mag 29, 2016 - opinioni    No Comments

Mozziconi di domenica …

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MOZZICONI DI DOMENICA …
 
Sta finendo la giornata, tendo l’orecchio. Flussi, controflussi … Canali umanitari, rotte e percorsi aperti o chiusi … Accampamenti precari, fatti di niente, spostati, spazzati via dal buldozer … e il mare… il gran bel mare Mediterraneo culla di tante Civiltà meravigliose … ma anche immensa bara, una gola vorace capace d’inghiottire e maciullare tanti … troppi, a centinaia.
Osservo stupito bimbi ignari dell’immane travaglio che stanno vivendo sorridere ancora nonostante tutto … Giovani donne, belle donne, provate dall’accaduto: picchiate, sprangate, stuprate, terrorizzate … Certi occhi spalancati non si riesce a descriverli, così come non è dicibile il dramma che sta accadendo fra le onde che s’accavallano e arraffano e inghiottono ciò che portano su quei gusci fragili che si capovolgono e affondano.
E’ una delle grida strombazzate anche oggi, diventate solite sui media inducendo di volta in volta sconcerto, pietà, emozione, rabbia e soprattutto impotenza … E non è tutto … C’è da aggiungere l’ancora onnipresente dramma del lavoro, l’ISIS, e tutto il corollario delle cronache buie quotidiane … Guardo, penso, rifletto, subisco, scuoto la testa … Cerco una notizia positiva, ogni tanto esulto o mi lascio prendere da un’emozione o da una flebile speranza.
Anche oggi si è ripetuto il solito menù delle giornate, il così detto quotidiano, quello che sembra niente, ciò che sembra non fare per nulla Storia. E dentro a questo quotidiano che a volte appare ovvio, preconfezionato e scontato, c’è anche il mio e il tuo, quello personale, quello che porta il mio e il tuo nome e cognome e si riassume nel nostro singolo volto.
Le donne corrono, corrono sempre … le vedi correre ovunque e a tutte le ore … Ma dove vanno ? Perché lo fanno ?
“Perché fa bene !” mi rispondono di solito. Infatti … stamattina sono lì che corrono … E’ domenica presto … e loro corrono … corrono, anche se è domenica.
Corrono davanti agli Agenti Penitenziari che attendono come sempre appollaiati nell’imbarcadero l’arrivo del vaporetto. Nel frattempo osservano le donne correre, se le mangiano con gli occhi … sorridono, fanno apprezzamenti, commentano. Per le Guardie non è mai domenica, non è mai festa … ci devono essere sempre. Soprattutto uno, lo vedo ormai da molti anni … è sempre uguale, sempre lo stesso, pancione raddoppiato in più.
“Ma quale pena e pena ?” quasi urla sbracciandosi in aria,“Bisognerebbe mandarle tutte per le strade a raccogliere la spazzatura … Non farle stare lì dentro a fingersi designer e stiliste d’arte e di moda … Ma dove ? … E noi lì a braccarle, osservarle, custodirle … Ma dove ? … Ma perché ?”
E’ lui … sempre lo stesso, anche nei discorsi … Sempre gli stessi: sempre incazzosi, ogni mattina, sempre in attesa del vaporetto. E sono trascorsi almeno vent’anni … Solo il pancione è raddoppiato.
Venezia è sfatta, sempre di più … Pattume ovunque, bidoni, bottiglie, bicchieri abbandonati … Si è appena conclusa l’ennesima evasione ormai obbligatoria del sabato sera, la movida importata “di noialtri”, l’esilarante libertà notturna condivisa … e l’automobile nell’angolo ha un finestrino sfondato.
Ieri sera osservavo i soldati in divisa mimetica inseguire correndo armati di mitra i venditori ambulanti di Rose in bocca di Piazza San Marco … Anacronistico: quelli facevano il giro dell’isolato e riprendevano a spacciare i loro mazzi variopinti dallo stesso posto dove s‘erano appena interrotti … Solo a uno, povero e mogio mogio, hanno spezzato le rose buttandole in cestino … Venezia trabocca d’iniziative, di Arte e Cultura … Attraverso la mostra appena inaugurata dentro al Museo Correr: siamo solo in due … Noi e i custodi.
Scricchiolano i pavimenti, e rimbombano i grandi spazi disertati … “Un trionfo !” commentava il barista del Museo, “Queste aperture serali dei Musei e della cultura sono davvero un successo: non c’è nessuno … Speriamo non sia sempre così …”
 
Venezia di fuori gongolava ugualmente … Le grandi navi l’hanno abbordata ancora una volta e i loro crocieristi la stanno prendono d’assalto … alla loro maniera.
“Per fortuna Venezia non parla …” commenta un Veneziano,“Altrimenti ci manderebbe tutti a quel paese e …”
I rampicanti sono protesi e strisciano sull’asfalto, invadono la carreggiata provando a colonizzarla e attraversarla. Passa un’automobile: li asfalta, li trancia, li spalma e li strappa.  Stavolta l’evoluzione di qui non passerà.
I parcheggi di solito intasati stamattina erano quasi deserti del tutto … C’era nell’angolo la solita automobile coperta dal telone sdrucito col kajak legato sopra … Anche la signora che ogni mattina stende energica la biancheria sulla corda cigolante, oggi non c’è: la sua finestra era chiusa, sbarrata … Per forza ! Oggi è domenica.
Gabbiani, Merli, Colombi e Passeri fanno da padroni ciangottando e pigolando ovunque avanti e indietro in cerca di qualcosa … Caccio via e allontano una zanzara fastidiosa. Sono arrivate anche loro a completare la scena e rovinare la festa.
Intanto il sole si è fatto strada fra stracci di nubi affacciandosi rosso e afoso … Una campana ha dondolato e penzolato dentro al suo campaniletto, e finalmente dopo un po’ si è decisa a picchiare il primo rintocco di una lunga serie. Ecco fatto … con quello scampanio che aleggiava sopra i tetti della città lagunare è iniziato il rito della domenica e del dì di festa.
Ma quale festa ? Festa di che ?
Non importa interrogarsi tanto … Oggi c’è da lavorare.
Ascolto il silenzio festivo … Pochi automobilisti sfrecciano liberi di sfrecciare … Il resto della città sembra paralizzata, ma solo sembra … In realtà è in attesa, in standby ancora per un poco, fra poco inizierà ad agitarsi e pavoneggiarsi come ogni santo giorno dell’intero calendario.
Ha rombato una moto che pareva avvicinarsi uscendo dall’infinito … Mi è sfrecciata davanti ed è corsa via perdendosi nell’infinito dalla parte opposta.
Una badante pettoruta e in infradito e bermuda s’è affrettata corricchiando verso il suo “posto di combattimento” in ospedale … Ha riconosciuto un uomo in lontananza: lo ha chiamato e salutato con grandi gesti. Lui s’è avvicinato rubicondo col pancione al vento che gli scappava fuori dalla camicia troppo stretta. Gote accese, rubizze, sandaletti e andatura festinante, ha sorriso cordiale alla donna raccontandole di se sbandierando in aria il giornale “rosa del calcio” arrotolato“Se tutto va bene arrivano a darmi per servirli tutti fra una cosa e l’altra anche cento euro al giorno … Non è male dai … E’ una vecchia casa con sei vecchi dentro bisognosi di tutto … Dormo nel garage è vero … Non ho niente, se non la lavatrice in un angolo. Quando è sera stendo la branda e dormo subito come un sasso, non mi sveglia più niente …Ma sono contento lo stesso.”
 
Qualche Veneziano se ne stava in attesa sul Piazzale con lo zaino in spalla e la camicia di flanella a scacchi anelando a mondi alpini ancora lontanissimi … Ieri uno degli ultimi librai rimasti a Venezia mi ha detto sconsolato: “Non ci sono più i Veneziani … Si è avverata la profezia del Sindaco Cacciari … se ne sono andati tutti … Sono rimasti solo i pochi delle estreme periferie di Castello, Baia del Re, Santa Marta e Sacca Fisola-Giudecca … Tutti gli altri: via ! … Andati … La città è rimasta in mano ai turisti e si è trasformata in Paese dei Balocchi … Che tristezza ! Non vedo l’ora che arrivi sera e di prendere l’automobile e scappare via … Non riconosco più la mia città di un tempo … Non sembra neanche più lei.”
 
Forse ha ragione … ma cambio pensieri.
Quelli esposti in fila e in fotografia nella vetrina delle Onoranze mi ridono in faccia mentre passo loro dinanzi … Anche loro non sembrano gli stessi che ho conosciuto in ospedale … Sembrano altri, più giovani e pimpanti … Corsi e ricorsi storici: tutto s’assomiglia … ma non è più lui e lo stesso.
Un cuculo invisibile canta e ripete mille volte la sua nenia noioso … “Ma non ha altro da dire ?”
Sono entrato nell’ospedale senza tempo … Lì dentro in realtà non esistono festa e ferialità … Lì si continua a macinare inesorabilmente il poco che resta dei giorni.
E’ passato un frullo di vento che ha fatto frullare via anche i pensieri … Si è spento un motore nel parcheggio, hanno tintinnato delle chiavi, mentre si è alzato cigolando seccamente il rotolante di una finestra di fronte all’ospedale. S’è affacciata una signora spiritata e con i capelli per aria … Ha osservato il cielo a destra e a sinistra saturo di stridii di rondini, poi è rimasta immobile a guardare il niente … sognando e pensando chissà che cosa.
Ogni volta l’ascensore traballa e scricchiola salendo … Il caffè della macchinetta è acquoso più del solito … Lo spogliatoio è deserto e tutto a mia disposizione … La scena urbana di fuori è punteggiata di Verde … Gli alberi in lontananza dondolano e le foglie fibrillano nel vento … Ciascuna Pianta ha un nome, è diversa dalle altre … è unica come noi, possiede una storia, una sua specifica esistenza. Ma a noi questo non importa affatto … Ogni tanto provo a sfiorarne qualcuna cercando un contatto, uno scambio fantasioso che probabilmente non esiste. Chi se ne frega delle Piante … la vita è un’altra cosa … O forse no ? … è un tutt’uno anche con loro ?
Le nuvole si accentuano, s’accotonano, s’inviluppano e sovrappongono, s’infittiscono … Ho infilato la divisa e indossato gli zoccoli azzurri … Era ormai tempo di riprendere a lavorare … Ho sbirciato l’orologio: incazzatissime le lancette continuavano a scandire seccamente le ore, i minuti, i secondi … procedevano come sempre impavide sul quadrante marciando come soldatini che vanno a una battaglia che però non c’è, né ci sarà … Un Colombo intanto gutturava e tubava monotono accovacciato sulle uova del nido posto giusto sotto al tetto accanto alla grondaia e a cavallo degli appuntiti spilli anti-piccione.
Sono inciampato sulle scale e ho quasi fatto un volo di tre metri per salutare un collega di passaggio.
“Tutto a posto ?” mi ha chiesto sporgendosi dal piano di sopra.
“Tutto a posto … Grazie … Brutta cosa diventare vecchi … S’inizia a perdere le misure dei passi e anche i riflessi.”
 
Un piccolo Ragno quasi invisibile si è calato velocemente giù dal soffitto seguendo un filo lungo più di tre metri sospeso nel nulla … Ha ondeggiato a lungo sincrono col vento. Dove stava andando anche lui ? … di domenica.
mag 29, 2016 - opinioni    No Comments

E oggi è ancora Domenica …

Joseph Bail

Domenica … Chi va e chi viene … chi lavora e chi riposa … Sole o pioggia … Fretta o dolce far niente … mentre tutto quel che siamo continua a “girare” abbarbicato al nostro Pianeta che gira imperterrito seguendo le sue regole magiche quanto nascoste … come sempre … Come formichine industriose c’incrociamo, ci sorridiamo, c’ignoriamo, ci combattiamo o amiamo … entusiasti d’essere quel che siamo e sappiamo, e andando e procedendo col nostro preziosissimo vivere verso … Dove ?

**** il dipinto è di Joseph Bail.

mag 28, 2016 - storia arte cultura    No Comments

SAN LODOVICO E BASILIO DEI VECI … E IL PRETE PRESE ANCHE LE BOTTE.

 san lodovico e basilio dei veci

In questi giorni sto riordinando le prime cento: “Una curiosità veneziana per volta” in vista di pubblicarle tutte insieme raccolte in un paio di volumi. Ripassandole in rivista una per una, oggi mi è tornata fra le mani una delle tante che mi ha coinvolto personalmente con le sue vicende. Il ricordo mi ha fatto sorridere e insieme mi ha indotto un senso di mestizia circa certe Storie della nostra Venezia. Mi piace perciò riproporvelo e condividerlo.
 
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SAN LODOVICO DEI VECCI … E IL PRETE HA PRESO ANCHE LE BOTTE

Stavolta vi racconto di un posto che difficilmente riuscirete non solo a visitare ma forse anche a trovare. Si tratta di un angolo microscopico di Venezia, quasi invisibile mi verrebbe da dire, ma che possiede una sua microstoria curiosa il cui ultimo atto mi ha sfiorato proprio da vicino … quasi come un pugno tirato a vuoto.
Il piccolissimo Oratorio di San Lodovico in Calle e Corte dei Vecchi è quasi impossibile da individuare, e sorge vicino a San Sebastiano nel Sestiere di Dorsoduro in fondo a destra della Corte e Calle a fondo cieco dei Vecchi. Un posto quindi dove devi andarci a posta, perché passando di là non si va da nessuna parte.
Tutto iniziò il 03 maggio 1569, ossia tre anni prima della morte del Nobile Procuratore di San Marco Ludovico Priuli figlio del Doge Girolamo. Come si usava all’epoca, costui legò per testamento una buona somma di denaro per edificare in Venezia l’ennesimo Ospissio-Hospedaètto costituito da almeno dodici camere, simbolicamente corrispondenti al numero degli Apostoli, con cui garantire il ricovero ad altrettanti vecchi Veneziani poveri: “…avvertendo de metter persone di bona vita, et senza fiòi ne mugièr, ma che siano Veneziani, over suditi della Serenissima perché in modo alcuno non vògio che siano dati … a persone di paese alieno, abenchè fossero stati anni trenta e più in Venezia.”
Il Priuli stese anche un apposito regolamento specificando quale sarebbe dovuto essere l’atteggiamento di costumi e vita che dovevano condurre gli ospiti dell’Ospizio, e in aggiunta al lascito garantì a ciascun ospite un’elemosina annuale di dodici ducati associata a un’equa fornitura di legna per scaldarsi e farina per cucinare.
Curiosa era una postilla testamentaria sottolineata dal Priuli. Cioè che: il piccolo complesso caritatevole dell’Ospissio affidato alla protezione della Procuratia di San Marco de Ultra, mai sarebbe dovuto passare in gestione e tantomeno in proprietà di enti Religiosi, ma doveva essere mantenuto “in perpetuum” dalla gestione laica di un Priore della famiglia Priuli.
Questo infatti avvenne puntualmente fino a quando si estinse il Casato dei Priuli: il più anziano della Nobile Famiglia Priuli fece daPriore e Amministratore dell’Ospizio di San Lodovico fino al 1903 !!!… per quattro lunghissimi secoli.
Tuttavia, non definendosi affatto il Priuli: “pagàn e senza Dio” volle che accanto all’Ospizietto venisse edificato anche un piccoloOratorio dedicato a San Lodovico di Tolosa, ossia il suo Santo patronimico, e anche una caxetta destinata ad ospitare il Cappellano della comunità obbligato a celebrare la Messa e le Sacre Funzioni festive per gli ospiti e a presiedere: “quotidie”, ossia ogni sera alla recita del Santo Rosario … il tutto per 14 lire al mese più l’utilizzo della caxetta.
Dopo la morte del Priuli si provvide immediatamente alla realizzazione del piccolo complesso che fu essenziale, per non dire poverissima: due piccoli corpi edilizi divisi da un altrettanto piccola corte cieca e promiscua, e il gioco fu fatto. Da una parte l’ala rivolta a sud che comprendeva l’Oratorietto in cui Jacopo Palma il Giovanerappresentò sull’unico altare: “San Ludovico di Tolone e San Marco”, e l’alloggio del Cappellano a piano terra e primo piano; dalla parte opposta rivolta a nord nella calle denominata: Calle dei Vecchi: quattro alloggi per piano e due piccole corti laterali per ospitare i vecchi come voluto dal benefattore e fondatore Priuli.
La Storia di Venezia di solito sempre ridondante e ricca di contenuti e storie, è, invece, avarissima di notizie circa quel piccolissimo Ospizio. Si sa soltanto che come tutti gli enti d’assistenza e carità di Venezia, caduta la Repubblica l’Ospissio venne incorporato nella famosaCongregazione di Carità, anche se i Priuli continuarono a gestirlo e soprattutto finanziarlo indirettamente secondo quanto previsto dalla volontà del fondatore.
Unica nota: in ricordo dell’antica chiesa confinante della Contrada di San Basegio, rasa al suolo all’inizio del 1800 dal Signor Napoleone & C., dal 1810 all’Oratorio, i cui ospiti continuavano a percepire ciascuno lire 4,70 mensili, si aggiunse anche il nome di San Basilio.
Quindi: Ospizio ed Oratorio dei Santi Lodovico e Basilio !
Il resto è storia di oggi. L’Ospissio dopo una sostanziale rifabbrica d’inizio 1900 divenne proprietà ECA e poi IRE, ed è stato restaurato a fondo di recente nel 1971. Alla data odierna è ancora attivo nel suo antico sito, e ospita ancora non 12, ma bensì 09 anziani maschi e vecchi in camere singole con angolo cottura e servizi igienici comuni.
Ultimo dato utile: le cronache Veneziane raccontano che il vicinoOratorio di San Ludovico, ora adibito ad ospitare saltuariamente mostre d’Arte Contemporanea, venne chiuso dopo la morte dell’ultimo Cappellano.
In verità le cose non sono andate proprio così, perché la chiusura definitiva dell’Oratorio è accaduta per un motivo diverso. Non è stato affatto chiuso perché è morto l’ultimo Cappellano, ma è accaduto piuttosto un abbandono dell’incarico, una ritirata un po’ alla maniera con cui un pugile sul ring da forfait dopo l’ennesimo round essendo finito malamente a tappeto.
Perché vi racconto questo ? … Perché l’ultimo Cappellano dell’Oratorio di San Lodovico io l’ho conosciuto direttamente e di persona quando ho vissuto quella che alcuni definiscono la mia“bizzarra esperienza” come Prete nella Parrocchia dei Carmini di Venezia distante pochi metri dall’Ospizio Priuli, che in qualche maniera rientrava nella nostra giurisdizione. Come vi dicevo, l’ultimo Cappellano dell’Ospizio Priuli non era affatto morto ma solamente arreso … Per questo, vista la modestia del posto, la scarsa significatività Religiosa moderna, e la scarsità di Preti in giro, il Cappellano non venne più sostituito, e il luogo religioso venne chiuso per sempre al pubblico dei fedeli.
E’ andata così: eravamo i soliti quattro Preti seduti a pranzo e a tavola nella Casa Canonica dei Carmini. Contrariamente a quanto si diceva sempre circa i Preti buongustai, provavamo a spartirci un misero desco con lo stesso entusiasmo che può provare un naufrago in un’isola deserta priva di tutto. La fame c’era, ma non c’era, invece, niente di buono da mangiare sul piatto, che piangeva anche lui perché non era affatto pulito. Una miseria di pranzo, insomma, un convitto quaresimale e penitenziale … Ma lasciamo perdere, perché questa è un’altra storia.
Rassegnati lo stesso a far “buon viso a cattiva sorte”, fra una chiacchiera e l’altra, mi ritrovai a dire:
“Ho scoperto per sbaglio che in fondo alla Calletta dei Vecchi esiste un piccolissimo Oratorio, un luogo coccolo, scriccioletto, ma chiuso. Che è ? Come funziona ? … Perché non mi è stato detto niente al riguardo ? … Essendo così piccolo, incorporato e mimetizzato fra le case, mi piacerebbe molto portarvi dentro i nostri ragazzini e ragazzine per meditare insieme … come se fosse una chiesetta privata di casa … una specie di soggiorno allargato, una chiesetta di famiglia … come dovrebbero essere sempre le chiese.”
“Per carità ! Non toccare questo tasto !” sussultò sulla sedia uno dei tre Preti. “Mi hai fatto passare la fame … Tu sei matto … come il solito … Vai a ficcanasare e immischiarti dove non dovresti … Ho un pessimo ricordo di quel posto.” continuò.
“Perché ? Che c’è di strano lì dentro ?” non ho potuto fare a meno di replicare.
Un altro dei Preti sorrise abbassando la testa, e si accese la sigaretta … Il secondo Prete s’impegnò a ripulirsi la bocca già pulita scomparendo dentro al tovagliolo ed estraniandosi del tutto dal racconto … Non rimase che il terzo, ossia colui che era stato coinvolto direttamente in quella storia. Perciò a malincuore iniziò a raccontarmi: “A dire il vero e a voler essere precisini, l’Oratorio si chiamerebbe: Ospissio Priuli o Ospeàl de San Lodovico dei Veci, intitolato di recente anche a San Marco e San Basilio … Te lo posso indicare con certezza io che ne sono stato l’ultimo Cappellano nominato quando venni destinato e relegato come quiescente in questa zona alla fine della mia “gloriosissima” quanto inutile carriera.”
“Pendo dalle sue labbra … e dopo ?”
“Dopo … è semplice … Ho pensato di fare quello per cui ero stato nominato. All’inizio, giunto qui, sono andato a visitare l’Ospizio e soprattutto l’Oratorio … Una miseria, un abbandono totale … C’era il peggio del peggio: macchie d’umidità sui muri, tutto polveroso e abbandonato. Non c’erano neanche gli arredi sacri … una desolazione di posto.
Però non mi sono perso d’animo … Mi sono detto: “Sono il Cappellano e farò dunque il Cappellano.” … Perciò, visto che dovevo garantire l’assistenza spirituale a quelli dell’Ospizio ho provato ad andare a trovarli e salutarli per conoscerli e coinvolgerli in quelle che dovevano essere, almeno sulla carta, le nostre comune devozioni … Non l’avessi mai fatto !
Ho bussato alla porta dell’Ospizio per mezz’ora prima che qualcuno si degnasse di aprirmi … Poi s’è affacciato uno a una finestra di sopra, e vistomi col mio vestitone nero da Prete mi ha apostrofato:
“Che vuole ? … Qui non serve niente.”
“Ma sono il nuovo Cappellano dell’Ospizio !”
“Che cosa sei ?”
“Il Cappellano.”
“E allora ? … Che vuoi da noi ?”
“Le cose del Cappellano … Vorrei conoscervi e salutarvi … Parlare del Rosario serale e delle Messe …”
“Bisogna proprio ?”
“Non è che bisogni … Si potrebbe …”
“Va bèn … Vi apro … Però non so se c’è qualcuno.”  e sentii scattare la serratura della porta.
Perciò entrai nell’andito buio … ma non mi venne incontro nessuno. C’era silenzio completo, solo in lontananza sentivo qualche passo sopra alla testa, l’acqua che scorreva dentro ai tubi nei muri, e qualche scricchiolio sui pavimenti di legno … Ma di persone niente.
Provai allora a bussare a una delle porte: niente. Provai con la seconda: ancora niente. Arrivai alla terza: “Chi è ?” rispose una voce da dentro.
“Il nuovo Cappellano … Sono don …”
“E che vuole ?”
“Volevo conoscerla e salutarla.”
“Non ho tempo adesso … Ripassi un’altra volta.” E poi silenzio di nuovo.
Quarta porta: nessuno, così la quinta e la sesta: rumori interni, passi, cose che si spostavano, una radio che suonava … ma nessuno che s’affacciasse e mi aprisse la porta. Solo alla penultima porta uscì una persona malmessa e panciuta che con fare sbrigativo mi ascoltò un attimo prima di chiudere il discorso dicendo: “A va beh ! … Avvertirò Piero.” E sparì di nuovo chiudendo la porta del suo abituro da cui usciva un profumo di cotto, sudato e stantio che non voglio neanche ricordare.”
“Piero ? … Piero … E chi era sto Piero ?”
“E che ne so di chi fosse questo Piero ? … Me ne uscii perciò un po’ avvilito, ma non arreso. Il giorno dopo sono tornato all’Oratorio è ho tirato la campanella del campaniletto microscopico. Mi è quasi venuto in testa un finimondo fra intonaci, sporco e escrementi di colombi e gabbiani: una schifezza, avevo tutta la tonaca imbiancata. Comunque feci la mia scampanata, accesi un paio di moccoli sull’altare e l’unica lampadina pendula, e mi predisposi a iniziare a pregare. La mattina stessa m’ero interessato a far eseguire una bella pulizia a fondo a tutti gli ambienti che sembravano disertati da chissà quanto … Ho messo all’opera l’intera squadra delle “Babbe fedelissime” della Parrocchia, e a mezzogiorno il posto sembrava un bijoux infiocchettato, quasi rinato.
All’inizio non accadde niente … e non si presentò nessuno, perciò mi rassegnai a recitare da solo il Rosario pomeridiano sottovoce … “Boh ? … Chissà se verrà qualcuno ?” mi sono detto.
Poi dopo una buona mezzoretta si è spalancata la porta e si è presentato lo stesso col pancione del giorno prima. Unica differenza: aveva addosso una maglietta rossa sbiadita medagliata di macchie e di unto come un reduce di guerra, e ai piedi un paio di zoccoli consunti che avevano visto di certo tempi migliori. Il pantalone, viceversa, era larghissimo, un due posti occupatissimo, ma altrettanto decorato e arioso … Una macchietta di persona, oltre che di abbigliamento!
“Ve serve un zaghetto per le oraziòn, Sjor Prete ?”
“E’ venuto a pregare un poco in compagnia ?” gli ho risposto cortesemente.
“Ma neanche per sogno … Sono Comunista sfegatato fin alla nascita … Non so neanche il Padre Nostro e l’Ave Maria … Figurarsi se sono interessato a queste cose … Non fanno per me … Però … Se mi da qualcosa potrei anche aiutarla in queste sue mansioni.”
“Come qualcosa ?”
“Ha capito giusto … Se mi fa un’offerta vengo a farle compagnia e a recitare le preghiere qui dentro insieme a lei.”
“Ma guarda questo !”
“Ma dai ! Che vuole che sia … Un’elemosina … Non dovete aiutare i poveri e i bisognosi voi Preti ?”
“Sì è vero … Però … pensavo che in questa circostanza …”
“E allora ci sta o no ? … Altrimenti ho altro da fare che rimanere qui ad ascoltarla per niente.”
Pensai: Uno meglio che nessuno … Perciò gli risposi di sì: “Vada per l’elemosina e le preghiere a pagamento.”
E i primi giorni tutto andò bene … Suonavo la campanella … Cominciavo … e dopo un po’ arrivava lui.  Sentivo il suo passo pesante avvicinarsi zoccolando nella calle, poi scricchiolava e cigolava la porticina, e entrava lui … Anche se fuori pioveva non mancava mai.
“Però !” pensai … “Fa proprio sul serio !”
Così andammo avanti per qualche giorno: ogni volta quello entrava, mi si sedeva dietro su una panca, e inevitabilmente dopo un po’ iniziava a russare. Solo quando mi sentiva alzarmi alla fine del Rosario, si avvicinava, e facendomi una mezza riverenza mi tendeva la mano … Per stringere la mia e salutarmi, pensai la prima volta. No. La stendeva aspettandosi che gli mettessi sopra l’elemosina pattuita.
E così accadde … Finchè un bel giorno non si presentò più nessuno … “Sarà impegnato o indisposto.” pensai.
Il giorno dopo, nessuno ancora … Stavo quasi per andarmene via, quando si aprì la porta di botto, ed entrò: Piero. Almeno così disse di chiamarsi. Il famoso Piero era un omone maiuscolo, brusco quanto manesco … che venne difilato fin davanti al mio naso, e senza tanti complimenti mi ha detto: “Sono Piero … E allora sta elemosina ?”
“Ma non la conosco !” provai a dire.
“Se non mi conosci … mi conoscerai … Damme un po’ di soldi …. O ti pesto come un tamburo.”
“Ma sono un Prete … Non hai rispetto per la veste ?”
Come risposta mi arrivò uno sganassone in faccia che me lo ricordo ancora oggi: Patapàn ! Una sbrèga a mano aperta che mi ha fatto rintronare tutta la testa.”
“Ti ha picchiato ?”
“Esatto ! … Patatitìn e patatòn ! … El me ghà petufà do volte de seguito … perché un attimo dopo mi ha detto: “E allora ? Arrivano sti schèi si o no ? … Ti me da qualcosa … o te devo copàr de botte ?” e così dicendo me ne tirato un altro con la man roversa e poi mi ha preso per gli stracci e mi ha sbattacchiato su per il muro come si fa con un tappeto da spolverare. Mi sono sentito perso. Perciò ho messo mano al portafogli e gli ho dato quel poco che avevo.
“Così poco ? … Domani torno.” mi ha detto uscendo e sbattendo la porta che pareva volersela portare dietro.
“Domani non tornerò io.” ho detto a me stesso lasciandomi afflosciare e cadere sui rivestimenti di legno del muro come se fossi un sacco vuoto lasciato in piedi. Avevo indosso i sudori della morte … E ho continuato a ripetere inebetito non so per quanto: “El me gha copà de botte … El me gha copà de botte! … come l’altro.”
“Copà de botte ?”
“Insomma … El me gha dà do bei stramusòni … El me gha spintonà e quasi buttà per terra.”
“Immagino che l’avrà subito denunciato sto Piero?”
“Macchè ! … Innanzitutto perché non era affatto Piero … Il vero Piero era un vecchio malandato e bigotto all’inverosimile … Il classico basabànchi superdevoto … Ma in quei giorni il vero Piero era chiuso in casa e a letto con una brutta influenza … L’altro che pagavo non l’ho più visto … e il finto Piero non ho la minima idea da dove sia sbucato fuori … di certo non apparteneva agli ospiti dell’Ospizio.”
“Che strazio de storia ! … Io sarei andato dritto dai Carabinieri.”
“Sì ? Ma a denunciare chi ? … No …  Quell’uomo el me ghà fatto peccà … (mi ha fatto pena) … Era di certo un pover’homo pien de dispiaceri … Un violento alterato … Forse un delinquente pericoloso incorreggibile e da lasciar perdere … Però l’ho fatto anche per un altro motivo.”
“E sarebbe ?”
“Quel giorno sono rimasto a ripetere a lungo: El me gha copà de botte! … come l’altro … Come l’altro. Infatti, m’è venuto in mente un episodio che ho letto nelle memorie dell’Oratorio … Prima di me era già capitata la stessa cosa in precedenza a Prè Dario Bonviso, Cappellano dell’Ospizio, che venne anche lui malmenato da un ospite prepotente e ubriaco dell’Ospizio Priuli … anche lui durante la Messa … anche lui senza motivo … e anche lui senza presentare denuncia … Sai come ha commentato quella sua avventura: “Vorrà dire che in questo modo farò penitenza dei miei peccati.” Ho pensato perciò la stessa cosa … Ma ti dirò di più … Neanche quello è stato l’unico pestato dell’Oratorio … Sembra che prima di lui sia accaduta la stessa cosa a un altro e a un altro ancora … Perciò stai attento: è destino dei Cappellani dell’Ospizio Priuli d’essere malmenati … Il prossimo potresti essere tu se andrai a mettere il piede lì dentro. Hai capito adesso come è andata la storia ?”
Secondo voi ci sarò andato nell’Oratorio di fronte all’Ospizio portandomi dietro le ragazzine e i ragazzini della mia Parrocchia dei Carmini ?
***
______Questo scritto è stato postato su Internet come: “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 88, e pubblicato su Google nel febbraio 2016.
mag 27, 2016 - Senza categoria    No Comments

Imparare a leggere e scrivere …

sera

Non avrei mai pensato che scrivere e aver a che fare con i libri prendesse così tanto fino a rapirti e portarti via. C’è stato perfino un tempo in cui credevo che un libro fosse solo un accessorio più o meno utile … un compagno di viaggio tappabuchi per ingannare il tempo. Poi ho scoperto, invece, che un buon libro è una strada da percorrere, e come qualsiasi viottolo o sentiero o importante strada maestra può portarti ovunque spalancandoti mondi lontanissimi, impensabili, impossibili e in ogni caso tutti da scoprire e da raggiungere. Sono giunto alla conclusione che anche leggere ti cambia e migliora e spalanca la vita … Scrivere poi è un’avventura che ti fa non solo stare meglio, ma anche entrare in una dimensione diversa … Oggi non saprei concepire il mio vivere senza il leggere e scrivere … So bene che non è tutto … però mi fa sentire ricco … ma non di soldi e possibilità, ma di consapevolezza … Il che non guasta affatto.

mag 24, 2016 - storia arte cultura    No Comments

I NOBILI GIRARDI, UN PATRIARCA AVVELENATO (?), LA NAVE GIRARDA E SAN SABA DEGLI STIORERI … A VENEZIA, OVVIAMENTE !

stioreri san saba

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 107.
 
I NOBILI GIRARDI, UN PATRIARCA AVVELENATO (?), LA NAVE GIRARDA E SAN SABA DEGLI STIORERI … A VENEZIA, OVVIAMENTE !
 
Cominciamo con la Nave Girarda … Anzi, da una cosa stranissima che accadde prima che la nave fosse acquistata dai Nobili Veneziani Girardi.
Accadde a Venezia che una sera di vigilia festiva, fra venerdì e sabato 28 maggio 1594, successe a Rialto un gran clamore in una locanda tanto da mandare a chiamare i Birri della Serenissima perché dopo un’intera notte di confusione, grida, minacce e botte, un uomo forestiero era caduto giù … o forse buttato da una finestra ed era rimasto morto sulla pubblica strada.
Questi furono i fatti che dovettero costatare senza grandi indizi e testimoni il Capitano della Ronda Girolamo VenierAndrea Breani Coadiutore dei Signori di Notte, e il barbiere di Piazza San Marco di nome Lorenzo precettato dai militari perché autorevolmente costatasse il decesso dello sconosciuto. La Locanda interessata dai fatti fu l’Osteria all’Insegna dell’Aquila Nera in Contrada di San Bartolomeoproprio quasi ai piedi del Ponte di Rialto e a due passi dalFondaco dei Tedeschi. Dal resoconto dell’Oste, il gruppo dei quattro Marinai foresti aveva mangiato fino a tarda sera e s’era ubriacato alla grande prima di salire di sopra in una stanza a due letti per dormire, quando in realtà chiusa la porta scatenarono un finimondo di discussioni, parole oscene, maledizioni e offese che sfociarono in rissa, pugni e botte con lo sfasciamento completo di tutto l’arredo della stanza.
Tutti gli ospiti s’erano ampiamente lamentati di quella gran confusione, e le voci erano giunte fino in Piazza San Marco dove la gente gridava: “ I se mazza a San Bortolo ! … e ghe xe uno sa morto.” … e quando il Capitano giunse sul posto la gente in strada gli gridò: “Andè su Capitano ! che i se mazza …Tutta questa notte i se dà !”
 
Ovviamente i Birri salirono di sopra nella Locanda, e dopo un ulteriore parapiglia con molteplici tentativi di fuga da parte dei Marinai che sfondarono porte, fracassarono sedie, letti, brocche e boccali da notte provando a scappare dappertutto, i gendarmi riuscirono finalmente a portarli tutti in Prigione dove rimasero fino al lunedì seguente quando dovettero presentarsi davanti all’Avogador da Comun Corner per ricostruire i fatti e pagarne le conseguenze.
Il fatto della rissa vicino a Rialto in se non era granchè di speciale, perché in quello stesso sabato si registrarono a Venezia altri dodici morti, fra cui più di uno ammazzato. Nell’intero mese di maggio di quello stesso anno i morti conteggiati furono oltre 300, ed era normalità che non meravigliava più di tanto.
Facendovela breve, i Marinai vennero a più riprese“Interrogati alla maniera Veneziana”, e indotti a confessare i dettagli dell’accaduto. Ma non ne venne fuori niente, se non il fatto sciocco che il Marinaio morto era solito tuffarsi dalla nave in acqua quand’era ubriaco, mentre quella volta prese viceversa la via della finestra aperta tuffandosi di sotto in calle. Rimase il mistero.
Quello che interessa per il nostro racconto, è che il Marinaio rimasto accoppato o ucciso era il Nocchiero della nave San Nicolò, ossia la nostra Nave Girarda.
“Una nave maledetta !” si diceva, perché era stata in precedenza anche attaccata dai Pirati. Così come non si escludeva che il movente di quell’omicidio fosse legato a“movimenti e sotterfugi loschi” legati ai traffici condotti da quella strana nave.
Poco dopo i fatti in questione, accadde, infatti, che fosse venduta e comprata dalla Compagnia commerciale di cui faceva parte il Nobile Veneziano Giovan Matteo Girardi che si preoccupò di riequipaggiarla nominando un nuovo Patròn che la conducesse, e di assumere una nuova squadra di Marinai.
La Girarda, soprannominata anche “Nave San Nicolò”, non era un elegante Galea Veneziana, ma una nave tozza, una cocca dall’alto bordo, ossia una nave tonda commerciale capace di trasportare 600 botti. Era di proprietà del Nobile Veneziano Giovan Matteo Girardi e del Mercante Fiammingo Giacomo Van Lemens residente in Contrada di San Giacomo dell’Orio, proprietario anche della Spezieria “All’insegna della Nave” a Rialto.
Il Nobile Giovan Matteo Girardi abitava in Contrada di Santa Sofia a Cannaregio, ed era armatore di navi, assicuratore, teneva un collegamento marittimo fra Venezia e Candia, gestiva affari, e commerciava in pellami, tessuti, sete, cotoni e generi alimentari insieme ad alcuni Fiamminghi residenti a Venezia, e con i Nobili Veneziani Zen, Corner e Morosini.Gestì, infatti, in tempi diversi anche altre navi, fra cui una marciliana e una galea, e nel 1594 fu anche proprietario insieme ai Correr della nave “Girarda et Correra” catturata dai Pirati a Creta nell’estate 1595.
La Girarda si trovava in partenza da Malamocco, e partì effettivamente dalla Laguna di Venezia il primo settembre del 1594, anno del suo stesso acquisto, con destinazione: Cagliari! … Una rotta insolita, lontana, secondaria, diversa dai famosi e redditizi viaggi per Aleppo di Soria (la Siria), Alessandria d’EgittoLondra, o le Fiandre. Niente aggregazione quindi alla nutritissima flotta della Muda composta dalle sontuose e ricchissime Galee di Stato della Serenissima. Niente scorta armata, o carico preziosissimo di sete, spezie, denaro, Mercadanti e soldati … La Girarda non trasportava neanchePellegrini a buon prezzo, disposti a sistemarsi alla bellemeglio sopra ai sacchi, le casse, o le balle delle merci … ma trasportava solo legname proveniente dall’entroterra Veneto, mentre al ritorno dopo la pausa invernale portò a Venezia il 30 marzo 1595 solo un grosso carico di 2.600 quartini di sale, equivalente di 550 botti, e un po’ di generi alimentari venduti inDalmazia.
Lo Scrivano imbarcato a bordo era Francesco Bonazzo che doveva descrivere nei suoi Libri di bordo: il carico, le entrate e uscite di cassa, le spese per il vitto, quelle di carico e scarico delle merci, dei gondolieri, dei dazi, dei facchini-bastazi, e come altri Marinai era persona ambigua e “trafeghìna” perché si ritrovò debitore di 784 ducati dopo un viaggio fatto con la Girarda fino a Lisbona, e fu condannato a pagarli dai Consoli dei Mercanti Nicolò Marcello e Pietro Benedetto … cosa che però probabilmente non fece mai.
Anche il Patròn Gianuli Cosadino da Milos, comandante della nave e dell’equipaggio di 40 uomini in prevalenza Italiani e Greci, non era persona molto diversa, perché si ritrovò anche lui a dover rendere conto di un’eccessiva spesa di 625 ducati di“panaticho” contestatagli durante lo stesso viaggio della Girarda fino a Lisbona in Portogallo.
La nave del nostro viaggio arrivò a Cagliari il 3 novembre dopo aver sostato per un mese intero a Siracusa, mentre al ritorno fece sosta e scalo a Lissa, in Dalmazia, a Cittanova e inIstria. In seguito compì di certo un altro viaggio raggiungendo Lisbona, mentre nel febbraio 1598 una nave diretta a Corfù di nome San Nicolò comandata dallo stesso Gianuli da Milonaufragò a Curzola. In quell’anno però la nave non apparteneva già più ai Girardi ma era stata comperata da un armatore Greco Spilioti Tapinò.
Nobili Girardi o Girardini o Gherardini furono una famiglia annoverata fra le Casate Novissime dei Patrizi di Venezia. Probabilmente originari della Romagna, o forse da Fano nelle Marche, altri dicono, invece, di Arezzo; si dice abbiano vissuto e commerciato con poco successo prima a Firenze e Verona, e poi abbiamo raggiunto Venezia e la Laguna già nel 970 facendo grande fortuna con attività commerciali e finanziarie. I Girardi risultavano già ascritti fin dal 1297 al Patriziato di Venezia ed erano membri del Maggior Consiglio della Serenissima prima della famosa Serrata, ma ne furono successivamente esclusi e poi riammessi nel settembre del 1381 con Francesco e Lorenzo Girardi insieme alle altre 30 famiglie meritevoli di Nobiltà dopo il contributo economico offerto allo Stato e per essersi distinti in battaglia durante la guerra di Chioggia.  I Girardi avevano servito l’esercito Veneziano con due famigli e 40 balestrieri imbarcati sulle navi impegnate a respingere l’assedio dei Genovesi.
In città i Girardi risiedevano in Contrada di San Barnaba, ed erano molto apprezzati dai Veneziani per il loro modo “nobile e arguto” di proporsi. Possedevano botteghe, terreni e proprietà date in affitto aVeneziaMestreCarpenedo, nell’entroterra Veneziano e aMonselice, oltre che alcune Baronie a Corfù dove i Girardi occuparono la carica di Bailo fra il 1598 e il 1599.
Nell’estate del 1527, il celebre Diarista Marin Sanudo descriveva così il Patriziato Veneziano: “… almeno 150 Patrizi occupano cariche di governo nella Terraferma ed altrettanti nei Domini da Mar … Alle riunioni solite del Senato partecipano di solito 180 su 300 membri ed il quorum è di 70 individui. Su un totale di 2700 membri Patrizi eleggibili con quorum di 600 persone, in Maggior Consiglio sono presenti in media 1.000-1.500 Consiglieri che salgono di qualche centinaio in occasioni particolari … Numerosi Patrizi si trovavano e vivono fuori città per motivi ed affari pubblici o privati … Alcuni Nobili pur essendo residenti in città non hanno mai messo piede in Palazzo Ducale, altri, almeno 46: non vi si recano da almeno 20 anni.
I patrizi appartengono a 134 clan diversi, e solo 9 gruppi familiari non hanno maschi in età da entrare nel Maggior Consiglio. Alcune Famiglie di piccole o medie dimensioni godono di posizione di prestigio perché uno dei membri glielo conferiva col successo personale commerciale o acquisendo benefici importanti … 30 clan ossia il 59% dell’intera Nobiltà sono costituiti ciascuno da oltre 30 membri … Le Case Grandi sono 19 con più di 40 individui ciascuna formando il 45% del Patriziato. La Signoria ed i 50 Consiglieri Ducali sono rappresentati delle Casate Grandi mentre i Capi dei Quaranta provengono salvo eccezioni dalle Famiglie più piccole come: Lippomano, Bon, Calbo e Grioni.
Alcuni clan comprendono fino a 17 membri ciascuno, e raramente presentano le proprie candidature per incarichi importanti. Sono i Baffo, Cocco, Civran, Da Mezzo, Manolesso, Pizzamano, Semitecolo e i Viario. Altri Nobili, invece, vengono eletti solo a cariche di Sovraintendenti al Fondaco dei Tedeschi o ad uno dei Tribunali Minori di Palazzo Ducale comparendo raramente nelle liste dei Dieci o del Collegio, sono i Briani, GIRARDI, Zancani, Nadal e Belegno … mentre altri 19 clan sono prossimi ad estinguersi avendo solo uno o due rappresentanti in età matura. Fra questi ci sono: Avonal, Balastro, Battaglia, Calergi, Celsi, Caotorta, D’Avanzago, Guoro, Lolin, Onorati, Ruzzini e Vizzamano …”
Stupenda quest’analisi della Nobiltà Veneziana dell’epoca … e nella lista come potete leggere appaiono anche i Girardi.
Non sono stati quindi dei Nobili fra i più potenti e importanti … lo erano forse di “serie B”, ma contribuirono di certo in maniera significativa con le loro attività e l’ingente patrimonio a rendere grande e pingue la ricca e gloriosa Serenissima.
Il “pezzo più pregiato” dei Girardi, l’uomo più famoso, è stato di certo Maffeo Girardi che alla fine è diventato anche Patriarca di VeneziaNato probabilmente a Venezia nel 1406, secondo dei figli maschi di Giovanni Girardi di Francesco e di Franceschina figlia di Maffeo Barbarigo.
I Girardi allacciarono tramite matrimoni rapporti stretti con diverse famiglie ricche e influenti del Patriziato Veneziano: Foscari, Barbo, Donà e Mocenigo, e incamerarono molte risorse di quelle grosse famiglie i cui rami andarono progressivamente estinguendosi tra 1500 e 1600. Altre figlie dei Girardi, invece, si monacarono: Laura nel Monastero di San Lorenzo di Castello, Prudenza e Fiorenza nel Monastero di San Jseppo di Castello, ed Elena e Cristina in quello di Santa Lucia di Cannaregio.
Il patrimonio dei Girardi accumulato col commercio era ingente, e a quello associarono numerose proprietà immobiliari in Venezia, ma anche nel PadovanoTrevigiano e Bellunese, e nel Dominio Oltre Mare soprattutto a Corfù.
Maffeo Girardi cercò di entrare in Maggior Consiglio prima dei 25 anni previsti dalla legge, si laureò a Padova in Filosofia e Teologia, e scelse la carriera ecclesiastica entrando a trentadue anni nel 1438, come Professo e Insegnante nel Monastero Camaldolese di San Michele di Murano (l’attuale isola del Cimitero di Venezia).
In quel periodo il Monastero stava vivendo una stagione fiorentissima sotto la guida dell’Abate Paolo Venier che lo guidò dal 1392 al 1448 riformando i costumi dei Monaci, ampliando gli edifici del Convento, e integrandone ampiamente il patrimonio fondiario e le rendite. Da San Michele in isola partì la Riforma che interessò e ispirò per decenni l’intero Ordine Monastico dei Camaldolesi che ne mantenne i dettami per secoli.
Dal 1448, Maffeo Girardi fu il successore per ben vent’anni dell’Abate Venier di San Michele in isola, continuò la sua opera riformistica, completò l’edificazione del chiostro, avviò la costruzione del nuovo campanile terminato nel 1456, e per testamento nominò il Monastero fra gli eredi della famiglia Girardi donando diversi legati in denaro per acquistare paramenti, libri sacri, e pietre con “chalzìna”per i bisogni della chiesa e del Convento. Pietro Dolfin fu uno dei suoi Monaci, e divenne in seguito protagonista della riforma dell’Ordine Camaldolese e Priore Generale.
Papa Niccolò V e la Curia Romana non furono affatto contenti di quella nomina ad Abate del Girardi, perché avevano in mente di nominare a San Michele un loro pupillo straniero. Perciò il Senato della Serenissima non perse tempo e il 26 maggio 1449 fece consacrare Abate il Girardi dal Delegato Apostolico Martino de Bernardinis … aggirando così le aspettative e i progetti del Papa.
“Una volta fatto l’Abate … l’Abate è fatto. Indietro non si torna …” si disse a Venezia non senza una certa soddisfazione di certo furbetta.
Nell’aprile del 1466, alla morte del Patriarca di Venezia Giovanni Barozzi, il Senato della Serenissima designò all’unanimità il Girardi come candidato alla successione e alla cura delle 69 Contrade-Parrocchie di Venezia con tutte le loro chiese, Monasteri e Isole.
Nell’agosto 1464 era diventato Papa Paolo II, ossia il VenezianoPietro Barbo, già in conflitto con Senato della Serenissima che si era opposto alla sua elezione a Vescovo di Padova quando era giàCardinale e Vescovo di Vicenza. Divenuto Papa, il Barbo “che se l’era legata al dito” nominò suo nipote Giovanni Barozzi già Vescovo di Bergamo come Patriarca di Venezia dopo la morte del Patriarca Bondumier e del successore Gregorio Correr. La Repubblica di Venezia si oppose perché voleva nominare a Patriarca un suo candidato gradito … Tira e molla, e molla e tira fra Roma e Venezia e fra Venezia e Roma … Alla fine la vinse il Papa che nominò Patriarca di Venezia suo nipote Giovanni Barozzi nel 1451, sanissimo di salute … ma già morto nel 1468 dopo essere stato assente per due anni dal suo incarico lagunare.
“Avvelenato dal Senato della Serenissima!” dissero subito a Roma … ma intanto il Senato designò immediatamente Maffeo Girardi come nuovo Patriarca a lui graditissimo. Alla fine Papa Paolo II si rassegnò all’idea … sperando di non far la fine del Barozzi, e confermò il Girardi ma solo dopo incessanti pressioni degli Ambasciatori Veneziani.
Poco dopo le relazioni fra Papa e Repubblica di Venezia divennero burrascose perché il Papa voleva espandere il proprio territorio a spese della Serenissima, non gli piaceva affatto le scelte e il modo di pensare del Senato, così come non mandava giù l’idea che Venezia imponesse a piacimento tasse e decime sugli Ecclesiastici e che scegliesse negli incarichi candidati non graditi alla Curia di Roma.
Maffeo Girardi venne consacrato Vescovo nella Cattedrale di San Pietro di Castello il 9 aprile del 1469, e per 25 anni non si allontanò mai da Venezia se non per una brevissima visita in Dalmazia alla fine della sua vita. Men che mai si recò a far visita al Papa di Roma … chissà perché ?
Col costante appoggio del Governo della Serenissima supervisionò l’elezione di tutti i Piovani di Venezia effettuate dalle Collegiate e dai Veneziani e senza lo zampino di Roma. Contrastò con forza tutti coloro che approfittavano dello Status Ecclesiastico cercando forme d’immunità, così come ostacolò tutti i Preti, Chierici, Monaci e Monache Veneziani e Foresti che cercavano tramite esenzioni, favori, privilegi e bolle papali, di sottrarsi al suo controllo e a quello della Serenissima della quale però non si mostrò mai asservito del tutto. Trattò reati e cause giudiziarie in cui erano coinvolti Preti e Religiosi o in lotta con Capitani di navi, Mercanti, Artigiani e Stampatori, riformò diversi Monasteri di Venezia, e insieme all’Arcivescovo di Spalato e alGenerale dei Francescani Zanetto da Udine introdusse l’Osservanza nel Convento di Santa Maria dei Servi inducendo i Frati riluttanti ad abbandonarlo.
Quando Sisto IV durante la guerra di Ferrara del 1481-82 decretò contro la Repubblica di Venezia censure spirituali e l’Interdetto, il Patriarca Girardi rifiutò di riceverne nel Patriarcato il Breve Papale di notifica, perciò il Senato, forte di questo, proibì la pubblicazione della comunicazione dell’Interdetto Papale sia a Venezia che in tutto il suoDominio da Terra da Mare giunse perfino a redigere un testo di protesta contro l’Interdetto si andò ad affiggere tramite un corriere (!!!) sulle porte della Basilica di San Pietro in Roma appellandosi all’istituzione di un Concilio Generale della Chiesa.
L’interdetto su Venezia venne tolto ufficialmente solo nel febbraio 1485 … il Papa ci mise un poco “a digerire” quella faccenda.
Maffeo Girardi ormai ultraottantenne e malfermo in salute venne promosso a Cardinale dei Santi Nereo ed Achilleo nel marzo 1489 daInnocenzo VIII insieme con altri sette esponenti di grandi famiglie Italiane, Spagnole e Francesi ma solo in pectore” ossia senza pubblica proclamazione ufficiale della Chiesa, perciò il Senato di Venezia dovette inviare in tutta fretta a Roma le lettere e le credenziali del Girardi perché potesse essere ammesso a votare nel Conclave dei Cardinali per eleggere un nuovo Papa.
Il Patriarca Girardi si recò a Roma quando il Papa era ancora morente, e il 4 agosto venne accolto dal Collegio dei Cardinaliguidati dal Cardinale Giovanni Battista Orsini che riconobbe come validi i suoi titoli. Poté così partecipare al Conclave scegliendo un Pontefice che fosse gradito anche alla Serenissima, e si elesse come Papa il 12 agosto: Rodrigo Borgia … ossia l’esatto contrario di quantovoleva Venezia che preferiva, invece, Giuliano Della Rovere.
Ritornando a Venezia il nostro Maffeo Girardi si ammalò di dissenteria e il 13 o 14 settembre 1492 morì a Terni … Anche qui si vociferò non poco insinuando che la morte improvvisa del Girardi durante il viaggio fosse stata causata da veleno propinatogli da due Cancellieri messigli accanto dal Senato della Serenissima poco soddisfatto e arrabbiato per il suo operato.
Povero Girardi ! … ma chissà se è vera questa diceria ?
Di certo si sa che il Senato fece trasportare a Venezia il corpo del suo Cardinale-Patriarca che venne accolto con tutti gli onori dal Doge in persona e tumulato nella Cattedrale di San Pietro di Castello.
Ma i Nobili Girardi di Venezia non furono soltanto questo: nel dicembre 1542, infatti, a proclamare in piazza a Cison una sentenza nella Contea sperduta di Valmareno, c’erano i Sindici Inquisitori:Giacomo Ghisi, Mattio Girardi e Agostino Barbarigo … Nel 1579 e 1584, Fra Stefano Girardini o Gerardino o Girardi fu Guardian Grando della Ca’Granda dei Frari Ministro Provinciale dei Francescani nel 1584 … Essere Guardiano della Ca’Granda di Venezia non era cosa tanto da poco … così come da poco non erano le investiture a Provveditori di feudi nel Veronese concesse ai Girardi.
Negli stessi anni, un altro Ramo dei Nobili Girardi abitava allaMadonna dell’Orto con i Mercanti Lorenzo e Antonio Girardi attivi da decenni sulla piazza Veneziana e Veneta. I fratelli Girardi stipularono ben 7 livelli da 550 ducati ciascuno con gente di Chiampo e Arzignano che erano loro debitori di forniture di lana greggia … eJohannes Paulus Veltronius, Chierico di 45 anni da Arezzo, che insegnava Grammatica a 21 alunni abitava proprio a casa loro insegnando ai loro figli ed a altri cittadini di Venezia: “…Alli mazzori Virgilio, hora leggo Oratio et Cicerone, Terentio. Alli più piccoli leggo l’Exercitation della Lingua Latina et le Epistole de Ovidio. I più grandi chi fano epistole, chi fano latini, i più piccoli concordantie …”
Esiste anche un altro dettaglio curioso da ricordare circa iNobili Girardi, e per spiegarlo devo partire un po’ da lontano.
Dovete sapere che una delle Reliquie più famose per la quale i Veneziani andavano fieri tanto da mostrarla a tutti i Pellegrini diretti in Terrasanta di passaggio o di ritorno a Venezia, era di certo il Corpo prestigiosissimo di San Saba conservato nella chiesa di Sant’Antonin nel Sestiere di Castello.
San Saba era stato Abate, Archimandrita capo di tutti gli Anacoreti di Palestina, Monaco di Flavianae in Cappadocia. Era quindi un “Santo grosso” in quanto era stato Eremita vivendo in grotte e capanne della Giordania e aGerusalemme nella Valle del Cedron dove fondò una Laura, ossia un’aggregazione, un villaggio Monastico di grandissimo prestigio che contava più di 150 Monaci ed era famosissima ovunque nel Bacino del Mediterraneo, e l’eco delle sue gesta percorreva l’intera Europa.  Anzi, alla fine San Saba di “Laure”ne fondò ben sette … La sua guida spirituale era stata ilMonaco Eutimio detto “il grande”, altro pezzo da novanta della spiritualità e della cultura Monastica Orientale col quale condivise la vita eremitica.
Il Monaco Saba morì vecchissimo, ultranovantenne nel 532, e fu fatto presto Santo “per meriti sul campo” e per la grande difesa che fece dei Dogmi della Fede stabiliti dal Concilio di Calcedonia.
E che dovevano fare i Veneziani di fronte a tale immane“monumento della Fede” … se non portarselo a casa ? Infatti si “presero a prestito” il Corpo di San Saba e se lo portarono a Venezia che ritenevano il posto migliore al mondo dove poter onorare quel Santo egregiamente e come meritava.
“Altolà !” aveva detto subito secondo la Leggenda il Santo-Angelo che vigilava sul Corpo di San Saba giunto navigando fino alla Laguna di Venezia sulle Galee che avevano saccheggiato e depredato Costantinopoli durante la Crociata.
“Voglio che il mio Corpo venga seppellito e conservato proprio qui ! … in Contrada di Sant’Antonin!” sembra abbia precisato lo stesso Angelo rappresentante di San Saba in persona. E così accadde … Perciò a Venezia si pensò bene di soprassedere tacendo del tutto sulla faccenda della Crociata(gli affari erano affari), e di considerare venialissima la predazione di quelle Sante Reliquie, sottolineandone invece la presenza benefica e salutare per tutte le genti della Laguna.
Fu un’esplosione di fervore e interesse !
La devozione dei Veneziani verso quella Reliquia si avviò in fretta e non si è più fermata, anzi s’è allargata sempre più consigliandola e proponendola solennemente a tutti i Pellegriniche convergevano a Venezia … La Serenissima era ovviamente consenziente e favorevole: gli affari continuavano ad essere affari, e non erano di certo poca cosa.
“Viva San Saba e i Veneziani !” esclamavano i Pellegrini.
Fatalità … i Pellegrini entusiasti potevano scovare quella“Speciale Presenza Miracolosa e Santa” proprio accanto alMolo di San Marco da dove si sarebbero dovuti imbarcare diretti ai Luoghi Santi della Palestina. Quel “Posto Santo di San Saba” era considerato “una manna”, una fortuna, una comodità perché non era da tutti poter vedere e ossequiare quella Preziosa Reliquia del Corpo di San Saba … Venerarla poi era anche facile e comodo perchè … sempre per pura casualità … si potevano trovare proprio in quella Contrada un gran numero di accoglienti Ospizi, Hospedaletti, taverne e locande disposti ad accogliere favorevolmente e cordialmente molti Pellegrini anche per i tempi piuttosto lunghi necessari ad attendere l’imbarco … Inoltre, sempre a pochi passi da Sant’Antonin con la sua preziosa Reliquia, abitavano anche iCavalieri Templari, altra garanzia in fatto di TerraSanta.
A Venezia un tempo, si sa, si finiva sempre col mescolare un po’ tutto: Sacro e Profano, Crociate, Viaggi, Mercandia, Economie e Affari … che anche se venivano sempre citati per ultimi, in realtà contavano più di tutto. Perciò la Contrada di Sant’Antonin era luogo di Marineri, Artieri, Pellegrini, Osti, Mercanti, Armatori, Soldati, Foresti della Nazione Greca, Albanese, Schiavoni e di tanti altri Veneziani industriosissimi … oltre che Contrada d’intensa Religiosità e Devozione.
Venezia era così: un cosmo fatto di tanti microcosmi fascinosi capaci di calamitarti, sorprenderti, prenderti e portarti via.
Oggi Sant’Antonin è un po’ una chiesa e una Contrada tabù, nel senso che è una zona quasi dimenticata del tutto. Molti Veneziani odierni non sanno neanche dove si trova. Un tempo, invece, come abbiamo ricordato, Sant’Antonin era un luogo di grandissimo interesse soprattutto per via di quel San Saba che non era mica un Santorello da poco … Anzi ! Pensate che in chiesa a Sant’Antonin c’era perfino una Crocetta appartenuta al Santo riposta in un pilastro attiguo al suo altare con la quale si segnavano gli infermi. Si diceva, infatti, che quella Crocetta era miracolosa e capace di guarirli tutti.
Figuratevi quindi i Pellegrini, i Devoti e i Veneziani ! … era tutto un accorrere avanti e indietro senza fine.
San Saba divenne perciò anche Patrono fin dal 1399 dell’Arte degli Stioreri: fabbricanti di stuoie, cannicci, corde di paglia, sporte e paglia per sedie che avevano in Sant’Antonin la loro Schola. Erano tutta gente popolare e miserrima, l’opposto di tutto quello che erano i Nobili Girardi … però confluivano e occupavano sgalosciando e odorando nello stesso luogo per celebrare Messa ogni giovedì per i propri Morti, e proprio dentro alla stessa Nobile Cappella di Famiglia che i Girardi riuscirono dopo un lungo tira e molla ad ottenere dalCapitolo di Sant’Antonin dove farsi seppellire poco distanti dal miracoloso e potentissimo San Saba di cui erano grandi devoti.
Ottenere quel privilegio non fu cosa affatto facile, perché Francesco Girardi dovette contribuire in maniera importante alle spese per la costruzione del nuovo Altare Maggiore in marmo della chiesa di Sant’Antonin, e finanziare una propria Mansioneria perpetua di Messe da celebrare quotidianamente.
Pensate quindi a quale grande contrasto e giustapposizione si poteva osservare lì dentro: i Nobili Girardi ricchissimi Mercanti giramondo stavano accanto e insieme ai miseri Stioreri che sopravvivevano lavorando le canne e la paglia senza probabilmente essere mai usciti dalla Laguna di Venezia.
Chissà se s’incrociavano in chiesa o se evitavano accuratamente d’incrociarsi ?
In ogni caso, prestigio era prestigio, ed essere sepolti “in faccia a San Saba” era per i Girardi un biglietto da visita di grandissimo valore. Chiunque dei Pellegrini e Mercanti che entrava in Sant’Antonin per venerare San Saba doveva necessariamente volgere il pensiero e considerare anche a loro. E non era tutto … perché un altro Ramo degli stessiNobili Girardi ottenne di farsi seppellire anche nella Cappella del Schola del Rosario nella chiesa dei Domenicani Predicatori e Inquisitori … i famosi Mastini di Dio residenti inSan Zanipolo ossia San Giovanni e Paolo. Alla Confraternita e ai Domenicani Ser Alvise Girardi quondam Antonio nipote del padrone della Nave Girarda lasciò nel 1685 tutte le ingenti ricchezze di famiglia, e in cambio i Domenicani evidenziarono meglio che poterono la sua tomba con delle geometrie marmoree proprio al centro del pavimento della loro ricca e ambitissima Cappella del Rosario.
E i Veneziani fioccavano avanti e indietro … a bocca aperta ed occhi spalancati, perché anche le pietre sapevano raccontare e spiegare.
Gli Stioreri, invece, trasferitisi di sede in Contrada di San Silvestrovicino all’Emporio di Rialto, nel 1773 erano ancora 55 con 52 Capimastri e 3 garzoni governati da 1 Gastaldo, 1 Vicario, 1 Scrivano e 10 decani. Gestivano 43 botteghe sparse in giro per le Contrade di Venezia, e pagavano 1 ducato di Benintrada per essere ammessi all’Arte, e 16 soldi annui più 8 soldi ulteriori di tassa Luminaria … ossia per le spese di Candele e Luminarie per la Festa Patronale, i Funerali e le Messe … e l’Arte degli Stioreri era orgogliosissima di contribuire a mantenere a proprie spese la Flotta Veneziana pagando 700 ducati annui per 10 anni, prolungati per altrettanti.
Tornando ancora una volta ai Nobili Girardi … Nel maggio 1614Antonio Girardi era Podestà di Feltre, carica di discreto prestigio, e scriveva sapientemente al Senato di Venezia: “… s’io volessi rappresentare alla Serenità vostra quanto mi sono affaticato per ritener questi miserabilissimi popoli che tumultuosamente volevano ad esempio delli venuti in questa città a migliaia callare riuscirei non men longo che tedioso; li ho fermati et con il dare a molti di loro le farine di questo fontico in credenza et con promessa di non lascirli perire di fame si sono contentati godere nelle proprie case il frutto delle concessioni fattomi da cotesto eccellentissimo Senato …”
 
Qualche anno dopo, invece, Giulio Trona da Milano di anni 22 eEgidio Gerardi Ferrarese di anni 19, furono impiccati a Venezia per ordine del Consiglio dei Dieci … Fortune alterne quindi dei Nobili Girardi, perché di nuovo nel 1656 fu tumulata in Santa Maria delle Grazie di Mestre: Regina Girardi che era moglie del Segretario della Repubblica Serenissima.
Fra 1666 e 1698 però, i Girardi risultarono già assenti dallo scenario della Nobiltà Veneziana che contava: Iseppo Girardi risultava essere solo un comune soldato di anni 22 che stava al Lazzaretto, e venne anche “moschettato” per ordine dei Provveditori alla Sanità … Infine nel 1759 il NobilHomo Claudio Girardini si trovava sia nella liste deiProvveditori da Comun di coloro che dovevano concorrere al “pagamento del grosso per ducato” per la spesa dei lavori della selciatura della Fondamenta di San Barnaba in cui risiedeva … così come appariva nelle Anagrafi Sanitarie nel 1761, come Patrizio domiciliato ancora là: in Contrada e Parrocchia di San Barnaba … La storia dei tempi della “Nave Girarda”, del Patriarca Maffeo Girardi, e dei Girardi sepolti a Sant’Antonin era ormai “acqua passata”, trascorsa da tanto tempo … quasi dimenticata del tutto … Eccetto che da noi.
mag 22, 2016 - opinioni    No Comments

Gira e rigira …

Pieter Brueghel the Younger_Village Lawyer_1621

Gira e volta, è destino quasi di tutti dovere in qualche maniera ogni giorno preoccuparsi di “tirar a campà”. Sono pochi coloro che si possono godere la vita e basta senza dover per forza impegnare nel lavoro, nelle “cose di casa”, nell’accudire i figli o chi è anziano o malato. Piaccia o non piaccia, spesso gran parte della vita si riduce a questo … e quasi tutti andiamo e torniamo ogni giorno, facendo girare questa benedetta ruota di cui siamo ingranaggio per di più non sempre indispensabile. Abbiamo forse altro significato oltre a questo ? … A volte parrebbe proprio di no.
Ma anche il bue che bruca dentro alla mangiatoia qualche volta alza la testa e si guarda intorno … quindi …c’è qualcos’altro che merita la nostra attenzione.
*****Il dipinto è di Pieter Brueghel il Giovane: “L’Avvocato del Villaggio” del 1621.
mag 15, 2016 - opinioni    No Comments

Peccato scappi via il Tempo …

Julio Romero De Torres_The Sin

“La vita scorre … ma tu sei sempre tu … Te ne accorgi perché vedi gli altri cambiare e invecchiare … A te non accadrà, invece, … sembra non sia affare tuo, ma solo un problema degli altri, perché tu hai sempre 22 anni e ½ … Beh, dai: facciamo 23 verso 24 e qualcosa. In realtà ogni giorno lo vedi cambiare quel tuo volto familiare dentro allo specchio … e sai … Anzi, sai bene che anche tu sei prigioniero e vittima del Tempo … sebbene più di qualche volta sia bello e piacevole esserlo.”

 ****il dipinto è di Julio Romero De Torres: “The Sin”.

mag 14, 2016 - opinioni    No Comments

Guardando oltre …

biblioteca 12

“Quando mai ne sapremo abbastanza ? … Mai … Ovvio … Ma il bello sta nel scovare quel qualcosa che magari hai da sempre sotto agli occhi … eppure non l’avevi mai visto, né considerato, né tantomeno capito abbastanza … perché nascondeva quel “di più” che c’era e non c’era, nascosto al solito sguardo e interesse … Anche le persone sono spesso così … nascondono segreti insospettabili … sorprese che a volte è un bene scoprire (altre volte no purtroppo).
Comunque aprire gli occhi della mente pur essendo convinti di averli già bene aperti a sufficienza … aiuta sempre.”

www.webalice.it/stedrs

mag 12, 2016 - storia arte cultura    No Comments

L’ISOLA DI SANT’ANGELO DEL PECCATO.

san angelo delle polveri

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 106.
 
L’ISOLA DI SANT’ANGELO DEL PECCATO.
 
In realtà oggi il nome giusto, lo dico subito, sarebbeSant’Angelo della polvere … ma si potrebbe anche definirlo per diversi motivi: Sant’Angelo pirotecnico o piroclastico, anche se all’inizio i Veneziani finirono per chiamare quell’isoletta semplicemente: San Michele Arcangelo in isolaper distinguerlo dall’altro Sant’Arcangelo che c’era a Venezia ossia quello della Contrada e del Campo di Sant’Angelo o Sant’Arcangelo situata vicino a Santo Stefano, San Beneto e l’attuale Campo Manin ossia l’ex Contrada di San Paterniàn. Inoltre in Laguna c’era anche un altro San Michele: quello deiFrati Camaldolesi di fronte a Murano (oggi Cimitero) dove abitò anche il famoso Fra Mauro …il celebre cartografo della Serenissima, quello dei mappamondi … e molto altro.
A dirla tutta e bene, i Veneziani tanto tempo fa chiamavano la stessa isola anche Sant’Angelo di Contorta probabilmente per via del vicino Canale lagunare di Contorta … e alla fine della storia la nominarono infine: Sant’Angelo della polvere.
E fin qua c’è solo un nome.
Detto questo, c’è da aggiungere che oggi Sant’Angelo della Polvere è una di quelle isolette quasi dimenticate da tutti, Veneziani compresi, ed esiste relegata nelle sue amene solitudini quasi magiche ridotta a un cumulo di rovine, spazzature e macerie varie. Negli ultimi decenni è divenuta un sito utile da utilizzare come magazzino per rari pescatori, e se ne sta in fondo alla Laguna Sud di Venezia in attesa di tempi migliori sorvolata da rauchi Gabbiani incazzosi e da qualche Volpoca, specie d’anatra che sembra prediligere deporre le proprie uova dentro a tane di Volpi … che però non ci sono.
Un recente quanto vaghissimo accenno all’esistenza di quest’isola ci è stato dettato dalla cronaca veneziana recente in quanto si è ricordato che Sant’Angelo di Contorta o Caotortasi trova sul Canale che se scavato a fondo potrebbe essere utilizzabile per il passaggio delle Grandi Navi giunte a Venezia dalla Bocca di Porto di Malamocco, e dirottabili sulle banchine del Porto di Santa Marta deviandole appunto attraverso questo canale senza passare attraverso il miticoBacino di San Marco e il Canale della Giudeccasconquassandone rive e fondali. Accadrà mai ?
Un secondo piccolo recente accenno all’isola di Sant’Angelo di Contorta o delle Polveri è stato fatto a causa della sua comparsa nella lista dei beni che lo Stato vorrebbe provare a vendere a privati per convertirli in piccoli Paradisi monumentali destinati a pochi fortunati vacanzieri e ospiti. Alcune isole comeSanto Spirito e Sant’Angelo delle Polveri, come è già accaduto a San ServoloSan Clemente e Sacca Sessolapotrebbero diventare nuovi mega super alberghi di lusso forniti di ogni comodità e benessere da proporre a pochi fortunati per vivere giorni da sogno in luoghi da fiaba … zanzare comprese.
Ma al di là delle battute, è interessante ricordare che questo sparso arcipelago secondario della Venezia Serenissima ora“dal futuro interrogativo e sospeso” ha vissuto tempi migliori …
“Diverrà un altro albergo extralusso che finirà poi in fallimento come gli altri.”
“Sempre meglio che lasciare le isole lì ferme, abbandonate a marcire e basta !” commenta qualche Veneziano.
“Sarebbe meglio aprire l’isola e darla in gestione ai Veneziani … destinarla ad opere sociali utili.” aggiunge qualcun altro.
Forse sì … o forse anche no. Vedremo quel che succederà.
E’ accaduto più di qualche volta che dopo l’iniziale entusiasmo per la riscoperta di un’isola associato a eclatanti iniziative, manifestazioni, petizioni, e comparsa di variopinte associazioni preposte a fantomatici recuperi e riutilizzi si sia ritornati, invece, al solito oblio e abbandono da parte di tutti. Il disinteresse per l’Isolario Veneziano credo sia una “malattia di Venezia”, un atteggiamento destinato a perdurare ancora a lungo … e come si dice di solito: “Occhio non vede … cuore non duole”, essendo certe isole davvero lontane, fuorimano rispetto al solito vivere che conta, si finisce sempre e inevitabilmente per dimenticarle ancora una volta.
Probabilmente il tempo delle isole è finito ancora una volta … anche se questo pensiero genera una certa mestizia nel considerarlo.
Ma torniamo al nostro Sant’Angelo di Contorta … che forse è meglio, ed è la cosa più interessante.
Facciamo un bel balzo indietro nel tempo di qualche secolo, quando i nostri antenati Veneziani astuti come volpi possedevano anche sensibilità interiori raffinate che forse noi di oggi abbiamo un po’ perduto. I Veneziani non erano solo abilissimi Marinai, Artieri e Mercanti, ma credevano anche che in certi luoghi ameni e di grande solitudine si potesse esprimere meglio l’Animo umano tanto da poter quasi arrivare a toccare con un dito il Cielo di Dio … Uomini e donne andavano a isolarsi ed eremitarsi anche a nome degli altri Veneziani che rimanevano ad occuparsi d’interessi economici e di cose terrestri più concrete. I Veneziani di un tempo hanno sempre visto di buon occhio e favorito grandemente la costituzione di nuovi Monasteri nelle isole più remote della loro splendida Laguna … se non altro per spedirvi lì le loro Nobili figlie e figli “scomodi e in esubero”.
Ha funzionato l’idea ? A volte sì, altre volte no perché qualche volta i Veneziani si sono ritrovati con qualche isola occupata da sole due tre Monache o Frati rimasti, vecchi e spelacchiati, e a volte un po’ cenciosi e malconcia. Altre volte, invece, alcune isole sono state occupate per secoli da Comunità Religiose fiorenti e di successo che hanno riempito le cronache della Laguna con le loro curiose vicende storico-artistiche.
La storia dell’isoletta di Sant’Angelo era partita più che bene all’inizio, piena di buoni propositi. Infatti venne collocata lì dalDoge Domenico Contarini fin dal 1060 una dependance deiMonaci Benedettini di San Nicolò del Lido finanziandone la costruzione di chiesa e convento. Poco tempo dopo, i Monaci vennero sostituiti da un buon numero di Monache Veneziane dello stesso genere ossia Benedettine, che si dice all’inizio“tenessero vita Santa e Devota”. In quei tempi l’isola si trovava in una posizione strategica della Laguna di Venezia, poco distante dallo sbocco delle acque del fiume Brenta, che uscivano attraversando le “roste dei molini” del canale di Volpadego, ultimo tratto del fiume che sfociava nelle secche omonime sulla gronda lagunare. Non lontano da Sant’Angelo di Caotorta sorgevano altre isole gemelle abitate e vivissime come San Marco e Santa Maria in Boccalama, e poco distante sorgeva anche l’insediamento monastico di San Leonardo di Fossamala collocato nel primo entroterra deiMoranzani di Fusina dove sorgeva soprattutto il potentissimo e ricchissimo Monastero Benedettino di Sant’Ilario le cui proprietà giungevano fino a Oriago e oltre arrivando fino a Padova.
Altri tempi … oggi la stessa zona è attraversata dal Canale dei Petroli, è occupata da qualche barena e palude, da qualche stagno delle Casse di Colmata, e dal Terminal di Fusinasulla punta estrema della Terraferma … Nello stesso posto della Laguna Sud di Venezia sorge anche l’isola celebre e altrettanto abbandonata di San Giorgio in Alga, poco più in là ci sono Sacca Sessola e Santo Spirito … e più avanti ancora i ruderi delle Batterie di PodoPoveglia e Campana andando verso la bocca di Porto di Malamocco.
In quest’area della sua Laguna la Serenissima alla fine del 1300 ordinò di modificare e costruire l’Argine di San Marco e la Resta de Aio costringendo i barcaroli del commercio a lunghi percorsi supplementari.  Bisognava aprire bocche d’acqua diverse, e creare correnti pulite e scorrevoli che dessero vita e flusso a quella parte della Laguna mezza impaludata e intasata da mille lagni, deflussi lenti e innaturali, stagnazioni, paludi e canneti che procuravano la “mala-aria”oltre che le zanzare e tutto il resto. Nello stesso tempo sembra che nell’isola di Sant’Angelo fosse attiva una fornace, mentre di certo c’erano in zona diversi molini con prese d’acqua potabile, e diversi lavatoi per la lana … Quello era anche posto di contrabbandi, agguati, e qualche bandito da quattro soldi … ma qualche volta anche di vere e proprie bande organizzate che davano filo da torcere ai Fanti e ai Dazieri della Serenissima.
Nell’ottobre 1331 Angelo Zuccato depositò il proprio testamento presso il Notaio Nicolò Bettini dicendo di voler beneficare proprio il Monastero di Sant’Angelo di Contortadove vivevano santamente come Monache quattro sue nipoti. L’isola quindi sembrava posta dentro a un quadretto idilliaco quasi perfetto … Invece, poco dopo si è rotto qualcosa, come è accaduto anche in altri siti dell’epoca non solo Veneziani.
L’immagine dell’isola e Monastero di Sant’Angelo di Caotorta finì in un certo senso capovolta del tutto, perché fra 1401 e 1487 il Monastero subì ben 52 processi per attività sessuali illecite con nascita anche di 4 bambini … le Monache che vivevano lì erano davvero donne scatenate.
Già nell’aprile 1401: Giorgio barcarolo del Convento venne prima giudicato dalla Quarantia Criminal e poi condannato a un anno di carcere per essere entrato più volte di notte nel Convento avendo rapporti carnali con una Conversa Maria. Fu solo l’inizio, perché l’anno seguente lo stesso uomo venne condannato a morte perché recidivo e per aver rubato gli arredi dalla chiesa del convento.
Nel luglio di sei anni dopo, un altro barcarolo dello stesso Convento: Nicolò de Alemagna subì la sentenza di due anni di carcere per l’accusa di molestie e rapporti con la Novizia Zaneta … ma non fu tutto, perché accadde di peggio: si trascinarono a processo davanti alla Quarantia “per eccesso di sessualità molesta” le Nobili Monache Filippa e Clara Sanudo residenti nello stesso Convento. A Venezia ne derivò un putiferio e un gran casotto perché risultò essere coinvolto anche Marco Bono Notaio di Palazzo Ducale che era diventato amante della stessa Filippa trovata però in intima compagnia con un altro Nobile: Andrea Valier. Venne fuori che i fratelli Paolo e Andrea Valier erano andati più volte a“visitare a fondo” le Monache intrallazzando anche con Suor Magda Lucia de Cha di Veglia, perciò la Serenissima affibbiò loro una condanna di due anni di carcere … Dalle stesse indagini risultò anche che Andrea Amizio se la vedeva anche lui con la Monaca Clara Sanudo, e per questo la Serenissima condannò anche lui a due anni di prigione.
Benedetto Malipiero, invece, andò più volte a prendere in barca al Monastero le solite Monache Filippa e Clara Sanudoe le portò in gita e a spasso per la Laguna fino all’isola di Ammiana dietro Torcello combinandone strada facendone“tante, di cotte e di crude” che non si possono raccontare ma solo intuire. Si beccò anche lui due anni di carcere … mentre ilNobile Rafeleto Moro che finì con l’avere una figlia dallaMonaca Costanza Balistario venne condannato in contumacia dalla Serenissima a due anni di prigione se solo avesse osato rimettere piede dalle parti di Venezia e dintorni.
Nell’aprile 1431 Luca Raffono già Gastaldo dello stesso Convento di Sant’Angelo in isola, e il Nobile Giovanni Miniovennero accusati e condannati ai soliti due anni di carcere inferiore per aver “conosciuto carnaliter” la solita Monaca Clara Sanudo … Caspita ancora lei ! … Trent’anni dopo ! … ed era intanto diventata anche Badessa del Convento.
Nel maggio dell’anno seguente la solita Quarantia Criminalconferì un anno di carcere a Jacobo Lanarius per gli ormai soliti “traffici carnali” con Donata Secolare addetta al Monastero, e un anno fu dato anche a Francesco Bonvesinper lo stesso motivo insieme a Eufemia servente di un’altra Monaca sempre di Sant’Angelo in isola.
Questi sono solo alcuni esempi di tutto ciò che accadde nel Monastero di Sant’Angelo che venne considerato il Convento forse il più libertino, inquieto e perverso della Laguna di Venezia … Infatti poco dopo, fu la volta di Antonio “famulus del Convento” e di Jacobo di Macario che si beccarono i due soliti anni di carcere per essersela vista entrambi con Suor Valeria Valier, e qualche giorno dopo fu il turno di Giovanni Strazzaròl che prese anche 200 lire di multa per “trafficato”con la stessa Monaca avendo anche un figlio.
La lista sarebbe lunghissima, e non finisce di certo qui: Marco de Buora venne portato a giudizio insieme a una sua parenteLiseta Monaca a Sant’Angelo, all’ormai immancabile Suor Valeria Valier, e a una fanciulla Margherita da Murano posta dalla famiglia in Convento per imparare un lavoro. La giovane era rimasta nell’isola solo 15 giorni, ma era finita presto a letto con la Monaca Liseta e violentata da Marco de Buora abituè ad entrare di notte nel convento. Venne condannato a un anno di carcere e 200 lire di multa da destinare in dote a Margherita per trovarle un marito, mentre la Monaca Liseta de Buoravenne espulsa dal Convento rea anche di “traffici carnali”anche con Nicolò Strazzaruol condannato a sua volta a due anni e 100 lire di multa, e per essere finita a Venezia in casa di una certa Tadhea Cortigiana o Compagnessa. Si condannò ad un anno di carcere e 100 lire di multa anche Simone il barcarolo che aveva condotto tutti al Convento ingiuriando anche la Badessa e minacciando di bruciare l’intero Convento.
Dall’inchiesta venne fuori che anche Zanino dal Sale e i Nobili Giovanni Valier e Marco Marcello avevano “baciato e toccato inoneste” la stessa Monaca Liseta meritandosi multa e carcere, mentre Giorgio della Scala meritò il doppio della pena per aver eseguito “l’opera completa” sempre con la stessa donna.
Qualche anno dopo il Nobile Girolamo Tagliapietra, recidivo e già condannato al carcere in catene per incesto, subì una nuova condanna di tre anni da scontare nel Carcere Nuovo per le sue visite disoneste nel chiostro dell’isola di Sant’Angelo. Con lui si condannarono altri Nobili: Luciano Franco, Francesco Turlano, Battista Viadana, e perfino Zazino Barberius che si recavano in barca in isola a “insolentàr e ingiuriràr le Muneghe” e a rubare l’insalata nell’orto del Monastero.
Che ve ne pare ?
“Ma che avevano quelle Monache ? … Il samòro ? … Erano proprio assatanate !”
C’è da aggiungere che le Monache del Monastero diSant’Angelo furono anche oggetto di una petizione alle autorità della Serenissima presentata dalle mogli dei pescatori Veneziani di Malamocco e Pellestrina. I pescatori di ritorno verso casa dalla pesca o dal mercato-pescheria San Marco e Rialto usavano fermarsi troppo spesso presso quelle “allegre Monachelle” con le quali spendevano i pochi soldi guadagnati, o regalavano parte del pescato scambiandolo col loro turpe mercato”.
“Quella è l’isola di Sant’Angelo del peccato !” dichiararono le mogli nella loro supplica.
Infine … dal momento che anche in Laguna si diceva che: “il troppo stroppia” e che “tutti i nodi vengono alla fine al pettine” il Vescovo Lorenzo Giustiniani inviò a Sant’Angelo di Contorta alcune Monache Osservanti dal Convento di Santa Croce della Giudecca detto de Scopulo per provare a riformarlo.
Niente da fare ! … Si fece un “buco nell’acqua” … le Monache del Sant’Angelo erano incontenibili oltre che incorreggibili perché cacciarono a sassate i Preti e le Monache inviati dal Vescovo per riformarle.
“Batti e ribatti … si piega anche il ferro.” si disse ancora … Perciò nell’agosto 1440 Papa Eugenio IV in persona emise una sentenza, e lo stesso Lorenzo Giustiniani, ancora Vescovo e non ancora Patriarca di Venezia, ordinò la chiusura definitiva del Monastero incorporandone rendite e beni a quello di Santa Croce della Giudecca. Il Senato della Serenissima inizialmente aveva fatto “orecchie da Mercante” di fronte a quella situazione dilazionato i provvedimenti e pazientando senza fine con le Monache (d’altronde era le figlie di Nobili ricchi e prestigiosi), ma nel giugno 1474 sollecitato dal Patriarca mandò i Fanti della Serenissima a “prelevare di peso” le Monache vincendo la loro fiera resistenza portandole nel Monastero Osservante di Santa Croce della Giudecca.
Finito tutto ? Macchè ! … perché continuarono a fioccare ancora processi e condanne: nel dicembre 1477 si condannarono tutti a due anni di carcere Vettor Ciocha Monachinus per aver conosciuto ancora una delle Suore del Sant’Angelo, e altri 4 “monachini”Nicolò Fligerio, Alvise dal Monte, Feleto Feleti e tale Magister Matteus Murarius et Marangonus tutti imputati di aver dormito in Convento ed aver avuto rapporti con le Monache e le loro domestiche. Fu poi la volta di condannare i Nobili Paolo Soranzo, Gerolamo Barbarigo, Alvise Barbo e Domenico Trevisano per lo stesso motivo, e infine s’appiopparono 4 mesi di carcere e 100 lire di multa a un altro Nobile: Pietro Lando per essere entrato nella cella di Suor Visa Bianco “con mala intentioni”. Costei era sorella di Suor Orsa Bianco per la quale nel luglio 1487 i Quaranta furono costretti a condannare il Vicentino Angelo Buso per averla conosciuta “carnaliter”.
Ma come mai ? direte … Le Monache non erano state trascinate via dall’isola e s’era chiuso il Convento?
Vero … solo che quelle donne Nobili erano così potenti e baldanzose da riuscire a far dichiarare nulli i provvedimenti nei loro riguardi dal nuovo Papa Innocenzo VIII che annullò la bolla della sentenza precedente permettendo alle Monache di ritornare tranquillamente a vivere nella loro isola.
Solamente Papa Sisto IV, più tardi, tramite il Patriarca Maffeo Girardi rese definitiva la soppressione del Convento di Sant’Angelo in isola nonostante le suppliche delle Monache estromesse, che perseverarono comunque nel loro “modus viventi” e nelle loro “pratiche” fino al 1508 quando morirono le ultime Monache di quel tipo che lasciarono finalmente libero il Monastero.
La quiete dopo la tempesta … L’isola dopo tanti traffici e casini divenne abbandonata, deserta e silenziosa, e venne data in concessione a tale Prete Antonio … che ne fece: niente.
E passò il tempo …
Nell’aprile 1518 alcuni Carmelitani della Sacra Congregazione di Mantova e di Brescia ottennero di stabilirsi nell’isola con obbligo di accudirla e conservarla e dare ogni anno alle Monache di Santa Croce della Giudecca: “due candelotti di cera da due libbre nei giorni tre di maggio e quattordici di settembre”.
Otto anni dopo gli stessi Carmelitani furono costretti a far ricorso alla Signoria Serenissima contro le Monache della Croce che godevano ancora del Giuspatronato sull’isola perché aveva inviato dei loro messi per cacciarli dall’isola … Non c’era pace per Sant’Angelo in isola.
Chi vinse alla fine ? Apparentemente le Monache perché nel1555 i Frati Carmelitani dovettero abbandonare l’isola e trasferirsi alla Giudecca in un piccolo Convento e chiesa abbandonati dai Frati Cappuccini. In realtà persero anche le Monache perché il Senato della Serenissima decise di sfollare l’isola con la scusa dell’insalubrità dell’aria, per: “…installarvi una sua polveriera per fabbricar, soleggiar, asciugar e conservar la polvere da sparo dall’umidità della Laguna.”
 
C’era una cosa, una serie di vicende interne circa il suo celebreArsenale, di cui la Serenissima amava poco parlare …  anzi non ne parlava affatto. Intere parti dell’Arsenale erano saltate per aria non una ma diverse volte … e non da sole, perché erano esplose in aria anche le mura di cinta, qualche torre, e perfino gran parte del vicino Convento delle Monache della Celestia e alcune case della Contrade vicine.
Nel 1440 era esplosa causando danni gravissimi la “Caxa de le polveri” dove c’era una grande macina azionata da cavalli per preparare la polvere da sparo. Fu necessario restaurare le officine nell’area est dell’Arsenale, costruire nuovi Squeri lignei per le Galee, e intervenire sulla trecentesca Teza longa de la Tana divenuta traballante. Erano poi trascorsi solo nove anni, e nonostante tutte le precauzioni adottate, era avvenuta una seconda esplosione altrettanto disastrosa: “Di nuovo il 14 marzo del 1509, nonostante gli sforzi generosi delle maestranze, un violento incendio propagatosi nei pressi del deposito arrivò infine ad intaccare le polveri e a lambire il Tezon del salnitro; la terribile deflagrazione che ne seguì causò la distruzione degli edifici adiacenti, nonché il crollo di un lungo tratto del muro di cinta prospiciente il Rio de San Daniel …”
 
Riparato tutto un’altra volta, l’Arsenale riprese la sua solita produzione mentre il Senato andava cercando soluzioni di sicurezza: decretò che la polvere da sparo venisse suddivisa in piccoli lotti da custodire ai piani alti di alcune delle numerose torri che scandivano il perimetro dell’Arsenale, e poi pensò bene di spostare il deposito del Salnitro al di fuori dell’Arsenale, suddividendolo in appositi Caselli da polvere” costruiti nelle isole della Certosa, San Secondo, Santo Spirito, Poveglia, Lazzaretto Vecio e Lazzaretto Novo concentrando la maggior quantità della polvere nella remota isoletta disabitata di Sant’Angelo di Contorta che da allora si chiamòSant’Angelo de la polvere.
 
Ma mentre si tergiversava con questi provvedimenti, nella notte tra il 14 e il 15 settembre 1569 una nuova esplosione dovuta a un violento incendio sviluppatosi dentro al Recinto de le polveri interessò l’Arsenale stavolta però senza gravi danni. Un manifesto affisso per le strade di Venezia, interpretò l’incendio dell’Arsenale come: “… punizione divina per le ingiustizie et tirannie del Doge e dei Senatori Veneziani …”
“Fu un gran bel botto ! … ma andarono distrutte solo le Teze ed edifici de le macine nonchè un tratto delle mura perimetrali appena completate nel 1535 per isolare dalla Laguna la nuova vasca de le galeazze”. Poco tempo, infatti, partirono i lavori per la costruzione di sei nuovi tezoni atti ad ospitare la costruzione di una innovativa galeazza armata da guerra.
Qualcuno parlò del classico mozzicone dimenticato da un Arsenalotto sbadato o forse ubriaco … un incidente da sbadatezza insomma … Altri parlarono della solita lanterna buttata a terra dal vento … Altri ancora si spinsero a parlare di complotto e attentato organizzato dai Turchi o da parte di qualche rivoluzionario che voleva ribaltare lo Stato Serenissimo … In ogni caso s’era evitato di un soffio l’ennesimo disastro e la tragedia, perciò Doge e Senato dissero: “Mai più saltàr par aria!” … perciò tutte le polveri vennero distribuite ad equa distanza all’esterno dell’Arsenale, lasciandovi dentro la sola preparazione del Salnitro.
Trasformata allora l’isola di Sant’Angelo in polveriera, risale, invece, al 29 agosto 1689 la notizia del terribile incendio causato da un fulmine che provocò la distruzione quasi totale dell’isola di Sant’Angelo della polvere facendo esplodere 800 barili di polvere lì accumulati e causando la subitanea distruzione del muro di cinta dell’isola, delle quattro torri angolari del portale d’entrata del Forte e di tutto quanto rimaneva dell’antica chiesa e del Monastero delle Monache.
L’isola per un bel pezzo rimase una distesa bruciacchiata e brulla, e come tale venne anche rappresentata in alcune stampe e incisioni della stessa epoca. Da allora fino alla seconda Guerra Mondiale l’isola continuò ad essere utilizzata per scopi militari come dimostra la cartografia settecentesca.
Nella “Biblioteca Universale Sacro Profana Antico Moderna appartenente a qualunque materia”, al tomo 3 scritto da Fra Vincenzo Coronelli Ministro Generale dell’Ordine de Minori Conventuali, Cosmografo della Serenissima Repubblica stampato in Venezia nel 1703 a spese di Antonio Tivani con licenza de Superiori e Privilegio dell’Eccellentissimo Senato, si legge alla voce SANT’ANGELO DELLE POLVERI, ISOLA:
“… poco lungo da essa trovasi l’isola detta un tempo sant’Angelo di Contorta, e poscia Sant’Angelo della polvere. Ebbe quel primo titolo da un Monastero di Monache dedicato a San Michele Arcangelo, che nel 1474 si rese celebre per la scioltezza delle sue abitatrici e per la caparbietà ed ostinazione loro nel far fronte a quanti le volevano riformare. Fu forza levarle di là e concentrarle nel Convento della Croce della Giudecca. Per la qual cosa rimase bensì solitario il Monastero, ma bramosi i Padri Carmelitani della Congregazione appellata di Mantova di piantar sede in Venezia, lo chiesero alle Monache della Croce, e mediante piccoli censi presero ad abitarlo nel 1518. E lo abitarono pel‘ 55 anni finchè, avendo il Senato destinata quest‘ isola tanto discosta dalla città alla fabbrica della polvere, i Carmelitani passarono a Sant’Angelo della Giudecca e l’isola assunse il nome di Sant’Angelo della polvere. Nondimeno un fulmine caduto in que’ magazzini incendiò tutta l’isola, che circondata dapprima da grossa muraglia, con quattro torri ai quattro angoli e con un solo portone magnifico non divenne più che un mucchio di sassi. Rimessa però nel miglior modo possibile fu destinata ad altri usi, ma sempre con vari lavori conviene difenderlo dalla corrosione delle correnti marine.”
 
Con Napoleone all’inizio del 1800 l’isola di San Angelo della Polvere divenne un “Redoute” ossia un presidio, un’installazione militare con intorno a un edificio centrale alcune costruzioni definite: “caserma”“polveriera” e “corpo di guardia”. L’isola continuò ad essere circondata da una serie di bastioni con quattro torrette d’avvistamento poste sugli angoli già ricostruite e presenti alla fine dell’epoca della Serenissima.
Gli Austriaci e il Regno d’Italia, invece, non apportarono all’isola grandi modifiche sostanziali, ma costruirono qualche terrapieno e una nuova struttura militare proteggendo i magazzini delle polveri tramite un’armatura a prova di fulmine. Sant’Angelo delle Polveri venne considerato a tutti gli effetti un anello della collana-cintura delle Fortificazioni Lagunari, e nell’aspetto era molto simile a quanto è parzialmente visibile ancora oggi … Nel marzo 1849 venne ritrovato nell’isola un’iscrizione Romana funeraria sprofondata sotto ad un terrazzo alla veneziana spesso 20 cm.
Nel 1° Volume del “Fiore di Venezia ossia i quadri, i Monumenti, le Vedute ed i costumi dei Veneziani”... una specie di guida storico-artistica di Venezia e la sua Laguna scritto in cinque volumi daErmolao Paoletti e stampato a Venezia nel 1872 si legge:“Sant’Angelo della Polvere, Isoletta della Laguna di Venezia di figura quadrata, e di circuito di pass … mezzo miglia distante da San Giorgio in Alga , ed uno e mezzo da San Marco in Lama . Fu prima abitata da Regolari sino al 1050 … Come riferisce il Sansovino, poi assegnata per soggiorno di Monache, dalle quali essendo stata abbandonata a causa dellinsalubrità dell’aria, il Pubblico la destìnò per la fabbrica della polvere dell’Arsenale, donde riportò la denominazione, e tuttavia tra le rovine si scoprono gran pietre di macine, ed altri stromenti di edifici erettìvi. Fu poi susseguentemente l’Isola convertita in Magazzini per solizzare e governare la stessa polvere e poi distribuirla ne depositi secondo le pubbliche indigenze; ma nel giorno fatale de 29 Agosto 1689 a ore 4 un fulmine avendo scoccato ne’ Magazzini predetti ne’ quali si trovavano 800 Barili di polvere, incendiò tutta l’Isola, e le Fabbriche restarono in un momento del tutto atterrate; di modo che al presente non si veggono che cumuli di sassi, e sulle di lei spiagge quantità di zolfo dal medesimo suolo liquefatto. Un vile Tugurio serve d’abitazione ad un Custode, mantenutovi dal Pubblico, che ha il comodo d’una Cisterna, come esprime il disegno da noi esposto nel nostro Isolario. Era prima tutta circondata di grossa, ed alta muraglia, con 4 Torri, che occupavano i 4 angoli dell’Isola, guardata in quel tempo con gran gelosia. Da un solo Portone ornato di marmi quadrati per mezzo d’un Pontile si aveva quivi l’ingresso, e vi era ancora una comoda Cavana con altro consimile Portone in parte rovinato. E’ circondata l’isola suddetta da Canali nuovamente fatti, ed ingranditi dalla Natura, che hanno di molto migliorato la Laguna, e le Paludi fino a San Biagio e sono di quegli, che ultimamente furono saviamente ricordati da zelanti Senatori de‘ quali abbiamo parlato in altro incontro.”
Ancora nel dopoguerra del 1950 sull’isola ridotta a poco più di 5.000 mq c’erano ancora i Militari che usufruivano di strutture in cemento, mura di cinta, torre piezometrica e approdo … Poi l’abbandono dell’isola fu totale fino al 1994, quando fu posta in vendita all’asta o proposta in affitto come diverse altre isole della stessa Laguna.
A seguito di questo ci fu un ultimo squillo storico di Sant’Angelo delle Polveri quando nel gennaio dell’anno seguente unVeronese originario della Giudecca ha ottenuto l’isola in affitto per un canone di poco inferiore ai 10 milioni annui …  Poi più niente … solo silenzio, Laguna aperta … e tanta Storia ormai trascorsa e quasi dimenticata.
mag 12, 2016 - Senza categoria    1 Comment

Adesso … e basta.

Pietro Gaudenzi_Mamma e bambino
“Scravàssa ! … La vien so che Dio la mànda ! … La pioggia intraprendente rimbomba di fuori picchiando ovunque, mentre un tuono rauco quasi afono sconquassa il poco che resta del silenzio ovattato e ottuso che ha riempito anche quest’ultima notte ormai consumata e trascorsa … Indosso di nuovo la solita faccia e identità per zompare e saltellare dentro e oltre alla pozzanghera di questa nuova giornata che dovrò attraversare …”
**** Il dipinto è di Pietro Gaudenzi: “Mamma e bambino”.
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