“… come ladri del Tempo.”

burano_Rio di Terranova

“Vai ancora avanti a scrivere libri ?” mi ha chiesto qualche giorno fa uno dei soliti colleghi … “Ti vedo ogni tanto di sfuggita sui Social … ma non ho tempo di leggere tutto quel che ci butti dentro …”

“Stavolta sto scrivendo di me stesso … del mio passato a Burano … E’ interessante la sensazione che si prova a ripercorrere se stessi rivedendo la propria infanzia e giovinezza …”

“Mah … Non saprei … Io non amo molto il passato … Sì è vero: abbiamo avuto tutti un’infanzia, abbiamo vissuto … Ma che ci potrà essere di così interessante e inusuale da raccontare ? … Si è vissuto e basta … Perché dovrei andare a rivangare nel mio passato ? … Si va avanti … Si vive adesso.”

“Non sono d’accordo … la penso diversamente … A prescindere dall’imprimerlo e racchiuderlo in un libro o sulla carta, credo sia importante considerare quel che siamo stati … Secondo me il Tempo è inesorabile, cancella tutto un po’ per volta … Niente è per davvero importante dentro alla nostra memoria … Piano piano tutto quel che abbiamo vissuto viene sedimentato, decantato, opacato, sintetizzato, compattato e perso … Rimane solo quel che siamo oggi … e tutto ciò che potrà esserci utile per funzionare decentemente.”

“Ma è giusto che sia così … Quel che abbiamo passato e vissuto è ormai andato e non tornerà più … Anzi: dal punto di vista pratico del nostro vivere quotidiano ci serve a poco o niente. Il passato in fondo è inutile …”

“E che resterà allora di noi ? … Niente … o quasi ?”

Burano_scorcio

“Non so … A me fa un po’ impressione il passato … Preferisco non pensarlo e non rimuginarlo più di tanto. Secondo me quel che è stato è stato … è accaduto e non si potrà più cambiare … E’ inutile rimaner lì a filosofeggiarci sopra … E’ meglio concentrarci sul presente e guardare al futuro …”

“Anche se il futuro è sfuggente e ignoto e non ci appartiene affatto ?”

“Beh … Allora non ci resta che guardare sul presente dell’oggi … Il vivere quotidiano giorno per giorno … Dobbiamo cogliere l’attimo ! … E’ l’unica opzione che ci rimane da sfruttare veramente …”

“Anche se a volte ti offre poco … e forse non ti soddisfa del tutto ?”

“Eh sì ! … Quel che siamo siamo … Inutile sognare diversamente … E’ troppo illusorio, e qualche volta anche frustrante pensarci diversi … Quando mi accorgo ad esempio che sto scimmiottando questo o quell’altro intrigato dai dettami della moda, dei Social, della Politica o dell’Economia, mi sento un pecorone senza testa … Stiamo andando tutti da qualche parte senza sapere dove … Questo mi destabilizza e mi fa anche incazzare … Bisogna vivere il presente molto accorti … Senza farci abbindolare … Consapevoli di noi stessi.”

“Consapevoli di noi stessi” … Indirettamente mi stai dando ragione … Penso che l’equilibrio come sempre stia nel mezzo … Non possiamo prescindere dal nostro passato, perché quello che siamo oggi è la somma di tutto quello che siamo stati fino a ieri … Il nostro vissuto è come lo zoccolo duro su cui si fonda la nostra esistenza attuale … A volte siamo un po’ sbruffoni e ci diverte lasciarci illudere: pensiamo d’essere liberi d’inventarci … capaci d’essere domani completamente diversi da quel che siamo stati fino ad oggi … Non credo sia così … Noi siamo quel che siamo, e penso che sotto sotto non vogliamo affatto discostarci dalla nostra identità: noi siamo le nostre convinzioni, le nostre certezze, le nostre manie e abitudini … e tutto questo non è altro che la sintesi, la somma del nostro passato …”

“Si … però è come un automatismo, un patrimonio che ci portiamo dietro inconsciamente … come un vestito che indossi senza pensarci più di tanto … uno zaino in spalla …”

“C’è però ! … e ci facciamo riferimento continuamente … Non è un caso se spesso siamo molto coerenti col nostro modo di vedere e di fare … E’ come una fedeltà a noi stessi e a tutto quello che siamo stati …”

“Pensare al passato però induce spesso a lasciarsi prendere da inutili nostalgie, rimpianti, ripensamenti o cose del genere … Fa paranoia, è noioso.”

“Credo, invece, sia giusto considerare qualche volta le nostre origini e le nostre radici … Secondo me è arricchente osservare noi stessi in controluce e in filigrana … Sinceramente a me dispiace perdere e dimenticare quel che sono stato …”

burano_c1940

(Burano 1940)

“Beh … se è così … E’ sempre là … Basta ripensarci …”

“Magari fosse così ! … Non è vero … Come ti dicevo, dentro a ciascuno di noi accade quel progressivo resettaggio, quella cancellazione progressiva di tutto ciò che la nostra testa ritiene inutile … Il nostro cervello in fondo da ragione a te: pensa che i ricordi siano poco utili e non importanti … li mette sempre più da parte fino a eliminarli … E’ un peccato !”

“Ah ! … Adesso capisco il tuo discorso ! … Scrivi per provare a rallentare e bloccare quella specie di perdita generale, quello stillicidio inesorabile che secondo te abbiamo dentro …”

“E’ così ! … Ripensare al nostro passato è secondo me provare ad evitare che accada quello scempio totale di tutto quel che siamo stati e siamo … E’ vero che qualcuno possiede una buona memoria, e si ricorda tante cose di se e degli altri, ma … è un fortunato, l’eccezione, anche per lui sarà solo questione di tempo … Quanti “Non ricordo” spara un vecchio su se stesso ?”

“Tanti … tantissimi ! … A volte non ricordano più niente di quel che sono stati … Vivono solo il presente, come dico io … e spesso col terrore dell’imminente e definitivo capolinea futuro …Vedi che i miei conti tornano ! … Anche a loro del passato vissuto non interessa niente, o ben poco …”

“Penso che tutti siamo condannati, nolenti o volenti, ad andare incontro all’autunno di noi stessi … è l’anticamera del nostro inverno definitivo obbligato.”

“Che tristi sti discorsi però ! … Beh … C’è sempre la memoria di chi ci vive accanto … che sono anche una specie di prolungamento di noi stessi.”

“Non è la stessa cosa … Chi ci sta vicino è solo partecipe e condivide in parte tutto quel che siamo e viviamo … Amici e parenti sono come degli spettatori della nostra esistenza …  In fondo quel che siamo è solo nostro … Gli altri lo vedono, lo costatano e qualche volta lo apprezzano o lo mal sopportano …”

“Ogni uomo è un’isola … diceva quell’altro … e … “L’altro è colui che ci deruba di quel che siamo” … diceva quell’altro ancora … Tutti che pensa in sto mondo … Non ghavè altro da far ?”

“Mi piace pensare che ogni mattina al nostro risveglio ciascuno di noi sia come un albero che si ridesta a Primavera … Siamo sempre noi, quelli di sempre, ma siamo anche un’altra cosa … la nostra chioma di oggi è del tutto diversa da quella che avevamo ieri … ma abbiamo un segno in più dentro al nostro tronco e dietro alla nostra corteccia attuale … Siamo pieni dentro di segni del nostro vissuto di ieri, anche se le foglie delle nostre stagioni precedenti non ci sono più perché se le ha portate via la lunga serie degli inverni che abbiamo attraversato …”

“E avanti ! … Dàghea con a Poesia e la Filosofia ! … Ti rivarà a scrivàr cento libri pieni de ricordi … ”

“Sono convinto che scrivere e ricordare sia importante … Lo avverto come il tentativo di buttare una specie di salvagente sopra il grande mare dell’oblio che ci circonda … Un provare a impedire che il nostro autunno personale si faccia inverno troppo in fretta … Ti confesso che ogni volta che fermo e imprigiono dentro alle pagine un ulteriore ricordo di me stesso mi sento più rasserenato … E’ come se avessi salvato dalla deriva un pezzetto di me stesso riponendolo all’asciutto e al sicuro su una riva … Mi piace pensare che raccontare il Passato sia riuscire a frenare un poco quel meccanismo fatidico del Tempo … rubandogli qualche briciola.”
Burano_mensa scolastica_1942

(Burano: mensa scolastica 1940)

*** Sulla strada di: “Buranèo … e Prete per giunta.” un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017.

“Il Ponte dei Sassìni” … e la Strìga delle Tre Melarance a Burano.”

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Questa è un’anticipazione, un estratto vero e proprio del mio prossimo libro: “Buranèo … e Prete per giunta” in cui sto cercando di ficcar dentro mille e mille cose.

Fra poco, o insomma quando sarà pronto, mi ritroverò di fronte e metterò in piazza l’ennesimo malloppo grosso (un altro ? … E sì ! … che ci posso fa ?)

Intanto condivido con voi questo pezzetto mentre lo sto mettendo, impastando e incastrando dentro alle pagine:

“Quando abitavo da bambino nella mia isoletta di Burano in fondo alla Laguna, stavo di casa a pochi metri di distanza dal quasi famoso “Ponte degli Assassini” … proprio due passi più avanti sull’omonima Fondamenta …”

Circa il nome, l’origine e il significato di questo toponimo Buranello esistono diverse versioni e spiegazioni, ma io per non far torto a nessuno ho sempre preferito dar credito a quelle che sono state le spiegazioni fornitemi dalla mia Mamma.

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“Mamma Mamma ! … Le Tre Melarance ! … Il Principe e la Strega Sassìna !” rientrai un giorno quasi trionfante e gridando a casa. “Suor Teodorica all’Asilo dei Bimbi ci ha raccontato la stessa storia che mi racconti tu prima di dormire !” (se non la conoscete o non la ricordate fate una capatina in Internet andando a rivederla).

“La Strega Sassìna delle Tre Melarance abitava proprio qui a Burano … Stava di casa qui fuori, a poca distanza da casa nostra.”

“Ma dai ?”

“Sì sì … è proprio così … Abitava insieme ai suoi fratelli e con la sua famiglia giù dei gradini del Ponte dei Sassìni … Per questo il ponte si chiamava così: perché c’erano loro … non degli Assassini … La Strega Sassìna delle Tre Melarance abitava proprio là, vicino alla bottega di Toni Tìsbe … Erano una temibile e misteriosa famiglia di Streghe e Stregoni ! … Era Stregòn il Padre … Strìga la Madre … e Strigòni tutti i fratelli e le sorelle … e facevano dalla mattina alla sera, e soprattutto di notte, un mucchio d’incredibili “strighèssi” … Brrr ! … Una cosa da brividi … Proprio fòra dea nostra porta de casa …”

“E l’albero magico Mamma ?”

“C’era anche quello, accanto al ponte …”

“Ma non c’è più !”

“C’era … c’era … Un tempo c’era … I nonni dei miei nonni hanno raccontato e tramandato e detto che l’hanno visto proprio accanto al ponte … E’ stata una vecchierella Buranella in un inverno freddissimo a tagliarlo nottetempo per bruciarlo gettandolo nel fuoco per scaldare se e i suoi nipotini pieni di freddo e mezzi congelati … Ma i Buranelli sono stati furbi … Prima che la nonnetta distruggesse l’albero prodigioso della Strega Sassìna, hanno preso e sparso i suoi semi tutto in giro per le isole di Burano, Mazzorbo e Torcello.”

“Allora è pieno dappertutto di alberi miracolosi ?”

“Si e no … Perché da quel giorno i prodigi straordinari dell’albero non accaddero più, ma tutti gli alberi delle isole hanno sempre dato frutti grandi e succulenti … Già questo è stato per secoli un piccolo miracolo …”

Da quel giorno ogni volta che notavo un albero in giro per Burano e per le isole, non ho potuto fare a meno di pensare alla Strega Sassìna col suo albero portentoso … La Strega che abitava fuori della porta di casa mia.

Ogni albero di Burano sarebbe stato capace all’occorrenza e se solo avesse voluto di compiere strepitosi miracoli.

Perfino lo striminzito albero di Nespole che c’era nell’orto davanti alla casa del Nonno avrebbe potuto fare cose straordinarie … Gli arbusti delle Rose che c’erano accanto e nell’orto dietro, invece no … Quelli erano troppo piccoli per compiere cose del genere … Altrimenti l’orto dei Nonni sarebbe stato come il Paese di Cuccagna e dei Balocchi … l’Orto delle Meraviglie o un piccolo Paradiso Terrestre.

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“E la Strega Sassìna Mamma ?”

“E’ poi morta … Anzi: no …sono morti suo Papà e la sua Mamma perché erano troppo vecchi … Mentre i fratelli e la sorella sono volati via da Burano e non sono tornati più … Ma potrebbero ritornare un giorno eh ! … Infatti quella casa ai piedi del Ponte è rimasta sempre abbandonata e chiusa: nessuno ha mai voluto abitare lì dentro.”

“Nessuno ?”

“Nessuno nessuno ! … Proprio nessuno ! … Pensa che roba sarebbe abitare proprio nella casa della Strega Sassìna assente ! … E se quella un giorno improvvisamente ritornasse ?”

“E che farebbe Mamma ? … Userebbe di nuovo il suo spillone malefico trasformando i Buranelli in Melarance o colombe ?”

“Eh … Può darsi … Può darsi … Non si sa mai …”

Ocio perciò al “Ponte dei Sassìni” quando vi recherete a Burano! … Attenti alla casa della Strìga Sassìna delle Tre Melarance che abitava proprio ai piedi del suo ponte.

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*** 

Sulla strada per “Buranèo … e Prete per giunta.” – un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017.

TRE SCATTI … COME TRE CICATRICI NELLA MEMORIA.

1963-64 insieme

TRE SCATTI … COME TRE CICATRICI NELLA MEMORIA. 

(sulla strada di “Buranèo … e Prete per giunta.” 

un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017.)

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___Il primo scatto fotografico si riferisce a una delle scenette musicate, cantate e semiballate realizzate all’Asilo Infantile di Burano durante la “Recita per la Festa della Mamma” nel 1964. Quella impegnata nella scena sul palco costruito nel refettorio dell’Asilo è la nostra classe: quella dei “Grandi”gestita dalla mitica e tremebonda Suon Giuliana … che però sapeva anche essere dolcissima all’occorrenza.

Dietro di me al centro del palco: Gigi Costantini e Vanni D’Este facevano un casino bestiale mestolàndo dentro a quelle pignatte. Non vedevano l’ora che arrivasse quel momento della recita, e ci davano dentro alla grande rimestando come avessero dei remi dentro a un canale.

“Dovrete venire tutti alla recita puntuali e con le scarpe nere.” ci disse il giorno prima “pepàta” e col ditino puntato in aria Suor Giuliana dopo l’ennesima prova dello spettacolo.

“E non le ho !” risposi io un po’ scocciato, “Ho solo le scarpe bianche.”

Infatti, mi potete vedere sulla destra della foto: sono l’unico sul palco con le scarpe bianche. Ed erano anche strette per di più. Ogni volta che battevamo quel passo sul palco mi facevano un male cane “al pollicione del piede”.

“Mamma … mi fanno male le scarpe in punta …”

“Ancora ? … Ma quanto ti crèssi ? … Te le ghò compràe nove l’anno scorso … Beh … Adesso no se pòl … Porta pasiènza … e cammina spinsèndo el piè indriò … Dopo la primavera ghe penserèmo.”

“Perché ti strènsi e stòrzi sempre a bocca sul palco Stefanìn ?” mi chiese Suor Vincenza il giorno della recita, “Xè l’emosiòn ?”.

No. Erano le scarpe strette.

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___Il secondo scatto fotografico è sempre tratto dalla stessa recita durante la festa della Mamma nel 1964. La “Poesia per la Mamma” … era il “tocco finale” prima di concludere lo spettacolino. Dopo di che, tutti i bimbi sarebbero sciamati in sala a portare il loro omaggio alle Mamme abbracciandole. Toccò a me, chissà perché … interpretare e recitare quella poesia.

“Non voglio dire la poesia della Mamma … non me la ricordo più.”

“Sì che te la ricordi … non dire bugie … non far capricci … Dai devi farlo … E’ per le Mamme.”

“Mi vergogno a dire quella poesia …”

“Ma no … Sei bellissimo con quest’abito da Principino … Te lo ha cucito su misura la Siora Linda.”

“No … sono brutto … Sembro avere uno di quei cappelli che si mettono ai bambini quando hanno le malattie infettive … per non grattarsi “le bròse” in testa …”

“Non è vero … E’ un bel cappellino da Principino …”continuò a dirmi Suor Assuntina mentre mi addobbava come un albero di Natale.

“E poi queste calze mi prudono … Mi viene sempre da grattarmi … e poi sono calze da femmina … e questo còso sul collo è tutto “frù-frù” …”

“Insomma ! … Basta con sti frittolamenti !” intervenne energica la sopraggiunta e solita Suor Giuliana non ammettendo repliche di sorta … “Devi dire questa benedetta poesia ! … Sarai obbediente e farai un fioretto ! … Punto e basta !”

“Mmmm …” e l’ho recitata. Nel momento catturato dalla foto sto dicendo precisamente a tutte le Mamme (fuorchè alla mia che non c’era in sala): “… e se bisbiglia la fontana …”

Il resto oggi non lo ricordo più per davvero.

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___Il terzo scatto è di circa un anno dopo: nel maggio 1965: il giorno della mia Prima Comunione in chiesa San Martino Vescovo di Burano. Il pancione prominente che spunta a destra è quello del per me mitico “Bonsignòr Marco Polo”.

Mamma fu categorica nell’etichettare quella giornata e quella cerimonia: “Il giorno della Prima Comunione viene una sola volta in vita, quindi è un giorno unico, importante, e da non trascurare.” Di conseguenza a quell’enunciato incontestabile accaddero diverse cose. Vittorio Dei Rossi detto: “Vòlega”, ad esempio, vendeva in piazza alle famiglie dei Buranelli i“Santi-Ricordo della Prima Comunione” … erano di cartoncino, ma costavano “un occhio” … Mamma fedele alla sua convinzione ripetè: “Il giorno della Prima Comunione viene una sola volta in vita, quindi … Facciamo anche questo sacrificio di comprare “il ricordo.” (quel benedetto“Santo” prezioso … oltre che costoso, lo conservo ancora oggi).

Per la cerimonia Mamma mi portò a comprare a Venezia il più bel abito che le riuscì di trovare in giro per i negozi. Era secondo lei il più carino … e il più costoso: ci mise più di due anni a pagarlo a rate. “Il giorno della Prima Comunione viene una sola volta in vita, quindi …” ripetè di nuovo la Mamma senza battere ciglio … e lo comprò.

L’avrò indossato quattro o cinque volte in tutto … Poi come accadeva sempre non c’entravo più dentro, perciò finì in fondo all’armadio coperto da un sacco di cellofan e con le tasche piene di naftalina … ossia “la catramìna”. Ogni volta che lo indossavo era una specie di tortura: “Attento qua ! … Attento là! … e non strusciarlo … e non macchiarlo…”

“Ma Mamma ! … Non so mìnga paralitico ! … Ma …”

“E basta co sto ma ! … Non ghe xe “ma” che tègna … Sta attento e basta ! … che quel vestito non i me o gha mìnga regalà !”

“Mmmm …” e che dovevo e potevo replicare di diverso ?

Mi sentivo ogni volta un burattino senza fili, una specie di Pinocchio vestito a festa. Non vedevo l’ora che finisse quella giornata di festa per togliermelo … Insieme al “vestito da festa” arrivarono anche le scarpe nuove … Bianche ovviamente … e Mamma le ripuliva di continuo dandogli sopra“la biàcca” perché fossero sempre perfettamente immacolate e candide.

“Non sta sporcàrte e scarpe … Me raccomando … Non sta andàr in giro come o fìo de o Papòsse … Ti me gha capìo ?

“Mmmm …”

Indossare quel “complèto” era come indossare un’armatura per andare a una strana guerra … Asfissiavo.

C’era poi la questione per me aperta di quella candelona benedetta, colorata e decorata da consegnare in chiesa durante la Messa di Prima Comunione … Non riuscivo a capire … In quegli anni avevo già iniziato a bazzicare nei meandri della chiesa fra Preti, Frati e Suore e tutto il resto e tutti gli altri:

“Mamma … Perché bisogna comprare dal Bonsignòr la candela e poi regalargliela se è già sua ? … E’ sempre la stessa candela che va e che torna … Ma che regalo è ?”

“Se usa cussì …”

“E poi sono sempre le stesse che sono già state vendute, comprate e regalate alla Chiesa gli anni scorsi … Perfino quella rotta è stata ricoperta con uno spago bianco stretto ed è stata venduta ancora una volta … Costava un po’ meno però …”

“Il giorno della Prima Comunione vièn una sola volta in vita, quindi se fa ànca questo …”

“Ma perché se la candela è nostra … l’abbiamo pagata … alla fine non ce la portiamo a casa per accenderla durante il temporale quando manca la luce ?”

“E basta co sta candela !” rispose Mamma anche quella volta. “Mòighea de far el sofìstico !”

Siccome non sapevo se quella parola fosse un’offesa o un complimento … Nel dubbio … sono rimasto zitto.

Finalmente !

Feb 10, 2017 - opinioni    No Comments

“Cucù !” … questa mattina a Venezia.

Christian Krohg_La lotta per la vita_1889

Nelle ore buie del primo mattino, quando ti sembra anche oggi di ricominciare tutto da capo come fosse la prima volta in vita tua, i Merli, memori dei giorni della Merla ormai passati da un pezzo, chiamano da una parte all’altra le Merle in cima agli alberi brulli della Marittima del Porto di Venezia desolatamente priva di navi e di turisti.

Dentro al freddo che sembra ormai aver già rallentato la sua morsa, e correndo sopra la Laguna liscia e immobile che pare uno specchio punteggiato di luci, risento, non so perché, la cantilena di Suo Vincenzina che udivo in Asilo dalle Suore da bambino.

Che cavolo di ricordo strampalato !

Il Suorino esile e leggero appariva in punta di piedi spuntando appena sul bordo della porta della classe. Manicotti bianchi alle braccia fin sopra il gomito, grembiule blu a fioretti rosa sopra il gonnellone nero lungo fino ai piedi, scuffiotto bianco o nero calcato quasi fin sulla fronte e sugli orecchi quasi fosse un pilota d’aereo d’altri tempi … Sussurrava impercettibilmente a noi bimbi ancora mezzi imbalsamati e incapaci di volare fuori dal nido: “Cucù ! … Cucù ! … L’inverno non c’è più !” … e noi lì inebetiti ad osservarla ed ascoltarla come se ci avesse fatto chissà quale rivelazione inusitata.

“Cucù ! … Cucù ! … L’inverno non c’è più !”  e noi ancora lì implumi ad osservarla sorridendo e provando a capire “di che morte morire”.

Ci capitava insieme alla Suoretta come di scuoterci da quell’inverno che c’era fuori e anche dipinto sui muri, e quella gabbia stretta della classe pareva dilatarsi e aprirsi per colpa del grande risveglio magico della Primavera che da lontano piano piano incominciava a mostrarsi annunciato e attivato dalla Suora.

Suggestioni magiche dell’infanzia … di cui a volte ancora oggi ho nostalgia.

Uscendo fuori più tardi, scoprivamo che quella sensazione provata con la Suora era una specie di bluff, perché di fuori, inverno o estate che fosse, in realtà c’erano la vita e le persone di sempre che pulsavano più vive e vegete che mai come niente fosse cambiato. Quel Suorino era come un abile illusionista … e di quante colorate visioni è stata capace d‘immagarci per anni.

“Cucù ! Cucù ! …” mi è scappato da dire questa mattina inseguendo i miei pensieri come il solito, e senza avere un particolare perchè: “Cucù ! … Cucù … Il Mondo non c’è più.” … tanto il verso è quasi lo stesso. Il senso, invece, cambia perché ogni mattina mi sembra di ritrovarmi davanti a una polverosa lavagna cancellata tutta da riscrivere un’altra volta.

Non mi conforta né mi da sicurezza il fatto che è sempre la stessa, quella solita e familiare che ormai conosco da molti anni. C’è bisogno di darsi da fare di nuovo … quasi che tutto ciò che si è fatto fino a ieri non fosse stato sufficiente … E sì che ormai di giorni ne ho vissuti ! … Niente … Non basta mai aver vissuto abbastanza … Si è ogni mattina come scolaretti davanti alla lavagna vuota … e a debita distanza c’è sempre quel maestro invisibile “in agguato”, o forse no … ma poco ci manca.

Però dai … dall’alto delle mie numerose interrogazioni e scritte già fatte su quella benedetta lavagna sempre ricancellata ogni volta … non so da chi … Facciamoci coraggio, e iniziamo anche questa nuova giornata.

*** il dipinto è: “La lotta per la vita” realizzato da Christian Krohg nel 1889.

“A Torcello a metà del 1300 … fra Preti briganti, un Ospedàl e Monasteri quasi in rovina.”

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“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 140.

“A Torcello a metà del 1300 … fra Preti briganti, un Ospedàl e Monasteri quasi in rovina.”

Torcello sapete tutti cos’è, dov’è e com’è … Sapete della sua Storia illustre, di com’era un grande emporio commerciale prima che lo diventassero Rialto e Venezia … Conoscete di certo la leggenda del “caregòn de Attila”, le origini Altinati e tutto il resto, ma a volte sfuggono alcuni flash storici, certi dettagli che fanno cogliere una realtà in maniera del tutto diversa … o perlomeno più curiosa, come piace dire a me.

Sulla Laguna di Venezia secoli fa si levava un nugolo di campanili e chiese, una flotta di Monasteri e Conventini di ogni sorta che ospitavano soprattutto le figlie dei Nobili Veneziani escluse dai grandi giochi matrimoni di convenienza. Nella sola isola di Torcello, che di certo non è mai stata una metropoli, ci sono state almeno sette di quelle piccole realtà Conventuali, e ciascuna con una sua precisa storia e identità. Attorno a queste ruotavano e vivevano i Torcellani, che voglia o non voglia sono quasi sempre stati un popolo destinato a impallidire e declinare di fronte all’inarrestabile crescita della vicina Venezia Serenissima.

A farvela breve, “pizzico e frugo” su costoro dentro a un pugnetto d’anni della Storia a cavallo della metà del 1300 … giusto per raccontarvi qualcosa che mi ha incuriosito un po’ di più.

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Nel 1322: “l’universalità dei poveri di Torcello”, ossia l’insieme “de malciapài de la Laguna fra Torsèo, Mazòrbo e Buràn” si riunì interessata nel Palazzo del Podestà di Torcello con i suoi Giudici e Notai perchè c’era stata una donazione da parte di un Nobile Veneziano che li riguardava. Si trattava di costituire nell’isola di Torcello: “un novo Ospìssio par miseri despossènti”. In quegli anni non esisteva ancora in isola un’associazione capace d’interessarsi direttamente di quel tipo di situazione, perciò venne incaricata della gestione dell’Ospedaletto la locale Schola di Santa Fosca di Torcello,che da quel momento assunse un ruolo assistenziale non solo per l’isola ma per tutto il circondario lagunare di Torcello, Burano e Mazzorbo. La prima mossa della Schola fu di dare al neonato Ospizio un apposito Priore nominato dal Podestà di Torcello e dal Gastaldo della Schola che s’imposero di scegliere nelle isole chi avesse avuto i requisiti peggiori per poter essere ospitato … anzi: ospiziato a Torcello.

La gestione della realtà dinamica dell’Ospizietto di Torcelloebbe inizialmente successo … tanto che nel luglio 1341 Pietro Teldi Mastro dell’Arsenale della Contrada di San Martino di Venezia donò alla Confraternita e Ospizio di Santa Foscauna sua casa sita a Torcello per incrementarne le economie. Nel suo testamento c’è scritto che fece quella donazione: “per la salute della sua Anima e di quella dei suoi genitori” … perciò quella caxetta divenne la nuova sede dell’Ospedaletto di Torcello.

La Storia continua raccontando di quanto accadeva spesso a Venezia e quindi anche in fondo alla Laguna: l’Ospizio di Santa Fosca divenne sempre più facoltoso allargando progressivamente il suo patrimonio fino a superare quello della stessa Schola che l’aveva inizialmente “generato e sostenuto”. L’ “Ospeàl de Torsèo” possedeva terre nel Distretto di Treviso, una vigna affittata a Torcello (acquisita all’inizio del 1400), e nella stessa isola anche un altro terreno con casa di legno, e un ulteriore appezzamento di terra su cui il Priore decise di costruire delle caxette per finanziare ulteriormente l’Ospizio.

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Tutto bene verrebbe quindi da dire ! … Mica tanto, perché nonostante l’Ospedaletto possedesse quei lasciti e quel bel patrimonio, l’Ospizio languiva non poco in quanto scomparivano e s’esaurivano troppo facilmente tutte le rendite … Strano ! … Allora come oggi, i soldi entravano da una parte e chissà dove andavano ad uscire da un’altra.

Già nel 1384, infatti, le Cronache Torcellane raccontano di come l’Ospedaletto fosse fornito di soli 6 letti in tutto: uno di questi era inutilizzabile, mentre altri tre che erano di tela erano strappati e malridotti. Non parliamo poi delle lenzuola dei letti ! … erano tutte ugualmente scadenti e lacere, mentre le imbottite erano piene di muffa tanto che non si osava collocarle in uso per gli ospiti … I “secchi da notte” e il pentolame della cucina erano tutti rotti e senza manici … e l’unico bancone non aveva più il suo fondo usuale. Solo all’inizio del 1400 con qualche altro nuovo lascito si riuscì a rendere di nuovo utilizzabili 5 dei 6 letti rimasti.

Nel 1428: un Canonico del Duomo di Torcello impietosito da quella situazione lasciò per testamento 1 ducato all’Ospedaletto perché si comprassero delle lenzuola nuove … Ma le cose non cambiarono più di tanto … Circa vent’anni dopo, infatti, quando Pietro Bortolo Gastaldo della Schola di Santa Fosca di Torcello nominò il nuovo Priore dell’Ospìssio, lo fece a patto che il nuovo eletto rifornisse l’Ospedaletto a proprie spese di un nuovo letto efficiente e provvisto di tutto … e già che c’era, il Gastaldo chiese al nuovo Priore di mettere anche un’immagine della Madonna “sòra a la porta dell’Ospeàl”, e gli ordinò ancora di far bruciare la sera di ogni sabato un’apposita luminaria davanti a quella nuova icona beneaugurante.

Le cose con quella nuova gestione Priorale sembrarono andare un po’ meglio, tanto che l’Ospedaletto riuscì addirittura a soccorrere e finanziare la Confraternita stessa di Santa Fosca fornendole contributi annuali in farina e legna da utilizzare per i pasti di carità offerti gratuitamente ai miseri della Laguna.

L’Ospizio stava così bene economicamente, che lo stessoGastaldo Bortolo chiese e ottenne che fosse dato alla Schola di Santa Fosca la rendita d’affitto di una delle caxette di Torcello appartenenti all’Ospedale. L’Ospizio infatti continuava a recepire ulteriori consistenti lasciti da parte di Nobili famiglie Veneziane come i Dandolo, i Contarini e gli Emo che tuttavia lasciavano al Priore e agli uomini dell’Ospizio la libera gestione di quel significativo patrimonio.

Priore e uomini dell’Ospedaletto venivano scelti tutti fra le famiglie più in vista di Torcello: i Nalesso e i Bordolo … che in realtà grandi ricchi non erano, erano forse meno poveri degli altri isolani.

Le altre cronache “dell’Ospìssio de Santa Fosca de Torsèo”andarono quasi del tutto perse e dimenticate, così come si raccontò poco o niente dei “malciapài” che sostavano sotto ai portici di Santa Fosca e del chiesone di Santa Maria Assuntaper ripararsi dalle intemperie dell’inverno. In isola stavano accadendo cronache diverse … nel 1374, ad esempio, “tenèva banco” sulle bocche di tutti l’insolita storia del Prete Marco da Torcello.

Era capitato che la Nobile Veneziana Donna Lucia si recasse un giorno a Torcello in compagnia di suo marito Buonaventurain visita al fratello Prete e Segretario del Vescovo di Torcello. E fino a qui: niente di che … Infatti, cenarono insieme dentro al Palazzo Vescovile di Torcello accanto alla grande Basilica nella più grande normalità cordiale fino a tarda notte. In compagnia degli altri invitati si divertirono, fecero musica e balli, e quando terminarono era già suonata da un pezzo la campana della terza ora di notte. A quel punto, vista l’ora tarda, fu impossibile trovare qualche barcarolo volonteroso disponibile a traghettarli fino a Venezia, perciò marito e moglie decisero di ritirarsi ospiti in una delle camere del Vescovado.

Fu poco dopo che iniziò per loro una notte di terrore e d’angoscia. Mentre il marito della donna mezzo ubriaco dormiva profondamente, la donna udì prima dei fruscii sommessi e dei rumori leggeri, e poco dopo nel buio avvertì delle mani sudicie che la toccavano dappetutto. Ovviamente urlò impaurita svegliando il marito, ma non videro nessuno, e i due rimasero svegli e impauriti tutta la notte, stando nell’inquietudine e mezzi vestiti con un coltello stretto in mano.

“Per fortuna quando Dio volle tornò l’alba e la luce del giorno … così potemmo letteralmente fuggire da quella trappola Torcellana …” spiegarono in seguito i due malcapitati.

L’autore della bravata notturna era stato uno degli invitati al banchetto della sera precedente. Si trattava di Prete MarcoCanonico di Santa Maria Assunta di Torcello, che come molti altri Torcellani nutriva dichiaratamente un: “odio profondo e grande disprezzo per i Nobili Veneziani”. Quella notte non aveva perso l’occasione per divertirsi alle loro spalle e poterli così deridere. Diversi testimoni raccontarono, infatti, che il giorno seguente Prete Marco andò a vantarsi e a raccontare tutto nei minimi particolari nella vicina osteria di Torcello dove s’intrattenne a lungo a mangiare, bere, ridere e scherzare insieme ad altri isolani suoi amici, complici e conniventi. Come riportato negli atti della denuncia presentata in seguito al Podestà di Torcello, Prete Marco raccontò a lungo nell’osteria di come la sera precedente ballando con Siora Lucia da Venesia le aveva sottratto alcuni anelli dalle mani. Non sazio di quel gesto, aveva spiato la coppia per tutta la serata, e infine era andato di notte a toccare la donna nel suo letto con l’esplicito intento di spaventare i due Veneziani.

“I Veneziani sono tutti stupidi …” disse il Prete nell’osteria,“e quella donna era una povera pazza ubriaca e furiosa …”

Esisteva insomma un notevole astio e un grande risentimento degli uomini delle Lagune verso quelli della Capitale Veneziana … Lo dimostra e conferma anche un altro episodio risalente al 1366. Stavolta il denunciato fu Prete Nicolò della Pieve di San Martino di Burano che oltre a tenersi stabilmente in casa una giovane donna di Burano come concubina, si raccontò essere anche abituato ad uscire di notte con altri compari e simili Buranelli andando armati e con barche a taglieggiare le persone soprattutto Veneziane di passaggio sulle terre e acque di Mazzorbo. Sfacciatamente poi, Prete Nicolò si vantava in giro per le isole di riuscire: “a far ogni notte buon bottino”.

torcello_ghebbo del ciuccio

Erano quindi parecchio “vispotti” i Buranelli e i Torcellani di quell’epoca … Nel 1377, infatti, un’altra banda di Buranelli si scontrò con una banda di Torcellani scegliendo Mazzorbocome luogo di scontro e battaglia. Raggiunta una festa e sagra da ballo che si teneva nella Contrada di San Pietro di Mazzorbo, innescarono una rissa furibonda lanciando ingiurie e offese, e sfoderando le armi contro i Torcellani nonostante fossero stati appena stati redarguiti, richiamati e multati delle guardie del Podestà di Torcello. Anche quello non fu un episodio isolato, perché nello stesso anno avvenne anche un’altra lite furibonda fra Buranelli e Mazzorbesi. La causa fu stavolta del pesce rubato nottetempo da un Buranello in una peschiera di una Valle di Mazzorbo data in concessione a un Buranello. I Mazzorbesi accortisi dell’intrusione furtiva, inseguirono il ladro Buranello fino al ponte principale di Burano intenzionati a sequestrargli reti e “sièvoli” (Cefali), ma giunti a Burano furono immediatamente investiti da una gragnuola di pietre lanciate dai giovani dell’isola, e subito dopo vennero sovrastati da sonore remate calate dai pescatori di Burano sopra le loro teste e spalle. Ai Mazzorbesi non rimase che fuggire.

E non è tutto ancora circa le storie di quelle isole … Dietro alPalazzo Pretorio del Podestà nell’Isola Maggiore di Torcello, esisteva fin da prima dell’anno 1000 un Monastero di Monache Benedettine situato oltre un piccolo ponticello, “sul bordo del palùdo” in una delle Isole Minori di Torcello. Oggi non ne rimane più niente, è tutto scomparso. Si trattava delMonastero di San Michele Arcangelo di Zampenìgo detto volgarmente dai Torcellani: “Sant’Angelo delle Campanelle”per via di alcune campanelle argentine che suonavano nel suo campaniletto … “pignatèlle più che campanelle” dicevano i Torcellani.

Nel 1370 quel piccolo Monastero di campagna era totalmente in crisi, con poche Monache e ridotto in miseria. Lo stato dell’abbandono e dell’incuria era tale che gli isolani potevano permettersi di penetrare a piacimento dentro ai luoghi del Monastero per derubarlo di quel che volevano.

Due anni dopo, infatti, il Podestà di Torcello per salvare il salvabile fu costretto a ordinare a tutti coloro che possedevano nelle loro abitazioni oggetti provenienti “dalle Campanelle” di riportarli nel cortile del Palazzo Podestarile entro il giorno seguente … Il troppo era troppo ! … rimuginò di certo il Podestà.

Quella decisione fu però insufficiente, perché ancora nel marzo 1409 la Quarantia Criminal della Serenissima fu costretta a condannare in contumacia il Nobile Francesco Mudazio a:“Bando perpetuo da Venezia e da tutto il suo Dominio sotto pena di morte”. Era entrato con un suo servitore nella camera della Badessa di Sant’Angelo delle Campanelle di Torcello mentre dormiva con una Monachella di 16 anni di nome Faustina. Il servitore aveva tenuto a bada la Badessa con un coltello sotto alla gola, mentre il padrone aveva violentato la fanciulla: “in tranquillità” … Torcello in fondo alla Laguna di Venezia stava per davvero morendo del tutto.

torcello (132)

Feb 6, 2017 - opinioni    No Comments

“Buongiorno !” … eh ?

Lando Landozzi_Il battelliere_1931

Si fa presto a dire: “Buongiorno” ! … passarci attraverso è un’altra cosa. Quello che però m’impressiona e a cui non so rassegnarmi, è che in ogni caso, bene o male che vada, tristo o allegro che sia, questo giorno ci verrà sottratto automaticamente dal nostro striminzito calendario … Ci piaccia o no sarà così … e questo non so bene perchè mi puzza un po’ di fregatura … ma forse mi sbaglio.

*** il dipinto è di Lando Landozzi: “il battelliere” del 1931.

“aprile 1945: i cannoni del Cavallino puntati su Venezia.”

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“Una curiosità Veneziana per volta” – n°139.

“aprile 1945: i cannoni del Cavallino puntati su Venezia.”

Si è stabilito il 25 aprile 1945 come data simbolica dellaLiberazione e della fine della Seconda Guerra Mondiale, ma non è accaduto proprio tutto nello stesso giorno in giro per l’Italia … neanche a Venezia.

Quando i primi mezzi dell’Ottava Armata Britannica giunsero a Piazzale Roma il 29 aprile, i “giochi” a Venezia erano già stati tutti fatti e sistemati dagli stessi Veneziani che di fatto avevano già preso il controllo dell’intera città.

I Partigiani Veneziani avevano fama in giro per l’Italia d’essere attendisti, salottieri, poco pratici oltre di non annoverare fra le loro file gente qualsiasi ma solo pensatori, insegnanti e teorici dialogici. Non era affatto così.

Quello che non sapevano la maggior parte degli altri Partigiani Italiani era che a Venezia per la sua particolare indole e situazione territoriale era estremamente complesso agire. Venezia in quegli anni era satura di soldati Fascisti e di personaggi altolocati d’ogni sorta che s’erano concentrati in Laguna dove si sentivano più al sicuro.

Inoltre, cosa non da poco, la città era in mano ai temibiliTedeschi-Nazisti che controllavano perfettamente ogni cosa della Laguna. Possedevano una notevole concentrazione di uomini e di mezzi, e con le loro agili motozattere armate erano presenti e sapevano intervenire ovunque setacciando a piacimento la città, le isole e la Laguna. Non era facile riuscire a gabbare gli uomini della Gestapo: non erano affatto dei sempliciotti sprovveduti.

“Venezia è una trappola ! … Ci si sente un topo in casa del gatto …” commentò finalmente uno dei maggiori esponenti della Resistenza Italiana in visita anonima in Laguna. Anche lui inizialmente pensava d’andare tranquillamente avanti e indietro fra Mestre e Chioggia liberamente e senza alcuna difficoltà … Invece, tornandosene sui suoi passi clandestini tirando un sospiro di sollievo dovette ammettere che a Venezia la situazione era per davvero parecchio difficile:

“I Crucchi hanno in mano e controllano tutto e tutti …”

Quindi per i Partigiani Veneziani non fu affatto facile operare, e allora fu ancora più grande il loro merito quando portarono la città verso la Liberazione e la tanto attesa “resa dei conti”.

Curiosamente, ancora l’8 maggio seguente l’ultimo gruppo della famosa ed efficientissima (e tremendissima) X° MASFascista composto da centinaia di persone se ne stava ancora asserragliato e armato fino ai denti nella Caserma “Accademia” di Sant’Elena (l’attuale Collegio Morosini).

Neanche sapevano (o non volevano accettare) che la guerra fosse ormai terminata. Continuarono per alcuni giorni ad andarsene in giro pattugliando Venezia, e solo una settimana dopo si arresero agli Alleati consegnando malvolentieri le armi e ottenendo in cambio “l’onore della Bandiera”.

Chiusi lì dentro erano ancora convinti di riuscire a mettere in piedi un ultimo atto di resistenza armata … cosa che non accadde. Le cronache Veneziane di quei giorni raccontano che dopo una Messa il Cappellano Militare tagliò a pezzettini l’ultima bandiera della RSI Fascista consegnandone un pezzetto a ciascun soldato schierato di fronte all’Armata Britannica che controllava ormai l’intera città. Fu quello l’ultimo atto della Seconda Guerra Mondiale a Venezia, quando praticamente tutta l’Italia era già stata liberata.

Non andò però via tutto così liscio. Una cosa di cui si parla molto poco, fu che in precedenza ci avevano pensato gli stessi Veneziani a ripulire e riprendersi faticosamente pezzo dopo pezzo l’intera città lagunare. All’annuncio dell’arrivo imminente degli Alleati nel Veneto e in Laguna, non è che i Tedeschi con i loro “supporter” Fascisti se ne fossero fuggiti via in disordine e alla disperata. Anzi ! … Erano prontissimi a rendere quella transizione la più difficile possibile.

Soprattutto i Tedeschi, pur essendo ormai platealmente sconfitti, continuarono baldanzosi come era loro abitudine inveterata a far ancora una volta la voce grossa: “Se non lascerete che ce ne andiamo liberamente con tutti i nostri uomini, i mezzi, le armi e tutto il resto …” tuonò picchiando i pugni sul tavolo il Comandante Tedesco capo dellaPlatzekommandantur e della Wehrmacht di Venezia insieme al Console Tedesco davanti al Patriarca Adeodato Piazza che fungeva da mediatore con le forze di liberazione e Partigiane ormai alle porte per liberare la città, “faremo saltare per aria l’intera Venezia come già abbiamo saputo fare a Firenze e Varsavia. Il Ponte Littorio, la Stazione Marittima e gran parte della città sono già tutti minati, e tutti i cannoni del Cavallino sono puntati su Venezia, il Porto del Lido, l’Arsenale e altre costruzioni d’interesse bellico … Provate a fermarci e di Venezia non resterà più niente.”

Erano i Tedeschi … che ci si poteva aspettare di diverso da loro ?

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Comunque al di là delle diplomazie, delle trattative e delle minacce ufficiali, ci pensarono i Partigiani Veneziani insieme ai civili qualsiasi di Venezia, agli uomini della Guardia di Finanza e ai Secondini del Carcere di Santa Maria Maggiore a sgomberare fattivamente l’intera piazza Veneziana.

A Tedeschi e Fascisti non rimase che andarsene in fretta salvando il salvabile … se ne fossero stati capaci.

Progressivamente, cercando però d’evitare lo scontro frontale aperto e diretto, i Veneziani sfrattarono tutti i NaziFascisti dal controllo di Venezia. S’iniziò dalla Stazione Ferroviaria dove inutilmente per tutta la guerra Tedeschi e Fascisti avevano cercato di contenere e debellare le azioni di sabotaggio dei Partigiani Ferrovieri.  In tutta la guerra erano riusciti solo a scovarne e catturarne un paio …

Subito dopo la Guardia di Finanza prese di fatto possesso di altri punti nevralgici della città: prese il controllo della Caserma d’Artiglieria di San Giorgio Maggiore, del Tabacchificio, della Punta della Dogana alla Salute, della Banca d’Italia, dell’Acquedotto, del Catasto e del Molino Stucky. Poi progressivamente seppure con qualche scontro con i Tedeschi, un morto e qualche ferito si prese possesso anche delle Poste  e Telegrafi, della Telve, il Gazzettino, la Centrale Elettrica, laCassa di Risparmio e gli stabilimenti e cantieri della Giudecca con la fabbrica bellica Junghans.

Gli stessi Secondini provvidero a difendere dall’interno ilCarcere di Santa Maria Maggiore salvandolo dall’attacco dei Fascisti e dei Nazisti in fuga che intendevano prima d’andarsene “far piazza pulita almeno delle persone scomode”. Si liberarono inoltre i detenuti politici tenuti chiusi inOspedale, nella Caserma Fascista di San Zaccaria e nella lugubre e truculenta Ca’ Littoria di Cannaregio sede della Federazione Fascista Repubblicana. I prigionieri politici Veneziani vennero giustamente liberati e poi armati per poter contribuire al massimo alla “liberazione totale” di Venezia.

In carcere al loro posto s’incominciò subito a mettere tutta quella serie di personaggi che avevano collaborato e contribuito a rendere presente e funzionante in maniera efficacissima in tutta la Laguna l’organizzazione NaziFascista.

La maggior parte dei Fascisti si volatilizzò provando a scomparire, ma i temibili e minacciosi Tedeschi non intendevano andarsene altrettanto facilmente: oltre a garantirsi con le mine e i cannoni una ritirata indolore, volevano bruciare tutto e lasciare dietro di se “tabula rasa” per non favorire in alcun modo il nemico che stava arrivando.

Con loro fu scontro fino all’ultimo, e si riuscì a strappare dalle loro mani Venezia pezzetto dopo pezzetto. Minato il Porto e ilPonte Littorio (della Libertà), avevano iniziato a dare alle fiamme l’Arsenale e tutte le strutture portuali, ma man mano che i Tedeschi incendiavano da una parte ritirandosi, i Pompieri e i civili Veneziani spegnevano dall’altra.

Ci fu qualche mitragliata Tedesca isterica in giro per la città: nelCanale della Giudecca dove i Tedeschi pestarono un Veneziano ubriaco che li stava prendendo per i fondelli: lo buttarono in Canale credendolo morto, ma costui si allontanò a nuoto continuando a insultarli; a Piazzale Roma sul Molino di Cannaregio (dove c’erano dei cecchini dei Partigiani. Fino al 2016 sono rimaste le tracce della rosa dei proiettili sparati sugli edifici e sulla torre dell’ex Macello e Molino ora divenuto Università). Vennero feriti con una mitragliati anche alcuniChierici del Seminario in Campo alla Salute perché creduti gli autori di una pistolettata sparata contro i Tedeschi presenti all’Hotel Europa al di là del Canal Grande. Erano stati, invece, i Partigiani appollaiati sulla Torre della Punta della Dogana ad aprire il fuoco contro una motozattera Tedesca. I Tedeschi videro movimento nel palazzo di fronte a loro, perciò aprirono il fuoco in quella direzione (fino agli anni ’80 ho visto sulle finestre, gli infissi e i davanzali del Seminario i segni della mitragliata che arrivò da quella parte). Alla fine gli ultimi Tedeschi ritardatari dovettero capitolare lasciando in mano ai Veneziani l’ultimo convoglio in fuga con 57 ufficiali, 262 soldati Tedeschi e 5 marinai Fascisti che vennero fatti tutti prigionieri dai Veneziani.

A dirla tutta, all’atto della Liberazione alcuni corpi di Fascisti galleggiarono morti sulle acque della Laguna, così come quelli di alcuni Tedeschi che vennero lasciati trucidati a terra nelle callette di Venezia … Diciamo che quelli che finirono in prigione in un certo senso dovettero considerarsi fortunati per aver salvata la pelle (ne sanno qualcosa alcuni Buranelli Fascisti che vennero tratti fuori dal Carcere di Santa Maria Maggiore con l’intervento provvidenziale di Monsignor Marco Polo Piovano di Burano).

Nello stesso giorno venne organizzata un’accurata retata racimolando tutti i “Neri” allo sbando e alla deriva che cercavano di nascondersi e farla franca in giro per la Laguna … A poco valse da parte di qualcuno anche a Burano, Mazzorbo e Torcello provare a nascondersi, o all’ultimo momento togliersi e liberarsi della “Camicia Nera” o voltarsi il basco scuro mostrano la fodera rossa. Fu tutto inutile perché vennero riconosciuti e additati agli Alleati e alla Resistenza dalla stessa gente delle isole: finirono tutti a Venezia nel solito carcere di Santa Maria Maggiore salvati anche dalla voglia della folla di linciarli.

I primi automezzi dell’VIII Armata Britannica entrarono festosamente a Piazzale Roma il 29 aprile 1945, e il giorno seguente il Piazza San Marco sfilarono le jeep del “carosello inglese” del Popsky Private Army facendo sette giri della Piazza.

I Tedeschi non c’erano più … e i cannoni del Cavallino non spararono neanche un colpo su Venezia.

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Sulla strada per: “Buranèo … e Prete per giunta.”

Sulla strada per: “Buraneo … e Prete per giunta.” … un’autobiografia di Stefano Dei Rossi – Venezia 2017 … prossimamente o quasi … in avanzato stato di “cottura e definizione” dentro al mio notebook.
Qualche foto e quattro “ciàcole”:
__ “liscio B” nel 1964: col “banchetto 

de scuola novo e de fòrmica “ che non si finiva mai di pagare a rate all’Asilo delle Suore. Sopra i banchi mitici “lavoretti” frutto di ore su ore di meticoloso quanto noiosissimo “punteggiare” scrutati a vista dalle SuoreQuello al centro ovviamente sono io con sorriso molto spontaneo di grande contentezza. Se non vado errato: alla mia sinistra c’è Massimo Rossi o Rosso, e a destra Giampietro Gobbato … (correggetemi se sbaglio).

__“gassato B” nel 1963 con la mitica giostra su rotaia tonda. La sfida di bravura fra noi bambini dei “mezzàni” consisteva nel buttarci al centro della giostra passando rotolando attraverso la stessa giostra mentre stava ruotando a “manetta” lanciata in corsa.
“…e che ci vuole ? … Bècco chi non lo fa ! dicevamo fra di noi … e ci si buttava attraverso.
Pazzi ! … Un giorno le Suore erano indecise su quale di loro dovesse spiegare a mia Madre che un pezzo del mio grembiule tutto unto di sporco e grasso era rimasto strappato e incastrato sotto alle ruote della giostra … “Ma il bambino non si è fatto niente per fortuna  …E’ passato attraverso tranquillamente.”
Esatto: “Tranquillamente …solo un graffietto sul gomito … e un calzino bianco macchiato.”
Mamma non mi disse nulla, eccetto: “Se lo fai ancora te màsso !”
__e “ferrarelle B”: tutta la classe dei “Grandi” nel giugno 1964, con l’altrettanto mitica Suor Giuliana tanto buona quanto tremenda capace di fulminarci solo con uno sguardo … tirandoci quando serviva qualche bel “scapellòtto” … che ci faceva soltanto fresco. Io sono il quarto da sinistra, quello con le “bròse” sotto al naso, fra quelli di sotto inginocchiati per terra. Vanni Nori è l’unico distratto che forse già fin da allora stava pensando al Messico … Si chiamava Stefano come me quello che fa appena capolino in terza fila … i gemelli Fisicaro sono in alto, e sembrano essere più grandi di quello che erano per davvero … Fabio Dei Rossi in alto a sinistra era già il più alto di tutti fin da allora … Marino Tagliapietra il terzo da sinistra è il più cupo e tetro di tutti … Vanni ‘Este e Luigi Costantini in alto si credevano già fin da allora “i più forti di tutti” … Luigi Bean, il figlio del macellaio Breno da cui Mamma mi mandava a prendere la carne, è quello a destra in seconda fila “a tiro” della Suora, ma era uno tranquillo. Proprio dietro di me c’è Michele Constantini che ho rivisto di recente dopo tanti anni: che battaglie per primeggiare a scuola col Maestro Spezzamonte !
E poi ci sarebbero tutti gli altri: D’Este che fa oggi il Pompiere, e Maurizio, Giampietro, Luigi Memo: che corse fuori da scuola alle Elementari per vedere chi era più veloce …e Mariano, Floriano che l’ho visto nell’ACTV … e Gino, Marino, Maurizio, Michele, Conte, Ivano e Minio, Marco Zane, Francesco D’Este e perfino un Mazzorbese … Ma che testoni grandi che avevamo ! … e che grinte !
e Burano come se la passava ?… Burano faceva la sua parte come sempre … Era così nel 1940:
le donne ufficialmente non lavoravano … però facevano 10 figli ciascuna e poi avevano tutto il resto da fàr e sbrigàr …
Nel 1920, invece, le poche classi delle Elementari (due in tutto) erano superaffollate e seguite solo da due maestri:
Nell’insieme però i Buranelli non parevano preoccuparsi più di tanto … la vita scorreva tranquillamente … più o meno.
Sì … non con il massimo del confort … però dai … non ci si poteva lamentare.
Beh … io finii per nascere proprio lì nel 1958 … e a Burano al di là di tutto sono stato benone e ho vissuto più che bene.
Bei tempi ! … Beh … abbastanza insomma.
Feb 3, 2017 - opinioni    No Comments

Una parola …

Andrew Wyeth_ritratto di Christina Olson_1947

A volte basta una sola parola: “Vattene !” o “Ti amo” per“uccidere” gli altri o creare un miracolo … La parola è potente: in certe occasioni vale quanto un granello di sabbia, altre volte, invece, è grande e possente come un’enorme montagna.

Nel nostro mondo che straripa ogni giorno ed è intasato da miliardi di parole, non è facile destreggiarsi e soprattutto dire o scrivere parole giuste … Anche perché spesso basta un niente, una sola parola, per non capirsi e per travisare tutto … Certe parole poi s’assomigliano troppo, sembrano quasi del tutto uguali. Provate a pensare o dire, come esempio qualsiasi:“Autorevole” o “Autoritario” … Non tutti ne sanno cogliere la differenza: eppure la prima genera rispetto, attenzione o ammirazione, mentre la seconda crea distanza, negatività e apprensione. Se poi la stessa parola la metti addosso come un vestito a una persona: ecco che si generano volti, situazioni e rapporti completamente diversi.

La parola è magica quindi, ma anche pericolosa …

“Dimmi qualcosa ! … Mi accontento di poco: mi basta un gesto, solo una parola !”

Molto spesso siamo tutti dei gran “Parolài” … Qualcuno/a spesso è un vero e proprio maestro, un intenditore esperto,  un prestigiatore della parola: uno stupendo “Parolàio” talvolta incontenibile e inarrestabile … Certe lingue “tagliano e cuciono” in maniera industriale e con un’efficacia, una“taglievolezza”, e una precisione incredibile.

E’ importante, invece, andare a caccia della parola giusta … A volte è una vera e propria sfida quotidiana … Così come in certi momenti sarebbe meglio starsene zitti, non dire neanche una parola per non buttare inutilmente benzina sul fuoco … Quante volte con una sola parola abbiamo innescato terribili“incendi” ? … Ma quante volte, invece, ci siamo pentiti di non aver detto quella parolina giusta che sarebbe servita tanto in quella precisa occasione?

Quanto pesa dire e scrivere una sola parola ? … Le parole sono un patrimonio personale che può arricchirci o segnare il nostro fallimento. Serve in ogni momento un bilancino invisibile per scegliere se morsicarsi la lingua e tacere, o “dar aria ai denti” blaterando qualcosa …

“La migliore parola è quella non detta … è il silenzio.” mi ripetevano spesso un tempo.

“Se tu mi dicessi quell’unica parola … cambierebbe la mia, la nostra vita ?” mi sono sentito dire in seguito.

A me piace molto dire: “Sono senza parole !” … che dice tutto ma anche il suo contrario.

Ma a proposito … quante parole probabilmente inutili vi sto dicendo ?

*** il dipinto è di Andrew Wyeth: “Ritratto di Christina Olson”realizzato nel 1947.

 

Feb 2, 2017 - opinioni    No Comments

Scrivo … ergo sum !

donna col mulo

Dopo un’altra intera notte trascorsa a scrivere mi chiedo dove io stia andando … mi domando se abbia un senso tutto questo mio rimuginare riempendo libri su libri … Poi esco dal microcosmo cellulare della mia casa e torno a lavorare e incontrare gli altri come mi capita di fare ogni santo giorno … Mi accorgo che è tutto come l’ho lasciato ieri: le persone e le situazioni sono sempre le stesse, e ce ne stiamo tutti immersi dentro alle cose di sempre … Stiamo vivendo, insomma … Questa potrà dunque essere la buona notizia che potrà dare senso a tutto il mio imbrattare insanabile di pagine su pagine.

Scriviamo allora quest’ennesima giornata … Buongiorno a tutti quelli che sentono anche oggi d’essere vivi dentro a questo solito Mondo !

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