set 30, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“VENEZIA CHE PULSA E RESPIRA … ALL’ARCHIVIO DI STATO.”

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 “VENEZIA CHE PULSA E RESPIRA … ALL’ARCHIVIO DI STATO.”
 
E’ stata una vera emozione tornare dentro all’Archivio di Stato di Venezia. Un’esperienza singolare davvero arricchente. Non era la prima volta, ma quest’oggi l’ho “sentita” molto di più. E’ stupendo riuscire ad intrufolarsi ogni tanto nel “Tempio della Memoria della Serenissima”: è come riappropriarsi per un attimo di una parte di te stesso, delle tue radici e intuire un po’ di più da che parte provieni, e da quale razza di Storia maiuscola sei finito per sbucare. Per un Veneziano questo è molto importante perché la Venezia con la sua Storia non è una casa qualunque, è un microcosmo ricchissimo e singolare in cui si ha come l’onore di vivere e di muovere i propri passi dentro alle proprie microstorie. Se poi come oggi, si ha la fortuna d’essere accompagnati in questo tour sempre troppo breve da persone altrettanto maiuscole, competenti e preparate, la soddisfazione e l’emozione è ancora più grande … diventa ricordo indelebile.
Mi è davvero piaciuto pochi minuti fa osservare dal vivo le pagine originali, i documenti in pergamena, i manoscritti, consunti e preziosissimi in cui si è lasciato traccia di molte delle vicende di Venezia. Nella fattispecie quest’oggi è toccato aMarin Falier il Doge “dalla bella mugièr che tutti la tràtta e lu la mantièn …” rivelarci oltre le sintetiche notizie della sua“damnatio memoriae” e del suo velo nero dipinto a Palazzo Ducale, quelli che sono stati i retroscena, i mandati, i compiti, le consegne che la Serenissima gli ha a lungo affidato. E’ stato come se il “Buon Marìn” per un attimo fosse transitato in mezzo alle montagne di documenti a “dirci la sua” quasi a illuminarci e discolpa e spiegazione di quanto è accaduto quella volta a Venezia … Dalle carte emergono ragioni, inciuci, interessi, manovre politiche, rivalità fra potenti famiglie nobiliari, e anche le Ambascerie, i contatti con i grandi della Storia, la nomina Dogale con la Promissione Dogale compilata “su misura” dopo le esperienze dei Dogi precedenti … e infine anche lo “scoperchiamento” della congiura … e la condanna quasi all’unanimità di una spietatezza che fa rabbrividire … Eppure era stato uno di loro, di quela stessa Venezia Serenissima … e invece no: si è ritrovato con la testa mozzata in mano.
Lo so, la mia è solo fantasia … ma è stato per davvero bello essere condotti per mano almeno per un attimo dentro alle pieghe di tutte quelle carte con s’è fatta grande la nostra Repubblica Serenissima … Mi è piaciuto vedere sfilare via xome in un film i faldoni saturi delle carte delle grandi Magistrature, del Consiglio, delle Schole, della Zecca, le Filze, e le  Miscellanee e tutto resto … Quanta ricchezza inestimabile ! … che è anche nostra.
Non riusciremo mai a farci una chiara ragione di un mare così“Magno” di tanta bellezza storica, artistica, economica, politica e sapienziale … però sfiorarla con la mano, rincorrerla con l’occhio, ascoltarla per un attimo a volte aiuta … E’ bello essere Veneziani anche per questo … e in certi momenti lo avverti ancora di più.
PS: le immancabili foto … da percorrere con la mente più che da guardare.
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set 29, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“LO SPETTACOLO MAIUSCOLO E MUTO DELLE PLEIADI SOPRA VENEZIA.”

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 “LO SPETTACOLO MAIUSCOLO E MUTO DELLE PLEIADI SOPRA VENEZIA.”
 
A Venezia oggi più di ieri, anche per via dell’inquinamento luminoso, si bada maggiormente a quanto accade “di sotto e per terra”, si guarda attentamente a dove mettere i piedi camminando piuttosto che interessarsi di ciò che accade “in alto e in Cielo” dove ci sembra ci sia ben poco da vedere ultimamente.
Stelle e dintorni ci sembrano mondi troppo lontani, un po’ da sognatori e futuristi, forse oggetti buoni per favole fantasiose e saghe come Star Wars, mentre noi dobbiamo necessariamente occuparci di “cose vere e ben più pratiche e concrete” che intasano sempre più la nostra vita quotidiana e reale.
Quaggiù c’è poco da preoccuparsi di scene spettacolari da cinema … qui di sotto la vita corre svelta, e con le sue esigenze produttive inzuppate di sempre più frequenti scadenze … Al massimo potremo concederci il lusso di dire a qualche bella donna: “Cara la mia Stella !”.
Ciò nonostante, le Stelle in alto sopra alle nostre teste ci sono … Eccome che ci stanno !
Che ci piaccia e interessi o no se ne stanno lì appuntate nel cielo nero della notte da milioni (anzi miliardi) di anni mentre noi qui da basso, bene che ci vada, oggi si sa e domani chissà ? … Probabilmente, anzi di certo, fra qualche decina d’anni non ci saremo più e chissà dove ci butteranno o dove andranno a disperdere quel poco che resterà di ciascuno di noi.
Premesso questo, ieri mattina sono uscito per l’ennesima volta in strada prima delle sei, mentre si accendeva ad est un vago luccicore candido che andava sempre più crescendo d’intensità. In alto, invece, sopra alla mia testa stava piano piano scemando lo spettacolo delle Stelle che ogni notte invadono il cielo nero sopra Venezia e la sua magica Laguna vecchia ormai di tanti millenni.
Ogni tanto la notte che ci contiene, avvolge e sovrasta è nitida e pulita dentro al suo buio totale perciò è possibile godere della bellezza di quel mirabile “Libro Aperto” che sono le Stelle trapuntate sopra di noi.
Nella mia fantasia mi sembrano tante perle e gemme preziose appuntate sopra un immane lenzuolo nero, e ancor più mi si conferma nella mente questa sensazione quando per i giochetti dell’atmosfera e dell’aria le vedo scintillare e brillare come se stessero occhieggiando lontanissime e apparentemente immote.
Non è così, sapete meglio di me che è solo un’immane illusione ottica: pur essendo apparentemente racchiuse dentro“al loro disegno” in realtà le Stelle sono distantissime fra loro e si collocano in 3D su piani completamente diversi separate fra loro da grandissime distanze misurate in “anni luce”.
Siamo davvero “niente e piccoli” di fronte a questo immane spettacolo … meno di formichini microscopici e brulicanti nonostante tutte le nostre abilità, competenze, furbizie e presunte saggezze.
Più di qualche volta mi lascio prendere dalla pura Bellezza del quadro della “Volta Celeste” che è un “incanto eterno muto ma mirabile” che sta messo lì come un enigma silenzioso sopra alle nostre teste. Partendo dal “niente che conosco” mi piace andare ogni volta con lo sguardo provando a individuare e riconoscere qualcosa dentro a quel grumo di luci misteriose … Vedo la “farfalla della Costellazione di Orione”, “il bottone luminoso di Sirio” … riconosco poco distante:Castore e Polluce … e poi “dulcis in fundo” ogni volta vado a cercare curioso verso destra il mitico e fantasmagorico “Nido”la “Culla delle Pleiadi”.
Tecnicamente le Pleiadi sono un Ammasso aperto di ClasseI3rn presente nella Costellazione del Toro nel nostro Emisfero Nord o Boreale chiamato anche: M 45 nel catalogo di Charles Messier del 1771, o Mel 22 o Cr 42 . L’enorme oggetto cosmico diffuso è distante circa 443 anni luce da noi ed è di dimensione apparenti: (V) 110’. Le sue Coordinate astronomiche sono: Ascensione retta 03h 47m 00s, Declinazione+24° 07′ 00″, e la sua dimensione reale è di12 anni luce ossia 4 parsec, con Magnitudine apparente (V) di 1,6, e bassa densità corrispondente circa a 800 masse solari.
E’ difficile pensare all’età di questo spicchietto di Cielo stimata115 milioni di anni (il nostro Sole è vecchio di 5.000 milioni di anni), ciò significa che le Pleiadi sono un ammasso giovane la cui vita si prevede sia ancora di altri 250 milioni di anni … tutte cifre che confondono: troppo più grandi di noi.
In realtà le Pleiadi non sono solo un Ammasso Aperto, ma un fitto insieme di Nebulose e Ammassi incastonati uno dentro all’altro come una mirabile “scatola cinese cosmica”. In generale le Pleiadi appaiono come un denso ammasso azzurro di Stelle Blu calde e giovani e di Stelle Bianche molto luminose visibili anche ad occhio nudo nel cielo serale e notturno dall’autunno fino all’inizio della primavera.
Osservandole con un normale binocolo in una notte buia si possono contare fino a dodici stelle circondate da un alone leggermente nebuloso (io l’ho fatto dal tetto sopra alla mia soffitta). In realtà dentro all’Ammasso ci sono centinaia di altre stelle disposte in coppia o in piccoli gruppi tutti correlati fra loro e in movimento alla stessa velocità e dirette nella stessa direzione del cielo verso la Costellazione di Orione. Strada facendo a causa delle forze dei campi mareali gravitazionali seminano e perdono un’immane nube di materia … ma di questo noi possiamo solo parlare e congetturare e niente di più.
Chi se ne intende per davvero, spiega che dentro all’Ammasso delle Pleiadi ci siano più di mille Stelle comprese anche diverseStelle Nane Bianche e soprattutto alquante Stelle Nane Brune che dovrebbero essere degli oggetti un po’ misteriosi forse in attesa d’innesco di potenti reazioni di fusione nucleare … Sembra perfino che dentro all’Ammasso delle Pleiadi ci siano anche degli esopianeti di tipo terrestre racchiusi dentro a un’immane nube di polvere residuo forse di un immensoimpatto protoplanetario simile a quello che ha inventato il nostro Sistema Solare … forse.
Le Pleiadi sono sempre state dette le “Sette Sorelle” a causa della loro singolare luminosità, e sono sempre state un gruppo di Stelle talmente noto fin dall’antichità da aver fatto fantasticare e industriare su di loro tantissime culture dell’umanità per diversi millenni.
Esiodo ne parlava già nel XI secolo a.C. nel suo “Le opere e i giorni” scrivendo: “Quando sorgono le Pleiadi, figlie di Atlante, incomincia la mietitura; l’aratura, invece, al loro tramonto.
Queste sono nascoste per quaranta giorni e per altrettante notti; poi, inoltrandosi l’anno, esse appaiono appena che si affili la falce …”
 
Delle Pleiadi ha scritto anche Omero nella sua ultrafamosa“Odissea”, la Bibbia le cita diverse volte, così comeTolomeo e molti altri autori le hanno richiamate di continuo lungo il corso dei secoli.
Nelle culture dell’Oceania e dell’Australia, presso i Maori della Nuova Zelanda, le Pleiadi venivano chiamate Matariki, e il loro sorgere in giugno ad oriente segnava l’inizio dell’anno nuovo un po’ come succedeva anche nelle Hawaii. Gli Aborigeni vedevano nelle Pleiadi sette sorelle chiamate: le “Makara”, oppure la figura di una donna violentata da “Wadi Bira” ossia l’“Uomo della Luna”.
 
Gli Indiani d’America come i Greci misuravano la loro capacità visiva provando a numerare le stelle che riuscivano a distinguere nelle Pleiadi. Presso i Kiowa e i Lakota del Nord America una leggenda legava l’origine delle Pleiadi a dei segni misteriosi incisi sulle rocce vulcaniche della Torre del Diavolonel Wyoming chiamata Mateo Tepe”: 
“… esistevano sette giovani donne nubili che si allontanarono per giocare e furono individuate da alcuni orsi giganti: come le videro iniziarono ad inseguirle. Durante la fuga le giovani si rifugiarono sulla cima di una roccia e pregarono lo Spirito della roccia di salvarle; sentendo le loro suppliche, la roccia iniziò a crescere in altezza dal suolo verso il Cielo, in modo che gli orsi non potessero raggiungerle. Una volta raggiunto il Cielo le donne si trasformarono in stelle, nelle Pleiadi, mentre gli orsi, nel tentativo di arrampicarsi sulle rocce dei fianchi della Torre del Diavolo, lasciarono i profondi solchi ancora oggi osservabili.”
Presso gli Ujuxte e i Takalik Abaj della Cultura di Monte Alto e in altre culture del Guatemala si costruirono diversi osservatori utilizzando come riferimento proprio le Pleiadi e la stella ni Draconis” ossia “Al Dhibain Prior” che significa:“due lupi”, mentre gli Aztechi del Messico basarono il loro calendario sulle Pleiadi chiamandole: Tianquiztli ossia: “il luogo di incontro” fra la Vita e la Morte.
Gli Aztechi aveva notato e osservato che esattamente ogni 52 anni solari le Pleiadi apparivano puntualmente proprio sopra di loro sul quinto punto cardinale” o zenith del cielo a mezzanotte precisa, e questa costatazione confermava non solo le loro congetture astronomiche, ma soprattutto li rassicurava sul fatto che il mondo non sarebbe finito neanche quella volta. In quell’occasione gli Aztechi eseguivano ogni volta una speciale cerimonia religiosa che chiamavano: la“Danza del Nuovo Fuoco”, ed era loro convinzione che compiendo quel gesto rituale si associavano a quel movimento cosmico e quel misterioso miracolo di rinascita solare.
Si ritiene inoltre che la Piramide del Sole a Teotihuacan col suo lato occidentale e molte vie circostanti poco fuori da Città del Messico, fossero state costruite in allineamento con lamezzanotte delle Pleiadi nella notte della loro massima altezza nel Cielo … Anche i Maya consideravano le Pleiadi attentamente, perché si è calcolato che a circa 60 anni dall’apparire della famosa ombra del Serpente Piumato di Chichen Itza, quando il sole raggiungeva il suo zenith durante l’equinozio di primavera sulla piramide di Kukulcan a mezzogiorno accadeva anche un ulteriore allineamento diretto con le stesse Pleiadi.
Ma quanto acuti e abili erano nelle loro osservazioni quelle civiltà che per certi versi ci potranno sembrare primitive e poco evolute ?
La cultura dei Seri del Messico Nordoccidentale, invece, chiamava le Pleiadi: Cmaamc” ossia: “donne”, e raccontava che le Pleiadi erano sette donne che stavano partorendo … Ipopoli Andini, invece, associavano le Pleiadi all’abbondanza perché le vedevano apparivano in Cielo giusto al tempo del raccolto, perciò le chiamavano: collca” ossia: il magazzino”.
Al di là dell’Oceano Atlantico, probabilmente ignari di tanta cultura astrologica e precisione astronomica, i Romanichiamavano le Pleiadi: Vergilie …  Nel Nord dell’Europa, invece, per i Vichinghi le Pleiadi erano le “Galline o i Galli di Freyja”, mentre i Celti e i popoli europei dell’Età del Bronzo associavano le Pleiadi al dolore, ai funerali in quanto apparivano nel cielo ad est nel chiarore del crepuscolo fra l’Equinozio d’Autunno e il Solstizio d’Inverno al tempo del periodo della festa in onore dei Morti (Halloween ?).
A tal proposito è famosissima la rappresentazione delle Pleiadi in alto a destra sul Disco di Nebra rinvenuto in Germania.
 Disco di Nebra età bronzo 1600 a.C.
Nei testi degli Egiziani dell’Africa affacciati sul Mediterraneo si considerava Alcyone la stella più luminosa delle Pleiadi probabilmente come: Neith la “madre divina”, oppure Hathordalle sembianze di mucca (latore del seme della vita) …Viceversa in Asia e in Oriente le Pleiadi erano le Subaruin Giappone (stilizzate ancora oggi nel logo dell’omonima e nota marca automobilistica) ... Il sorgere eliaco delle Pleiadi segnava l’inizio dell’anno intorno al 2.500 a.C. in Mesopotamia… Fra i Ban Raji, un popolo seminomade che viveva fraNepal Occidentale e India del Nord, le Pleiadi erano chiamate: “Sette cognate e un cognato”, ed erano convinti che quando ogni notte le Pleiadi sorgevano sopra le montagne si poteva vedere e incontrare i loro antichi parenti.
Nell’astronomia Cinese le Pleiadi erano uno dei 28 Xiu ossia posizioni della Luna o della Tigre Bianca indicate come:Chioma … Nella mitologia astrologica degli Indù, invece, le Pleiadi erano: Krittika” ossia: “i coltelli”, e vedevano in Cielole sei madri rabbiose e testarde del Dio della guerra Skanda, e le “Stelle del fuoco” del Dio vedico del fuoco Agni.
Da noi qui in Italia, nel 1282 Restoro d’Arezzo nel suo “La composizione del Mondo” cita più volte le Pleiadi dicendole soltanto sei stelle, come già scriveva Ovidio“Quae septem dici, sex tamen esse solent” … Nell’astrologia esoterica occidentale del Medioevo le Pleiadi erano associate al quarzo e al finocchio, e si diceva che i “sette sistemi solarigiravano attorno alle Pleiadi”.
In tempi ben più recenti Giovanni Pascoli cantò le Pleiadi nel suo Il gelsomino notturno”“La Chioccetta per l’aia azzurra / va col suo pigolio di stelle.”… mentre Gabriele d’Annunzio intendeva chiamare i suoi sette libri di “Laudi” come le sette Pleiadi, anche se riuscì a pubblicare solo i primi cinque libri, cioè: Maya, Elettra, Alcyone, Merope e Asterope.
Le Pleiadi erano: sette … Sapete bene che il “Sette” era considerato un numero magico e simbolico potentissimo: basti pensare ai sette giorni della Creazione, ai sette giorni dellaSettimana, ai sette Chakra, e ai sette Cieli dell’antichità corrispondenti ai sette Pianeti che conoscevano … “Sette sono le stelle più luminose delle costellazioni dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore” dicevano.
Bibbia e Vangeli sono un calderone pieno di “7”“Perdona non 7 ma 77 volte 7 al tuo fratello”… il Libro dell’Apocalisse è saturo di “7”: sette sono le Chiese dell’Asia a cui si rivolge Giovanni … 7 i Sigilli della fine del mondo annunciata dal suono di 7 trombe suonate da 7 Angeli, 7 saranno i “Portenti”, come 7 le “Coppe dell’ira di Dio” da versare … Erano 7 le mucche grasse e 7 le mucche magre nell’Antico Egitto ossia erano 7 gli anni di prosperità e quelli di carestia e restrizione … Sette erano i Biblici Arcangeli:Michel, Raffael, Gabriel, Uriel, Raguel, Zedkiel e Jophiel.
In seguito la Chiesa lungo i secoli ha fatto incetta di significati collegandoli col numero sette: 7 Sacramenti, 7 i Vizi e i Peccati Capitali, 7 le Virtù, 7 i Doni dello Spirito Santo, 7 le Opere di Misericordia … e sempre Sette erano i Dolori diMaria Vergine Addolorata col cuore trafitto da 7 spade … Anche le altre Religioni non scherzavano affatto al riguardo: 7 erano i bracci del candelabro, la Menorah degli Ebrei, e 7 le divinità mitologiche identificate dalla Cabala ebraica … 7 gli attributi fondamentali di Allah per il credo Islamico … il 7 è più volte ripetuto nel Corano, il Mondo è sorretto da 7 colonne poggianti sulle spalle di un gigante … 7 sono i giri da compiere intorno alla Kaaba per conquistare il Paradiso.
I Buddisti, invece, definivano l’uomo come: “Saptaparna”ossia “pianta a sette foglie” attribuendogli 7 principi …“Sette” è il numero buddhista della completezza, 7 gli Dei della Felicità come nello Shintoismo: Ebisu dio della pesca;Daikoku dio della fortuna; Benten dea delle arti; Fukurokujudio della popolarità; Bishamon dio della guerra; Jurojin dio della longevità; Hotei dio della giovialità … Nella Baghavad Gita: 7 erano gli illuminati dei Veda, 7 i giri da fare intorno alSacro Monte Kailash per purificarsi dai peccati … il Rig-Vedaparla di 7 razze umane ossia delle “Sette Correnti” di cui cinque già estinte e due future … 7 sono anche i Rishi ossia iSaggi-Profeti della tradizione indiana dell’Induismo, così come sono 7 gli Apkallu ossia i Saggi di ascendenza divina nella tradizione Mesopotamica … 7 gli Dei accostati ai 7 saggi delPantheon Babilonese … 7 i piani delle colossali Zigurat dei Caldei … I Cinesi veneravano 7 Spiriti Celesti … 7 erano iGeni della Luce dei Persiani … e 7 le cinta murarie delle loro città … 7 i raggi del disco solare sulla testa di Thoth … 7 le“braccia del Nilo” riconosciuti dagli Egiziani … 7 gli scorpioni che accompagnavano sempre la dea Iside  … 7 erano gli Dèi di Abydos, e 7 le Dee Hator che stabilivano il destino di ogni neonato … 7 i Geni della Felicità dei Giapponesi … mentre i Fenici veneravano “7 calici” .… e: “Prima di parlare gira sette volte la lingua in bocca” consigliava un proverbio arabo.
I Pitagorici Greci considerato il “Sette” simbolo di santità e perfezione … Il 7 era associato all’adorazione di Selene e di Apollo … Platone definiva il “7”: “anima mundi” … Simbolo d’Eternità” … “numero della piramide formato dal triangolo sommato al quadrato” … 7erano le fanciulle e i fanciulli che venivano offerti dalla città di Atene a Minosse … e l’armonia tra pensiero e azione veniva codificata dai consigli dei 7 Sapienti.

Romani che usavano sette simboli per i loro numeri, chiamavano le Stelle del Grande Carro: “Septem triones” ossia “i sette tori da traino” (da cui deriva il vocabolo: Settentrione) … e avevano anche iSette Colli di Roma dove vissero, combatterono e vinsero i mitici quanto epici Sette Re di Roma … Totti essendo l’ottavo ha infranto l’antica regola.
Sempre 7 in Medicina e Anatomia sono le vertebre cervicali, i gangli spinali, le ghiandole endocrine … 7 i colori dell’arcobaleno e dello spettro visibile … 7 i livelli degli elettroni attorno al nucleo atomico … 7 le meraviglie del mondo antico e moderno … 7 le note musicali … 7 le Arti Liberali del Trivio+Quadrivio Medioevale … e ancora: ladanza dei 7 veli, le 7 chiavi dell’Universo, le 7 porte del sogno,il Settebello … e avanti fino a: “BubuSettete!” … “Sudare sette camicie” e ai “Sette Nani di Biancaneve”.
Basta mi fermo qui !
Questo solo per ricordare che in Grecia anche le Stelle Pleiadinon potevano essere se non Sette. Il nome Pleiadi derivava probabilmente da “peleiades” ossia “stormo di colombe”, o indicava più semplicemente: pléion” ossia “di più” perché erano un gruppo numerosissimo di Stelle. Ugualmente il nome poteva riferirsi a “plein” cioè: “navigare” riferendosi forse all’orientamento stellare utilizzato durante la navigazione dai marinai, o molto più probabilmente alla consuetudine che quando apparivano le Pleiadi in cielo al mattino di primavera era tempo di riprendere la navigazione per mare, mentre quando riapparivano nei cieli serali autunnali era segno di lasciare le navi nei porti e concludere la stagione.
I Greci, inoltre, parlarono anche di una “Pleiade perduta”:Elettra, che si diceva avere il volto velato in segno di lutto per la distruzione di Troia. Un’altra tradizione, invece, racconta che la Pleiade velata era Merope vergognosa d’essere l’unica delle sette sorelle ad aver sposato un mortale ossia il re di Corinto. Un’altra tradizione ancora identifica “la Pleiade Velata” conCelaeno che cadde fulminata.
Di certo durante il periodo fra 4.380 e 2.220 a.C. il punto gamma della “Precessione degli Equinozi” si trovava nellaCostellazione del Toro; perciò quell’epoca venne anticamente denominata Era delle Pleiadi” e molti templi greci vennero orientati in relazione al sorgere e al tramontare delle Stelle Pleiadi.
Secondo i miti le Pleiadi erano Ninfe delle montagne ossia Oreadi nate sul monte Cillene, figlie di Atlante e Pleione(anch’essi presenti fra le Stelle nello stesso ammasso celeste); nipoti di Giapeto e Climene, sorelle di Calipso e Dione e anche delle Iadi dopo la cui morte le Pleiadi si suicidarono … Secondo un’altra versioni mitologica raccontata da Igino nel I° secolo d.C., le Pleiadi erano, invece, le compagne vergini diArtemide Dea della Caccia. Orione, il famoso gigante cacciatore focoso, le inseguì per tutta la terra, e le Pleiadi furono costrette a fuggire nei campi della Beozia finchè gli Dei mossi a compassione si decisero a trasformarle prima in colombe e poi in stelle immortali collocandole nel Cielo dove finì però anche il Cacciatore Orione dando vita a un inseguimento eterno delle Pleiadi che continua ancora oggi … Oppure erano donne rapite da un egiziano e liberate dal prode Eracle … Per altri infine, le Pleiadi erano più semplicemente figlie di una Regina delle Amazzoni.
I nomi delle Sette Sorelle della mitologia greca vennero quindi abbinati alle stelle più luminose dell’Ammasso delle Pleiadi, che perciò s’identificano ancora oggi sopra alla mia testa come:
01- Asterope o Sterope che è detta anche 21 e 22 Tauri, di Magnitudine apparente:  5,64 e 6,41 e Classificazione stellare: B8Ve/B9V
02- Merope o Dryope o Aero che è 23 Tauri, di Magnitudine apparente: 4,17, e Classificazione stellare: B6IVev. Di recente si è scoperto che l’oggetto cosmico NGC 1435 avvolge completamente la stella. Merope sposò il noto criminale Sisifogenerando Glauco e abbandonando le sorelle, per questo si diceva che per la vergogna brillava in cielo meno di tutte le altre.
03- Elettra è Tauri 17 di Magnitudine apparente: 3,70 e Classificazione stellare: B6IIIe. La stella è una nebulosa a sua volta nota come: vdB 20 ..Elettra partorì a ZeusDardano e Iasione.
04- Maya è 20 Tauri di Magnitudine apparente: 3,86 e Classificazione stellare: B7III. La stessa stella è una nebulosa a sua volta nota come: vdB 21 … Maya partorì Ermesunendosi con Zeus.
05- Taigete è 19 Tauri di Magnitudine apparente: 4,29 e Classificazione stellare: B6V … Si unì anche lei con l’iperattivoZeus partorendogli Lacedemone.
06- Celeno è 16 Tauri di Magnitudine apparente: 5,44 e Classificazione stellare: B7IV.
07- Alcyone è Eta Tauri 25, una stella tripla di Magnitudine apparente: 2,86 e Classificazione stellare: B7IIIe. E’ la stella più luminosa di tutte le Pleiadi, ed è a sua volta una nebulosa nota come: vdB 23. Esiste un altro mito-leggenda circa Alcyone raccontato da Plinio il Vecchio nel I secolo d.C.
L’Alcione era un uccelletto poco più grande di un passero dai colori vivacissimi che nidificava presso le coste marine facendosi vedere solo raramente. Gli unici periodi in cui era possibile osservarlo erano i solstizi, a metà inverno e in occasione del tramonto delle Pleiadi, perciò lo storico e scienziato concluse che gli Alcioni costruivano i loro nidi sette giorni prima del Solstizio d’Inverno e deponevano le uova sette giorni dopo. La leggenda diceva che gli Alcioni erano inoltre in grado di prevedere con molto anticipo le tempeste e che avevano anche la facoltà di placarle.
Per questo Alcione era figlia di Egiale ossia “colei che tiene a bada l’uragano” e di Eolo “il custode dei venti”, e sposò anche Ceice ossia il “gabbiano” figlio della Stella del Mattino. I due erano talmente felici insieme che decisero di chiamarsi “Zeus ed Era” rubando il nome alle relative Divinità e suscitando la loro ira. Costoro si vendicarono scagliando una folgore dall’Olimpo del Cielo contro la nave di Ceice partito per consultare un oracolo, e lo Spirito di Ceice ucciso apparve ad Alcione che sopraffatta dal dolore decise di gettarsi in mare. Commossi da questa storia, alcuni Dei ebbero pietà di loro e li trasformarono in Alcione e Gabbiano. Solo più tardi Alcione venne collocata fra le Sorelle Pleiadi figlie di Atlante e Pleione.
Infine, nel Libro della Conoscenza“Le Chiavi di Enoch” nella Chiave 1-0-6 si legge: “Le Pleiadi rappresentano la chiave per la protocreazione fisica: rappresentano l’inizio galattico della famiglia Adamica Fisica … Le Pleiadi sono “la culla e il trono della nostra coscienza” come Orione considerato altro centro del trono con funzione di portale-soglia.
Mah ? … Chissà che cosa sono, sono state e saranno per davvero il “Nido delle Pleiadi” ? … Ai posteri l’ardua sentenza. Di certo sono quella luminescenza intensa e insieme pallida e lattiginosa che caratterizza lo spicchio di Cielo che ho visto ieri mattina in alto sopra il mio solito quartiere di Santa Marta di Venezia e della Marittima del Porto … Le Pleiadi sono uno spettacolo che mi ha da sempre incantato e tutt’ora riesce a calamitarmi anche mentre mi reco al lavoro di buon’ora al mattino.
Sempre nella stessa mattina, preso dall’entusiasmo per quell’intensa visione che per me è “Bellezza Pura dalla Forza Primordiale”, improvvisamente nel cielo verso est è apparsa una luce chiara intensissima: un bottone luminoso bianco sempre più luminescente che si muoveva dall’alto verso il basso lentamente proprio davanti a me.
“Che sarà mai ? … Chissà che cos’è quella luce ?” mi sono detto, “Sara forse una meteora ? … o chissà quale fenomeno astronomico particolare ? … Che sia la fortunata esplosione di una “SuperNova che sta accadendo proprio ora “in diretta” davanti ai miei occhi ?”
 
Mi sono messo perfino ad osservare il quadrante dell’orologio per fermare e cogliere l’attimo precisione di quell’evento: erano precisamente le 05.55 mentre “la luce speciale” si andava affievolendo sempre più fino a spegnersi e scomparire del tutto. Insomma: sono rimasto lì immobile e a bocca aperta, fermo in mezzo alla strada, intento a “godermi” quella rarità e quello spettacolo che avvertivo come importante, anzi: eccezionale, se non unico.
Peccato che qualche istante dopo il puntino luminoso è riapparso un po’ più in sotto e spostato più a destra mostrando due bei lampeggianti rossi collocati su entrambi i lati: era semplicemente un aereo militare … uno dei tanti che solcano il cielo notturno sopra la Laguna di Venezia.
Beata la mia ignoranza ! … Sarà per un’altra volta … ma intanto mi sono gustato per l’ennesima volta “le mie Pleiadi”.
 pleiadi

 

set 28, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“UN AEROSTATO CHE VA TOMBOLANDO SOPRA LA LAGUNA DI VENEZIA … NEL 1803.”

Zambeccari sull'Adriatico 1803

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 124.
 
“UN AEROSTATO CHE VA TOMBOLANDO SOPRA LA LAGUNA DI VENEZIA … NEL 1803.”
 
Se ne avrete voglia, provate ad andare a leggere quanto racconta curiosissimamente Franco Mutinelli nei suoi “Annali delle Province Venete dall’anno 1801 al 1840” stampati a Venezia nella tipografia G.B.Merlo nel 1843.
In estrema sintesi diceva che essendo scomparsi in questi ultimi tempi i grandi mecenati delle antiche Arti Classiche capaci di procurare personaggi come Michelangelo e Raffaelle, ora al mondo moderno non resta che darsi alla Scienza e alla Fisica guardando a personaggi nuovi come Volta, Galvani, Spallanzani … e Zambeccari.
A dire il vero, quest’ultimo Zambeccari era un po’ strano continuava a scrivere il Mutinelli perché volendo andare da Bologna a Milano, si ritrovò, invece, a vedere Venezia. Perciò alquanto perplesso concludeva dicendo pressappoco:
“… Ignota ancora l’utilità che venir possa all’uomo dal volare per l’aria …”
 
Che era successo a questo Zambeccari ? … e chi era costui ?
All’epoca Francesco Zambeccari venne definito un “grande personaggio”, e in effetti lo fu per davvero in quanto fu pioniere e protagonista dell’Aviazione Europea oltre che di quella Italiana. Fu un uomo curiosissimo, sostanzialmente un“Inventore” che amava definirsi: un “Aeronauta”.
Nacque e Bologna nel 1752 nella ricca famiglia Patrizia delSenatore e Conte Giacomo e morì sempre a Bologna nel settembre 1812 per gli esiti di una sfortunatissima quanto tragica spedizione. Essendo Nobile ricevette un’educazione e un’istruzione molto accurate, ma fin da giovanissimo preferì gli studi scientifici nel Collegio dei Nobili di Parma. Insofferente nei confronti del conformismo tradizionale e bigotto dei nobili Bolognesi (e di suo padre) se ne andò presto di casa andando ad arruolarsi nella Guardia Real dove divenne ufficiale dell’Armada Espanola.  La Marina Spagnola lo inviò subito a combattere contro i Pirati del Mediterraneo e poi nell’Atlantico e in America ai tempi della Rivoluzione Americana.
Da lì fu presto costretto a fuggire e cercare rifugio in Europa abbandonando l’Avana in quanto s’era messo in contrasto conTribunale dell’Inquisizione che aveva iniziato ad indagarlo dandogli la caccia. Giunto a Parigi, nel 1783 assistette alle prime ascensioni di Charles e dei fratelli Montgolfier, e recatosi poi a Londra nel novembre dello stesso anno, cominciò a sperimentare per conto proprio il volo aerostatico utilizzando prototipi larghi più di tre metri e senza persone a bordo riuscendo a farli atterrare intatti a 75 km di distanza.
Fu un successo ! … ma era appena l’inizio, perchè tentò l’avventura del volo con persone a bordo decollando lui stesso diverse volte su palloni “a doppia camera” gonfi d’idrogeno e con aria riscaldata sotto raggiungendo e superando quote di 3.000 metri.
Era un Italiano eh ! … Non dimentichiamolo.
Nel 1787 si trasferì a San Pietroburgo entrando nella Marina Imperiale Russa, ma dopo un naufragio venne fatto prigioniero dai Turchi rimanendosene in prigione a Costantinopoli per due anni finchè venne finalmente liberato su intercessione delRe di Spagna. Il tempo trascorso in carcere gli servì per studiare ancora e mettere ulteriormente a frutto le sue pensate e le sue invenzioni.
Tornato libero a Bologna sposò Diamante Negrini contro la volontà del padre avendo da lei tre figli e lavorando da commerciante. Come potete immaginare si dedicò al volo aerostatico, scrivendo diversi saggi e testi che raccoglievano le sue teorie, osservazioni, esperimenti, pratiche ed esperienze con le moderne “macchine aerostatiche”descrivendo quelle che secondo lui erano “le regole”dell’Atmosfera e del Volo. A Zambeccari si deve la realizzazione di alcuni strumenti di misura come un dinamometro per misurare la tensione delle corde, la “stadera anemometrica” per valutare l’intensità delle correnti atmosferiche, e il cavo stabilizzatore chiamato “guiderope o cavo pilota” impiegato fino ai giorni nostri. Effettuò diversi esperimenti utilizzando a bordo dell’aerostatolampade ad alcool per riscaldare l’aria senza più gettare zavorra per salire o liberare gas per scendere, e perfezionò la sua invenzione realizzando il “pallone a doppia camera”detto “pallone di Rozier”, che si sarebbe dovuto chiamare più correttamente “pallone Zambeccari” (Pilâtre de Rozier e Pierre Romain morirono il 15 giugno 1785 durante il un tentativo di traversata della Manica su pallone).
Qualche anno dopo Francesco ereditò le sostanze di famiglia, ma trascurandone la gestione fondiaria, immobiliare e terriera, si dedicò con gli allievi Pasquale Andreoli e Gaetano Grassetti a compiere diverse ascensioni in Italia ed in Inghilterra investendo ingenti somme di denaro e chiedendo sovvenzioni, prestiti e sussidi di ogni sorta.
Fu proprio in quel contesto tra il 7 e l’8 ottobre 1803 che Francesco Zambeccari e compagni partendo dalla Montagnola di Bologna andarono a naufragare nell’Adriatico vicino alla costa dell’Istria. In verità, l’idea degli Aeronauti era quella di compiere il tragitto Bologna-Milano, ma il volo divenne un’avventura epica di quelle che si finisce col raccontarle per sempre.
Gli aeronauti, infatti, persero fin da subito il controllo dell’“aeromongolfiera a doppia camera”, che salì velocemente a quote elevate facendo perdere conoscenza ai viaggiatori e piloti che trasportava.
Racconta ancora Franco Mutinelli negli stessi “Annali delle Province Venete” che vi citavo prima: “Acconciatosi adunque in compagnia del Grassetti da Roma, e dell’Andreoli d’Ancona, mezz’ora dopo la mezzanotte del 07 ottobre 1803 in un suo grande e bene costrutto pallone, e “Addio patria ! … Addio cittadini !” esclamando, elevavasi tosto ad una altezza superiore alle nubi. Cominciava già Zambeccari a far uso degl’immaginati suoi remi, ma ben presto ne perdeva uno, provando intanto, e così era anche di Grassetti, un ansamento, una tendenza al vomito e un principio di assopimento: solo Andreoli affatto sano e più vigile rimaneva…”
Povero Zambeccari ! …e anche sfigato … perchè: “Giunte le “le procelle che annualmente sogliono regnare nelle maremme veneziane” come dicea il Filiasi,  alle ore due e mezzo del mattino, con sorprendente velocità piombava nel mare il pallone, ma sollecitamente della zavorra alleggerito, si elevava di nuovo e in così alta regione, che le parole, per la rarefazione dell’aria, appena poteano udirsi, e orrendamente sanguigna vedeasi la Luna: se non che, per la perdita di gas, altra volta gravato dal proprio peso il pallone, scendeva nuovamente, però con più tranquillo moto, sul tempestoso mare …”
Insomma gli Aeronauti mezzi intontiti era finiti dentro a una tempesta che li ha sballottati per bene su e giù nell’aria scaraventandoli poi di sotto fin sull’acqua, e spingendo poi il“pallone” ingovernabile in mare aperto.
“Velocissimamente per gli aerei spazi trascorrendo intanto il pallone, e ciò per essere stato colto da un groppo gagliardissimo di vento, all’improvviso un fragor di marosi non interrotto, terribile, avvertiva i viaggiatori che il piano ad essi soggetto non era più terra, bensì l’Adriatico …”
Le Cronache dell’epoca raccontano che alcuni marinai che stavano navigando da Venezia verso l’Istria nel mare in burrasca videro agitarsi nel buio del cielo quella strana mole luminosa risplendente: “andar tombolando sopra le acque tempestose del Mare e della Veneta Laguna sullo sfondo orrendo di una Rossa Luna …”.
Il “bello” fu, che i Marinai più che essere preoccupati per il mare grosso e agitato, lo erano soprattutto per una vecchia tradizione degli stregoni Uscocchi che diceva di: “… Demoni talvolta vaganti per l’Adriatico per sconvolgerne Mare, Isole e Coste e attaccare e danneggiare i naviganti”.  Perciò scambiarono l’Aerostato-Pallone bolognese: “per Diavolo vagante per l’aria in un globo di fuoco … laonde per cui, raddoppiate le vele, ce ne fuggimmo diligentemente dall’incontro …”
Zambeccari & C, intanto, provarono a gettare fuori bordo tutto quanto era possibile: strumenti, viveri e indumenti per provare a rigovernare l’aerostato, finchè finalmente riuscirono a riguadagnare quota sul mare per poi andare a ricadere sulMonte Ossero delle Coste Istriane dove vennero tratti in salvo stremati e semiassiderati da una barca di pescatori.
Ancora negli “Annali Veneti” si legge: “Esercitando allora il ponente la forza sua contro la ingegnosa macchina, condotta per l’aria e non già per i flutti, trasportavala con veemenza dalla costiera d’Italia a quella opposta d’Istria, quasi naufragata nave, mezzo sommersi rimanendo i viaggiatori infelici: come a Iddio piacque, dopo cinque ore di terribile conflitto colle onde e colla morte, una oneraria veniva a salvarli e a condurli a Venezia …”
Ma non finì così, perché il pallone liberato dal peso degli occupanti e lasciato incustodito riprese nuovamente quota rapidamente andando a schiantarsi del tutto presso la località di Ripac in Bosnia.
E lì accadde un’altra curiosissima scena di quella“strampalata vicenda”:  “… il pallone divenne “demonio taumaturgico” perché calò di primo mattino presso la fontana del borgo Turco della Bosnia sulle rive dell’Unna. Gli abitanti meravigliati e spaventatissimi gridarono al “miracolo e al grande prodigio dovuto a uno Spirito Demoniaco dell’aria” … e per far cosa giusta i Bosniaci presero il pallone e lo fecero in mille pezzi distribuendone le“parti miracolose” a parenti e amici raccontando a tutti che da quel momento: “… le acque della detta fontana aveano acquistato virtù di guarire da qual si voglia malattia.”
E qui finisce la storia dell’Aerostato che da Bologna doveva andare a Milano.
“L’infelice” Zambeccari finì all’ospedale con le mani congelate insieme ai malconci e intirizziti Grassetti e Andreoli … e l’avvenimento-avventura venne considerato straordinario e famosissimo …” tanto che la Libreria e Società Letteraria e Tipografica di Venezia ne ricavò un grande manifesto col l’avventura e con i ritratti di Zambeccari e diMontgolfier insieme che andò venduto a ruba ottenendo un grande successo anche economico.
L’ormai solito Franco Mutinelli degli “Annali delle Province Venete” scrisse ancora in conclusione: “… Dir potendosi pertanto che l’esperienza infelice di Zambeccari abbia avuto per risultato quello solo di convalidare in superstizioni pazze dei goffi uomini, e di rendere innanzi tempo egli stesso quasi vittima del proprio zelo per la scienza …”
Nonostante l’impresa avesse sfiorato la tragedia Zambeccaridivenne noto e si procurò diversi sostenitori che lo finanziarono permettendogli di costruire nuove “macchine volanti” e continuare a “prendere il volo”. Il 22 agosto 1804 salì in aria di fronte a 50.000 persone dal prato dell’Annunziata fuori Porta San Mamolo a Bologna atterrando malamente a Capo d’Argine dove scese spaventatissimo il suo compagno di volo. Zambeccari indomito, invece, riprese quota subito dopo e proseguì fino al delta del Po dove andò ad atterrare nei pressi di Comacchio.
E bravo Zambeccari !
Negli anni seguenti fra mille debiti e difficoltà economiche e fiscali Zambeccari proseguì con i suoi esperimenti e le sue ricerche realizzando un terzo aerostato “a doppia camera”che gli fu fatale. Infatti il 21 settembre 1812, andò a urtare contro un albero durante il decollo, e l’alcol del bruciatore si rovesciò sugli occupanti della navicella sottostante che prese fuoco. Francesco Zambeccari morì il giorno seguente per gli esiti delle ustioni diffuse in tutto il corpo, e venne sepolto e risepolto più volte in maniera travagliata nella tomba di famiglia nella Basilica di San Francesco in Bologna non lasciandolo tranquillo neanche dopo morto.
Francesco Guardi_la mongolfiera_1784
Due ultimissime aggiunte curiose:
-        Sembra che l’aerostato raffigurato sulla tela di Francesco Guardi del 1784 intitolata “Ascensione di un pallone sul canale della Giudecca a Venezia” sia quello progettato da Francesco Zambeccari e realizzato dai fratelli Nicolò e Domenico Zanchi su finanziamento del Cavalier Pesaro Procuratore di San Marco. L’aerostato s’innalzò a Venezia il 15 aprile 1784 in occasione della Festa della Sensa durante il tradizionale rito dello “Sposalizio col Mare”.
-        La vita e la storia di Francesco Zambeccari è stata abilmente raccontata da Timina Caproni Guasti e Achille Bertarelli in un bel saggio intitolato Zambeccari aeronauta di Bologna.” pubblicato nel 1932. (Timina Caproni Guasti fu moglie di Gianni Caproni ideatore di uno spettacolare Museo-Collezione dell’Aeronautica realizzato a Trento che raccoglie ancora oggi tantissimi prototipi, velivoli, documenti e cimeli il cui utilizzo ha caratterizzato le prime esperienze di volo Italiane ed Europee.)
set 22, 2016 - storia arte cultura, viaggi    No Comments

“BURANESI CONTRO MURANELLI … 1:1.”

Buranesi e Muranelli

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 123.
 
“BURANESI CONTRO MURANELLI … 1:1.”
 
Lo so bene che è sbagliatissimo dire così … anzi, lo sanno tutti che si dice precisamente: Buranelli e Muranesi … ma perché questo modo diverso di chiamarsi pur essendo isole pressappoco vicine a poche remate di distanza ?
Buranelli e Muranesi, e non Buranesi-Muranesi o Buranelli-Muranelli non è un caso.
La spiegazione è ovvia e per noi Veneziani quasi banale: c’è sempre stata una notevole contrapposizione secolare e un significativo antagonismo campanilistico fra le due popolazioni isolane ugualmente Veneziane fino al midollo.
Questo io lo so più che bene, proprio sulla mia pelle, perché sono Buranello d’origine e di sangue al 100 %.
Erga … non sono affatto Muranese  ! (per fortuna … ma sto solo scherzando.) !
Al di là degli sfottò storici, le stupende isole di Burano e Murano, come ben sapete, sono un paio d’“isole oltre le isole” del più famoso e compatto grumo insulare del superbo arcipelago Veneziano. Soprattutto Burano come Mazzorbo eTorcello si trovano al di là e in fondo alla Laguna, come un’ulteriorità preziosa, un  bijoux nascosto riservato a pochi intenditori ed eletti (almeno così era un tempo).
“Speremo che bonàssa!” mi diceva un’anziana Buranella in carrozzina l’altro giorno in ospedale mentre osservava fuori la pioggia che scrosciava … “A Buràn scravassa ! … Vero paesàn ? … Ti te ricordi de Buràn vero ?”
 
“E come dimenticarlo nonna ?” le ho risposto, “Buranèi se resta per sempre !”
 
E’ stato subito come aprire un rubinetto … e le memorie, e i ricordi della nonnetta si sono sprecati inseguendo una treccia incrociata del Tempo che sarebbe stata capace di dipanarsi per ore, forse per giorni: “Buràn xe sempre Buràn … O mègio posto che ghe sìa !” ha concluso alla fine la donnetta saturata di nostalgia e con gli occhi arrossati.
Quand’ero piccolissimo e vivevo nell’isola di Burano con la mia famiglia, recarsi fino a Venezia era per noi un evento importantissimo. Vi potrà sembrare impossibile, ma per noi era una fatto davvero significatico che accadeva al massimo un paio di volte all’anno. Per l’occasione indossavamo l’unico vestito buono che avevamo, e per me era più che una festa uscire dall’isoletta e raggiungere “la capitale”, quella che consideravo il “caput mundi”“il meglio del meglio” visto che nella mia testa non c’era altro riferimento che quello. Quella di ritornare a Venezia era un’occasione che sognavo a lungo, anche perché già da allora mi affascinava quel labirintico intrico di calli, corti, campi e strade che nella mia fantasia corrispondeva a un mondo col sapore dei film e di tutte le storie che conoscevo. Venezia per me era il top, il “non plus ultra”,e girovagarci a mano dei miei genitori, entare in qualche negozio, o solo raggiungere Piazza San Marco era il massimo che potevo desiderare. Se poi riuscivo in qualche maniera a portarmi a casa qualcosa: qualche matita colorata, un albun da disegno o un paio di quadernetti … allora era festa nella festa, il massimo della soddisfazione. Nella mia vita d’allora non poteva mancare altro, se non “la cosa” del sogno: ossia prima o poi ruscire a possedere un compasso ! … Sì … Proprio un compasso … simile a quello che andavo ogni giorno ad osservare nella vetrina dell’unica cartoleria della mia isoletta. Allora vivevo così …
Ebbene, in una di quelle preziose volte in cui rientravamo a Burano col mio preziosissimo bottino di un paio di magliette nuove e una scatoletta di “cerette da disegno” coloratissime, improvvisamente il nostro battello che chiamavamo “il Patate”per via del potentissimo motore che sembrava ripetesse all’infinito: “patate ! patate ! … patate ! patate !” si fermò in mezzo alla Laguna strombazzando furiosamente.
“Che succede mamma ?”
 
Ci precipitammo tutti ai finestrini ad osservare l’arcana sopresa: c’era una serie di barche da pesca di traverso e incrociate fra loro che occupavano del tutto lo spazio di transito del canale. Era impossibile passare e proseguire col battello di linea. Ma quel che era peggio, era che sopra, accanto e a fianco di quelle basse barche da pesca c’era in corso una formidabile zuffa fra pescatori a base di prepotente vociare ma soprattutto di botte da orbi. Se le stavano dando alla grande e di santa ragione … ma proprio tante, come nei film di Cowboy e Far West che andavo a vedere alla domenica al “Cinema dei Preti” di Burano.
Inutile lo strombazzare del vaporetto, quelli continuavano a darsele di brutto, e oltre ai pugni volavano possenti remate da una barca all’altra con gente che finiva fuoribordo e in acqua … denti sputati, teste rotte, e barche sfondate che colavano a picco.  Ricordo come fosse adesso un ispiritato che con un balzo felino è saltato in un’altra barca con una grossa ancora in mano sventrandone il fondo con pochi colpi feroci … A dire la verità, ero estasiato dallo spettacolo, mentre inutilmente la gente che stava a bordo gridava verso i contendenti cercando in qualche modo di ridurli a ragione … e almeno lasciarsi passare.
Niente da fare … Sembravano sordi … così come erano sordi i colpi dei pugni e delle remate che continuavano a fioccare dentro al gruppo di almeno una decina di persone inferocite e scatenate.
Quando Dio volle lo “spettacolo” finì … perché finalmente in lontananza si udì una fievole sirena dei Carabinieri che s’avvicinavano per venire a riportare quiete e ordine. Udita la sirena, gli energumeni si riscossero dal loro battagliare, e in un battibaleno raccolsero il salvabile e si separarono e dispersero dandosi alla fuga e prendendo ciascuno una direzione opposta:Buranelli a nord … Muranesi verso sud.
Quando arrivarono le forze dell’ordine era già tutto concluso: le barche dei pescatori s’erano già allontanate, e  c’era solo qualche rimasuglio che galleggiava pigramente in superficie: un“per de pagiòli” da una parte, un “tràsto” dall’altra, e due tre casselle rotte … Nessuno aveva visto e capito niente … Alla fine il nostro “Patate” singhiozzando e sbuffando ha ripreso a procedere lentamente in direzione di Burano: lo spettacolo era terminato … Ma che spettacolo ! Non mi era mai capitato d’assistere a una scena del genere.
Come mi spiegarono i miei genitori in seguito, tutto quel parapiglia non era niente di speciale: si trattava dell’ennesimo episodio della rivalità storica che esisteva da sempre fra Buranelli e Muranesi per il controllo degli spazi acquei della Laguna, e se non era per quello era per le zone di caccia e pesca … o per le vendite del pescato, o per qualsiasi altro motivo utile o non utile, vero o non vero per darsele a vicenda.
Tornato a Burano, il giorno seguente sono rimasto non poco sorpreso nell’incontrare fuori della porta dell’Osteria poco distante da casa mia proprio alcuni dei protagonisti di quella grossa baruffa lagunare. Se la stavano dicendo e spiegando insieme a molti altri pescatori e curiosi, e uno aveva l’occhio pesto e la faccia gonfia, un altro portava una grossa benda tutto intorno alla testa, e un altro ancora mostrava a tutti come avesse perso un paio di denti e adesso avesse al loro posto una bella finestra. Fra un brindisi e l’altro, e un: “Evviva ! … Alla Salute !” e “Bravi !” … fu tutto un accalorato raccontare e spiegare … e io me ne stavo nella schiera dei bimbetti seduti per terra tutto intorno intenti a non perdere una sola parola di quei racconti quasi epici.
“I Muranesi ! Sono dei gran figli di … I Muranesi qua … i Muranesi là …” e avanti l’intero pomeriggio con quel ritornello. Fu ovvio che piano piano anche in noi ragazzini si radicò incosapevolmente quell’antagonismo e quella sorta di contrapposizione spontanea.
Se per qualche compera o per qualcos’altro un Muranese approdava in barca e scendeva in Piazza Galuppi a Burano, inevitabilmente da entrambe le parti partivano autentici quanto bellicosi sfottò da stadio.
“Vèdi Buran … col campanìl storto … Noi abbiamo, invece, una Basilica bellissima, antica, piena di bei mosaici … Voi un casselòtto de cièsa cadente …”
 
“Sì ma avete una Madonna sul mosaico che sembra aver preso il sonno …”
 
“Buranèi: Pìssa in acqua !”
 
“Muranesi: campagnoli ! … Vèri rotti e biccièri sbeccài … morti de fame … Neanche boni a cusinàrve i Bussolai de Pasqua … Ve tocca venìr fin qua da noaltri per comprarli e cusinarli … Savè far solo bussolài de legno …”
 
Non ce le mandavamo a dire. Era un continuò darle e prenderle senza fine … Ogni occasione era buona per contrapporsi e provocare… A quei tempi era rarissimo trovare nell’isola chi vendesse vetri di Murano, così come da loro si disprezzavano i famosi Pizzi, i Merletti di Burano … Poi dentro alle case era tutto diverso, perché fra le poche “robe bone e de sèsto messe in mostra” sull’unico mobile buono della famiglia il più delle volte si ostentava qualche bel pezzo di vetro di Murano a Burano e qualche tovaglia di pizzo o centrotavola in merletto a Murano.
Ufficialmente però ognuno dichiarava “paccottiglia e lavori modesti” i prodotti dell’altro … Era proprio un’avversione forte, un senso di ripulsa e accanimento incontenibile.
A Burano c’erano le casette basse coloratissime e linde anche se miserrime: “Sono le casette dei sette nani delle fiabe”dicevano i Muranesi … Murano, invece, aveva case insignificanti, grezze e anonime: “Case insipide coi cessi in orto … palafitte da campagnoli primitivi e cavernicoli.”chiosavano ridendo i Buranelli.
In realtà Murano è stata per secoli il “Giardino delle Delizie”per i Nobili Veneziani che usavano l’isola come loro dependance di lusso. Murano a pochi passi da Venezia è sempre stata isola d’evasione, feste e musica, luogo d’incontri e prestigiosi Casini dove sfoggiar cultura e letteratura … oltre che palazzi e ritrovi dove lasciar sfogare eccessi e ogni tipo di divertimento. Come non ricordare i famosi Casini Muranesi deiMorosini, dei GiustinianPisaniGrimani …
E poi, come se non bastasse, si mettevano anche i vecchi con le loro fole fantasiose e risentite a cavallo fra leggendario e fantastico. Mi diceva mio nonno durante le nostre passeggiate pomeridiane in giro per Burano e fino a Mazzorbo: “Sono stati i Muranesi di notte con delle corde a provare a tirare giù il nostro campanile di Burano … Ma non ci sono riusciti … Sono stati capaci solo di “storgerlo” da una parte … poi sono stati messi in fuga dai Buranelli … e il campanile è rimasto così … I Muranesi sono spaventapasseri ! … Non i ghe ne imbròcca una !” insiteva il nonno col mozzicone di sigaro toscano puzzolente all’angolo della bocca, “Non i xe stài neanche capaci de tiràr sòso el campanièl !”… e io sorridevo divertito e risentito per quella bravata non riuscita ai Muranesi, e orgoglioso perché i Buranelli di un tempo erano riusciti a metterli in fuga.
Che l’antagonismo fosse diventato leggendario lungo i secoli a Burano non c’era alcun dubbio: ogni anno all’inizio dell’estate si estendeva per ore la grande “Processione dei Tre Santi Patroni” che calamitava attenzione, consenso e gente da ogni parte della Lagune. Erano giorni di gran festa solenne, e alla fine del triduo preparatorio l’immensa Processione Acquea e Terrestre attraversava con grande concorso di popolo, musica, canti, addobbi ed esultanza tutte le piccole e coloratissime contrade dell’isola nonché tutti gli specchi d’acqua circostanti Burano con pompa magna … e altrettanta invidia di chi … come i Muranesi, non aveva dalla sua parte “Sant’Alban, San Domenego e Sant’Orso”.
“Sant’Alban: brasso de pègoa !” esclamano invidiosi i Muranesi.
I Buranelli non si scomponevano affatto perché un tempo quel braccio dorato di Sant’Alban con dentro l’osso del Santo che veniva portato ogni anno in processione, era stato anche capace di dare sostegno e sostentamento agli isolani messi in difficoltà dalla carestia e dalla pestilenza. Durante il 1700, infatti, il Piovan de San Martin Bortolo Michiel vendette il braccio dorato delle Reliquia di Sant’Alban sostituendolo con un altro di rame dorato distribuendo ai miseri dell’isola il ricavato … e di questo i Buranelli andavano fieri: altro che“brasso de pègola ! …E’ stato il brasso de la Provvidenza !”
 
E già che c’erano, i Buranelli rincaravano la dose sfottendo i Muranesi per l’abbondanza che Sant’Alban sapeva riversare sull’isola di Burano, tanto che c’era addirittura in San Martin un “bottazzo miracoloso di Sant’Alban” capace di rifornire di vino ininterrottamente l’intera isola … I Muranesi crepavano d’invidia per questo fatto, perciò nottetempo andarono a Burano e rubarono il famoso “bottazzo miracoloso”portandoselo a Murano. Figurarsi i Buranelli ! Fu guerra aperta.
Giunto però nell’isola, fuori dal suo “magico contesto Buranello”, il“bottazzo” s’iniradì e non produsse più niente, neanche un goccio di vino … I Buranelli perciò se la risero …  e tira e molla, e molla e para, le liti fra Buranelli e Muranesi per il “bottazzo” continuarono senza fine assommate a rimostranze, vendette, botte e baruffe … finchè ilPodestà di Murano Carlo Querini mise fine nel 1543 a tutta quella sarabanda facendo infiggere in parete accanto al soffitto di Santa Maria e Donato di Murano il famoso “bottazzo della discordia”.
“Che provassero stavolta i Buranelli a ritornare a prenderselo !” e questo mise fine al grande accanimento e alla grande discordia … e non ci fu più vino gratuito per tutti. Andate a Murano in San Donato, e guardate la parete della navata centrale in alto a sinistra verso soffitto: il “bottazzo di Sant’Alban” è ancora là … rinsecchito e asciutto ovviamente … perché a Murano che miracoli vuoi che accadano ?
Il padrone e proprietario della casupola in cui ho vissuto in affitto la mia infanzia a Burano era un Muranese … il che guastava non poco nella mia mente per più di un motivo: primo perché non era tenerissimo con la mia famiglia che era notoriamente con le tasche vuote, secondo perché non si decideva mai a darci il permesso di costruirci il gabinetto con l’acqua corrente in casa, cosa di cui non potevamo ancora usufruire a differenza di molte altre famiglie dell’isola.
“Gli affari sono affari” ripeteva sempre … “Accontentatevi ! … Voi pagate poco, io concedo poco … Volete di più ? … Pagate di più !” e se ne andava sempre via sorridendo col cappello sghembo sopra la sua testa pelata, e lasciandoci sempre così com’eravamo: senza camino per cucinare, senza acqua corrente per bere e lavarci, e con i “boccali da notte sotto al letto”.
“Maledetto strozzino !” commentava la mamma fra i denti quando si chiudeva la porta dietro al padrone, “Chissà che ti te pìssi dòsso !” aggiungeva sorridendo fiduciosa lo stesso.
Anche crescendo fra noi ragazzi e con i miei amici, gli sfottò e le contrapposizioni con quelli di Murano erano fortissime, irrinunciabili, quasi obbligatorie. Ogni tanto, essendo la nostra Scuola Media sezione staccata di quella di Murano, si organizzavano incroci-incontri per familiarizzare e condividere i percorsi scolastici delle due “Scuole Gemelle” … In poche parole si facevano delle belle partite a Calcio che inevitabilmente finivano sempre per essere “partite a calci”con qualche bella rissa, grosse menate, improperi, canzonature e minacce d’ogni sorta.
Quando andava bene, ci si accontentava di provocazioni benevole: “Vi hanno cacciato via da Venezia come i conciapelle puzzolenti relegati alla Giudecca perché con le vostre fornaci davate fuoco in continuità a tutta la città Serenissima…”
 
“I nostri vetri ce li apprezzano e comprano in tutto il mondo ! … voi avete solo quattro merletti di spago.”
 
“Noi abbiamo anche Baldassare Galuppi: uno dei più bravi musicisti della Venezia del  1700 !”
 
“Eh ! Che vuoi che sia ? Sarà stato un pifferaio … uno zampognaro … Noi abbiamo l’Abate Zanetti!”
 
“E chi xèo sto Abate ? Qualche fratòn ignorante con la pànza grossa … che va zavatàndo in giro per le fornàse ?”
 
“Voi Buranelli xe peociòsi !”
 
“E voàltri avè sempre la spocchia da primi della classe … la spùssa sotto al nàso (ossia siete sbruffoni, pieni di se)”.
 
E si andava avanti così, con questo continuo “darsèla e tòrsela” che non aveva mai fine e si riaccendeva ad ogni occasione in cui ci si incontrava. In verità Burano aveva più che mai bisogno di Murano, e i Muranesi lo sapevano bene. Cambiando i tempi non si poteva più vivere solo pescando in Laguna e per Mare, perciò buona parte dei Buranelli e delle Buranelle sono finiti per vite intere a lavorare nelle fornaci, nelle conterie, nelle molerie, specchierie e fabbriche di Murano … ed è stata una fortuna !
Inutile non dire che come in tutte le storie del lavoro e delle fabbriche anche a Murano accaddero sfruttamenti, restrizioni, angherie e sopprusi insieme a rivendicazioni, lotte e aspre contestazioni a volte anche violente oltre che dolorose per le magre economie familiari. Non si deve tacere che più di qualche volta soprattutto le donne sono state strapazzate nel crudo e pesante lavoro delle fornaci del famoso Vetro, sono accadute diverse storiacce: fattacci, licenziamenti immeritati e gratuti, ristrettezze, violenze fisiche, liti, e anche di peggio …
Accanto alle fatiche del lavoro, c’erano poi i normali drammi e le grandi e piccole contrapposizioni tipiche delle isole. Da sempre i Muranesi erano “frèga (ruba) morose” … il che aizzava non poco i giovani Buranelli spesso aitanti e bellocci ma dalle tasche bucate … i Muranesi, invece, erano spesso più ben messi e impomatati, e col portafoglio più gonfio.
Ed erano anche baruffe e tirate di capelli fra donne …
Difficilmente una Buranella sposava un Muranese rimanendo ad abitare ancora nell’isola di Burano: sarebbe stata “presa de mìra e da stòrne” per tutta la vita. Sposare un Muranese lo si considerava comunemente come una specie di tradimento … e un piccolo disonore. Perciò era preferibile per quieto vivere che l’interessata andasse ad abitare a Murano, oppure a Venezia.
“A se ghà ridòta a sposàr uno da Muràn … Poarètta !”
 
“Quando la spùssa monta in scagno …” si dicevano fra loro le donne “accalorate e sempre bellicose”.
 
“So scorossà da tanti anni con me sorèa” mi diceva sempre l’Antonietta che abitava poco distante da casa mia, “perché la gha sposà un Muranese”.
Alcune delle mie giovani e belle cugine molto più grandi di me che avevano lavorato a più riprese a Murano mi dicevano spesso ridendo:  “I Muranesi xè càga alto !” erano perfide, tremende, e io ci cascavo in continuità nel loro giochetto: “Le donne di Muran sono tutte brutte, sembrano strighe con i capelli per aria … Hanno le gambe storte, il culo grosso, sono piatte e senza tette, e con gli occhi storti … Infatti non possono portare neanche le scarpe a spillo perché hanno sempre i piedi gonfi dentro alle ciabatte larghe…”
 
Insomma un monumento alla bruttezza: e io prendevo per buona quella classificazine, tanto che quando rimanevo a lungo seduto sul gradino di casa a osservare le barche dei turisti che passavano dentro al canale, osservavo le donne e dicevo a me stesso: “Questa è carina: è Veneziana !” … quella è brutta, un cesso: “E’ Muranese !” …
“Quella è tonda, grossa e paffuta ? … E’ Pellestrinotta !”classificavo.
“Guarda quella con la coda dietro … sopra alla barca piccola ! … è sfàtta e stònfa.” diceva mio fratello divertito.
Io decretavo puntualmente: “E’ una Muranese !”
 
“Pure l’altra !”
 
“Muranese anche quella !” e così via in un gioco fantasioso e divertente senza fine che a volte riempiva interi pomeriggi.
Diventato più grandicello, ricordo un episodio. Una volta si è presentata nell’Archivio di Casa-Canonica della Parrocchiale unica di San Martin (che io praticavo giorno e notte con i miei amici in un divertimento curiosissimo senza fine), una giovane studiosa Muranese simpatica e carina. Doveva far delle ricerche d’Archivio per la sua tesi di laurea.
“Qui non c’è nulla in cui cercare!” l’apostrofò severo l’anziano aiutante-custode-Archivista della Parrocchia.
“Ma come ?” gli diedi di gomito trovandomi accanto.
“No … Siamo spiacenti non è rimasto più niente … E’ andato tutto bruciato con l’incendio dell’Archivio …”continuò a spiegare gentilmente e con grande sussiego.
“Ma quale incendio ? … Il Piovan mi ha mostrato tante volte le carte antiche del 1400 e 1500, le pergamene preziose da non toccare perché sono troppo fragili e antichissime.” continuai a sussurragli all’orecchio indispettito oltre che sorpreso … Non capivo quella strana bugia.
“Sta zitto, insomma !” mi spiegò poco dopo, “Non capisci niente … Non vorrai mica che i Muranesi si facciano belli alle nostre spalle venendo a cercare dentro alle nostre carte ?  … Questa qui è una Muranese … Che vada allora a cercare a Murano !” e la mise per davvero alla porta a mani vuote … però con un bel sorriso cordiale.
Una cosa invidiavo ai Muranesi: il loro possente faro bianco a strisce nere. Ogni volta che ci passavo di sotto rimanevo ammaliato da quella torre altissima, e di notte mi affascinava sempre osservare nel buio della Laguna quella luce che s’accendeva e spegneva indirizzando i naviganti e orientando le navi che entravano nel Porto di Venezia. Mi sarebbe tanto piaciuto che quel faro così utile fosse stato impiantato a Burano dove i pescatori Buranelli erano stati costretti a dipingere a colori vivissimi le loro case per poterle distinguere dentro alle fitte nebbie della Laguna.
Ogni anno alla fine della stagione estiva c’era la Regata di Burano che chiudeva la stagione delle competizioni remiere ufficiali di Venezia. La Regata di Burano era ed è ancora oggi prestigiosissima e molto sentita per diversi motivi: primo perché è sempre stata considerata la rivincita della famosissimaRegata Storica nel Canal Grande di Venezia che si tiene di solito pochi giorni prima. Secondo perché era lo scenario ideale per realizzare l’ennesima contrapposizione fra Buranelli, Muranesi, Ciosòtti, Castellani, Pellestrinotti, Sant’Erasminie chi più ne ha più ne metta … C’era sempre nell’aria quella rivalità senza fine, e anche la Regata era un’altra occasione per far festa alle spalle degli altri, oltre che per far baldoria, sfottersi ed eventualmente azzuffarsi in allegria.
La Regata di Burano comunque è sempre stata uno spettacolo stupendo di colori, intensa partecipazione, allegria e festa, e la competizione è stata sempre accompagnata sulle rive e sulle barche con grandissimo entusiasmo sia dei Buranelli che dagli altri isolani e Veneziani … compresi i Muranesi che di solito sono sempre: “Mùso duro e barèta fraccà.” … ossia spesso seriosi … oltre che permalosi e suscettibili.
Sempre in autunno a Burano si organizzava ogni anno anche la Festa del Rosario diventata poi Festa dei Ragazzi. Era un’altra occasione stupenda di festa tanto che il suo bel ricordo mi è rimasto radicato e cicatrizzato per sempre nella mente. Non dimenticherò mai lo stupendo contorno che ogni anno animava l’isola in quella occazione: la piazza e le case venivano addobbate a festa, si stendevano tutto intorno reti e cogòli da pesca come fossero allegri festoni, nella piazzetta si cucina da mattina a sera “polenta e pesce” su dei calderoni stupendi e fumosissimi posti accanto alle cataste di legna e sopra a dei fuochi crepitanti … Rimanevo lì per ore a godermi lo spettacolo … L’isola intera s’affumicata e diventava odorosa di pesce arrosto e fritto e di legna bruciata … e perfino durante la Messa nella chiesa vicina c’era sparso nell’aria il profumo appetitoso di pesce cotto al posto dell’incenso … Sembrava che qualcuno stesse cucinando miracolosi “pani e pesci”dietro a qualche colonna o su qualche altare della chiesa.
Burano in quei giorni era davvero festosa, bellissima … Uno spettacolo eccezionale riempito da turisti e anche da tanti Buranelli “fuoriusciti in Terraferma” che per l’occasione tornavano a visitare isola e parenti.
Per tutta la giornata era grande spasso per noi giovanissimi: si organizzavano giochi, gare podistiche, e competizioni di ogni sorta e per ogni gamba e capacità. Ce n’era per tutti e di tutti i colori, insomma …
Il clou delle manifestazioni ludiche accadeva però nel pomeriggio e verso sera, quando si teneva il famosissimo“gioco delle pignatte”. Favoloso ! … Non me lo perdevo mai … Mi piaceva un sacco vedere quelle pentolacce rotte dai bendati barcollanti fatti girare mille volte su se stessi. Non vedevo l‘ora di vedere spezzata la pignatta con la farina, e quella piena d’acqua, e poi anche quella con dentro i soldi o una gallinella viva che scappava spaventatissima in mezza alla folla … Poi c’era anche quella piena di caramelle che il vincitore s’affrettava a lanciare verso la folla con grande parapiglia di noi bambini che per una caramella eravamo disposti a tutto … e poi accadeva “il top del top”, ossia il“Palo della Cuccagna”.
Era era un divertimento e un’emozione fortissima perché molte volte le squadre che si susseguivano nella scivolosissima arrampicata erano quelle dei Buranelli, dei Treportini, deiMazzorbesi … e ovviamente dei Muranesi (detestatissimi).
Ricordo in particolare un anno, non ho presente quale precisamente, era comunque verso la fine deli anni ’60. Il palo della Cuccagna era altissimo come non mai oltre che ricoperto da uno scivolosissimo e straordinario strato di “sèo nero”,ossia di grasso … In alto al palo pendeva sospeso ogni “ben di dio”: davvero tante cose buone, molte più del solito … tanto che erano accorsi diversi gruppi per tentare quell’improvvida quanto remunerativa scalata.
Iniziarono i Treportini e fu subito una risata colossale per tutti: nonostante si foderassero il petto di sabbia e segatura, non riuscirono a salire il palo più di tanto scivolando giù maldestramente: eliminati subito … e fuori uno !
Fu poi il turno della squadra dei Mazzorbesi, notoriamente considerata “schiappa” (altro antagonismo acerrimo esistente: quello fra Buranelli e Mazzorbesi: ma questa è un’altra storia). Infatti, dopo un paio di tentativici infruttuosi vennero anche loro considerati eliminati … e fuori due !
E venne allora il turno dei Muranesi … e qui la concitazione, le grida e gli sfottò salirono a mille, anche perché stavolta i giovani Muranesi sembravano davvero aguerriti e bravi, capaci di accallappiare l’intero “bottino”.
Piano piano vedendo che la pila umana progrediva sempre più verso l’alto salendo uno in spalla all’altro (come previsto da regolamento) sulla piazza salirono ulteriormente di tono le incitazioni, le grida … e le maledizioni. I Muranesi stavano quasi per farcela, tanto che quello più agile, giunto molto in alto per ben due volte, aveva provato ad abbrancare i premi … Era ancora troppo basso per fortuna, ed era scivolato più volte in basso senza però mai arrendersi. Comuque era evidente che ormai era questione di tempo … stavolta i Muranesi erano fin troppo bravi.
Perciò mentre tutti in apprensione guardavano in su, ci fu da un lato della piazza fibrillante un “cenno speciale” di un papà notoriamente iracondo e antiMuranese fino alle ossa. Non avrebbe mai sopportato  di perdere proprio quell’anno  e con quella così ricca “Cuccagna” … S’era perfino già dato l’appuntamento per ritrovarsi a sera e spartirsi il tutto nella vicina solita Osteria. Io ero là, proprio attaccato a lui … L’omone era rosso in volto, grosso come un armadio, ed eternamente sudato e quasi sempre arrabbiato (contro i Muranesi, ma mai con noi). Fece solo un accenno, annuì appena con la testa verso sua figlia piccola: la mia amica Sabrina, che partì immediatamente.
Dentro al frastuono e al chiassare rumorosissimo, nell’andirivieni assiepatissimo che c’era ai piedi del palo della Cuccagna dove s’assiepavano e accavallavano tutti col naso all’insù, nessuno s’avvide che Sabrina andò dritta dritta ad infilzare con una forcina da testa il polpaccio dell’energumeno Muranese che teneva su tutta la piramide dei salitori Muranesi impegnatissimi nello sforzo della “conquista del palo”. Nell’enorme confusione si udì appena un urlo di dolore … ma mentre Sabrina era già scomparsa, iniziò a traballare la piramide umana posta sopra alle spalle massicce del Muranese dolorante e sanguinante. Tanto bastò, perché mentre l’uomone maiuscolo tamponava con la mano il taglietto, quelli sopra di lui si destabilizzarono, persero l’equilibrio, e vennero giù di sotto uno dopo l’altro, a cascata e come tante pere mature giù da un albero.
I Muranesi si ritrovarono accatastati l’uno sopra all’altro ai piedi del Palo della Cuccagna che rimase quindi inespugnato.
“Tentativo fallito !” sentenziò il giudice … e ci fu un boato della folla dei Buranelli … me compreso. A niente servirono le proteste furibonde dei Muranesi: non era successo niente, e quella presunta puntura di spillo o di quel che era stato, voleva essere solo una scusa per giustificare l’inabilità (solita) dei Muranesi. E poi dai ?… Un omone grande e grosso così … che andava a lamentarsi dalla Giuria d’essere stato ferito e punto ? … Ma dai ! Che se ne inventassero un’altra !
Qualche istante dopo, dentro a un entusiasmo indicibile toccò alla squadra dei Buranelli. In un batter d’occhio s’addossarono al palo “quattro muscolacci” che si piantarono alla base e sui primi metri del palo prendendolo d’assedio. Dopo di loro spuntò dalla folla un giovane “folletto tutto nervi” di Burano, che scalzo, fascia sulla fronte, e rivestito di stracci vecchi e ricoperto di “sabiòn” dalla testa ai piedi, sgusciò e s’arrampicò su come uno scoiattolo calcando teste, spalle, e ossa degli amici sottostanti fino ad abbracciare saldamente il palo viscido e nero che divenne un tutt’uno con lui stesso. La gente di sotto e intorno era in delirio … E dopo un’infinita ondata di urla, incitazioni e incoraggiamenti d’ogni tipo, quasi riuscendo a mordere il palo, strisciando perfino con le guance, serpeggiando in su e giù con i piedi attanagliando il tutto, sudato zuppo, e piantando anche le unghie dentro al viscidume … finalmente dopo l’ennesimo sguardo bieco verso l’alto: protese la mano esile una prima volta a vuoto, e subito dopo riuscì ad agganciarla al premio finale … E venne giù Burano intera … Fu un tripudio, un’esplosione dell’intera Piazza Galuppi … mentre i Muranesi se n’erano già andati via con la coda fra le gambe.
“Murano toh ! … Sarà per un’altra volta.” gli sghignarono dietro e contro i Buranelli quasi accompagnandoli.
Infine giunse la sera con le “campane del Vespro” che si ribaltarono mille volte dentro al “campanil storto” suonando a festa … e si terminò la festa come sempre con canti, musica e balli in piazza … Venne a suonare in isola come il solito la prestigiosa Banda Musicale e Cittadina di Venezia, che col“Va pensiero” e i grandi pezzi d’opera lirica suonati orchestralmente fecero venire i lucciconi agli occhi a tanti Buranelli e Buranelle che cantarono a squarciagola fino a commuoversi del tutto.
Che festa !
Diventato più grandicello, e studiato un pochetto, ho invidiato ai Muranesi anche altro, per esempio quella splendida Madonna Bizzantina dallo sguardo magnetico che troneggia sul catino absidale sontuosissimo e unico nel suo genere di San Donato di Murano. E’ una delle più belle Madonne delle Lagune, una delle famossime e misteriose Sante Marie antichissime che punteggiavano le acque delle Lagune Venete. Una sorta di concatenazione mistica che si estendeva oltre Torcello,Murano e San Marco, e fin dentro alla Terraferma: a Caorle,EracleaJesolo, e poi ancora oltre fino a: Concordia,Pordenone, e fino a Grado e oltre ancora risalendo probabilmente l’intero Golfo Adriatico fino a Trieste. Quelle Sante Marie prestigiosissime oltre che bellissime erano segno di una specie di gemellaggio interiore, artistico e devozionale, olte che d’intenti commerciali e alleanze fra le genti delle Lagune e del primo entroterra Veneto.
Quanti contenuti d’altri tempi pregni di significati ci sono sparsi per la Laguna … Peccato che oggi siano andati smarriti e dispersi oltre che dimenticati quasi del tutto.
Oggi i tempi sono per davvero cambiati: certe rivalità campanilistiche si sono del tutto assopite, anzi: non esistono più. Volendo banalizzare: la partita, l’antagonismo tradizionale di ieri, si è concluso sostanzialmente con un pareggio neutrale che accontenta entrambe le sbiadite fazioni dei Muranesi e deiBuranelli. Rimane, invece, lo spettacolo della distesa delle acque placide e lisce della Laguna e delle isole che appaiono sempre come un miraggio onirico e mutevole mai esausto. Un fascinoso contenitore ameno dentro al quale è ancora possibile rinvenire e raccogliere briciole e brandelli di Storia curiosissima e davvero interessante che però si va assopendo sempre più.
Dove un tempo le plaghe d’acqua venivano smosse appena dai remi faticosi senza riuscire a rompere quei silenzi maiuscoli e quasi incantati sorvolati da Cormorani, Folaghe, Anitre e Gabbiani e da mille Pesci che saltavano fin fuor dall’acqua, ora sfrecciano all’impazzata “a prua alta” motori chiassosi, fuoribordo e lancioni che fanno ribollire i canali e vomitano sulle isole folle di turisti “toccata e fuga” ansiosi di depennare anche quelle visite dalla loro lista di “cose Veneziane de vedere in fretta”. Le bricole contorte, consumate e divelte ondeggiano e si piegano tristemente … la Laguna sembra tremare non potendo protestare.
“Ponte di Rialto: visto … Ponte dei Sospiri, Palazzo Ducale e Piazza San Marco: visti e fatti ! … Adesso: Burano: fatto anche quello … Murano: fatto … Torcello: visto ! … Ho visto venezia: possiamo andare … Adesso toccherà a Firenze, Roma e Napoli …”
 
Che tristezza !
Per fortuna le Stelle e le Storie continuano a girare immote sopra Venezia e la sua Laguna … Qualche volta bisognerebbe trovare il tempo per osservarle almeno un attimo, scorgendo fra nuvola e nuvola spezzoni di memorie del passato che continuano a farci sorridere oltre che pensare … orgogliosi di quanto abbiamo vissuto sopra a queste amene acque.
set 21, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“UN PAIO DI FLASH SUI CARMINI DEL 1600 … A VENEZIA.”

 Un paio di semplici flash sui Carmini del 1600 a Venezia

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 122.
 
“UN PAIO DI FLASH SUI CARMINI DEL 1600 … A VENEZIA.”
 
Tra le mille e mille cose che si possono ricordare, dire e scrivere su Venezia e dintorni: propongo stavolta due flash sui Carmini ossia sul chiesone Monastero dei Carmelitani Calzati di Santa Maria del Carmelo o dell’Assunta nella popolosissima e animatissima Contrada Veneziana di Santa Margherita nel Sestiere di Dorsoduro a Venezia … ossia in quelli che sono stati “i miei Carmini” (tutti sapete ormai a che cosa mi riferisco). 
 
Sono solo due flash significativi, due piccolissimi episodi che non avevo mai avuto modo di scoprire. In se non valgono moltissimo, però sono curiosi e riportano un piccolo spiraglio-spaccato su quell’epoca ormai lontanissima. Voglio dire, insomma, che ai Carmini è successo anche questo assieme a tutto il resto di brutto e bello che ha caratterizza l’ormai più che millenaria Storia di quello spicchio di Venezia a me così familiare.
Le due testimonianza vanno collocate a breve distanza di tempo, anzi, sono quasi contemporanee, e raccontano di un’epoca storica dei Carmini durante la quale: mentre si seppelliva in chiesa Lorenzo Loretto Carmelitano e Vescovo di Adria, “Teologo sommo al Concilio di Trento”  e si commissionava (forse al pittore Leonardo Corona) la pala dell’altare dopo la porta della Sacrestia con l’“Addolorata con gli Angeli” (nuova devozione diffusasi nell’Ordine Carmelitano in quegli anni) … e “l’altare del Crocefisso reso prezioso da pietre preziose trasparenti  a forma di specchio …” come racconta lo Stringa … “e l’altare della Schola con la pala del Paci” … e s’inaugurava anche il Sovegno di San Liberale Vescovo Pugliese con altare proprio a sinistra della porta d’ingresso con la pala di  “San Liberal benedicente” eseguito da Andrea Vicentino … ebbene, proprio in quegli anni: (ecco la prima notiziola dell’aprile 1624) “… un Prete ovverossia Padre dei Carmini vendeva in giro per Venezia stravaganti Libri Proibiti fra cui l’Alcorano (***il Corano), e altri Libri di Negromanzia, Geomanzia e Chiromanzia pieni di pentacoli, bollettini e scritte eretiche di malia…”
Come sapete certi Libri erano rigorosamente perseguiti e cacciati e ricercati dall’Inquisizione di Venezia perché considerati dannosissimi per la Religione e per il sapere dei credenti. Sembra quindi che proprio coloro che avrebbero dovuto essere d’esempio e dimostrare particolare attenzione a difesa della “Vera Scienza, della Dottrina e delle Cose Sante della Chiesa” non lo fossero propriamente del tutto, ma anzi, siano stati proprio loro veicoli e propositori in negativo di quel commercio improprio così redditizio oltre che confusionario e forse deleterio per i Credenti Veneziani di ogni sorta e ceto.
Il secondo scenario, infatti, conferma quella strana situazione, e narra ancora di più. Alcune testimonianze raccolte dentro ai documenti di un processo dell’Inquisizione di Venezia del 1642 rivelano di riflesso che: “… c’era ai Carmini tale Pietro di Vespa Carmelitano, Cittadino Veneto, e titolato come Arcivescovo di Pafo, che faceva scurir la chiesa, e levato il lume faceva comparir una stella con una corda lunga in forma di cornetta, e tirava uno spago, e la faceva muovere … tutti cridavano: Misericordia … e correvano a fiumi le elemosine …”
 
Tutto qua … Come vi ho annunciato sono solo due flash veloci e curiosi, niente di più, ai quali non c’è molto da aggiungere e da commentare: due piccoli episodi storici che in un certo senso parlano e si commentano da se.
Venezia alla fine del 1500 e nella prima metà del 1600 (erano i tempi della grande Peste del Redentore e della Salute per intenderci) era insomma un enorme calderone, un miscuglio incredibile di potente Fede e Devozione ma anche di controverso e incoerente attaccamento del popolo, del Clero e degli uomini e donne di Religione a quel che era tutto il mondo del magico, dell’astrologico, della cabala e dei numeri, all’esoterico e profetico, all’esorcistico e Diabolico … con tutto ciò che d’economico ruotava intorno.
Voglio dire che ieri come oggi, tanta gente di Religione dietro la facciata ufficiale del ruolo si dava e da un gran da fare semplicemente: “… per tirare a campàre in qualche maniera a prescindere e in barba al Padre Eterno, ai Dogmi e ai veri Princìpi della Religione …” come riassume uno storico in modo efficace.
 
Niente di nuovo quindi … La Storia si ripete … Così è sempre andato il mondo degli uomini in ogni epoca senza smentirsi mai … Anche nella Venezia di ieri … curiosamente.
set 19, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“UN STRANO VASETTO MISTERIOSO E TERRIFICANTE … A VENEZIA.”

persone

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 121.
 
“UNO STRANO VASETTO MISTERIOSO E TERRIFICANTE … A VENEZIA.”
 
Questa curiosità ve la butto là così, nuda e cruda, quasi grezza, così come l’ho trovata scritta in un vecchio testo sgangherato che parla di Venezia. E’ priva di dettagli utili per collocarla degnamente in una data precisa, così come manca di dettagli buoni per identificare come si dovrebbe le persone coinvolte nella vicenda, però rimane a mio parere curiosissima lo stesso.
Eccola qua.
La storia bisogna collocarla nei pressi del grande Emporio-Mercato di Rialto. Credo che l’epoca sia stata il tardo Medioevale o forse l’inizio del Rinascimento, o forse dopo … non saprei dire, ma poco importa.
Una servetta di casa nobiliare si era recata una mattina qualsiasi nella bottega di un Mercante tornato a Venezia dopo un lunghissimo viaggio da Aleppo in Siria sopra una delle Galee della Muda da Mercato della Serenissima. Si era nel tardo autunno di non so quale anno, però so che come tutte le altre volte la flotta delle Galee armate aveva portato a Venezia un consistente tesoro fatto di spezie, stoffe, sete, denaro, perle, oggetti preziosi, balle di cotone, tappeti fatti a mano e molto altro.
E’ questo “molto altro” che c’interessa e incuriosisce … perché il Mercante Asiatico (?) dentro allo sciame formicolante delle barche e dei facchini che provvidero a svuotare le Galee portando il carico a Rialto spargendolo dentro una miriade di magazzini, botteghe, volte e fondaci, portò nella bottega tenuta da sua moglie una serie di “oggetti strani” tenuti accuratamente protetti e nascosti dentro a un involto di panno ricamato.
Durante tutto il viaggio il Mercante (dal nome ignoto) non aveva perso di vista quei piccoli oggetti un solo attimo, non perché fossero chissà quanto in se preziosi, ma perché era convinto che fossero oggetti fortemente potenti e pericolosi.
A dire il vero, come si diceva nell’entourage della sua bottega e fra i suoi amici Mercanti non è che lui fosse per davvero certo che quegli oggetti sapessero compiere per davvero miracoli … ma i suoi clienti, invece, lo erano, e questo gli bastava in quanto sua moglie era conosciutissima e ricercata in gran parte di Venezia proprio perché era in grado di fornire quei cimeli“tanto rari quanto efficaci”.
La “massera de casada” che dopo tanta attesa entrò finalmente in quella bottega bassa e probabilmente ombrosa e umida, doveva essere giunta lì dopo grande attesa, oltre che mossa da grande astio nei confronti del suo Nobile padrone. Infatti, era accaduto che dopo tanti onoratissimi e generosissimi anni di servizio a palazzo lui l’aveva con una scusa banale di fatto messa alla porta, ossia licenziata. A niente era servito ricordargli che lei di fatto aveva allevato e accudito tutti i suoi numerosissimi figli e figlie, così come il“Patrizio di alta classe” aveva ignorato il fatto che la donna l’aveva: “servito e seguito fedelmente ovunque, e in ogni tempo e in ogni situazione”… e per pochi soldi. Lei era sempre stata onorata d’appartenere a quella sua nobile famiglia, e s’era dedicata per tutti quegli anni a loro senza risparmiarsi mai: “gioendo con loro e patendo con loro”.
Il Padrone, invece, era stato ferreo, irremovibile: doveva andarsene e basta.
La domestica inizialmente provò anche a capirlo perché lo conosceva bene, l’aveva visto crescere, affermarsi, e fare ricchezza e fortuna fino a stare fra quelli che popolavano il Consiglio Grande della Serenissima. Sapeva che un uomo deciso, di valore, intraprendente e ostinato, per questo era diventato quello che era diventato. Ora a causa delle congiunture internazionali delle guerre, della carestia, dei mercati chiusi, e della coda dell’ennesima pestilenza che aveva intaccato Venezia e tutto il suo Dominio, il Padrone aveva avuto un rovescio di fortuna e di guadagni.
Era uno dei tanti Nobili casati in crisi economica, e si sapeva bene come funzionavano le cose a Venezia: fin che c’erano soldi e poteri tutti erano amici, protettori e riverenti … ma quando le tasche si svuotavano s’iniziava ad essere chiamati“Nobilotti” o “Nobili decaduti e depressi”, e allora non si contava più niente, scemavano gli appoggi e le conoscenze, e s’intraprendeva una vita di ristrettezze e di espedienti … almeno finchè la “Fortuna Bendata” non avesse voltato di nuovo la sua “faccia propizia” risollevando le sorti.
Tutto questo era da secoli nella “logica” e faceva parte dell’essenza della Serenissima. Era come una tacita “regola del gioco” di quel mondo Mercantile Veneziano che non guardava in faccia a nessuno ma solo al guadagno e alla crescita della Repubblica. Non era stao questo, infatti, a far preoccupare e arrabbiare la “massera”, ma un altro dettaglio fastidiosissimo.
Il suo Nobile Padrone aveva messo in strada lei, ma non l’altra giovane domestica che prestava servizio a palazzo da pochissimi anni. Era altrettanto vero che lei era quasi una donna vecchia, per di più vedova e senza figli, mentre l’altra donna era prestante, giovanissima, carina e col futuro aperto davanti … Ma lei a conoscenza anche di altro: ossia che la“giovane fringuella” non era solo abile a servire e cantare durante le feste di palazzo con gli amici del Nobile Padrone, ma era anche la sua “spudorata amante”.
La domestica cacciata si risentì non poco di aver ricordato inutilmente al padrone le sue abilità di domestica consumata dall’esperienza, né lui s’era dimostrato interessato al fatto che la moglie dipendeva in tutto e per tutto da lei. Non c’era abito, tovaglia, arazzo, addobbo o oggetto di famiglia che si muovesse a palazzo senza la supervisione di quella domestica di famiglia. E anche la Nobildonna Moglie e Signora sarebbe stata persa senza l’aiuto solerte e sempre presente di quella che lei considerava la sua “damigella personale”.
Non ci fu niente da fare, il padrone era rimasto irremovibile: fuori la vecchia, rimaneva la giovane.
A niente era servito anche il “pigolio flebile” della Matrona di casa che era andata a protestare col marito. Lei era una grande “donna di comodo”, tutta dedita a gestire il grande“carrozzone lussuoso e prestigioso dei figli, della famiglia e del Nobile Casato”. Viveva dentro a quel mondo dorato interessandosi solo del blasone, dell’onore … “Fingeva perfino, perché le donne hanno sempre mille occhi e anche se sembrano non vedere vedono tutto lo stesso, di non sapere di quella donnetta che intrigava col suo marito … In realtà lasciava fare, così almeno s’era tolta di torno l’assidua fame spudorata di quell’umo che le aveva fatto partorire un ruotare fastidioso di figlie e figlie … La Dama non aveva più grìngole ed energie da spendere … aveva dato.”  spiegò in seguito la Massera.
Perciò la dama lasciò fare fingendo d’ignorare, e di non vedere nè sapere.
“Che di divertisse pure quel suo marito ingrato e disassennato.” aveva detto confidenzialmente in una recente occasione la stessa Dama alla stessa attempata servetta. A quel punto la “massera” si lasciò prendere da un senso d’incontenibile frustrazione, che piano piano si trasformò in furibonda vendetta.
La donna però non era però quel tipo di persona che sapeva offendere platealmente, non voleva ferire faccia a faccia spudoratamente. Lei era sempre stata d’indole modesta e riservata, una persona dai sentimenti contenuti e disposta sempre a dire una parola in meno piuttosto che una di troppo. Perciò il tipo di vendetta che iniziò a covare dentro fu raffinato: voleva far del male a quell’uomo, ma farglielo per davvero … e in maniera sottile. Voleva semplicemente mandarlo in rovina del tutto e per sempre.
Fu proprio il giorno in cui il barcarolo di casa mandato dallo stesso padrone a comunicarle la decisione di farla ospitare in una stanzucola in casa di alcune Pizzocchere della Contrada di Santo Stefano, che lei dentro di se andò su tutte le furie.
“Che spudorato quel Nobilastro in decadenza, non ha neanche più il coraggio né la decenza di parlarmi direttamente guardandomi negli occhi.” disse dentro di se senza neanche muovere un muscolo esteriormente, al barcarolo non rispose neanche una parola, ma abbassò solo la testa mestamente. “Proprio a casa di quelle bigotte petulanti e bibbiose doveva relegarmi ?” brontolò sottovoce, “Non aveva di meglio ? … Che umiliazione !”concluse fra se e se.
La rabbia le montò ulteriormente dentro, perciò decise d’ingaggiare e iniziare fin da subito la sua “sottile quanto perversa vendetta”. Uscì allora dal palazzo dopo aver raccolto per l’ultima volta il piccolo fagotto delle sue cose, e andò dritta dritta sotto ai portici di Rialto presso “la volta della Zanze che vendeva un po’ di tutto”. Si conoscevano da sempre, fin dalla loro infanzia, tanto da essere più che amiche, delle vere e proprie confidenti.
Condivisi i fatti e spiegatesi e capitesi per bene, le due donne architettarono uno stratagemma di soluzione: tramite il marito di Zanze che era Navigatore e Mercante-Agente di un altro Nobilissimo Veneziano nelle terre di Levante si sarebbero procurate in necessario per architettate un’insolita vendetta.
Trascorse quasi un anno da quell’incontro e dai tempi di quell’improvvido licenziamento, e giunse a Venezia: “la giusta punizione di tanti millantate umiliazioni”, ossia quel che voleva essere la vendetta orchestrata dalle due donne.
“Questo vasetto di terracotta è antichissimo e davvero speciale.” esordì Zanze di fronte alla “massera” più che mai sorpresa ma con ancora dentro la gran voglia di rifarsi nei confronti di quel Nobile malefico e irriconoscente. Quel ricordo e quel nome le rodevano dentro infinitamente al solo pensarli e nominarli tanta era la rabbia che covava nei suoi riguardi.
“Questa che mi ha procurato mio marito dal Levante è una Coppa dei Demoni”, proseguì Zanze, “proviene da oltre i Deserti, una trappola che imprigiona dentro un essere Maligno”.
La povera massera sedutale di fronte rabbrivì e tremò tutta per lo spavento.
“Un incantesimo ha rinchiuso qui dentro uno spirito terribile che brama soltanto d’uscire fuori per disperdere ovunque la sua nefanda potenza … Guarda che non scherzo affatto: questo vasetto contiene un’entità per davvero pestilenziale.”
 
La domestica diventata ormai Pizzocchera senza un mestiere deglutì dentro alla bocca senza riuscire a proferire una sola parola. Era confusa e anche parecchio intimorita.
“Come puoi vedere, tutto intorno a questo vasetto c’è dipinta una collana di piccoli Demoni intrecciati insieme al nome dello spiritello che sta imprigionato: guai a evocarlo e chiamarlo ! … Il nome è dipinto solo per non essere pronunciato impunemente … Prendilo ! … Tienilo nelle mani.” disse la bottegaia verso la massera che a malincuore accolse tremula nel palmo unito delle mani il piccolo vasetto decorato.
“Il nome del Demone è scritto in Aramaico, Mandaico e Siriaco … ma il significato è sempre lo stesso … Questo vasetto sarà capace di far scaturire una magia aggressiva e deleteria, una profonda maledizione contro colui verso il quale lo vorrai indirizzare … Questo vasetto ne racchiude un altro di più piccolo tenuto chiuso dentro da una particolare resina adesiva e sigillata … Lo Spirito Malvagio è stato catturato con particolare esche d’uovo e frammenti d’umani morti …”
 
“Un fantasma ?” borbottò appena la Pizzochera.
“Peggio amica mia, questo è uno Spirito represso che desidera soltanto d’infestare la vita e la casa di tutti coloro contro i quali sarà scatenato … Stai attenta ! … perché se per caso lo rompi fuori luogo potranno accadere ovunque cose nefaste se non tragiche … Finchè lo Spirito sta richiuso dentro è trattenuto a sufficienza da un incantesimo protettivo che è stato inserito dentro alla coppetta esterna … Una volta che verrà rotta lo Spirito sarà libero d’andare ed espandersi senza che nessuno possa più trattenerlo … Leggi qui su questo foglio … Mio marito durante il viaggio ha tradotto e trascritto le parole dell’incantesimo racchiuse dentro a questo vasetto strepitoso e pericoloso.”
 
La Pizzocchera prese con una delle mani una piccola pergamena consunta di poco valore, e srotolandola lesse da una calligrafia nervosa scritta probabilmente in fretta: “Il Malefico fa sviare il cuore degli uomini, appare loro nei sogni notturni e nelle visioni diurne, arde e infiamma con gli incubi, attacca e uccide gli infanti maschi e femmine. Questa forza potente è qui vinta e sigillata lontana dalla sua casa di Malizia, costretta dentro dal grande principe della Guarigione Misericordiosa capace di vincere ogni magia e potente incantesimo. Sia confusa, legata nelle mani, e bandita dal Cielo e dalla Terra, da ogni Costellazione e da tutte le Stelle, e ogni Fattucchiera, Strega e Incantatrice che voglia e osi ridare vita e respiro a questo Spirito sia Maledetta ! Amen.”
 
La donna con un gesto istintivo di ripulsa ripose sul tavolo la pergamena e il piccolo vaso come se le avessero scottato le mani … e senza proferire parola indietreggiò verso la porta della bottega scuotendo la testa in segno di diniego.
“Non è la vendetta che volevi ?” chiese Zanze divenuta serissima.
“Sì … ma non forse fino a questo punto…” balbettò di nuovo l’altra donna sottovoce e incerta.
“Sta a te scegliere a questo punto.” Concluse Zanze. “Il vasetto è qui davanti a te … Tua è la scelta.”
 
Alla fine la Pizzocchera pallida uscì dalla bassa volta sotto ai Portici di Rialto col suo fagottino stretto fra le mani come fosse un oggetto preziosissimo. Aveva il volto stralunato, i capelli sciolti e scarmigliati sulle spalle, e la fronte sudata … Passò ancora qualche giorno in cui più di qualcuno vide la donna entrare e uscire più volte nella stessa giornata dalla vicina chiesa di Santo Stefano in preda a chissà quali pensieri misteriosi.
Poi venne il giorno … e la donna tornò al palazzo del suo antico padrone. Bussato al portone ottenne d’essere introdotta finalmente alla sua presenza. Il Nobile non immaginava affatto quanto stava per capitargli, e preso da chissà quale vago rimorso accettò d’incontrarsi con la donna. L’incontro fu brevissimo, durò solo pochi minuti.
Si guardarono in faccia rimanendo vicini all’entrata del grande salone principale del piano superiore del palazzo. La donna era salita su per lo scalone illuminato, ed emersa sul pianerottolo smunta e dimagrita, vestita miseramente di scuro. Non sembrava quasi neanche più lei … Il Nobile la squadrò perplesso da cima a fondo, poi dall’alto del suo sussiegoso prestigio lasciò che fosse lei la prima a dimostrarsi bisognosa di proferire parola, scuse, saluti, o quel che fosse. Rimase lì in attesa.
La donna non disse nulla, lo fissò soltanto con insistenza negli occhi. Poi con un gesto disinvolto quanto veloce, estrasse da sotto la veste il suo vasetto dipinto, e con una manata secca lo scaraventò sul terrazzo colorato della sala.
“Che tu sia maledetto !” gridò al Nobile sorpreso e intimorito per quel gesto inconsulto e misterioso.  “Sarà questa la quietanza per i tuoi tristi misfatti” aggiunse con voce tremula la donna, che detto questo s’alzò sopra la testa lo scialle, volse le spalle e scese zoccolando giù per lo scalone deserto.
Il Nobile rimase immobile, pietrificato sul posto senza proferire parola e senza muovere neanche un muscolo. Osservò a lungo in silenzio quei frammenti frantumati per terra che s’erano sparsi attorno a un mucchietto secco di polvere … Poi regnò il silenzio totale.
Passato qualche istante, il Nobile trasalì e si riebbe. Provò a far fuggire uno strano presentimento, poi provò anche a sorridere di tutta quella strana faccenda senza però riuscirci affatto:“Una maledizione è una maledizione !” pensò, “ anche se lanciata da quella vecchia ormai diventata cenciosa e forse pazza.”
 
E passò del tempo … diverso tempo, forse alcuni anni.
Lascio ora a voi farvi un’opinione sul resto della storia.
La famiglia del Nobile nei tempi seguenti venne colpita da ulteriore disgrazia economica: il Mercante vide sfiorire del tutto i suoi affari oltremare. La guerra aveva fermato le Carovane che rifornivano i Veneziani di Aleppo. Anche se i magazzini erano pieni di merce non potevano essere caricate le Galee dei Veneziani perché non potevano più avvicinarsi ed entrare nei porti della Siria.
Inoltre la figlia maggiore del Nobile principiò a litigare a lungo con la Badessa del suo Monastero, e arrivò a tanto che venne cacciata via e costretta a trovare rifugio e ospitalità in un Monastero di terza classe situato oltre la Laguna nell’isola diMazzorbo … Fu un disonore per il nome della famiglia, così come lo fu altrettanto il fatto che il secondogenito maschio finì irretito da brutte compagnie e coinvolto in grosse perdite di gioco. La famiglia si trovò indebitata per somme spropositate, e il padre per non soffocare del tutto nella vergogna e nella miseria si vide costretto a cacciare il figlio dalla sua dimora e farlo fuggire in gran segreto fuori e oltre i confini della Serenissima … Non migliore sorte ebbe il resto della famiglia: nel breve arco di una decina d’anni venne a mancare dalla vita un altro dei figli colto da “mal venereo potente” che in breve lo portò a morte con grandi febbri e mancanza di respiro totale. Di pena diversa morì a seguire la sua Signora, la Madre, forse per deliquio e malincuore per il male misterioso e la sfortuna che stava attanagliando l’intera sua famiglia.
Perciò il Nobile oltre che in ristrettezze economiche si ritrovò anche colto da vedovanza. Ma quel che è peggio, la giovane domestica che aveva preferito alla vecchia diventata Pizzocchera s’ammalò a sua volta “di mal franzòso”(qualcuno disse perché frequentava anche il giovane figlio del Nobile deceduto di quello stesso male) … di cose su quella famiglia se ne vociferavano davvero tante e le più curiose. La giovane amante da bella e formosa che era s’era abbruttita non poco a causa della malattia, ma quel che fu peggio fu che perse anche il senno iniziando a dar di continuo strepito e ira vivendo furibonda dentro alle mura del palazzo. Provò nottetempo anche a uccidere l’uomo, e il Nobile decaduto e in rovina giunse alla disperazione quando la donna in preda a una delle sue crisi visionarie appiccò il fuoco a gran parte del palazzo dicendo d’essere inseguita da un fantasma.
Alla fine il Nobile non trovò altra soluzione per salvare le sue cose e la sua incolumità che “ridurre” la donna presso le Monache di un Monastero di Mazzorbo dove costei andò a finire i suoi giorni in ristrettezza, grande sofferenza e molte angosce: finchè morì anche lei.
Furono gli effetti della maledizione, dello Spirito Maligno liberato dal vasetto ? Oppure furono solo coincidenze storiche, casualità o prodotti del caso, destino o effetti della congiunzione delle Stelle ?
Chissà ? Nessuno mai seppe né osò dare una coerente e logica spiegazione ai fatti.
Giunti a tal punto, la donna Pizzocchera che in fondo aveva sempre continuato ad aver a cuore le sorti di quella famiglia, si pentì a fondo di quanto aveva fatto scatenando quel suo “Folle Demone”. Ma era tardi, perché nel frattempo anche Zanze era morta di vecchiaia, e il marito Mercante aveva chiuso bottega a Venezia ritornandosene ai suoi paesi desertici e Orientali.
La Pizzocchera non sapeva più nè che fare né a chi rivolgersi, finchè un giorno, parola dopo parola, consiglio dopo consiglio, approccio dopo approccio, riuscì finalmente a contattare: “un giovin Prete della Contrada di Sant’Aponal ch’era gran intenditore di Magia, Sortilegi, Astri ed Esorcismi …”
 
L’uomo di Chiesa mezzo arruffato la ricevette in un suo bugigattolo in cui viveva dietro alla chiesa. Sembrava una spelonca di ladri tutta ricoperta di talismani, libri, carte, scritte e oggetti proibiti sparsi ovunque. Sui muri stavano disegnati dei grandi segni incomprensibili, e sotto a una lunga serie di lettere mai viste, la donna riconobbe: “… i segni del Sole, della Luna, de Pianeti e Astri, della Cometa Nera e delle Grandi Stelle del Mattino e della Sera mescolate ai Segni Zodiacali dei Mesi e a tanti altri segni mistreriosi oltre che paurosi …”
 
La donna provò in quel momento un brivido simile a quello che provò quel giorno nella bottega di Zanze. Quell’uomo non sembrava affatto un Prete e un uomo timorato di Dio. Sembrava piuttosto: “un’Anima in pena, uno stregone, un senza Dio che aveva traviato e perso la retta e onesta via del vivere”.
“Non abbia timore Piissima … Risolveremo con un colpo di luce tutta questa nebulosa e satanica faccenda.” Spiegò il Prete alla donna intimorita mostrandole un sorriso giallastro e rassicurante dopo aver attentamente ascoltato tutta la sua storia.
“Dovrà soltanto scegliere qualcuno intimo della famiglia che dovrà sullo stesso luogo in cui a suo tempo è stato infranto e liberato lo Spirito Malvagio, recitare questo controincantesimo … Non abbia timore … Vedrà che funzionerà.”
 
La donna contritissima e amareggiata per tutto quanto era accaduto secondo lei anche per sua colpa, pagò profumatamente al Prete la contromisura valida ad assopire e avvilire lo Spirito Demoniaco. Offrì al Prete di celebrare “30 Messe per chètare lo Spirito” ossia gli offrì 15 ducati, cioè tutte le risorse che possedeva. Soddisfatto il Prete le consegnò le sue pagine che contenevano questo scongiuro recitato tre giorni dopo sulla porta del salone di palazzo dalla figlia minore del Nobile decaduto ignaro di tutto.
La “Piccolina”, ossia la figlia minore del Nobile era sempre stata “la coccola” ossia la preferita dell’antica massera-domestica. Chissà perché a quella giovane era stato risparmiato ogni fastidio … Convinta da una visita frettolosa e furtiva della vecchia, la giovane donna si recò un mattino all’alba nel salone, e col volto rivolto al muro dell’entrata, dando rigorosamente le spalle al grande Crocifisso che occupava la parete di fronte, buttò del sale per terra sciorinando una fettuccia in aria come un serpente, poi lesse dal foglio le parole che il Prete le aveva inviato:
“Nel Nome del Signore della Salvezza, si allontani la malvagità di Lilith da questa casa … S’allontani ogni spirito maschio e femmina … Colui che afferra, frana, brama e geme … Allontanatevi tutti: uno, due, tre, quanti siate … Nudi siate scacciati e dispersi … Andatevene da questa casa ! …  Io Dio di tutti i Padri lancio dal Cielo un bando contro tutti voi ! …  Una condanna e ammonimento, un distacco che scende dal Cielo, sale dal Mare e giunge da ogni angolo della Terra … Udite e fuggite da questa casa ! Non vi appartiene più ! … Uscite nella notte e assopitevi di nuovo nel sonno eterno: perché IO UNO e TRINO vi spengo e sigillo in alto dentro la memoria senza fine del Tempo … Contro di voi scateno col fuoco gli Abitatori delle Stelle, delle Sfere del Cielo, e i Guardiani del Grande Trono. Alleluiah ! … Amen.”
 
Che cosa sarà successo in seguito ? Non si sa bene con certezza.
La vecchia tornò al suo romitaggio devoto perdendosi nel niente anonimo della Storia di Venezia. La giovane figlia finì col sposare il Nobile figlio di un potente Senatore della Serenissima … La figlia Monaca divenne Badessa nel suo Monastero di Mazzorbo … Il figlio maggiore riuscì finalmente a perpetuare la stirpe del Casato avendo un figlio maschio dal suo matrimonio fino ad allora rimasto infruttuoso … il vecchio Mercante Nobile sfortunato e andato in rovina uscì dal suo travaglio economico ricevendo finalmente i suoi beni rimasti obbligati oltremare. Fu un vero ribaltamento delle sorti di quella famiglia.
Fu un altro caso ? Forse sì … ma forse no … forse chissà.
Di certo questa è un’altra delle infinite storie e aneddoti che affollano la Storia della nostra Serenissima: un’altra pagliuzza tratta da un pagliaio senza fine in cui credo non finiremo mai di curiosare ed esplorare.
Occhio ai vasetti strani però ! … Non spezzateli … Non si sa mai … Ve lo raccomando !
set 17, 2016 - Autobiografia    No Comments

“VENEZIA PROVA A INDOSSARE L’AUTUNNO …”

venezia prova l'autunno

 I minuti notturni corrono verso la prima ora del nuovo giorno: in cielo stanno rotolando e rimbombando i tuoni del temporale che lampeggia pavoneggiandosi sopra la Laguna … Picchia e scroscia la pioggia ostinata sui vetri, sulle case e sulle strade deserte … Venezia è più che mai in ammollo: acqua sopra, acqua di sotto, acqua in mezzo … un gran biscotto inzuppato dentro al suo elemento bagnato di sempre.
Veglio, penso e scrivo … che vuoi che faccia ?
Soltanto ieri mattina era diverso: in Cielo è tornato ad accendersi puntuale come la Morte il quadro delle stelle dell’autunno … mentre come sempre di sotto e in basso è tornato a reimpastarsi il solito spettacolo di foglie secche, umidore muschiato, e “aspro odor dei tini” di poetica memoria. Sembra che un arcano macchinone cosmico, il ticchettio potente di un invisibile orologio governi il giorno e il buio sempre crescente … Uscendo per strada, ho visto riaccendersi in concomitanza anche la strana luce notturna dentro al campanile della chiesa abbandonata e chiusa di Sant’Andrea della Zirada.
“Chi l’avrà accesa ? … e perché ?”
 
Gli uccelli tacciono, non c’è più nemmeno il vago ricordo delle cantate estive delle cicale … Neanche le Api e le Vespe sfrecciano più inesauste a bottinare di fiore in fiore … E’ rimasta solo la Civetta che ogni tanto strilla nevrotica nascosta dentro al folto e al buio dei giardini lasciati incolti e abbandonati.
L’aria è pregna d’odore di marcita, passito, cagliato e sfatto … C’è un umidore freddo e fastidioso sparso ovunque che penetra fin dentro alle ossa … Sulla strada della Marittima del Porto di Santa Marta il solito ciliegio sta abbassando le foglie molli e flosce … Sembra “aver dato”, e voler “chiudere bottega” ancora una volta.
Un vento flebile spinge verso il nostro quartiere di Santa Marta il fumo della grande nave “Viching” ormeggiata sulle banchine del Porto: sa di lesso, arrosto, olio combusto, e unto di motore … e domani le mie mutande e la mia canottiera stese fuori ad asciugare sapranno di certo da “brodo di nave”.
Venezia sembra respirare affannata dopo la lunga stagione della “Feria estiva”: s’è appena riavvolto il tappeto rosso della Mostra del Cinema, s’è di nuovo consumato l’eco pittoresco della Regata Storica, e l’ennesima ondata delle iniziative della Biennale.  Venezia gigioneggia su se stessa incerta, sembra voler voltare pagina, ma non è vero, è solo un’illusione, e non è affatto così. Ormai non c’è più “stagione” a Venezia perché non finisce mai. Venezia dura tutto l’anno in un susseguirsi sempre più asfissiante di scadenze e profferte che superano ogni fantasia.
Pare quasi sia esploso il calendario, e che sia sempre tempo buono per far funzionare Venezialand … Oltre la grande nave è attraccato un vecchio veliero che sa dispensare sensazioni romantiche da Tour ottocentesco … Per 600-800-1.000 euro “a cocuzza”, o se si vuole anche di più, si può essere guidati e accompagnati da “troupe d’esperti super capaci, simpatici, organizzati e multilinguacciuti”. Sono in grado di portarti ovunque in giro per Venezia facendoti giostrare fra mille bellezze, storie e personaggi … Riusciranno a farti divertire facendoti saltare e danzare fra serenate in gondola, entrate preferenziali nei Musei, visite al Casinò, ai Teatri, alle chiese e ai Palazzi, assaporando leggende, assaggiando unicità gastronomici e rari profumi, indugiando con artigiani, indossando le maschere del Carnevale, occhieggiando il Vetro di Murano, i Merletti di Burano, le isole e ogni tipo di balocchi, lizzi e lazzi … Chi più ne ha più ne metta.
Venezia sta diventando sempre più un’efficiente macchina da soldi buona per tutte le voglie e tutti i generi di tasche … soprattutto quelle più gonfie e ben fornite. Quel che è rimasto dell’antica Serenissima è diventato una specie di denso calderone d’iniziative sempre ricche e incalzanti … (a volte perfino interessanti).
“Venezia deve continuare a frullare, offrire, proporre in maniera incalzante, stare sul pezzo, mordere il freno … darsi da fare e guadagnare rimpolpando di continuo la sua immagine che deve essere sempre più appetitosa e corposa.” mi spiega un operatore turistico tanto entusiasta quanto spigliato. Mi ritrovo ad annuire senza sapere che cosa replicare … di una cosa sono certo come molti altri Veneziani: a Venezia si rischia di non riuscire a vivere più.
Per fortuna strada facendo qualche iniziativa s’affossa e non riesce a giungere alla luce. Spero siano state archiviate per sempre alcune idee come quella di costruire la grande ruota panoramica all’isola del Tronchetto, o come quella di trasformare in isola dei Divertimenti quella che è stata l’isola della Scoazze accanto a Sacca Fisola … Se s’affermassero iniziative del genere sarebbe la fine di Venezia … oltre che di noi Veneziani. Spero che da qualche parte in cielo ci sia un qualche Angelo Custode capace di salvare la nostra povera Venezia dalle mire di troppi sconsiderati bramosi solo di guadagno.
Ogni mattina mi passano accanto i camion traboccanti di coloratissimi sacchi di biancheria tratta dagli alberghi sempre affollati nonostante l’insoddisfazione degli operatori turistici che si piangono sempre addosso … L’assalto a Venezia sta più che mai continuando, e sta divenendo giorno dopo giorno sempre più assiduo e asfissiante.
Stamattina sullo sfondo dei soliti pendolari che s’affannavano sul Piazzale e sugli imbarcaderi, una comitiva di turisti mattinieri mi è venuta incontro compatta scendendo giù dalla gobba di un ponte. Sembravano un’armata determinatissima, una marea montante che mi veniva incontro. Andando controcorrente non sono quasi riuscito a raggiungere il mio solito bus translagunare in attesa alla solita fermata di Piazzale Roma.
L’inarrestabile comitiva-esercito di ordinatissimi turisti Giapponesi assomigliava a una specie di corazzata di valigie semoventi e rotellate attiva solo in un’unica direzione di marcia. Non c’era niente da dire, fare e spiegare: qualsiasi cosa procedesse in senso contrario non aveva senso d’esistere, e quindi andava obbligatoriamente messa da parte e spazzata via. Guai a interrompere la fila della carovana in processione !
Io ovviamente ero l’ostacolo, l’ingombro da aggirare o l’imprevisto contro cui dover cozzare, qualcosa che non doveva esserci insomma.
Come descrivervi le loro facce sorprese ?  … Sarei dovuto scomparire come un ologramma … o come una carta da gioco manipolata da un abile illusionista … Pur senza osare a proferire una sola parola, sono stato fulminato da tutta una serie di sguardi eloquentissimi che parevano uno dopo l’altro recriminare dicendo: “Ma guarda questo ! … Ma che fa qui in mezzo ai piedi  ? …Ma non vedi che “intrìghi” ! … Dove stai andando ? … Non vedi che sei fuori posto ? … E togliti !”
E dagli sguardi ai fatti: ha cominciato una donnetta dall’età impossibile e col cappello da pioggia a colpirmi in pieno come un birillo col valigione semovente e corazzato maciullandomi una caviglia … Invece che delle scuse, mi sono beccato in aggiunta uno sguardo torvo e irato, perché la sfortunata ha dovuto ingegnarsi a riprendere immediatamente il controllo del pezzo semovente e tenere l’andatura … Dritta come un fuso:  … Vietato fermarsi e interrompere il passo … Mantenere assolutamente la giusta direzione.
Subito dopo la donnetta è stato il turno di un suo giovane compagno di comitiva e viaggio: testa dentro al cellulare illuminato e volto e occhiali pregni di riflessi colorati … Dritto sulla scia degli altri, e nonostante abbia cercato di appiattirmi sul muro, è riuscito a centrarmi in pieno incalzandomi col suo megavaligio largo quanto un divano.
“Sorry ! Sorry !” ha sbuffato rauco e sorpreso un paio di volte cercando subito di maneggiare e governare il mostro rotellato incontrollato  e sfuggente, mentre una fotocamera danzava e volteggiava pericolosamente in aria sfiorando le nostre teste … Lo sguardo nei miei confronti era severissimo e tagliente, come a dire: “Ma guarda questo qua !”
 
Non mi è rimasto che francobollarmi al muro aspettando che transitasse l’intero gregge della transumanza turistica mattutina … e l’autobus intanto se n’è partito.
Di fronte a tutto questo e a tanto altro Venezia sudata e sfatta in questi giorni rimane come spiaggiata oltre che impassibile.“S’imbovola” smunta dentro all’afa appiccicosa e sciroccale lasciando noi Veneziani perplessi e un po’ in confusione. Mi ricorda uno di quei vecchi d’ospedale sorridenti e in panciolle che gongolano e ruffianeggiano strizzando l’occhio alle Infermiere … incapaci però di ricordarsi che giorno è.
Salito finalmente sull’autobus, sono andato incontro alle prime brume dell’autunno che serpeggiavano basse sopra le terre della gronda lagunare, sul bordo della Laguna e della prima Terraferma di San Giuliano e di Mestre … Quasi non potevo crederci, ma l’occhio non m’ingannava affatto: il negozietto dei Cinesi ha già acceso le lucette ballerine di Natale facendo correre ulteriormente la trottola impazzita dei giorni del calendario … Ho continuato però a scalpicciare pensieroso e in fretta percorrendo il lungo corridoio ombroso dell’ospedale.
Qui è tutto diverso … ma anche qui si va facendo autunno … Tendendo l’orecchio non percepisco nell’aria il ronfare sordo e familiare degli altri giorni … Mi coglie, invece, in volto una folata fresca che entra dentro dalla finestra spalancata di una stanza diventata questa notte silenziosa e deserta … Anche qui si è fatto autunno, si è sovrapposto fine e inizio … accade e si prolunga lo stesso  dramma naturale che sta impregnando l’aria e la Laguna … Sembra quasi che si stia celebrando un unico grande dramma tacito diffuso ovunque con sembianze diverse … un sovrapporsi sparso d’emozioni e sensazioni che coinvolge tutto e tutti spingendo ogni cosa verso una progressiva quanto invisibile fagocitazione muta e tiepida ma anche straziante.
Senza fermarmi cullo i pensieri per un attimo, mentre sullo sfondo e oltre la finestra spalancata si sta affacciando la novità di un’altra alba incerta vestita di lieve luminescenza pallida … L’ennesima folata umida dalla finestra stavolta sembra esalare un fiotto fresco, un fiato, un alito misterioso, un messaggio incomprensibile. Non si capisce bene che cosa stia accadendo … di certo è sapore d’autunno.
Un brivido di disagio mi percorre la schiena … impalpabilmente si va chiudendo ed esaurendo qualcosa … Ma adesso basta, è tardi, è ancora tempo di andare e fare …
set 15, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“L’UNIVERSITA’ DI SAN COSTANZO DEI NONZOLI … A SAN BASEGIO DI VENEZIA.”

L'università dei Nonsoli

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 120.
 
“L’UNIVERSITA’ DI SAN COSTANZO DEI NONZOLI … A SAN BASEGIO DI VENEZIA.”
 
Avete mai provato l’ebrezza di suonare con le mani un campanone vero ? … Ma non un “sonello” o una campanella argentina attaccata a una cordicella dentro a un campaniletto. Intendo uno di quei campanoni massicci e pesanti capaci di suonare a distesa e farsi sentire possenti fino ai confini della Laguna dentro a una grande torre: un “campanòn grando”, “una granda o una mezàna”, o la pesante “Vecia” ?
 
Io l’ho fatto più volte … e vi garantisco che è stata una “figàta”impensabile, pazzesca ! Un’esperienza singolarissima che probabilmente non riuscireste neanche a immaginare. E’ stata una sensazione che oggi non si può più provare, perché sono scomparse le corde della campane grosse come un pugno e lunghe decine su decine di metri che scendevano dentro alle canne dei campanili fino ad acciambellarsi sul pavimento. Oggi si schiaccia un bottoncino e via, e tutto lo scampanio s’accende canterino e sonoro spargendosi ovunque nell’aere col suo bel effetto allegro e chiassoso … Non è rimasto niente di quel“divertimento spassosissimo” a cui tenevamo tanto.
Sapeste quante volte durante la mia prima giovinezza l’abbiamo provato insieme ai miei amici: tante volte e più tante. Era una sensazione piacevolissima e davvero molto divertente … ma non solo per il fatto di suonare i campanoni in se, ma soprattutto perché accettando d’essere un po’ spericolati e disposti a rischiare, si poteva “giocare” per davvero con le corde delle campane compiendo veri e propri equilibrismi arditissimi.
Quello che forse vi potrà sfuggire è che esisteva in quel caso una specie di “il rinculo” e di possente “trazione di ritorno” della corda della grossa campana avviata a suonare in cima al campanile capace di issarti “di peso con tutto il corpo”alzandoti per più di una decina di metri e oltre verso il soffitto interno della torre. La corda tirata e ritirata ci sollevava di continuo portandoci più e più volte altissimi dentro alla base del campanile … e poi essendo sconsiderati tanto quanto e di più del nostro giovane maestro, ci lasciavano prendere dall’idea divertentissima (e pericolosissima) di camminare e correre sui muri interni del campanile passeggiandovi in salita al ritmo della campana.
Una “figàta pazzesca” ! … oltre che un’ebrezza rischiosissima. Mille volte ci siamo lasciati tirare su e penzolare e calare, e i più abili di noi sapevano perfino compiere anche una capriola in volo attaccati al lungo canapone delle corde.
Si faceva perfino a gara a chi trascorrevamo più e più minuti sollevato in alto, e a chi correva più in alto lungo i muri facendo il segno col gesso sulle pareti … Lo so … Eravamo un po’ pazzi … Ma a chi importava in quei giovani anni?… Allora ci divertivamo anche così, come si poteva … e poi, a non tutti era dato di poter fare quella cosa.
Aggiungo solo, che se lo avessero saputo e scoperto il Piovano o il Sacrestano: ossia il Campanaro titolare della chiesa, ci avrebbero di certo dato “un bel rebuffo e un grosso cicchètto” … ossia una lavata di testa indimenticabile.
Ma non accadde … e quello rimase uno dei nostri“divertimenti segreti” … La cosa insomma è andata così, e adesso sono ancora qui a raccontarvelo vivo e vegeto, sebbene forse con le spalle un po’ rovinate a suon di farsi“strappare in su” dalla potenza di quei “sonori battòcchi”che hanno rimbombato a lungo sopra le isole della Laguna di Venezia … facendoci divertire come matti.
Perché vi ho raccontato tutto questo ?
Perché suonare le campane era un tempo una delle tante mansioni riservate ai Campanari e ai Nonzoli, in altra maniera chiamati anche: “Sacrestani o Sagrestani”, ma anche“Scaccini”“Santesi” e “Mansionari”.
 
Erano una categoria sociale di persone che praticamente oggi non esiste più, o di cui è rimasta solo una vaga immagine e un ricordo sbiadito. Fino al secondo dopoguerra mondiale, invece, quel genere di persona esisteva in gran parte di Venezia e delle sue Lagune … ma anche altrove, ovunque, ed erano spesso, a dire poco, dei “tipi un po’ singolari”.
Durante la mia esistenza ho avuto la fortuna di conoscerne più di qualcuno, forse gli ultimi di quella “covata originale”, e vi posso garantire che da loro ho imparato tantissimo: sia nella capacità d’arrangiarsi in tante incombenze pratiche servendosi di un buon “fai da te”, che dal punto di vista dell’interscambio umano e del contatto con gli altri.
Giungo a dirvi che in questo momento vedo scorrere dentro alla mia mente un’intera sequenza di nomi e volti, dai quali “a conti fatti” ho ricevuto davvero “tanto” , e che sono riusciti a incidere in qualche modo sulla mia esistenza in maniera duratura.
Come dicevo, quella dei Nonzoli o dei Sagrestani è sempre stata una categoria di persone per certi versi originalissima. Conducevano quasi sempre una vita austera, difficile, modesta, quasi al confine con la povertà. Molto spesso erano spinti interiormente da “un’affezione potente” che provavano per“le cose di Chiesa”, una specie di “molla quotidiana irrittenibile” che li obbligava ad agire, vivere e comportarsi in una certa maniera. Altre volte, invece, quello che più semplicemente li spingeva era il bisogno di procurarsi di che vivere in qualche maniera, perciò si prestavano a compiere un’infinità di mansioni che noi oggi neanche ci sogneremmo d’intraprendere.
Vi dico anche che ne so qualcosa personalmente di tutto quello“strano servizio”, perché per diversi anni ho partecipato anch’io a quel genere di vita provando a provvedere in quella maniera a finanziare la mia retta scolastica degli “studi da Prete”(“carriera” che poi ho puntualmente intrapreso per ben 5 splendidi anni a Venezia).
“Far da Sacristi e Nonsoli” significava spesso trascorrere gran parte della propria giornata dentro all’edificio della chiesa e nei suoi dintorni. Fino a qualche decennio fa le chiese si aprivano ogni giorno all’alba e si chiudevano al tramonto, e il suono delle loro campane scandiva, quasi marchiava dandone il senso, la giornata e il lavoro di tutti. La gente si riversava in chiesa molto e molto più di adesso, e “far da Sacrestano” non consisteva solo nel tenere a bada l’orda dei turisti o “la manolonga” di qualche “gallinaccio rubaelemosine” che circola in giro per la chiesa ancora adesso, ma in tutta una lunghissima serie di compiti a volte complessi, a volte anche difficili e faticosi, oltre che noiosi da raccontarvi.
A farla breve, dico che da sempre in Venezia e in Laguna i Sagrestani organizzavano “i riti e le funzioni di chiesa”. Per farlo ogni volta bisognava “vestire, svestire e apparecchiare ogni altare e fino a ogni panca e colonna dell’intera chiesa” come se fosse quasi una persona viva da accudire.
Il mio vecchio Piovano mi ripeteva sempre: “La chiesa è come una splendida e leggiadra sposa che non si è mai terminato di preparare.”  … ed era vero, non si finiva mai di trafficare e arrabattarsi in chiesa.
A Venezia e dintorni poi, è sempre esistita la tradizione d’allestire nelle chiese grandi apparati scenici, imponenti luminarie, e “grandi parècci” per sottolineare visivamente e plasticamente l’entità, quasi “il volto, la facciata” di certe celebrazioni e di certe ricorrenze annuali. Si paravano le chiese come fossero il “salotto buono di casa”“a lutto”“a Festa”,“da Feria”“per i Funerali e i Matrimoni de Prima, de Seconda, de Terza”“da Quaresima”“da Nadàl e da Pasqua”“da Quarantore”, “par i Santi e par i Morti” … e non si finiva mai. Era tutto “un fa e dèsfa”, e più di qualche volta l’intera chiesa cambiava del tutto fisionomia nel giro di poche ore: “Che sfadigàe indimenticabili !”
 
Concretamente tutto quel lavorare significava issarsi per lunghissime ore su e giù per le paraste e le colonne della chiesa con lunghe scale barcollanti, stendere chilometri di velluti e damaschi su ogni panca, srotolare pesantissimi e polverosissimi tappeti immensi, distribuire e appendere un po’ ovunque “soprarizzi”, arredi sacri, Reliquiari, piante ornamentali, un’infinità di ceri di tutte le misure … e addobbi, gonfaloni, insegne, paramenti, candelieri, torce, fanali, panche, cuscini, poltrone, paliotti … sarebbe lungo elencarvi tutto, mi servirebbero diversi fogli di carta.
Voglio dirvi, insomma, che non era mai finita, e che più di qualche volta con i miei amici rimanevamo lì dentro per l’intera giornata tornando a casa a sera per davvero “cotti” dalla fatica … ma era anche divertente, perché accompagnavamo il tutto con un immancabile goliardia e spensieratezza, oltre che col miraggio di racimolare qualche piccolo utile per le nostre tasche sempre vuote e bucate.
I Sacrestani comunque non sono stati solo questo, sono stati ben di più. Hanno esercitato un’attività a tempo pieno che spesso ha caratterizzato tutta la loro esistenza. Hanno vissuto in maniera diversa da quelli che ho incontrato negli ultimi anni. Di recente si sono inventati spesso in questo ruolo di “pura guardiania e sorveglianza” qualche anziano dalla modesta pensione, o qualche studentello bisognoso di racimolare. Ho conosciuto, invece, impegnati in quei frangenti anche uomini che “scappavano di casa” per rimanere lontani dalle grinfie di qualche moglie in preda alle esagitazioni incontrollate della menopausa … Qualcuno è finito col fare il Sacrestano per intraprendere una “salutare fuga” dalla prigionia del gioco, dell’osteria e del vino, del fumo, del “vizio delle donne”, e perfino per vincere la depressione, la noia del non saper che cosa fare, e il vivere a spese d’altri. Altre volte ancora, ho conosciuto gente che ha svolto quelle particolari mansioni per pura simpatia per la Religione e i suoi “dintorni”, oppure per amore verso l’Arte e i monumenti della nostra città singolare di Venezia … C’è stato perfino chi ha fatto da “Nonsolo” per una certa nostalgia verso un modo e una maniera di vivere fondata su “certi sani e ordinati principi tradizionali reduci dei tempi andati” che vedevano come riassunti e incarnati in quel“sostare a lungo” dentro alle chiese.
Altri hanno “servito” per riconoscenza verso il Clero che aveva accolto nelle proprie file il figlio come Prete, o la figlia come Monaca … e c’è stato perfino chi ha ricoperto quel ruolo per la semplice possibilità d’incontrare qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere che non fossero “le solite parole del Mercato o dell’Osteria”.
A volte il mondo e le persone sono belli, proprio perché sono vari e sorprendenti.
Come vi dicevo, andando però a ritroso nei tempi precedenti, la figura di questi “Nonsoli da chiesa” è stata più ricca e significativa. I Sagrestani o Nonsoli erano a volte persone che fungevano da “longa manus, orecchio e occhio” dei Preti, Frati e Monaci. Così com’erano efficienti gregari, serventi, messaggeri e puntuali informatori e rappresentanti delle Monache. In cambio ottenevano spesso solo un tetto sopra alla testa, un piatto caldo, un fiasco di vino, un po’ di carbonella per scaldarsi, o quattro stracci vecchi lasciati da qualche Prete o Monsignore morto per vestirsi riattandoli come potevano.
Nonsoli erano laici che finivano per gravitare e vivere giorno e notte nell’entourage delle chiese e dei Conventi svolgendo funzioni paraliturgiche e di contorno di tutti i tipi. Sorvegliavano i luoghi aprendoli e chiudendoli, allestivano tutti gli apparati delle cerimonie liturgiche, suonavano le campane, partecipavano ai riti cantando e salmodiando con un loro“latinorum” approssimativo e talvolta comico, sporgevano al celebrante gli oggetti, i libri e i “vasi sacri” durante i riti (per questo erano detti anche: Sacristi), raccoglievano le offerte e le elemosine, smanacciavano e rifornivano le chiese di cere di ogni tipo e misura … e anche di ostie per le Messe, e del “Vin Santo” … contenuti sui quali da sempre si sono congetturate gag e barzellette di ogni sorta.
Oltre a tutto questo, più di qualche volta i Sacristis’industriavano accanto al Clero e nei pressi dei Religiosi e delle Suore come abili ortolani, barcaroli, pulitori e factotum della chiesa e dei Conventi. Più di qualche volta sapevano inventarsi ed esercitare da piccoli sarti, taglialegna, lucidatori di lampade, lampadari e ottoni, argenterie e oreficerie di ogni tipo … e altre volte ancora facendo tutto questo erano anche capaci di trovare una loro complementarietà con alcune figure femminili come le Perpetue, le domestiche, le cuciniere, le“lavandere” e serve di CasaCanonica e dei Preti con le quali finivano con l’essere anche amici, mariti, conviventi e compagni.
Giusto sul ciglio delle mie memorie, ricordo uno degli ultimi Sagrestani della Basilica della Madonna della Salute di Venezia (quella famosa del voto della Peste). Se ne avrete occasione provate a recarvi nel Coro dietro all’Altare Maggiore, noterete che in alto sulla sinistra ci sono ancora oggi alcune finestre “accecate” e coperte da vecchie tende rosse polverose. Lì dentro e in alto abitava il Nonzolo della Salute, in fondo alla“Calle della Piavola”, che era il braccio terminale dell’ala del palazzo del Seminario confinante con la Basilica. Dietro a quelle finestre oggi oscurate e dimenticate esisteva un vero e proprio “Buco di stanza” a cui si accedeva anche da dentro la chiesa salendo su per la scaletta dell’organo e poi contornando in modo aereo le pareti del Coro sopra un breve passaggetto. Non so oggi, ma un tempo in quella stanzucola c’era un armadio a muro contenente una finestrella da cui si poteva guardare “giorno e notte” direttamente in chiesa … Lì in quella specie di loculo asfittico ha vissuto per molti anni uno degli ultimi Nonzoli della Salute con la sua “fida mulièra”, e ogni giorno si recava all’ora di pranzo dalle Suore che accudivano il Seminario con la “sua pignatella” per ottenere quanto gli spettava “di diritto” per mangiare. Di soldi, stipendio, contributi, pensione ? … Neanche l’ombra … solo qualche offerta “una tantum”, qualche “strenna” … e il “buon cuore” di qualche Prete o Santo Monsignore.
Fra gli altri suoi numerosissimi compiti c’era anche quello di recarsi nel campanile per “far danzare le campane dettando a tutti la giusta regola del Tempo da spaccare a fette in dì di Festa e di lavoro” … Era quasi fiabesco il suo attaccamento alla “Causa della Chiesa e dei Preti”, come a quella del suo mitico “fiaschetto del buon vino fresco e dolcerello della Santa Messa” di cui era vero esperto e intenditore … Vestiva rigorosamente di nero e smunto, al confine col lacero, portava un’inseparabile calottina scura in testa, inseparabili guanti alle mani tagliati sulle dita, vecchie galosce sonore, sciarpe di lana odorose avviluppate attorno al collo “dall’autunno alla Passion de Pasqua”, pastrani e vecchie zimarre improbabili nei giorni di gelo, manicotti bisunti e coperti di cera, e abiti rivoltati mille volte e stretti sulle gambe con lacci o provvidenziali elastici.
Era “un numero” insomma, come si diceva di solito a Venezia … e la sua “silenziosa e quasi anonima consorte” era la sua ombra perfetta (con aggiunta dello scialle infeltrito e dello scaldino a carbonella sotto alla gonna), il pendant in versione femminile del suo portamento. Il mondo di quell’uomo era ogni giorno saturato da mille genuflessioni sgangherate, raffiche di giaculatorie interminabili, preci e litanie … e talvolta improperi dedicati a tutti i Santi e le Madonne dell’intero Calendario. A suon di bazzicare fra Riti, Funzioni e Liturgie aveva persino forgiato un linguaggio e un vocabolario quotidiano tutto suo:“da Sacrestia”. Per cui certe cose si potevano fare “in un sicutère”, per altre serviva, invece, “il tempo di un Pater Noster … di un GloriaPatri o di un’AveMaria”, o se si andava di fretta bastava “un GesùMaria” che tutto si faceva in un attimo. Funzionava tutto così.
Ma c’è dell’altro …
Oltre a uno degli ultimi “Nonzoli della Salute”, la lunghissima quanto inesauribile Storia di Venezia non ommette di raccontare vicende di Nonsoli-Sacrestani che furono anche personaggi popolari e talvolta pittoreschi. Spesso i Nonsoli erano conosciuti da tutti nelle Contrade cittadine, non erano solo persone dedite “alla causa della Chiesa”, ma anche dei punti di riferimento comuni, persone di fiducia con cui confidarsi, gente onesta e caritatevole, disposta a prestare qualche buon consiglio e qualche aiuto pratico all’occorrenza. Erano perciò figure benvolute e aggiornatissime su tutto e tutti, delle specie di “Pizie e Oracoli da Contrada” da consultare al bisogno, e personaggi in grado di avere in qualche modo in mano “la temperatura e la situazione” di intere piccole zone di Venezia.
Se poi a fine giornata finivano dentro a qualche bettola o osteria poco distante dalla chiesa in preda “alla balla franca”… ne venivano fuori di tutti i colori, e spesso erano “dolori per tutti”… perchè da certe “grandi squacquarate” e pettegolezzi derivavano risate, risse, guai, sorprese e canzonature per tutti.
Sacrestani e Nonsoli in un certo senso sono stati come dei veri e propri “Traghettatori fra Sacro e Profano”, ma non solo. Le Cronache Veneziane raccontano anche di gente“furbetta, sveglia e un po’ traffichina”. Si dice, ad esempio, di quei Sacrestani corsi a vendersi nottetempo e in fretta i reperti preziosi rinvenuti dentro alle tombe scoperchiate dei Dogi e dei Nobili Senatori e Cavalieri della Serenissima aperti e provvisoriamente scoperchiati dentro al grande Pantheon dei Dogi di Venezia ossia il chiesone dei Santi Giovanni e Paoloossia San Zanipolo … Sono stati immediatamente “presi e beccati”, ancora con le mani nel sacco, e hanno dovuto restituire “il malloppo” loro malgrado.
Detto questo non meraviglierà affatto sapere che a Venezia fra le tante Schole Piccole di ogni sorta, esisteva anche quella dedicata ai Nonsoli e ai Sacristi-Sagrestani. Si trattava dell’“Università di San Costanzo dei Nonsoli” con sede presso la oggi non più esistente chiesa di San Basegio o Basilioverso le Zattere nel Sestiere di Dorsoduro.
A dire il vero, la Schola dei Nonsoli era un po’ un’associazione a numero chiuso, riservata ai soli Sacrestani che prestavano funzioni presso Cappelle e Altari delle più rinomate e onnipresenti Schole del Santissimo o del Venerabile (le uniche che verranno risparmiate in seguito da napoleone a Venezia). Più che “Schola” quella dei Nonzoli veniva addirittura definita: “Università” ossia un’aggregazione, una società di maggiore dignità e rispetto a confronto con tutte le altre Schole qualsiasi di Venezia.
Si raccontava, infatti, che quella “Congrega” esisteva già nella città Lagunare fin dal 1300 (anche se le Schole del Santissimo non sorsero prima dell’inizio del 1400 o 1395 … Boh ?).
La “Congrega dei Nonsoli” si chiamò anche “Pia Unione di San Costanzo”, e di quella forma associativa si conservano ancora oggi: un “Libro cassa”, uno “Squarzo dei fratelli Nonzoli”, il “Libro Mastro” per l’iscrizione dei Sacrestani, un “Libro de’ riceveri” per il pagamento delle loro tasse alla Schola, un “Libro delle Messe”, un“Libro de amalati” e perfino un “Libro de’ Capitoli”.
All’atto degli ultimi sbadigli stanchi della Storia della Serenissima, nel 1771, la Schola-Università dei Nonsoli era ancora viva e vegeta e riconosciuta ufficialmente dal Governo di Venezia. Ridotta alla fine a piccola società riservata di mutuo soccorso, napoleone la spazzolò via indifferente con tutto il resto delle associazioni simili classificandola con la dizione:“Schola inutile, priva di significato: da abolirsi e sopprimersi” … (così come vennero definite fin troppe altre cose in maniera analoga).
Il Protettore della categoria dei Nonsoli, il Patrono dell’“Arciconfraternita o Compagnia dei Nunzii era San Costanzo d’Ancona le cui spoglie furono trasportate in tutta fretta nel 1865 nella chiesa di San Trovaso al momento della demolizione di quella di San Basegio prossima alle nuove rive del Porto della Marittima di Santa Marta.
Nella giungla d’indicazioni, decreti e norme con cui la Serenissima ha avvolto per secoli Venezia per governarla in tutte le sue espressioni, c’è stato spazio anche circa le mansioni dei Nonsoli.
In alcuni decreti del 1643-1654 si può leggere: “… in pena di tratti 3 di corda … (i Nonsoli) non lascino questuare poveri per le chiese … tenuti a discacciare dalle chiese li poveri questuanti … non possa essere fatta loro grazia … e presentar al Magistrato i nomi dei disobbedienti” … e qualche anno dopo: “… in relazione a giudici e spazii de Consigli, Nonzoli soltanto delle Scuole del Santissimo vestino, portino e seppelliscono li morti; destinati espressamente a tali funzioni. Testificata povertà di alcuno, eseguiscano quanto sopra senza alcuna ricognizione.”
E più di cento anni dopo sempre circa la stessa funzione dei Nonzoli: “… siano tenuti portar notizia al Magistrato di qualunque morte repentina … al caso conseguissero cos’alcuna dalle famiglie de poveri ascritti nelle Fraterne per la tumulazione defunti, obbligati esborsar soldi 10 alli custodi de cimiteri e riffonder nelle Fraterne suddette il più che avessero estorto …”
E oltre i due terzi del 1700: “… tosto ricuperato un sommerso, facciano portare lo stesso in qualche stanza chiusa o in qualche Ostaria senza aspettare che sia licenziato, avvertano Medico e Chirurgo della Fraterna o il più vicino, facciano portar l’istrumento inserviente al ricupero che attrovasi nelle Spezieri indicate…si prestino con tutto l’impegno al soccorso di tali persone … in pena mesi 3 di camerotto, tenuti a rifferire al Magistrato il nome di quelle femine che col nome di qualche comare approvata presentassero bambini alla fonte et il nome ancora della comare…”
Infine verso lo scadere della Repubblica, nel 1781: “… Nonzolo e bassi serventi della chiesa di Santo Stefano visitino giornalmente li Claustri di quel convento, riferiscano al Magistrato immediate ogni volta che trovassero scattole con aborti ne’ soliti luoghi …” e infine:“… I Nonsoli veglino anche sugli spazzini affinché siano mantenuti puliti il circondario della chiese, la locazione e la pubblica strada …”
I Nonzoli-Sacrestani avevano quindi un ruolo ben preciso e riconosciuto dentro a Venezia, ed eseguivano curiose mansioni di pubblica utilità. Ma accadde anche dell’altro: “… nell’ottobre 1624, Marietta Mori cercando di evitare le procedure del Santo Uffizio dell’Inquisizione di Venezia raccontò direttamente al Patriarca di Venezia di aver “usato carnalmente” con un Sacrestano della chiesa di San Pantalon: Orazio Cino. Lei era sposata, ed era stata solo “una distrazione” perché in cambio il Sacrestano le aveva promesso di regalarle “uno spirito da portare sempre con se” se lei avesse accondisceso a “donare l’Anima al Diavolo”.
Per ottenere “lo spirito” Orazio aveva aperto per ben tre volte consecutive un libro di Pietro d’Abano che era in suo possesso. Quel libro si doveva aprire solo in particolari occasioni pena un mucchio di guai. Si diceva, infatti, che la volta che l’aveva aperto impunemente era scoppiata la polveriera di Verona e un fulmine gli aveva quasi bruciato la casa, mentre in una seconda occasione a Padova s’era scatenata una tempesta.
Marietta inizialmente era curiosa di vedere “serpenti seguiti da un carro trionfale col Diavolo sopra”, perciò dopo aver inizialmente rifiutato la profferta di Orazio lo accolse in casa sua … e il gioco fu fatto.
In realtà Orazio l’aveva raggirata per bene, fingendo anche di resuscitare “con i poteri del Libro” il campanaro morto di San Pantalon: Gregorio Manzino suo complice nella burla.
Alla fine il Sacrestano col complice finirono a processo, e l’Inquisizione di Venezia non fu proprio tenerissima con lui…”
 
Giungendo quasi all’oggi, è triste ricordare come in tempi abbastanza recenti i Sacrestani siano stati in negativo anche veri e propri conniventi e complici nell’ “alienamento e svuotamento incontrollato” accaduto in tante chiese grandi e piccole di Venezia, della Laguna e della Terraferma … Diversi di loro hanno contribuendo insospettabili e impuniti a rifornire, goccia dopo goccia, mercatini di Sestiere e Antiquari di dubbia qualità spesso con la tacita partecipazione degli stessi Preti, Monache e Frati. Erano tempi diversi da oggi, quando ancora non esistevano catalogazioni sistematiche, inventari ben precisi, e sorveglianze accanite delle Sovraintendenze dello Stato … Quindi è accaduto un po’ di tutto, e quello che non poteva e non doveva uscire ufficialmente dalla porta a volte capitava che se ne andasse agevolmente fuori dalla finestra rimasta inspiegabilmente o furbescamente aperta.
Io stesso qualche anno fa sono riuscito a comprare sulle bancarelle del Mercatino dei Miracoli dei “Libri da Morto” che hanno accompagnato mille funerali dei Veneziani, o un “Libro da Adorazione del Santissimo” su cui hanno pregato chissà quanti Preti, Monache e Fedeli … Il tutto era “scappato fuori come vecchiume” dalla porta sul retro di qualche Sacrestia di Venezia in cambio di qualche magro spicciolo facile … ma questa è un’altra storia.
Durante gli anni ottanta del Novecento, quando vivevo da Prete a Venezia, mi è capitato di accogliere in Confessionale la curiosissima confidenza penitenziale di uno degli ultimi Sacrestani della Laguna di Venezia, di quelli “alla vecchia maniera” (inutile ipotizzare chi fosse: è ormai morto da un bel pezzo). Dentro al segreto riservatissimo del Confessionale venne a rivelare mortificatissimo davanti “al Cristo Misericordioso capace di perdonar quasi tutto” (così si espresse, lo ricordo ancora bene come fosse ieri), che era stato lui l’autore di quell’occhio nero procurato al Capo del Partito Rosso della Contrada del suo paese.
Era stato lui in una sera di vento e pioggia invernale ad incontrare mentre rientrava a casa dall’Osteria quell’uomo fanfarone e borioso: “che offendeva e derideva troppo spesso il Piovano, la gente, i valori, e le Dottrine della Chiesa.” Quella notte, forse alticcio (senza forse), non aveva saputo resistere all’ennesimo sfottò e a un sorriso sardonico e provocatorio di troppo che quell’uomo troppo laico, laido e dissacratore gli aveva rivolto.
Accadde tutto in fretta, in un solo attimo … Mi disse che non ricordava bene quale parola o gesto precisamente avesse fatto accendere la miccia nella sua testa. Era accaduto però che gli montasse dentro improvvisamente una rabbia incontenibile … che senza alcun preavviso o discorso lo spinse ad agire in maniera violentissima. Inatteso, andò a picchiare “di brutto e in pieno” direttamente l’occhio del malcapitato antagonista che gli stava di fronte incredulo.
L’omone grande e grosso, davvero massiccio e in carne, e tutt’altro che sprovveduto venne preso del tutto alla sprovvista. Al vederlo sembrava uno “spaccateste cafone incontenibile”, ma era rimasto impotente di fronte a quel pugno micidiale sferrato con violenza inaudita da quel Nonsoletto mingherlino, basso di statura e ossuto ritenuto quasi capace di niente.
Il Nonsolo quella volta mi è sembrato davvero mortificato nel raccontarmi la vicenda, ed era pentitissimo per quel suo gesto tanto che il giorno seguente era andato prontamente a scrivere all’altro uomo un riservatissimo e sincero biglietto di scuse al quale aveva aggiunto anche una bottiglia di “buon vin da Messa” che gli aveva offerto un Monsignore di Roma “per usarlo in circostanze particolari”.
“E’ stato quasi un brindisi per la sua vittoria !” ho provato a dirgli provando a stemperare la tensione … ma lui non ha sorriso affatto.
Pur dovendo conservare il segreto totale sui dettagli di quell’episodio, il giorno seguente mi sono sbellicato dalle risate venendo a sapere che il Capo di quel paese andava a dire in giro d’essere stato assalito nottetempo da un’intera squadra di Fascisti reazionari che l’avevano assalito da ogni parte … ai quali aveva anche contraccambiato con una buona dose di botte rimediando solo quell’occhio pesto e nero.
“Ma quali Fascisti e squadra ? … E’ stato il Nonsolo Mingherlìn !” mi sono detto. Anche così “giravano” tempo fa le“cose del mondo” intorno a Venezia.
Ancora oggi i Nonsoli e i Sagrestani possiedono i contratti lavorativi e sindacali più bassi d’Italia, e non c’è volta che non vengano assimilati a puri volontari generosi, o pagati “a bonus”,o più semplicemente in nero. Si sa bene: i Preti e i Religiosi in genere sono sempre stati “stitici” e con certe difficoltà nell’applicare le dovute spettanze e misure contributive e di prevenzione. Su certi argomenti, come il fisco e le contribuzioni ad esempio, hanno sempre avuto “la manina un po’ corta” … mentre per altre circostanze. Comunque non voglio generalizzare … Oggi esistono anche molte situazioni perfettamente e correttamente gestite.
Concludo raccontando che ho conosciuto anche un altro ultimoNonsolo di Venezia: era una persona squisita, sebbene un uomo comune e qualsiasi, quasi senza nome. Per più di trent’anni ha assistito puntualmente e tutti i giorni “in zitto silenzio” una donna anziana e vedova che teneva a casa presso di se un figlio disabile spesso arruffato e agitato.
“Che ci vuole ?” diceva semplicemente, “Una mano lava l’altra.”
 
Perciò non c’è stato giorno: vento e pioggia, acqua alta e neve, caldo o freddo, estate e inverno, festa o giorno lavorativo, che quell’uomo fra una campana e una Messa e l’altra non si sia recato a casa di quei due sfortunati nascosti a prestare la sua opera amabile in cambio di un solo miserissimo caffè. Esemplare ! … Uomo e Nonzolo esemplare.
Venezia è costellata da un’infinità di Storie … e anche quelle dei Nonsoli hanno fatto parte di esse. Ho provato a ricordarlo un poco …
set 12, 2016 - Senza categoria    No Comments

Rovesciare la vita …

Gabriel Cornelius Ritter von Max - Monkeys as Judges of Art

“La sfida dell’esistenza non è avere il coraggio di percorrere sentieri impervi, ideali, o scelte differenti dai soliti … ma è il coraggio d’intraprenderli alla luce del giorno e allo scoperto … uscendo dai propri timori, evadendo dalle pieghe del nascosto e dell’ovvio, e assumendone responsabilmente le a volte faticose conseguenze.

Serve osare, scegliere di “vivere le proprie libere convinzioni senza rete” … ossia uscire dal segreto e dal comodo nascosto confortevole in cui sono capaci di galleggiare un po’ tutti anche a lungo … a volte per vite intere. 
L’esistenza è una e una soltanto … Sbagliarne l’approccio, l’approdo, e la sicurezza stabile dei nodi dei certi ormeggi è sempre possibile … Vivere nella frustrazione di non averlo fatto è forse la rinuncia più cocente e meno coraggiosa … in cui però molti si cullano in silenzioso stallo provando a salvare la solita pomposa facciata. 
 
Ma la tua vita poi ? … L’avrai centrata del tutto ?

Sono solo opinioni oltre la convinzione che l’ipocrisia non sia affatto una virtù … O se volete, riflessioni di un umano cosciente che vive e respira in fondo alla nostra Galassia.”

**** il dipinto di Gabriel Cornelius Ritter von Max è: “Monkeys as Judges of Art”
set 12, 2016 - opinioni    No Comments

E ritorna lunedì …

Pieter Brueghel the elder_L'Excision de la pierre de folie_c1520
“E ritorna lunedì … Tutti di nuovo ad occupare il proprio “posto”, alle cose e alle scadenze quotidiane di sempre … Tutti “a far girare questa immane ruota” che in realtà gira da sola da milioni di anni … Siamo convinti sempre d’inventare originalissima Storia … C’illudiamo e affanniamo spesso per far girare tutto, tutti, il mondo e noi stessi chissà verso quale direzione … In realtà il nostro esistere è molto simile a quello di un animale che insegue la sua coda, un inseguirsi simile al giro delle lancette su un quadrante senza ore … Che però: “gira e va”.
Dove ? … chi lo sa ? … Basta che giri …”
**** Il dipinto è di Pieter Brueghel The Elder: “L’Excision de la pierre de folie” dipinto circa nel 1520.
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