set 1, 2015 - Senza categoria    No Comments

“LO STRANO STAGNO …”

stagno

“Perché continui a scrivere quando sai bene che si vende pochissimo ed è sempre più scarno il numero di quelli che si dedicano a leggere ? … Immagino le conoscerai anche tu le statistiche …”

“Si … le conosco … Ti sembrerà paradossale, ma questa è una domanda che non mi pongo … Se badassi a queste considerazioni dovrei smettere immediatamente … Io non scrivo per essere necessariamente letto e soprattutto venduto.”

“Ma i libri sono fatti per essere venduti e soprattutto letti …”

“Non è detto … Anche di recente parlando con alcuni colleghi e conoscenti, ho avuto la riprova di questo clima culturale aspro e un po’ arido in cui viviamo immersi. Uno mi ha detto:

“Se mi regalerai i tuoi libri può darsi che prima o poi mi decida a leggerne qualche pezzetto …”

Un’altra, invece, candidamente mi ha confessato:

“Ultimamente riesco a leggere soltanto poche righe sui Social di Internet … Figurarsi un libro ! … Leggere è impegnativo, costringe a rimanere sulle pagine, e alla fine annoia se non è proprio avvincente … Ma leggendo così poco non riesco neanche a capirlo se lo è …”

E un’altra ancora ha aggiunto:

“Mi piace l’idea d’immergermi dentro all’atmosfera di un racconto o di un libro … E’ come un mondo diverso che si spalanca, un posto che spesso non t’aspetti dove entrare e a volte smarrirti come dentro a una fantasiosa foresta … E’ che a volte sono troppo stanca per leggere … M’addormento col libro in mano … e continuo a riempire la libreria del mio soggiorno di libri che devo ancora aprire per la prima volta … Di recente ho aggiunto anche uno dei tuoi … mi piace l’idea che stia lì insieme agli altri … ma onestamente devo ancora iniziare a leggerlo …”

Ecco vedi ! … Deduco ancora una volta che non vale la pena scrivere necessariamente per essere letti … E’ riduttivo … Esistono quelli che leggono … la gente di cultura, gli appassionati che divorano i libri … soprattutto quelli belli … Ma si scrive anche per il gusto di scrivere … Non sempre si scrivono capolavori indimenticabili e appetitosi … Un libro a volte è come una melodia che può ridursi ad essere fischiettata da un passante anonimo in bicicletta, o eseguita da un’orchestra sopra il palcoscenico di un grande teatro deserto … Mi piace anche pensare che quel che scrivo possa essere simile a una bottiglia naufragata nel grande mare delle cose del mondo degli uomini … Può accadere che prima o poi qualcuno la raccolga curioso … così come potrà accadere che continui a galleggiare infinitamente sopra a un oceano senza orizzonti … ma intanto c’è … è qualcosa che esiste e si concretizza, un input, un messaggio che naviga e rende più ricca e poliedrica la Storia … E’ questa la mia vera soddisfazione …”

“Ti basta esserci, insomma … Certo che se qualcuno in più ti legge e apprezza per davvero … sarebbe meglio.”

“Ovvio che sarei contento … E’ stato emozionante quando qualcuno è venuto a trovarmi mentre stavo lavorando nella corsia dell’ospedale per farmi firmare una copia di uno dei miei libri … Sono bei momenti che accadono, anche se non li vado a cercare, e non vivo di certo per questo …”

“Scrivere è allora un’avventura ? … Si può dire così ?”

“Se non proprio un’avventura, è di certo una passione, un grande “gioco serio” … Un lasciare che emerga dal profondo di te stesso quel che scorre dentro … Un permettere che trabocchi quel “qualcosa da dire” che ti ritrovi a scorrere dentro senza sapere bene perché.”

“E tu lo getti fuori lanciandolo come un sasso dentro a uno stagno placido …”

“La vita di oggi non per niente assimilabile a uno stagno liscio e placido … Anzi. Credo che se vi getto dentro qualche altra pagina succederà che si scompiglieranno ancora più le miriadi di ranocchi che affollano lo stagno sociale agitandosi senza sosta inseguendo le loro cose …”

“Speriamo allora che qualche ranocchio prenda un libro, inforchi gli occhiali, e legga …”

“Speriamo che i ranocchi siano interessati anche a scrivere e leggere … oltre a tutto il resto. Da parte mia m’accontento d’osservare lo spettacolo dello stagno in subbuglio … e i cerchi concentrici che via via s’allargano sulla sua superficie se vi butto dentro qualcosa …”

 

ago 30, 2015 - Senza categoria    No Comments

“BRIXIA 2 … RETOURNE”

20150829_144929 

“La vita è un viaggio … Appunti.” – n° 29.
 
“BRIXIA 2 … RETOURNE”
 
Dopo l’ennesima sarabanda notturna e l’assedio dei Chironomidi Lagunari che “tromboneggiano” fin dentro agli orecchi, ma pungono solo raramente e delicatamente … interrompendoti in ogni caso il sonno, è iniziata un’altra mia giornata … E’ cominciata con la gatta tanto impaziente quanto impenitente, che ha preteso ancora una volta di ricevere al più presto la sua “parte” pruriquotidiana … Neanche fosse trascorso un secolo dall’ultima sua abbuffata … ma è solo una gatta, che ci vuoi fare ? Scodinzola ogni volta ruffiana e“affettuosa” (Lo sono poi per davvero i gatti ? … o sembra solo a noi che lo siano, trasponendo in loro quello che “sentiamo” noi.) … S’inventa mille rauche fusa, si struscia nella penombra quasi buia della casa intrufolandosi fra le gambe ancora incerte per i residui del sonno … che quasi mi fa “cappottare” mentre“vado tastando la luce” da accendere. Finché mi “libera” e non mi riconosce più, perché ha finalmente ottenuto l’ennesima“succulenta” ciotola da svuotare … Il suo è davvero un vivere nel “Paradiso, nell’Eden Terrestre dei Gatti” ossia: casa mia.
Intanto Venezia di fuori “dorme”, si fa per dire, perché è città mai doma né stanca, e insonne più di me.
Passa ancora un poco, e finalmente arriva l’ora, e si scende per strada … Venezia è quasi settembrina: “Settembre … è tempo d’andare … e allora andiamo !” … di nuovo, un’altra volta.
Stavolta dove ? … Si ritorna a Brescia, la Brixia romana … In giornata, toccata e fuga da Venezia.
Senza la Luna, Venezia un tempo Serenissima, all’ora dell’alba è ugualmente particolare … (e quando mai non lo è ?). L’aria è diversa, tiepida, sa di umida salsedine bagnata frammista a umori di campagna. I colori sono slavati, la luce della scena lagunare è più tenue, priva dello splendore abbacinante della calura estiva. Le ore “sono più corte”, e si preannuncia vagamente la mestizia tramontante della stagione caduca autunnale.
L’osservo passando ancora una volta, Venezia ha un volto pallido, smunto, senza trucco, traslucido e dilavato … Una vecchia ? … Macchè ! … Solo una star “a fine giornata”, stanca di primeggiare, pavoneggiarsi di sorrisi e moine sinuose mettendosi senza sosta in mostra … In un angolo un giovane prolunga di qualche giorno il suo soggiorno in Laguna dormendo sopra a una panchina all’aperto col suo bottigliozzo vuoto accanto.
“Usciamo” allora, dentro al treno sui binari che brillano, e dentro alle basse foschie d’inizio giorno che avvolgono la Laguna … Alcuni pescatori se ne stanno immersi nell’acqua fino al torso pescando con le mani nel fango melmoso del fondo. Un senso di pacatezza e vaga attesa pervade l’aria satura di normalità. Poi, mentre già corriamo traballando rumorosamente sulla pianura Veneta, finalmente un sole imbronciato e corrucciato s’affaccia sulla piana colorata che ha sostituito la Laguna.
“Col volto così rosso, il Sole sembra “fumino”, irascibile e collerico, davvero scocciato di dover intraprendere “il giro” di un’altra giornata …”
 
E scendiamo già a Brescia, l’antica Brixia Romana … Ci sono già stato più volte, quindi si tratta di un ritorno per “completare l’opera”, per vedere di più e meglio quel che ci manca.
Perché tornando, oltre al solito “già visto” e familiare, t’accorgi di volerne sapere di più, di desiderare d’entrare come nelle pieghe intime di quel posto cercandone la confidenza. E Brescia non se lo fa ripetere due volte, spalanca e mette in mostra tutte le sue qualità più avvenenti.
Qualche anno fa di Brescia sulle guide turistiche si diceva a torto pochissimo: poche “stelline”, quattro cose in tutto da vedere in fretta al massimo in mezza giornata. Non è per niente così. Oggi è tutto cambiato: i Bresciani hanno sistemato e rimesso a posto e in mostra certe loro cose preziose, che meritano d’essere viste e apprezzate per quel che sono, ossia tanto.
Mi è sempre piaciuto rivedere una città dopo aver già visto i suoi monumenti più prestigiosi, perché inizi così a scoprirne il vissuto quotidiano e il suo volto poliedrico. Certo, l’unico modo buono per scoprirlo fino in fondo sarebbe quello di poterci vivere dentro, ma non è che ci si possa trasferire ovunque … perciò mi dovrò accontentare di “assaggiare e assaporare” al meglio quel che si può.
Brescia di oggi è la ex Brixia del tempo dei Romani, ed è di certo, ed è sempre stata una bella cittadina … Questo l’ho già detto in un’altra occasione, ma lo ripeto perché la città merita considerazione, visto che “nel suo piccolo” non le manca nulla a confronto con altre città blasonate e considerate belle e famose. Non sarà una capitale, una città d’arte che calamiti turisti dal mondo intero, ma possiede diverse “chicche”interessanti e preziose che meritano un’occhiatina … possibilmente non frettolosa.
Città di stampo tipicamente “Lombardo”, indossa tutte le caratteristiche delle città Italiane prese d’assalto e occupate, più o meno pacificamente, da stranieri di ogni provenienza e tipo. S’incontrano volti e profili eterogenei, alcuni laboriosi e indaffarati, altri che, invece, “ciondolano” ai crocicchi delle strade col turbante in testa e la mano tesa per sussidiare insistentemente qualcosa, o qualche volta “tesa di più” fino a provare ad allungarsi abilmente in qualche tasca o nelle borse e portafogli che ciascuno si tiene stretti senza perderli di vista. E’ quella solita cornice diffusa, che non puoi non incontrare in quasi ogni città che ultimamente s’approcci … Con i questuanti“in servizio” sui gradini delle chiese e dei monumenti ci sono quelli che ti vengono col mazzo di fiori fin sotto al naso mentre stai tranquillamente mangiando. Ci sono poi, quelli poliglotti che ti benedicono cantilenanti “la sorte”, ma t’inseguono maledicendoti se non offri loro niente di adatto in cambio.
“I soliti importuni” sono presenti ovunque: da quelli eleganti e sorridenti che ti vogliono convertire in vista della prossima imminente Apocalisse, a quelli che “redenti definitivamente dagli stupefacenti” spergiurano che col tuo generoso contributo vivranno di certo una vita morigeratissima … (quanti ne ho incontrati e rivisti cambiati dopo anni e anni d’attesa e contributi ?) … e poi quelli che ti piazzano in mano l’ingresso scontato a un bel locale serale (almeno fosse gratuito!) … o l’invito per una mostra d’arte da visitare, a un evento sportivo, un magazzino in cui recarsi a comprare, l’accesso alla “Sagra del Subiotto”, e fino ad offrirti di portarti (via ?) lo zaino o la valigia, indicarti e accompagnarti per la “giusta direzione” (la sua), o offrirti “vari servigi” disinteressati e volontari che è sempre meglio evitare.
Ma al di là di tutto questo, che è ormai una costante, e forma ovunque una sorta di substrato e sottofondo inevitabile, abbiamo convenuto che i Bresciani nell’insieme sono persone gioviali, sornioni, gentili e disponibili, oltre che simpatici. Chissà ? Forse qualcuno potrà dire che ne abbiamo incontrati di così soltanto noi …  ma quelli che abbiamo contattato si sono dimostrati fatti per davvero in questa maniera … Un piacere l’incontrarli. E ve lo dice uno, che ieri l’hanno fatto entrare a visitare perfino dentro all’Ufficio del Sindaco di Brescia … Nell’ufficio del Sindaco ? Sì … Pensate un po’.
Non so chi sia, tantomeno quale sia il suo colore politico, ma di certo mi è piaciuto questo senso di accogliente apertura che si respira fin nei più intimi luoghi comunali di Brescia.
A Brescia, quindi, di cose curiose da vedere ce ne sono parecchie a partire proprio dalle linee della possente Loggia a volte del Vanvitelli (ed è proprio lì che abita il Sindaco), dipinta e affrescata, e con delle belle opere di Francesco Hayez sulle pareti. Sebbene non sia la Cappella Sistina, non è posto da trascurare, e in un certo senso riscatta con la sua bellezza artistica e storica quella piazza che le sta di sotto, “bella ma trista” per gli eventi sanguinosi che ha subito.
Usciti in seguito da basso in piazza, ci siamo sentiti ancora un po’ a Venezia. Piazza della Loggia “sa di Venezia” per i palazzetti con le finestre arcuate goticheggianti, lo stile inconfondibile Veneziano a facciata elaborata con loggette e terrazze, i Mori sulla campana sopra alla Torre dell’Orologio accanto ai Palazzi del Potere che fu della Serenissima.
Ieri mattina, ci siamo trovati immersi in un variopinto e vivissimo mercato che sembrava di paese. Fra banchi e banchetti, la folla vociante e popolare del sabato mattina riempiva tutta la scena, tanto da doverci districare e spingere per poter avanzare, mentre si alzavano intorno ulteriori serrande di botteghe e negozi, si risvegliavano artigiani, ristoranti e trattorie disponendosi con le sedie in piazza … e tante biciclette, passanti, carretti e automobili faticavano per trovare una qualche via di passaggio.
“Non mi serve uno scolapiatti a solo un euro … né tre bicchieri scompagnati a due … Non ho più bambini piccoli da propinargli un colorato giocattolo a “pochi schèi”(probabilmente tossico e pericoloso) … né mi servono per forza quelle tre paia di ciabatte scozzesi al prezzo di uno …”
Che fatica attraversare la Piazza … Finché siamo rimasti improvvisamente sorpresi.
C’era davanti a noi “una chicca nascosta” da gustare … una di quelle che mi piacciono particolarmente.
Proprio celato, quasi invisibile dietro e accanto alle case costruite a ridosso e perfino davanti, c’era un chiesone dalla facciata e dall’esterno quasi insignificante. Davvero poca cosa al vederlo da fuori: mura spoglie e scrostate, un campanilotto con campanelle chissà da quanti decenni immobili, un angolo tutto pisciato coperto dalla lunga fila dei raccoglitori differenziati della spazzatura … Ma entrato dentro, sono rimasto favorevolmente impressionato e incuriosito.
Come molti di voi certamente già sapranno, si tratta dell’ampio Complesso gotico-rinascimentale dell’ex Convento di San Giuseppe dei Frati Francescani Minori Osservanti. Mi è piaciuto“un sacco” scoprire dentro alla chiesa con la volta “a botte”, i venti altari allineati sulle pareti dietro alle scure cancellate, gestiti ciascuno dalle Corporazioni delle Arti Lavorative e Artigiane dei Bresciani di un tempo. Seduto per un po’ in un angoletto ascoltando le melodie melanconiche dell’organo, mi sono immaginato per secoli i popolani, i commercianti e i lavoranti di ogni specie confluire continuamente pellegrinanti e facenti assiduamente capo al loro specifico “Simulacro di categoria”, e all’effigie del loro “Efficiente Protettore” per tributargli i dovuti riti e presentare le obbligatorie suppliche per le necessità esistenziali impellenti.
Oggi la chiesa era semideserta, tutto era muto, chiuso, illucchettato, ossidato, polveroso e abbandonato …
 
“Chissà come ferveva un tempo questo luogo così vicino alla Piazza e alle attività del mercato ? … Chissà dall’alba al tramonto, quante persone venivano qui dentro … Quante speranze, ringraziamenti, feste, suppliche fiduciose e semplici, elemosine, orazioni devote, e processioni e Sacramenti davanti e attorno a quei singoli altari oggi “spenti” e abbandonati ? … Altri tempi ! … Oggi ci sono solo silenziosi fantasmi a cui nessuno presta più attenzione … o quasi.”
 
Usciti nel sole abbacinante dal chiesone che sapeva di umido e di muffa, ci siamo immediatamente “fiondati” dentro al contiguo Museo Diocesano ospitato negli ambienti e nei chiostri dell’ex Convento di San Giuseppe riacquistati dalla Diocesi dopo lungo penare dal Demanio ossia dallo Stato. In quel momento eravamo gli unici visitatori, tutto pareva aperto e messo in mostra solo per noi … Perciò ci siamo ritrovati davanti una folla di un centinaio di pale d’altare, dipinti devozionali, grandi tele celebrative sature di Santi, Vescovi e Monaci recuperati da tante chiese Bresciane desuete e chiuse. Poco più in là, assieme a diversi bei Codici Miniati, Messali, Antifonari e Graduali c’era la rara “Mariegola di Collio della Confraternita dei Santi Faustino e Giovita della Valtrompia” abilmente miniata dal Floriano Ferramola …
Mi procura sempre uno strano effetto trovarmi di fronte a “cose del genere”, perché istintivamente il mio pensiero corre all’immagine di qualche coro medioevale stipato di sobri Frati oranti e canticchianti, e la mia mente s’industria inevitabilmente a provare a neniare e solfeggiare a mia volta la “melodia gregoriana” che mi ritrovo sotto agli occhi provando a “rubarle il senso” e l’aria misteriosa a volte celestiale che rivela … Ma qualche volta si rivela triste.
Oltrepassate le numerose tele secondarie godibili, la solita argenteria e oreficeria liturgica di cui sono fornitissime tutte le grosse Diocesi, abbiamo passato curiosamente in rassegna anche una serie di rari paramenti fioriti e decorati seppur non preziosissimi di quando Frati e Preti si vestivano durante i riti anche di colore Rosa e Azzurro, oggi quasi dismessi (Il Rosa si usa nella Liturgia Cattolica solo due volte l’anno) o abbandonati del tutto (l’Azzurro-Blu … peccato, mi piacevano),privilegiando solo: l’Oro, il Verde, il Rosso, il Viola e il Bianco.
E non è tutto …  Fuoriuscendo in seguito di sotto dentro ai chiostri, si è mostrato ai nostri occhi un microcosmo di struggente bellezza che ha ospitato nei secoli intense vicende storiche. Non mi aspettavo di vedere le atmosfere pregne d’Arte, Tradizione e fattiva Religiosità di un tempo che ho sentito emanare dall’abbacinante, candido ed elegante “Primo Chiostro della Sacrestia” tutto colonne, archi e con una bella fontana. Così come quelle del “Chiostro di Mezzo o della Foresteria” e poi del “Terzo Chiostro o del Refettorio”. Una volta quello di San Giuseppe doveva essere un bel Convento: con la sua Biblioteca, la Speciaria, la Sala Capitolare, le Celle dei Frati, il Refettorio … e tutti quei cicli artistici dipinti sui muri“a cantare” la Scrittura, le gesta di San Francesco, dei Santi Francescani, e delle esplorazioni missionarie perpetrate dai Frati Francescani in giro per il mondo.
Peccato che le intemperie e l’incuria, o la mancanza di fondi e investimenti abbiano lasciato “smarrire” e quasi scomparire quell’insieme affrescato piacevole e curioso, facendolo diventare un opaca e confusa nebbiolina “marrognola” diffusa sulle volte e i muri perimetrali dei Chiostri del Convento … Non saranno state, è vero, opere del Tintoretto o di Raffaello e Michelangelo … ma di certo erano un notevole patrimonio culturale di un denso vissuto che ha interessato un’ampia parte della storia di Brescia. Quindi meriterebbero di più … (discorsi da turista).
E tocca alla Biblioteca Queriniana … Mi piace la figura di quel Querini Vescovo di Brescia, spirito illuminato, mente acuta, oltre che ricco Nobile e viaggiatore europeo per ben tre anni, ma soprattutto polemico Bibliotecario della Vaticana Pontificia. Precursore di dialoghi con i Protestanti e Filosofi esistenzialisti, materialisti laici, e sensibile ad alcune modifiche di cui necessitava fin da allora lo spirito fin troppo chiuso, quadrato, e poco duttile della Chiesa. Mi piace anche l’idea che alla fine, considerato maggiormente all’estero che in patria da Accademie e “fini” eruditi, ritrasse i suoi libri dati alla Vaticana regalandoli alla città di Brescia, secondo lui: una delle culle della “Repubblica dei Letterati”.
 
La Biblioteca è ancora oggi uno di quei posti in cui se potessi metterei volentieri la mia residenza. Uno scrigno di cultura, d’arte e letteratura creato, voluto, arricchito e poi donato da quell’uomo alla città che amava fin dai tempi della sua primissima formazione giovanile avvenuta proprio a Brescia. Il Veneziano-Bresciano è stato un altro uomo insigne della Nobile e prestigiosa famiglia dei Querini di Venezia. Quante cose ho letto e visto di quella famiglia, quante ne ha fatte e combinate“di cotte e crude” sia a Venezia che in tutto il Veneto e nel Bacino Mediterraneo e oltre.
Durante il 1400 la nave “Queriniana” ha raggiunto i ghiacci del Polo Nord … i Querini, gente arguta, potente e pomposa sono stati: Cardinali, Mercatanti, Procuratori di San Marco, Senatori e Capitani … hanno costruito ville e sontuosissimi palazzi, acquistato terre ovunque e rifornito il tutto d’arte, libri, musica, poesia … e anche di fasto e gloria. Alcuni hanno anche tramato e complottato contro la Serenissima, e sono stati banditi dai territori della Repubblica o impiccati … mentre altri ne hanno inventato e integrato “alla grande” il lustro e la prosperità della Dogale Repubblica per secoli. Sarebbe lungo raccontarne la storia … e non è questo il contesto giusto.
Visitare, quindi, le sale della Biblioteca Queriniana accompagnati da una serena Bresciana gentilissima, umile, ma viceversa competente e semplicemente appassionata, mi ha aperto gli occhi su un’altra nascosta capsula del tempo che ha attraversato i secoli portandoci altra parte del prezioso sapere degli “Uomini Illustri” di ieri. Quanto mi piacerebbe poter sostare in continuità dentro a qualcuno di quei piccoli Templi del Sapere … dove oggi s’alternano, come a Venezia, austeri e meticolosi ricercatori annosi ed esperti, e studenti sorridenti ma cacciarosi, che a volte rimango teneramente ad osservare addormentati sui libri e sui tavoli di studio.
La vita purtroppo mi chiama altrove … perciò i sogni rimarranno fumosi desideri, ma rimane la passione curiosa.
Tralasciando qualche altra “fetta” di giornata, nel primo pomeriggio dopo quattro minuti di idonea “purificazione” per non contaminare l’ambiente … siamo entrati nell’area protetta del Tempio Capitolino di Brescia. Sbalorditiva, a dir poco, la residua decorazione romana del Tempio: davvero splendida, elegante, originalissima nell’idea e nel disegno … ricorda “il meglio” della case colorate di Pompei. Così com’è stato avvincente muoversi in 3D e approfittare delle proposte multimediali offerte a chi entra dentro alla storia dell’Area Capitolina Romana di un tempo ai piedi del Colle Cidneo.
Bravi i Bresciani … Stanno provando a valorizzare bene e con attenzione quel che possiedono … anche se dopo due passi, giunti nel Teatro Romano, non abbiamo trovato un cartellino esplicativo che fosse uno, neanche a pagarlo oro. Ma sono dettagli a cui si potrà di certo supplire in futuro … Lo dimostra la presentazione “nobilissima” e avvincente della Mostra:“Roma e le Genti del Po” allestita dentro al formidabile complesso dell’ex ricchissimo Monastero di Santa Giulia … Quasi due ore a girare col tablet in mano e le cuffiette agli orecchi … e non me ne sono quasi accorto. Una bella esperienza calandosi adeguatamente “accompagnati virtualmente” da persone “competentissime” dentro a un mondo vivissimo che non c’è più, ma che a Brescia c’è stato per lunghissimo tempo … “Eccome che c’è stato !”
 
Guardato l’orologio … era già tardi.
Come non mai, abbiamo percorso a gincane e di gran carriera gran parte del rimanente immenso Museo di Santa Giulia sotto gli occhi attenti e un po’ allibiti degli onnipresenti custodi. Per fortuna che l’avevamo già visitato più volte, altrimenti sarebbe stato un vero delitto visitarlo così di fretta.
M’impressiona sempre, sapere che nel brolo dove le Monache di San Giulio andavano a zappare e piantare carciofi, insalata e pomodori, sotto “l’Ortaglia di San Giulio”, stavano nascoste nientemeno che delle “domus romane” … Così come sorprende sempre, perdendosi dentro al labirintico insieme delle sale, trovarsi improvvisamente davanti alla mistica e mitica statua della “Vittoria Alata” bronzodorata.
E poi, sarò anche romantico, ma è sempre un’emozione rivedere la “Croce gemmata di Desiderio” sotto al cielo trapuntato di stelle del soffitto suggestivo di “Santa Maria in Solario”. Ricorda il mistico occhio lungo dei Celti e della cultura di Golasecca, dove si sapeva sapientemente osservare le infinità del Cielo trasponendole nei perimetri degli edifici in terra, nei riti, e perfino nei presagi sulla vita della gente.
E che dire del “Coro delle Monache” sopra alla chiesa di“San Salvatore” ? … Fa rimanere a bocca aperta per la densità e l’abbondanza delle coloratissime decorazioni, scene e immagini, così come la chiesa di sotto, anch’essa tempestata d’affreschi, fra cui le suggestive “Storie di Sant’Obizio”dipinte dal Romanino nel 1526-27 nascoste e dipinte amabilmente a ingegnosamente sulle pareti e fin sugli angoli più interni e le finestrelle più remote … Quanto bello è il volto paffuto e le guanciotte rosse di quella Monaca-Badessa stralunata in mezzo alle altre Monache ? … ed è solo una delle migliaia d’immagini sparse ovunque … tanto da “smarrire l’occhio” e confondere la mente del povero turista di turno.
“Cavolo ! Diavolesse di Monache ! … ne avevano di gusto raffinato e sensibilità artistica, interiore e spirituale (forse)… e di soldi soprattutto per esprimerlo così grandemente.”
 
Santa Giulia con tutto il suo entourage Romano: Area Palatina, Palazzo Martinengo, Teatro, Area Archeologica delle Domus e tutto il resto è una splendida cittadella d’Arte interessantissima, capace di offrire per ore intense emozioni culturali e non. Un vero “Nutrimento per l’Animo” da non ommettere e trascurare di conoscere. Servirebbe pubblicizzarne e diffonderne sempre di più l’esistenza.
E poi ? … e poi basta.
Stavolta, visti i limiti di tempo, abbiamo tralasciato di vedere di nuovo la Rocca in cima al colle di Brescia, il Duomo Nuovo e molto altro … Ci siamo accontentati di stipare dentro a l’unica giornata di ieri anche: Santa Maria dei Miracoli, il Duomo Vecchio e San Francesco col suo chiostro “gioiellino nascosto”… Come ho già detto, Brescia straripa di cose belle da vedere, capire e gustare. Una delle estroverse e simpatiche volontarie del Touring che amabilmente e cordialmente ci hanno introdotti ieri nelle bellezze e nei misteri della chiesa di Santa Maria della Carità con la sua “volante” Santa Casa di Loreto, e le sue nascoste come a rimpiattino, e da ogni angolo sbircianti Monache di Clausura … ci ha raccontato che da bambina ha impiegato una settimana intera, ogni giorno dall’alba al tramonto, per visitare e vedere tutta Brescia e i suoi dintorni. Le credo … e ne vale la pena.
Ora basta … l’ho già “tirata” troppo per le lunghe, e metterò fine a questo “polpettone indigeribile” … tenendo solo pe me il tanto rimanente che avrei ancora da aggiungere.
Saliti di nuovo sul treno rincorrendolo sui minuti, siamo rientrati a casa, alla Laguna e a Venezia, un po’ “cotti” e odorosi di treno, sudati, vissuti e stanchi. Bramando una bella doccia, o almeno un paio di piedi dentro a dell’acqua fresca … un letto per riposare, ma senza sognare troppo (altrimenti mi ritrovo a scrivere pagine su pagine) ho sbirciato la pagine delle News dal resto del mondo e delle sorprese della giornata … Infine ho chiuso gli occhi abbandonandomi al “grande volo del sonno”soddisfatto di quel che ho fatto, visto, vissuto, assaporato, capito e incontrato in quell’ennesima “pagina dell’oggi” appena trascorsa a “zompettare” piacevolmente in giro per Brixia.
Il grande viaggio riprenderà di nuovo domani quando riaprirò gli occhi … (almeno spero di farlo, toccando ferro).
ago 20, 2015 - Senza categoria    No Comments

“UNA PERSONA … E UN SOGNO.”

Snapshot_20150820 

Qualche tempo fa ho conosciuto una persona … e poi ho fatto un sogno … La persona era un Frate Padre Domenicano. A dire il vero era un ometto anziano un po’ austero, ispido e gobbo … inquietante da vedere. Vi sto raccontando di alcuni anni fa, e mi fu detto nell’occasione che dentro a quella tonaca da Monaco si “nascondeva” l’ultimo reduce e simpatizzante della storica beffa di Buccari. Quell’uomo aveva un passato tutt’altro che mite. Sembra sia stato un Ardito, un politicante convinto attivo militarmente, e parecchio coraggioso per giunta … tanto da andarsene in giro per il mare sopra a un siluro esplosivo … i famosi “mass”.
Io mi sono trovato davanti, invece, un consumato uomo anziano dentro a una tonaca bianca e sotto un pesante mantello nero. Il modo era gentile, e dall’afflato davvero monastico … Mi pareva un vecchietto pensoso, ma ad osservarlo bene, l’unico occhietto ancora buono era vispo per davvero sopra la bocca storta verso destra …
Non ho avuto il coraggio di chiedergli niente andando a sondare il suo curioso passato … chissà quanti l’avevano già fatto. Perciò mi sono accontentato di stringergli la mano ossuta ma forte, e di salutarlo portandomi via il ricordo di quanto mi avevano detto di lui.
Sono trascorsi venticinque ? … forse trent’anni ?  … e quella figura è finita nel dimenticatoio della mia mente. Finchè una bella notte di qualche mese fa si è ripresentato a sorpresa nel mio palcoscenico onirico venendomi incontro dal fondo del suo chiesone di San Giovanni e Paolo di Venezia con la sua camminata incerta ma ancora decisa.
Colto di sorpresa da quella visita inconsueta, e con una vaga apprensione addosso, mi sono ritrovato a tu per tua con quell’immagine ambigua e un po’ sorniona di Monaco curvato verso sinistra dagli anni, con un occhiale sbilenco sul naso, e soprattutto un sorriso un po’ strano per davvero …
“Cavolo ! … e questo che vuole adesso ?” mi sono detto.
Di solito non sono solito a spaventarmi, ma quell’uomo che mi veniva incontro mi ha messo dentro un certo senso d’irrequietezza.
“Che ha ? … Le serve qualcosa ? …” ho provato a chiedergli trovandomelo fermo davanti, non senza una buona dose di titubanza nei suoi riguardi.
“No … E’ che forse è giunto il momento che tu parli anche un po’ di noi …” mi ha risposto fissandomi negli occhi, e parlandomi con una voce roca, bassa e secca, e mostrandomi quel suo sorriso storto dentro alla cornice della barba irsuta e sotto a quattro peli bianchi solitari che gli dondolavano sulla testa calva.
“Ma come posso … che cosa dovrei ?”
 
Voltandosi lentamente a destra e poi a sinistra circospetto, come a guardarsi attorno per evitare orecchi indiscreti, ha aggiunto:
“Non ti preoccupare … Vedrai che le cose ti verranno fuori da sole … Siamo d’accordo allora ?”
 
Memore dei suoi trascorsi storici che improvvisamente mi si sono presentati nitidi nella mente, non sono riuscito a opporgli nessun’altra perplessità e incertezza. Perciò gli ho risposto con un timido:
“Sì … Sì … Va bene …” mentre lui se n’era già andato voltandomi le spalle, e si allontanava ciondolando lungo la grande navata in penombra sopra le sue scarpe nere scricchiolanti, con la tonaca candida alta che dondolava sui polpacci foderati da calze bianchissime … e l’immancabile mantello nero che gli penzolava verso destra sopra la schiena gobba.
Giunto in fondo alla chiesa, prima d’infilarsi e scomparire dentro a una porticina laterale, si è fermato un’ultima volta voltandosi verso la mia parte. Pur essendo ormai lontanissimo, non ho mancato di vedere i suoi occhietti vispi scintillare, e anche quel suo sorriso sornione apparirgli sulle labbra quasi come un monito nei miei riguardi.
Rimasto solo e imbalsamato in mezzo alla chiesona deserta, ho continuato a provare a lungo quel senso di strana inquietudine e vaga incertezza. Poi destatomi finalmente dal sonno e dal sogno, mi sono detto:
“E va beh! … Cedo alle minacce … Non ho alcuna voglia di mettermi contro a “calibri” del genere” e ho iniziato così a scrivere il mio nuovo romanzo … che, fatalità, si situa proprio dentro alla chiesa e il convento di San Zanipolo a Venezia … ossia il chiesone dove ha vissuto il nostro caro Frate ex Ardito che è venuto a “salutarmi” e sollecitarmi “bonariamente” in sogno.
“Ogni promessa è debito.” si dice così … No ?
E ho ancora quel volto davanti nel ricordo della mente … Quando si dice motivazioni … e suggestione ?
ago 15, 2015 - Senza categoria    No Comments

“CIABATTANDO DI FRETTA PER VENEZIA …”

11-smoking-at-the-window

Dopo la furia travolgente della bufera estiva che ha abbattuto il grosso albero che ho visto lì da sempre … alle tre di notte torna a illuminarsi l’appartamento con la luce rossa della casa di fronte …Dal mio davanzale buio intravedo chiaramente la donna corposa di mezza età affacciata a torso nudo alla finestra a godersi il fresco notturno fumando … Chi sarà ?
Qualche anno fa anche in quell’appartamento viveva una famiglia, poi progressivamente s’è svuotato il condominio intero: anziani diventati decrepiti, drammi familiari, malattie, sfratti e traslochi, la casa troppo piccola per la famiglia allargata e i figli che crescono … e così il palazzo s’è svuotato quasi del tutto.
“Poi, improvvisamente quell’appartamentino “morto” lasciato lì per anni è stato venduto e ristrutturato in fretta fin nei minimi dettagli … E’ stato sistemato in maniera eccentrica perché non c’è solo quella luce rossa, ma s’intravedono anche pezzi d’arredamento naif e qualcosa in stile Belle Epoque … ma il nuovo inquilino è sempre rimasto anonimo e misterioso … Non si riesce mai a vederlo …”
 
Sapete com’è nei quartieri e nelle contrade di periferia dove tutti sanno e vogliono sapere tutto di tutti come dentro a un’unica grande famiglia … a Venezia poi … “E chi è … Chi sarà mai ? … Uomo o donna, singole oppure sono in due ? … e quello strano specchio poi … la luce rossa … Che usanze e abitudine avrà costui o costei ? … Che sia la sua seconda casa ? ”
 
E avanti così … fra mille pettegolezzi e inutili curiosità.
“Chiunque sia … Saranno anche affari suoi … No ?”
“Sì … per carità ! Non è per impicciarsi … Ma di giorno è sempre tutto chiuso … e solo a notte tarda, anzi fondissima, la casa si anima saltuariamente … A volte in qualche fine settimana si può notare qualche imposta aperta o socchiusa per qualche ora … Chissà chi c’è ? … che non accada qualcosa di losco …”
 
Le commedie di “Carlo Goldoni” a Venezia non si termina mai di scriverle e soprattutto viverle … Stanotte l’inquilina c’era … e come che c’era, e mi sembrava essere una silenziosa persona qualsiasi a caccia di fresco dopo lo sconquasso del temporale.
Alle quattro del mattino, invece, i lunghi lancioni turistici, rombavano nella notte dentro al canale vicino a casa per andarsi a rifornire al distributore che sta sulla riva del porto. La giornata spartita con i turisti è ancora lontana da cominciare, e sarà lunga e faticosa in giro per ogni angolo della Laguna. Molto prima dell’alba s’attiva e mette in moto la macchina immensa che anche oggi farà girare l’economia di tutto quello che significa Venezia. Dietro alle amenità paesaggistiche, le tavole imbandite, i monumenti da visitare, le gondolette romantiche e tutto il resto della vanità di Venezia accade ogni giorno e notte tutto un dietrolequinte, un maquillage quotidiano obbligatorio, una ricarica che non ha mai fine … Venezia non sta mai in sosta, non dorme mai … deve “girare”.
Alle cinque ritorna di nuovo il silenzio rotto solo dal cupo brontolio dei condizionatori e dal rimestolare di un cucchiaino lontano che sta roteando dentro alla tazzina di una precoce colazione …  la gatta transita felpata e senza sonoro sfiorandomi appena il polpaccio … messaggi e bisogni silenziosi dentro a un senso d’ovattata attesa … Un gabbianazzo ha inveito insulso contro l’ultimo spicchio della Luna d’Agosto … Osservo la tenda fuori dello stanzone diroccato oggi contorta e tutta a brandelli … Le finestre sono murate e la porta è stata sfondata dai vagabondi e dai tossici bisognosi di trovare una tana dove andare a nascondersi o inabissarsi nel loro nulla vuoto.
Qualche anno fa sotto quella tenda i ferrovieri a mezzogiorno mangiavano a torso nudo chiassando allegri seduti di fronte alla loro “gamella” col pasto ancora tiepido portato da casa. Poi pisolavano “un’oretta” o forse di più sopra le sedie sgangherate appoggiate al muro prima di riprendere di nuovo a lavorare … Il ponte di Santa Marta stamattina traballava e scricchiolava sotto ai passi del mio ciabattare frettoloso … Sembrava rimbombare come sotto alle volte di una grande cattedrale deserta … La pompa idraulica di un vicino condominio ha smesso improvvisamente di sibilare, ed è calato un silenzio oppressivo e surreale che ha riempito l’aria fresca e l’ora presta dell’alba … Due donnette chiacchieravano già dietro a un angolo a metà di una calletta: una trascinava in giro il cane, l’altra s’è affacciata alla finestra del pianoterra direttamente sulla strada …Provocavano loro l’unico leggero brusio che rieccheggiava intorno … mentre tacevano ancora le cicale sui rami, e gli uccelli già in gran da fare dentro ai loro nidi nascosti … Per la strada non c’era nessun altro … O meglio, c’erano i soliti di sempre: un grosso ratto che sembrava un gatto “seduto” in attesa sul bordo del canale, per nulla spaventato e con i dentini in mostra … Un paio di turisti smarriti che si guardavano intorno con la testa all’insù … e il solito barbone che dormiva sotto al portico dentro al sacco a pelo nuovo che di recente ha sostituito i soliti cartoni che ogni sera accatastava facendone “a casetta”.
Sotto a miei occhi Venezia si è specchiata ancora come fa spesso dentro ai suoi canali … come una vecchia insonne e rugosa che si pettina all’inizio dell’ennesima giornata. Una leggera folata di vento tiepido ha pettinato la scena … e l’acqua si è fatta tutta zigrinata d’infiniti riflessi cerulei, verdi, grigi, viola e azzurro pallido … Venezia avvilita si stava risvegliando ancora una volta tutta pisciata e cosparsa di sparse spazzature, con alcuni turisti che bivaccano sulle pieghe dei palazzi, al fresco delle rive o al riparo dei portici … La solita Venezia ignara e indifferente di fronte alle oasi galleggianti delle grandi navi da crociera affollate, impavesate e illuminate, scintillanti e sature di goduria e spensieratezza … Ignara anche e ugualmente indifferente verso le altre oasi locali limitrofe dove fin da prima dell’alba si sferraglia nell’unto polveroso a caccia del modesto e solito pane quotidiano. Anche da lì stamattina provenivano “scintille” d’altro tipo e natura  … Erano quelle delle lunghe liste d’imprecazioni e grida rabbiose che salivano verso l’alto del Cielo a scomodare tutti i Santi e le Madonne disponibili al momento.
A guardar Venezia in questi giorni di Ferragosto, è tutta una“verzura”: tutti i masegni della strade sono trapuntati da un soffice tappeto d’erba rigogliosa … le edere scavalcano i muri … altre piantine sbucano ovunque contornando e incorniciando case, palazzi, calli, chiese e tutto il resto … Un esuberanza leggiadra che infonde un senso di arcana bellezza bucolica … ma lagunare. Una bicicletta stava accostata a un muro poco lontano da dei grossi sacchi di spazzatura accatastati … … oltre la prima fila pendula di biancheria coloratissima stesa fra una casa e l’altra cigola una carrucola … Un anziano donnone spunta da una finestrella in sottoveste che stende ad asciugare dei larghi mutandoni merlati che sembrano bandiere bianche di una generalizzata resa. Nell’aria c’è un odore intenso di vissuto, stantio e sudato … Venezia ha un abito diverso per mille stagioni.
Tornando a stamattina … un grosso carretto pieno di merci veniva spinto giù per un ponte sferragliando e cadenzandolo giù per i gradini … Un uomo di mezza età ha adocchiato qualcosa sul muro, s’è scostato un ciuffo sbarazzino dagli occhi producendosi in un piccolo inchino, poi s’è segnato frettolosamente il volto disegnando in aria una triplice croce, lanciando infine un bacio rivolto al Cielo … Ho guardato incuriosito che cosa c’era nel muro, e dentro alla piega scrostata di una casa c’era nascosta una statuetta anonima di una Madonnetta sbiadita mai vista prima.
“Chissà chi e perché l’avrà collocata qui ?” ho pensato continuando la mia strada.
“Non devo fermarmi per strada a scrivere appunti in continuità … finirò col perdere l’appuntamento con l’autobus …” ho aggiunto a me stesso ricollocando nello zainetto il mio quadernetto consunto.
Ma non si possono collocare nello zaino le osservazioni, le riflessioni e i pensieri … e strada facendo ho incrociato e superato in senso contrario almeno tre donne diverse da non poter non notare.
La prima era della bellezza unica che mostrano le donne incinte col prominente pancione … Tutta accaldata e con i capelli raccolti a crocchio in testa, sembrava nuotare dentro alla calura estiva cercando sollievo sventolandosi con un giornale. Teneva l’altra mano fissa su di un fianco, come provando a contenere i piedini fastidiosi con cui probabilmente qualcuno dall’interno continuava a scalciare. Camminava goffa, come un cavaliere a cui a sua insaputa è stato sfilato da sotto il cavallo. Che fascino !
La seconda donna che ho incontrato era l’opposto. Sigaretta accesa all’angolo della bocca, cappellino calcato sulla testa alla rovescia, pantaloncini arrotolati sopra le ginocchia delle gambe tonde e maglietta arrotolata sopra le spalle. Spazzava i gradini del ponte con grande energia dentro a una nuvoletta di fumo, imprecando sommessamente non so contro di chi senza troppa convinzione … Non aveva niente di femminile e sensuale, se non fosse stato per i robusti seni che le ballonzolavano liberi sotto alla maglietta sudata al ritmo delle ramazzate che tirava sui gradini del ponte. Un quadretto … da caldo !
La terza donna, infine, era un donnone non più giovanissimo che provava a nascondere sotto a un vestitone largo e lungo le giuste proporzioni del suo corpo ormai andate perdute. Provava a distogliere l’attenzione da quei perimetri sformati sfoggiando una borsa intonata agli occhiali, alla collana e ai sandali. Aveva una bella testa “preparata e cotonata”, fresca di recente parrucchiere, tuttavia non riusciva a mascherare a sufficienza i guasti dell’età, i piedi gonfi, e quel vago senso di femminilità ormai datata e sciupata dagli anni.
Salito nel bus, l’ometto seduto dietro a me non ha smesso un attimo di sternutire … dalla secca eccezionale mattutina della Laguna emergevano affioramenti trasudanti mai visti … tracce di uomini e della vita di ieri che ogni tanto fanno capolino fra motte fangose e canne palustri, dove oggi un’infinità d’uccelli acquatici leggeri staziona con sempre maggiore assiduità al posto degli uomini … La distesa dell’acqua era uno specchio col verde delle isole e della Terraferma che l’incorniciava come in un amplesso esuberante e ridondante che abbracciava tutto pervadendolo … L’autista donna guidava disinvolta come fosse il postiglione d’una diligenza del mitico Far West durante un inseguimento … mentre fuori del finestrino un’ennesima donnetta solitaria camminava di fretta lungo il viale del tutto deserto sculettando sinuosa, cellulare acceso alla mano, mentre oleandri accaldati e coloratissimi secernevano, di certo non visti, linfe amare e velenose … Nel parco giochi deserto dei bimbi un solitario “tossicone” consunto e ottuso confabulava motteggiando avulso in se stesso fra le giostrine. Poi gesticolando ha frugato a lungo nei cestini dell’immondizia forse a caccia di quel che rimaneva di se stesso …
“Perché mi vengono in mente queste inutili metafore filosofeggianti quanto pseudopoetiche ?” mi sono detto … mentre poco distante bus semivuoti continuavano a sfrecciare forando e sparpagliando la densa calura estiva … La macchina lavastrade spazzolava e spruzzava il viale facendo ritrarre i pendolari assonnati in attesa alle fermate fino ai muri degli edifici e dei negozi … “65-70% di sconto su tutto !”recitavano i mille cartelli appesi ovunque su tutte le vetrine del grande negozio aperto da pochissimo tempo accanto al Poly …
“Cedesi, vendesi, affittasi … chiuso per cambio gestione, per restauro, per malattia, per ferie … E’ tutto chiuso insomma ! … Che sia passata per davvero questa crisi economica lunga e pesante ? … Avete appena aperto e iniziato l’attività e date già via tutto ? … Vi rimarrà pure un qualche margine di guadagno ?”
“Macchè ! Si guadagna quasi niente … Abbiamo appena iniziato, sì … ma si sopravvive … Riusciamo a vendere pochissimo … Le stiamo provando tutte per provare a realizzare qualcosa … Ma è sempre “magra” per tutti !”
Sorseggiando nell’attesa “dell’ora fatidica” il “caffècioccolato”ho ascoltato mezzo distratto un giovane collega assunto da poco … Quasi non l’ho sentito … ingannando gli ultimi momenti prima d’iniziare il turno. Eppure parlava di Felicità.
“Esistono tante forme diverse di felicità “parallele” alla mia che finalmente ho trovato un lavoro … C’è anche quella del mio collega che ha iniziato a convivere con l’amica adottando anche un cane … Quella del calciatori felici di guadagnare qualche milione di euro d’ingaggio per qualche anno … Quella dei pazienti che guariscono … La felicità però rimane anche qualcosa d’ incomprensibile, talvolta sofferto e incredibile … Fuori del nostro piccolo microcosmo, esistono tante felicità alternative che non immaginiamo, un impasto inverosimile di gioie e dolori di una varietà sconosciuta che non sapremmo neanche fantasticare … In ogni caso: è bello sentirsi felici …”
 
“Il mondo è bello perché è vario ?” ho detto non sapendo che aggiungere.
“Sì ! Ogni vita e persona ha paradigmi, logiche, soddisfazioni ed equilibri nascosti che non sospettiamo … Talvolta sono “coperti” dentro la banalità e lo spicciolo del quotidiano … le cose piccole … quelle che quasi non si vedono … Ogni persona è una sorpresa che non ti aspetti, un impasto, un amalgama d’affetti, sentimenti, idee, propositi, giudizi, desideri e abilità che soprattutto tante opinioni che non immagineresti mai … Incontri tanti e alla fine torni in te stesso a volte allibito o emozionato, altre estasiato o perplesso e deluso.”
“Tot capita tot sententiae” dicevano gli antichi: esistono tanti pareri diversi quante sono le teste del mondo … In ogni caso: Il Mondo è bello perché è vario … ti dicevo poco fa … è sempre arricchente incontrare qualcuno … Forse genera felicità anche questo …” ho aggiunto ancora un po’ nebuloso e poco convinto. Però mi son detto:
“Non sono, così sprovveduti, superficiali e vuoti questi giovanotti di oggi come dicono …” E mi è tornato alla mente quanto mi ha raccontato uno dei miei figli di recente:
“Abbiamo incontrato alle undici di sera in Campo Santa Margherita un giovane venuto a Venezia da Milano on the road seguendo una delle tante allettanti proposte che vengono fatte ai giovani studenti.
“Non ha funzionato … mi hanno un po’ imbrogliato … Mi hanno dato l’automobile ma non c’era dentro la benzina … e non soltanto … ” ci ha detto, “Ora mi ritrovo senza soldi, senza automobile, e senza un posto dove andare a poggiare la testa … C’è per caso un ostello da queste parti ? … Ho perfino il cellulare scarico, e non posso quindi neanche chiamare i miei genitori a Milano per chiedere soccorso … Voi siete di Venezia, spero ? Datemi una mano se potete … per favore … ”
“Alle undici di sera ? Non ti vorrà nessuno …” gli abbiamo risposto.
“Oggi sono stato scemo … Ho fatto un po’ da cicala tutta la giornata: sono andato in giro tutto il giorno con una Coreana sconosciuta che ho incontrato in stazione … Aveva perso il bagaglio, i documenti e tutti gli effetti personali … Mi ha chiesto un’indicazione e siamo rimasti insieme tutta la giornata vagabondando a caso per Venezia. Poco fa sono riuscito finalmente a restituirla a delle sue connazionali più fortunate … Ed ora sono qua … in evidente difficoltà.” Ha aggiunto da sprovveduto totale … un po’ da prendere “a patòni” …”
“Ci ha fatto davvero pena … perché in fondo ci sembrava un bravo ragazzo … L’abbiamo accompagnato presso un alberghetto di nostra conoscenza dove senza spennarlo gli hanno concesso una stanza per una notte a 40 euro … Poi col nostro cellulare è riuscito a chiamare i suoi a casa … E così ha rimesso un po’ le cose a posto …Valle a capire certe teste ! … ma sembrava sereno … felice lo stesso.”
“Non potevate indirizzarlo a dei Vigili ?”
“Ma quali ? … Quelli che non esistono ? … Dopo il tramonto Venezia è lasciata sola in balia di se stessa … In città scatta un’anarchia assoluta e incontrollata … Tutto è lasciato solo, e in mano al vago e generico controllo della vigilanza privata e del mucchio sempre più ampio delle telecamere e dei vari dissuasori … Ma questo non si deve dire altrimenti fioccano querele, critiche, e una fiumana di polemiche inutili … mentre tutto rimane come sempre …”
“Credo che in realtà esisterebbero le risorse ma vengono utilizzate male, anzi malissimo … Se, ad esempio, si retribuisse meno e in maniera spropositata certa dirigenza …  Alla fine tutte quelle responsabilità che vantano di sostenere risultano fittizie visto che non producono, progettano e soprattutto non fanno niente … Certi stipendi d’oro sono del tutto immeritati, sono un spreco … E’ lì che si dovrebbe andare a tagliare: certi apparati inutili, certi guadagni, intrallazzi, favori, appalti, raccomandazioni, che poi finiscono invariabilmente con l’andare a sfociare in tangenti, soprusi, e giochetti di vere e proprie estorsioni legalizzate che non sono finalizzati al bene comune ma solo al mantenimento e interesse dei “soliti” … Ricordo quella vicenda dell’asfaltatura della stradina di campagna realizzata dopo mille diatribe e lotte in sedute interminabili solo per far dispetto all’opposizione e non perché ce ne fosse realmente bisogno … Una bella stradina che porta da nessuna parte, perché a un certo punto s’interrompe diventando palude e barena fangosa in mezzo al niente … Sono queste spesso le logiche che conducono e reggono in piedi la nostra Venezia …”
 
Nel frattempo ho terminato il caffè … Ho gettato il bicchiere vuoto e sono entrato in corsia dove non mi abituerò mai a ciabattare frettolosamente accanto a certi letti che ritrovo candidi, rifatti ma vuoti … quando, invece, solo ieri erano ancora occupati e pieni … vivi.
Ciabatta … ciabatta … ciabatta … Ho ciabattato avanti e indietro per chilometri come ogni giorno … e poi ancora ciabattando di nuovo in giro per Venezia sono rientrato finalmente a casa.
Ma sarò e dovrei sentirmi felice di tutto questo ciabattare ?
ago 13, 2015 - Senza categoria    No Comments

SPERARE ANCORA ANCHE QUESTA SERA …

sperare

Credo che a volte nella vita non ci resti altro che sperare.
Mille cose accadono affollando il nostro esistere … e tanti momenti mostrano connotazioni gioiose e scintillanti come se vivessimo dentro ad un grande e festoso Lunapark … Ma man mano che si vive, però, ci capita di procedere come dentro a una foresta intricata, di scendere faticosamente lungo dirupi scoscesi dell’esistenza tanto che ti ritrovi a dire che: non tutto quel che brilla è effettivamente oro, e che non tutto ciò che si spaccia come divertimento e goduria è veramente tale.
Si resta alla fine perplessi, perché costatiamo l’estrema fragilità e labilità di tutto quel che ci contorna di bello. Ogni cosa, compreso l’Amore, i figli, i genitori, il lavoro e le passioni … tutto insomma, ha un limite e trascorre e passa come se avesse da qualche impressa una scadenza. Non esiste nulla che rimanga per sempre eccetto i diamanti della pubblicità … Tutto in realtà è destinato a evolversi, consumarsi, transitare e finire.
Che sfiga e che destino ! … che paranoia.
Tutto passa e si sussegue lasciando solo qualche pallida traccia, foto sbiadite e qualche filmino tremulo e opacato che non trovi neanche il coraggio di tornare a guadarlo per non farti prendere dalla malinconia.
Per questo non ci resta che sperare … E per Speranza non intendendo un’attesa generica e indefinita di una qualche futura stagione positiva, tanto felice quanto misteriosa. Sarebbe troppo poco, un’illusione a poco prezzo, una speranza fatalistica inutile, vuota e probabilmente solo sognata e irraggiungibile.  Io intendo la Speranza come la capacità, la scelta, la volontà quotidiana di considerare positiva e bella la vita in ogni caso e nonostante tutto.
Siamo speranzosi perché siamo vivi. Il fatto d’esserci e sentirci qua presenti e coscienti è in se la nostra Speranza, il nostro continuo miracolo. Certo sono parole, lo so, ma toccherà a noi poi crederci e arricchire questo sentimento con qualcosa d’ulteriore e accessorio che lo potrà riempire e rendere prezioso il nostro quotidiano. Sarà questa la storia, le scelte personali e la fatica d’inventarsi la vita di ciascuno.
Sperare quindi al di là di ogni misura sarà la nostra forza … Ci permetterà di sopravvivere dando un senso a noi stessi, considerando che ogni attimo che abbiamo vissuto, ogni persona che abbiamo avuto accanto, ogni sorriso dato o ricevuto, ogni carezza o sbadiglio, ogni parola o sospiro condiviso sarà come un miracolo strappato all’immenso nulla che ci circonda e contiene che senza di ciascuno di noi sarebbe destinato alla smarrimento eterno.
Sperare è quindi accettare la sfida e l’emozione impossibile di vivere.
* dedicato a un’amica.
ago 8, 2015 - Senza categoria    No Comments

“SANTA MARIA DEL PIANTO … LA MONACA DE ROSSI E IL DOGE DA MOLIN … A VENEZIA NEL 1647.”

Santa Maria del Pianto alle Zattere delle Fondamente Nove_stampa Guardi

“Una curiosità veneziana per volta” – n° 75

“SANTA MARIA DEL PIANTO … LA MONACA DE ROSSI E IL DOGE DA MOLIN … A VENEZIA NEL 1647.”
 
Esiste un posto completamente dimenticato e quasi sconosciuto di Venezia dalle sorti un po’ oscure e quasi privo di grandi eventi da raccontare. Si trova in una zona discosta del Sestiere di Castello, in fondo e in faccia alla Laguna, verso San Francesco della Vigna, sull’estrema punta finale delle Fondamente Nove.
In quel luogo sito proprio accanto all’Arsenale di Venezia fino al 1800 si ormeggiavano e poi si disfacevano e smontavano le zattere di tronchi che scendevano lungo il Piave dal Cadore per diventare legname utile per costruire le famose Galee della Serenissima.
Oggi è rimasto, invece, un posto solitario, a mio parere bellissimo e carico di mestizia perché sembra una capsula d’altri tempo rinchiusa nel tempo e preclusa a tutto quel che accade oggi a Venezia. Molti dei Veneziani non sanno neanche che esista questo luogo denominato variamente come: Santa Maria del Pianto delle Eremite Agostiniane Servite o delleMonache Cappuccine delle Fondamente Nove perché è un sito appartenente alla storia minore di Venezia, povero d’opere d’arte e architettura superba, e quindi tagliato fuori dai flussi turistici che contano.
Come sempre a Venezia, è curiosissima l’origine di questo antico complesso. Per capirci, il voto pubblico del Redentore costruito alla Giudecca era avvenuto nel 1576 … circa un secolo prima. Al “Pianto”, invece, tutto iniziò circa nel 1630 mentre la Repubblica Serenissima era già impegnata nella costruzione del famosissimo Tempio della Salute a seguito del“Voto Antipeste” che si ricorda tutt’oggi …. La chiesa del Pianto alla fine fu “la brutta copia” in scala ridotta di quel gran progetto realizzato da Baldassare Longhena in Punta alla Dogana e in faccia al Bacino di San Marco.
Erano trascorsi precisamente appena 17 anni dall’evento pomposissimo della Salute che coinvolse tutti i Veneziani di ogni ceto sociale, e il Senato della Serenissima si ritrovò a decidere di costruire un altro Santuario dedicato alla Madonna.
Un altro ? … ma perché ?
Le spiegazioni sono plurime.
Innanzitutto a Venezia non tirava aria buona di successi e vittorie, anzi, i rovesci militari stavano impressionando l’opinione pubblica supertassata e si scaldavano gli animi. Quegli erano anni di concitate alleanze Europee anti Turco, con rimorsi e ripensamenti, grandi spese e sforzi bellici e tanti“nulla di fatto” o vittorie e conquiste labili che lasciavano tutti perplessi.
In secondo luogo, Venezia e dintorni erano di nuovo diventati per la peste un grande cimitero …
Allora la pensata Pubblica e di Stato fu più o meno questa: “ Visto che l’intervento Divino e della Madonna hanno già funzionato una volta, perché non dovrebbero funzionare una seconda?  … E già che ci siamo, perché non chiedere direttamente alla Provvidenza Divina un po’ d’aiuto per ottenere finalmente qualche successo contro i Turchi, che in fondo erano i nemici dichiarati della Fede Cattolica ?”
Ne derivò un incrocio di circostanze e personaggi tipici della cultura di Venezia nel 1600.
I protagonisti della vicenda furono soprattutto una Monaca e il Doge che in un certo senso era il suo giusto opposto. Si trattò di una specie di scontro-incontro fra “Animi diversi” che alla fine portò alla costruzione dell’intero complesso di Santa Maria del Pianto.
La Monaca in questione era la Badessa Maria Benedetta De Rossi, Monaca Servita dell’austerissimo Convento di Santa Maria delle Grazie di Burano: “… donna di vivacissima vita intellettuale e spirituale, stigmatizzata, dotata di visioni divine e profezie del futuro … che riteneva utile questo metodo per placare l’ira celeste concausa delle peste per Venezia …”
Già in precedenza, durante la peste del 1629, la Monaca aveva avanzato una proposta simile al Senato, che non era stata ascoltata, ma di fronte agli incipienti avvenimenti bellici e la nuova pestilenza la Monaca rinnovò la richiesta, inviando una lettera autografa al Doge. Scrisse di aver avuto una visione celeste nella quale le erano state rivelate le cause del male che colpiva Venezia. Guerra e peste erano un castigo di Dio per la condotta peccaminosa dei Veneziani, la corruzione dei costumi pubblici e privati, e anche per l’omissione dei Suffragi per i Morti delle guerre e per le Anime del Purgatorio.
La Badessa Maria Benedetta scriveva al Doge: “… La giusta Ira di Dio è concitata verso di noi …Le Anime di tanti morti della guerra chiamano e hanno bisogno di tanto suffragio e pacificazione eterna … Sono Anime Penanti dimenticate nel Purgatorio … le Monache offriranno la loro vita in olocausto orante di compensazione, espiazione e riparazione a nome di tutti i Veneziani …”
La Monaca veggente di origine popolana e vissuta da sempre fra il popolo aveva di certo un caratterino, era intraprendente, e possedeva una fortissima personalità. Anzi, a dire di molti: “era spiritata e bizzosa” tanto che volle imporre alla Serenissima oltre la scelta del luogo su cui costruire la sua chiesa e monastero, persino il suo progetto simbolico dell’edificio facendolo costruire a modo suo. In concreto la Monaca mostrò tutta una serie di estrosi ripensamenti e indecisioni: “… Prima scegliamo questo posto qua … No ! Meglio quello di là … Quella donna è una miscela, un miscuglio esplosivo che fa diventare matti tutti i Procuratori e Senatori cambiando continuamente idea … All’inizio le bastava un conventino accanto alla nuova Basilica della Salute, poi, invece, voleva anche una chiesa esclusiva tutta per se e per le sue Monache … e fatta proprio alla sua maniera …”
Al di là delle “pretese Sante della Monaca Buranella”, c’era poco da aspettare e scherzare: la verità era sotto gli occhi di tutti. Non c’era tempo da perdere perché i Turchi nemici per antonomasia della Fede e incarnazione della punizione divina premevano alle porte della Cristianità Occidentale. Ancora nel 1683, infatti, i Turchi Ottomani assedieranno Vienna, e sarebbe mancato un niente perché potessero dilagare attraverso la piana Friulana indifesa e la Terraferma fino alle porte della città Serenissima sul bordo della Laguna. Per Venezia sarebbe stata la fine.
La Monaca incalzava scrivendo al Doge il 23 maggio 1646: “ … adesso vengo la terza volta da parte espressamente di Dio che se vorranno la liberazione della Patria bisogni ricorrere alla Beata Vergine ed un solenne voto che, concedendo la pace e liberatione della persecutione dell’ira Ottomana, costruir si debba un piccolo Monastero overo Romitorio appresso Santa Maria della Salute overo altrove … Bisogna inoltre istituire 5 Mansionerie perpetue di Messe quotidiane “Pro Defuntibus” pagate dalla Signoria Serenissima per 500 ducati annui … (In tutta Venezia se ne celebravano già più di 7.000 all’anno) … e si debba erigere una chiesa ottagonale con sette altari come i Sette Dolori, le Sette Spade che affliggono la Vergine Addolorata o Madonna del Pianto.”
Alla fine, Doge e Senato di Venezia incaricarono il Provveditore Sopra ai Monasteri Giacomo Foscarini di dialogare con la Monaca, cosa che accadde il 17 giugno. Quattro giorni dopo riferì ai Senatori: “La Monaca vole … una chiesola di soli tre altari: Maggiore, uno per la Madonna ed il terzo per le Anime del Purgatorio … col servizio liturgico delle Mansionerie quotidiane … il Monastero deve essere umile e basso, “luogo sacro e senza apparenza”, non di alta e rilevata architettura e che ella ne averia dato il modello … per accogliere dodici Vergini con la De Rossi e due converse …”
Il 21 giugno con votazione unanime si deliberò in Pregadi di realizzare il desiderio della Monaca affidando il 07 luglio l’incarico esecutivo ai Provveditori Sopra ai Monasteri.
Il 29 agosto si stava ancora discutendo con la Monaca sulla questione del luogo dove edificare il Tempio-Monastero: Prima aveva preferito sul Rio delle Burchielle vicino a San Andrea della Zirada nel Sestiere di Santa Croce (dove sorge oggi il People Mover). Ma poi ci aveva ripensato ritenendo il luogo non adatto. Allora si pensò a un area nel Sestiere di Cannaregio, e a un altro presso l’Ospedale dei Mendicanti nel Sestiere di Castello. La Monaca escluse anche quello perché troppo vicino al Teatro detto di San Giovanni e Paolo alle Fondamente Nove di Giovanni Grimani che avrebbe ostacolato la devozione con la sua presenza. Rimase un posto vicino al ponte di San Francesco della Vigna alle Fondamente Nove: un terreno appartenente alla Scuola Grande della Carità dove già un tempo sorgeva un vecchio Lazzaretto … La Monaca infine, intendeva anche preferire un nuovo conventino edificato accanto alla sorgente chiesa della Salute … Ma stavolta i Provveditori non ne vollero sapere di collocarla proprio lì.
Alla fine si optò per le Fondamente Nove in un’area prossima a quelle occupate da due potenze Religiose ed economiche veneziane: quelle dei Francescani di San Francesco della Vigna e dei Predicatori Inquisitori Domenicani di San Giovanni e Paolo che erano entrambe garanzia di ortodossia e devozione, una presenza costante in città ormai da secoli … Curioso è notare che a poca distanza in linea d’aria sorgeva anche il Convento e la chiesa delle Monache di Santa Maria della Celestia che sorgeva accanto all’Arsenale.
Per inquadrare meglio l’epoca che viveva allora Venezia, bisogna ricordare che in quel tempo a Venezia si contavano bel 31 Monasteri e Conventi fra Maschili e Femminili sparsi in città e nelle isole della Laguna Veneziana. Si calcola che durante il 1600 siano vissuti a Venezia ben 30.000 fra Preti, Frati e Monache con una media di presenze stabile di circa 2500 persone Religiose ed Ecclesiastiche su di una popolazione media Veneziana e lagunare che assommava 150.000-170.000 persone. Tuttavia, bisogna dire come ha scritto un esimio studioso che: “Il 1600 Veneziano fu un secolo senza Santi sebbene a Venezia siano sorte più di 100 Confraternite Devozionali, perché quella specie di popolazione nella popolazione era tutt’altro che tranquilla, devota e dedita sempre alle “cose celesti” … La Storia ricorda che negli stessi anni sono stati processati per diverse “turbolenze” circa 111 fra Preti, Frati e Monache di cui ben 32 dei soli Conventi e Monasteri di Santa Maria della Celestia e del Santo Sepolcro in Riva degli Schiavoni poco distanti da Piazza San Marco …”  e dal nostro Monastero di Santa Maria del Pianto.
Comunque alla fine di dicembre dello stesso 1646 si giunse a una conclusione e a scegliere definitivamente il posto. Il Senato s’era riproposto di spendere in tutto non più di 5000 ducati, mentre il Proto Francesco Contin prevedeva una spesa di 18.791 ducati ossia 8845 per la chiesa nuda senza altari e 9946 per il Monastero e tutto il resto.
La “mitica” Monaca De Rossi però morì nell’inverno seguente, il 13 gennaio 1647, prima che il suo sogno potesse venire concretizzato. Trascorsero appena dieci giorni … e si presentò un nuovo progetto al ribasso portando la somma complessiva della spesa a sole 13.890 ducati ossia 7048 per la chiesa e 6842 per il Monastero tagliando via dal progetto: sacrestie, parlatoi, corridoi inutili e sostituendo con “un semplice tetto di coppi” la costosa cupola prevista.
Era forse già scemato l’interesse per le Anime del Purgatorio ? … o forse il Senato voleva spendere i soldi pubblici più opportunamente per allestire l’ennesima bella guerra ?
Trascorse quasi un anno senza che accadesse nulla, e solo il 24 ottobre il Senato sollecitò il vicino Arsenale di consegnare i materiali previsti e i marmi pregiati per la costruzione, così che il sabato 09 novembre come da volontà della Monaca De Rossi si piantò la prima croce del nuovo Monastero e il 13 il Patriarca Morosini benedì durante una Messa Solenne e il Doge Molin pose la prima pietra con apposita medaglia commemorativa alla presenza di tutti i Senatori, i Capi dei Dieci, gli Avogadori da Comun, i Censori e un infinito popolo di Veneziani entusiasti come raccontano le cronache dell’epoca.
Servirono undici anni per costruire chiesa e Monastero, e solo nell’aprile 1658 dodici Monache Buranelle trasportate in Burchiella da Burano prima dal Vescovo di Torcello e poi davanti ai Vicari del Patriarca entrarono dentro e presero possesso del nuovo Monastero fornite di una adeguata dote annuale di sostentamento di 700 ducati forniti dal Pubblico e guidate dalla Badessa Maria Innocenza Contarini che era succeduta alla Badessa Maria Benedetta De Rossi.
Incredibilmente la consacrazione del luogo, solo come“Oratorio” e non come vera e propria chiesa, a cura del Patriarca Sagredo accadde solo nel 1687: trent’anni dopo ! … Qualcosa s’era di certo raffreddato e spento nel cuore e nella mente dei Veneziani … In definitiva il complesso monastico di Santa Maria del Pianto non suscitò nei Veneziani quell’interesse e quel successo da potersi considerare come una “Salute o Redentore 2” … “Una ciambella  non riuscita col buco” forse perché da lì non scaturì quell’effetto miracoloso sulla belligeranza che s’aspettavano e auguravano.
La chiesa della “Madonna del Pianto” non si potè considerare un Tempio e un grande Monastero, ma semmai “un tempietto e un conventino lasciati un po’ da parte”, e divenne un altro di quei luoghi tristi dove la Serenissima si leccava le ferite di guerra accogliendo orfani e feriti, mutilati, vecchi, miseri, vedove e diseredati come accadeva in tanti Ospizi sparsi per tutte le contrade della città.
Descrive “Il Pianto” una cronaca cittadina:
“Sull’Altar maggiore c’è dipinta la “Deposizione del Cristo Morto” … Ebbe intenzione l’autore Luca Giordano nel 1653 che siccome questa chiesa non è molto frequentata si vedesse questa tavola in passando sulla fondamenta; onde adoprò in essa una maniera assai forte …”
Il quadro curioso oggi è conservato nel museo dell’Accademia e mostra una Madonna non svenuta e raccolta dalle braccia delle Pie Donne come il solito, ma implorante come lo era Venezia in quei giorni di sconfitta. Infatti Canea e Retino erano già cadute dopo un decennio di guerra, Candia aveva già subito il primo attacco Turco e l’assedio continuava con innumerevoli lutti. Nel 1669 Venezia subì l’ignobile sconfitta della guerra di Candia in cui la Serenissima perse il possesso dell’intera isola mediterranea. Solo diversi anni dopo si celebrò la vittoria di Venezia che conquistò il Peloponneso.
Quando tu fu fatto e concluso, arrivò anche come ciliegina sulla torta l’11 novembre 1658 la benedizione e approvazione del Papa Alessandro VII con apposito Breve che lodava la bontà“della cosa” … meglio tardi che mai.
E veniamo al Doge, il secondo personaggio della vicenda. Qualcuno a Venezia lo definì nonostante tutto un “Dogaletto” perché per certi versi sfigurava a confronto con tante altre personalità insigni dei Dogi suoi predecessori e successori … Si trattava del gottoso Doge Francesco Da Molin del ramo “del Molin Rosso” d’ascendenza mantovana. Figlio di Marino di Domenico e Paola Barbarigo divenne dal 20 gennaio 1646 il novantanovesimo Doge della Repubblica di Venezia succedendo a Francesco Erizzo. Poco propenso allo studio, il Da Molin venne istruito dai Padri Somaschi beneficiando d’una rendita annua di 1200 ducati, ma fin da giovanissimo preferì dedicarsi alla carriera navale e militare lasciando al fratello Domenico l’impegnò dello Studio e della carriera Pubblico-Politica.
Francesco fu più volte nominato Capitano di Nave e Provveditore in numerosi porti militari, fino a diventare Patron all’Arsenale e uno degli eventuali 30 Governatori di Galee Sottili da mobilitare in caso di guerra. Inizialmente, rimase insomma semplice Capitano intento a pattugliare l’Adriatico contro i pirati Uscocchi. Nel marzo del 1609 naufragò perdendo uomini e carico nei pressi di Zara, e tornò a Venezia da dove ripartì il 6 maggio percorrendo avanti e indietro fino al 1612 le rotte fra Parenzo-Zara, Spalato-Corfù, Cherso-Chioggia e Lesina-Goro intimidendo le navi Pontificie, “coprendo militarmente” le galee di mercato, perlustrando gli scogli-covi dei pirati, e trasportando somme di denaro e carichi di “pan biscotto” per rifornire l’Armata da guerra di Venezia.
Si racconta di lui, che giunto nell’aprile del 1610 in visita di cortesia presso Carlo Conti Vescovo Cardinale di Ancona, questi cercò di coinvolgerlo in una discussione sulle “difficoltà”esistenti tra il Papa Paolo V e la Repubblica Serenissima soprattutto inerenti al rientro dei Gesuiti a Venezia e sull’opportunità di una buona educazione dei giovani Patrizi Veneziani. Si dice che Francesco Da Molin abbia obiettato: “… di profession son soldato e marinaro, né giurista né theologo … ma sono certo che Venezia sa provvedere ottimamente all’educazione della propria gioventù senza delegarla ad altri, specie a Gesuiti cacciati per l’Interdetto inferto dal Papa di Roma …”
Trascorso altro tempo, Francesco Da Molin divenne Provveditore Straordinario a Orzinuovi; fu scelto nel gruppo dei 41 elettori del nuovo Doge Bembo, e dal 2 febbraio 1616 fu Provveditore sopra il Lago di Garda con sede a Peschiera, consapevole che: “Sirmione e Malcesine erano prive d’armi, munitioni, e d’adeguato presidiamento di truppe, per cui non fornivano la benché minima garanzia di qualunque difesa dall’arcigno e bellicoso limitrofo Ducato di Milano.”
In seguito fu nominato Commissario in Golfo e a Corfù, poi: Commissario in Armata intraprendendo una “Travagliosissima carica” affiancato da Giacomo Lazzari, perché andò a scontrarsi  con tutta una serie di “disordini fraudolenti e d’infedeltà con enormi e scelerate operazioni e rapacità e ruberie di personale disonesto …”perpetrate soprattutto dal Provveditore Generale da Mar Lorenzo Venier che divenne suo acerrimo nemico sul campo, forse anche col consenso tacito della Repubblica Serenissima.
All’inizio del 1618 il Venier pretese dal Da Molin d’avallare presso il suo “ragionato” e complice Giovambattista Badoer alcuni mandati per migliaia di ducati sborsati irregolarmente con speculazioni sul cambio e con favori illeciti concessi a “particolari” attraverso ingenti pagamenti senza autorizzazioni, senza giustificative e ricevute di pagamento. Siccome il Da Molin si oppose non volendo ledere le indicazioni e le disposizioni del Senato, il Venier lo considerò un affronto intollerabile e un’insubordinazione di cui vendicarsi, per cui lo costrinse agli arresti nella sua galea che stazionava a Curzola impedendogli anche di sbarcare per curarsi. Venier fu denunciato e accusato dal Da Molin presso il Senato:
“… d’andar procurando a forza d’incomodi, di patimenti, di farlo perire miseramente … Né con l’andar dei giorni, Venier depone la propria ira continuando nello sdegno e non rallentando le persecutioni … minaccia la morte a lui e pure al Lazzari. Il Da Molin è disposto a dar la vita per la Serenissima ma a dir il vero non in questo modo che gli pesa molto: un conto è morire combattendo per Venezia, un conto soccombere per la perfidia d’un superiore nella revisione delli conti del quale sono emersi debitori di grosse sume, alcuni addirittura suoi congiunti in sangue … Gli si conceda almeno la tante volte ricercata gratia di ripatriare …”
Gli fu perciò concesso il rientro a Venezia, e il 24 agosto 1618 salpò per Umago sostituito nella carica dalla Serenissima … guarda caso, qui gatta ci cova … proprio da Bernardo Venier parente prossimo dell’accusato Provveditore Generale da Mar Lorenzo che lo voleva morto.
In seguito, il Da Molin figurò nel 1620 tra i 9 Patrizi eletti alla prestigiosa carica di Procuratori del potente Convento Domenicano di San Giovanni e Paolo. Due anni dopo, divenne Provveditor Generale in Dalmazia e Albania dove lo attesero:“oltre due anni di perpetue fatiche dovendo sempre combattere contro abusi e pessime introduttioni de’ Preti e Vescovi…”
Lì si contrappose a un decreto sulle Monache emanato dall’Arcivescovo di Spalato Sforza Ponzoni che: “ … contraveniva alla volontà pubblica, agl’atti de’ precessori e alla stessa consuetudine antica.”
Anche questa volta il Senato Veneziano lo sollevò dall’incarico inviando di nuovo al suo posto il solito Bernardo Venier.
Poco dopo, il Da Molin divenne Inquisitore del Regno di Candia e Provveditor Generale dell’Armata e delle Isole del Levante col controllo di mezzi e navi dirette e provenienti dalla base navale di Pirano e delle saline di Suda e Spinalonga, dell’amministrazione di Rettimo e Canea, della fortezza di Grabusse e di Castel Chissamo, Bicorno e Urinis.
Il Senato gli ordinò: “… d’intimare ai vascelli carichi di grani a servitio di paesi esteri di portarsi con il carico a Venezia…” e se da una parte esaudì l’Arcivescovo Latino Luca Stella che gli fece sequestrare su suggerimento della Santa Sede di Roma i “Libri Greci polemicamente Anticattolici”fatti stampare a Costantinopoli dal Patriarca Cirillo Lucaris e diffusi dall’Abate Ortodosso della Canea, dall’altra il Da Molin contrastò duramente il Domenicano Agostino da Venezia Vicario et Visitatore Apostolico che: “… senza autorità di farlo s’è messo a introdur novità pregiudicialissime …” e si dimostrò preoccupato: “… pei disegni de Gesuiti i quali con il sagace ardimento delle loro maniere solite macchinano l’erezione d’un loro Collegio nell’isola di Nixia …”
Nel 1634, tornato a Venezia venne nominato Procuratore e Cassiere di San Marco De Supra e poi Deputato alla Basilica di Santa Maria della Salute; per due volte Provveditore ai Monasteri; Inquisitore Sopra il Campadego … e poi di nuovo Provveditore Generale da Mar con autorità suprema di Capitano Generale delle operazioni con successi alterni contro il Turco … E infine divenne Doge, con la Signoria che lo ammonì a non sprecare tempo nel preparare ancora una volta la guerra contro il Turco.
Le casse dello Stato languivano … ed era tornata “quella maledetta moria della pestilenza” … Servivano aiuti da qualsiasi parte potessero giungere … Ecco perché oltre a“vendere” l’accesso al Patriziato Veneto in cambio di 100.000 ducati a persona (60.000 ducati come “regalo” ed altri 40.000 come “prestito”) si provò a chiedere aiuto anche alla“Provvidenza Celeste” approfittando dei proclami entusiasti della Monaca De Rossi che andò a bussare insistentemente alla sua porta.
Durante tutto l’arco di tempo del suo dogado il Doge Da Molinproseguì la guerra contro i Turchi, fece fortificare i dintorni di Venezia e della Dalmazia cercando di portare la guerra all’interno del territorio in possesso dei turchi e per il possesso dell’isola di Creta.
Il Doge Da Molin morì attorno alle 13 del 27 febbraio 1655 e fu sepolto nel chiostro del convento agostiniano di Santo Stefano dove la sua famiglia aveva fatto erigere un altare di legno dedicato a San Girolamo. I suoi eredi furono alcuni nipoti: Pietro Molin e Alvise Molin di Alessandro, appena liberato dal bando per aver assassinato la moglie. Al pari della Monaca De Rossi morì senza poter vedere terminata l’opera che aveva finanziato che nell’insieme risultò essere una chiesa monca di cupola e piena di nicchie spoglie accanto a un paio di chiostri semplici e funzionali privi d’esteticità artistica sontuosità e pregiata.
Le malelingue fecero notare che gran parte del “merito” della dipartita del Doge Da Molin fu l’eccesso di vino, di cui il Doge era noto bevitore tanto che, scherzosamente, la gente diceva di lui, usando il suo cognome: “L’è un Mulino non da vento, non da acqua, ma da vino!”, e si dice che a causa delle sue abbondanti libagioni si accentuasse la sua predisposizione devota a prolungate genuflessioni“pseudodevote” tanto da ritrarlo inginocchiato in un’Osella al cospetto di San Marco e Sant’Antonio: “il Santo dei miracoli impossibili” per il quale fece erigere il 29 febbraio 1652 un altare nella neonata Basilica della Salute dove accogliere da Padova una reliquia del Santo, al cui arrivo a Venezia con grandiosa processione il Doge non potè partecipare perché ancora una volta malato di“podagra”.
Tornando al complesso di Santa Maria del Pianto, dopo la sua edificazione e inaugurazione ci furono diversi interventi pubblici a favore del Monastero e della chiesa: nel 1683, 1000 ducati nel 1685, nel maggio 1691 quando il Proto Francesco Tuzzato rilasciò una perizia in cui di dichiarava che l’intero complesso aveva bisogno di un restauro per almeno 600 lire.
Il 1 giugno 1686 il Monastero del Pianto s’incendiò e le Monache cercarono di spegnere il fuoco usando inutilmente sulle fiamme le immagini sacre del “Santo Chiodo”, della“Madonna del Carmine” e del “Miracolo della Manna procurato da San Nicolò di Bari” … Valle a capire le Monache !
Anche nel 1700 le cronache avare ricordano una lunga lista di scritture di rifacimenti e restauri del “Pianto”: nel
1701 il Proto Andrea Tirali rilasciò una scrittura per il restauro del Monastero per ducati 380; e altre due nel 1712-1714 per la rifabbrica del coperto della chiesa per una spesa di ducati 350 e 250 ducati.
Nel 1726 febbraio pioveva ancora dentro alla chiesa e ci furono ben 12 sopraluoghi dei Provveditori ai Monasteri con altrettante perizie e scritture dei Proto Andrea Tirali e Rossi Domenico per un restauro di altri 500 ducati pagati ad Antonio Pastori per la copertura malandata di Santa Maria in Pianto … Anche nel 1738-40 il Proto Scalfarotto Giovanni rilasciò un’altra scrittura per nuovi restauri per la spesa di 900 ducati, e “… il Tagiapjera Piero Fadiga ripristinò l’altar maggiore e il pavimento di Santa Maria del Pianto pieno di buchi e perdente pezzi.”
In Santa Maria del Pianto entrò come Monaca anche Eleonora Aloissia Contessa di Zinzendorff nata nel 1677 a Dresda che lasciò le cose terrene per farsi monaca nel 1702 a Venezia professando i voti in Santa Maria del Pianto delle Cappuccine Servite ricevendo le “sacre lane” dal Patriarca Badoer e assumendo il nome di Suor Maria Eletta (Cletta) Antonia. Isabella Piccini, anch’essa Monaca Francescana l’ha ritratta ingioiellata, acconciata, agghindata e ben vestita poco prima di farsi Monaca proprio per evidenziare quanto fosse forte la vocazione di farsi monaca lasciando tutte quelle belle cose terrene. Già nel 1710 la Contessa di Zinzendorff divenne Badessa del Convento fino al 1714 quando fece un viaggio con l’amica Teresa Cunegonda di Polonia Elettrice di Baviera fino a Monaco dove fondò un nuovo Monastero prima di rientrare in quello di Venezia dove venne nuovamente eletta Abbadessa dal 1733 al 1742 quando morì.
Probabilmente fu lei a commissionare e ordinare i lavori di restauro della chiesa e del Monastero eseguiti nel 1734-35 a seguito delle perizie del Proto Andrea Tirali spendendo 819 ducati.
Durante l’assenza da Venezia della Zinzedorff , dal 1715,“… fu Badessa del Pianto illustre per santità, virtù e fama … Maria Angelica Confortinari” che fu una delle venti e più Badesse che si susseguirono alla guida del Monastero: 11 in novant’anni fra 1658 e 1748 quando la sera del 5 gennaio si sviluppò un altro violentissimo incendio in Calle delle Cappuccine perché un garzone entrò con la pipa accesa dentro a un magazzino di merci d’una compagnia di mercadanti appiccando inavvertitamente il fuoco. Nel grave incendio che durò fino al giorno dopo bruciando anche quattro case di proprietà della Nobile Famiglia Morosini, morì sepolto sotto alle macerie e soffocato dal fumo un servo del bottegaio Biagio Alpegher che perse anche 145 colli di cotone pregiato insieme ad altre merci con rilevantissimo danno. Tutto il complesso di Santa Maria del Pianto compresa la chiesa furono coinvolti nel grande disastro con gravi danni alle strutture e agli ambienti che vennero in seguito riattati.
Di buono c’è ancora da ricordare che le Cappuccine delle Fondamente Nove erano conosciute e ricordate ovunque in giro per la Laguna di Venezia e oltre per il loro stile di vita austero e santo, di penitenza e digiuno.
E giungiamo al solito fatidico inizio del 1800 con i Francesi e il “caro” Napoleone indiavolato che soppresse tutto e chiuse ovviamente la chiesa cacciando via le 57 Monache Cappuccine Servite che vi abitavano e operavano dentro.
Già che c’era, Napoleone: “… sequestrò dal Monasterodelle Cappuccine delle Fondamente Nove: once e 3 quarti d’argento da cui ricavò fondendole 3 verghe d’argento per suoi scopi …”
Nel 1814 il monastero fu dato in affitto e poi venduto a tale Abate Antonio de Martiis che dirigeva un Istituto privato che s’interessava d’Educazione Maschile. La chiesa fu divisa a metà da impalcature trasformando la parte superiore in teatrino e quella inferiore in fabbrica di pentole e piccole abitazioni private. Per far questo furono abbattuti 4 muri principali, smantellati, tolti e venduti gli 8 altari, distrutti e alienati a poco prezzo: soffitto, pavimento, colonne, archi, croci e opere d’arte.
Il Crocifisso che ornava uno degli altari laterali eretto a spese dei Nobili Van Axel, opera rara in legno attribuita ad Albert Durer, fu comprato da don Giuliano Catullo che a sua volta lo regalò assieme ai resti dell’Altare Maggiore al neonato Monastero delle Clarisse dell’Adorazione perpetua del Sacramento nella chiesetta del Nome di Dio sorto accanto a Sant’Andrea della Zirada vicino a Piazzale Roma(ora ridotto a Casa per Ferie Sant’Andrea).
Nel 1841 l’Abate Daniele Canal acquistò i fabbricati di chiesa e monastero col poco rimasto e riattivò il Collegio destinandolo all’educazione di povere fanciulle. Contemporaneamente acquistò dal governo austriaco 3 degli 8 altari andati dispersi … Gli riuscì inoltre d’acquistare il pavimento della demolita chiesa di San Biagio della Giudecca (dove sorge ancora oggi il Molino Stucky) e lo collocò in quella di Santa Maria del Pianto con l’intenzione di riaprirla. Vi portò dentro anche alcune reliquie e il Corpo di San Fausto Martire …. la fece riconsacrare il 21 agosto 1851 riaprendola in settembre dopo aver fatto ridipingere soffitto e ritappezzare di opere le pareti. Collocò sull’Altar Maggiore una Pala col “Buon pastore” di Marco Bernardo, e una “Vergine addolorata” di Anna Marovich assidua benefattrice dell’istituzione, un “Sacro cuore” di Lattanzio Querena che dipinse anche un “Riposo della Saca famiglia”,ed altre opere che raccontavano la storia della Monaca Maria Benedetta De Rossi e del Voto di Venezia Serenissima col Doge Da Molin.
Infine a completare l’opera di recuperò e quasi di ricostruzione della chiesa, che durò ben nove anni, vi collocò anche delle campanelle ottenute dalla fusione di alcuni cannoni di guerra utilizzati a Forte Marghera regalatigli da un Maresciallo Austriaco.
L’anno dopo, ossia nel 1852, l’Abate Canal affidò l’Istituto alle Suore Figlie del Sacro Cuore che si prestarono moltissimo per far funzionare l’Istituzione caritatevole e benefica. Una cronachetta dell’epoca ricorda le iniziative dell’intenso zelo devozionale delle Suore e dell’Abate durante il 1853 e gli anni seguenti:
“Ogni terza domenica del mese di mattina si celebra la Via Crucis … Per 7 sabati consecutivi si si prepara alla festa dell’Addolorata della quarta domenica di settembre … Ogni mercoledì si celebra una Messa con speciali preci all’altare di San Giuseppe … Nei venerdì di Quaresima si pratica l’Esposizione del Santissimo con la solenne benedizione, così come se si partecipa almeno per 5 giorni nel pomeriggio degli ultimi 10 giorni di Carnevale all’Esposizione del santissimo con benedizione si otterrà l’Indulgenza plenaria di tutti i peccati commessi … Il Venerdì Santo si celebra la Devozione dell’Addolorata con 3 discorsi, recita di preghiere e dello Stabat Mater … Il 21 Giugno si celebra la Festa San Luigi Gonzaga: al mattino Messa solenne con panegirico, inno del santo al pomeriggio e spesso prime comunioni alle ore 8 del mattino ripetute nelle 6 domeniche successive dedicate al santo. I giovinetti si presentano con un nastro bianco al braccio e con il velo candido in testa le bimbe e s’iscriveranno alla Compagnia di San Luigi impegnandosi nella Comunione frequente e nella pratica della castità e purezza principali virtu’ del Santo …”
Altri tempi … altri modi … altre condizioni e convinzioni tradizionali, popolari e sociali ricordati in una lapide ancora presente sul posto che racconta: “Questo cenobio di Monache Servite eretto per voto del Senato con la annessa chiesa infierendo la peste del 1630 per tristi vicende dal 1810 al 1841 deserto e silente , per la munifica carità di Mons Daniele Canal Patrizio Veneto divenuto casa di educazione, alle figlie del popolo nel 1925 col generoso concorso dei cittadini restaurato ed ammodernato si impreziosiva d’incomparabile gemma accogliendo i resti mortali del venerato benefattore trasportati dal civico cimitero il 18 marzo 1926: 42° anniversario di sua santa morte. Le figlie del sacro cuore riconoscenti.”
Comunque, ancora nel 1866 le Figlie del Sacro Cuore erano ancora lì presenti e attive con 21 unità in quello che era divenuto l’Educandato del Pianto … nel 1881 erano 27 … e nel 1926 “prestavano ricovero ed educazione” a circa 250 fanciulle esterne e 74 interne per la maggior parte orfane di guerra istruendole nei lavori di ricamo, cucito e confezione di scialli.
All’epoca in cui io ero bambino, nel 1962, nell’Orfanatrofio del Sacro Cuore al Canal del Pianto erano ospitate 70 orfane, e 5 Suore gestivano una Scuola Materna per 25 maschi e 20 femmine, una Scuola Elementare con 4 insegnanti per 65 femmine, una Scuola post-elementare con 20 alunne, e una Scuola Artigianale con 25 allieve.
Niente male !
Solo nel 1970 Monastero, chiesa e Istituto vennero nuovamente alienati e chiusi per il ritiro definitivo da Venezia delle Suore Figlie del Sacro Cuore diventate anziane e senza ricambi vocazionali. Da allora: accadde un altro buco e abbandono totale degli ambienti per altri trent’anni finchè fra 2001 e 2005 l’Uls e il Comune di Venezia dedicarono l’ex chiesa “… chiusa al culto e abbandonata da decenni …” all’officiatura dei funerali laici e gli ambienti dell’ex Monastero parzialmente ad uso burocratico ospedaliero.
La Curia Patriarcale si oppose osservando che la chiesa era ancora consacrata e quindi di sua pertinenza, e dichiarò di non avere alcuna intenzione di sconsacrarla per destinarla a funzioni diverse soprattutto di matura laica … Forse avrebbe cambiato idea e posizione se qualcuno inventandosi qualcosa oltre ad informarla e interpellarla le avesse offerto la possibilità di un qualche tornaconto. Ma nel frattempo, visto che non c’era nulla da guadagnarci … si preferì lasciare tutto chiuso e che andasse pure in rovina.
Ai giorni nostri l’intera area del complesso di Santa Maria del Pianto ubicata all’interno del perimetro dell’Ospedale Civile di San Giovanni e Paolo di Venezia è stata riattata e risanata del tutto a spese dell’ULS locale destinando la parte nord a sede dell’Archivio dell’Ospedale, mentre l’area di sud-est è disponibile come zona Universitaria e Laboratorio di ricerca con annessa foresteria. Gli spazi dei chiostri “dell’ex convento del Pianto” vengono proposti su Internet a Universitari e ricercatori che si recano a Venezia come:“Foresteria con 34 stanze con bagno e aria condizionata che s’affacciano su due chiostri la cui atmosfera che si respira è di un silenzio che rievoca altri tempi. Sono disponibili inoltre: aule per lo svolgimento di riunioni e conferenze, e servizi di catering interni ed esterni con: refettorio, lavanderia, spazi comuni e aree di svago …”

Almeno non si è lasciato tutto in abbandono e in rovina totale … La chiesa, viceversa, infiltrata d’acqua ed erbe e pericolante, rimane ancora oggi chiusa e sbarrata, ed è considerata tra le chiese di Venezia meno conosciute e più inaccessibili.

E domani che accadrà a quest’altro luogo storico che racchiude un altro spicchietto dell’inesauribile e fascinosa Storia di Venezia ? … Chi vivrà vedrà …
ago 8, 2015 - Senza categoria    No Comments

“IL FLUSSO INVISIBILE DI UN VENERDI’ QUALSIASI D’AGOSTO …”

poly ago 2015 

Esistono alcune persone qualsiasi, talvolta professionisti, dall’amabilità spontanea, innata, generosa … e quindi lodabile. Spesso sono anche umili e non amano affatto essere complimentate e riconosciute. Non sono orgogliosi d’essere così neanche con se stessi … Sono così e basta.
Non ce ne sono molte in giro purtroppo di persone così, ma quelle che ci sono sanno dimostrare una disponibilità sopraffina che spinge ad essere nei loro confronti non solo grati ma anche ammirati. Non fanno caso se nei loro riguardi sei assente da tempo o da anni, ma ti approcciano ogni volta cordialmente come se non ti vedessero da ieri e come se tu fossi uno dei loro amici di sempre.
E’ vero che spesso l’apparenza inganna, e che nella quotidianità assidua di chi ci vive accanto potranno apparire meno perfette e lodevoli, ma l’impressione rimane … e anche questa a volte conta, e non poco… a volte remunera e quantomeno basta. Averne di gente così ! Non saranno mai troppe …
Mi sono svegliato con questa considerazione in testa dopo un incontro capitatomi ieri … Questa mattina è iniziata una di quelle che si può definire una bella giornata estiva: aria era tiepida e ventilata, cielo nitido con una mezzaluna di Ferragosto che sembrava boccheggiare alta sulla calura afosa del primo mattino … Pur essendo già quasi le sei del mattino albeggiava appena ed si è fatto ancora buio e penombra quando si sono spente le luci pubbliche … Non c’era traccia di rondini disperate a capitombolare a becco spalancato in cielo, e proprio in quel momento le cicale hanno iniziato la loro monotona declamazione estiva … In fondo oltre le basse foschie “da caldo” si stagliava azzurra tutta la schiena curva dei monti Dolomitici … e anche la Laguna era tutta azzurra, bluastra con riflessi cobalto, smossa e arricciata dalla brezza leggera, mentre per uno strano gioco del Sole che si stava affacciando rosso arranciato, turgido sull’orizzonte come un volto timido al davanzale di una finestra, altri riflessi guizzavano ovunque giallastri e ocra innescando scenari unici da cartolina e da fiaba.
Venezia è sempre bella … e in giro giganteggiava un silenzio quieto … Solo un gabbiano incazzatissimo gridava le sue ragioni dalla cima del camino del nuovo Tribunale sulla cui porta principale sostava acciambellato un gatto indifferente, impassibile.
“Quel bastardo del padrone fa il furbo … Ci vuole far lavorare il doppio allo stesso prezzo …” mi è arrivato all’orecchio portato dal vento dalle banchine del Porto … e subito dopo mi è arrivato anche un allegato fatto di un’intera collana d’imprecazioni e improperi che non posso trascrivere … Le Piante intorno sovrastavano e avvolgevano tutto come sempre, dondolando nella brezza del primo mattino … eppure non le vediamo, non le notiamo, non ci facciamo caso.
“E’ incredibile ! … Vediamo tutto il resto che per noi conta molto, mentre i Vegetali non contano niente ed è come se non si fossero. La nostra è una visione psichica selettiva che porta a sminuire e non considerare tutto ciò che non è umano … Questa cosa la infilerò dentro al mio prossimo romanzo …”
 
Ho proseguito pensoso sui miei passi … Nel canale di sotto sciabordava l’acqua cozzando sulle rive e addosso al brontolare cupo delle barche cariche di passaggio … Ho incrociato una donna procace, grassa, sudata, vestita attillatissima e con un vistoso tatuaggio che le ricopriva un’intera spalla. Con un sorriso inquietante, quasi stampato in volto, s’è avvicinata e mi ha poi superato “senza vedermi” con tutte le cicce laterali dondolanti e trabocchevoli, e s’è allontanata ciabattando sulle sue gambe tronfie e gonfie come se fosse in trance … Anche la mezza Luna in cielo continuava ad osservare la scena allibita e incuriosita quanto me … mentre in lontananza i treni della Stazione stridevano frenando fastidiosamente … sotto al cielo attraversato da goffi colombi e da un aereo altissimo che disegnava una scia infuocata.
Oltre il ponte, sulla soglia della porta della solita chiesa chiusa da decenni dormiva l’altrettanto solito vagabondo infagottato … l’angolo del muro accanto colava umido, tutto vistosamente pisciato … Osservo l’immensa bruttura derivata dall’assemblaggio del Ponte di Calatrava col nuovo Santa Chiara Hotel e con la “cassa da morto” del nuovo capolinea del Tram a Piazzale Roma: un insieme da pugno nello stomaco … Meglio osservare altro: alcuni pescatori mattutini sostano sulla riva di un canale nei pressi del Canal Grande e mi raccontano:
“C’è il giro giusto dell’acqua … Sono appena arrivato e ne ho già presi otto …” e uno di loro mi ha mostrato un secchio sgangherato effettivamente pieno per metà di pesce guizzante.
“Ma perché ti sposti e certe mattine ci sei al solito posto, ed altre invece ti sposti altrove ?” ho chiesto curioso.
“Perché c’è un flusso … una regola che i pesci seguono nel corso del mese … come i giri della Luna. E’ come un istinto magnetico che li guida dentro alle correnti … Seguono l’acqua dove è più ricca, o forse più tiepida e nutriente … C’è poco da fare: in certi giorni del mese non abboccano in certi posti … semplicemente perché non ci sono. Se ne vanno altrove … e il pescatore esperto deve scoprire, conoscere e seguire questi flussi invisibili per riuscire a pescare … E funziona !
Guarda nel secchio ! … E sono appena le sei del mattino … Se vengo qui in questi giorni del mese, è perché sono sicuro di prendere qualcosa… Esiste una rete di canali invisibili che circonda tutta Venezia come un anello … Lì dentro accade un continuo ricambio che scorre come dentro alle vene di un grande corpo collegato al mare. Ma tra poco, dicaimo verso le otto, me ne andrò perché ci sarà il “giro dell’acqua” e i pesci se ne andranno da un’altra parte … Allora sarà inutile rimanere qui in attesa … Non abboccherà più nessuno …”
“Quante cose che non si sanno …”
 
L’aria era greve, calda, e la schiena grondava in sincronia col cofano alzato e fumante di un’automobile bloccata in mezzo alla strada … Un’altra donna, di nuovo grossa, ma stavolta elegante e con una lunga chioma che le scendeva lungo la schiena attendeva impaziente piantata su dei robusti tacchi … Ogni tanto controllava l’orologio e osservava a destra e sinistra nervosamente, poi con gesto istintivo si tirava su i pantaloni scuri dondolandoci dentro il sedere e assestandosi sul posto, sistemava la pesante borsa sulla spalla e gli occhiali da sole sul naso … e poi ricominciava, ripetendo la sequenza.
Stamattina il crocchio degli autisti in sosta sul Piazzale degli autobus era silenzioso … Uno a braccia conserte sbadigliava rumorosamente, un altro controllava il cellulare, un terzo aveva lo sguardo perso nel niente … E siamo partiti finalmente …  L’uomo seduto di fronte a me ci ha messo un attimo: si è seduto tenendosi stretto lo zainetto, e s’è appisolato immediatamente a bocca aperta ciondolando la testa col l’orecchino appeso a destra e sinistra … Ogni tanto si riscuoteva aprendo per un attimo gli occhi, si grattava la barba ispida … e poi ripartiva abbandonandosi alla sua parentesi onirica.
In fondo l’aeroporto lampeggiava oltre la Laguna che ora era perlacea e rugosa ma sempre da capitolo di fiaba … Nell’aria soffocante c’era sempre un gran senso d’incipiente attesa, come se fra poco dovesse capitare qualcosa d’importante … ma, invece, era solo un venerdì mattina qualsiasi di agosto.
La linea verde degli alberi sul bordo lagunare prova a nascondere le bruttezze della moribonda zona industriale di cui Venezia andava fiera qualche anno fa … Col bus abbiamo superato fossi e bordostrada pieni di spazzatura abbandonata fra arbusti, cespugli ed alberi … Siamo impenitenti: non brilliamo molto per le nostre civili abitudini.
Ed eravamo in fermata … ai piedi del cavalcavia della Vempa precisamente.
Come ogni mattina è salita assieme ad altre donne una bella signora apparentemente cinquantenne, ben truccata e agghindata, pettoruta e tondotta. Curiosamente sgrana sempre un rosario e prega disinvolta a mezze labbra noncurante degli altri. Un giorno l’ho sentita chiacchierare con una collega … E’ una professionista sveglia, sostenuta, decisa … Non è per niente una sprovveduta bigotta … eppure prega perfino in autobus e per strada di prima mattina … Qualche posto più avanti, anche un giovanotto smilzo con una calottina ricamata in testa era intento a leggere invece un Corano anche lui a mezze labbra, disinvolto e sereno … A volte sembra una chiesa questo autobus del mattino …
Al di là delle distese di verde, del parco, delle strade alberate ancora in penombra, degli edifici anonimi della periferia di Mestre mi stava attendendo la solita giornata lavorativa in ospedale dove “il palcoscenico” mette in scena persone pigiamate e ciabattanti, uomini e donne doloranti, avvilite, talvolta impaurite … strappate indistintamente dalla loro cattedra universitaria, dalle ferie estive con la loro famiglia, dalla monotonia domestica e casalinga o dalla neointrapresa vita da pensionato.
“Anche oggi intraprenderanno il loro cammino per salvare il salvabile e continuare la loro battaglia del vivere cercando di recuperare una qualche normalità … Qualcuno ce la farà e tornerà al suo posto di sempre … A volte è bello scoprirli e incontrarli pimpanti e sorridenti tornati al loro solito posto di lavoro … Altri viceversa finiscono intubati e assenti nella pancia di un ambulanza ansiosa di correre via … appesi ad un filo di vita e respiro … Altri ancora finiscono col perdere qualche pezzo: un braccio, una gamba … diventano emiplegici, tetraplegici, pieni di protesi e talvolta privi di consapevolezza e di testa …”
 
“Quella è forse la peggiore cosa che possa accadere: quella di non esserci più … di perdersi. Tanto affannarsi e darsi da fare, risparmiare, investire … per che cosa poi ? Alla fine che resta per se ? Forse qualcosa per i figli e i nipoti … O forse si è vissuto e basta. Perché le cose accadono in questo modo ?” mi chiedeva un paziente giorni fa.
Per raggiungere lo spogliatoio attraverso quasi ogni mattina la penombra notturna e refrigerata di uno dei reparti che non finisce mai di sorprendermi … ogni volta come se fosse la prima volta. L’aria sa di formalina, disinfettante, di pulito … La sensazione inconfessabile è quella di trovarsi in un museo umano, accanto e di fronte a un campionario vivente sparso fra barelle linde disposte lungo tutto il corridoio … Sono loro i protagonisti, l’obiettivo di tutto il nostro affannarsi quotidiano … Li intravedo e li intuisco dietro alle porte socchiuse, sotto le lenzuola strapazzate e le tv accese che tanvolta “vanno” senza che qualcuno le guardi … Il tutto è avvolto in una folla di sondini, flebo, canule, nutrizioni, maschere d’ossigeno gorgoglianti, cateteri, pompe, posture, cuscini e allarmi che strillano … A volte li osservo quei volti: sembrano clessidre girate dentro a un letto … quasi ridotte agli ultimi grani da far cadere. Oppure mi sembrano: pupe, crisalidi che attendono una novità … quasi pronte a dischiudersi.
“Non ci è dato di comprendere e ancor meno d’intuire su che cosa si apriranno … Vediamo solo un piede sull’orlo estremo di un grande baratro … di fronte e dentro a un panorama stupendo ma pieno di vuoto … Sembrano pronti a spiccare un gran salto, un tuffo nel niente … pur sapendo di non essere capaci di volare né nuotare …  Certe situazioni cliniche e umane sono assimilabili a un trampolino, una piattaforma di lancio, una fionda tesa sull’aldilà misterioso … Ogni tanto il destino o chi per lui molla la presa schioccando un colpo e lasciando partire “una freccia”, qualcuno, verso il bersaglio invisibile che per noi rimane avvolto nella nebbia e nella trasparenza dell’ignoto.”
 
Allora le persone “partono”, si svuota un letto, si spegne una luce … si smobilitano tutte le apparecchiature, si consegnano gli ultimi effetti personali: un documento, un anello, una catenina o un cellulare. Si chiude un capitolo, un fascicolo, un file, una cartella clinica … una Storia, e si cancella un nome da una lavagna. Quel qualcuno non c’è più, è diventato un fantasma, una lacrima, una foto … un vuoto, un “qualcos’altro”indefinibile che solo il tempo saprà diluire o riempire, e forse consolare.
E dopo ? … Dopo: niente. Perché nell’economia del sistema del nostro vivere non è previsto altro.
“E quindi che siamo ? Ancora niente: una foglia che cade dentro a una foresta, un sasso che rotola giù per un ghiaione di una grande montagna Himalayana, un granello di sabbia di un vasto deserto senza tracce, la caduta di una goccia di pioggia sopra la vastità di un oceano già di suo totalmente bagnato.”
 
“Basta ! Basta ! Basta !” continua a ripetere la voce grattata, secca e raspante di un vecchietto consumato che intravedo passando. Accanto a lui una badante tronfia se la dorme beata e placida nascosta sotto a una coperta leopardata.
“Basta ! Basta ! Basta !” ripete di nuovo il vecchietto … ma niente si muove sulla brandina accanto.
Osservando mi sono detto come ripetendo un mantra igienico mentale: “Vivere conta lo stesso … Non possiamo non vivere … Abbiamo altri compiti e obiettivi da perseguire finchè ci sarà dato di farlo … Non dobbiamo, non possiamo desistere … Qualunque cosa ci accada, si dovrà continuare a progettare … oltre che respirare …” e così pensando ho raggiunto la porta della chiesetta dell’ospedale diventata: “Sala comune”.
E’ curioso notare i quotidiani dei giorni trascorsi distesi davanti all’altare … Sventolano e s’arricciano mossi dal vento del mattino che filtra dalla porta socchiusa del terrazzino … E’ anacronistico quell’incrocio e sovrapposizione ideale fra“certezze antiche dell’altare di ieri” e le notizie nuove di oggi impresse sulle carte. La cronaca, la pubblicità, la politica, lo sport e tutto l’effimero dei nostri giorni raccontato dai giornali si mescola con l’odore abbrustolito del lumino di cera, dei fiori appassiti e dell’ormai raro incenso … Un’atmosfera surreale impensabile ancora qualche anno fa quando il Sacro era intoccabile ed esigeva tempi e spazi esclusivi in cui in molti, giovani e vecchi, accorrevano ad assieparsi cercando e trovando ragione, motivazioni e conforto.
“Oggi i tempi sono cambiati e i numeri dei credenti si sono ridotti … certi locali languono vuoti e disertati anche dagli stessi Religiose e Preti che un tempo li gestivano assiduamente … Sembra che anche il Divino si sia diluito, ritirato, liofilizzato e allontanato assieme all’interesse della gente per la Religione …”
 
Sensazioni … niente di più.
“Eppure in tutto questo, in Venezia, fra la gente qualsiasi, in questa chiesetta, dentro a questi letti … esiste come una trasparenza, un qualcosa d’impercettibile ma grande che danza nell’aria e induce a pensare che in tutti questi luoghi stia accadendo qualcosa d’ultraumano in ogni caso prezioso … grande e misterioso … vestito da comune quotidianità … a volte banale.”
Un invisibile e inesistente orologio-sveglia ha suonato dentro di me e nella mia testa … Il sole ormai era sorto e l’ora si era fatta giusta. Ho spalancato la porta del reparto e della solita corsia d’ospedale e ho ricominciato a perdermi e spendermi nelle concretezze spicciole e piccole di sempre della vita da Infermiere … in un venerdì qualsiasi d’agosto.
ago 2, 2015 - Senza categoria    No Comments

REPLICA A UN SINDACALISTA “VERO E SINCERO”.

Bandiere-sindacati-Cgil-Cisl-e-Uil - replica 

Rispondo pubblicamente al Sindacalista M. che si definisce:“Sindacalista vero e sincero”, e mi ha contattato privatamente per precisarmi quelle che secondo lui rimangono “le bontà”innegabili del Sindacato e della sua opera … nonostante tutto. Preferisco questa maniera di rispondere evitando il dietro le quinte, l’anonima chiacchierata che si crede salva da orecchi indiscreti … Credo sia meglio dire e scrivere alla luce del sole, condividere apertamente quanto in bene e in male si può opinare. Di una certa pseudoprivacy opportunista si può benissimo farne a meno.
In fondo lo spirito dei Social è quello di spartire le idee e le sensazioni fuoriuscendo dalla nostra stretta trincea difensiva e personale, di coagularsi in una specie di piazza virtuale per provare a scambiare opinioni e stringerci almeno virtualmente la mano se non si riesce a farlo per davvero e fisicamente nella vita vera di tutti i giorni. Ma questo è un altro discorso …
Hai probabilmente ragione nell’affermare che il Lavoratore non ha alternative, che l’unico suo strumento di difesa è il Sindacato … anche per colui che non lo vuole, lo rifiuta e non si riconosce in qualche maniera in esso.
Come dici tu: “Che piaccia o no, il Sindacato è l’unico con cui la “Controparte” dialoga … L’unico che rappresenta in qualche maniera la categoria di chi presta l’opera perché il singolo da solo non vale niente e non è mai stato, né mai sarà considerato interlocutore valido con cui raffrontarsi. Non esiste contrattualità fuori dell’area Sindacale, è questo non è opzionale, è vitale per tutti i Lavoratori … Se manca il Sindacato siete morti …”
Per cui, anche se incerottato e malridotto, il Sindacato è l’unica via da percorrere, l’unica spalla amica a cui affidarsi che in qualche maniera potrà sostenere e tutelare … bene o male … chi lavora o lavorerà, compresi quelli che possono essere considerati i frutti postumi del lavoro stesso: come la pensione, la prevenzione, l’attenzione alla sicurezza, la copertura sanitaria, la maternità e paternità e tanto altro.
“Chi potrebbe garantire tutte queste cose senza l’attenta vigilanza e attività del Sindacato ?”
 
Concordo perciò sul fatto che il Lavoratore di oggi, nonostante tutte le sue conquiste rimane più che mai indifeso e impotente, perché non possiede in se la forza sufficiente per determinare le modalità delle sue prestazioni, tantomeno quella di determinare la richiesta della sua opera, e anche in prospettiva è escluso da qualsiasi progettualità futura che determinerà la necessità del suo lavoro. E’ vero anche, come affermi, che la maggior parte dei Lavoratori è come una macchina utile finchè è utile, e che non godono di alcuna considerazione per quello che possono essere come persona.
Concordo sul fatto di considerare il Lavoro non come umano, anche se si afferma che in qualche maniera umanizzi e realizzi la persona. Salvo rare eccezioni, il Lavoro è fatto per sopravvivere, perché se l’uomo possedesse l’autonomia e l’autosufficienza non lavorerebbe affatto.
“Il Sindacato è colui che in qualche maniera rappresenta, certifica, riconosce la bontà, il valore del Lavoratore in quanto tale, a prescindere da quel che fa, non fa o non riesce più a fare.” E questo è vero almeno sulla carta e spereremmo negli intenti … e ci fosse almeno una certa credibilità di fondo.
Infine, potrà anche essere vero, come dici tu, che certe cose che si dicono in giro e che qualche persona esterna e riporta possono essere in qualche modo ingigantite e amplificate, mentre nella realtà sono accadute solo in parte o diversamente. E’ vero che alcune categorie di persone, uomini e donne indistintamente, sono avezze al pettegolezzo, a “farla grande” come nelle chiacchiere da bar.
E’ vero che è nelle corde dell’Italiano medio “far lo sborone” e vantarsi di cose forse mai fatte, dette e udite pur di star al centro dell’attenzione e aver qualcosa che calamiti e diverta la compagnia. A volte parlare e sparlare è un “gioco” divertente … forse come “i giochi” dei Sindacati.
Tuttavia … La mia povera mamma mi diceva sempre ridendo saggiamente: che quando ci sono tante galline che starnazzano e cantano, se non tutte, almeno qualcuna avrà fatto di certo l’uovo … Credo perciò che esista una “verità vera” in quel che si raccontavano i nostri autisti mattutini Veneziani …  e non credo sia poi una verità tanto da purificare, ridurre e sfrondare da arricchimenti e barocchi orpelli “da bar”.
Capisco che possa essere triste ammetterlo … ma non è che il Sindacato abbia vissuto e viva una stagione felice e si possa adergere a modello d’irreprensibilità e purezza d’intenti.
Dai … Siamo seri ! Il Sindacato non ha per niente brillato grandemente di luce propria durante questa grave crisi che stiamo ancora vivendo … e che, nonostante tante aleatorie promesse, chissà fino a quando continuerà a protrarsi. Non mi pare che nei vari contesti abbia dato prova di grande efficienza e capacità di “salvare” le situazioni e le persone … Tanto meno mi pare di poter dire che il Sindacato si sia dimostrato capace di trasparenza e pulizia d’intenti e obiettività d’analisi delle situazioni … Le iniziative poi …
Non l’ho ricordato a posta nel mio post precedente, ma nel mio piccolo ho percorso anch’io un po’ della trafila sindacale dall’interno. Sono stato anch’io non solo iscritto, ma anche Rappresentante Sindacale per un certo periodo … prima di restituire deluso la tessera, perché ho visto e toccato con mano e dall’interno i modi, l’ambiguità e la pochezza d’intenti dell’organizzazione e delle persone che la componevano. Non credo il Sindacato sia cambiato in questi ultimi anni … Anzi, mi sembra più malato e miope. Anche di recente ho dovuto notare come, nonostante la gravità dell’ora, il Sindacato non ha perso il vizietto di cavalcare l’onda per farsi nuovi adepti e tesserati sfruttando la labilità e l’emotività delle persone in difficoltà … promettendo spesso solo fumo.
Li ho visti e sentiti consigliare la “bontà dell’adesione” e chiedere a viva voce l’impegno del tesseramento come possibilità “sine qua non” sperare in un qualche aiuto o qualcosa. Ma che cosa andate promettendo ?
Comunque hai ragione quando affermi che il Sindacato rimane l’unico salvagente e l’unica voce per i Lavoratori che rischiano di perdere tutto … Ma ho visto più che spesso che finiscono per perdere tutto per davvero in maniera irreversibile in ogni caso … Al massimo si dilaziona un poco il momento. Nella valanga a pioggia dei licenziamenti degli ultimi anni quali e quanti posti di lavoro i Sindacati hanno saputo per davvero salvare o inventare ? Pochi … pochissimi … per non dire nessuno. Quel che è curioso è che talvolta le opportunità di“salvezza” non sono venute dal Sindacato ma da altri, talvolta dai Padroni stessi … è veritiero e doveroso dirlo e ammetterlo.
E allora ?
La maggior parte dei neoassunti, dei giovani, degli stranieri sono poco disponibili e propensi a interessarsi e seguire le direttive del Sindacato … Oggi è più di moda procurarsi una buona assicurazioni che ti garantisca qualche possibilità di riferimento, ricupero e rivalsa a prescindere da quella che è la fumosa via Sindacale che c’è e soprattutto non c’è … Per caso hai visto Sindacalisti ultimamente girare per i posti di Lavoro ? Interessarsi intelligentemente delle realtà lavorative e del“cuore” delle problematiche, contattare i Lavoratori, cercarli, solidarizzare con loro ? Credo che il loro metodo attuale sia l’assenza tacita … il vago tirar gli orecchi da lontano a percepire qualche eco incerta che trapeli dall’interno di un mondo a cui appartengono poco … o quasi niente.
Qualche giorno fa, alcune lavoratrici di una categoria diversa dalla mia mi hanno detto: “Questo sarà l’ultimo sciopero che farò … Guarda bene però, che io sono una di quelle che li ha fatti tutti per molti anni … Scelgo così perché questo è diventato uno strumento obsoleto e inutile che reca danno solo a chi non c’entra e alle categorie più deboli che vengono ulteriormente private dei servizi a cui hanno diritto. Perfino il Padrone sarà contento se faremo sciopero, perché non gli procurerà né caldo né freddo, garantendogli in ogni caso l’efficacia del servizio, finiremo per rinunciare all’indennità di una giornata di lavoro … Soldi risparmiati, quindi … mentre tutto continua come sempre, quasi senza inghippi e soprattutto senza cambiamenti veri. A fine mese … solo la mia busta paga è più piccola e non ci saranno altre novità … I nostri stipendi sono mummificati da un decennio se non di più … mentre è aumentata in modo esponenziale la nostra precarietà, si sono ridotte le prospettive di uscita, ed è aumentato il peso della produttività che ci viene richiesta … E c’è di più … In tutto questo caos … esiste anche il pericolo, e neanche tanto velato, che qualcuno ti tiri un calcione e ti butti fuori della porta se osi tanto alzare la cresta … Si sogna solo la pensione … E dov’è il Sindacato in tutto questo ?”
 
“Sai dov’è ? …Dietro a casa mia di recente un lavoratore finalmente approdato alla pensione dopo lunghi patimenti … ha preso lo striscione del Sindacato che ha portato per anni orgogliosamente e ne ha fatto la copertura della cuccia del suo cane … Significherà qualcosa ?”
 
Come dar loro torto ? … A te la replica … se ne avrai ancora qualcuna.
Anche se ho inteso bene fra le righe dei tuoi discorsi la natura della tua proposta: “Far buonviso a cattiva sorte … e zitti e pedalare … che del doman non c’è certezza …”
 
Potrai anche essere un Sindacalista Santo e onesto, integerrimo, come dici d’essere … e questo andrà di certo a tuo merito … ma credo che oggettivamente il Sindacato abbia un grosso debito aperto con gli Italiani, non inferiore a quello della Politica di cui credo sia diretto surrogato ed emanazione contradditoria e infelice.
Cordialmente … da Lavoratore a Lavoratore Sindacalista … che non credo siano la stessa cosa.
ago 1, 2015 - Senza categoria    No Comments

“CONFESSIONI DI UN SINDACALISTA FINITO.”

Bandiere-sindacati-Cgil-Cisl-e-Uil

Abbandonata e nascosta in strada in un nascondiglio strategico vicino a casa, stamattina c’era una stampella “finta di mestiere” appartenente ad uno dei tanti “questuanti pietosi” che imperversano quotidianamente in giro per Venezia, mentre il solito emiplegico del quartiere se ne camminava in giro traballante e falciando l’aria del primo mattino con la gamba “addormentata” e il braccino piegato adeso al petto senza servirsi di ausili secondo lui: ingombranti e faticosi.

Al di là della strada, i ferrovieri a torso nudo lavoravano di notte e nelle prime luci dell’alba sulle rotaie disfatte prima che binari diventassero di nuovo bollenti sotto al sole estivo di questi giorni impossibili canicolari e afosi … Il verde intorno era un’immensa cicaleria dove gli insetti cantavano a squarciagola la loro solenne quanto effimera stagione. Nella mia fantasia di fanciulletto li ho sempre immaginati come un’immensa, sparsa, efficiente, febbrile e aperta falegnameria estiva dove si taglia e assembla un’ingente quantità di microscopici quanto invisibili mobili e oggetti misteriosi.

Ho compiuto pochi passi uscendo da casa, e ho incontro subito un sedici-diciasettenne che se ne stava disteso immobile per terra. Dal “profumo” sembrava vistosamente “cotto e fatto”, ma era troppo fermo da sembrare morto o qualcosa del genere. L’ho picchiettato allora leggermente col piede più volte, ed ero già col cellulare in mano pronto a chiamare il 113 e i soccorsi, quando finalmente ha aperto un occhio, e tutto “impastato” mi ha fatto: “Tutto ok !” col pollice tremulo di una mano, incapace di blaterare qualcosa di più.

“In che stato ! … Mi fa paura !” Ha esclamato spaventata una donnetta di solito disinvolta e spavalda che portava in giro il cane, comparsami improvvisamente accanto … E subito s’è allontanata sconsolata in direzione opposta. Non ho chiamato nessuno, ho lasciato lì il giovanotto a gattonare per strada, ciondolante, intontito e confuso, mentre cercava ancora di sfondare e divellere a mani nude la serranda del baretto d’angolo per procurarsi ancora da bere.

Rimuginando e inseguendo questi pensieri sono giunto al Piazzale degli autobus, dove a momenti il “24” apparso improvvisamente da dietro un altro autobus in sosta mi stava per tirare sotto … se non ci fosse stato un turista straniero che mi ha chiamato e “svegliato” per tempo gridandomi qualcosa d’indistinto che ha fatto inchiodare me per terra in sincronia con la frenata dell’autobus che mi si è parato accanto.

“Cominciamo bene la giornata !” mi sono detto.

Giunto in fermata, sono rimasto come il solito in attesa a scribacchiare i miei soliti astrusi appunti, mentre come accade ovunque nei piazzali degli autobus gli autisti in sosta stavano confabulando fra loro in attesa di ripartire. I discorsi sono sempre quelli, più o meno gli stessi: ferie, automobili, politica, donne, pesca, il “mercato” del pallone e del calcio … Ma stavolta li ho sentiti parlottare animatamente e con molta partecipazione d’altro, tanto che i miei orecchi si sono istintivamente rivolti nella loro direzione come paraboliche attente e ricettive desiderose di sentire e capirne di più.

“Sul lavoro ci sono sempre persone opportuniste che non si sa mai da che parte stiano … O meglio, lo si sa benissimo: stanno dalla parte del più forte di turno … Stanno con tutti e con nessuno … Stanno con quello che al momento risulterà essere l’opzione più favorevole, il miglior offerente, quello che pagherà meglio lo schierarsi dalla sua parte …”

“Banderuole … Opportunisti … Leccaculo … C’è sempre stata gente così … Sono smidollati che ti provocano fastidio e ripulsa solo al riconoscerli …”

“Meglio perderli che avere amici e colleghi del genere …”

“Ultimamente è cambiato lo scenario del lavoro, non è più come quello di qualche tempo fa. Non conta più, o perlomeno conta poco la serietà professionale, l’aver dato prova nel tempo d’impegno e dedizione … possedere la maniera giusta d’agire …”

“Vero ! … Oggi conta solo saper cavalcare l’onda, saper cogliere l’opportunità del giorno, perseguire gli obiettivi aziendali effimeri e di moda … Ti chiedono d’essere duttile, flessibile, dinamico, inventivo ed elastico … Disposto sempre a tutto …”

“Li ho sentiti di recente i dirigenti: “Bisogna ottimizzare !  … Valorizzare le risorse riducendo gli sprechi!”

“Discorsi … Discorsi ! … Ma si va facendo il contrario di quello che si faceva fino a qualche tempo fa quando si cercava la prestazione e un servizio decente, la qualità vera … qualcosa di utile per i clienti e anche per l’azienda … nonché per i dipendenti …”

“Adesso è importante solo ridurre i costi, tagliare gli esuberi, i rami morti e improduttivi … Solo certi rami però … perché altri non si devono toccare … e sapete bene a chi mi riferisco …”

“Vediamo !  Sappiamo … Il partime, ad esempio !  … Adesso: basta … sparito ! … Tolto tutto … Non c’è più per nessuno …”

“E i turni ? … i riposi e le ferie ? … Ti tocca sempre andarli ad elemosinare … “Vedremo se si può … Dobbiamo valutare le richieste … Il calendario è stretto ed è già fatto …” Tutte scuse … Avanzo ancora quaranta giorni di ferie e non riesco ad andarci e smaltirle … Non è incredibile ?”

“Oggi non c’è più niente per nessuno … Lavorare non paga più … Contano solo i privilegi, chi ha le conoscenze giuste e sa accaparrarsi il posticino comodo …”

“La regola e il modo che si usano sempre di più sono sempre quelli: corruzione, favoritismo e tornaconto … Non si bada più al bene e all’utilità né dei clienti né dei dipendenti … I primi devono solo tirar fuori sempre più soldi ottenendo in cambio sempre meno servizi, i secondi solo lavorare e produrre il più possibile senza pretese …”

“E’ vero ! Non contiamo più niente … Zitti e pedalare ! … Altrimenti: “Quella è la porta: te ne puoi andare anche subito !”

“Ma ti sembra giusto ed equo ? … Io ho girato l’Italia e l’Europa … Con un euro e cinquanta ho girato per novanta minuti attraversando un’intera città … Con cinque euro, invece, ho potuto utilizzare tutta la rete urbana per 24 ore … Qui a Venezia ti chiedono sei euro solo per attraversare il Canal Grande da parte a parte … e per di più su vaporetti che sembrano carri bestiame diretti al macello …”

“E’ poi è sempre sulle stesse persone che si vanno a fare i tagli e si riducono i così detti sprechi … Non si vanno mai a toccare minimamente certe location comode di tanti scaldasedie intoccabili … Un tempo si arrivava e si ripartiva dai capolinea in continuità, senza interruzione … Giravi l’autobus e ripartivi … Oggi con la scusa che sono vecchie, inquinanti e inadatte ci sono meno macchine in circolazione … e poi ti tocca rimanere passivo ai capolinea in attesa della partenza … improduttivo ogni giro per mezzore intere. Sarebbero queste i guadagni, le ottimizzazioni e i risparmi ?”

“Ma i Sindacati non dicono e non fanno niente ?”

“Ah i Sindacati ! … Bella questa ! … E’ una barzelletta ? … Non esistono più … Sono solo parassiti che sopravvivono a caccia d’interessi ed espedienti …”

“Ma fai sul serio ? … Questa è grossa !”

“Ma che grossa e grossa ? … Non fingiamo di scandalizzarci dell’ovvio, di quello che tutti sanno e hanno sotto gli occhi ormai da tanto tempo … Pensa: uno dei sindacalisti più “cagnarosi” e chiassosi, dopo che per una vita intera ha sistemato tutti gli amici e parenti vendendosi in cambio dei diritti e delle aspettative dei lavoratori … ora sta agognando e bramando la pensione … L’ho incontrato per caso l’altro giorno … L’avrei ammazzato di botte per quello che mi ha detto … E’ che sono un galantuomo e alla fine me ne sono andato lasciando perdere … “

“Ma è uno dei nostri ?”

“No. E’ uno che conosco da molti anni, di un’altra categoria … Ma sono tutti uguali, sono tutti concatenati fra loro e alla fine fanno capo alla stessa sede e organizzazione … Hanno lo stesso modo d’agire e di fare, le stesse prospettive e iniziative che ripetono per tutti i lavoratori delle diverse categorie …”

“E allora che ti ha detto da farti agitare tanto ?”

“Mi ha detto che nel frattempo, mentre attende la pensione, si è riaffacciato al lavoro per “ingrossare e rimpolpare” i contributi … Ma mica a lavorare per davvero … Pensa: s’è inventato di tirarsi fuori ogni giorno da un angolo un tavolino sgangherato, e lo piazza al crocevia di alcuni corridoi improvvisandosi informatore per i clienti e gli utenti di passaggio … Si piazza il banchetto al fresco, vicino all’aria condizionata … e se ne sta lì … e basta … facendo trascorrere le ore lavorative da lunedì a venerdì … perché il weekend è sacrosanto e non si tocca … “E sarebbe un lavoro questo ?” gli ho detto … E sai che mi ha risposto ?”

“Dai racconta che la faccenda si fa interessante !”

“Proprio così … Mi ha detto: “Che vuoi farci ? … Bisogna trovare degli accomodamenti per condizioni come la mia … delle soluzioni transitorie di compromesso … Non è facile trovare sistemazioni per tipi come me, perché esistono equilibri interni aziendali difficili da gestire e modificare … Servirebbero pazienza e inventiva … ma intanto si è risolto così … Poi si vedrà … Io risulto essere un caso un po’ anomalo, particolare, difficile da reintegrare dopo tanti anni di assenza dal luogo di lavoro … Una volta andato in pensione la cosa si risolverà da sola … e poi …”

“Ma non vorrai mica dirmi che mentre gli altri se ne stanno in sottorganico a spaccarsi la schiena, tu ne stai qui al fresco senza far niente ? … Perché non ti hanno rimesso in corsia almeno a sostituire chi va in ferie o versa in malattia ? Non era quello il tuo posto un tempo … prima d’essere sindacalista ?”

“Ma scherzi ! Lì farei solo danni … e rischierei anche di farmi male … Non ho più alcuna abilità al riguardo … poi non esiste neanche più la mia qualifica … E poi mi vedresti ritornare in divisa in mezzo a tutti gli altri iscritti qualsiasi che mi venivano a cercare in ufficio ?”

“E perché no ? … Almeno gli ultimi anni … Ma come hai potuto, come sei riuscito a finire qui a dispensare volantini ingialliti dimenticati nelle sale d’attesa ?”

“Strategie vecchio mio ! … Abilità professionali che ormai conosco a menadito … Basta una cenetta di lavoro giusta a base di pesce in un localino di Venezia adatto e la cosa è fatta … Io do questo a te e tu dai quello a me … E’ sempre stata questa la nostra regola vincente … Si arriva a un accordo, a una soluzione forfettaria e il gioco è fatto … Nella mia carriera sindacale è sempre accaduto questo … Una mano lava l’altra … si anticipa qualcosa da una parte, e ci si adegua un po’ al ribasso dall’altra … e così tutto va a posto … Si arriva ad un accordo cordialmente, in amicizia … pur rimanendo ciascuno ad occupare la propria posizione di forza …”

“Ma le manifestazioni, i cortei, le proteste e le rivendicazioni ?”

“Servono … servono anche quelle … Ci mancherebbe … Però sono come la cornice di un quadro … la ciliegina sulla torta … I grandi giochi non si vincono in strada gridando e fischiando, chiassando e dando e prendendo botte … ma a tavolino, tranquillamente … a tu per tu … giocando ciascuno le proprie carte: “Io do una cosa a te … e tu ne dai una me … Modificheremo questo se tu mi sistemerai quello e quella … E’ sempre stato così dietro alle quinte … Sì, poi ci sono le assemblee, i discorsi, le proteste, gli scioperi … ma è tutto un gioco accessorio … un gioco per grandi …”

“Ma allora la politica, le scelte di parte, il tesseramento ?”

“Quello è importante, è la facciata … Serve, ci vuole … E’ la scena, il palcoscenico, il manifesto … Ma poi quel che conta è l’altra cosa … Il Sindacato, si sa, è quello che aggrega e sa infondere sicurezza e un senso di protezione: è questo quel che conta e ripaga i Lavoratori … Ma ormai non sono più cose per me … Io ormai ho finito … ho dato … sono quasi vecchio … Non posso più farmi carico di tutto e tutti … Ed è per questo che me ne sto qui in attesa … e poi ogni tanto qui davanti sfilano certi bei mandolini ! … che mi gusto anche l’occhio …”

“Mi hanno detto che ti hanno cacciato da una sigla e hai cambiato “sponda” rifugiandoti in un’altra …”

“Solite malelingue e maldicenti ! … Non mi hanno cacciato … Siamo giunti alla decisione che era meglio se presentavo le mie dimissioni … Ma i Sindacati sono tutti uguali … Una sigla vale l’altra, non cambia niente, il gioco alla fine è sempre lo stesso … cambia l’insegna sulla porta e sulla carta intestata …”

“Che sfacciato che sei ! … Te lo dico in faccia: sei proprio un vigliacco dentro … un parassita, una carogna … Mi prudono le mani nell’ascoltarti … e mi verrebbe da issarti e appenderti su quell’attaccapanni lì in fondo … perché in un certo senso ci avete venduti tutti …”

“E’ come è rimasto ? … Come ha reagito ? … Che ti ha risposto ?”

“Non lo immaginereste mai … Mi ha detto: “Eh … che paroloni ! … Guarda, giunto a questo punto, puoi dirmi tutto quello che vuoi … Non me ne importa più nulla … Sono diventato vaccinato e refrattario di fronte a tutto e tutti … Ora mi interessa solo pensare alla pensione, alla pesca, alla spiaggia con i miei nipotini … Tutto il resto non conta più nulla … Ho sistemato tanti … ora è tempo che pensi un po’ anche a me stesso … Tanto ho quasi finito …”

“Sei quasi finito come persona vorrai dire …”

“Giochi di parole simpatici … fra offensivo e arrabbiato … Sapessi quanti ne ho fatti durante la mia carriera …”

“Il Sindacato dovrebbe …”

“Il Sindacato è utile nella misura in cui riesce a procurare benessere per qualcuno, per qualche lavoratore … E’ questo il suo vero scopo … Molti hanno intrapreso la scelta sindacale solo per questo … per avere le spalle protette ritrovandosi in situazioni difficili, precarie o incresciose … E che credi ? … Pensi per davvero che in molti si creda agli ideali e alla politica ? … Ma fammi un piacere !”

“Le conquiste sindacali, le rivendicazioni sono storia e lotta vissuta duramente dai lavoratori e dalla lavoratrici … sono costate sangue e sacrifici …”

“Sì … questa è la Storia ufficiale … ma poi sul posto bisogna essere pratici e concreti … Ti trovi di fronte a quello che ha litigato col padrone, a quello che ha mal di schiena e non riesce più a muovere i carichi, a quella lasciata dal marito con due bambini piccoli da sistemare senza soldi per la baby sitter … Vuoi mettere lavorare nell’ufficio del Sindacato solo di mattina senza turni di notte e festività occupate in una corsia d’ospedale ? … E’ tutta un’altra cosa … Meglio rappresentante sindacale e impiegato che “puliscicessi” … Meglio lavoro di mattina in Sindacato e secondo lavoro di pomeriggio al bar dell’amico così ti paghi il mutuo … Sarebbe lunga la lista delle opportunità e delle attività che il Sindacato ha da sempre favorito, offerto e coperto …”

“Sistemare la figlia, il figlio … il nipote, il figlio dell’amico … quello dell’amico dell’amico … e in cambio ?”

“Semplice … Si deviano gli obiettivi … ci si ferma a lottare e discutere con la dirigenza per un posto macchina in un parcheggio invece che parlare di modifiche di piante organiche, premi di produttività e carichi di lavoro … Si discuterà sul numero degli alberi da abbattere e sulla riduzione dei centimetri concessi alla Direzione … e poi si uscirà insieme tutti contenti, tranquilli, stringendosi sorridenti le mani come vecchi amici … A volte è meglio lasciar perdere tante cose … e conquistare e portare a casa ciò che è utile …”

“Nemici sul palco e nei proclami … amici con le gambe sotto alla tavola imbandita e a un buon bicchiere di vino … Una mano lava l’altra …”

“Sì … sono queste le regole vere … Quelle che contano e funzionano per davvero … E poi fare il Sindacalista è sempre meglio che rimanere lì a lavorare per quattro “palanche matte” … Vuoi mettere il gusto di andare fino a Roma per le manifestazioni ? … Tutto pagato, sembrava quasi una gita fuoriporta …”

“Eh … Infatti … Come quella volta che tutti stavano a manifestare sotto al sole cocente in piazza, mentre mia moglie ti ha trovato rilassato e disteso in spiaggia con la tua famiglia …”

“E per forza ! … E ch’eravamo degli stupidi ? … Il weekend era sacrosanto per tutti … Tre sindacalisti di riposo e uno in servizio a rotazione … Era più che sufficiente … Non vorrai mica che per protestare si debba lavorare tutti sette giorni su sette e di giorno e di notte ? … A volte bastava davvero poco: una manciata di fischietti da quattro soldi, un paio di striscioni e un po’ di volantini scopiazzati qua e là … un po’ di bandiere colorate, e il gioco era fatto … Che ci voleva ? … Non serviva sacrificarsi tanto …”

“Non c’era pericolo, insomma … non c’era pericolo di stancarsi troppo ! … E tutti i discorsi ? Lo Statuto dei Lavoratori, la Costituzione …”

“Quello era facile: bastava impararsi e leggersi un po’ di citazioni giuste … qualche decreto, qualche leggina, qualche delibera o sentenza giuridica ed il gioco era fatto … Nelle assemblee di solito tutti pendono dalle tue labbra, semplicemente perché tante cose non le sanno, non le conoscono … Allora sentono che devono fidarsi di chi ne sa di più di loro … Poi basta fare un po’ di scena … tirare un paio di pugni sul tavolo e alzare la voce … e il pubblico sarà tutto tuo … Sapere gestire le tensioni, lo scontento e le aspettative dei Lavoratori è un’arte … e bisogna essere maestri nel raccontare la fiaba del lupo e di cappuccetto rosso … In realtà basta usare la vecchia fola del bastone e della carota, del contentino ogni tanto per tenere buona la gente e farla continuare a lavorare e produrre senza troppe pretese … E’ un gioco … Te l’ho già detto … Una partita decisa prima ancora d’essere giocata … Una sfida destinata a finire sempre in parità … Quel che contava alla fine erano solo le adesioni, le iscrizioni e le tessere … ossia chi ti finanziava l’esistenza e la presenza … ”

“Bellissimo ! … Affascinante ! …  Ho sentito infatti, che oggi il Sindacato è finanziato soprattutto da pensionati nostalgici … che i lavoratori non si fidano più di voi e vi disertano …”

“Che vuoi farci ? … Cambiano i tempi …”

“E dopo ?  … Che farai quando arriverai alla pensione ? … Andrai a prestare opera volontaria nei Patronati del Sindacato per aiutare pensionati e lavoratori a sopravvivere galleggiando sulla burocrazia ? … Anche i Patronati ho sentito che sono abili a macinare soldi pubblici in Italia e soprattutto all’Estero istituendo migliaia di pratiche di pensionati inesistenti e senza requisiti veri … Ne ho sentite tante ultimamente …”

“Questo è un argomento tabù avvolto dal silenzio … Per chi osa toccare certi tasti e parlarne piovono querele a valanga per diffamazione … Oppure ti cacciano … Sei fuori immediatamente … La trasparenza non è mai stata uno dei nostri pregi … Comunque: sei matto ? … Non andrò mai a chiudermi dentro a un Patronato muffoso e scalcinato … Basta … Non vado a distribuire la carità a nessuno … Chiudo tutto e me ne vado in pensione … Me ne starò il più possibile lontano dal lavoro e starò insieme alla mia vecchia …”

“Ma non ti ha ancora lasciato ? … Sa che da una vita la pensi e ti comporti in questa maniera ?”

“Il lavoro è una cosa, la famiglia e gli affetti sono un’altra … Con lei tutto è diverso … Io sono quello che arriva col mazzo di fiori il giorno del nostro anniversario … Sono quello del viaggetto con la cena romantica …”

“Un orsacchiotto coccolone e bonaccione a cui si perdona tutto ?”

“Eh … qualcosa del genere … I miei nipotini mi adorano … Non vedono l’ora di trascorrere le giornate in mia compagnia … Sono queste le cose che alla fine contano nella vita … Tutto il resto sono solo discorsi, fumo inutile e illusorio …”

“E tu di fumo eri un esperto nel venderne tanto … Vero ?”

“Che cosa vuoi … Durante la vita bisogna essere anche un po’ furbi … La verità è che la bandiera del Sindacato oggi è a mezzasta …”

“A sentire te, più che a mezzasta è già afflosciata e abbandonata ammainata e strappata in un angolo … Se non fosse per i tanti che hanno lottato sul posto e hanno creduto per davvero in certe cose, sembrerebbe che il Sindacato non sia mai esistito per davvero …”

“E chi lo sa ? … La vita è fatta insieme di idealismo e concretezza … e ciascuno si prende la parte per la quale si ritiene più adatto … C’è chi parla e discute, e chi agisce … E’ una questione di scelte e di opportunità … Il problema è che con i sogni e le belle parole non si mangia né si paga il mutuo e la spesa …”

Purtroppo era ora, dovevo salire per andare a lavorare … e l’autobus è partito in perfetto orario, mentre il sole inesorabile del primo mattino iniziava a cucinare tutti, Venezia e l’intera Laguna per l’ennesima volta indistintamente. Mi sarebbe piaciuto ascoltare il proseguo del discorso … ma tanto mi è bastato.

Tornato a Venezia di pomeriggio, osservavo le lucette natalizie che lampeggiavano in un negozietto per turisti immerso nell’afa estiva.

“Non ha importanza … qui è Natale tutto l’anno … basta che si venda, si compri e si paghi.”

Ciò che accade a Venezia è sempre curioso, ogni giorno … Rientrando a casa passo spesso accanto alla chiesa chiusa e semidimenticata di Sant’Andrea della Zirada accanto al People Mover … Un tempo questa chiesa e monastero oggi chiusa e demolito “giravano alla grande” in questo angolo estremo di Venezia, era un “postaccio” pieno di vita e storie. Ogni volta che vi passo accanto osservo l’altorilievo infisso in facciata. Rappresenta un Sant’Andrea Apostolo e pescatore uscente da una barca sulle acque del mare a calcare le onde camminandoci e galleggiandoci sopra andando incontro disinvolto e sicuro alla novità cambiavita del suo Cristo.

Ogni volta sorrido a me stesso, e mi dico sempre: “Questa è una parabola più che mai valida e attuale, proprio adatta a questo nostro tempo in cui letteralmente affondiamo nel Mediterraneo perdendo tante vite, saltando per aria inutilmente o languendo dentro a questa crisi economica voluta e creata da tanti che ci hanno sperperato e intrigato sopra … Per uscirne ci servirebbe una maniera diversa d’intendere e interpretare le cose … Una maniera alternativa e diversa di comportarci …  Più pulita, inaudita, sincera, sorprendente tanto da infondere nuova fiducia a tutti … Ma forse questo è un desiderio impossibile, una visione e un sogno, perché dovrebbe proprio accadere un miracolo … come camminare sulle acque del mare …”

E ho proseguito passo passo verso casa … come ogni giorno, ascoltando le cicale cantare e strillare … come se non le avessi mai udite fino ad oggi.

_________________________________

P.S.:

Mi piace precisare che quanto postato non è frutto d’illazioni fantasiose gratuite e inventate. Viceversa si tratta di “un’amena” chiacchierata fra autisti captata di prima mattina a Venezia. Potrei aggiungervi anche: date, nomi e cognomi, sigle, luoghi e precise circostanze che ho volutamente tralasciato di dire e scrivere perché fra le poche cose rimastemi della mia “vecchia professione” mi è restato il vecchio asintoto che diceva: “Si deve sempre dire il peccato ma mai il peccatore.”

 

lug 26, 2015 - Senza categoria    No Comments

“GIOIELLI NASCOSTI DI FIRENZE: … VILLA PETRAIA E FIESOLE.”

20150725_162738 

Lì dove l’Italia non è più centro storico intasato di visitatori e d’iperattivi cittadini, quando tutto diventa periferia desueta e piatta priva d’interesse, e poi perfino area industriale squallida, esiste anche un’Italia spersa nelle campagne dove domina padrone “il Verde” che è ugualmente patrimonio artistico immenso, meritevole e preziosissimo, ma troppo spesso abbandonato a se stesso, chiuso, dimentico, non pubblicizzato adeguatamente nei tour e nelle indicazioni di viaggio, non valorizzato come meriterebbe … lasciato anche senza un cartello idoneo per strada che ne indichi il posto dove trovarlo.
Quel che è incredibile è che talvolta l’accesso a quelli stessi luoghi viene lasciato libero e gratuito, mentre un qualsiasi visitatore pagherebbe di certo volentieri qualche euro per potere vedere certi siti maggiormente curati, conservati e presentati meglio, più godibili.
Al pari di un intonaco cadente, di un parco con gli alberi lasciati caduti di traverso, una fontana monumentale piena d’erbacce che non zampilli almeno ogni tanto … certi bei posti “fanno miseria” … così come un’aiuola riarsa e secca, o un grande vaso mezzo vuoto pieno d’erbacce rinsecchite infonde un senso di mortale disinteresse e incuria … Ma questa è l’Italia incerottata a cui siamo abituati, circondata da chilometri infiniti di transenne, nastri bianchi e rossi che ne limitano l’accesso lasciando tutto in dimenticanza e incerta attesa … Altrove nel mondo di certi pezzi abbandonati sotto le intemperie o di certi monumenti lasciati a crollare su se stessi, ne farebbero immediatamente un museo di cui andare orgogliosi e strombazzato ai quattro venti … Ma siamo in Italia, appunto, e … “Chi più ha, più non sa d’avere” … è vero anche questa volta.
Ma c’è di più … e forse di peggio.
In parallelo e dentro a questo patrimonio artistico, esiste sempre in Italia un genere di persone, o meglio di presunti“lavoratori” che lo sono forse parzialmente … Inconsapevoli dello stato “fortunato” in cui versano mentre migliaia d’altre persone e soprattutto giovani languono alla ricerca e in attesa di un qualche agognato brandello di lavoro, si possono permettere d’essere indisponenti, sgarbati, aspri e scostanti con gli utenti e visitatori … quasi il turista fosse un qualcosa che andasse a interrompere e disturbare la loro quiete ordinaria a cui hanno diritto.
Non tutti per fortuna, ma più di qualche volta, utili e attenti custodi appaiono come sgherri aspri, acerbi, quasi schifati se devono aprirti una porta o una sala, quasi offesi e disturbati se indotti a prestare un qualche servizio o informazione dovuta … come se il turista fosse il luogo dove sfogare le proprie frustrazioni e limitazioni organizzative e di guadagno.
“Lavori d’oro ! … Dolce far niente … immersi per ore su ore nell’inedia tediosa della sedia che ha preso la sagoma del loro di dietro … Stucchevoli nella loro incapacità e mancanza di volontà d’offrirti una qualche indicazione sull’enorme patrimonio con cui convivono quotidianamente … Spesso indisponenti, scorbutici ed irsuti con i visitatori … Sarebbe più utile mettere al loro posto un buon cane da guardia …”
 
Senza esagerare e polemizzare in eccesso (tanto a poco serve e lascia spesso il tempo che trova) … Credo che in fondo siano l’ignoranza nel vero senso del termine e la pochezza umana di certe persone il loro guaio principale, in quanto non comprendono in quale felice circostanza si trovano ad operare ed esistere. Di certo è vero che esistono le carenze di personale, i fondi ridotti e limitati, le risorse precluse e tutto il resto … ma rimane il fatto che a confronto di molti e molte che quotidianamente tirano la santa e pesante carretta del pane quotidiano faticosamente e in condizioni difficili, costoro dovrebbero sentirsi fortunati ad agire dentro a certi contesti culturali privilegiati, e di conseguenza comportarsi in maniera più idonea e gentile con il prossimo … dimostrandosi entità lavorativa meno parassitaria dello Stato e della Società tutta. Il turista, visitatore, da qualsiasi parte del mondo provenga andrebbe favorito, accolto, accompagnato perché è risorsa, induce lavoro e innesca bisogni e utilità di servizi … nonché è la fonte stessa dei guadagni di ciascuno.
Non credo serva essere Einstein per comprendere che il visitatore non deve essere accolto sbrigativamente come un immondo appestato di cui liberarsene al più presto possibile … Né si dovrebbe trasformare i luoghi d’arte in posti istrionici di mercato e dei fatti propri, di plateale manifestazione di fastidio se indotti a smuoversi dal proprio stato quiescente delle strategiche, apatiche e comode poltrone.
Perché insisto stranamente su questo discorso ?
Perché è un vero piacere quando incontri persone che interpretano quel loro ruolo in senso contrario a quanto ho appena denunciato e denigrato. Ieri mi è capitato d’incontrarne una proprio alla Villa Medicea de La Petraia all’estremo confine della città e campagna di Firenze … Ne cito anche cordialmente il nome perché credo lo meriti: tale Leonardo …“porto nome come de’ grande artista e inventore” … ci ha rivelato alla fine del nostro percorso salutandoci.
Un custode, un “tipo” singolare, degno di nota, incontrato appunto ieri. Una cicca dopo l’altra, fumatore incallito e indefesso … un camino, un fumaiolo di mezza età avanzata.
“Non sono una guida …” ha esordito, ma si è dimostrato esserlo invece per davvero e più di altri. Preciso, simpatico, estroverso da buon Toscano quanto basta … è stato capace di farci vedere e cogliere in profondità quel che ci ritrovavamo davanti, e il tanto che sempre non si sa. Ha riassunto abilmente e brevemente fasti e splendori della Famiglia Medici, ne ha declinato gli inciuci, i divertimenti, le qualità e gli interessi politici, sociali e familiari … e anche le quotidianità bucoliche o intriganti della “vita Fiorentina in villa” di un tempo, molto simile a quanto è accaduto nell’entroterra della nostra Terraferma Veneziana nel corso del 1700.
E’ stato piacevole vedere animarsi di contenuti le scene dipinte a ricoprire le pareti, dare un volto e un nome alle facce anonime degli arazzi, delle pitture e dei tanti oggetti esposti in giro per le “colorate” stanze della Villa. Così come è stato utile cogliere tanti contesti storici, aneddoti, riferimenti e “chicche locali” altrimenti non reperibili o difficili da cogliere immediatamente.
Dopo un po’ siamo rimasti soli con lui … una visita guidata tutta e solo per noi … e quindi è stato ancora più piacevole intrattenersi con lui e immaginare la grande Villa da caccia formicolante di servi, di divertimenti, giochi, feste notturne ipnotiche, danze, musica, poesia, amoreggiamenti inframezzati a malie di luce, spruzzi d’acqua, composizioni floreali, animali esotici sparsi nel verde … e tanti discorsi vagheggianti le passioni dell’epoca: miti, astrologie, Fortuna, storie d’esplorazioni, mercanti, reami, blasoni, imperi e popoli … e molto altro.
Ci ha fatto notare perfino un curiosissimo San Francesco affrescato nella splendida cappella-oratorio della Villa. Un Santo Serafico reso e ridotto malissimo, grassoccio, sgarruffato, scalcinato … A confronto con tutti gli altri “colleghi illustri e celesti” rappresentati abilmente ed efficacemente sui muri accanto, San Francesco pareva più un ubriacone che un Santo … Non l’ho mai visto rappresentato così malridotto … seppure con le sue “belle stigmate” d’ordinanza … Che certi Francescani fossero antipatici alla Famiglia Medici ? … Chissà ?
“Per noi di Firenze tutto è bianco o nero, chiaro o scuro, sì o no … Non esiste l’intermedio, la “mezza misura”, il “Ni” … I Fiorentini sono sempre stati gente fiera e decisa … O gli piaci o non gli piaci, o sono con te o contro di te … con pochi compromessi …”
 
Alla fine della visita, dentro al giardino della Villa fantasticavo come altre volte immaginandomi quei Nobili e quelle Dame fluttuanti in aria, leggiadre come fantasmi elegantissimi … tutte svolazzi e leggerezza, voluttà, buongusto, divertimento, allegria e spensieratezza … volutamente ignare del mondo plebeo e misero che accadeva di fuori.
Bella Villa, insomma … e bravo anche Sjor Leonardo che ce l’ha fatta gustare fino in fondo facendoci intuire “il profumo originale”, l’animo nascosto e vissuto di un tempo che non c’è più … Con quel suo modo è riuscito anche a farci “non vedere”le sofferenze gestionali della villa alle prese con le solite ristrettezze economiche, la siccità estiva, il giardino e il parco trascurati.
A volte la gentilezza e la semplice cordialità di alcune persone possono rendere non dico indimenticabili, ma di certo piacevoli certi momenti che casualmente si vivono … il che non guasta.
Comunque, al di là di tutto questo discorso, l’avete ormai capito. Mi è capitato ieri, d’infilarmi ancora una volta di prima mattina nel “siluro frigorifero” di Italotreno tunnellizzando e travalicando l’Appennino ancora una volta in con meta Firenze. Il viaggio da Venezia è corso via veloce sotto nuvole gonfie di pioggia fin sulle amene piane toscane in compagnia dell’immancabile comitiva degli Scouts carichi come muli, dei soliti viaggiatori dormicchianti e degli onnipresenti Giapponesi sorridenti e ipergentili … Manco a dirlo, fuori scorrevano e si susseguivano via veloci: distese d’automobili biscottate dal sole, stazioni sature di gente come carnai umidi e sudaticci e montagne di valigie e bagagli …
“Un’imbarcata di gente … ma Firenze è Firenze … come Venezia è Venezia … Non serve precisare molto perché si torna a vederla per l’ennesima volta … Pur avendola già vista e rivista, è bello andare a caccia di “cose” secondarie ricche di storia, arte e curiosità … Sono posti secondari solo per modo di dire, perchè sanno evocare belle sensazioni quando ti rechi a visitarli …”
 
Neanche il tempo d’inventarsi progetti di nuovi viaggi fra chiacchiere utili, avvisi, stop imprevisti in galleria e ripartenze … ed eravamo già a Firenze diretti stavolta alla collina diFiesoleSan Domenico, la tozza ma elegante Badia Fiesolana e infine “a caccia” della recondita quanto“misteriosa” Villa Medicea De la Petraia … tutti luoghi singolari e meritevoli d’essere rivisti.
Prima sotto ad una pioggia battente, e poi subito dopo sotto a un sole caldo condito da un gridare disperato di cicale …Fiesole si è dimostrata essere sempre un’altra pagina di Firenze spalmata in lontananza fin sui colli Fiorentini. Una specie di risonanza, di eco artistico, culturale, spirituale, gastronomico e sociale di quel che è la città famosissima. Però con una maggiore quiete, spazialità aperta, pacatezza e godibilità … A Fiesole ci sono le memorie di Firenze Etrusco-Romana … ma si può anche riconoscere la Firenze Devota nel complesso di San Francesco in cima al colle … Una Firenze umile stile Assisiate, da povertà essenziale Serafica Francescana visibile nel coro ligneo ombroso e semplice, essenziale, ricavato dentro alla roccia sotto alla chiesa …  lì nel museetto nascosto si può perfino incontrare una Firenze dal sapore Cinese per la presenza dei numerosi e interessanti reperti riportati dai Francescani Missionari fino a Firenze dalla lontana Cina.
Lasciata Fiesole … si siamo spinti a piedi più sotto, scendendo verso la piana fiorentina … Abbiamo visto le tante ville dell’opulenza nobile della Firenze di un tempo. Ora per la maggior parte sono chiuse, privatizzate, abbandonate lungo le strade sconnesse e invase dal verde, percorse raramente da qualcuno … La Villa del Riposo dei Vescovi … il complesso di campagna di San Domenico dei temibili, ricchi e potenti Domenicani Inquisitori di cui fece parte anche l’amabile pittore Fra Beato Angelico … rimembranze curiose sperdute in mezzo alla campagna collinare di un tempo in cui il Clero si permetteva ogni bontà, ristoro, confort e lusso possibile (come ancora fa oggi più di qualche volta) … dimensione di una certa coerenza complessa i cui contorni sfuggono ancora oggi alla comprensione dei comuni mortali come possiamo essere noi.
Alla fine dell’intensa giornata ne è risultata una Firenze alternativa, diversa, tanto da non sembrare neanche la solita … Per riconoscerla abbiamo dovuto aggiungere una fugace passeggiata in centro a rispolverare con lo sguardo la policromia di Santa Maria in Fiore, l’eleganza possente diPalazzo e Piazza della Signoria, la strettoia architettonica degli Uffizi e l’apertura amena di Ponte Vecchio a cavallo sull’Arno con San Miniato al Monte assolato dal tramonto sullo sfondo della scena … Bella Firenze, ancora una volta … non ne avevo alcun dubbio.
Anche se, come condimento e salsa immancabile al solito contesto piacevole si è aggiunto ancora una volta la Firenze del giovane che passava in rassegna tutti i portacicche raccogliendo ogni mozzicone di sigarette della Stazione Centrale di Santa Maria Novella … la Firenze periferica dell’automobile lasciata senza gomme come nei film posta sopra a dei martinetti improvvisati e dei pacchi di mattoni … la Firenze dei cavalli che trainano le carrozzelle … quella dei questuanti ossessivi ovunque presenti sui marciapiedi con la mano protesa e pretendente … E poi ancora, la Firenze degli ambulanti stranieri, i famosi migranti … In più di trenta minuti di sosta ho osservato cinque ambulanti attivi davanti ai miei occhi, superstressati dalla necessità di raccogliere in continuità le loro cose e fuggire al primo apparire di un qualche divisa di servizio di Polizia pubblica … Nessuno dei cinque ha venduto nulla … niente di niente … neanche una cosina, un aggeggetto … E poi la processione febbrile ed entusiasta, allucinata degli Hare Krishna strombazzanti, nenianti e musicanti per le vie del centro … e infine la vecchierella minuta dalle caviglie distrutte che carica di sportule e borse si destreggiava nel traffico tagliando improvvisamente la strada, ciondolando cadente su e giù per i bus, incapace di salirne e scenderne i gradini se non assistita …
“Ma dove andava ?  … ridotta in quel modo e dentro a quel caldo ancora intenso ?”
 
E chi lo sa ? … Firenze comunque, ieri l’ho rivista e vissuta così.

 

Pagine:1234567...27»