nov 18, 2014 - Senza categoria    No Comments

“SCRIVO … NON SCRIVO …LA DONNA DEL FORMAGGIO …”

marilena

Stavolta ci ho messo parecchio a decidermi. Scrivo o non scrivo ? Scrivo … meglio di no. Scrivo ? Alla fine mi sono deciso è l’ho fatto (tanto per cambiare). Non è sempre facile buttare i propri sentimenti “in pasto a tutti” sul web … ma sono scelte. E finchè mi sentirò di agire così … Magari potrà arrivare il momento di “chiudere bottega” e rifugiarmi in una mia silenziosa assenza … Chissà?

Esiste un genere di persone particolare fra le tante che s’incontrano giornalmente nella vita. Sapete meglio di me che una gran parte di loro sono volti fuggevoli che scivolano via lasciando nulla o quasi. La vita è così … Siamo fatti per questi contati effimeri senza storia, questi sfioramenti senza seguito, questi incontri che non sono in realtà tali. Con quanta gente viaggiamo in bus o in vaporetto ogni giorno, con quante persone intasiamo un mercato ? Eppure non ne resta niente … Sono solo momenti, attimi che accadono vivendo, persone giustapposte.
Di altre persone invece rimane qualcosa.
E non parlo degli amici, e ancora meno degli affetti di una vita, dei colleghi o di quelle persone che in qualche maniera lasciano tracce più o meno vistose nella nostra esistenza.
Mi riferisco ad altre … A tutte quelle persone “effimere e di contorno” che pur contattandoci appena e toccando marginalmente quel che siamo, eppure lasciano un segno donandoci “qualcosa”.
E’ capitato ancora a me, come certamente a tutti voi in altri contesti …
Ha iniziato diversi anni fa presentandosi nel reparto d’ospedale un mattino qualsiasi chiedendomi un bicchier d’acqua …
“So che non dovrei disturbarti … te lo leggo scritto addosso … Ma mi serve dell’acqua per assumere le mie pillole … Aspetta ! Dove sono ? Cavolo ! Le ho dimenticate di nuovo da basso …”
 
E’ stato così per anni … Quasi ogni giorno s’è ripetuta la scena.
Potevi sistemare le lancette dell’orologio quando appariva puntuale a metà mattina. Ci fosse sole, pioggia, neve, vento, caldo o freddo, estate o inverno … Appariva sempre.
“Per qualche giorno non ci vedremo … Andrò in ferie, di qua e di là … Ci rivedremo ancora …”
 
E infatti il mattino dopo era di nuovo lì, non andava da nessuna parte … Una di quelle che nessuno mai riesce a trattenere in casa. Non c’era raccomandazione e affetto di figlia che tenesse … Se le chiudevi la porta di casa, potevi essere certo che lei usciva dalla finestra. Una di quelle persone che amava aiutare e rendersi utili, e finivano spesso e più di una volta con l’essere assistite e aiutate. Quante volta arrivava con l’occhio pesto perché era caduta dal bus o inciampata per strada … E quante volte ci è comparsa davanti pimpante e canticchiando allegra … e poco dopo, invece, era traballante e “mezza spenta” … da soccorrere.
“Tutto bene ?”
“Benissimo !” e un secondo dopo era per terra con suo camice bianco spalancato … che non rispondeva quasi più.
“Eh … Adesso passa … Non è niente … Per carità ! Non cacciatemi in ospedale ! Non mettete in subbuglio il mondo …. Sono piena di magagne … ma tiro avanti … C’è sempre chi sta peggio di me …”
 
Ed era vero … Era fatta così … e non è l’unica. Fa parte di una schiera di persone indomite, umili e silenziose, ma generose e dal cuore grande … che molto spesso, se non quotidianamente, aggiustano le loro “rogne” con cure o terapie, e poco dopo indossano il camiciotto per andare a prestarsi gratuitamente come volontari e volontarie accanto al letto di chi non ha nessuno o sta molto peggio di loro.
Non amano che si parli di loro, si offendono di brutto se fai loro complimenti. Lo sentono come un dovere, una grande spinta incontrollabile dentro … E non sempre è la religione e la carità precostituita che li spinge … E’ solo quella voglia incontenibile di far qualcosa di buono.
“Perché è giusto così … e basta.”
 
A volte sono d’intralcio perché non hanno specifiche competenze, o s’inseriscono dentro scenari che possiedono protocolli e regole “del gioco” di cui loro non hanno visione. Altre volte ti portano il loro mondo confusionario e criticone, e ti vengono a far la “morale” mentre già di tuo annaspi per far meglio che si può …
“Lo so che certe cose andrebbero dette e fatte ad altri che stanno diversi “gradini” sopra di te … Ma incontro te … e mi sfogo dicendo quel che sento …”
 
E rimanevo lì a pseudoascoltarla, perchè non è che in ospedale hai sempre tempo e voglia per star lì a chiacchierare, discutere e spiegare … Sulla scena del lavoro “la legge”ultimamente è sempre e solo quella: “Fare! ”... presto e possibilmente bene. Ma questo poco importa …
Quello che va detto, invece, a merito di questa schiera invisibile di persone “trasparenti”, che oggi ci sono e domani no, che a volte non hanno neanche nome, appaiono e scompaiono spesso senza neanche ricevere un solo “grazie” … e ce la mettono tutta per supplire e integrare dove la Sanità e l’assistenza professionale e familiare “fa acqua” e non arriva … Quello che va detto, è che sono persone preziose … Per tanti motivi: per quella parola sincera e semplice in più che sanno dare, per quei gesti utili che interpretano quando nessuno “ha tempo” o lo può fare … Per quel tocco di umanità cordiale e serena che sanno regalare a chi ne possiede solo e ancora“poca”.
Non sono persone da monumento … Sono giusto l’opposto. Sono quelle che interpretano spontaneamente l’idea della Carità nascosta … Quelle che non si prendono meriti e non si autostrombazzano in giro.
A volte sono pesanti da gestire: “La carne è dura … la pasta è scotta … la verdura non è condita come si dovrebbe … Non c’è neanche un po’ di olio in questa casa ? … la maglietta è con le macchie … Ma l’avete lavata stamattina? … E quelle unghie ? … e quegli occhi incrostati … Quei familiari sgarbati quando darete loro “una sistemata” ? … Dovete avere più pazienza … non sono mica sacchi di patate quelli distesi a letto … E i bavaglini eh ? Li avete ancora dimenticati ? … Questa mi ha mangiato poco quest’oggi … Questa non ha più voglia … ma è da stimolare ed insistere … altrimenti mi deperirà sempre di più … Me la prenderò io in consegna … Questa non la mollo … Su Su ! … Dai Dai ! … Fasemose coraggio ! … Vi lascio la mia “Buona giornata”…”
 
Sarebbe lungo, anzi, lunghissimo raccontare tutto … E poi dicono che gli Angeli non esistono … Esistono eccome, anche se non hanno ali nè la ciambella luminosa sulla testa come siamo abituati a pensarli. Spesso ciabattano per i corridoi, claudicando nel loro grembiulone largo con la targhetta sbiadita e la foto di vent’anni prima … Oppure rientrano come il solito a brontolare a casa loro.
“Per carità ! Tenetevelo/la un po’ da voi … Che a casa non ci fa più vivere … Almeno farà qualcosa di buono … Perché da quando è andato/a in pensione non sa stare mai fermo/a  … Sembra le manchi sempre la terra sotto ai piedi …”
 
A tutti noi è capitato tante volte di ricevere regali durante la vita … di mille tipi e consistenza. Ricevere più di una volta un pezzo di formaggio è stato uno dei regali più originali che potessi ricevere in vita mia. E mi è accaduto proprio con lei … Un formaggio prezioso, non tanto per la bontà, il prezzo e il sapore … ma per il gesto e il pensiero.
“Per te … la tua famiglia e i tuoi figli …”
 
Era quasi Natale … Sapeste quanto l’ho lasciato fermo nel frigo senza il coraggio d’aprirlo … Perché solo al vederlo mi ricordava sempre lei e quel che era e faceva.
Per anni è stata un’abitudine, una costante, un “personaggio”stabile che ha incorniciato la nostra intensa routine lavorativa quotidiana … E sapete meglio di me che più di qualche volta in corsia non è che si stia a rigirarsi i pollici … Più di qualche volta c’è da correre … e che corse: ospedale è ospedale. E lei lì, messa in un angoletto e in disparte, silenziosa se c’era da tacere, con gli occhi spalancati, pronta a “cavarsi via” s’era d’intralcio, e rientrare appena fosse stato possibile per “fare la sua parte”… a confortare e dare una piccola ma grande mano.
E come appariva spariva … per poi ricomparire di nuovo … Talvolta inseguita o recuperata dalla figlia … che non ne poteva più di andarla a “raccattare” in giro e talvolta ridotta male.
“Non mi ascolta … E’ incontenibile … testarda … Fa quel che vuole … Non si arrende mai …”
 
Qualcuno ha detto che persone simili amano stare in ospedale non solo perché possono rendersi utili, ma perché si sentono a loro volta protette, “al sicuro”, sostenute … Può darsi che sia anche così … Ma credo anche che certe persone abbiano di più, abbiano qualcosa da dare, seppure con i limiti che possediamo tutti, e con la consapevolezza non sempre ottimale … Ma chi ce l’ha ?
“Oggi pomeriggio ho il tennis ! … e poi la partita a Bridge con le amiche …” mi diceva.
“Ma quale tennis ? Che stai in piedi per sbaglio …” pensavo … e poi sfacciatamente le dicevo.
“No. Gioco sul serio … Non faccio mica solo la spettatrice ! Che cosa credi ? Che sia una vecchia “fatta”, “rosta” e decrepita ?”
“Buona partita allora ! … E poi non giochi a carte troppo d’azzardo !” le replicavo.
“Di notte non dormo e perciò leggo di tutto … Passo spesso in libreria e sono aggiornatissima sulle novità che mi divoro appena posso … Ho la casa piena di libri … Fra poco diventerò un libro anch’io … E sebbene non bazzico in Internet perché non so smanacciarlo come si deve, ho fatto una scoperta … C’è anche uno che conosco che imbratta pagine … e non è poi così male …”
 
E mi sono ritrovato con una fans … Non ci crederete, ma ha comprato e letto tutti e tre i miei libri … e mi è venuta anche a fare i complimenti, i commenti e le critiche … “Quello non è un romanzo … è come una prosa …Hai un modo strano di scrivere, diverso dal solito … E si sente che ti piace Venezia …”
“Almeno c’è qualcuno che perde tempo sulle cose che scribacchio …” ho pensato e detto riconoscente.
Mi fermo qui …
Clinicamente era una libro di medicina ambulante … Aveva “di tutto” indosso … Eppure è stata lì sulla breccia finchè ha potuto. Fino a quegli ultimi giorni in cui mi veniva a confidare le sue paure … e la sua lucida consapevolezza su cosa stava andando incontro senza ritorno. Ne aveva viste e sentite, e imparate troppe …
Ultimamente, prima lei ha cercato me per risalutarci, ma una“normale urgenza” mi teneva attaccato accanto a un letto e non ci siamo potuti incontrare … Poi l’ho cercata io, ed è toccato a me di non incontrarla … Se n’era già partita per “L’oltre” … D’altronde aveva sempre fretta d’andare …
“Che ci sarà poi così tanto da aspettare ? … Che ci vuole ? Le cose si fanno o non si fanno … senza tanti discorsi e complicazione … E se devono essere fatte, più che far discorsi bisogna darsi da fare … E allora eccoci qua … Di nuovo sulla breccia … a provar ad essere utile … Chissà che quando toccherà a me ci sia qualcuno che abbia un po’ di tempo da perdere … E dopo, quando sarà, che mi buttino pure nella spazzatura … ” mi ripeteva quasi ogni giorno mentre ingurgitava il suo prezioso bicchiere d’acqua.
Non ci siamo rivisti più, è andata così … Qualche giorno fa chiedendo notizie di lei a un medico mentre si chiudeva la porta di un ascensore … mi ha risposto senza parole, solo con una smorfia omnicomprensiva e chiaramente esplicativa.
Infatti è accaduto … E come sempre succede … Adesso lei è“di là” e noi siamo rimasti ovviamente“di qua”.
Pioveva ieri mentre la ripensavo e lei era ovviamente assente. Pioveva come spesso accade quando ripenso a qualcuno che in qualche maniera mi è stato caro … e se n’è “andato e partito”. Anche il cielo a volte sa piangere con noi o al posto nostro se ci siamo dimenticati come si fa.
Vi sembrerà strano, ma sapevo poco o niente di lei. Non abbiamo mai parlato di lei, della sua vita, delle sue “cose” …. Chissà com’era fuori dell’ospedale, con i suoi familiari, le sue amiche … Proprio non lo saprei dire … C’era fra noi solo quel contatto quotidiano e basta … Prolungato negli anni … Lunghissimo …
Per me era solo quella: “Quella delle dieci del mattino … La 304/5 … come scherzavamo di lei con uno dei medici con cui lavoro …” Una specie di paziente aggiunta, estemporanea, di cui occuparsi di rimbalzo.
Potrei dire la solita frase ormai ricotta: “Mi mancherà…” ma la sento estremamente vuota e scontata … e poi lei farebbe una smorfia, e le darebbe fastidio.
“Il mondo è pieno d’ipocriti … Di scene e parole di circostanza … Brrrr … che schifo, che ripulsa …” mi ripeteva spesso.
Preferisco pensarla impegnata a chiacchierare e canticchiare con “San Pietro & Tutti i Santi” al “piano di sopra”, scontenta di certo per la misura troppo larga della “tonaca bianca o cottolone” che le avranno affibbiato … Oppure per la posizione in platea che le avranno assegnato da dove non si vede bene come lei vorrebbe. Sarà anche innervosita perché lì avrà poco da fare … e chiederà anche lì a qualche “cicci o nino” di passaggio se per caso qualcuno avrà bisogno di qualcosa da lei.
Ormai da diversi giorni mi resta più piena la bottiglia dell’acqua sul mio carrello quotidiano da lavoro … Qualcuno mi distrae di meno dal mio preciso “pastigliare orario” raccontandomi “di tutto e niente” … Una in meno passa per la corsia zuffolando allegramente e “senza pensieri” … anche se non era vero.
Scroscia la pioggia anche adesso … nel cuore delle ore più piccole della notte … mentre scrivo queste aride e forse banali e di certo inutili righe.
Ciao Marilena !
nov 15, 2014 - Senza categoria    No Comments

“TUTTO CHE GIRA … TUTTO CHE GIRA …”

Vladimir Sorin_Venezia

Acqua sotto, acqua sopra, acqua ovunque … Venezia è così, lo è sempre stata … e lo sarà. Il suo è un connubio bagnato irrescindibile con l’elemento acqueo, “trucco” basilare dell’esistenza dell’intero mondo.

Seppure con l’ombrellone appresso, sono tutto inzuppato fino alle ginocchia e mi ritrovo a zampettare nella penombra notturna veneziana fra pozzanghera e pozzanghera, mentre intorno tutto cola, scorre, gocciola e fluisce. Neanche un ombrellone da spiaggia mi salverebbe stamattina.
Invidio quell’uomo al piano rialzato (ben più di un metro sul livello della riva sopra al canale) che se ne sta in pantofole e col pigiama a righe felpato a intingere i biscotti nel suo tazzone fumante. Curvo sul “pezzo” alza ogni tanto gli occhi miopi e la testa in direzione del notiziario che scorre nella televisione posta in cima al frigorifero.
Non dovrei sbirciare passando quel che accade dentro alle finestre delle case … ma ho gli occhi … e poi non è che mi soffermo a curiosare. E che dovrei guardare ? Solo pozzanghere e muri scuri e dilavati ? Oppure indossare un paraocchi … Io cammino e basta, e vedo quel che vedo … Come i canali rigonfi d’acqua, specchio di riflessi cangianti che serpeggiano ballando col vento, e tempestati e picchiettati da milioni di gocce … che sembrano cantare quasi una canzone. Sembra proprio di camminare dentro a un quadro o a una poesia.
Venezia non si smentisce neanche nella sua quotidianità più banale … Sa sempre e comunque sorprendermi … anche se si presenta vestita di questo brodo umido che dura ormai da diversi giorni.
Immerso nel buio oltre la soglia, un silenzioso portiere d’albergo mi osserva passare col suo lumino rosso della sigaretta sulle labbra.
“Ma dove vai ?” sembra dirmi un gatto immobile accovacciato al riparo di un portico. Ha gli occhi infuocati e rossi accesi, è allo stesso tempo inquietante e solo un’ombra pelosa già passata e inghiottita da questa noiosa congiuntura di pioggia.
Quand’ero bambino vivevo da bambino, pensavo da bambino, mi comportavo da bambino … Seguivo i sicuri binari in cui la vita mi aveva posto. Tutto era sicuro, certo e predisposto già da altri, bastava solo lasciarsi condurre e andare dove venivi portato.
Diventato grande … è uguale !
Cambiano solo i binari che seguo, la tratta da percorrere, il tema e le stazioni … ma è sempre tutto lo stesso. Le cose che ripeto pedissequamente ogni giorno son sempre quelle, mi muovo pendolando avanti e indietro negli stessi ambienti e rincorrendo sempre lo stesso gioco delle lancette.
Anche la Luna in alto, adombrata di stracci di nubi è sempre la stessa. Sono quasi sempre le stesse le persone che incontro con cui finisco per spartire non solo le ore ma anche la vita intera. Sono sempre quelle le chiazze di luce soffusa che interrompono il buio della foresta scura di tetti e case di periferia addormentata che rivedo ogni mattina dall’alto.
Dopo il solito dormire a spizzico c’è sempre il solito bus, la solita strada, il solito caffè … Il solito respirare sempre uguale, lo stesso ticchettio e sbattacchiare noioso e ritmico del cuore … e per fortuna dentro di te è così.
Sembra l’ennesima pagina voltata di uno dei miei libri pesanti, la pagina fatta girare di un fumetto letto e riletto, di cui conosci già a memoria trama, disegni, protagonisti e finale.
Che sorpresa è il vivere !
A volte ti chiedi se sia vero … perché non lo è per niente. Soprattutto se tu vuoi che ogni mattina sia così … Perché spesso dipende da te sentirti e ritrovarti sempre e solo sullo stesso binario “triste e solitario” … In fondo penso che siamo noi ad accettare ogni frustrazione e paranoia … Così come toccherebbe sempre a noi svoltare il pensiero, e scoprire ancora che la vita … volendo … ti può ogni mattina offrire giusto il contrario di quello che ti ha offerto fino a ieri. Ma pensarlo è facile …
A fine giornata scopri di nuovo che in fondo hai ripetuto le stesse cose di ieri … seppure non proprio le stesse. Sei sempre tu, ma non la fotocopia di ieri … né quella di domani, ma è quasi quella, con qualche piccola variante … Dipende molto da te, insomma …
Venezia e la laguna stamattina si contorcevano nel loro letto di foglie secche, di acque mosse, e di pareti mangiate dalla salsedine … Le finestre del bus erano totalmente tempestate e tormentate dalle gocce della pioggia intensa, e trapassate dalla luce verde e rossa dei semafori …L’ometto che mi stava seduto accanto immerso nella luce azzurrognola del suo tablet acceso ha tossito tutto il viaggio. L’autobus di oggi era come la nostra Italia: lampeggiava a intermittenza la scritta anteriore, i campanelli per la discesa o non c’erano proprio o non funzionavano, non si aprivano due porte su tre perché inceppate, e il giovane autista si è profuso in cento scuse nei nostri confronti … Di fuori le automobili planavano, sciavano e scivolavano sopra le pozze d’acqua allontanandosi sfrigolando nella notte. Nel buio lampeggiavano in sequenza le solite insegne notturne: “Farmacia di turno”“Aperto” sulla porta di un albergo, “Panificio”“Bar” … e infine la “H” d’Ospedale … sono arrivato.
Immerso nella penombra e al riparo di un albero incrocio il portinaio notturno … Gli stanno ripulendo la guardiola … Il turno di notte è agli sgoccioli.
“Questo freddo mi paralizza … Non vedo l’ora di lasciare questo posto e tornare a pescare con i miei amici alle bocche del porto. Questa è la stagione buona: branzini, orate, spigole … I piccoletti appena nati se ne stanno buoni nelle zone tranquille e recondite della laguna, in 50 cm d’acqua poco profonda … I pesci più vecchi invece sono i più grandi e i più furbi: si nascondono negli anfratti e fra gli scogli … Noi prendiamo quelli di mezzo, quelli maturi che se ne tornano in mare aperto per svernare in acque più tiepide e aperte … E’ divertente … l’ho fatto fin da bambino quando mio padre mi portava con se.  E continuo ancora oggi dopo quasi quarant’anni … Non si guadagna granchè … E’ per il gusto di pescare, perché fra pagare benzina, un paio di pesci in freezer, un altro paio a mia sorella, altri due al nipote non resta nulla… al massimo un centinaio di euro ogni tanto per andar fuori delle spese …”
 
“Anch’io son figlio di pescatore Buranello …” e i discorsi si sono incrociati e amalgamati mangiando tempo al tempo …
Quanti caffè annacquati di macchinetta abbiamo ingurgitato ciascuno … Ogni mattina andiamo a caccia di quel liquido che sognamo saporito e buono pur sapendo che nove volte su dieci troveremo la solita “ciofeca” di consistenza opposta al nostro desiderio. Comunque non manchiamo a quell’appuntamento, forse perché è un altro modo d’indugiare prima d’inventarsi un altro giorno sulla scena del lavoro. Un caffettino è sinonimo di microcompagnia, di breve spazio per spartire l’orizzonte personale e assemblarlo con quello di qualcun altro… Sono le piccole cose che foraggiano la vita.  Ben venga allora il banale caffè insipido della macchinetta …
“L’Inter ha pareggiato ancora facendosi rimontare all’ultimo minuto … La Juve invece è un rullo compressore, non la sa fermare quasi nessuno …”
“Sta diventando noioso questo Calcio …Quasi quanto mio marito …”
 
Le solite quattro chiacchiere assonnate … E iniziamo le nostre solite giornate qualsiasi in ospedale … vedendo e incontrando ancora una volta quell’umanità imbrattata e col culo nudo di fuori, pochi istanti dopo che i colleghi l’hanno accudita e ricomposta. Le solite persone che respirano a fatica o a bocca spalancata, annegate dentro al sonno degli occhi chiusi … Quelle che chiamano e parlottano fra se e se … Quelle con la copertina rosa e a fiori portata da casa … per illudersi di prolungare qualcosa che già non esiste più … Quelle che si abbandonano finalmente a dormicchiare attaccate alla flebo dopo una notte trascorsa ad aspettare i primi chiarori dell’alba che appaiono sui bordi della finestra e della tapparella semiabbassata … Un’altra notte buia e incerta, dolorosa e fastidiosa come il destino che li aspetta è trascorsa … Ci si può finalmente rilassare al chiarore del giorno che è rassicurante e più frequentato di gente.
E’ questo uno dei volti del vivere che istintivamente siamo portati ad ignorare, e volutamente spesso accantoniamo. E’ comprensibile forse … perché è il contrario di quel che siamo, e inconsciamente vediamo noi stessi in quelle scene, quello che potremmo essere e diventare domani. E’ una realtà che ci spaura, e per questo, chi più e chi meno, la esorcizziamo accantonandola o ignorandola.
“Passata bene la domenica a casa ?”
“Passata e basta … purtroppo … Un solo giorno di riposo, vola via …”
“Sarà sempre meglio di noi qui fermi in ospedale …”
 
Punto e a capo … e questa è un’altra.
“Butta via quel carrettino con cui cammini … che sei ancora giovane !” le dice una grossa signora che goffamente e impacciata deambula con le stampelle stringendo i denti per il dolore, sudaticcia per la tensione e lo sforzo.
“Butta via ! Che ce la fai anche senza … Non ti vogliamo vedere e portare in giro col quel coso… mi ripetono a casa anche mio marito e la mia giovane figlia … Il problema è che se mi manca questo “carretto” vado “tombolando”, sono incerta e instabile nel camminare … ne ho e ne avrò sempre più bisogno. Io inizio a rassegnarmi e capire la mia malattia … ma gli altri e i miei non riescono a farlo ancora. Non sarà facile accettare di convivere con questa situazione … La malattia non guarda in faccia  a nessuno … anche se sono ancora giovane … Ma ce la devo fare io per prima … e gli altri capiranno con me …”
 
“Giusto … Se le vogliono davvero bene non dovranno fermarsi solo al fatto estetico ma preoccuparsi di quello che più le potrà dare un po’ di sicurezza.” … parole un po’ scontate da infermiere.
La malattia è sempre subdola … ostica da accettare per tutti. Si preferirebbe evaderla, ignorarla e tenerla lontana da casa e dai propri cari, che fosse solo affare di altri e degli ospedali. Ma nella realtà le cose non vanno così, e quando ti capita fra capo e collo o dentro alle mura domestiche bisogna farsene al più presto una ragione per essere davvero utili a quelli che indossano quel sudario obbligatorio.
“Se le cose van così … è meglio spararsi e farla finita … Non è più vita …”
 
Conclude una familiare che incontro sulle scale con un fascio di carte in mano.
“Senza lavoro … senza patente … senza la forza e l’energia … e soprattutto priva della lucidità e chiarezza di prima … Pensa ! Perfino senza il supporto della tua famiglia che ti comprenda e capisca. E’ difficile andare avanti così e non deprimersi sempre di più … Se tutti quelli che ti stanno stretti intorno ti dicono che non capisci più niente, che sei diventata quasi pazza, che vai solo e sempre incontro a pericoli e ti dimentichi di tutto … non è mica tanto facile … Per non procurarti e procurare danni ti tengono segregata fra quattro mura rendendoti incapace di far qualunque cosa … E’ una prigione ! Una miseria !
E la burocrazia ? Quella ti avvolge e ti sommerge in cambio di niente. Ti concede col bilancino stitico quello di cui avresti diritto e bisogno … Anzi, sono proprio le carte che spesso ti tagliano fuori per sempre dalla vita normale per la quale ti dichiarano inadatto … Oggi è prioritario contenere e tagliare le spese, non riconoscere le precarietà e i deficit del tuo stato fisico e mentale perchè avrebbe un costo e ti si dovrebbe fornire aiuto … Per cui non ti viene dato e riconosciuto niente … mentre fino a qualche tempo fa si donava a mani spalancate perfino ai fantasmi e a chi malato non era per davvero … Al massimo l’assicurazione ti rifila un obolo … Ma come si fa a vivere così ?
A volte perfino marito e figli diventano lontani, intuisci bene che stai diventando un peso, una catena, un limite al normale vivere degli altri … Non sei più tu, ma un impegno gravoso da subire soprattutto in prospettiva … Qualcosa di cui volentieri ti disferesti … se potessi … Anche il supporto psicologico è un inventarsi qualcosa che sta a metà fra te stesso e tutto il resto … Un equilibrio difficile e instabile che nella realtà pratica t’inguaia ancora di più con i familiari perché denuncia la loro inadeguatezza e la loro scarsa disponibilità … E quando accade questo si guasta e si tende qualcosa nei rapporti … Ti verrebbe da non dire più niente per non far crescere quella specie di progressiva lontananza e ritrovarti sempre più sola … Tutti continuano a dire che ti vedono bene e che sei migliorata tanto … Sei una specie di miracolata, una delle poche che si è ripresa così … Ma so anche d’essere una specie di bomba innescata che può esplodere in ogni istante … Una minaccia da cui guardarsi bene e circoscrivere con attenzione … A volte penso che sarebbe meglio essere rimasta inchiodata a un letto d’ospedale, inconsapevole di tutto quello che ti è accaduto o ti sta accadendo intorno … Non sarebbe vita, ma anche così non è che sia tanto diverso …”
 
Un fiume incontenibile, in piena … E l’infermiere ? Che vuoi che risponda ? Spesso è come un soldato che va alla guerra senza armi e corazza, un pennone senza una bandiera da sventolare … un pentolone bollente ma senza l’acqua che bolle dentro. Spesso siamo impotenti, e solo qualche volta siamo capaci di ascoltare e condividere la fatica di vivere così.
A questo punto direte, e forse a ragione: “Ma che tristezza che mettono certi discorsi che fai ! … Ci sarà pur qualcosa di allegro dentro agli ospedali !”
Tranquilli … Tranquilli … C’è … Eccome che c’è … A volte anche troppo. Gli ospedali non sono sempre e solo dei“mortuori” come spesso possono sembrare.
Illuminando con la torcia durante un turno di notte, qualche tempo fa, ho scovato un marito disteso per terra a dormire e russare sotto al letto della moglie. La donna aveva chiamato lamentandosi che nella stanza qualcuno russava troppo impedendole di riposare.
“Sembra il russare da sirena di piroscafo di mio marito …” ci diceva insonne.
Ed era lui effettivamente di sotto, rannicchiato beato: cappotto, guanti, berretto e scarpe … che provava a dar conforto e prestar affettuosa compagnia alla moglie … a modo suo.
E l’altra volta allora ? Quella che sempre di notte e durante il sonno un nostro paziente è uscito dalla sua stanza convintissimo d’andare ad innaffiare le piante del suo orto … Non riuscirò mai a descrivervi adeguatamente la faccia della Suora Caposala il mattino dopo quando è entrata nel suo studiolo “adeguatamente innaffiato di profumato liquido organico” fin in fondo ad ogni angolo e perfino dentro ad ogni cassetto …
Sono solo due esempi della lunghissima lista da cui potrei attingere … e raccontarvi ancora. Ma torno ad essere “serioso”… Rientro nel reparto e incappo in uno che esce “sparato” di stanza spingendo la sua carrozzella furibondo e arrossato in volto …
“Ci vorrebbe una pistola con questi qua che sono in camera con me …”
 
Tutti che hanno voglia di sparare quest’oggi … Per fortuna ci pensa una collega a svoltare i pensieri.
“Ho letto di un fantasma dell’isola di Poveglia in laguna a Venezia … Alcuni Americani hanno indagato, filmato e sostato nell’isola … Che ci sia davvero ?” mi chiede. “So che in un tuo libro hai scritto di quell’isola, ne avrai pur sentito parlare immagino …”
 
E’ serissima, a differenza di molte altre occasioni in cui nell’ambiente di lavoro sfioriamo in modo leggero e quasi divertito certi argomenti ostici per strappare un sorriso ai malati, o per riempire il tempo e le circostanze. Su certi temi c’è il rischio di fantasticare e arzigogolare mescolando paure antiche scappando dalla realtà. Esiste oggi tutto un grande calderone di pseudomisteri ed enigmi di difficile interpretazione … Talvolta si sfocia nel grottesco e nell’inventato del tutto, ma esiste tutta una variegatissima letteratura al riguardo che fa tendenza e provoca curiosità. Che ci sarà di vero ?
Stavolta, invece, la collega mi s’avvicina un po’ cupa, e mi racconta sottovoce.
“La stessa sera che è morto mio padre mi ha chiamata … Ne sono certa … Un’altra volta, mi è apparso in sogno un nipote mai visto, che manco sapevo esistesse … Era il figlio di un mio cugino che viveva lontanissimo e non vedevo da tantissimo tempo … Dopo un po’ di mesi mi ha chiamata informandomi d’aver avuto un figlio … Ma io lo sapevo già. Quel mio consanguineo era già venuto di persona a trovarmi e salutarmi nel sonno … ”
 
Visto che ero lì ad ascoltarla, si è lasciata andare facendo traboccare i pensieri.
“Mi hanno detto e insegnato, e sono convinta … che le Anime dei morti sono sempre presenti accanto a noi. Talvolta sono in pena, hanno bisogno in qualche modo di noi, di essere quietate, placate … E allora chiamano … si fanno sentire presenti …”
 
Provo a commentarle qualcosa …
“Queste sono sensazioni antichissime, presenti da millenni nel comune sentire degli umani … Il culto dei Morti è vecchio quanto gli uomini … Si è sempre andati a sedersi e banchettare accanto alle tombe, e portato lumini e fiori come a un vivente … Forse è la nostra mente che non accetta del tutto il peso e il trauma della scomparsa e del distacco dalle persone a cui abbiamo voluto bene e abbiamo perduto … per cui cerchiamo di supplire, di prolungare quel che eravamo … Credo lo facciamo più per noi stessi che per esaudire un reale bisogno dei Morti … che sono morti per sempre e senza ritorno, e non hanno più bisogno di niente e nessuno …”
 
“No. Nooo … Non è così.” continua la collega, “Le Anime sono per davvero in pena … Chiamano … Hanno bisogno di essere rassicurate, confortate e rappacificate da noi … C’invidiano la nostra presenza viva che non possiedono più. E’ come se avessero nostalgia di quel che siamo ancora noi … e chiamandoci un poco cercano di riappropriarsi di quel che hanno perduto … E noi … possiamo in qualche modo accontentarli … almeno facendo loro attenzione …”
 
“Ho sentito anch’io … che la stessa sera che è morta una suocera, inspiegabilmente la televisione di casa della figlia e dei nipoti si è accesa e spenta molte volte da sola senza che nessuno facesse nulla … Senza telecomando, senza toccare niente … Non c’è stato black-out, problemi di corrente elettrica, nulla … Non era mai successo prima, né si è mai ripetuto dopo … Solo quella sera, fatalità, coincidenza … Che significasse qualcosa ? Saperlo … Però è accaduto … Eccome che è accaduto …”
 
“Vedi  allora che è vero !” Ha aggiunto ancora la collega. “In sogno mio padre mi ha detto: “Ho tanto freddo, ho tanta paura … L’ho avvertito chiaramente …”
 
Che dire e aggiungere ? Che la voce di suo padre era forse un suo desiderio e la trasposizione delle sue paure ?  Lascio dubbioso cadere il discorso … Sembra per davvero un “al di là”impenetrabile e chiuso che chiama. Anche se mi sembra inverosimile … D’altra parte si è sempre cantato per secoli di un Ade pieno di ombre, di un grande luogo traslucido e pallido oltre i confini del solito reale vivibile … Qualcosa che “non c’è ma forse c’è” in cui finiscono da sempre per stare i morti e qualcos’altro … E’ un argomento ostico, quasi impossibile … Per un certo verso fascinoso, ma per altro sdrucciolevole e infido, in cui lasciarsi scivolare dentro si può finire nel calderone del credulone e del banale. Preferisco il silenzio rispettoso verso questo nostro non sapere …
Ma la collega non desiste …
“E Mejugoire allora ? … le Profezie ? Che cos’è tutto questo parlare dall’Oltre che non ci appartiene ? Che significa questo chiamare continuo ? Bisogna essere scettici o tendere l’orecchio come fanno migliaia di persone ? Che cosa c’è di buono in tutto questo ? ”
 
Non so che cosa risponderle … Anzi, non voglio proprio rispondere.
“E’ un argomento delicato … Può diventare un’altra forma curiosa e piacevole di gossip … Un gossip grigio-nero buono per spettegolare …”
 
La collega dimostra di non apprezzare la risposta … Rincara la dose, un po’ risentita.
“Qualcosa c’è di buono … Tutta questa convergenza di racconti, sensazioni e pensieri, di certo significa qualcosa. Ci deve essere qualcosa a cui porre attenzione … E’ che noi abbiamo paura di affrontarlo e ammetterlo … Ci sono migliaia di persone che hanno visto con i propri occhi e sentito con le proprie orecchie … S’incontrano veggenti, c’è una montagna di messaggi e segni a disposizione … Come si fa a rimanere indifferenti e asettici ? ”
 
“Io rimango perplesso e incerto … Ho la sensazione che intorno a certe cose si strombazzi e amplifichi troppo, che ci sia una ridondanza fantasiosa fatta apposta dai media a scopo commerciale … Mi sbaglierò, ma ho la sensazione personale che intorno a certe realtà sottili ci sia un gran circone, una fiera buona per guadagnarci qualcosa e accalappiare il più gran numero di persone possibile … ”
 
“E’ questione di buona fede … Ci sono tantissime persone che hanno ricevuto beneficio fisico e interiore … Talvolta vivendo certe esperienze si finisce per cambiare, vivere meglio e più serenamente … Io credo fermamente a certe cose …Un mio figlio piccino mi ha raccontato di recente che sempre in sogno una nonna mai conosciuta è venuta a salutarlo e gli ha fatto a lungo le coccole … “Non è la solita nonna … E’ un’altra che non ho mai visto ! … Mi ha detto che ci conosce, ed è la mamma del papà …” 
Che significa tutto questo ? In effetti il mio bimbo non ha mai conosciuto l’altra nonna che è morta da tempo. Non gliene ho mai parlato … E’ ancora piccolo, non capirebbe … Pensavo di farlo in seguito, da grande … E invece se n’è venuto fuori così … da solo … Può essere davvero solo suggestione e vagheggiamenti della mente di un bimbo che dorme ?”
 
Che fatica  questi discorsi !
A volte non afferriamo o perdiamo il senso di tante cose … Anche di quello che andiamo facendo, della nostra professione, del nostro vivere … Accade anche a me per primo. Prevale altro, e non sappiamo neanche noi che cosa fare e che cosa sia meglio e giusto o sbagliato.
Allora ci accontentiamo di faticare e basta … e di lasciarci portare dalla vita dove più ne ha voglia e capita. S’alternano e scorrono le persone e i fatti … In ospedale certi letti tornano ad essere vuoti e preparati per accogliere qualcun altro di nuovo … Le stanze illuminate e deserte rimangono linde e asettiche, senza nessuno dentro, in attesa che accada qualcosa … che si ricominci da capo …
“E’ tutto un giro … Tutto che gira … Tutto che gira … Come una giostra … E’ la ruota della vita …” amava dire un Direttore Sanitario di qualche anno fa.
 
“E noi siamo fra i tanti che contribuiscono in qualche modo a farla girare …”
 
Che ruoti allora questa giostra …

 

nov 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

“QUESTA E’ DIVERSA … MA CERTAMENTE INNOCUA.”

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Di certo già lo sapete, ma io lo so stavolta meglio di voi perché in “certe cose” ci sono stato immerso fin oltre il collo e molto di più. I vecchi Piovani o Parroci delle piccole Contrade e Parrocchie di Venezia fino a qualche decennio fa buoni ma burberi e saggi “pastori” sapevano tutto di tutti. Erano talmente ben informati sulle loro “pecorelle” che spesso sapevano le cose ancor prima che le ideassero e le mettessero in pratica.

Sui loro micidiali e aggiornatissimi schedari segnavano un bel puntino rosso accanto a quel nome o a quella famiglia che era Comunista o “mangiapreti” o atea sfegatata. Viceversa, mettevano un puntolino nero su chi aveva convinzioni e propendeva per linee politiche “più classiche e ordinate”.
Bianco era ovviamente il punto dei più fidati, di quelli “buoni di Chiesa” … così come c’era un tondino vuoto e trasparente messo accanto a tutti coloro che erano agnostici, diversi, separati, conviventi, d’altro credo, di “bassi costumi”, carcerati … o afflitti da qualcosa di “sospettabile” e meritevoli di poca stima.
Bastava andar di sotto, in fondo alla scheda interessata, e leggere attentamente le righe delle note che spiegavano dettagliatamente ogni arcano.
Con un altro semplice colpo d’occhio, nei tempi in cui lo schedario finiva in mano a Piovani meticolosi, curiosi o dalle orecchie lunghe dovute a un esercito d’informatori e informatrici sparsi in ogni angolo, calle, corte e campiello della Contrada-Parrocchia, il Piovano sapeva con certezza se si disponeva anche del telefono, se si possedeva il frigorifero, quale lavoro praticavi e per chi, quale titolo di studio avevi perseguito … e già che c’era, riusciva ad annotare se avevi casa in montagna o al mare, o anche una barca e magari l’automobile.
In quelle mitiche schede c’era tutto … se non di più. E c’era anche quello che non si può e non si deve dire, e quel che non c’era scritto e segnato lì il Parroco lo sapeva e ce l’aveva dentro, perché confessando e ascoltando sapeva i segreti e le intimità di tutti. In un certo senso quel “Sant’uomo Piovano”sapeva fare una “radiografia speciale” di tutta la sua gente che finiva con “sapere” e conoscere come le sue vuote (?) tasche o forse di più.
Perché vi racconto questo ?
Perché ogni tanto mi piace guardarmi intorno, e l’altro giorno non ho potuto fare a meno di notare uno degli attuali Preti-Frati-Parroci di questa Venezia rimasta senza Contrade e tagliata grossolanamente a grandi e poche fette, come sono l’esiguo numero delle poche megaparrocchie compattate, assemblate e rimaste.
L’ho visto “annaspare” diligentemente ma stranito in giro per le callette, le rive e i campielli di Venezia, cercando di visitare a domicilio i suoi Parrocchiani e Fedeli tanto illustri quanto sconosciuti.
Giunto ai piedi di un alto condominio col suo bel “cioccolattino”bianco ben in vista davanti al collo, ma privo dell’antica tonaca lunga e dai bottoni infiniti; s’è appressato a pigiare e suonare la ricca fila numerosa dei lucidi campanelli.
Un tempo era diverso … perché era facile vedere svolazzare e spuntare furtivo quell’abito dagli angoli più reconditi della zona, e poi vederlo riscomparire di nuovo sotto a uno strano cappello sghimbescio col fiocco nero sopra … l’occhio vispo e furbetto, e un sorriso gajardo dissimulato di sotto.
L’ho visto oggi diligente e con insistente pazienza suonarli tutti ad uno ad uno. Così come ha salito fino in cima tutte le rampe delle irte scale per poi, sostando ad ogni porta, ridiscenderle progressivamente tutte.
Nessuno però gli ha detto né l’ha aggiornato sul fatto che sei appartamenti su sedici sono vuoti e sfitti da anni. Non l’hanno messo al corrente che dietro a tutte quelle porte chiuse non c’è più nessuno. Non gli hanno riferito che su due di quelle abitazioni risiedono persone che ogni sera rientrano tardissimo per ripartire prestissimo il giorno dopo. Anche del fatto che a pianterreno i due appartamentini con ancora il cognome sulla porta sono adibiti da un pezzo a magazzino di birra e liquori non se n’è saputo niente in giro … e lui ne sa meno degli altri.
Non sa che al primo piano abita una famiglia di Cinesi che gestiscono un bar dall’altra parte di Venezia. E forse non s’è neanche accorto di quella tendina spostata furtivamente nell’appartamentino di fronte, da dove alcuni giovani studenti vedendolo in strada han finto di non esserci lasciandolo di fuori.
Alla fine gli hanno aperto in due: una delle ultime famiglie rimaste residenti a Venezia … che pensava fosse la zia a suonare la campanella … ma visto ch’era il Prete: “Che benedicesse pure … che male non faceva …”
L’altra era una di quelle fedelissime nonnine, una di quelle poche “Pie donne” rimaste a circolare in chiesa, e pronte a correre appena suona la prima campanella.
Che sia forse il caso e il tempo di cambiare modo reciproco di proporsi e presentarsi ? Che serva uno schedario nuovo … un database informatico aggiornato via Internet e in tempo reale ?
O forse è solo nostalgia di un ex a cui piaceva che si sapesse tutto di tutti ? … O forse meglio, che ciascuno si sentisse più conosciuto e “saputo” … e per questo forse più cercato e amato … pur senza saperlo.
Ma come sempre, queste sono forse solo opinioni un po’ ingenue, o quattro chiacchiere innocue abbandonate al mare immenso del web …
nov 9, 2014 - Senza categoria    No Comments

“QUALCHE ALTRA NOTA E CURIOSITA’ SU SANTA CROCE DELLA GIUDECCA.”

santa croce

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 57.

“QUALCHE ALTRA NOTA E CURIOSITA’ SU SANTA CROCE DELLA GIUDECCA.”
 
Come ben si sa, la maggior parte dei monasteri di Venezia era in qualche maniera gestita a distanza e protetta dalle più ricche e prestigiose famiglie nobili della città lagunare. Il motivo era semplice: ci mettevano dentro le proprie figlie non andate in mogli ad altre grandi famiglie della Serenissima. Primo fra tutti, il Monastero di San Zaccaria oltre ad ospitare spesso qualche figlia del Doge, manteneva fra le sue mura le monache dei clan nobiliari: Foscarini, Querini, Gradenigo e Morosini. Nel chiostro di Ognissanti nel Sestiere di Dorsoduro (l’ex Ospedale Giustinian), invece, aveva pieno controllo e protettorato economico il clan patrizio dei Barbarigo, così come alla Giudecca, nella fattispecie del Monastero Benedettino di Santa Croce la prevalenza nobile era quella delle figlie dei nobili Da Molin.
Il complesso di Santa Croce della Giudecca è vecchissimo: le sue prime notizie risalgono addirittura a prima dell’anno mille … e cento anni dopo era riconosciuto ormai come stabile Monastero di Benedettine e chiamato: Monasterium de Scopolo o dello Scoglio” perché sembra occupasse un’isoletta minore incastonata dentro alla Giudecca.
Fra 1303 e 1309, il Monastero congiuntamente alla chiesa apparivano sulla lista di coloro che dovevano pagare la tassa di“Diritto di Catedrattico” al vescovo di Castello Ramberto Polo, cosa che le monache facevano puntualmente ogni anno a maggio: nel giorno della Festa dell’ “L’invenzione della Santa Croce”.
Circa trent’anni dopo, il Senato della Serenissima concesse in usufrutto alla Badessa Giacomina Paoni del Monastero di Santa Croce una palude antistante con l’obbligo di bonificarla in 3 anni di 50 passi inglobando così l’isoletta con tutto il resto della Giudecca. In cambio le Monache dovevano omaggiare annualmente il Doge con un paio di guanti di camoscio … cosa che puntualmente le Monache esaudirono per secoli.
 
“…Concessione fatta dall’Officiali et Giudici al Magistrato del Piovego, Ser Marco Da Mula, Ser Marco Boxio et Ser Pietro Marcello al NH ser Canotto Loredan della contrà di Sant’Aponal o San Silvestro de passa 50 per lunghezza et altri passa 50 per larghezza di velma, posta tra il monasterio de Sancta Croxe alla Zuecca et il monasterio de San Zorzi Maggior, in esecution di dover palificar et atterrar detta velma nel termine d’anni tre et obbligatione di contribuire ogn’anno al Ser.mo Doxe un paro de guanti de camozza…”
In Atti di Pre’ Nicolo’ della chiesa de Sant’Agostin Nodaro Pubblico - 1330 luglio 20.
Ma già nell’agosto 1395 “… capitò sconquasso a Santa Croce della Giudecca …” come spesso sempre accadeva nei monasteri lagunari. Fu giudicato Antonio Vianaro entrato più volte nel monastero della Santa Croce avendo rapporti sessuali con Suor Ursia Tressa.
Per pareggiare le sorti, nel giugno 1426 a soli 17 anni, entrò Monaca alla Santa Croce Eufemia Giustiniani (futura Beata Eufemia) nipote del futuro San Lorenzo Giustiniani, che per l’occasione scrisse e le dedicò il suo famoso: “De Vita Monastica”. Qualche anno dopo, morta la vecchia Badessa Paola, il Giustiniani pensò bene per riordinare i costumi della vita delle monche, di eleggere la nipote nuova Badessa nonostante le contrarietà delle consorelle che s’appellarono subito e inutilmente direttamente al Papa di turno.
La scelta oculata del Giustiniani portò bene, perché le monache diventate esemplari furono inviate in giro per i monasteri a riformarli, iniziando da San Secondo in isola e da Sant’Angelo di Contorta, ma spingendosi in seguito fino a Cipro per fondare anche lì un nuovo monastero.
Dieci anni dopo, siccome l’economia del monastero un po’ languiva, le monache ottennero da Papa Eugenio IV di usufruire delle rendite del Monastero Benedettino di San Giorgio di Fossone appena fuori Chioggia, e in seguito quelle di Sant’Angelo di Contorta, del Convento caduto in rovina di San Domenico in Fuscolano, e della chiesa parrocchiale di Nono vicino a Padova … e già che c’erano … i Papi aggiunsero con speciali bolle apposite l’usufrutto dei beni di San Cipriano di Sarzàn, di Santa Felicita di Romano e di San Giorgio di Castelfranco.
Come altri hanno già spiegato molto bene, durante lo stesso secolo crebbe non poco l’importanza del monastero che s’arricchì di preziosissime Reliquie e Corpi di Santi pervenutigli direttamente da Costantinopoli e dall’Oriente … Anche alla Giudecca accadde un immenso “giro” di celebrazioni, indulgenze, devozioni … e bei guadagni che durarono per secoli.
Nel 1464 anno di peste a Venezia le monache del Santa Croce della Giudecca si prodigarono parecchio per confortare e accompagnare a morte serena gli appestati … E fu in quella circostanza che si verificò il famoso miracolo raccontato dalla leggenda.
Ovviamente fu Suor Eufemia Giustiniani la coprotagonista, e accadde che mentre la monaca stava seppellendo la quinta consorella deceduta per il morbo pestifero la raggiunse Suor Scolastica la portinaia, riferendole che s’era presentato alla porta e alle grate del parlatorio della clausura del monastero un certo Cavaliere per domandare una tazza d’acqua. Era San Sebastiano in persona vestito in velluto nero, Santo Protettore contro la peste, che venne a posta per lodare l’opera santa della Badessa e delle sue Monache. Già che c’era, il Santo assicurò che non sarebbe più morta di peste nessuna monaca, e come suo gesto di omaggio toccò il pozzo del Monastero infondendo alle acque una virtu’ miracolosa perenne.
Niente di che direte … Uno dei tanti miracoli dell’epoca… Mica tanto, perché la Storia racconta che a distanza di più di un secolo, nel 1576, la gente di Venezia e Veneta accorreva ancora a quel pozzo di San Sebastiano per bere l’acqua miracolosa che li poteva salvare dalla peste. Esisteva perfino uno stampato apposito che invitava a bere “l’acqua antipeste”recitando una particolare orazione a San Sebastiano delle Monache della Santa Croce.
Era l’anno della peste del Redentore… e a fine estate si sparse la voce che mentre tutti morivano alla Giudecca nel monastero non era morta neanche una monaca. Accadde tutto un inutile accorrere fin da Treviso, dalle campagne del Padovano, e perfino da Verona … ma chi doveva morire morì.
Le Monache del Santa Croce erano talmente assediate dall’afflusso della gente, che furono costrette a far scorrere l’acqua del pozzo attraverso una lunga grondaia facendola uscire fuori dal recinto del monastero … “potendo così vivere in santa pace …”
Nel marzo dell’anno dopo il Doge Alvise Mocenigo e il Patriarca Giovanni Trevisan andarono in processione proprio fino alla chiesa della Santa Croce della Giudecca per partecipare alla Messa Solenne del Voto e benedire e porre la prima pietra del futuro Tempio del Redentore.
Durante lo stesso 1500, le cento (!) Monache del Monastero della Santa Croce della Giudecca litigarono non poco con quelle di San Zaccaria per la proprietà e gestione di certi possedimenti di terra a Monselice, e contemporaneamente decisero di rifabbricare chiesa e monastero. Tutto fu fatto in soli sette anni, tanto che il Patriarca di Venezia Antonio Contarini andò a benedire e consacrare tutto nel 1508 consacrando per l’occasione altre venti nuove monache che offrirono ciascuna un ducato e due candelotti di pregio. Come dicevamo prima, alle spalle delle Monache c’erano i ricchi capitali dei nobili Veneziani, e in questo caso fu il Nobil Homo Francesco figlio di Pietro Pizzamano arricchitosi non poco con la gestione del Dazio del Vino a Venezia, che contribuì all’opera di rinnovo di tutto fornendo 5.000 ducati d’oro.
Per far sentire e mai mancare il suo potente appoggio, la Serenissima beneficò “le proprie figlie” a più riprese, e anche nel 1515 fornendo un quantitativo di 10 stara di frumento obbligando un banchiere Ebreo che aveva diffamato un medico Ebreo a procurarlo a proprie spese. Con la stessa puntualità, la Serenissima autorizzò l’intervento dei Fanti della sua Quarantia al Criminal che espulse dal monastero Zuan Andea Pizzamano nipote del nobile benefattore che procurò i restauri di chiesa e convento, perché voleva spadroneggiare troppo nelle cose delle Monache.
Due o tre anni dopo, le Monache del Santa Croce concessero in gestione il Convento di Sant’Angelo in Caotorta ai Carmelitani di Mantova che avevano messo residenza a Venezia, e ogni anno ottennevano in cambio come gesto simbolico il giorno della Solennità dell’Invenzione e dell’Esaltazione della Croce una candela di cera bianca del peso di due libbre.
Raccontano le cronache veneziane, che nel 1521: “… in questa terra è assai malattie, maxime in monasteri; a Santa Croce della Giudecca dove tutte le monache son ammalate … et fu per li caldi stati di quest’inverno…”
 
Le monache come tutti a Venezia potevano diventare fragili a causa del clima umido e speciale della laguna … ma per fortuna avevano quel pozzo.
 
Nel dicembre di tre anni dopo, Sjer Zorzi Pisani Dotor e Cavalier, Savio del Maggior Consiglio venne sepolto vestito d’oro nel Monastero della Santa Croce dove aveva fatto preparare le sue arche o tombe. Lasciò una veste d’oro al Monastero della Santa Croce e un’altra a quello di Sant’Angelo di Concordia … Il Monastero pagava ogni anno 8 ducati annui a un suo provetto organista, e pagava altri 115 ducati per offrire 15 pasti ai Sacerdoti Mansionari che celebravano per le Feste principali e la Settimana Santa … Non a caso quindi, il monastero venne tassato dallo Stato Serenissimo con 30 ducati e il suo Cappellano privato di altri 10 ducati … Ma era tutto un “Do ut des” fra Monache e Governo perché qualche anno dopo il Consiglio dei Quaranta regalò alle monache “ … una galea sottil da demolire per conzar la Fondamenta del Monastero che ruinava …”
Perfino la famosissima e antica Compagnia della Calza e degli Accesi ricamava lì alla Giudecca la sua calza nel maggio 1562, e faceva celebrare una Messa Solenne e Cantata presso le monache della Santa Croce che nel frattempo erano cresciute di numero diventando 150.
A fine secolo, nel 1595, Bozza Francesco figlio di Giacomo mercante veneto abitante in Contrada di San Gregorio giusto oltre il Canale della Giudecca, fu pugnalato a morte da Zorzi De Masi scrivano di nave per una questione di alcuni sacchi di carrube caricate a Cipro e vendute in Istria.  Dopo la sua morte, la moglie usufruttuaria di cospicue rendite e magazzini in Venezia regalò alle Monache della Santa Croce una preziosissima Reliquia di Santa Marina … ma allo stesso tempo, il Patriarca Priuli che visitò il monastero condannò la passione smodata di alcune monache che stavano sempre a specchiare la propria immagine su certi specchi e vetri di lusso mancando di presenziare alle prediche. Ordinò perciò che fosse aperto nel Coro delle Monache una finestrella attraverso la quale il predicatore potesse contare le monache presenti.
Ma le Monache, figlie soprattutto dei Nobili Dal Molin, erano furbe … perciò si muovevano nel Coro dentro all’oscurità per cui dalla finestrella non si capiva niente.
La cosa non piacque al Patriarca, ma ancor meno piacque alla Serenissima:
“…non piace il governo temporale del monastero che è nelle mani di alcune scrivane, che sono in effetto già molti anni cioè le Molline, le quali senza consenso del Capitolo hanno affittato alcune case a suoi parenti per buon mercato ne si sa quello che pagano…”
All’inizio del 1600, Zuane di Mascheroni mercante analfabeta di vini, lasciò per testamento alle 130 Monache del Santa Croce della Giudecca, forse sue clienti, e alle Ospiti delle Convertite vicino a Sant’Eufemia, ben 12 barili di vino ciascuna precisando che la donazione era: “… per l’anima sua, et in remission de suoi peccati, dichiarando che a questi monasterii ghe sia datto buon vin…”
Il 18 agosto 1605 Viena Bianchi nominò proprie esecutrici testamentarie le monache di Santa Croce e Santa Giustina con i Procuratori di ciascun convento. Scriveva: “…Voglio esser sepulta dentro del monastero delle ditte Reverende Monache della Croce di Venezia vestita del suo habito et accompagnata dalle Monache Converse … alle quali Monache voglio siano datto ducati 5 per l’habito soperlirmi…”
Alla fine della sua Visita il Patriarca Vendramin nel 1611 commentò: “… le giovani monache del Santa Croce sono troppo gagliarde di cervello et poco obbedienti alla Badessa…”, mentre qualche anno dopo la Badessa Suor Lucrezia Morosini supplicò di rimuovere  il Confessore delle Monache perché era: “… vecchio malsano e pelagroso, et malamente può soddisfare al debito suo…” Richiedeva che al suo posto fosse nominato un certo Prete Zorzi Polacco energico riformatore, e che fosse permesso a un Frate Francescano di visitare e offrire guida spirituale a una certa Suor Dionora che rifiutava di ricevere i Sacramenti cercando di suicidarsi.
Nel 1660 la rendita annuale dei beni immobili del monastero della Santa Croce della Giudecca, dove vivevano 110 Monache, assommava a 2.573 ducati sui quali pagava una tassa alla Serenissima di 9 lire, 19 soldi e 2 denari.
Nel 1700 le Monache erano ancora 130, e la rendita annuale dai beni immobili posseduti in Venezia era di 1.542 ducati sui quali pagava soldi 3 e denari 6 di tassa.
Il Monastero della Croce della Giudecca restaurato con la chiesa spendendo la somma di 425 ducati, era autorizzato dalla Serenissima a vendere medicinali e riceveva dal Governo gratuitamente la fornitura di un “burcio” d’acqua da bere … E il pozzo ? Che fine aveva fatto ?
Le Monache fornirono la loro chiesa di un organo nuovo a 60 registri … e il Principe Elettore di poi Re di Polonia in visita a Venezia prese lezioni di caccia in valle da Gian Battista Minozzi sacrestano delle Monache di Santa Croce della Giudecca.
Ancora nell’aprile del 1782 il murer Michieletti Antonio rilasciò una scrittura di ricevuta per una demolizione fatta dentro al Monastero della Santa Croce alla Giudecca per una spesa di lire 482, mentre il murer Mazzon Giuseppe ne rilasciò un’altra per il pagamento di una demolizione costata lire 1.074.
All’inizio del 1800 Papa Pio VII visitò diverse volte il Monastero ricevendo in dono dalle Monache un Messale coperto d’argento, un libro che raccontava la vita di Sant’Eufemia, una stola ricamata in oro, e un “Rocchetto” finissimo da indossare cucito con asola d’oro e guarnito a merletto … 
 
“Durante la Quaresima al Santa Croce della Giudecca si predicava quotidianamente il Quaresimale come in altre 37 chiese  di venezia … e il 3 maggio di ogni anno, Festa della Santa Croce si celebravano riti molto solenni con esposizione di tutte le preziosissime reliquie…”
“Poi fu la fine di tutto … e ogni cosa andò storta e a remengo …” scrisse in una sua lettera Suor Paola una delle ultime Monache residenti nel Santa Croce.
Nel luglio 1806 il Monastero della Croce della Giudecca venne soppresso e le 35 Monache Benedettine rimaste furono concentrate assieme a quelle di San Zaccaria. Lo Speziale Giampaolo Baldissera rivendicò presso il Magistrato un credito dalle Monache, ma “… Vista la condizione economica miserevole delle Monache, … s’invita lo Speziere creditore a soprassedere o a rivolgersi direttamente al Direttore del Pubblico Demanio che ha preso tutto e ogni risorsa in carico …”
Infatti, il Perito Demaniale Pietro Edwards aveva elencato e requisito dal Monastero e Chiesa della Croce alla Giudecca a nome del Governo: 226 quadri, 51 sculture di cui 16 lignee e 8 teste di cherubini. Le numerose e preziose Reliquie vennero portate provvisoriamente a Palazzo Pisani Moretta, e si misero all’asta in diversi lotti 20 parapetti d’altare ceduti per lire 364 a Nicola Brazzoduro; un baldacchino ricamato in oro ceduto ad un Frate Fontanotto per lire 54, vari arredi venduti per lire 312 a un certo Prete Antonio Pappini fra cui si elencavano: “Careghe di noghera, un organo, Christi in avorio e molto altro …”
Infine, come sapete bene, chiesa e monastero divennero sede carceraria e dell’Archivio di Stato … e in piccola parte magazzino per le carriole della spazzatura dell’AMAV.
 
“Sic transit gloria mundi !” concluse in fondo alla sua lettera sconsolata e malinconica la stessa Suor Paola rimasta senza il suo Monastero della Croce … Poco dopo fu anche cacciata da Monaca e costretta a dismettere l’abito, “… e relegata “liberamente” e di nuovo a lavorare i campi ed allevare galline presso i suoi parenti di campagna…”

 

 

nov 8, 2014 - Senza categoria    No Comments

08 novembre 2014

materia

“Esperti in materia continuano a raccontarci che la misteriosa materia oscura costituisce ben il 27% di tutto quanto esiste nell’universo che proprio “nostro” quindi non è, visto quanto è sfuggente, alternativo e pieno di sorprese. Ci dicono ancora che interagendo e collidendo con altre particelle contribuisca anche a produrre una notevole percentuale dell’antimateria che solitamente esplode di pirotecnica energia incontrando la nostra solita materia da noi ben visibile, conosciuta e apprezzata.
Gli Ammassi di Galassie, e ciascuna Stella poi, ruotano troppo veloci rispetto a quanto ci aspetteremmo intorno al loro centro galattico e gravitazionale confermando che esiste effettivamente una massa per noi tanto latente quanto ignota e invisibile … E’ appunto oscura, ma c’è eccome, e produce quel suo effetto per noi inspiegabile.
Detto questo … quanto piccola è la nostra capacità di percepire realmente quanto ci circonda ? Qualcun altro ha aggiunto che le dimensioni esistenti sono ben quattordici o forse sedici … Qualcuna in più dell’alto, basso, profondo, prima e dopo con cui siamo abituati a considerare tutto esistendo.
C’è qualcosa di tanto grande che ci sfugge … forse troppo grande per noi, come fossimo principianti intenti a superare faticosamente il primo e più semplice livello di un gioco fatto di tanti step superiori … forse troppi per dei piccoletti come noi.
Ma esiste qualcuno a cui sia dato di proseguire in questo acuto gioco andando oltre ? … e questo gioco cosmico chi se l’è inventato e programmato ? … Qualcuno potrà suggerirmi prontamente: “Dio ! …il grande Ideatore di Tutto” … ma sento che sarebbe una risposta troppo facile, quasi semplicistica, un “salvarsi in angolo” e “giocar di sponda”, non proporzionale alle splendida complessità in cui viviamo immersi … E allora ? … Struggiamoci ignoranti e fragili in questo dilemma cosmico come hanno fatto miliardi di donne e uomini prima di noi …”

nov 6, 2014 - Senza categoria    No Comments

“VENEZIA IN AMMOLLO … ANCORA.”

Scorcio veneziano_11Febb2013 23.30
Dopo che per giorni una Luna ironica, di quelle che sembrano guardarti di sotto e sorridere per canzonarti, ha dominato a lungo la scena delle serate e notti Veneziane, quest’oggi la pioggia autunnale ha inondato da sopra Venezia già alle prese con ritorno dell’acqua alta stagionale che l’ha invasa in ogni angolo da sotto.
Senza scrupoli e ritegno, e spinta da un vento tremebondo la marea s’è infiltrata allagando ovunque, minando ancora una volta le fondamenta della città ridotta a possente creatura monumentale dai fragili piedi d’argilla in ammollo. L’ululare familiare e macabro delle sirene ha invaso ripetutamente la notte, quasi grido allarmato di un naufrago che annaspa cercando di salvare il salvabile … ma stranamente senza angoscia, tranquillamente. A Venezia si è abituati e rassegnati a questo frequente ammollo comune, e mentre commercianti e artigiani s’ingegnano a sollevare, pompare fuori, bestemmiare, issare barriere e maledire politici e mangioni, tutto il resto dei veneziani se ne sta rintanato e spesso insonne ad ascoltare il cupo rimuginare del mare che si spande fin sopra alla laguna obesa e gonfia.
N.B. : La foto allegata al post “VENEZIA IN AMMOLLO … ANCORA.” è di Pietro Solveni.
Un vecchio pensionato dalle giornate lunghe e dalla provata pazienza s’appresta, acqua alla cintola, a rinforzare gli ormeggi della sua barca, un “sandolo”, attraccata ai pali della riva. Il mezzo ondeggia lentamente ben più alto del solito, e staziona e dondola di traverso sull’indistinto spazio in cui s’è confuso e sovrapposto canale e riva. L’anziano disinvolto e a suo agio in quel brodo salato ha prolungato la lunghezza dei pali infissi nel fango …
“Così non mi scappa via la barca … il vento me la porterebbe via “a seconda”, alla deriva fino a Torcello …”
Un altro coetaneo intabarrato e instivalato se la ride osservando la scena dal culmine di un vicino ponte. Avvolto dentro a una densa nuvola di nicotinico fumo commenta.
“Sarà vero che la grande opera del Mose sta nascendo già sproporzionata rispetto all’altezza delle marre che è cresciuta rispetto ai tempi in cui è stato progettato ? E’ vero quindi che l’acqua in ogni caso, paratie alzate o no, sarà più alta e sopravanzerà il tentativo di contenerla … per cui la città si ritroverà in ogni caso in ammollo ? “
 
“Si dice … si dice…” risponde l’altro stringendo i nodi delle corde.
“Ma non c’è nessuna figura autorevole che conti alla mano dichiari e dimostri il contrario … per cui il sospetto permane … e intanto Venezia affonda e annaspa … e si fanno questi lavori sbagliati buttando via soldi …”
 
L’altro ascolta di sotto armeggiando ancora con corde e tele cerate, mettendo la barca “da notte”in sicurezza.
Intanto la pioggia scroscia violenta e insistente buttandosi giù sulla laguna da un basso cielo grigio e buio, il solito tetto naturale serale di questi giorni sciroccosi di novembre.
“Alcuni turisti li vedi imbarazzati, fuori posto e incerti sul da farsi, altri inzuppati, invece,  si divertono … Quasi quasi l’acqua alta è diventata un’altra delle attrazioni che contraddistinguono il miracolo lagunare di sempre … Dire: “Ci sono stato, vi ho sguazzato dentro con gli stivali, mi sono seduto a degustare un caffè o a pranzare  su seggiole sommerse e con i gli stivali piantati in acqua … sta diventando una delle emozioni da raccontare …” 
“Tempo fa c’era qualcuno che nuotava in Piazza San Marco … Venezia è un po’ favola anche per questo … Un tocco di originalità, un’altra pagina giocosa da esperimentare … In quale città si vedono i negozi tranquillamente allagati senza che si gridi alla tragedia ? I bottegai, i gondolieri e i cittadini convivono col fenomeno … ci vedono ridere indifferenti …E’ proprio un gioco …”
 
Passa un grosso mototopo lanciato carico di merci … La città è rigonfia d’acqua nei canali, la vedi spingere e salire, gorgogliare ed espandersi ovunque … come se volesse abbracciare tutto e tutti spalancando un suo immenso manto bagnato.
Il vento tratteggia e disegna l’acqua coperta di riflessi colorati più ampi, languidi e più sfacciati del solito. Le folate sminuzzano e tagliano la piatta distesa in tante righe, la spingono, premono e “imbovolano”spingendola in ogni direzione. Nelle calli sbattacchiano invisibili scuri liberi sui muri … L’aria intera trasuda un immenso sudore umido, la laguna e Venezia sembrano un grande polmone spalancato.
Scroscia di nuovo, e il vento caldo e bagnato di scirocco sconquassa gli ombrelli, solleva i cappotti troppo pesanti per il freddo che non c’è. L’acqua cresce ancora, s’infiltra nei pianoterra, allaga i magazzini, riempie le calli e copre le fondamenta … Filtra e invade palazzi e chiese talvolta lasciati chiusi e abbandonati, scavalca paratie, passa attraverso le fessure e le commissure di pavimenti e muri, risale fognature e tubi, straripa dai tombini e dai wc, gorgoglia riempiendo vecchi pozzi e serbatoi. Venezia diventa ancor più isola di estemporanee isole.
Gli stivali non bastano più … l’acqua arriva alla cintola, si può solo navigare.
Quando si ritirerà lascerà ovunque un limo limaccioso e scuro, che in molti posti esterni sarà dilavato dalla pioggia, ma in altri interni non verrà rimosso e si condenserà crescendo strato dopo strato, mareggiata dopo inondazione. Solo in alcuni posti si risanerà e“raddolciranno” cose e mobili, mentre i muri impregnati d’acqua, sommersi per ore e giorni si sgretoleranno e frantumeranno progressivamente, si scrosteranno gli intonaci, si polverizzeranno le guaine, gli infissi, i gradini, i marmi fragili creando fessure e buchi che si scaveranno e allargheranno sempre più quasi come tane di animali invisibili.
Ogni tanto cederà qualche fondamenta, s’aprirà una grande o piccola voragine, alcune pietre scivoleranno nottetempo giù sul fondo dei canali, traballerà e s’inclinerà quanto resta. S’inclineranno ulteriormente i piani, ballerà, si sposterà e smuoverà tutto quanto poggia sopra i basamenti antichi. Poi tutto scorrerà e accadrà come sempre fino alla prossima occasione … anzi, inondazione.
Venezia convive da sempre con queste situazioni, è abituata a vedersi precaria, inumidita, infiltrata e in qualche maniera invasa e violata in ogni suo intimo. Verrebbe da dire che è quasi assuefatta e arresa a questo suo destino, ma non è vero, perché di acqua in acqua soffre sempre più e aumenta quella sua senescenza desueta e rovinosa. Nessun vecchio vivrà per sempre, così come non ci sarà città capace di sopravvivere in eterno a questo destino cannibale del mare verso la sua costa.
“Che dici ? Sparirà Venezia un giorno per sempre ?” mi chiede “ciacolando” e cianciando lo stesso vecchio pensionato di prima intento in niente.
“Finirà sommersa e allagata come la si vagheggia e sogna, o la si prevede nelle storie futuristiche e surreali, e nelle cantate postmoderne ?” 
 
“Chissà …” rispondo, “Credo che nessuno di noi riuscirà a vivere fino in fondo questo declino totale, e a vedere l’evento di questo definitivo scempio … Forse toccherà ai posteri assistere a questa morte completa della storica città galleggiante ed effimera vestita da Carnevale …” 
“Intanto … i vaporetti non riescono più a passare sotto ai ponti, in certi giorni gli stivali alti fino al ginocchio non sono più sufficienti e servono quelli a tutta coscia. I servizi e i collegamenti si paralizzano, gli anziani rimangono isolati in casa ad aspettar tempi migliori affacciati alla finestra, calando giù in calle con una lunga corda un cestino dondolante che uno degli ultimi bottegai, verdurai e fornai prima o poi passerà a riempire aggiungendovi il giornale … acqua permettendo…”
S’è fatta notte, intanto, e alcuni Veneziani nottambuli, quasi lugubri e trasparenti come fantasmi, si mimetizzano e sguazzano in giro, perfettamente adeguati alla loro città bagnata … Si muovono come al rallentatore dentro ai loro stivali gommosi, e sono davvero goffi nel tentativo di evitare d’innescare o incontrare l’onda capace di riempire le loro calzature appena emergenti sopra al livello salato.
Una bella turista straniera e scalza zompetta tenendo alta sull’acqua la gonna, e ancor più alte sugli schizzi le sue preziose e lucide scarpe col tacco a spillo alto così … Ridacchia e alterna gridolini infastidita … L’acqua è fredda, non è del tutto divertente …
La pioggia stassera scroscia più del giorno … i cellulari di molti veneziani stanno squillando messaggiando i livelli previsti e gli orari della marea … Sembra l’appuntamento per lo spettacolo di un film o per uscire a teatro … Un concerto fatto di sirene d’allarme e dal ronzio noioso e pedante di una folla eterogenea di pompe che provano a battagliare contro l’acqua che entra dappertutto incontrollabile.
“Ma che alta 1 metro e 5 centimetri ? … Non ne imbroccano una quelli là ! … Sarà almeno un metro e trentacinque … e sarà anche un’altra serata e notte di veglia che qualcuno dovrà trascorrere avanti e indietro andando e tornando anche dalla Terraferma per sollevare e salvare il salvabile … C’è acqua ovunque, è tutto allagato nelle botteghe delle Mercerie, sotto le volte e i portici di Rialto, nelle callette e sulle Salizade … Tutto è inondato come i Campielli e le Corti sconte della notte … Il solito “casotto” ! “
E’ quasi sproporzionata Venezia night inondata dall’acqua … sembra le manchi qualcosa, le gambe, il basamento … ma conserva ugualmente il suo fascino di vecchia bellezza … che è proprio il caso di definire“in fresca”.
Ascolto tutto anch’io vegliando, curvo sulle mie digitali parole, e mi diletto a percorrere i meandri della mia mente e quelli delle cose dette di sotto dentro alla città in ammollo.
Di nuovo fuori scroscia, la pioggia rincara la dose, picchietta e tamburella violenta sugli scuri chiusi  … Sembra che infastidita da quel che dico bussi per entrare in questa mia ennesima giornata ormai conclusa.

N.B.: La foto allegata a questo mio post “VENEZIA IN AMMOLLO … ANCORA.” è di Pietro Solveni

nov 4, 2014 - Senza categoria    No Comments

04 novembre 2014

notte

“Nel cuore delle ore più piccole della notte, mentre fuori una cappa di nebbia densa e umida, quasi da tagliare col coltello, ha preso d’assalto e occupato tuta la Contrada, Venezia e l’intera laguna; mi ritrovo a scrivere ed inventare il mio nuovo libro.

Scrivendo, non mi era mai capitato fino ad ora di divertirmi così pensando e rimuginando, tanto che come stupido solitario nottambulo mi ritrovo a sorridere fra me e me prigioniero del silenzio.

Non finisce di stupirmi, anche se non sono nato ieri, la capacità della nostra mente di esternare quel che contiene e ha gelosamente conservato per tanto tempo. A volte basta un niente, un nonnulla, ed è come trarre da un cassettino aperto per sbaglio una lunghissima collana di perle dimenticata. La vedo fuoriuscire lentamente strusciando come lunga catena in tutta la sua consistente bellezza, che non ricordavo neanche di possedere.

Così è anche dei miei ricordi: uno inanella e richiama l’altro sorprendendomi non poco.

Mi ritrovo imbarazzato a battagliare con le ore nel vano tentativo di riuscire ad imprigionare tutto dentro alle pagine digitali del mio computer … ma il resto del vivere chiama e pretende, e anche questa notte sta ormai finendo. Fatico ad adeguarmi all’idea, a spegnere la mente, e sollevare le dita frettolose che tempestano i tasti, ma le cose vanno così …”

nov 1, 2014 - Senza categoria    No Comments

01 novembre 2014

streghe

“Intento a scrivere e stendere una parte del mio nuovo libro nella notte di Halloween stanotte sono stato molto attento e all’erta … ma non è successo nulla. Mentre la mia mente frullava dentro alla tempestata dei ricordi, le ore si sono susseguite in un attimo … Unica nota: di sotto in Calle Larga di Santa Marta nella mia solita Venezia, il solito ubriaco del quartiere ha inanellato per più di un’ora uno dei suoi eterni monologhi arrabbiati e comici insieme … Oggi è festa, molti non andranno a lavorare, e neanche lui lo farà … Per cui s’è concesso l’ennesima evasione dei cui effetti sonori ci ha reso in molti partecipi. E’ stato lui l’unica mesta strega di passaggio per la contrada di quest’anno … Una visione traslucida e incoerente del vivere, che mi spalancato e messo al corrente di tutte le praterie del suo vissuto insolito e personale. Se mi aspettavo una fascinosa strega di Hallowen onirica, controversa e ludica indecisa fra scherzetto e dolcetto … questa volta non è passata, sostituita da questo mago dell’eccesso.  Pazienza, sarà per l’anno prossimo … Tuttavia, in “Vino Veritas” c’è sempre da imparare e riflettere anche da quel qualcosa di ancestrale e recondito che talvolta emerge dai nebbiosi fumi dell’alcool.”

ott 29, 2014 - Senza categoria    No Comments

OGGI: 29 OTTOBRE 2014.

La bonne venture,(1919

“Il vento sventaglia le edere rosse che ballano e penzolano a cavallo del muro del giardino precluso sulla strada della Marittima del Porto. Brillano in cima al muro come oggetti preziosi i vetri taglienti e appuntiti, e i cocci di bottiglia infissi sul culmine. Molto di più brillano e occhieggiano sullo sfondo nero in alto le stelle eterne … Nei giochi dell’aria sembrano tante palpebre che scrutano il mondo di sotto che galleggia ondeggiando nel solito cosmo dei cosmi buio …  e io ci sto aggrampato addosso anche oggi …”

ott 28, 2014 - Senza categoria    No Comments

“IN GEORGIA ? …” – terza parte.

03_In Georgia

Zada come ogni donna era anche altro, un microcosmo poliedrico, variopinto e complesso … Un miscuglio d’istinti, estro, sensualità, intelligenza, iniziativa e affetto. Spesso si lasciava condurre nel suo esistere da quelle forze arcane e misteriose che si animavano come impulsi ingovernabili e potenti dentro di se. Era fatta così e si lasciava essere vivendo intensamente il suo attimo più che poteva.

Studiava intensamente, correva e nuotava intensamente, amava intensamente … Venezia era la cornice ideale per quel suo esistere denso e pregno, perché in ogni suo angolo e stagione trovava sempre qualcosa d’importante e di alternativo da scoprire e attraversare. Zada sentiva che la sua città le calzava a pennello, l’avvertiva come un prolungamento ideale di se stessa, un palcoscenico perfetto dentro cui recitare la sua esistenza.
Anche se …
Fra tutto quanto le ribolliva dentro ogni giorno tornava come una costante una certa sete vaga, un’ansia incontrollabile, una specie di voglia di andare da qualche altra parte, di tornare a qualcosa di suo che aveva lasciato in qualche posto in giro per il mondo, e meritava d’essere raggiunto e raccolto. Era come una parte di se stessa che le mancava, che meritava di sbocciare, di emergere non solo dal subconscio, ma anche nella realtà vissuta. C’era una Zada non detta, inespressa, racchiusa da qualche parte che lei doveva scovare, liberare e indossare riappropriandosene. Ma poi scendeva ed usciva dal quel pensiero, e viveva e basta …
Quella vaga voglia divenne desiderio crescente il giorno in cui tornò a visitare il Museo Guggenheim in fondo al Sestiere di Dorsoduro sempre a Venezia. Fin da piccolissima “Mamma”Lorenza l’aveva sempre istigata a coltivare e frequentare bellezza e arte, e Zada non perdeva occasione per nutrire quell’angolo di se stessa che aveva sete estetica e fame di sapere. Ogni mostra, viaggio, museo era un’occasione imperdibile d’abbeverare quella parte di se che meritava di crescere e nutrirsi. Quel giorno però fu tutto diverso.
Lo ricordava bene Zada … Era uscita da sola, e si era lasciata andare lungo le sale del museo uscendone alla fine del pomeriggio come frastornata e confusa. Aveva sostato a lungo davanti quasi ad ogni opera provando a sentire, guardare, impossessarsi di qualcosa, un’idea, una sensazione. Era abituata ad emozionarsi davanti alle opere d’arte antiche e moderne, ma i contemporanei la spiazzavano perché non riusciva a comprenderli e cogliere il nesso profondo di quello che l’artista voleva esprimere.
“Sono opere inquiete, misteriose come me … Possiedono qualcosa d’imponderabile e imprendibile, detto ma non detto, inespresso … che mi sfugge lasciandomi fuori …” pensò uscendo per strada fin lungo “Le Zattere” mentre il tramonto inondava di luce Venezia vestendola da signora.
Tornò a casa scombussolata, avvolta da un senso di vaga inquietudine, di mestizia e tristezza che confidò a cena a Lorenza.
“Invidio onestamente quelli che vedono, sentono e godono davanti a quelle opere … Nonostante mi sforzi rimango incapace d’accedere ed entrare in quel corridoio di comunicazione e visione che viene trasmesso e solo qualcuno recepisce. Noto linee, cromie e sfumature, geometrie estetiche, ma non sento il messaggio, non colgo il senso profondo … C’è qualcosa che non riesco a prendere e capire … Se poi titolano l’opera d’arte: “Senza titolo”, o “Composizione” … mi sento allo sbaraglio, persa dentro ad una distanza incolmabile. Se anche l’autore non capisce e riconosce se stesso, ma si lascia solo guidare da quell’istinto interiore remoto, selvaggio, indicibile, che quasi anche lui non capisce … Allora ditelo ! … Vado in confusione …”
Lorenza riponendo il cucchiaio nel piatto sorrise, affascinata da quell’interrogarsi di quella sua “figlia tumultuosa e pacata insieme”. Era felice che Zada fosse fatta così. Le piaceva quel suo rimettersi sempre in questione, quel suo interrogarsi continuo dentro, quel suo voler andare a fondo delle cose fin quasi ad appropriarsene. Sapeva bene che quel suo modo d’essere non proveniva da lei, erano le sue radici interiori che la faceva esistere in quel modo. Un qualcosa che le proveniva da lontano, da dentro quella cultura in cui la sua vera madre l’aveva generata. Ma non glielo disse, perché sentiva Zada profondamente sua figlia, e soprattutto perché non voleva alimentare ulteriormente quel senso di vaga tristezza che pervadeva la donna quella sera.
Si accontentò di dire poche parole.
“Probabilmente è la nostra pochezza culturale e i nostri limiti mentali che giustificano questo senso di smarrimento di fronte all’arte contemporanea. Forse la nostra è rigidità estetica … Abbiamo nella mente degli schemi del “bello” a cui ci rifacciamo e confrontiamo continuamente, e non riusciamo ad accettare quel che se ne discosta e ci lascia indecisi e con una domanda aperta … A noi servono forse risposte sicure, e il rimanere incerti e interrogativi davanti a un quadro ci spiazza e inquieta … Se rifletti un po’, sentirai che forse questo tipo di arte è la parabola di quanto accade anche in tutto il resto della vita. Quante cose ci accadono intorno che ci fanno cadere le braccia e non riusciamo a comprendere dandole un senso ? … Forse la spiegazione di quelle opere d’arte è la stessa, sta da quella parte …”
Zada apprezzò quel pensiero, ma rispose:
“Forse sì … ma anche no … Per me è un enigma senza fine l’arte contemporanea …” e l’argomento si chiuse lì.
Salita più tardi nella sua stanza, Zada si lasciò cullare a lungo dentro a quei pensieri e a quel senso di vaga incertezza, finchè presa come da un raptus incontenibile si alzò e andò dritta al suo scrittoio fino a scovare e prendere quella vecchia lettera mai aperta lasciatale dalla sua vera mamma. E finalmente l’aprì.
Non immaginava minimamente che cosa potesse contenere, ma qualsiasi cosa fosse stata era certamente preziosa per lei. In quella piccola busta c’erano racchiuse le uniche tracce delle sue radici, gli unici ricordi tangibili della sua mamma che s’allacciavano a quei pochi ricordi sempre più sbiaditi che popolavano un angolo della sua mente.
Con sua grande sorpresa la busta le rivelò un contenuto enigmatico che la lasciò basita.
Conteneva una cartolina a colori sbiadita e consumata di un posto fra le montagne con una grande lago. In questo c’era un’isoletta illuminata dal sole con una minuscola chiesetta solitaria … sembrava un’isola fatta apposta per contenere solamente quella chiesa. Non c’era altre case, strade, monumenti … Solo del verde ombroso intorno all’edificio, sotto al quale s’intravvedeva qualcosa di vago scarsamente riconoscibile. La cartolina mostrava un grande cielo cobalto attraversato da rare nubi striate e leggere, intorno al lago s’intravedeva appena una larga piana, forse un villaggio, una chiostra di monti … In un angolo della cartolina c’era un nome grattato via bruscamente, quasi graffiato con rabbia. Rimaneva solo un mozzicone della scritta stampata, si leggeva: “… in Georgia – 1941.”
 
Zada presa da intensa emozione voltò e rivoltò quella cartolina a caccia d’altro, di qualche riga scritta, qualche altro contenuto … Nulla, non c’era nient’altro su quella cartolina. Non un timbro postale, una data, una comunicazione. Niente di niente. Presa da un forte senso di delusione Zada la depose sul tavolo e frugò nella busta per prendere la seconda cosa che vi aveva intravisto dentro. Sperava fosse una lettera, un lunghissimo discorso della sua mamma che le rivelava o comunicava qualcosa. Stava tremando per l’emozione … Per tantissimi anni aveva tenuto come un prezioso cimelio quella busta senza il coraggio d’aprirla, temendo quel che poteva contenere. Ora che l’aveva aperta si stava dimostrando essere una grande delusione … ma non desistette, ed estrasse fiduciosa frettolosamente il resto del contenuto.
Anche in quel momento s’accentuò il senso di delusione … Si trattava solamente di un bigliettino da visita di qualcuno. Un cartoncino pergamenato di bassa qualità, uno di quei bigliettini che si stampano facilmente con pochi spiccioli nelle stazioni ferroviarie o negli ipermercati. Zada lo soppesò, lo annusò e rigirò più volte, e lo lesse avidamente.
Conteneva solo un nome e cognome: “Serghey Ablamov P.P. – Omoboy Island.”
La seconda riga recitava solamente: “Georgia.”
 
Non c’era altro. Zada fu presa dallo sconforto … e pianse. La sua mamma le aveva lasciato solo quello, ossia nulla.
Singhiozzò a lungo appoggiata allo stipite della finestra, mentre fuori Venezia se ne stava indifferente adagiata in tutta la sua secolare bellezza ammantata di scura notte. Non so dire quanto Zada rimase lì con quello stato d’animo, ma di certo fu uno di quei momenti della sua vita in cui il tempo aveva perso le lancette, e forse s’era fermato del tutto.
Solo quando il campanile della vicina chiesetta di San Beneto battè le ore notturne, Zada si scosse percorsa da un fremito, come uscendo da un sogno. Si asciugò le lacrime … Era quasi un incubo forse ? Di certo un’esperienza triste e senza parole. Per una vita intera Zada aveva sperato che in quella busta la sua vera mamma si rivelasse, che in qualche maniera raccontasse e le svelasse quel suo mondo a lei sconosciuto. Magari anche un mondo d’affetto, di sentimento materno … Invece, non c’era nulla, solo un mondo di vuoto.
Un senso di rabbia la prese, stava quasi per strappare in mille pezzi quella busta e quei due pezzi di carta sgualciti che conteneva … Poi intravide qualcosa che non aveva notato, e si fermò allibita …
Fine della terza parte / continua.

 

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