dic 10, 2014 - Senza categoria    No Comments

“NATALE … DA RESETTARE ?”

dicembre 2013 (18)
Un sogno pomeridiano strano come tutti i sogni … molteplice … Una serie di scene che si susseguono, la prima è la più impressionante. C’è la laguna di Venezia, anzi il Canale della Giudecca inondato dalla luce calda e giallo-rossastra di un tramonto sereno … uno dei tanti veneziani. L’acqua è liscia e calma … Sulla mia destra un giovanotto passa camminando sulle acque disinvolto, con una certa fretta … Mi chiedo se non potessi farlo anch’io, sarebbe comodo e non solo … E detto fatto, ci provo: funziona !
Che sciocco … perché non l’ho provato prima ?
Mi tengo prudentemente accanto alla riva della Giudecca, incerto sul pelo dell’acqua … E’ la mia prima volta, non si sa mai … Dopo un po’ mi rassicuro, capisco che la cosa è fattibile per davvero, basta crederci, esserne convinti, e si va … E infatti, vado … comincio a procedere anch’io disinvolto e spedito in direzione di casa, Santa Marta ovviamente … In giro non c’è nessun’altro che “cammina” così, c’è una pace e una tranquillità incredibile, molto più di sempre. Perciò cammino, vado e procedo, mi godo la novità … come se avessi scoperto una delle cose più normali del mondo. Dopo poco, (infatti sfreccio ormai sull’acqua) giungo al mio quartiere … dove stanno accadendo un paio di cose un po’ nebulose. Degli operai stanno smontando frenetici alcune impalcature del restauro del quartiere … Li aiuto a trasportarle in fretta, ammucchiandole intorno … Ovunque vedo camion, mucchi di materiale rimasto, resti di travature, pattume e residuati delle opere di restauro. Qualche camion carico parte sgommando sotto ai miei occhi, con gli operai appesi sui bordi e qualcuno che ci salta su all’ultimo istante … Altri camion sono quasi pronti … E’ tutto un ronzare, un darsi da fare, lavorare senza sosta … Un operaio che conosco appena, scambia con me tutto affannato e madido di sudore qualche parola … E’ serio, truce, come preoccupato, e mi fa segno di sbrigarmi e fare in fretta con un cenno vago della mano.
“Bisogna completare svelti le rimozioni … Non c’è più tempo … Non c’è più tempo … Bisogna sbrigarsi prima di sera … Svelto ! Svelto !”
 
Non era una proposta, ma un ordine secco … obbligatorio. Mi ha preso un senso intenso d’angoscia, d’inadeguatezza, di non farcela e timore del ritardo …
“Più veloce di così ? Non ci riesco … E quello vuole sempre di più … Ma perché tutta questa fretta ?”
“E’ così ! … e basta. Non perderti in discorsi …” e se ne va spazientito e nervoso.
Volgo lo sguardo mentre m’affanno, e sul muretto del pontile di Santa Marta noto un gruppetto di giovani elegantissimi. Se ne stanno appartati, e cantano brindando in allegra compagnia …
“E loro che fanno ?” dico a voce alta.
Quelli mi sbirciano distrattamente, un po’ scocciati per la mia osservazione. Poi mentre mi avvicino al bordo del pontile, mi osservano con maggiore attenzione … Non capiscono che cosa intendo fare … E io lo faccio, perché lo so fare e mi viene ormai spontaneo farlo … “Monto in acqua … che c’è di strano ? ”sussurro.
E riprendo a camminare, anzi, correre sull’acqua in direzione di Piazzale Roma … Sbalordiscono ovviamente, ma solo un poco, non più di tanto … In fondo è una cosa normale, che oggi sanno fare quasi tutti … Basta provarci, o forse no ?  … Intanto corro via sull’acqua … ho tanta fretta d’andare anch’io, ma proprio tanta …
“Non c’è tempo ! Non c’è tempo !”
 
Mi sveglio spaesato, ansimante, tachicardico e quasi inquieto … Mi è rimasto dentro acceso quel senso febbrile di fretta … Il sogno s’allontana, s’offusca e sbiadisce velocemente fino a spegnersi del tutto, mentre mi tranquillizzo e sorrido di me stesso … I sogni sono solo sogni, per fortuna … Forse se non l’avessi raccontato e scritto non me lo ricorderei più e ne sarebbe rimasto niente.
Ma l’idea di quella fretta angosciante mi rimane ancora impressa dentro … Questa mattina sul posto di lavoro è passata una donnina con una guancia sproporzionata e gonfia, come i suoi occhi in riserva di sonno. Spingeva il suo solito carretto sovraccarico di sacchi di biancheria sporca.
 
“Non ho neanche il tempo il tempo per fermarmi … Neanche per star male …”
 
Ecco da dove veniva quel senso di fretta … E’ un saggio, un rimando alla misura del ritmo che siamo chiamati a “tenere”ogni giorno … E perché poi ? Per quale fine e scopo ? In attesa di tempi buoni e migliori forse ? Non so.
Perché tanto darsi da fare ? Per il guadagno, per realizzare profitti per altri, per produrre benessere per altri ancora ? … forse per procacciarsi di che vivere e basta.
E tutto e sempre in fretta … magari in attesa di diventare come quell’ometto visto stamattina, quasi calvo e con la vestaglia spalancata sulla pancia nuda avvolto nella penombra della notte. Seduto su una seggiola a fissare silenzioso e immobile il pavimento tenendo la testa stretta fra le mani. Con poco o niente da dire, collegato al sacco candido della nutrizione enterale via flebo … e con una faccia tirata e scavata che diceva e spiegava tutto da se … Pochi passi oltre, la porta della Cappellina dell’Ospedale illuminata a giorno era spalancata. Lo stanzone vuoto e deserto, senza “Anima viva” … in ogni senso.
“Ma questo Natale c’è e non c’è ?” mi sono chiesto per l’ennesima volta dentro ai miei cinquant’anni suonati ormai da un pezzo.
“Non si devono dire certe cose, sono solo malauguranti e tristi … A Natale e nelle Feste si deve essere allegri e contenti … Non star lì a inseguire pensieri cupi ! … E’ un momento di serenità e di pace, non di mestizia !  …”
 
Che volete farci ? Gli Infermieri hanno anche gli occhi … e qualche volta il vizio di pensare.
 “Mamma … Mamma ! Ho consegnato la letterina per Babbo Natale !” gridava un bimbetto riccioluto e felice per strada planando nelle braccia spalancate della mamma che lo attendeva come un magico alcova. Ecco forse l’altra faccia del Natale … quella per cui forse vale la pena di festeggiare e addobbare.
Un lunghissimo treno in corsa ha superato l’autobus deserto e tutto mio. Sembrava un lunghissimo addobbo di Natale illuminato e in movimento che s’involava e fuggiva via brillando dentro alla notte … Ora rallentava, quasi arrestandosi, mentre noi lo superavamo in corsa … Poi è ripartito riprendendo velocità fino a fuggire via veloce diventando due puntini rossi sempre più piccoli che sono scomparsi nella notte.
“Natale forse è così. Un lampo, un’immagine luccicante e fuggevole … dentro a un “va e viene” frettoloso e frenetico vissuto in corsa …”
 
Di nuovo gli edifici sono accattivanti e infiocchettati come regali … le file di lucine colorate si rincorrono e balbettano su e giù per le pareti, i Babbi Natale barbogi scampanellano agli angoli delle strade e dentro agli ipermercati. In un angolo del brillante piazzale sta il solito clochard infagottato più che mai. Sembra un gonfio palombaro bolso, con la sigarettina accesa fra le dita gialle di nicotina, tutto ripiegato su se stesso da una tosse che gli fa sputare anche l’Anima e non gli lascia un attimo di pace … Ritorna a riaffacciarsi nella mia mente il pensiero di prima.
“Ecco ancora ! … Senza sosta … senza un attimo di tregua e pace … Natale torna in fretta e furia, sempre troppo presto, trovandoci ancora una volta impreparati e in ritardo … Anzi, dovremo anche in questa occasione correre e far presto, perché ci sono tante cose impellenti da fare, più del solito … Non ci rendiamo quasi neanche conto che è Natale … A volte sembra qualcosa di sopravanzante ed eccessivo che viene a importunare e intasare ulteriormente la nostra agenda quotidiana già traboccante … Non ci lascia neanche tirare il fiato. Sembra quasi un’altra pratica da smaltire in fretta … Serve rimpinzarla di regali e lustrini, recitandoci di nuovo la storiella, cantandoci un po’ sopra abbracciandoci sorridenti e stringendo un po’ di mani … Poi bisognerà riporre tutto in fretta fino all’anno prossimo, e tornare prontamente alla frenesia di sempre … Ma in fretta però, perché è di nuovo tardi…”
 
Desideriamo allora … in fretta … panettone e spumante, quel regalo “bello così”, l’alberello addobbato con l’ameno presepio col Bambinello, il cenone in famiglia del “Natale con i tuoi” …
“Non vedo l’ora che passino queste Feste … Alla fine sono più stanca di prima, mi tocca lavorare più del solito …”
 
“Io vorrei chiedere a Babbo Natale di abolire e spezzare questo orologio vorticoso, e questo calendario che sfoglia via troppo in fretta …”
 
“E’ Natale !  … Lascia stare e accantona la tua solita rettorica … Non imbastire questioni e domande intricate e forse inutili … Metti da parte i giorni consumati in fretta !”
“Forse servirebbe un “reset” di questo modo di vivere il Natale … non la solita automatica ripetizione … Che rimarrà di questo Natale nella nostra memoria ? … Forse una musica, una magica scena confusa e indistinguibile, sovrapposta a quelle delle annate precedenti ? … “
 
“Potrà accadere che ci soffermeremo brevemente insieme guardandoci negli occhi …”
 
“Ma che sia solo un attimo … perché il tempo stringe, non ce n’è da perdere …”
 
“E va bè ! … Rimarrà pur sempre il ricordo di un gratuito sorriso, un abbraccio, un occhiolino strizzato affettuosamente … Ti sembra forse poco ? ”
 
 “Che sia Natale quindi ! … E facciamola finita … perché presto sarà di nuovo il turno di Capodanno e Carnevale, e ancor più presto ci ritroveremo a Pasqua, con i fantasmi di Halloween e San Martino … e così via, sempre così … Perché gira senza sosta la solita ruota del mondo e delle cose…”
“E’ questa la risposta che vai cercando … E’ la giostra della vita … L’importante è rimanerci sopra, girare insieme, non cadere giù di sotto facendosi male … E anche godersi il fatto di giostrare e girare … Se la prendi in questo modo, apprezzando le cose piccole e nascoste nelle pieghe del “far festa” sarà ancora Buon Natale nonostante tutta la fretta …”
 
“E’ poi lasciati un po’ andare ! … Non rimanere sempre lì a pensare … Galleggia un poco dentro al grande circo commerciale, nella grande giostra del “compra e vendi” … Natale è anche sagra di piazza, miscuglio di paese di Cuccagna o dei Balocchi, spruzzato di fiaba, leggende e tradizionali credenze antiche … Saliamo tutti sopra a questo carrozzone il giorno in cui apriamo gli occhi sul vivere, e ci scenderemo il giorno in cui moriremo dopo essersi seduti in poltrona col sulle ginocchia il plaid a quadrettoni e scacchi scozzesi che ci regaleranno i nipotini appunto per Natale … E’ una grande corsa, un passaggio del testimone della gara della vita a cui tutti siamo chiamati a partecipare … “
 
“Quindi torna Natale … che ci piaccia o no … Non se ne può fare a meno … E’ prescritto a tutti come una medicina salvavita segnata sul calendario … Bisogna assumerla ! … magari strizzando gli occhi perché ha il sapore che vorremmo …”
 
I miei figli sono ormai grandi, non scrivono più le letterine a Babbo Natale e alla Befana da abbinare al piatto della cena serale per quei misteriosi ospiti … Non mi servirà più salire in pantofole a mezzanotte nel gelo della soffitta a recuperare i doni nascosti da consegnare in rappresentanza del misterioso“Papà Natale”… la gatta non vuol saperne d’indossare sul collo un nastrino rosso con un campanellino tintinnante … Mi sto ingegnando a inventarmi un altro Presepio … Ho già acceso l’alberello … Qualcosa c’è che torna nell’aria … Non è vero che Natale è solo uno scatolotto vuoto e luccicante … Vivremo intensamente anche questo, pur se fuggirà via in fretta come tutti i precedenti.
Mi sorprende e allo stesso tempo affascina uno qualsiasi che discorre per strada.
“Ah ! La festa di Natale è come Venezia … Una realtà spavalda, frizzante, piena di luci, cose belle, atmosfera e allegria … Un momento da accogliere e godere … Bisogna essere come Venezia … Prendere tutto quel che viene e farne tesoro … Venezia è come una vecchia puttana accattivante mai stanca, una sorta di mamma adottiva accogliente sempre disponibile per marinai, soldati e portuali … e soprattutto turisti … Le feste che tornano sono altrettanto, sono così … Sono sempre le stesse ma sempre nuove … Bisogna viverle come sanno fare i Veneziani … Che gente ! Che personaggi ! … Sono unici ! Sono un miscuglio inimitabile di spavalderia e di autocommiserazione, ma sanno godersi la vita … Son quelli che tornano tutti contenti con gli sci sporchi di neve e raccontando di piste nere solcate a scavezzacollo. In realtà sono arrivati solo fino alla prima rampa del Fadalto dove si sono fermati a mangiare e bere senza spingersi oltre … Sembra abbiano percorso il mondo, ma le gomme mai cambiate delle loro automobile modello “tanti anni fa” … confermano che non sono andati da nessuna parte … Si piangono addosso con gli alberghi pieni di ospiti e turisti, e gridano tragici che Venezia sta affondando … quando l’acqua alta esiste da secoli e secoli e Venezia è ancora qui, più viva che mai … I Veneziani sì che sanno trasformare ogni occasione in festa … sanno godersi anche le feste … sebbene trascorrano e scappino via in fretta …”
dic 8, 2014 - Senza categoria    No Comments

“FIRENZE … MORDI E FUGGI.”

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Ieri mattina predominava il grigio, sembrava un film di Harry Potter … Faticava ad accendersi il giorno sulla piana punteggiata di luci che scorreva fuori del finestrino, e solo dopo molto tempo è apparso un verde diafano e traslucido, quasi surreale, impossibile e virtuale sotto a un cielo basso e di nuvole stirate e scure, che sembravano stracci strizzati sopra le nostre teste … Piovigginava.

“D’altra parte siamo a dicembre inoltrato, che si vuole di più ?”

Oltre il finestrino tutto “gocciato” di pioggia sfilavano in sequenza: serbatoi dell’acqua da Far West … campi scuri bagnati e fangosi … tralicci elettrici neri … i soliti capannoni e palazzi di periferia ormai familiari … file su file irte e macabre di pioppi che s’alternavano ad alberi infiocchettati e carichi di lucette colorate e pendule smosse dal vento. Già … è quasi Natale, l’avevo dimenticato per un attimo.

Traballando sulla selva ferroviaria dei binari traslucidi siamo giunti a Bologna … Pioveva a dir otto, anzi, a dir nove. Davvero una giornata uggiosa, come quella della canzone di Battisti … e ci siamo infilati lanciati come un proiettile nel tunnel claustrofobico delle gallerie dell’Appennino.

Stop ! E siamo rimasti fermi lì sotto ad aspettare e basta …Tutto immoto: niente segnale di Internet, niente cellulare, niente notizie … Tutti a scrutare gli orologi, a sfogliare pagine nervosi, e a guardare intorno pensosi i volti degli altri. Non è successo niente, e siamo ripartiti per sbucare qualche istante dopo sulla piana Toscana tutta coperta da una fitta coltre nebbiosa e umida.

Il “Gambometro” della mia amica taceva … “Credo che oggi non pioverà più … A Firenze farà bel tempo o qualcosa del genere …”

“Speriamo bene !” e infatti s’è schiarito un poco, e il cielo si è fatto più aperto e incerto se diventare sereno.

“Il “Gambometro” non mente …” E siamo scesi di nuovo a Firenze.

Stavolta è stato come osservare il rovescio di una medaglia, il lato meno famoso e conosciuto, quello più nascosto ma di certo non meno bello. Tutte le grandi città ne possiedono uno o più di uno. L’altra faccia di Firenze questa volta è stata quella di un paio fra antica casa-torre e palazzo, la Spezieria dei Profumi e un itinerario Michelangiolesco.

A volte una città non sembra neanche lei perché la vedi da prospettive diverse e particolari. Anche per Firenze è stato così ieri, abbiamo visto una Firenze un po’ diversa da quella per cui va giustamente famosa. Una Firenze però non secondaria, ma solo discosta, dietro l’angolo, forse da continuar ad andare a scovare e riscoprire.

Palazzo Davanzati nel cuore di Firenze è stato una gradita sorpresa, forse la cosa più bella della giornata. Un ambiente maiuscolo, una casa-torre su tre piani rimasta quasi miracolosamente intatta. Avvolti dalla bellezza indicibile degli affreschi e degli arredi, entrando lì dentro sembra si siano fermati i giorni, e di capitombolare in un’altra epoca come utilizzando una magica macchina del tempo. Non c’è un solo angolo di certe stanze lasciato scoperto dalle decorazioni: uno sfarzo e una bellezza di una squisitezza rara. Così come sono lussuosi e soprattutto belli gli arredi, i dipinti, i cassoni nuziali, le icone degli altarini della privata devozione, gli oggetti di decoro e le stanze da bagno tutte affrescate godevolmente.

Anche lavarsi e far “pipì e cacca” per nobili di tal genere e livello doveva essere una sorta di rito e un piacevolissimo godimento per gli occhi e lo spirito. Ieri mattina, perfino i vetri a rullo delle finestre giocavano magicamente con la luce che penetrava nelle stanze e negli ambienti che s’intersecavano e alternavano in prospettive originali. Davvero certe persone hanno vissuto e vivono oggi vite aliene rispetto a quella dei comuni mortali, circondandosi di preziosità che neanche sogna chi vive una vita qualsiasi. Palazzo Davanzati è certamente uno di quei microcosmi.

Quante cose vorrei e potrei aggiungere su quel posto … ma è già tardi. Attraversata “Via dei Vecchietti” che è sembrato essere più che un casuale sfottò nei nostri riguardi … siamo giunti a trovare Casa Martelli, finalmente scovata seminascosta nelle viuzze di Firenze come un numero della Tombola estratto dopo tanta attesa dal saccoccio. Anche lì abbiamo visto come incredibili, o perlomeno inusuali. I “Giardini d’inverno”, ad esempio, dipinti nelle ex stalle della casa signorile … Dove solo entrando t’imbatti in un finto ambiente amplissimo … che in realtà è solo un illusorio ambiente dipinto in prospettiva.

“E’ un “Trompe d’oeil” fittizio …”  ci ha spiegato subito la guida magrissima e dai capelli candidi che ci ha accompagnato quasi amorevolmente. Le è servito tirare il fiato giunta in cima alla bella scala roccocò a tortiglione, ma appena giunta sulla soglia della Sala da Ballo con la galleria sospesa dove mi sembrava di vedere i musici che non c’erano più, la vecchina è partita “per la tangente” suggerendoci tutta una sua storia sulle vicende familiari dei Nobili Martelli di Firenze. In successione abbiamo attraversato stanze totalmente ricoperte di seta pregiata e fiorita, dorati arredi lussuosi, tende damascate, quadreria alle pareti, tappeti e oggetti pregiati … Tutto era però “un po’ tristo”, come vinto dal tempo, e coperto da un sottile strato di polvere, quasi svuotato del suo “vivo” e dei suoi protagonisti. Una specie di scena allestita, un palcoscenico di teatro vuoto e senza attori … ma con gli spettatori ugualmente presenti, ch’eravamo noi.

“Gente insigne, matrimoni di convenienza con altre famiglie nobili, proprietà terriere ingenti, denari ed opere d’arte a iosa fatte da artisti buoni … Poi si è rotto l’incanto … E’ accaduta un’escalation familiare … Perfino una delle figlie è andata monaca portandosi dietro metà del patrimonio della famiglia … Tutto è traballato, anche la gestione del patrimonio, ed è iniziato il declino della nobile famiglia che possedeva però quasi tutto questo quartiere di Firenze …”

Davvero curioso, che brava questa vecchina … Mi piacciono questi personaggi volontari che senza percepire un soldo si dedicano anima e cuore a divulgare storia e cultura della loro città. Credo siano parte di quell’ “Italia buona” che per fortuna esiste ancora …

“Ma perché quel quadro è nascosto dietro a quella porta ? … e perché i Martelli non hanno commissionato ancora opere d’arte ad altri artisti illustri ?”

La guida tutta asciutta, azzimata e arzilla, l’ha guardata silenziosa e quasi scocciata e incredula da dietro gli occhietti vispi truccati all’egiziana.

“Ma c’è stata un’escalation di famiglia. No !”

Quasi a dire: “Insomma ! Non capisci niente tu ?” e si è proseguiti accodati nell’itinerario guardati a vista da un secondo volontario altrettanto attento e dai mille occhi.

Che ambienti incredibili, surreali, quasi onirici. Non me li aspettavano … Come la “Stanza da bagno” inserita in un paesaggio di finte rovine. Non avevo mai visto una vasca da bagno inserita fra finti mattoni sporgenti, fintamente in rovina e calcinosa. Ma quello che mi ha impressionato è stata la stanza tutta dipinta a oasi esotica, a paesaggio sognante ed etereo. Il “far il bagno” accadeva sotto a un cielo violaceo, blu e azzurro, pieno delle sfumature di un tramonto appena terminato … Intorno cavalcavano figure di cavalieri e avventurieri, dal niente apparivano figure dialoganti fra loro, mentre altre sfumavano nel buio delle ombre e dei colori. Quali sensazioni potevano permettersi certi ricchi di un tempo !

Sono sbalordito … e non poco, ma in fondo sono andato a Firenze per quello. La nostra guida preziosa ha continuato.

“Infine vi mostro in quell’angoletto la porticina segreta attraverso la quale i nobili Martelli, soprattutto Monna Martelli, fino a quasi novant’anni si facevano accompagnare a Messa dall’ “Homo nero”, il maggiordomo accompagnatore di famiglia. I Martelli consideravano la chiesa di San Lorenzo come casa propria … finchè nel gioco delle eredità una parte del patrimonio Martelli è finito nelle mani dei Canonici di San Lorenzo … C’è stata un’escalation delle sorti della famiglia ! E allora: brun ! Porticina subito chiusa, niente più favoritismi alla famiglia Martelli … e la nonnetta si è fatta costruire una cappelletta privata per farsi celebrare le Messe in casa …”

“Chiuso tutto !  … Eeeh … Cose de’ Prete non se toccano ! … Sui soldi non si discute … Non c’è religione che tenga … La nonnetta ? A casa ! …” ha aggiunto una voce fra noi visitatori. 

Sorridiamo tutti, e ci gustiamo la quadreria preziosa di Casa Martelli: Bruegel, Fiamminghi, Luca Giordano … e tanti altri nomi buoni giustapposti a coprire intere pareti alla moda antica di esporre quadri.

“Però quei Martelli !” esco dicendo.

A metà giornata, è stato bello infilarsi dentro a uno di quei bugigattoli fumosi e “odorosi di buono” nascosti dentro a una di quelle porte insignificanti di Firenze. Il centrocittà ne è pieno, e non hanno nulla a che vedere con i ristoranti e le trattorie arcinote frequentate dai turisti e dai Fiorentini. E’ piacevole mettersi stretti dentro, gomito a gomito su di un micro tavolino traballante e improvvisarsi buongustai assaggiando “un qualcosa” di tipico e preparato all’istante sotto ai tuoi occhi. Due sorrisi cordiali e premurosi (seppure interessati) non guastano …e diletta rimanere un attimo condendolo con la parlata simpatica e un po’ ruffiana degli inservienti e dei cucinieri. Anche questo, se si vuole, è un buon “mordi e fuggi” nel senso vero e proprio del termine, che comunica una palatabilità  e un gusto che in qualche modo s’associa e integra la Firenze artistica e storica … senza per altro vuotarti la tasca.

E siamo tornati di nuovo per strada …

“Già che ci siamo, e visto che quest’anno ricorre il 450° anniversario della morte di Michelangelo, aggiungiamo un mini itinerario Michelangiolesco …”

Siamo perciò entrati a “buttare un occhio” un’altra volta sull’ “Alba”“Tramonto”“Giorno” e “Notte” del mirabile scultore posti dentro alla Sacrestia Nuova di San Lorenzo, proprio sotto alle pompose Tombe Medicee. Fatto questo, non poteva mancare una bella occhiata ai “Prigioni” dell’Accademia che sembrano voler scappar fuori dal marmo, e ci siamo ovviamente soffermati ad ammirare le forme “graziose” del bel “David” di Michelangelo appunto. 

“Ha le mani grandi come zappe, i piedi troppo gonfi, la testa spropositata … troppo grande e le natiche di dietro troppo piccole e strette … Ma beate quelle forme ! ” sono alcuni dei commenti buttati lì fra serio e faceto dagli astanti intenti a fotografare. In realtà, c’era una folla soprattutto di donne che è rimasta ferma e immobile davanti al capolavoro, ammaliata e rapita dall’armonia delle forme e dei prestanti muscoli maschili. Ho visto scattare una valanga di “selfie” sorridenti … Qualcuna ha preso anche una seggiola, e s’è piazzata davanti in ammirazione prolungata, quasi una forma yogica di relax tantrico di fronte a quelle forme speciali.

“Credo che molte donne vorrebbero un uomo così … almeno in sogno e desiderio.”

“Soprattutto perché è bello … e non parla…” ha aggiunto qualche altra.

Sono sicuro che nel “sentire” femminile c’è un qualcosa di “detto e non detto” che capiscono, percepiscono e sentono solo loro. Un qualcosa in cui si mescola gusto estetico, sensazione calda ed erotica, sensibilità tattile, e affettuosità materna … E’ difficile descriverlo dal di fuori … ma le vedi con gli occhi lucidi, e i sensi accesi davanti a certe scene … come rapite condividere una sensazione che solo loro sentono. I maschi, è vero, a volte sono più rozzi e superficiali, meno emotivi e sentimentali … ma hanno altre doti per fortuna (seppure non sempre). Ma lasciamo perdere.

Il sole del primo pomeriggio facendo il prepotente ha infranto le previsioni meteo negative e si è affacciato su Firenze dorandola tutta. La città mi è sembrata come rilassarsi nell’atmosfera Natalizia e mostrare di se un volto tenue e caloroso. Firenze per certi versi è molto simile a Venezia, per questo mi piace molto come città e ci torno sempre volentieri. E’ una miniera di Storia, Arte, Tradizioni, Bellezza, informazioni e “storie” curiose … E come Venezia è intasata di gente e turisti, trabocca di proposte, musei e occasioni come da noi, offre mille cose da vedere e situazioni da attraversare e gustare. Nella ressa dello shopping festivo e ormai natalizio ci siamo spinti attraverso strade sature di gente, in cui era quasi impossibile procedere, costretti a saltellare su e giù dai marciapiedi, attendere pazienti, procedere al rallentatore  … fra bancarelle dei sapori e dei gusti fuoriusciti dalle campagne Toscane e del Chianti, ogni genere di prodotti appetibili e da regalare, e mille cianfrusaglie estirpate da chissà quale vecchia soffitta dimenticata e buttate in piazza a disposizione di qualcuno con poca dimestichezza su ciò che conta o non conta comprare.

Firenze è uguale a Venezia anche per la folla immancabile degli opportunisti spesso importuni che sono sempre in agguato e pronti a rifilarti qualche fogliaccio o giornale inutile, o per forza vogliono indurti a comprare il bastone per far i “selfie” col cellulare, la borsa “firmata” a finto buon prezzo, la pubblicità della nuova libreria e del nuovo locale, la manifestazione per i “poverelli” di turno, o fosse anche l’improbabile maratona della bontà a favore della salvaguardia dei nipoti dei pinguini pensionati … i Testimoni di Geova ad ogni angolo, i soliti truffaldini abili e sempre pronti a infilarti una mano in tasca, e tutta la solita proposta invadente di quelli sempre “in agguato” e pronti a cogliere la buona occasione.

“Basta ! Lasciateci vivere in pace … passeggiare per la nostra strada … Non abbiamo portafogli gonfi da rubare … Non ci serve niente !” ti verrebbe da gridare ogni tanto … oppure collocarti un cartello al collo o una scritta dipinta sulla schiena. Ma servirebbe ?

Dentro ai colori tiratissimi del breve tramonto nascosto da stracci di nuvole e illuminato da una Luna senza uno spicchio, si siamo spinti con i piedi ormai “cotti” e la stanchezza addosso fino all’ultima puntata del nostro speciale itinerario “mordi e fuggi” fiorentino … un po’ denso però.

Siamo entrati dentro ad una Spezieria antica di Firenze, sotto alle volte artistiche del laboratorio dell’ “Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella” pieno anch’esso di storie da raccontare oltre che di preziosità erboristiche e rimedi che ancora oggi, a distanza di secoli, provano a imitare a caro prezzo le abilità e l’efficacia di quelle di un tempo. Come dentro a una misteriosa e sorprendete scatola cinese, anche qui improvvisamente ci è comparsa davanti una cappelletta mozzafiato, un gioiellino appena restaurato del 1350, tutta affrescata mirabilmente da Mariotto di Nardo e finanziata da Dardano Acciaioli un Nobile Fiorentino salvato miracolosamente dalle erbe dei Frati Domenicani di Santa Maria Novella.

“Il bello spesso è nascosto … ti spunta davanti quando e dove meno te l’aspetti…”

Ho visto in altre occasioni e ancora ieri, che i Fiorentini di oggi accorrono numerosi a servirsi dei prodotti dell’Officina, e le carte di credito ronzano numerose alle casse dove per pagare pochi grammi di cioccolato o una bottiglietta di elisir, un cordiale, o un’essenza particolare devi sborsare decine di euro … e molto di più, anche se non esistono più gli efficaci e arguti “Spjcieri” di un tempo.

Quante storie ! Ci sarebbero mille cose da ricordare ancora, e forse scrivere … “l’Acqua Antisterica”“l’Acqua della Regina” esportata nelle corti di Francia e d’Europa, i “lottovari” preparati dai Frati la cui fama è giunta fino in Cina e nella Russia … ma è tardissimo, e il tempo a nostra disposizione s’è purtroppo esaurito.

“Italo” treno ci riporta in laguna frammischiando stanchezza e soddisfazione con le chiacchiere dei vicini di viaggio.

“Il mio Leonardo (sic) è ancora pieno di tosse e febbre … il Pediatra l’ha riempito con ben quattro antibiotici diversi senza guarirlo mai del tutto … E’ fiacco e smunto … Eh … Mi ha insegnato che serve insistere con questi virus invernali … Io sono puntuale lo ascolto e agisco precisa. Ogni sei ore: Tachipirina e antibiotico, Tachipirina e antibiotico … Sono settimane che andiamo avanti così … Sto spendendo un patrimonio, ma speriamo di vincere questo benedetto virus resistente … E a pensare che gli ho fatto anche il Vaccino antinfluenzale …”

Povero bimbo … con una mamma e un Pediatra premurosi così … Ma i Virus non sono di solito inattaccabili dagli antibiotici ?

“Io la mia Serena la vado a riprendere a scuola in anticipo … Tutte quelle ore lì sono troppe a disegnare, cantare, giocare e imparare insieme a tutti quei bambini chiassosi … Ma quando torna a casa rimane inebetita due ore davanti alla televisione senza dire una parola e fare un gesto … Sembra in trance, distrutta dalle cose del giorno … Provo allora a metterla a letto, perché secondo me i bimbi hanno bisogno almeno di dodici ore nette di sonno consecutivo al giorno … Ma fatica a prender sonno, e m’innervosisco io e s’innervosisce lei … Allora l’ho riportata a scuola … Così trascorre meglio il tempo e siamo tranquille tutte e due …”

Chi li capisce mai le attenzioni e i progetti culturali materni sui figli ?

“La vita è tutto un innervosirsi e stressarsi … Non ne posso più anch’io … Sono sempre più intollerante con le persone che “sbèregano” nelle botteghe e nei supermercati … Dopo un po’ viene anche a me da fare altrettanto … E ogni volta diventa una lotta far la spesa …”

“Mi hanno accolto ospite in una casa di “amici” che non ti dico, col pan da tost e una pastasciutta col sugo di vasetto … Niente aperitivo, antipasti, dolce, frutta, caffettino e bicchierino finale … Che morti di fame ! Tutto contato, un solo pezzettino striminzito in piatto … Quando vengono da me invece, vanno sempre in bis e tris su tutto … La prossima volta che verranno a casa mia farò lo stesso, così capiranno che cosa significa essere stitici mentalmente …”

“Sei sicura che capiranno ?”

Spezzone dopo spezzone di eco e dialoghi, “Italo” con Mastro Luciano sapientemente alla guida del treno, e Mario “Train Conductor” che rassicura e informa in continuità i suoi clienti, si svuota progressivamente entrando e uscendo dalle stazioni totalmente immerse nel buio.

“S’informa i signori passeggeri che stiamo entrando nella stazione di Bologna, Padova, Mestre, Venezia Santa Lucia finecorsa del treno … Si ricorda di raccogliere i propri bagagli e di non lasciare nulla di personale sul treno …”

“Si raccomanda, infine, di tornare contenti alle proprie cose e occupazioni di sempre senza brontolare e lamentarsi più di tanto … Grazie per aver viaggiato con noi … Alla prossima occasione …” e questo ovviamente lo aggiungo io.

 

dic 1, 2014 - Senza categoria    No Comments

“IN GEORGIA ? …” – parte quarta.

04_in georgia

Molto sbiadito e visibile solo in controluce c’era un segno scritto e inciso a matita intorno all’isoletta di Omoboy rappresentata in un angolo della cartolina.

“Mai sentito questo posto … Sembra un sputo di terra microscopica e insignificante …” si disse Zada. Ma quel che attirò la sua attenzione fu il fatto che quel segno era a forma di cuore. Sua madre aveva voluto evidenziare quel posto … e l’aveva fatto disegnando un cuore … Perché ?
E chi era quel Serghey Ablamov P.P. di Omoboy Island segnato su quel bigliettino da visita da quattro soldi ?
Nella mente di Zada si accesero e inanellarono domande a ripetizione. Stava crescendo in lei qualcosa, una specie di sete e voglia di sapere.
La seconda riga del bigliettino smunto recitava solamente:“Georgia.”
 
“Georgia … Georgia …” ripetè Zada a mezza voce a se stessa.“Questo si sa … Me l’hanno detto …”
 
Qualche ora dopo, seduta a pranzo con Lorenza, le rivelò quelle sensazioni nate dopo aver finalmente aperto quella busta antica lasciatale da sua madre.
“Sì. Sì … Te l’ho sempre detto … Tua madre proveniva certamente dalla Georgia … ma non mi ha mai rivelato che cosa le è successo laggiù … e neanche che cosa l’ha spinta a partire o fuggire per giungere fino da noi a Venezia … Da parte mia ho sempre rispettato i suoi silenzi … ho solo cercato di aiutarla senza troppe domande … E tu in persona sei la conferma di questa mia scelta che sta ancora continuando a distanza di tanti anni …”
 
“Una scelta felice …” aggiunse Zada osservando intensamente gli occhi di Lorenza e prendendole la mano.
“Pur sapendo che non lo sei … Tu sei mia madre a tutti gli effetti … Lo sai quanto ti voglio bene Enza …”
 
“Sì … Lo so … Non ho alcun dubbio al riguardo … Siamo madre e figlia da tanti anni ormai … Ci lega un affetto inscindibile, che credo nulla potrà rompere …”
 
“Aprendo quella lettera si è acceso in me qualcosa di strano … nuovo …”
 
“Che cosa ?”
 
“Una voglia irresistibile di sapere … di risalire alle mie radici. Di scoprire tutti quei perché non detti da mia madre … Soprattutto di scoprire perché sono nata … Chi è stato mio padre ? E dov’è ? Chi era o chi è ancora ? … E perché non ci ha cercato ? … E’ una cascata, un groviglio di domande tutte senza risposta che mi si è innescata dentro … Ho voglia di sapere Lorenza …”
 
“E quindi di andare ?”
 
“Sì. Voglio scoprire perché mia madre ha tratteggiato un cuore intorno a quell’isoletta misteriosa e sperduta … Che cosa è accaduto lì in Georgia? Perché è stata così importante per lei ?”
 
“Magari ti stai sbagliando … Quel circoletto a cuore è stato solo un vezzo … un disegnetto per ricordare i posti in cui tua madre ha vissuto. Può anche essere che non sia stata lei a disegnarlo … Chi lo può sapere ? Magari l’isola non conta nulla … Non aveva alcun significato importante per Sara …”
 
“Sento che invece lo aveva … e voglio andare a vedere che cosa c’è stato d’importante per mia madre in quell’isola lontana … Provo la sensazione che lì potrei trovare tante risposte alle mie domande … Forse anche la spiegazione del perché io esisto … Voglio andare a vedere …”
 
“Non sarò certo io a fermarti Zada … Per quanto mi riguarda la porta è aperta … Ti raccomando soltanto d’essere accorta … Sei una giovane donna, e girare da sola per il mondo non è il massimo per la tua sicurezza …”
 
“Non sono stupida Lorenza … Starò attenta … Sarò furba come una volpe …”
 
“E allora: vai !” le disse Lorenza abbracciandola sorridente …“Vai figliola ! … La Georgia ti aspetta … Spero solo che lì troverai qualche risposta alle tue domande … Almeno qualcuna …”
 
A Zada servì poco tempo per organizzare quel suo strano viaggio, e confermò a se stessa che doveva essere una cosa tutta e solo sua. Quando Lorenza il giorno dopo le propose di accompagnarla, o di farsi seguire da una sua amica fidata, Zada declinò l’offerta spiegando:
“Lo sai bene Lorenza … E’ una questione solo mia e di mia madre … Solo mia e della Georgia e di quell’isoletta lontana che voglio scovare e raggiungere … Chiunque altro mi sarebbe solo d’intralcio … Sono adulta ormai, e saprò arrangiarmi …”
 
Il progetto del viaggio ideato da Zada prevedeva un lungo trasferimento in treno fino alla Georgia … Voleva avvicinarsi progressivamente quasi ripercorrendo al contrario le tracce invisibili lasciate da sua madre tanti anni prima. Per questo escluse il trasferimento in aereo … Sarebbe stato facile, in nove o dieci ore al massimo da Venezia sarebbe potuta sbarcare agevolmente all’aeroporto Novo Alexeyevka di Tbilisi, la capitale della Georgia … Da lì poi sarebbe potuta salire su un treno diretto al Nord, nella regione dell’Acasia  oltre le montagne, dove c’era quel lago misterioso. Ma sarebbe stato troppo brusco. Si sarebbe ritrovata di brutto a faccia a faccia con quella realtà che invece aveva bisogno di approcciare con lentezza. Non voleva traumatizzarsi con quell’esperienza … Voleva in un certo senso godersela, respirarla un pezzettino per volta … scoprirla, conquistarla e farla propria.
Per tutto questo Zada decise di partire utilizzando il treno.
“In treno ?” commentò Enza sorpresa.
“Perché no ? In treno … e senza cellulare. Lo considererò un viaggio, una vacanza … Una specie di piccola avventura senza le solite certezze … da godermi goccia dopo goccia … Voglio provare a viaggiare come ha viaggiato mia madre … A ritroso … Percorrendo pressappoco le stesse strade e attraversando le stesse contrade … ”
 
E così fu. Non senza qualche difficoltà, Zada partì in treno da Venezia e attraversò tratta dopo tratta, visto e passaporto dopo visto e passaporto, tutti Balcani e la Grecia, passò il Bosforo e sbarcò in Anatolia giungendo fino in prossimità dei confini della Georgia.
Più di una volta si era dovuta adattare a trascorrere la notte in alberghetti di pessima categoria, così come aveva dovuto servirsi di vecchie linee ferroviarie ottocentesche, di carrettoni traballanti inimmaginabili seguendo itinerari e strade contorte che nessuna mappa turistica accennava decentemente. Ma fu questo uno degli aspetti belli dell’avventura in cui Zada s’era dedicata.
Di certo non le fu agevole addentrarsi da sola in territori e stati sconosciuti, dove la lingua era incomprensibile e notevoli erano i sospetti degli autoctoni e della Polizia locale. A più di qualcuno Zada sembrò essere una ficcanaso a caccia d’espedienti, e più di una volta si ritrovò fermata per essere controllata prima d’essere trattenuta. Una volta perfino le guardie di confine la caricarono sopra a una loro camionetta sgangherata e la portarono direttamente all’ambasciata italiana per meglio indentificarla e dichiararla indesiderata rispedendola a casa. Con loro grande meraviglia dovettero, invece, ricredersi e ammettere l’assoluta legittimità e trasparenza del viaggiare di quella giovane donna. Come premio e per chiedere scusa la ricaricarono sul loro mezzo e la portarono fino al confine da dove la lasciarono ripartire dopo averla salutata calorosamente. Una giovane agente, ammirata dal suo coraggio di andare in giro in quel modo, si premurò perfino di accompagnarla per un’intera giornata del suo strano itinerare.
Alla fine Zada riuscì nel suo intento … e dopo l’ennesimo tragitto a bordo di un grosso camion articolato guidato da un camionista onesto e tranquillo quanto baffuto consigliato dalle guardia frontaliere, si ritrovò finalmente dentro alla Georgia.
“Sono in Georgia !” si disse, “Ce l’ho fatta … Nella terra di mia madre, la mia terra …”
 
In verità aveva di fronte solo un largo bivio fra due strade polverose. Da una parte c’era il lungo rettilineo accompagnato sulla destra da una serie di alti pali contorti con un grosso filo sopra, e l’asfalto consumato e quasi mangiato dal tempo e dai passaggi. Portava, oltre le valli e le colline, alla capitale Tiblisi dove il camionista era diretto. Dall’altra parte, sotto a un cielo azzurro e carico di nubi sfilacciate e sparse, c’era una stradina secondaria altrettanto malridotta. Era quella che la poteva portare nella direzione delle sue montagne e del suo lago tanto cercato.
Zada sospirò guardandosi intorno … In realtà era tutto uno spettacolo. Si trovava al centro di una larga piana verde degradante, tutta punteggiata di alberi sparsi e distese ordinate di campi coltivati. Da ogni parte s’innalzavano anche basse colline quasi brulle avvolte appena da una tenue nebbia, casolari sparsi, mucchi di sassi, pali allineati e infissi in vigne dimenticate, bassi arbusti delle tonalità più varie del verde, del grigio e del marrone. Sopra a un cocuzzolo dominavano la scena i ruderi di un’antica fortezza sbiadita con cinte di mura crollate in più parti, e torri mozze dalle finestre scure, quasi come orbite di occhi vuoti e spalancati … Appena più in là della striscia dell’asfalto si stendeva una larga zona paludosa che fiancheggiava un torrente turbolento e rumoroso … Sotto il sole tiepido l’acqua scorreva brillando e luccicando seguendo un suo percorso tortuoso fra distese di canne giallastre piegate dal vento, e paludi umide colme di riflessi da cui si alzavano piccoli uccelli che piroettavano in aria senza sosta.
Dalla parte opposta del torrente si vedeva a perdita d’occhio, invece, la distesa ubertosa del verde basso e brillante, dove dei cavalli chiari e scuri pascolavano lasciati liberi muovendosi lentamente come al rallentatore.
Zada con un gesto istintivo spinse via dagli occhi un moscerino fastidioso che corse subito a rifugiarsi in un nugolo che volteggiava accanto.
“Mi servirebbe un automobile … o almeno un cavallo … ma non ho né l’una né l’altro … ho solo i piedi e la testa … Vediamo d’ingegnarmi e farla funzionare in questo niente sconosciuto …” si disse mentre osservava il camion allontanarsi verso l’orizzonte.
E detto questo, s’incamminò verso il paesetto risistemandosi sulle spalle lo zaino pesante.
Più che un paesetto, quello che si ritrovò di fronte era poco più di un villaggio campestre. Un grumo di case vecchie per la maggior parte di legno, tutte strette e come raggomitolate attorno a delle tozze e basse torri-granaio e una chiesetta con un campanilotto a cipolla storto e dorato. Le mura scrostate e pietrose delle antiche torri merlate contrastavano non poco col verde bucolico della piana trapuntato da fiori giallini. Ma quel che maggiormente sorprese Zada furono i larghi e sterposi nidi di cicogne che si ergevano sopra quasi a ciascuna torre.
In giro non c’era nessuno, le stradine erano deserte e silenziose … C’era un senso di ordine bucolico in quel paesino, sembrava quasi una grande fattoria dilatata posta lungo il ciglio dell’unica strada importante. Zada si addentrò curiosa e circospetta mentre nell’aria echeggiavano versi di galli e galline … Poco dopo, in lontananza vide e sentì rumoreggiare uno sgangherato carretto che procedeva verso di lei cigolando carico di fieno. Nell’aria c’era un intenso odore di stallatico e di legna bruciata, e dai comignoli di più di una casa si alzava un esile filo di fumo.
Qualche istante dopo il carretto guidato da un campagnolo con le bretelle e un cappellaccio scassato la raggiunse, ma la superò senza neanche rallentare procedendo per la sua meta. Il carrettiere la degnò solo di uno sguardo torvo e silenzioso, mentre appena si riaprì la visione del paesotto disteso davanti, Zada si ritrovò di fronte a una donnona robusta con le braccia sui fianchi, un fazzolettone fiorato in testa, un paio di grosse calze di lana dentro a un paio di scarpe senza moda, un grembiulone fino alle ginocchia di un giallo vivissimo tinta Van Gogh, uno scialle ocra di lana grezza quasi di pecora viva, e infine un grosso cesto deposto in terra.
Il cesto era stracolmo di verdure e cavoli, ed emanava un profumo piacevole. Sapeva d’orto, di fresco e Natura, e l’idea di un buon minestrone fece salire l’acquolina in bocca a Zada che approcciò subito la paesana.
Provò ad usare il suo inglese sciolto e fluente, ma il donnone scosse il capoccione facendo intendere che non capiva nulla. Allora Zada mise insieme un paio di frasi in Georgiano che aveva approssimativamente imparato durante il suo pellegrinare. La vecchia sorrise subito mostrando una lunga fila di denti dorati e increspando il suo volto di rughe come un mare in tempesta.
Servì poco per capirsi … e qualche minuto dopo la nonnetta la condusse con se in una casetta per metà di legno con una scaletta diroccata di fuori. Quell’edificio aveva di certo visto tempi migliori, perché ora le finestre erano sgangherate, il tetto ondulato e puntellato, il legno in parte marcito, il cortile abbandonato e incolto. La fece passare sotto a un basso porticato dipinto di un azzurro smarrito, e le aprì la porta di casa per invitarla a pranzare con lei. Zada fu entusiasta di quell’ospitalità spontanea e generosa, e degustò quel minestrone che aveva fantasticato per strada. La contadina la rimpinzò di tutto quanto serviva a farle dimenticare gli stenti e le fatiche del suo lungo viaggio.
“Sono quasi a casa …” disse Zada, “Lo sento dalla sua gentilezza … Chissà, magari eravamo parenti …” aggiunse provando a riconoscere qualche tratto comune nei lineamenti apri dell’anziana. Ma c’era ben poco da vedere … erano troppo diverse. Non diverso, invece, era il loro animo cordiale e gentile, per cui Zada si sentì non solo accolta quasi affettuosamente, ma ospitata con ogni onore e attenzione. La nonnetta interpretò la presenza di quella ragazza capitata nel villaggio dal nulla, quasi come un rimpatrio, un ritorno di una figlia del villaggio perduta in giro per il mondo.
Propose a Zada di fermarsi anche per la notte, ma Zada declinò l’offerta mostrando alla nonnetta la cartolina con le montagne e il lago.
“E’ qui che devo e voglio andare.” Le disse. “Non voglio perdere altro tempo … Adesso che sono qui mi sento dentro una gran fretta d’arrivare … Da che parte devo andare per raggiungere questo posto ?”
 
La nonnina sorpresa sorrise di nuovo guardando la cartolina sbiadita, e non mancò di segnarsi per tre volte sulla fronte e il petto indicando la chiesetta dell’isola. Zada cercava di cogliere ogni indizio, ogni segnale utile per saperne di più su quella sua meta. Anche la più piccola indicazione le sarebbe stata rivelatoria e utile.
Tenendo stretta fra le mani la cartolina, quasi fosse un cimelio prezioso, la nonna si sistemò il fazzolettone sulla testa, e portatasi alla finestra indicò una direzione lontana lontana volgendosi verso ovest dove s’intravvedevano delle montagne azzurrine lontanissime spruzzate di chiazze di neve bianca.
“E’ di là che devi andare … Oltre la foresta che abbiamo davanti. Non è impossibile arrivare, ma dovrai camminare molto e attraversare molti posti … Solo dopo arriverai oltre quelle montagne al Luogo Santo dell’Isola … Quella è la Porta del Paradiso …” disse la donna segnandosi di nuovo altre tre volte e chinando la testa verso quel posto lontano.
“Sarai Beata se ci arriverai … Perché quello è un luogo di misteri e di grande energia … Chi si reca lì non smette mai d’incontrare grazia interiore e beneficio e pace per il corpo e per lo spirito … A chiunque di noi piacerebbe raggiungere quel posto almeno una volta in vita … Io ci sono stata quand’ero giovinetta … e da quel giorno la mia vita non è stata più la stessa … Ma sono trascorsi ormai molti anni, e sono accadute tante cose … Dopo quel viaggio mi sono innamorata e sposata … Ho avuto quattro figli e due figlie … e ho vissuto e lavorato tanto …”
 
“E dove sono adesso ?” chiese Zada stupita e curiosa.
“Ah … Adesso non c’è più nessuno … Sono quasi morti tutti. Me li ha strappati la guerra e le ristrettezze economiche … Qualcuno è partito per cercare fortuna e non è più tornato … Le due figlie si sono sposate e abitano lontane con i miei cari nipotini … Le rivedo solo un paio di volte all’anno … Sono rimasta da sola a vivere in questo paese mezzo moribondo. Ma so badare a me stessa … Non mi perdo … Ma lasciamo stare i discorsi tristi … Veniano a te.” Aggiunse riempendosi nuovamente di rughe sotto gli occhi cisposi … che ridevano anche loro ridotti a sottili fessure.
“Potresti essere una delle mie figlie …” le disse prendendola a braccetto e conducendola sulla porta di casa.
 
“Dovrai attraversare quelle montagne là in fondo … mia cara … Sì …Quelle lì in fondo, oltre la grande foresta che hai qui davanti … Là troverai finalmente il tuo lago … Ma prima ci sarà la foresta … mia cara … Nella foresta fa molto freddo … Ti converrà portarti dietro qualcosa per coprirti di notte …”
 
E così dicendo la vecchia estrasse da una sua bassa cassapanca una grossa coperta a quadrettoni imbottita, e gliela porse sorridente, quasi affettuosa.
Fu non senza rammarico che nel tardo pomeriggio Zada abbandonò il villaggio ancora deserto dopo aver abbracciato strettamente quella vecchietta canuta che sapeva di pulito e di buono. Decise di addentrarsi il più possibile nel bosco prima che la cogliesse la notte … E s’avviò lungo una stradetta in terra battuta segnata da mille impronte di cavalli e dai segni del passaggio dei carretti nel fango, mentre la donnina rimasta sulla porta di casa continuava a guardarla allontanarsi e la salutava sventolando un fazzoletto bianco con la mano.
Nei minuti e nelle ore seguenti la foresta si spalancò intorno a Zada in tutta la sua maestosa grandezza. Cortecce bianco-grigie di betulle si alternarono a fusti di lecci e robusti trochi antichi coperti di soffici muschi. Sotto ai rami che si“sbracciavano” in ogni direzione, arbusti di ogni sorta e misura riempivano il fondo del bosco alternandosi con larghi tappeti rossastri, bruni e gialli di foglie cadute ormai da tempo e colorati ciuffi ci erba verdissima tempestati ci cuscini di fiori.
A un certo punto Zada trattenne il respiro … quasi inebriandosi di quella vista insieme confortevole e amena, ma anche faticosa e aspra. Alla fine, la stradina svoltò decisamente diventando stretto sentiero serpeggiante, e gli alberi fitti nascosero del tutto la vista del villaggio e della donnetta, lasciando intendere in sottofondo un indistinto scrosciare d’acqua nelle vicinanze.
Camminato lungamente da sola … mentre le ombre lunghe della sera s’infilavano ovunque fra gli arbusti e le chiome degli alberi che fungevano quasi da arco, tunnel e volta ombrosa sopra alla sua testa, dopo l’ennesima svolta del sentiero, si spalancò un’ampia radura dominata dalla presenza di un vecchio mulino abbandonato in riva a un grosso rigagnolo rumorosissimo. Grossi tronchi abbattuti, impilati e coperti di muschio risaltavano davanti a grosse pietre della sponda precipitevole sopra acque spumeggianti, chiare e pulite.
Zada si chinò a bere e rinfrescarsi, e depose per terra le sue cose accanto a una catasta di legna marcita. Annusò l’erba e il terreno, e colse un fiore bianchissimo da un ricco cespuglio che le sorgeva accanto. Seduta proprio sul ciglio del torrente rimase a lungo a guardarsi intorno facendo danzare il fiore fra le dita. Poi si abbandonò ai suoi pensieri fissando l’acqua che giocava e filtrava sotto a un ponticello crollato e alla vecchia ruota immobile infilata nella gora dell’acqua.
Alla fine si riscosse proprio mentre la notte scendeva ovunque riempiendo il bosco. Spinse la porticina bassa e sgangherata del mulino, e si distese sul largo letto di fieno che le aveva preannunciato la nonnetta del villaggio. Dispose attorno le sue cose, sciolse i capelli, e si rilassò dopo aver assaggiato qualcosa.
“Sto arrivando mamma ! Ci sono quasi …” disse Zada sussurrando dentro al buio silenzioso diventato totale. E chiuse gli occhi esausta di quella giornata piena ch’era appena terminata.
Fine della quarta parte/Continua.

 

nov 29, 2014 - Senza categoria    No Comments

“VENEZIA … IN CIABATTE E PIGIAMA.”

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L’ aria non è più sciroccosa, bagnata e salmastra, ma si sta via via rivestendo di freddo invernale … Venezia in questi ultimi giorni di umido novembre è assente, come non pervenuta … Ci ho gironzolato dentro più volte, molti ristoranti e pizzerie sono deserti o perfino chiusi e sbarrati. Non c’è l’euforia della marea asfissiante e ridondante dei turisti estivi che intasano ogni angolo … e non c’è ancora l’illusoria frenesia dell’imminenza delle festività natalizie che fa riversare tutti in strada a caccia di“qualcosa” da ricevere o piazzare. Venezia sembra essere di nuovo vitale in quei giorni di vigilia … ma nasconde in realtà una Venezia diventata diversa.

Sono assenti anche i Veneziani. Non ci sono quasi più … o almeno certi … forse non sono più loro, non sono più “quelli” di un tempo. Molti … troppi, se ne sono dovuti andare … lasciando Venezia in altre mani, e in balia di se stessa e dei suoi splendidi ricordi.
Tendo l’orecchio come sempre, e ascolto per strada i reduci Veneziani qualsiasi.
“Venezia è diventata diversa … a mezze tinte, quasi dimessa … E’ un po’ in ciabatte e in abito da casa …”
 
“Per me è peggio … Disinamora … Anche se continua a camuffarsi e mostrarsi ammaliante e procace, in realtà sta perdendo molto della sua misteriosa bellezza cangiante … Venezia è vecchia … sa un po’ di cimitero …”
 
“Ognuno la vede a modo suo …E’ cambiata, sta diventando diversa, questo è vero …”
 
“Se guardi “fuori casa” non ci sono più le donne in corte sedute sulle seggiole impagliate, i nugoli di ragazzini scatenati che intasavano campielli, rive e calli … Vedi solo studenti intenti a chiacchierare per ore col bicchiere dell’ ”Eppi auar” in mano … Quelli un po’ adattati a bivaccare nei pianoterra, quasi accampati in libertà … Ne conosco alcuni: hanno la bandiera nera dei pirati attaccata al muro per coprire le chiazze dell’umido, i mobili scompagnati, un cartello dei vaporetti pescato in acqua come soprammobile, il frigo sempre semivuoto, un vecchio poster che pende arricciato da un lato sostenuto da mille mani e metri di scotch appiccicato e riappiccicato … Hanno sempre i lumino acceso anche alle tre di notte … e non sempre per studiare, e fanno anche certi bagoli e festini che il mezzogiorno giorno dopo li vedi in giro come zombie, col mal di testa e gli occhiali da sole anche se sta diluviando …”
 
“Esiste una Venezia un po’ “con le toppe sul culo”, ben lontana dall’essere il capolavoro raffinato, magnetico e splendido che per secoli ha richiamato visitatori curiosi da tutto il mondo … E’ una Venezia con i polsini e il colletto della camicia consunti e rovinati … ingialliti dall’uso e dal tempo. Con qualche buca per terra, qualche fondamenta sgretolata e scivolata giù in acqua, la fogna che trabocca per strada, le vetrine coperte di carta di giornale con la scritta mezza staccata: “Vendesi” e “Affittasi” … che nessuno osserva più …”
 
Venezia rimane sempre fascinosa di scorci, calli e palazzi … E’ comunque come una bella donna, anche se passano gli anni, non diventa mai improvvisamente una racchia.
E’ vero, in qualche giorno e stagione Venezia mette in mostra quel che resta del “meglio” di se stessa mentre navi e aeroporto ci travasano sopra qualche migliaio … o forse milione di turisti … Ma è un palliativo, un’iniezione economica fittizia atta solo a farla ancora galleggiare ed esistere, un“attivo” buono solo per le tasche di pochi … Venezia continua a vestirsi da gala e da sera per collocarsi al bordo del grande tappeto rosso della Mostra del Cinema, oppure per aggirarsi a bocca aperta, tirando gli occhi miopi e tenendo l’occhialetto pendulo al collo in giro per le sale e i padiglioni sparsi della Biennale. Una figura quasi incredula di quel che vede, insieme perplessa e meravigliata di fronte alle sorprese che accadono in se stessa.
“In altre rare occasioni si va ad affacciare in riva al Canal Grande per godersi “il fresco notturno” e la cantilena neniosa e ombrosa delle gondole, romantica e surreale quasi quanto il buio della notte che l’inghiotte.”
 
“Che c’entra con Venezia “O sole mio” e “Nel blu dipinto di blu …” ?
 
“Oppure Venezia va a sedersi in barca per entusiasmarsi sui remi agonistici della Regata Storica… sul “Bucintoro” che sfila in parata trascinando il manto rosso disteso sull’acqua al suon di trombe, contornato da dame e principi inghirlandati e ingioiellati, freschi d’atelier, e da un Doge posticcio che sorride benedicente a destra e a manda … Ci sono ancora le “Remiere” degli appassionati della voga, degli spazi aperti e di tutto ciò che è “Laguna”… ma è un vogare sulla scia nostalgica dei vecchi fasti … Si riduce spesso al rincorrere un succulento pranzetto ameno in qualche isoletta remota della laguna innaffiato di buon vinello fresco che fa cantare ancora una volta: “Viva San Marco”.
 
Intanto ad ogni angolo intorno imperversano sempre più i Bed & Breakfast spuntati come funghi dopo la pioggia … uno dei pochi “contraltare” a quest’involuzione inarrestabile della città assieme ai negozietti semideserti di souvenir e maschere, e alle bancarelle date in subaffitto agli asiatici che riescono lo stesso a campare “di niente”… Venezia è diventata le antiche osterie e i vecchi baccari con i Cinesi dietro al bancone che ti accolgono sorridenti e col bambino in braccio … Trovi Cinesi nelle boutique, nei negozietti asfittici in cui tocchi il soffitto con la testa, nei bar, negli alberghetti … Ci sono Cinesi ovunque … Hanno rilevato tutto in contanti … E non ci sono solo loro: Thailandesi, Coreani, Vietnamiti, Indonesiani, Filippini … Per le strade imperversano i “vu cumprà”, Marocchini, Senegalesi, Egiziani, Tunisini e tutti gli altri … Tutta gente che appartiene ormai a un’ondata storica di ambulanti sopravenuti a Venezia in questi ultimi decenni …
“Venezia è sempre stata eterogenea … ha sempre ospitato tutti … Oggi prevalgono gli Asiatici e gli Africani. Abbiamo l’Asia e l’Africa in casa …”
 
“Sono i Veneziani, invece, che sono sempre meno, sempre più pochi …”
 
“Un tempo Venezia era sinonimo di Mercandia e Mercatanti, Contrade piene di vita e Veneziani vispi … era l’Emporio Mediterraneo febbrile e odoroso di Rialto … Oggi Rialto è diverso … non è più quello di un tempo…  Nessuno tratta e sposta più avori, ambre dal Baltico, balle di stoffe, drappi d’oro, perle e profumi, ebano e porpore, mirra e incenso, le spezie colorate e gli aromi e il sudore degli schiavi posti in vendita, i pellami lavorati … i mucchi di zafferano, zucchero, coriandolo e chiodi di garofano … Nessuno fa più rotolare sulle rive le preziose botti piene di olio e vino provenienti dal Levante, da Malvasia, dalla Grecia e dalla Puglia … Annusa l’aria ! Stassera a Rialto c’è solo odore di vin brulè e caldarroste …  e di acre piscio negli angoli …”
 
Mi guardo intorno … proprio a Rialto.
Dentro a un’antica bottega sotto alle volte c’è un orese-orefice intento a leggere il giornale dietro al bancone. La moglie silenziosa gli sferruzza a maglia accanto, mentre il cane acciambellato dorme sul tappeto per terra … E gli ori per i quali venivano a Venezia dai posti più sperduti del Levante ?  … Silenzio e immobilità annoiata.
Dieci metri più avanti il barbiere senza clienti guarda la televisione … i tavoli dell’altrettanto antica osteria sono disertati, come i portici e le volte tenuamente illuminati e spazzati dal vento. Una lanterna pendula dondola illuminando la scena … il gobbo dei proclami sulle “Scalee di Rialto” è dimenticato e scuro, ignorato da tutti e senza niente da dire …
Dentro alla penombra serale dell’edicola dove un tempo i Veneziani e le massaie andavano a “comprare la notizia” e a spettegolare di tutto il mondo di fronte alle copie misteriose del“Le figarò”, “The Thimes”, “L’Osservatore Romano” e “Der Spiegel” ingialliti e appesi con le mollette … “incomprensibili”,come segnali alieni di un altro mondo lontano e quasi irraggiungibile … Stassera, al chiarore di un lumino pallido e dietro a una montagna di souvenir penduli e bigiotteria da poco, c’è un asiatico minuto e solitario che seduto su una seggiolina precaria  s’abbuffa avidamente con la sua cena traendola da un “barattolotto” scuro appoggiato sulle ginocchia … Ha la barba sfatta, i capelli arruffati e lucidi, e indossa un abbigliamento spiegazzato, tristo e dimesso, come tutto ciò che lo circonda … Non c’è anima viva che si fermi e sosti a comprare qualcosa … Non esiste più “l’edicola dei giornali” …
“Una bottegaia di oggi ha scritto su Facebook che non ha venduto niente. E’ entrata da lei solo una che le ha fatto disfare e mostrare l’intero negozio senza prendere nulla … neanche una mutanda o un calzino …  “A mio marito non piace che indossi queste cose …” e se n’è andata via … Che tempi sono ?”
 
Camminando intorno, lasciandomi portare dai passi per calli e campielli, la scena non cambia … Ci sono lanterne diafane appese … Gli antichi fondaci sono socchiusi, scale e stanzoni sontuosi sono deserti e silenziosi. Non c’è quasi nessuno che dietro a quelle finestre gotiche coi tendaggi gonfi ed eleganti si goda e riempia gli occhi con le bellezze appese alle pareti, gli spazi decorati, i soffitti pieni di nubi e personaggi svolazzanti … Gli arredi hanno la polvere, un sottile velo patinoso di sale … L’eco dei miei passi rimbomba inutilmente per orecchi assenti.
Si va a sera … Nell’aria, sopra ai tetti, le campane invisibili“battezzano” la città chiamando a raccolta la squadra dei devoti che non c’è più … In giro per quel che resta delle Contrade Veneziane di un tempo, ci sono alcuni angoli particolarmente scuri e abbandonati con delle grosse sagome nere avvolte dalla notte. Sono le tante chiese abbandonata e dismesse … Dei ieratici fantasmi d’altri tempi, ricchi di memorie e storie quasi dimenticate e di capolavori preclusi che nessuno guarda più. Strada facendo ne ritrovo aperta e fiocamente illuminata solo una. Sulla porta troneggia un grande cartello: “SERVIZIO RELIGIOSO IN CORSO – E’ SEVERAMENTE VIETATA LA VISITA AI TURISTI.”
 
Spingo la porta cigolante ed entro … Nella penombra ombrosa rotta da poche candele smoccolanti ci sono solo cinque anziani sparsi sulla folla di panche vuote. Un prete calvo e inmerlettato cantilena sull’altare la sua Messa, sembra una canzone che fuoriesce dai secoli … Una chiamata, un grido di soccorso a cui pochi sanno aderire … un invito amoroso il cui eco si perde rimbalzando nelle volte buie della chiesa … mentre una giovane turista seduta in fondo legge avidamente le informazioni storico-artistiche da una grossa guida sgualcita …
“Eccetto qualche arteria pulsante di gente sembra che a Venezia ci sia solo “la morte in vacanza”…” commentano alcuni veneziani di ritorno a casa carichi “di sporte”.
Infatti, solo nei quartieri periferici c’è più vita e movimento, qualche finestra illuminata in più.
“Oggi Venezia vende per strada paccottiglia, imitazioni contraffatte di borse e borsette, orologi e lucchetti, aggeggini fluorescenti da lanciare in aria, manciate di gomma appiccicose colorate e informi da sbattacchiar per terra … e perché no ? Ombrelli, stivali, impermeabili, cappelli da “Marinaio e capitano di lungo corso” con la scritta “Venezia”, rose da omaggiare, lunghi manici per “i selfie” … e infinite altre carabattole inutili.”
“In queste giorni, Venezia è davvero come una bella donna vestita “da casa”: senza trucco, gioielli e tacchi a spillo, senza abito lungo ed elegante, o attillato col “davanzale” e la schiena curvilinea in mostra … Una bella donna un po’ sfatta, sempre dignitosa ma un po’ consumata e vissuta.”
 
Osservo mucchi di foglie “ingrumàj” negli angoli … oppure sparpagliati in giro dal vento che si va facendo invernale e tagliente … panchine vuote o piene di badanti col cappotto fuori moda e col fazzoletto in testa … con la Veneziana di un tempo intabarrata e col “scuffiotto” calcato in testa a pisolàr in carrozzina … E’ stata insieme ilare e triste la scena di qualche giorno fa, in cui la carrozzina lasciata senza freni in pendenza s’è avviata da sola verso la riva con la nonnetta ignara addormentata sopra, traballante col mento e pappagorgia affossate sul prosperoso petto di un tempo … e la badante a rincorrerla gridando, strappata brutalmente dalla sua intensa chiacchierata gesticolante con la connazionale accomodata sulla stessa panca.
“Venezia è una bella anziana ridotta “in casa” … vecchia di secoli … e per giunta piena di magagne e raffreddata, con un mucchio di fazzoletti di carta sparsi intorno …”
 
Sono forse le carte con le promesse mai esaudite che le sono state fatte ? Le dichiarazioni d’amante inizialmente focoso e appassionato, che si è rivelato dopo traditore interessato … Ma va così la Storia, e non solo per Venezia, basti pensare alle sorti di questa altrettanto nostra e malandata Italia.
“Passerà ? … Che sia solo l’ennesimo male di stagione ? Venezia ne ha passati e vissuti tanti di mali e storie… Speriamo bene ancora una volta … Anche se non dimentichiamo il vecchio moto che “Chi vive sperando muore cantando …”
 
“E che fare ?”
 
“La risposta è ovvia, quasi filosofica … Quella del solito Veneziano: “Si aspetta …  Si guarda e tira l’orecchio … Si brontola perplessi … e si aspettano gli eventi e le novità …”
“Venezia è cambiata … Troppo, non la riconosco più … S’è inselvatichita e raggrinzita … Accade come se si fosse aperta cordialmente la porta del salotto buono di casa … e ti fosse entrato dentro un campagnolo con le galline che ti vanno a becchettare e schittare ovunque … Il Veneziano “medio” rimasto non ne può più … Desidera a tutti i costi d’andare in pensione, anche in anticipo e rinunciando pure a una parte di quel che gli spetterebbe … E’ tutto un far di conto e ripercorrere percentuale calendario e giorni alla mano …”
 
“Mi mancano due anni e sei mesi …”
 
“Io sono più fortunato … ho “la finestra buona”… In aprile dell’anno prossimo me ne vado … e vi saluto tutti …”
 
“E che farai dopo ? Come vivrai ?”
 
“Ah … questo non è un problema … Ci ho già pensato… Vado a vivere in Madagascar.”
 
“In Madagascar ?  … Più in là sta solo il boia ! … Perché proprio fin là ?”
 
“Perché lì vivi beato con solo un euro al giorno … Lì vivono tutti in capanne … Solo io e pochi altri ci siamo costruiti una casa di pietra … Pensa mi son fatto duecento metri quadri in muratura spendendo solo ottomila euro … la manodopera non costa niente … e i materiali anche … Qui a Venezia affitto un appartamentino a cinquecento euro al mese … Un buco a pianoterra … e con l’acqua alta per giunta … Non pensar chissà a che cosa ! E’ proprio un antro, un magazèn travestito da casa … Ci metto dentro un paio di studenti che son contenti lo stesso … e intanto intasco qualcosa per coprire le spese dei lavori laggiù in Africa …”
 
“Ma che c’è in Madagascar ?”
 
“Tutto e niente … Non si vive asfissiati e ridotti alla fame come qua … Ti sembra poco ?”
 
“E quando ci vai ?”
 
“Ah … sempre … spesso, almeno due volte l’anno … Ci tornerò fra poco per istallare un paio di metri quadri di pannello solare … Me la caverò con duecento euro … niente, una banalità. E avrò quanta corrente elettrica che voglio …”
 
“Ma sei l’unico europeo in quel posto … Chi vuoi che vada a vivere laggiù ?”
 
“Ma scherzi ! E’ pieno di inglesi, francesi e tedeschi … Si. Sono tutti vecchiotti … a dire il vero. Mezzi ottantenni … gente che vive lì con due tre donne insieme … con una certa libertà, e nessuno dice niente. Altro che qui ! Certe cose sono impensabili da noi …”
 
“Ma abiti in centro, in una città ?”
 
“Noooo … Ma sei matto ? La capitale è un posto impossibile con milioni di persone ammassate. E’ un posto che scoppia dove si muore carenti di tutto … E’ una specie di conigliera, un concimaio … dove tutti mangiano e cagano, mangiano e cagano … e tutto finisce in testa degli altri … Senza fogne, e senza un minimo d’igiene … Nooo … Io vivo in un villaggio fuori, a qualche chilometro sulla costa … Faccio presto, si trova solo a un quarto d’ora d’automobile … Ma si vive bene, tranquilli, e non mi manca niente …  Siamo a quindici minuti di passeggiata dalla spiaggia e dalla riva del mare … Ma è mare vero … eh … mica come qui … Ci sono di quei tifoni devastanti qualche volta … Anche se quest’anno ce ne sono stati solo pochi e piccolini … Devi sapere che gli indigeni del posto al mattino escono a pescare, e a mezzogiorno ritornano a vendere il pesce. Vedessi che roba !  Puoi comprare per pochi euro, quasi niente, chili di pesce freschissimo e squisito … Solo il vino che hanno loro non è buono … E’ una specie di vinastro schifoso. Sembra acido e amaro come il fiele che hanno dato al Christo sulla croce …”
 
“Cavolo che vita ! … Sembrerebbe un Paradiso !”
 
“Eh sì ! … E ho anche quattrocento metriquadri di terra davanti a casa … con alberi di papaja e palme … Mi fanno ogni anno dodici frutti gustosi grossi così … Altro che la fettina stitica e passata che compri qui a cinque euro al supermercato …Ti rifilano quegli affari mollicci, mezzi crudi o mezzi marci che non sanno di niente … Quelli lì, invece, sono tutta un’altra cosa …”
 
“Ma non hai paura delle malattie africane ?”
 
“Ma che malattie e malattie ! Lì al massimo l’unico problema sono i topi e i vermi … Sono loro che portano in giro le malattie e la peste … Mi fa ridere tutto il casino che si sta facendo qui in questi giorni con la storia di Ebola … Tutte quelle maschere, le tende da serra, gli scafandri e gli isolamenti … Aaah ! Tutte paure e balle … Tutte storie da cinema e spettacolo buone per terrorizzare inutilmente la gente …  Basterebbero solo un paio di pastiglie di Penicillina e si guarirebbe tutti … Ai topi e alle pulci bisogna stare attenti ! Sono loro che hanno sempre portato a Venezia e in Europa con le navi ogni tipo di morbo … Fin dal 1200 e anche dopo … E adesso invece, viaggiano con l’aereo con le merci … o indosso a certa gente …”
 
“E non hai paura dei banditi … degli Islamici, di quelli come Boko Aram ?”
 
“Ah ! Se guardi tutto quello, e stai ad ascoltar quel che dicono dovresti murarti vivo in casa … Il mondo è tutto uguale per certi aspetti … La differenza sta nel fatto che lì ti fanno tutto davanti agli occhi e con gran clamore ed effetto … mentre qui da noi ti fregano tutto da sotto gli occhi e in zitto silenzio senza che neanche te ne accorgi … E quando ti guardi addosso e ti trovi senza niente e senza mutande è già tardi perché se ne sono già andati mangiandoti tutto … Pensa al Mòse ! Quanto hanno mangiato in questi anni pur col nostro consenso, i nostri applausi e i nostri voti ? … e che cosa ci resta ? Sono un aggeggio immenso e forse inutile … che l’acqua alta scavalca girandoci attorno … ”
 
“Venezia è rimasta senza niente: senza Doge, senza risorse economiche, senza continuità storica … perfino senza sindaco e dignità …”
 
Guardo ormai di notte Venezia. E’ come piegata e involuta su se stessa … Sono solo fiaba isolata e contorno solitario per turisti le serenate delle gondole nei canali … Le maschere innamorate e misteriose, allegre e amanti, incognite col lanternino e il tabarro in giro per calli, portici e campielli … non ci sono per davvero. Della scena romantica e ipnotica rimane solo la suggestione dei riflessi scuri, come rubati … Non c’è quasi nessuno in giro, salvo qualche turista sperduto in cerca di quello che non c’è, i soliti “quattro gatti” reduci dal gioco cronicamente sfigato del casinò … e la solita flottiglia di zombie diversamente alterati e cotti. Se ne stanno seduti nella penombra delle finte cantine dall’atmosfera “calda, accogliente e tradizionale” a sproloquiare e inventarsi improbabili avventure al lume di candela, o a bersi l’ennesimo bicchiere accanto a una tonda e grossa botte che non ha mai visto un solo goccio di vino.
In un angolo, accanto alla riva, un gondoliere imbraccialettato se ne sta a gambe accavallate con remo allungato sopra alla gondola in sosta. Sembra quasi rapito in un suo mondo alieno, intento com’è a macinare e smanacciare dentro al suo prezioso I-Phones ultimo modello
.
“Un tempo i gondolieri piegati sul remo a poppa sognavano e cantavano alla loro “bella”, o inseguivano l’ennesima avventuretta esotica da portarsi per una sera a letto insieme a un buon bicchiere di vino … Adesso, invece, sognano dove trasvolare viaggiando, come investire i loro “schej” giocando in borsa, e s’inventano di tutto nel progettare e architettare la loro nuova vita da singole …”
 
Poso gli occhi sui canali a quest’ora lisci e piatti, come le foto in bianco e nero d’inizio 1900. Passano pochi vaporetti, l’acqua è calma e quasi non mossa … i rari turisti trascinano i loro rumorosi trolley sfidando e rischiando la nuova sanzione di 500 euro da pagare per il disturbo notturno cittadino.
“Siamo all’assurdo … I turisti sono una delle nostre poche risorse rimaste … Che fanno con le valigie: sfasciano i monumenti, svegliano le vecchierelle sorde ? Rovinano i masegni e i ponti ?”
 
“No. E’ per il decoro della città … come la storia di non girare a torso nudo e non bivaccare negli angoli …”
 
“Ma chi guarda, chi controlla ? Chi sorregge e difende davvero di notte questa città ? Nessuno … Venezia è in balia di se stessa e degli eventi … Al massimo se succede qualcosa di eclatante si sente una sirena gridare e si vede un motoscafo illuminato sfrecciare … poi torna il nulla e il silenzio…”
 
Ricordo un ex collega infermiere stanco della professione, che si è dedicato a quella ben più carica di soddisfazioni e denaro del metronotte notturno (?). Mi diceva, infatti: “Sono io solo a coprire tutta la zona che va dalle Fondamente Nove fino a San Pietro di Castello davanti al Lido … compreso tutto l’Ospedale …Quando son passato io, dietro di me rimane come una terra di nessuno dove può capitare di tutto … La sicurezza non c’è … c’è solo qualche telecamera miope, che qualche volta è anche rotta o guarda altrove …”
 
“Che mesta Venezia, sembra più vecchia e scalcinata di quel che è … Perfino i cani sembra abbiano messo le mutande e la disertino … Non c’è quasi più per le strade quella “morbida e faccicosa” sorpresa in cui incappavi tempo addietro quando vagavano in giro di notte  … era anche quello Venezia …”
 
“Questa potevi anche non dirla … Venezia ciascuno la vede come vuole … A modo proprio … E’ come se esistessero tante Venezie messe insieme … Ognuno vede la sua, diversa da quella degli altri … Venezia rimane sempre nuova e per questo sorprendente …”
 
“Mah ! … Per me non è così … Vedo Venezia è in ciabatte e pigiama … Un po’ lessata e bollita … Un frutto aspro fuori stagione … E’ viva solo in qualche arteria … in Piazza San Marco e nelle Mercerie … in Strada Nuova e intorno alla Stazione. Lì ci sono studenti e pendolari che vanno e vengono … Sono loro che creano movimento, fanno flusso e numeri …Venezia sembra una città che ha perso la sua storia … Un posto asfittico, senza servizi …Guarda là ! Un tempo lì c’era un fioraio, lì c’era un caffè frequentatissimo … lì un fornaio e un salumiere, un negozio di dischi … Oggi non c’è più niente …Non c’è tensione, non c’è vita, non c’è nessuno … Non ci sono più le belle librerie di un tempo, tutte diverse, ricche di testi pregevoli … Oggi sono tutte uguali, con la stessa vetrina di guide turistiche e romanzi identici e anonimi … Guarda là in fondo ! Anche la Basilica di San Marco è sempre incartata …”
 
“Dice una leggenda che quando San Marco sarà a posto, restaurata e finita del tutto … verranno i Turchi a riprendersela e se la porteranno via …”
 
Alzo lo sguardo … In lontananza un biavaròl con la traversa un tempo bianca, e ora unta e imbrattata da frattaglie attraversa la famosa piazza con un fascio di giornali quotidiani sotto al braccio … Sembra un fantasma fuggito da un altro tempo.
Tendo l’orecchio: è la voce di Venezia che vive ancora …“Hanno preso quattromila euro di multa per plateatico abusivo … La leggenda del “Beato Fusaro” … Domani partiamo all’alba per Salisburgo … ci attenderanno i tecnici dell’azienda presso il centro … E’ incominciata l’epoca delle Eccellenze in Digitale …”
Mozziconi di frasi e discorsi … una risata garula di una bella e giovane ragazza che saltella sui gradini di un ponte … Riflessi variopinti e silenziosi che giocano a rincorrersi dentro ai canali e sul Bacino di San Marco pieni di notte e in pace.
Entriamo dentro impregnandoci di sapore di cucina, vapori e cotto.
“Tagliolini ai frutti di mare, fritturina mista, dolce, amaro, caffè …” e la compagnia buona, i discorsi piacevoli e familiari, quattro risate genuine … Il locale piano piano si riempie fino a traboccare di gente … ed è un venerdì sera qualsiasi …“Non è morta del tutto Venezia …”
 
Uscendo gli scorci sono bui, le calli e le strade semideserte, prevale quel microclima solito notturno … Rientrando a casa camminando lentamente mi fermo deviando fin negli angoli che mi sembrano più “caldi e speciali” … Voglio come assaporare anche quelli … mangiarli con gli occhi … Mi soffermo dentro alla scena gustandomi l’attimo, i dettagli, i giochi delle ombre soffuse, l’eco delle parole che escono dalle case, dal crocchio dei giovani seduti sul ponte, dal gruppetto sparuto assiepato sulle sedie del pub “alla veneziana” … Tutto s’impasta, s’incrocia e fonde con le voci poliglotte dei turisti, con quelle dei nottambuli traballanti e un po’ avvinazzati, con quelle degli asiatici che chiudono bottega e corrono a prendere il treno per tornare a casa in aperta campagna …
Ultimo sguardo … una schiera parallela di gondole legata a schiera, coperta e “messa a notte”, sembrano sorelle e vicine di letto addormentate … Venezia adesso è immota, buia … proprio una vecchia seduta appisolata in ciabatte e vestaglia davanti alla tv accesa che va per conto suo … Come i miei pensieri, che vagano fin dove non si sa.

 

nov 28, 2014 - Senza categoria    No Comments

“A PROPOSITO DELL’INFERMIERE DI NOTTE …”

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Qualche volta, zitto zitto e buono buono, me ne vado a leggere quel che dicono e scrivono i miei colleghi infermieri. Mi piace ascoltare quelli “neonati” che sanno ancora di fresco e “cose nuove”, e magari non trovano o non hanno ancora un lavoro fisso o sono con la valigia pronta per espatriare … Così come non smetto di stupirmi e rimanere ammirato di fronte a quelli“vecchi” come o più di me, che sanno moltissime cose per non dire quasi tutto. Ce ne sono di bravissimi in giro … alcuni tanto da non invidiare nulla ad altri professionisti più quotati e dorati.
E’ anche vero che nella nostra categoria esistono Infermieri cialtroni, sgangherati e dalla maniera grezza. Non ci credevo esistessero e pensavo fossero rarissime eccezioni quelli che fanno della professione solo un’opportunità di pigliar “er soldo”disinteressandosi o quasi del “cliente” loro affidato. Ho dovuto ricredermi, non erano solo malelingue … La realtà mi ha disilluso e costretto a prendere atto che i fatti di “malasanità”esistono, e non sono sempre e solo eccezioni ma talvolta nascoste abitudini di troppi. Con questo non voglio generalizzare … Dio mi scampi !  Ma qualcuno di noi Infermieri credo a volte abbia sbagliato professione … Farebbe meglio ridursi a vangare un campo o condur gregge da pastore, (con tutto rispetto per i saggi contadini e i pastori bucolici di un tempo, e dispiaciuto per gli animali affidati alla loro custodia)piuttosto che perpetrare danni in corsia e dintorni.
E’ ancora vero che la situazione sanitaria italiana ci colloca in un contesto lavorativo difficile, talvolta impossibile. Il riordino e i tagli economici, anche recenti, al settore sanitario di certo non mirano (come viene strombazzato in giro) al benessere reale del paziente, ma di certo al tornaconto politico ed economico, e agli interessi di chi fa della Sanità un’occasione di guadagno e speculazione, piuttosto che un’occasione per fornire un buon servizio di cui ha innegabile diritto ogni cittadino.
Rischiano di essere scontate e retoriche le mie parole … soprattutto già dette, ritrite e inascoltate.
E’ anche verissimo che una grossa parte degli Infermieri sono stressati e stanchi e sottoposti a turni pesanti senza possibilità di equo recupero delle energie. Così come è sempre vero che la categoria non è per niente tutelata, anzi, chi dovrebbe farlo(sindacati in primis) spesso si schiera in maniera elegante e infruttuosa dalla parte di chi non ha reale cura della gestione“sana” del patrimonio professionale infermieristico ma bada a far funzionare “la baracca” al meglio e con poca spesa.
E’ inutile nasconderlo: da una parte è risaputo che la professione infermieristica è la categoria col maggiore tasso di abbandono dell’Italia. Un motivo al fondo ci sarà ? Dall’altra si sa bene che la spesa per pagare i professionisti incide sul bilancio aziendale come la principale voce passiva … per cui chi amministra cerca ovviamente di ridurre il più possibile quella spesa a favore di quella favorevole delle “entrate” che contano. Detto questo, detto niente … Non può essere un alibi, una motivazione plausibile per non lavorare non dico “bene”,ma almeno dignitosamente.
Purtroppo noi Infermieri non godiamo di buona fama … E qualche motivo ci sarà ? E’ risaputo che ci sono Infermieri che si vanno a far sistematicamente la spesa all’ospedale portandosi a casa di tutto … perfino le lampadine dello spogliatoio, la carta igienica o i sacchetti per la spazzatura… Sanno anche i muri che ci sono quelli che chiedono soldi per assistere e ricevutoli non assistono ugualmente … Tanto chi andrà controllare ? Chi crederà, anzi a chi interesserà veramente ascoltare quel che dirà un malato allettato, brontolone, pretenzioso e preso male ? Oppure si dirà: “Fan tutti così … Sono le malelingue dei colleghi invidiosi …”
 
Non è del tutto diceria fasulla e leggenda metropolitana, purtroppo, la cronaca che descrive gli Infermieri stesi in branda e gli ammalati lasciati a se stessi (se non talvolta vessati) … Qualche infermiere (con la “i” minuscola) andrebbe radiato, condannato fortemente per quel che fa o non fa. Non dovrebbero esistere infermieri che offendono, ancor meno che“menano” e umiliano. A quelli poi che procurano e perseguono culture di morte, bisognerebbe applicare la stessa misura: mettere loro una macina al collo e buttarli a mare … e non andare a caccia di quali potrebbero essere le attenuanti che lo hanno portato a compiere un gesto delittuoso e tragico. Non ci sono scuse plausibile per chi si comporta come una bestia umana e non un Infermiere vero.
Che colpa ne ha chi è malato, vecchio, demente, preso male e ridotto a letto … L’ospedale non deve essere una discarica umana, una rupe tarpea dove abbandonare chi non funziona più … e neanche un luogo dove sfogare le proprie frustrazioni economiche e personali … A volte dell’infermiere qualcuno non ha proprio niente … se non la qualifica e la busta paga (scarna in ogni caso. Siamo fra le categorie più malpagate, meno riconosciute e tutelate del mondo … e non sono io a dirlo).
Bisognerebbe a volte fare un monumento ai familiari e ai volontari che si preoccupano di supplire dove non si offre l’assistenza adeguata che meriterebbero i loro congiunti e conoscenti. Non si capisce poi perché a certe categorie sanitarie è concesso dormire pacificamente in un comodo letto e intervenire (spesso scocciati e innervositi) solo su chiamata mentre sono pagati per lavorare un turno intero come tutti gli altri. Non sono sprechi quelli ? Ma questo è un altro discorso e rischio di divagare troppo …
Ci sono però infermieri che onorano del tutto o almeno molto la loro Professione e di notte vigilano e lavorano assiduamente. E soprattutto non fanno mancare, nonostante le condizioni non ottimali in cui operano, l’assistenza giusta e dovuta ai loro pazienti (anche se tali non sono sempre secondo l’accezione del termine).
 
Ho coperto anch’io per diversi lunghi anni il turno di notte … e rimanevo perplesso e un po’ irritato nel vedere il mattino dopo alcune colleghe “smontanti notte” di altri ospedali fresche come rose e senza un pelo fuori posto. Io mi ritrovavo con gli occhi gonfi che quasi mi fuoriuscivano per terra per il sonno e la stanchezza … e loro lì: belle più che mai a spingere il fanciulletto a scuola al pari del mio. Parlando insieme mi raccontavano di notti sempre tranquille in cui a turno si potevano distendere e riposare tranquillamente … Io smontavo da notte “cotto e biscottato”, coi piedi che bruciavano a suon di andare avanti e indietro, e mi ritrovavo al capolinea del bus ancora con i fogli del reparto da consegnare all’Accettazione in mano (Sì. Riprendevo il bus e tornavo indietro).
Faceva un po’ rabbia, è vero, venir poi a sapere che dove si dormiva saporitamente accadeva questo e quello, e i malati erano, come dire, un po’ lasciati a se stessi … Erano colleghi invidiabili in un certo senso, ma non va così. Così come pochi giorni fa un altro collega mi confidava: “Quasi mi vergogno a dirlo … da noi non si fa proprio nulla … Siamo quasi più noi di numero che i pazienti … Di notte si dorme sempre senza problemi e ci si sveglia solo verso mattina per andarsi a bere il caffè e scambiare due chiacchiere … Anche di giorno fino alle nove non si fa proprio nulla: si legge il giornale, e si fa perfino fatica a trovare argomenti da condividere insieme … I nostri pazienti non abbisognano quasi di niente … Si rifà un letto, si igienizza uno raramente … I nostri pazienti vengono autonomamente alla guardiola a prendersi le loro pillole, e all’ora di pranzo si presentano sulla porta della cucina a ritirare il loro piatto col vitto … E’ una pacchia, una cuccagna … Mi porto a casa lo stipendio quasi senza far nulla … Sì ogni tanto faccio qualcosa … ma è niente rispetto a quello che ho fatto per anni altrove … Dove lavoro adesso è un’oasi di pace non un ospedale …”
 
Che dire ? Ci sono anche queste situazioni che qualcuno invidia … ma sono anche la riprova di un certo disinteresse su quanto accade realmente nelle corsie, e una mala distribuzione e gestione delle risorse umane a disposizione. Quindi non sono solo da attribuire agli Infermieri certe colpe …
Va detto anche che molti degli Infermieri ricercano “occasioni”comode dove collocarsi, e rifuggono come la peste quei posti dove si lavora sul serio … Non nascondiamolo, per qualcuno lavorare è preservarsi per il secondo o terzo lavoro … un distribuire sapientemente le energie per gli altri scenari che si occupano più o meno dichiaratamente … E poi diciamo che i giovani Infermieri non hanno e trovano lavoro … Oltre alle carenze in organico, c’è chi lavora al risparmio e di lavori ne ha ben tre … La nostra categoria opportunista e taciturna è anche questo … ma non da oggi, e questo non è stato mai considerato come un problema.
“A volte è vero che qualcuno è irritabile, stressato, stanco e un po’ zombesco anche per questo … ma questo va taciuto. Tutti hanno il diritto di campare e arrotondare …” mi hanno detto.
Ricordo alcuni che ufficialmente si trovavano in ferie pagate dal loro posto di lavoro che stava dall’altra parte dell’Italia. Senza problemi si portavano a lavorare (parola grossa) da noi al Nord col beneplacito tacito di chi li dirigeva … Ricordo inverosimili racconti di spartizioni di indennità di rischio che non correvano affatto, di vere proprie cacce al livello in più, all’integrazione di straordinari, esenzioni e aspettative, “malattie strategiche” che portavano a rimanere assenti “ad arte” pur essendo conteggiati in organico sul posto di lavoro.
“Dovete farvi furbi ! Non star qui sempre a lavorare e lavorare … Non mi faccio tanti problemi …” mi raccontava tempo fa una collega “esausta” e bramosa di andare al più presto in pensione … “Mi tolgono o non danno quel che mi aspetterebbe ? … Vogliono spremerci come limoni in cambio di poco o nulla ? … Allora quando devo lavarmi le tende del soggiorno di casa, cucinare per gli amici, ridipingere la barca, far le pulizie di primavera o la spesa “grossa” … Ah … io mando “malattia” … non ci penso sopra più di tanto … E chi c’è c’è  e s’arrangia … E oggi a me e domani a te … Oggi faccio così io e domani lo farà un altro … Che l’ospedale paghi e s’arrangi … E poi di fronte a un certificato medico chi può rimostrare qualcosa ? Che me ne importa ? Dobbiamo sempre subire noi ? …”
 
Che ribadire ? Sono anche questi gli Infermieri e non solo gli Italiani … In questo ogni nazionalità trova tratti comuni ed equipollenza.
Al di là di tutto questo, le notti da trascorrere in corsia sono sempre lunghe e buie, nascondono e racchiudono tante cose e segreti. Solo chi le vive o le ha vissute intensamente sa che cosa significano, qual è il loro vero “prezzo”… Non sa nulla chi conteggia i numeri a tavolino e non ha mai provato a lavorarle. Non lo può capire chi progetta solo “Qualità” teorica, e pilota risorse troppo distante da un reale letto occupato d’ospedale.
Nelle corsie d’ospedale e di alcune case di riposo spesso è sempre giorno, anche di notte, sebbene dovrebbe essere l’ora del riposo e del recupero fisiologico. Non è sempre così … In certe situazioni non esiste notte, è sempre e comunque giorno senza lancette e date del calendario da superare e strappare. Nella logica dello “star male” accade il contrario del normale vivere … Si nasce e si muore di notte … e di notte si scatenano tutte le remore mentali, i disequilibri psichici, i disagi ansiogeni che uno controlla meglio di giorno. Spesso si sbizzarriscono i dolori contenuti di giorno, si soffre la solitudine e si malsopporta i propri deficit e disautonomie. Di notte, poco visti e controllati, si tenta quel che non si dovrebbe, si prova a spostarsi e attivarsi, si cade, si vaneggia, si stringe i denti e si lotta con l’insonnia … Di notte è maggiormente plateale e insostenibile l’immenso vuoto a cui vanno incontro quelli che non hanno più giorni a disposizione … Sempre di notte si scatenano le frustrazioni, l’insofferenza d’essere diventati vecchi, soli e logori, la non accettazione di aver già troppo vissuto … e vissuto in quella maniera che poteva essere diversa. Accadono tante cose dentro al cuore delle ore piccole della notte … e l’Infermiere ne è come spettatore atipico …quasi controfigura, longa manus e coprotagonista. Di notte l’Infermiere ha un suo ruolo “speciale” più che mai … che non è solo la lunghissima lista delle mansioni e attività da compiere detratte e avanzate dagli intasamenti del giorno.
La notte è quella di Giorgio che scavalca le spondine del letto rincorrendo le sue fantasie e andando ad innaffiare (d’urine) il suo orto di casa, che coincide, fatalità, con lo studio della Caposala … La notte è quella di Piero che usciva scalzo di stanza, con la criniera bianca al vento, il pannolotto indosso e un lenzuolo annodato come mantello intorno al collo gridando“Batman Batman … Sono l’uomo pippistrello !” … La notte è quella vissuta da Vincenza che dopo averti fatto vuotare il carrello intero delle emergenze decide di morirti fra le braccia verso mattina … La notte di Ludovica che ti fa trovare il letto vuoto e ti costringe a cercarla in ansia ovunque.
“ Devo  scendere in cucina a metter su il minestrone e a stirar le “braghe” di mio marito che deve andare a lavorare …”
Quella di Antonella che crede ancora d’essere la Caposquadra della fabbrica di tessuti in cui lavorava. In piedi sul letto col catetere vescicale che faceva da elastico … urlava a squarciagola ordini di servizio e a destra e sinistra.
“Tu di qua ! … Tu di là … Tu: accorcia ! Tu: taglia meglio … e tu: Datti da fare imbecille ! … Non farmi venire fino a lì … altrimenti per te saranno guai … ”
 
Incontenibile, energumena, da doverci saltare addosso in quattro, con tutta la corsia sveglia in ascolto … O Faustina, cantante lirica in pensione, un quintale e trentacinque di donna pettoruta e tetraplegica inchiodata in un letto, che “ripassava” a voce alta alle due di notte i testi e gli spartiti (invisibili) perché domani aveva le prove dello spettacolo.
“Ci sarà pure un pulsante per spegnerla …” commentava il medico di Guardia incerto sul da farsi di fronte a quel mastodonte canterino e incontenibile.
“La metterei in stanza assieme a Eugenio abile batterista e fisarmonicista che per una vita intera ha tenuto concerti e spettacoli … Sa che abbinata ne verrebbe fuori !”aggiungevamo noi.
“E Carmelina ? Quella che per una notte intera non siamo riusciti a spegnerle il dolore terminale nonostante gli avessimo iniettato mezzo armadio farmaceutico … Lucidissima, verso mattina, ci ha salutati tutti e si è spenta quasi a comando, volontariamente, quasi in diretta programmata ?”
“Romeo … Te lo ricordi Romeo … quello che tutto grondante di sudore “vedeva” di trovarsi in cima al Monte Cucco, di fronte allo spettacolo delle valli e dei camosci … “Ah … che pace … che rilassamento … Che beltà …” e un attimo dopo gridava inviperito tirando giù la stanza e svegliando l’ospedale: “Presto ! Brucia tutto ! Portate cento ceste di pane a Napoli … I bambini stanno morendo di fame ! …”  E noi lì a correre ciabattando per la corsia fino alla sua stanza credendo in chissà che cosa … O quella volta che Cristina ha aperto la porta della stanza numero 308 dicendo: “Buonasera !” … e come risposta le è arrivata una padella carica di piscio addosso e in faccia ?  … E Albertino quello della 316 ? … Quello che entravi e stava sempre con la coperta fin sugli occhi, vedevi solo gli occhiali … “Tutto a posto Albertino ? Sì … Tutto in ordine, non mi serve niente. Buonanotte.” … e quando alzavi il lenzuolo c’era sempre sotto un vero disastro ? … Che notti !”
“E i Carabinieri accorsi nel reparto in fretta perché allertati da una paziente che veniva maltrattata e quasi uccisa dagli Infermieri ? … L’hanno trovata pacifica e ignara nel suo letto, tutta intenta ancora a “cincionare” sul suo grosso cellulare dai numeri grandi … “Ah … Non è vero … Non è accaduto niente … Sono tutti carini con me, davvero gentili … Volevo solo sentire qualcuno … Vedere che succedeva … Sa com’è … di notte ci si sente soli …”
 
Potrei continuare all’infinito a raccontare …
Mi piace moltissimo, e concludo, un termine che proprio ieri una collega Fisioterapista “attempata” come me ha pronunciato durante la nostra giornaliera interazione di team.
 
“Il nostro compito a volte sembra inutile. In certe situazioni sembra non ci possano essere obiettivi plausibili da perseguire … Sembra che per certi casi non ci sia più niente da fare … Ma una cosa c’è sempre: la possibilità di “accompagnare” quelli che sono affidati alle nostre professioni … Ci dovrebbe essere sempre come intento, ed è forse l’unica vera missione di fondo del nostro lavorare, anche quando sembriamo inutili e inefficaci …o quando siamo stressati e non valorizzati … Dovrebbe anche essere la nostra soddisfazione … forse l’unica rimasta …”
 
Ha ragione … Buonanotte allora colleghi Infermieri … e buon lavoro, anche se parlare oggi di “lavoro e professione” è sempre più difficile … ma speriamo non impossibile del tutto.

 

nov 18, 2014 - Senza categoria    No Comments

“SCRIVO … NON SCRIVO …LA DONNA DEL FORMAGGIO …”

marilena

Stavolta ci ho messo parecchio a decidermi. Scrivo o non scrivo ? Scrivo … meglio di no. Scrivo ? Alla fine mi sono deciso è l’ho fatto (tanto per cambiare). Non è sempre facile buttare i propri sentimenti “in pasto a tutti” sul web … ma sono scelte. E finchè mi sentirò di agire così … Magari potrà arrivare il momento di “chiudere bottega” e rifugiarmi in una mia silenziosa assenza … Chissà?

Esiste un genere di persone particolare fra le tante che s’incontrano giornalmente nella vita. Sapete meglio di me che una gran parte di loro sono volti fuggevoli che scivolano via lasciando nulla o quasi. La vita è così … Siamo fatti per questi contati effimeri senza storia, questi sfioramenti senza seguito, questi incontri che non sono in realtà tali. Con quanta gente viaggiamo in bus o in vaporetto ogni giorno, con quante persone intasiamo un mercato ? Eppure non ne resta niente … Sono solo momenti, attimi che accadono vivendo, persone giustapposte.
Di altre persone invece rimane qualcosa.
E non parlo degli amici, e ancora meno degli affetti di una vita, dei colleghi o di quelle persone che in qualche maniera lasciano tracce più o meno vistose nella nostra esistenza.
Mi riferisco ad altre … A tutte quelle persone “effimere e di contorno” che pur contattandoci appena e toccando marginalmente quel che siamo, eppure lasciano un segno donandoci “qualcosa”.
E’ capitato ancora a me, come certamente a tutti voi in altri contesti …
Ha iniziato diversi anni fa presentandosi nel reparto d’ospedale un mattino qualsiasi chiedendomi un bicchier d’acqua …
“So che non dovrei disturbarti … te lo leggo scritto addosso … Ma mi serve dell’acqua per assumere le mie pillole … Aspetta ! Dove sono ? Cavolo ! Le ho dimenticate di nuovo da basso …”
 
E’ stato così per anni … Quasi ogni giorno s’è ripetuta la scena.
Potevi sistemare le lancette dell’orologio quando appariva puntuale a metà mattina. Ci fosse sole, pioggia, neve, vento, caldo o freddo, estate o inverno … Appariva sempre.
“Per qualche giorno non ci vedremo … Andrò in ferie, di qua e di là … Ci rivedremo ancora …”
 
E infatti il mattino dopo era di nuovo lì, non andava da nessuna parte … Una di quelle che nessuno mai riesce a trattenere in casa. Non c’era raccomandazione e affetto di figlia che tenesse … Se le chiudevi la porta di casa, potevi essere certo che lei usciva dalla finestra. Una di quelle persone che amava aiutare e rendersi utili, e finivano spesso e più di una volta con l’essere assistite e aiutate. Quante volta arrivava con l’occhio pesto perché era caduta dal bus o inciampata per strada … E quante volte ci è comparsa davanti pimpante e canticchiando allegra … e poco dopo, invece, era traballante e “mezza spenta” … da soccorrere.
“Tutto bene ?”
“Benissimo !” e un secondo dopo era per terra con suo camice bianco spalancato … che non rispondeva quasi più.
“Eh … Adesso passa … Non è niente … Per carità ! Non cacciatemi in ospedale ! Non mettete in subbuglio il mondo …. Sono piena di magagne … ma tiro avanti … C’è sempre chi sta peggio di me …”
 
Ed era vero … Era fatta così … e non è l’unica. Fa parte di una schiera di persone indomite, umili e silenziose, ma generose e dal cuore grande … che molto spesso, se non quotidianamente, aggiustano le loro “rogne” con cure o terapie, e poco dopo indossano il camiciotto per andare a prestarsi gratuitamente come volontari e volontarie accanto al letto di chi non ha nessuno o sta molto peggio di loro.
Non amano che si parli di loro, si offendono di brutto se fai loro complimenti. Lo sentono come un dovere, una grande spinta incontrollabile dentro … E non sempre è la religione e la carità precostituita che li spinge … E’ solo quella voglia incontenibile di far qualcosa di buono.
“Perché è giusto così … e basta.”
 
A volte sono d’intralcio perché non hanno specifiche competenze, o s’inseriscono dentro scenari che possiedono protocolli e regole “del gioco” di cui loro non hanno visione. Altre volte ti portano il loro mondo confusionario e criticone, e ti vengono a far la “morale” mentre già di tuo annaspi per far meglio che si può …
“Lo so che certe cose andrebbero dette e fatte ad altri che stanno diversi “gradini” sopra di te … Ma incontro te … e mi sfogo dicendo quel che sento …”
 
E rimanevo lì a pseudoascoltarla, perchè non è che in ospedale hai sempre tempo e voglia per star lì a chiacchierare, discutere e spiegare … Sulla scena del lavoro “la legge”ultimamente è sempre e solo quella: “Fare! ”... presto e possibilmente bene. Ma questo poco importa …
Quello che va detto, invece, a merito di questa schiera invisibile di persone “trasparenti”, che oggi ci sono e domani no, che a volte non hanno neanche nome, appaiono e scompaiono spesso senza neanche ricevere un solo “grazie” … e ce la mettono tutta per supplire e integrare dove la Sanità e l’assistenza professionale e familiare “fa acqua” e non arriva … Quello che va detto, è che sono persone preziose … Per tanti motivi: per quella parola sincera e semplice in più che sanno dare, per quei gesti utili che interpretano quando nessuno “ha tempo” o lo può fare … Per quel tocco di umanità cordiale e serena che sanno regalare a chi ne possiede solo e ancora“poca”.
Non sono persone da monumento … Sono giusto l’opposto. Sono quelle che interpretano spontaneamente l’idea della Carità nascosta … Quelle che non si prendono meriti e non si autostrombazzano in giro.
A volte sono pesanti da gestire: “La carne è dura … la pasta è scotta … la verdura non è condita come si dovrebbe … Non c’è neanche un po’ di olio in questa casa ? … la maglietta è con le macchie … Ma l’avete lavata stamattina? … E quelle unghie ? … e quegli occhi incrostati … Quei familiari sgarbati quando darete loro “una sistemata” ? … Dovete avere più pazienza … non sono mica sacchi di patate quelli distesi a letto … E i bavaglini eh ? Li avete ancora dimenticati ? … Questa mi ha mangiato poco quest’oggi … Questa non ha più voglia … ma è da stimolare ed insistere … altrimenti mi deperirà sempre di più … Me la prenderò io in consegna … Questa non la mollo … Su Su ! … Dai Dai ! … Fasemose coraggio ! … Vi lascio la mia “Buona giornata”…”
 
Sarebbe lungo, anzi, lunghissimo raccontare tutto … E poi dicono che gli Angeli non esistono … Esistono eccome, anche se non hanno ali nè la ciambella luminosa sulla testa come siamo abituati a pensarli. Spesso ciabattano per i corridoi, claudicando nel loro grembiulone largo con la targhetta sbiadita e la foto di vent’anni prima … Oppure rientrano come il solito a brontolare a casa loro.
“Per carità ! Tenetevelo/la un po’ da voi … Che a casa non ci fa più vivere … Almeno farà qualcosa di buono … Perché da quando è andato/a in pensione non sa stare mai fermo/a  … Sembra le manchi sempre la terra sotto ai piedi …”
 
A tutti noi è capitato tante volte di ricevere regali durante la vita … di mille tipi e consistenza. Ricevere più di una volta un pezzo di formaggio è stato uno dei regali più originali che potessi ricevere in vita mia. E mi è accaduto proprio con lei … Un formaggio prezioso, non tanto per la bontà, il prezzo e il sapore … ma per il gesto e il pensiero.
“Per te … la tua famiglia e i tuoi figli …”
 
Era quasi Natale … Sapeste quanto l’ho lasciato fermo nel frigo senza il coraggio d’aprirlo … Perché solo al vederlo mi ricordava sempre lei e quel che era e faceva.
Per anni è stata un’abitudine, una costante, un “personaggio”stabile che ha incorniciato la nostra intensa routine lavorativa quotidiana … E sapete meglio di me che più di qualche volta in corsia non è che si stia a rigirarsi i pollici … Più di qualche volta c’è da correre … e che corse: ospedale è ospedale. E lei lì, messa in un angoletto e in disparte, silenziosa se c’era da tacere, con gli occhi spalancati, pronta a “cavarsi via” s’era d’intralcio, e rientrare appena fosse stato possibile per “fare la sua parte”… a confortare e dare una piccola ma grande mano.
E come appariva spariva … per poi ricomparire di nuovo … Talvolta inseguita o recuperata dalla figlia … che non ne poteva più di andarla a “raccattare” in giro e talvolta ridotta male.
“Non mi ascolta … E’ incontenibile … testarda … Fa quel che vuole … Non si arrende mai …”
 
Qualcuno ha detto che persone simili amano stare in ospedale non solo perché possono rendersi utili, ma perché si sentono a loro volta protette, “al sicuro”, sostenute … Può darsi che sia anche così … Ma credo anche che certe persone abbiano di più, abbiano qualcosa da dare, seppure con i limiti che possediamo tutti, e con la consapevolezza non sempre ottimale … Ma chi ce l’ha ?
“Oggi pomeriggio ho il tennis ! … e poi la partita a Bridge con le amiche …” mi diceva.
“Ma quale tennis ? Che stai in piedi per sbaglio …” pensavo … e poi sfacciatamente le dicevo.
“No. Gioco sul serio … Non faccio mica solo la spettatrice ! Che cosa credi ? Che sia una vecchia “fatta”, “rosta” e decrepita ?”
“Buona partita allora ! … E poi non giochi a carte troppo d’azzardo !” le replicavo.
“Di notte non dormo e perciò leggo di tutto … Passo spesso in libreria e sono aggiornatissima sulle novità che mi divoro appena posso … Ho la casa piena di libri … Fra poco diventerò un libro anch’io … E sebbene non bazzico in Internet perché non so smanacciarlo come si deve, ho fatto una scoperta … C’è anche uno che conosco che imbratta pagine … e non è poi così male …”
 
E mi sono ritrovato con una fans … Non ci crederete, ma ha comprato e letto tutti e tre i miei libri … e mi è venuta anche a fare i complimenti, i commenti e le critiche … “Quello non è un romanzo … è come una prosa …Hai un modo strano di scrivere, diverso dal solito … E si sente che ti piace Venezia …”
“Almeno c’è qualcuno che perde tempo sulle cose che scribacchio …” ho pensato e detto riconoscente.
Mi fermo qui …
Clinicamente era una libro di medicina ambulante … Aveva “di tutto” indosso … Eppure è stata lì sulla breccia finchè ha potuto. Fino a quegli ultimi giorni in cui mi veniva a confidare le sue paure … e la sua lucida consapevolezza su cosa stava andando incontro senza ritorno. Ne aveva viste e sentite, e imparate troppe …
Ultimamente, prima lei ha cercato me per risalutarci, ma una“normale urgenza” mi teneva attaccato accanto a un letto e non ci siamo potuti incontrare … Poi l’ho cercata io, ed è toccato a me di non incontrarla … Se n’era già partita per “L’oltre” … D’altronde aveva sempre fretta d’andare …
“Che ci sarà poi così tanto da aspettare ? … Che ci vuole ? Le cose si fanno o non si fanno … senza tanti discorsi e complicazione … E se devono essere fatte, più che far discorsi bisogna darsi da fare … E allora eccoci qua … Di nuovo sulla breccia … a provar ad essere utile … Chissà che quando toccherà a me ci sia qualcuno che abbia un po’ di tempo da perdere … E dopo, quando sarà, che mi buttino pure nella spazzatura … ” mi ripeteva quasi ogni giorno mentre ingurgitava il suo prezioso bicchiere d’acqua.
Non ci siamo rivisti più, è andata così … Qualche giorno fa chiedendo notizie di lei a un medico mentre si chiudeva la porta di un ascensore … mi ha risposto senza parole, solo con una smorfia omnicomprensiva e chiaramente esplicativa.
Infatti è accaduto … E come sempre succede … Adesso lei è“di là” e noi siamo rimasti ovviamente“di qua”.
Pioveva ieri mentre la ripensavo e lei era ovviamente assente. Pioveva come spesso accade quando ripenso a qualcuno che in qualche maniera mi è stato caro … e se n’è “andato e partito”. Anche il cielo a volte sa piangere con noi o al posto nostro se ci siamo dimenticati come si fa.
Vi sembrerà strano, ma sapevo poco o niente di lei. Non abbiamo mai parlato di lei, della sua vita, delle sue “cose” …. Chissà com’era fuori dell’ospedale, con i suoi familiari, le sue amiche … Proprio non lo saprei dire … C’era fra noi solo quel contatto quotidiano e basta … Prolungato negli anni … Lunghissimo …
Per me era solo quella: “Quella delle dieci del mattino … La 304/5 … come scherzavamo di lei con uno dei medici con cui lavoro …” Una specie di paziente aggiunta, estemporanea, di cui occuparsi di rimbalzo.
Potrei dire la solita frase ormai ricotta: “Mi mancherà…” ma la sento estremamente vuota e scontata … e poi lei farebbe una smorfia, e le darebbe fastidio.
“Il mondo è pieno d’ipocriti … Di scene e parole di circostanza … Brrrr … che schifo, che ripulsa …” mi ripeteva spesso.
Preferisco pensarla impegnata a chiacchierare e canticchiare con “San Pietro & Tutti i Santi” al “piano di sopra”, scontenta di certo per la misura troppo larga della “tonaca bianca o cottolone” che le avranno affibbiato … Oppure per la posizione in platea che le avranno assegnato da dove non si vede bene come lei vorrebbe. Sarà anche innervosita perché lì avrà poco da fare … e chiederà anche lì a qualche “cicci o nino” di passaggio se per caso qualcuno avrà bisogno di qualcosa da lei.
Ormai da diversi giorni mi resta più piena la bottiglia dell’acqua sul mio carrello quotidiano da lavoro … Qualcuno mi distrae di meno dal mio preciso “pastigliare orario” raccontandomi “di tutto e niente” … Una in meno passa per la corsia zuffolando allegramente e “senza pensieri” … anche se non era vero.
Scroscia la pioggia anche adesso … nel cuore delle ore più piccole della notte … mentre scrivo queste aride e forse banali e di certo inutili righe.
Ciao Marilena !
nov 15, 2014 - Senza categoria    No Comments

“TUTTO CHE GIRA … TUTTO CHE GIRA …”

Vladimir Sorin_Venezia

Acqua sotto, acqua sopra, acqua ovunque … Venezia è così, lo è sempre stata … e lo sarà. Il suo è un connubio bagnato irrescindibile con l’elemento acqueo, “trucco” basilare dell’esistenza dell’intero mondo.

Seppure con l’ombrellone appresso, sono tutto inzuppato fino alle ginocchia e mi ritrovo a zampettare nella penombra notturna veneziana fra pozzanghera e pozzanghera, mentre intorno tutto cola, scorre, gocciola e fluisce. Neanche un ombrellone da spiaggia mi salverebbe stamattina.
Invidio quell’uomo al piano rialzato (ben più di un metro sul livello della riva sopra al canale) che se ne sta in pantofole e col pigiama a righe felpato a intingere i biscotti nel suo tazzone fumante. Curvo sul “pezzo” alza ogni tanto gli occhi miopi e la testa in direzione del notiziario che scorre nella televisione posta in cima al frigorifero.
Non dovrei sbirciare passando quel che accade dentro alle finestre delle case … ma ho gli occhi … e poi non è che mi soffermo a curiosare. E che dovrei guardare ? Solo pozzanghere e muri scuri e dilavati ? Oppure indossare un paraocchi … Io cammino e basta, e vedo quel che vedo … Come i canali rigonfi d’acqua, specchio di riflessi cangianti che serpeggiano ballando col vento, e tempestati e picchiettati da milioni di gocce … che sembrano cantare quasi una canzone. Sembra proprio di camminare dentro a un quadro o a una poesia.
Venezia non si smentisce neanche nella sua quotidianità più banale … Sa sempre e comunque sorprendermi … anche se si presenta vestita di questo brodo umido che dura ormai da diversi giorni.
Immerso nel buio oltre la soglia, un silenzioso portiere d’albergo mi osserva passare col suo lumino rosso della sigaretta sulle labbra.
“Ma dove vai ?” sembra dirmi un gatto immobile accovacciato al riparo di un portico. Ha gli occhi infuocati e rossi accesi, è allo stesso tempo inquietante e solo un’ombra pelosa già passata e inghiottita da questa noiosa congiuntura di pioggia.
Quand’ero bambino vivevo da bambino, pensavo da bambino, mi comportavo da bambino … Seguivo i sicuri binari in cui la vita mi aveva posto. Tutto era sicuro, certo e predisposto già da altri, bastava solo lasciarsi condurre e andare dove venivi portato.
Diventato grande … è uguale !
Cambiano solo i binari che seguo, la tratta da percorrere, il tema e le stazioni … ma è sempre tutto lo stesso. Le cose che ripeto pedissequamente ogni giorno son sempre quelle, mi muovo pendolando avanti e indietro negli stessi ambienti e rincorrendo sempre lo stesso gioco delle lancette.
Anche la Luna in alto, adombrata di stracci di nubi è sempre la stessa. Sono quasi sempre le stesse le persone che incontro con cui finisco per spartire non solo le ore ma anche la vita intera. Sono sempre quelle le chiazze di luce soffusa che interrompono il buio della foresta scura di tetti e case di periferia addormentata che rivedo ogni mattina dall’alto.
Dopo il solito dormire a spizzico c’è sempre il solito bus, la solita strada, il solito caffè … Il solito respirare sempre uguale, lo stesso ticchettio e sbattacchiare noioso e ritmico del cuore … e per fortuna dentro di te è così.
Sembra l’ennesima pagina voltata di uno dei miei libri pesanti, la pagina fatta girare di un fumetto letto e riletto, di cui conosci già a memoria trama, disegni, protagonisti e finale.
Che sorpresa è il vivere !
A volte ti chiedi se sia vero … perché non lo è per niente. Soprattutto se tu vuoi che ogni mattina sia così … Perché spesso dipende da te sentirti e ritrovarti sempre e solo sullo stesso binario “triste e solitario” … In fondo penso che siamo noi ad accettare ogni frustrazione e paranoia … Così come toccherebbe sempre a noi svoltare il pensiero, e scoprire ancora che la vita … volendo … ti può ogni mattina offrire giusto il contrario di quello che ti ha offerto fino a ieri. Ma pensarlo è facile …
A fine giornata scopri di nuovo che in fondo hai ripetuto le stesse cose di ieri … seppure non proprio le stesse. Sei sempre tu, ma non la fotocopia di ieri … né quella di domani, ma è quasi quella, con qualche piccola variante … Dipende molto da te, insomma …
Venezia e la laguna stamattina si contorcevano nel loro letto di foglie secche, di acque mosse, e di pareti mangiate dalla salsedine … Le finestre del bus erano totalmente tempestate e tormentate dalle gocce della pioggia intensa, e trapassate dalla luce verde e rossa dei semafori …L’ometto che mi stava seduto accanto immerso nella luce azzurrognola del suo tablet acceso ha tossito tutto il viaggio. L’autobus di oggi era come la nostra Italia: lampeggiava a intermittenza la scritta anteriore, i campanelli per la discesa o non c’erano proprio o non funzionavano, non si aprivano due porte su tre perché inceppate, e il giovane autista si è profuso in cento scuse nei nostri confronti … Di fuori le automobili planavano, sciavano e scivolavano sopra le pozze d’acqua allontanandosi sfrigolando nella notte. Nel buio lampeggiavano in sequenza le solite insegne notturne: “Farmacia di turno”“Aperto” sulla porta di un albergo, “Panificio”“Bar” … e infine la “H” d’Ospedale … sono arrivato.
Immerso nella penombra e al riparo di un albero incrocio il portinaio notturno … Gli stanno ripulendo la guardiola … Il turno di notte è agli sgoccioli.
“Questo freddo mi paralizza … Non vedo l’ora di lasciare questo posto e tornare a pescare con i miei amici alle bocche del porto. Questa è la stagione buona: branzini, orate, spigole … I piccoletti appena nati se ne stanno buoni nelle zone tranquille e recondite della laguna, in 50 cm d’acqua poco profonda … I pesci più vecchi invece sono i più grandi e i più furbi: si nascondono negli anfratti e fra gli scogli … Noi prendiamo quelli di mezzo, quelli maturi che se ne tornano in mare aperto per svernare in acque più tiepide e aperte … E’ divertente … l’ho fatto fin da bambino quando mio padre mi portava con se.  E continuo ancora oggi dopo quasi quarant’anni … Non si guadagna granchè … E’ per il gusto di pescare, perché fra pagare benzina, un paio di pesci in freezer, un altro paio a mia sorella, altri due al nipote non resta nulla… al massimo un centinaio di euro ogni tanto per andar fuori delle spese …”
 
“Anch’io son figlio di pescatore Buranello …” e i discorsi si sono incrociati e amalgamati mangiando tempo al tempo …
Quanti caffè annacquati di macchinetta abbiamo ingurgitato ciascuno … Ogni mattina andiamo a caccia di quel liquido che sognamo saporito e buono pur sapendo che nove volte su dieci troveremo la solita “ciofeca” di consistenza opposta al nostro desiderio. Comunque non manchiamo a quell’appuntamento, forse perché è un altro modo d’indugiare prima d’inventarsi un altro giorno sulla scena del lavoro. Un caffettino è sinonimo di microcompagnia, di breve spazio per spartire l’orizzonte personale e assemblarlo con quello di qualcun altro… Sono le piccole cose che foraggiano la vita.  Ben venga allora il banale caffè insipido della macchinetta …
“L’Inter ha pareggiato ancora facendosi rimontare all’ultimo minuto … La Juve invece è un rullo compressore, non la sa fermare quasi nessuno …”
“Sta diventando noioso questo Calcio …Quasi quanto mio marito …”
 
Le solite quattro chiacchiere assonnate … E iniziamo le nostre solite giornate qualsiasi in ospedale … vedendo e incontrando ancora una volta quell’umanità imbrattata e col culo nudo di fuori, pochi istanti dopo che i colleghi l’hanno accudita e ricomposta. Le solite persone che respirano a fatica o a bocca spalancata, annegate dentro al sonno degli occhi chiusi … Quelle che chiamano e parlottano fra se e se … Quelle con la copertina rosa e a fiori portata da casa … per illudersi di prolungare qualcosa che già non esiste più … Quelle che si abbandonano finalmente a dormicchiare attaccate alla flebo dopo una notte trascorsa ad aspettare i primi chiarori dell’alba che appaiono sui bordi della finestra e della tapparella semiabbassata … Un’altra notte buia e incerta, dolorosa e fastidiosa come il destino che li aspetta è trascorsa … Ci si può finalmente rilassare al chiarore del giorno che è rassicurante e più frequentato di gente.
E’ questo uno dei volti del vivere che istintivamente siamo portati ad ignorare, e volutamente spesso accantoniamo. E’ comprensibile forse … perché è il contrario di quel che siamo, e inconsciamente vediamo noi stessi in quelle scene, quello che potremmo essere e diventare domani. E’ una realtà che ci spaura, e per questo, chi più e chi meno, la esorcizziamo accantonandola o ignorandola.
“Passata bene la domenica a casa ?”
“Passata e basta … purtroppo … Un solo giorno di riposo, vola via …”
“Sarà sempre meglio di noi qui fermi in ospedale …”
 
Punto e a capo … e questa è un’altra.
“Butta via quel carrettino con cui cammini … che sei ancora giovane !” le dice una grossa signora che goffamente e impacciata deambula con le stampelle stringendo i denti per il dolore, sudaticcia per la tensione e lo sforzo.
“Butta via ! Che ce la fai anche senza … Non ti vogliamo vedere e portare in giro col quel coso… mi ripetono a casa anche mio marito e la mia giovane figlia … Il problema è che se mi manca questo “carretto” vado “tombolando”, sono incerta e instabile nel camminare … ne ho e ne avrò sempre più bisogno. Io inizio a rassegnarmi e capire la mia malattia … ma gli altri e i miei non riescono a farlo ancora. Non sarà facile accettare di convivere con questa situazione … La malattia non guarda in faccia  a nessuno … anche se sono ancora giovane … Ma ce la devo fare io per prima … e gli altri capiranno con me …”
 
“Giusto … Se le vogliono davvero bene non dovranno fermarsi solo al fatto estetico ma preoccuparsi di quello che più le potrà dare un po’ di sicurezza.” … parole un po’ scontate da infermiere.
La malattia è sempre subdola … ostica da accettare per tutti. Si preferirebbe evaderla, ignorarla e tenerla lontana da casa e dai propri cari, che fosse solo affare di altri e degli ospedali. Ma nella realtà le cose non vanno così, e quando ti capita fra capo e collo o dentro alle mura domestiche bisogna farsene al più presto una ragione per essere davvero utili a quelli che indossano quel sudario obbligatorio.
“Se le cose van così … è meglio spararsi e farla finita … Non è più vita …”
 
Conclude una familiare che incontro sulle scale con un fascio di carte in mano.
“Senza lavoro … senza patente … senza la forza e l’energia … e soprattutto priva della lucidità e chiarezza di prima … Pensa ! Perfino senza il supporto della tua famiglia che ti comprenda e capisca. E’ difficile andare avanti così e non deprimersi sempre di più … Se tutti quelli che ti stanno stretti intorno ti dicono che non capisci più niente, che sei diventata quasi pazza, che vai solo e sempre incontro a pericoli e ti dimentichi di tutto … non è mica tanto facile … Per non procurarti e procurare danni ti tengono segregata fra quattro mura rendendoti incapace di far qualunque cosa … E’ una prigione ! Una miseria !
E la burocrazia ? Quella ti avvolge e ti sommerge in cambio di niente. Ti concede col bilancino stitico quello di cui avresti diritto e bisogno … Anzi, sono proprio le carte che spesso ti tagliano fuori per sempre dalla vita normale per la quale ti dichiarano inadatto … Oggi è prioritario contenere e tagliare le spese, non riconoscere le precarietà e i deficit del tuo stato fisico e mentale perchè avrebbe un costo e ti si dovrebbe fornire aiuto … Per cui non ti viene dato e riconosciuto niente … mentre fino a qualche tempo fa si donava a mani spalancate perfino ai fantasmi e a chi malato non era per davvero … Al massimo l’assicurazione ti rifila un obolo … Ma come si fa a vivere così ?
A volte perfino marito e figli diventano lontani, intuisci bene che stai diventando un peso, una catena, un limite al normale vivere degli altri … Non sei più tu, ma un impegno gravoso da subire soprattutto in prospettiva … Qualcosa di cui volentieri ti disferesti … se potessi … Anche il supporto psicologico è un inventarsi qualcosa che sta a metà fra te stesso e tutto il resto … Un equilibrio difficile e instabile che nella realtà pratica t’inguaia ancora di più con i familiari perché denuncia la loro inadeguatezza e la loro scarsa disponibilità … E quando accade questo si guasta e si tende qualcosa nei rapporti … Ti verrebbe da non dire più niente per non far crescere quella specie di progressiva lontananza e ritrovarti sempre più sola … Tutti continuano a dire che ti vedono bene e che sei migliorata tanto … Sei una specie di miracolata, una delle poche che si è ripresa così … Ma so anche d’essere una specie di bomba innescata che può esplodere in ogni istante … Una minaccia da cui guardarsi bene e circoscrivere con attenzione … A volte penso che sarebbe meglio essere rimasta inchiodata a un letto d’ospedale, inconsapevole di tutto quello che ti è accaduto o ti sta accadendo intorno … Non sarebbe vita, ma anche così non è che sia tanto diverso …”
 
Un fiume incontenibile, in piena … E l’infermiere ? Che vuoi che risponda ? Spesso è come un soldato che va alla guerra senza armi e corazza, un pennone senza una bandiera da sventolare … un pentolone bollente ma senza l’acqua che bolle dentro. Spesso siamo impotenti, e solo qualche volta siamo capaci di ascoltare e condividere la fatica di vivere così.
A questo punto direte, e forse a ragione: “Ma che tristezza che mettono certi discorsi che fai ! … Ci sarà pur qualcosa di allegro dentro agli ospedali !”
Tranquilli … Tranquilli … C’è … Eccome che c’è … A volte anche troppo. Gli ospedali non sono sempre e solo dei“mortuori” come spesso possono sembrare.
Illuminando con la torcia durante un turno di notte, qualche tempo fa, ho scovato un marito disteso per terra a dormire e russare sotto al letto della moglie. La donna aveva chiamato lamentandosi che nella stanza qualcuno russava troppo impedendole di riposare.
“Sembra il russare da sirena di piroscafo di mio marito …” ci diceva insonne.
Ed era lui effettivamente di sotto, rannicchiato beato: cappotto, guanti, berretto e scarpe … che provava a dar conforto e prestar affettuosa compagnia alla moglie … a modo suo.
E l’altra volta allora ? Quella che sempre di notte e durante il sonno un nostro paziente è uscito dalla sua stanza convintissimo d’andare ad innaffiare le piante del suo orto … Non riuscirò mai a descrivervi adeguatamente la faccia della Suora Caposala il mattino dopo quando è entrata nel suo studiolo “adeguatamente innaffiato di profumato liquido organico” fin in fondo ad ogni angolo e perfino dentro ad ogni cassetto …
Sono solo due esempi della lunghissima lista da cui potrei attingere … e raccontarvi ancora. Ma torno ad essere “serioso”… Rientro nel reparto e incappo in uno che esce “sparato” di stanza spingendo la sua carrozzella furibondo e arrossato in volto …
“Ci vorrebbe una pistola con questi qua che sono in camera con me …”
 
Tutti che hanno voglia di sparare quest’oggi … Per fortuna ci pensa una collega a svoltare i pensieri.
“Ho letto di un fantasma dell’isola di Poveglia in laguna a Venezia … Alcuni Americani hanno indagato, filmato e sostato nell’isola … Che ci sia davvero ?” mi chiede. “So che in un tuo libro hai scritto di quell’isola, ne avrai pur sentito parlare immagino …”
 
E’ serissima, a differenza di molte altre occasioni in cui nell’ambiente di lavoro sfioriamo in modo leggero e quasi divertito certi argomenti ostici per strappare un sorriso ai malati, o per riempire il tempo e le circostanze. Su certi temi c’è il rischio di fantasticare e arzigogolare mescolando paure antiche scappando dalla realtà. Esiste oggi tutto un grande calderone di pseudomisteri ed enigmi di difficile interpretazione … Talvolta si sfocia nel grottesco e nell’inventato del tutto, ma esiste tutta una variegatissima letteratura al riguardo che fa tendenza e provoca curiosità. Che ci sarà di vero ?
Stavolta, invece, la collega mi s’avvicina un po’ cupa, e mi racconta sottovoce.
“La stessa sera che è morto mio padre mi ha chiamata … Ne sono certa … Un’altra volta, mi è apparso in sogno un nipote mai visto, che manco sapevo esistesse … Era il figlio di un mio cugino che viveva lontanissimo e non vedevo da tantissimo tempo … Dopo un po’ di mesi mi ha chiamata informandomi d’aver avuto un figlio … Ma io lo sapevo già. Quel mio consanguineo era già venuto di persona a trovarmi e salutarmi nel sonno … ”
 
Visto che ero lì ad ascoltarla, si è lasciata andare facendo traboccare i pensieri.
“Mi hanno detto e insegnato, e sono convinta … che le Anime dei morti sono sempre presenti accanto a noi. Talvolta sono in pena, hanno bisogno in qualche modo di noi, di essere quietate, placate … E allora chiamano … si fanno sentire presenti …”
 
Provo a commentarle qualcosa …
“Queste sono sensazioni antichissime, presenti da millenni nel comune sentire degli umani … Il culto dei Morti è vecchio quanto gli uomini … Si è sempre andati a sedersi e banchettare accanto alle tombe, e portato lumini e fiori come a un vivente … Forse è la nostra mente che non accetta del tutto il peso e il trauma della scomparsa e del distacco dalle persone a cui abbiamo voluto bene e abbiamo perduto … per cui cerchiamo di supplire, di prolungare quel che eravamo … Credo lo facciamo più per noi stessi che per esaudire un reale bisogno dei Morti … che sono morti per sempre e senza ritorno, e non hanno più bisogno di niente e nessuno …”
 
“No. Nooo … Non è così.” continua la collega, “Le Anime sono per davvero in pena … Chiamano … Hanno bisogno di essere rassicurate, confortate e rappacificate da noi … C’invidiano la nostra presenza viva che non possiedono più. E’ come se avessero nostalgia di quel che siamo ancora noi … e chiamandoci un poco cercano di riappropriarsi di quel che hanno perduto … E noi … possiamo in qualche modo accontentarli … almeno facendo loro attenzione …”
 
“Ho sentito anch’io … che la stessa sera che è morta una suocera, inspiegabilmente la televisione di casa della figlia e dei nipoti si è accesa e spenta molte volte da sola senza che nessuno facesse nulla … Senza telecomando, senza toccare niente … Non c’è stato black-out, problemi di corrente elettrica, nulla … Non era mai successo prima, né si è mai ripetuto dopo … Solo quella sera, fatalità, coincidenza … Che significasse qualcosa ? Saperlo … Però è accaduto … Eccome che è accaduto …”
 
“Vedi  allora che è vero !” Ha aggiunto ancora la collega. “In sogno mio padre mi ha detto: “Ho tanto freddo, ho tanta paura … L’ho avvertito chiaramente …”
 
Che dire e aggiungere ? Che la voce di suo padre era forse un suo desiderio e la trasposizione delle sue paure ?  Lascio dubbioso cadere il discorso … Sembra per davvero un “al di là”impenetrabile e chiuso che chiama. Anche se mi sembra inverosimile … D’altra parte si è sempre cantato per secoli di un Ade pieno di ombre, di un grande luogo traslucido e pallido oltre i confini del solito reale vivibile … Qualcosa che “non c’è ma forse c’è” in cui finiscono da sempre per stare i morti e qualcos’altro … E’ un argomento ostico, quasi impossibile … Per un certo verso fascinoso, ma per altro sdrucciolevole e infido, in cui lasciarsi scivolare dentro si può finire nel calderone del credulone e del banale. Preferisco il silenzio rispettoso verso questo nostro non sapere …
Ma la collega non desiste …
“E Mejugoire allora ? … le Profezie ? Che cos’è tutto questo parlare dall’Oltre che non ci appartiene ? Che significa questo chiamare continuo ? Bisogna essere scettici o tendere l’orecchio come fanno migliaia di persone ? Che cosa c’è di buono in tutto questo ? ”
 
Non so che cosa risponderle … Anzi, non voglio proprio rispondere.
“E’ un argomento delicato … Può diventare un’altra forma curiosa e piacevole di gossip … Un gossip grigio-nero buono per spettegolare …”
 
La collega dimostra di non apprezzare la risposta … Rincara la dose, un po’ risentita.
“Qualcosa c’è di buono … Tutta questa convergenza di racconti, sensazioni e pensieri, di certo significa qualcosa. Ci deve essere qualcosa a cui porre attenzione … E’ che noi abbiamo paura di affrontarlo e ammetterlo … Ci sono migliaia di persone che hanno visto con i propri occhi e sentito con le proprie orecchie … S’incontrano veggenti, c’è una montagna di messaggi e segni a disposizione … Come si fa a rimanere indifferenti e asettici ? ”
 
“Io rimango perplesso e incerto … Ho la sensazione che intorno a certe cose si strombazzi e amplifichi troppo, che ci sia una ridondanza fantasiosa fatta apposta dai media a scopo commerciale … Mi sbaglierò, ma ho la sensazione personale che intorno a certe realtà sottili ci sia un gran circone, una fiera buona per guadagnarci qualcosa e accalappiare il più gran numero di persone possibile … ”
 
“E’ questione di buona fede … Ci sono tantissime persone che hanno ricevuto beneficio fisico e interiore … Talvolta vivendo certe esperienze si finisce per cambiare, vivere meglio e più serenamente … Io credo fermamente a certe cose …Un mio figlio piccino mi ha raccontato di recente che sempre in sogno una nonna mai conosciuta è venuta a salutarlo e gli ha fatto a lungo le coccole … “Non è la solita nonna … E’ un’altra che non ho mai visto ! … Mi ha detto che ci conosce, ed è la mamma del papà …” 
Che significa tutto questo ? In effetti il mio bimbo non ha mai conosciuto l’altra nonna che è morta da tempo. Non gliene ho mai parlato … E’ ancora piccolo, non capirebbe … Pensavo di farlo in seguito, da grande … E invece se n’è venuto fuori così … da solo … Può essere davvero solo suggestione e vagheggiamenti della mente di un bimbo che dorme ?”
 
Che fatica  questi discorsi !
A volte non afferriamo o perdiamo il senso di tante cose … Anche di quello che andiamo facendo, della nostra professione, del nostro vivere … Accade anche a me per primo. Prevale altro, e non sappiamo neanche noi che cosa fare e che cosa sia meglio e giusto o sbagliato.
Allora ci accontentiamo di faticare e basta … e di lasciarci portare dalla vita dove più ne ha voglia e capita. S’alternano e scorrono le persone e i fatti … In ospedale certi letti tornano ad essere vuoti e preparati per accogliere qualcun altro di nuovo … Le stanze illuminate e deserte rimangono linde e asettiche, senza nessuno dentro, in attesa che accada qualcosa … che si ricominci da capo …
“E’ tutto un giro … Tutto che gira … Tutto che gira … Come una giostra … E’ la ruota della vita …” amava dire un Direttore Sanitario di qualche anno fa.
 
“E noi siamo fra i tanti che contribuiscono in qualche modo a farla girare …”
 
Che ruoti allora questa giostra …

 

nov 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

“QUESTA E’ DIVERSA … MA CERTAMENTE INNOCUA.”

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Di certo già lo sapete, ma io lo so stavolta meglio di voi perché in “certe cose” ci sono stato immerso fin oltre il collo e molto di più. I vecchi Piovani o Parroci delle piccole Contrade e Parrocchie di Venezia fino a qualche decennio fa buoni ma burberi e saggi “pastori” sapevano tutto di tutti. Erano talmente ben informati sulle loro “pecorelle” che spesso sapevano le cose ancor prima che le ideassero e le mettessero in pratica.

Sui loro micidiali e aggiornatissimi schedari segnavano un bel puntino rosso accanto a quel nome o a quella famiglia che era Comunista o “mangiapreti” o atea sfegatata. Viceversa, mettevano un puntolino nero su chi aveva convinzioni e propendeva per linee politiche “più classiche e ordinate”.
Bianco era ovviamente il punto dei più fidati, di quelli “buoni di Chiesa” … così come c’era un tondino vuoto e trasparente messo accanto a tutti coloro che erano agnostici, diversi, separati, conviventi, d’altro credo, di “bassi costumi”, carcerati … o afflitti da qualcosa di “sospettabile” e meritevoli di poca stima.
Bastava andar di sotto, in fondo alla scheda interessata, e leggere attentamente le righe delle note che spiegavano dettagliatamente ogni arcano.
Con un altro semplice colpo d’occhio, nei tempi in cui lo schedario finiva in mano a Piovani meticolosi, curiosi o dalle orecchie lunghe dovute a un esercito d’informatori e informatrici sparsi in ogni angolo, calle, corte e campiello della Contrada-Parrocchia, il Piovano sapeva con certezza se si disponeva anche del telefono, se si possedeva il frigorifero, quale lavoro praticavi e per chi, quale titolo di studio avevi perseguito … e già che c’era, riusciva ad annotare se avevi casa in montagna o al mare, o anche una barca e magari l’automobile.
In quelle mitiche schede c’era tutto … se non di più. E c’era anche quello che non si può e non si deve dire, e quel che non c’era scritto e segnato lì il Parroco lo sapeva e ce l’aveva dentro, perché confessando e ascoltando sapeva i segreti e le intimità di tutti. In un certo senso quel “Sant’uomo Piovano”sapeva fare una “radiografia speciale” di tutta la sua gente che finiva con “sapere” e conoscere come le sue vuote (?) tasche o forse di più.
Perché vi racconto questo ?
Perché ogni tanto mi piace guardarmi intorno, e l’altro giorno non ho potuto fare a meno di notare uno degli attuali Preti-Frati-Parroci di questa Venezia rimasta senza Contrade e tagliata grossolanamente a grandi e poche fette, come sono l’esiguo numero delle poche megaparrocchie compattate, assemblate e rimaste.
L’ho visto “annaspare” diligentemente ma stranito in giro per le callette, le rive e i campielli di Venezia, cercando di visitare a domicilio i suoi Parrocchiani e Fedeli tanto illustri quanto sconosciuti.
Giunto ai piedi di un alto condominio col suo bel “cioccolattino”bianco ben in vista davanti al collo, ma privo dell’antica tonaca lunga e dai bottoni infiniti; s’è appressato a pigiare e suonare la ricca fila numerosa dei lucidi campanelli.
Un tempo era diverso … perché era facile vedere svolazzare e spuntare furtivo quell’abito dagli angoli più reconditi della zona, e poi vederlo riscomparire di nuovo sotto a uno strano cappello sghimbescio col fiocco nero sopra … l’occhio vispo e furbetto, e un sorriso gajardo dissimulato di sotto.
L’ho visto oggi diligente e con insistente pazienza suonarli tutti ad uno ad uno. Così come ha salito fino in cima tutte le rampe delle irte scale per poi, sostando ad ogni porta, ridiscenderle progressivamente tutte.
Nessuno però gli ha detto né l’ha aggiornato sul fatto che sei appartamenti su sedici sono vuoti e sfitti da anni. Non l’hanno messo al corrente che dietro a tutte quelle porte chiuse non c’è più nessuno. Non gli hanno riferito che su due di quelle abitazioni risiedono persone che ogni sera rientrano tardissimo per ripartire prestissimo il giorno dopo. Anche del fatto che a pianterreno i due appartamentini con ancora il cognome sulla porta sono adibiti da un pezzo a magazzino di birra e liquori non se n’è saputo niente in giro … e lui ne sa meno degli altri.
Non sa che al primo piano abita una famiglia di Cinesi che gestiscono un bar dall’altra parte di Venezia. E forse non s’è neanche accorto di quella tendina spostata furtivamente nell’appartamentino di fronte, da dove alcuni giovani studenti vedendolo in strada han finto di non esserci lasciandolo di fuori.
Alla fine gli hanno aperto in due: una delle ultime famiglie rimaste residenti a Venezia … che pensava fosse la zia a suonare la campanella … ma visto ch’era il Prete: “Che benedicesse pure … che male non faceva …”
L’altra era una di quelle fedelissime nonnine, una di quelle poche “Pie donne” rimaste a circolare in chiesa, e pronte a correre appena suona la prima campanella.
Che sia forse il caso e il tempo di cambiare modo reciproco di proporsi e presentarsi ? Che serva uno schedario nuovo … un database informatico aggiornato via Internet e in tempo reale ?
O forse è solo nostalgia di un ex a cui piaceva che si sapesse tutto di tutti ? … O forse meglio, che ciascuno si sentisse più conosciuto e “saputo” … e per questo forse più cercato e amato … pur senza saperlo.
Ma come sempre, queste sono forse solo opinioni un po’ ingenue, o quattro chiacchiere innocue abbandonate al mare immenso del web …
nov 9, 2014 - Senza categoria    No Comments

“QUALCHE ALTRA NOTA E CURIOSITA’ SU SANTA CROCE DELLA GIUDECCA.”

santa croce

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 57.

“QUALCHE ALTRA NOTA E CURIOSITA’ SU SANTA CROCE DELLA GIUDECCA.”
 
Come ben si sa, la maggior parte dei monasteri di Venezia era in qualche maniera gestita a distanza e protetta dalle più ricche e prestigiose famiglie nobili della città lagunare. Il motivo era semplice: ci mettevano dentro le proprie figlie non andate in mogli ad altre grandi famiglie della Serenissima. Primo fra tutti, il Monastero di San Zaccaria oltre ad ospitare spesso qualche figlia del Doge, manteneva fra le sue mura le monache dei clan nobiliari: Foscarini, Querini, Gradenigo e Morosini. Nel chiostro di Ognissanti nel Sestiere di Dorsoduro (l’ex Ospedale Giustinian), invece, aveva pieno controllo e protettorato economico il clan patrizio dei Barbarigo, così come alla Giudecca, nella fattispecie del Monastero Benedettino di Santa Croce la prevalenza nobile era quella delle figlie dei nobili Da Molin.
Il complesso di Santa Croce della Giudecca è vecchissimo: le sue prime notizie risalgono addirittura a prima dell’anno mille … e cento anni dopo era riconosciuto ormai come stabile Monastero di Benedettine e chiamato: Monasterium de Scopolo o dello Scoglio” perché sembra occupasse un’isoletta minore incastonata dentro alla Giudecca.
Fra 1303 e 1309, il Monastero congiuntamente alla chiesa apparivano sulla lista di coloro che dovevano pagare la tassa di“Diritto di Catedrattico” al vescovo di Castello Ramberto Polo, cosa che le monache facevano puntualmente ogni anno a maggio: nel giorno della Festa dell’ “L’invenzione della Santa Croce”.
Circa trent’anni dopo, il Senato della Serenissima concesse in usufrutto alla Badessa Giacomina Paoni del Monastero di Santa Croce una palude antistante con l’obbligo di bonificarla in 3 anni di 50 passi inglobando così l’isoletta con tutto il resto della Giudecca. In cambio le Monache dovevano omaggiare annualmente il Doge con un paio di guanti di camoscio … cosa che puntualmente le Monache esaudirono per secoli.
 
“…Concessione fatta dall’Officiali et Giudici al Magistrato del Piovego, Ser Marco Da Mula, Ser Marco Boxio et Ser Pietro Marcello al NH ser Canotto Loredan della contrà di Sant’Aponal o San Silvestro de passa 50 per lunghezza et altri passa 50 per larghezza di velma, posta tra il monasterio de Sancta Croxe alla Zuecca et il monasterio de San Zorzi Maggior, in esecution di dover palificar et atterrar detta velma nel termine d’anni tre et obbligatione di contribuire ogn’anno al Ser.mo Doxe un paro de guanti de camozza…”
In Atti di Pre’ Nicolo’ della chiesa de Sant’Agostin Nodaro Pubblico - 1330 luglio 20.
Ma già nell’agosto 1395 “… capitò sconquasso a Santa Croce della Giudecca …” come spesso sempre accadeva nei monasteri lagunari. Fu giudicato Antonio Vianaro entrato più volte nel monastero della Santa Croce avendo rapporti sessuali con Suor Ursia Tressa.
Per pareggiare le sorti, nel giugno 1426 a soli 17 anni, entrò Monaca alla Santa Croce Eufemia Giustiniani (futura Beata Eufemia) nipote del futuro San Lorenzo Giustiniani, che per l’occasione scrisse e le dedicò il suo famoso: “De Vita Monastica”. Qualche anno dopo, morta la vecchia Badessa Paola, il Giustiniani pensò bene per riordinare i costumi della vita delle monche, di eleggere la nipote nuova Badessa nonostante le contrarietà delle consorelle che s’appellarono subito e inutilmente direttamente al Papa di turno.
La scelta oculata del Giustiniani portò bene, perché le monache diventate esemplari furono inviate in giro per i monasteri a riformarli, iniziando da San Secondo in isola e da Sant’Angelo di Contorta, ma spingendosi in seguito fino a Cipro per fondare anche lì un nuovo monastero.
Dieci anni dopo, siccome l’economia del monastero un po’ languiva, le monache ottennero da Papa Eugenio IV di usufruire delle rendite del Monastero Benedettino di San Giorgio di Fossone appena fuori Chioggia, e in seguito quelle di Sant’Angelo di Contorta, del Convento caduto in rovina di San Domenico in Fuscolano, e della chiesa parrocchiale di Nono vicino a Padova … e già che c’erano … i Papi aggiunsero con speciali bolle apposite l’usufrutto dei beni di San Cipriano di Sarzàn, di Santa Felicita di Romano e di San Giorgio di Castelfranco.
Come altri hanno già spiegato molto bene, durante lo stesso secolo crebbe non poco l’importanza del monastero che s’arricchì di preziosissime Reliquie e Corpi di Santi pervenutigli direttamente da Costantinopoli e dall’Oriente … Anche alla Giudecca accadde un immenso “giro” di celebrazioni, indulgenze, devozioni … e bei guadagni che durarono per secoli.
Nel 1464 anno di peste a Venezia le monache del Santa Croce della Giudecca si prodigarono parecchio per confortare e accompagnare a morte serena gli appestati … E fu in quella circostanza che si verificò il famoso miracolo raccontato dalla leggenda.
Ovviamente fu Suor Eufemia Giustiniani la coprotagonista, e accadde che mentre la monaca stava seppellendo la quinta consorella deceduta per il morbo pestifero la raggiunse Suor Scolastica la portinaia, riferendole che s’era presentato alla porta e alle grate del parlatorio della clausura del monastero un certo Cavaliere per domandare una tazza d’acqua. Era San Sebastiano in persona vestito in velluto nero, Santo Protettore contro la peste, che venne a posta per lodare l’opera santa della Badessa e delle sue Monache. Già che c’era, il Santo assicurò che non sarebbe più morta di peste nessuna monaca, e come suo gesto di omaggio toccò il pozzo del Monastero infondendo alle acque una virtu’ miracolosa perenne.
Niente di che direte … Uno dei tanti miracoli dell’epoca… Mica tanto, perché la Storia racconta che a distanza di più di un secolo, nel 1576, la gente di Venezia e Veneta accorreva ancora a quel pozzo di San Sebastiano per bere l’acqua miracolosa che li poteva salvare dalla peste. Esisteva perfino uno stampato apposito che invitava a bere “l’acqua antipeste”recitando una particolare orazione a San Sebastiano delle Monache della Santa Croce.
Era l’anno della peste del Redentore… e a fine estate si sparse la voce che mentre tutti morivano alla Giudecca nel monastero non era morta neanche una monaca. Accadde tutto un inutile accorrere fin da Treviso, dalle campagne del Padovano, e perfino da Verona … ma chi doveva morire morì.
Le Monache del Santa Croce erano talmente assediate dall’afflusso della gente, che furono costrette a far scorrere l’acqua del pozzo attraverso una lunga grondaia facendola uscire fuori dal recinto del monastero … “potendo così vivere in santa pace …”
Nel marzo dell’anno dopo il Doge Alvise Mocenigo e il Patriarca Giovanni Trevisan andarono in processione proprio fino alla chiesa della Santa Croce della Giudecca per partecipare alla Messa Solenne del Voto e benedire e porre la prima pietra del futuro Tempio del Redentore.
Durante lo stesso 1500, le cento (!) Monache del Monastero della Santa Croce della Giudecca litigarono non poco con quelle di San Zaccaria per la proprietà e gestione di certi possedimenti di terra a Monselice, e contemporaneamente decisero di rifabbricare chiesa e monastero. Tutto fu fatto in soli sette anni, tanto che il Patriarca di Venezia Antonio Contarini andò a benedire e consacrare tutto nel 1508 consacrando per l’occasione altre venti nuove monache che offrirono ciascuna un ducato e due candelotti di pregio. Come dicevamo prima, alle spalle delle Monache c’erano i ricchi capitali dei nobili Veneziani, e in questo caso fu il Nobil Homo Francesco figlio di Pietro Pizzamano arricchitosi non poco con la gestione del Dazio del Vino a Venezia, che contribuì all’opera di rinnovo di tutto fornendo 5.000 ducati d’oro.
Per far sentire e mai mancare il suo potente appoggio, la Serenissima beneficò “le proprie figlie” a più riprese, e anche nel 1515 fornendo un quantitativo di 10 stara di frumento obbligando un banchiere Ebreo che aveva diffamato un medico Ebreo a procurarlo a proprie spese. Con la stessa puntualità, la Serenissima autorizzò l’intervento dei Fanti della sua Quarantia al Criminal che espulse dal monastero Zuan Andea Pizzamano nipote del nobile benefattore che procurò i restauri di chiesa e convento, perché voleva spadroneggiare troppo nelle cose delle Monache.
Due o tre anni dopo, le Monache del Santa Croce concessero in gestione il Convento di Sant’Angelo in Caotorta ai Carmelitani di Mantova che avevano messo residenza a Venezia, e ogni anno ottennevano in cambio come gesto simbolico il giorno della Solennità dell’Invenzione e dell’Esaltazione della Croce una candela di cera bianca del peso di due libbre.
Raccontano le cronache veneziane, che nel 1521: “… in questa terra è assai malattie, maxime in monasteri; a Santa Croce della Giudecca dove tutte le monache son ammalate … et fu per li caldi stati di quest’inverno…”
 
Le monache come tutti a Venezia potevano diventare fragili a causa del clima umido e speciale della laguna … ma per fortuna avevano quel pozzo.
 
Nel dicembre di tre anni dopo, Sjer Zorzi Pisani Dotor e Cavalier, Savio del Maggior Consiglio venne sepolto vestito d’oro nel Monastero della Santa Croce dove aveva fatto preparare le sue arche o tombe. Lasciò una veste d’oro al Monastero della Santa Croce e un’altra a quello di Sant’Angelo di Concordia … Il Monastero pagava ogni anno 8 ducati annui a un suo provetto organista, e pagava altri 115 ducati per offrire 15 pasti ai Sacerdoti Mansionari che celebravano per le Feste principali e la Settimana Santa … Non a caso quindi, il monastero venne tassato dallo Stato Serenissimo con 30 ducati e il suo Cappellano privato di altri 10 ducati … Ma era tutto un “Do ut des” fra Monache e Governo perché qualche anno dopo il Consiglio dei Quaranta regalò alle monache “ … una galea sottil da demolire per conzar la Fondamenta del Monastero che ruinava …”
Perfino la famosissima e antica Compagnia della Calza e degli Accesi ricamava lì alla Giudecca la sua calza nel maggio 1562, e faceva celebrare una Messa Solenne e Cantata presso le monache della Santa Croce che nel frattempo erano cresciute di numero diventando 150.
A fine secolo, nel 1595, Bozza Francesco figlio di Giacomo mercante veneto abitante in Contrada di San Gregorio giusto oltre il Canale della Giudecca, fu pugnalato a morte da Zorzi De Masi scrivano di nave per una questione di alcuni sacchi di carrube caricate a Cipro e vendute in Istria.  Dopo la sua morte, la moglie usufruttuaria di cospicue rendite e magazzini in Venezia regalò alle Monache della Santa Croce una preziosissima Reliquia di Santa Marina … ma allo stesso tempo, il Patriarca Priuli che visitò il monastero condannò la passione smodata di alcune monache che stavano sempre a specchiare la propria immagine su certi specchi e vetri di lusso mancando di presenziare alle prediche. Ordinò perciò che fosse aperto nel Coro delle Monache una finestrella attraverso la quale il predicatore potesse contare le monache presenti.
Ma le Monache, figlie soprattutto dei Nobili Dal Molin, erano furbe … perciò si muovevano nel Coro dentro all’oscurità per cui dalla finestrella non si capiva niente.
La cosa non piacque al Patriarca, ma ancor meno piacque alla Serenissima:
“…non piace il governo temporale del monastero che è nelle mani di alcune scrivane, che sono in effetto già molti anni cioè le Molline, le quali senza consenso del Capitolo hanno affittato alcune case a suoi parenti per buon mercato ne si sa quello che pagano…”
All’inizio del 1600, Zuane di Mascheroni mercante analfabeta di vini, lasciò per testamento alle 130 Monache del Santa Croce della Giudecca, forse sue clienti, e alle Ospiti delle Convertite vicino a Sant’Eufemia, ben 12 barili di vino ciascuna precisando che la donazione era: “… per l’anima sua, et in remission de suoi peccati, dichiarando che a questi monasterii ghe sia datto buon vin…”
Il 18 agosto 1605 Viena Bianchi nominò proprie esecutrici testamentarie le monache di Santa Croce e Santa Giustina con i Procuratori di ciascun convento. Scriveva: “…Voglio esser sepulta dentro del monastero delle ditte Reverende Monache della Croce di Venezia vestita del suo habito et accompagnata dalle Monache Converse … alle quali Monache voglio siano datto ducati 5 per l’habito soperlirmi…”
Alla fine della sua Visita il Patriarca Vendramin nel 1611 commentò: “… le giovani monache del Santa Croce sono troppo gagliarde di cervello et poco obbedienti alla Badessa…”, mentre qualche anno dopo la Badessa Suor Lucrezia Morosini supplicò di rimuovere  il Confessore delle Monache perché era: “… vecchio malsano e pelagroso, et malamente può soddisfare al debito suo…” Richiedeva che al suo posto fosse nominato un certo Prete Zorzi Polacco energico riformatore, e che fosse permesso a un Frate Francescano di visitare e offrire guida spirituale a una certa Suor Dionora che rifiutava di ricevere i Sacramenti cercando di suicidarsi.
Nel 1660 la rendita annuale dei beni immobili del monastero della Santa Croce della Giudecca, dove vivevano 110 Monache, assommava a 2.573 ducati sui quali pagava una tassa alla Serenissima di 9 lire, 19 soldi e 2 denari.
Nel 1700 le Monache erano ancora 130, e la rendita annuale dai beni immobili posseduti in Venezia era di 1.542 ducati sui quali pagava soldi 3 e denari 6 di tassa.
Il Monastero della Croce della Giudecca restaurato con la chiesa spendendo la somma di 425 ducati, era autorizzato dalla Serenissima a vendere medicinali e riceveva dal Governo gratuitamente la fornitura di un “burcio” d’acqua da bere … E il pozzo ? Che fine aveva fatto ?
Le Monache fornirono la loro chiesa di un organo nuovo a 60 registri … e il Principe Elettore di poi Re di Polonia in visita a Venezia prese lezioni di caccia in valle da Gian Battista Minozzi sacrestano delle Monache di Santa Croce della Giudecca.
Ancora nell’aprile del 1782 il murer Michieletti Antonio rilasciò una scrittura di ricevuta per una demolizione fatta dentro al Monastero della Santa Croce alla Giudecca per una spesa di lire 482, mentre il murer Mazzon Giuseppe ne rilasciò un’altra per il pagamento di una demolizione costata lire 1.074.
All’inizio del 1800 Papa Pio VII visitò diverse volte il Monastero ricevendo in dono dalle Monache un Messale coperto d’argento, un libro che raccontava la vita di Sant’Eufemia, una stola ricamata in oro, e un “Rocchetto” finissimo da indossare cucito con asola d’oro e guarnito a merletto … 
 
“Durante la Quaresima al Santa Croce della Giudecca si predicava quotidianamente il Quaresimale come in altre 37 chiese  di venezia … e il 3 maggio di ogni anno, Festa della Santa Croce si celebravano riti molto solenni con esposizione di tutte le preziosissime reliquie…”
“Poi fu la fine di tutto … e ogni cosa andò storta e a remengo …” scrisse in una sua lettera Suor Paola una delle ultime Monache residenti nel Santa Croce.
Nel luglio 1806 il Monastero della Croce della Giudecca venne soppresso e le 35 Monache Benedettine rimaste furono concentrate assieme a quelle di San Zaccaria. Lo Speziale Giampaolo Baldissera rivendicò presso il Magistrato un credito dalle Monache, ma “… Vista la condizione economica miserevole delle Monache, … s’invita lo Speziere creditore a soprassedere o a rivolgersi direttamente al Direttore del Pubblico Demanio che ha preso tutto e ogni risorsa in carico …”
Infatti, il Perito Demaniale Pietro Edwards aveva elencato e requisito dal Monastero e Chiesa della Croce alla Giudecca a nome del Governo: 226 quadri, 51 sculture di cui 16 lignee e 8 teste di cherubini. Le numerose e preziose Reliquie vennero portate provvisoriamente a Palazzo Pisani Moretta, e si misero all’asta in diversi lotti 20 parapetti d’altare ceduti per lire 364 a Nicola Brazzoduro; un baldacchino ricamato in oro ceduto ad un Frate Fontanotto per lire 54, vari arredi venduti per lire 312 a un certo Prete Antonio Pappini fra cui si elencavano: “Careghe di noghera, un organo, Christi in avorio e molto altro …”
Infine, come sapete bene, chiesa e monastero divennero sede carceraria e dell’Archivio di Stato … e in piccola parte magazzino per le carriole della spazzatura dell’AMAV.
 
“Sic transit gloria mundi !” concluse in fondo alla sua lettera sconsolata e malinconica la stessa Suor Paola rimasta senza il suo Monastero della Croce … Poco dopo fu anche cacciata da Monaca e costretta a dismettere l’abito, “… e relegata “liberamente” e di nuovo a lavorare i campi ed allevare galline presso i suoi parenti di campagna…”

 

 

nov 8, 2014 - Senza categoria    No Comments

08 novembre 2014

materia

“Esperti in materia continuano a raccontarci che la misteriosa materia oscura costituisce ben il 27% di tutto quanto esiste nell’universo che proprio “nostro” quindi non è, visto quanto è sfuggente, alternativo e pieno di sorprese. Ci dicono ancora che interagendo e collidendo con altre particelle contribuisca anche a produrre una notevole percentuale dell’antimateria che solitamente esplode di pirotecnica energia incontrando la nostra solita materia da noi ben visibile, conosciuta e apprezzata.
Gli Ammassi di Galassie, e ciascuna Stella poi, ruotano troppo veloci rispetto a quanto ci aspetteremmo intorno al loro centro galattico e gravitazionale confermando che esiste effettivamente una massa per noi tanto latente quanto ignota e invisibile … E’ appunto oscura, ma c’è eccome, e produce quel suo effetto per noi inspiegabile.
Detto questo … quanto piccola è la nostra capacità di percepire realmente quanto ci circonda ? Qualcun altro ha aggiunto che le dimensioni esistenti sono ben quattordici o forse sedici … Qualcuna in più dell’alto, basso, profondo, prima e dopo con cui siamo abituati a considerare tutto esistendo.
C’è qualcosa di tanto grande che ci sfugge … forse troppo grande per noi, come fossimo principianti intenti a superare faticosamente il primo e più semplice livello di un gioco fatto di tanti step superiori … forse troppi per dei piccoletti come noi.
Ma esiste qualcuno a cui sia dato di proseguire in questo acuto gioco andando oltre ? … e questo gioco cosmico chi se l’è inventato e programmato ? … Qualcuno potrà suggerirmi prontamente: “Dio ! …il grande Ideatore di Tutto” … ma sento che sarebbe una risposta troppo facile, quasi semplicistica, un “salvarsi in angolo” e “giocar di sponda”, non proporzionale alle splendida complessità in cui viviamo immersi … E allora ? … Struggiamoci ignoranti e fragili in questo dilemma cosmico come hanno fatto miliardi di donne e uomini prima di noi …”

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