“31 dicembre … e Burano.”

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E siamo al 31 dicembre 2016 e all’ultimo di questi miei“bollettini per i naviganti”.

Che succede ? … Ho finito le foto da postare in Internet ?

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No … no … Ne avrei un altro kg e ½ da mostrare, ma è terminato, invece, il mio scopo: che era quello di annunciare e in qualche modo indicare il mio nuovo libro “in cantiere”, che sto terminando di scrivere, cioè: “Buranèo … e Prete per giunta”.

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Se per caso non si fosse ancora capito … la prima e la seconda parte del nuovo libro parlerà della mia Burano anni ’60-’70. La terza parte, invece, parlerà appunto di “Prete per zònta” ossia “per giunta”, ossia di quell’esperienza rara, non da tutti, che mi è capitato di vivere nella “fucina dei Preti”ossia il Seminario Patriarcale di Venezia … Un mondo a parte, un po’ nascosto e fors’anche un po’ misterioso … Di certo un’esperienza di vita intensa, piena di sorprese, satura d’emozioni e forti contenuti e suggestioni … e di tanti incontri e persone.

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Ho vissuto quindi passando attraverso Burano e il Seminario dei Preti … e sono sopravvissuto ! … Scherzo.

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(Madonna del Rosario di Burano)

Sono stati, invece, anni singolarissimi che intendo raccontare. Ho avuto la fortuna  di vivere una specie di vita doubleface: quella da persona normalissima e con famiglia da Buranello e Veneziano, e quella un po’ particolare da Prete … Sono convinto però che in fondo ogni esperienza di vita sia sovrapponibile, s’incroci e si rassomigli pur nella sua originalità.

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E adesso, dopo quasi due mesi di fila che vi tempesto con queste benedette vicende della Burano di ieri, finalmente tacerò e scomparirò per un poco per dedicarmi a completare del tutto e pubblicare questo libro su me stesso, la mia infanzia e la mia prima giovinezza vissute a Burano negli anni ’60-‘70.

“Era ora ! … Datti da fare !Vai con Dio !” … qualcuno mi ha detto.

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Allora: vado ! … come se ne sta andando il 2016 giunto al suo naturale capolinea. Da domani sarà 2017 nuovo di zecca … Che succederà ? … Come sarà ?

“El 17 xe un numero che porta pègoa e nera … un nùmaro da malanni !” ha sentenziato ieri la solita immancabile vecchierella incastrata dentro al suo letto d’ospedale come fosse il suo astuccio naturale.

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“Ma vàrda questa ! … sta Befàna ! … Non i gha vissùo e non i gha podùo godèr lòri, così i vorrìa che non godessimo neanche noàltri … Ma stàtene in letto ! … Va in cassòn veccia ciabatta … megera portasfortuna !” le si è rivoltata contro la figlia inferocita che non è sembrata gradire molto quel genere di previsione e augurio.

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Qualcuno giura, spergiura e rigiura, invece, che il 2017 sarà un anno stupendo e certamente migliore dell’ultimo appena trascorso: “Sono certa che il 2017 sarà infinitamente più bello e positivo di tutti gli altri.” ha cinguettato una giovane collega pimpantissima.

“E che cosa te lo fa supporre ?” ho provato a dirle.

“Niente ! … E’ solo una sensazione personale … Sai quelle precomprensioni che ti senti dentro ?”

“Ah benòn ! … Ma cosa ti xe … Una strìga, una pìzia … una beròla ?”

“No … Avverto solo sensazioni … O forse sono desideri …”

“A posto semo ! … Speremo che non ti sii pèso delle previsioni del tempo che non l’imbròcca mai.”

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Comunque, al di là delle battute … da buon Buranello io sono un po’ fatalista. Il 2017 sarà quel che sarà … Non potrà andare diversamente da quel che dovrà essere perché non possiamo decidere neanche di un solo attimo di quanto sta accadendo, né siamo padroni di far diventare bianco o nero uno solo dei nostri capelli (ammesso che ne possediamo ancora).

Contano poco le previsioni entusiaste dei vari oroscopi, delle profezie, delle cabale e delle previsioni d’ogni sapore, colore e genere. Forse il 2017 sarà come lo faremo essere … Sarà buono se sapremo essere buoni … o sarà pessimo e incasinato se si continuerà a fregarsene di tutto e tutti … Vedremo ! Chissà ?

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Da parte mia vi saluto e vi auguro di star bene e vivere sereni … Credo siano queste la cose più importanti del vivere.

Se sentìmo ! … e se vedarèmo ! … e: Auguri di Buon 2017 !

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“… i fili della ragnatela della Storia …”

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Nel corso del 1700 come nei secoli precedenti una schiera di ricchi e influenti Nobili Veneziani ha fatto di tutto per accaparrarsi la carica biennale di Podestà di Torcello-Mazzorbo-Burano residente ormai stabilmente nel Palazzo di Burano.

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Nel solo 1700 sono stati circa una settantina ! … Più di tutti hanno ricoperto l’incarico i Corner per 9 volte, seguiti dai daiBalbi: 8 volte, dai Bembo: 6 volte, dai Barbaro: 4 volte, dai Da Riva 3 volte come i Badoer e i De Mezzo … e via via da tutti gli altri nomi insigni famosi: Semitecolo, Barozzi, Pizzamano, Morosini, Contarini, Venier,Gritti, Zorzi, Catti, Dandolo, Pisani solo per citarne alcuni.

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Solo nel 1741 la sede del Podestà rimase vacante … mentre altre volte qualche Nobile rosicò amaro per essere riuscito ad ottenere soltanto l’incarico di Vice-Podestà: come Lodovico Da Riva nel 1760, Giovanni Da Riva nel 1766 (che si rifece una ventina d’anni dopo divenendo Podestà nel 1788) eAlessandro Priuli nel 1784. In qualche periodo storico la carica di Podestà di queste isole fu quasi un “fatto di famiglia”, come per Francesco e Bernardino De Mezzo nel 1712-1715,Giacomo e Lorenzo Bembo che si passarono l’incarico nel 1730-1732 … o Nunzio, Francesco e Spiridione Balbi che governarono dal 1785 fin quasi alla fine del 1790. Altre volte ancora qualcuno “tornò alla carica” più volte come Girolamo Zorzi nel 1715 e nel 1766 … Altri ebbero un “governo lampo”come: Alvise Corner che rimase insediato solo per soli tre mesi nel 1759 … e in qualche caso qualche Nobilotto un po’ decrepito come Giovanni Zorzi nel 1767: “rimase secco sul posto” durante la sua amministrazione venendo sostituito da altro collega.

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Ciascuno Podestà inviato dalla Serenissima si serviva per governare di un suo team specifico, ossia una sua piccola Corte proposta dalla Magnifica Comunità di Burano o incaricata a seguito dei soliti maneggi e intrallazzi pubblici e privati di sempre. L’attività della Podesteria ruotava intorno all’operato e alle decisioni del Podestà che aveva un Vicario e un Cancelliere. Costoro s’avvalevano dell’aiuto di unQuaderniere o Segretario, di un Comandador o Usciere, di un Ballerino per il Consiglio Cerimoniale, di un Trombetta per gli annunci delle cerimonie, e per prestare alcuni servizi sociali: di un Chirurgo, un Maestro di Scuola e un Organista.

Nella Corte Pretoria e Podestarile di Burano si esercitavano tutti gli atti Civili e di Giustizia ospitando il Consiglio dei Cittadini, i Consoli, i Deputati dei Comuni o Sindaci, e una folla di: Massari, Notai, Esattori, Computisti e Scrivani.

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Sempre dalla stessa Podesteria erano gestite la Camera delle Entrate e dei Dazi, la Camera dei Pegni che s’avvaleva di un proprio: Cassiere, Massàro, Compradòr, Nodàro ed Stimadòr … e il Fondaco delle Farine dell’isola in cui agivano: un Granarista, un Nodàro soprastante, unMisuradòr e gli Addetti all’Annonaria.

Accanto a costoro completavano “l’opera pubblica”: ilPersonale di Sanità, gli Addetti al Piovego, gli Addetti all’Estimo, ed alcuni Addetti alle Strade … e se c’era bisogno … e spesso lo era, si facevano intervenire i Gabelòtti della Serenissima, gli Sbirri de Prisòn e i Guardiani delle Carceri.

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Ecco un altro filo qualunque preso a caso dall’enorme ragnatela storica di fili che è stata Burano … la mia isoletta natale … che non sarà mai dicibile del tutto in quanto è sempre molto di più di quanto si può andar scrivendo …

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30 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

 

“Scriver de Buràn …”

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Credo che scrivere di Burano non sia affatto facile … e non solo perché in tanti l’hanno già fatto molto e bene prima di me.

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Penso che se lo facessimo tutti ne verrebbero fuori tante Burano coloratissime e diverse quante sono le nostre teste e le nostre storie vissute. Ciascuno di noi Buranelli è stato dentro a quell’isola “a modo suo” … qualcuno vi sta, abita e vive ancora adesso pimpante più che mai. Ognuno capta, intende e comprende quanto accade a Burano cogliendone le proprie sfumature, sentendola in maniera unica e personalissima …

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Burano però resta Burano, con quel suo timbro specifico e ineguagliabile che la rende unica … è bella forse quanto e più della stessa Venezia Serenissima di cui è stata sempre parte integrante.

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Burano è un originale miscuglio tra Storia e Leggenda, tra fiaba e realtà, tra miraggio e poesia … ma anche una lista di giorni e persone qualsiasi impastati di spicciola concretezza quotidiana talvolta sfacciata, altre volte mirabile.

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Ecco perché Burano è e sarà sempre ancora tutta da dire e da raccontare …

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29 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

 

“Buràn gièra …”

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Burano ogni tanto era: “Tutti in Piazza ! … Tutti fòra co a careghètta … a partecipàr, cantàr, sonàr, torsiàr, scoltàr, bàtter e man … a dire: Evviva ! … divertìrse e dìr ea sùa”

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Ogni anno si ripetevano come un film già visto e una commedia già recitata a cui si era affezionati, le grandi manifestazioni del paese ossia dell’isola: la “Regàtta de Buràn”…  “ ’a Poènta e pèsse dea Madona de ‘o Rosario in Piàssa”“la Festa de l’Unità in Pìsso”… e “Li Santi Patroni” “la Banda de Venèssia co la Tòmbola in Piàssa” … e “a Santa Bàrbara de li Pompieri e de i Marinèri”“lo Carnevàl” … o quanto altro che sapeva trasformarsi sempre in Festa oltre che ricorrenza …

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Burano amava ritrovarsi e stare “in Piàssa”

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Convergervi e parteciparvi era come riconoscersi e coagularsi in una stessa identità che spesso accomunava … e qualche volta finiva anche con affratellare ai piedi “de ‘o campanìl stòrto”.

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In ogni caso, l’importante era uscire, affacciarsi, “andar a vardàr … vèderse in mùso … scambiàr do paròe … e magari dìr do strambòtti o do bueàe se gèra necessario …”

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Questo mi piaceva di Burano nonostante tutti i suoi limiti e difetti: il sapore del vivere … cosa che non ho trovato sempre altrove.

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28 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

 

“Buranando …”

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Burano detta e parlata dai Buranelli era un parametro alieno, un modo alternativo al solito dire … quasi una maniera più confortevole, più giusta e adatta d’esprimere ciò che si viveva, intendeva, percepiva e vedeva in isola. Non ci si poteva esprimere ed essere intesi meglio: a Burano uno era:“schechè” e mai balbo … un altro era: “bussà” e non arrossato … un altro ancora aveva “un rebaltòn de pànsa” e non un’indisposizione … o era “mossòso” se raffreddato.

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Le donne a volte pallide, cioè “sbiancaìsse” si toglievano le:“bùccole” dagli orecchi e non gli orecchini, e dopo aver“tràtto” gli abiti dall’ “armuàl” (armadio guardaroba)andavano a “sbianchisàr le fassàe desgrotàe” (dipingere le facciate rovinate, scalcinate) delle caxette …

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Noi camminavamo “orovìa e rìve” (sul bordo delle rive)giocando nelle “ore brusàe” dei pomeriggi estivi. Facevamo le: “barìlle” e non le capriole “berondolàndo” (rotolando)sull’erba … Alzavamo in aria un “resvòlo” (un aquilone)scambiando e “insembràndo” (mescolando) le “stampìne”(figurine) … Se “sbrissàvi” (scivolavi) e cadevi, ci si:“scapussàva” o “se andàva in bànda” rischiando la caviglia … mentre litigando si poteva finire con un “òcio bìso” (occhio nero e chiuso) e col: “scorossàrse” (rimanere arrabbiato, ignorarsi) … e se alla fine eri stanco morto, e stufo “de fàrghene de tutti i colori, i veniva a rancuràrte col scuggerìn” (cucchiaino) portandoti a casa … prima che“fassèsse a caligàda” (prima che arrivasse il temporale).

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Viceversa gli uomini cicciòni portavano le “tiràcche” (le bretelle), e andavano a bersi “un gòto” (bicchiere) in osteria“ciapàndo a bàlla” … A volte lasciavano andare: “a batèlla a tòrsio” (la barca alla deriva) in canale e alla fine venivano portati a casa “a tòchi” (ubriachi) … dove madri e mogli vedendoli in quello stato: “Ghe ciapàva un scorlòn o un tombolòn” o “e se invelenàva (arrabbiava) stàndo muso dùro e barètta fracà”e alla fine si chiudevano in casa facendo cigolare “e càncare” (i cardini) di porte e “balcòni”(scuri).

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Era un gran bel dire, insomma ! … davvero speciale.

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Intanto il Sole ogni mattina riaccendeva piano piano i colori delle case di Burano e dei riflessi dell’acqua dentro ai canali e alla Laguna … così come ripartiva, si riaccendeva e riprendeva la vita dei Buranelli e delle Buranelle dentro alle case, nelle callette, sulle strade, nei campielli e in ogni angolo dell’isola. L’ho sempre vista brulicare ogni giorno e pulsare di vita come un alveare … Non c’era volta che dentro alle casette, in“Piazza”, nelle botteghe, in riva ai canali, negli orti sparuti, in“pescarìa”, o in qualche altro “bùso” non si ripetesse lo spettacolo del vivere dei Buranelli che per me … era il Mondo e l’Universo intero. Non conoscevo altro …

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27 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

 

“dentro al gran “circone” di Burano …”

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Dentro al gran circone variopinto ed effervescente che era Burano negli anni ’60-’70 c’ero anch’io … Chi ero ?

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Perfettamente nessuno ossia uno dei tanti microscopici bambini Buranelli qualsiasi, uno dei tanti, uno delle migliaia che si sono susseguiti e assiepati a vivere nell’isola colorata e merlettaia … perché il loro destino aveva deciso così.

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Una foresta di riccioli rossi infuocati e ribelli sparati in ogni direzione … e una voglia incontenibile di saltare come un grillo, di far qualcosa di buono, di scoprire e saperne un pizzichino di più dando di quanto accadeva intorno a me, e di dare libero sfogo a una fantasia esagitata ed entusiasta che non sapevo contenere …

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“Non sta mai fermo un attimo … e disturba tutta la classe”continuava a scrivere alla mia mamma un giorno sì e un altro anche il mio povero quanto esasperato “Maestro Spaccamonte” … Ho fatto collezione di note alle Elementari … insieme a ottimi risultati scolastici: “una collana di dieci dappertutto … fuorchè in condotta”. E sempre alle Elementari ho vinto dal Direttòr Zambòn il mio unico libro che possedevo rispondendo alla domanda su chi aveva inventato la macchina a vapore …

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L’ho letto e riletto almeno “un migliaio” di volte, tanto che mi venne perfino voglia di scriverne il seguito … ma erano i disegni a complicare l’eventuale composizione di quel libro: erano davvero un problema perchè ne sarebbero serviti troppi … qualche migliaio come nei fumetti … Ho iniziato pazientemente a disegnarli tutti … ma dopo averne “sfornato”un pacco … ho preferito aspettare “un poco” … diciamo cinquant’anni …

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26 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

“… e Nadàl tornàva … a Buràn.”

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Bisognerebbe andare a chiedere “allo don Enzo de Buran de ancùo” per sapere come vanno oggi Burano e i Buranelli … Ai miei tempi, invece, il vecchio Piovan diceva in chiesa e dall’altare con grande sussiego: “Oggi gli Angeli gridano Gloria ed Evviva a Quello che sta lassù per aria nell’alto dei Cieli, mentre noi di sotto si vorrebbe godere la vita e starsene in santa Pace vivendo con voglia di far bene fra noi.”

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“Giusto !” pensavo, “Buona cosa  ! … Sarebbe bello …”aggiungevo fra me e me mentre mi lisciavo la vestona bianco-nera rigata di rosso profumata e appena stirata che m’aveva appena fornito la Mastra Aurelia.

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Mi piaceva il fatto di ritrovarmi dentro a quel grande scenario solenne vestito a Festa … Intanto sviolinavano, orchestravano e cantavano alla grande dentro alla caponèra dell’organo tanto da far accapponir la pelle … La chiesa “de San Martin e del Piovàn e dei Buranèi” era piena di gente come un mercato, tutta splendente, addobbata, infiocchettata e vestita a festa come una sposa …

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In fondo alla chiesa si ripeteva ogni anno un piccolo miracolo che forse oggi non si ripete più … C’erano col cappello in mano e col vestito buono alcuni che spuntavano dalla vita quotidiana di sempre come funghi e lumache dopo la pioggia. Erano gente abituata per tutto l’anno a bestemmiare, “tirar pòrchi” e giràr alla larga più che potevano da tutte “le rogne e le ròbe della Cièsa e dei Pretti” di cui non sapevano che farsene … ma a Natale: no … Si poteva, e volevano fare un’eccezione “una tantum”.

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Mi piacevano quei personaggi quasi invisibili, erano secondo me come le più importanti statue di un Presepio che c’era e non c’era … Senza di loro era come se alla completezza del Natale festeggiato lì dentro mancasse qualcosa … Qualcuno entrava dentro solo un attimo e scappava subito fuori come punto da un Ape cattiva … Qualcun altro resisteva fino alla predica del Piovàn quando gli rispuntava quella incontenibile e pruriginosa “allergia” … Altri infine, tenevano duro fin quasi alla fine, e se ne andavano via buttando un bacetto “a mezza altezza … fra l’Alto dei Cieli e la Bassa Terraferma di quaggiù dove si vive ogni giorno alla solita maniera” … proprio come annunciavano gli Angeli … e chissà a che cosa pensavano, a quali tempi, a quali momenti e persone lontane … e se ne uscivano in strada imbastendo una specie di triplice segno di Croce tutto arraffazzonato, impostato male, mezzo incastrato e fatto con la mano rovescia … Era il segno che c’era rimasto qualcosa dentro di loro, “un qualcosa” non del tutto coerente e chiaro … ma che c’era, e che in un certo senso tenevano stretto calcandoselo nell’esistenza come il cappellaccio sulla testa quando tornavano “in piazza”.

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E lì nell’aria fresca tornavano a indossare la vita che vivevano sempre ogni giorno dell’anno … ed era un arrivederci all’anno prossimo, non un addio … come quando uno parte per recarsi in un posto lontano intraprendendo un lungo viaggio faticoso e irrinunciabile … che durava un altro anno intero … come un merletto Buranello mai terminato.

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Sempre in fondo alla chiesa c’era sempre anche quella donna pomposa, tutta agghindata e ben messa che tutti sapevano svolgere “il lavoro più antico del mondo” … Anche per lei era Natale quel giorno, e pure lei aveva voglia di un po’ di Pace e di un Buon Augurio … Senza guardare tanto in faccia gli altri che le stavano attorno “pettegoloni”, sapeva che lì dentro c’era Uno che “quei doni” glieli avrebbe dati lo stesso …  e quando le passavo accanto con la busta tintinnante delle elemosine … mi sembrava giusto e doveroso farle un sorriso“grande così”.

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E poi c’eravamo anche noi … che aspettavamo quel “Giorno Santo” anche per mettere le mani sull’ “Allemagna de Milàn”che tutti chiamavano ormai: “Panettòn” … Aveva preso il posto della tradizionale “fugàssa de Nadàl” … ma poco importava … col “mandolàto, a mostàrda, el pandoro e el Panforte Sapori” erano i segni delle Feste che finalmente erano arrivate.

Infatti, dopo la Messa Solennissima che pareva un’epopea epica senza fine, e un’opera lirica sontuosa come l’Aida, ci si trovava in Sacrestia “par el brindisi d’auguri col Piovàn e ricevere el Panetonsìn da portàrse a casa” … Lì e in quel momento, accadeva ogni anno una cosa curiosa che non dimenticherò mai: entravano in Sacrestia a salutare il Piovàn ancora tutto addobbato a festa come un albero di Natale, due tipi di persone Buranelle.

Prima arrivavano quelle tutte ossequiose, eleganti e sorridenti. Quelle che si piegavano a baciare la mano al Piovàn, a volte ancora riconoscenti per vecchi doni e agevolazioni ricevute … Costoro stringendogli la mano e abbracciandolo gli rifilavano ogni volta “brevi manu” una rigonfia bustina danarosa.

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L’altro gruppo di persone, invece, giungeva subito dopo alternandosi ai primi … Erano Buranelli più comuni, più umili, a volte col figlio in braccio e col fazzolettone in testa. Anche quelli porgevano sinceri auguri al Piovano, ma ricevevano in cambio quelle stesse buste danarose rigonfie che erano appena transitate per le sue mani.

Mi piaceva un mondo assistere ogni volta a quel gioco di mani e buste … Ero là presente, per anni ho visto tutto e ho goduto nel mio piccolo per quei curiosissimi abbracci, auguri e giri di buste. Anche quello era una specie di Presepio, un ripresentarsi un po’ particolare di moderni umili Pastori … non c’erano le pecore ma c’erano bimbi in braccio … mentre gli altri assomigliavano molto ai pingui, eleganti e pomposi Re Magi … Solo che erano tutti Buranelli.

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Mi piazzavo ogni volta in un angolo con la fetta in mano e la bocca sporca di zucchero a velo ad assistere a quella scena che si ripeteva … ed ero contento di vedere quelle facce contente, quegli incroci di sguardi poveri di parole, quei sorrisi sinceri, quelle gonne che frusciavano mescolandosi con l’odore dell’incenso, del dopobarba, del latte di donna, del tabacco e del panettone … era Natale insomma. Ce l’avevamo fatta ancora una volta a giungere a quel capolinea annuale, e a realizzare quel “Gran circòne” che per un motivo o per l’altro mi piaceva un sacco.

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25 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

 

“Vigilia di Natale … a Burano.”

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A Burano i giorni si rincorrevano uno dopo l’altro sfuggevoli come i punti dell’ago sopra e dentro ai nostri industriosi quanto mirabili merletti … Attimo dopo attimo s’andava creando qualcosa di prezioso che sarebbe rimasto per sempre.

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Per me era sempre un po’ conflittuale il rapporto con quell’ “Uomo Speciale Barbogio e Vestito di Rosso” che tornava puntuale ogni anno per le Feste. “‘O Giovannìn Cocca”appariva imbacuccato all’Asilo delle Suore ciondolando pesante sotto la sua gerla carica di doni e dolcetti per tutti i bimbi e le bimbe di Burano … Quell’uomo misterioso pareva però muto … non diceva mai una sola parola … annuiva, salutava con la mano, stringeva mani, faceva mille carezze, sorrideva a tutti dietro alla sua barba candida, regalava pacchetti … ma poi non trovava il tempo o il coraggio di smettere di litigare con la Befana e passare anche per casa mia lasciandomi qualcosa di buono … o almeno desiderato.

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Da una parte quella cosa mi lasciava un po’ perplesso, ma dall’altra quell’“ometto Rosso fabuloso” c’ispirava a tutti gran fiducia ed allegrezza, tanto è vero che gli facevamo sempre una gran festa, addirittura un pomeriggio intero in cui confluivano e si riassumevano mesi su mesi di faticose e noiosissime esercitazioni e prove recitate, cantate e guidate dalle Suorette …

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Nonostante Suor Vincenza, Suor Assunta, Suor Alessandrina e Suor Giuliana ce la mettessero tutta … ne veniva fuori sempre una nenia simile altalenante fra “Far West” e “Mille e una Notte”: ci pareva ogni volta d’averla già saputa oltre che sentita da sempre … Poi la grande sala-refettorio dell’Asilo Isidoro Barbòn addobbato a Festa si gremiva sempre all’inverosimile di mamme, zie, nonne, sorelle, cugine e di mezza Burano chiassante che tiravano giù il soffitto a suon d’applaudire ed esultare ad ogni nostra performance più o meno intonata e aggiustata …

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Quindi: contenti loro ? … Contenti tutti … ed era di nuovo Natale ! … Quell’anno poi, dopo tanta attesa, mi giunsero le scarpe nuove invernali scamosciate color verde oliva, proprio col camoscetto disegnato a fianco del piede.

Che potevo volere di più ?

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24 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

“di mattina … a Burano.”

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“Svssch ! … Svssch !” e poi di nuovo: “Svssch ! … Svssch !” faceva nel silenzio della fine della notte la grezza scopa dello spazzino che strusciava ritmica sui masegni della strada e della “Piazza” di Burano …

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Insieme a quell’ombra scura che mi era familiare tanto da riconoscerne perfino il nome dai movimenti, c’erano anche tanti altri fantasmi silenziosi che incontravo ogni mattina presto diretti muti e svelti tutti verso l’imbarcadero de Mazzorbetto. Ero l’unico ad andare “controcorrente” in direzione della Chiesa facendo ticchettare le mie troppo strette scarpette consunte e verniciate di nero, tutti gli altri andavano a farsi ingoiare dal vaporetto che li avrebbe portati brontolando attraverso la Laguna fino alle fornaci, alle vetrerie e conterie di Murano a guadagnarsi il pane e il companatico per la famiglia … oppure a far da manovàl, murèr, camerièr o tante altre cose simili in giro per Venezia.

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Erano appena le sei e un quarto … e a quell’ora i miei compagni di Scuola se la dormivano ancora della grossa dentro ai loro letti tiepidi. Li avrei rivisti comparire soltanto un paio d’ore dopo: alcuni con “i òcci (occhi) bovolòni” per il sonno o i capelli indiavolati in testa per essersi alzati all’ultimo momento … Altri, invece, erano vispi e arzilli come grilli e come sempre: “tutti ciucciài e a posto, col traversòn nero appena stirà”, e col fiocco rosso gonfio sul collo che sarebbe durato soltanto un attimo … Poi entrava “lo Maestro Spaccamonte”(grande uomo !), e si riaccendeva per me quel “gran gioco piacevolissimo della scoperta e del Sapere” … che è stato un’avventura quotidiana magnetica che ha segnato e riempito la mia vita iniziale a Burano.

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Adoravo quello stare sui banchi di scuola … anche se non riuscivo a starvi fermo sopra neanche un attimo … Portavo a casa quasi una nota al giorno … e Mamma diceva: “Un’altra ? … Ma còssa ti combìni a Scuola ? …Ti gha el samòro in corpo ?”

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23 dicembre 2016: (andando incontro a: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017).

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