lug 28, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“UN ALCHIMISTA STRAMPALATO A VENEZIA NEL 1590.”

UN ALCHIMISTA STRAMPALATO A VENEZIA NEL 1590

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n°110
 
UN ALCHIMISTA STRAMPALATO A VENEZIA NEL 1590.
 
Il nome del personaggio probabilmente vi dirà ben poco come è successo anche a me, ma è stato protagonista di vicende curiose nella Venezia Serenissima di fine 1500. Si chiamava precisamente: Mamugna ossia Marco Bragadin.
A Venezia per coincidenza storica, come altrove, in quel tempo c’era una grande fame di cercare e scoprire ogni tipo di“Verità”, perciò il Mamugna ebbe buon gioco e riuscì con estrema facilità a infilarsi fra le file della Nobiltà Veneziana che contava realizzando i suoi disegni.
Marco Bragadin era nato probabilmente a Cipro circa nel 1545 da Antonio Mamugna o Mamugnà, ma nel 1570 fuggì con la famiglia come molti altri Cristiani dall’isola conquistata dagli Ottomani rifugiandosi a Venezia. Qui in Laguna ebbe la bella pensata di fingersi e impersonare il fatto d’essere figlio illegittimo del famoso Nobile e Funzionario militare Marco Antonio Bragadin ucciso dai Turchi durante l’assedio di Famagosta.
A Venezia dove raccontò d’aver incontrato Hieronymus Scoto(famoso prestigiatore e chiromante di quegli anni)e di aver appreso da lui i segreti dell’Alchimia e i trucchi per produrre l’oro, si definiva: Veneziano Alchimista.
Nel 1574 secondo le Cronache scappò “dall’inclita città di Vinegia” con del denaro preso a prestito che non restituì mai, e riapparve a Firenze abusando dell’ospitalità dei Malespini, dove divenne amico di Bianca Capello futura moglie del Granduca Francesco. Si dice che in quegli anni il Mamugna arrivò a spendere a Firenze l’elevata cifra di 40.000 Scudi.
A Bianca Cappello promise di guarirla dalla sterilità tramite la “Pietra Filosofale” che si riteneva capace di risanare ogni tipo di corruzione della Materia.
Secondo la tradizione Alchemica, infatti, la Pietra Filosofale Rossa possedeva il potere di trasformare i vili metalli in Oro solo toccandoli, mentre la Pietra Filosofale Bianca riusciva a trasformare i vili metalli in autentico Argento. Alcuni spiegavano che il nuovo elemento prodotto non doveva per forza essere solido, ma poteva anche essere polvere rossa molto densa o materiale giallastro simile all’Ambra. Oltre a questo, si era anche certi che la Pietra Filosofale possedeva diverse proprietà straordinarie: era “Elisir di Lunga Vita” che donava immortalità; era efficace rimedio universale per qualsiasi malattia; rendeva “Onniscienti” ossia capaci di conoscere con precisione il passato, il futuro, e perfino di discernere il Bene e il Male.
Bianca Capello lo raccomandò al Cardinal Giulio Antonio Santori, che a sua volta parlò di lui al Papa Gregorio XIII che lo volle conoscere. Lo pseudo Bragadin-Mamugna quindi non perse l’occasione e si trasferì subito a Roma soprattutto per evitare i creditori Fiorentini.
A Roma Mamugna divenne per opportunità Frate Cappuccinoricevendo gli Ordini Minori e anche uno degli Ordini Superiori ossia il Suddiaconato, e visse nella Città Eterna per diversi anni ottenendo molti finanziamenti da diversi potenti Ecclesiastici creduloni (Papa Sisto V compreso orgogliosissimo del suo tesoro accumulato a Castel Sant’Angelo).
Nel 1588 però, abbandonò la vita da Frate senza permesso e iniziò a vagabondare per l’Europa: viaggiò fino a Ginevra, inInghilterra, nelle Fiandre e in Francia dove si spacciò per fratello della Sultana Cecilia Baffo riuscendo ad imbrogliare molta gente. Qualche anno dopo provò a rientrare in Italia, ma qui incappò nelle maglie strette delle investigazioni dellaSanta Inquisizione che lo stava braccando con l’imputazione di “Monaco rinnegato”. 
 
S’era stabilito anonimamente a Lovere sul Lago d’Iseo, ma in una notte del luglio 1589 la sua casa venne circondata e assaltata dai soldati del Bargello di Bergamo inviati dall’ Inquisizione per arrestarlo. Mamunia era furbo, non affatto sprovveduto, nè privo d’iniziativa, perciò saltò giù da una finestra e riuscì a fuggire dal paese andandosi a rifugiare prima a Torbiato e poi a Brescia dove spese moltissimo per vivere in sicurezza protetto da diverse persone.
Anche a Brescia Mamunia seguì un tenore di vita splendido spendendo e scialacquando alla grande, e attirando l’attenzione di molti per il fatto che diceva di possedere il segreto “per cavare l’Anima dell’oro” dal Mercurio … e di saperlo moltiplicare traendone una fine polvere d’Oro potabile perfetto che era anche medica”.
 
Definiva la sua “Arte” come: “Grazia particolare piovutagli dal Cielo”, e ogni tanto dava dimostrazioni delle sue capacità offrendo a piccole cerchie fidate la possibilità di controllarla. Si diceva in giro che cuoceva in un tegame e in un apposito fornello del Mercurio aggiungendovi una sua polvere priva di valore simile alla cera, e che alla fine presentava un impasto che lasciava analizzare dai presenti.
Nel frattempo Mamunia cercava di sfuggire all’Inquisizione affidandosi a conoscenze e amicizie influenti come il condottiero Alfonso Piccolomini e il Duca di Mantova Vincenzo I° Gonzaga che gli offrì 25.000 Scudi e andò a trovarlo affidandogli una grande quantità d’Oro per moltiplicarla.
Fra i suoi estimatori c’era anche Giacomo Alvise Cornaro da Padova, nipote di Alvise Cornaro, e il Generale Veneziano Marcantonio Martinengo Conte di Villachiara che informarono la Serenissima circa le doti di quel personaggio:“Alchimista un po’ speciale”.
Incuriositi e attratti da quelle doti particolari nonché utili, alcuni Nobili di Venezia come Nicolò Dolfin e Giacomo Contariniappoggiarono subito Mamunia inducendo la Serenissima a invitarlo in Laguna. Il 30 ottobre, infatti, il Consiglio dei Dieci mise a disposizione dell’Alchimista uno speciale salvacondotto, e il 20 novembre seguente Mamunia partì da Brescia sotto scorta militare entrando a Venezia il 26 dello stesso mese.
A Venezia Mamunia poteva considerarsi finalmente al sicuro dalle mire dell’Inquisizione.
Nella città lagunare il Governo della Repubblica gli mise a disposizione il palazzo Dandolo affacciato sul Canale della Giudecca, e gli permise di vivere lussuosamente circondato da numerosi estimatori e da una folla di servitori. Gli amici raccontavano che a casa di Mamunia: “… si potevano notare molti oggetti d’Argento e Oro, sacchetti di monete pregiate, e alquante lastre d’oro alte un grosso ditto et assai longhe”.
Un successone insomma ! … tanto che Giovanni Bonifacioraccontava e scriveva ai suoi familiari“Molti Homini Honorati lo seguivano corteggiandolo et quasi adorandolo con la speranza che pagasse i loro debiti, e chiamandolo: Illustrissimo”.
La fama di Mamunia crebbe a Venezia e si diffuse anche oltre, tanto che perfino a Costantinopoli seguivano le sue vicende con attenzione.
Giungendo a Venezia Mamunia aveva promesso di lavorare:“… per il bene del Doge suo Principe Naturale, e della sua Serenissima Repubblica volendo tentare d’arricchirla in misura mai vista”, e per provare la sua veridicità depositò in Zecca la sua polvere misteriosa e un documento con la ricetta segreta per ottenere l’Oro.
Piccolo e tarchiato, di pelle scura, occhi neri e capelli corvini, Mamunia portava baffi e pizzetto e sapeva suggestionare ampiamente coloro che lo avvicinavano.
Venezia era ricca, ma c’era sempre un ingente debito pubblico gravato da 700.000 ducati d’interesse annui da sanare dovuto alle continue campagne e necessità di guerra … Inoltre i Veneziani erano persone di solito pratiche e concrete, perciò non andarono molto per le lunghe con la faccenda di Mamunia: fecero analizzare per ben due volte il suo operato dagliUfficiali della Zecca di Venezia che dovettero riconoscere la prima volta che il metallo prodotto da Mamunia era una lega di un quarto d’Argento e tre quarti d’Oro, e la seconda volta che si trattava, invece, di composto di un terzo d’Argento e Rame con due terzi di autentico Oro.
Raccontano le Cronache Veneziane del tempo: “… (Mamunia)presentò in Consiglio di Dieci una scrittura et un’ampolla di certa polve con la quale diceva poter far cinque migliona d’oro alla Signoria et che però fusse posta in deposito in Cecca; subito fu essaudito, et fatta l’esperienza d’un granello di essa polve si vide riuscir in una verga d’oro di 25 o 30 scudi, onde fu posto in uno scrigno ferrato, con molte cirimonie, concedendogli anco a lui una chiave, onde pochi furono che non gli prestassero compita  credenza…”
Il Senato della Serenissima allora decise di non perdere ulteriore tempo, e in dicembre dello stesso anno sollecitò Mamunia a iniziare la sua produzione trasformativa in grande stile. Mamunia cercò di guadagnare tempo, e confermò le sue doti anche durante una dimostrazione a Palazzo Ducale eseguita la sera del 6 gennaio 1590 alla presenza di molti Nobili e dello stesso Doge Pasquale Cicogna. Il Governo della Repubblica allora lo spinse ad iniziare immediatamente il suo lavoro miracoloso … ma l’Oro Nuovo non arrivò mai, anzi i Veneziani si accorsero che l’Alchimista intascava l’Oro senza dare nulla in cambio.
Nicolò Contarini scrisse circa il Mamugna: “Privo di reputazione e danari, convenne pensar alla partita, non avendo pur un soldo cavato dagl’abitanti di Venezia, non così facili, nel dar il loro, come gl’altri; ma, per lasciar qualche openione di lui, mandò al Senato un vaso di vetro con polve granita, chiamata “di proiezzione” o “de’ filosofi”, nella qual affermava contenersi l’Anima vivificativa dell’oro, con la qual se ne poteva produrre immensa quantità. Il dono molti volevano che, come indegno d’esser accettato dalla gravità del Senato, fusse gettato in mare; ma pur, restando certe reliquie de’creduli … li quali ancora constantemente asserivano quella polve esser quel vero mercurio nel quale tanto lungamente s’erano affaticati li professori di simil studio, non si puoté far di meno, poiché niente ciò montava, di non riponerlo, ma come cosa negletta, in una cassa in Zecca. Dove, doppo dieci anni, rimaneva in assoluta oblivione, quando comparve in Collegio il segretario di Francia et, in nome del suo re, ricercò che di questa gli fusse data certa porzione per farne esperienza: il che fugli subitamente concesso, non essendo né la parte né il tutto in minimo conto stimato; né, doppo, quello che se ne facesse quel re mai ne fu detto, né meno procurato sapere …”
 
In giro per Venezia s’iniziò a canzonarlo ironicamente: a Carnevale i giovani Nobili lo schernivano con alambicchi, soffietti e arnesi da Gabinetto Alchemico gridandogli di trasformare un soldo per tre lire, e poi come accadeva di solito si passò dalle parole alle minacce da parte dei suoi creditori.
Il popolino invidioso e irriverente di Venezia lo detestava.Francesco Molin o Molino o Dal Molin nel suo“Compendio” scriveva: “… D’una cosa che osservai stupì, ch’il popolo minuto l’andava maledicendo, et li fanciulli gridavano che meritava mille forche et che sarebbe stato impicato con mille schernevoli canzoni, non lo vedendo volentieri con tutta la fama del suo oro.”
Il popolare e stimato Frate Paolo Sarpi col suo entourage erano scetticissimi nei riguardi di Mamunia-Bragadin: Micanzio, infatti, scrisse nel suo: “Vita del Padre Paolo” pubblicato a Leida nel 1646: “…Per tre anni s’immerse tutto nelle speculazioni delle cose naturali. E per perfezzionare la cognizione appresa, anco passò ad operare di sua mano nelle trasmutazioni de’ metalli, nelle distillazioni di tutte le sorti … Stette più mesi in Venezia, dopo peregrinata l’Italia e delusi tanti Prelati e Principi, quell’insigne impostore sopranominato Mamugna, creduto far oro, che fece benissimo intendere il senso di Diogene, quando disse che non segregava dal volgo n’anco i re. Perché nella credenza o comedia non solo entrò il volgo con tal eccesso, che chiamava miscredenti quelli che negavano che colui facesse oro, ma cardinali, prencipi, il papa stesso Sisto V, sí gran prencipe e di tanto sapere et esperienza, che se l’impostura non si scopriva, aveva dati indizii di muover controversia a Venezia, ove era costui, per punto d’immunità o giurisdizzione ecclesiastica … Il Padre (Paolo Sarpi) sempre si burlò, et ad amici grandi, che volevano condurlo a fargli veder la prova, sempre rispose che l’avrebbono poi stimato pazzo, non che leggiero…”
Alla fine, siccome si dimostrò che Mamunia non era in grado di“creare” le quantità di moneta che gli chiedeva la Repubblica, s’iniziò a formulare l’ipotesi di riconoscerlo come truffatore.
Mamunia alias Marco Bragadin fuggì allora in gran segreto da Venezia, e alla fine di marzo 1590 andò a nascondersi prima nella Villa dei Nobili Cornaro a Codevigo, e poi in un loro palazzo a Padova.
La Serenissima riconoscendosi gabbata e aggirata, stranamente non fece nulla per impedire la fuga del Mamunia … forse si vergognava della figuraccia che stava facendo sul palcoscenico politico mondiale di quegli anni.
In agosto Mamunia accompagnato solo da due servi lasciò anche Padova fingendo di uscire per una normale cavalcata, e passando per Bassano e poi per Innsbruck raggiunseLandshut in Baviera dove si presentò a palazzo del suo nuovo estimatore: il Duca Guglielmo V di Wittelsbach detto il Pio, Duca di Baviera dal 1579 al 1597 che da tempo seguiva le sue gesta informato dal suo agente veneziano Alessandro Crispo.
Dovete sapere che il Duca Guglielmo V era figlio del Duca Alberto V e di Anna d’Austria, abitava come Principe Ereditario nell’antico Castello di Trausnitz a Landshut, ed era sposato fin dal 1568 con Renata di Lorena, figlia diFrancesco I di Lorena da cui ebbe ben 7 figli e 3 figlie.
Guglielmo V fu abile nella politica di governo, e amava circondarsi di personaggi esperti e competenti: come, ad esempio, il giurista italiano Andrea Fachinei da Forlì. Assicurò fin dal 1583 l’Arcivescovado di Colonia al fratello Ernesto, dignità che rimase di famiglia per i successivi due secoli, mentre i figli Filippo Guglielmo e Ferdinando divennero rispettivamente Vescovo di Ratisbona e Cardinale, e Arcivescovo di Colonia.
Avendo ricevuto un’educazione presso i Gesuiti della Compagnia di Gesù ai quali era legatissimo, Duca Guglielmo venne soprannome “il Pio” proprio perché ritenuto fervente Cattolico: partecipava anche più volte al giorno alla Messa, pregava di continuo, si dedicava alla contemplazione, alla lettura devozionale, e partecipava sovente a pubbliche funzioni religiose, processioni e pellegrinaggi. Assiduo sostenitore della Controriforma, si schierò apertamente a favore del Clero Bavarese, fondò scuole e collegi Cattolici, nuovi Monasteri e Conventi per gli Ordini Religiosi privilegiando soprattutto: Gesuiti e Cappuccini, e le Orsoline.
Un bel bigottone insomma, tanto che durante il suo regno chi non si professava Cattolico fu costretto ad abbandonare la Baviera, e per sostenere l’opera della Chiesa finì per indebitarsi fin sull’orlo della bancarotta.
Ecco perché il Duca aveva riposto la sua fiducia in Bragadin-Mamunia !
La figura dell’Alchimista nella mentalità comune come in quella del Duca era sinonimo di persona con elevato livello di moralità, non avido né esoso, condizioni che avrebbero impedito l’efficacia e la riuscita della “Nobile Opera della Trasformazione”.
“La Quintessenza del Lapis Philosophorum risulterà dalla sintesi delle polarità contrapposte del Mercurio associato all’aspetto passivo e lunare dell’Etere, e dello Zolfo associato al lato attivo e solare dello Spirito … La Natura vitalizzata dalle Idee è intimamente popolata da energie e forze arcane celate nell’oscurità della Materia che va sollecitata e risvegliata …”
Inizialmente tutto sembrò filare a meraviglia, tanto che Mamunia si guadagnò la fiducia completa del Duca riuscendo a curargli con speciali decotti di erbe “Made in Mamunia” il suo ricorrente mal di testa incoercibile.
Da vari luoghi si fece procurare costosi macchinari, alambicchi, sostanze chimiche e minerali di ogni sorta “per una grande et bona Filosofia” che intendeva introdurre in Baviera. Il Duca foraggiò ampiamente Mamunia di contributi e gli procurò anche un seguito di circa quaranta persone fatte venire appositamente da Padova assieme all’amante di MamuniaLaura Canova vedova Vilmerca.
A tal proposito Mamugna cercò in ogni maniera di approfittare dell’influenza del Duca e del suo emissario presso il Papa di Roma: Monsignor Minuccio dei Minucci per cercare di ottenere la dispensa dal Sacerdozio e dai vincoli dei voti Religiosi per potersi poi sposare con la sua donna. Ma non riuscì nell’intento.
L’agente del Duca a Roma di ritorno in Germania … fatalità … passò per Venezia, Padova e Firenze raccogliendo preziose informazioni sul favorito del Duca di Baviera che giunsero puntualmente agli amici e consiglieri Gesuiti del Duca.
Mamunia aveva promesso subito al Duca di produrgli grandi quantità d’oro in modo da poter cancellare i suoi ingenti debiti.
“Solve et coagula” era il motto degli Alchimisti e quindi anche di Mamunia che si adoperò non poco utilizzando lo speciale forno della digestione alchemica chiamato Athanor dove si stemperava l’Azoth etereo del Mercurio, sinonimo della Vita e dell’Umido, che poi doveva essere permeato degli Influssi Ignei delle Stelle producendo infine la Pietra Filosofale. Si provava a disciogliere e scomporre i diversi Elementi Materialinella loro Sostanza Originaria ossia l’Acqua Remotaconsiderata: “Linfa vitale dell’Anima del mondo”, per poi ricomporli nuovamente in una sintesi superiore.
La pazienza del Duca nei riguardi di Mamunia terminò dopo molta esitazione e attese con l’arresto e la condanna a morte per decapitazione che riuscì al terzo tentativo del boia il 26 Aprile 1591 a Monaco di Baviera.
Nell’occasione si provvide ad arrestare anche tutto il seguito di Mamunia, e fu questa la mossa che indusse Mamunia a confessare la sua colpa nell’estremo tentativo di salvare quei servitori di certo innocenti seppure interessati e conniventi.
Diversi Confessori della Compagnia di Gesù cappeggiati dal celebre Gregorio di Valenza fatto giungere appositamente a Monaco, interrogarono e ascoltarono Mamunia-Bragadin che si mostrò molto pentito, collaborante e desideroso della Misericordia, della Grazia e del Perdono Celeste.
Mamunia confessò ampiamente ogni cosa assumendosi ogni responsabilità di tutti i suoi raggiri: Si scrisse fra l’altro a verbale: “… che non ha mai saputo fare niente in exanimar l’oro, né fare proietione in oro né simil cosa del mondo, e che tutto erano inganni e destrezza di mano”.
Ottenuto questo a Mamunia venne risparmiata la tortura, e il suo numeroso seguito venne liberato e spedito di nuovo a Padova cacciandolo da Monaco di Baviera.
Alla fine Mamunia-Bragadin venne condannato alla Forca prevista di solito per crimini come i suoi, ma la benevolenza finale del Duca fece commutare la pena in una più onorevole decapitazione.
Il 25 aprile 1591 Mamunia venne ufficialmente privato e sciolto dai Vincoli e dai Voti dell’Ordine Religioso a cui apparteneva ancora, e il giorno dopo venne decapitato al terzo tentativo di spada nella Piazza del Mercato del Vino davanti a un’immensa folla di curiosi accorsi da ogni parte.
Sul luogo dell’esecuzione venne eretta una Forca dipinta di Rosso dalla quale pendevano corde di falso Oro per simboleggiare la colpa per la quale Mamunia era stato condannato.
Mamunia amava la buona compagnia, i banchetti e le feste, il gioco, ed era estimatore di cavalli e cani di razza. Possedeva due cani Alani neri con i quali si mostrava in pubblico, che secondo tradizione vennero giustiziati con lui perchè ritenuti emissari e figura del Diavolo e collaboratori del Mamunia nei suoi inganni e magie.
Il suo corpo andò perduto o disperso … mentre nel 1597 Guglielmo V abdicò in favore del figlio Massimiliano I e si ritirò in un Monastero morendo nel 1626 facendosi seppellire in San Michele di Monaco.
Qualcuno dice che Mamunia sapeva per davvero trasformare i metalli in Oro … e che il Duca lo fece uccidere dopo essersi appropriato dei suoi segreti … ma di cose in giro se ne dicono tante.
lug 27, 2016 - storia arte cultura, viaggi    No Comments

“VEDI NAPOLI … E POI MUORI.”

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 Così recita un antico detto … e a ragione. Il primo impatto con Napoli è a dir poco sconvolgente … Dire Napoli è difficile: perché è tutto e di più rispetto a quanto si può immaginare. S’impatta in una realtà forte e un po’ piratesca che non t’aspetti, e a dire il vero, ti squilibria e ti destabilizza … Al di là del sentito dire, delle nomee, e di tutto quanto si racconta sulla città Partenopea, il primo incontro con Napoli è per davvero shockaccante per diversi motivi.
Ci si ritrova a tu per tu con un immenso insieme eterogeneo e giustapposto, un apparato etnico e umano denso che ti punta gli occhi addosso … e non solo quelli. Napoli è parabola di caos organizzato, confusione, miscuglio imbrogliato e multicolorato con tutte le sfumature di un vivere speciale in cui i Napoletani sembrano sussistere e galleggiare perfettamente a loro agio. Sei tu che al primo impatto ti senti spiazzato, asincrono, fuori posto e incapace di calarti in quella sintonia pittoresca, muscolare e cacciarosa presente ad ogni ora del giorno e della notte come un rumore costante di fondo irrinunciabile. Sì, perché anche di notte è uguale: è tutto un correre, chiamare, interagire, sbattacchiare, inveire, buttare via, puzzolentare e saturare l’aria d’intensi odori, acri sapori … e parcheggiare dove i comuni mortali sembrano impossibilitati di farlo. E’ un’atmosfera in chiaro-scuro, umidiccia, appiccicosa, sciroccale che ti fa colare la schiena e appesantire il passo … e che ti avvolge, ti compenetra e contiene.
“Se mettessi i Napoletani in un posto lindo, chiaro, ordinato, tranquillo, moderno e confortevole non sarebbero più loro … Di certo li vedresti a disagio, fuori dal loro elemento … Come pesci fuori d’acqua.”
 
Anche se t’infilerai sotto a una doccia non sarà possibile liberarsi da quell’habitus che subito dopo ti riprenderà e ti accompagnerà dappertutto venendoti appresso in ogni momento della giornata.
La prima impressione di Napoli è perciò sconvolgente, ti manda in confusione: non sai da che parte guardare e soprattutto da chi guardarti … se dalle buche, dagli inciampi, dai gradini sfalsati delle strade, dalle sozzure sparse, dal bagnato scivoloso, dal traffico caotico dei motorini strombazzanti e ubiquitari … o dalla gente “variopinta e attenta” che non ti perde mai di vista. E’ una sensazione che ti mette in apprensione e ti mantiene in una sorta di continua tensione guardinga … ti costringe all’allerta, all’attenzione, come una scossa continua a basso voltaggio.
“Li riconosci subito i turisti a Napoli: zainetto sul davanti … mano fissa sul portafogli … e occhio sbarrato.”
 
“A Napoli tutto si può … tutto è lecito e fattibile … Ogni cosa è possibile associarla a un’altra e a tutto il resto … come gli edifici e i monumenti incastonati uno sopra all’altro, uno dentro all’altro come matrioscke, scatole cinesi tenute insieme da un aggregante posticcio, improvvisato, incrostato e polveroso … poco igienico e completamente disarmonico.”
 
Tutto questo per dire un impatto, un primo attimo, un approccio, una specie “di dazio” obbligatorio da pagare per poter cogliere ed entrare dentro a questo quadretto scenico e umano davvero speciale. Ovunque, fin dal nostro arrivo in stazione dei treni si nota la massiccia presenza dei Militari di“Strade sicure” … Da un lato rassicurano, dall’altro inquietano … perché confermano quella vaga sensazione diffusa di precarietà e d’imminente pericolo. Poliziotti e Vigili Urbani, invece, sono mimetizzati perfettamente e assuefatti alla logica del territorio: qualcuno sembra un antico “bravo” di qualche signorotto del 1500-1600.
Il primo impatto con la nostra residenza Napoletana è stato ugualmente sviante e difficoltoso: dietro a un portone giustapposto, tanto massiccio quanto rovinoso, troviamo il palazzo totalmente devastato, scalcinato e in restauro.  Il minuscolo ascensore ingabbiato biposto sembra non praticabile … così come mi meraviglia la cassettina posta al suo interno: “Depositare per la salita 5 centesimi” … Muratori in piena attività, sporco, macerie, polvere, odori intensi … non è il massimo come approccio.
Poi si schiude l’interno, e cambia tutto, incontrare Guido e Giuseppe ci rasserena e accende la scena di una Napoli diversa che piano piano diventerà quasi opposta, fino ad essere tiepida e accogliente.
Subito dopo scendiamo per strada fra cassette di sigarette di contrabbando come nel primo dopoguerra e tutto ciò che si potrebbe desiderare di comprare. Ci sfreccia accanto un motorino con sopra due ragazzine di pochi anni: niente casco, niente di niente, truccate, fresche, con dei sandali legati intorno alle gambe … Sembrano più vissute e disinvolte di quel che sono, completamente diverse dai nostri ragazzini imballati … In realtà sono ragazzine anche loro … ma sgusciano via a destra e sinistra per i vicoli scuri e viscidi, s’intrufolano nel traffico intenso delle strettoie e dei vicoli … scompaiono, riappaiono più in basso, ridono disinvolte, canzonano, gridano, salutano, complimentano, sfottono, chiamano … Una donna s’affaccia in alto da un balcone e disinvolta rovescia in strada un secchio d’acqua sciacquando il terrazzino … Sembra di trovarsi in una strada medioevale con gli scoli a cielo aperto … Intorno tutto scricchiola, cigola rugginoso fuoriuscendo da serrande che si alzano e abbassano rovinose … Anche case e palazzi sembrano respirare e pulsare di vita gotica propria …
La prima notte fra un abbaiare spasmodico di cani, e sirene ululanti per le strade, quelle ragazzine scugnizze entrano perfino nei miei sogni … Avanti e indietro … su e giù col loro motorino sgangherato … interrotte solo dal fragore dei fuochi d’artificio a tarda notte … una, due volte. Proprio al di sotto della nostra finestra … Sogno anche altre cose inverosimili e incredibili: mi ritrovo inverosimilmente intento a furtare nel Seminario di Venezia passando attraverso buie viottole nascoste … Una Venezia napoletanizzata … Mi ritrovo trasformato, diversificato, scugnizzato.
“Ah ! … Qui è sempre così … sarà stato un compleanno.”
 
Il mattino dopo spalanco fin dalle prime ore del giorno il mio balcone. Di sotto c’è uno seduto nel bel mezzo di un parcheggio, attivo e presente fin dalle ore fresche del primo mattino … Aspettare e programma il niente da sopra la sua seggiola sgangherata, per lui parvenza di trono da Re. Occhio sagace, puntuale e curioso su tutto e tutti, sembra marchiare il territorio, essere il fulcro e il perno di tutto quanto accadrà lì intorno … Distribuisce parola giuste e aggiornate a ciascuno, calibra gli avvenimenti, le persone e i fatti per ognuno che transita per il “suo posto”.
Grosso, anzi grasso … come sono in molti ad esserlo a Napoli. Impressiona vedere transitare intere classi di bimbi tondotti, obesi e paffuti.
“Qui funziona così: abbondano le rotondità e traboccano e ondeggiano le forme … E’ il piacere di mangiare, abbuffarsi senza risparmiarsi e guardare tanto alle conseguenze … Tanto fa lo stesso.” ci spiegano in tono rassegnato.
Nell’aria salmastra e umida che non brucia ancora in gola, il parcheggiatore in attesa ogni tanto sputa per terra, si accende l’ennesima sigaretta, si gratta la panza, e in un impeto di breve durata si alza e spazza di buona lena solo i pochi metri quadrati in cui si trova … Pochi metri oltre inizia una terra di nessuno che non lo attrae né lo impegna affatto. Lì tutto può stare e rimanere così com’è, non merita attenzione e cura … Infatti, la spazzatura, “la monnezza” s’ammucchia e cresce ovunque, si storicizza e gonfia perché è di tutti ossia di nessuno … e quindi non importa più di tanto trattarla.
 “Tutto a posto ? … Tutto buono ?” ci salutano Guido e Giuseppe.
 “Oggi Napoli è miglioratissima … neanche a confronto con le montagne di spazzatura di un tempo … La nostra Napoli oggi nell’insieme è pulita … A modo nostro s’intende … Non avete neanche idea di com’era qualche tempo fa.”
 
Quando partiremo dopo una settimana, infatti, i due materassi zozzi, il mucchio dei vestiti abbandonati in strada, le sedie scompagnate, sfondate e abbandonate sull’incrocio sono ancora là non rimosse da nessuno … Così è nei vicoli bui e nelle contrade pittoresche, polietniche e fantasmagoriche insieme … Fra foreste di antenne televisive, condizionatori e paraboliche appesi ovunque, tende, tendoni, e coltrine, tutto sembra gocciolare, scivolare lentamente di sotto, piano piano, inesorabilmente … come filtrando fra le tante biancherie e i panni stesi ovunque ad asciugare.
La gente sembra uguale: affacciata alle finestre, col volto tirato e losco, o sedute sulle porte o in mezzo ai marciapiedi ingombri, quasi prolungamento naturale della loro casupola asfittica e minuscola … C’è sempre qualcuno intorno che tossisce bolso, sgappara e scatarra, e poi sputa a terra più volte … Anche con la pioggia c’è sempre gente che sciacqua, butta giù acqua per strada dall’alto, e spazza, ramazza e lava i vicoli … E’ così, è normalità … Col brutto tempo Napoli diventa ancora più tetra, gotica e scialba … autunnale e grigia anche in pieno giorno.
“Il Napoletano è indolente … è questo il principale dei suoi vizi … Attende, non si scompone … Aspetta gli eventi, l’ultima scadenza, e il momento in cui dovrà per forza attivarsi. Solo che quel momento non è sempre immediato, si prova sempre a posticiparlo … Può servire una lunga attesa … I Napoletani sono quasi Africani … sono sempre per la mezza misura, per le regole da interpretare … per le applicazioni pressappoco … diluite … Si va adesso, ossia fra poco … però bisogna aspettare un poco. I Napoletani se possono evitano sempre l’impatto traumatico con le cose, le persone e le situazioni.” ci spiega un Napoletano doc che conosce bene se stesso, la sua cultura, e i suoi concittadini … nonchè i suoi avventori che da sempre affollano il suo bel locale in cui si mangia benissimo.
Ritorno a guardare il parcheggiatore appollaiato sul suo trono sotto a un cielo oggi limpido invaso da gabbiani petulanti. Appoggia la testa fra le mani sui gomiti alzati … e aspetta … osserva, controlla impassibile nell’attesa … Transita un motorino con quattro giovani sopra … comodo, pratico … Lui l’osserva e lo insegue con lo sguardo … Non muove un muscolo, non si scompone …Poi, invece, improvvisamente s’attiva, si alza, quasi corre incontro a un avventore di sempre, e inizia a spettegolare, sbracciarsi in aria e dire e raccontare vociando e indicando: “Quell’agente sta con quella lì … Sì ! … Stanno insieme, te lo dico io … Ne sono certo … Si possono conciliare facilmente … Ci sarebbero tante cose da raccontare che ho sentito su di loro … Bisogna saperci fare, sapere come trattarli e renderli malleabili …”  poi il frastuono del traffico montante copre i discorsi, rimane il gesticolare animato, le risate, i saluti pomposi e accorati.
“Va buono ?” ripete Guido.
Per strada si susseguono giovani cameriere e camerieri che recapitano a tutte le ore a domicilio caffè e colazioni sotto caratteristici vassoi coperti … S’incrociano fattorini, garzoni di bottega che portano di casa in casa piccole spese, e succulenti pranzetti pronti economici … mentre sopra alle teste sfrecciano in continuità bassi e rombanti gli aerei di Capodichino. Pare decollino dietro all’angolo, in casa, e ogni volta tutta Napoli sembra vibrare ed riecheggiare all’unisono.
Sempre dal mio balcone sposto il mio sguardo indagatore e curioso: un altro personaggio compie un attento giro di controllo su tutti i cassonetti della spazzatura traboccanti … Passa un camion della nettezza urbana: ne vuota uno … e ne lascia tre ancora pieni andandosene via. L’omino ritorna, fruga, valuta, rovista fra tutto quanto è stato dismesso … S’aggiunge anche una minuta donna dai tratti olivastri, asciutti e zingareschi. Anche lei valuta, rovista e cerca … e se ne va portandosi via una valigia vuota il cui contenuto ha rovesciato e abbandonato in mezzo alla strada.
Intanto mentre le lancette s’inseguono sugli orologi, Napoli sembra via via aumentare i giri del suo invisibile marchingegno: diventa formicolante. Una flotta di gente eterogenea sbuca come dalle mani di un abile prestigiatore dalle proprie location riversandosi frettolosamente per le strade. Altri s’affacciano dai balconi e sui terrazzi, affollano i posti di sotto in una condivisione sempre più spasmodica e iperattiva. Sembra come un sottobosco che si ridesta e riprende a ingegnarsi per provvedere a se stesso in un continuo innaffiare di strade, spostare di cose e merci, mulinare di carretti, motorini, stridii, vociare, chiamare e incontrare, attrarsi e respingersi … A volte tutto accade pacificamente e lentamente, altre volte tutto succede in maniera rapida e rabbiosa.
“A che serve che mi fai tutta questa tarantella ? … Sempre soldi vuoi … Io tengo uno mercato ! … Non è che posso sempre badare a te.”
 
E si va di nuovo in giro per Napoli, edulcorati e caricati da unBabà, dalla Frolla, dalla Sfogliatella, dalla Pastiera e dall’immancabile Caffè buono: “Quello di Napoli è il vero caffè.”
 
Iniziamo il nostro itinerario provando a visitare Castel Capuano, l’antica dimora con Castel dell’Ovo dei Normanni prima e poi degli Spagnoli. Una guardia svogliata accomodata all’ingresso senza distogliere lo sguardo dalla televisione ci fa un cenno dicendoci che lì non c’è nulla di visitabile.
Replichiamo: “Eppure qui dentro sappiamo che si sono alcune cose di pregio e belle da visitare … Sale, affreschi … anche dei resti archeologici forse.”
“Vi ho già detto che potete visitare solo il cortile … Il resto è chiuso.” e chiude il discorso concludendo la breve quanto faticosa comunicazione.
E siamo allora nel quartiere di Forcella: per strade e vicoli viscidi, bui, neri, inciamposi, stretti, sfatti, ingombrati, intersecati, trafficati, impossibili, conglomerati in ogni direzione … ma coloriti e popolati come un Presepio vivente, un caleidoscopio umano inverosimile vociante, recitante e musicante da strada.
“State attenti ! … State accorti !” suggerisce una donnina preoccupata vestita d’identità feriale qualsiasi. “Messier ! …Non andate su nel quartiere con quella macchina fotografica vistosa!” spiega un’altra da un balcone a un turista vanesio e sorridente: “Vi butteranno a terra e vi strapperanno via tutto ! … Fate attenzione ! … Non provocate !”
“Solo l’ 1% dei Napoletani è proprio da buttare e sarebbe da cancellare … gli altri no. Siamo gente a posto … tranquilla, che lavora, ama la famiglia e la propria città …E’ che il danno e il male fanno clamore e guastano tutto il resto.” ci spiega Beppe solerte cameriere … Ci racconta dei figli, dei suoi sogni nei loro riguardi, del suo girovagare e pellegrinare lavorando in giro per tutta Italia, del rispetto che esige e si è guadagnato da tutti, del suo ritorno finale a Napoli:“Non posso se non stare qui … solo qui mi sento in famiglia e a casa … Napoli per me è tutto ! … Anche se guadagno meno e qui si fa fatica a vivere.” Sembra senta l’urgenza di dirci di se, di rassicurarci, di farci percepire la normalità e l’affetto di Napoli. Lo ascoltiamo disponibili e contenti d’incontrare persone così … è l’altro volto di Napoli, oltre quell’altro opaco. Dietro alla corteccia cruda di Napoli spuntano anche le persone meno acerbe e più da bene.
Allunghiamo il passo, ancora con quella tensione indosso, e sempre col fiato un po’ sospeso … Entriamo in Donnareginacon i suoi ricchissimi e interessantissimi Chiesa-Monastero-Museo. Un autentico bijoux, un cofanetto di bellezza storico-artistica recondita che non t’aspetti di trovare dietro alla facciata ordinaria. Tante storie, vicende intense, vite claustrali, ambienti splendidi affrescati, vestigia antiche, atmosfere stupende, suggestive ed emozionali … seppure polverose e un po’ lasciate a se stesse.
Passiamo al Duomo “asfissiato e riempito” dalla figura densa e magnetica di San Gennaro.
“San Gennaro qui da noi a Napoli è uno dei più di cinquanta grandi Protettori della città … Ne abbiamo per tutti i gusti e bisogni … Il Napoletano non si preoccupa mai … Si affida sempre e si aspetta sempre un futuro migliore … anche se a volte potrebbe presentarsi impossibile … Il Cristo Velato di San Severo è un altro … la lista del nostro Paradiso è lunga … il nostro Cielo è molto affollato.”
 
Il Cristo Velato di San Severo più che un’opera sembra un essere ipnotico che ti cattura e porta via imprigionandoti nelle sue trasparenze … E’ una sensazione magnetica, accattivante, interiorizzante … Pare che da un momento all’altro giunga un colpo di vento capace di scoprire quel corpo martoriato ed esanime rivelandone le nudità sconfitte e indifese. E poi c’è quella sensazione d’esoterico, quella tappa progressiva legata al catalogo delle Virtù spalmate ovunque sul soffitto, sulle pareti e imprigionate nelle pietre. Un elenco da inseguire e clonare in se stessi o in qualsiasi forma di buon governo e aggregazione sociale ideale: Decoro, Liberalità, Zelo della Religione, Soavità del giogo coniugale, Pudicizia, Disinganno, Sincerità, Dominio di se stessi, Educazione, Amore Divino … sembrano la ricetta, seppure un po’ obsoleta per noi di oggi, per la convivenza e un vivere perfetti.
E’ impressionante la devozione che sanno esprimere i Napoletani: splendono per leggiadria e intensità emotiva gli orecchini e l’anello della popolana messi al collo del simulacro di San Gennaro accanto allo spettacolo degli ori, delle gemme e degli argenti offerti dai ricconi della città e dai Governanti che si sono sovrapposti e succeduti nella gestione della città. Si percepisce intenso un senso di totale affidamento fiducioso, si avverte nell’aria la dimensione di un popolo che vuole affidarsi al Mistero Eterno, oltre che ai numeri e ai significati della Cabala, della Superstizione, della Fortuna, del Lotto, delle scommesse … e del Dio Calcio.
“Noi siamo letteralmente malati di Calcio … Per noi è quasi una Religione, una mania di cui non sappiamo fare a meno e rimanere senza.”
 
Continuiamo ad attraversare faticosamente la strada destreggiandoci fra auto e motorini, e c’infiliamo dentro alComplesso dei Girolamini: un disastro deludente ! Abbiamo trovato quasi tutto fatiscente e rovinoso, chiuso per motivi di sicurezza, o messo sotto sequestro per via delle depredazioni avvenute nella storica splendida Biblioteca.
Peccato ! Era un luogo di Napoli ricco di vicende e contenuti prestigiosi. Sarà per la prossima volta … Quello che colpisce e fa specie, è che qui tutto sembra relativo e normale, e nessuno sembra preoccuparsi più di tanto per la situazione:
“Ah ! … E’ sempre così qui a Napoli … Questo è chiuso da anni … quell’altro è in restauro ormai da tempo … Lì si apre solo la domenica … là due ore il martedì … Nell’altro posto solo di mattina tre volte alla settimana …”
 
E’ un labirinto di possibilità di aperto, semiaperto, semichiuso, chiuso del tutto … non si sa, può darsi, bisogna provare a vedere, contattare, sentire. Bisogna provare a districarsi, e a volte ritrovarsi è un’impresa: tutto un girare e rigirare qualche volta anche a vuoto, e non sanno neanche i Napoletani stessi che cosa consigliarti e dirti.
Andiamo oltre aguzzando lo sguardo … Si profila una miriade di negozietti e bottegucce stupendi, caratteristici, colorati e accattivanti, capaci di offrirti estemporaneamente di tutto: alimenti cucinati estemporaneamente … e latterie, sartorie, rammendi, lavature, stirature, stamperie, e utilità di ogni sorta:“Napoli possiede per davvero l’arte di offrire e vendere … Qui ogni desiderio sembra costare un solo euro … Ti fanno il prezzo al momento secondo quanto dai l’impressione d’essere disposto a pagare … Altrove si pagano certi prezzi solo per sedersi … Qui volendo mangi pagando niente.”
 
Ho contato otto persone che lavoravano in maniera diversa in un stesso locale con appena una decina di clienti … Il padrone contava i soldi in un angolo, gli altri andavano e ritornavano dentro e fuori del locale, della cucina, e fin fuori in strada e oltre … e l’anziana mamma del proprietario appariva in scena pomposa e agghindata come una Madonna.
“Napoli è monumento al Babà, alla Sfogliatella, alla Frolla, alla Pastiera Napoletana, al Limoncello, ai dolci e al buongusto …”
 
Abbiamo percorso mille volte avanti e indietro Via dei Tribunali e dei Librai: uno spettacolo avvincente che non stanca mai … come Via dei Presepi accanto allo stupendo e ombroso complesso baroccheggiante di San Gregorio Armeno dal chiostro nascosto leggiadro. Luoghi che sono un po’ la sintesi di Napoli in quanto emanano quell’estroversità laboriosa innata, quella mediterraneità, e quella polivalenza artistica e interiore che offrono continue emozioni diverse da incontrare ed esperimentare.
Qualche passo ancora … In un minuscolo bugigattolo, un cubicolo strettissimo si riparano sveglie d’altri tempi e orologi di ogni tipo … In realtà lì dentro si tratta di qualsiasi cosa, ci sta il mondo intero … si possono trovare cose per ogni interesse e gusto.
Più avanti l’ennesimo negozio da barbiere incastonato dentro alla viuzza. A sera diventa salotto di famiglia: il barbitonsore senza clienti piazza una poltrona sulla porta della bottega, e intorno a lui spuntano e si radunano tutti quella della famiglia: la madre anziana, la moglie, i figli, i nipotini … E in mezzo sta lui: stravaccato a capo di tutto come un re al centro del suo reame alla fine di una giornata qualsiasi di lavoro. Bellissimi nella penombra della sera … Tutti insieme e attorno a chiacchierare, commentare i fatti del giorno e ad osservare la fiumana della gente e dei turisti che continuano a passare.
Una campanella invisibile martella il mezzogiorno … alcuni operai di siedono a terra o sulle ginocchia smettendo di lavorare e fumando una sigaretta … Fin dall’alba ho visto gente che ha iniziato a lavorare, riattare, dipingere, scaricare e caricare materiali, smaltire rifiuti e calcinacci … Abusivamente ?
“Ma quali permessi edilizi ? … Qui a Napoli è tutto un compromesso … Si fa lo stesso … si paga la mazzetta … Si fanno i controlli più o meno … Si lavora tanto e in fretta o solo quando se ne ha voglia … Quando fa caldo ci si ferma, ma le cose e i lavori in qualche maniera alla fine si fanno, e tutto gira e succede come va fatto e si vuole … Le misure a norma e di sicurezza nella città vecchia ? … Servirebbero sì … ma quali ? … Qui tutto è giustapposto, rabberciato, collegato in maniera fantasiosa, precaria, provvisoria … Si usano pezzi nuovi congegnandoli con i vecchi, si ricicla, si adatta con qualche filo volante o con materiali fuori corso … Ovunque ci sono cavi e festoni come per una gran festa e una sagra estemporanea senza fine.”
 
“Molti Musei e luoghi d’Arte incarnano l’indole di questa città e della sua gente. Ho visto posti trasandati, fatiscenti, chiusi da tempo, non sorvegliati, abbandonati a se stessi, o soggetti a restauri infiniti … Ho visto chiostri e giardini incolti dalle verzure selvatiche altissime, foglie sui pavimenti dei corridoi, gatti a spasso, finestre rotte e rattoppate, strati appiccicosi di polvere antica fin sopra i dipinti e le opere d’arte preziose, Book-shop un po’ baraccati e vuoti … Sembra quasi un abito comune, un andazzo che caratterizza e avvolge tutto e tutti …”
 
“Questo è normalità per Napoli …  C’è abbondanza di bello qui a Napoli … Solo che è buttato là … La nostra è una città bellissima, ricchissima d’Arte e Cultura … Però la ignoriamo in gran parte, a volte la svendiamo, talvolta la deprezziamo dimenticandola e lasciandola andare ulteriormente in rovina …”
 
“La lasciate perfino depredare a volte … E’ un vero peccato … Altrove con solo una piccola parte di quel che accatastate e ignorate allestirebbero interi musei appetibilissimi … E’ come se non vi rendeste conto di quel tanto che possedete.”
 
“Mancano i fondi, il personale … A volte ci sono solo poche persone factotum adattate a tenere aperto e far funzionare tutto coprendo mansione e competenze anche non sue … E’ vero anche che questa potrebbe essere solo una scusa: in fondo ci va bene che le cose vadano così … A non tutti i Napoletani piace l’Arte e la Cultura, o ne apprezza il valore … Molti di noi le considerano cose un po’ superflue, anticaglie, roba solo per i turisti … Noi preferiamo forse i grandi paesaggi aperti, i panorami, la condivisione culinaria e festaiola … Molti dei Napoletani non favoriscono, non hanno la mentalità della promozione turistica … Non avvertono il bisogno di salvaguardare e valorizzare … Vogliono e accettano i turisti, ma in cambio offrono loro pochissimo …”
 
“Potreste offrire tantissimo, molto di più, e avreste dieci volte tanto di visitatori … Se solo voleste proporre un po’ meglio il tanto che possedete … Certi edifici monumentali li lasciate alla cura dei volontari o all’estro di qualcuno disposto a sacrificarsi per mantenerli aperti … Altre volte, invece, il personale ce l’avete … Lo si vede … In alcuni siti ci sono: sei, sette, otto persone dove altrove ne trovereste solo un paio. Ma sene stanno lì e basta … sono solo presenti sul posto, come soprammobili senza iniziativa. Ne ho visti di appollaiati sul posto con ventaglio, ventilatore, radiolina, comoda sedia, cellulare, giornale, bibitone fresco, intento a dedicarsi al suo spuntino alla frutta … Si prova l’impressione di gestioni allegre, un po’ “fai da te”:“Vada di qua … poi svolti di là … Si accenda la luce, si apra la porta … Svolti in fondo e scenda di sotto in fondo al corridoio … e infine esca dalla parte opposta tirandosi dietro la porta… Ecco le faccio il biglietto … il resto non so.”
 
Eccetto che per certi monumenti importanti, spesso non c’è alcun cartello di spiegazione, né indicazioni utili … Si attraversano e visitano ambienti stupendi male o non pubblicizzati in cui non s’incontra nessuno.
“Avete una miriade di bellezze celate dentro … Si passa con facilità da un Foro Romano che quasi non c’è più, ai resti di un Teatro, si scende sottoterra nella Catacomba di San Gennaro, e poi in quella di San Gioioso, e nella Napoli Sotterranea … E’ tutto un susseguirsi di grandi complessi Monasteriali saturi d’intarsi, affreschi e decorazioni … Si sfocia poi nella grande Galleria e nelle Collezioni d’Arte, oppure in luoghi insoliti come il Cimitero delle Fontanelle che ti strabiliano … Ti ritrovi comunque estasiato e abbacinato da tanta bellezza, immagato di fronte a vedute e panorami mozzafiato della Baia di Napoli, e ogni tanto ti ritrovi in faccia il volto del forzuto Vesuvio quiescente che sa apparirti romantico invece che tragico e devastante.”
 
Questa è Napoli… Napoli è magia. Come definire diversamente luoghi come San Lorenzo e San Domenico, Sant’Anna dei Lombardi, il Chiostro Maiolicato di Santa Chiara con gli antichi Corali del Coro delle Monache ammassati e allineati in un armadione di una stanza quasi fossero libri qualsiasi … Altrove ne farebbero un’ala intera di Museo … E poi ci sono i luoghi appartati, ameni, musicali e solitari e bellissimi come San Giovanni a Carbonara, o quelli nascosti e quasi disertati del Museo delle Ceramiche di Villa Floridiana sopra alle colline.
Sono intanto trascorsi i giorni … e appunto giorno dopo giorno ci si abitua e adegua ai ritmi e ai modi di Napoli. Man mano che la abiti ti sembra più plausibile e comprensibile, più adeguata e tollerabile, più giusta così com’è. Senti che in una certa maniera entri a far parte di quell’intensa atmosfera, che diventi anche tu abile e capace di scrollarti e spolverarti giù dalle spalle ogni complessità, preoccupazione e problema … Ho apprezzato e visto il caritatevole Pio Monte della Misericordiacarico della partecipazione sussidiaria e caritatevole tipica del popolo Napoletano … Mi è piaciuta la maestosità rugosa e grezza del Mastio Angioino di Castel Nuovo … e mi sono arrampicato volentieri fino in cima ai bucolici spazi esotici, ordinati e pettinati del Bosco di Castelmonte zeppo d’arte e spazzato da una brezza leggera.
Che pace !
Poi tutto è andato in discesa … a Napoli siamo diventati di casa, Napoli ci ha preso, catturati, e portati in giro. Abbiamo goduto al vedere le asprezze militari e tozze di Castel Sant’Elmo e ci siamo lasciti estasiare dalla esuberante bellezza e dalle vedute aperte e visionarie sul golfo dellaCertosa di San Martino: concentrato d’Arte e devozione monastica ricchissima e ridondante, legata alle Regole Certosine e alle pingui ricchezze di quell’Ordine presente anche a Napoli per secoli. Una vera e propria potenza spirituale ed economica ormai tramontata per sempre !
E che dire dei Chiostri dell’Archivio di Stato di Napoli traboccanti di documenti, notizie e bellezza ? Anche lì abbiamo incontrato persone che ci hanno rivelato un volto diverso di Napoli e dei Napoletani. Donne e uomini affezionati alla loro città e profondamente dediti, appassionati e attaccati alla loro storia e cultura.
E’ piacevole incontrare persone così.
I Napoletani ?
I Napoletani non si possono descrivere ma vanno incontrati … certi volti, certe espressioni effervescenti non esiste parola adatta per riportarli e riproporli: vanno visti faccia a faccia. I Napoletani sono umanità estroversa, impulsiva, Mediterranea e solare, opportunista, immersa in una simbiosi densa spregiudicata e furba fatta di occasioni e dedita solo alla sopravvivenza … ma sono anche gente delicata, viscerale, timida, generosa, intelligente e gentile. Alcune persone sono proprio la sintesi ambulante e in carne ed ossa del “O’ sole mio” e del “bòn core”: molti Napoletani sanno per davvero farsi voler bene e apprezzare … “Sanno ruffianarsi e benvolere nel modo più giusto.” diremmo noi a Venezia.
E come non ricordare la sfida vinta dai giovani del quartiere Sanità un tempo solo famoso per la propria depressione e perversità. Accanto ai luoghi sotto sequestro e poco raccomandabili, abbiamo incontrato giovani desiderosi di riscatto e di normalità positiva. Giovani che hanno saputo inventarsi lavoro sfruttando le bellezze offerte dalla loro stessa città. Un esempio che in molti bisognerebbe seguire, un modello di vittoria sull’indolenza, sull’inedia e sulla sregolatezza. Ci è piaciuto molto l’orgoglio fiducioso con cui i giovani del quartiere Sanità ci hanno accompagnato fin dentro al cuore sotterraneo della loro terra mostrandoci con energia e soddisfazioni i loro tesori che permettono loro anche di procurarsi da vivere mostrandoli.
“Oggi per di qua passano migliaia di turisti … Abbiamo reso possibile noi tutto questo … e nel futuro sapremo fare e proporre ancora di più …”
 
Altro che solo quartiere malfamato la Sanità di Napoli … Tanto di chapeau a quei baldi giovani.
Dispiace intanto che trascorra il tempo … Verrebbe da bloccarlo, cancellarlo, per provare a prolungare all’infinito questo accasarsi e prendere confidenza con Napoli fatto di piccoli assaggi, giuste dosi e sensazioni sempre diverse condite da agli, cipolle, peperoncini penduli, limoncelli e frittatelle all’ombra e ai piedi dell’inquietante “O’ Vesuvio” e di tanti bei posti  Napoli alla fine, insomma, ti prende.
E non è tutto … perché Napoli non si esaurisce nel suo Centro Storico speciale.
Meriterebbero un discorso a parte tutti i dintorni di Napoli che sembra allargarsi a macchia d’olio e senza fine in ogni direzione e a perdita d’occhio. Napoli si prolunga e dilata diventando di volta in volta: Caserta, Caserta vecchia, Pompei, Paestum, Ercolano, Capua, Oplonti e mille altri siti archeologici grandi e piccoli che sbucano ovunque come funghi dopo la pioggia.
Fra tutti Pompei: siamo usciti dalla città su un trenino quasi bestiame, un po’ da Far West della Vesuviana, e incappati subito nelle figure zingaresche che hanno intasato l’aria saturandola d’odori e di litanie richiestive pressanti ed invadenti: “O Saracino ! O Saracino ! … Bello guaglione …”ci hanno cantato, ritmato e gridato ossessivi negli orecchi tendendo la mano elemosinando. E’ emblematico che l’unico rauco e gracchiante avviso emesso durante tutto il viaggio sia stato: “Attenzione ai borseggiatori!” … Così come sono fastidiose le profferte delle guide di Pompei che t’assaltano appena scendi giù dal vagone provando ad accaparrarsi i tuoi soldi piuttosto che accompagnarti a gustare tanta beltà e magnificenza storico-artistica.
“Woh ! … Woh ! … Woh Pompei !”
 
Vero ! … Una meraviglia sotto al sole cocente, e immersi per ore dentro alla polvere terrosa e nera del vulcano … Calpesti epoche trascorse ma ancora presenti, pietrificate e tramandate dalla potenza drammatica di quella catastrofe che sembra accaduta soltanto ieri. E’ struggente vedere quei calchi dei Pompeiani angosciati di fronte al disastro mortale imminente … così come è favoloso introdursi dentro a certe ville traboccanti leggiadria e bellezza … Sembra quasi di poter incontrare da un momento all’altro dietro a un angolo uno di quegli uomini o donne delle Taverne e delle Locande di Pompei, oppure qualcuno abituato a frequentare gli ameni ambienti del relax termale, o qualche sacerdote o sacerdotessa dei Templi Misterici,o ancora uno di quei ricchi signori attorniati da servitù che s’intuiscono residenti un tempo quasi ovunque.
“Quei Pompeiani direbbero a tipi come il nostrano Berlusconi: “Ragazzino, pellegrino, piccoletto, fatti da parte !” … tanta è stata languida, opulenta, ridondante la loro verve artistica e la loro capacità economica … Chi ha abitato, ideato e voluto questi luoghi possedeva una marcia in più. Era gente di sensibilità raffinata, e capacità superlative.”
 
Abbiamo camminato e ricamminato ovunque, per ore su ore, lottando contro la stanchezza, l’arsura e il caldo inseguendo quasi un sogno, dentro a quella visione satura d’emozioni, e  col bisogno di saperne, capirne e vedere sempre di più: il Foro, i Templi, il Teatro Grande e quello Piccolo, Ville su Ville, il Mercato, le Osterie, l’Arena … Vai e rivai avanti e indietro perché anche lì l’organizzazione, la segnaletica e le indicazioni non è che proprio brillino per precisione e accuratezza. Anche a Pompei l’organizzazione è un po’ alla Napoletana: non si sa mai se si troverà aperto o chiuso quel luogo o quel posto. Si deve andare, provare a vedere, rinunciare, tornare ancora in ore e giorni diversi … Fa tutto lo stesso … anche se non è affatto così. Il turista (torna il concetto) andrebbe coccolato e accudito meglio.
Quante cose vorrei ancora dire e aggiungere su Napoli e il suo entourage … ma i giorni sono volati via. In conclusione: Napoli ti rapisce, ti prende … e ti induce a tornare. Quando riparti ti sembra di fuggire in maniera improvvida e sbagliata, e mentre appena si muove il treno già avverti la nostalgia di tutto quanto hai appena visto e incontrato.
E’ vero e giusto quindi il detto: “Vedi Napoli … e poi muori”… ma di struggimento, passione, desiderio e voglia di tornare a riviverlo, frequentarlo e conoscerlo ancora meglio. Arrivederci Napoli !
lug 15, 2016 - opinioni    No Comments

“IL LUSSO D’ESSERE TRISTI … A REDENTOR.”

Honoré Daumier_the smell

 “Ci sono circostanze della vita terribili … in cui non riesci a far niente di buono … né ti riesce d’ottenere una risposta buona da chi vorresti … E’ come trascinarsi dietro un cane morto … un fardello impossibile.” commenta una collega Infermiera.
“A volte la tristezza è troppa … Tutte le parole giuste sono già state dette …ma non sono bastate.”
 
Si commenta e parlotta in ospedale dei treni che si sono scontrati … delle persone ignare travolte dal camion impazzito guidato dal pazzo in Francia … Le immagini da Nizza scaturiscono dalle televisioni, come quelle dei binari della Puglia …
“Ogni volta sembra d’essere là … che sia capitato fuori della porta di casa.” mi dice una vecchietta candida e seduta nel letto protetta dentro alle sue spondine … Smilza e affilata, sembra si confonda con le lenzuola, che un po’ per volta diventi lenzuola lei stessa.
“Non è tanto la paura quello che suscitano questi fatti in me … Io ho vissuto le guerre … Ho conosciuto la fame, la miseria, le botte del Fascismo e il terrore dei Nazisti … E’ l’incredulità la sensazione più grande che si prova … Sembra impossibile che possano continuare ad esistere persone che sparano a casaccio sulla gente ignara qualsiasi in festa … Da festa a incubo … Così è la vita … Bisogna trovare la forza di farsene una ragione.”
 
“Io non ci riesco … E’ facile parlare … ma pensate a chi sta dentro del tutto a quelle tragedie.” replica una familiare in visita. “Queste cose mi terrorizzano … Penso sempre che può capitare fra poco a me … Pensate ! … Se domani sera succedesse qualcosa alla Festa del Redentore ! … Con tutta quella gente … Non ci voglio pensare … ma domani sera me ne starò rinchiusa in casa.”
 
“No … No … Io ho paura … ma vado al Redentore lo stesso … Non dobbiamo allinearci a questa regola di morte … E’ il nostro modo di reagire, di rispondere … Dobbiamo continuare a vivere … e se lo facciamo è qualcosa di molto più potente di un’arma … Non funziona rispondere a violenza con violenza … Bisogna vincere la paura … Non importa quale sia il motivo, e di che cosa … La paura va vinta e superata … anche se a caro prezzo.”
 
“Bisognerebbe concentrarli tutti in mezzo al deserto, e lasciarli poi lì dove si possano liberamente uccidere e scannare fra loro … Lì potrebbero sfogare ogni astio e vendetta finchè saranno stufi e stanchi … e poi anche di nuovo ricominciare da capo se ne avranno voglia.”propone una signora che sta pulendo gabinetti, corridoi e stanze.
“Giusto ! … Che si scannino fra loro ! … Lascino in pace la gente innocente.” sbotta un vecchietto con stampelle impigiamato a righe.
“Se capitasse a me sarei finito … Io rispetto tutti … ma non ci può essere religione, legge, politica, etnia e razza o esigenza di libertà capaci di provocare queste morti insulse … E’ un’enormità che non dovrebbe esistere …”aggiunge un altro a sua volta stampellato, con ginocchio“restaurato” e in calzoncini corti.
“Via tutti ! … Che se ne vadano tutti a casa loro … Mandiamoli via tutti ! … Basta ! … Ma che disagio, povertà, fughe dalle guerre, profughi … Tutti a casa finchè non s’imparerà ad essere rispettosi e tolleranti di tutti.” dice ancora un altro col giornale arrotolato in mano
“Aveva il permesso regolare di soggiorno … Lo hanno lasciato passare … Hanno dato il verde, il via libera al treno con la paletta … ” spettegola un’altra donnetta intervenuta nel cappannello dei discorsi.
“Io sono Musulmano … Ma questi sono dei senza Dio … L’Islam non c’entra niente … Non c’è Religione che uccide.”
“Mah … Secondo me siete tutti uguali … Non bastano le parole … Califfi, Isis, Islamici … Mi fate tutti paura … Non riesco a vedervi come gente normale qualsiasi … uccidete bambini, donne indifese, giovani che si divertono … gente che fa festa … Dov’è la vittoria ? Dov’è la normale reazione di chi è arrabbiato ? … Siete matti ! Criminali !”
“Siamo normali signora … Lo siamo in tanti, signora … Siamo come voi: lavoriamo, amiamo, perdoniamo, stiamo male … Ci arrabbiamo se vediamo morti inutili … Siamo anche noi gente di morale … Non siamo tutti fanatici.”
 
“Bisogna sorridere lo stesso alla vita ! … Potrà forse sembrare uno slogan da dentista … ma è la cosa giusta da fare … Non bisogna arrendersi …Bisogna tornare a vivere lo stesso.”
“Dovremmo essere imperterriti, impassibili come le Piante che non sono mai stanche di rinascere e ricominciare da capo nonostante tutto e tutti … Tu le radi al suolo, le diserbi ? … E loro rinascono di nuovo … Le tagli, le poti, strappi loro le radici e le ricopri di asfalto e cemento  ? … E loro rinascono sempre, ancora una volta … Così dobbiamo fare anche noi.”
 
“Chi potrà mai sapere ? … Sarà quel che sarà … Se guardi tutto non vai più da nessuna parte … non fai più niente … ti chiudi in casa … E’ sbagliato … Bisogna reagire.”
“Reagire ! Reagire ! … Dobbiamo andare ancora … Aspetta dai ! Tirami su ! … Ho altre cose ancora da vedere … e ho ancora altre cose da fare … Bisogna sempre andare, organizzarsi … Quand’è che partiamo ?”
 
“Ma dove vuoi andare nonna ? … Ti rendi conto che hai quasi novantacinque anni ?” le risponde intenerita la nipote seduta accanto.
“Ha ragione bisogna reagire, darsi sempre da fare …”spiega una badante dell’Est, “Ricordo che al mio paese ci hanno educati a reagire sempre … a combattere il nemico fin da bambine … col fucile in mano … Poi come donne ci siamo ribellate … almeno fra noi … Ci siamo dette: “Non ci può essere sempre e solo il lavoro e l’obbedienza”… Allora siamo partite tutte lasciando gli uomini a casa a brontolare … Eravamo tutte donne da sole: una decina … Ci siamo fatte coraggio e siamo andate fino a Roma ! … E’ stato divertentissimo … è andato tutto bene … eravamo sempre in giro con una fame estrema di libertà e di goderci la vita … potersi fermare dove si vuole, andare in giro … Era una sensazione liberante, nuova, diversa … Ci hanno detto di un locale in cui si dicevano parolacce … Non andateci, è volgare, non è da donne ci hanno consigliato tutti … Invece, ci siamo andate …  “Alla parolaccia” si chiamava … e ci siamo divertite un mondo: rispondevamo a tono ai camerieri … Siamo tornate in albergo mezze ubriache … Che emozione  !  … Voglio dire: Non si deve stare rinchiusi … subire, aver paura e adeguarsi … Bisogna uscire dallo shock … Andare oltre.”
 
“Non si è sicuri da nessuna parte … perché anche a casa tua può caderti il soffitto in testa … Bisogna guardare il male in faccia … non solo sfuggire e chiudere gli occhi e le orecchie.”
 
Dietro alle chiacchiere e ai discorsi per quanto variopinti, c’è stata oggi un’altra cosa che mi ha fatto riflettere.  “Secondo me è un lusso inutile quello di arrendersi e fermarci alla tristezza … Esiste sì il dolore immenso, la tragedia, ma bisogna rialzarsi, avere il coraggio di guardare e andare oltre … Io sono medaglia d’oro per aver donato 75 volte il mio sangue durante quasi tutta la mia vita … In questi giorni s’è sparso tanto sangue inutilmente … Mi piace pensare, invece, che ci possa essere un modo positivo di dare il sangue … di non sprecarlo. Mi sembra con questo gesto quasi di compensare e provare a ridurre questa grande perdita …”
 
Plaudo e mi tolgo il cappello di fronte a tale generosità costante … Non è una donna che sa solo parlare … e sento che sta da questa parte, in atteggiamenti del genere forti e coraggiosi la chiave per uscire da tante tristezze e lutti inutili e assurdi.
Riusciremo mai a vincere nel nostro piccolo la disarmante inadeguatezza e la passività che ci paralizza ? Potremo trovare finalmente un bandolo buono in tutta questa matassa assurdamente ingrovigliata ?
“Speriamo … Speriamo …”
“Serve osare, invece ! … Basta solo parole ! Servono fatti … Chi vive sperando mòr cantando !”
“Sperare non costa niente … ma esige coraggio … ed è già un nuovo inizio pacifico … una botta di novità positiva alla forza distruttiva e negativa della morte che sfascia e basta.”
 
“Sperèmo allora ! …” ripete la nonnetta adesso alzata in carrozzella. “Ma se magna adesso ?” aggiunge.
“Eccola la ricetta … Il ritorno alla normalità dopo la tempesta … anche se a volte servono autentici miracoli … Voglio pensare che possano accadere … “sfantando” la tragedia, la paura e l’immane dolore che niente riuscirà a riempire e cancellare. ”
“Domàn mi vago al Redentòr … Gho deciso ! … Cascasse el mondo … A remèngo la paura e via la tristezza !”
lug 14, 2016 - Storie mai nate    No Comments

“… E NON CI SARA’ PIU’ LA SOLITA PESCA DI BENEFICENZA IN CAMPIELLO.” – quinta e ultima parte.

... e non ci sarà più la solita pesca di beneficenza in campiello 05

 Proprio così … aveva ragione il Piovano: Siora Dirce per moltissimi anni era stata per davvero l’Anima entusiasta di tutte le attività della Parrocchia e dell’intera Contrada. Una donna immancabile, generosissima, sempre presente in chiesa a ogni rintocco di campana … Poteva esserci l’acqua alta, il freddo, neve, vento, pioggia e gelo … che lei non mancava mai. Sembrava imbattibile, inossidabile … eterna, quasi immortale … faceva impressione la sua voglia di partecipare ed esserci sempre.
“Sembrava che con tutti i Rosari che aveva pregato, le infinite Messe, Via Crucis, Vespri e Processioni a cui aveva partecipato avesse assommato in se una garanzia di lunga vita che le avrebbero permesso di campare almeno duecento-trecento anni … se non di più.”
 
“Pareva che la ghavesse fatto un patto col Diavolo !”  commentavano le altre “babbe” della zona un po’ invidiose e di certo irrispettose verso quella defunta “ancora calda”.
 
“Zitte betòneghe !” le rimproverava il Piovano bonariamente più consapevole della situazione. Conosceva al di là del facile propensione al pettegolezzo quelle che erano le “belle virtù”di quelle donne. “Abbiate almeno rispetto per la povera morta … Come faremo adesso senza di lei e del suo aiuto ?” aveva aggiunto.
“Ehhh … Quante storie. Con tutto rispetto per la Dirce che era per me come una sorella …. Morto un Papa se ne fa un altro ! … Non ghe sèmo ancora noàltre qua ? Non si preoccupi Piovan vedrà che faremo tutto lo stesso come una volta.”
 
“Fosse vero !” borbottò il Prete fra se e se. Sapeva bene che quelle donnette erano tanto abili a parlare quanto a sparlare, ma non altrettanto capaci di mantenere tutto ciò che promettevano. “Dirce era unica … inimitabile … C’è poco da dire, s’è chiusa un’epoca … Ci sarà piuttosto molto da fare senza che ci sia chi di solito è disposto a farlo con generosità …” Questo però lo pensò soltanto … e non ebbe assolutamente il coraggio di dirlo.
Infatti andò proprio così.
“Tanto fumo e poco arrosto !” brontolò sconsolato il Piovano qualche tempo dopo osservando la sala semivuota in cui di solito si allestiva la Pesca di Beneficenza. “Parlano parlano … Ma poi nessuno si muove e fa qualcosa per davvero … Si vede che manca lo “spirito” della Dirce … e non solo il suo … S’è rotto qualcosa … forse per sempre.”
 
“Xe el malocchio dei Comunisti !” borbottò la Perpetua bisbetica più che mai.
“Sìta ti ! … Balorda !” la rimbrottò subito il Piovano, “Il tuo miglior parlare sarebbe quello di rimaner zitta!” aggiunse … e tutti si misero a ridere, così calò un po’ la tensione che aleggiava sulla riunione organizzativa mezzo disertata dentro alla Casa-Canonica.
Quella della Dirce poi non era stata l‘unica disgrazia degli ultimi tempi perché nello stesso anno a distanza di pochi mesi s’era infermato anche Sior Arturo Meneghetti che era di fatto il factotum della Parrocchia e un po’ dell’intera Contrada … Era la versione maschile della Dirce, seppure un po’ meno “di chiesa” e meno dedito alle orazioni. Da quando Arturo era andato in pensione, non c’era stato giorno in cui non si fosse generosamente prodigato per le sorti e le iniziative della Parrocchia e a favore della gente della zona.
C’era da partecipare al Coro ? … e lui cantava. C’era da spaccare la legna per il caminetto della casa in montagna, ridipingere i muri, riparare le cose guaste ? … e lui c’era, sistemava tutto in quattro e quattr’otto e qualche volta anche in quattro e quattro nove perché trovava rimedi e soluzioni in circostanze in cui molti altri non sarebbero stati capaci di combinare qualcosa … C’era da organizzare la Cena Sociale per il Gruppo della Charitas ? … e lui cucinava e serviva in tavola, lavava i piatti … andava a fare le spese, allestiva la sala, suonava la fisarmonica … e molto altro ancora. Serviva qualcuno che aiutasse ad allestire le cose di chiesa ? Nessun problema ! … Lui puliva, apparava, sorvegliava, partecipava, apriva e chiudeva, raccoglieva le offerte e le elemosine durante le funzioni … e molto altro ancora.
“Maledetto ictus !” brontolò di nuovo il Piovano, “Perché il Male va a prendersi sempre i migliori ?” aggiunse segnandosi col segno della Croce sapendo che stava dicendo qualcosa di poco ortodosso. Ma non c pensò, e continuò a dire:“Con tanta gente disonesta e tante persone marce che se ne vanno a spasso per il mondo ! … e se ne stanno benone … Invece quelli che sanno darsi da fare … si rompono … e pagano anche per gli altri … A volte non c’è Giusta Provvidenza …” e aggiungendo questo si segnò un’altra volta, e mentalmente chiese perdono per quel suo“sentire e considerare” poco da Prete.
“Sior Piovan ! … Che cosa va dicendo ? … Lei è un Prete ! Non si augura male a nessuno.” Lo richiamò la Perpetua che aveva sentito tutto e seguito quel suo ragionamento.
“Co ce vò … Ce vò !” mormorò il Prete tenendo abbassata la testa … Poi la sollevò con impeto, risentito verso la donna:“Zitta ti ! … Che non ti sa … Se invèse  de straparlàr tanto ti pensassi un poco alle tue magagne ! … Ti rimarrebbe poco da dire … e staresti così almeno un poco zitta.” si sfogò il Piovano … poi tacque di nuovo velandosi di tristezza.
“Certo non ci voleva che oltre alla Dirce perdessimo anche Arturo …” pensò ancora. “Chi è che quest’anno allestirà il gabbiotto della Pesca di Beneficenza … Chi appenderà le luminarie, preparerà i tavoli, le panche e le sedie … Chi troverò che cucinerà per tutti gli avventori di passaggio nel Campiello per l’intera settimana della Pesca ?” considerò a mezza voce.
“Em … Potrei aiutarla io Sior Piovan … Potrei provare io … Che cosa ci vorrà a cucinare quattro crocchette e due brisiole in Campiello ?” sospirò sottovoce l’ottantenne Siora Vanda appollaiata sopra al suo bastonetto.
“Fosse solo questo Siora Vanda ! … Servirà anche molto altro che non potremo affidare e chiedere alle sue articolazioni consumate e artrosiche …” le sorrise mesto il Piovano trovando la forza di ironizzare sulla situazione.
“Perché no ? … Quanti giorni serviranno ?”
 
“Dal 10 al 20 di maggio …” rispose pronto il Piovano.
“Che peccato…” rispose altrettanto pronta l’arzilla donna.
 
“Fatalità proprio in quei giorni andrò via in crociera con mia sorella.”
 
“Non si preoccupi Siora Vanda … Stia tranquilla … Vedrà che faremo tutto lo stesso in una maniera o nell’altra.” la rincuorò il Piovano sorridendole … poi pensò: “Ecco ! Visto? … Parlano, parlano … ma poi quando c’è da fare sul serio spariscono sempre tutti … I xe sproti … ciacolòni…”
 
In effetti la “congiuntura astrale e storica” in atto non era delle migliori, perché effettivamente sembrava che tutto volesse infierire e accanirsi contro le tradizioni della povera Contrada e della Parrocchia … Già negli ultimi anni erano diminuite vistosamente le elemosine oltre che le presenze in chiesa alla Messa e alle “feste comandate” … Anche se era difficile ammetterlo per via dell’atavico orgoglio di sempre, in realtà la Chiesa era in crisi per via dei grandi cambiamenti dei modi e dei tempo. Osservando i libri dei Conti della Parrocchia non è che si potesse più scialacquare e spendere e spandere per allestire le belle cose della Pesca di Beneficenza alla maniera di sempre.
Ultimamente non c’erano stati più i lasciti e i testamenti generosi dei Parrocchiani di un tempo … Non c’era più chi lasciva case e denari facilmente per Carità e Beneficenza … Erano passati del tutto i giorni in cui la Contrada e la Parrocchia contavano per davvero tanto da togliersi un pezzo del proprio per spartirlo e metterlo in comune …
“Adesso la gente pensa che la Chiesa sia dei Preti, e che perciò debbano pensare loro a mantenerla e farla funzionare … La Contrada poi è diventata di nessuno … Chi è “di fuori” non lo sa che a volte la gestione della Parrocchia è diventata difficile … Certe volte devo fare vere e proprie acrobazie per far tornare i conti e far “girare la baracca” … Talvolta sono ridotto perfino a ridurre e spegnere il più possibile l’illuminazione della chiesa … accendo le luci solo un minuto prima della Messa … e poi spengo anche il riscaldamento del Patronato e della Sala di Santa Veneranda dove allestivamo la Pesca, e perfino quello della Casa-Canonica pur di ridurre un poco le spese…”
 
E poi sempre riguardo l’allestimento della Pesca di Beneficenza è accaduto anche dell’altro … perchè nella Contrada, anzi, in tutta Venezia sono cambiate molte cose.
“Si sa come dovrebbero funzionare certe cose: servirebbe il contributo un po’ di tutti … anche se a volte un po’ modesto: “Mattone su mattone … viene su la grande casa” si canta e si dice di solito. Un tempo bastavano: una cosetta qua, una donazione e un regaletto là … e ogni anno si riusciva a racimolare in giro il necessario per far ben figurare la nostra Pesca di Beneficenza … Ora tutto è diventato diverso … In fondo al Campiello della Contrada, c’era ad esempio un tempo, il magazzino dei fratelli Zamaria che vendevano un po’ di tutto … Andando a chiedere da loro ci scappava sempre qualcosa di utile per la Pesca … Anzi, c’era Arturo che andava di sera con la carriola e i due fratelli, presenti ogni domenica e festa in chiesa sui primi banchi, donavano in beneficenza cose che andavano vendute poco, o quelle che sarebbero scadute a breve tempo … articoli datati, o fuori moda … le cose con qualche graffio e piccoli difetti … Tutto faceva mucchio, tornava utile, rendeva appetitosa la Pesca … “Cose un fià onfegàe ma ancora bone …” dicevano i Zamaria, “giuste per lo scopo della Pesca … E poi cusì fassemo anche un’opera bona.” Arturo tornava in Casa-Canonica con la carriola ricolma … e si andava su con l’allestimento …  la Pesca s’ingrossava … Adesso, invece, dopo che quel magazzino ha chiuso per fallimento è stato rilevato in contanti da una famiglia di Cinesi che vendono un po’ di tutto …”
 
Il Piovano in persona facendosi un po’ coraggio e provando ad avere una certa faccia tosta andò a chiedere qualche donazione ai nuovi proprietari Cinesi.
Fu un buco nell’acqua !  Quando entrò in negozio quelli lo guardarono sorridenti, sorpresi e gentilissimi. Sembrava inizialmente che lo volessero ascoltarlo e comprendessero le sue intenzioni … ma alla fine finirono col chiedergli che cosa intendeva e aveva bisogno di comprare … Prete o non Prete, gli affari sono affari … In un negozio si va per comprare. No ? … e che cos’altro ? … La beneficenza pareva un vocabolo fuori posto e inadatto … qualcosa da riservare per altre circostanze e occasioni, non certo per una bottega in cui si entra per comprare.
Solo l’anziano padrone del locale seppe uscire da quella dimensione prettamente commerciale, e dimostrò d’aver capito il significato di quella visita del Piovano al negozio … Salutandolo con un bel inchino, gli donò una confezione di bastoncini d’incenso un po’ rovinata in un angolo che teneva da parte sotto al bancone del negozio.
“Grazie tante ! … Niente è niente … Qualcosa è qualcosa.”concluse il Piovano mostrandosi riconoscente e uscendo dal negozio un po’ avvilito … Anche stavolta scosse la testa.“Sono trascorsi i tempi dei Zamaria!” pensò, “Proverò ad andare al baretto in cui andavo sempre da giovane a chiedere qualcosa vicino a Piazza San Marco …” E fu così che qualche giorno più tardi dismettendo solo per l’occasione la mitica tonaca nera dai mille bottoni neri, e indossando un abito più mimetizzato da comune cittadino Veneziano, il Piovano si recò dall’altra parte della città per cercare qualche “aiuto” per provare ad allestire “la sua” Pesca di Beneficenza.
Strada facendo pensò ancora: “Un tempo dicevamo “la nostra” Pesca di Beneficenza …Tutto è cambiato.”
 
E la conferma di quel suo congetturare gli giunse subito dopo, perché arrivato nei pressi del baretto di un tempo, si avvide che più di qualcosa era cambiata. L’insegna era ancora la stessa:“Al VECIO GONDOLIER RISORTO”, così come erano uguali il plateatico con tutte le fioriere verdeggianti e colorate intorno … C’era però qualcosa di diverso che aleggiava nell’aria … Infatti, appena entrato, prese atto con sorpresa che il locale era stato quasi del tutto riattato e rinnovato.
All’interno non c’erano più né il figlio del vecchio gestore, tantomeno i suoi cacciarosi e simpatici nipoti … C’erano piuttosto dei giovani estranei, mai visti, che andavano avanti e indietro dandosi un gran da fare passando e destreggiandosi in mezzo a tavoli, divani e sedie di un arredamento dal tratto moderno. Una volta quel bar era una tipica osteria-baccaro veneziano: sapeva di vissuto e nella sala c’era sempre una penombra odorosa di vino, sapore di fritto e di cucina, nebbiolina da fumo di sigari e sigarette … Ora tutto era, invece, così lindo e luminoso, completamente cambiato.
Il Piovan “in incognito” non fece neanche a tempo ad entrare che gli venne subito incontro una bella ragazza giovane e asciutta con una lunga coda di capelli biondi, un visino fresco e un bel sorriso.
Senza neanche lasciarlo parlare gli disse subito: “Se è venuto per quel posto di lavapiatti, devo dirle che l’abbiamo già assegnato … Sono spiacente.” Il povero Piovano preso alla sprovvista si sentì avvampare per l’imbarazzo, e non gli riuscì quasi di spiccare neanche una sola parola.
“Io veramente … Intendevo chiedere …”
“Ah … Mi scusi per l’irruenza … Non è venuto qui per questo … Voleva forse prenotare per una serata … per una festa di Laurea per suo nipote?” lo incalzò ancora la ragazza iperattiva senza lasciarlo proferire parola.
“Ma chi è il nuovo gestore ?” chiese allora il Piovano facendosi coraggio e provando finalmente a dire qualcosa.
“E che importa a lei ? … Le serve, invece, qualcosa ?”rispose indispettita la ragazza pensando chissà a che cosa … e facendo subito intendere, pur gentilmente, che non era molto disponibile a perdersi in chiacchiere.
“Niente … niente …” borbottò il Piovano inventandosi una scusa. “Mi scusi … Forse ho sbagliato locale … Cercavo qualcun altro …” e girò i tacchi uscendo in strada e allontanandosi da quel posto divenuto irriconoscibile … e quasi completamente diverso. Anche quella giornata non giovò affatto all’allestimento della solita Pesca di Beneficenza.
E non ho detto ancora tutto … perché poi fu la volta dei Vigili del Fuoco mandati dal nuovo Sindaco (di sinistra), che cosa inaudita e mai successa, s’erano messi a blaterale sul diritto di plateatico del Comune, della tassa apposita da pagare per l’utilizzo degli spazi del Campiello, della necessità di chiedere l’autorizzazione … e di rispettare certe regole di sicurezza nell’allestimento secondo le nuove disposizioni comunali vigenti.
“Per intenderci …” spiegò il Caposquadra dei Vigili, “Basta utilizzare in giro tutti quei fili volanti vecchi come il Cucco … tutti incerottati e prolungati insieme … Basta luminarie incendiabili appese ovunque … Basta arrostire su quei fornelli da campeggio buoni neanche per arrostire in Laguna aperta … Ci devono essere sufficienti posti a sedere … estintori … acqua a sufficienza … le vie di fuga garantite … Siamo a Venezia … lei mi capisce … Dobbiamo evitare di accendere falò e incorrere nel rischio d’incendi … Niente baracchini improvvisati perciò … e accorgimenti pericolosi …”
“Mai sentita una cosa del genere !” commentò rabbuiata la Fosca. “Questo è un sopruso del nuovo Sindaco anticlericale … Neanche i Fascisti hanno fatto cose del genere … In questa maniera ci costringete a chiudere “baracca e burattini” perché pretendete un allestimento di cui non possiamo sobbarcarci le spese …”
“Andremo a protestare dall’Assessore !” protestò la vecchia Vanda di nuovo prossima a partire per un nuovo Pellegrinaggio in Terrasanta.
“Fate ciò che riterrete più opportuno …” risposero i Vigili senza scomporsi affatto. Era il loro lavoro, e con parlantina sciolta uno di loro s’affrettò a replicare bonariamente al Parroco che faceva le sue rimostranze: “Reverendo … ci deve capire …  Se tutti facessero come voi … Allora ogni baretto, ogni privato, ogni passante potrebbe mettersi liberamente a far garanghello in piazza, occupare il suolo pubblico, lordare, sporcare, usare e rovinare ancor più la nostra città … Lei sa bene, immagino che è previsto anche l’opportuna applicazione delle norme igieniche … Non penserà mica che passanti e parrocchiani possano andare a fare i loro bisogno nel vicino canale o negli angoli delle case e nelle callette ? Immagini che scempio ! …” e sorrise accondiscendente e un po’ ironico guardandosi intorno.
“E poi ?” aggiunse un altro in divisa fiammante e con un pizzetto accuratissimo sul mento. “non vorrete mica continuare ad appendere tutte quelle lampadinette colorate pendule … Quei “Baloni de Redentor fuori posto” … e quell’insegna della Pesca lampeggiante che mi fa paura solo vederla  ? … Non vorrete mica accendere ancora quei calderoni delle minestre e delle costesine ?  … Ce l’ha poi una debita assicurazione Sior Piovano ?”
 
“Signor no !” rispose cupo, a malincuore, e a testa bassa il Piovano … come se stesse rispondendo ossequiosamente davanti al suo Patriarca.
E non era ancora finita. C’erano ancora altre complicazioni che finirono con l’angustiare il nostro Piovano con la sua Pesca di Beneficenza … Qualche giorno dopo, infatti, pur presentandosi con tutto il rispetto e la discrezione possibile del mondo, vennero a suonare il campanello della porta della Casa-Canonica anche alcuni militi della Guardia di Finanza in borghese. Con grande tatto ed estrema delicatezza chiesero al Prete se aveva provveduto a riempire e presentare gli appositi moduli previsti per potere ottenere d’allestire la Sagra-Festa di Paese ovverossia della Contrada. Ricordarono anche che in tale occasione si doveva essere pronti a dichiarare quanto si raccoglieva e guadagnava, e che tale dichiarazione sarebbe stata gravata dall’apposita tassazione fiscale. Già che c’erano … sempre con grande garbo e cordialità … chiesero al Piovano che mostrasse loro i conti e le note delle somme percepite nelle edizioni precedenti della Festa di Beneficenza allestita in Campiello nelle annate precedenti.
“Santi tutti del Paradiso ! … e dove vado a trovarli tutti questi incartamenti ? Non mi sono mai stati chiesti … Ho solo il mio Libro dei Conti che di solito sono tenuto a presentare solo alla Curia e al Patriarca durante le Visite Pastorali … Non ho le carte che pretendete voi … Noi si è sempre gestito la cosa liberamente … alla casalinga, in semplicità.”
 
“E … non va mica tanto bene così …” sottolinearono i Militari scuotendo la testa e sorseggiando il caffè “duro e bollente”servito dalla Perpetua … ma sempre con buona maniera e grande cortesia e accondiscendenza. Annotarono diligentemente tutto nei loro quaderni e verbali … e invitarono alla fine il buon Piovano ad essere più meticoloso e diligente nella gestione di quella manifestazione pubblica.
“I tempi sono cambiati Reverendo … e noi con loro … Perciò piano piano si deve entrare in una dimensione e gestione delle cose diversa … più accurata e attenta … meno pressapochista e semplicistica … Lei ci intende vero ? … Da quest’anno le chiederemo maggiore precisione e trasparenza … come d’altronde si fa sempre con tutti gli eventi cittadini che interessano la città in questi ultimi tempi.”
 
Poi se ne andarono via … sempre con grandi sorrisi, strette di mano, e grande cordialità e gentilezza.
Capite allora come si complicò e andò a finire la questione dell’annuale Pesca di Beneficenza della Contrada allestita nel solito Campiello. Fu così che una domenica di fine marzo il Piovano si vide costretto alla fine della solita Messa Solenne di fine mattinata domenicale, a comunicare fra gli altri avvisi anche questo:
“… e per ultimo sono davvero spiacente e mortificato nel comunicarvi che dopo tanti anni, e tante gioie e fatiche condivise insieme … la nostra bella Pesca di Beneficenza nel nostro caro Campiello quest’anno non si farà.” e deglutì amaro subito dopo, pensando di sentire vibrare la chiesa per lo sconforto e il rumoreggiare deluso da parte dei suoi Parrocchiani presenti.
Invece non accadde nulla: l’aula della chiesa rimase in silenzio. Non ci fu alcuna espressione di rammarico, non un gesto di rassegnazione e di diniego … Niente. Tutto sembrò scivolare via come tutte le altre parole che lui pronunciava a fiumi dentro a quella chiesa ormai da diversi anni. La vecchia Angelicaseduta in prima fila accanto alla Dora continuò a sonnecchiare prima, durante e dopo delle sue parole.
“Qui più nessuno mi ascolta …” pensò il Prete. “Mi pare che questa gente sia diventata impassibile come i muri … e poco interessata ad ascoltarmi … Sembra quasi che con questo annuncio li abbia liberati finalmente da una scocciatura … Ma forse mi sbaglio.”
 
Poi concluse la Messa come il solito dicendo come sempre:“Andate in pace ! La Messa è finita … e anche la Pesca di Beneficenza” gli veniva da aggiungere … ma lo pensò soltanto.
Il maggio seguente di quell’anno fu piovosissimo, freddo e imbronciato. Non sembrava neanche tarda primavera e non ci fu nessun annuncio tiepido dell’imminente estate. Nelle sere seguenti all’annuncio in chiesa la Sala di Santa Veneranda in casa-canonica rimase spenta e vuota, senza nessuno. Quell’anno non si fece l’allestimento colorito dell’illuminazione del Campiello … nessuno uscì più per comprare i numeri vincenti della Pesca di Beneficenza sostando a parlottare, ridere, scherzare e mangiare e bere in compagnia. Perfino il“Bar agli Sportivi” che faceva affari d’oro nelle serate della Pesca di Beneficenza chiuse prima del solito perché i tavolini erano vuoti e senza avventori. Il Campiello sembrava un altro mondo, morto come tanti altri di Venezia, spogliato della sua vecchia identità che ora era diventata decrepita come quella di tutto il resto della Contrada.
“Coraggio ! … Non se la prenda.” disse la Perpetua al Piovano che osservava fuori dalla finestra il Campiello buio e deserto. “Quando se sèra un porta, di solito se vèrse un portòn !” recita il proverbio … Vedrà che torneranno tempi migliori.”
 
Ma a guardare di sera e di notte il posto davanti alla chiesa spento, sembrava che oltre alla proverbiale porta fosse stato chiuso anche il cancello e una definitiva saracinesca.
“Jerusalem deserta facta est.” mormorò il Piovano in vestaglia e ciabatte da camera continuando a sbirciare fuori dalle tendine bucate della finestra della cucina. Poi si volse verso la Perpetua come per cogliere l’effetto della sua battuta … Nella penombra non gli rispose nessuno, l’anziana donna s’era appisolata davanti alla televisione accesa.
E piovve, infine, sul bagnato … perché qualche giorno dopo giunse al Piovano la telefonata di presentarsi davanti al molto Reverendo Patriarca che intendeva trasferirlo a nuovo incarico pastorale. Subito dopo l’annuale Festa del Corpus Domini l’avrebbe accolto in udienza privata per comunicargli la nuova nomina e destinazione.
Il Piovano ripose la cornetta dell’apparecchio e scosse per l’ennesima volta la testa, che di volta in volta gli pareva diventasse sempre più pesante e male articolata come il giunto snodato e poco oliato di una vecchia macchinetta. Venne quindi il giorno del Corpus Domini quando anche lui si recò come tutti gli altri Preti sotto le volte dorate dei mosaici della Basilica di San Marco per partecipare alla solenne processione in Piazza … Anche quella era diventata solo il pallido ricordo di quella manifestazione solennissima e pomposa che sapeva un tempo calamitare l’intera città.
Una volta Venezia intera si fermava per accorrere in Piazza per la Processione del Corpus Domini … Adesso, invece … la cosa accadeva nella Basilica dove si assiepava una piccola folla di Veneziani, Religiosi e Clero … poi si passava, quasi alla svelta, col giro in Piazza … in mezzo a una folla fatta solo di turisti curiosi.
Il nostro Piovano recandosi nella Basilica di San Marco percorse facendo rimbombare i passi e frusciare le vesti, lo stretto corridoio che s’infilava dentro alla Sacrestia doppiando un altarolo che ne nasconde l’entrata. Lì dentro trovò la solita folla radunata e vociante di Religiosi, Monsignori, Preti e Frati, Congregati e Confratelli tutti apparati e agghindati pronti a inscenare il grande Rito della Celebrazione … Il Piovano fra gomitate e spinte cercò e si procurò un angoletto libero dove riuscire ad inforcare e vestire i suoi abiti da cerimonia e la“stola d’ordinanza” della sua Congregazione Cittadina. Poi destreggiandosi nell’intenso vociare fra schiene, spalle e gomiti, e confratelli tutti agghindati provò a riconoscere qualche volto familiare per scambiare due parole e ingannare l’attesa dell’inizio della cerimonia solenne decretato dall’arrivo del Patriarca.
Fece un cenno a uno che gli rispose con un cenno e tirò dritto … Sorrise a un altro che fece altrettanto … e tirò dritto anche quello … Si profuse in un profondo inchino in direzione di un Monsignore tutto parato e preparato come un Santo scappato da un telero dipinto del Rinascimento. Il Monsignore rispose abbassando a sua volta il capo cinto dalla sua mitra appuntita candida e ingemmata … poi distolse lo sguardo per incrociarlo con quello di un suo pari che l’aveva apostrofato chiamandolo per nome … Anche il nostro Piovano strinse un paio di mani a due Fratonzoli mai visti che l’omaggiarono per il rispetto dovuto alla sua canuta età.
“Ciao carissimi ! … Ciao ciao … Saluti ! … Omaggi !”rispose molto cordiale … “Chissà chi erano costoro ? … Mai visti !” pensò … Così potè stavolta tirare dritto a sua volta facendosi ancora largo nella folla sempre più densa, a caccia ancora di qualche “volto amico” … E lo trovò.
“Bondì Don Carletto !” esordì il Piovano.
“Oh chi si vede !” rispose subito l’altro mostrandogli il solito volto paffuto e arrossato. “Sei ancora vivo ?” aggiunse ridacchiando e socchiudendo gli occhi a fessura dietro gli occhialetti dorati.
“E anche vegeto …” provò a ironizzare il Piovano. “Come va nelle tue campagne con i tuoi contadinotti ?” aggiunse canzonatorio.
“Forse meglio che qui da te nella città in ammollo e con le chiese tutte chiuse, malandate e deserte.” rispose l’altro gagliardo e punzecchiante, nonché “armato” di un sorriso derisoria. “Riesci ancora a tenere aperta la chiesa o ti è caduto il campanile e il tetto in testa ? … E quante vecchie galline-comari ti vengono a chiocciare a Messa ? … Due o tre in tutto ?” aggiunse condendo la battuta con una grassa risata acuta che gli fece ballonzolare la panza prominente, e fece soprattutto inasprire l’anziano e impettito Cerimoniere Patriarcale che battè violentemente le mani gridando:
“E allora ? Signori ! … Un po’ di rispetto e silenzio ! … Cos’è tutta questa sguaiatezza ? … Sta inziando la solenne cerimonia.” e piombò immediatamente il silenzio nella Sacrestia pervasa solo da un flebile ronzio di voci e sussuri.
“Fra poco allora inizierà la consueta solenne cerimonia …”riprese ritrovando il suo tono mellifluo il Cerimoniere, “Il Magister dei Riti elencherà ora l’ordine processionale da seguire … Assumiamo perciò cari Confratelli l’atteggiamento giusto e diamo al Rito il dovuto decoro.” E subito in un angolo prese a gracchiare la voce secca, rauca e tagliente del Magister dei Riti che prese a gridare ed elencare ad alta voce la lista delle “tradizionali precedenze processionali”“Veneranda Congregazione Santa Maria Materdomi !” urlò, “Veneranda Congregazione San Teodoro …” e tutti iniziarono a muoversi e incolonnarci, mettendosi ciascuno in fila secondo “il colore” della propria Congrega d’appartenenza e l’ordine di chiamata. “San Silvestro !”cadenzò ancora il Magister quasi cantando … “San Polo ! … San Canzian ! … San Salvador !”. 
Sembrava una nenia, una cantilena adatta a far addormentare i bimbi, e invece, decretò per davvero l’inizio della Solenne Cerimonia. L’aria si saturò presto della nebbiolina dell’incenso … Apparvero i Chierici con le torce e la Croce Astile Dorata … In fondo spuntò dalla Cappella interna di San Teodoro il Cappello appuntito e scintillante del Patriarca tutto vestito d’oro accompagnato dai suoi assistenti dorati pure loro, che gli tenevano spalancato il Piviale splendente e davvero sontuoso.
La scena era fantastica, inverosimile … Sembrava spalancata e sollevata un’ala del Paradiso … Perciò s’incamminarono lentamente tutti, mentre nell’aria e sotto le volte dei mosaici stupendi inondati dal sole del tramonto rimbombò il suono maestosissimo dell’organo e le voci polifoniche del Coro che fecero rimbombare melodiosamente l’intera Basilica Marciana.
Uno spettacolo ! … Una suggestione unica e magnetica … Pareva fosse esploso il Tempo, che si fosse spalancato un varco spazio-temporale aprendosi su di un mondo ultraterreno.
“Sai che mi traferiranno presto …” sussurrò il Piovano al suo vicino di fila e amico Don Carletto.
“E finirai in campagna anche te questa volta ?” rispose sussiegoso Don Carletto, mordendosi le labbra, e soffocando una risata che gli saliva da dentro. Si contenne e ricompose subito, e issò e mostrò le mani perfettamente giunte e allineate sopra al petto e alla tonaca candidissima.
“No … In campagna spero di no … Spero che il Patriarca abbia pietà di me e mi lasci ancora qui in città … Spero …”sussurrò il Piovano atteggiandosi anche lui con le mani allo stesso modo del confratello poggiando i gomiti sulla sua prominente pancetta nascosta.
“Chi vive sperando … muore cantando …” sibilò don Carletto incontenibile, “Bisognerà vedere se il PadreEterno vorrà avere pietà di te e lasciarti ancora a Venezia …”aggiunse sornione ancora, “Può darsi che ti preferisca relegato in qualche chiesupola spersa nella tua allergica campagna … Ti vedrei bene, sai, a coltivare l’orto col cappello di paglia in testa …” sghignazzò aggregandosi subito dopo ad alta voce al Canto solenne delle Litanie cantate in Patriarchino antico.
“Ci mancherebbe solo questo … Già non si è potuto quest’anno fare più la Pesca di Beneficenza … Sapessi quanto mi rincresce …”
“La Pesca di Beneficenza ? … Ma fai sul serio ? … Credi ancora sull’utilità di quelle cose là ? … Sono baggianate…” gli rispose il confratello divenuto scostante.
Il Piovano deglutì amarissimo fingendo di non aver sentito … Poi quasi gridò a squarciagola cantando contro le magnifiche volte dorate della Basilica di San Marco: “Orate pro nobis !”
La sua voce squillante si computò alle tante di tutti gli altri che riecheggiavano dentro alla grande quanto splendida chiesa.
Poi il Piovano non disse più niente … Si sentì come soffocare … Infilò un dito dentro al candido collare inamidato che portava intorno al collo … Storse il collo a destra e a sinistra tendendolo insieme con forza e delicatezza, quasi a volerlo liberare da una morsa invisibile … da una presa plastica soffocante. Senza accorgersi strinse anche le labbra in una smorfia scomposta e trista, mentre la fronte gli si imperlò improvvisamente di sudore e si sentì avvampare tutto in volto.
“Orate pro nobis !” gridò ancora cantando … cercando come liberazione.
Circa la questione della Pesca di Beneficenza s’era sentito come vilipeso e deriso anche dai suoi che avrebbero dovuto, invece, comprenderlo e capire la bontà di quell’iniziativa.
“Il maggio di quest’anno si è fatto improvvisamente caldo…” mormorò fra se e se meditabondo, quasi bofonchiando. E così dicendo aspirò rumorosamente tirando su con naso, tanto che due confratelli impettiti davanti gli si voltarono davanti ad osservarlo squadrandolo da capo a piedi. Deglutì allora due volte, poi emise un grosso sospiro rassegnato.
“Sancti Martini et Vigilio-oooo …” volteggiò l’ennesima invocazione eterea aleggiante in aria.
“Orate pro nobis !” gridò il Piovano a tutta forza … quasi arrabbiato.
Poi non fece altro, neanche una mossa … Trasse solo il bianco fazzolettone spiegazzato dalla tasca, da sotto l’ampio camice bianco, e si tamponò la fronte profondendosi in un ossequioso inchino arricchito da un giallo sorriso tanto freddo quanto apertamente falso e di circostanza verso una vecchietta che l’osservava esterrefatta dall’ultimo posto di una lunga fila di panche.
“Sono proprio cambiati i tempi … E’ cambiato tutto !”concluse rivolto a se stesso e scuotendo ampiamente la testa. Si sentì come un dinosauro, un uomo preistorico … un Vate primitivo …
Gli altri due eleganti Reverendi davanti a lui avevano ripreso a percorrere impettiti ed eleganti il corridoio che si apriva davanti a loro … Il lunghissimo corteo della Processione continuava … Sembrava aleggiassero procedendo sollevati da terra e leggeri in aria … Solo le scarpe del nostro Piovano sembravano scricchiolanti e pesanti, quasi appiccicate, adese al pavimento intarsiato della Basilica … Sembravano le scarpe sformate e larghe, ineleganti e infangate del sempliciotto Piovano Arlotto di campagna.
“Procedamus !” a un certo punto gli sussurrano i Preti che gli stavano dietro spingendolo avanti dolcemente. “Vada avanti ! … Che sta facendo ?” pigolò una voce senza volto. Don Carletto più avanti lo stava osservando interrogativo …
S’era fermato senza neanche accorgersi … lasciando un vistoso buco di qualche metro nella fila solenne della Processione.
“Mi sono fermato un attimo sovrappensiero … Così come s’è spenta e fermata la Pesca di Beneficenza della mia Contrada.” provò a spiegare … ma dalla sua bocca non uscì alcun suono.
Fine della quinta e ultima parte.
lug 12, 2016 - Storie mai nate    No Comments

“… E NON CI SARA’ PIU’ LA SOLITA PESCA DI BENEFICENZA IN CAMPIELLO. ” – quarta parte.

... e non ci sarà più la solita pesca di beneficenza in campiello 04

 La gita fuoriporta realizzata dopo la conclusione della Pesca di Beneficenza il Piovano chiamava vezzosamente “il contentìn finale col golosèzzo”. Era un desiderio, un’aspettativa molto sentita da tutti quelli che in qualche maniera collaboravano a mettere insieme e allestire durante tutto l’anno quell’iniziativa benefica della Contrada.
Detto in altra maniera … per molti della zona era un po’ l’evento dell’anno, una di quelle giornate memorabili di cui andavi avanti a parlare e ricordare per anni, anche perché per più di qualcuno a quei tempi … era una delle poche occasioni, se non l’unica per uscire da Venezia e dalla sua Laguna. Il tutto s’organizzava a seconda del numero dei partecipanti noleggiando un vecchio pulman sgangherato e fumoso che apparteneva alla ditta “Nori”, che in realtà era il nipote dellaAgata Impissafoghi … Facendo a quella maniera si risparmiava di certo sul costo della gita e della partecipazione, però c’erano sempre due problemi fissi: uno che si finiva sempre per lasciare a casa qualcuno esaurendo i posti disponibili … e questo generava uno scontento che durava in secula saeculorum, e a volte faceva risentire diversa gente … Due … il bus preistorico di Nori, se per caso sceglievi una meta che fosse sopra ai colli o che per raggiungerla si dovesse compiere grosse salite … come il passo del Fadalto, ad esempio, per arrivare al Lago di Santa Croce e poi fino a Longarone … finiva sempre per “impiantarsi sul più bello”senza volere più saperne di riavviarsi e andare oltre.
Bisognava ogni volta scendere tutti, a volte sotto alla canicola del sole … e qualche volta sotto alla pioggia … e gli uomini dovevano perfino mettersi a spingere il pesante automezzo. Una volta si è perfino sfiorato il dramma perché i freni hanno ceduto quasi del tutto e se non ci fosse stata una vecchia e robusta casa sull’angolo di un tornante si sarebbe finiti col pulman dentro a un burrone.
Che storie ! … Ma quasi ogni volta il Piovano tornava a noleggiare lo stesso mezzo.
“Povero fiòlo …” si giustificava il Piovano mortificato per l’accaduto, “dovarà pur vivere anche lui in qualche maniera ! … Quell’automezzo è il suo sostentamento …”
“E non vorrà miga che per darghe un franco a Nori una volta o l’altra finimmo tutti zòso e dentro a un precipisio ?” brontolava energicamente risentita e impaurita la Zanze Bossetta. “L’ultima volta ho temuto che andassimo tutti a ròmperse l’osso del collo ! ”
“Ha ragione la Zanze !” infieriva e rincarava la dose l’Albertina, amica di zia Eufemia e sorella della Teresa Papusòni. “ Se andè avanti a ciamàre quello là, mi non verrò più … e come mi farà tanti altri.”
 
Perciò il Piovano sceglieva di utilizzare e partire col treno, e per qualche anno si metteva da parte il vecchio autobus, allargando anche il numero dei partecipanti che così rendeva la compagnia ancora più eterogenea e divertente. Poi, dopo un po’ di anni, ritornava alla ribalta di nuovo il pulman de Nori … che nel frattempo era diventato ancora più vecchio e scassato … un vero pezzo da museo, se non un rottame.
Comunque pulman o treno, o motonave o quel che fosse … la gita delle Pesca di Beneficenza rimaneva una grande occasione … una festa sempre memorabile. In ogni caso si svolgeva sempre da mattina a sera, in giornata, partendo presto poco dopo l’alba, e tornando prima di mezzanotte … cosa per qualcuno più unica che rara. Un’eccezione alla regola.
“Xe un strapazzo tornar così tardi per mi che sono abituata ad andare a letto con le galline subito dopo el tramonto del sole … Un bel caffelatte caldo coi biscotti … e via ! … sotto poppe in nanna … Tornare a casa a mezzanotte per mi xe una copàda, una cosa che me vorrà dopo tre quattro giorni per riprenderme …” commentava ogni volta la Ida Zorzi.
“Brutto essere vecchi Ida !”
“Senti chi che parla ! … La giovinotta ! … messi insieme mie ti fasemo quasi due secoli di anni.”
 
Il Parroco annunciava sempre una settimana prima la data attesissima della gita-evento … e quando l’annunciava dall’altare alla fine della Messa Solenne delle undici lo faceva sempre con un certo sorrisetto di contentezza … e metteva la notizia sempre per ultima dopo tutti gli avvisi, perché sapeva che era la novità più attesa.
Il Piovano diceva sempre pressappoco la stessa cosa, tanto che tutti capivano che era arrivato il momento della bella notizia: “Alla fine di tante benemerite fatiche, anche quest’anno ci dedicheremo come “cosa buona e giusta” … e qui si fermava con le parole come in suspance … “alla nostra meritata Scampagnata con bisboccia !” concludeva soddisfatto rincorrendo le parole e gongolando tutto.
Ogni volta si alzava in chiesa tutto un mormorio di allegria ed eccitazione, e un mucchio di commenti sulla meta proposta a sorpresa che il Piovano doveva calmare con le mani per poter finire la Messa dando la solita benedizione … così che tutti potessero scemare fuori dalla chiesa in Campiello … dove c’erano già Aristide e Benetto che aspettavano tutti con un banchetto per poter iscriversi alla scampagnata.
Sempre ogni volta era tutto un accorrere, un far ressa, gridare e sbraitare perché nessuno voleva rimanere fuori e perdere di partecipare a quell’occasione. Ci fu un’annata in cui si iscrissero al banchetto fuori della chiesa quasi duecento persone … e siccome, fatalità, era annunciato per lo stesso giorno uno sciopero dei treni, bisognò in fretta e furia ordinare ben due pulman … quello di Nori, ovviamente, e quello nuovo di una ditta turistica che venne a costare di noleggio quasi il triplo.
Il Piovano quell’anno storse il naso rattristato per quella spesa impropria … perciò disse: “Vorrà dire che stringeremo la cinghia sulle spese del mangiare e del garanghello di mezzogiorno.”
“E no !” ricordo che saltò su inviperita la Impissafoghi: “Nol vorrà miga che una volta che se movèmo andèmo a mezzogiorno a mettere sotto le gambe a una tavola da morti de fame ? … Non va affatto ben ! … El me càva via pur tutto … anche i peggior vizi … Ma nol stàga torme el garanghello e el pranzo alla Trattoria-Locanda dei Fioi della Cecilia … La xe la cosa migliore di tutta la giornata e della festa … quella che soddisfa l’appetito de tutti.”
 
Infatti, anche quell’anno si tornò a gitare nello stesso posto … perché gira e volta le mete proposte “a sorpresa” dal Piovano erano sempre le stesse. Nove volte su dieci si tornava sempre al solito piccolo Santuario dimesso in cima a una verde collinetta … un cocuzzolo coperto da un boschetto con una viottola ombrosa e sassosa del tempo del Medioevo che lo risaliva tutto fino alla cima. Fino là in cima non ci andava e saliva quasi più nessuno, perché un tempo la chiesetta-ospizio faceva parte di un cammino di pellegrini camminatori e viandanti … Ora, invece, dopo che nella valle avevano costruito la diga non si andava più per i vecchi sentieri, ma la salita alla chiesetta era fine a se stessa … il sentiero terminava lì dove c’era solo la chiesetta col portico in cima a uno spiazzo … e bisognava prima andare in casa del Prete del paese per farsi consegnare le chiavi della cappelletta sempre chiusa sbarrata.
La Messa che celebravamo dentro tutti stipati e stretti e grondanti di sudore e fatica dopo la ripida e sconnessa salita, era sempre piena di allegrezza ed entusiasmo tanto che passava in secondo piano l’intenso puzzo di muffa e di chiuso che riempiva la chiesuola, così come non si faceva caso alle panche polverose e alle sedie mezze mangiate dai tarli … un po’ come tutto il resto dell’arredo. Perfino gli abiti da Messa che indossava il Piovano erano sbiaditi e sdruciti … e una volta abbiamo dovuto portarci da Venezia tutto l’occorrente per “dire Messa” perché dei vandali sconosciuti avevano nottetempo rotto la porta della chiesetta, asportato tutto ciò che era rubabile … e inzozzato tutto.
“Porci ! … Vigliacchi !” aveva commentato zia Eufemia scandalizzata e arrabbiata come non mai.
Ma non importava … Avevamo cantato a squarciagola con un entusiasmo lanciato a mille.
Ma il bello della giornata consisteva soprattutto in altro: … nove volte su dieci non si aspettava altro che la bella mangiata con degustazione dei buoni vini delle vigne di Vittorio Veneto, e il pranzetto coi manicaretti e i dolcetti gustosissimi della “vecia e affezionata Cecilia … che tutti chiamavano Cèa”.
Allo stesso modo … nove volte su dieci … si trascorreva l’intero viaggio andata e ritorno recitando tutti i Rosari possibili e tutte le Litanie dei Santi e della Madonna … Ma nove volte su dieci c’era poi Arturo che tirava fuori la fisarmonica e si cimentava in “cento canzonette” che continuava a suonare poi anche sui prati davanti alla chiesuola dopo la Messa. E lì si faceva spettacolo … perché soprattutto le donne più vecchie si esibivano in “acrobatiche” danze e piroette d’altri tempi fatte spesso su gambe gonfie e artrosiche.
“Era stupendo e divertentissimo vedere ballonzolare certi carni flosce e certi pancioni non più avezzi a tanto movimento … C’era chi si buttava sfinito sull’erba … chi raccontava storie da scoppiare da ridere, chi tirava fuori tutte le vicende del passato … e chi non perdeva occasione per ficcanasare negli affari degli altri o spettegolare anche in trasferta sugli ultimi avvenimenti della Contrada di Venezia … Ma era bello … Bello per davvero … Certe scene sono trascorsi tanti anni, ma me le ricordo ancora come se fosse ieri.”
 
Alla fine si rientrava in Laguna e a Venezia, sempre col solito pulman che continuava a sbuffare, restare in panne sulle rampe più erte, ed emettere fumo nero da dietro.
“Noi dentro si pregava anche per questo … anche perché tutto andasse per il verso giusto … e alla fine fra una “Giogiotta e un Compare Giacometto” si tornava ad affacciarci sulle acque pigre della Laguna e rientrare a Venezia … Allora sul Ponte si cantava: “Viva San Marco e le Glorie del nostro Leon”, e si rientrava a casa felici e contenti … Che tempi ! … Perfino zia Eufemia che era sempre seriosa sorrideva alla fine di quelle giornate memorabili … ed era uno spettacolo nello spettacolo … forse la cosa più bella di tutta quella “scampagnata”.”
 
Qualcuno della Contrada partecipava all’evento della Gita della Pesca di Beneficenza ormai da decenni … La “Scampagnata di maggio” era uno dei pochi eventi che segnavano la vita di quello spicchio di Venezia dove la vita di solito accadeva quasi ogni giorno sempre uguale a se stessa.
Ho raccontato tutto questo per dire di come nella Contrada di Venezia c’erano molti che contribuivano, ciascuno a modo proprio, all’allestimento annuale di quella Pesca di Beneficenza. Zia Eufemia con le sue amiche comari si riuniva e incontrava praticamente quasi ogni giorno dell’anno per confezionare “ciapini” (presine) all’uncinetto da utilizzare poi come premi di consolazione nella Pesca. Accanto a quelli si raccoglieva ovunque in giro per gli esercizi di ristorazione, nei bar, nelle osterie e nelle locande delle Contrade di Venezia, spingendosi perfino fino a San Marco e a Rialto, tutta una serie di cavatappi e paccottiglia fornita gentilmente soprattutto dalla ditta Verzieri che teneva bottega di Ferramenta in Rio Terrà, proprio ai piedi del Ponte di Ferro costruito al tempo del Fascismo.
Alla fine dei lunghissimi preparativi che duravano dei mesi in cui ho trascorso anch’io molti pomeriggi e serate intere ad arrotolare bigliettini con i numeri chiudendoli dentro a un elastichetto, e tutti si davano un gran da fare per “fare il giro dei negozi” racimolando qualcosa, o andando a rovistare ancora una volta negli armadi e nei bauli delle soffitte, arrivava il “momento cruciale”. Era quello in cui il solito Arturos’ingegnava nottetempo con Gianni Sartorio nell’allestire il“Baracchìn della Pesca in Campiello”.
 
Era il segnale che era giunto il tempo di “aprire” la Pesca di Beneficenza. Per l’occasione perfino il Sarto Saverio chiudeva provvisoriamente la bottega di sera per aiutare Arturo e Gianni in quell’impresa. Pareva un miracolo vederlo fuoriuscire dal suo antro col suo inseparabile baschetto blu calcato in testa e messo sbieco … e il mattino dopo il “baracchìn” ricompariva là, nell’angolo del Campiello, pronto e bello con la sua insegna dipinta per essere inaugurato e dar così inizio alla Festa di Beneficenza della Contrada. Nella stessa nottata gli stessi volonterosi stendevano dentro alle ombre notturne fili su fili di lucette coloratissime, e “bei balòni festosi” che avrebbero illuminato e colorato ad effetto le serate seguenti.
Alla fine si provvedeva finalmente ad esporre come preziosi trofei tutte quelle carabattole recuperate ovunque o estorte quasi a forza a tutti gli esercenti della zona e di mezza Venezia, che pur di liberarsi di quelle richieste dal rito esasperante e quasi molesto, finivano sempre col concedere qualcosa che stava per scadere, aveva qualche piccolo difetto, o era ormai andata fuori moda.
Negli stessi giorni di quell’imminenza, Giosuè il falegname-marangon della Contrada, riparava ogni anno “il menarosto ossia el girello” dove collocare dentro i numeri da estrarre della Pesca di Beneficenza. Era una specie di rito finale dopo del quale si era veramente pronti per iniziare “la festa”.
 
E ora sono quasi verso la fine di questa storia … Io sono Mirconipote dell’Eufemia. Sono cresciuto e diventato grande, ed è stato per me quasi naturale e ovvio finire con l’indossare la veste talare da Prete come aveva sognato per molti anni che accadesse mia zia … che le sembrò per la contentezza d’essere diventata Prete pure lei. Dopo un bel po’ di anni di gavetta vissuta un po’ ovunque come Cooperatore Vicario in giro per il prestigioso Patriarcato di Venezia, il cerchio della vita si è chiuso, e finalmente sono stato nominato Piovano ossia Parroco della mia stessa Chiesa e Contrada dove sono nato, cresciuto e vissuto.
E’ stata grande festa per tutti quest’occasione, la rimpatriata di un figlio della Contrada che è tornato insignito di un titolo dal valore non indifferente. Ovviamente, fra tutti i compiti e gli obblighi da Prete a cui devo attendere, come ArciPrete e Piovan Mirco non ho dimenticato di riconfermare e continuare a realizzare l’annuale appuntamento tradizionale della Pesca di Beneficenza della nostra Contrada.
E’ una cosa di certo secondaria rispetto alle priorità della “cose di Dio” da proporre alla “mia e nostra zènte”, ma di certo è anche una cosa buona, una costumanza della Contrada che merita d’essere perpetuata e raccomandata a tutti quelli che abitano ancora qui in questa zona di Venezia.
“Però quest’anno me la vedo brutta …” borbottò Piovano Mirco riponendo la stola viola consunta sul bancone della Sacrestia dopo averle schioccato sopra un bacio furtivo …
 
“Quest’anno sembra che tutti gli Astri del Cielo ce l’abbiano con noi e ci siano sfavorevoli …”
 
C’è da spiegare e aggiungere che don Mirco la stessa mattina avevano accompagnato a sepoltura la povera Sjora Dirce della Contrada … Che mestizia ! … S’era perso un pilastro … un sostegno importantissimo, quasi l’Anima di tutte le …
Fine della quarta parte/continua.
lug 12, 2016 - opinioni    No Comments

“Buon giorno !” … seh …

Renato Guttuso_Fuga dall'Etna_1939

Si fa presto a dire: “Buon giorno” ! … spesso esistono sottili differenze che rendono la realtà leggermente diversa, più complessa … e a volte più coriacea.

**** il dipinto è di Renato Guttuso: “Fuga dall’Etna” del 1939.

lug 11, 2016 - opinioni    No Comments

“LUGLIO … COL BENE CHE TI VOGLIO …”

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 Di solito si dice: “Facciamo un’opera pia ! … Andiamo a trovare e salutare uno/una che è ricoverato in ospedale.”
Bene ! si pensa di solito. Bella cosa !
Per niente, invece.
In ospedale passa e ripassa spesso gente che non viene affatto a rassicurare e rasserenare … Macchè !  Spesso vengono persone che entrano dai loro congiunti e amici per aggiornare la lista di coloro che si sono ammalati o sono morti nel paese … vengono a dire e spettegolare di questo e di quello che ha tradito la moglie, ha imbrogliato l’amico … è saltato fuori che è pieno di debiti … s’è inguaiato, si ubriaca … ha avuto un figlio scapestrato o disgraziato …
 
“Ginevra, invece, ha avuto poca fortuna: s’è rotta il femore di una gamba cadendo dalle scale mentre provava a cambiare le tende del soggiorno alle due di notte sopra a una scaletta ballerina e sgangherata.”
 
Si soffermano a raccontare dell’inefficacia delle cure, delle malefatte della malasanità … e di come quell’altro si è tirato dietro quel malanno per trent’anni senza mai guarire rimanendo per sempre con la gamba storta.
Altro che ottimismo e incoraggiamento !
Ma che volete ? Il mondo è fatto spesso anche così … il poveretto o la poveretta allettati alla fine si ritrovano con ulteriori preoccupazioni a cui dedicarsi, e se prima avevano l’umore flesso e il morale sotto ai tacchi … dopo “le visite” in più di un’occasione ce l’hanno ancora di più.
Per fortuna non è sempre così … e qualche volta accade anche il contrario: succede che un nonno “rinasca”intravvedendo per pochi attimi il volto del suo nipotino … così come ho visto un nonnetto fibrillare, emozionarsi e quasi“capottarsi di malore” perché dopo tanto tempo ha rivisto il suo fedele cagnolino.
Ieri mattina ho visto anche una nonnetta ultraottantenne sorda e placida di solito sempre tutta racchiusa dentro al suo mondo ovattato e pieno di eco, partire a razzo inspiegabilmente avanti e indietro mille volte per tutto il corridoio del reparto dell’ospedale.
“Come mai improvvisamente così attiva e arzilla ?” ci siamo chiesti essendo abituati a vederla quasi sempre spiaggiata sul suo letto e nel suo cantuccio ordinatissimo. Semplice la spiegazione: la figlia venuta a trovarla e salutarla le ha detto che se non camminerà e non sarà autonoma come una volta … a casa sua non tornerà mai più.
Povera vecchietta ! E’ scattato nella sua mente un pensiero, s’è avviato un motorino … Faceva tenerezza vederla sgambettare avanti e indietro come non mai dopo l’intervento alla gamba e l’accidente al cuore … La prospettiva della casa di riposo le infondeva un “benefico terrore” … e ancora dopo il pranzo pendolava avanti e indietro dentro al suo vestaglione a fiori d’altri tempi lungo fino a dieci centimetri dal pavimento per nascondere le gambe: “Con tutti quegli uomini in giro per l’ospedale non si sa mai … Meglio essere sempre prudenti anche dopo gli ottantanni.”
Invece che dedicarsi al solito pisolino ristoratore pomeridiano … Non c’era verso di fermarla … Sembrava uno di quei pupazzi di pezza di un tempo che caricati a molla si muovevano in continuità finchè non avevano terminato l’intera carica meccanica.
“Fermati nonna ! … Dove vuoi arrivare ?”
“A casa mia ! … e non in casa di riposo !”
 
Al di là di tutto questo … stamattina il sole di luglio è sorto sopra alla Laguna di Venezia tutto arrossato, opaco, come sudato e vestito d’afa … irascibile. E’ spuntato sopra l’orizzonte come una grossa palla rossa proprio a sinistra del campanile della Madonna dell’Orto … mentre d’inverno e nelle altre stagioni sorge di solito più basso, cupo e freddo e meno luminoso … più a destra: più in là del grosso campanile della chiesa di San Geremia e Lucia, e sopra al tetto di quella degli Scalzi … Così accade a Venezia.
La distesa della Laguna era opalescente, satura di vapori umidi … sembrava una liscia sciarpa ricamata di riflessi aranciati e dorati distesa sopra alle acque … Di mattina presto gli specchi d’acqua sono liberi e placidi, deserti a confronto a come saranno fra qualche ora proseguendo la giornata … Barche e barchette, motoscafi e natanti di ogni tipo intaseranno “i corridoi acquei” recandosi a caccia di fresco e sensazioni nelle isole più sperdute, pittoresche e recondite … Oggi pomeriggio c’erano ben due spettacolari regate di barche a vela coloratissime che riempivano col loro grumo di tele curve e gonfiate dal vento gli spazi lisci normalmente immobili.
Stamattina, invece, non c’era nessuno … C’erano soli i pochi pescatori immersi nelle acque basse fino alla cintola e con le mani nel fango intenti a pescare seguendo abitudini e metodi antichi: “Un ocietto nero sul fondo: caparossolo … due ocietti scuri: capalonga”.
 
Avete capito già … oggi è domenica, domenica d’estate, domenica di luglio … L’autobus semivuoto e freddo come un frigorifero e grondante condensa bagnata trotterellava ballonzolando verso la Terraferma … Due giovani grigi e uggiosi come il loro cane, un po’ sfatti a dire il vero, portavano sulle spalle tutto quello che era il loro mondo … Poco prima a Venezia … proprio sotto a casa mia, il solito ubriaco del quartiere è rientrato a casa tossendo, scatarrando, gorgogliando e bestemmiando … Ha sbattacchiato come fa sempre la porta del suo condominio dopo aver riso, sputacchiato, discusso con se stesso, e ripetuto il suo consueto rito litanico d’improperi, canti e lazzi … La donnetta in sottoveste della casa di fronte, invece, ha concluso il tempo delle ore notturne lavando rumorosamente i piatti lasciati nel lavello la sera precedente … poi ha innaffiato canticchiando tutti i vasi dei fiori del balcone …
 
“Svègia mi … Svègi tutti !” ha esclamato frizzante ed entusiasta d’esistere. Infine s’è accesa la prima sigaretta del giorno accendendo insieme a tutto volume il primo giornaleradio del Veneto della giornata.
Vicino all’imbarcadero deserto c’era, invece, già in azione il solito tossicone del quartiere. Scenograficamente pimpante come sempre, ha agganciato un mattiniero della Contrada che correva grondante di sudore imbastendogli tutto un discorso su quand’erano bambini e frequentavano in classi diverse la stessa scuola:
“Bei tempi ! … Tempi normali … Non tempi difficili, problematici e complicati come quelli di oggi in cui si stenta a far quadrare il cerchio dei conti quotidiani … “Non xe che per caso ti gà un per de euro che te vansa da regalarme ? … Che so nel bisogno.”
 
Alla fine, gira e rigira, fingendo normalità, torna sempre lì con i suoi discorsi, e la sua cordialità e simpatia termina e naufraga sempre in quel gesto spesso redditizio di chiedere elemosina.
L’autobus corre … Fuori del finestrino opaco sfilano quelli che ne stanno seduti in panca facendo colazione nel parcheggio dell’ipermercato ancora chiuso prendendosi il fresco e attendendo novità … “Luglio col bene che ti voglio … vedrai non finirà … Ahi ahi ahi !” canticchiava sorridendo una signora di mezza età tutta accaldata e sudorante mentre saliva in autobus affannatissima.
 
“Si ricomincia con un altro giro di giostra ! … Si riparte: tutti a lavorare ! … Luglio col bene che ti voglio … ” ha esclamato con tono tronfio e tragicomico … Intanto sfilavano via oltre i finestrini le finestre degli uffici tutte spente … le banche chiuse … le serrande dei negozi tutte abbassate eccetto quella chiusa a metà delle pasticceria dove fuori sosta il solito Africano a caccia anche lui  d’estemporanee elemosine … Oggi sembra smarrito perché non c’è nessuno in giro da salutare tendendogli la mano.
Vacanzieri feriaioli col cappello di paglia in testa trascinavano valigioni rotellati affrettandosi a partire … Un camion della spazzatura ruotava lampeggianti ingoiandosi tutta la spazzatura del quartiere … Un ciclista dell’alba lanciatissimo pedalava perdutamente all’impazzata sotto ai cavi sudati e scuri del tram e sulla strada deserta come dovesse tagliare il traguardo più prestigioso della sua esistenza … I semafori pigri occhieggiavano a vuoto accondiscendenti e complici: oggi non c’era nessuno che scalpitasse per andare, né c’era chi strideva partendo sopra alla striscia d’asfalto luccicante e vaporosa.
“Non si muove foglia.” mi ha detto il giornalaio, “Oggi prevedo gran caldàna … Adesso impìsso l’aria a tutta bìra.”
Gli oleandri rossi, rosa e bianchi straripavano sulla strada ridondante floridezza odorando la strada di amare fragranze … L’estate sta facendo il suo corso ribadivano le cicale nascoste a concertare noiose dentro al verde … Il Verde inframezzato alle case e insinuato ovunque respira e vive all’unisono con noi e tutto il resto … seppure in maniera soft, quasi senza disturbare e con una sua riservatezza … pensieri … modi di concepire e vedere.
Una grossa e grossa anziana pisolava seduta, sospesa quasi in esposizione, sul terrazzino di casa sua al terzo piano di un condominio qualsiasi … Ampio asciugamano disteso sotto, e largo asciugamano avvoltolato intorno al collo mentre un vistoso ventaglio con sopra scritto LONDRA le frullava in mano … Parlottava sorridendo fra se e se, ad occhi chiusi …con le mani corpose e le dita a salsicciotto.
Altro sguardo intorno … E’ difficile accettare il fatto, anche se poi professionalmente ci tiri una riga sopra e vai avanti rassegnandoti quasi automaticamente, che certe facce con cui hai più volte interagito si trovino lì sorridenti e allineati nella vetrina delle Onoranze … Non ci penso … ed entro in ospedale.
Una signora delle pulizie mai vista e neoassunta con i risvolti dei pantaloni della divisa piegati due tre volte se ne sta compunta e silenziosa a testa bassa “a pedalare”.
 
“Oggi non è domenica, né è estate, non è niente … Anche se è sereno, è come se fuori grandinasse … Oggi c’è solo il lavoro e basta … senza tempo … e per fortuna che c’è … Questa è la vita !” sussurra un collega poco entusiasta d’incominciare. “Oggi avrei potuto essere andato a fare volontariato distendendomi in spiaggia a salvare  la vita di qualche bella ragazza  … piuttosto che venire qui in ospedale a lavorare …”
“Meglio venire qui a lavorare piuttosto che rimanere a casa ad annoiarsi senza sapere che cosa fare … Metti che poi in spiaggia ti fosse toccato di salvare e rianimare qualche vecchiotta arenata ? … Come la metteresti ?”
“Hai ragione … Meglio lavorare !”
L’aria condizionata forzata a mille ansima e grida dentro ai condizionatori … Ingurgitiamo un cappuccino-cioccolato bollente bello zuccherato e insapore … e si va ad iniziare:
“Andiamo va ! … La Storia ci aspetta per essere completata e celebrata ! … Mancano solo le nostre banali avventure per renderla per davvero grande e unica.”scherza lo stesso collega zoccolando insieme a me giù per le scale.
Si apre la porta della corsia del reparto dell’ospedale … Ora si fa sul serio: frullano e si sovrappongono i pensieri e la concentrazione. Si riparte per davvero un’altra volta … oltre luglio, la domenica e la “caldàna”.
Sbircio un’ultima volta fuori da una finestra: fuori la scena è rimasta immota … uguale a prima … sembra non stia accadendo nulla … che il Tempo si sia paralizzato in questa mattina di domenica estiva.
“Luglio col bene che ti voglio …”
Anche tutto questo passerà.
lug 9, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“NON S’ABBRUSARA’ PERSONA IN PIAZZA SAN MARCO !”

 Non s'abbrusarà persona in Piazza San Marco !

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 109.
 
“NON S’ABBRUSARA’ PERSONA IN PIAZZA SAN MARCO !”
 
Quella volta sembrava tutto pronto, tutto risaputo e quasi fatto, e, invece durante il 1500, non andò affatto così a Venezia. Gli spioni efficentissimi della Serenissima avevano scoperto tutto: nomi, posti, persone coinvolte … Ogni tassello del mosaico era stato messo argutamente al suo posto. Gli Osti delle Locande della Contrada di Santi Apostoli avevano meticolosamente elencato tutto e tutti: avevano perfino descritto gli abiti, detto delle barbe degli uomini, dei libri che avevano, degli incontri che avevano fatto. Pareva proprio che quella volta non dovesse sfuggire proprio nessuno … che la retata fosse imminente, e che in seguito sarebbe calata inesorabile la mannaia implacabile della Giustizia Divina dell’Inquisizioneche sarebbe proceduta di pari passo, quasi andata a braccetto insieme a quella Civile della Repubblica di Venezia.
Si diceva, infatti, che il Nunzio Apostolico ossia l’Ambasciatore del Papa residente a Venezia gongolasse già parecchio, e con lui anche il potente capo dell’Inquisizione Veneziana.
Ecco i nomi, i fatti e i personaggi della lunga lista pronti per essere arrestati:
  • Giovanni Paolo Alciati della Motta: eretico Piemontese daSavigliano, costretto a fuggire a Ginevra.
  • Giorgio Biandrata: Medico eretico da Saluzzo.
  • Francesco Negri da Bassano: ex Monaco Benedettino che aveva vissuto nei Monasteri di Santa Giustina di Padova e di San Benedetto Po nel Mantovano convertitosi di fatto al Luteranesimo, scrittore, esiliato in Svizzera, plurimaritato.
  • Matteo Gribaldi Mofa da Chieri: giurista e antitrinitario filoprotestante, proprietario del castello di Farges, amico del famoso eretico Pier Paolo Vergerio, fatto bandire da Calvino a Ginevra, accoltellato a Berna in Svizzera.
  • Nicolò Paruta: Patrizio Veneto, Medico ed eretico.
  • Valentino Gentile: Cosentino arrestato e pluricondannato.
  • Girolamo Busale: leader del gruppo ed eretico radicale antitrinitario, ex commendatario dell’Abbazia di Sant’Onofrio di Monteleone, seguace di Valdès.
  • Bernardino Tommasino detto Ochino: figlio di un barbiere, Medico, Teologo e Predicatore, ex Vicario Generale dell’Ordine dei Frati Cappuccini, perseguitato dall’Inquisizione Romana paragonato a Lucifero perchè passato alla Riforma, fuggito dall’Italia a Zurigo, Ginevra, Basilea e Augusta.
  • Lelio Sozzini: Teologo antitrinitario passato per Siena e Bologna, poi viaggiatore in Inghilterra, Francia e Svizzera.
  • Francesco Della Sega da Rovigo: gaudente e libertino (in seguito condannato a morte a Venezia nel febbraio 1565 per annegamento nelle acque della Laguna, secondo il rito veneziano nel caso di esecuzioni capitali di eretici).
  • Giulio Gherlandi: di professione lanternaio, figlio illegittimo del Curato del suo paese.
  • Infine un certo misterioso Tiziano da Serravalle o Ceneda: espulso dai Grigioni per propaganda anabattista, convertitore nel Trevigiano, Padova e ad Asolo.
Quel gruppo di “nuovi fanatici” aveva partecipato fin dal 1546 a dei “Collegia segreti e sospetti”, assemblee eterodosse tenute in alcuni palazzi della Nobiltà di Vicenza. Avevano inoltre discusso di questioni dottrinali, teologiche e intellettuali delicate e pericolosissime per non dire sfacciatamente ereticali. Costoro negavano apertamente la divinità di Cristo e affermavano la mortalità dell’Anima …
Figurarsi l’Inquisizione ! … Aveva di certo i fumetti accesi in testa … era di certo preoccupatissima, e fremeva per la voglia d’intervenire rimettendo “ogni cosa e ciascuno” al suo giusto posto.
Ad aiutare lo smascheramento di quel gruppo eretico così pericoloso c’era stata anche la delazione di un certo Prete Cattolico don Pietro Manelfi Marchigiano di Senigallia in contatto ad Ancona con Bernardino Ochino, ribatezzato dall’Anabattista Tiziano, perseguitato dal Cardinale Rodolfo Pio di Carpi Legato Papale ad Ancona, e fuggito in territorio Veneziano. Al seguito di quelle notizie l’Inquisizione di Roma aveva inviato a Venezia il Frate Domenicano InquisitoreGirolamo Muzzarelli uomo fidato di Papa Giulio III° che si presentò davanti al Consiglio dei Dieci chiedendo di procedere e attivarsi duramente contro tutte le persone denunciate.
In effetti “erano piovute” e pervenute puntuali a Palazzo Ducale certe recenti notizie segrete da Rovigo e dalle terre di Padova e Ferrara, e in Senato si sapeva anche che il Vescovo di Rovigo ultimamente s’era vantato parecchio d’essere riuscito finalmente a far bruciare alcuni eretici nella sua giurisdizione diocesana in attesa che la stessa cosa capitasse presto anche a Venezia.
La Serenissima era sempre informatissima, sapeva tutto dei Processi, degli Interrogatori, dei Libri bruciati, delle prolungate carcerazioni … come sapeva bene dei malefizi, delle stregonerie, delle eresie, delle torture e dei roghi promossi dal Santo Uffizio dell’Inquisizione. Si sapeva … La Serenissima possedeva “occhi e orecchie lunghe” per davvero, ed erano anzi: lunghissime e attente. Venezia tramite una rete amplissima, sofisticatissima ed efficentissima d’informatori e delatori sapeva quasi tutto di tutti, erano rari i segreti e i“giochi politici dello scacchiere Italiano ed Europeo” di cui non fosse almeno un poco a conoscenza.
Tuttavia quella volta Venezia Serenissima rimase come bloccata … deliberatamente immobile. Non accadde nulla … proprio un bel niente, perché la Repubblica decise di schiararsi a favore della libera tolleranza … e basta.
Esiste un dispaccio privato fra un Nobile Veneziano e ilNunzio Ambasciatore Papale a Venezia che riassume bene quella partiolare circostanza che andò a crearsi:
“Eminenza Reverendissima Signor Nunzio Apostolico di Santa Romana Ecclesia Luigi Beccatelli … Reverendissmo e Illustrissimo Signor Inquisitore Grando Frate Nicola dei Francescani Minori Conventuali della Ca’ Granda dei Frari ed Eminente Inquisitore Girolamo Muzzarelli dei Padri Domenicani inviato da Roma …” ha scritto confidenzialmente un Nobile Molin alle più alte autorità Religiose di Venezia. La Repubblica Serenissima per opportunità aveva già deciso di non pronunciarsi ufficialmente in maniera feroce. Avrebbe concluso sì le indagini, allestito i processi e tutto il resto, ma non avrebbe infierito.
“Non sarà prudente accatastare pile di legna per accendere roghi in Piazza San Marco a Venezia … non s’abbrucerà persona alcuna a Venezia o altrove nelle Lagune della nostra Repubblica … tantomeno in nome della Religione e della Giustizia … Come ben ognuno sa a Venezia, la nostra città Serenissima è fragile e facilmente infiammabile … Basterebbe una favilla imprudente portata dal vento perchè tutto possa andare rovinosamente in fumo … E’ più salutare e proficuo quindi per i Veneziani di sempre odorare il profumo di salsedine, spezie, vino e pesce piuttosto che il macabro e quanto mai tristo puzzo di carne umana abbruciata … A Venezia prossimamente non s’innalzerà la catasta di legna per ardere il condannato … né s’addurrà al pubblico carcere quel giovine pittore di bottega che ha osato dipingere alcune rane nel loro stagno … Illustrissime Signorie Reverendissime: loro dovranno intendere che nella Repubblica di Venezia è tutto diverso … La Serenissima Illustrissima col suo Doge e la Signoria hanno sempre saputo e vorranno sempre distinguere e discernere fra Verità, Menzogna e giusta tolleranza … così come si desidererà sempre preservare ogni persona da ingiusta calunnia …”
 
Strano quell’appunto curioso sul giovane pittore di Rospi e di Rane !
Come poteva essere considerato pericoloso un giovane dipintore di Rane e Rospi ?
Per noi di oggi sembrerà cosa inverosimile, futile … Un pittorello Naturalista, un semplice vagheggiatore di paesaggi e vedute può essere pericoloso ?
E, invece, per la consapevolezza soprattutto Religiosa ed Ecclesiastica di quel tempo, ma anche sociale e popolare lo era … e anche tanto … Troppo ! Anche a Venezia erano ancora vivissime certe tradizioni, e c’era una specie di vera e propria nostalgia per certi simboli e contenuti risalenti a culti e convinzioni antiche dei secoli passati, mai assopite del tutto e ancora presenti nel’Evo considerato del tutto Cristianizzato. Non era stato sufficiente cancellare le tracce delle antiche Religioni sovrapponendovi sopra la Religione Cristiana, né era bastato affermare che erano stati culti pagani, diabolici e dannati per sradicarli del tutto dalla memoria e dal patrimonio tradizionale della gente qualsiasi e dei Nobili e Letterati delle Lagune.
Nonostante le Cattoliche proibizioni, si continuava a Venezia a parlare ancora del “viaggio esotico dei Morti e della loro cavalcata furiosa nell’Aldilà in Mondi diversi”. Si continuava a pensare che i Morti ritornanassero ancora in maniera speciale fra i vivi, e che avessero un ruolo nella prosperità di chi è rimasto di qua. Si diceva anche: “… quell’esercito d’Anime assetato di vita e senso è cappeggiato da donne-madri, figlie della Grande Madre: Percha, Holda, Abolde …”
 
“Tutte donne strassinàe dal Diavolo” ribadiva la Religione Cristiana con la sua Inquisizione … e l’antica “Donna di Bel Zogo” venne progressivamente sostituita dalla Madonna“… la Nuova Donna per eccellenza, la Pura e tuttaSanta che calpestava sotto ai piedi i simboli del Male pagano e antico”.
Gli antichi culti e le tradizioni popolari Venete raccontavano anche di lotte epiche stagionali per l’abbondanza fatte da Spiriti e Stregoni buoni e cattivi che s’affrontavano annualmente fra loro lottando con fruste di Finocchio o di Sargo. Da quelle lotte magiche che si tenevano nella Notte delle Quattro Tempora di Natale o di altri momenti dell’anno dipendeva il successo dei raccolti dei campi … Quelle dei culti pagani erano inoltre una serie di tradizioni e sensazioni trasmesse oralmente, e di natura spesso personale, estatica, evasiva, oracolistica, miracolistica e di libero accesso a tutti. Erano il giusto contrario del pragmatismo solido, dogmatico, ordinato, codificato e gerarchico della nuova proposta Ecclesiale del Cristianesimo che proponeva atteggiamenti etico-morali ben precisi secondo schemi ben preordinati e obbligati come: i Principi Dogmatici della Fede, i Sacramenti, i Decaloghi, i Vizi e le Virtù, le Penitenze, le Indulgenze, le Elemosine e tutto il resto.
Il 13 febbraio 1278 vennero bruciati nell’arena di Verona circa duecento Catari eretici … mentre il 10 agosto 1553, ossia diversi secoli dopo, moriva ancora sul rogo a Ginevra il Medico umanista antitrinitario Michele Serveto … e il 22 giugno 1633 venne condannato all’abiura e al carcere perpetuo perché“veementemente sospetto d’eresia”: Galileo Galilei, per il semplice fatto di sostenere la teoria eliocentrica … S’era perciò innescata in Europa e anche oltre una lunga catena di convinzioni, certezze dogmatiche inopugnabili, fatti, inquisizioni, sopprusi e morti che tempestò la Storia per lungo tempo.
Tuttavia le vecchie convinzioni e attitudini erano rimaste comunque, a poco era valso continuare a definirle: “superstizioni del Diavolo da cancellare e sopprimere”. La Serenissima era a conoscenza dei fatti accaduti a Milano circa gli antichi culti della “Madre” le cui “Apostole e Adepte”erano state bruciate … Così come anche a Venezia c’erano stati Santuari della Laguna, Templi pagani inglobati, assimilati e incapsulati, coperti da una miriade di nuove Chiese e Monasteri. Nei territori della Serenissima erano rimaste vistose tracce degli antichi culti pagani estatici, bacchici, visionari, esoterici, sciamanici oltre che legati ai ritmi arcaici delle stagioni, della Natura e del Tempo. Venezia sapeva bene che non era stato sufficiente cancellare tutto perché terminassero per davvero d’esistere certe convinzioni radicate nel cuore e nella mente della gente. Non bastava tacere di certe cose perché non fossero accadute …
Quel che era stato era stato, e la Storia trascorsa non si può mai cambiare e rinnegare del tutto … il Cristianesimo non sarebbe mai potuto essere l’unica realtà esistente al Mondo.
Ecco perché Rane e Rospi dipinti avevano un loro senso e significato … che faceva imbufalire, e  di molto, gli uomini dell’Inquisizione.
Rane e Rospi non erano solo i protagonisti dell’amena storiellina antica della Batracoiomachia … In certi ambienti Veneziani si conoscevano bene gli effetti della bufotenina contenuta in quelle bestie. Si sapeva di quel potente allucinogeno sgradevole, “il latte di rospo” che traspirava dalla pelle, del sudore degli anfibi capace anche di uccidere l’uomo … come “la sua orina, la traspirazione, il fiato mefitico, la saliva, e lo stesso sguardo che rappresentavano pericoli mortali per gli umani … Possono accecare, sputare negli occhi di coloro che lo infastidiscono, strisciare su una persona addormentata, berne il respiro e provocarne la morte…”
 
Il Rospo animale notturno come il Gufo e la Civetta era un essere considerato presente nei sogni, compagno di viaggi onirici sepolto nell’inconscio di tutti … Rospo e Rana nei tempi antichi erano sinonimo e possedevano valenze positive. Significavano: Saggezza Primordiale e potere di guarigione fisica degli stati più inconsci, profondi e nascosti della persona. Quegli animali legati all’acqua in cui trascorrevano l’intera esistenza, erano esseri viventi molto presenti e visibili nelle campagne, nei boschi, negli stagni e nelle paludi Venete.  Animali che comparivano quasi dal nulla con l’arrivo della pioggia, si ritenevano segno di novità, fecondità e trasformazione, immagine della capacità di rinascita della Natura e della Terra. Come la Tartaruga e la Salamandras’intendevano come concentrato del segreto della Vita e dellaMorte … Rane e Rospi quindi erano utili a vincere ogni forma di sterilità.
Si favoleggiava intorno alle doti magico-mistiche-simboliche delle Rane e dei Rospi: la loro capacità emetica velenosa veniva interpretata anche come capacità di rimettere una situazione e superarla, di liberarsi da momenti di crisi e difficoltà. Il loro rimanere immobili sulla difensiva di fronte agli esseri umani era ritenuto indicazione di capacità d’affrontare le novità con pacatezza, lucidità, immobilità e freddezza senza farsi sopraffare dall’emozione … “Il modo” di comportarsi di Rane e Rospi era indicazione di un “modo buono” valido per uscire dal passato e per affrontare il futuro.
Secondo le conoscenze antiche: Rane e Rospi erano animali sacri caduti dalle nuvole e dal Cielo, protettori della sessualità e delle nuove vite: assistevano le donne durante la gestione del parto la cui posizione “a gambe di Rana” richiamava la postura dell’animale … Le secrezioni del Rospo si usavano per far aumentare le contrazioni uterine … Si regalavano alle donne“Rospi votivi di donna-Rospo”, anelli e gioielli a forma di Rana e Rospo per augurare d’avere figli, un parto facile, o di guarire da malattie ginecologiche …  Si pensavano le Rane e i Rospi presenti alla germinazione iniziale del grano … creatori delle Arti Magiche e Pratiche, dell’Agricoltura …  aiutanti ogni giorno del Sole nel suo sorgere, difensori dell’unità familiare, custodi della casa, induttori di prosperità, salute, longevità e ricchezza … amuleti capaci di tenere lontano ogni Male e Negatività.
Si era convinti che gli occhi di Rospo guarissero l’oftalmia … Secondo Dioscoride la cenere di tre Rospi bruciati vivi mescolata a miele o a pece liquida curava l’alopecia … Nel Rinascimento e nell’epoca Barocca: le zampe di un grosso Rospo recise mentre era ancora vivo e applicate al collo di una persona affetta da scrofo­la la guarivano … il fegato di Rospo essiccato all’ombra, applicato sulle cisti sebacee della testa o sui tumori benigni li eliminavano a poco a poco … la cenere o polvere di Rospo sospesa al collo di una donna dai flussi mestruali irregolari ne ristabi­liva la regolarità … La stessa polvere guariva l’incontinenza urinaria, assunta per uso interno curava l’idropisia, posta sui reni aumentava l’urina, smuoveva l’anuresi … Cosparsa sopra a un morso velenoso attraeva a sé il veleno, applicata sulle piante dei piedi era rimedio efficace contro febbri e disturbi cardiaci.
Le ossa delle cosce del Rospo accostate ai denti guarivano dal dolore, sfregando sulla fronte un Rospo vi­vo si otteneva sollievo dall’emicrania … I “succhi” del Rospo venivano adoperati anche come farmaco contro la peste. Giovanni Battista Van der Helmont fabbricò delle pillole chiamate:Xenèchtum, Xenechdòn o Zenetòn ossia amuleto. Erano impastate di cera e gomma arabica mettendo insieme Ro­spi morti appesi per tre giorni a testa in giù accanto a un gran fuo­co. Si aggiungeva poi la loro materia mucosa dell’animale e anche i vermiciattoli trovati negli occhi, e si consigliava di porre quelle pillole sopra alla mammella sinistra dell’appestato e sopra le parti infette. Si sarebbe ottenuto così di allontanare il contagio estraendone e assorbendone il veleno.
E c’era ancora dell’altro da sapere circa Rane e Rospi … Siccome il Rospo e la Rana si trasformano da Girini e sono capaci di mutare la pelle mangiandosela periodicamente … si consideravano sinonimo di cambiamento, trasformismo e novità …  Si pensava che nel Rospo fosse di solito nascosto un Mago o una Strega che detenevano segreti potentissimi … Si diceva anche che sulla Luna viveva un grande Rospo a tre zampe i cui movimenti coincidevano con “le tre facce della Luna: crescente, calante e assente o nera.”
Un’antica leggenda raccontava che la Rana insieme al dioSerpente-Uccello e al dio Mago-Giaguaro erano presenti nel mare oscuro e primordiale delle origini e della Creazione dell’Universo … da loro derivarono perciò Cielo e Terra … Si usavano perciò a scopo propiziatorio Rane e Rospi in pranzi rituali, e si portavano sulle cime delle colline per chiedere allaMadre Terra di far scendere il dono della pioggia … Nell’immaginifico popolare la polvere di Rospo bruciato e tritato era capace di suscitare temporali e tempeste … ma anche di guarire dall’ubriachezza … Quando Rospi e Rane si tuffavano spesso in acqua aumentando i loro gracidii: avvertivano che sarebbe piovuto presto… Chi avesse sputato su un Rospo sarebbe morto perché lui sapeva dare Morte e Vita … Se qualcuno lo avesse non rispettato e irritato, l’animale si sarebbe gonfiato e sarebbe esploso schiz­zando intorno un veleno mortale … Dopo la Morte un uomo che non avesse adempiuto a un voto poteva farlo assumendo le sembianze di un Rospo e dirigersi finalmente verso il Cielo strisciando sull’altare di una chiesa dedicata alla Pietà. Bisognava perciò ri­spettava un Rospo se lo s’incontrava di not­te mentre camminava goffamente … conteneva un’Anima pigra e pentita !
Con l’avvento del Cristianesimo di derivazione Ebraica si volle far scomparire tutti quei contenuti considerati ormai obsoleti. Si provò a rovesciare tutto quel modo di pensare: nella Bibbia e nella conseguente Tradizione Cristiana Rane e Rospi vennero considerati come animali impuri, manifestazioni del male, malvagi, sede di una potenza ne­fasta, messaggeri infernali di Satana … L’invasione dei Rospi descritta dal Libro dell’Esodo della Bibbia era una delle “piaghe e dei flagelli punitivi di Dio” … I vari San Giovanni, San Martino e la Madonna cristianizzarono ogni cosa, abitudine e necessità, e presero il posto e le doti di tutti i “Patrocinatori Antichi Naturali” … come lo erano stati anche le Rane e i Rospi.
E non è ancora tutto … Nelle Alpi Bavaresi si considerava terapeutico uccidere i Rospi nei giorni delle Feste della Madonna, soprattutto il 15 agosto e l’8 settembre. Tuttavia si continuava a pensare che catturati negli stessi giorni festivi i Rospi dovessero venire essicati e in­chiodati sulle porte o sul soffitto delle case e delle stalle per poter proteggere umani e animali da paura, angoscie, malattie e Morte … In Provenza si chiudevano i Rospi in una trottola di terracotta con del­l’olio di oliva e poi si cuocevano nel forno usando il risultato per curare le febbri maligne … In Germania settentrionale si essiccava la pelle di Rane e Rospi per applicarla sulle parti malate per aspirarne il male … Un po’ovunque in Europa (Italia, Francia e Germania) si favoleggiava sul fatto che il Rospo possedesse al suo interno una pietra portentosa: la “Lapis bufonius” ossia la“Pietra Rospina”, la “Batrakités” dei Greci, la “Bora” dei Latini. Grande come una nocciola, si sarebbe trovata dentro alla testa del Rospo, dietro alla fronte, nel cervello dei Rospi grossi e vecchi. Si pensava fosse un talismano potente, un amuleto raro di grande valore capace di neutralizzare veleni, sedare infiammazioni, diverse malattie e ostilità … Chi solo toccava una coppa dove fosse stata versata una goccia di tale potente veleno si co­priva immediatamente di sudore in tutto il corpo … Orafi provetti creavano anelli d’oro e d’argento con la Pietra Rospina … e il Duca e Re di Na­poli ne possedeva una incastonata in una coppa di cristallo tempestata di smalti.
“Si può indurre l’animale mefitico a sputare e vomitare la Pietra Rospina spingendolo con un panno rosso dentro a una buca … Lì lo si terrà esposto al sole finché tormentato dalla calura e dall’arsura sarà indotto a vomitare la Pietra … Oppure s’imprigionerà il Rospo in un vaso di terracotta forato da deporre in un formicaio. Le Formi­che spolpato il Rospo lascieranno la sola Pietra Rospina insieme alle ossa.”
Insomma, certe usanze erano dure a morire ed essere cancellate e dimenticate dalla gente e dagli ambienti medico-alchemici anche di Venezia. L’Inquisizione poi, esasperando una certa fantasia contorta comune e popolare, ci mise del suo:“… Rane e Rospi sono da sempre servi e famili, spiriti alleati, compagni di Streghe e Stregoni come i Corvi, i Pipistrelli, i Serpenti, i Gatti, il Lupo e le Rane … li avvertono di eventuali pericoli, appagano i loro desideri sessuali, procacciano loro cibo e denaro … Di sabato i Rospi svolgono compiti casalinghi nelle case del Diavolo … Infatti, in Inghilterra vengono impiccati e bruciati insieme a maghe e stregoni … Sono animali negativi appartenenti ai culti antichi dove primeggiavano: Elementi, Acqua, Terra, Pioggia e Cielo … sembianze della Grande Madre rappresentata nuda con due Rospi at­taccati ai seni … indispensabili amuleti, oggetti utili per la preparazione di pozioni, esseri capaci di trasmettere sensazioni e proprietà mentali … I Rospi vengono allevati negli stagni e nelle paludi dai Novizi del Diavolo … il Rospo è l’assistente, “l’Angelo Custode rovescio delle Streghe” … Le Streghe recitando formule incantatorie aspergono i neofiti con l’urina del Demonio raccolta da buchi osceni, e fanno segni di Croce alla rovescia con la mano sinistra … mentre Rane e Rospi stanno assiepati insieme ad altri Spiriti Diabolici al di fuori del cerchio tracciato dal Mago per proteggersi durante l’evocazione Diabolica …Un unguento prodotto con la saliva del Rospo rende invisibili le Streghe … un altro a base di varie Piante e animali associati a parti organiche del Rospo è utile per volare … Le cerimonie dei Sabba si tengono di solito in vicinanza di corsi d´acqua o di stagni dove le Streghe, pronunciando bestemmie contro Dio e alzan­do gli occhi al cielo, decapitano e mutilano Rane e Rospi vestiti di seta scarlatta, con piccoli berretti di velluto verde e minuscoli campanelli intorno al collo. Vengono quindi scuoiati e sminuzzati, gettati dentro al gran calderone, uniti ad altri strani ingredienti come viveri, resti umani, lombrichi, ragni e lumache, poi vengono deposti su un piatto … Allora le Streghe battendo un piede inviano altri Rospi come messaggeri negli Inferi, e danzano con loro tenendoli sul palmo delle mani, partecipano insieme schiena contro schiena all’immondo girotondo “controsole” … Vari Rospi stanno appollaiati sulle spalle del Demonio in persona … i Demoni imbandiscono Rospi come pietanza per i dannati colpevoli del peccato di gola … Le Streghe trasformate in Rospi avvelenano i nemici con un veleno denso e bianco secreto dalle ghiandole dei Rospi a cui loro sono immuni, procurano danni, guai e disgrazie, infettano, rendono storpi, procurano “fatture a morte”, e trasformano in vapori portati dal vento procurando sterilità del terreno e di tutto ciò che vanno a toccare … Per questo tanti Nobili e Signori pagano perché vengano schiacciati tutti i Rospi e le Rane che si trovano nei dintorni dei loro palazzi e castelli …”
Agnes Sampson consigliata da Satana disse che per provocare la morte di Re Giacomo VI era necessario: “…appendere un rospo, arrostirlo e farlo gocciolare, mettendo tali gocce dove Sua Maestà suole entrare o uscire o dove queste potrebbero cadere in testa o sul corpo di Sua Maestà e ucciderlo così che altri comandassero al suo posto e il governo fosse assunto dal Diavolo in persona”.
 
Nei vecchi manuali in uso dell’Inquisizione si può continuare ancora a leggere: “… Il ricettario dei filtri, degli incantesimi e dei veleni delle Streghe prevede l’estratto di Rospo: “una spugna avvelenata e tossica” ripiena di potentissimo veleno, o un Rospo imbottito di Amanita, Digitale Purpurea e Cicuta.
“Recatevi in un prato prima che il sole si levi e con un panno bianchissimo e acchiappate una Rana. La metterete in una scatoletta, nella quale avrete fatto nove buchi: poi andrete ai piedi di un albero dove vi siano grosse formiche, scaverete una fossa, vi poserete la scatola e la ricoprirete con il piede sinistro, dicendo: “Che tu cada in confusione secondo i miei desideri”. Al termine di nove giorni, alla stessa ora, tornerete a cercare la scatola: vi troverete dentro due ossi, l’uno somigliante ad una forca, l’altro ad una piccola gamba. L’osso a foggia di gamba servirà per farvi amare se toccherete con esso la persona, la forca invece a respingerla, raffreddare i bollori e litigare”.
Fra molte altre osservazioni, Plinio il Vecchio raccomandava:“… Anche soltanto la vista di un Rospo produce guai. Ed ecco come: se uno gli si pone davanti e lo guarda fissamente, esso, obbedendo al suo istinto, ricambia arditamente lo sguardo ed emette un soffio che per lui è naturale e innocuo, ma per l’uomo è dannoso alla pelle; gliela tinge infatti di un giallo così intenso che chi ne è colpito, se incontra qualcuno che non lo ha visto prima, può sembrare affetto da qualche malattia. Questo colore, dopo non molti giorni, sparisce.”

Dei terribili effetti del veleno dei Rospi era convinto nel 1500 l’abile chirurgo progressista Ambroise Paré: “Benché i rospi non abbiamo denti, tuttavia non mancano di avvelenare la parte che mordono con le loro labbra cascanti e le gengive, che sono aspre e ruvide al tatto, facendo passare il veleno attraverso i condotti della parte rosicata … Inoltre gettano veleno mediante l’urina, la bava, e vomitano sulle erbe, e specialmente sulle fragole, di cui sono molto golosi. Non ci si deve meravigliare perciò se le persone, dopo avere assorbito questo veleno, muoiono di morte istantanea.”
Athanasius Kircher aggiungeva: “Il rospo è centro d’attrazione di tutte le sostanze velenose … compie funzione disinfestante e, pur appartenendo alla zona della diabolicità, rientra nel piano provvidenziale di Dio. Perciò veniva posto sotto al letto dei malati dove si gonfia fino a scoppiare impregnato dell’aria mefitica che circonda i febbricitanti. Il Rospo aspira il veleno a distanza, in particolare quello della febbre tifoide … ma fino a un certo limite, perché poi torna a diffondere ad altri esseri il miasma accumulato; sicché occorre ucciderlo al momento giusto.”
Si favoleg­giava su Rettili striscianti che divoravano Rospi per incrementare la loro capacità d’avvelenare … di accoppiamenti mostruosi fra Batrace e Serpi da cui nascevano Rospi con code serpentine. Ulisse Aldrovandi riferì nel 1555 che in un paese della Turingia un Rospo dalla lunga coda di Serpente era nato ad­dirittura da una donna.
“Alcuni Rospi si appostano presso l’ovulo malefico e mangiano le mosche uccise dal suo veleno. In tale maniera si accumula nella pelle del batrace il potente alcaloide della bufotenina che procura aumento dell’energia muscolare, dell’aggressività e dell’eccitazione sessuale; aumento delle capacità psichiche e sensazione di chiaroveggenza; e perdita del senso delle coordinate spazio-temporali con conseguente sensazione di volare.”
Sempre negli stessi manuali dell’Inquizione si può leggere: “Il Rospo è simbolo dei peggiori Vizi Capitali: della Lussuria con i suoi amplessi li­bidinosi e schifosamente aggressivi … dell’Accidia dal passo lento, incerto e indolente … dell’Avarizia che scava nel terreno per nascondervi i tesori … della Gola che mangia perfino la ter­ra con disgustosa avidità … dell’Ira che s’adira secernendo liquido velenoso … della Superbia che si gonfia con alterigia mostrando la sua superiorità … dell’Invidia e della Maldicenza di cui esprimono il verso rauco, sordo e inafferrabile … Il Rospo è anche simbolo dell’Ingiustizia che è donna biancovestita piena di macchie, che tiene nella ma­no destra una spada e nella sinistra un Rospo, mentre per terra schiaccia con i piedi Tavole e Libri della Legge spezzati e la bilancia abbandonata dell’Equità … I Rospi vanno a mordere i seni gonfi e lussuriosi delle don­ne peccatrici, s’arrampicano sulle loro cosce e penetrano nelle loro vagine, e dall’interno le divorano tutte … Vanno a portare la Tentazione e mordono la lingua libertina dei Monaci … Il Grande Tentatore ha sembianze di Bel Tenebroso, ma sulla sua schiena e fra le pieghe dei suoi abiti si nascondono e arrampicano Rospi e Serpenti insidiosi … Nel­l’Inferno dei Dannati vengono infilati Rospi nelle bocche fameliche dei crapuloni … Sulla cappa di Papa Clemente V il Salvatore comunica Giuda traditore nella Cena Estrema non offrendogli un boccone di pa­ne Eucaristico ma un Rospo perché dopo quel boccone: “Satana entrò in Giuda … dannandolo.”
Gli uomini del Santo Uffizio perquisivano le case degli inquisiti cercando diligentemente in ciascuna stanza se per caso vi fossero Rospi nudi o ve­stiti in livrea.
“Sputa il Rospo ! Libera la tua coscienza ! …Confessa la tua colpa mettendo fine alle tue sofferenze !” gridavano di solito i torturatori dell’Inquisizione che andavano a cercare sul volto delle presunte Streghe il marchio del Demonio che segnava “una zampa di Rospo” in un angolo bianco dell’occhio.
Venezia Serenissima e i Veneziani conoscevano bene tutte queste cose, pur essendo passati attraversi la “grande rivolta storica ed epurativa” del Cristianesimo. Venezia di certo conservava nelle sue viscere il ricordo di quei tempi e di quelle credenze che erano state, così come era consapevole dei“pericoli” provenienti dalle grandi “novità eretiche” del Nord. Non a caso s’era premurata di inventarsi la Magistratura deiTre Savi all’Eresia … e questo anche perché la Serenissima non desiderava affatto adeguarsi ed essere completamente succube dei dettami e delle disposizioni della Chiesa con la sua Inquisizione.
“Il cuore umano non si governa …” continuò saggiamente e in maniera lungimirante a scrivere il Nobile Molin nel suo dispaccio indirizzato al Nunzio Apostolico e agli Inquisitori, “La mente umana è sempre capace d’inventarsi percorsi nuovi e diversi che portano all’unico Cielo di sempre … Sta alla capacità di Buon Governo di ogni Stato sapiente permettere l’espressione sana di tali sentimenti religiosi in maniera che non abbiano a nuocere al bene comune e non possano intralciare i fini politici ed economici della propria sovranità e il benessere quotidiano delle proprie genti…”
 
Perché Venezia ci teneva così tanto a sottolineare l’aspetto del“buon esercizio della Giustizia” ?
C’era più di un motivo … Primo di certo che la Repubblica Serenissima s’era da sempre votata ad accogliere e metabolizzare al suo interno: persone, civiltà, culture, espressioni e culti di ogni genere con le quali voleva sempre imparare a convivere in maniera rispettosa ed equidistante.
A Venezia è sempre interessato vivere e prosperare tranquillamente insieme ad Ebrei, Persiani, Arabi, Greci, Turchi, Africani, Alemanni, Egiziani … Non aveva alcuna importanza se venivano definiti: “pagani, senza Dio, innimici della vera Fede, reprobi e Infedeli”. Ognuno poteva conservare in Laguna la propria precipuità e le proprie“certezze” … a patto che non si disturbasse gli interessi soprattutto economici della Repubblica Serenissima e le “sue convinzioni comuni”.
 
Esisteva poi un secondo motivo per il quale Venezia Serenissima fin da subito s’era dimostrata dubbiosa e un po’ ostica nei riguardi dell’Inquisizione e dei suoi processi. Storicamente il Doge ottenne dal Papa fin dal 1200 l’opportunità di processare in proprio e liberamente anche i casi di eresia più estrema … con l’aiuto ma non delegando e riservando quei contenuti esclusivamente all’Inquisizione di Roma di cui era estremamente sospettosa.
Venezia ha sempre voluto essere libera di decidere … Non c’erano Papa e Inquisizione che potessero provare ad impedirglielo … e i fatti le diedero ampiamente ragione.
La Serenissima del 1500, ad esempio, era venuta di recente a conoscenza di un fatto accaduto a una sorta di “Benandante”come quelli della Terra del Friuli, residente però nel Canevese Trentino. Si trattò di una storia losca e contorta che diede molto da pensare e riflettere alla Repubblica con le sue Magistrature e i sui pronunciamenti. Era emerso su in Val di Fiemme, che della Religione e della Stregoneria s’era fatta tutta una questione, un imbroglio di potere e di tasse, di guadagni e sopprusi e vendette più che di vera e propria passione per l’Ortodossia della Religione, e di vera lotta contro“il Diavolo e le sue Strigarie”.
In quel posto montano c’era stato un intero gruppo di persone coinvolte e ricapitolate sotto al nome di Giovanni delle Piatte, che indussero l’Inquisizione a celebrare ben 28 processi con 4 persone decedute durante la conseguente prigionia il cui corpo di una venne bruciato, uno sepolto fuori del cimitero, e due messi in una cassa e abbandonate alle acque vorticose del torrente Avisio. 18 donne vennero bruciate sul rogo, e altri 6 colpevoli riuscirono a sfuggire all’arresto. A Cavalese risiedevano 400 dei 2.500 abitanti che popolavano la Val di Fiemme all’inizio del 1504. Il Principe Vescovo Uldarico IV di Liechtenstein era coadiuvato dal suo Vicario o Gastaldione Vigilio Firmin che riscuoteva i tributi fiscali per lui tramite un Capitano Vescovile e gestendo anche il Tribunale dell’Inquisizione.
Era accaduto che l’Assemblea della Comunità di Fiemmes’era appellata direttamente all’Imperatore Massimiliano d’Austria chiedendo la sospensione dell’applicazione di nuovi dazi sul commercio introdotti dal Firmin che avrebbero vessato e flesso l’economia dell’intera Valle.
Inizialmente era giunta la sentenza favorevole alla Comunità che invitava il Firmin a non importunare i valligiani sudditi, ma in seguito un Avvocato Pietro Alessandrini riuscì a ricorrere in appello al Consiglio Aulico della Comunità presieduto dallo stesso Vescovo Liechtenstein chiedendo alla Comunità un risarcimento di 3.000 Fiorini per l’offesa recata al Vicario e ribaltando così la sentenza iniziale emessa dall’Imperatore.
Della somma dei Fiorini non se ne seppe più niente, ma quel che fu certo è che a partire dall’arresto del circa quarantenne vagabondo “benandante”, guaritore e indovino Giovanni delle Piatte figlio di Mastro Leonardo d’Anterivo ne derivò sotto tortura una lunga lista di colpevoli che finirono processati, torturati e trucidati… Fatalità i nomi di costoro coincidevano in qualche modo (ben 23 su 28 !) o erano parenti di coloro che avevano denunciato inizialmente il Firmin all’Imperatore. A tutti vennero confiscati i beni raccogliendo la somma di 1135 Fiorini, e vennero accusati tutti di Stregoneria.
S’era detto che l’inondazione dell’Avisio dovuta alle grandi piogge con rovina di tutto il raccolto era stata provocata dalDelle Piatte in combutta col Demonio. Testimoni giuravano d’averlo sentito predire lo straripamento associandolo ad altre future catastrofi imminenti. Nella casa dove aveva temporanea dimora s’erano trovate cose e oggetti compromettenti: un cristallo, delle radici strane, varie Erbe di Satana, e vari libri in Tedesco contenenti scongiuri proibiti e obbrobriose invocazioni al Demonio … tutti testi che lui dichiarò utili per la sua professione abituale di guaritore.
Venne condannato una prima volta espellendolo dalla Valle, ma tre anni dopo venne sorpreso nella chiesa di Sant’Eliseo di Tesero durante una funzione, e per di più in possesso del solito cristallo e di un libro contenente delle ostie per la Messa. Venne subito arrestato, incarcerato e interrogato e torturato più volte e per più giorni “con ripetuti squassi di corda” nel palazzo Vescovile di Cavalese:
“Le ostie mi servivano per una ricetta contro la febbre quartina … Si dovevano scrivere sulle ostie i nomi dei Tre Re Magi, poi il malato le doveva mangiare e sarebbe guarito … Però non si trattava di ostie consacrate, perciò non era un sacrilegio, una profanazione.” provò a dichiarare inizialmente secondo quanto riportato a verbale nel processo a suo carico. In seguito, invece, crollò del tutto e ammise davanti al Banco della Rasòn qualsiasi accusa gli presentassero: “… circa Magia, viaggi fantastici intrapresi insieme a streghe e al Diavolo sul Monte delle Sibille o di Venere, e rinnegamenti della Fede Cristiana” … Confessò di tutto e di più, compresa una lunga lista di nomi di donne attempate“colpevoli di appartenere alla sua Compagnia Dannata e di avere agito insieme a lui nelle notti delle Quattro Tempora partecipando al Sabba e al Zogo col Demonio, uccidendo animali, cannibalizzando bambini, e producendo abominevoli malefici e perfidi sortilegi.”
 
Da tortura venne tortura, e dalle confessioni delle donne distrutte vennero fuori nuove malefatte, nuovi rapporti anche carnali col Diavolo, e soprattutto altri nomi di persone che vennero a loro volta arrestate, torturate, e uccise bruciate con confisca dei beni … sempre secondo e applicando le vigenti Leggi Imperiali e di Santa Romana Chiesa.
Ci si chiedeva in quei giorni d’attesa di nuovi eventi a Venezia:“Erano per davvero Streghe autentiche quelle del Canavese ?” … e si venne anche a sapere di un atro caso in cui un Medico aveva minacciato un’altra donna “Herbarola e Strìa” rea d’avergli portato via i clienti con i suoi medicamenti ancestrali e naturali e la sua perizia e bravura.
Il Medico le aveva urlato in piazza: “Ti farò bruciare come Strega !” … E infatti così era per davvero accaduto. La donna era stata per davvero inquisita, arrestata, carcerata, accusata, torturata e bruciata esemplarmente sul rogo.
“Che avesse qualche significato il fatto che il Medico era da sempre amico fraterno e socio in affari con l’Inquisitore che pronunciò la sentenza di morte di quella povera donna probabilmente innocente ?”
 
Si disquisiva al riguardo a Venezia e in Laguna dove aleggiava un nuovo comune sentire diverso, e una sensibilità più raffinata presente soprattutto negli uomini più colti e potenti della Serenissima. Era tempo di Rinascimento delle Arti, della Cultura e del Pensiero. Si voleva perciò voltare pagina, uscire da quei miserrimi serragli mentali e da quei stereotipi superstiziosi e oscuri:
“Quindi basta con queste storie di processi, roghi e condanne a morte e al rogo per causa di qualche fola spesso inventata ! … Certe pensate su cui si ostina l’Ecclesia e l’Inquisizione sono retaggi ormai superati … Servirebbe oculatezza e prudenza, non infondata avventatezza …” discuteva un Nobile Barbaro in “bocca di Piazza” prima di entrare nel grande consesso del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale.
“Basta con questa misura giusta buona solo per accendere la fiamma purificatrice !” gli fece eco perplesso un altro Nobile Soranzo. “Per troppe volte dietro a questi fatti e ingiuste accuse di Magia, Sortilegio e Strigaria si nascondono storie di ruberie, malocchi, vendette, guasti economici, prevaricazioni e miserie.”
“Servirebbe uscirne in maniera illuminata” aggiunse un terzo Nobile ugualmente convocato a Palazzo Ducale: “… Johann Wier Medico del Brabante autore del “De lamiis” ritiene che le Streghe siano per lo più povere donne anziane e semplici di campagna … Non sono vittime e strumenti diretti dal Demonio, ma solo donne ignoranti, disturbate, male alimentate, deliranti e affette da Melancolia … Non è Satana Principe dell’inganno e delle burle in persona a illuderle facendo loro credere di volare e di partecipare ai Sabba … Il medico suggerisce di non bruciarle ma di curarle con l’Elleboro ossia il rimedio utilizzato per i pazzi. ”
 
“Vedi ! Serve grande prudenza … Il Santo Uffizio è aguerrito e potente … Ma Venezia saprà esserlo molto di più …”
In conclusione: quella volta Venezia Serenissima non si pronunciò affatto alla maniera in cui molti si sarebbero attesi. Niente roghi in Piazza San Marco … Sarebbe bastato un cenno silenzioso del capo o della mano, un assenso convinto, un niente … e si sarebbe completata, celebrata e messa in scena l’ennesima solenne tragedia. La potentissima e feroce macchina dell’Inquisizione Veneziana si sarebbe messa in moto esternando tutta la sua spettacolare spietatezza.
Invece per fortuna non accadde … Quelli uomini elencati avevano sì: abiurato, s’erano ribatezzati, predicato pericolose eresie, venduto, nascosto e bruciato libri. E’ vero ! … Gli spioni della Serenissima avevano riferito bene della posizione equivoca “di quello che cuciva scarpe a Ferrara”, “di quanti erano stati ospitati e nascosti a Ferrara, Padova e Rovigo”, dell’ “enigmatico personaggio Tiziano: reprobo, apostata ed oscuro evangelizzatore perverso” … e “circa le riunioni in Contrada dei Santi Apostoli a Venezia.”… C’erano a disposizione prove più che sufficienti per avviare l’iter processuale e giungere a sentenza e condanna.
La Santa Inquisizione aveva infatti tuonato fortemente al riguardo in Senato e nel Maggior Consiglio: “E’ tempo che a Venezia si agisca !” aveva concluso con veemenza il suo discorso l’inviato del Papa e dell’Inquisizione Romana.
In quella situazione Venezia si dimostrò: “illuminata e lucida”…  e decise di “lasciare larghe le proprie maglie di Giustizia”: richiamò, rimproverò, mise in giro voci di minaccia e condanne esemplari … ma non fece nulla di concreto. Niente retate che finivano inevitabilmente in processi, torture e roghi … Permise a tutti gli accusati di scappareliberamente altrove: “… come formiche impazzite in fuga da un Formicaio calpestato” … Infatti tutti andarono a rifugiarsi soprattutto all’estero, in Moravia, Austria, Polonia o perfino in Egitto, dove ottennero quasi tutti salva la vita oltre che la libertà.
“Non si accenderanno roghi a Venezia ! … Venezia sa anche esercitare Giustizia.” ribadì ancora una volta se ce ne fosse stato bisogno il Nobile Barbaro seduto “in boca di Piazza … nel brolo di San Marco”.
lug 7, 2016 - Senza categoria    No Comments

“LA DUALITA’ INCERTA DEL VIVERE … CHE MI LASCIA PERPLESSO.”

scalinata riva

 “Non hanno pagato l’affitto della bottega per mesi come pattuito dal contratto … Li hanno dovuti sfrattare con l’Ufficiale Giudiziario, e hanno lasciato la bottega piena di frutta e verdura marcia e sporca … Sono andati avanti giorni a pulire … Si facevano di quei cannoni alla sera seduti sui bordi dell’argine qui dietro, poco distante … Li vedevo sempre rientrando a casa … e poi dicono di noi Italiani. Mi sa che vendevano meloni “col ripieno di buone cose” … A parte le battute, all’inizio erano partiti bene … vendevano cose buone, di qualità, e a prezzi buoni … C’era un furgone che portava cose fresche ogni mattina … Poi hanno cambiato e si sono messi a offrire cose ordinarie, sempre a buon prezzo, ma senza sapore … giocavano sulla qualità insomma … e il negozio s’è svuotato in un battibaleno … E’ rimasto solo un intenso viavai di giovani un po’ strani … forse un po’ loschi … Africani e Orientali in genere … Hai capito che cosa intendo …”
 
Qualche metro più in là, indossati zoccoli e divisa con sopra scritto “INFERMIERE”, incontro un’alterità diversa ma pur sempre distorta, alterata e sfasata.
“Ossigeno e sedazione lieve, poi di media entità, e poi ad alto flusso … perché sia profonda ed efficace … E’ passato il tempo in cui si va a morire gridando … Che cosa c’è di più dignitoso di accompagnare in maniera indolore ? … La Morte sta diventando un’Arte muta da affrontare e interpretare con calma e flessibilità.
 
“Si … pregresso ictus con interessamento frontale. Non c’è alcun dubbio … Su cui si è sovrapposto l’accidente cardiologico con il recente intervento al cuore … Poi di nuovo forse un’altra sovrapposizione neurologica, o una probabile vascolopatia, una degenerazione o qualcosa del genere … Per forza vede draghi colorati e fantasmi … guarda il bicchiere senza ricordarsi che cosa deve fare, o se ne va in giro nudo in cerca di ciò che aveva davanti agli occhi.”
 
“Che sfiga ! … Dura vivere i questo modo.”
 
“E’ duro anche occuparsene … riportarsi a casa una persona del genere …”
 
“E’ dura anche accompagnarli pur essendo professionisti … Rimanere lucidi, equidistanti, obiettivi e tranquilli emotivamente.”
 
“Signora: ecco qua ! … Qui la bottiglietta dell’acqua … e questi sono i farmaci da prendere adesso … Bottiglia e farmaci … Qui la bottiglia … e di qua i farmaci … Si prendono ora … Adesso.”
 
“Sì … Bottiglia e farmaci … Adesso…”
 
“Proprio così: bottiglia e farmaci … Adesso… Da assumere … mettere in bocca … Adesso.”
 
E la paziente s’attiva, prende effettivamente la bottiglietta … e se la versa placida sulla mano. Ha perso la capacità, il passaggio mentale di mettere i farmaci sulla mano e portarli alla bocca … per poi bere con la bottiglia … Ha fatto sintesi: farmaci in bocca e poi acqua … ed è diventato tutto: acqua sui farmaci, o direttamente sulla mano che dovrà prendere i farmaci d’assumere con l’acqua.
E’ un corto circuito mentale … una logica e una consequenzialità che sono andati a farsi friggere.
Sembra ci sia tutto un mondo dentro e fuori dell’ospedale alterato dalle sfaccettature molteplici … a volte un po’ “fritto” … Bottiglietta e farmaci … Farmaci e bottiglietta … Bottega e cannone … qualità non qualità … senza qualità e senza affitto … Sembra fatta così la vita in cui stiamo immersi un po’ tutti fin ben oltre la testa e il collo.
Pare un sentire e percepire dalla logica e dalla capacità fragile, un intendere difficile di quel che stiamo vivendo … ed è a volte labile, indistinto, precario il confine fra una cosa e l’altra … A volte sembra basti un colpo di vento … un istante, un nonnulla … e tutto s’appanna, si rovescia … scivola via e si perde.
E’ tiepida l’aria questa sera a Venezia, profuma di verde ed erba appena tagliata … Abbaia un cane, grida incazzoso un gabbiano girando all’infinito in tondo sopra al nido coi piccoli … pigolano i passeri appostati sotto alle tegole all’ora del tramonto … schiamazzano i bambini rincorrendosi nella Calle di sotto … mentre le rondini furibonde strillano in alto incrociando disegni eleganti.
Strombazza quasi fuori coro una Grande Nave satura di turisti che sta attraccando alle banchine del porto … suona più consona una campana nascosta fra Calli e Campielli …
Rimane nell’aria quella strana incertezza e vaghezza anonima frammista a odore di menta e salsedine … Bottiglietta e farmaci … Pastiglietta e bicchiere … e la vita intanto va … continua a scorrere … anche se a volte sembriamo ignari e portati in giro come l’acqua pigra nei canali di Venezia … a volte immota … in stallo, incapace di andare avanti o indietro. Inconsapevoli di quel ritmo calante e crescente che di fatto governa ogni sei ore la Laguna.
L’acqua cresce, sale … ristagna, sta ferma … poi cala, scende di nuovo … Bottiglietta … Pastiglia … Cannone e qualità … in maniera quasi automatica, senza consapevolezza di quanto sta in realtà accadendo … Forse siamo ignari come la gatta che se la sta dormendo beata come niente stia accadendo …
Intanto la brezza scompiglia le pagine … e anche i pensieri con questo dualismo veneziano leggero e impalpabile … proprio serale e incerto … come il tramonto di questa sera.
lug 5, 2016 - opinioni    No Comments

Aquiloni …

Hector Julio Paride Bernabò o Carybé_Ragazzi giocano con gli aquiloni_1962

Sempre dalla serie “Sognare non costa … e forse sarebbe meglio”: se invece che a bombe, uccisioni e offese … ci sfidassimo ad aquiloni ?

Scoppierebbe la Pace … e sarebbe la fine dell’industria e del guadagno della morte armata, della corruzione, di un certo fanatismo inutile, e di tanti appalti e traffici loschi … e anche di chi oserebbe proporre soluzioni del genere. La Storia dice che l’Uomo non cambia … anzi: non vuole cambiare se stesso.

**** il dipinto è di Hector Julio Paride Bernabò o Carybé: “Ragazzi giocano con gli aquiloni” del 1962.

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