gen 25, 2015 - Senza categoria    No Comments

“CARNESCIALANDO … DI NUOVO.”

maschera

Uno schiocco dentro all’orecchio, un senso d’incertezza e lieve smarrimento. Alzo gli occhi in alto dove c’è un unico bottone luminoso acceso nel cielo cupo e nero … è forse la cometa di quest’anno. Provo a scuotermi di dosso i postumi di questa stupida influenza, per tornare faticosamente alla solita normalità di sempre. Annuso l’aria … sa di niente, di asettico, non c’è puzza né fastidio, un odore vaporoso … proprio nulla di niente. Sono io che sono ottuso e ancora a mezzo servizio …

Mi scorre accanto grugnando una colonna di grossi camion investendomi col tiepido calore degli scarichi … ancora nulla … In lontananza avverto il solito ciangottare, borbottare e rimbalzare del treno ritmico che passa dentro al buio pesto della notte ancora invernale. Osservo alberi rinsecchiti e immobili, dalle braccia stecchite lanciate al Cielo, quiescente e apatici sul bordo della strada … solo un lumino si muove e cammina. E’ la brace rossa della sigaretta di uno che va … E’ tutto come sempre, come l’ho lasciato una settimana fa, anche se incredibilmente mi sento illusoriamente diverso, come se avessi iniziato un nuovo capitolo da scrivere.
Le solite pozzanghere bagnate e cariche di riflessi invadono le strade, la guardiola illuminata dei taxi è sempre là, deserta e senza nessuno dentro … l’unico “disponibile in attesa”sonnecchia dentro l’automobile piegato su se stesso … con la bocca storta bagnata, il naso all’insù, in letargo anche lui … La striscia grigia della strada punteggiata di luci si distende come sempre sotto agli occhi … il solito furgone bianco ci sorpassa in fretta come fantasma semovente … il lungo treno pigro e lento, impassibile, rallenta fino a fermarsi davanti a un semaforo che ha sbadigliato improvvisamente un colore.
Indosso a fatica e di nuovo la ovvietà di sempre, che avverto come un vestito aderente, un’impresa senza fine da dipanare giorno dopo giorno, come un gomitolo immenso a volte difficile da districare … legato al “lavoro” di una maglia che dopo quasi sessant’anni è ancora incompleta … Ci penserà fra poco il lavoro a scuotermi dai soliti pensieri contorti, e rimettermi al mio giusto posto … Mi richiamerà presto al senso, e al ritmo irrinunciabile della partitura del “solito andare” dell’ospedale. Manca ormai poco, l’ultimo pezzo di strada, le ultime familiari curve … mentre mi permetto ancora qualche rauco colpo di tosse. Riecco il solito giornalaio, i soliti volti imbacuccati del mattino … ci risiamo ancora.
Ecco finalmente un odore ! … dopo tanti giorni d’assenza. E’ un intenso profumo di frittelle e galani … Infatti, la vetrina illuminata che mi passa accanto è una cascata di stelle filanti, cuori, maschere e coriandoli … Siamo a Carnevale e San Valentino, semmai avessi avuto ancora qualche incertezza al riguardo … Di ieri sera la notizia del metal detector in Piazza San Marco, la sorveglianza aumentata a caccia di promuovere sicurezza … Si potrà mai esorcizzare un’intera folla sgusciante ? … Si potrà mai controllare tutto e tutti ?
Quando mai è stato così a Venezia ? … Un tempo non lontano si andava a folleggiare, ballare e divertirsi in Piazza dall’alba al tramonto spensieratamente, un corpo a corpo mascherato condiviso tutto dedito ad ingannare il giorno e la freschezza della giovinezza … Potremo ancora “Carnascialare” evadendo serenamente ?
Mi fa tristezza di certo immaginare Arlecchino e Brighella meticolosamente perquisiti, i documenti richiesti a Colombina o Balanzone, le impronte di Pantalon de Bisognosi e Stenterello … oppure Gianduia e Meneghino accompagnati in Questura per accertamenti, Meo Patacca con in mano “il foglio obbligatorio di via” …
Mentre spalanco in successione le porte addentrandomi nell’ospedale, chissà perché mi si accende nella mente la vecchia storia di quel “galletto di Vigoleno …”. No, non era Vigoleno, era … dov’era ? … La Lunigiana forse ? No. Neanche quella … Ah sì ! Era la storia del galletto di Vigevano, dipinta anche in Trentino, Spoleto e nella Val d’Ossola … Posti talvolta mai visto, appunti di storie scovati in qualche vecchio libro di cose vecchie e dimenticate che quasi più nessuno va a leggere.
“Una tazza d’argento trafugata presso la Locanda di San Domingo della Calzada, utilizzata per dar da bere acqua ai pellegrini di passaggio … E’ stata ritrovata nascosta dentro alla bisaccia di un giovane e pio pellegrino in partenza … Niente lo salverà, verrà arrestato, sommariamente accusato e appeso alla forca davanti alla disperazione dei genitori impotenti … Poi emerge troppo tardi la verità, la colpa è stata della ragazza della locanda, vendicativa perché di notte è stata rifiutata dal letto del giovane e avvenente pellegrino … La leggenda narra che i due genitori invecchiati precocemente tornarono sul luogo del misfatto ritrovando il figlio ancora appeso … ma vivo.
“E’ stato merito di San Domingo …” spiegò il giovane ai genitori, “Andate a dire al Governatore di tirarmi giù di qua …”
Giunti al tavolo del Governatore intento a mangiare un gallo e una gallina arrosti, sentita la storia, questi s’ingozzò dal ridere divertito e incredulo.
“Crederò a vostro figlio vivo … se questo gallo e questa gallina si metteranno a cantare …”
Detto fatto, i due pennuti saltarono giù dal piatto, si rivestirono di bianche piume all’istante, e ripresero a cantare … e continuarono a farlo a lungo in una gabbietta posta su un altare della Cattedrale per secoli a disposizione di tutti  i pellegrini di passaggio …  Giustizia fu fatta ! racconta il titolo di quella storiella … La verità si rivela ad ogni costo è l’insegnamento, non c’è gioco e ironia umana che tenga … La ragazza venne punita, e il giovane salvato tornò a perdersi nei suoi passi ignoti e anonimi … Se i pellegrini giunti ai piedi della gabbietta riusciranno in qualche modo a far cantare il gallo o la gallina … Allora sarà di buon auspicio per il loro viaggio e per la loro sorte … Viceversa se il destino vorrà che le due bestie rimangano mute, allora ci si dovrà attendere incedere del cammino pesante, e sorprese funeste dai giorni …”
 
Che cavolo riemerge a fare dentro alla mia mente, quella vecchia fola degna di Carnevale ?
Di nuovo i colleghi, i letti, i malati … la vita rallentata, a scartamento ridotto e alternativa dell’ospedale. Qui non si tratta più di maschere goliardiche o evasive, queste sono “maschere”vere, che la vita danneggia e “rosica” con le unghie fetenti del Male che a volte ci assale, come un amante avvolgente e sensuale che non vuole saperne di restituirci a noi stessi.
In ospedale è “Carnevale” tutto l’anno, un Carnevale atipico però, serioso per non dire macabro … la parodia senza fine di quello che vorremmo essere e invece inesorabilmente non saremo più. In ospedale assapori ogni giorno il fatto che siamo gente transitoria e di confine, contrabbandieri di sentimenti fragili e poco durevoli, di attimi di luce e sentimento destinati ad essere ingoiati dagli altri e dal tempo … Siamo però anche quel sorriso enigmatico e definitivo stampato sulle sembianze di certe maschere, quella sensazione gradevole d’essere vivi, sensuali e dolci, capaci d’essere “Nobili”, estimatori di noi stessi e adatti a condividere gioie e dolori con gli altri … E’ bello essere “maschere” a volte, essere di più di quel che siamo, recitare una parte, calcare un’impronta non lasciata da te, sentirsi forti, allegri, imbattibili … anche se propensi a lasciare scivolare la lacrima triste di un Pierrot, o a lasciarsi cullare dal volto femminile, affascinante e misterioso di una donna senza nome e volto … che può improvvisamente trasformarsi in ghigno agghiacciante di qualche fantasioso essere mai visto … Carnescialiamo dunque ! … Riassaporiamo di nuovo questa costante ricorrente, effimera del vivere … questo attimo denso di frivolezza tenera che potrà punzecchiare “l’attimo fuggevole” che c’impegnerà quest’oggi.

 

gen 25, 2015 - Senza categoria    No Comments

“L’ASIA …”

asia

Mio fratello è di nuovo partito per l’Asia … Non smette mai d’essere una sensazione strana per chi da sempre è stanziale qui in Laguna come me. Mi dico che non ha importanza se in questi giorni l’Asia è quella dei Talebani e dei “tagliatori di teste”. Sono certamente eventi che fanno rabbrividire … ma l’Asia è anche altro, è di più … non è solo quello.

Perdere la testa in nome o per rivendicare “qualcosa” non sarà mai una cosa banale, soprattutto perché l’unica vita che abbiamo non rispunta come le code di una lucertola, ma non potrà mai essere un pensiero totalizzante, l’unica idea e opinione in cui possa per forza riassumersi un intero mondo zeppo di tante civiltà diverse … L’Asia è tanta, è grande, piena di volti … è ben di più che l’ISIS, l’Islam, Americani, crociate e colonizzatori vecchi e nuovi …
Ironia macabra a parte, pensare e partire per l’Asia maschera certamente un inconscio senso di timore, se non di vaga e apprensiva irrequietezza. Ma serve andare, perché ieri come oggi l’Asia è e resterà sempre una sfida, un motivo che ti solletica a spalancare la mente inducendoti a partire.
Semplificando, per noi Italiani ultimamente l’Asia è sinonimo d’Afghanistan, Iraq, India … sembra sia ridotta a campo di battaglia e scaramucce a caccia di una impossibile Pace armata, luogo di mare dove contrastare azioni disperate e piratesche, tormentone dello schierarsi pro o contro il destino dei nostri “fucilieri”, scenario in cui ribollono, scoppiano e svaporano culture, vizi e virtù, malavite e interessi internazionali … magari travestiti da Religione, progresso libertario, ed emancipazione moderna dei Popoli. In ogni caso quando mai si è ottenuta la Pace esercitando volontà di sopraffare il diverso, e imbastendo di continuo nuova guerra ?
Quanto ingannevole, e poco veritiera nei suoi principi e scopi, è a volte la nostra moderna e antica cultura Occidentale e Mediterranea …
Ma l’Asia per fortuna non è solo questo.
L’Asia viene da dire, è innanzitutto un’immensa idea … certamente un grande “qualcosa” di diverso da noi, che sta al di là, dall’altra parte, in quello che chiamiamo Oriente. Anche ruotando idealmente il nostro “Globo” facciamo scorrere la nostra parte di Terra, e fissiamo lo sguardo su di un“appezzamento del mondo” compatto, immane e aperto che si estende sul Planisfero per un largo tratto ben più ampio del nostro piccolo e chiuso Mediterraneo.
La nostra atavica smania di potere e grandezza ci ha istintivamente spinto a considerarlo una grande terra di colonizzazione e conquista, pensandolo come un posto di qualità inferiore, di bassa gleba, degno soltanto di fungere da nostro pallido vassallo.
La concretezza estrema di chi aveva invece prima di noi e più di noi già fatto la Storia e proprio in Asia, ci ha immediatamente ridimensionati e fatto intendere, che eravamo e siamo noi Occidentali i “piccoli” e i “secondi” del Mondo. Inventando la nostra frustrazione, chi aveva già conquistato regni e genti, calpestato terre, nomadizzato le montagne, i deserti e le steppe, ci mandò a dire di chinare noi la testa fino alla polvere in segno di umile rispetto, per evitare che un qualche potente“Khan” venisse fin qui da noi a ridimensionarci e tagliarci la testa.
Fatalità della Storia ! … Già secoli e secoli fa, la minaccia nei nostri riguardi era già la stessa. Ecco che quindi l’Asia è sempre stata per noi sinonimo e simbolo di “un’alteralità” che per forza ci diversifica e divide, se non inevitabilmente ci contrappone. E’ quasi genetica, quindi, quella sensazione di rivalità e diversità fra noi e tutto quello che è Asia.
Trascorsi a decine i secoli, l’Asia sta diventando oggi un grande luogo di risveglio planetario, culla e palcoscenico di novità, come già altre volte è accaduto nella Storia. Eventi nuovi che poi sono traboccati in tutto il resto del mondo … L’Asia ferve oggi di un sommovimento economico, ospita tutto un ringalluzzirsi di economie locali e genti che si trasformano, una specie di grande febbre, sebbene conservi quasi intatto quell’atavico mascherone da Dragone misterioso che si trascina dietro da tanti secoli. L’Asia si sta faticosamente ma vorticosamente “rifacendo il look e il trucco”, sta diventando irta di grattacieli ovunque, di metropoli moderne, di nuove intraprendenze ed esperimenti di vita alternativi a cui il nostro vecchio e rallentato Continente Europeo fatica a “star dietro”, annaspa per non perdere il passo, non riuscendo a imitarne, tantomeno limitarne, il ritmo della corsa che l’accompagnerebbe verso vagheggiati nuovi poteri, primi posti e traguardi.
L’Asia è sfida quindi, induzione a cambiare e rivedersi, input a guardare il nostro tempo in maniera differente e forse più lungimirante … Allo stesso tempo però, l’Asia è anche sempre se stessa, quella di sempre.
E’ il solito crogiolo di Popoli e Storie, contraddizione immane di ricchezza e povertà, dove i Paria di ieri e i miserabili moderni di oggi provano a racimolare briciole di quotidiana sopravvivenza, di fronte insieme alla vetrina delle tecnologie più innovative, a quella delle situazioni più abbienti o lussuose e comode. L’Asia è insieme il “senza nome” che muore invisibile per strada, e il Rajà dorato dall’harem pieno di artistiche e pompose stelle …
Il Continente Asiatico è rimasto anche matassa e groviglio di idee, intelligenze, sapienze e sogni … Posto il cui l’onirico, il Sacro e il Profano, l’umano, il Divino e il naturale si mescolano e confondono perdendosi in una pozzanghera immensa di Religioni, preghiere, penitenze, sussurri e lamenti antichi millenni … L’Asia è sempre quella delle pagode, delle grotte, dei templi Buddisti, Induisti, Scintoisti, Confuciani … a volte distrutti e riciclati dagli eventi del tempo. Oggi sono diventati spesso solo grandi contenitori artistici mirabili, dove si muovono uomini e donne vuoti e vanesi, luoghi privati di quell’idea e di quella genuina tradizione che li ha creati. Sono come dei grandi lunapark privi di un Anima, souvenir disposti in fila sul ciglio di una lunga strada a disposizione dell’ennesimo turista di passaggio a caccia di emozioni esotiche.
L’Asia sa essere anche ipnotica, sa regalare sensazioni di qualcosa d’alternativo che c’è ma non c’è … E’ quella delle cime Himalayane, delle valli nebbiose terrazzate di risaie, dei laghi turchini, delle giungle torride, dei ghiacciai scintillanti, dei deserti aspri spazzati dal vento sabbioso, dei fiumi giallastri traboccanti di fango, delle piane alluvionate punteggiate di palafitte, d’animali immersi e uccelli palustri …
L’Asia sa essere poesia … visione, incontro … è le folle dei Mongoli, Cinesi, Tartari, Arabi, Giapponesi, Russi, Coreani, Vietnamiti e tutti gli altri messi insieme … E’ storia di mille personaggi come Gengis Khan, Mao, Ghandi, ma anche di miliardi di volti sorridenti, languidi, tristi o arrabbiati, che sembrano assomigliarsi tutti … E’ l’Asia delle mille frontiere, un miscuglio di Popoli e costumi, di mille lingue ingarbugliate e dialetti incomprensibili, delle musiche sfalsate e grinzose, e dei canti cacofonici da sembrare stonati, le danze ritmiche ossessive ripetute all’infinito, il volteggiar estatico dei Sufi insieme al sinuoso volteggiar sensuale delle curve dei corpi profumati e sinuosi delle donne …
L’Asia ha mille confini attraversati da treni sgangherati presi in corsa, che niente sembra capace di far sostare … è le nuove città deserte che brulicano di palazzi di vetro luccicanti, ma con nessuno dentro che li abiti … i deserti vinti da autostrade a quattro corsie per entrambi i sensi di marcia, attraversati dall’Alta Velocità … L’Asia del futuro è anche quella delle energie alternative, del petrolio, dei campi di pale eoliche e valli tappezzate da distese di pannelli solari, ma anche il posto dove si ripara tutto mille volte a mano e non si butta via mai niente …
Ogni tanto scopri un’Asia contradditoria, di purezza e fango … Maschilista assidua che copre i volti delle donne, le violenta facilmente e chiude in casa, le imprigiona nell’intransigenza dei costumi e delle caste, ma l’Asia è anche trasgressiva, sa offrire il turismo e ogni perversione esotica e sessuale, oppure è capace di ghettizzare e cancellare popoli, religioni e storie per assoggettare, inglobare e annettere fino a far macerare e cancellare le identità e le menti nei campi di lavoro, o nei lavaggi delle autocritiche cerebrali di liberazione … come è accaduto per il Tibet e non solo quello. E’ un’Asia laica e credente insieme, vecchia e nuova, double face, conservatrice e rivoluzionaria insieme, buona e cattiva … a volte impersonale, crudele e senza volto.
Certe volte l’Asia è elegante in giacca e cravatta, altre volte è vestita di veli, essenze delicate e sete, o con un camicione odoroso fino al ginocchio smunto e consumato, con un turbante coloratissimo o con un cappello di lana in testa piatto, schiacciato e unto, oppure tondo e largo, fatto di paglie intrecciate .
In alcuni momenti e circostanze, l’Asia è anche una terra a cui non piaci, per la quale non sei ben accetto. Vieni deriso e cacciato come nemico, derubato, ignorato e maltrattato come pericolo estraneo perché non appartieni a quel suo grande corpo immenso e sparso, non sei polvere della sua stessa polvere. E’ un’Asia piena di se, arroccata e chiusa, orgogliosa, gelosa di se stessa … piena anche di indovini, ciarlatani, socialisti disillusi, e potenti corrotti.
E’ quella dove l’impiegatello a caccia di gloria ti rifiuta il visto d’entrata dicendoti:
“Perché vieni qui da noi ? Qui va tutto bene … Non ci serve nessuno e non abbiamo bisogno di niente … Tornatene a casa tua …”
 
Ma è pronto a ricredersi appena avverte il noto fruscio del prezzolare …
Altre volte, invece, l’Asia sa esserti benevola e amica se ti riconosce sincero e di buon animo … Ti spalanca le braccia ti sorride fraterna, ti pone la corona di fiori al collo, grida il tuo nome per strada considerandolo dono del Cielo, spartisce con te quel niente che possiede, perché diventi tu il motivo del suo festeggiare, danzare e cantare. In quei momenti l’Asia sa essere materna e accogliente, fino a diventare tiepida o focosa amante.
E’ curioso scoprire che dentro ad alcune pieghe nascoste e recondite dell’Asia con soli venti euro riesci a cambiare completamente la vita, gli equilibri, e il destino di una persona. Un pugno di soldi potrebbe facilmente divinizzarti, e farti trovare circondato da un largo salvagente di seguaci … D’altra parte è reale la possibilità di cambiare la vita secolare di un intero sperso villaggio, se solo regalerai loro una vecchia motocicletta scalcinata. La pista, o la traccia di sentiero larga pochi centimetri percorsa da sempre a piedi, che in sette giorni di cammino ha sempre portato alla più vicina strada asfaltata capace di portarti alla più vicina città, diverrà percorribile a poco prezzo e in breve tempo spalancando interi mondi diversi.  Si romperà un modo di vivere, con quella banale motocicletta potrai salvare qualche vita, portare a certa guarigione qualcun’altro, spalancare il cosmo della cultura e dell’istruzione per altri ancora … Potrai stravolgere usi e costumi di quelli abituati a mangiare da sempre nel loro tugurio di fango e lamiera, seduti sul pavimento di terra battuta, avezzi a dormire sotto le stelle, nutrirsi con un pugno di riso aggiungendo un boccone di pollo col Cherry soltanto se è festa … Sono persone che vivono a loro modo, seguendo parametri tutti loro, e coltivando un Cielo di Spiriti e Crhisti diverso che non immaginiamo neanche … Sarà come rompere un incanto …
Con poco si può giungere a rovesciare impunemente un intero cosmo. In Asia si può ancora fare questo … Si potrà con pochi spiccioli essere tu stesso un Piccolo Santo Creatore o un Piccolo Demone Distruttore a tuo piacimento … Con poca spesa potrai giocare sullo spartiacque del vivere e morire di molti … E’ un’Asia fragile, da preservare, da calpestare scalzi in punta di piedi, attenti a non disturbare, risvegliare e soprattutto rovinare quell’umanità per certi versi primordiale, sconosciuta, timida, poco desiderosa di cambiare … che forse sarebbe meglio rimanesse così.
L’Asia lo sapete già e molto meglio di me, è molto altro ancora … E’ provocazione per i sensi, sapori e gusti forti, spezie, intingoli odorosi, verdure galleggianti dentro a mille vapori, gola e stomaci in fiamme … acqua calda bollita per poterla bere … schiene e volti inondati dal sudore, sole che picchia e caldo torrido, notti insonni, insetti e zanzariere, serpenti … lunghe sedute sul gabinetto con l’addome stretto in mano, viaggi interminabili sulla scia delle antiche Carovane del Sale, dell’Incenso, delle Spezie … dei viaggiatori, degli esploratori, dei conquistatori, dei missionari, dei nomadi e dei mercanti … come Marco Polo il Veneziano … E’ l’Asia dei caravanserragli, dei tappeti preziosi tessuti a mano, dei cammelli e dromedari, jack, rovine sommerse dalle sabbie, torri e muraglie, villaggi mangiati per sempre dal mare … e oggi mangiati ed erosi dal tempo, e sostituiti da disertati lunapark improbabili a tema di“Venezia” e “Colosseo”, e piste da sci costruite nel nulla della sabbia del deserto.
L’Asia antica e nuova è un’immensa fetta di mondo spalmata lungo diversi fusi orari, un’entità poliedrica e ammaliante, un gioiello raro dai mille riflessi e sfaccettature di arte, letteratura, interiorità e cultura … E’ anche uno specchio capace di ridarti di te un’immagine che non sospettavi di possedere.
Comunque sia, l’Asia con gli occhi a mandorla e il codino, dei volti “intonacati” di bianco o bruciati dal sole, ha sempre il sapore di un’opportunità, di una sorprendente alternativa per il nostro Occidente statico e sofisticato … e per molti versi ieri come oggi decadente, e forse esausto.
Rimane quello strano e vago timore nel sapere che mio fratello si trova laggiù in un’Asia che sa essere anche spietata, crudele e violenta … M’incute un senso d’inquietudine sapere che si trova in certi luoghi remoti dove non “prende” il cellulare, non c’è la “Banda larga” … e tantomeno quella “stretta”, e non si comprende una sola parola che fuoriesce da certi volti indecifrabili ed enigmatici …. Tuttavia, insieme mi conforta, rassicura, e provoca anche una certa invidia, l’idea che mio fratello possa trovarsi in compagnia e presenza di quei grandi cieli cosparsi d’innumerevoli stelle, e dentro a tutto quel“colore” che spesso riempie l’intero caldo del giorno … e accanto e visto da certi occhi profondi, spalancati o semichiusi, che sembrano non aver fondo … e nascondere misteriosi abissi che non mi stanco di sognare e vagheggiare …
L’Asia … che sarà mai ?

 

gen 22, 2015 - Senza categoria    No Comments

“LA CONTRADA DI SAN PROVOLO … OVVIAMENTE A VENEZIA.”

san provolo
“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 64.

“LA CONTRADA DI SAN PROVOLO … OVVIAMENTE A VENEZIA.”
 
E’ stato lo stimolo di una “stampa insospettabile” postata su Internet da tale “amico Veneziano Gianni” che mi ha indotto ad andare frugare nelle “cose” della dimenticata e antica Contrada di San Provolo vicino al ben più famoso Monastero di San Zaccaria. Come sempre accade oggi, a Venezia di San Provolo è rimasto ben poco, quasi niente. E’ restata la memoria di un toponimo, di un luogo, attraverso il quale di solito si passa per recarsi altrove … o al massimo si cita per richiamare un locale ristorante, una botteguccia di Musica, o forse il Liceo che sorge proprio dove un tempo sorgeva l’antica chiesa.
San Provolo è uno di quei posti di Venezia in cui bisogna proprio fare uno sforzo con la fantasia e l’immaginazione per“inventarsi e raffigurarsi” ciò che è stato, perché di visibile resta niente, se non le cose invisibili che scappano via dietro gli angoli, o s’arrampicano su per i muri, viste solo da chi è appassionato per davvero di Venezia e della sua storia. San Provolo attualmente è uno di quei campielli tipici in cui i turisti si soffermano a “disnàr” che sarebbe a mangiare “mettendo le gambe sotto la tavola” dei numerosi ristorantini i cui camerieri t’accaparrano rincorrendoti per strada.
Un tempo, lo sapete meglio di me, non era così. Come vi accennavo, la piccolissima Contrada di San Provolo è sempre stata nascosta e offuscata dal prestigio infinito e dalla sontuosa ricchezza del potentissimo Monastero di San Zaccaria di cui un portichetto e andito d’ingresso sorgeva proprio accanto a San Provolo, a una sola ventina di metri. Quel che è stato San Zaccaria a Venezia è difficile riassumerlo in poche righe. Basti ricordare ch’era il Monastero delle figlie dei Dogi e dei più insigni Senatori e Nobili Patrizi della Venezia di sempre. Si aggiunga, solo per farsene un’idea, che le proprietà di quel Monastero andavano a comprendere praticamente tutta la cittadina e la collina di Monselice poco lontano dai Colli Euganei … vi par poco ?
Poco distante poi da San Provolo sorge Piazza San Marco, le Prigioni e Palazzo Ducale, quindi era in ogni caso una chiesupola oscurata del tutto dallo splendore indicibile di quei colossi di bellezza e Storia.
Tornando, allora a San Provolo … Se si fa attenzione e si alza lo sguardo giunti nel campo, ci si accorgerà subito di qual’era la sua antica chiesa. E’ quell’edificio bianco a sinistra, tutto traforato oggi da una ventina circa di finestre e finestrelle ben disegnate. Lo noti subito il cornicione lungo e diritto, un po’ eccessivo per essere di normale palazzo, ma per chi non lo sa, è una normale linea edilizia di un’architettura qualsiasi di Venezia a cui s’è sovrapposto un bel pergolo, aperto spazio di botteghe e molto altro. L’ex chiesa di San Provolo è oggi quasi irriconoscibile, insomma.
Anche dal punto di vista dei documenti non è che di San Provolo sia rimasto moltissimo. C’è giusto una manciata di carte e qualche inventario, come per chiesette tipo l’Anconeta di San Marcuola, Santa Giustina, San Rocco e Margherita e altre ancora conservati negli scaffali semidimenticati degli Archivi del Patriarcato o in quelli dell’Archivio di Stato dei Frari.
E’ del 1172 la notizia che il Doge Vitale Michiel II° venne ucciso da Marco Cassolo proprio in Calle delle Razze nel Confinio di San Provolo mentre il giorno di Pasqua si recava come da“Tradizione” in visita al Monastero di San Zaccaria. L’assassino finì ovviamente impiccato, e le case della Calle delle Rasse in cui si nascose per tendere l’agguato furono rase al suolo, e si proibì di costruirne altre di pietra sullo stesso posto … Per sicurezza e “ … per onta del luogo”, mai più il Doge di Venezia sarebbe transitato attraverso quella calle.
Già quasi un secolo prima, esisteva però un’attestazione di un vecchio Prete Martino, e di un altro Prete Albertus entrambi di San Provolo che certificavano presso la Badessa del San Zaccaria circa la questione dell’uso di una siepe esistente attorno o accanto al Monastero in prossimità di una vicina“piscina d’acqua”.
A quell’epoca sembra che la Parrocchia e chiesa di San Provolo esistesse già da un paio di secoli, e che forse con la“Calle delle Rasse” fosse proprio uno dei nuclei e degli insediamenti più antichi della zona mercantile Veneziana insediata sull’asse Rialto-San Marco.
Infatti, per espressa Legge del Consiglio dei Dieci: “… dallaCalle delle Rasse verso Palazzo Ducale, come pure nell’Osterie della Piazza San Marco non possono abitare meretrici …”
A cavallo con le solite leggende, sulle cronache cittadine si può leggere che San Provolo sia stata fondata nell’850, e allo stesso tempo donata al contiguo Monastero Benedettino femminile di San Zaccaria dal Doge Angelo Partecipazio che l’aveva fondato. San Provolo quindi apparteneva alle Monache, che per questo sceglievano, delegavano e pagavano sempre due Preti-Cappellani “… per officiarla e curarne l’Anime …”
Nel 1105 San Provolo o Procolo subì le fiamme di uno dei soliti incendi devastanti di Venezia che: “… se la divorò completamente”. Ovviamente le Monache del San Zaccaria non persero tempo e la ricostruirono immediatamente … e sembra che proprio in San Provolo, forse per la posizione strategica, tenne sede per lungo tempo una delle più frequentate e antiche, nonché abbienti, “Congregazioni di Preti e Piovani” di Venezia.
Giunto il 1389, San Provolo cadente e rovinosa venne rinnovata e riaddornata, e sembra che in quell’occasione sia stata nominata Parrocchia autonoma dal Cancelliere Dogale Amedeo Buonguadagni, emancipandola seppure parzialmente dalle Monache del San Zaccaria … San Provolo doveva godere di un certo prestigio nel 1455, se Giovanni Rizzi suo Prete, divenne poi Piovano di San Vito e Modesto a Dorsoduro, Cancelliere Dogale, Vicario Generale e perfino Arcidiacono del Capitolo di San Pietro di Castello … carica nobilissima, e molto agognata da tanti ecclesiastici.
A dimostranza che le Monache del San Zaccaria “… non avevano mollato il loro osso”, dal 1477 al 1504 la Badessa Lucia Donà finanziò e guidò tutta l’impresa del restauro dell’intera chiesa di San Provolo … Nella Contrada di San Provolo abitò fino al 1539 il potente Segretario del Consiglio dei Dieci della Serenissima GianGiacomo Caroldo, scrittore anche di “Cronaca veneta”, più volte Ambasciatore di Venezia, e nominato anche Conte Palatino da parte dell’Imperatore Massimiliano.
Il Nobile Malipiero scriveva nei suoi “Annali” nel 1498.
“El mese de Mazo … se ha descoverto la peste in alguni luoghi della terra, e i Proveditori della Sanità ha prohibido la Festa della Sensa, ma i Schiavoni no l’ha saputo, e son venuti con le sue rasse, e i Lombardi con le sue tele. E intesa tal prohibitione, i son andati a la Signoria, e alegando i so gravami, ha suplicà de poder vender per la terra, e son sta esaudidi, ma ghe è devedà de vender in Calle delle Rasse per non far assunanza, e se ha reduto verso Santa Maria Formosa, sulla Salizà de San Lio …”
Sempre in Contrada di San Provolo, in una casa affittata dalle Monache di San Zaccaria, abitarono nel 1564 i due fratelli Francesco e Valerio Zuccato, famosi per aver mosaicato sapientemente una gran parte delle volte dorate della Basilica di San Marco … Così come le Monache affittarono un’altra loro casa nello stesso posto al Letterato Paolo Ramusio, nipote del Paolo Ramusio da Rimini che, diventato Veneziano, persuase nel 1503 Pandolfo Malatesta a cedere Rimini alla Repubblica Serenissima … In cambio e premio ottenne dal Doge il “modico regalo” di 600 campi nei pressi di Cittadella.
Nello stesso anno, i Cappellani di San Provolo percepivano come stipendio dalle Monache di San Zaccaria: 10 ducati annui, e nella chiesa si celebrava la Festa del Patrono ad anni alterni dando altri 3 ducati: “… per conto de lemosina alli Preti che cantano Primo Vespero, Messa e Secondo Vespero in San Procolo …”
In poche parole, gran parte della Contrada di San Provolo apparteneva, e in qualche modo serviva e seguiva i desideri delle Monache di San Zaccaria.
Secondo l’analisi effettuata dalla Visita Apostolica del Nunzio Papale residente in Venezia nel luglio 1581, San Provolo continuava ad essere Parrocchia e Cappellania del Monastero di San Zaccaria. In Contrada abitavano 1200 persone, di cui solo 550 s’accostava alla Comunione … Nella chiesa dove c’erano 5 altari e si celebrava in perpetuo una “Mansioneria quotidiana” che valeva 15 ducati annui, c’erano attivi i 2 Cappellani Curati che guadagnavano 62 ducati, diverse regalie e altri “Incerti di stola”, e utilizzavano una casa appartenente sempre alle stesse Monache. Esisteva anche un Sacrista, che percepiva 5 ducati annui, usufruiva a sua volta di una casa, e anche lui era oggetto di varie regalie e offerte varie da parte delle solite Monache.
A fine secolo la popolazione della Contrada di San Provolo si ridusse progressivamente a circa 880 persone, perché al posto della case abitate si preferiva tenere Botteghe, Locande e Taverne, essendo prossimi al Molo di San Marco utilizzato e frequentato in continuità da: “… Marineri, Pellegrini, Mercatanti, Soldati, Bastazi, Religiosi, Donne, Naviganti e viaggiatori … nonché miserevoli vagabondi.” … Le Monache di San Zaccaria riattarono nuovamente la chiesetta.
Dopo il primo decennio del 1600, sempre in Calle delle Rasse a San Provolo in una casa di Francesco Orio, c’era la Stamperia Ducale di tale Rampazzetto. Costui falsificò un mandato con tanto di nome del Cassiere e del Segretario del Collegio, fu scoperto e condannato ad un’ora di pubblica berlina e a tre anni continuativi di voga coatta al remo in Galea coi ferri ai piedi. Qualora fosse risultato o diventato inabile, la pena della voga gli sarebbe stata permutata in quattro anni di reclusione nella “Prigion Forte” di Palazzo Ducale.
Uguale a oggi vero ?
Verso il 1630, subito dopo gli anni della terribile peste che decimò Venezia, un bel giorno credo che la Nobile e potente Badessa del San Zaccaria sia sobbalzata se non ribaltata dal suo confortevole e lussuoso seggiolone.
A causa, infatti, delle campagne militari della Serenissima (che fra l’altro non andavano per niente bene) vennero imposte in Venezia sempre nuove tasse ed esazioni che andavano a colpire sempre di più chi era ben fornito ed equipaggiato di rendite, possedimenti, proprietà e soldi in genere.
L’ultima tassazione prevedeva l’aggiunta di: “… 1 soldo per Lira a tutti i Dazi esclusa la Gabella del Sale, e a tutte le gravezze a vantaggio dell’erario da pagarsi a cura di tutti gli abitanti del Dominio compreso quello da Mar …”
Subito dopo, il Senato impose altre 2 Decime urgenti su Venezia e Dogado da pagarsi una: “… da patroni sopra livelli perpetui, stati, inviamenti de Pistorie, Magazeni, Forni, Poste da vin, Banche di beccaria, Traghetti, Poste, Palade, Passi, Molini, Foli, Sieghe, Instrumenti da ferro e battirame, Moggi da carta ed altri, Dadie, Varchi che si affittano e si pesano, Decime di biave, Vini ed altre robbe, Fornari, Hosterie et ogn’altra entrata simile niuna eccentuata …”
Le Monache di San Zaccaria possedevano in quantità ampia parte delle cose contenute in quella lunga lista.
L’altra Tassa-Decima imposta era ancora peggio, perché era applicata: “… sopra tutti i livelli francabili fondati su case, campi o altri beni in qual si voglia luoco, fati con chi si sia …”
Chi pagava subito entro aprile di quell’anno, ossia entro due mesi, aveva diritto a un condono del 10%, chi pagava in ritardo, invece, avrebbe subito un aggravio della stessa proporzione … E già che c’era, 8 giorni dopo, il Senato di Venezia aggiunse un altro “prestito obbligatorio” sotto forma di altre 2 Decime, e altre 2 Tanse da pagarsi “senza fretta”, ossia solo entro agosto dello stesso anno, o entro il febbraio seguente da tutti coloro che a Venezia erano soggetti a gravezze, in buona valuta o in moneta corrente (che sarebbe costato un quinto in più), senza alcun sconto né esenzioni per chiunque. Eravamo allo spasimo fiscale …
A fine giugno del 1629, il Senato pressato dagli eventi e dai rivolgimenti bellici fissò un termine perentorio di 15 giorni per denunciare ai 10 Savi alle Decime tutti i livelli perpetui e francabili e ogni altra fonte di reddito presente in Laguna, e commissionò a dei Commissari Straordinari di reperire denaro entro un mese in ogni modo possibile, ricavandolo in tutto lo Stato aggiungendo ulteriori Decime su: campagne, testatici o simili scegliendo la maniera più utile e veloce che permettesse alla gente di pagare …
Vitaccia quindi ! Proprio tempi duri per chi a Venezia era ben dotato … Altro che oggi ! … Altri tempi.
Solo ad agosto dello stesso anno, la Signoria Serenissima decise di esentare da quel fiume d’imposte straordinarie chi a Venezia e Dogado era davvero povero e impossibilitato a pagare ulteriormente. Sarebbe stato inutile racimolare poco spiccioli e attorniarsi di una folla di morti di fame, debitori e questuanti da mantenere.
“Sarà cosa opportuna per le sorti della Serenissima Repubblica lasciar alcuni galleggiare e guazzar nel proprio stagno … senza per forza indurli a saltar sulla Terraferma secca e senza alcuna possibilità di sopravvivenza …”
Solo nel 1642, sotto la Badessa Angelica Foscarini, sembrò essere tornato “il sereno” ed essere finalmente trascorsa quell’epoca di pene, restrizioni e bufere economiche. Perciò le“Bone Monache” si determinarono di nuovo a sborsar soldi, e a ricostruire o per lo meno risistemare per l’ennesima volta la chiesa malridotta di San Provolo … Qualcuno lasciò detto che la chiesuola, di fatto, venne rifabbricata di sana pianta … Quasi nello stesso tempo, Sante Gariboldi, Speziale all’insegna del San Domenico in Calle delle Rasse di San Provolo, venne decapitato e bruciato in Piazza il 30 luglio 1641 perchè aveva abusato di due bimbi di sei anni nel Convento di San Giobbe nel Sestier di Cannaregio.
In quegli anni, in Contrada di San Provolo c’erano 59 botteghe, un forno da pane, e una Pistoria … Nel 1712 le botteghe giunsero ad essere ben 77 … e giunto il 12 luglio 1735, si sviluppò un grande incendio scoppiato in casa del Droghier Antonio Biondini in Calle delle Rasse, che in breve tempo rovinò tutti i fabbricati, le botteghe e le caxette più vicine … Ancora nel 1737 si continuava a riparare e rimediare ai danni e alle tracce lasciate in zona da quel terribile evento nefasto e distruttivo.
Verso la fine del 1700, “… ormai al calàr delle ultime sorti di una Serenissima ormai fragile e decadente Repubblica …”in Contrada di San Provolo abitavano circa 900 persone. Si contavano 230 persone abili al lavoro, che s’arrabattavano ogni giorno in 87 botteghe, esclusi i Nobili (il 23% dei residenti in Contrada) ch’erano ovviamente esentati da quella “… vile mansione per loro non adatta…”
Secondo le cronache, le Monache del San Zaccaria, “… in salute nel corpo e nella borsa, come non mai …”, investirono ancora sulla chiesetta di San Provolo sostituendo i vecchi altari vetusti di legno, con nuovi altari più belli in marmo. Quando tutto fu pronto, chiamarono anche il Patriarca Federico Maria Giovannelli perché impartisse alla chiesetta “… una buona, quanto opportuna e santificante Benedizione …”
L’ultima “foto storica” della Contrada di San Provolo “la fece”mettendola per scritto nelle sue carte il Patriarca Flangini nel settembre 1803 durante una sua Visita Solenne alla Contrada di San Provolo.
“Tutto appartiene come sempre al Monastero Benedettino di San Zaccaria … Le anime sono 1.000, le rendite dei 2 Cappellani pagati dalle Monache sono sempre di 51 ducati annui più l’usufrutto di una casa … Le Monache inoltre spendono 123,3 Lire perché venga insegnata un po’ di Dottrina Cristiana ai Veneziani della Contrada; finanziano inoltre con altre 80 lire il culto e la devozione in chiesa per San Pietro d’Alcantara; contribuiscono offrendo 22 lire per  “le Agonie” celebrate dai Confratelli della Scuola del Santissimo, che rende loro di rimando 11 lire annue.
Viceversa, le stesse Monache spendono all’anno 24,16 Lire per mantenere il Sacrestano di San Provolo con la sua famiglia; per comprar particole per la Messa, riscaldare a legna la Sacrestia; fornire di candele e cera ciascun altare secondario, mentre per a quello Maggiore veniva riservato lo stesso trattamento di qualità e abbellimento usato per gli altari che si trovano dentro al Monastero di San Zaccaria.
Intorno e dentro alle attività della chiesetta di San Provolo “girano e ruotano” 7 Sacerdoti, di cui uno è infermo. Uno di quelli è l’Abate dei Servi di Maria del lontano Convento di Sant’Elena di Castello, ci sono poi diversi Preti Altaristi e Mansionari che provvedono le 2.279 Lire delle Messe Mansionarie delle Monache … C’è anche un certo Suddiacono forse ordinato:
“… tale Condulmer Alvise già Monaco Benedettino dalla Professione dichiarata nulla, non frequentante i Sacramenti neanche a Pasqua, vestito da secolare e col pessimo concetto di costume, che fece anche un contratto di matrimonio, e fu richiamato inutilmente dal Vicario e dal suo padre …”
Durante l’anno si celebrano 1.442 Messe perpetue; 3 fra Esequie e Anniversari; 2 Messe Cantate e Solenni il Giovedì Santo e il Corpus Domini, e 20 Messe avventizie, ossia pochissime: una o due al mese. Da segnalare come meritevole che il Monastero offre 20 ducati annui per la celebrazione della “Messa pro Populo” … Le Monache fanno celebrare anche una Novena per la festa di San Pietro d’Alcantara, si curano che in chiesa ci sia una decente Predicazione, e Istruzioni e Catechismi degni a tutte le feste … esiste anche un lascito apposito di 246, 6 Lire annue per la Dottrina Cristiana per i fanciulli …”
L’anno dopo, il famoso Gaetano Callido e figli costruirono commissionati dalla Monache di sempre proprio a San Provolo la loro ultima opera prestigiosa rimuovendo un vecchio organo del 1700 …  Un paio d’anni dopo era “Cappellano Amovibile da parte delle Monache” don Giorgio Piazza, che si curava della popolazione di 1.000 Anime della Contrada … Dagli inventari rimasti, e da quel che raccontano “i Veneziani di ieri”, si evince che le Monache di San Zaccaria non avevano per niente trascurato la loro chiesetta di San Provolo:
“… rendendola in nulla simile a una bucolica e miserrima chiesupola di campagna …”
Fra le varie opere che abbellivano San Provolo, c’erano: un“Gesù morto con Angeli” di Palma il Vecchio, che aveva dipinto anche un “Sacrificio d’Abramo” per l’Altar Maggiore, e anche un: “Angelo che appare ad Elia”, “Un Santo Vescovo con Santi”e una “Storia dell’Antico Testamento”. Inoltre c’erano diversi altri dipinti del Lazzarini, di Peranda, Cellini, Pietro Liberi, altre tre pitture di Antonio Aliense, e altre otto dello Scozia. Un tesoretto insomma … San Provolo era insomma un’altra di quelle chiese “coccole” di Venezia piene di belle cose e ricche di Storie.
Per ricordarvi ancora quanto un tempo era vitale e attivo quell’angolo di Venezia, già abbiamo detto come apparteneva alla Contrada di San Provolo la famosissima “Calle delle Rasse o Rascianum vicum”, che sorge ancora oggi poco distante dalla famosa Riva degli Schiavoni col Molo di San Marco. La “Rascia o Rassa” era un panno di lana grezza e ordinaria di manifattura artigianale col quale si era soliti coprire le gondole e i loro “Felzi”, importata e imitata a Venezia dalla Serbia o Servia. Ancora alla fine del 1700, il Capomastro dei Tintori della Serenissima Dominante Giovanni Barich, ricordava con un suo manifesto che quei prodotti si vendevano proprio in“… Calle delle Rasse nelle botteghe all’insegna del San Girolamo e del Sant’Antonio da Padova …”
Poi tutto andò brutalmente rimosso, smantellato e distrutto … l’Altar Maggiore di pregio trasferito nella chiesa di San Zaccaria, così come vennero disperse tutte le suppellettili della chiesa che venne chiusa e poi demolita per farne abitazioni e locali ad uso commerciale e privato … Rimase per un po’ di tempo una “certa Cappellina in memoria” … poi sparì anche quella, forse ridotta a solo “Capitello” … Chi sarà stato mai l’autore di tale scempio ?
La Contrada di San Provolo fu inizialmente associato e unita insieme a quella di San Severo alla poco distante Parrocchia e Contrada di Sant’Antonin … In seguito si decise invece di associare il “territorio di San Provolo” alla neonata Parrocchia di San Zaccaria e Sant’Atanasio da dove erano state espulse le favolose Monache del San Zaccaria che venne soppresso e chiuso anch’esso per sempre.
“… essendo San Provolo nei tempi addietro mantenuta da San Zaccaria porta spesa al Demanio e per questo va chiusa non essendo necessaria … Tanto più che non possiede alcuno di quei caratteri né di magnificenza, né di nobile architettura per cui si possa meritare una spezial contemplazione …”
E questa fu la fine di San Provolo.
Nel corso del 1900 nei locali e negli spazi più volte riattati e riciclati dove sorgeva un tempo San Provolo, si è allestita la Scuola Professionale Femminile Vendramin Corner … dai cui muri ancora oggi sciamavano fuori alcune giovinette allegre, petulanti e speranzose di Venezia. Entrano ed escono dalla loro Scuola, ignare di recarsi in quella ch’era una chiesa, esistita come punto di riferimento di tanti Veneziani che per secoli hanno occupato e vissuto quella microscopica Contrada.
In tempi più recenti la zona di San Provolo a Venezia è balzata alla cronaca perché un povero calzolaio artigiano, che da sempre lavorava sul “Ponte dei Carmini” aggiustando anche i sandali ai Frati, è stato pestato selvaggiamente come un tamburo per rubargli i quattro “marci” spiccioli che possedeva. A poco gli è valsa la protezione garantita dal Capitello veneratissimo della Madonna che sorge lì accanto sull’angolo … già centrato “… da infallibile e precisa saetta in una terribile bufera del 1756 …”. Se n’è parlato per qualche giorno, poi non s’è detto più niente, e l’ometto dopo tanto lavorare ha chiuso bottega per provare a finire i suoi giorni un po’ più serenamente … lasciando il locale alla solita rivendita anonima di souvenir per i turisti spensierati.
Finisco dicendo come la Contrada di San Provolo è tuttora uno di quei posti ameni di Venezia, zeppa di Calli lunghe e Callette strette, angoli tipici e ombrosi, e piccole Corti nascoste un tempo industriose. Conserva ancora quella soffusa sensazione romantica e caratteristica tipica della Venezia che piace. Se ci si porta lungo le Fondamenta dell’Osmarin e di San Provoloci si potrà smarrire volutamente, finendo con l’imbattersi in un giovane Mastro Artigiano che continua coraggiosamente la vecchia attività del Remèr e Forcolaio di un tempo. Si potrà finire infine col ritrovarsi poco dietro nella Corte del Tagjapiera, dove un tempo dall’alba al tramonto si picchiava sulla pietra, e rimanere affascinati e avvinti dall’atmosfera ammaliante di quello spicchietto di Venezia nascosta, seppure corrosa e consumata dal tempo.
Poco c’interesserà sapere che in quelle case mute:
“ … Adì 10 marzo1680, morì Francesca relitta (ossia vedova) del quondam Francesco Osmarin d’anni 65 in circa, da febbre maligna giorni 8, senza medico, farà sepellìr Missier Battista suo fratello – San Antonin …”
Sarà come un sussurro insignificante che non percepiremo affatto, recitato e disperso nel vento che zufola leggero fra le caxette e i tetti della Contrada di San Provolo che non esiste più …

 

gen 21, 2015 - Senza categoria    No Comments

21 gennaio 2015 … dopo il tramonto.

A Farm Building di Piet Mondrian, del 1901

“L’amicizia è tutto e niente insieme … Non è quel rimanere per forza assidui e appiccicaticci al confine col consanguineo … E’ forse quel che resta di chiaro, vivo e sincero dopo aver vissuto tanto, e forse troppo condiviso insieme molto … Non è un monumento alla disponibilità incondizionata, come non è vero che è una spalla dove si debba per forza tornar a ridere o piangere … Può essere anche soltanto un flash, un lampo tiepido nella mente, uno scenario vago, aperto e lontano, in cui sentiamo che siamo stati bene insieme … e chissà, potrebbe capitare ancora … magari anche con altri …”
il dipinto è: “A Farm Building” di Piet Mondrian, del 1901.

gen 21, 2015 - Senza categoria    No Comments

“IL MITO … DI NOI STESSI …”

il ciarlatano di Brueghel il Vecchio

C’è stato, e forse c’è ancora un tempo in cui avevamo il mito del “$” e dell’America … del Paperon de Paperoni che gli appariva il simbolo negli occhi, e del suo gran deposito pieno del suo prezioso tesoro in cui si tuffava a nuotare.

L’America però non era solo un sogno, era anche concretezza, novità, possibilità diversa, inventiva e opportunità reale di lavoro. Per questo anche noi Italiani come tanti altri siamo partiti con la famosa valigia di cartone legata con lo spago, e col fagotto sotto il braccio o in testa, per cercare di raggiungere con alterne fortune quel sogno, e quel “mito” oltre mare fra le braccia capienti della Statua della Libertà.
Per certi versi l’America, gli USA soprattutto e l’Argentina solo in parte, quel mito lo sono stati e ce l’hanno regalato per davvero. Da più di un secolo ormai, dall’America e dell’America siamo avezzi a scopiazzare, far nostro e importare tutto e di più… sarebbe lunga la lista. La moda, i grattacieli, Hollywood con le sue star e tutto ciò che gli è corso intorno e dietro come una lunga coda senza fine … perché attaccata alla coda del cinematografo si è aggiunta la lunga catena senza fine della tecnologia, la medialità, internet e la comunicazione telefonica ossessiva e petulante di oggi, lo spazio etereo da raggiungere e sfruttare della Luna e delle Stelle, la Musica Jazz, Pop, Rap, Rock, Country e molto altro ancora. Ci siamo vestiti e pettinati all’Americana, abbiamo mangiato Hamburger e bevuto all’Americana, ballato e cantato all’Americana, ci siamo liberati dai nostri tabù e incastramenti secolari interiori seguendo le novelle rivendicazioni della gente evoluta e moderna e aperta d’Oltreoceano  (che in realtà si sono invece dimostrati essere un bel po’ conservatori e bigotti, interessati spesso solo di se stessi e del proprio predominio … e mica tanto rispettosi degli altri).
Abbiamo invidiato la loro forma di democrazia e la loro smania di libertà soprattutto per un debito di riconoscenza per lo più inconscia, ma anche pratica e concreta, perché sono stati proprio loro: gli Alleati, a liberarci dall’incubo Nazzista permettendoci di ricominciare di nuovo la nostra Storia Europea.
Mangiando tutto quello che ci hanno messo in mano e paracadutato i “soldati liberatori”, abbracciando e sposando le loro facce Yankhee, il loro Chewing-gum e le loro cioccolatine, lo slang misterioso attorcigliato e contorto, e l’andatura elastica da cavaliere a cui hanno rubato il cavallo, li abbiamo in un certo senso monumentalizzati nella nostra mente, costruendo di conseguenza “per sempre” la Nato in segno di eterna riconoscenza e affidabile amicizia.
Per generazioni e generazioni, quasi come una preghiera: “in saecula saeuculorum …Amen.”, abbiamo reso la nostra società Europea una sorta di fotocopia e il prolungamento ideale di tutto quanto accadeva oltreoceano, continuando a sognare d’emulare e rassomigliare sempre più a quella tonalità di benessere avanzato e sereno che li vedevamo concretizzare nelle loro Telenovelas.
E’ accaduto come se il tutto quanto accadeva nel tempo attuale in America, dovesse per forza a distanza di massimo sei messi ripetersi da noi … come fosse solo una questione di tempi e fusorario … pena solo il fastidio destabilizzante del Jet lag … Una specie di dependance di noi stessi, come dei parenti stretti residenti poco distanti … Abbiamo importato le loro automobili, la Borsa, i costumi da bagno, le macchine da cucina, il ciuffo dei capelli, gli sport come il Basket e tutte le estrosità dal berretto indossato alla rovescia … Il Body Jumping gettandosi giù da un ponte o la smania di Surfare sulle onde marine, o gettarsi nel vuoto dal portellone aperto di un aereo …
In realtà, seppure inconsapevolmente, abbiamo importato dall’America anche il loro modo di farsi Giustizia un po’ da se, di convivere con la pistola sotto il cuscino e l’arsenale conservato in casa, comperabile facilmente al supermercato delle armi, quasi come si va di solito a comperare la frutta, il latte e il pane o le medicine in farmacia. Anche di recente, abbiamo importato molto altro da loro e dal loro modo di raccontarsi ogni momento nei blog, nelle radio e sugli schermi. Oltre ai nomi degli attori da imporre anacronistici ai nostri figli, abbiamo imitato la facilità di mettersi insieme e di lasciarsi, tant’è vero che ultimamente ci si molla quasi prima d’incontrarci … come nei finzioni dei film.
Sempre da loro stiamo scopiazzando benino la possibilità di trasformare ogni sternuto in denuncia e situazione processuale e giuridica, con la possibilità di trasformare una presunta offesa o una veniale mancanza, in immediato e fruttuoso risarcimento. Mentre in realtà si va ad intasare inutilmente tutto un apparato di Giustizia già in crisi di per se stesso, e ad impinguare le tasche di una schiera di pochi, avidi e longevissimi Avvocati, Detective e Notai.
Non ultimo, assieme al gran divertimento dell’evasione e dello“sballo alcolico addizionato”, e di tanto altro ancora, abbiamo importato, sempre dalle Americhe, anche la crisi economica involuzione e inghippo interno del “Grande Paese della mela” è diventata un fenomeno globale, visto che ormai siamo diventati tutti interlacciati e interdipendenti.
Abbiamo provato con l’Euro e l’Unione Europea non dico a contrapporsi ed emanciparsi dal “grande sogno e mito Americano”, ma a indossare un nostro nuovo volto di efficienza, autonomia, e autorevolezza. Ci mancherebbe !
Tutto s’è un po’ arrestato, rallentato e complicato … Sempre per via di quell’eterna e dovuta“amicizia e riconoscenza liberatoria”, divenuta quasi dipendenza e sudditanza ...
La nostra si è dimostrata essere forse solo una smania di maturità e indipendenza, un dimostrare a noi stessi con un po’ d’orgoglio d’essere diventati “Grandi e autonomi”, e dotati di una certa personalità.
Fatalità la nostra scelta di diventare “significativi e intraprendenti” è accaduta proprio nel momento sbagliato, quando si è innescata la crisi planetaria, ma anche durante il risveglio di tante aree economiche fino ad ora rimaste assopite e involute su se stesse. Chi avrebbe immaginato il risveglio attuale della Cina e di tutta quella lunga lista di paesi del mondo che fino a ieri ci sembravano soltanto intenti a leccarsi le loro ferite e arretratezze storiche ?
Pur con la nostra voglia “di fare” (mica sempre, e seguendo certi nostri ritmi e cadenze genetiche tranquille) … siamo scivolati velocemente sempre più in fondo a tante delle classifiche delle doti dei paesi così detti “civilizzati” del nostro Mondo e tempo. Dal “Bel Paese” nobile e invidiabile ch’eravamo, per certi versi non piacciamo quasi più a nessuno, e molti ci hanno di gran lunga sopravanzato nelle capacità di condivisione democratica, socializzare, acculturarsi, espressione artistica e architettonica, e non ultimo, capacità di sanificare, prevenire, e conservare sicura la qualità della vita.
Perfino quelli che consideravamo paesi “incolti, retrogradi e selvaggi del Terzo mondo”, ci sono passati avanti in molte delle prerogative che qualificano uno Stato efficiente e moderno … Tutto questo mentre noi siamo “rimasti fermi al palo”, anche se orgogliosamente affermiamo d’essere ancora fra i “G”, ossia i“grandi che contano”.
Senza preoccuparci e scomporci più di tanto, continuiamo istintivamente ancora a volgere insoddisfatti lo sguardo oltremare, come si guarda talvolta con nostalgia dei bei tempi andati la ex che si è rifatta la vita felice e una nuova famiglia assieme a un altro. Sempre da lì aspettiamo altre novità da imitare e copiare, e continuiamo a vagheggiare e sognare quel che ci manca …
Tantovale, perche:
 
“Sognar non costa nulla e si può pur sempre fare …” 
Per molti di noi, l’America rimane ancora la terra della competenza vera, dei Master e delle Specializzazioni “buone”che contano. Uno laureato solo in Italia fa un po’ ridere (è solo forse un po’ meglio che essersi laureato in Medicina o Ingegneria o Astrofisica in Africa). Andare a qualificarsi lì, spesso col sogno di rimanerci, oppure rientrare da noi con un titoletto “vero” in tasca è considerato tutt’ora sinonimo di avvedutezza e lungimiranza positiva.
Onestamente, per certi versi tutto quanto sta accadendo oggi d’innovativo in America, come in tanti altri angoli iperattivi del Mondo, è da considerarsi certamente “cosa buona”. Sarebbe stupido, come si dice seguendo la tradizione del buon senso popolare, “buttare via il “bambino assieme all’acqua sporca …”, così come non sarebbe giusto “sputare nel piatto dove si è a lungo mangiato …”, riferendoci a quanto abbiamo obiettivamente imparato e ricevuto guardando nel Continente oltre Atlantico.
Ben vengano tutti gli stimoli, i sistemi e i modi di “leggere” e interpretare e promuovere in maniera utile le complessità della vita che ci avvolge e ci porta in quest’epoca. Sia il benvenuto chi è lungimirante e sa trovare e proporre “formule” innovative capaci di migliorare il nostro tempo.
Quel che però mi sorprende nella mia solita maniera critica, scomoda, e probabilmente anche antipatica di considerare, è che la nostra Italia un po’ “scaduta, macilenta e consunta”continua ad essere a sua volta un sogno e una “porta spalancata” per molti. Non smetto di meravigliarmi che a migliaia continuano ad attraversare deserti, continenti, lotte intestine, faide demenziali di Religione, campi di concentramento, violenze e umiliazioni di ogni tipo per riuscire ad attraversare il nostro mare a prezzo della vita, e finalmente naufragare umanamente e socialmente ristagnando quasi inutilmente presso di noi.
La nostra “Italietta mediocre e bacata” per molti rimane a sua volta un mito e un sogno, e non è sempre vero che l’Italia è solo e sempre lo spartiacque e il luogo di transito per il resto del pingue Centro Europa benestante. Se fosse così non avremmo interi paesi e gran parte delle nostre città occupate stabilmente da migliaia di volti e famiglie straniere che hanno posto ormai da anni stabile residenza nel nostro territorio.
Intanto, altrove nel mondo, sempre scopiazzando le dinamiche economiche dimostratesi vincenti oltreoceano, si vanno edificando tante nuove Manhattan zeppe di grattacieli scintillanti di vetro, triplicando e quadruplicando le strade, istallando ovunque l’Alta Velocità, attraversando interi continenti, deserti e giungle, innovando e utilizzando (non sempre) energie alternative, “ingranando” economia, profitti e lavoro, mentre noi sembriamo rimanere quasi “immagati” solo a guardare …
Noi Italiano stiamo in stallo a sbaruffare live in Parlamento, a recitare le nostre moine mediatiche, a smascherare le nostre combutte fatte di mazzette e false personalità devote e caritatevoli, a proporre e riproporre soluzioni magiche per rimettere in moto la nostra situazione. Intanto i dati, le indagini statistiche, e le cifre di mercato parlano chiaro, e sono inequivocabili concorrendo a mettere sale e aceto sulle ferite aperte della nostra situazione decadente e avara di prospettive rosee.
I nostri giovani restano a mani vuote, senza prospettive e rigirare “in tondo” su se stessi, spesso ridotti involontariamente ad essere saprofiti di “terzi”, forse anche della striminzita pensione della nonna … Quel che è peggio poi, in gran parte di loro sta venendo meno la “fame e la voglia di andare”, l’interesse e la disponibilità fattiva di base necessaria per inseguire un qualche “mito”, fosse oltreoceano, o relegato chissà in quale altra parte del nostro Globo diventato stretto e piccolo per tutti.
Anche noi, di mezza età e spesso oltre, ci riscopriamo disillusi e scettici di fronte al ciarlatano imbonitore di turno del nostro mercato, o al prestigiatore dell’ennesima Fiera a cui ci viene chiesto di partecipare. Siamo stanchi d’ascoltare parlare personaggi vestiti a festa che rigurgitano solo fumo fantasioso e inutile, fine a se stesso, e senza novità reali concrete … Così come siamo saturi e incapaci d’ascoltare raccontare ancora di miti di: “Virtù, Leggi, Sacrificio, Consenso, Solidarietà, Fede” e altro ancora, che sentiamo  solo sbandierate e pubblicizzare, ma svuotate e depurate dal loro originale “buon contenuto” …  Ci servirebbe, forse, di visualizzare, e chissà forse imitare, un buon acrobata del circo, intraprendente, spericolato e spettacolare, capace di osare anche “senza rete e trucchi”, pago solo del suo equo compenso … O se fosse troppo inarrivabile per noi il ruolo dell’acrobata coraggioso, almeno ci sarebbe utile incontrare un bel clown variopinto e simpatico, capace almeno di farci ridere a crepapelle, e di farci pensare per un attimo la vita come fosse ancora “un mito appetibile e raggiungibile”  che ci attende fuori del ludico tendone che ci ospita spensierati …
E il mito Americano ?
Forse è tramontato, anche se ufficialmente è vivo e luccicante più che mai, ammaliante come le luci di Las Vegas e le torri lucide di New York … Dovremmo essere però noi il sogno di noi stessi, il nostro Mito da reinventare e riscoprire … Quello che molte volte nei secoli si è realizzato invidiabile in questo“magico stivale” che molti hanno cercato di raggiungere e visitare da ogni parte del mondo.
Possibile che il “Bel Paese” debba essere ridotto solo ad essere un Museo, il posto delle belle donne simpatiche dal sorriso mediterraneo, il buongustaio: “pastasciutta, pizza e mandolino”, spiagge tiepide e località sciistiche, termali e artistiche, e solo il volto oscuro della Mafia, del tornaconto di pochi finiti al Governo per patrocinare i propri interessi, degli obsoleti e quasi esausti fatti della Devozione popolare e tradizionale” ormai quasi svuotata decadente e fine a se stessa, e quella fama di popolo svogliato, opportunista, e dalle maniche “una tirata su e l’altra lasciata giù”, segnale di chi è incapace, o perlomeno non ha voglia di reagire e rialzarsi ?
Credo serva reinventare, liberi da tanti chiacchieroni inutili e riformatori fasulli, un nuovo “Mito di noi stessi”, con nuove modalità, visioni d’insieme e innovazioni. Servirebbe una ventata di novità, una pensata geniale, non il solito “minestrone riscaldato” di sempre. Sarebbe genuino mandare a casa un bel po’ di quei volti decrepiti e incollati a remunerative poltrone utili solo a garantire il benessere loro e dei loro consanguinei, affini e dipendenti. Dovremmo smantellarle quelle poltrone, proprio abolirle, creare delle nuove “sale dei bottoni”, invece di continuare a rattopparle, rifoderarle e affidarle a improbabili“tappezzieri” che della necessità e urgenza di fondare “un nuovo Mito” non ne capiscono e soprattutto “intendono” più di tanto.
Un sogno ? Forse sì … come quello che ci ha portato a nostra volta, tempo addietro, a scrutare, imitare, e scopiazzare oltreoceano. Ma più che un sogno “in casa di altri”, forse sarebbe opportuno continuare a credere di più in noi stessi.
Forse è la speranza quella che ci manca … l’autostima, la fiducia in quel che vediamo nello specchio ogni mattina.
Ci troviamo a un bivio epocale  forse ?
O buttiamo via lo specchio smettendo di piangerci addosso vedendoci smunti, assonnati, stanchi e pieni di rughe … o ci scuotiamo, prendiamo in mano rasoio, pettine e trucco, ci profumiamo e ringalluzziamo quanto serve … per uscire di nuovo in strada e in mezzo agli altri per affrontare l’opportunità di questa nuova giornata qualsiasi che ci attende … e forse potrà diventare “Mitica” e fruttuosa promossa soprattutto da quel che nasce in noi stessi.
Parole probabilmente, solo altre parole … Ma a pensarci bene, tutti i grandi Miti della Storia forse sono nati così … con una prima parola iniziale in cui ha creduto qualcuno, che poi l’ha trasmessa entusiasta a un altro, e poi …

 

gen 19, 2015 - Senza categoria    No Comments

“UN HOSPEDAETO SCOMPARSO … E UNA CJESA DE SUORE …”

Gesù Maria

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 63.

“UN HOSPEDALETO SCOMPARSO … E UNA CJESA DE SUORE …”
 
L’Ospedaletto in questione è quello antico e andato perduto di cui certo avrete sentito parlare dei “Testori Todeschi dei Pannilani” di Venezia, mentre la “cjesetta”, persa anch’essa dopo un’esistenza storica di ben tre secoli, era quella del“Gesù e Maria e Giuseppe” soprannominata dai Veneziani“L’Addolorata delle Monache Eremitane Servite” o forse meglio delle “Muneghette Agostiniane”.
In quella zona della piccola Contrada oggi praticamente inesistente a pochi passi da San Simeon Piccolo, vicino ai Tolentini e all’Università d’Architettura, esistono ancora certi nomi di Calle che ricordano all’indifferenza dei più ciò che è stato un tempo quel posto.
Alzando gli occhi si può facilmente leggere: “Calle e Campiello e Rio delle Muneghette”“Calle del Gesù e Maria” … così come i toponimi recitano: “Campo della Lana”,“Campo delle Chiovere”“Calle e Ramo dei Bergamaschi”,“Fondamenta delle Secchere” dove un tempo l’acqua che si ritirava con la bassa marea lasciava un’ampia area di fangoso asciutto … Era quella infatti una zona popolare e periferica della Venezia di un tempo, chiamata dai Veneziani confidenzialmente: “al Gesù e Maria”, tutta dedita e occupata dall’attività degli Artigiani della Lana di Venezia che stendevano ad asciugare appunto nelle loro “chiovere e chioverette” i loro preziosi e colorati manufatti.
Prima ancora, quel Campo Veneziano dove sorgevano appunto una chiesa e Convento del “Gesù e Maria” oggi totalmente scomparso, era chiamato anticamente il“Businello”, forse per presenza di una famiglia di quel nome poi trasferitasi in un palazzo sul Canal Grande in Contrada Sant’Aponal acquistato dai Giustinian.
Ne esisteva una, infatti, d’origine Padovana o Lombarda di un certo Marcantonio che possedeva una prestigiosa collezione con diversi Tintoretto. Era una di quelle famiglie tutte dedite alla causa della Cancelleria Dogale di cui per ben due volte furono Cancellieri Grandi, e per generazioni impegnati nel Senato come Segretari della Serenissima.
Si raccontava perfino, quasi al confine con la leggenda, che uno dei Businello rappresentante di Venezia a Mantova, catturato dagli Imperiali si sia mangiato il codice cifrato segreto usato per corrispondere con la Serenissima piuttosto che lasciarlo finire nelle mani dei nemici. I Businello erano di certo benestanti, perché ancora nel 1450 figuravano nell’elenco di coloro che possedevano e gestivano almeno 70 campi ciascuno a Zuanigo presso “la Bastia” di Mirano … dove anche i Dolfin, i Giustinian, e i Falier avevano dei molini sulla“Fovea Musonis” e sulle acque della Tergola. Quei Nobili di Venezia avevano inoltre: case e ville o “Domus Magnae”, il controllo dei pascoli e delle “poste per le pecore”, delle osterie, delle fornaci, dei boschi residui, fino ad esercitare diritti di Decima sui contadini e su chi risiedeva sul posto.
Da notizie incerte e un po’ confuse, si viene a sapere che soloin seguito la zona divenne la “Contrada della Lana” perché iniziarono ad abitarvi alcuni Lanaioli in alcune caxette prima abitate da certe Monache Agostiniane che avevano una loro vecchia chiesupola dedicata al “Gesù e Maria”.
Già un Decreto della Serenissima del 1272 concedeva alloggio gratuito a tutti quei lavoranti della Lana che fossero venuti ad esercitare la professione nella città di Venezia … perciò arrivarono in Laguna molti Lanaioli da vari paesi, fra cui la Germania, stabilendosi ad abitare nelle Contrade della Croce, di San Simeone Grando o Apostolo, San Simeone Piccolo o Profeta, San Giacomo dell’Orio, e San Pantalon e lavorando sotto il controllo dei Magistrati e Lanaioli della “Camera del Purgo”.
Si era, invece, nel 1566, quando Voltier de Voltier, Gastaldo di Thodeschi dell’Alemagna Alta, et della Scuola della Madonna Santa Maria de Carmeni notificò che la sua Confraternita possedeva “…in contrà de Sancta Croce in Venetia, in loco detto “il Businello” … varie casette, ed un locale con tre camere le quali habitemo noi Thodeschi con la nostra famiglia …”
Viceversa, la “Cronaca Veneta Sacra e Profana” racconta che la chiesa ed il Convento del Gesù e Maria furono fondati nel 1620 o 1623:
“… da due Patrizie Venete Angela Maria e Lucia Pasqualigo sorelle reduci da Candia, le quali con altre sedici donzelle pur nobili, si ritirarono in una casa con terreno vacuo, di ragione dell’Ospitale de’ Tessitori Tedeschi, posta in contrada della Croce, in Campo della Lana, in un luogo detto il Businello, ch’ebbero ad affitto dalli Procuratori sopra gli Ospitali …”
Che all’inizio abbiamo comprato il terreno e le caxette le Monache dai Testori o viceversa, poca importa, certo è invece, che il Patriarca Giovanni Tiepolo consacrò la chiesuola del “Gesù e Maria” nel 1623 ponendovi Cherubina Balbi, già tre volte Badessa al Sant’Andrea della Zirada, come nuova Badessa del Monastero. Diventate ben presto 20, le Monache, che i Veneziani soprannominarono subito confidenzialmente “Muneghette”, non mancarono, come il solito, d’allargare le loro proprietà in direzione del Rio dei Tolentini e del Rio e Rielo della Croxe, edificando una nuova chiesa, un Convento con parlatoio, e un bell’orto da coltivare. I Tessitori di Panni Tedeschi da parte loro, edificarono un Ospizio per “Compagni poveri o inabili al lavoro” riattando alcune loro basse caxette, seguendo le regole e con la sorveglianza dei Magistrati appartenenti ai Provveditori Sopra gli Ospedali, Lochi Pii e Riscatto delli Schiavi”.
Dopo gli anni tristi della peste, le Monache erano rimaste 10, con 6 converse e 3 “fìe a spese” ossia educande ... il Monastero possedeva rendita annua di 40 ducati da beni immobili in Venezia … e nel giro di pochi anni tornarono nuovamente ad essere: 22, con 9 converse, e le solite 2 educande a spese.
Anche nel 1712 il Monastero possedeva una rendita annua di 50 ducati da pochi beni immobili posseduti e affittati in Venezia … niente a confronto con le pingui rendite di cui erano dotati tanti altri Monasteri insigni e famosi. Infatti, il Monastero del Gesù e Maria era nella lista di quelli considerati “miseri” a cui la Repubblica riservava una fornitura gratuita d’acqua come per gli Ospedali cittadini.
Nel 1775 Gaetano Callido costruì uno dei suoi famosi organi per la chiesa delle Monache del Gesù e Maria … che avevano raggiunto l’invidiabile rendita annuale di 82 ducati.
Nel maggio 1784, proprio sul finire della storia della Serenissima Repubblica, l’Inquisitore alle Arti Andrea Tron, considerò “in Pregadi” a Palazzo Ducale:
“…il lanificio è decaduto grandemente fra noi …le fabbriche di lana che nei secoli andati producevano sino a 28.000 pezze di panno, e sino al 1559 si riguardavano come il principale sostentamento di Venezia, sono ora ridotte al segno che nel corso d’un anno di lavori producano al più soltanto 600 pezze di pannilana lavorati …”
 
Circa una decina d’anni dopo, quando la Venezia Repubblica cadde, e giunse a visitarci quel certo “Napoleon Franzese”, le 23 Monache del“Gesù e Maria” non se la passarono all’inizio di certo molto bene, perché vennero concentrate con quelle del non lontano Monastero di San Andrea della Zirada (la chiesa chiusa accanto al People Mover di Piazzale Roma di oggi). Tre anni dopo però, nel 1810, accadde il peggio a causa della soppressione degli ordini religiosi, e le poche Monache rimaste nel Convento vennero senza tante maniere eleganti secolarizzate e cacciate via. I locali vennero chiusi e venduti a privati che li adattarono a magazzino.
Solo nel 1821, su interessamento del Piovano di San Cassiano Domenico Bazzana, il piccolo complesso religioso venne riaperto al culto introducendovi sette Monache Servite Eremitane col nuovo titolo dell’Addolorata.
Le Monache “raccogliticce”, fra cui c’erano 2 ex Suore Francescane, 1 ex Suora Domenicana ed 1 ex Monaca Carmelitana disperse dalla bufera napoleonica, ma ancora desiderose di proseguire per quella“strada”, decisero che la dote necessaria per monacare eventuali nuove Suore era di 6.000 lire italiane … Il riacquisto del Monastero dal Demanio dello Stato era costato al Parroco 11.000 lire venete, e altre 8.000 lire si dovettero spendere per il rifacimento del muro dell’orto abbattuto da un nubifragio, e ben 31.000 lire per la costruzione d’infermeria, cucina, refettorio e 18 camere per le Monache … Tuttavia, più della metà di quelle somme risultarono già pagate in quello stesso anno.
Quando nel 1830 il Patriarca Monico visitò il Monastero, ne descrisse “l’andamento” nelle sue carte.
“…Le monache sono in tutto 36: di cui 15 professe, 14 converse, 4 novizie, la Badessa, la Vicaria e la Maestra delle Novizie. Inoltre ci sono 2 oblate. Il Monastero, che non accoglie educande, impegna le Monache in una vita corale di preghiera per 10 ore al giorno, lasciando il resto a “Lavori devoti”. La dote necessaria per la professione di una nuova Monaca è di 1.400 lire venete, e le monache vivono “povere”. Se avanza qualcosa in pane ed in denaro si dona ai familiari indigenti … Le entrate di un semestre sono state di 17.540 lire venete di cui: 9.635 dalla cassa pensioni, 2.008 dalle doti, 807 da elemosine di benefattori, 993 per saldo di dote, 1.240 per professione. Le uscite sono state, invece, di lire 15.830 di cui 3.619 per vestiario ed arredamento, 2.265 per carne e pesce, 2.454 per vino e farina, 2.265 per spese di casolìn e per legna, 171 per medico e medicine … Nella chiesetta si conserva con decenza il Corpo di Santa Savina Martire, e altre preziose e Sante Reliquie … e in essa è attiva e si raduna fin dal 1653la “Compagnia di Devozione della Scala Santa”, e dal 1747 anche la “Compagnia di Sant’Adriano del Suffragio per i Morti” che si recava ad Officiare in Laguna nell’isola di San Ariàno la prima domenica di ogni mese di giugno, prima che il Magistrato abolisse nel 1785 le 22 Compagnie interdicendo l’accesso all’isola …”
 
Non doveva essere brutta la chiesetta del Gesù e Maria, perché aveva su diversi altari pitture di Pietra Mera, un soffitto e altri quadri vari di Angelo Venturini, un’opera “alla maniera di Giovanni Bellini”, e una “Vergine con Sn Giuseppe, Sant’Anna e San Giovanni Battista” dipinto da Domenico Tintoretto.
Ancora nel 1853 quando le Monache del “Gesù e Maria”erano 18, chi visitava in un giorno qualsiasi la povera chiesetta del Gesù e Maria “recitando un solo Pater e un Ave Maria”, poteva guadagnare un’indulgenza non plenaria di 50 giorni per se stesso, per i vivi e per i Morti … mentre se l’avesse visitava devotamente e con elemosina nei venerdì’ di Quaresima, l’indulgenza conseguibile sarebbe stata quella totale ossia “la plenaria”.
E siamo giunti ai giorni nostri, tanto è vero che possediamo addirittura alcune foto di quella chiesa che non esiste più … Ed è stato solo nel 1955 che la chiesetta venne demolita per consentire l’ennesima speculazione edilizia di un certo Cicogna, che demolì caxette ed edifici religiosi per sostituirli con delle belle abitazioni popolari “moderne” visibili tutt’oggi … in quel che resta dell’antico “Campo della Lana”.

 

gen 18, 2015 - Senza categoria    No Comments

“VENEZIA … TOP SECRET …”

santo sepolcro

“Una curiosità veneziana per volta” – n° 62.

“VENEZIA … TOP SECRET …”
 
Esistono a Venezia certe zone per la verità scarsamente o per niente accessibili, e in un certo senso un po’ “top secret”.Niente di misterioso e arcano, vi deludo subito, ma solamente aree di pertinenza oggi militare, quindi precluse ai comuni mortali e in un certo modo anonime e quasi assenti.
Ciò non significa però che quei posti non siano esistiti affatto, e che soprattutto in altre stagioni storiche non abbiamo vissuto momenti importanti e ospitato eventi davvero significativi … e come piace dire a me, appunto: “curiosi e da ricordare”.
Fra i tanti posti finiti ormai da secoli totalmente “in pasto” al Demanio ossia allo Stato, ve ne cito un paio che si trovano proprio nel cuore di Venezia, a pochi passi dalla mitica Piazza San Marco. Mi riferisco al complesso del Monastero di San Zaccaria, e al vicino ex Convento del Santo Sepolcro.
Di San Zaccaria, oltre alla splendida chiesa ancora fruibile e aperta, si sa e si è detto tantissimo, anche se i suoi splendidi chiostro rimangono preclusi, non visitabili, e riservati ai militari. Si conosce molto bene che San Zaccaria era uno dei più ricchi e potenti Monasteri Femminili di Venezia, forse il primo in assoluto, dove le famiglie Nobili più in vista e lo stesso Doge amavano ed erano soliti rinchiudere le loro prestigiose fanciulli in ritiri doratissimi, spesso comodi … e talvolta licenziosi e trasgressivi.
Il secondo posto, invece, era un Convento ancora Femminile. Quindi fin già dalla titolazione comprendiamo che apparteneva ad una categoria di posti per Monache di levatura economica, politica e sociale sicuramente di rango inferiore. Non che le Francescane Clarisse del Santo Sepolcro fossero delle morte di fame, ma certamente sfiguravano di molto a confronto con le“toste” e pingui Benedettine di secolare e potente memoria residenti nel San Zaccaria … Quelle stavano di certo a un livello superiore, anzi, qualche livello più su.
Ma che cosa possedeva di così curioso quell’ex Convento ? … Provo a scrivere qualcosa per ricordarcelo.
Qualche giorno fa, ho detto che Venezia Serenissima è stata maestra, al pari di altre città Italiane e straniere, nel ricreare al di qua del mare Mediterraneo le atmosfere, “le qualità” della Passione del Christo, le copie dei Luoghi Santi e dei Riti che si sarebbero potuti incontrare ed esperimentare giungendo all’agognata Terrasanta. Senza bisogno di affrontare la difficoltà sostanziosa della traversata impervia del mare, si potevano trovare a Venezia “montagne” di buone reliquie, con tutto quanto era loro concesso in termine d’indulgenze da lucrare e spezzoni di Salvezza da conseguire per se e per altri.
Non dimentichiamo, ad esempio, che i Pellegrini erano entusiasti di recarsi fino a Venezia, perché lì trovavano anche le insigni reliquie di San Marco. Per chi l’avesse dimenticato, San Marco era il numero “2” nella gerarchia dei Santi importanti, e veniva subito dopo San Pietro (e guarda caso subito dopo la gloriosa Roma del Papa … che furbi i Veneziani !).
 
Roma comunque aveva ben poco da temere dalla concorrenza di Venezia … perché batteva tutti in quantità di Reliquie originali e importanti, prima fra tutti quella della famosa“Veronica”, che attirava da sola migliaia di Pellegrini da ogni parte d’Europa … ma questa è un’altra storia.
Dal punto di vista devozionale quindi, recarsi a Venezia non era una faccenda di secondo piano, ma era certamente per diversi motivi una convenienza, e di certo un gran privilegio.
Si aggiunga, che passare per Venezia era estremamente comodo per i Pellegrini anche per almeno altri due o tre motivi. Primo e importante, un notevole taglio della strada da percorrere a piedi o per i pochi fortunati a cavallo. Andarsi a imbarcare per la Terrasanta a Venezia significava tagliar fuori dal proprio itinerario praticamente tutto lo stivale dell’Italia … e non era poco per chi proveniva da molto lontano, dal Nord della Germania e dell’Europa o dall’Inghilterra, o dall’Irlanda.
Il secondo motivo per passare per Venezia era sostanzialmente un motivo di sicurezza.
Venezia oltre ad essere splendida e fabulosa, ospitava lungamente e degnamente i Pellegrini e sapeva proteggere adeguatamente anche i convogli delle Galee che li trasportavano fino in Siria e Palestina, oppure Alessandria d’Egitto. Si sapeva bene che i Veneziani non regalavano niente … Però visto che pur partendo in fondo dall’Italia, giù in Puglia e a Bari, Otranto e Taranto, in ogni caso si doveva viaggiare almeno trenta giorni per mare per raggiungere la stessa meta di Alessandria, tanto valeva farlo con i Veneziani, insieme a una certa sicurezza d’arrivarci almeno intatti e con la testa ancora sul collo, sebbene con le tasche mezze o del tutto vuote.
Non era stato certamente un pettegolezzo la vicenda corsa di bocca in bocca fra le folle dei Pellegrini d’Europa, e puntualmente scritta nei suoi Annales da Lamberto di Herfeld, che raccontava di un’occasione in cui una comitiva di 7000 Pellegrini Tedeschi guidati dal Vescovo di Bamberga erano partiti ingenuamente per la Terrasanta seguendo la via Balcanica e Anatolica di terra. Il Pellegrino disse e scrisse, che:
“… i Pellegrini furono molestati dagli Ungheresi, attaccati dai Bulgari, messi in fuga dai Turchi … insultati dagli arroganti Greci di Costantinopoli. E giunti in Asia, la loro vicenda finì tragicamente perché molti di loro finirono uccisi dalla furia rabbiosa dei Cilici, e poi nei pressi di Cesarea divennero preda di un’orda di fanatici Infedeli che ne uccise ancora altre centinaia …”
 
Il racconto e l’immagine non erano certamente incoraggianti per i futuri Pellegrini. Perciò: “passare per Venezia sarebbe stata in ogni caso buona cosa …”, anche per via di quell’intesa mercantile e politica che i Veneziani coltivavano da sempre col Turco interessato a cui i Pellegrini pagavano un “testatico” di una moneta d’oro per entrare in Gerusalemme … E chissà, forse anche con i pirati del Mare e Golfo Adriatico i Veneziani avevano qualche cosa a che fare …
Non dispiaceva, infine, considerare quella voce che s’era sparsa in giro per l’Europa, che a Venezia certi armatori di Galee erano ben disposti verso i Pellegrini bisognosi, tanto da trasportarli ugualmente oltremare a una tariffa ridotta di soli 30 ducati “pro capite”, tutto compreso e andata e ritorno(significava in ogni caso quanto era guadagnabile in un anno di lavoro da parte di un lavoratore o artigiano medio).
 
Precisato questo, torniamo ai posti e ai luoghi di Venezia di cui andavamo dicendo.
Le Suore che fondarono il Convento del San Sepolcro l’edificarono … fatalità … proprio a pochi passi dal Molo di San Marco da dove partivano le Galee per la Terrasanta, in quella che oggi si chiama ancora la Riva degli Schiavoni. Un luogo del genere non poteva che essere una vera e propria “manna” per i Pellegrini di ogni genere giunti a Venezia.
Già nel gennaio 1410 Elena Celsi vedova di Marco Vioni lasciò per testamento presso il Notaio Gaspare di Mani, una casa grande sulla Riva degli Schiavoni ed altre prossime casette in Contrada di San Zuane in Bragora perché dovessero servire in parte ad abitazione di alcune povere, e in parte a Ospizio per le pellegrine dirette o di ritorno dalla Terrasanta.
Solo nel 1482 però, le due Patrizie Veneziane Beatrice Venier e Polissena Premarin fuggite da Negroponte conquistata dai Turchi e rifugiate a Venezia diventando Pizzòcare di San Francesco, si trasferirono da San Francesco della Vigna ad abitare nell’Ospizio dando origine al primo nucleo del Convento del Santo Sepolcro.
Furono loro due ad avere l’idea di costruire nel 1484 in mezzo all’Oratorio: “… un Sepolcro in marmo e pitture, in tutto simile e misura, e a imitazione di quello presente in Gerusalemme …da aprirlo alla visita devota dei Pellegrini giunti in Venetia …”
 
E per far le cose per bene, affidarono la commissione a Tullio Lombardo, un artista fra i migliori, e di buonissima fama dell’epoca. Il “Sepolcro” riprodusse quindi in tutto e per tutto il disegno dell’edicola del Santo Sepolcro sito in Gerusalemme, ed era costituito da un’enorme finta grotta in pietra grezza a grandi blocchi. Dentro alla “grotta” si trovava sorretto da quattro angeli un altarolo di marmo policromo, e ancora più all’interno della “grotta” si scendeva sotto per una scaletta fino a un ipogeo, considerato il “Sepolcro” vero e proprio. Lì c’era disposta una figura del “Cristo Passo” ossia morto dopo la Santa Passione.
Quel posto fu da subito considerato una “meraviglia” dai Pellegrini che passavano per Venezia, e la fama di quel“Special Sepolcro del Christo posto in Venetia …” si diffuse presto per tutta la Cristianità incrementandone l’afflusso.
Sulla porta d’ingresso del Sepolcro stava scritto:
 
“… QUALE ITER AD CHRISTI TUMULUM ? SI SCIRE LABORAS LUMINA CIRCUNFER, MOLES INSCRIPTA LOQUETUR …”
 
S’insinuava il dubbio su quale potesse essere l’autentico Sepolcro del Christo che valeva la pena di visitare. Non era forse più che sufficiente contornare quello di Venezia con tutte le sue storie raccontate, senza doversi recare per forza fino in Palestina ?
Di certo l’input dell’indecisione dubbiosa veniva percepito dai Pellegrini, visto tutto ciò che vedevano, provavano, toccavano, veneravano, pagavano, compravano, elemosinavano, pregavano e lucravano durante la loro lunga permanenza in Venezia.
Giunto il secolo 1500, le Monache ottennero da Papa Alessandro VI la facoltà d’ingrandire Convento e Chiesa …  In Contrada di San Cassian presso Rialto vendettero 2 case che erano state lasciate al Monastero assieme a 15 campi di terra a Camposampiero, comprando tutta una serie di edifici e botteghe attigue al Convento, fra cui per 2000 ducati il “… Palazzo Molin dalle Due Torri con Corte et Horto …”. Già che c’erano, le Monache ottennero dallo stesso Papa anche l’esenzione dall’obbligo di dar ospitalità alle pellegrine tradendo perciò lo scopo originario del luogo … Ma c’era ben di più a disposizione che gestire solamente quattro letti pulciosi per le donne di passaggio … Il posto quindi si trasformò da Ospizio in Convento … e iniziò la lunga trafila dei lasciti dei Veneziani a favore del neonato Convento o Monastero del Santo Sepolcro.
Girolamo Gabriel, Patrizio Veneto, lasciò per testamento a Prete Alvise suo figlio naturale, e a Paola Paradiso sua cugina, alcuni stabili posseduti in Contrada di San Marcuola, che dopo la loro morte sarebbero diventati proprietà del Monastero a  patto che si celebrassero 2 belle Messe quotidiane per la sua Anima … I Preti della vicina chiesa Parrocchiale di San Giovanni in Bragora, ingolositi dal “giro” spirituale dei Pellegrini, o forse più dal giro d’affari che si stava realizzando intorno al Sepolcro, pretesero di avere giurisdizione su chiesa e Convento, e fecero  perfino ricorso direttamente al Papa per ottenerlo.
Alla fine, facendola breve, il Patriarca Donà sentenziò che il Monastero del Santo Sepolcro doveva rimanere autonomo e libero, e che San Giovanni in Bragora si sarebbe dovuto accontentare solo di un “censo annuale di quattro doppieri di cera bianca” offerto ogni Venerdì Santo da parte delle Monache del Sepolcro.
Che disdetta per San Giovanni in Bragora … e che affari per le Monache divenute ormai 60 !
Nell’occasione s’allargarono ulteriormente non senza una certa acuta furbizia … Per ottenere, ad esempio, l’ultima casetta vicina al Monastero, le Monache presero come Monaca la figlia del Nobil Homo Zan Andrea Morosini proprietario della casa, percependo invece dei previsti 300 ducati di “dote monacale”, solo 70 ducati e la casetta che interessava a loro.
Nel 1546, il Convento passò dalla dipendenza dai Frati Minori di San Francesco della Vigna a quella diretta del Nunzio e Legato Apostolico residente in Venezia … Lo zampino a Venezia del lontano Papa si faceva sentire, quando c’era nell’aria odore di qualche guadagno … Infatti piovevano le donazioni sul Sepolcro: Giacomo Gajetano Dottor Fisico lasciò suo erede il Nobil Homo Piero Cocco con l’obbligo per lui di pagare per far celebrare Messe quotidiane al Santo Sepolcro dove volle essere sepolto, e dare 12 scudi d’oro annui al Cappellano che le celebrerà investendo il capitale al Monte del Sussidio che gli pagherà le rendite … Fu così che nel 1577, quando nel Sepolcro vivevano ormai stabilmente 80 Monache Clarisse, Piero Cocco offrì al Monastero per pagare quel Mansionario di Messe senza fine, la proprietà di 2 casette a pianoterra in Contrada di Sant’Antonin in Corte del Diner, dalle quale si poteva percepire un affitto annuo di 7 ducati ciascuna … E così anche le Messe furono pagate adeguatamente.
Anche Girolamo Mezzalingua di fu Damian, di professione: Calafatto in Arsenale, volle essere sepolto in chiesa al Santo Sepolcro. E per procurarsi questo, lasciò alle Monache gli affitti della sua casa grande e di altre piccole case attigue che possedeva in Contrada di Sant’Antonio di Castello. Prima ne avrebbero usufruito i suoi famigliari e parenti in vita, e poi metà delle proprietà sarebbero andate al Sepolcro, e l’altra metà, invece, alla Scuola di San Giorgio degli Schiavoni.
Nel 1567 nacque un putiferio nel Monastero.
Si destituì la Priora cercando di eleggere Suor Daria Navager candidata presentata non dalle Monache ma dai Frati di San Francesco della Vigna rifattasi avanti e sotto nella gestione del Sepolcro. Si riteneva doveroso il cambio della Badessa, perché quella in carica Michaela Beltrame andava considerata responsabile della fuga di una giovane Meneghina dal Convento del Santo Sepolcro, e inoltre aveva litigato con la Nobile Famiglia Navager a causa della costruzione di un balcone privato che andava ad aprirsi sulla clausura del Convento. I motivi sembravano tutto compreso banali, ma si raccontò di prepotenze e pressioni dei Frati per intimorire il Capitolo delle Monache, di Monache che abbandonavano l’assemblea conventuale rifiutandosi di rientrare, di Frati che strapparono il velo dalla testa delle Suore nel gesto di volerle destituire … Un gran casìno, insomma, finchè si giunse all’eccesso dell’eccesso. Fu rimossa la vecchia Badessa Michaela Beltrame che venne rinchiusa nella sua cella “… perché l’andava facendo intender ogni cosa a seculari …”; e i Frati s’intrattennero nel Convento per ben 17 giorni banchettando lautamente, mentre le monache “contrarie”stavano relegate in penitenza e ristrettezze: “… caponi, colombini, torte, cui de late, malvasia e vin dolce … contro fagioli e olio grezzo che i Frati disdegnavano…”
 
Andò a finire come spesso le cose andavano a finire a Venezia … A un certo punto si presentò un messo del Doge accompagnato un paio di robusti Fanti, che consegnando un bigliettino di poche parole ai Frati, e sussurrando agli orecchi di qualcuno le parole giuste … in breve tutto fu risolto rimettendo ciascuno al posto che meritava. La vecchia Badessa continuò a governare il Monastero, i Frati in fretta e furia rientrarono a casa propria … e la giurisdizione e il controllo diretto sul Santo Sepolcro finì nelle mani del Patriarca in persona … (togliendolo quindi anche all’influenza Papale).
Chissà che cosa avrà mandato a dire il Doge in quella circostanza ?
Intanto, oltre ai fiumi di umani Pellegrini che transitavano per il Sepolcro, “… atquisendo Santo Merito per l’Animo ogni giorno …”, anche il medico Giambattista Peranda ucciso da un parente per gelosia sul Ponte dei Greci che allora si chiamava Ponte della Madonna di San Lorenzo, lasciò un’altra ricca Mansioneria da celebrare al solito Convento del Santo Sepolcro … Le Monache fecero un prestito considerevole girando una partita di banco a Rialto ad un abitante di Villorba nel distretto di Camposampiero … Il Patriarca Priuli in visita alle Monache del San Sepolcro si indignò non poco, perché alcune Monache allevavano galline che scorrazzano liberamente nei dormitori del Convento. Le Monache da parte loro denunciarono al Patriarca incredulo: “… povertà, fondi insufficienti, scarsità di pane … spifferi e umidità …” Ma girando lui per le celle le trovò tutte arredate con coperte raffinate, biancheria ricamata, casse di abiti e gioielli, credenze piene di cibo e vino.
Suor Lippomano capeggiava una combriccola di Monache che“… mangiavano sempre fuori del refettorio la sera …”preferendo mangiare in gruppo separato. Al Patriarca destavano preoccupazione le “giovani Converse” delle Monache: “… ch’ogni anno si mandavano fuori a far la “cerca” fino a Porto Gruaro, due in Paduana verso Este, e talvolta in Trivisana a un luoco del Monastero detto Rovese per sunàr alcune entrade delle Monache …”
 
Le Monache in realtà vivevano nel lusso, ed erano opulente … Tanto è vero che subito dopo provvidero a nuovi abbellimenti della chiesa e del Convento, ricevendo contributi anche dalla Famiglia Grotta o Crotta, mercanti di ferro da Bergamo ammessi al Patriziato di Venezia pagando la non indifferente quota di 100.000 ducati. Furono loro a pagare le spese per far costruire in chiesa del Sepolcro un nuovo Altar Maggiore dedicato all’Assunta.
E siamo all’inizio del 1600, quando il Monastero del Santo Sepolcro era in perfetta sintonia con le “mode comportamentali” delle religiose di quell’epoca, e le cronache cittadine ricordavano che “… In San Sepolcro si suonava l’arpicordo e si ballava specialmente a Carnevale …”
Consenzienti indiretti erano i facoltosi Nobili e la Serenissima che anche nel 1610 non mancarono di regalare alle Suore un sussidio di 36 stara di grano.
Nel 1618, Suor Graziosa Raspi scappò dal Convento pagando un barcaiolo per un cambio di abiti da uomo e un passaggio in barca fino alla Terraferma. In seguito spiegò che voleva recarsi al Monte Rua sui Colli Euganei dagli Eremiti Camaldolesi per condurre una vita più austera … Per questo fuggì dal convento portandosi dietro un crocefisso, un Officio della Madonna, due libri di devozione, un cilicio ed una disciplina … e il denaro per il barcarolo. Ma non si travestì bene, e “… poverina mi e meschina mi … fui tradita …”
 
Nello stesso anno, s’intentò causa contro Alessandro Branazzini che entrò più volte in contatto con le Monache del  Santo Sepolcro, tanto che per le sue nozze: “… il Sior Alessandro venne là anco in gondola colla sua noviza, et perché vennero a fenestra quasi tutte le Muneghe per vederla …”
Come spesso si diceva anche a Venezia, “Tanto tuonò e lampeggiò … che alla fine accadde il temporale …”, e il Patriarca Tiepolo in visita al Monastero del Sepolcro rimise tutto in ordine, decretando fra le altre cose di rimuovere dalle celle “…alcuni quadri privati di donne in atto et vista davvero lasciva …”
 
A Venezia andò di moda, e fu considerato molto onorevole farsi seppellire nella chiesa delle Monache del Santo Sepolcro. Lì si fece seppellire la Famiglia Raspi di Pasquino e GianMaria, mercanti di sapone e cordovani venuti da Bergamo a Venezia dove si comprarono il Patriziato pagando allo Stato i soliti 100.000 ducati, e acquistarono inoltre dai Bettinelli il Palazzo al Ponte dei Sansoni a San Cassian vicino all’Emporio di Rialto. Quando morì GianMaria Raspi, lasciò pagata al Sepolcro una Mansioneria di 3 Messe alla settimana … mentre anche Giovanni Busca lasciò sempre al Sepolcro un suo Legato del valore di 100 ducati.
A metà del 1600 il Convento del Santo Sepolcro ospitava 55 Monache Professe, e ricevette ancora dal Governo Serenissimo 36 staia di buon grano essendo considerato fra i 4 Monasteri più poveri dell’intera città di Venezia insieme a quelli di Santa Maria Maggiore e Santa Croce nel Sestiere omonimo, e a quello “… poverissimo più di tutti …” delle Francescane di Santa Maria dei Miracoli a Cannaregio.
Forse per questo, nel 1660, quando il ricchissimo cittadino mercante Jacopo Galli morì lasciando la somma ingente di120.000 ducati per far costruire le nuove facciate della chiesa di San Salvador sulle Mercerie, quella della Scuola Grande di San Teodoro, e quella dell’Hospedale di San Lazzaro dei Mendicanti … si ricordò anche di lasciare “un bonus” di 6.000 ducati … alle Monache misere del Santo Sepolcro …”
 
In realtà non è che le Monache fossero proprio così economicamente “malmesse”, perché l’anno seguente si segnalò un altro “giro di Zecca” di ducati 1.720 proprio a favore del Monastero del Santo Sepolcro che possedeva anche una rendita annuale di altri 208 ducati provenienti dall’affitto di alcuni immobili siti in Venezia.
Infatti, negli stessi anni il Murèr Antonio Visetti, e il Tagjapiera Giacomo da Par costruirono alcune case in Contrada di San Giovanni in Bragora per conto del Monastero di San Sepolcro che sorgeva proprio lì vicino … Morendo il ricchissimo mercante Donato Damiani figlio di Ludovico, abitante in Contrada di San Cassiano presso Rialto, lasciò erede per metà della sua sostanza il Monastero del San Sepolcro dove viveva sua sorella Claudia, mentre l’altra metà dei suoi beni la destinò all’Ospedale della Pietà di cui era Governatore lui stesso. In aggiunta dispone anche d’essere seppellito nella chiesa del Santo Sepolcro, e per far questo lasciò altri 500 ducati, e per finire lasciò al Monastero ancora 60.000 ducati con obbligo di “ … far celebrare ogni giorno una Messa per lui, et a sua memoria, et per la salvezza dell’ Anima soa …”
 
Fra i tanti, e sempre al Santo Sepolcro, volle farsi seppellire il ricco orefice Giorgio Rizzi di Benedetto e Sebastiano, “… che possedeva un palazzo in Riva a Santa Maria Maggiore e una bottega d’orese a Rialto all’insegna del Naranzer …”, e divenne Patrizio Veneto con fratelli, zii e discendenti dal 1687 pagando alla Serenissima sempre la bella somma di 100.000 ducati in contanti … E si fece seppellire anche Sjor Vincenzo Colla di fu GianMaria che lasciò al Monastero del Sepolcro una Mansioneria pagata di 5 Messe annue, insieme a un prezioso Cristo d’argento che teneva in casa sua … e perfino l’intera Famiglia Cittadinesca Combi da Bergamo che si arricchirono a Venezia commerciando libri tanto da comprarsi diversi stabili in giro, e un intero Palazzo in Contrada di Santa Caterina a Cannaregio.
Nel 1700 negli inventari delle Monache del Santo Sepolcro presentati al Patriarca Barbarigo si cita presente in chiesa anche il simulacro di una Madonna Annunziata in legno:
“… vestita con scarpette e abiti bianchi e d’oro uguali a quelli dell’Angelo, e con altri 7 vestiti in garzo d’argento e broccato d’oro. Alla stessa appartenevano anche numerosi gioielli: un fiore e una crocetta di diamanti, perle da collo con pietre preziose, manini d’oro, passetti di zaffiri, e corone d’argento …”
 
Il Monastero che ospitò Nobil Donne Monache illustri come Beatrice Venier, Orsola Visnago, Chiara Bugni e Maria Da Canal, possedeva una rendita annuale di 522 ducati provenienti da immobili posseduti in Venezia … si ampliò il parlatorio, e si restaurarono i muri perimetrali spendendo 2.500 ducati … Gaetano Callido costruì un nuovo organo facendosi pagare 480 ducati  … Il ricco negoziante in Calle degli Orbi nella Contrada di Santa Maria Formosa Girolamo Zanadio di fu Francesco, beneficò per testamento con 50 ducati il Monastero di Santo Sepolcro dove viveva come Monaca sua Sorella Giovanna Maria, e chiese di essere sepolto in chiesa davanti all’Altare del Santissimo … Ancora nel 1770, i musicisti Furlanetto, Galuppi e Grazioli musicarono diverse Cerimonie di Vestizione delle Nuove Suore Professe del Monastero Francescano del Santo Sepolcro.
Nel 1775 il Monastero possedeva ancora: “ … due chiusure di buona giacitura e di terreni mezzani e bassi, con vasta fabbrica e corte, estese 16.1203 campi e accatastate presso Fiesso.”  … e le cronache ricordavano come viva e attiva la tradizione dei Veneziani di recarsi il giorno di Pasqua in pellegrinaggio presso la chiesa delle Monache del Sepolcro … i Pellegrini erano però ormai spariti da un pezzo.
E giunse, infine, anche per il Convento del Santo Sepolcro la solita bufera Napoleonica distruttiva e devastante.
Infatti, nel luglio 1806, le 35 Monache Francescane rimaste vennero espulse dal loro chiostro, e concentrate prima nel Convento di Santa Chiara nell’isola di Murano, e poi sparse un po’ in quello del Corpus Domini (demolito poco dopo per edificare l’attuale Stazione Ferroviaria) e in altri luoghi incamerati tutti dal Demanio, come ad esempio il Convento di Santa Maria dei Miracoli nel Sestiere di Cannaregio.
La Badessa Maria Rosa Brighenti del Monastero di Santa Maria dei Miracoli scriveva, infatti, in agosto, che i locali angusti del suo Convento potevano ospitare solo 36 persone, o al massimo 40, ma non potevano offrire spazio sufficiente anche per le 35 Suore Francescane del Santo Sepolcro che il Governo vorrebbe fare risiedere da loro ad ogni costo … E poi c’erano anche altri problemi di stile, regola e ordine interno fra le monache, in quanto alcune non si trovavano a loro agio nel Convento.
“… si segue la medesima regola ma con più rigide accentuazioni… Sommamente ristretto è l’angolo di fabbricato in cui sono state confinate … L’isola era una plaga insalubre … maggiori erano le difficoltà di ricevere aiuti da Venezia … Le Monache chiesero allora d’essere trasferite per situazione più confortevole almeno al San Lorenzo di Venezia a Castello …”
 
Alcune Monache presentarono una Supplica al Governo raccogliendo anche firme false. Alcune rimasero, altre partirono, altre ancora ottennero di cambiare Ordine diventando Domenicane per poter traslocare più comodamente nel Monastero del Corpus Domini a Cannaregio. Una confusione insomma … uno sfacimento totale.
Nel 1808 la chiesa intera, compresa la “grotta del Sepolcro”venne demolita per farne un cortile, e il Convento venne chiuso e adattato a diventare quello che è ancora oggi, ossia la “Caserma Aristide Cornoldi” ... Infine, è del 1832 la notizia che utilizzando le pietre della chiesa e del Santo Sepolcro demoliti si fabbricò un nuovo torrione militare sul Lido di Sant’Erasmo, e in parte si posero come fondamenta di un laboratorio pirotecnico nella zona di Quintavalle presso la Contrada di San Pietro di Castello.
Fu sfasciato tutto insomma, e rimase di quell’idea e di quel posto solo l’altarolo di Tullio Lombardo (quello della foto in cima a questo post) che venne salvato dalla furia distruttiva Napoleonica facendolo finire nel 1807, non si sa bene perché e per come, in chiesa a San Martin di Castello dove sta tutt’ora … Unico pezzo rimasto di quel complesso originale e certamente curioso, di quell’angolo della Venezia Pellegrina e ospitale di quel tempo andato inesorabilmente perduto … eccetto che nel nostro comune ricordo.

 

gen 14, 2015 - Senza categoria    No Comments

“LA NUVOLA CURIOSA …”

nuvola 

Fra le tante cose che non sappiamo di noi stessi … tipo quella del 2% del nostro DNA che sappiamo cos’è e a che serve, mentre ignoriamo il motivo e soprattutto l’uso del rimanente 98% (nonostante i recenti significativi progressi); ci sono alcune cose certamente curiose, se non originali.
Ad esempio, quasi tutti noi pensiamo che sia stato il nostro fascino, la cultura, simpatia, la maniera di presentarci e porci ad averci fatto conquistare gli amici, e l’uomo o la donna della nostra vita. Niente di più gratuito e sbagliato, o almeno parziale. Sì, di certo conta il bell’aspetto, le doti e i pregi personali, come pure le belle gambe, la minigonna, i tacchi a spillo, il trucco e il portamento … Conta di certo anche l’essere macho, i muscoli, l’aspetto elegante e tutto il resto. Ma c’è di più …
Mi direte subito: “Certo, il sentimento, la cultura, la capacità d’interagire, di parlare e rapportarsi efficacemente con gli altri, c’è l’Amore … le dotazioni economiche …”
 
Tutto vero, ma c’è ancora di più.
Sembra che secondo alcuni studi in corso, ciascuno di noi emani come gran parte degli altri animali e vegetali una serie di feromoni, di “prodotti” volatili invisibili che formano come un’aurea, una nube intorno a noi. Chi ci entra dentro per vicinanza interagisce con essa, ne viene influenzato e viceversa coinvolge noi con la sua stessa “nube” personale e biochimica. La qualità di questi “prodotti” calamitanti che emaniamo dipendono da molte cose. Il nostro corpo ne emana alcuni da neonato, che sono molto diversi da quelli emanati dalla donna fertile e matura. Quando si diventa vecchi si“emana” molto meno, perché quel che si doveva fare si presume lo si abbia già fatto, e quindi il nostro corpo pensa bene di risparmiare le risorse per far funzionare il suo marchingegno usurato e ormai traballante … se non guastato dall’uso.
Che ci piaccia o no, come tutte le altre specie viventi, i nostri veri obiettivi esistenziali sono la sopravvivenza con lo scopo di riprodursi e portare avanti il progresso evolutivo dentro al breve spazio dell’esistenza concessoci dal frenetico ruotare delle lancette dei nostri giorni. Non abbiamo chiaro chiarissimo, chi sia e perché e per come ci abbia collocati qui il nostro“Orologiaio pazzo”.  Ma ci siamo, e questo è inequivocabile, e perciò ci è dato d’esistere e vivere la nostra opportunità.
Tornando agli ipotetici feromoni invisibili … Sembra trattarsi come di segnali biochimici che s’incrociano come chiave e serratura con quelli messi a disposizione dagli altri. E’ il nostro cervello che a nostra insaputa valuta e considera ciò che incontra, e determina secondo la sua utilità quale debba essere il giusto atteggiamento da adottare nei confronti di quella“nuvola” incontrata. Molte volte non accade nulla per l’evidente incompatibilità e inutilità dell’incrocio e incontro. Allora ci vien da dire che tizio o tizia non sono il nostro tipo e non sono simpatici, e che mancano di “un qualcosa” che sia adatto per noi.
Se accade come dice quello studio, in fondo a noi i conti tornano, e abbiamo considerato nella maniera giusta, ossia nel modo più utile per la nostra esistenza.
Così come se passiamo accanto a una bella donna o bell’uomo in un momento in cui non è attiva la sua “nube” può accadere che quella persona non abbia niente da dirci e sia perfettamente insignificante e senza volto.
Altre volte, invece, quando le nubi s’incrociano, accadono dei miscugli e delle miscele davvero esplosive, che a loro volta innescano dentro di noi dei processi a catena irrefrenabili … capaci di stravolgerci la vita. Chi è stato innamorato conosce bene le dinamiche a cui si è soggetti durante quel periodo“felice e speciale”. I tramonti marini di sempre presentano colori e atmosfere romantiche mai viste, il cielo è sempre blu cobalto e pieno d’arcobaleni e nuvole originali, i fiori e le farfalle sono più colorati del solito … Quelle montagne, quel laghetto e quella città che abbiamo visto mille volte, stavolta sono fascinose e contengono un “che” d’indimenticabile, unico.
“Ah quella nostra musica e canzone !”
 
Quel dipinto, quel film speciale … Quella gita, e quel viaggio in quei luoghi “del nostro amore”, posti “magici e pieni d’atmosfere straordinarie” in cui ci siamo innamorati, in cui torneremo per l’anniversario …  Eppure fino a ieri erano i soliti posti, le solite cose  qualsiasi ?
La nuvola ! La nuvola invisibile … che non sappiamo neanche di possedere … Infatti, a chi non è capitato più di qualche volta di guardare in faccia dopo un certo tempo “chi ci sta tanto a cuore” da tanto tempo, e dire:
“Ma è proprio lui/lei ? … Ma che ci ho visto quella volta di così straordinario e speciale ? … Com’è stato possibile che accadessero certe cose e sensazioni ? …” … La nuvola … La nuvola … Ma subito ci diamo dell’imbecille, e ci affrettiamo a sciorinare dentro a noi stessi duemila motivi buoni che confermino la bontà delle nostre scelte. Neanche lontanamente ammetteremmo d’essere stati abbindolati dagli effetti ipnotici della “nuvola” perdendo il controllo totale di noi stessi … E invece …
Quasi a conferma di quanto si va scoprendo, è evidente a volte, come ciascuno di noi si risvegli diverso al cospetto di se stesso e degli altri. Esiste quasi un “fluttuare” di noi stessi che accade seguendo certe regole e ritmi al di là del nostro controllo e della nostra consapevolezza. Probabilmente è proprio così … Non siamo proprio del tutto nostri, c’è una parte di noi che viaggia in automatico e a prescindere da quello che decidiamo e vogliamo.
Ci sarebbero molte indicazioni che comprovano questa affermazione … Siamo stanchi e abbiamo sonno a sera … e che facciamo noi ? Obbediamo e andiamo a dormire … Vediamo un film d’amore o d’azione che induce il nostro cervello a reagire pensando al pericolo per la nostra sopravvivenza, o alla possibilità di innamorarci di nuovo per riprodurre ulteriormente la nostra specie ? Che facciamo noi ? Piangiamo, ci commoviamo, proviamo sentimento, guardando l’immagine, o ci spaventiamo e abbiamo i brividi per il senso d’insicurezza e di pericolo ipotetico per la nostra sopravvivenza personale.
Quante volte ci accade questo in maniera non voluta e incontrollabile ? Sempre.
Sono solo esempi, che potrebbero anche essere poco scientifici e un po’banali. Quel che voglio dire è che una buona fetta di noi stessi è nostra ma non nostra del tutto. E’ come se ogni tanto viaggiassimo col pilota automatico seguendo una rotta prestabilita prima ancora della nostra nascita, e buona e valida anche per coloro che verranno dopo di noi.
E la “nuvola” è solo una delle componenti del nostro viaggiare … Qualcuno ne avrebbe aggiunte molte altre, fra cui quella nostra strana voglia insita di socializzare, far politica, essere religiosi e quindi con l’occhio attento alla brevità del vivere e alla piccolezza fragile del cosmo che ci contiene. Tutto questo ci spinge a desiderare l’Eterno, e qual è il modo per essere in qualche modo eterni ? E’ quello di prolungare noi stessi e la nostra specie … Siamo sempre e ancora lì con i discorsi … Il bisogno inconscio e irrinunciabile di riprodursi e prolungarsi. Sembra un disco messo dentro di noi, che gira e rigira ci propone sempre le medesime cose per tutta l’esistenza.
Comunque la questione della “nuvola” non è una grande trovata, un’innovazione e scoperta assoluta. Si sapeva già benissimo che questo accade in Natura per molti altri esseri viventi … Andiamo solo un attimo a curiosare sul linguaggio degli insetti, o a capire come hanno fatto le piante di un paio di chilometri più in là ad informarsi sul pericolo occorso a quelle che abbiamo di fronte ? … La nuvola, la nuvola … semplicemente.
“La nuvola che non c’è !” … direbbe qualcuno un po’ scocciato di non potersi sentire totalmente padrone di se stesso, delle proprie azioni, sentimenti e scelte. Spiace per lui, perché non è che proprio il nostro vivere sia totalmente in mano alle nostre capacità di decisione e determinazione …
Qualcun altro afferma che tutte queste sono solo forzature e supposizioni. Forse è vero, come per la storia dell’utilità dei nostri geni … ma anche no, perché in mezzo a tante supposizioni stupide nella storia, ci sono state anche tante intuizioni buone, che col tempo si sono rivelate essere veritiere. In altri secoli supponevamo che il morbo fosse portato dall’untore, che le Streghe maligne volassero concubando col Diavolo … così come qualcuno s’è bevuto l’oro e il mercurio sperando in una preziosa guarigione, oppure ha creduto che il mondo fosse piatto e liscio stando ben attento a non raggiungere il bordo estremo per non precipitare di sotto.
Fra tante cose pensate sbagliate, più di qualcuna si è rivelata poi essere estremamente vera e giusta.
Detto questo, detto niente. Perché siamo tutti orgogliosi dei quel poco che sappiamo, e quel che non capiamo del nostro funzionamento lo definiamo “ridondanza o spazzatura”piuttosto che ammettere la nostra palese ignoranza. Non è facile ammettere che viviamo da milioni di anni dentro a noi stessi, eppure non sappiamo bene come funzioni questa nostra abitazione e carrozzeria semovente.
Dobbiamo, invece, ammetterlo, nonostante i nostri Master e le nostre University famose, siamo ancora all’ABC del sapere sull’uomo e il funzionamento del suo corpo … Ad esempio usiamo da secoli, o da tempo alcuni farmaci, li dosiamo e ne conosciamo l’effetto utile così come i danni collaterali, ma non sappiamo come agiscono e in quale maniera li procurino … Oggi usiamo TAC e RNM ad alta risoluzione, col microscopio elettronico scrutiamo dentro alle pieghe dei Virus e agli anfratti dei campioni … ma ancora senza venirne a capo quanto basti, soprattutto senza saper cogliere “che cosa, quando e come”, e quanto accade “in vivo” in noi e negli altri viventi e non che ci circondano e contengono. Di quante dinamiche siamo ancora all’oscuro?
Di strada da fare ne abbiamo ancora parecchia … navigando e trascinandoci dietro la “nuvola che c’è e non c’è”

 

gen 14, 2015 - Senza categoria    No Comments

14 gennaio 2015

Henri Rousseau_Carnival Evening_1885-86

“Torna Carnevale … in realtà una costante del nostro vivere. Guardandomi distrutto allo specchio appena sveglio, non posso non chiedermi quali maschere indosserò quest’oggi per me e per gli altri ? … In questo Venezia aiuta, perché è senza volto e insieme li possiede tutti …”

Il dipinto è di Henri Rousseau: “Carnival Evening” del 1885-86

gen 13, 2015 - Senza categoria    No Comments

“E L’INFERMIERE … RATTOPPA LA GENTE …”

3p

Tempo fa, un bimbo qualsiasi e senza nome dei nostri, elencava penna in mano certe cose inseguendo una sua logica.

“L’idraulico aggiusta i tubi, come il muratore i tetti e le case … Il falegname “aggiusta” gli alberi facendoli diventare le panche e finestre che servono … Il meccanico aggiusta l’automobile e il motore della barca, il cuoco “aggiusta” i cibi appena pescati e macellati facendoli diventare frittura mista e buoni hamburger … Anche il Prete e lo “spicologo” aggiustano “le interiorità” delle persone … come il medico, il farmacista e l’infermiere “rattoppano” le persone, come il sarto e il calzolaio “fabbricano” vestiti e scarpe firmandole col loro nome per dire a tutti che sono stati proprio loro a costruirle. Anche il bigliettaio aggiusta il biglietto forandolo col buco, perché un biglietto bucato significa che l’hai pagato e che va bene …”
 
Lo scritto curioso continuerebbe ancora … ma non è mio scopo precipuo considerarlo in quanto tale. Mi ha colpito l’idea dell’Infermiere che “rattoppa le persone” … perché è da quasi trent’anni che mi occupo proprio di questo.
Lasciando perdere almeno per un poco la nera lista degli episodi di “malasanità”, le solite inadempienze verso i pazienti fragili, e i maltrattamenti dei vecchi indifesi da parte di colleghi professionisti che non lo sono, credo di poter dire che il nostro“mestiere” consista per davvero nel “rattoppare la gente”.
Quante volte abbiamo visto uscire dimessi dal nostro ospedale certi che erano arrivati in barella “mezzi spenti” o “rotti” quasi del tutto ? Con un certa tacita soddisfazione orgogliosa vediamo rientrare a domicilio “utenti” e “clienti” riabilitati e con il cuore pieno di stent, oppure caracollanti sopra il loro quadripode, o “stampellanti” sulla loro protesi del ginocchio o del femore nuova fiammante che farà suonare tutti gli allarmi degli aeroporti e delle casse dei supermercati. A questi possiamo aggiungere tutti gli arti ingessati, le ferite cucite, e tutti quelli che se ne andranno per i fatti loro con dietro il sacchettino di pillole colorate “salvavita” da ingurgitare inseguendo le lancette delle ore e i fogli senza fine del calendario.
“Niente male come bilancio !”  verrebbe da dire. Al massimo te ne uscirai dall’ospedale “rattoppato” lasciando lì dentro “al gatto” qualche pezzetto tolto … e come si dice a Venezia:“L’importante è continuare a tirare avanti la carretta … Sarà sempre meglio che uscire dall’ospedale con i piedi dritti e stesi in avanti …”
 
Tante volte in questi anni mi sono chiesto come “rattoppatore”se potremmo far meglio di così ?
Mi accorgo, ad esempio, che molto spesso il nostro assiduo monitorare, soppesare e valutare, intervenire, prelevare, indagare e diagnosticare, somministrare, certificare e prescrivere … o porta a un “nulla di fatto” perché il nostro“ospite” esita, o risulta essere solo un sofisticato appunto“rattoppare” perché il nostro “fruitore” non guarisce affatto … Non torna quasi mai ad essere “come nuovo”.
 
Ha ragione il bimbo di prima allora, perché difficilmente si riporta all’integrità originaria chi passa per le nostre “rudi grinfie” o abili mani. La nostra Sanità si limita a rattoppare, riattaccare, aggiustare, ribilanciare e stabilizzare per quanto è capace … ma niente di più. Dobbiamo prendere atto che“l’articolo” che trattiamo è di quelli difficili dalla garanzia scaduta, di cui non esistono ricambi di facile reperibilità in circolazione … E poi si tratta spesso di “modelli vecchi”, sebbene talvolta ben accessoriati e carrozzati, ma pur sempre molto spesso “fuori corso” se non del tutto “fuori moda”.
Mi si dice sempre d’essere comunque ottimista, perché oggi abbiamo a disposizione tanti strumenti e “toccasana” utili se non infallibili rispetto a un tempo. Sappiamo intervenire, prevenire (poco), diagnosticare meglio, tamponare e recuperare molto su quanto tempo fa era considerato irrisolvibile o mortale.
Vero ! Però, sapete com’è … A volte si “tira l’orecchio”, e si scopre che non è proprio tutto oro quel che luccica, così come quello che si spaccia per oro buono e puro qualche volta è imparentato troppo con l’ottone …
Oggi esiste per fortuna la Stroke Unit … Ma nonostante si parli sempre più di Telemedicina, Telestroke e consulenze online 24h secondo il modello Hub and Spok, l’unica terapia disponibile della trombolisi non si applica puntualmente e sempre entro le 4-5 ore dall’esordio dei sintomi dell’ictus … Mi sono meravigliato non poco nel venire a conoscenza che un medico ha scambiato come paralisi transitoria da freddo quello che era in realtà un accidente cerebrale vero e proprio … ed ha aspettato giorni prescrivendo: riposo, tepore e pomatina.
La diagnosi giusta e precoce è essenziale. “Il tempo è cervello salvato.” si dice, e ridurre i tempi di trasferimento e inizio trattamento guadagnando 60 minuti o differenziando l’ictus emorragico ricorrendo alla neurochirurgia … è essenziale … Noi buchiamo la gomma dell’unica ambulanza lungo la strada, e dobbiamo sollevare di peso l’automobile parcheggiata in doppia fila sulla strada stretta dove il mezzo di soccorso non riesce a transitare.
Si stanno progettando le Reti di Malattia … Studi genetici per l’individuazione precoce della malattia come: SLA, Sclerosi Multipla, Morbo di Parkinson, Demenze Primarie Frontotemporali, Morbo di Altzheimer si stanno accumulando.
Dalla Germania arriva la tecnica della Stimolazione Transcranica del Cervello, del Cervelletto e del Midollo Spinale con correnti continue a bassa intensità per rispondere a problemi dell’umore come della stessa deambulazione (?). Si applicano per alcuni minuti e senza dolore sulla testa correnti continue di bassa intensità tramite elettrodi in corrispondenza delle regioni cerebrali che si vuole trattare. Interviene personale specializzato, e gli effetti benefici sembra durino da minuti ad ore o giorni.
Sembra anche che la stessa tecnica può essere utilizzata per la depressione, nei disturbi dell’umore, nel Parkinson, nei pazienti con resistenza ai farmaci, nei pazienti con ictus e afasia, nella terapia del dolore con significativi benefici motorio cognitivi … al massimo si rischia qualche accidentale scottatura.
Può accedere chiunque in Italia a questa cosa ?
Uno dei 50 tomografi del mondo della Risonanza Magnetica ad Ultra campo o a 7tesla per la diagnosi precoce del Parkinson si utilizza a Pisa mentre in tutto il resto d’Italia gli apparecchi funzionano a 1,5tesla o al massimo a 3 tesla quelli ad Alto Campo. Queste macchine incrementano la risoluzione d’imaging anatomico fino a 100 micron con nuovi tipi di contrasto permettendo d’evidenziare alcuni aspetti anatomici laminari fino ad ora inosservati. Nel Parkinson, ad esempio, si riesce ad evidenziare precocemente la degenerazione di una parte della substantia nigra dei neuroni dopaminergici differenziandola dalla sana … Insomma si galoppa in anticipo per individuare l’insorgenza della malattia. Solo a Pisa ? Perché e fino a quando ?
Nello studio precoce dell’Altzheimer si è riscontrata tramite TC e RM una perdita di componenti neuronali che inizia nell’ippocampo per distribuirsi poi nelle regioni parietali del cervello. A causa dell’interazione di almeno 20 geni si altera il metabolismo amiloide i cui depositi nel cervello sono presenti e visibili anche 20 anni prima dell’insorgenza della malattia in fase conclamata. I pazienti affetti da Altzheimer perdono cellule dell’ippocampo fino al 2% a confronto col normale 0,5% dell’anzianità solita, perciò sarebbe utile misurarne precocemente le dimensioni. Dove andiamo a farci misurare ?
Nel caso delle demenze, invece, si riesce a studiare i lobi frontali e le regioni temporali del cervello … Nei centri di robotica si utilizza la realtà virtuale usando i Google Glass, Oculus Rift, Kinetic creando ambienti interattivi stimolanti. Chi potrà prescrivermi questa esperienza in caso di bisogno?
Rimangono inoltre le sfide di sempre … Certi tumori tremendi quando risultano visibili si sono già evoluti e attivati fino a oltre due terzi della loro azione maligna, ossia è già troppo tardi e si è praticamente condannati. L’HIV si è ormai diffuso ovunque e ci fa compagnia in tutto il globo … e la sua inattivazione è ancora un sogno non meno di quello di vincere sorprese micidiali come Ebola, Hendra, Marburg e agenti simili. Certi farmaci sperimentali non si producono perché non esiste un sufficiente ritorno economico … Meglio produrre e vendere ciò che garantisce un utilizzo certo sebbene non risolutivo.
“L’ideale è curare in vita una malattia cronica, irreversibile e progressiva … in modo di garantire un utilizzo del farmaco continuativo, incrementando le dosi, e garantendo un profitto sicuro. Pazienza per gli effetti collaterali, le allergie, la guarigione parziale … Non si può avere tutto dalla vita…”
“E il benessere del paziente ?”
“Non siamo sofistici ! … Siamo pratici ed economici … non idealisti inutili.”
 
Le cose citate e tanti accorgimenti sanitari sono prassi ormai comune altrove nel mondo. Nella nostra bella Italia siamo fermi all’incertezza normativa delle Conferenze Stato-Regione, ai problemi tariffari, alla reperibilità turnistica, alle mansioni e soprattutto ai finanziamenti … Si prospetta qualche novità per il 2020 … forse, se gli eventuali fondi non scivoleranno via altrove come le pensioni e l’assistenza sanitaria strozzata sempre più fra ticket, limitazioni, riduzioni e autocontribuzioni.
“Mi hanno prescritto un rollator per deambulare almeno in casa … Dopo infinite attese, mille pratiche e cento sportelli scorbutici, la mia Ulss me ne ha fornito uno già usato traendolo dai suoi depositi di presidi dismessi. Mi hanno precisato: “O questo o niente … Oppure se lo compri.” Giunto a casa con questo aggeggio pesantissimo e ingombrante, ho dovuto costatare che la sua misura era superiore alla larghezza della porta del mio bagno, così come di quella dell’ascensore. Non bastasse, era necessario cambiargli un freno i cui ricambi non riesco a trovare sul mercato. Beh … niente male come aiuto. Mi arrangio attaccandomi per casa intorno al tavolo, agli stipiti e alle pareti … Che debbo fare ? Con la mia pingue pensione pagherò la bolletta del gas o mi comprerò un rollator nuovo ? … Ci sto pensando …”
 
Giorni fa … un degente straniero della mia età, dimostrandomi fiducia nel rivolgermi una domanda per lui molto importante, mi ha rivelato con un certo imbarazzo e preoccupazione un suo pensiero angustiante.
“Ho lavorato fin da ragazzino in una fabbrica che produce polveri … Per molti anni ho lavorato ogni giorno e per ore dentro a una nebbia di polvere rossa senza maschera e alcuna protezione … Sai com’è, si lavora per vivere, serve poter lavorare … E da un po’ di tempo sento che quella polvere ha riempito i miei polmoni, il mio respiro. Non riesco più a respirare bene, ho sempre la tosse, e fastidio e male dentro al petto … Ho preso già tante pastiglie, ho fatto le cure che mi hanno suggerito alcuni medici ma non è cambiato nulla, anzi, man mano che passano gli anni sto sempre peggio. Conosci qualche pneumologo che riesca a risolvere la mia situazione ?
Tempo fa, ho visto un mio amico molto più intasato di me, che gli hanno messo un tubo in un polmone qui a destra, e lo hanno svuotato di tutta quella polvere, gli hanno tratto fuori di tutto da dentro quei polmoni. Mi servirebbe che qualcuno provasse a farmi altrettanto … Non si potrebbe aprire, svuotare, togliere, aspirare quella polvere maledetta che ho dentro ? Mi hanno detto che al mio amico hanno fatto quella cosa troppo tardi, che dovevano fargliela prima … Infatti, non gli è bastata a liberarlo in tempo da quella polvere … E’ morto soffocato ugualmente … Io vorrei trovare qualcuno che mi togliesse la polvere per tempo … Vorrei vivere ancora, disintasare questi polmoni, respirare come un tempo … Conosci qualche bravo aspiratore di polveri ? …”
 
Che dirgli ? Come spiegargli che forse non basta una buon medico aspirapolvere … Forse sarebbe servito cambiare il modo di lavorare, prevenire, e tutto il resto … Ma lui è troppo lontano da certi discorsi e dall’apprezzare certi concetti … Quella fabbrica lontana chissà dove è lavoro … “e lavoro serve per vivere” mi ha detto … come se immettere la polvere in quei polmoni fino a intasarli fosse un fatto inevitabile, e non ci fosse nient’altro da fare.
E’ solo un esempio, uno dei tanti, paragonabile a quando l’ambulanza arriva troppo tardi o non arriva proprio perché“incastrata” da un grosso camion parcheggiato sull’unica strada stretta. Stavolta non ci saranno persone sufficienti per spostarlo di peso a lato … La logica che soggiace ai miei discorsi è sempre la stessa … Servirebbe una “Sanità”, una cura di se e del vivere sociale diversa, di un certo tipo più“sicuro”, preventivo, disponibile e maggiormente attento al benessere reale dell’uomo … Ma sembra che l’interesse per l’uomo in quanto tale e per la sua integrità venga molto dopo a quelli che continuano ad essere i bisogni primari perseguiti, ossia il profitto, e il tornaconto di pochi.
Di recente mi ha risposto un “cappoccione” politico, uno di quelli che hanno “le mani in pasta” e gestiscono “la cosa pubblica” dal vivo.
“Non bastano i discorsi, i progetti, le nuove tecnologie e i propositi … E’ tutta una questione di costi e non solo di politica … Chi è che paga alla fine ? … I conti devono tornare e le casse languono … Non ce n’è più per nessuno … Quasi …” mi ha spiegato lucido e pacato nell’analisi.
“Forse ce n’è solo per i soliti abilitati ed eletti, abili a succhiare e manipolare? … E a chi tocca subire certi “guasti” ?”
“Beh … le tue sono le solite accuse comuni, qualunquiste e generiche lanciate al vento e forse inutili … Purtroppo chi sta male si dovrà arrangiare … Si dovrà far “rattoppare” come può dai soliti Sanitari di turno che incontrerà sul suo cammino … Il progresso bisogna pagarlo … Però non disperiamo … Bisogna essere speranzosi, positivi e propositivi ugualmente … Sì. D’accordo … Non è il massimo vivere così e fa un po’ rabbia, perché dipenderebbe molto da noi … Ma che ci vuoi fare ? L’Italia va avanti così … all’Italiana … Speriamo che prima o poi cambino e migliorino le cose …”
“Magari non fuori tempo massimo …”

 

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