giu 30, 2016 - Storie mai nate    No Comments

“… E NON CI SARA’ PIU’ LA SOLITA PESCA DI BENEFICENZA IN CAMPIELLO.” – seconda parte.

... e non ci sarà più la solita pesca di beneficenza in campiello 02

 “… E NON CI SARA’ PIU’ LA SOLITA PESCA DI BENEFICENZA IN CAMPIELLO.” - seconda parte.
Sempre negli spazi stretti della stessa Contrada Veneziana in cui si viveva tutti a stretto contatto di gomito, e si era come un’unica grande famiglia allargata unita insieme per aver condiviso il grande travaglio del periodo bellico, e non solo quello, c’era anche Saverio che faceva il Sarto.
La sua bottega stava giusto dalla parte opposta del Campiello rispetto a dove stava la bottega di zio Aristide … e oltre a confezionare tende, tovaglie, biancheria da letto e da casa, Saverio aveva vestito praticamente tutti tenendo le sue numerose e preziose pezze di lana, tele e fustagni perfettamente allineate e messe sghembe in mostra sugli scaffali che riempivano il suo negozio dal pavimento al soffitto.
Anche la bottega di Saverio era una sorta di antro fumoso, perché Saverio fumava in continuità, giorno e notte, come la ciminiera di una fabbrica, e tutto ciò che confezionava aveva intriso dentro quello stesso odore delle sue “sigarette Mericane” che accendeva una dopo l’altra fin dai tempi della guerra quando lui era giovanissimo.
Quasi a nulla serviva lavare bene e più volte gli abiti comprati e confezionati da lui prima di indossarli, non si riusciva mai a liberarli del tutto da quell’odore dolciastro che per molti divenne un quotidiano sapore. Anche Saverio aveva fatto inizialmente fortuna con la Guerra: suo fratello maggiore andava in giro a raccattare e recuperare i paracadute degli Alleati e ne faceva“camicette candide e gentili” che rivendeva a caro prezzo e che piacevano molto alle giovani donne. Saverio, morto il fratello, aveva gestito da solo quell’attività di famiglia aprendo la bottega in fondo alla Corte Vecchia, e dal dopoguerra lì dentro vendeva di tutto “da Sartoria e da Merceria”. Perciò nella sua bottega di potevano trovare: “strìche, balàcche, bottoni, filo, aghi, fettucce, passamanerie, fibbie e aggeggierie per abiti e tessuti di ogni tipo e foggia”.
Per ridere e scherzare noi ragazzini avevano soprannominato fantasiosamente la bottega di Saverio: “L’antro della Maga Circe di Ulisse”, mentre di rimando la bottega di zio Aristide dall’altra parte della Contrada non poteva se non essere che“l’antro di Mastro Polifemo”.
 
A dire la verità, Saverio era un gran lavoratore, “sfadigàva” in continuità da mattina a sera, anzi: giorno e notte per riuscire a soddisfare in tempo le esigenze di tutti i suoi clienti … e “per far funzionar e girar la baràcca”, come amava ripetere sempre lui stesso. Portava sempre il metro di stoffa attorno al collo, un mozzicone di matita da falegname sopra a un orecchio e un pezzetto di gesso sopra all’altro … aveva anche un forbicione luccicante che portava appeso in cintura come un’arma sempre a portata di mano … e gli occhialetti dalle lenti spesse, “a culo di bottiglia”, appoggiati sopra alla punta del naso e incorniciati dalla montatura dorata che lo faceva sembrare un vecchio Notaio delle volte di Rialto.
A dire di qualcuno di noi, Saverio sembrava un avvoltoio pronto a ghermire e calare sopra all’ennesima preda, altri lo consideravano, invece, un animaletto industrioso, “un formico” sempre all’opera, come quelli instancabili che vanno sempre dentro e fuori, avanti e indietro dalla loro tana scavata dentro e in fondo al terreno. Saverio era talmente preso da quel suo intenso lavorare che era quasi dimentico di se e della sua persona: portava sul mento un pizzetto isolato di barba ispida e incolta, a ciuffi perché sul resto del viso non gli era mai cresciuto nient’altro. La barba irsuta e rada stava in perfetto pendant con i capelli che uno dopo l’altro se n’erano volati via con gli anni … e negli ultimi tempi gli era rimasto solo un vistoso riporto che ogni mattina s’industriava a stendere sempre più sulla testa per nascondere le calvizie ormai incipienti.
Consapevole di questo, stendeva con la mano e lisciava nervosamente di continuo “quei pochi rimasti”, che dopo il“liscia e riliscia” di tutto il giorno, verso sera diventavano lucidi, adesi e appiccicosi tanto da parere quasi scintillanti e luminosi. A suon di lisciare e rilisciare istintivamente da sinistra verso destra, per giorni, mesi e anni … Saverio aveva preso l’abitudine di rimanere sempre con la testa leggermente piegata verso destra e il basso … perciò quando entravi nella sua bottega ti guardava sempre da sotto in su da dietro quei suoi occhialetti luccicanti che parevano incorniciare quel volto coi capelli ormai brizzolati quanto la barba … Saverio sembrava un Mago delle Stoffe.
Nel bel mezzo della bottega di Saverio c’era un enorme tavolo da lavoro sempre ingombro di stoffe e tessuti segnati e imbastiti in cui soltanto lui si ritrovava alla perfezione traendone sempre fuori ciò di cui aveva bisogno, come da una catasta di legna da cui trarre i ciocchi più stagionati e adatti. Guai se il garzone Giacomo Verdurotti … garzone di bottega da un’intera vita seppure anche lui avanti con gli anni e con sulle spalle una numerosa famiglia … Guai se osava spostare e rimuovere qualcosa dentro a tutta quella “confusione ordinata” presente sul tavolo di Mastro Saverio. Il Sarto diventava “rosso ingallàto e inviperito” e lo riempiva subito e sempre di improperi e di parole. Per la propensione alla rabbia facile al Sarto gli si gonfiavano spesso “le canne del collo”, e quando s’inviperiva sbavava e tremava tutto issando i pugnetti chiusi in aria, e dava rabbuffi e sonore romanzine al povero garzone minacciando di continuo di licenziarlo e spedirlo a casa immantinentemente. In quei momenti era sempre meglio uscirsene in fretta dalla bottega finche fosse tornato di nuovo il sereno.
Ad essere sinceri, ogni volta Saverio “sbolliva” rapidamente, quasi subito. Lo faceva per rispetto dei clienti che aveva sempre dentro e fuori e avanti e indietro nel negozio. Non era affatto bello assistere a certe scene … perciò Saverio si rappacificava e si dimostrava subito benevolo nei riguardi di Jacopo, ossia Giacomo, tornando a chiedergli dei figli, della moglie e dell’anziana suocera che teneva ancora malata in casa … e per “recuperare punti” con i clienti, si mostrarsi anche caritatevole con la gente della Contrada. Perciò ripeteva spesso al garzone ad alta voce frasi come: “Ricordati tornado a casa di portare quella pezza di stoffa alle Suore per i vestiti degli Orfanelli …” oppure: “Passa a casa di Gemma la vedova, e dille che il suo vestito e pronto … ma che non si preoccupi … potrà pagarlo con comodo, quando meglio potrà …”
 
E allora la gente della bottega sorrideva compiaciuta, e annuiva con la testa ammirata per il comportamento gentile del loro Sarto di Contrada.
Saverio vestiva sempre uguale, “da lavoro”, con i manicotti neri o bianchi fin sopra il gomito, il grembiule blu lungo fin ben oltre e sotto alle ginocchia, e giorno di festa o feriale, era sempre lì che lavorava col suo riporto scomposto dei capelli, il pizzetto sempre più grigio e spelacchiato, e la bocca immancabilmente occupata dall’ennesima sigaretta accesa … Non lo si vedeva mangiare e bere quasi mai, anche se si sapeva che qualcosa “tataràva e mastegàva” nel retrobottega … ma si sapeva che ogni tanto tirava fuori da sotto il bancone un “fiasco di quello buono” che spartiva con zio Aristide o qualche suo confidente quando andavano a trovarlo e salutarlo … Qualche volta offriva quel fiascone anche a zia Eufemia quando si recava nel negozio in mia compagnia per ordinare a Saverio i suoi abiti rigorosamente lunghi e scuri.
Lei rifiutava sempre dicendo: “No grazie Saverio … El vin me da subito alla testa … soprattutto quando sono a digiuno per le Novene della Ciesa o per l’Ottavario dei Morti … Xe megio che non toga niente … altrimenti dico strambotti e me metto a ridere come una fantolina imboressada e insulsa … e dopo non so come possa andare a finire …”
 
Allora Saverio riponeva di nuovo il fiasco mezzo pieno con i bicchieri unti sotto al bancone, quasi per allontanare quella tentazione dagli occhi di zia Eufemia … poi sorrideva a me dandomi una delle sue favolose caramelle colorate gommose e zuccherine che si procurava chissà dove e teneva dentro a un vaso col coperchio avvitato che riponeva sempre sotto allo stesso bancone ingombro di cose.
Sapeste quante volte d’estate, durante la vacanza dalla scuola … o anche d’inverno durante le Feste di Natale, andavamo noi ragazzini alla bottega di Saverio e cercavamo con una scusa o con l’altra di distrarlo e chiamarlo fuori in “bocca alla bottega”o fin sotto al portico della Corte. Intanto provavamo a intrufolarci di soppiatto dentro al suo negozio, e in maniera fulminea sottraevamo i dolci da sotto il bancone svitando e riavvitando il coperchio di quel vaso a velocità supersonica. Saverio cascava quasi sempre in quel nostro banale quanto astuto tranello e giochetto che architettavamo per giorni e giorni con inesauribili trovate fantasiose sempre diverse. C’inventavamo di tutto pur di riuscire a stanarlo dal “suo antro” e allontanarlo quanto bastava per poter raggiungere indisturbati il “nostro tesoro”.
Una volta abbiamo chiamato fuori Saverio gridando: “Al fuoco ! Al fuoco ! … Va a fuoco la Contrada !” … e lui è uscito fuori subito a guardare in giro mentre Robertino s’è infilato nella bottega attraverso il finestrello del gabinetto sul retro lasciato aperto da Saverio.
Che buoni quei dolcetti ! … Quella volta sapevano di menta e liquirizia.
Un’altra volta siamo andati da Ida “Piresca”, che andava pazza per i tessuti e i vestiti anche se non poteva permetterseli. Le abbiamo detto che ci aveva mandato Saverio per dirle che aveva ricevuto una buona pezza di “stoffa alla moda” che avrebbe potuto venderle e lavorare in esclusiva a buon prezzo solo per lei.
“Saverio ti aspetta in Corte, sotto al portico … appena fuori della sua bottega … Dietro all’angolo della Calle Sporca …” le abbiamo mandato a dire tramite Micheletta che si è prestata subito ad eseguire l’incarico in cambio di un bottone di cioccolato. “Affrettati però !” aveva aggiunto la bimba sveglia di sua iniziativa, “Scendi subito da Saverio prima che arrivino altre clienti capaci di rubarti la buona stoffa … Saverio ha detto che ne ha ricevuto poca.”
 
Ida s’è precipitata subito di sotto da Saverio … e Saverio le è uscito incontro avvertito da un bigliettino infilato sotto alla porta del negozio con cui Ida … inconsapevole … lo invitava a incontrarla sotto al portico alle cinque precise della sera: “per affari di ordinazioni e di stoffa all’ultima moda”.
Appostati dietro l’angolo, abbiamo visto Saverio sorridere e sfregarsi le mani adunche leggendo il biglietto … quasi pregustasse di affondarle sulla sua preda. E poco dopo, quando il campanile della Contrada si è messo a battere le cinque del pomeriggio, Ida è scesa di casa andando incontro a Saverio che puntuale si è mosso lasciando incustodito il negozio per vedere e ascoltare le intenzioni di Ida … La bottega è rimasta “libera” quel tanto che bastava … e noi siamo riusciti ad entrare e ad alleggerire il vasotto dei dolci collocato sotto al bancone.
Con trovate sempre diverse siamo riusciti “a visitare” più di qualche volta il vasotto … ma non lo abbiamo mai svuotato del tutto per non far insospettire troppo Saverio. Una buona metà però ce la siamo portata via quasi sempre … Ricordo che Pino Stagnìn stava sempre di guardia appostato sull’ultima colonna dell’angolo del portico, mentre la Fiammetta Vitturi era sempre pronta se fosse stato il caso ad andare incontro e addosso a Saverio fermandolo per strada con una scusa qualsiasi per farci guadagnare quegli ultimi secondi preziosi necessari per completare la nostra “opera” e uscire fuggendo dalla bottega del Sarto.
Erano buoni, quasi mitici … i dolcetti di Saverio … Per noi era ogni volta un’avventura procurarceli, e un gioco speciale di cui ancora oggi provo personalmente nostalgia e conservo un bellissimo ricordo dei momenti in cui andavamo a sederci sopra il vecchio pozzo chiuso della Corte per spartirci il nostro succulento bottino. Chissà che fine avranno fatto oggi Pino e Fiammetta ?
Mi hanno detto che Pino è andato a lavorare in un ospedale della Terraferma … mentre di Fiammetta non ho più avuto notizie. So che a suo tempo si è maritata con un foresto di Napoli col quale ha fatto un mucchio di figli, e che poi è partita per il Sud dell’Italia per andare a lavorare in un locale dei fratelli di lui … Ma poi di lei non ho più avuto notizie … Chissà se si ricorderà ancora dei preziosissimi dolcetti di Saverio ?
Saverio lo trovavi sempre lì, a qualunque ora, sempre intento a lavorare, col forbicione lucente e affilato che faceva sempre:“zip … zip… e zip …” e “stric … stric … e strish …” sopra alle stoffe, gli abiti nuovi e i tessuti lisci o ruvidi. Seguiva con pazienza e precisione la linea candida segnata col gesso sopra i ritagli che aveva tratto dalle sue pezze colorate e allineate sugli scaffali: c’erano panni, tele, fustagni, filati di ogni sorta e tinta, lana morbida, lino, cotone, gabardine e altre stoffe pregiate … perfino seta, ma anche ordinarie telerie e fibre povere per vestiti da lavoro e da pochi soldi.
Lo potevi trovare intento e curvo a cucire, plissettare, tendere, sagomare, rifilare e acconciare e accorciare seduto sotto alla lampada dell’angolo che riluceva di notte sopra alla sua consunta poltrona … Saverio era sempre all’opera, anche dopo l’ora di chiusura. Quando chiudevano tutte le botteghe, pressappoco verso l’ora del tramonto, Saverio usciva in strada e infilava un paio di tavole oscuranti sulla vetrina del suo negozio, spegneva la piccola insegna al neon fingendo d’aver chiuso tutto, e, invece, rientrava dentro riprendendo a lavorare normalmente … Faceva così anche se era domenica e festa, o Natale, o la Madonna d’Agosto, Pasqua e Capodanno, tanto che zia Eufemia diceva sempre che quell’uomo era “un senza Dio”, e che tutto quel suo lavorare l’avrebbe portato alla fine“dritto all’Inferno”.
Ma non era vero … perché Saverio era “di chiesa” a modo suo … L’ho visto sempre segnarsi la fronte quando suonava la campana del mezzogiorno o l’Ave Maria della sera, così come l’ho visto sempre “chiudere bottega” quando passava un“Morto per strada” accompagnato nel Funerale … e l’ho visto borbottare in quell’occasione anche un’orazione. L’ho visto anche entrare in chiesa a Natale e Pasqua … magari all’ultima Messa e seduto sull’ultima fila dei banchi, o in piedi accanto all’uscita … Ma c’era, era proprio lui, Saverio il Sarto … Così come l’ho visto presente a qualche Funerale e al Matrimonio di sua nipote Gustetta con Nicolò il figlio del fornaio della Contrada.
Vi ho anticipato e raccontato tutte queste cose per dirvi che ogni anno, praticamente da sempre, non si sapeva bene fin da quando, eccetto che negli anni delle ristrettezze crude delle guerre, nella nostra Contrada s’è sempre organizzata la Pesca di Beneficenza.
Ognuno di noi in quei tempi provava …
Fine della seconda parte/continua.
giu 27, 2016 - opinioni    No Comments

“STRINGIAMOCI A COORTE … L’ITALIA CHIAMO’: SI’ !!!”

italia chiamò ... Sì !!!

 Nell’ansia apprensiva dell’attesa dell’Italia che vincerà o perderà … fra Brexit o non Brexit … un Papa forse ancora Crociato … migliaia senza un nome che affogano ancora in un mare troppo largo da attraversare inseguendo il sogno d’esistere … il lavoro ancora che c’è e non c’è … e una giornata qualsiasi di uno qualsiasi in un posto qualsiasi in un tempo qualsiasi di un’estate qualsiasi … C’è posto per un’eccentricità ? … o tutto sarà scontato e già detto senza alcuna vera novità ? … Però sono fioriti di nuovo gli amari Oleandri … e quella bella donna di ieri sorride sdentata nel suo camicione candido dentro al letto spondinato … Non ricorda più quale giorno è oggi … però ride beata … ci ripensa, si rabbuia corrucciando lo sguardo … e sorride di nuovo … pur non sapendo perché … solo inseguendo quel pensiero d’esserci e partecipare a questa grande scena mista di commedia e di dramma. 
Sarà ancora buongiorno quest’oggi ? … di certo è stata buonanotte … Ma che significherà questo aspettare e continuare ? … Ronza il rugginoso condizionatore sulla strada di sotto, e pigola esasperato “qualcosa” in un nido nascosto che non si vede avvolto nel buio … L’evoluzione continua sfogliando il calendario che ci siamo inventati noi … ma: “stringiamoci a coorte … siam pronti alla morte … l’Italia chiamò: Sì !!!”
A proposito … lo sapevate che il nostro Inno di Mameli è composto anche di altre strofe che non cantiamo mai ?
Eccole qua:
 
Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò.
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò, sì!

Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popoli, perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò, sì!

Uniamoci, uniamoci, l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore.
Giuriamo far libero il suolo natio: uniti, per Dio, chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò, sì!

Dall’Alpe a Sicilia, Dovunque è Legnano; Ogn’uom di Ferruccio ha il core e la mano;
I bimbi d’Italia si chiaman Balilla; Il suon d’ogni squilla i Vespri suonò.
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò, sì!

Son giunchi che piegano le spade vendute; Già l’Aquila d’Austria le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia e il sangue Polacco bevé col Cosacco, ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò, sì! 

 
(Inno scritto nel 1847 da Goffredo Mameli e musicato lo stesso anno da Michele Novaro. Divenne Inno d’Italia nel 1946 in sostituzione della Marcia Reale scritta da Giuseppe Gobetti per Carlo Alberto, che è stata inno d’Italia dal 1861 al 1946.)
giu 26, 2016 - Storie mai nate    No Comments

“… E NON CI SARA’ PIU’ LA SOLITA PESCA DI BENEFICENZA IN CAMPIELLO.”

... e non ci sarà più la solita pesca di beneficenza in campiello 01

 Mi ero dimenticato di scrivere il nome del protagonista di questa storia vera quasi del tutto … ma rimedio subito: chiamiamolo Lucio … Dai ! … Tanto per dargli un nome che però non corrisponde affatto al suo.
“Stamattina presto fuori della finestra le nuvole erano tutte cotonate … Sembravano panna montata sparata in cielo. Le nuvole erano illuminate da dietro in un’alba fresca dopo la pioggia di ieri sera … Sembra che quest’anno l’estate stenti a partire … come certe estati di quand’ero bambino.
Anche quest’anno pare ci sia una sola Cicala che grida fra le foglie dei rami strapazzati dal vento … Si sente che canta il solito ritornello estivo … ma è ancora incerto … sembra l’abbia mezzo dimenticato.
A dire il vero c’era stamattina anche una Farfalla bianca che volteggiava in aria procedendo a zig zag … come a scatti … Pare che farfalle quasi non sappiano volare, che non sappiano dove andare e vadano un po’ qua e un po’ là cambiando sempre direzione … Invece non è vero … pur ballonzolando e svolazzando goffamente, una direzione precisa però la prendono … E’ un po’ quello che è accaduto anche alla mia vita.
 
Infine stamattina c’erano in cielo anche i rauchi Gabbiani … incazzatissimi e agitati come sono sempre ultimamente. Giravano e rigiravano intorno al campanile della Contrada con la cuspide a cipolla  … E’ di una chiesa ormai chiusa e abbandonata da tempo … Sempre a proposito di tempo, i Gabbiani tempo fa andavano a nidificare fuori, nelle isole della Laguna, o nelle barene o sul Litorale. Adesso è cambiato tutto: anche loro vivono qui in città, a Venezia, nel centro storico … Hanno costruito i nidi sui tetti delle case, sopra camini spenti e su altane abbandonate … e qualche volta anche ti affrontano mostrandosi sfacciati col becco adunco aperto … Sembra non abbiano più paura di niente e nessuno, e lottano per spartirsi il cibo che c’è qui da noi … un po’ come è capitano a me, a noi, durante la nostra infanzia.
Quand’ero bambino, Zia Eufemia mi ha sempre vezzeggiato e coccolato, a modo suo s’intende, portandomi con sé spesso fuori di casa ovunque le andava di andare. Il fatto è che la zia Eufemia nove volte su dieci andava sempre in chiesa dove correva ogni volta che suonava qualsiasi campanella. La mamma, invece, era per necessità di cose più sbrigativa e asciutta nell’esprimere i suoi sentimenti perché aveva da accudire ben sette tra figli e figlie, che sarebbero stati i miei fratelli e le mie sorelle.
Mamma aveva ben poco da dire e molto da fare perché il più piccolo di noi lo teneva ancora in braccio mentre il più grande le arrivava appena al petto. Inoltre la mamma aveva sempre molto da fare perché oltre ai figli e al governo della casa usciva spesso per recarsi a “lavorare a ore”, ossia “a servizio”, presso una “casa di Sjori” della Contrada di San Marcuola, giusto a metà strada del popoloso Sestiere di Cannaregio in cui abitavamo, e a pochi passi dal famoso Canal Grande di Venezia sul quale il palazzo dei Sjori non s’affacciava affatto perché erano Nobili sì, ma decaduti o “Nobili della seconda ora”.
 
A dire il vero, chi li conosceva bene li definiva alla Veneziana:“Peòci refàtti” perché avevano fatto fortuna partendo dal niente … anche se i soldi adesso ce li avevano per davvero … Eccome se ne avevano ! Mamma ci raccontava bisbigliando sottovoce che li vedeva sempre girare per la casa: vedeva i soldi, i quadri, le perle e i gioielli della Sjora e delle figlie … vedeva gli ori e gli argenti di famiglia … e ci diceva che ne avevano per davvero tanti.
Però non era invidiosa la mamma … A lei, come a noi, piaceva la nostra povertà dignitosa … Avevamo tutto, non ci mancava niente … anche se non capivamo mai che cosa significava sia“tutto che niente”.
 
A differenza della mamma che era un figurino nervoso, asciutto e pieno di vita … ma anche con tutte le sue giuste cosine al proprio posto … Zia Eufemia era bassa, tonda e grassoccia,“una stracagnòtta” la definiva la mamma pur essendo sua sorella. Ma lo diceva ridendo e per prenderla amabilmente in giro … Zia Eufemia aveva sempre i capelli tinti di nero, divisi in due da una linea bianca e lucida quando li lasciava sciolti giù per le spalle, ma la si vedeva anche quando li teneva raccolti in una grossa treccia imbovolata che fermava con mille mollette quando doveva uscire per strada mettendola nascosta sotto al suo “fazzolettòn da testa”. Zia Eufemia era abituata così … Mi ha detto un giorno che uscire per strada senza fazzoletto in testa la faceva sentire come nuda … E poi la testa stava riparata dal freddo dell’inverno o dalla calura del sole estivo … e poi, questa non l’ho mai capita, diceva anche che era meglio che le donne avessero il capo coperto per via degli Angeli ? …  per non turbarli … Ma turbarli di che ? … visto che erano Spiriti Purissimi … Boh ?
Oltre che scuri i capelli di zia Eufemia erano anche lisci e lucidi, sembravano lacci da scarpe … Mamma diceva che non erano lucidi ma unti, e che perciò era cosa diversa … ma questa è un’altra faccenda che in fondo non ha molta importanza.
Zia Eufemia aveva anche la pelle candida, immacolata, bianca come la neve, che assomigliava però alla cera delle vecchie candele della chiesa … La zia odorava sempre di un misto buono e pulito, sapeva di canfora e naftalina, di vecchio e un po’ stantio … e qualche volta anche di umido e bagnato. Pareva avesse indosso la muffa insieme al tabacco … perché zia Eufemia era una “tabaccona” … una che tirava su col naso dalla sua scatoletta d’argento che si portava sempre dietro, e che aveva un bel Santo dipinto e cromato sopra al coperchio.
Tutta la gente della nostra Contrada di Venezia diceva in giro che zia Eufemia era una specie di Santa, anche se lei scongiurava e ripeteva sempre di non esserlo del tutto … e se lo diceva lei ? Infatti, la gente quando lo diceva aveva quasi sempre un sorrisetto sulle labbra … pareva volessero canzonarla e prenderla in giro. Ma alcuni sono certo che la ritenevano “Santa” per davvero, ossia una donna davvero per bene.
“Perché non ti sei mai sposata come la mamma zia Eufemia ?” le chiedevamo molte volte in famiglia. Lei prima arrossiva sempre mostrando di non gradire molto quella domanda, e poi ci rispondeva sempre alla stessa maniera:“Perchè gli uomini non mi hanno mai meritato a sufficienza.”
“Perché, invece, tua zia è brutta come la fame … Sembra la Befana !” spiegavano sghignazzando sempre in coro i miei amici.
“Beh … almeno la Befana è buona …” rispondevo io come a discolpa della zia e cercando di salvare il salvabile di fronte a quella specie di sentenza negativa. “La Befana è brutta … però porta sempre i regali dentro alla calza!” aggiungevo.
“Sì … però smanaccia anche il carbone, cavalca la scopa in cielo, e s’intrufola dentro ai camini delle case di tutti …  E tua zia deve essere rimasta incastrata dentro a più di qualcuno di quei buchi scuri e fuligginosi.” petulavano ancora irriverenti e divertiti.
Non se ne andava mai fuori con quei discorsi. Ma in fondo quelli che li facevano erano i miei amici … e poi, insomma … e va beh … zia Eufemia era anche un bel po’ brutta.
Devo dire però che da mia “zia Santa” ho imparato moltissimo, e ho incamerato nella mia mente facendole mie tante delle sue convinzioni e abitudini che poi ho fatto sviluppare per mio conto. Infatti … un po’ sulla sua scia … in seguito sono diventato anche un Prete di Venezia … e tutti in giro dicevano: “E’ il nevòdo della Santa … è un Don Santo !” … anche se mi chiamavo in realtà soltanto Lucio … ossia Don Lucio.
Sempre per raccontarvi di me e della mia storia, devo aggiungere che oltre a zia Eufemia, c’era anche mio zio Aristide, che in realtà non era affatto nostro zio. Era un fido amico di famiglia, e in grande confidenza con zia Eufemia, anche se spergiurava davanti a Dio, la Madonna e tutti i Santi di non averla mai sfiorata neanche con un dito, e neppure con una semplice carezza … Però erano amici-amici, d’antichissima data … e si sa bene come vanno certe amicizie che sono troppo strette … Ma lasciamo perdere anche questo argomento.
“Ti pare che io mi potessi mettere insieme con quella bruttona di tua zia ?” ripeteva sempre zio Aristide nella sua bottega quando lo tiravamo in lingua sull’argomento.
 
“E’ solo affetto … pura e innocente amicizia … Siamo sempre stati amici fin da bambini.”
“Sì … Tu eri il Principe Azzurro dei sogni … e lei la Bella Addormentata del Bosco.” dicevo ironicamente stuzzicandolo. Mia sorella Marietta, che era forse la più smaliziata di noi tutti, perché era ormai grandicella, diceva invece: “Io penserei piuttosto alla Strega di Biancaneve … o a Maga Magò con i suoi pentoloni magici.” … e ridevamo tutti a crepapelle … zio Aristide compreso.
Zio Aristide e suo padre prima avevano fatto fortuna durante il Fascismo e le due Guerre Mondiali. Pur dicendosi “di chiesa”vendevano a Venezia al mercato nero generi alimentari portati dalle campagne fino nel cuore della Laguna di nascosto e contrabbando … A dirla tutta, erano stati anche un bel po’ strozzini, anche se in ogni caso erano riusciti a procurare viveri da mangiare e legna da scaldarsi a tanti Veneziani che non sarebbero mai riusciti a procurarseli per conto proprio.
Zio Aristide, suo padre, Giobatta Bianchi e Tita Napelloconducevano dalla Terraferma fino a Venezia vecchie barche malridotte che poi venivano fatte a pezzi, vendute e buttate nel fuoco per scaldarsi … Chi vuoi che facesse caso a una barca che girava vuota ? … Così come immersi e nascosti sotto al letame delle vacche e dei cavalli per concimare gli orti portavano bei salami, lardo, sacchetti di sale e farina e molto altro ancora. La fame era fame, e le ristrettezze di quei tempi difficili erano grandi, perciò la gente si serviva di loro e costoro, padre e figlio e compari, accettavano di farsi pagare profumatamente … talvolta anche in maniera “un po’ diversa” vi lascio intendere come, dalle donne della Contrada.
“Erano tempi difficili …” mi ha sempre spiegato zia Eufemia che sapeva di tutti tutto, “Gli uomini erano vivi, e anche i corpi hanno le proprie esigenze fisiologiche …”
Poi storceva il naso in segno di diniego, e aggiungeva: “In quei momenti bisognava far di necessità virtù … Tutto diventava un po’ lecito … e alla fine si rimetteva tutto a posto davanti al Buon Dio andando a confessarsi e ripulirsi l’Animo dentro al “Segreto Confessionario” del Piovano della vicina Contrada … Non da quello della nostra Contrada … per via della vergogna, perché si era troppo in confidenza … e si aveva paura di perdere la stima … Sapete com’era a quel tempo: il Prete-Piovano poteva procurarti un buon posto di lavoro, mettere una buona parola, raccomandare, parlare bene di te … E in giro lo ascoltavano e consideravano tantissimo  … Perciò se non aveva stima di te, o ne combinavi qualcuna di troppo storta … poteva essere un problema.”
 
Terminati il Fascismo e la Seconda Guerra terminarono il“mercato nero” e anche “quei pagamenti particolari” che facevano spettegolare tutti, ma rimase attiva ugualmente la bottega in Contrada dove padre e figlio, ossia zio Aristide, continuarono a lavorare da Biavaròl portando il lutto di un secondo figlio e fratello che non era più tornato vivo dal fronte. La madre di Arturo … si chiamava così il fratello di zio Aristide, era sempre dolente e vestita completamente di nero. S’era chiusa in un lutto senza fine, e per anni non uscì più di casa avendo sempre un umore uguale al colore dei suoi vestiti … Insieme a quel figlio perso in guerra era morta in un certo senso anche gran parte di lei.
In seguito, quando morì suo padre, Aristide divenne l’unico padrone della bottega, e nell’occasione si convertì opportunamente verso sentimenti politici Democristiani, e divenne anche “più devoto e di chiesa” … Che sia stato per opportunità politica e sociale, o forse in riparazione dei tanti peccati che aveva commesso con suo padre e i suoi compari durante la guerra non ci sarà mai dato di saperlo.
Certo è che zio Aristide è diventato uno degli uomini fidati di chiesa, uno di quelli su cui il Piovano poteva sempre contare per aiutarlo a far beneficenza verso le persone più povere e bisognose della Contrada.
Zio Aristide conosceva un po’ tutti, perché … sapete bene com’è Venezia: ogni Contrada era come un piccolo paese racchiuso fra ponti e calli e inserito nella città, un piccolo microcosmo chiuso e indipendente in cui si poteva benissimo vivere insieme, gomito a gomito, ciascuno accanto all’altro … e anche con una certa armonia.
Quasi tutta la gente della Contrada si recava ogni giorno a servirsi praticamente di tutto dentro alla bottega di zio Aristide, il negozietto era sempre piena di gente, e sempre frequentatissimo dall’alba al tramonto. Anche perché da zio Aristide si finiva con l’incontrarsi e parlare delle novità e di tutto, come di solito si faceva nei Caffè, nelle Osterie delle Contrade o dal Barbiere.
Infatti in un angolo della bottega in mezzo a sacchi, casse, e pile di prodotti e di merci di ogni sorta, c’erano alcune sedie sgangherate e un piccolo tavolino traballante dove la mamma di Aristide non faceva mai mancare un grosso termos pieno di The Inglese sempre caldo da cui chiunque poteva servirsi liberamente intrattenendosi in conversazione con lo stesso Aristide o con qualsiasi altro avventore … Più di qualcuno della Contrada, soprattutto durante le giornate fredde e buie dell’inverno, entrava lì dentro per scambiare due parole e informarsi delle ultime novità, su quanto accadeva in giro per Venezia e anche oltre, ma anche per servirsi gratuitamente di quella fumosa e saporita bevanda calda.
La bottega di zio Aristide in fondo alla Calle Larga della Contrada e di fronte al portico, era sempre avvolta dalla penombra, ed era piena zeppa, fornitissima di ogni ben di Dio. Tutto era ben allineato sulle capienti scansie, messo ben in mostra sul massiccio bancone, o pendeva giù dal soffitto appeso a mille ganci lucidi.
In alto, sopra l’ultima fila degli scaffali, dietro al bancone sempre ingombro di mille cose, dove stava sempre all’erta Aristide come un re sul suo podio regale, troneggiavano illuminati di continuo, giorno e notte, da un lumino fumoso: un Crocefisso nero, la fotografia del fratello morto soldato, e in mezzo ai due: un piccolo busto del Duce Mussolini.
Sempre nella stessa Contrada Veneziana …
Fine della prima parte/continua.
giu 26, 2016 - opinioni    No Comments

“anche se” …

Frank Stella_Hampton Roads_1961

“Lo so … mi è andata bene questa volta … Mi hanno forato il cuore provando a inserirmi uno stent quando ormai mi davano per spacciato … Io ero già morto, non mi sono accorto di niente … Mi sono salvato per il rotto della cuffia … e sono qua vivo per sbaglio … Ma che vuoi farci ? … Io voglio vivere lo stesso … Me ne frego dei medici, delle terapie, delle varie restrizioni … Bevo, mangio, fumo, corro, vado con la mia donna più che posso, lavoro, m’incazzo … e mi risparmio meno che posso … Pensa: ormai da mesi non prendo più neanche una pastiglia … Neanche una eh ! … e mi sento benone.
Penso che la medicina sia spesso tutto un business che c’imbroglia … una scusa per guadagnare sopra tutti i mali del mondo … Ci credi tu che le medicine siano per davvero utili per la gente ? O servono soprattutto a gonfiare qualche portafoglio ? … E sei così convinto che la Sanità voglia per davvero il bene delle persone ?”
“Beh … in fondo ti hanno salvato no ? … Sei qui a raccontarmelo … Sei vivo.”
“Sì … Però vivere è un’altra cosa … Il mondo degli ospedali e dei Medici mi rimane sempre sospetto … mi da sempre un senso di approfittamento, di forzatura, d’incanalamento di qualcosa che è naturale e invece dovrebbe rimanere libero.”
“Allora come Infermiere sarei un personaggio inutile ? … asservito a questa logica di profitto.”
“No … il buon cuore conta sempre … e anche la parola giusta al momento giusto è sempre importante … Risvegliarmi pieno di tubi e instupidito e vedere ancora un volto vivo gentile mi è piaciuto e servito.”
“Anche se …”
“Esatto ! … La vita è tutta racchiusa dentro a quel “anche se” …”

*** il dipinto è di Frank Stella: “Hampton Roads” del 1961

giu 25, 2016 - opinioni    No Comments

Ma ce la facciamo …

Laurence Stephen Lowry_la stazione ferroviaria_1953

La collega smontante-notte dell’Oncologia, dell’Hospice Terminale m’incontra e saluta nel corridoio quasi buio. E’ serena e senza peli sulla lingua: “Che notte ! Sono accaduti ben due decessi ! … Ormai non me ne frega più niente dei Morti … Ho fatto l’abitudine, faccio quel che c’è da fare … So stare alla giusta distanza … Non mi fanno più né caldo né freddo … E’ tutto il contorno dei familiari e dei parenti che è fragile e difficile da gestire. E’ quella la parte più complessa e pesante da affrontare umanamente … Ma ce la facciamo … Adesso ho bisogno di uscirne fuori e pensare ad altro … Vorrei godermi i figli e il riposo … andare in spiaggia, mangiarmi una pizza insieme a loro … Ma è forse prevista pioggia ? … Vallo tu a spiegare ai miei figli che siccome fa brutto tempo sarebbe meglio se rimanessimo a casa a dormire …”

Mi piacciono le mie colleghe e i miei colleghi … Li sento persone vive e genuine … capaci di non subire il giro vorticoso delle lancette che s’inseguono inesorabili, e i fogli dei giorni strappati dal calendario.

giu 25, 2016 - opinioni    No Comments

Oggi …

Lucian Freud_Ritratto di Lady Elizabeth Cavendish_1950
Non sapendo se pensare al caldo, agli Inglesi scappati dall’Europa, all’Italia del Calcio, alle spese e alle ferie … o a un giorno di riposo qualsiasi.
La vita servirà pure a qualcos’altro ?
Ah sì ! … C’è anche la pensione su cui struggersi … e le zanzare … una pillola da prendere o non prendere per la pressione troppo bassa … Ma che tempo farà oggi in Groenlandia e in Polinesia ?
****il dipinto è di Lucian Freud: “Ritratto di Lady Elizabeth Cavendish” del 1950.
giu 24, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“SUORE, MONACHE … DONNE RADICATE E IMPRIGIONATE IN LAGUNA.”

suore_tramonto_in_laguna

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 108.
 
“SUORE, MONACHE … DONNE RADICATE E IMPRIGIONATE IN LAGUNA.”
 
Un tramonto nella Laguna di Venezia per quanto struggente e magico non vale nulla se non c’è qualcuno in grado di gustarlo e vederlo. In Laguna ne accadono a milioni … ma non sempre sanno suscitare quell’armonia e quella poesia che sono capaci d’indurre … Possono esserci occhi “spenti” che non li vedono … persone “rivoltate in se stesse” che vivono dentro a uno spesso velo di tristezza e angustia che impedisce loro di gustarsi gli altri e il resto del vivere.
Insomma: se un bel tramonto non ha qualcuno che lo guarda, lo gode e apprezza è come se non esistesse.
Che sia chiaro fin da subito: io alle Suore devo molto, anzi: moltissimo, perché ho trascorso in maniera assidua gran parte della mia prima infanzia in loro compagnia, e da loro ho imparato tantissimo.
Potrei dire perfino che da loro prima che dalla mia famiglia ho imparato certi valori, e che è meglio essere buoni, pazienti, obbedienti e gentili … oltre che industriosi, anche se per riuscire in questa impresa serve attraversare il famoso mare che c’è di mezzo fra “il dire e il fare”.
Sembrerà paradossale per quanto andrò dicendo, ma sempre dalle Suore ho imparato che nella vita serve possedere un po’ di passione … Sì proprio quella di cui forse le Suore erano carenti, o a cui avevano spesso rinunciato … ma certe ce l’avevano dentro accesa, come un fuoco incoercibile mai spento … e si vedeva, si sentiva … ci si scaldava e illuminava con quel fuoco interiore un po’ nascosto e quasi ufficialmente congelato. In alcune di loro il fuoco della Carità e dell’amore fraterno mi è capitato d’incontrarlo e riconoscerlo per davvero … e questo glielo devo a merito e stima che rimarrà per sempre.
L’indimenticabile Albino Luciani tragicamente scomparso e forse eliminato “frettolosamente” dal nostro contesto umano e storico ci ripeteva spesso: “Le Suore sono industriose come le Api, sono bravissime, mai dome … ma guai a contraddirle ! …  perché ti pungono e avvelenano !”
Aveva perfettamente ragione.
“Le Suore sono donne due volte.” diceva ancora: “Uno perché sono effettivamente donne come tutte le altre, secondo perché incarnano una tenacia e una determinazione supplementare tipica delle Suore che le rende ancor più ricche di vitalità e ne esalta ulteriormente le doti femminili e umane.”
 
Vero anche questo … Era un vero intenditore Albino Luciani, la sapeva lunga su tante cose … Chissà che cosa avrebbe combinato se non lo avessero “tolto di mezzo” troppo presto e con eccessiva disinvoltura.
Tuttavia la Storia di Venezia e della Laguna ci racconta e rivela molte altre cose su questa categoria di donne davvero un po’ speciale e spesso troppo taciuta e data per scontata.
“Le Suore sono Suore … Che c’è da dire di tanto curioso su di loro ?” mi diceva un amico.
“Ce n’è ! … Ce n’è ! … e anche parecchio.” gli ho risposto,“Innanzitutto il fatto che quelle donne hanno per certi versi pesantemente sacrificato la loro femminilità … forse in parte perdendola, alienandola in uno schema di vita troppo stretto e rinunciatario per non dire poco naturale.”
“Mmm … Forse hai ragione … Di queste cose non se ne parla … Le Suore di solito ci sono … anzi: c’erano e basta.”
“A chi lo dici ! … Con le Suore durante la mia infanzia facevamo la colla utilizzando le foglie delle Edere che penzolavano giù dai muri del loro cortile … Ci facevano ripulire all’infinito dalle erbacce infestanti ogni angolo più nascosto e minimo di qualche cortiletto recondito … Raschiavamo il muschio dai pavimenti in pietra e dai muri umidi per preservarlo per fare il Presepio a Natale … abbeveravamo ogni giorno le Piante del loro giardino ben tenuto, le Rose bellissime, e gli infiniti vasi di Fiori collocati ovunque … Durante l’inverno rigido, nebbioso e piovoso ritagliavamo un mare di quadretti e triangolini colorati di cartoncino soffiandoci sulle dita intirizzite imbacuccati nelle aule fredde e deserte della loro Scuola Materna anche dopo l’ora di chiusura … temperavamo un’infinità di mozziconi di matite coloratissime … e c’erano sempre rondini di cartone da appendere al soffitto, foglie rinsecchite da appiccicare alle finestre o sulle pareti delle aule, fiori gentili di Primavere, Coccinelle e Nani e Funghi del bosco da disegnare e appuntare ovunque … Maschere di Carnevale con stelle filanti e coriandoli creati con la macchinetta foratrice, San Martini a cavallo infreddoliti quanto noi … e infiniti addobbi di Natale, alberi e Presepi … e Feste della Mamma con superbe Recite da preparare, ballare e cantare … sempre accompagnati da quello stesso pianoforte scordato e dall’eco strampalato da cui Suor Vincenza sapeva far uscire delle melodie melanconiche che sembravano quelle della Russia del Dopoguerra … e poi c’era il Canto del Cucù …”
 
“Il Canto del Cucù ? … che è ?”
“Quando vivevo con le Suore più che a casa mia … “Cucù Cucù fa il Cuculo quando il freddo non c’è più.” mi ripeteva sempre la stessa Suor Vincenza indicando col dito e l’occhio vispo il canto proveniente dalla finestra aperta che guardava il giardino delle Suore.
“Lo senti ? … Cucù … Cucù … L’inverno non c’è più !” mi ripeteva sorridendo anche Suor Assuntina dondolando sulle gambe quello che era già diventato il ritornello di una canzone con cui sapevano ammaliarmi.
“Cucù Cucù !” diceva a sua volta Suor Teodorica rotonda e grandissima, alta per me come una montagna … Con gli occhiali scuri e spessi sotto a delle sopracciglia foltissime, e un cuore e una pazienza grandi così … “Cucù Cucù !” mi ripeteva quel donnone austero e scuro, ma buono come il pane.
“Cucù Cucù !” mi canticchiava come per un passaparola fra loro anche Suor Jole che era cuciniera e aveva due braccia grosse come due mortadelle. Era rubiconda e tonda come una Luna rossa … Sembrava sempre arrabbiata, e non diceva mai neanche una parola … Però ogni tanto le scappava un largo sorriso mezzo sdentato: “Cucù Cucù l’inverno non c’è più ! … Sei un birba !” mi diceva toccandomi leggermente la punta del naso con un dito della sua grossa mano sudaticcia. Poi si ricomponeva subito, tornava seriosa come si fosse concessa un eccesso, e andava di fretta a pompare energicamente il gasolio per la cucina dai grossi fusti … e la vedevo dondolare tutta a destra e a sinistra come una bandiera squassata dal vento.”
“Che storie strane che hai vissuto…”
“Vero ! … Cucù Cucù … ripeteva Suor Mariettina … uno scricciolo di Suora, l’opposto di Suor Jole che pareva contenere due o tre Suor Mariettina. Lei era sempre bassa, zitta, umilissima … Sempre con gli zoccoloni consunti ai piedi, col grembiulone azzurro a fiori e con i manicotti da lavoro alle braccia … oppure intenta nella umidissima lavanderia a inzuppare e stendere la biancheria delle Suore dentro e fuori dai grandi mastelli di legno che odoravano di sapone e pulito.
“Piss ! … la buba !” mi faceva, invece, ogni mattina Suor Giuseppina la cuoca. Altra Suora alta un metro e niente galosce comprese … “Piss ! … la buba!” esclamava accendendo la grande cucina del Convento delle Suore e dell’Asilo per i bimbi e le bimbe della mia isola di Burano. Attizzava di fuoco un piccolo stoppaccio e lo infilava in un pertugio sotto alla grande “macchina” scura ricolma e sovrastata da enormi pentoloni che mi parevano quelli di una maga delle favole.
“Svamp !” faceva il gasolio prendendo fuoco dentro al cuore delle “macchina” … “Svamp ! … la buba !” faceva Suor Giuseppina spalancando gli occhi tondi e acquosi … e io sussultavo ogni volta di transitorio spavento sulla mia microscopica sedia impagliata.
“Piss ! … la buba!” faceva ancora Suor Giuseppina senza più spaventarmi … e mi piazzava in mano da sfogliare un pacco di santini e immaginette di ogni foggia tenute insieme da un grosso elastico ingiallito. Poi si dava un gran da fare intorno ai fornelli, e tornava immancabilmente dopo un poco portandomi di volta in volta una tazza di candido latte bollente, o una ciottola di “bagigi” appena tostati, delle fette di pane biscottato ancora caldo, due savoiardi, o una saporita fetta di pane imburrata o coperta di gustosa marmellata.
Guardavo allora fuori dalle finestre della cucina delle Suore levandomi in punta di piedi sporgendomi dal davanzale: il cielo era scuro e denso di buio … Solo più tardi sarebbero svolazzate in giro le rondini … C’era solo un pallido chiarore da una parte del giardino illuminato dalla tenue lanterna notturna delle Suore … e c’era il melanconico canto del Cucù.
“Cucù Cucù” ripeteva più tardi nella nostra classe traboccante di bimbi e di amici: “l’inverno non c’è più !” ribadiva Suor Giuliana che sapeva metterci tutti in fila con un solo sguardo severo.
“Cucù Cucù” s’aggiungeva al nostro canto sorridente la minuta e autorevole Suora Superiore che socchiudeva sempre gli occhi dietro ai suoi eleganti occhialetti dorati. E Suor Vincenza ci dava dentro nel suo pianoforte sgangherato … e le mamme se ne stavano ferme in fondo alla sala dei bimbi perché loro non potevano entrare … S’accontentavano solo di sorridere soddisfatte salutando i loro figli con la mano.”
A noi che scalpitavamo sul posto incontenibili e sempre con la ciocca, il fiocco rosso sfatto al collo e il grembiule bianco sdrucito, non rimaneva che ripetere per l’ennesima volta: “Cucù Cucù … l’inverno non c’è più … La finiremo prima o poi con questo cucù cucù ?”  … e anelavamo l’ora del cortile e la corsa pazza per andarci a conquistare il posto sopra la rugginosa “giostra rotante dei cavalletti” da far girare all’impazzita pedalando come matti.
“Cucù Cucù !” gridavamo come ossessi sfrecciando in tondo nel vento … felici d’essere lì e basta … e “Cucù Cucù !” continuavamo a ripetere quando tornavamo a casa alla mamma e alla nonna incapaci di capire il senso di tanto “Cucù”. Il Cucolo vero, intanto, se ne stava nascosto fra i rami degli alberi del giardino delle Suore della mia infanzia, e se la cantava beato … mai stanco di ripetere ancora oggi: “Cucù Cucù !”
 
Ultimamente negli ultimi decenni in ambito veneziano lagunare stiamo assistendo al progressivo, inesorabile e definitivo declino e scomparsa di questa categoria di donne ufficialmente dedita alla vita spirituale e caritatevole.
Le Suore dietro al loro modo schivo e riservato sono state un notevole epifenomeno del territorio Veneziano e lagunare … Sono state una cittadella dentro alla città, le Suore fino a qualche decennio fa in Laguna erano presenti a migliaia ! … Avete capito giusto … a migliaia, è un dato storico, non una mia battuta spiritosa. Le donne Suore presenti a Venezia erano un piccolo esercito, una sorta di popolazione nella popolazione, un paese sparso immerso nella città e nelle isole Veneziane.
Sono trascorsi molti anni da quando ho “rovesciato e ricominciato” la mia vita … eppure non riesco e non posso dimenticare le Monache di Clausura di San Bonaventura di Venezia. Incontrandole anche se per poco tempo, ho visto donne che mi hanno spiazzato seppure “recluse” nella loro cornice stretta della Clausura Monastica. Le ho percepite più libere e dentro al mondo di noi che ci vivevamo dentro. Incredibile ! Non erano affatto donne in gabbia, ma aperte e lungimiranti … con quei loro occhi grandi e abituati ad essere spalancati “sull’Oltre” dell’esistenza … Invidiabili perché in possesso di un spessore umano e interiore di cui spesso la nostra vita euforica e frettolosa ci deruba.
Non ho riconosciuto affatto vecchie zitelle bigotte e represse rinchiuse … Incontrandole si percepiva nell’aria un profumo di donne libere, sveglie, acculturate e immerse nell’attualità dell’oggi … Laureate, giovani d’età, eppure “imprigionate e chiuse” lì dentro … Non comunicano affatto la sensazione di vivere asfissiate e frustrate. Sembrano senza Tempo, pimpanti, capaci di passare attraverso ogni “stagione della vita”.
 
“Che donne ! Nel bene e nel male … Eppure sembrano anacronistiche con quel loro vestire velato, essenziale e lungo, fuori moda e d’altri tempi. A volte pare portino in testa un coperchio di scatola da scarpe … oltre a quei veli, cuffie, mantelle, soprabiti, grembiuli e velette stravaganti tutti adatti a smussare, nascondere ogni tipo di forma femminile …”
“Ricordo ancora quella che da bambino prima di uscire dall Convento di Burano tenendomi per mano, si specchiava sul riflesso lucido del pianoforte … Nel Convento non c’erano specchi … Si guardava avanti e dietro sistemandosi e lisciandosi l’abito, ravviva le pieghe, sistemava la mantelletta perché cadesse dalle spalle nel modo giusto … E ricordo anche un’altra che teneva una treccia lunghissima infilala e abbovolata dentro alla cuffia e alla tonaca …”
“Femminilità negata … Mi hanno raccontato di loro sempre con la valigia in mano in attesa in una stazione dove qualche altra comunicherà il loro nuovo destino, il nuovo posto in cui andare a vivere e operare … Spersonalizzate ? … Private di decidere il proprio destino.”
“Forse … Un tempo cambiavano perfino il nome per indicare quel loro ripartire da capo … Si consideravano altro da quel che era il resto del mondo di fuori e tutti gli altri …”
“Perciò niente festa di compleanno se non a bassissimo profilo, come rimasuglio di una vita precedente … Contava l’anno della rinascita: della Professione dei Voti … Passava un pulmino e le prendeva su portandole a nuova destinazione e incarico … e si ricominciava: altro giro, altra avventura, altra esperienza, altre persone e altre sensazioni. Spesso altre mansioni da assumere e imparare ex novo fino a diventarne pressappoco competenti e in ogni caso responsabili. Una vita fatta di continue ripartenze esistenziali o di eterne soste negli stessi luoghi … a volte dimenticati da Dio, dagli uomini … e dimentiche anche di se stesse. Ho sentita di una che è vissuta nella stessa isola-ospedale-manicomio della nostra Laguna per cinquant’anni senza più uscirne … Una vita intera !”
“Per loro era normale così … Facevano un po’ di tutto, ogni servizio: Maestre, Infermiere, cuciniere, guardarobiere, giardiniere e sarte, merlettaie e ricamatrici, fabbricanti di ostie per le Messe con macchinette manuali obsolete che producevano trenta “particole” per volta … Ne sfornavano ogni giorno a migliaia … tutte a mano. Una trentina per volta.”
“Santa pazienza ! … Che brave ! … Tutta una vita trascorsa così … Sembra impossibile !”
“E poi c’erano Suore accudienti di vecchi, bambini, recluse, prostitute, poveri, vagabondi, emigrati, abbandonati, malati, ritardati e disabili, sbandati, matti … di altre Suore anziane, Preti e Seminaristi …”
“A volte mi sembravano donne sradicate, trapiantate … strappate anche da se stesse, da una vita normale … Anche se loro faticavano sempre ad ammetterlo.”
 
“Non lo ammettevano affatto se non in Confessionale … Volevano mostrarsi, fingersi sempre realizzate e felici ugualmente … Ma io lo so, perché mi è capitato di confessarle nella mia precedente esperienza di vita … Non era affatto così … Ne ricordo una che mi ha raccontato di come viveva nelle campagne del Bergamasco da bambina in una numerosa famiglia di contadini poveri … Lei era gracilina, fragile, poco adatta alla vita dura dei campi che venivano accuditi dai suoi numerosi fratelli … Fu così che un giorno in cui passò un Frate Cercatore e Questuante col carretto suo padre l’affidò a lui per portarla in città per imparare qualcosa … in cambio di un sacco di buone sementi da seminare.
La fame e la miseria erano tante in campagna … e mio padre ha pensato bene di disfarsi di quella bocca in più da sfamare per darle la possibilità di un futuro alternativo in cui lui non credeva affatto … Non si era parlato affatto di farmi Suora … Io ho continuato sempre a volere bene a mio padre, perché mi avvertiva come morta in quell’ambiente difficile, incapace d’affrontarlo e sopravvivergli. Non mi vedeva neanche capace di fare figli in futuro … Troppo gracile, malaticcia … Non sarei servita a nulla.
Mi sono così ritrovata in città e nel Convento delle Suore in compagnia di tante altre ragazze simile a me … Tutte lì a scovare un futuro diverso … a imparare … E infatti imparammo tante cose belle: a leggere e scrivere, a cucire, a cantare, pregare, accudire i malati e i bambini … E fu quasi naturale, conseguente, logico, che a suon di dai e dai seguissimo quella progressione interna al Convento … Infatti, ci ritrovammo ad essere Suore anche noi. Prima Novizie e tutto il resto … e poi Suore con la Promessa solenne vera e propria.
Quando sono tornata al paese … mi hanno fatto una grande festa … e la mia famiglia era molto onorata di quella scelta … anche se mio padre morendo mi ha chiesto scusa per quello che mi aveva fatto. Vivere da Suora non era affatto la mia vocazione … Io avrei voluto avere figli e sposarmi come mia sorella e le mie cugine … Ma è andata così … e ho anche seppellito tutti i miei fratelli grandi, grossi e robusti che hanno ceduto alla vita faticosa dei campi.”
 
“Una vita di ripensamenti e rimpianti ? … e spesso di rivalsa verso coloro che hanno avuto la fortuna di vivere ciò che a loro è stato più o meno negato.”
“Spesso è andata proprio così … Sono passati tanti carretti per le campagne del dopoguerra italiano … e non solo italiano.”
“Infatti a molte di loro non è bastato rifarsi il look e accorciarsi la gonna fin quasi al ginocchio per affrontare i tempi moderni … è stato troppo poco. Ci sarebbe stato ben altro da accorciare, rivitalizzare, aprire, liberare e cambiare … Le Suore avevano sempre la fissa della Purezza e della Castità … la paura del sesso e del vivere da donne fino in fondo … Non lo vedevano come un plusvalore, ma come qualcosa di sporco e peccaminoso da evitare.”
“Ne ricordo una che diceva: “Giovinastri ! … Stanno sempre a sbaciucchiarsi a ridere e ballare …”
“Che c’era che non andava in questo ?”
“Niente ! … Però lei ripeteva: “E’ uno scandalo ! … Perché non s’interessano delle vere cose che contano nella vita … Dovrebbero ascoltare Dio che ha detto: “Venite e vedete … Inaffiatevi più che potete !” … Non perdersi dietro alle sconcezze ispirate dal Demonio … “Il di più viene dal Demonio ! … dice la Scrittura !”
“Veramente erano citazioni sbagliate … Non esistono nella Scrittura dette così e con questo senso … Interpretavano, distorcevano …”
“Infatti glielo dicevo, glielo facevo notare … “Va beh …” rispondeva, “Il senso non sarà proprio quello … Ma non sarai mica miscredente anche tu ? Non farai per caso parte di tutto quel mondo di senza Dio, pagano, Ateo, Comunista e assatanato, libertino e senza valori e dedito solo al magiare e bere, divertirsi e far sporco sesso ?”
“Ecco perché avevano sempre la mania della pulizia sul lavoro ! … Avevano sempre la fissa che tutto fosse pulito … Ci facevano lavare i muri, e i soffitti oltre che i pavimenti … Una vita intera vissuta di fronte e in faccia a un mondo di fuori considerato tutto da compatire se non completamente dannato, violento e perverso, da esorcizzare e redimere … convertire, rifare … Un mondo sfacciato per cui pregare come per i Morti … Un mondo “zozzo, crudo e maschio” tutto da trasformare rendendolo il più possibile simile a quello “puro e casto di dentro” che vivevano dentro al loro Convento …”
“Effettivamente speravano che il mondo potesse assomigliare a quello alternativo del Convento e del chiostro …”
“Vedevano sempre una società sempre da purificare, redimere, risanare, igienizzare, rammendare e ripulire come dalle “sporcizie deleterie del vivere sociale”. Ogni studente, educanda, ospite, malata, dipendente … poteva essere e diventare un’ipotetica affiliata, una persona da redimere “tirandola dentro” … una possibile vocazione da favorire, coltivare, integrare liberandola dalle assurde quanto assidue scadenze della quotidianità concreta e obbligata della vita laicale considerata un po’ dannata.
Ho incontrato donne tanto severissime, austere, quasi al confine con l’arrabbiato con se stesse, con le consorelle … oltre che con gli altri, soprattutto con i sottoposti … quanto ossequiose, accondiscendenti, asservite, sottomesse con chiunque rappresenti l’autorità costituita del Convento o della società in genere.”
 
“Le Suore sono sempre state un enorme bacino di voti e consenso elettorale di cui politici furbi hanno saputo usufruire per decenni facilmente e con poca spesa: “Croce su croce Madre ! … E’ questo il voto da fare.” Tuonavano i Confessori e i Predicatori dai pulpiti e dagli altari e le Badesse e le Superiore nei Refettori e nei Capitoli dei Conventi suggestionati dai politici di stampo Democristiano.”
“E quelle votavano “giusto e secondo coscienza”, ossia per coloro che finanziavano il Convento di qualche obolo o venivano indicati dai Superiori come persone meritevoli. Non servivano comizi, pubblicità, discorsi, discussioni, dibattiti e convention … Si andava via dritti: erano migliaia di voti sicuri … in cambio si riparava il tetto del Convento, si mandava un panettone a Natale e una Colomba a Pasqua, un paio di salami buoni, o si ridipingevano le aule della Scuola Materna …”
“Se poi non accadeva niente di quanto promesso da quelli che erano stati votati, o se cambiavano bandiere, o se di dimostravano essere l’opposto rispetto a quei valori di cui si erano dichiarati sostenitori incalliti … Beh … Non importa … C’è sempre e comunque la Provvidenza che penserà a tutto e tutti.”
“Ricordo che m’insegnavano: “Bisogna sempre ascoltare, obbedire e rispettare quelli che comandano … Non serve domandarsi perché … Deve essere così. Ognuno al mondo ha un proprio posto da occupare … e questo è il nostro: quello d’essere piccoli, docili e allineati dandoci sempre da fare.”
 
Comunque al di là di tutto questo, quello delle Suore è stato sì un mondo “separato in casa”, ma pur sempre un mondo con cui i Veneziani e soprattutto le Veneziane si sono pur sempre confrontate e incontrate. Le Suore hanno sempre accudito i figli, ospitato nei loro cortili, insegnato a cucire e cantare, leggere e scrivere e far di conto, dato da mangiare, indotto a giocare, pregare e aiutare … Spesso le Suore sono state le prime confidenti di tante giovani donne ignare di tante cose. Così come sono state depositarie di tutta una serie di contenuti di sapere, saggezza, gentilezza, generosità e bontà irrinunciabili difficilmente reperibili altrove … anche negli uomini.
“Spesso nell’umiltà nascosta e non corrisposta delle Suore le donne hanno riconosciuto se stesse, la loro condizione, quella parte migliore, sopraffina, quella che conta e non sempre viene riconosciuta e apprezzata per quanto vale veramente. Con le Suore forse le donne spartivano le delusioni e le contrarietà … a volte i maltrattamenti, oppure i sogni, le speranze e qualche successo.”
“Io ricordo anche donne dolci, allegre, semplici e tenerissime, vogliose di vivere la normalità dell’esistenza … di recuperare anche in qualche maniera la loro voglia di maternità e d’affetto, di famiglia e socialità … Ricordo quasi con affetto e tenerezza quella che un giorno ci siamo portati dietro con i ragazzini e le ragazzine in una gita in Montagna sopra a un nevaio. “Suora … Le procuriamo un paio di scarponi adatti, una giacca a vento e un maglione ?” le abbiamo detto.”
“No … Grazie … Proprio non serve. Mi procurerà tutto la Madre Superiore che mi ha dato anche il permesso di seguirvi … e forse mi darà anche quello di uscire a mangiare la pizza con voi.”
Peccato che il giorno della partenza era sprovvista di tutto … “La Madre si è dimenticata … Ha sempre tante cose a cui pensare…” E ce le siamo portata dietro ugualmente in scarpettine leggerissime e lisce sopra al ghiacciaio, e col gonnellone bianco e la giacchettina leggera … Ogni tanto partiva in scivolata giù lungo la neve, “a cùl per aria” e mezza infradiciata e tremante per il freddo, condividendo però con noi superbe risate indimenticabili e momenti speciali davvero amabili e indimenticabili. Una donna fra le donne … anche se …”
 
“E Suor Angelica ? … La ricordi ?”
“Come dimenticarla ? … A Venezia la conoscevano tutti … Era unica per il suo modo e le sue gesta … Ho mangiato per mesi le cose che lei inviava nel Seminario: arrivava un carico di zucche ? … e allora per settimane: Zucca per tutti ! … a colazione, pranzo, merenda e cena … in tutti i modi, in tutte le salse: risotto di zucca, dolce di zucca, fiori di zucca … e così via. Poi era il turno del rifornimento delle patate … e allora di nuovo: patate in tutti i modi … Di nuovo patate a colazione, pranzo, merenda e cena … Nel Seminario si viveva così, un po’ in ristrettezze … Ma eravamo felici lo stesso. C’era un mio amico-compagno ora Monsignorone, che saliva sopra la sedia con un mestolo in mano e cantava dirigendo una fantomatica orchestra: “Patate …Patate ! … Kartofen … Kartofen!” … Che tempi !
Suor Angelica era unica, una donna eccezionale a cui stava troppo stretta la vita di Monaca di Clausura, perciò era uscita nella zona limitrofa del Porto di Santa Marta e si dedicava a recuperare il recuperabile dal mondo del Porto, del Tronchetto, degli Scaricatori, dei Marinai e dei Pescatori per aiutare gratuitamente tutti coloro che avevano bisogno: poveri, vagabondi, orfani, anziani, bambini, carcerati, prostitute, seminaristi, monache povere. Recuperava tutto ciò che veniva considerato inutile e da buttare e lo reindirizzava verso coloro per i quali sarebbe stato ancora prezioso … se non vitale.
Ricordo mio zio che faceva il pescatore e ogni tanto vendeva pesce. Suor Angelica un giorno gli ha detto: “Ecco qua ! Ti do un bavaglino fatto a mano dalle carcerate per i tuoi bambini … e tu in cambio mi regali quella cassetta di pesce per i poveri.”
“Ma Suora !” replicava mio zio inutilmente. “Quella vale una mezza giornata di lavoro … E poi non ho più bambini piccoli …”
“Non importa.” diceva lei, “Magari il bavaglino ti tornerà utile quando diventerai nonno … Mentre i poveri che hanno fame ci sono adesso …”
Alla fine se ne andava via con la cassetta di pesce fresco … e in cambio aveva ripensato sulla bontà dello scambio di un bavaglino con una cassetta di pesce. Mio zio si ritrovò fra le mani solo un pacchetto di caffè macinato… e per di più già iniziato.
“Grande donna !” mi ha sempre ripetuto mio zio. “Ci lasciava tutti col fiato sospeso … Ed eravamo, te lo garantisco, omenacci vaccinati e disincantati … Il giorno che è finita in retromarcia nel canale uscendo con la sua vecchia carretta dal suo Convento salvata da uno spazzino di passaggio … Siamo corsi tutti a salutarla. In un certo senso era una disgrazia capitata ad uno di noi.”
 
“Le Suore erano uniche …” mi ha raccontato un anziano collega Infermiere, “Quando hanno chiuso gli ospedali delle isole, è venuto fuori che le Suore erano formichine: “Quello era il loro modo e metodo, la loro forma mentale … il loro sistema … I guardaroba traboccavano di roba nuova tenuta strenuamente nascosta e chiusa sotto chiave, mentre tutti i malati e il personale andavano in giro cenciosi.”
“Le Suore vivevano in un mondo tutto loro … Guai a pensare a fidanzarsi, maritarsi e far figli ! … Per loro era uno scandalo, l’antipode del lavoro … “O lavori o ti sposi!” mi diceva una …e quando sono rimasta a casa per partorire e allattare la mia Caposala non ha più rivolto la parola e guardata in facci. Secondo lei avevo fatto il peggiore dei peccati, l’avevo tradita e ingannata … anche se avevo lavorato col pancione fino agli ultimi mesi d’attesa del parto.”
“Un giorno gelido d’inverno ho osato presentarmi in servizio con addosso un paio di pantaloni lunghi. Non l’avessi mai fatto: “Spudorata ! Vestita da uomo ! Scandalosa !” … Oh ! … Mi ha mandato via. Non mi ha più voluta a lavorare nel suo reparto.”
Potremmo andare avanti fino a domani a raccontare.
Solo per farcene un’idea, e osservando i dati storici Veneziani, si potrà notare che Monaci e Monache Benedettini e Benedettine furono i primi ad entrare a vivere stabilmente nelle isole Realtine di Venezia e della sua Laguna.
Infatti, quasi impensabilmente, fin dal 727 d.C. esistono documenti che attestano presenti le Monache Benedettinenella Contrada di San Cassiano a Rialto … Nel 827 le stesse Monache Benedettine erano già presenti anche a San Zaccaria, trent’anni dopo a San Lorenzo di Castello, e nei primi decenni del 900 si sono insediate ulteriormente anche aiSanti Sergio e Bacco o San Tommaso Apostolo, a Santa Cristina o Santa Maria Materdomini e in Santa Maria Novacontando alla chiusura del primo millennio ben 5 “famiglie-comunità” femminili Benedettine in Laguna.
Qualche decennio dopo, nel 1034, le Monache s’insediarono anche a San Secondo in isola, poi nel 1060 a San Michele o Sant’Angelo di Contorta in isola, e in quella di San Servolo o Servilio nel 1109 concessa dai Benedettini alle consorelle diSan Leone e San Basso di Malamocco Vecchio ormai mangiata dalle acque montanti del Mare Adriatico.
E’ del 1110 l’iniziale presenza delle Monache a Santa Croce della Giudecca … nel 1222 si aggiunse sempre alla Giudecca anche il Monastero femminile dei Santi Biagio e Cataldo dove oggi sorge il Molino Stuchy … A fine secolo, nel 1199, si piazzarono a Santa Maria Celeste o della Celestia a Castellole Monache Cistercensi provenienti da Piacenza dette della Colomba che saranno ancora presenti nel 1810 anche nelMonastero di San Mattio e Santa Margherita di Mazzorbo.
Nel terzo decennio del 1200 giunsero a Venezia le Suore Francescane o dell’Ordine Santa Chiara soprannominateClarisse. In Laguna presero posto a Santa Chiara della Zirada diventando le Monache Urbaniste, poco distante, quasi di fronte: a Santa Croce Grande (Piazzale Roma e attuali Giardini Papadopoli) diventando le Damianiste, e poi aSanta Maria dei Miracoli, Santa Maria Maggiore (nel luogo delle Carceri Maschili di oggi), e al Santo Sepolcro in Riva degli Schiavoni presso il Molo di San Marco … con dependance lagunare a Santa Chiara di Murano che apparteneva alla giurisdizione dell’antica Diocesi di Torcello.
Giunti al 1304, arrivarono le Monache anche a Sant’Anna di Castello, nel 1318 a Santa Marta nella parte opposta di Venezia … e nel 1375 al Corpus Domini di Cannaregio dove oggi sorge la Stazione Ferroviaria.
Come ben sapete, a Venezia accadde in seguito una grande fioritura medioevale di Enti Ecclesiastici e Religiosi sostenuti e incrementati di continuo da cospicue donazioni e lasciti testamentari … come quello famoso, ad esempio di Maria vedova di Giacomo Gradenigo che dispose perché venissero dati ricchi legati e denari a tutti i monasteri ed ospedali del Dogado: “da Grado usque Caput Aggeris”. Dalle risultanze documentali storiche si evince che vennero effettivamente corrisposti dai Procuratori di San Marco a ciascuno dei 90 Monasteri Maschili e Femminili presenti in Laguna: due rate di 8 e 12 soldi.
Anche la Serenissima fece la sua parte per incrementare e sostentare quel grande fenomeno sparso delle Monache utile per la Carità e la Beneficenza verso tutti i Veneziani. Nell’ottobre 1288, la Serenissima destinò a tutti i Monasteri Veneziani parte della “gratia vini et lignaminis extrahendi de Veneciis” ossia una specie di permesso di esportazione dietro versamento di una quota di denaro. Gli introiti non erano modesti in quanto Venezia era punto di raccolta e smistamento di materiali provenienti da diverse aree dell’Italia e dell’Europa. La Quarantia e il Minor Consiglio distribuivano a tutti i Monasteri di Venezia una quota annuale di 3.000 lire divisa in due quote semestrali ricavate dal commercio del vino e della legna, oltre ad altri aiuti in vesti, contribuzioni per lo svolgimento di Capitoli degli Ordini, ed elemosine supplementari per festività religiose importanti … Nonostante queste iniziative venissero costantemente ostacolate e contestate da alcuni del Senato e dei Nobili, di fatto vennero sempre confermate e concretizzate dalla Serenissima … per secoli.
Fra 1299 e1305 nel Novus Liber Veneziano che riassume tutte le “grazie” concesse dalla Serenissima: su 262 casi citati, ben 49 risultano a favore dei Monasteri, ossia il 9%.
A metà del 1400 nella sola Venezia escluse le isole si contavano 19 Ordini Femminili ciascuno con la propria chiesa e Convento-Monastero, e qualche volta anche con giurisdizione su chiese Parrocchiali e di Contrada come Santa Giustina, San Severo, San Provolo e diversi altri.
Nel luglio 1514 un decreto del Consiglio dei Dieci in supporto all’azione riformatrice dei Monasteri Veneziani avviata dal Patriarca Contarini, ordinò di mettere le grate di ferro ai Parlatori delle Monache minacciando contravvenzioni, chiusure e punizioni varie … nel 1581 a Venezia si contavano 2.508 Monache su una popolazione totale di 135.000 residenti.
Verso il 1627, anni di grandi pestilenze a Venezia, (si pensi alla Peste della Madonna della Salute) venne proibito alle Monache di Venezia di rivolgersi direttamente al Papa di Roma per chiedere d’abbandonare la vita nei Conventi di Venezia … Nel 1630 si contavano a Venezia eccetto le isole: 28 Monasteri femminili prevalentemente di Benedettine (08), Agostiniane (08), e Clarisse(04). Le Monache a Venezia erano in tutto: 2.905 divise in 1.991Monache da Coro, 599 Monache Converse e 315 Novizie e Putte Educande o a spese … ma già allora il numero degli ingressi di nuove vocazioni femminili non pareggiava il numero delle Monache morte.
Infatti nel 1766 a Venezia, stavolta comprese tutte le isole della Laguna, c’erano 32 Conventi con 1.576 Monache … e nel settembre dell’anno seguente una legge della Repubblica Veneta vietò le libere donazioni alle Case Religiose“Si proibì il passaggio … in Opere e Cause Pie, Chiese, Benefizi, Comunità, Case Religiose,  Commende o Titoli di Ordini Militari, Collegi Ecclesiastici, Frati, Monaci, Monache, Chierici e Preti Regolari, Seminari, Scuole, Conservatori, Congregazioni o altri Luoghi Pii e Compagnie Devote … di alcun bene stabile senza autorizzazione del Senato, bensì si permise ancora per i beni mobili, seppure in maniera più contenuta fino alla decima parte della facoltà de’ mobili predetti, purchè tutta la sua disposizione non oltrepassi li ducati 500 … e una volta tanto …”
In ogni caso le rendite degli ecclesiastici in genere corrispondevano per le sole “manimorte” quasi al reddito dell’intero Stato della Serenissima, mentre il valore complessivo dei loro beni era stimato di 129 milioni di ducati ossia oltre 1/3 di quello dell’intera Repubblica che era stimato essere di 349 milioni di ducati.
Suore e Monache, dopo la fine della fine della Serenissimaerano suddivise in 14 Ordini e Congregazioni e distribuite in 44 Monasteri. Erano le donne Religiose  rimaste e diventate coerenti e “mute” dopo le vicende scabrose storiche dei Monachini, delle Monache ribelli ossia delle ricche figlie dei Nobili rinchiuse nei Monasteri a far “strapazzi” e inventarne“di cotte e di crude”. All’inizio del 1800, quelle Suore-Monache rimaste vennero epurate, private di tutto, e buttate malamente in strada da Napoleone lasciandole qualche volta perfino senza la tonaca che portavano addosso e senza di che vivere: “… a motivo del nuovo decreto Napoleonico del 25 aprile 1810 … tutte le Religiose devono deporre l’abito ed abbandonare i locali del loro istituto entro 2 mesi uscendo e vestendo alla foggia comune … Il Prefetto di Venezia presenterà un piano di ricovero per 230 Monache “malridotte” accolte in case di riposo per infermi o vecchi decrepiti … Le Religiose non potranno più riunirsi ad abitare insieme in più di 4, non dovrà più esserci Clausura né reale, né convenzionale, né simulata …”
A Venezia vennero secolarizzate 1.092 Religiose fra cui alcune che tornarono a presentarsi al loro Vescovo di nascita: 8 a Verona, 10 a Vicenza e 7 a Udine.
Tristissimo è il resoconto dell’alba del 04 aprile 1806:
“… entrarono in quasi tutti li Monasteri ad inventariare gli effetti preziosi … prendendo in requisizione li quadri, le carte, gli istrumenti e quanto altro s’attrovava negli archivi sigillandoli e così pure le librarie, non lasciando di far nota delle cibarie di prima necessità, cioè farine, vini ed oli come pure i vestiari in comune.”
La nuova Municipalità Provvisoria di Venezia subentrata allaRepubblica Veneta incamerò ogni rendita dei Monasteri depositata in Zecca sottraendole del tutto ai Conventi e Monasteri riducendoli alla totale miseria, soprattutto quelli femminili che non avevano entrate da predicazioni, Messe e attività pastorali. Già per le vecchie leggi della Serenissima le monache non potevano più ricevere donazioni e legati, perciò: “… alcune monache mancavano di pane, altre chiedevano soccorsi, altre di un Monastero Chioggiotto reclamavano le rendite della Zecca minacciando di uscire per strada a mendicare …”
“In quegli anni ormai Frati-Preti-Monaci e Monache erano decadenti e malmessi, e intorno a loro circolava tutta una folla di ragazzi, studenti ed educande non professe e convittori che portavano l’abito dell’Ordine per “far numero” e dare tono alla Congregazione e facilitarne le vocazioni ormai rare … Si proibì l’istituzione di nuove realtà Monasteriali, e si ridusse il numero dei Conventi in città a uno per tipo … non dovevano avere meno di 12 unità e possedere i fondi necessari per mantenersi.”
Triste e deprimente è l’immagine dei Monasteri rimasti a Venezia riferita dal Memoriale del 1802 del Patriarca Flangini:“… Nei Conventi di Venezia si vive a volte in modo grottesco e difficile, al confine con la più grande miseria, nell’indisciplina e nel disordine morale …la mendicità  estrema nella quale i conventi per la gran parte sono ora ridotti ha in tal modo avviliti li pochi individui che vi sono restati, che non hanno né voglia, ne forza di abbadare agli studi, né di servire alla chiesa, onde marciscono nell’ozio, abbandonati perciò alle indecenti sue conseguenze. A questo si aggiunga la nessuna religiosa disciplina e la assoluta trascuratezza delle regole del proprio istituto; frutto questo dell’averli interamente distaccati dai loro capi e di aver perciò rotto quell’unità che ne conservava lo spirito, la dottrina e lo zelo difficile, è veramente lo confesso, il rimediare alla mendicità attesa la alienazione dei fondi, né si può che minorarne per ora gli effetti collo scemar il numero dei miserabili unendo possibilmente alcuni conventi e sopprimendone altri osservate però le canoniche forme…”
Trascorso e “girato” ancora il Tempo, le Monache di Venezia salutavano “alla fascista” … ma durante la Guerra hanno protetto e nascosto Ebrei e Partigiani, e soccorso e dato da mangiare a molti altri … Nonostante l’espressa proibizione della Curia e dei vertici Ecclesiastici al riguardo, (l’ho visto e sentito direttamente raccontare da alcune anzianissime protagoniste) le Suore hanno nascosto e salvato diverse persone nascondendole in uno stanzucolo celato dietro a un grosso armadio-guardaroba colmo delle tonache e dei mutandoni delle Monache.
“Lì c’era un finestrello praticamente invisibile che si apriva dietro al piedistallo di una Madonna in marmo esposta in facciata … Da lì si poteva continuare a respirare e a sperare… e funzionò per alcuni “fortunati” … che risultarono salvati.”
 
E brave le Monache !
Nel 1940, invece, quando a Venezia c’erano 208 Preti distribuiti in 63 Parrocchie, e i Frati-Monaci erano 264 coadiuvati da 57 fratelli laici distribuiti in 42 case, le Suore-Monache erano, invece: 1.826 residenti in 110 case, e s’interessavano di gestire: 37 scuole tra Elementari, Medie e Superiori, 43 Scuole di Lavoro, 65 Asili, 11 Collegi, 14 Pensionati ed erano presenti in maniera assidua in 12 Ospedali, 2 Case di Cura, 5 Ricoveri per Anziani, e 1 Casa di Pena femminile.
Secondo una curiosissima analisi statistica del 1974 quando ormai le Suore stavano declinando vistosamente mostrando il loro ultimo “colpo di coda”, a Venezia sussisteva ancora un manipolo di 20 Ancelle della Carità di Santa Maria Crocefissa di Santa Rosa provenienti da Brescia, 6 Ancelle del Santuario di Roma … 37 Ancelle di Gesù Bambino e 21Ancelle Missionarie del Santissimo Sacramento … Ancora 6 erano rimaste le Suore Assunzioniste … mentre leCampostrine o Sorelle Minime della Carità di Maria Addolorata erano 14.
Le Canossiane o Istituto Figlie della Carità nel 1974 erano ancora una consistente brigata di 123 Suore … Erano 20 leCarmelitane Scalze di Clausura nel Monastero di San Bonaventura in fondo a Cannaregio accanto all’Ospedale Pediatrico, 19 le  Clarisse Sacramentine residenti al Nome di Gesù nel Canale della Scomenzera di Sant’Andrea della Zirada accanto a dove oggi sorge il People Mover … quando erano stipatissime alla Giudecca le 32 Monache Clarisse nel Convento della Santissima Trinità ancora presente oggi a ridosso della chiesa del Redentore … le Cappuccine di Clausura di Santa Chiara erano 20 nel loro Monastero sulla strada Castellana di Mestre, e 16 erano le Serve di Maria o Eremite Scalze nel loro Monastero di Carpenedo.
Sempre nel 1974: c’erano 8 Cottolenghine o Suore della Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino residenti sulla Fondamenta della Madonna dell’Orto di Cannaregio … 10 erano le Suore Domenicane Infermiere di Santa Caterina da Siena in Contrada di Santi Apostoli … 29 Imeldine o Domenicane figlie della Beata Imelda … 68 le Elisabettine o Terziarie Francescane di Padova e 3 le Suore Elisabettine Bige Francescane di Napoli tutte dedite all’assistenza ospedaliera.
Si contavano ben 58 Suore Dorotee dell’Istituto Suore Maestre, mentre le Dorotee di Vicenza o Congregazione delle Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuorierano 142 … 10 erano le Suore Dimesse di Padova di cui ancora 4 a Santa Maria di Murano … 8 le varie Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli, 8 le Figlie della Chiesa, 5 le Figlie della Sacra Famiglia di Verona, 7 le Figlie del Santo Nome, mentre 44 erano le più attive Figlie di Maria Ausiliatrice dette Salesiane tutte dedite all’infanzia e all’accoglienza della gioventù Veneziana.
Sempre dallo stesso riassunto del 1974: 39 erano ancora leFrancescane di Cristo Re di Venezia (ancora presenti in quella che è l’ultima chiesa costruita a Venezia) … 6 erano leSuore Francescane di Gesù Bambino di Assisi … 5 leFrancescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria … e 10 le Francescane Missionarie di Gemona.
 
Passando alle Suore Giuseppine: 94 erano le Giuseppine del Caburlotto … 21 le Giuseppine di Torino o Figlie di San Giuseppe … 11 le Giuseppine di Verona o Piccole Figlie di San Giuseppe … e ancora: 57 erano le Mantellate o Serve di Maria di Pistoia … 10 le Missionarie Zelatrici del Sacro Cuore di Milano … 10 le Orionite o Piccole Suore Missionarie della Carità di don Orione … 14 le Orsoline di Verona o Figlie di Maria Immacolata … 35 le Sacramentine di Bergamo … 18 le Salesie o Suore di San Francesco di Sales di Padova … 6 le Suore Austriache o Suore Missionarie Regina Apostolorum provenienti da Vienna … 25 le Suore Canal Marovich o Suore della Riparazione ai Sacri Cuori della Casa di Nazareth di Milano.
 
Quasi come declamando la formazione dei giocatori di una squadra di calcio: 3 erano le Suore del Divino Amore di Roma … 41 le Suore della Misericordia di Verona … 8 leSuore della Nigrizia o Pie Madri della Nigrizia o Comboniane di Verona … 9 le Suore della Provvidenza di Gorizia … 5 le Suore della Provvidenza e dell’Immacolata Concezione provenienti dal Belgio … 21 le Suore della Sacra Famiglia o Piccole Suore della Sacra Famiglia di Castelletto del Garda-Verona … 10 le Suore di Nevers o Suore della Carità e dell’Istruzione Cristiana di Nevers … altrettante le Suore di Santa Giuliana o Serve di Maria di Galeazza Pepoli … e 9 le Suore o Figlie di San Paolo da Alba di Cuneo che si occupavano di vendere e promuovere libri e stampa Cattolica … e non le ho elencate assolutamente tutte.
Questo solo per dirvi di una presenza assidua, costante ormai bimillennaria, capillare, ubiquitaria, quasi insistente. Numeri alla mano, le Suore erano un vero e proprio esercito piazzato ovunque a Venezia e radicato in tutta la Laguna stabilmente … Immancabili, onnipresenti e riconfermate in Laguna come ad ondate di una benevola e benefica invasione senza fine.
Le “squadre” delle Suore si sono succedute a Venezia a seconda dell’ispirazione e secondo i modi, le forme e i metodi dei loro Padri o Madri Fondatori che le hanno di volta in volta inventate e costituite.
Riflettendo, a noi “comuni mortali” non è dato di capire del tutto, e forse non ci rendiamo conto di come a volte migliaia di donne hanno vissuto intere esistenze “all’ombra” dei principi e delle discipline ideate e consegnate loro in eredità delle varie: Beata Imelda, Santa Giuliana, Caburlotto, Marovich, Sacri Cuori, i vari Santi Francesco, Domenico e Chiara e tutti gli altri.  A volte, anzi: molto spesso, si è trattato di un’intera esistenza vissuta a servizio della società e spartita dentro alle ristrettezze obbedienti e sottomesse, spesso spartane, della vita comunitaria … impastando il tutto con grandissimo riserbo e silenzio.
Correndo a conclusione … Mi piace ricordare che sopra a tutte le Suore, “vincevano” di gran lunga come presenza e consistenza sulle altre, le Suore di Maria Bambina o Suore della Carità delle Sante Capitanio & Gerosa.
Ancora nel 1974 contavano presenti a Venezia e nella Laguna: 315 Suore ! Ed eravamo ormai verso la fine della loro massiccia presenza in Laguna. Si può dire che questo genere di Suore in un certo senso presidiava la città esercitando il loro Ministero ovunque, dappertutto.
Nel 1962, le Suore di Maria Bambina, come venivano chiamate da tutti, erano ancora 427 con 6 Novizie, mentre nel 2000 sono diventate 72 distribuite in 19 Conventi, e 68 nel 2006 attive in sole 4 case-Convento … si era all’epilogo.
Nel 1962 gran parte delle Suore di Maria Bambina si occupava d’Assistenza e Scuola Materna ed Elementare: 93 erano ospitate nella loro Casa Madre-Quartiere Generale di San Gioacchino di fronte alla Stazione Ferroviaria accudendo come Infermiere le Suore malate e anziane e poi insegnando nell’attigua “Scuola Capitanio”.
In 4 presidiavano la Domus Civica per ospitare Studenti Universitari venuti a studiare a Venezia, in 33 sorvegliavano la Casa di Pena Femminile della Giudecca come severe e improprie Guardie Carcerarie più puntigliose dei secondini, altre 16 Suore gestivano l’Istituto di Santa Maria della Pietà dove si continuava ad accogliere esposti e bimbi abbondonati o in difficoltà, 18 Suore accudivano l’Istituto Buon Pastore di Castello con Asilo Infantile e ospitalità per donne fragili e famiglie in difficoltà, 15 stavano all’Istituto Ciliota di Santo Stefano educando e insegnando in una delle scuole private più rinomate della città, 13 vivevano nell’Istituto di Santa Maria del Soccorso ai Carmini che aveva ormai perduto la sua identità originaria e fungeva da Scuola Materna e Ostello per Universitarie, 57 Suore lavoravano da Infermiere e Caposala in ogni reparto dell’Ospedale Civile dei Santi Giovanni e Paolo, 8 con gli stessi compiti presenziavano nell’Ospedale Pediatrico Umberto I° a Sant’Alvise, 9 all’Ospedale infettivologico e per disabili dell’isola delle Grazie, 29 nell’isola-Ospedale Psichiatrico di San Clemente, 13 nell’altra isola-Ospedale Psichiatrico di San Servolo, 8 nell’Ospedale dell’isola di Poveglia, 22 nell’Ospedale Sanatorio di San Marco nell’isola di Saccasessola, 9 nella Scuola Materna di San Martino di Castello in stretta collaborazione con le 11 vicine attive nella Mensa dei Poveri della Comunità di San Giuseppe alla Tana di Castello. Altre 7 Suore vivevano a supporto dei Seminario e dei futuri Preti in Punta della Salute (ne so qualcosa per esperienza diretta personalissima), 5 nel Centro Pastorale Casa Cardinal Urbani a Zelarino di Mestre, 9 alla Scuola Materna di Santa Maria Assunta di Malamocco, e 17 nella Scuola Materna e nella Scuola Merletti dell’isola di Burano … “luogo di delizie”, posto dove a lungo ho vissuto durante la mia infanzia a stretto contatto proprio con quelle Suore … (un’esperienza stupenda che mi ha segnato per sempre).
Ancora nel 2006 rimanevano in città a Venezia Suore e Monache per tutti i gusti: esistevano nella città lagunare 43 Ordini e Congregazioni con 68 Comunità Religiose … l’ultima“cittadella delle Monache” rimasta a Venezia che assommava in tutto: 621 Religiose.
Esistevano ancora 2-3 Clausure strette con una sessantina di Monache di cui nel 1974: 20 erano le Suore Bianche o Figlie del Cuore di Gesù della clausura del Lido
Negli stessi anni: solo 9 erano ancora le Scuole-Asilo per l’infanzia gestite in città dalle Suore, 1 soltanto era la Novizia rimasta, 2 le Postulanti e le ultime 6 Suore si occupavano ancora di Arredo e Abbigliamento Liturgico, mentre le altre erano destinate ancora una volta all’Assistenza e si aprivano sempre più nell’esperienza dell’Ospitalità e dei Pensionati Universitari.
Infine è stata cascata irrefrenabile: uno dopo l’altro, i Conventi si sono trasformati in Ostelli, Pensionati Universitari, Case di Riposo o per l’ospitalità dei turisti. La vocazione alberghieradelle Suore è stata forse l’ultimo canto del cigno, un pallido tentativo infruttuoso per salvare il salvabile. Poi hanno chiuso del tutto: gran parte dei Conventi sono stati ristrutturati e rivisti come moderni alberghi o lasciati abbandonati in attesa di novità e di eventi finora non ancora accaduti.
Ogni mattina passo davanti a un grosso e tozzo Hotel a poche stelle spesso frequentato e affollato da cacciarose quanto odorose e risparmine comitive di turisti dell’Est europeo. E’ impossibile non notare in cima al tetto e in un angolo quel campaniletto rimasto che un tempo scandiva notte e giorno la vita del pugno di donne-Monache di Clausura che abitavano quel luogo. La campanella scandiva le giornate e chiamava le Monache ai turni di veglia notturna davanti al Santissimo costantemente esposto 24 ore su 24. Le Suore trascorrevano ore su ore in contemplazione e veglia silenziosa orante, ferme lì a nome e in rappresentanza di tutti, assidue di giorno nell’osservare le cadenze della Regola di Chiara d’Assisi che le induceva ad estrema e rigida povertà. Dal chiuso del loro Monastero non riuscivano di certo a considerare quanto accadeva nel resto della Venezia cangiante e sempre più evoluta e diversa, ne sentivano solo il brusio lontano che le preoccupava e disturbava.
Né potevano vedere certi tramonti estenuanti, certe notti stellate, certe albe infuocate e certi luminosi giorni che accadevano sopra la Laguna e l’industriosa Venezia che sta pulsando ancora oggi.
Se ne sono partite rifugiandosi sui colli Bolognesi … e si è così chiusa un’epoca.
In conclusione: quello delle Suore è stato un mondo tutto femminile … a parte, ma anche no. Un mondo un po’ soffocato ? Questo probabilmente: sì. Le Suore sono state comunque donne che hanno saputo lasciare bei esempi d’onesta, santità spicciola, e operosità impastata di vissuto quotidiano esemplare, coerenza e rettitudine … virtù che non guastano mai, anche se sembrerebbero a volte un po’ datate e messe da parte da più di qualcuno.
Basti pensare al Sindaco Veneto arrestato ieri …
Oggi, piaccia o no ammetterlo, quello delle Suore è un mondo ormai scomparso … quasi in estinzione, privo di sbocchi e novità, liofilizzato e quasi spento. Non esistono più le Suore delle isole … mentre gli spettacoli lagunari continuano ad accadere ugualmente … più di qualche volta senza che qualcuno si estasi ad ammirarli … o ne scruti apatico, distante, impassibile la tanta immane e arcana bellezza pensando ad altro sempiterno e obbligato quanto il Cielo.
giu 16, 2016 - storia arte cultura    No Comments

E’ stato edito: “UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” 1 e 2.

una curiosità 1 e 2

Eccolo … anzi: eccoli i due nuovi volumi delle mie: “UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA.”
 
Questa notte in America sono stati definitivamente aggiornati, corretti, approvati e completati ed ora sono stati editi online in tutti i siti Amazon del mondo. I volumi per ora solo cartacei sono disponibili su www.amazon.com e lo saranno fra qualche giorno negli altri siti Amazon europei compreso quello italiano:
https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=una+curiosit%C3%A0+veneziana+per+volta
 
Sempre fra qualche giorno arriverà anche la versione digitale ebook … sempre in due volumi … sempre scaricabile (più economicamente) su pc, tablet e smartphone … e sempre dal sito di Amazon.
 
Che aggiungere ? … Che sono contento, ovviamente.
 
Venezia per me e per molti altri oltre che una patria, un luogo affascinante e magico, e un posto in cui vivere … è anche come una compagna, un amico, uno di famiglia. Per quanto ti sforzi di dirlo e pensarlo non ti riuscirà mai di scriverlo ed esprimerlo abbastanza. Senti che parole come: bello, caro, buono non sono del tutto sufficienti, sono troppo poco, manca sempre qualcosa, perché una passione non si riesce mai a dimostrarla e scriverla del tutto.
 
E’ questo perciò il senso della mia nuova pubblicazione: un tentativo pallido, una specie di borbottio e bisbiglio per provare a dire ancora una volta e almeno in parte: Venezia, i Veneziani e la nostra Laguna. Si riuscirà mai a dirli del tutto o almeno abbastanza ? Non credo !
Perché sono come la vita … che non si è mai esperimentata del tutto, continua sempre a sorprenderti ed essere curiosa.
Ecco perché in seguito continuerò ancora a dire e scrivere di tutte queste Curiosità Veneziane senza fine … Venezia Serenissima non sarà mai detta, scritta, e conosciuta del tutto.
 
Dedico quanto ho scritto a tutti i Veneziani come me … e a tutti quelli che in qualche maniera amano questa nostra magica e vetusta città mai doma d’apparire come un miraggio sui nostri orizzonti personali.
 
Grazie che mi leggete !
 
Stefano Dei Rossi
P.S: se siete interessati a vedere e consultare gli indici dei contenuti dei due volumi, cliccate sui due link qui sotto … e sarete accontentati:
 
·      “UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – volume 01.
http://www.webalice.it/stedrs/UNA_CURIOSITA’_VENEZIANA_PER_VOLTA-INDICE_1.html
 
·      “UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – volume 02.
http://www.webalice.it/stedrs/UNA_CURIOSITA’_VENEZIANA_PER_VOLTA-INDICE_2.html
giu 14, 2016 - storia arte cultura    No Comments

E’ nato: “UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA.” !!!

venezia aerea (5)

“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA.” è diventato libro ! … anzi: due libri !

Ecco qua ! … Ho terminato finalmente e sto pubblicando … Ho riordinato e raccolte insieme, tutte le mie prime cento “Una curiosità veneziana per volta” con l’aggiunta di altri miei post su Venezia e la sua Laguna che ho sparpagliato nel web, in Google, Facebook e altri Social in questi ultimi anni.

Si tratta di due agili volumetti (mica tanto) che mettono insieme nella versione ebook o nei librazzi di carta tante storie, leggende, note, pettegolezzi, testi, sensazioni, emozioni e vicende storiche che ho raccolto in giro spiluccando qua e là, riguardo la nostra amata Venezia Serenissima e la sua Laguna. Per quanto si dica e scriva rimangono in ogni caso una miniera e un pozzo senza fondo da cui si potrà continuare ad attingere in futuro credo quasi all’infinito.

Lungi da me assolutamente propormi come tomo, saggio o opera serissima e impegnata. La mia operetta vuole essere solo una sintesi, un ripasso utile, uno zibaldone, un centone di alcune “cose” Veneziane redatte liberamente scevro da tutti quei limiti, le obbligazioni, le rigorosità scientifiche, i riferimenti obbligati (talvolta un po’ leziosi e autoreferenziali) utilizzati da chi fa, scrive e pubblica sul serio e con rigorosità circa la Storia e le Tradizioni della poliedrica realtà di Venezia e della sua Serenissima Repubblica.

A tutti costoro va il mio plauso sincero e la gratitudine per quanto continuano a scovare ed offrirci attraverso le loro acute analisi, le impegnate ricerche, e le visioni e osservazioni accurate. Riconosco che è un immane lavoro preziosissimo che ci svela sempre più l’immane scenario storico-artistico ed emotivo dentro al quale abbiamo la fortuna di esistere.

Per tutti quelli come me, invece, che vivono “di rimbalzo” leggendo e usufruendo di tanta messe di fatiche, credo che queste modeste pagine siano un’occasione per rispolverare e ripassare la nostra Venezia e tutto ciò che talvolta abbiamo dimenticato su di lei provando ancora una volta a sorridere, sorprenderci ed emozionarci avvertendone l’eco.

Buona lettura quindi a chi ha voglia di estraniarsi dalla quotidianità di sempre per buttarsi dentro a queste pagine e sbirciare queste righe che spero siano almeno un po’ curiose. A tutti costoro, soprattutto a tutti i Veneziani d.o.c. dedico queste lavoro provando a sussurrare sottovoce, quasi come un antico mantra: “Viva San Marco … Viva Venezia … Viva le glorie del nostro Leon !”

giu 9, 2016 - Senza categoria    No Comments

Piove se fuori c’è il sole …

biblioteca 6

Scrivere ti rapisce … proprio ti prende e ti porta via. Non immaginavo così tanto. Già la vita e le persone per conto loro con tutte le loro scadenze e complessità ti danno e daranno un bel da fare … ma se ti metti a scrivere e pensare entri in un mondo parallelo dove a volte per davvero piove e tempesta se fuori c’è il sole e viceversa … Rischi di sdoppiarti, d‘alienarti, di evadere, il che non fa per niente bene … ma vuoi mettere il fascino, l’attrazione e quel che ne ricevi in cambio ! … Allora mi ributto dentro ancora una volta … e mi lascio portare … spesso verso sorprese stupende (almeno per me) … e un’altra notte intanto è trascorsa.

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