità non si può inventare, anche se si può provare a inseguirla, farla propria, amarla.
Quand’ero bambino mi soffermavo estasiato nella “piazza” del mio paesotto lagunare sperso in fondo alla Laguna ad ascoltare “i grandi” che cantavano appena fuori o dentro delle osterie del paese. Solo ubriaconi ? direte. Macchè!  Erano gente qualsiasi, lavoratori, pescatori, padri di famiglia, papà e mariti affettuosi (non sempre) … ma mi stupivano. Sapete perché ? Perché ogni tanto cantando certe canzoni: piangevano.
Sì piangevano pur essendo uomini fatti e maturi, temprati dalle esperienze e dalle cose della vita. Piangevano per la commozione per la partecipazione a quel che cantavano … A volte si trattava delle canzoni tristi della guerra, altre volte quelle neniose e un po’ sdulcinate della “caccia romantica alla bella” … altre ancora era per quella canzone che spesso era l’ultima della serata. Quella che cantavano tenendosi spesso a braccetto, gorgheggiando e tremulando la voce e facendosi appunto venire i lucciconi agli occhi per l’entusiasmo. Eppure erano rudi e “grezzi” pescatori avezzi alle asprezze della Laguna, del mare e degli stenti … eppure si commuovevano. Sembravano quasi felici nel cantare quella cosa … ed essere felici è una cosa seria.
Appena ci penso li ricordo ancora: iniziavano quasi bisbigliando, sottovoce, concentradosi:
“Il nostro vessillo vogliamo sul mar … L’inno di guerra San Marco dei prodi … E tra quel silenzio di tanti canali … 
si sente la voce del suo gondolier … Che spinge la barca vogando sul remo cantando con voce la mesta canzon … “
 
E poi iniziava la canzone vera e propria, quasi un dialogo, una chiamata, una lettera scritta da “innamorati”:

“Mia cara Venezia, mia patria diletta, tu fosti regina possente sui mari.Tu fosti regina possente sui mari … cinta di glorie, speranze d’amor … “

E poi un grido di gioia ed esultanza in crescendo, sempre più forte e alto … come quello dei Fanti da Mar che sbarcavano all’assalto dalle galee della Serenissima, come l’entusiasmo di quando si vedeva e si applaudiva il passaggio del Doge … quasi si vedesse passare il Leone di San Marco vivo e vegeto:
“Viva Venezia, viva San Marco… Evviva le glorie del nostro leon… Viva le glorie del nostro leon…”
 
E si ripeteva in un crescendo intensissimo e un trasporto potente, da brividi, che mi teneva impietrito ad ascoltare … imparando a memoria anch’io quelle parole piacevoli … iniziando a sussurrarle e canticchiarle sottovoce:
 
“Viva Venezia, viva San Marco… Evviva le glorie del nostro Leon … Viva le glorie del nostro Leon !”
 
Alla fine ripiombava il silenzio totale. Mi dispiaceva … era come se fosse caduto e concluso qualcosa, e mi restava già dentro la voglia e la nostalgia di ripetere e risentire presto l’emozione e la magia di quella canzone.
Anche oggi Venezia la sento vibrare … e chissà perché mi sono svegliato con in mente le note di quella stessa canzone.
Dicevo all’inizio: perché proprio San Marco ? Venezia aveva già un suo santo protettore Bizzantino, anzi ne aveva tantissimo: San Teodoro. Perché se n’è liberata per “Indossare”San Marco.
La spiegazione è variegata e si perde nei meandri della Storia, ma ce n’è una fra le tante che in me ha sempre esercitato un suo fascino e spiegato tante cose. Venezia ha scelto San Marco perché era il “numero due” disponibile.
“Due ?” direte,  “Non sarebbe meglio l’Uno ?” … L’uno era occupato da Roma, dal Papa e da San Pietro: l’unico Santo e Apostolo che ha ricevuto il mandato dal Christo Sempiterno di“tenere le chiavi” della Storia e di “pascere come amorevole pastore” i propri fratelli, correligionari e discepoli … governare le proprie genti. Come pastore però, ossia con tenerezza, dedizione, instancabile difesa e protezione.
Allora se era occupato il posto principale del “depositario” di Cristo, serviva al Doge e ai Veneziani qualcosa di altrettanto efficace, significativo e importante … che però non fosse “da meno” di Pietro e soprattutto del Papa con cui Venezia non ha mai avuto cordialità e confidenza totale.
Beh … Se Pietro era “nomber one” … di certo San Marco era“nomber two” perché nel Vangelo si racconta da sempre di un giovinetto che seguiva costantemente Pietro anche di notte, come amico fidato, come emulatore mai stanco di quell’uomo appiccicato alla tonaca del famoso Cristo. Quel ragazzetto una certa notte fu intravvisto nel buio, inseguito e preso … lo racconta il Vangelo, mica io … ma al momento della cattura: sgusciò via nudo scomparendo nella notte, lasciando in mano agli inseguitori un lenzuolo vuoto. Era Marco … San Marco ! …l’amico di Pietro, il confidente di Pietro.
Pietro, San Pietro non ha mai scritto un Vangelo, eppure era“nomber one”. La Tradizione racconta che invece l’ha fatto, vecchissimo, raccontando tutto quello che aveva provato, sentito e vissuto accanto al Cristo al suo amico: Marco. Infatti ne esiste il Vangelo, che fra tutti i quattro è considerato il più antico, e forse il più autorevole e genuino.
Ma al di là dei riferimenti religiosi, in quell’immagine di San Marco c’era qualcosa di più, di più politico anche, di furbesco e tipicamente Veneziano. Qualcosa che sposandola e facendola propria avrebbe dato a Venezia un volto e una connotazione pesante, un’autorità tale da poter competere anche con Roma stessa.
“Se il Papa ha Pietro, noi abbiamo San Marco …” hanno pensato i Veneziani di allora. “E se Pietro è garanzia di autorevolezza, Marco non sarà da meno perché ha partecipato da vicino come Pietro alle cose del Cristo … seguendo una sua libera strada, non intruppato con gli altri apostoli, non suddito sebbene riverente …”
 
Venezia quindi non avendo Pietro ma Marco avvertiva come un contatto diretto con l’Infinito e Dio, una sua via prioritaria e indipendente che non passava necessariamente per Pietro e il Papa. Ecco perché Venezia si è sempre sentita così libera e autonoma … perché sentiva di possedere da dentro le proprie radici un proprio “Credo” diretto, senza bisogno di conferme di altri.
La Storia la conoscete meglio di me, perciò sapete bene come lungo i secoli Venezia Serenissima abbia realizzato tutto questo e molto di più. In un certo senso Venezia intendeva essere “seconda” a nessuno … se non a Dio.
Un po’ contorta come spiegazione e consapevolezza storica del Doge & C … Ma se non è autostima questa ?
E avete mai visto per caso in giro per il mondo una bandiera simile a quella di San Marco e di Venezia ?  … Ah no ?… Ecco un altro piccolo segno di questo sentirsi “unici”, diversi seppure affini da tutti gli altri. Non dimentichiamo però che Venezia è sempre stata aperta e tollerante con tutti, un porto di mare disponibile ad accogliere chiunque, senza preclusione alcuna … seppure con le dovute accortezze. A Venezia si sapeva sempre chi comandava … e come si doveva vivere.
Ecco allora che quando ogni mattina e sera osservo fluttuare nella mia calle un grosso gonfalone di San Marco appeso sulla corda che va da parete a parete per stendere la biancheria … ecco che avverto ogni giorno quella fine e inconfondibile emozione … ripenso a quei miei vecchi che si commuovevano cantando, e mi sento fiero d’essere Veneziano anch’io.
Allora: Auguri Venezia ! Rimani, nonostante tutto Regina … e Viva San Marco, il nostro Leon che continua a ruggire seppure un po’ rauco e provato dai secoli che ha ormai vissuto … un po’ come i Veneziani un po’ raffreddati di oggi.
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