feb 28, 2015 - Senza categoria    No Comments

“FRA VECCHIO E NUOVO … L’ILLUSIONISTA CHE PASSA …”

illusionista

Nell’aria sfatta, scolorita e incerta dell’alba appena accennata c’è di nuovo il ritorno della Primavera … Gli alberi non sono più del tutto trasparenti e stecchiti, mostrano quei rigonfiamenti e quella peluria in controluce che dice che si stanno pigramente e lentamente ridestando. Nell’aria c’è qualcosa di fresco e diverso, frizzante … lo si percepisce e respira, lo senti stimolante … Sta cambiando la stagione, ma sta cambiando qualcosa per davvero? O è solo illusione ?
Il tam-tam delle notizie di questi giorni ci racconta della barbarie distruttrice e insensata dell’ISIS che sta provando a cancellare il passato e il presente che non condivide … Vuole riscrivere la Storia a modo suo. Ce la farà, o sarà solo un illusione ?
“Ci hanno già provato in molti e in molte epoche diverse. L’ha fatto anche la Cina di recente, l’hanno provato mille volte nei secoli trascorsi … I Romani hanno cancellato la cultura degli Etruschi, il Cristianesimo ha voluto cancellare il Paganesimo, Napoleone & C hanno voluto sovvertire i vecchi regimi sovrani, Marx & C hanno voluto accendere la speranza della Rivoluzione condannando il Capitale … Ma ci sono riusciti ? O è stata solo una durevole quanto inutile e folle illusione ?”
 
“E come voler spegnere il Sole e la Luna … non è realistico … è solo un sogno, un giochetto di prestigio, una magia surreale.”
 
Nel buio do un calcio doloroso a un sasso invisibile ma reale, cammino un poco claudicando andando al lavoro … “Questa non è un’illusione …”
 
Rieccoli ! Sono sempre loro nella penombra del primo mattino … Lui e lei, stavolta in tenuta fluorescente arancione. Questa volta lei caracolla più affaticata del solito, mentre lui corre impettito come sempre percorre la strada della Marittima del Porto quasi stesse marciando in parata … Inossidabili, e un po’ invidiabili. Lottano per mantenersi arzilli e in forma, illudendosi d’arginare i rallentamenti della vecchiaia … Però dovrei provarci anch’io …
Incrocio la solita ragazza, che a dire il vero è ormai diventata una donna dopo tutti questi anni che l’incontro silenziosa. Come sempre nella luce incerta del mattino guizza flebile il suo accendino che accende la prima sigaretta dell’ennesima giornata ancora uguale …
“Non accade niente di nuovo sotto al sole !” recitava il detto antico già vecchio, detto e ridetto prima d’essere ripetuto.
Ci sfila accanto il nuovo tram “in prova”, rimorchiato, spalancato e tutto buio.
“Ecco il nuovo che avanza !” commento a mezza voce dentro al bus.
“Macchè nuovo ! Sono soldi buttati via per compiacere e ingrassare qualcuno … Sarà caos e disagi per molti. Saremo più pigiati di adesso e con meno comodità di prima … C’illudiamo di cambiare, sarà peggio di prima …”
Risponde uno seduto poco distante senza neanche voltarsi … Ecco ancora l’illusionista che passa … Ha fatto arrabbiare e scocciare stavolta … e siamo solo all’inizio della giornata.
Il tabaccaio ha rifatto la vetrina del negozio rimuovendo gli oggetti e gli addobbi di Carnevale … “Si cambia sempre ripetendo però le stesse cose … E’ tutto un susseguirsi illusorio di feste e ricorrenze … Adesso tocca la festa del Papà, poi Pasqua e la festa della Mamma … Via una avanti un’altra … ma alla fine si ritorna sempre all’inizio e si ripete e ricicla quanto si ha fatto l’anno scorso …”
 
Sorrido ed esco … anche di qua sta passando l’illusionista.
Un’occhiata automatica si posa sulla fila dei volti allineati ed esposti sorridenti nella vetrina appena fuori della porta dell’ospedale. Volti spesso familiari e conosciuti, accuditi per mesi e ora “trasvolati altrove”, ma senza quel sorriso spensierato e allegro che esternano nella foto … Anche quella è una visione illusoria … Quanto lavoro, quanta sofferenza, quanta illusione di riuscire a guarire e ridare salute nel senso più completo della parola. Quanti punti di domanda repressi e archiviati per anni … L’illusionista passa anche per me.
In cima alle scale ogni giorno più irte, e davanti all’ennesimo caffè acquoso che sa di niente, ci scambiamo i soliti discorsi e pensieri, sempre gli stessi, come il ritornello di una canzone … Li lasciamo emergere spontaneamente, ingannando i minuti, tergiversando brevemente con noi stessi.
“Hai sentito di quella collega che ha cambiato tutto della sua vita ? … Ha iniziato un nuovo lavoro, si è messa con un altro, ha lasciato perfino i figli, la solita casa e la vecchia famiglia … Ha ricominciato da capo pur non essendo più giovanissima … Che coraggio !” considera una collega da dentro il fumo della sigaretta.
“Che illusione, invece !” le risponde un’altra rovistando dentro al cellulare. “Non credo si possa cambiare veramente nella vita … Si potrà cercare una nuova avventura, un ometto di riserva … ma non sarà un vero cambiamento. E’ come cambiare vestito, ma tu rimani sempre tu, sempre la stessa … E’ un’illusione, che poi finirai col pagare a caro prezzo … Io non ci casco. Mi basta e avanza quello che ho e sopporto a casa … Per carità! Un altro uomo ! Brrrrr … Non ci voglio neanche pensare … Ho già dato … Non mi vorrei impelagare con miraggi e sogni falsi … Quando poi ti risvegli sono solo dolori, delusioni e rimorsi … Meglio tenere gli occhi aperti e accettare la tua realtà così com’è, anche con i suoi limiti e nella crudezza dei suoi difetti …”
 
 “Andrò in pensione più presto che posso … anche con la minima se è il caso. Non mi importa se perderò una percentuale del trattamento … Cercherò di arrotondare con qualche lavoretto, mi procurerò qualche notte o qualche assistenza saltuaria … Non voglio scoppiare lavorando, nè finire dopo tanto lavorare dentro a un letto accudita dai miei colleghi … Sono una di quelle poco furbe, forse stupida, mi sento consumata … Non so fingermi malata o esaurita, e non so dire di no se mi chiamano a sostituire i colleghi assenti … Ho anch’io a casa una mamma “guasta” a cui badare, così come ho una famiglia da accudire come tanti altri … Sento che tutto questo ha un prezzo anche fisico da pagare … Ho amato per tanti anni questo mio lavoro … ma ora sento che si stanno scaricando le mie batterie …”
 
Ascolto muto ancora una volta, affascinato soprattutto dalla penultima frase che non riuscirei a pronunciare … Il caffè è terminato e sono rimasto solo. Mi rimangono pochi minuti.
Guardo lontano … In fondo, oltre l’aria rarefatta e pulita appare nella penombra sfiorata dall’alba la chiosca nera dei monti ancora innevati. In cima alla dorsale scura lampeggia la luce del rifugio alpino posto sul culmine della cresta delle prime propaggini montuose. Quanti ricordi ! A volte sembrano un miraggio lontano, come mai accaduto. Eppure sono avvenuti giorni in cui scappavo fuori dal turno di notte di lavoro con lo zaino in spalla, la piccozza e i ramponi, e andavamo a perderci volontariamente, a smarrirci fra le cime e dentro a quel mondo naturale alettante e selvaggio che amavamo sentirci pulsare intorno. Un mondo grande e aperto, per davvero una grande alternativa all’ospedale. Un respiro cosmico diverso che si apre sopra e oltre quello riduttivo, asfittico, afinalistico e mortale delle corsie e del ripetitivo lavoro quotidiano. Un po’ mi mancano quelle faticose evasioni rigenerative … Sono solo ricordi effimeri e illusori ?
Emetto un ultimo soffio annoiato e pensieroso, e inizio un’altra giornata di lavoro … Ci risiamo di nuovo, come ieri, come domani.
Stavolta mi ha sorpreso e sconcertato una nostra paziente col suo feroce razzismo. Ce l’hanno insito e vivo dentro in molti, più di quanto immaginassi. Quasi non credevo ai miei orecchi, sembrava un brutto sogno.
 
“Sento profumo di merda in stanza … di nero … d’africano. Quella stessa puzza che si sente a volte anche nei corridoi …”
 
Divertita e sorridente, ha sbattuto in faccia queste frasi a una collega di colore, senza tante reticenze. Non sazia, ha rincarato poi la dose:
“Siete troppi … Venite a rubare il lavoro a nostri figli … Tornatevene a casa vostra …”
 
“In verità noi avvertiamo solo odore di squallida e deprecabile razzista … Questa persona ti sta pulendo gentilmente il culo, ti sta accudendo e lavando … Ti sta dando quel che hai perso e non riesci a fare da sola … Dovresti almeno esserle riconoscente se non altro …”
 
Solo la nostra serena professionalità, il fatto d’indossare il pesante abito della malattia l’ha salva, e ci ha impedito di risponderle con parole prepotenti quanto le sue.
Nulla permette d’esprimersi così …
“Quando siamo nel bisogno siamo tutti come “neri, scomodi e antipatici” nei riguardi degli altri … Se ti trattassimo alla tua stessa maniera tu saresti finita, dovremmo gettarti nella spazzatura … E invece siamo qui, lei compresa come e quanto noi … Certe volte bisognerebbe morsicarsi la lingua prima di parlare …”
 
Fuori della stanza e lontani dai pazienti è sfogata la rabbia e il fastidio:
 
“Mamma mia ! … Se non fosse che è malata la scaraventerei giù per le scale con la carrozzella e tutto il resto a 200 all’ora …” commenta uno un po’ fumino e arrabbiato, ma è solo uno sfogo, uno sfiato del disagio triste che provavamo tutti dentro.
“Spesso ci illudiamo d’essere persone civili e per bene … Dietro la facciata cordiale e le belle apparenze coviamo dentro tante ostilità e bassezze perverse … Siamo primitivi, bestiali a volte … oltre che finti e mascherati di bontà e simpatia.”
“Forse è solo la reazione di una che si è messa definitivamente in letto* … Forse rivendica in questo modo e disprezza quello che sta perdendo per sempre …”
(*A Venezia c’è un modo popolare di dire: “mettersi in letto”, usato per indicare quella fase della vita incerta e definitiva in cui non ci sarà più recupero e ritorno. Si indicano così gli ultimi giorni di vita, la fase terminale gravissima che non promette niente di buono.)
“Non capisco … Almeno chi è malato e prova la fatica della privazione e del soffrire dovrebbe essere più buono e più accogliente nei riguardi degli altri … Talvolta sembra che non impariamo niente dal vivere … Parliamo tanto, ma siamo sempre fermi al punto di partenza. Certe atteggiamenti negativi li abbiamo radicati dentro … C’illudiamo di cambiare …”
 
Riecco ancora una volta l’illusionista invisibile che passa.
Trascorrono le ore danzando dentro all’orologio e nella mente … Una collega confabula da sola con se stessa percorrendo il lungo corridoio … ad un certo punto sorride, sembra contenta.
“Ma che cosa ti stai dicendo ? … A che pensi di così felice da farti sorridere da sola ?”
“Ah … a volte fra un pannolone sporco, una medicazione, e una padella penso ad altro … Sogno una vita diversa, cose belle … di viaggiare e di non lavorare più … Penso di tornare al mio paese di un tempo e di fermarmi con le vecchie amiche a chiacchierare all’ombra della vecchia pergola rimanendo a cantare una nostra vecchia canzone … So che è illusorio, ma in qualche modo mi conforta e mi da la forza di vivere la mia giornata …”
 
L’illusionista sta ripassando ancora … stavolta piacevolmente …
feb 22, 2015 - Senza categoria    No Comments

“QUANDO LE DONNE “ESPLODONO” …”

donne

E’ vistoso il titolo, lo so … promette chissà che cosa e chissà quali discorsi, ma si tratta delle mie solite e tipiche esternazioni alle quali credo siate in parte già abituati. Non sono mai riuscito ad essere per davvero provocatorio, ma mi piace “giocare” con le parole nel tentativo a volte un po’ goffo quanto probabilmente inutile di condividere i miei pensieri. E’ questo il“bello dei Social” …
“Chi dice donna … dice: danno …” ci dicevano ironicamente negli ambienti “Pretereschi” dei tempi del mio Seminario quand’ero giovanissimo. Ma noi ci ridevamo sopra non credendoci per niente, perché vedevamo “altro e ben di più” in quelle creature gentili che camminavano armoniosamente e bellamente in giro per Venezia e la Terraferma, con le quali era amabile interagire e spartire quel che eravamo.
Il tempo che ho vissuto mi ha confermato ampiamente questa sensazione aggregandola però a molte altre che nell’insieme mi hanno dato del mondo femminile una certa mia visione che mi porto appresso quotidianamente e fin dentro casa.
Le donne sono certamente diverse dagli uomini, non c’è parità ed emancipazione che tenga … E fin qui, detto niente di nuovo … è come scoprire che accanto al bianco esiste il nero, oltre al giorno c’è anche la notte, insieme al caldo esiste il freddo: ovvietà, insomma.
Però mi è sempre piaciuto quel tono di voce alto e canterino che di solito le contraddistingue, eccetto le solite vecchie megere con la voce rauca raspante, quel modo di guardare acceso e profondo con quella sensibilità e disponibilità tutta rosa capace però di mascherarti che mentre ti ascoltano stanno pensando a tutt’altro.
Le donne possiedono un modo tutto loro, non imitabile e clonabile … O sei donna o non lo sei, non si possono scopiazzare ed emulare … vieni subito smascherato. Ti ritrovi impacciato e artificioso se solo provi a metterti nei loro panni … Perfino l’odore, il sapore, il tatto delle donne è diverso … E’ come se col gioco degli ormoni, delle essenze, delle creme additive, dei trucchi e dei profumi fossero capaci di indossare una pelle alternativa ben diversa da quella di noi uomini. Puoi andare finchè vuoi dall’estetista, dal curacalli, ed entrare nella migliore delle boutique … ma non avrai mai lo stile e il portamento che sa indossare e portare a spasso una donna … Fosse anche meno giovane, o perfino anziana … non ce n’è per nessuno, possiedono sempre quel “quid” particolare che la contraddistingue e le rende uniche. Ed io di anziane la so lunga …
Le donne, insomma, sono uniche nel bene e nel male. Anche se non so se questa sia da considerare del tutto e sempre una fortuna.
Per gli uomini, invece, è diverso … e per tanti motivi. Innanzitutto sembra che il destino ci abbia concesso di vivere un’esistenza caratterizzata da una progressiva ascesa prima di piegarsi verso un’inesorabile declino e discesa irreversibile. Quando si è giovani si mira ad un apice, ad affermarsi ed arrivare a una meta e da qualche parte. E per far questo ci esibiamo in mille performance senza risparmiarci e senza remore e reticenze. Dobbiamo essere, apparire, ringalluzzirci e“metterci in campo” (come direbbe qualcuno di nebbiosa memoria) … e per riuscire nel nostro intento spesso non ci facciamo scrupoli di spintonare gli altri, scavalcarli, aggirarli e pestare anche qualche piede … se non di peggio. Si sogna e si progetta in grande, si tenta … E’ lo scopo, l’obiettivo che conta !
E in molti spesso anche si arriva, ciascuno a proprio modo e raggiungendo diverse mete e scopi. Poi, giunti al culmine … come accade nello sport e nel tanto amato Calcio, si passa dal gioco giocato a quello teorizzato e guardato. Quando si è trovato il lavoro fisso, si ha messo su famiglia e figli, si è pagata la maggior parte del mutuo e l’automobile carina sta già nel nostro garage … si giunge all’età dell’appagamento e del“successo” ormai da godere e conservare. E lì comincia la nostra fase di discesa.
Si mette su pancetta, si comincia a giocare sul campo piccolo e non più su quello largo da undici giocatori, o non si guarda quasi più la partita, accontentandosi di commentare il risultato e di profetizzare e idealizzare la tattica. Oppure, passo successivo, non si guarda più la partita seppure rimanendo seduti davanti alla televisione accesa, ma ci s’industria a scommettere impazzendo con il gioco della Fortuna e della sorte, e affrontando le nefandezze del nemico destino.
E’ già accaduto tutto quel che doveva accadere, ci riscopriamo improvvisamente mezzi vecchi e non più inossidabili e imbattibili come prima … anche se non lo ammetteremmo mai neanche sotto tortura. Dentro di noi abbiamo ben chiaro che è trascorso il tempo dei sogni e dei progetti, quell’età spensierata e giovanile in cui volevi diventare questo o quello. E accanto al rammarico per non esserlo diventato, ci assale la noia di quel che stiamo ora monotonamente e quotidianamente vivendo … Ci lasciamo crescere la barba e allungare i capelli, tanto per illuderci che stia cambiando qualcosa e non si è totalmente prigionieri di questo ciclo continuo … ma sappiamo bene che non è così. Noi siamo quelli: punto e basta, c’è ben poco ora da cambiare … Siamo quelli, e per di più in discesa … per cui dobbiamo guardarci bene dallo scivolare maldestramente e dal procurarci i primi acciacchi difficili e lunghi da guarire. Rimanere in panchina non è piacevole, e stare fuori per infortunio è ancora peggio … E’ l’età in cui è necessario essere accorti.
E le donne ?
Le donne sono lì … di fronte, accanto, sembrano eternamente giovani e pimpanti, come se avessero fatto un patto col Diavolo e per loro non passasse mai il tempo. Siamo coetanei, ma a volte guardandoci allo specchio noi sembriamo il nonno … Ma anche questo non lo diremo mai !
In realtà le donne sono abilissime e con le loro armi sanno vincere la lotta dell’immagine combattendo il tempo. Sanno bene che è una vittoria ingannevole e fasulla … però intanto se la godono e la passano bene nascondendo rughe e i fili bianchi dei capelli, colorando all’inverosimile le unghie, saltabeccando sui tacchi impossibili, indossando abiti più larghi o viceversa spremendo le attillature, e provando ad entrare ancora dentro a quei tailleur di qualche anno e misura fa. E’ l’epoca in cui le vedi battagliare col frigorifero, correre giorno e notte lungo gli argini … rifugiarsi nella Nutella, e inneggiare alla dieta snella e vegetariana … Farebbero esplodere le bilance sempre false e mai credibili mettendo al rogo se potessero chi l’ha inventata così perfida e crudele.
L’uomo intanto è lì, immobile come un semaforo sull’incrocio. Fa la siesta e s’impingua da buongustaio uscendo con gli amici o con i colleghi, o strafogandosi nelle feste di matrimonio danzando con l’eleganza di un orso ubriaco. Mettendo un po’ di gel ai capelli e indossando un foulard tenta di sorridere e fare l’occhiolino alle donne giovani, illudendosi di recuperare quella vitalità che ha ormai perduto. Sogna una seconda giovinezza, e a volte gli riesce in un sobbalzo d’inseguire qualche esperienza alternativa spremendo le ultime risorse che gli sono rimaste, ma spesso “scoppia” per strada, “rimanendo sotto ai ferri” di qualche donnina molto più fresca ed energica di lui della quale non riesce a tenere ritmo e passo.
Un po’ se la vanno a cercare certi ometti … ma nell’insieme ci pensa il destino a far tornare i conti e a livellare certi dislivelli. Insomma, giunti a un certo punto della discesa gli uomini procedono con qualche saltuaria fiammata … Come a dire:“Occhio ! Guardate che ci sono ancora anch’io ! …” Si danno da fare, o perlomeno danno a vedere di aver ancora voglia di rimettersi in questione, d’aggiornarsi e tenere passo e briglie della propria vita e dei tempi moderni in cui stiamo vivendo. Ma gira e volta la minestra resta sempre la stessa … e giorno dopo giorno guardandosi allo specchio gli uomini si ritrovano sempre più essenziali e liofilizzati, sempre più con lo scatto corto e il fiatone quando arrancano in salita o salgono le scale con uno scatolone in braccio.
La paura di non farcela a causa del vivere in discesa e dell’incremento anagrafico diventa un’ossessione. Perciò s’accende nella loro mente la soluzione delle soluzioni: la pensione. Il rimedio ad ogni male, una nuova pagina da voltare, la libertà da tutto quanto si è faticosamente conquistato e interpretato per lunghissimi anni. Sembra il “Sole dell’Avvenire” … quegli orizzonti ameni e felici a cui tanto inducevano certe ideologie di qualche anno fa.
E solo per l’arrivo della mitica pensione s’inizia a vivere, sperare e aspettare … Diventa un tormentone, un’immagine stabile con cui si convive, con cui si va a letto e in compagnia della quale ci si alza il mattino dopo. Se ne parla in continuità con i colleghi, induce alla visita dei Patronati e alla ricerca sullo stato dei contributi depositati presso l’INPS … Nel tempo libero o nel cuore della notte, perché diventando vecchi si comincia a dormire di meno, gli uomini rimangono lì a interrogare e studiare attentamente Internet per scoprire tutte le possibilità di fuoriuscita, le finestre utili e tutte le possibili scorciatoie per ridurre anche di pochi mesi se non giorni “la tortura sempre più impossibile” del lavoro e dell’attesa.
Alle sei del mattino mi capita di trovare colleghi monocordi che iniziano la giornata dicendo: “Non ce la faccio più … Mi mancano solo sei, dieci, quindici anni … Ho già iniziato il conto alla rovescia …” Se ne stanno lì, mentalmente in stallo, come in folle, sempre su quell’unico pensiero … mentre tutto il resto che gira loro intorno non conta più. Che miseria ! Come si fa a vivere così, è una paranoia, una frustrazione immensa … Non è più vivere normale.
A volte mi diverto a chiedere: “Ma che cosa farai una volta raggiunta l’agognata stagione della pensione ?”
Vedi lo sconcerto e lo sgomento in certi occhi. “Non lo so … Niente …” è la risposta più frequente. “L’importante è arrivarci al più presto …poi si vedrà …” aggiunge qualcun altro.
“Sarebbe meglio poi godersela questa benedetta pensione … Riempirla con qualcosa, Non intenderla come un salvagente o il raggiungere un’isola deserta in mezzo a un mare di niente.”
“Non preoccuparti che quando ci arriverò mi inventerò qualcosa … Saprò che cosa fare …” mi rispondono altri cercando di salvarsi in corner. E poi ti capita di rivederne qualcuno che andato in pensione viene a salutarti al lavoro.
“Per vedere come va e come ve la passate, se le cose sono rimaste ancora le stesse … Un po’ mi manca tutto questo mondo … a volte mi sento perso e non so più che cosa fare … Sto cercando un lavoretto, perché altrimenti così ridotto sono finito …”
“Pirla ! … Tanta attesa, apprensione e ansia per nulla … Sarebbe stato meglio condannarti al lavoro a vita, visto che non sai goderti come una nuova opportunità di vita quello che hai conseguito.”
 
Certi uomini pensionati sembrano un tram fermo al capolinea, una balena spiaggiata incapace di nuotare nel mare aperto della vita.
E le donne ? Stavolta è diverso, anche loro pagano dazio. Inizia anche per loro l’ora in cui corrono a spalancare le finestre in pieno inverno e guardandole a volte ti verrebbe da correre in cerca di un estintore. Alcune sembrano delle vaporiere, e ti verrebbe da prenderle e metterle immediatamente in una vasca piena d’acqua gelida, o perlomeno assumere uno di quegli antichi eunuchi che trascorrano un po’ del loro tempo a sventagliarle con le piume coperte da veli sottili e sparse su mille cuscini colorati e comodi.
Ma per le donne in ogni caso è tutto diverso.
Sì anche loro a volte non ce la fanno più, sono stremate e bramano la libertà della pensione. Ma in maniera diversa, perché hanno dentro un clichè diverso dai maschi. La mia mamma nella sua estrema semplicità aveva ragione quando diceva:
“Le donne vivono a stagioni, come a capitoli e puntate diverse … Giunte a una certa età seppelliscono i mariti e rinascono … e cominciano una nuova vita andando in giro in gita con le amiche e col cappello colorato in testa come non avevano fatto mai …”
 
E’ vero.
Le donne vivono stagioni e primavere successive nella loro esistenza, a differenza dei maschi che perseguono l’unica:“salita e discesa”. Dopo essersi godute certe estati fruttuose e di successo come quelle dell’Amore e dei Figli, attraversando diversi autunni di fatica e deperimento e inverni di malessere e abbattimento, trovano quasi sempre la forza nascosta da qualche parte per ripartire e incominciare un’altra nuovo giro di stagioni ed emozioni. Sono come delle crisalidi che s’impupano e sanno tornare da essere di nuovo farfalla attraversando una loro metamorfosi a volte incomprensibile per noi ometti … che a volte non ci accorgiamo di niente. Accade quindi che ogni tanto le donne “esplodono”, anzi, implodono per poi ripartire diverse, come riconciliate e ritrovate con se stesse. Anche se non è che questa trasformazioni non costi niente … qualche volta qualche“pezzo” lo perdono per strada ritrovandosi con rughe, acciacchi e menopausa.
Casualmente ascoltavo giorni fa il contenuto di una telefonata nelle vicinanze. Nella conversazione la donna esprimeva grande determinazione e voglia, proponeva al figlio senza esitazioni di rispettare e combattere per perseguire gli obiettivi prefissati nonostante ci fossero difficoltà da superare.
“Che grinta di donna !” Ho pensato. Chiusa la conversazione e il cellulare, ha concluso:
“Che stufa ! … Non ne posso proprio più.” ed era proprio l’immagine dello sconforto e della stanchezza.
In ogni caso, mi chiedevo il perché di questa loro capacità di“rinascita” … La spiegazione sta forse nel fatto che a differenza di noi maschi le donne pagano maggiormente il prezzo delle loro performance, la vita chiede forse loro di più, e per questo le fornisce di qualche ulteriore scorta di energie di riserva.
Avete mai visto una donna partorire ? Sembra una potenza della Natura … un’energia sprigionata inimmaginabile.
Per questo riescono a ricaricarsi e ricominciare, perché possiedono una capacità e una consuetudine a produrre energia che noi maschi assopiamo o esauriamo rapidamente, o proprio non possediamo. Noi siamo capaci di grandi botti con tanto fumo … e poi basta. Le donne, viceversa, scoppiettano forse ratealmente come piccoli petardi … ma molto più a lungo, con più possibilità e maggior capacità di dar spettacolo … anche a distanza di tanto tempo. E’ forse la legge, uno dei trucchi insiti della Natura … non l’ho di certo scoperto io.
Durante queste loro metamorfosi infatti, le donne non è che rallentino e si fermino più di tanto. Nel loro orgoglio procedono cercando di non tralasciare una sola virgola di ciò che hanno sempre fatto, vanno come in automatico senza mollare niente … Tuttavia trapela qualcosa: le vedi più annoiate e demotivate, più stanche e avvizzite, private di quell’entusiasmo e di quel gusto di agire e fare che possedevano un tempo all’epoca del loro rigoglio migliore.
E l’uomo ?
L’unica cosa di cui si accorge è che la moglie è nervosa, tiene qualche volta inspiegabilmente il broncio, e non cucina più esattamente come prima … Butta un po’ là, ed è più ripetitiva nei discorsi, nelle pretese e soprattutto quando va a fare la spesa, così come dimostra meno cura nel fargli trovare prontamente i calzini, le mutande e le canottiere al loro posto nel solito cassetto. E’ un campanello d’allarme … ma l’uomo risolve tutto lasciandolo suonare … al massimo “una tantum”aiuta la compagna a portare le sporte delle spese, e se proprio bisogna passerà l’aspirapolvere per la casa, o aggiusterà quella cosa che è rimasta rotta da tempo ormai immemorabile. Un gesto di buona volontà e disponibilità nei riguardi della compagna di sempre, che inspiegabilmente scopre essere stranamente irritabile e insofferente, talvolta al limite con l’aggressivo e l’illogico.
“Sei un fonfo imbranato ! … panciuto e incapace …” ho sentivo strillare qualche giorno fa da una vicina di casa.
“Sei lo spettro di quel bellissimo essere fascinoso e imperdibile che ho conosciuto e conquistato un’intera epoca fa … A volte vali tanto quanto e forse meno del gatto e del cagnolino … Sei solo un’appendice, un sopramobile da spolverare e sistemare come tanti altri … da ascoltare qualche volta, ma solo per il gusto di farti contento … Tanto ripeti sempre le stesse cose … Sei una noia, un essere molle e inutile …”
 
Eppure sembravano una coppia felice fino a qualche tempo fa.
Mi fanno tenerezza, non pena, le donne in queste circostanze … Perché le vedi provate, doloranti e sfatte, quasi indifese anche di fronte a se stesse. La loro guerra è con lo specchio: si vedono brutte e sciupate, cadenti, gonfie … anche se in realtà rimangono bellissime.
Dopo un po’ di tempo le ritrovi piene di freddo e insciarpate, senza i tacchi vertiginosi e la solita minigonna, senza il trucco vistoso e con un tonalità di colore più calda dei capelli tagliati più corti … Sembra si stiano faticosamente tirando dietro il mondo intero, e le senti contestare questo o quello fitto fitto e insoddisfatte. Anche l’amica del cuore non è più la stessa, perché dopo tanti anni si sono ormai dette e confidate più di tutto. Provare a discutere con loro in questi momenti non è facile perché se tu dirai bianco sarà probabilissimo che si schiereranno a favore del nero. A volte bisogna proprio proporre loro il contrario per ottenere quel che vai cercando veramente. Quella certa ingenuità che a volte indossano … a volte la mantengono, almeno alcune di loro … altre invece ti“divorano” bellicose, tutt’altro che depresse e spente.
“Che tempo fa oggi ?” ci chiediamo a volte fra colleghi al lavoro osservando strategicamente qualcuna.
“Perturbato, nuvoloso con qualche schiarita … parzialmente soleggiato …” e comprendiamo al volo perché. L’importante è non essere costretti a tirare fuori l’ombrello, dover star zitti o prepararsi al peggio … Ma qualche volta c’è anche una bella giornata di sole che può durare anche più di una giornata.
Che aggiungere ancora e di più ? Che per tutti fluisce il tempo inesorabile … E’ questo in realtà ciò che conta. Per tutti, maschi e femmine, gira la giostra luccicante della vita … anche se ciascuno la vede, l’intende e occupa a modo proprio. La maggior parte di noi, poi, non è molto interessata e non prende in considerazione il fatto che potrebbe anche fermarsi … prima o poi. Noi Infermieri, invece, siamo costretti ogni giorno a considerarlo … che ci piaccia o no … uomini e donne, o donne e uomini … come preferite.
feb 18, 2015 - Senza categoria    No Comments

“ORE CERTOSINE … PAVESI”.

pavia_14-16feb2015 (323)

Non E il massimo iniziare Una settimana di ferie dovendosi recare obbligatoriamente un corso d’aggiornamento delle Nazioni Unite, MA GUARDA I Tempi Che Viviamo, guardo Oltre e mi metto in strada. Anche a Venezia l’ora mattutina di Punta e nevrotica e intasata, Passano Tutti i bus del Mondo Meno Che il mio … Fremo anch’io per la fretta, l’orologio SEMBRA Correre Più svelto, lo sottolineare Pigola Nel cervello … odio presentarmi in Ritardo da Qualche Parte. Scalpito sul posto impaziente Osservando i soliti “leggiadri del Mattino” Che Fanno footing … i camini fumano e biancheggiano sui tetti di Venezia, Una campana anonima sbattacchia in sottofondo nascosta da Qualche Parte fra calli e campielli dentro un QUESTI Ultimi giorni di Carnevale Veneziano Grigi e umidi … bus E ‘Tardi, e il bus E stracolmo di gente stretta spalla a spalla, E Molto Diverso Dai miei soliti del mattino presto Che sono “solo miei” .
Infine Riesco a scappare da Venezia traboccante, asfissiata ed intasata Più che mai. OGNI anno il Carnevale la sta prendendo sempre Di Più per la gola. Senti la città annaspare, quasi scricchiolare sotto il peso pressante delle Migliaia Che la invadono infiltrandola in OGNI spazio e piega … C’è poco spazio per il solito vivere dei Veneziani.
Vado a Pavia un riguardare la Certosa, il Che non e Di Certo“un buco” in mezzo un campo un … Anche se in mezzo ai Campi si TROVA per davvero … Poi Già Che ci siamo, ci mettiamo Vigevano Mai Visto, e ONU salto un Milano per Vedere la mostra di Van Gogh. Non Sono mai Stato Molto fortunato nell’andare a visitarla. O l’ho raggiunta MENTRE la stavano chiudendo, o le condizionali meteo non erano ottimali e l’ho Trovato buia e oscura, intristita quasi. Chissà perché, il pensiero di ritornarci mi rincuora e mi entusiasma, mi attraggono Quel Genere di posti Ogni volta di più … Non me ne Sono Spiegare il Motivo … (e invece sì, ce l’ho Chiarissimo, pensate ai di miei Precedenti) .
La Laguna e il cielo di Oggi, venire la Stazione Ferroviaria di Venezia Sono bui venire l’Inferno.
“Si riparte … Altro giro, Regali altri … L’importante è Andare …”
 
Saliamo in treno, e vieni il solito frullano Le nostre teste, e con Loro il fascio delle Mappe, AP, Programmi, Orari e coincidenze.
“Sarà meglio prendere il biglietto di andata e ritorno di quell’altro treno, o decideremo lì per autobus alternativo ONU?… Speriamo di non trovare code … La mostra E Prenotata vero? … Ah! C’è Anche la Visita guidata stavolta. Bene! … Faremo un tempo Anche a sbirciare qualcos’altro? … “
“Non ABBIAMO TEMPO a sufficienza … Speriamo di riuscire a mantenere il ritmo e Sopravvivere a tutti Quei trasbordi Che ci aspettano … Ma ne varrà la pena venire il solito …”
 
Il treno si muove pigro, quasi strascicato e svogliato … Si va … chiacchierano del Più e del Meno.
“Ti ricordi le pere di Suor Giacinta fa cinquant’anni? … E i Corridoi nell’Asilo delle Suore tirati a lucido con la cera dove non si Poteva Camminare Liberamente ma solista Switch to in punta di piedi giusto un ridosso della parete? … E noi s’andava a scivolare di nascosto … Ti ricordi lo sgabuzzino buio dove ci chiudevano in castigo? … Tremende le Suore … “
 
Giro lo sguardo Oltre il finestrino: intravedo Di sfuggita Una Persona Che fruga nella sezione Un cassonetto traboccante di Rifiuti … poi campi brulli ricoperti di neve, paesi e CITTADINE dilavate Dalla pioggia Che Scorrono via … Il treno corre odoroso e saturato di PERSONE … il finestrino E Disegnato e spruzzato da Una coltrina di gocce Che Sembrano danzare. Mi volto Dalla parte opposta ha: un signore barbuto Dalla camicia linda mormora Preghiere Ascoltando ad occhi chiusi le Sure del Corano dentro Agli auricolari … Dietro a lui Scorrono Scenari di tetti immacolati, Ancora campi innevati … tutto SEMBRA in bianco e nero. Il treno continua ad allungarsi Sulla piana Padana rincorrendo e Superando alberi stecchiti, larghe pozzanghere Bagnate e lucide. Una distinta signora Seduta Accanto a me sfoglia nervosamente Una rivista alla velocità della luce, mi sventaglia spaginando … Siamo Entrati sparati dentro alla nebbia, sobbalziamo sparati in Velocità … Scorrono fabbriche e capannoni tetri, terra nuda e nera, Casolari spenti cinti di mura, casupole isolare, stalle, ONU gregge di pecore addossato un muro un … e binari, binari, binari … Incroci con Linee secondarie di campagna … Un allevamento di lumache … e poi basta: i finestrini si Sono ricoperti di condensa umida e opaca.
“Con this tempo troveremo solista il comignolo della Certosa Che spunta Dalla neve … Sarà sepolta …”
 
I volti Dicono le PERSONE, faccio supposizioni sui lineamenti … Una ragazza Accanto si APRE un’ONU candido sorriso: ha Appena Ricevuto Una bella notizia. Mormora contenta Nel cellulare: “Sono Nella graduatoria! … Mi chiameranno prestissimo … Ho Finalmente un lavoro! “ prima di rimanere un Guardare Lontano rapita e soddisfatta Sorridendo a tutto e Tutti ea nessuno.
Ci muoviamo nell’interland milanese Fino a Rogoredo.Pensavo fosse paesotto di campagna delle Nazioni Unite, e invece mi ritrovo a Una neutra periferia iperattiva e densa di edilizia … Un extracomunitario “nervoso” e PRIVO di Documenti Vienne Accompagnato via da causa Poliziotti … E ‘un posto cupo, UN “po ‘Così “ , senza volto e da sbadigli, fra pensiline immenso, la Metropolitana Che vomita di continuo folle di gente anonima e variopinta ma sempre frettolosa, e treni in transito Che Fanno vibrare tutto sferragliando.Acciuffiamo la coincidenza “al volo” sbaruffando con l’orologio … e siamo finalmente a Pavia.
Il Castello Sforzesco E mesto sotto la pioggia battente.Doccioni scrosciano acqua ovunque nell’ampio cortile aperto con un’ala di edificio demolita da SECOLI … grazie tozze bocche di cannone brillano dilavate Dall’Acqua … Sotto alle Volte Antiche invase Dalle ombre percorriamo itinerari museali, riconosciamo opere d’artisti famosi e ALCUNI Reperti dei Longobardi.
“Speravo di vederne di più … era Pavia Capitale dei Longobardi … Cividale E più bella e maggiormente Fornita … sebbene la raffinatezza e lo stile Siano Gli Stessi … non capisco … Hanno ONU unico museo qui a Pavia cato E al Metà chiuso e non accessibile … Solite carenze di Personale, ma non solo … SEMBRA manchi l’interesse, l’Organizzazione … c’erano cinque PERSONE impiegate fra biglietteria e bookshop, ne bastavano Forse a causa … e Magari Una sala aperta in piu? “
“Dicono Che a Borgo Ticino ci Siano dei bei loculini! … Localini … “
“Loculini? … Che è? Si mangia in cimitero? ” … E Giù a sorridere, gita gastronomica Anche stavolta.
L’ombrello E diventato Una protesi irrinunciabile … e scoviamo nascosta fra caso anonime la chiesa di San Teodoro. Una sorpresa di affreschi, leggende e storia. Pensavamo Fosse Una chiesupola secondaria di scarso Valore artistico, e invece ci ha meravigliato non poco. Una delle cose belle di Pavia … con le Mappe antiche della città Padana dipinte sui muri, la navigazione Lungo il Po ‘… Scendendo e Risalendo also Fino e da Venezia. Qui giungevano i Veneziani a mercanteggiare … e siamo per davvero Distanti Dalla Laguna.
Ancora pioggia, Ancora cose belle … San Michele di Pavia : bellissimo pur Nel Suo volto scrostato e mangiato dall’inquinamento Che ha corroso la facciata e le sculture rendendole irriconoscibili quasi. Un gioiellino Sulle strade antiche dei Pellegrini Europei, Una tappa di sosta Importanti Sulla Via Michaelica, la Famosa Via dell’Angelo Che Faceva Switch to i Pellegrini per Mont Saint Michel in Francia, la Sacra di San Michele in Piemonte e proseguiva giù per Tutta l ‘ Italia Fino a terminare al Santuario di San Michele sul Gargano in Puglia … Passava Anche per Venezia dove C’era la chiesa dell’Arcangelo Michele: Sant’Angelo, Che Oggi non esiste ha Più.
“Procura Una certa emozione Immaginare Che qui passavano, sostavano, facevano le Loro devozioni, si curavano e alloggiavano in Qualche ospizio qui Intorno … E ‘arrivato la medioevale Via Francigena, il Cammino di Santiago di Campostela per, i percorsi dei Romei per Roma e per la Terrasanta … Bello! … E interessante … “
 
Incontriamo una signora Padovana volontaria Che riconoscendoci per Veneti Come Lei si commuove e ci Abbraccia tutti. “Vivo qui a Pavia da cinquant’anni, però Sono Rimasta Veneta Fino alle Midolla … è la Patria della mia infanzia …” e presa dall’emozione ci condurre una VEDERE Cose non visitabili: un mosaico antichissimo e mirabile dei Mesi Che Si e salvato Perché finito sotto alla Costruzione di ONU altare ora Rimosso Casualmente. Ci soffermiamo Ammirati Anche Davanti a Uno spettacolare e grande Crocefisso in argento e oro chiuso in Una teca.
“Era fuori alle intemperie, diventato tutto nero. Per this Si e salvato also Dalla furia di Napoleone … nessuno immaginava Che Fosse Fatto di metalli preziosi Così … Un capolavoro veneratissimo per SECOLI … Per fortuna Uno dei Parroci Precedenti, era il Che Un vero amante dell’Arte, l’ha salvato … “
“Non è RIMASTO Molto del passaggio degli antichi pellegrini?… Anche qui E Passato pesantemente “il distruttore”? … Napoleone ha “spazzolato” via tutto? “
“Sì … E Che scempi Che ha Combinato! … Dove non ha potuto depredare e saccheggiare ha Distrutto … pensate Che alla Certosa non potendo asportare le formelle artistiche della facciata, i Francesi si Sono accontentati di spezzarne un Colpi di fucile Tutte le teste delle statue … Solo per il gusto di sfasciare e rovinare, deturpare e vessare … Che bestie! “
 
Vaghiamo per Pavia … una città un po ‘scialba, sbocconcellata, con scarsa Vocazione turistica: il museo Che C’è e non C’è, l’ufficio turistico chiuso, scarse o inesistenti predette Indicazioni in giro, Nessun percorso o itinerario per valorizzare Quel Che Hanno. Percorriamo le Arterie Principali intasate dal passeggio e lo shopping prefestivo Dallo nda numerosi negozietti affollati … Ci Sono I giovani dell’Ora dello Happy Hours Che precede Quella dello sballo … C’è l’immancabile folla ubiquitaria ed insistente dei questuanti, dei finti stampellati Moribondi quasi, tremolanti e bisognosi Che vivono d’espedienti. Uguali spuntano in città OGNI, ovunque venga funghi, also Nella Capacità di “tampinarti” in maniera ossessiva e fastidiosa per tentare di scroccarti qualcosa … Il Duomo E Decisamente brutto, Almeno per I nostri gusti … Cosi Come ABBIAMO giudicato orrende, degli obbrobri , Certe Chiese moderne dei quartieri periferici costruite non so Secondo Quale canone estetico, e non spendendo Certamente solista causa lire … IlPonte Coperto sul Ticino E Un monumento raro e inconsueto. Lo percorriamo dentro un un’umidità totale quasi irrespirabile, si respira acqua e senso di malessere e spossatezza … E intanto: Piove, piove, piove.
“E ‘Una Cosa del tempo che fu … Oggi non costruiremmo mai Una cosa del genere …”
 
E Immagino le lunghe file di dei Cariaggi dei mercanti fermi in attesa di transitare e Pagare la Gabella per Entrare o Uscire da Pavia … i doganieri burberi e invasivi … Un clacson suona … Apro gli occhi, e mi sfrecciano Accanto le automobili.
Il mattino si riparte con DOPO UN nuovo “menù ”a sorpresa:“Ci mancava la neve!” … E, infatti, ci danza tutto Intorno il candido centellinare ovattato Che biancheggia ovunque ricoprendo tutto e tutti.
“Mi sa Che per davvero troveremo la Certosa sepolta Dalla neve …”
L’attesa per la visita alla Certosa si fa intensa … “Sono Venuto fin qui Soprattutto per questo …”
 
Ed eccola là finalmente, Appena treno Scesi dal mezzo in Ai Campi, avvolta Nella bruma del mattino e al Termine di Una strada fangosa Che costeggia tutto il muro del Suo Perimetro.E ‘per davvero, anzi, E sempre Stata nda SECOLI Un Mondo precluso, Un luogo Lontano e Isolato fuori porta dove accadeva Una vita Particolare Secondo dei dettami e delle Regole alternativa al normale vivere cittadino. E ‘difficilissimo dire e Spiegare venire si Poteva vivere in Una Certosa, servirà piatti ONU Notevole Sforzo della fantasia per intuirlo. In OGNI Caso, qui tutto era della Certosa, apparteneva ai Padri, ai Certosini … non solo le terre, le Acque, i boschi, i ponti, le strade per Chilometri e Chilometri … ma Anche la gente e tutto cio Che esisteva sotto al Cielo . Ovunque C’era stampigliata la sigla:“GRA-CAR” , la Carthusia delle Grazie … era ed al Davvero un timbro d’Appartenenza impresso su tutto e tutti, modus vivendi dettato ONU Dalla Volontà e dal “sentire” dei Padri Che Vivevano racchiusi lì dentro ma controllavano e gestivano OGNI cosa e persona fin nei minimi particolari e dettagli.Curioso per davvero …
Attraversiamo l’ingresso decorato ed entriamo Nel cortile antistante alla Certosa … Il Portone E spalancato, I Cancelli Aperti. Siamo noi da soli, Non C’è in giro nessuno … Eccetto il silenzio. Bello!
Entriamo Nella grande chiesa scura e deserta invasa da ONU freddo pungente e intenso … Incontriamo Un solo custode burbero e accondiscendente insieme … c’illumina vagamente Gli ambienti Nella lunga attesa della Visita guidata: uno spettacolo avvincente e indescrivibile.
Improvvisamente si Spalanca la porta della chiesa ed entra Una fiumana di Filippini e Giapponesi cacciarosi e sgangherati.Crolla l’atmosfera speciale … Per fortuna in Pochi Minuti Fanno il giro della chiesa, osservano distratti in giro e se ne sgalosciando Vanno … Visto tutto, Visto niente … Chissà Che cosa avranno capito della Certosa … ma se ne Sono Già ripartiti dentro al Loro autobus confortevole sotto la pioggia battente.
Torna il silenzio pesante e l’attesa … avvolti quasi dal sudario Di quella ridondanza artistica pregna di storia e interiorità Devota. Vieni riassumere Quanto Si e vissuto lì dentro? Che cosa si esperimentava e si provava in quegli ambienti when Vivevano le età del Loro maggior splendore? E ‘indicibile … era La Certosa Un vero cosmo precluso dentro al Mondo degli Altri, Una specie di animo Che soggiaceva a tutto l’esistente, Una sorta d’aria da respirare obbligatoriamente, benevola ma ossessiva insieme … Alla Certosa apparteneva: i campi, Le Risaie, i pascoli, i Mulini, i fossi, i Raccolti, il bosco e Tutta la legna, GLI ANIMALI, le casupole fatiscenti, le strade, i pozzi … perfino i figli, il bello e brutto tempo, e il destino della gente .Non esisteva nulla Che non fossato sotto il Controllo e l’egida dei Padri … perfino il miracolo dell’amore, la semina e il Raccolto, il ritmo e il susseguirsi delle stagioni, il Mercato, la festa Intorno al fuoco, la Fiera e la Sagra di villaggio, a la carestia e la morte … sembrava Che non esistesse altro, e il Che non ci fossero confini Oltre i Quali tutto non fosse: “GRA-CAR” !
E Anche all’interno Di quella specie di Castello era dorato Che spartiacque misterioso e Porta Tra Umano e Divino c’erano delle Regole dentro alle Regole, come in una scatola cinese virtuale. Dentro alle Certosa esistevano i Padri Che Vivevano la Loro vita eremitica Tutta dedita alla Preghiere e alla meditazione, e c’erano Anche i Conversi Che provvedevano in tutto alla vita dei Padri servendoli e riverendoli per tutta la vita.Quel dettame era esistenziale Espressione Estrema ispirata alle pagine del Vangelo.
“Accanto al Christo c’erano le due sorelle: Marta e Maria … Una Stava Accanto al Signore ad ascoltarlo avendo Scelto La parte Migliore … l’altra gironzolava Intorno indaffarata procurando il benessere e la comodita per tal quale connubio fruttuoso Seduto Accanto alla Divina Presenza … E Così accadeva e si perpetuava Anche per i Padri ei Conversi della Certosa … “
 
Così ci ha decantato il monaco Che ci ha Condotto in giro per la visita della Certosa … L’obolo Lasciato Alla fine del percorso e Una delle poche Risorse Attuali dei monaci per Sopravvivere Oggi.
“La Certosa E Come un prolungamento del Cielo, o se si Vuole Uno sguardo, ONU orecchio e Una mano della Terra spalancati verso l’Alto e il Mistero … affacciarsi delle Nazioni Unite al Paradiso, ONU elevarsi sopra al vivere quotidiano e comune. Il luogo ha Certosa di Certo ONU fascino, Emana Onu “Qualcosa” di speciale Che coinvolge e Prende … “
 
E ‘vero! E ‘Così proprio.
Mi guardo Intorno … è Tutta Una girandola di cappelle, di ambienti sontuosi dove tempo ONU i Padri s’alternavano passando venire spettri Silenziosi un capo chino.S’intrattenevano Nel celebrare in continuità i Loro riti e le Loro FUNZIONI seguendo ONU tempo che era scandito Diversamente dal tempo di Quelli di fuori.
“I Padri si recavano in chiesa nell ‘” Oratorio “e cominciavano il giorno Alle Due della notte celebrando il” Notturno, l’Ufficio della Vergine e dei Morti “e poi la Messa e le Altre” Ore Canoniche della Preghiera “… Pranzano da soli Nelle Loro celle-casette riforniti Dai Conversi, Eccetto Che Nel giorno in cui familiarizzavano fra Loro, oppure Nei giorni di Festa when pranzavano assieme in silenzio e trascorrevano quasi Tutta la giornata in chiesa un Pregare e meditare … Potevano Ricevere Una visita dei Familiari Sono Due volte l’anno, rigorosamente dentro alla fascia oraria fra “Ora nona” e “Vespro” … Solo una volta all’anno Num usufruivano di Una “gita” fuori della Certosa Dall’alba al tramonto … Allora attraversavano Bosco un, visitavano Una Pieve, osservavano Di sfuggita Una città … “
 
Era proprio altro Un Mondo … era La Certosa sono un’emanazione dal Cielo, ei Padri erano Come un lampo divino incarnato e imprigionato dentro una quegli Uomini austeri ma allo Stesso tempo Potenti … Da Tutta la contrada venivano considerati venire emanazione della Trinità Divina … Erano temuti, riveriti, ossequiati e Venerati quasi … ma also Odiati e bestemmiati per le Loro pretese, per il Loro Voler tutto Fino a contarti l’ultimo spicciolo Che tenevi in ​​tasca.
Peccato che lo scempio Napoleonico Abbia disperso un po ‘ovunque Tutti Gli archivi della Certosa ei Documenti Che Hanno scandito la vita dei Padri Lungo i SECOLI. Sarebbe bellissimo poterne scandire le opere ei giorni, apprezzarne A DISTANZA di SECOLI le pulsioni, le attese, le manie, le Decisioni e le convinzioni. Deve Essere accaduto tanto, di tutto, dentro un Quel microcosmo singolare. Basti Pensare Che nda pressi della Certosa Hanno abitato per trecento anni Generazioni su Generazioni di artigiani Che Hanno abbellito e Lavorato dentro una Quel Mondo appartato. Visitando la Certosa ci Sono ALCUNE parti Talmente abbellite e decorare Che non si TROVA Solo Un centimetro Lasciato nudo e non utilizzato. Un abbellimento durato SECOLI seguendo la Volontà del Ricco e Potente Fondatore e Signore Che ha Finanziato Quel Complesso:
 
“Per il bene della propria Anima e Di quella dei Suoi Familiari … e in espiazione delle colpe e citare in giudizio dei Suoi numerosi peccati …”
 
Doveva di averne Certo MOLTI da farsi perdonare … se Alla fine la Certosa di posta risultata Così bella. E ‘Stato Così Che quell’immensa zona boschiva di caccia e divertimento E diventata l’habitat della Chartusia di Pavia.
“E ‘indicibile Quanto è accaduto sotto al Cielo della Certosa, Quanto Hanno provato ed esperimentato quegli Uomini PARTICOLARI Chiusi dentro un Quella cinta maiuscola zeppa d’Arte, Cultura e Spiritualità.” Mi ha commentato e sintetizzato ONU Padre con cui ho scambiato Qualche Parola .
Mi ha spaurito ed emozionato Insieme tempo Quel Luogo … Non Sarei andato Più via. Sarei RIMASTO quasi un Voler rubare e molto mio quell’alone densissimo di Mistero e Sapienza Che Ancora aleggia fra Quelle mura ridotte però quasi un deserto PRIVO di Quelle PERSONE speciali di tempo ONU. Solo di Recente il Papa e lo Stato Hanno voluto ripopolare di Padri Quel posto sottraendolo al Suo destino personale di museo. Meglio così … Altrimenti sarebbe Stato Solo Un cimitero bel senza anima.
DOPO Qualche ora, non Privi di soddisfazione seppure ibernati, siamo usciti Dalla Certosa Tornando a Saltare fra treni e coincidenze precarie. Saliti dentro un fumoso Un treno, soffocante quasi, e tutto Piegato in curva, ABBIAMO raggiunto e superato posti dal nomo singolare Che sembrava tutto un Programma: Mortara, for example, finchè Alla fine ABBIAMO Messo piede a Vigevano: Un’altra delle Nostre mete di QUESTI giorni.
Vigevano si Dimostra Essere poco Più che Una “villa campestre” , ma con Una storia e dei monumenti interessanti sebbene mescolati e Circondati da Quelle Tipiche periferie odierne fatiscenti e ambigue. Ci allontaniamo in fretta Dalla zona della stazione “dal clima” diciamo un po ‘inquietante e poco “salutare” … Non e Di Certo normale dover Suonare ONU campanello e farsi Riconoscere da Dietro Una tendina scostata per Poter Entrare nella sezione Un “normale” bar … Di Certo C’era “Qualcosa” di Particolare da salvaguardare e proteggere … un non Certo bar per famigliole e Turisti Qualsiasi.
“E ‘considerata Una delle Piazze Più belle d’Italia … del Bramante … Carina, ma ABBIAMO Visto di meglio …”
 
Tuttavia la Cittadina e piacevole, il centro storico conserva ONU Suo fascino Particolare Che merita un’occhiata gratificante … C’è da vedere Un bel castello con Una possente torre, mura di cinta, AMPI sottopassaggi una volta Che si percorrevano a cavallo sotto Gli sguardi vigili del Soldati di guardia … Qui Passava il Gran Duca in vacanza, con la SUA bella moglie … Immagino l’enorme scuderia monumentale Tutta una colonne, odorosa di Stallatico e occupata da Uno stuolo di cavalli e cavalieri. Ne Poteva Ospitare una centinaia … Cosi Come Gli ambienti del castello Oggi Occupati da graziosi e Ordinati musei. Ammirevole in QUESTI posti L’attenzione e la cura con cui valorizzano Le cose che Hanno Ricevuto in eredità Dagli antichi. Tutto è composto, ben Indicato, spiegato, custodito, sorvegliato e restaurato con cura.L’opposto Che nella città di Pavia … Il duomo però anche qui E brutto, Neobarocco, neogotico, neotutto … infonde Un Senso di ripulsa, di inestetismo … MA e ben Tenuto e Chiude l’abbraccio della Piazza Famosa invasa Dai carri di Carnevale.
Lasciamo Vigevano Tutta festiva, deserta e chiusa, DOPO Esserci infilati dentro una Un’altra chiesa neogotica, Tutta ghirigori e decorazioni, guglie e archi sfacciatamente irti e acuti.Li dentro ha Dominato la scena la Presenza di Una vecchina Arzilla, dondolante Sulle citare in giudizio Anche sbilenche, intenta a cimentarsi e gridare ONU Suo Rosario serale al ritmo di galoppo. Ha attaccato ONU Paio di Ave Maria ad alto volume di, ndr subito finita a sussultare, ingozzarsi di tosse e singulti, ingolfandosi e bloccandosi riducendo la voce di una delle Nazioni Unite tenue sibilo rauco Che non smetteva tuttavia di orare.
“Odddio! Perdiamo la vecchia! … Mi tocca attivarmi da infermiere … “
 
Un vecchio prete scuro Seduto in Un angolo ombroso della chiesa ha scrutato Tutta la scena impassibile. Poi Si e Alzato e Si e allontanato appoggiandosi pesantemente un bastone ricurvo ONU lasciando la donnetta a tossire da sola. La Tosse ë Durata a Lungo rimbombando sotto Alle Volte decori della chiesa e fin sui matronei Aerei da dove s’affacciava Tutta Una serie di Santi dipinti dagli occhi spalancati. Era soffitto Il ONU tripudio di fogliami, fiori e Pampini dipinti, Le Volte Sembrano pergole di campagna, Cosi Come le vetrate colorate Sembrano finestre su mondi Celestiali. Infine quasi una sfida signal e Salvare la donnina Dagli acuti tossigeni, Si e sciolto sopra Le nostre teste ONU coro di campane Canterine e finte fuoriuscendo da ONU campanile Che non esisteva … Contemporaneamente Si e spalancata Una porta e si Sono aggregato Altre PERSONE alle vecchierella sostenendola Nel coro delle rauche Preghiere invernali.
Siamo Allora Saliti su di ONU autobus deserto immergendoci nella notte totale della piana Tornando a Pavia.
“Come si fa a vivere in certi posti? Una decina di caso in mezzo al niente della campagna … senza servizi, senza bar un, Una farmacia, negozio un … Neanche Una chiesetta, dottore Onu, niente … Ti Potrai also recare Nel paesetto Più Vicino … ma poi Tornerai qui … niente Nel, Tutte con QUESTE distese Intorno … E ‘Una vita difficile, un po’ ritirata … da Certosino moderno anche questa … “
 
E ‘Ormai notte Piena when rientriamo a Pavia, e stremati ci abbandoniamo a degustare le prelibatezze Tipiche e gustose del posto … Poi cala il sipario Un’altra volta, e chiudiamo Gli occhi Silla giornata intensa.
L’ultimo giorno il sole spunta timido spintonandosi fra mille nubi solista when trasciniamo la valigia per Ripartire … SEMBRA Una beffa, Che lo Abbia FATTO A posta. Visitiamo San Pietro in Ciel d’Oro : un altro gioiellino. Non solo per l’Arca della tomba di San Agostino, ma Anche per la bellezza dell’intera chiesa, del Suo catino absidale e del Suo presbiterio ben decorato e armonioso, nonche della SUA cripta mirabile e suggestiva. Un monumento bel, significativo … Poi ci spostiamo Ancora Prima di partire, e faccio scattare TUTTI GLI allarme della chiesa di San Salvatore Nel Tentativo goffo di Andare a VEDERE da Vicino Una serie gustosissima di affreschi su San Benedetto, i Monaci e la vita di San Maiolo … Peccato che tanta bellezza SIA Così disattesa, dimenticata, preclusa e ignorata. Tante leggende, florilegi, storie e vicende meriterebbero maggiore considerazione da Parte also dei Turisti nonche da Parte dei Cittadini Che appaiono indifferenti e distratti, quasi refrattari Nel considerare Certe cose Che possiedono Appena fuori della porta di casa. Sono cambiati indubbiamente i tempi, il sentire, la Sensibilità culturale, Gli Interessi mentali della gente di Oggi … Quelli poi Che Sono stranieri e vengono a vivere qui da noi non possiedono Quel retroscena culturale Che ti fa apprezzare Certe cose. Rimango perplesso e Un po ‘spaesato, mi sento un po’ un dinosauro Certe Volte … tuareg ONU sperso fra i miraggi del deserto.
Saltiamo Ancora una volta su di Un treno … Di nuovo campi, pozze d’acqua immote e lucenti Che riflettono il cielo nuvoloso, Canali, Fossi, Saliceti, pioppeti … Fattorie e quartieri senza pregio … le montagne innevate Azzurrine e alla multa della pianura brulla e scura … Immagino vieni doveva Essere tempo ONU this piana: priva di tralicci, liscia e piatta, senza autostrade, ferrovie, zone industriali, Torri dell’Acqua, paraboliche e Grandi palazzoni … Tutto doveva Essere basso, silenzioso, Interrotto solista Dai Rumori della Natura, dell’Acqua e della campagna … Al Massimo rompeva la quiete Qualche muggito, ONU cigolare di carro, o il grido di Qualche campagnolo o cavaliere di passaggio.
E sbarchiamo Un’altra volta a Milano sbucando fuori dal sottoterra rumoroso e notturno della Metropolitana. Qui Cambia Tutto: siamo Nella metropoli, Nella grande città moderna … E ‘Tutta un’altra musica, siamo lontanissimi Dai microclimi della Certosa e delle CITTADINE di campagna. Milano però non ê solista sinónimo del moderno ed efficiente, conserva Cose bellissime e pregiate, e Una città d’arte Notevole.
Il Duomo E sempre il “Bosco di pietra” Che Ricordo , comunica Ogni volta Quel senso di meraviglia e di estraneità Che induce una Pensare ed elevarsi. Al Suo interno Accade sempre Quel contatto chat mistico e arcano Che impressiona … Quei pilastri venati Sembrano l’Interno di un grande Corpo Che pulsa, Una foresta viva in cui scorre della linfa vitale Ricca di contenuti … Mi fa Pensare Ai Boschi dei Celti, alle radure dove accadevano i magici raduni dei culti atavici e leggendari. Il Cielo fungeva da tetto … la luce trapelava Tra le foglie, Attraverso la galleria ombrosa degli Alberi … e oggi fra Il Gioco della luce e dei colori cangianti delle vetrate Enormi Pieni di storie. Mi emoziona Ogni volta il Duomo di Milano …
Infine: Van Gogh . Ci siamo Spinti Fino a Milano per Quello.Vincent, vieni amava firmarsi familiarmente E Un grande non lo scopro di Certo io. Un grande pazzo, ONU artista grande, Un grande sognatore, Un grande lavoratore indefesso della pittura, Un grande interprete e “dicitore-descrittore” di Quanto Gli accadeva Intorno e del Suo tempo.
La mostra allestita a Milano Nel Suo Insieme non ê Eccezionale, anzi, E davvero modesta, però ABBIAMO Avuto la fortuna di Incontrare Una Giovane guida Che ci ha aiutati un VEDERE e Capire also Quel che non C’era provando ad avventurarci dentro all’animo di Van Gogh. Ne E Emerso Quadro delle Nazioni Unite, Una fisionomia Diversa, Un Altro Aspetto e Profilo di Nazioni Unite volto di Che Già conoscevo e il Che in MOLTI stimiamo moltissimo. Mi piace moltissimo Van Gogh, Un uomo poliedrico leggibile sotto Diversi Aspetti. Mi ha sempre accompagnato, Nel mio vivere. This mostra mi has been utilissima per rispolverarne ALCUNI Aspetti, per indurmi a rivisitare la Ricca Corrispondenza di Vincent e la SUA passione per inscenare i gesti ei Movimenti del vivere quotidiano e del lavoro. Mi sono piaciuti ALCUNI dettagli, ALCUNI spunti suggeriti Dalla guida.
“Van Gogh Ci vuole coraggio e confidenza familiarità … C’invita annuncio Entrare Nel Suo Mondo e dentro alle Sue opere, un calpestare le impronte citare in giudizio … Si induce un Suo vaneggiare seguirlo Nel, Nel Suo VEDERE Quel che di solito non si percepisce DEGLI ALTRI e di cio Che ci circonda … Van Gogh con le querelare tele e Una sorta di provocazione … un invito al colore, ma Anche a frugare nel buio della vita povera, miserrima, quasi animalesca Dei contadini e dei minatori … Il Suo dipingere fanatico e pieno di Colore e un’immersione dentro allo spettacolo insospettabile e avvincente del Calore e del tripudio della Natura … Come una Proposta di un denudarne le parti intime e nascoste Più, Quelle Più segrete Che però valgono di più … Van Gogh E Una specie di onda Che si spinge a Cambiare, un Guardare Oltre e Diversamente, Più in profondita … Forse Anche troppo a Volte … “
 
In this mi è piaciuto l’ingresso della mostra milanese Che in Un certo senso ha date Ulteriore spessore al mio Van Gogh rinfrescandomi la passione per tal quale mirabile pittore aggrovigliato, pazzo ma appetibile e bellissimo Che Ì.
Ma È già tempo di Andare … volto lo sguardo e guardo l’orologio, e siamo Già e di nuovo a Venezia. SEMBRA SIA trascorso da solo il tempo di ONU breve sogno, e ora si È già ritornati alla Realtà concreta di sempre … Due Giovani Turisti Giapponesi sconsolati percorrono inutilmente avanti e indietro il motoscafo alla ricerca inutile delle Loro valigie dimenticate sull’imbarcadero … Hanno Volti smarriti, seppure impassibili venuto il Loro solito … Riescono perfino a sorridere e rimanere Composti e gentili ugualmente … Siamo Tornati dentro Alle Maschere di Carnevale, e ai Volti di serie Che indossiamo OGNI giorno … Mi Resta però Quel retrogusto di Certosa, quel vissuto intenso di Quelle ore Pavesi e Certosine … E ‘Come una soffice cicatrice difficile da rimuovere Che mi portero Dietro credo a Lungo.
feb 17, 2015 - Senza categoria    No Comments

“L’ITALIA CHE NON VEDE, NON SENTE E NON PARLA…”

censura

“L’ITALIA CHE NON VEDE, NON SENTE E NON PARLA…”

E’ per davvero curioso il “report-classifica” del 2015 di Reporters sans Frontières sulla libertà di stampa mondiale. Tanto per non smentirci, l’Italia ha perso in un solo anno ben 24 posti finendo al 73° gradino su un totale di 180 paesi globali analizzati. C’è di peggio, quindi, mi direte. Magra consolazione. Mi procura sempre un certo senso d’inquietudine e d’irrequietezza se non di frustrazione e rabbia il sapere che qualcuno mi nasconde qualcosa del tutto, o me la edulcora trasformandomela in qualcos’altro. Sebbene sappia che nella vita a volte conviene utilizzare una certa “diplomazia” nei modi, o sia preferibile qualche volta centellinare per non provocare allarmismi o scatenare reazioni inconsulte o deleterie, pur tuttavia sono convinto che sia sempre meglio far “venire le cose a galla” e finire col dire sempre come stanno veramente. Il venirlo sapere da terzi è sempre increscioso, oggi più che mai, perché come a Venezia se si tace di qualcosa “in casa” c’è sempre qualcuno fuori, accanto e da basso in Calle che sa tutto di tutti e lo “squacquera” placidamente ai quattro venti.  E’ questa la funzione che di routine oggi hanno Internet, i Blog e le chat … E’ quasi sempre inutile nascondersi come gli struzzi perché quel che non entra ufficialmente dalla porta è probabile che entri ed arrivi attraverso la finestra spalancata. E inutile imbrigliare l’informazione … va sempre data, magari nella sua crudezza ed essenzialità, senza sensazionalismi e inutili dettagli macabri oppure rosa. Toccherà poi a ciascuno farsene una ragione e un’opinione … Di certo è errato tenerci all’oscuro su ciò che ci riguarda direttamente.
Sembra però che in Italia, anche se sembriamo il paese dei cordialoni mediterranei, simpatici ed estroversi non accada questo. Le ragioni sono molteplici: i giornalisti spesso hanno paura di dire quel che pensano e si dovrebbe raccontare perché vengono intimiditi, minacciati e violentati in vario modo. Quelli troppo “chiacchieroni o veritieri” vengono di solito pestati, gli si brucia la casa o l’automobile, gli si denuncia per diffamazione, si paparazzano e infamano volgarmente o cose simili con lo scopo non tanto di chiudere la bocca a questo o quel pennivendolo, ma soprattutto di obnubilare l’opinione pubblica e nasconder la verità dei fatti.
A chi può procurare interesse azioni simili ? Semplice: politici, mafiosi, venditori di armi, persone e droga. Altre volte, invece, i giornalisti tacciono deliberatamente perché sono asserviti e al soldo di chi vuole fare dell’informazione un’arma per i propri interessi, e quindi compra anche chi è deputato a raccogliere e distribuire le notizie e il racconto degli eventi del mondo. Il controllo delle stampa e dei media è certamente una forma di potere, non a caso qui da noi in Italia è sempre stata nelle mani di pochi, o accuratamente manipolata, indirizzata o tratteggiata secondo colori e fini che non sono stati sempre trasparenti e utilizzati per il bene dei cittadini. C’è sempre stato e probabilmente sempre esisterà una forma di“sommerso” utile foraggiato, manipolato e sostenuto da diversi che se ne infischiano della pluralità, della democrazia e della partecipazione di tutti.
Nell’insieme la classifica di RfF su pluralismo, indipendenza e rispetto segnala un peggioramento generale. L’Italia si trova tra Moldavia eNicaragua. Peggiorano perdendo tre posti anche gli USA (49°) famosi per saper rivelare scandali e divulgare grandi verità incresciose. LaFrancia sale di un solo posto (38) nonostante strombazzi la sua grande apertura sociale e culturale, mentre il Giappone (61) perde due posizioni, e la Russia altre quattro scendendo in basso al 152° posto.
I migliori, “i più aperti e sinceri” sembrano essere i Paesi dell’Europa del Nord: Finlandia, Norvegia Danimarca seguiti da Olanda eSvezia, seguiti da: Nuova ZelandaAustriaCanadaGiamaica edEstonia. Quello che è migliorato di più è il Brasile che sale di dodici posizioni restando però al 99° posto, mentre lascia certamente perplessi la 10° posizione della Svizzera e di certi “paradisi fiscali”con tutti i loro segreti e storici maneggi bancari internazionali.
I peggiori ?
Ultimissima l’Eritrea, penultima la Corea anticipata dalTurkmenistan, e subito prima vengono CinaVietnam e Siria.
Nell’insieme sembra che l’Europa vada meglio delle altre Macroaree mondiali … però ci sono alcune eccezioni positive che alzano di molto la media. Anche la posizione di altri Paesi lascia perplessi, perché si conosce storicamente l’abbondanza di “scheletri” presenti in certi armadi. Esiste tutto un sommerso non detto che a volte può dare l’impressione di una realtà più pulita e chiara rispetto a quanto lo sia realmente. Di certo se ci sono segreti e inciuci di Stato non verranno sbandierati in piazza neanche dai “migliori”.
Al di là di questo, e per quanto possa valere realmente, ecco la classifica completa per chi di voi è curioso e ama le statistiche.
RANKING 2015 REPORTERS SANS FRONTIERES
1
Finlandia
91
Grecia
2
Norvegia
92
Perù
3
Danimarca
93
Fiji
4
Olanda
94
Bolivia
5
Svezia
95
Gabon
6
Nuova Zelanda
96
Seychelles
7
Austria
97
Uganda
8
Canada
98
Libano
9
Giamaica
99
Brasile
10
Estonia
100
Kenya
11
Irlanda
101
Israele
12
Germania
102
Guinea
13
Repubblica Cecha
103
Timor-Leste
14
Slovacchia
104
Bhutan
15
Belgio
105
Nepal
16
Costa Rica
106
Bulgaria
17
Namibia
107
Repubblica del Congo
18
Polonia
108
Ecuador
19
Lussemburgo
109
Paraguay
20
Svizzera
110
Repubblica Centro Africana
21
Islanda
111
Nigeria
22
Ghana
112
Maldive
23
Uruguay
113
Zambia
24
Cipro
114
Montenegro
25
Australia
115
Qatar
26
Portogallo
116
Tajikistan
27
Liechtenstein
117
Macedonia
28
Lettonia
118
Mali
29
Suriname
119
Algeria
30
Belize
120
Emirati Arabi
31
Lituania
121
Brunei
32
Andorra
122
Afghanistan
33
Spagna
123
Angola
34
Inghilterra
124
Guatemala
35
Slovenia
125
Sud Sudan
36
Capo Verde
126
Tunisia
37
Caraibi Orientali
127
Oman
38
Francia
128
Colombia
39
Sudafrica
129
Ucraina
40
Samoa
130
Marocco
41
Trinidad e Tobago
131
Zimbabwe
42
Botswana
132
Honduras
43
Cile
133
Camerun
44
Tonga
134
Thainlandia
45
El Salvador
135
Ciad
46
Burkina Faso
136
India
47
Niger
137
Venezuela
48
Malta
138
Indonesia
49
USA
139
Cambogia
50
Isole Comore
140
Palestina
51
Taiwan
141
Filippine
52
Romania
142
Etiopia
53
Haiti
143
Giordania
54
Mongolia
144
Myanmar
55
Mauritania
145
Burundi
56
Papua Nuova Guinea
146
Bangladesh
57
Argentina
147
Malesia
58
Croazia
148
Messico
59
Malawi
149
Turchia
60
Repubblica di Korea
150
Repubblica Democratica del Congo
61
Giappone
151
Gambia
62
Guayana
152
Russia
63
Repubblica Dominicana
153
Singapore
64
Madagascar
154
Libia
65
Ungheria
155
Swaziland
66
Bosnia ed Erzegovina
156
Iraq
67
Serbia
157
Bielorussia
68
Mauritius
158
Egitto
69
Georgia
159
Pakistan
70
Hong Kong
160
Kazakhistan
71
Senegal
161
Randa
72
Moldavia
162
Azerbaijan
73
Italia
163
Bahrain
74
Nicaragua
164
Arabia Saudita
75
Repubblica di Tanzania
165
Sri Lanka
76
Cipro del Nord
166
Uzbekistan
77
Lesotho
167
Guinea Equatoriale
78
Armenia
168
Yemen
79
Sierra Leone
169
Cuba
80
Togo
170
Gibuti
81
Guinea-Bissau
171
Laos
82
Albania
172
Somalia
83
Panama
173
Iran
84
Benin
174
Sudan
85
Mozambico
175
Vietnam
86
Costa d’Avorio
176
Cina
87
Kosovo
177
Syria
88
Kyrgyzstan
178
Turkmenistan
89
Liberia
179
Repubblica Democratica di Korea
90
Kuwait
180
Eritrea
feb 13, 2015 - Senza categoria    No Comments

“UN “VISPO CASOTTO GRANDO” … A SAN MATTIO DI RIALTO.”

san mattio
“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 68. 

“UN “VISPO CASOTTO GRANDO” … A SAN MATTIO DI RIALTO.”
 
Vi sfido da bravi Veneziani curiosi e affezionati cronici alla storia illustre e senza fine di queste “nobili isole”, a indicarmi subito con precisione dove sorgeva la chiesupola di San Mattio di Rialto … che oggi non esiste più.
Una chiesa in più o una in meno a Venezia … poco cambia, ce ne sono così tante. Però San Mattio era una delle Contrade che caratterizzavano il coloratissimo e vivissimo Emporio Realtino, perché si trovava proprio a ridosso, a pochi passi dal famoso Ponte. La Contrada-Confinio di San Mattio era famosa e ben conosciuta dai Veneziani perché era zona popolarissima, piena di locande, botteghe, e frequentatissima da mercanti, forestieri, giocatori, ciarlatani, affaristi, religiosi, “donne dell’antica professione”, e da tutti quei lavoranti e artigiani che possono saturare un mercato attivo come quello di Rialto in tutto simile ad un operoso alveare.
Venezia è sempre Venezia, e San Mattio si trovava proprio nel suo cuore pulsante … e mai spento per secoli.
Era il 15 settembre 1429 … (non s’era ancora scoperta l’America) quando le Monache dell’isoletta di Sant’Adriano di Costanziaco che stava dietro a quella ben più illustre di Torcello, decisero d’incrementare le rendite provenienti dai loro possedimenti siti in Venezia. Era accaduto che la Serenissima s’era incamerata la gestione nonché gli introiti delle acque pescose adiacenti all’isola delle Monache rendendole pubbliche, perciò tassabili in esclusiva dallo Stato. Le Monache ne derivarono una perdita non indifferente, perché di colpo persero una fornitura annuale di ben 550 cefali che veniva loro donata dai pescatori lagunari affittuali il giorno della festa di San Michele … e molto altro. Poco male … Le Monache non si scomposero più di tanto, visto che possedevano altre piscine d’acque, botteghe, case ed edifici vari sparsi in tutta Venezia per le Contrade di Santa Margherita, Santa Maria Formosa, Santa Maria Nuova, San Samuele, San Luca e soprattutto a San Zuanne e San Maffio o Mattio di Rialto.
Niente male vero ?
Non bastasse, le austere e poverissime Monachelle avevano anche altre proprietà e rendite situate fuori Venezia. Possedevano, ad esempio, delle proprietà fondiarie nella Terraferma di Treviso, 8 appezzamenti di terreno con 120 campi a Casale … Non erano quindi così indigenti e sprovviste di mezzi, ma sapete com’è: “… gli affari sono affari … e da cosa nasce cosa … e bisogna fare di necessità virtù …”
Per di più il Monastero in isola aveva di recente subito un grave incendio, per sopperire ai danni del quale le Monache acquistarono il legname di un intero bosco. Ma tornando alla Contrada di San Mattio di Rialto, le Monache diedero lo sfratto esecutivo agli affittuali ed inquilini delle casupole e dei magazzini di Rialto, la maggior parte dei quali erano: “… meretrici et genti infami da cui esse monache non cavan utile alcuno …” per affidare le proprietà ad artigiani e commercianti più abbienti e danarosi… quindi più redditizi.
Immaginatevi quindi il gran subbuglio e l’immane “casino” e confusione che accaddero in quei giorni nella Contrada quando i Fanti della Serenissima e gli uomini delle Monache spinsero sbrigativamente e malamente in strada quelle “buone donne”con tutto il loro “circondario” di figli, amiche, protettori, vecchie carampane e mezzane varie.
Rialto divenne per qualche giorno un gran circone, una bagarre, una confusione superiore al solito con tutto un trasportare avanti e indietro di masserizie, barche, animali, bimbi e stracci. C’erano donne arrabbiate che urlavano, bambini che piangevano, donnacce consumate che sbraitavano, insultavano e qualche volta menavano anche le mani oltre alla solita linguaccia esperta. Ma poco tempo dopo tutto ritornò tranquillo … arrivarono i nuovi, e riprese la normale vita formicolante del mercato Veneziano di tutti i giorni. Venezia era sempre la stessa … assimilava tutto e tutti … spalancava sempre la porta a gente nuova e diversa, arricchendo soprattutto se stessa di nuove situazioni e identità cangianti.
A dire il vero, nella Contrada di san Mattio non era cambiato nulla, perché a Venezia quel che esce da una porta può rientrare prontamente da una finestra e viceversa. Certe presenze in città non vennero mai spazzate via del tutto durante i secoli. Si spostavano di un poco per riapparire intatte poco più in là, magari solo a un ponte e due Calli di distanza. La Contrada di San Mattio rimase quindi la stessa, con le sue numerose Locande zeppe di stranieri e mercanti e tutto il resto … Se ne contavano più di trenta fra Locande ed Osterie distribuite in poche centinaia di metri … Alcune erano antiche, altre nuove … alcune di prestigio, altre malfamate come tuguri di poco conto.
Chiunque Veneziano o no … aveva l’imbarazzo della scelta su tante cose.
Nel Confinio di San Mattio dentro al cuore del popolarissimo Sestiere di San Polo, era iniziato tutto circa nel lontanissimo 1156. In quell’anno il Nobile Patrizio Leonardo Corner donò“Per devozione verso Dio e come rimedio per la sua Anima e quella dei suoi familiari” un terreno di 70 metri per 45 sito in “capite Rivoalti” a Enrico Dandolo Patriarca di Grado per costruirvi sopra una chiesa dedicata a San Mattio Apostolo. E così accadde. Con l’aiuto economico degli abitanti della neonata Contrada e anche della Nobile Famiglia dei Gussoni ivi residente, fu realizzato quel desiderio e vi si introdussero dei Preti scelti dallo stesso Patriarca costruendo per loro una casa apposita grazie ad un’altra donazione di Sidiana Sanudo.
Ma quello che contava di più a Venezia era che in quella zona del mercato fervessero gli affari. E accadevano per davvero … Solo per farvi un idea, nel marzo 1224 Antolino Lugnano del Confinio di San Mattio presentò una fidejussione per Petrarca de Cumana che acquistò 3 miliaria di olio da trasportare a Como, mentre Filippo Mancavillano della stessa Contrada ne presentò delle altre per Vicentio de Cremona che acquistò 5 miliaria di fichi diretti alla sua città, e per Johannes Bellus che acquistò 1/2 miliario di formaggio da spedire nella sua Mantova.
Come dicevo poco fa, dove c’erano presenze di mercanti e d’affari sorgevano ovviamente anche servizi e locande per ospitarli e farli “divertire e star bene” in diversi modi.
Nel settembre del 1342 il Maggior Consiglio condonò a Corozato Oste da Modena attivo in contrada di San Mattio la pena di 3 lire inflittagli dai Giustizieri Nuovi perché avevano trovato durante un’ispezione nella sua Osteria una piccola quantità di pane non autorizzato … ridusse a 100 soldi la pena di 30 lire imposta a Bilantelmo Oste “Alla Serpa” per aver alloggiato nella propria osteria 3 meretrici … graziò Gerardo Faurino conduttore dell’Osteria alla Stoppa multato in 25 lire di piccoli per aver contravvenuto alle norme di chiusura, ma ridusse e declassò l’Osteria a semplice taverna dandola in gestione all’Oste Gunido … Lo stesso Maggior Consiglio ridusse a 40 soldi di piccoli la condanna di 10 lire impartita sempre dai Giustizieri Nuovi a Rosso Bon Oste in San Mattio di Rialto, per aver tenuto nella propria Osteria 28 letti invece di 30 … autorizzò Giovanni Sacharola a condurre in San Mattio una taverna con apposita sala da ballo e 8 letti … graziò Antonio Pisani conduttore dell’ “Osteria Al Gallo” multato per aver contravvenuto alle norme dei posti letto … ridusse a 8 lire la pena di 20 lire di piccoli inferta ad Anastasia Ostessa dell’“Osteria alla Zucca” in Rialto, multata per aver ospitato nella sua osteria due meretrici … concesse a Giovanni della Pigagnola di gestire la Caneva di Rialto momentaneamente vacante denominata “La Colonna”, famosa per essere presente nella lista dei più antichi “Lupanari di Rialto” al pari dell’ “Osteria alla Corona”…ridusse anche della metà la multa di 25 lire di piccoli inflitta a Guglielmo conduttore dell’ “Osteria Al Sarasìn” per aver trasgredito agli ordini di chiusura. L’Osteria apparteneva ai Nobili di Ca’ Soranzo e fu gestita in seguito prima da Giovanni Boneto e poi da un certo Gambarla … “L’Osteria del Bò o Bue” era retta da Rolandino nel 1372, ed era una delle Osterie segnalate nei tempi antichi e poi chiuse. Con “l’Osteria del Melòn”“il Sarasìn” e “l’Anzolo”era uno dei luoghi di Rialto fuori dei quali sostavano le meretrici durante tutto il giorno a caccia di clienti.
Nel 1379 erano pochi i Nobili rimasti ad abitare in Contrada di San Mattio. C’era soprattutto Sjor Maffio Minio che regalò alla Serenissima 15.000 ducati al tempo della Guerra contro i Genovesi.
Fra 1436 e 1456, Papa Eugenio IV concesse lo Juspatronato sulla chiesa e la facoltà di poterne eleggere i Piovani all’Arte dei Macellai-Beccheri di Venezia che avevano da sempre provveduto al sostentamento e manutenzione dell’edificio e dei Preti di San Mattio. Fino ad allora il controllo economico della chiesa era stato in mano alla famiglia Querini di Ca’ Mazor che possedeva molti investimenti nella zona di Rialto.
Le cronache del stesso 1440 continuano a raccontare della presenza di ben 9 Locande di prestigio nella zona di Rialto … fra quelle c’era la Locanda “Al Pavone” frequentata da intellettuali e uomini di rango … Era del 1460, invece, la legge che invitava tutte le meretrici della zona di Rialto a concentrarsi nella “ruga di case” di proprietà di Priamo Malipiero in Contrada di San Mattio presso “l’Osteria del Bò o Bue” … Nel 1514 Dionisio Malipiero, suo discendente, controllava “l’Osteria del Bò” e altre Osterie fra cui: “Al Gambero”“Alla Croce”“Alle Tre Spade”“Al Sarasìn”“Al Melòn”“All’Angelo”“Alla Stella” e forse anche altre gestendo un complesso e articolato quanto fruttuoso giro di ospitalità e prostituzione tollerato dalla Serenissima.
Giunto il 7 marzo 1478, con sentenza contumaciale si bandirono e condannarono a morire sulle forche in “Campo delle Beccarie a Rialto” qualora fossero stati rinvenuti in Venezia e nello Stato: Francesco Pincarella, Giovanni Gallina e Giacomo ab Azalibus “mezzani d’amore”, che ferirono “…cum uno gladio panesco” certi Fioravante e Girolamo da Brescia mentre con altri amici e conoscenti stavano giuocando a carte “ … nell’Hospitio Gambari in Rivoalto” derubandoli di tutto il denaro posto sul tavolo … Il diarista Garzoni in quegli stessi anni argomentò: “il gestore del Gambero in Rialto … è un ladro, mentre quello dell’Angelo è un vero diavolo …”
Nel 1488, Carlo de Zuane era Hosto dell’antichissima “Osteria all’insegna delle Tre Spade” sul rio delle Beccarie a San Mattio di Rialto ai piedi di un ponticello in legno. Carlo era anche Gastaldo della Confraternita degli Osti di Venezia solita a radunarsi in quegli anni proprio nella chiesetta di San Mattio prima di trasferirsi in quella della vicina San Cassiano. L’osteria aveva anche due botteghe sottoposte, apparteneva alla Nobile Famiglia Foscari, e all’inizio del 1500 fu affittata a un certo Oste Battista … che il solito diarista Garzoni definì: “… un Briareo che non perdona mai ad alcuno …”
Nei primi anni del 1500 quando in Contrada vivevano 370 Veneziani, scoppiò un violento incendio nella vicina “Locanda-Osteria del Bò” intaccando anche la chiesa che dovette essere parecchio revisionata. Alla fine dei restauri tutta la gente della Contrada e del mercato di Rialto assieme ai Piovani di San Mattio, San Zuanne di Rialto e San Giacometto portarono in processione la Santa Reliquia di San Liberio: “… per impetrare dalla Divinità Celeste: Misericordia e Liberazione da ogni male e calamità …” Nella zona si censirono 166 unità funzionali di cui solo il 15% erano abitazioni. San Mattio era proprio area ricettiva e di mercato, lì sorgeva, infatti, laFruttaria e la Casaria piene di scambi, prodotti di prima necessità per l’intera vita cittadina.
Nella primavera del 1546, sempre in San Mattio di Rialto“nell’Osteria in volta alla Corona”, fece testamento il pittore Lorenzo Lotto che però fu seppellito ai Santi Giovanni e Paolo dove aveva dipinto la famosa pala dei “Poveri di Sant’Antonino”. Una trentina circa d’anni dopo, il Patriarca di Venezia Trevisan si arrabbiò non poco. Si sfogò ordinando di non concedere più benefici a chi avesse abiurato al Protestantesimo, e intimò ai Piovani eletti di prendere immediatamente possesso e residenza nelle chiese loro affidate altrimenti avrebbe provveduto lui a rimuoverli immediatamente collocandone degli altri. Sempre nello stesso anno proibì ai Preti sotto pena di 10 ducati di multa, di tenere aperte le chiese oltre i “Secondi Vespri” del giorno, e cacciò e bandì alcuni Preti da alcune chiese perché considerati indegni. Fra questi, fece dimettere immediatamente Don Ermete De Bonis Piovano di San Mattio di Rialto perché trovato all’esame incapace di leggere e spiegare il Catechismo Romano e soprattutto di comprendere le lezioni del Breviario su cui affermava di pregare, e le parole del Messale con cui celebrava numerose Messe.
Nell’agosto di dieci anni dopo si descrisse così la chiesa di San Mattio di Rialto: “… piccola chiesa piena di buone e sante Reliquie … ben costruita a tre navate e cinque altari, con tetto decorato e pavimento in pietra solida, squadrata … Conservava dentro pitture di Girolamo da Santacroce e Alvise del Friso … una sacrestia piccola, ma sufficiente ad un unico sacerdote, un piccolo cimitero che non può essere chiuso per non ostacolarne l’accesso … una torre campanaria con le sue campane … una buona chiesa insomma … vicina al Campo delle Beccarie dove i Macellai espongono il loro Gonfalone con l’Apostolo San Mattio dipinto da Pietro Negri …”
Come tutte le chiese veneziane anche San Mattio ospitava diverse Scuole o Fraglie di Mestiere, Arti e Devozione. Oltre alla Fraglia di San Michele dei Beccheri erano lì presenti e si congregavano i Pestrineri, gli Stagneri, i Caneveri, i Pistori, gli Spezieri da Grosso, i Cartoleri e i Libreri da carta bianca e da conti … così come c’erano i Congregati della Scuola del Rosario, del Crocefisso dei Morti e del Santissimo.
Nei Necrologi del Magistrato alla Sanità del 12 ottobre 1619, si annotava: “… Nel Ramo e Calle Ochialera di Rialto, strade sottoposte alla Parrocchia di San Mattio, è morto da variole dopo malattia di 10 giorni Battista fiol de Zuane per l’appunto ochialèr di mestiere …”
Viceversa, nel 1661 in Ruga degli Spezieri a Rialto dove terminava la Calle del Bò proveniente da San Mattio, sorgeva la bottega con la figura di un bue inciso sugli stipiti di Giovanni Maria Laghi “Specier da confetture all’insegna del Bò d’Oro”.
Saltando in avanti nel tempo … Correva l’anno 1714 quando Francesco Massarini era dedito a dipingere “figure oscene in avorio” su ventagli e sopra e dentro a scatole da tabacco. Vendeva bene in Merceria, soprattutto ai forestieri, ma gli venne l’idea di vendicarsi del Piovano di San Mattio Nicolò Palmerino che lo rimproverava spesso e aspramente in pubblico per quei suoi disegni troppo “libertini” facendogli perdere i clienti. Il Massarini mise in giro la diceria che il Piovano: “… carteggiava con Principi Esteri in rilevanti materie di Stato …”, perciò la Serenissima dalle orecchie lunghe, caduta nell’inganno, catturò il Prete mettendolo alla tortura e poi condannandolo a prigione a vita. Dopo tre anni però, si scoprì la verità attraverso una confessione fatta dal Massarini a un Frate, fatalità, fratello del Piovano innocente … E sempre per pura casualità “la cosa” giunse di nuovo agli orecchi della Serenissima che andò immediatamente ad acciuffare il Massarini di anni 44 e lo condannò col suo Tribunale Supremo ad essere strangolato nei Camerotti di Palazzo Ducale e poi messo in pubblica piazza a penzolare da una forca. Il Piovano Nicolò venne quindi scarcerato e ricompensato per quanto aveva patito ingiustamente.
A metà del 1700 circa, quando in contrada abitavano 763 persone fra i quali il 40% erano Nobili, per cui solo altri 279 erano considerati abili al lavoro, si contavano ancora 113 padroni in 148 botteghe attive. Si rinnovò completamente la chiesetta che venne riconsacrata dal patriarca Alvise Foscari, e la parrocchia risultava possedere una rendita annuale di 100 ducati da beni immobili posseduti in Venezia.
Gradenigo racconta nei suoi curiosissimi “Notatori” che nel 1761 Matteo Biscotello abbiente appaltatore di sego in Cannaregio, celebrò proprio in San Mattio di Rialto il matrimonio di tre sue figlie a cui diede 2 mila ducati in dote ciascuna … In quegli stessi anni in chiesa dove c’era una Madonna del Rosario di legno rivestita con abiti e ori, s’installarono 3 bellissimi e altrettanto costosi lampadari di cristallo.
Nel 1743 fu posta una lapide d’infamia nella sala superiore di una casa di proprietà dell’Arte dei Luganegneri in Corte dei Pii sive Piedi a San Mattio di Rialto. Aveva preso il nome dai piedi di manzo, vitello e castrato, che i Luganegheri erano soliti cucinare stazionando in quella zona. L’iscrizione era relativa a Carlo Salchi, “Fattor dell’Arte” che venne bandito per un gravissimo ammanco perpetrato alla cassa della medesima Corporazione.
Nel settembre 1803 quella zona presso Rialto era ancora sotto l’influenza e controllo-juspatronato dell’Arte dei Beccheri-Macellai. La chiesetta del Piovano Giovanni Antonio Stoni ufficialmente non possedeva nessuna rendita, sebbene ci ronzassero attorno ben 10 Preti che predicavano, istruivano e celebravano ben 2400 Messe l’anno per le “Anime Derelitte”. In contrada di San Mattio abitavano circa 1000 Veneziani, e c’era ancora aperto e attivo un “posto pubblico di donne” molto frequentato. I Preti di San Mattio organizzavano in continuità collette e questue di Suffragio e per i bisogni della chiesa, conducevano processioni in giro fra ponti e calli e campielli fra cui quella per portare l’acqua agli infermi dentro alle case, benedetta con la reliquia di San Liberale conservata in chiesa …e celebravano con gran concorso di gente popolana tutta una serie di “Ottavari per i Morti”“Esposizioni per carta del Santissimo”, i “Nove martedì di Sant’Antonio da Padova” … e altre cose tradizionali.
Infine nel 1807 … come il solito … si chiuse e demolì tutto sopprimendo la Parrocchia rimasta senza Prete e non più sostituito. Se ne ricavarono abitazioni private presenti ancora oggi … Dell’antica chiesa si può notare solo un sobrio portale inglobato in un palazzo ordinario con un paio di finestroni al n° 880 in Campiello di San Mattio e nel Ramo Astori … e forse qualche pietra e ornamento poco riconoscibile e inglobato in altri edifici.
Però … se un giorno vi recherete fra quelle calli e callette dove sorgeva un tempo San Mattio, e tenderete l’orecchio attentamente ascoltando il silenzio rimasto oggi … forse riuscirete ancora ad udire l’eco delle voci di quelle “donnette” di quegli anni lontani, arrabbiate fra loro e perché cacciate di casa dalle Monache, o incazzatissime con un bambino che non la smette di frignare, o viceversa “intente” a soddisfare qualche forestiero di passaggio o qualche veneziano annoiato dalle solite cose di sempre …

 

feb 11, 2015 - Senza categoria    No Comments

“IN GEORGIA ? … ” – sesta e ultima parte.

06_in georgia
“IN GEORGIA ? … ” – sesta e ultima parte.

E infine Zada raggiunse la sua meta, nelle prime luci dell’alba si affacciò sulla riva del lago circondato da una severa chiosca di montagne. Era quel luogo che tanto aveva inseguito, sognato e anche idealizzato. Era quello l’ “Omoboy Island”segnato su quel bigliettino misterioso che la sua vera madre le aveva lasciato dentro a quella busta praticamente vuota. Basse nuvole fumose stavano come sospese sul lago, come se quella visione fosse posta fra Cielo e Acqua. Quello che Zada aveva davanti era uno spettacolo mozzafiato, infatti, sentiva il cuore pulsarle nella gola, e un’intensa emozione la pervase tutta fino a farla commuovere.
Si sedette sul bordo della riva, sopra all’erba bagnata dalla notte e dalla nebbia, e si lasciò andare in preda a quel sentimento che l’aveva accompagnata lungo tutta quella strada faticosa. Ora l’attesa era terminata, era arrivata lì dove si sentiva chiamata da tanto tempo … alle sue radici. Pianse di contentezza mentre il ricordo fugace del volto di sua madre le attraversò la mente. Era ormai ridotto quasi a un fantasma, un ricordo sbiadito, quasi una visione trasparente come quella nebbia. Troppo tempo era trascorso, e quell’immagine di sua madre rimasta stampata nella sua mente quand’era davvero piccola bambina, era ora sdrucita e consumata, quasi scomparsa. Però c’era ancora …
Istintivamente frugò nel suo zainetto alla ricerca del cellulare per condividere quel momento così pregno e intenso con Lorenza la sua madre adottiva. Ma non c’era alcun segnale … Quel posto si trovava veramente fuori dal mondo, troppo nascosto dentro al quel catino di montagne, e forse troppo lontano dalla civiltà satura di ripetitori e d’interconnessioni. Lì tutto taceva … compreso il cellulare. Ma non solo, in quel momento taceva anche il bosco, taceva il lago e la Natura perché erano solo le prime luci dell’alba … Un’alba gelida in verità … perché un brivido freddo le corse lungo tutta la schiena, e giù giù fino alle cosce e ai piedi.
Zada tremava vistosamente, mentre con la manica si asciugava gli occhi umidi. E tirò su col naso più volte acconciandosi nervosamente i capelli, mentre tutto intorno continuava a tacere … immoto, quasi senza tempo e vita.
Si gustò fino in fondo quel momento che sembrò non trascorrere mai.
Solo dopo qualche decina di minuti, mentre Zada si stringeva le braccia intorno al torace coprendosi come meglio poteva, la prima luce del sole si fece strada in alto, sopra le montagne. Da un valico, un’alta forcella rocciosa che le stava di fronte la luce piano piano s’intrufolò nella valle sottostante. Fu subito tutto un simultaneo cambiare: la nebbia prima si gonfiò ulteriormente sbiadendo, poi divenne più rada e fumosa, poi più trasparente e soffusa. Il lago mostrò tutto il suo contorno pallido, e apparvero sullo sfondo le luci del villaggio, così come quelle di un paio di barchette con un lanternino a prua che lo stavano attraversando di lato. Quasi in mezzo al lago apparve l’isola che Zada aveva già intravisto in lontananza. All’inizio sembrava solo una sagoma scura, un contorno nerastro e indistinto fatto di cuspidi, forme rotonde ed edifici. Poi piano piano anche lì s’intravide un paio di finestre illuminate: l’isola era abitata, o perlomeno c’era qualcuno.
Zada si alzò in piedi intorpidita e fu come travolta da una ventata di pensieri.
 
“Chi c’era in quell’isola ? O meglio: che cosa era accaduto a sua madre in quell’isola ? Perché era fuggita da quel posto incantevole ? …Che cos’era accaduto dentro a quel lago …”
 
Visto che era ormai giunta fino a lì, non le rimase che provare a dare una risposta a tutte quelle domande senza perché. Zada aspettò ancora un poco e che si facesse maggiormente chiaro su quella scena, poi raccolte le sue poche cose e s’avviò decisamente verso la sponda.
Qualche minuto dopo si ritrovò a ridosso di una bicocca, un capanno scalcinato che finiva con una piccola terrazza a palafitta sull’acqua. Zada lo aggirò cercando l’entrata, e saliti i pochi gradini scricchiolanti e mezzi marci si ritrovò di fronte a un vecchio antico e raggrinzito che s’intonava perfettamente con quella scena desueta. Sorrise lei cordiale, sorrise sdentato lui accogliente togliendosi il cappellaccio bisunto dalla testa. Nell’aria c’era un doppio odore di legna bruciata e di tabacco aromatico e dolciastro. Il vecchio fumava una sua lunga pipa ricurva e scura, così come fumava il camino della catapecchia dentro alla quale si udiva qualcuno che armeggiava e rimestava. Anche in quell’occasione Zada parlò con le mani, con gli occhi e i gesti, e con pochi mozziconi di parola che aveva imparato lungo quel suo pellegrinare.
Non era difficile la sua richiesta: voleva un passaggio in barca fin sull’isola, e d’altra parte sembrava che il vecchio fosse lì disponibile proprio per quello. Una lunga fila di barchette malandate come tutto il resto era diligentemente allineata sulla sponda e tirata in secca. Solo una, quella più sfondata e larga stava ormeggiata a un palo infisso nel fango e aveva una sua lucerna issata a prua. Il vecchio si attivò in breve e poco dopo sembrava pronto a partire, ma proprio in quel momento Zada s’avvide che per un attimo la lercia tendina dell’unica finestra del capanno s’era spostata mostrando un volto scuro e tondo, e subito dopo si spalancò la porta cigolando e ne spuntò fuori quella che doveva essere la moglie del vecchio. Era un donnone tutta racchiusa dentro a un gonnellone fiorito che le scendeva fino alle caviglie, sotto del quale spuntavano due stivaletti in pelle. Sulle spalle portava uno scialle pesante che le copriva un “davanzale” pettoruto, mentre la testa era stretta in un ampio e vistoso fazzolettone coloratissimo che s’intonava perfettamente con due guance paffute e con due pomelli rossastri. Il naso era un puntino, gli occhi due fessure … ma era il sorriso la parte che risaltava. Ed era aperto e cordiale … dai bei denti bianchi che luccicavano nel grigiore nebbioso di quel mattino fosco.
La donna emise una sorta di sibilo a cui il vecchio rispose immediatamente con un rauco segnale gorgogliante mantenendo la pipa in bocca. Lei alzò un braccio facendo segno di raggiungerla ed entrare. E infatti, poco dopo si sedettero intorno a un tavolo traballante di fronte a un fuoco scoppiettante che ardeva sotto a un paiolo nero come la notte dal quale usciva un profumino delizioso. Anche con la donna bastarono pochi cenni e convenevoli, e Zada si ritrovò a gustare una specie di brodo caldo e saporito che sapeva di bosco ed erbe. Alla fine si sentì meglio, rinfrancata e riscaldata … ed era pronta ad attraversare finalmente il tratto di lago.
Mentre sorseggiava da quella tazza chiara, la donna le aveva raccontato che lì la neve arrivava alta fino al tetto … Lì l’inverno durava mesi, e per giorni e giorni rimanevano isolati e prigionieri della neve … Poi tutto ripartiva e tornava il bel tempo. Si andava in giro a piedi o col carretto col mulo o col cavallo, oppure si attraversava il lago fino al villaggio. Era così quella loro terra … da secoli. Zada non nascose che sentiva quel posto familiare, le sembrava d’esserci sempre stata … Era una sensazione vaga mai provata, ma avvertiva quella gente e quei luoghi come fossero stati suoi da sempre. E in un certo senso era vero … perché lei era stata concepita proprio lì, e lì aveva vissuto sua madre … e anche suo padre.
Suo padre ? Quasi mai nella sua vita s’era interrogata su di lui. Nessuno glielo aveva mai ricordato, non sapeva niente su quell’uomo, neanche il nome … era un’assenza totale. Ancor più che sua madre con la quale almeno una breve stagione l’aveva vissuta. Quanto avrebbe desiderato che fosse presente con lei in quel momento … Magari insieme a Lorenza … e anche a suo padre. Tutti insieme serenamente, uniti.
Zada si scosse … stava sognando ad occhi aperti. La nebbia intanto s’era alzata del tutto, e la grande valle aveva preso colore. Il lago sfavillava di mille riflessi, e la luce tiepida del sole riverberava sull’acqua scaldandole le guance e la pelle. Il vecchio con poche e abili vogate l’aveva portata presto a ridosso dell’isola, che ormai si mostrava in tutta la sua complessità e fisionomia. Scomparso il velo incerto e vago del buio, Zada vide che l’isola era più piccola di quel che sembrava. C’era un grande prato alberato cosparso di cespugli e punteggiato da cataste di legna. Soprattutto sul lato destro dell’isola sorgevano alcune casupole in un certo senso moderne, ravvicinate fra loro fino a toccarsi e confondersi. Da quelle uscirono alcune voci, e i rumori del solito vivere. Zada udì galline ruspanti, un flebile pigolare, il canto energico di un gallo energumeno, e un abbaiare rabbioso di un cane che venne presto sedato da un energico richiamo. Dall’altra parte l’isola era tutta un rudere, sembrava come scoppiata, cosparsa di pietre, volte, architetture monche.
Il vecchio vide la curiosità e la meraviglia stampata sul volto di Zada, perciò si affrettò a spiegare.
“Lì un tempo c’era una bella chiesa e un possente monastero. E’ accaduta un’epoca in cui l’isola era tutta abitata da monaci. Qui convergevano tutte le genti della valle, si celebravano sontuose funzioni, e ferveva grandemente la vita e le attività della gente dell’isola che raccoglieva più di duecento persone… Ogni anno a metà estate si faceva una gran festa e una sagra gioiosissima che durava più di una settimana …”
 
“E dopo che è successo ?” chiese Zada impressionata da tutto quel disastro sparso che appariva davanti ai suoi occhi. C’erano i resti crollati di diversi edifici sontuosi, una cupola sfondata, un campanile mozzo e uno mancante. Sembrava che una mano immensa avesse sconquassato tutto.
“E’ passata la peste … che ha martoriato e decimato i monaci. E poi un grande incendio che non si capì mai se sia scoppiato da solo o sia stato appiccato a posta per depredare il monastero. Sta di fatto che tutto andò distrutto, bruciato, trafugato … e non ne rimase quasi più nulla. Il monastero non riuscì più a ritrovare lo splendore di un tempo … Anche se la gente continuò ugualmente a tornare ogni anno sulle sponde dell’isola per proseguire con quella festa che però non fu più come quella di un tempo.”
“E i monaci ?”
“Scomparsi tutti per secoli … Solo negli ultimi anni è comparso qualche eremita … Soprattutto uno che ha vissuto qui negli ultimi anni … nella cripta, là sotto.” E così dicendo il vecchio indicò un antro buio che spuntava come una bocca spalancata in mezzo alle rovine. Allo stesso tempo con un balzo insospettabile il vecchio saltò in acqua e con due abili manovre tirò la barca in secca sulla riva.
E Zada scese a terra e all’asciutto. Un intenso odore di muschio, verde e bosco salì dal naso fino al cervello di Zada, che lo aspirò avidamente chiudendo gli occhi.
“E’ qui !” … disse a se stessa senza parole … “E’ qui che abita il mio segreto.” 
“E che fine ha fatto quel monaco ? Esiste ancora ? …”
“Ah … quella è un’altra storia …” cianciò il vecchio riaggiustandosi la pipa spenta. “E’ accaduta una strana storia … che non so neanche quanto sia vera … Il monaco eremita era anche un bell’uomo, prestante. Era simpatico e con gli occhi azzurri e grandi … Aveva un suo fascino particolare. Sapeva incantare quando parlava, perché emetteva come un alito diverso, un sapore celestiale che magnetizzava la gente e chi scendeva nella cripta a trovarlo o per pregare …”
Zada bevve avidamente quella notizia, la sentì come vibrare dentro come se fosse sua, indirizzata proprio a lei.
“Devi sapere cara amica … che quell’uomo però era burbero e austero … Era un fanatico, si dice cacciato da altrove per la sua assiduità eccessiva. Si dice fosse un mezzo eretico, un ibrido fra Ortodossia e Sufismo Islamico … Ma era un uomo illuminato, uno Staretz … Un bugomillo … Un uomo dello Spirito, sebbene ufficialmente fosse un connubio impossibile allontanato da tutti …”
 
Zada ebbe come un’intuizione, un flash, un’illuminazione … una sorta di presentimento femminile. Iniziava d intuire qualcosa… ed intuiva giusto.
Lasciato il vecchio accanto alla barca, s’incamminò fra le rovine ignorando una donna che le venne incontro offrendole frutta e altre cose. Oltrepassò la soglia buia e scivolosa della cripta e scese in fretta, quasi saltellando sui gradini viscidi e consumati coperti da muschi e licheni. E fu dentro alla cripta.
C’era un silenzio magnetico … pesante. E quando Zada abituò gli occhi al buio, s’accorse che c’erano intorno dei pallidi lumini collocati in giro. Antiche volte sormontavano il luogo da una parte all’altra. Si susseguivano stanze, ambienti ignoti e bassi, intervallati da corridoi stretti e scuri, cappelle ombrose su cui troneggiavano piccole icone dagli occhi spalancati. Non c’era nessuno … ma lì c’era “qualcosa”. Quel “qualcosa” che Zada andava tanto cercando.
E alla fine se lo trovò improvvisamente davanti. Era la tomba di quell’ultimo monaco … di quell’uomo strano che per ultimo aveva abitato quell’antro spirituale. Era una fossa antichissima, probabilmente usata dagli antichi monaci, ma riutilizzata di recente da chi aveva sepolto lì quello strano uomo solitario.
Inciso grezzamente sulla larga e spessa pietra di marmo c’era un nome: “Serghey Ablamov Pater Pauperum”.
 
Zada capì all’istante tutto o quasi della sua storia. Si frugò in tasca ed estrasse il bigliettino che le aveva lasciato sua madre. C’era scritto: “Serghey Ablamov P.P. -  Omobosy Island”.Coincideva il nome di quel monaco morto con quello che sua madre si era portata gelosamente dietro mentre scappava verso Venezia incinta di lei.
Quel monaco … era suo padre.
Fra le poche cose che sua madre le aveva detto, ricordatele più che altro da Lorenza, c’era la memoria di una sua giovanile passione per le “cose dello Spirito e del Mistero”.
“Tua madre avrebbe voluto farsi monaca …” le aveva raccontato Lorenza. …ma poi le è accaduto qualcosa d’importante che non mi ha mai raccontato …”
 
Era quella la cosa mai raccontata per pudore o forse vergogna da sua madre. La sua giovane mamma in quell’isola era passata dall’ascoltare il richiamo del Cielo a quello della carne. Era passata dalle braccia di Dio a quelle dell’uomo … E quello doveva anche essere stato il motivo della sua fuga e del suo cruccio …il suo segreto.
“Forse avrà pensato di avere rovinato tutto … quei progetti sognati … e anche di aver intaccato la fama di quell’uomo che viveva di niente e di “sensazioni sante” nella cripta …”
Zada si lasciò fantasticare.
“All’inizio sarà stato solo una innocua crocetta sulla fronte, poi un sorriso … un abbraccio e un pulito bacio sulla guancia. Poi sarà nata un’intensa amicizia, come sbocciano incredibilmente i fiori a primavera dopo la crudezza mortale dell’inverno … Poi un abbraccio innocente e tiepido, quelli che sanno effondere le giovani donne fresche e cariche di affetto sincero che non sanno contenere …”
Zada spinse e lasciò andare il pensiero.
“Infine sarà accaduto in una notte di bufera, quando era impossibile tornare a casa attraversando il lago increspato dal vento gelido … In quell’occasione sarà accaduto tutto il resto al lume fioco di qualche fioca candela dentro a questa cripta piena di ombre, storie e tombe antiche … E’ qui che sono nata. Qui si sono amati e mi hanno inventata …”
Zada pianse … di gioia stavolta, sedendosi ad accarezzare quella tomba fredda e nuda.
Il resto era storia di tutti, di certo al villaggio tutti la conoscevano … Quando sua madre s’accorse d’essere incinta fuggì via senza dire niente a nessuno, forse neanche al suo“uomo-monaco”. Non lo salutò neanche e salì a bordo del primo camion di un compaesano diretto a sud. Fu una scommessa, certamente un azzardo fuggire da sola senza soldi e senza niente. Le sarebbe potuto accadere di tutto, che qualcuno allungasse le mani durante il viaggio, d’incontrare qualche ubriaco … o chissà che cosa. Invece non accadde nulla, e le riuscì di raggiungere l’Italia e infine Venezia.
Lorenza, la sua madre adottiva, la trovò ospitata dal Piovano di Santo Stefano a Venezia. Stava male, pallida come un cencio, vomitava negli angoli mentre quella bimba si agitava e le sgambettava nel grembo. Non le rimase che coccolarla e portarsela a casa liberandola da quella coperta bisunta che le aveva regalato il camionista prima di abbandonarla al Tronchetto.
“Aveva però qualcosa di solenne e dignitoso. Non piangeva, era chiusa dentro a quel suo silenzio misterioso. Come se oltre a quella bimba dentro di se covasse un segreto, un tesoro … Un’esperienza sensazionale indicibile …” le raccontò Lorenza.
La stessa sensazione speciale che provava Zada in quel luogo … Li amava quell’uomo e quella donna, suo padre e sua madre … anche se di fatto non li aveva praticamente mai incontrati. Ma in quel momento sapeva che lì c’erano con lei … lì, proprio in Georgia.
Fine
feb 10, 2015 - Senza categoria    No Comments

“UN INSEGUIMENTO NOTTURNO IN LAGUNA …. NEL 1150 !”

laguna

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 67.

“UN INSEGUIMENTO NOTTURNO IN LAGUNA … NEL 1150 !”
 
Potrebbe sembrare una di quelle scene da film triller … Una di quelle adrenaliniche che ti tengono col fiato sospeso inchiodato sulla poltrona o sul divano … nella speranza che si concluda presto e possibilmente felicemente. Si potrebbe immaginarla tale, se non fosse che è il fatto è accaduto troppo tempo fa: nel 1150 circa anno più anno meno, cambia poco.
Il set della scena rocambolesca è la Laguna Nord di Venezia … Sì proprio la nostra solita e familiare laguna a cui siamo molto affezionati. Era però una laguna bel diversa da come la possiamo vedere oggi, seppure il posto è sempre più o meno lo stesso.
Recandoci oggi “sul luogo del delitto” vedremmo ben poco, anzi, niente. Proprio niente, perché ci troveremmo di fronte solamente a un’ampia distesa d’acqua solitaria interrotta solo da barene grondanti, ghebbi e canalicoli tortuosi a volte quasi in secca o gonfiati dalla marea montante. Avremmo di fronte un luogo di silenzi e solitudini in cui sembra che il tempo si sia fermato e non accada mai nulla se non l’alternarsi delle stagioni, della luce e dei colori. Vedremmo il posto spazzato dalla pioggia e dal vento gelido dell’inverno, coperto di brina e erbe secche, così come lo vedremmo coperto da peluria fresca e nuova in primavera, da un tappeto soffice sorvolato da migliaia d’insetti d’estate, e da una girandola di tonalità cangianti e calde quando tornerà l’autunno.
Dico lo vedremmo, perché è un posto in cui non passa quasi mai nessuno, se non i lancioni traboccanti di turisti nella stagione estiva, qualche raro pescatore occasionale, e qualche ancor più raro amante degli spazi aperti e della laguna vivida e misteriosa capace di vedere anche quello che non c’è più.
Un tempo non era così, come potete immaginare … perché serve un po’ di fantasia per ricostruire i fatti. L’epoca è poi parecchio lontana, perché il 1150 non si trova proprio dietro l’angolo. Ebbene, tutto accadde in una notte.
Non so dirvi se era una notte chiara di luna piena o una notte oscura di buio pesto. So di certo che in laguna a quell’epoca non esisteva tutta l’illuminazione di oggi, i canali segnati dalle bricole illuminate con i catarifrangenti, tantomeno c’era la segnaletica attuale … Diciamo che i luoghi erano di certo più selvaggi, aperti e naturali, conosciuti bene solo da chi era avezzo a frequentarli spesso o ogni giorno.
E chi c’era ?
C’erano i protagonisti del fatto in questione, ossia da una parte alcuni Veneziani residenti proprio nelle mie Contrade in cui abito oggi a Venezia. Erano pescatori del Sestiere di Dorsoduro che avevano deciso di spingersi di notte, non credo per avventura ma probabilmente per necessità, fin nelle acque peschive che si trovavano dietro l’isola di Torcello. In quei secoli penso che la laguna fosse itticamente più fornita di oggi, e che una battuta di pesca notturna potesse anche essere fruttuosa, capace di provvedere al sostentamento di più famiglie, o capace d’indurti a presentarti all’alba al Mercato e Pescheria del nascente Emporio di Rialto o in Piazza San Marco per vendere e ricavare qualcosa.
Le acque lagunari in quegli anni avevano di certo un valore molto diverso e superiore rispetto a quello odierno. Non erano aperte e di tutti come oggi, appartenevano quasi sempre a qualcuno, e venivano date molto spesso in concessione sia per pescare e cacciare, che per collocare molendini (mulini) ad acqua, e si pagava spesso anche solo per accedervi o transitare … perché di proprietà privata si trattava. L’acqua lagunare in quanto tale era quindi un patrimonio da difendere e sfruttare. E chi al pari e più di altri poteva esserne padrone e acuto usufruttuario e amministratore ?
I Monasteri e le Pievi ovviamente … come i Nobili. Quegli spazi della laguna di Venezia in quelle epoche remote, infatti, erano punteggiati da costruzioni e piccoli conventi oggi totalmente scomparsi. Non grandi architetture di Monasteri e chiese sontuose, ma piccole realtà funzionali che però godevano di autorità e molti privilegi, e soprattutto di grandi rendite e possedimenti sparsi ben oltre la stessa laguna.
Sappiate bene che a volte certi Conventicoli e filiazioni di Monasteri e Pievi inizialmente contenevano solo un paio di Monache o poco più. Se poi le cose andavano bene le comunità si allargavano accogliendo novizie e converse, oppure si chiudeva tutto e si lasciavano le pietre e i ruderi tornando alla “Casa Madre” (rendite comprese) da cui si era inizialmente partiti.
Per concretezza, basti sapere che nelle isole scomparse di Ammiana e Costanziaca, proprio accanto a Torcello, esisteva una cinquina ciascuna di queste chiesupole e conventini posti proprio a due passi l’uno dall’altro.  Nell’insieme saranno stati almeno una dozzina sparsi in quelle acque stagnanti al confine col paludoso. Oggi ci rimangono i nomi e un pugno di pergamene a ricordarci il tanto che è accaduto e si è vissuto in quegli anni lontanissimi.
Tornando ai pescatori Veneziani, per giungere a pescare in quei luoghi avranno dovuto vogare bellamente per almeno un paio d’ore a partire da dove abitavano. Il posto non si trovava proprio a due vogate dietro casa … E arrivati lì i nostri concittadini si sono messi alacremente a pescare utilizzando luci e lanterne per attirare e accalappiare il pesce. Avranno forse anche gridato, picchiato l’acqua o fatto inavvertitamente un po’ di casino … forse chiacchierato e anche riso e cantato dopo un buon bichierozzo di vino, questo non lo so. Sta di fatto che hanno immediatamente attirato l’attenzione di una di quelle persone diciamo un po’ energiche e decise che aveva il compito di sorvegliare la zona.
Me lo immagino questo personaggio, che si chiamava: Mastro Giovanni Leòn, il “Guardiano delle acque delle Monache”. Doveva essere un uomo determinato di carattere, muscoloso, biscottato dal sole e buon conoscitore dei posti. Sapete quelle persone che “dormono con un occhio solo”, e drizzano le antenne appena sentono un fruscio, uno sciabordio strano, o un rumore diverso dal solito. Ebbene era lui il concessionario della palude da parte della Monache e della Pieve di San Lorenzo di Ammiana che erano “i padroni” di tutto quel posto.
Come vi dicevo prima, la gestione e lo sfruttamento delle acque in quegli anni era considerata una cosa seria, anzi serissima, per cui quelle paludi erano un “bene” e in quanto tale andavano salvaguardate e protette da intrusioni di eventuali ladri. E Mastro Leòn era lì proprio per questo.
Non se lo fece ripetere due volte, e appena avvertì la presenza degli intrusi estranei, si mise immediatamente in movimento. Pur essendo nel cuore della notte il Mastro non s’accontentò d’intimare “l’alt” al pescaggio abusivo, nè di mettere in fuga i pescatori, ma si mise al loro inseguimento per recuperare il pescato proibito, e addirittura per catturarli.
Immaginatevi i movimenti e la scena … Di notte e in laguna, a remi, col buio … I Veneziani di Dorsoduro ovviamente fuggirono sperando di farla franca e di mettere fra loro e il Mastro quanta più acqua fosse possibile. Ma non sapevano minimamente con quale “osso duro” avevano a che fare, perché nonostante loro fossero più di uno, quello non mollava d’inseguirli vogando, e anzi, man mano che scappavano si avvicina a loro sempre di più. Immaginate anche le barchette leggere, i muscoli tesi allo spasimo sui remi col ripetersi del ritmico movimento della voga, i vogatori sudati e paurosi da una parte e arrabbiati dall’altra.
Scapparono per diversi chilometri … Avranno vogato in fuga almeno per un’ora, e sarà stata la scarsa conoscenza dei posti o forse la minor capacità di resistenza e di voga, o forse la barca più pesante, o l’incagliamento in qualche secca … sta di fatto che Mastro Leòn li raggiunse e li acciuffò nei pressi di Lio Mazòr, sul bordo della Terraferma costiera, dove forse avrebbero potuto fuggire del tutto, nascondersi e mettersi in salvo.
E non finì lì, perché il Mastro non si accontentò di catturarli e strapazzarli a dovere, ma una volta raggiuntili, recuperò tutto il pescato, sfasciò la loro barca affondandola, e distrusse anche tutte le loro attrezzature per la pesca. Una furia ! … uno scagnozzo !
Doveva essere chiaro a chiunque che nessuno impunemente si doveva permettere di mettere mano sulle cose delle Monache. Vistolo all’opera, non ci doveva essere stato alcun dubbio.
La storia si concluse il mattino dopo, quando il Mastro ancora mezzo inviperito condusse i malcapitati Veneziani davanti ai“maggiorenti di Ammiana”, i proprietari delle acque, e probabilmente di fronte a una qualche Monaca Badessa del posto. I poveri pescatori malconci oltre a profondersi in doverose scuse, dovettero promettere solennemente che mai e poi mai più si sarebbero permessi di mettere piede, ovverossia barca e remo e tantomeno reti, nelle acque delle Monache.
Me li immagino tornare a casa pesti e “a bocca asciutta”, ma anche tremolanti e forse risollevati per lo scampato pericolo. Poteva andare loro peggio se quell’energumeno delle Monache si fosse scatenato ancor di più, e se la Badessa non fosse stata tutto compreso clemente con loro. Di certo avranno considerato attentamente di non tornare più a pescare da quelle parti.
Detto questo, un pensiero lo voglio fare anche sull’ipotetica figura della Badessa. Me la voglio immaginare un poco di rimbalzo a quanto le carte antiche raccontano e fanno solo vagamente intuire.
Se si serviva di “tipini” del genere per salvaguardare le proprie cose, doveva essere una donna altrettanto determinata e con un certo carattere, di certo poco remissiva e accondiscendente. Me la immagino: autoritaria, impettita nel suo abito da monaca, seriosa e austera, allampanata e forse rinsecchita dagli anni e dalla pratica dei rigori della regola monacale. Ma poteva anche essere, viceversa, cicciotta e ben in carne … perché di certo le Monache benestanti e Nobili a quell’epoca non si facevano mancare nulla. Grassa o magra che fosse, di certo era una donna molto attiva e di cultura, perché sempre leggendo le vecchie carte emergono delle sorprese inimmaginabili sulla sua figura.
Pensavo ingenuamente che quelle antiche Badesse fossero donne tranquille e ritirate, che rimanevano a vivere quasi come eremite in quelle isolette sperdute in fondo alla Laguna. Credevo che quelle donne: Hengelmote, Agnese, Berta, Maddalena e tante altre fossero donne placide, un po’
qualsiasi.
Macchè ! Erano l’opposto. Sempre in movimento, in viaggio e a caccia di affari, incontri e novità. Pensate che sbirciando alcune vecchie carte, si può trovare la stessa Badessa intenta a firmare di suo pugno documenti di compravendita, affitti, lasciti e permute un giorno nella sua isola in laguna, un giorno dopo a Venezia stessa, quello seguente a Padova, quello dopo a Treviso e nello stesso giorno in altri villaggi sparsi nella Marca Trevigiana, fino a ritrovarla alcuni giorni dopo sempre intenta a prendere possesso d’altri beni su nella Vallonga del Trentino nei pressi di Bolzano dove venne accolta con grande festa e riverenza.
Altro che eremita !
E tutto quello che non riusciva a fare di persona, la nostra Badessa se lo faceva fare da tutto uno stuolo di Procuratori, Fattori, Notai e rappresentanti del Monastero che percorrevano a tappeto le zone del Veneto e oltre con lo scopo di difendere, controllare e favorire le rendite, le decime, i censi, le contribuzioni in denaro e natura esigibili dal “buon nome”dell’Istituzione Monastica.
Erano potenti le Monache lagunari ! … alle quali non mancava quindi nulla. Sempre le stesse “antiche carte” raccontano che i contadini e i censuari delle Monache erano soliti provvedere a trasportare fino a Strà le cose per le Monache, e da lì, caricate primizie e altri beni in barca, prendevano la via del fiume fino a sfociare in Laguna per poi raggiungere il Monastero delle Monache dove portare “il dovuto”.
Oltre a questo, sempre le solite “vecchie carte” raccontano anche di liti furibonde fra Piovani, Preti, Monache e Monaci per il possesso, il controllo e lo sfruttamento di quelle acqua lacustri. C’era chi si prendeva avanti e imponeva censi e decime personali ai contadini e pescatori su proprietà che non erano neanche sue. C’erano soprusi, imbrogli, sottrazioni … e chi spostava i confini, abbatteva o innalzava sbarramenti, argini, muretti e “palate” per garantirsi questo o quell’introito. C’erano lasciti, testamenti, beneficenze, donazioni politiche lungimiranti con lo scopo di tutelare o essere a proprio volta considerati e riconosciuti … C’erano processi e vertenze che si trascinavano per decenni con risarcimenti, confische, proibizioni, multe e interventi della Serenissima a cui toccava far da paciere o di rimettere in sesto le cose… o prendersene una parte (con falso dispiacere). C’era anche chi s’arrabbiava, perdeva il controllo e menava la lingua e poi anche le mani … Dove oggi non c’è più nulla, esisteva quindi un microcosmo vivissimo … e talvolta turbolento, ma condito anche di gentilezza e di preghiere.
Dico questo perchè c’è da considerare che la Badessa doveva essere anche una donna di cultura. Era molto interessata ai libri che in quell’epoca priva di internet, video e multimedialità, erano l’unica fonte preziosa del Sapere … che pochi potevano concedersi. Pensate che in una certa occasione una delle nostre Badesse si è perfino fatta pagare un censo o una compravendita direttamente non in soldi ma in libri. Che donna !
Altri tempi fascinosi … di certo lontanissimo, sicuramente curiosi …
Attenti quindi ! … Se vi verrà per caso voglia di recarvi in giro per la Laguna di Venezia per intrattenervi in un’amena battuta di caccia o pesca in acque aperte e sconosciute, tenete gli occhi bene aperti … perché da un momento all’altro potrebbe spuntare fuori da dietro un fascio di canne palustri il volto“spiritato” del Mastro Giovanni Leòn dei giorni nostri … pronto ad inseguirvi ed esigere da voi “quanto gli spetta” ... con la sua“poco garbata” maniera.

 

feb 8, 2015 - Senza categoria    No Comments

“STIORERI, SEMOLINI, GALLINERI E BUTTIRANTI … A VENEZIA OVVIAMENTE.”

antica caccia in laguna
“Una curiosità veneziana per volta.” – N ° 66.

“STIORERI, SEMOLINI, GALLINERI E BUTTIRANTI … A VENEZIA OVVIAMENTE.”
 
I Veneziani di tempo ONU di Certo non mancavano d’Iniziativa e ingegno, e dove non esisteva ONU mestiere andavano a inventarselo Spesso dal niente facendolo diventare piano piano un’Arte riconosciuta e Regolata. Di epoca QUESTE Una la curiosissima Arte degli  Stioreri  Che riuniva Gli artigiani Che fabbricavano:. stuoie, cannucci, corde di paglia, sporte, sedie impagliate Era di un’Arte Certo povera, nata dall’idea di . “arrangiarsi per sopravivere” Infatti, Andare collect in laguna e Nel fango delle barene canne palustri per poi intrecciarle era considerato Un lavoro infimo, faticoso e di poco profitto … In un’epoca Realtà un’attività con poca Spesa viva per procurarsi le Materie prime, Bastava la Disponibilità a vogare e tagliare canne e “scjore” … L’unica Difficoltà Eventuale era rappresentata Dalle: “… saltuarie schioppettate caricate una vendita se per caso entravi a frugare e prendere canne Nelle Acque dei Canonici o del Vescovo … Ma si metteva Nel Conto Anche Quello …”
 
Gli  Stioreri  si consociarono in Arte e si riunirono Davanti a ONU Loro Altare Nella chiesa di San Silvestro a causa passi dall’Emporio di Rialto, dove Ancora Nel 1790 versavano OGNI anno:. 8 lire ciascuno d’iscrizione A dire il vero, l ‘ Arte inizialmente si congregava obbligatoriamente l’ultima domenica di OGNI mese Nella chiesa della Contrada di San Antonin Nel Sestiere di Castello di cui infatti assunse San Saba venire Protettore.
Dichiarava il Piovano di San Antonin Nel 1564: “… la casa della residenza antichissima E Tutta Marza … in Una Parte della which E situata la Scola del Santissimo et San Sabba Quale figlio Tutte causa Una Scuola istessa, la qual mi da ducati 4 all ‘ anno con this Carico di tener Continuamente Una lampada dell’Accesa dinanzi San Sabba et di dirgli 2 Messe alla settimana … “
 
SEMBRA però Che la prima Fraglia degli Stioreri SIA nata Nel Lontano 1399 Forse nell’estrema Contrada di Santa Ternita: una delle piu povere e Periferiche dell’intera Venezia … Nel giugno 1610, l’Arte delle Stuore pagava 700 annui ducati per 10 anni per mantenere la Flotta da Mar della Serenissima … prolungati prudentemente Dalla Signoria per altrettanti 10 … Ancora Nel 1634 OGNI giovedì Gli Stioreri facevano celebrare Una Messa Esequiale all’altare di San Saba a Sant’Antonin per tutti i Loro Morti.
Nel 1773 a Venezia esistevano Ancora 55 PERSONE Che praticavano l’Arte dello Stioriere in 43 botteghe, di cui 3 erano Garzoni di Almeno 12 anni d’età, e 52 Capimastri. Erano associati Ancora in Arte e Scuola con tanto di Gastaldo, Vicario, Scrivano e 10 Decani, per associarsi pagavano Una “Benintrada “ Iniziale di 1 ducato, e versavano in Seguito 16 Soldi annui Più 8 Soldi di Luminaria per Pagare le SPESE delle candele usate Nelle FUNZIONI Religiose e nell’accompagnate i Morti Durante i Funerali.
Quella degli Stioreri tuttavia non era l’unica Arte-Mestiere povero di Venezia … Ce n’erano diverse Altre con Caratteristiche e iniziativa Simili, sempre senza gloria e con poca Storia illustre. Arti da “contadini e campagnoli”dicevano i Veneziani di ONU tempo, poco Veneziana … Ma che in Realta AVEVA Una SUA Precisa fisionomia e utilità dentro al poliedrico Emporio di Rialto e Soprattutto NEGLI equilibri Economici e Vittuari del sostentamento popolare dell’intera città lagunare.
Ad Esempio, Oltre Agli Sturieri , esisteva Anche la Scuola dell’Annunziata dei Gallinài o Gallinèri e Buttirànti o Pollaioli, Pollaroli o Polamèri artigiani “Venditori di Uova o Ova “ Che si occupavano di procurare also oche, cacciagione e ovviamente burro e affini. Anche nell’era this un’Arte Legata Non Solo alla Terraferma e all’allevamento di bestiame minuto da cortile, era Soprattutto ma un’arte collegata una Quella di Andare a cacciare con l’arco in laguna o Nelle valli da pesca. Si usavano barchette leggere dal fondo piatto, oppure si cacciava “uccellando” Ossia stendendo delle Reti Sugli alberi o sui cespugli.
Un’antica legge Veneziana del 1173 vietava l’acquisto della selvaggina Dagli “uccellatori forestieri” per poi rivenderla, Anche se la cacciagione Proveniente dal Trevigiano non pagava Dazio per Entrare in città. L’acquisto e vendita era prerogativa riservata aiGallinai e Gallinarie di Venezia Che poi rivendeva Nelle Loro botteghe … dove tuttavia i gallinacei non potevano Essere Tenuti al chiuso e al coperto, MA solista sotto un cesti o “Caponarie”obbligatoriamente Aperti sui Lati …
Già dal 1312, Secondo quanto racconta la Promissione Dogale del Doge Giovanni Soranzo, Galineri e Ovetari (venditori di Uova)avevano l’Obbligo di FORNIRE e omaggiare il Doge con: “… un Paio di buone Oselle Grandi e 30 denari a Natale, Una buona gallina un Carnevale, e Una buona colomba di pasta di farcita con 14 Uova di Pasqua … “
Gallineri e Buttiranti erano premuroso un ‘ Arte di Vittuaria.
A Capodistria Nel 1347, le galline si compravano a 2 Soldi l’Una, i Polli un 1 Soldo e le Uova a 1 Denaro L’Una, MENTRE fra 1459 e 1464, Secondo ONU listino ufficioso del Mercato di Rialto:
·       Un Paio di Colombi costava: Soldi 15, MENTRE Solo Un Colombo grosso Valeva: Soldi 5.
·       Un Paio di “anitrotti”: Soldi 16.
·       Un’anitra domestica o delle Nazioni Unite Paio di Anitre da cortile: Soldi 17.
·       Un Paio di Polli piccoli ma Grassi: Soldi 13.
·       un’oca viva e grassa costava 12 Soldi, ma morta e spiumata ne costava 13 Perché: “… Il tempo è sacro”
·       Una Gru morta e grassa Valeva: Soldi 16, MENTRE Una Pollastra grassa Poteva Valere da 7 a 8 Soldi.
·       Un’Anitra selvatica: Soldi 6.
·       Un Cigno magro: Soldi 10, ONU Gallo selvatico morto: Soldi 1,09, ONU Faggiano: Soldi 1,06.
·       Un solo Francolino costava: Soldi 18, MENTRE 6 ottimi Tordi ne valevano 10 di Soldi.
·       Un Paio di Quaglie valevano: Soldi 9, MENTRE UN Paio di Colombe selvatiche ne valevano: 4, UN Paio di “Capponelli”: Soldi 17, ONU Paio di ottime Pernici: 19 Soldi, a causa “Arcaze” grasse: Soldi 10, a causa Pollastrelle: Soldi 9, ONU Paio di “Gallinacce”: Soldi 12, ONU Paio di Pavoncelli: Soldi 5, ONU Paio di Totani: Soldi 3.
NEGLI Stessi anni, e sempre a Rialto:
·       5 Uova costavano: Soldi 2 , ma in anni di magra con la STESSA Cifra potevi Portare a casa da solo 3. Se tuttavia ne compravi 20 spendevi solo 1 Lira. Una bella giornata, poco prima di CHIUDERE bottega … 50 Uova potevano Valere in tutto :. 10 Soldi invece di Soldi 18 L’importante era Che fossero Uova fresche e non stantie o addirittura secche Ossia:“Ovis non rezentibus et siccis” , Altrimenti il prezzo precipitava in basso.
I CONTROLLI della Serenissima erano severi, MENTRE le multe erano salatissime also al solista rifiutarsi di APRIRE la porta per un’ispezione … Tuttavia, i Fanti Che si presentavano a controllare si potevano in Qualche maniera “addolcire e ammorbidire” … (ieri venire Oggi) . Si raccontava Che ONU Pestrinaio di Santo Stefano Fosse furibondo Contro i Fanti per le Loro “Cerche e Indagini Interessate”, e li Avessé minacciati di ferrarli venire i Suoi cavalli, MENTRE Quelli di rimando Gli avrebbero Riposto Che l’avrebbero volentieri annientato.
Nel giugno 1502 si Decreto: “… i venditori di ovuli o Gallineri non Passano Vendere Cose Simili appresso la Pescheria Vecchia a Rialto, permesso soltanto ad Uomini e Donne forestieri Quali capitano alla giornata …” Precisando Nel novembre di quattro anni Dopo che: “… venderigoli e venderigole non Passano Vendere Altre ovuli Che fresche … “
Venite per Gli Stioreri, Quei lavoranti Progressivamente si fecero Riconoscere venire Arte, e si consociarono anch’essi in Una LoroScuola d’Arte con sede a San Giovanni Elemosinario proprio nel Cuore dell’Emporio Rialtino un fido passi dall’omonimo Ponte.
NEGLI ANNI Ultimi del 1500  le Cronache ei Documenti Cittadini Ricordano Che i Gallineri:
“… Ottennero Licenza dal  Consejo dei Diese  di Poter fondare la Loro  Schola e lontano Mariegola con ONU Loro: Gastaldo, Aggiunti, Sindici e Scrivano … “ , e il  doge  Marino Grimani Firmo la Concessione alla  STESSA “… dell’Uso dell’Altare dell ‘Annunziata, il primo “uomo sanca” Entrando in chiesa di  San Zuane de Rialto, e dell’Arca (tomba) ricavata ai Suoi Piedi colomba Poter accompagnare i Loro Confratelli Defunti … “ Lì potevano celebrarvi la Festa Patronale il 25 marzo : “… dando in cambio al  Dose  OGNI anno doi para de Fasani “ .
1649  la  Giustizia Vechia  approvò La decisione assunta dal  Capitolo dei Gallineri di contribuire alla spesa per l’acquisto dei damaschi per ornare la chiesa di San Giovanni Elemosinario … e il 27 novembre 1727: Dopo che il Collegio della Milizia da Mar AVEVA suggerito per incrementare il gettito fiscale di dividere le dovute Arti, ONU decreto dell’Eccellentissimo Senato di Venezia rilasciato in Pregadi a Palazzo Ducale Confermo l’Unione delle Professioni dovuto Che componevano l’Arte de Galineri e Butiranti. Non si Voleva provocare ONU Incremento dei Prezzi di Quei Generi di largo consumo in città Soprattutto da Parte della Porzione Più povera dei Veneziani.
“Sopra il zelante suggerimento del Collegio della Milizia da Mar per coglier Qualche Profito Nella rinnovazione della Tansa insensibile sopra l’Arte de Galineri col separar QUESTI dalli Mercanti e Venditori di Ovi e Buttiri, si Sono intese Le informazioni de Magistrati e Proveditori alla Giustizia Vecchia e Giustizieri Vecchi. Da Quanto però Resta in esse Esposto, venuto non TROVA la Prudenza Pubblica Motivo d’alterar CIO Che Anticamente fu Stabilito dal Colleggio dell’Arti e da tanti Giudizi dell’Unione di Quelle a causa Professioni, ma bensi di confermarla. Ben Certo poi this Consiglio Che il Collegio della Milizia da Mar nell’incontro d’esaminare la Ritansa all’Arte STESSA si regolerà bensi col riflesso al Pubblico interesse, ma col Riguardo Insieme alle Forze della mederna, onde con ONU maggior aggravio non Venga annuncio alterarsi l’Abbondanza nella Città di tal specie di Vittuaria … “
Nel luglio 1752 il sodalizio Venne abolito una causa di Una sfacciata e scandalosa speculazione dei Prezzi di vendita sul Mercato da Parte dei Confratelli Gallineri, ma fu subito riattivato Nel maggio following dichiarandolo: “… Arte aperta a tutti …” , Ossia si liberalizzò l’offerta e la vendita in città di Quel Genere di prodotti da Parte di chiunque.
Nel 1773 i Gallineri-Polameri e Butiranti sparsi per Venezia si contavano in 308, con 27 Garzoni, 86 Lavoranti e 195 Capimastri Attivi in ben 198 botteghe Che erano un Volte dei negozietti Graziosi e lindi, e Altre, invece, botteguzze scure o poco Più dei sottoscala bassi, bui e odorosi e luridi .
Sul finire della Serenissima, Gli iscritti all’Arte erano diventati perfino: 446, e tenevano il proprio  Capitolo  Generale  annuale nda locali della  Schola  dei  Oresi di Rialto, versando Onu Contributo per l’uso e Un piccolo Compenso al Masser dei Oresi per “assettar Il Luogo “… Dal “Libro cassa” dell’Arte si evince Che pagavano Tutti regolarmente la Loro “ Benintrada “ d’iscrizione, e Una “Luminaria”annuale di lire 4 ciascuno … Nella Festa Patronale annuale dell’Annunciazione Ciascun Confratelli riceveva “pan et butiro”invece Che il tradizionale “pan et candela” usato Dalle Altre arti CITTADINE … e al posto dell’antico omaggio annuale al Doge di causa paia di Fagiani Gli versavano La più comoda e utilizzabile somma di 99 lire e 4 soldi.       
Non pensate in OGNI Caso Che Quelle antiche Associazioni popolari Siano stato accozzaglie di lavoranti cenciosi e morti di fame. Recenti Documenti scovati all’archivio di Stato raccontano Che also i Buttiranti e Gallineri erano STATI Devoti e generosi. Alla multa della Storia della Repubblica erano STATI a Grado di trarre dal Loro“Scrigno” e di FORNIRE per le esigenze della declinante Serenissima(Stava iniziando Ormai il saccheggio Francese) lingotto ONU d’argento del peso di 346 una volta Proveniente Dalla fusione dei beni Che i Confratelli della Scuola avevano offerto all’altare della Madonna di Pietà Annunziata della chiesa di San Giovanni e Elemosinario Dai rivestimenti d’argento con cui avevano coperto il Libro della Loro Mariegola.
Ancora Nel 1825 si usava Vendere cacciagione un “Mazzo” oa​​”Mazzon” Nelle botteghe di Venezia ma also per le strade. Un Insieme, Solo Un “Mazzo” comprendeva:
  • 2 Masorini o Anare.
  • 1 Oca selvatica granda.
  • 1 Oca Faraonsina o Granaiola.
  • 1 Sarsegna o Alzavola.
  • 2 Chersi o Valpoca.
  • 2 Bajanti o Strolaghe (giudicati Dalla carne infima e troppo amarognola, ma Messi Insieme per numero di gran lunga).
  •  2 Serolòn o Smergo Maggiore.
  • 3 Cavriole o Svasso Maggiore.
  • 3 Serole o Smergo Minore.
  • 3 Asia o Codone.
  • 3 Arcàse o Chiurlo Maggiore.
  • 3 Ciossi o Fischioni.
  • 4 Campanèle o Quattrocchi femmina.
  • 3 Campanati o Quattrocchi maschi.
  • 3 Monari o Moriglioni.
  •  3 Penacini o Moretta o Magassetto Penacin.
  • 3 Magassi o Moretta tabaccata.
  •  3 Pignole o Canapiglie.
  •  4 Fòfani o Mestoloni.
  • 4 Moreti o Moretta o Orcheto Marin.
  • 4 Magassèti o Gobbo Rugginoso o Magassetti foresti o Moretta Codona.
  • Da 4 a 6 Folaghe se erano troppo magre.
  • 3 Garzi o Aironi Bianchi, Cinerini o Rossi.
  • 3 Torobusi o Tarabusi.
  • Da 4 a 6 Pissagù o Anzolèti o Muneghette grosse o piccole Ossia Pescaiole femmina.
  • 6 Sarsègne o Alzavole.
  • 6 Crècole o marzaiole.
  • 6 Barùsole o Pivieresse.
  • 6 Paònsine o Pavoncelle.
  • 8 Sgambirli o Cavalieri d’Italia.
  • 12 Totani o Pettegole.
  • 24 Bisignini o Piro-Piro o Piovanelli.
Non c’e che dire! Una vera e propria Intera cacciagione per OGNI “Mazzo” . Erano in MOLTI una recarsi “in Valle” , Soprattutto Nobili, per divertirsi un Sparare e cacciare.Pagavano profumatamente per Quelle prede e per Gli accompagnatori Che li seguivano Nelle “battute” , e facevano una gara a chi ne abbatteva di più … Cercando il record di Sensazionale.
Tornando alle “Arti povere” … tutto non è … Poco Distante, proprio sui Primi gradini del Ponte, a San Giacometto di Rialto esisteva la Già Più rinomata e considerata Scuola degli Scalchi Ossia degli aiutocuochi e Egli interni di Cucina, Cosi Come Nella STESSA chiesa di San Zuanne di Rialto si riuniva Anche la Scuola della Beata Vergine del Carmine dei Biavaroli , e la Scuola della Natività di Maria dei Semolini e Cruscaroli Che raccoglievano e vendevano Crusca per Venezia, Soprattutto  pressoterapia ONU  Fonteghetto de la Farina Che si trovava inizialmente in Contrada di San Fantin, distribuendola e vendendola ovunque  Fino in Terraferma.
Ancora Nel 1797 i Semolini iscritti all’Arte erano 41, con ONU Loro Giovane Garzone-Apprendista e 40 Capimastri. In quegli anni era considerata una Venezia un’Arte Ormai inutile, posta Sugli Ultimi gradini dei Mestieri di Meccanismo , Ormai aperta un Libero Mercato e destinata a sciogliersi e sopprimersi per sempre.
Ci sarebbero Ancora Tante altre Cose curiose da ricordare, potremmo continuare Ancora molto … ma le righe scritte per Oggi sono Ormai tante … Venezia e come sempre Un pozzo senza fondo …

 

feb 7, 2015 - Senza categoria    No Comments

“CON UN GRAN PUNTO DI DOMANDA IN SPALLA …”

acqua alta

L’altra mattina di buonora lo scenario era diverso … C’era ancora la luna polentona, arancione, avvampata e irascibile dei giorni della merla che andava a tramontare ad ovest fra stracci di nuvole scure che progressivamente la stritolavano fino a farla scomparire. Rimaneva solo un vago bagliore rossastro che si confondeva col riverbero e i riflessi delle luci puntiformi, argentee e metalliche della zona industriale di Marghera.

Tutto chiuso, le banchine della Marittima del Porto di Venezia deserte … l’acqua immota nel canale rigonfio e quasi traboccante, e l’unico vaporetto che passava lento … Ne sentivo il rumore in lontananza molto prima di vederne comparire le luci di posizione in fondo all’orizzonte della scena. C’era silenzio tombale, quello in cui senti persino il rimbombo dei tuoi passi sull’asfalto.
Ho incontrato tre turisti Francesi “valigiati” e persi che se ne andavano in giro verso “il niente”, fuori strada del tutto. Mi si sono rivolti interrogativi, ma non hanno voluto saperne delle indicazioni che proponevo. Il loro bus anche se non si vedeva stava a soli cinque minuti più in là della mia mano … Non si sono fidati e se ne sono andati giusto dalla parte opposta.
“Andate pure dove volete … Sempre dritti allora ! … Sì di là ! … l’aeroporto da qualche parte ci dovrà pur essere … Arriverete … prima o poi.” … una valigia piena di punti di domanda.
La gola mi bruciava ancora … Il Carnevale quest’anno sta tornando mascherato da influenza … Lo spettacolo puntualmente si rinnova come ogni anno … Infatti c’è un incappucciato nero col mantello spalancato in mezzo alla strada ! Che bella trovata!
Macchè ! … E’ un doppio cartello sovrapposto in controluce nella penombra della notte. Un triangolo stradale sopra a un cartello dei lavori del cantiere … la fantasia delle cinque del mattino e il buio hanno fatto il resto, e ho visto quello che non c’era.
Oggi, invece, stamattina, è stata tutta un’altra storia. L’intenso odore di muffa e umido mi ha preso mentre scendevo le scale scrostate … Il vento mi stava aspettando fuori in strada per gridarmi una sua canzone incomprensibile, mentre in fondo oltre l’acqua, il buio, la laguna e le isole il mare mugugnava cupo in lontananza. Dopo pochi passi il vento ha iniziato perfino a farsi beffa di me, mi ha sferzato, spinto, scompigliato e sbatacchiato la pioggia fin sugli occhiali … un “giochetto”decisamente invernale.
A far diventare tutto ancora più inquietante e lugubre si è avviata anche la sirena dell’acqua alta col suo lugubre trillare … Andare in giro per Venezia con la pioggia e l’acqua alta in un giorno di vento e bufera è indubbiamente un arte soprattutto per chi è Veneziano. Acqua sopra, acqua sotto, acqua dai fianchi … ce n’è per tutti i gusti. Diventi acquatico, anfibio, simile ad una mitica Aguana condannata all’acqua e alla vita marina.
E fin che ti destreggi dentro alle Callette strette: niente male, la cosa è ampiamente fattibile. E’ sufficiente fare la gincana fra le pozzanghere e rimanere a debita distanza dai muri grondanti e dai “pissarotti” delle grondaie rotte. Per esperienza e istinto scegli le Calli buone evitando le Fondamente più basse già allagate dalla marea, così come ti riesce di evitare o perlomeno stare attento ai doccioni di chiese e palazzi capaci di bucarti l’ombrello e lavarti dalla testa ai piedi con un’estemporanea tempesta d’acqua. Ma il bello deve ancora venire …
Accade quando esci dall’ambiente ristretto delle Corti chiuse, dei Sottoportici protetti e delle Callette anguste. Esci allo scoperto e all’aperto … ed è lì che ti prende alla sprovvista il vento con un’intensità e una direzione che non t’aspetti. Tu te ne arrivi bel bello con l’ombrello stretto piegato sul davanti, ed ecco invece che ti coglie una folata proprio dalla direzione opposta, dal fianco, da sotto … o improvvisamente da dietro. Anche il canale di sotto al ponte ci mette del suo, perché dentro al canale l’acqua fa “bovolo” e cambiano l’equilibrio e gli scambi dell’aria non più costretta e trattenuta dallo stretto del chiuso. In poche parole, oltre a sollevarti il soprabito e innaffiarti d’acqua, il vento ti frulla di brutto e ti ritrovi col tuo bel“steccarotto” d’ombrello tutto accartocciato in pochi istanti, una specie di groviglio di ferraglia e tela tutta strappata e ingovernabile nella mano.  Accade tutto in fretta, e ti ritrovi in ammollo … e siccome nel frattempo non hai più fatto attenzione a terra, ti ritrovi anche con le scarpe dentro a una profonda pozzanghera viscida e fangosa.
E qui s’accende nella mente un’altra seppure banale domanda:“Ma perché a me ?”
Imprecare non serve perché non va minimamente ad influire sullo stato del tempo atmosferico e delle cose. Così come è importante ignorare quel pescatore immancabile sulla porta del bar appena aperto, che sghignazza tutto chiuso dentro alla sua cerata grondante, e dentro ai suoi alti stivaloni asciutti.
“Maledetto te ! … e Maledetto questo tempo infame !” 
esclami dentro di te senza aprire bocca.
Se non hai un provvidenziale ombrellino di riserva nascosto da qualche parte … sei già finito prima ancora d’iniziare la giornata. In due secondi ti ritrovi zuppo con l’acqua che entra dal collo e fuoriesce sulle scarpe.
“Ma pazienza … Anche questa è Venezia” ripeti ancora a te stesso … “Almeno non ci saranno al buio per terra le bestiali e insidiose merde dei cani … perché la pioggia almeno quelle se le porta via … E poi non sono scivolato né caduto … Che posso volere di più ?”
 
Ed è così che hai consumato i primi dieci minuti della tua giornata qualsiasi a correre contro il tempo per saltare indenne dentro al solito bus …
 
“Tanto correre perchè ? … Come se mi portassi appresso uno zaino carico di punti di domanda ”
“Per finire forse in fondo a qualche letto d’ospedale fra qualche anno ?  … E poi restare lì a sciorinare i nostri ultimi giorni come un cerino acceso e consumato …”
 
Dentro al buio quasi totale, sotto alla pergola del solito bar, individuo appena una nuvoletta profumata. E’ il solito emiplegico dell’alba, fermo immobile e tutto intabarrato, che osserva tutto e tutti fumandosi la pipa. Stamattina è riuscito a vincere il freddo, l’acqua, e il vento gelido oltre alla precocità delle lancette dell’orologio.
“Ma quanto strani siamo a volte ? … C’è chi potrebbe restarsene al calduccio e all’asciutto in casa, e invece …”
 
“Il mondo è bello perché è vario …” si dice sempre. Anche per le persone vale la stessa cosa … Siamo tante teste, tante vite e sensazioni, molti modi di vedere diversi. Interpretiamo diversamente ciò che accade, consideriamo gli altri da prospettive talvolta incomprensibili se non impossibili. Come se ciascuno guardasse ciò che accade attraverso prismi diversi, e ne scoprisse vedute differenti, trasparenze e filigrane originali … uniche.
A volti siamo tanto vari e diversi, forse troppo … una babele confusa. Spesso ci lasciamo essere personalità effimere, illusorie, che durano un attimo. Indossiamo modi di vivere che sono da palcoscenico e da rivista, ci atteggiamo nelle metamorfosi della moda lasciandoci portare dalla corrente del“dove van tutti” … Tanto che cambia ? Abbiamo forse perso dallo zainetto spalancato la busta degli ideali e dei sogni … Ciascuno dice la sua, e in qualche maniera intende farla valere … Non è facile districarsi e ritrovarsi.
Così finiamo per vivere a volte esperienza nebbiose e incerto, talvolta incomprensibili e imprevedibili … come i giorni di pioggia e acqua alta a Venezia.
“Ma dopo la pioggia ritorna il sereno … e il cielo è sempre blu sopra le nuvole …” aggiunge una vecchina Veneziana simpatica e inzuppata.
Perciò ogni mattina troviamo il modo di strizzare l’occhio al destino, e di provare a galleggiarci dentro comunque … a volte affiorando e talvolta sommergendo accanto a tanti altri … e ovviamente sotto alla pioggia e dentro all’acqua alta.
Alla fine portandomi dietro questi pensieri “piovosi” salgo finalmente sul bus all’asciutto, anche se mi ritrovo dentro a una specie di forno crematorio, e trascorro tutto il viaggio evaporando.
Due altissime fiamme si sono improvvisamente alzate dalle residue ciminiere di Marghera … Bagliori rossastri e cupi hanno invaso di riflessi e specchi la laguna gelida invernale … Giunto a Mestre, una stella di Natale è ancora accesa nella notte in cima al tetto di un albergo, e siamo ormai dopo l’inizio di febbraio … Spegniamola dai ! Non mescoliamo tutto, non facciamo lampeggiare la Befana a Feragosto.
L’ospedale è per sua natura un gran brodo di persone e parole, una fucina di punti di domanda … ce ne sono per tutti i gusti.
“In Romania quando è nato mio padre c’era la neve alta cinque metri. La levatrice è arrivata in casa dentro a un carro armato dell’esercito che si è aperto la strada sulla neve … ed è entrata in casa da una finestrella accanto al tetto.”
 
Tante volte i rapporti con le persone sono fatti di niente, d’approcci fragili e spontanei, “del più e del meno” …  brevi scambi amichevoli o problematici … Altre volte incontri gente a cui la vita ha fatto indubbiamente torto. E per questo si sentono in diritto e dovere di costringere gli altri a subire lo stesso trattamento frustrante e amaro … soprattutto gratuito e immotivato. Ostentano modi aspri, maniere secche, sbrigative, pungenti … Sono ipercritiche, suscettibili, sembra vogliano svilire a priori ogni cosa …
Peccato … anzi, perché ?
Perché tanta incapacità di aprirsi e accogliersi, tanta fatica d’incrociarsi ? Quanto verrà a costare nel bilancio di un’intera esistenza un’altra giornata piena di tensioni psicofisiche inutili ? Cresce il peso dello zaino colmo di punti di domanda.
Per fortuna c’è dell’altro, esistono situazioni positive della vita e del lavoro …
“Sono arrivate nuove “fantoline” giovincelle tirocinanti … gentili, fresche e nuove”.
“Fanno un po’ tenerezza … A volte sbuffano un po’ acerbe e stanche … Ma almeno non se ne vanno a rinchiudersi in bagno per farsi “i selfie” da spedire live su Facebook …”
“Che vuoi da loro ? Sono più giovani dei miei figli, hanno meno di metà dei miei anni … Lasciamole vivere, imparare e maturare … Cresceranno, capiranno piano piano il peso e il valore della responsabilità e della professionalità … Sono ancora cariche di punti di domanda … “Mi piacerebbe diventare …” le ho sentire dire …”
Questo affascina: la voglia di andare e di cercare qualcosa. Il non rassegnarsi a portarsi appresso il punto di domanda pesante del futuro precario e incerto. A volte ci penso a questi nostri giovani titolati e pieni di master e stage: niente lavoro, niente contributi, pochi soldi in tasca … e di conseguenza a questo: vivere instabile, niente mutuo, affetti incerti, niente figli … niente di niente a volte.
“Chissà se riuscirò a comperarmi l’automobile ? … Chissà se  riuscirò a partire, chissà se …”
 
Sempre a caccia d’occasioni, un po’ scettici e disillusi con tutto e tutti … con il cellulare che frigge in una mano, e un punto di domanda nell’altra, poco disposti a star lì a riflettere noiosamente su grandi ideali, politiche e sognanti progetti.
“Hai sentito ? C’è una novità … un nuovo Presidente !”
 
Mi hanno risposto:
“Un altro vecchio da mantenere profumatamente a spese nostre … La solita rotella dorata di un ingranaggio inceppato che non sa offrirmi e propormi niente …”
 
“Spalanco e tiro” l’orecchio in ospedale mentre “sgambetto”come il solito.
Arriva una badante straniera.
“C’è grande stanza al 3° piano con tante medicine per malati … Mi hanno detto che basta venire qui e chiedere … Ma funziona proprio così ? …”
“Ho sessant’anni e guadagno solo 200 euro mensili.  Vengo pagato “una tantum”, a visita e prestazione … Devo rincorrere “i miei clienti”, quasi scovarli, altrimenti non percepirò nulla … che oggi e che futuro mi aspettano con queste cifre ?” è un medico che parla e mi racconta.
“Ho redatto una lettera di dimissione perfetta, a “regola d’arte”, con tutti i crismi, i consigli e le precisazioni giuste… Mi sono accorta che nessuno l’ha letta e valutata … Una soddisfazione del c… … E poi mi vengono a dire e parlare ? … Poco importa se ci tieni a far bene e vuoi dare tanto …Tanti sacrifici e dedizioni vengono puntualmente ignorati e dimenticati … e se recrimini, esiste una lunga fila in attesa, disponibile a prendere il tuo posto subito anche senza far tanti discorsi inutili … Quindi ? … Mi sento solo un numero, una pedina … Tutto si sussegue in fretta, senza tempo, senza domande e risposte … Ne vale ancora la pena ?” si confida una collega un po’ sfiduciata.
 
Incasso un altro pesante punto di domanda da deporre insieme al mazzo ingombrante degli altri.
Poco distante, una vecchietta smilza e arzilla ripete esagitata.
“Mi son già lavata ! … Ti dico che mi son già lavata ! … Sono io qui che comando, insomma !”
E’ solo un “soldo di cacio”, ma picchia furiosamente entrambi i pugnetti sul lavandino del bagno, lasciando la giovane badante inchiodata al muro, esterrefatta e sorpresa dalla reazione della nonnina tutt’altro che placida, determinata a tenere tutto e tutti in pugno. Fino a dove vorrà arrivare, da che parte stare ? Come comportarsi ?
In ospedale incrocio da anni tante vite appese a un filo … Tanti punti di domanda infilati sotto alle coperte di un letto. Certi corpi, certe teste e certe pance sono antri enigmatici in cui si sta deteriorando di tutto … Certe identità e personalità le vedi spremersi e consumarsi al ritmo dello scandire dei giorni del calendario.
Dopo tanti anni di “corsia” esiste tutta una serie di punti di domanda che mi porto dietro e indosso ogni mattina come un abito.
“Quando guarirò del tutto ? Ho tanto da vivere fuori di qua ! … Ho tante cose da fare … Ho da lavorare, la famiglia … Non posso accettare di vedermi rallentare e di non essere quel che sono … Quando tornerò ad essere quello che ero?”
 
Magari fosse così … Non ha capito che ha già perso un pezzo del suo mondo per sempre, e che non le verrà più restituito da nessuno. Perché molti pazienti non accettano d’indossare l’obbligatoria investitura della loro malattia ? Soprattutto quelle sindromi croniche, progressive, irreversibili che diventeranno letali … Quelle che giorno dopo giorno ti “fregano inavvertitamente un pezzetto di te”. Esiste sempre una refrattarietà dei pazienti di fronte a quella evidenza, una non accettazione … una conflittualità quotidiana da condividere con l’Infermiere.
Perché non c’è sempre qualcuno che dica loro come stanno veramente le cose ? Qualcuno che le informi chiaramente sulla ineludibilità di ciò a cui stanno andando incontro ? A volte con la scusa della delicatezza, e di evitare ansie e innescare pesanti reazioni si sceglie la via più comoda di lasciare gli eventi a se stessi, al non detto, all’incertezza e al dopo dentro a un “limbo” vago e indeterminato.
 
“Prima o poi lo capirà … Meglio aspettare …”
“Ma quanto ? Come ?…” 
 
Ancora tanti punti di domanda senza risposta …
“Ma non le fate far nulla ? Possibile che non riusciate a farla riprendere ? … Svegliatela e tiratela fuori da quel letto !  Datele da bere, smuovetela, svegliatela, datele da mangiare ! … Ma che riabilitatori siete ?” Ci ha detto di recente incazzatissima una familiare minacciandoci furibonda agitando una stampella in aria.
Anche i familiari e l’entourage di alcuni malati spesso ignorano e accettano scarsamente lo stato debilitato del loro parente o congiunto. Diventano inadeguati, pretendendo risultati e recuperi improbabili, spingono e insistono nel pretendere recuperi plateali e visibili, mettono in moto, vogliono risposte, riattivazioni … Tentano anche personalmente di riaccendere meccanismi che secondo loro sono solo assopiti, inceppati e come in standby … Perché accade questo ?
Il povero paziente intanto si deprime ancora di più, non gli riesce di rispondere alle domande incalzanti che gli vengono proposte, non sa ripetere le parole che pretendono da lui con insistenza come da uno scolaretto … Si soffocherà incapace d’ingurgitare quanto ostinatamente gli propinano, cadrà a terra“spaccandosi” menomato da deficit neurologici che reversibili talvolta non sono. Attese inadeguate, spropositate … Guarigioni e ritorni allo “status ante quo” improponibili e improbabili. Perchè ? … Sempre perché …
“A fine turno di lavoro lo zaino dei perché è spesso colmo … Che dovrò farmene di tutti questi punti di domanda ?”
 
“Niente. Li lasci lì … Anzi, li metterai da parte perché c’è da lavorare e non c’è tempo da perdere e sciupare … E’ inutile sprecare energie rimanendo a interrogarsi … Non si mangia con i “perché” …”
 
E’ difficile però accettare di togliersi lo zainetto dei preziosi punti di domanda con cui ho quasi imparato a convivere. Sento improponibile l’abbandonarlo in un angolo carico di tutte quelle storie e di quei “perché” … E intanto fuori nevica … che mi accadrà di nuovo a Venezia ?
Un altro punto di domanda …
feb 7, 2015 - Senza categoria    No Comments

“LEGGERE …”

leggere

Giorni fa una mia conoscente mi diceva: “Ho un’amica che va continuamente in giro a presentare e promuovere un suo libro … E’ attivissima nell’inventarsi e farsi pubblicità … Non potresti anche tu provare a … Ne varrebbe la pena …”
“E’ questione di punti di vista e del proprio “sentire” … A me interessa altro … A me piace: “esserci”, riuscire a stare dentro alla grande “arca delle cose scritte e dette” … Non importa come, quanto, per chi e guadagnando che cosa … è una strategia, una prospettiva e una soddisfazione diversa … Niente corse quindi a raccattare lettori e clienti … Niente firme e presentazioni in librerie, biblioteche e dintorni … Dal mio punto di vista sono cose inutili… Mi basta così …”
“Ma venderai poco in questo modo … Uno che scrive lo farà per essere letto, e quindi vendere … e per guadagnar qualcosa …”
“E’ proprio questo il punto. Ti sembrerà paradossale il discorso, ma non è così … Non fa per me … Diversi anni fa mi sono trattenuto a lungo … per anni … dentro a una grande biblioteca del 1700. Un’arca del Sapere con diverse decine di migliaia di libri … una miniera di sapere, letterature, e di antica e nuova Sapienza … Era sempre per me una sensazione speciale ritrovarmi dentro a quella bomboniera di carta e tomi. C’erano stipate negli scaffali opere bellissime e di pregio accanto a collane intere appartenenti a persone che avevano scritto per una vita intera, perfino centinaia di opere grosse così … Una miniera impressionante … A volte nel silenzio intenso sentivo come incombere tutta quella presenza, quelle cose riferite, raccontate e spiegate, imprigionate e dipinte sulla carta … Era uno spettacolo quotidiano, mi sembrava quasi che tutto quel mondo respirasse … Poi un giorno frugando a destra e a manca ho trovato in un angoletto un libro … uno dei tanti. Era un libro intonso, stampato a Venezia, di un autore sconosciuto, di tiratura limitatissima: 123 copie in tutto. Accanto a quella copia ce n’erano altre due, intonse anche loro. Significava che quei libri nessuno li aveva mai aperti e tantomeno letti.
Però c’erano … facevano parte di quel mondo, di quell’arca di conoscenza e cose pensate e scritte. E’ nato da lì un mio desiderio d’esserci, di farne parte … di riuscire a diventare partecipe di quella foresta di carta e pensieri.
Non importa se i tarli banchetteranno allegramente con quello che hai scritto, se muffa, umido, polvere e salsedine faranno da sovracopertina a quando hai chiuso lì dentro. Poco importa anche se nessuno andrà nell’indice a scartabellare cercando proprio di te e dei tuoi titoli … Sarà invece importante guardare tranquillamente quella serie rilegata e pomposa che starà lì davanti, quei volumazzi pesanti da spostare a due braccia e con la copertina di legno … Così come sarà piacevole ritrovarsi poco distante da quella serie di volumi su cui qualcuno rimarrà a lungo s “spaccarsi la testa e scervellarsi” … Esserci … esserne parte … questo è stato il mio pensiero … che nel tempo mi è rimasto incastrato dentro. Esserci … non importa come, quanto, per chi e a che prezzo … ma entrare in quella combriccola di pensate e di vibrazioni della mente.
Quando non ci saremo più … e di noi rimarrà solo quel mucchietto di polvere disperso in laguna, o forse neanche quello … sarà confortante ricordare, dovunque sarò, che un pezzettino infimo di me sarà rimasto chiuso dentro a quelle pagine e in quella grande nave carica di libri che continuerà ancora a galleggiare nella laguna di Venezia.
Più soddisfazione di così ?”
“Posso quindi anche non comprarlo e non leggerlo il tuo libro ?”
“Sì e no … Se proverai a leggerlo … oltre a compiere un atto eroico, in qualche modo anche tu sarai coinvolta in quella specie di viaggio dentro alla grande nave delle parole e dei pensieri … Leggere è appropriarsi e condividere un’idea, farne parte, assommarla a se stessi e a quel che si è … diventare un tutt’uno con essa … E’ arricchente, dilata quel che siamo e sappiamo …Leggere un libro è spartirlo con colui che l’ha scritto, diventarne a tua volta parte e scrittore, perché rimbomba dentro a te stesso … Leggere ci fa diventare più “grandi”, e forse farà diminuire un poco la nostra certezza di non sapere niente …”

Pagine:1234567...22»