ago 26, 2016 - Senza categoria    No Comments

“ZATTIERI, ZATTERE E INCURABILI … A VENEZIA.”

Venezia-dei-mercanti di legname

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 117.
 
“ZATTIERI, ZATTERE E INCURABILI … A VENEZIA.”
 
Iniziamo con i Zattieri ossia i “Menadàs” che iniziarono le fluitazioni dei “legnamina” dalle Montagne Dolomitiche fin dal primo Medioevo lungo l’Adige dal 1181 circa con le zattere dell’“Ars radarollorum”, poi sul Brenta fino a Bassano come è documentato nelle loro Corporazioni di Mestiere nel 1295, e dal 1308 fino alla Laguna di Venezia lungo il fiume Piave.
Nel 1396 alcuni Mercanti da Legname di Venezia nominarono: “capo menada” Francesco Benedetto dei “Radaroli di Belluno” per organizzare e guidare la fluitazione del legname fino in Laguna“secundum bonam et antiquam consuetudinem” della sua Corporazione che aveva Statuti con diritti e doveri, e gestiva scali, percorsi, e prezzi delle zattere marchiando tutto il legname.
Quello dei Zattieri non fu affatto un mestiere facile … Anzi, era quasi sempre una specie d’avventura perigliosa intrapresa con lo scopo di procurarsi il pane quotidiano. Un lavoro pesante come molti altri verrebbe da dire … in cui a guadagnarci erano di certo altri e non i Zattieri stessi.
I Zattieri apparentemente sembrano aver poco a che fare con la Serenissima, la sua Storia, e le economie della sua Laguna. Invece, non è stato affatto così perché i Zattieri con Venezia andarono proprio a braccetto in quanto le hanno reso per secoli un servizio davvero prezioso rifornendo in continuità il suo celeberrimo Arsenale.
Tutto iniziava nei boschi d’alta montagna, e la fluitazione lungo il Piave dei tronchi che formavano le zattere avveniva solo dopo aver fatto “scoppiare” la “rastèra del Cidolo o della Stua” ossia la chiusa costruita ai piedi dei boschi del Cadore, del Comelico o del Cansigliodove erano stati raccolti i tronchi tagliati e scorticati già su nei boschi. I proprietari di questi “serragli” erano di solito i mercanti e i titolari dello sfruttamento dei boschi: feudatari come i WelspergComunità Montane, o Principi come i Conti del Tirolo o l’Arciduca d’Austria.
Fra 1596 e 1621 nel Primiero di queste costruzioni e luoghi di raccolta ce n’erano almeno 21: “… i boschi del Tirolo, del Tesino e della Val Pusteria era afferenti alla Camera dei Duchi del Tirolo, mentre i boschi soggetti alla Serenissima erano quelli del Cadore e Ampezzano, dell’Agordino, del Cansiglio Alpaghese, Valvisdende, Auronzano, Zoldo, Cajada Bellunese, Montello, Altopiano d’Asiago, Patria del Friuli e Montona dell’Istria … La suddivisione in 54 boschi di Abeti, Faggi, Larici e Betulle del Primiero nel 1558 fornivano circa 309.700 taglie da costruzione e 3.156.000 borre o tronchi di legna da ardere … All’inizio del 1600 si fluitavano lungo il Cismon 40.000 taglie divenute 48.600 a metà del 1700, mentre 30.000 se ne fluitavano lungo il Piave, e 25.000 sul Cordevole…”
Un solo cuneo di legno strategico teneva in piedi l’intera altissima diga fatta di tronchi e riempita d’acqua nel cui invaso si raccoglievano tutti gli alberi fatti rotolare giù per pendii seguendo: i ludalilivinali,borraligiavateroibe e risine terrene ossia i viali d’avvallamento e scivoli dei boschi che facevano convergere tutto il legname a valle. Oppure i tronchi venivano trasportati con slitte, muli e cavalli e carri giù per mulattiere e sentieri impervi fino ai luoghi dell’accatastamento e inacquamento nel lago improvvisato per la raccolta.
Lì un bel giorno, un giovane tanto coraggioso quanto veloce dava un colpo secco a quell’unico cuneo di legno che teneva in piedi e unita l’intera diga, e poi correva a mettersi in salvo se faceva a tempo a farlo. Era una specie di corsa per la vita, e qualche volta il giovanotto non faceva a tempo “a trovar scampo” prima che l’immane fiumana d’acqua e legni irrompesse violentemente giù per la valle in direzione del fiume Piave. Se ci riusciva, invece, portava a casa un gruzzoletto che gli avrebbe permesso non di sistemarsi, ma di mettere via qualcosa per il suo futuro o la sua famiglia.
Poi iniziava un lungo viaggio degli Abeti, Larici e Faggi “navegando la Piave” fino a Venezia e il suo Arsenale … fino alla Barbaria delle Tole a Castello, alle Fondamente Nove, alla Celestia, alla Sacca della Misericordia, a Sant’Alvise di Cannaregio e fin sulle Zattere nel Sestiere di Dorsoduro dove le Zattere venivano smontate, vendute e spartite.
A Venezia c’era sempre un gran bisogno di legname: si piantavano migliaia di pali, boschi interi nei fondali della Laguna per porre le fondamenta di case, palazzi e chiese … Ancora alla fine del 1700Venezia poteva contare ogni anno per questo scopo su una quantità di legname pari a 350.000 tronchi … e poi ci sono sempre stati i bisogni dei cantieri, degli squeri, e soprattutto della Casa dell’Arsenale che inviava i propri Proti ed Estimadori esperti in Roveri, Lecci e Faggi per scegliere e marchiare le piante migliori nella“Viza da remi della Serenissima del Cansiglio o nei “Boschi degli alberi di San Marco” della foresta di Somadida, o nel “Bosco dei Roveri” del Montello .
Le “Commesse dei Roveri per la Serenissima” nascevano col lavoro dei tre Stimadori inviati dai Patroni dell’Arsenale che consegnavano ai Capitani dei Boschi una lista dei Roveri adatti segnata su appositi registri. Per i 233 Remeri stabili della Serenissima si ordinava ogni anno il taglio di 1500-2500 “remi da Galia Sottìl” e 300-600 “remi da Galia Grossa”. Si sceglievano: “Fagari per remi dall’Alpago e dalla Carnia”“Nogheri (ossia Noci e Olmi) per timoni e bolzelli” dai Boschi del Mantovano; “Roveri da nave” da Rovereto, Trento, Cadore, Carnia, Friuli o dall’estero ossia dalla Toscana e fin nel Napoletano. Per costruire ogni Galea Grossa si spendevano: 17.680 ducati in legname, mentre per varare una Galea Sottile la Serenissima ne spendeva 3.534.
Inoltre, secondo una relazione del Molin del 1633, si ricorda che si conservavano depositati stabilmente nell’Arsenale altri 5.000“Roveri”, di cui 1.000 erano ancora in buon stato: “…a volte sono lasciati tagliati nei boschi o sulle rive dei fiumi per anni per cui vengono condotti non buoni e valgono solo a occopar e non servir la Casa dell’Arsenale…”
Proto dei Remeri che andavano a scegliere i legni nei Boschi assieme agli Stimadori e poi dirigevano la costruzione dei remi percepivano uno stipendio di 8-11 ducati mensili, l’uso di una casa nei pressi dell’Arsenale, e 2 anfore di vino annuali. Costoro erano coadiuvati nel loro lavoro dai Proto degli Alberanti che a loro volta supervisionavano la costruzione degli alberi e dei pennoni delle navi percependo uno stipendio di 7,5-10 ducati mensili e gli stessi privilegi“di casa e vino” uguali ai Proto loro colleghi.
Dopo un libero afflusso del legname lungo la parte più ripida delCismòn, del Travignolo  e dell’Avisio prima, e poi del Piave, dell’Adige, del Cordevole e del Brenta, i tronchi venivano legati insieme a formare le Zattere sopra alle quali si creava con delle tavole un ricovero per le intemperie. Poi si caricavano con carbone, minerali soprattutto di rame, piombo e ferro dal Zoldano, chiodi, mole di arenaria da Tisoj nel Bellunese per affilare spade e macine di mulino commerciate in tutto il Mediterraneo, botti di acido solforico dalle miniere della Val Imperina che serviva per la tintura delle stoffe, canapa,  pelli, lana, prodotti caseari, bestie, pietre diCastellavazzo, oggetti e attrezzi, qualche migrante e anche “qualchebuon passegger” … e le Zattere così scendevano come: “menàda o tradotta o condotta” lungo i fiumi fino a Bassano, TrevisoPadova … e infine fino a Liza Fusina e Brondolo e Venezia dove esistevano veri e propri “porti e capolinea delle Zattere”.
A più riprese e ancora nel 1834, i Veneziani e i bottegai della zona (soprattutto l’Oste Domenico Matiazzo, il Biavarol Giovanni Maria Milesi, e il Tagiapiera Pietro Dupàr nel 1835-1839) si lamentarono col Doge e col Governo per la grande confusione esistente in quelle Contrade di Venezia dove s’ammucchiavano ovunque cataste di legname, merci e pietre intasando e “imbonendo” con zattere e peate cariche di legname e tronchi  i Rii di San Trovaso, di Ognissantie quegli adiacenti dove non si poteva più passare, e occupando il libero transito sulle Fondamente al Ponte Longo delle Zattere.
Mercanti di legname come i Coletti nel 1837 o Giovanni Maria Dorotea e Alessandro Boni figlio di Nicolò nel 1799, e Vincenzo Vissà ancora prima vantavano il diritto e la concessione secolare di poter disporre i legni accatastati ad asciugare sopra agli spazi pubblici per poterli poi commerciare in giro per Venezia, il Lido e tutta la Laguna.
 marchi Mercanti da Legname
(alcuni marchi di Mercanti da legname)
Fin dalla partenza i legnami venivano numerati e marchiati con i segni dei commercianti di legname, e soprattutto strada facendo venivano contati per pagare i dazi, come quelli d’entrata nei territori della Serenissima, o quello del Vescovo a Fonzaso sul legname che scendeva dai boschi del Primiero attraversando il suo territorio: “… due soldi di piccoli per ogni tronco tondo, tre per ogni tronco squadrato… o in alternativa: un tronco ogni dieci transitati”. La riscossione delle decime veniva spesso appaltata a privati che fermavano temporaneamente la fluitazione costringendola a passare in apposite “serre”“… si fa fede per l’Offitio della Cancelleria Episcopale che la decima de legnami che vengono per il fiume nel Cismòn aspetta a questo Vescovado, dal quale si riscuote come segue cioè: d’ogni taglia soldi tre; d’ogni borra doppia soldi due; di scavezzoni un soldo l’uno; de squarrati soldi tre; de dogarenti squarati o altro legname squarato come traversette e simili: soldi tre; delli scaloni d’ogni sorte di legname siano si riscuote la giusta decima: cioè d’ogni dieci uno; de dogarenti non squarati la giusta decima; de remi la giusta decima; d’altri legni tondi d’ogni sorte la giusta decima; delle taiole la giusta decima …” certificava il FeltrinoGiorgio Teuponi e Giovanni da Fonzaso a nome del Vescovo Giacomo Goblin che esigeva la decima sulle circa 48.770 taglie di legname che fluitavano ogni anno.
Caput Pontis o Ponte nelle Alpi di Belluno si pagava il dazio alVescovo di Belluno che scrisse più volte alla Serenissima precisando quanto gli spettava di pedaggio sulle merci che transitavano per la sua città, e chiedendo di legare il commercio del legname con l’importazione del Sale. Fin dal 1293 si pagava un altro dazio alVescovo di Treviso transitando per le dogane di Ponte di Piave o del Castello di Quero dove di notte si tirava una catena sul fiume per impedire il passaggio incontrollato delle zattere. Al Vescovo di Treviso spettava un “diritto d’entrada” del valore di 1/40° sulla“muda del Legname del Piave” diretta a Venezia. Percepiva: “… 5 soldi per “raso e zata”, 6 denari per ogni albero, 12 denari per ogni botte di pece, e le imposte su catini e cucchiai di legno” … Anche ilPatriarca d’Aquileia, nel 1357, s’interessò della “Mercatura legnamis” sequestrando e poi restituendo ai Veneziani in Carnia, Cadore, Bellunese, Feltre, Mel e Cesana carichi di legna diretti alla Laguna di Venezia … Scesi a Musile di Piave le Zattere pagavano ancora un dazio fin dal 1335 su “zate lignamis ligate”, e poiproseguivano per il Canale dei Lanzoni fino alla Cava e Torre del Caligo, e poi per il Cavallino e Treporti entrando dopo 15 giorni di viaggio nella Laguna di Venezia a Lio Mazòr da dove proseguivano“secondo corrente” per i Canali dei Baridel Rigà e di San Felisesostando nelle isole di BuranoMuranoSan Giacomo in Paludo e infine giungendo nei pressi dell’Arsenale a San Francesco della Vigna, alla Celestia e in Sacca della Misericordia dove venivano smontate e distribuite.
Le “condotte” di almeno 20 Zattere fluitavano lungo i fiumi guidate da equipaggi anche di dieci persone ciascuna, e trainate talvolta da cavalli lunghe le rive. La “Menada Granda” formata talvolta da 12 a 16 zattere congiunte insieme in un unico corteo lungo fino a 300 metri durava circa quattro mesi: dall’inizio di aprile alla fine di luglio, ed erano circa 3.000 le Zattere che ogni anno scendevano fino a Venezia passando di mano a Nervosa o NervesaFalzè e Ponte di Piave. Certe “Zattere Longhe” pesavano fino a 20 tonnellate, venivano denominate: “Raso o Ras” e trasportavano a valle fino a 18 alberi maestri per le navi che potevano misurare fino a 35 m ciascuno.
Un “Raso” era utile per armare due galeoni, non portava mai carichi sovrapposti, e sopra gli venivano inchiodate tre “antenne” (ossia futuri pennoni da nave) sopra dei quali si costruiva il “suolo” di tavole della Zattara su cui lavoravano i Zattieri … Esisteva anche il Rasèt”con due sole “antenne minori”, la Barca” con travi da 7 metri, il“Barcòt de sbàre” con travi da 10 m, il Barcòt da rài” con taglie da 4,20 metri, la Troncona”, il “Barcòt de scòrs”, la “Mandra da carbòn”, la “Faghèra” e la “Melòsa” ... Le zattere del Piave erano perfino personalizzate con un nome: sulla testa di una, ad esempio, c’era inciso: “LODE A DIO”.
“Cortei delle Zattere” si fermavano di notte in apposite aree di sosta, e ogni tanto i Zattieri dovevano disincagliarle nelle forre o nei punti più stretti dei corsi d’acqua usando gli “Angèri” e destreggiandosi fra le rocce con funi e braccia. Spesso disputavano e litigavano per il passaggio con gli uomini delle 13 grandi Segherie della Serenissima distribuite lungo i percorsi, o con i mugnai delle“rogge e roste” dei molini che rallentavano e impedivano il libero transito lungo il fiume.
Nelle segherie dei paesetti spesso omonimi sorti in loro funzioneposti lungo le sponde dei fiumi, i Segantini lavorano giorno e notte a turni continui: c’erano le Segherie di Sacco del BianchinLazzaris di AnsogneCaroltoVenagoRivalgoCandidopoliTermineWiel,Malcolm dal 1880, RivaltaVillanova e Vajont.
Le piene, le aree sabbiose e ghiaiose, le frane rovinose, le“Brentane”, i violenti temporali come l’eccessiva siccità dei fiumi spesso rallentavano e talvolta facevano disperdere l’intero carico … allora era un dramma per molti.
Fra le tante è ben documentata una fluitazione estiva lungo il Piave che partiva dal Comelico, passava per Sappada in località Acqua Tona, o per Auronzo trasportando ogni volta fra 200-240.000 taglie d’alberi. Un’atra ne passava in primavera per lo stesso percorso diretta al Cidolo di Perarolo e Longarone portando da Auronzo 30-40.000 taglie; e un’altra ancora di minore entità “correva giù”d’inverno con soli 10-20.000 taglie partendo dai Treponti alla confluenza del torrente Ansiei col fiume Piave. Una fluitazione diversa ed estiva di 60-70.000 taglie scorreva lungo il torrente Boitepartendo da Cortina e dall’Ampezzano dove ne esisteva anche una invernale più modesta che partiva da Venàs.
Nel 1440 Hans Welsperg vendette ai Mercanti Veneti 8.000 fusti di conifera … 20.000 l’anno seguente, e 11.670 nel 1443 … Nel 1572 c’era l’obbligo per le Pievi di montagna del “contributo in remi” alla Serenissima. Il Distretto di Belluno doveva dare a Venezia: 6.000 remi piccoli o 3.000 grandi, pena 100 ducati, entro 8 giorni dall’ordine partito dall’Arsenale Lagunare, compresa la spesa di conduttura del legname, ossia 14 soldi per remo. Secondo una precisa “lista delle spettanze dei Legni”Agordo doveva 1.200 remi per 840 lire, Zoldone doveva, invece: 838 per 586 lire, Limana: 210 remi per 147 lire,San Felice: 419 remi per 293,6 lire, Mier : 419 remi per 293,6 lire,Oltrardo 209 remi e ½  (?) per 146,13 lire, Frusseda: 419 remi per 293,6 lire, Pedemonte: 419 remi per 293,6 lire, Lavazzo 209 remi e ½ (?) per 146,13 lire e l’Alpago: 838 remi per 586,12 lire … Nel 1558 ilGoverno di Innsbruck stimava di 309.700 taglie il legname da opera commerciabile, mentre poteva essere di 3.156.000 quello della legna da ardere col proposito di raddoppiarla nei sei decenni successivi … Nel 1649 quando Vergoman e Miane sulle colline di Ceneda (Vittorio Veneto) vennero invase e danneggiate dalle acque in piena del Rio San Antonio che rovinò i paesi oltre che il già povero raccolto imminente: tutta la Valmareno fu ridotta alla fame. Si compilò perfino “un boccatico” di sopravvivenza stimando le biade che possedeva ciascuno. Ma nonostante la grave calamità naturale, nell’autunno dello stesso anno siccome era scoppiata una nuova guerra col Turco, la Serenissima chiese ugualmente nuove contribuzioni in denaro, e soprattutto un certo numero di “guastatori e uomini da remi-vogadori”. D’ordine della Serenissima si aspettavano a Venezia per ottobre: “66 vogatori a lire 6 al remo”, e si dispose un contratto per procurare i remi per la voga delle Galee da guerra stipulandolo tramite due Zattieri da Puos d’Alpago che assunsero l’incarico di far tagliare le piante del Cansiglio e di condurle a Venezia con le zattere per il prezzo di “lire 7,10 a remo” … Nel 1848 i Zattieri del Piave eludendo la stretta sorveglianza Austriaca portarono volontari, soccorsi e vettovaglie a Venezia … e ancora nel 1900 fra 150 e 200 “Menadàs o Zattieri” trasportarono su Zattere in Laguna più di 1.300 tonnellate di legname.
Secondo la “Guida Commerciale di Venezia” del 1846il più facoltoso Mercante da Legname attivo a Venezia era Taddeo Wielche possedeva ben tre depositi di tavole e legname: due sullaFondamenta della Zattere sul Canale della Giudecca, e un terzo sulRio di Cannaregio sul canale proveniente da San Secondo e laTerrafermaSempre sull’imbocco del Rio di Cannaregio c’erano anche i depositi di Pietro Santuari, di Francesco Gel e dei Fratelli Masi che ne possedevano un altro in Barbaria delle ToleLì s’assiepavano a poca distanza l’uno dall’altro le tese e i magazzini dei commercianti: Giuseppe Malvezzi & C, C.F. de Koepff, Giuseppe Malvezzi, Giuseppe Fabbro e Bartolomeo Lazzaris che ne possedeva un altro a Sant’Alvise poco distante dalla Sacca della Misericordiadove c’erano quelli di Isidoro Goletti, Giovanni Corte e Girolamo Teza. Sulle Fondamente Nove lavorava Giobatta Cadorin, e a ridosso dell’Arsenale c’era il deposito di Giovanni Antonio ManzoniEmilio Pascoli vendeva legname poco distante dagli Incurabili, e Luigi Girardini e i Zanardini lo vendevano e compravano nei loro depositi vicino all’attuale Piazzale Roma.
Il viaggio delle zattere cariche di: “scaloni, chiavi, bordonali, rulli, piane, zappole, taglie, tavole, ponti refilati o sfiladoni, palancole, scurete, morali interi, mezzi o bastardi” era tutt’altro che agevole e comodo.
Napoleone Cozzi nel 1899 raccontò una “Discesa in Zattara da Perarolo a Belluno”:
“…al luogo d’imbarco una brigata chiassosa di Zattèri allineavano le ultime travi, marcava le assi e assicurava cogli ultimi legacci le parti vitali del bizzarro veicolo che dovea portarci a Longarone. A Perarolo, il Piave non è più nella sua infanzia …si presenta qui nella sua virile fierezza … Il Padola, l’Ansiei, il Boite e cento altri affluenti minori vi hanno riversato il loro liquido tributo: la massa delle acque si urta con fracasso e si frange in candide spume … muovono le pale a una dozzina di seghe e molini, travolgono nella loro ridda impetuosa migliaia di tronchi trascinandoli via come un fuscello di paglia … a 12 chilometri all’ora, la superficie mobile di oltre 70 metri quadrati dell’ammasso galleggiante di due o trecento travi che costituisce ogni zattera … Il comando secco del capo zattiere, il colpo di remo che ci dirige risolutamente nel mezzo del fiume, il coro dei saluti e degli auguri che si elevano dalla sponda, Perarolo che sparisce al primo svolto … La zattera segue normalmente il tronco principale del fiume e serpeggia con esso a curve ora strette ora ampie, zitta e velocissima; passa sotto un masso fuori di piombo, guizza tra i fogliami, s’interna in una gola, esce libera in un largo bacino … Passano casette rustiche isolate o a gruppi, molini, ponti, seghe; dalle valli secondarie affluenti d’ogni grandezza si uniscono al Piave, quali a cascatelle, quali con un ultimo salto, quali scendendo blandatamente dal loro candido letto di ghiaia …Non sempre si corre così tranquillamente: gl’incidenti abbondano ed offrono la nota seria od allegra, secondo la natura loro … Spesso, per evitare una rapida curva si sceglie un braccio di minor profondità: la zattera si trascina gravemente, stride sui ciotoli, è uno scompiglio, un finimondo per le povere viscere … Talvolta, proprio quando sembra di veder chiaro per un lungo tratto di percorso, la faccia del capo zattera si rabbuia; i suoi cenni si fanno più decisi, più autorevoli, uno sprone di roccia è li minaccioso ad uno stretto svolto e non si può evitare. I colpi di remo si fanno più spessi, diventano febbrili, disperati; ma è vano, impotente ogni sforzo. Il pesante veicolo viene scaraventato contro, l’impeto lo rende indomabile; tutto dovrà sfasciarsi, convien pensare al salvataggio … Ad un affanoso silenzio succede uno scricchiolio formidabile, poi una scossa potente, disastrosa, che tutto sconvolge, accavalla; sposta, sbalza, sommerge. Il natante sembra squassato; il corretto rettangolo è diventato un goffo trapezoide. Lo sfregamento ha reso le parti esposte, smussato gli angoli; l’urto ha spezzato un remo, svelto uno scalmiere, reciso i legami a una decina di travi che vengono travolte dalla corrente e perdute, ma il resto è salvo; la meravigliosa costruzione ha resistito! … Più scabroso è l’affare, allorchè l’urto avviene in piena prora della zattera e ne tronca di botto la corsa violenta. Che lavorio allora per smuovere a grado a grado l’inerte massa, cui la rapidità della corrente tiene lì fissa, incastrata, nelle sinuosità rocciose dell’immane ostacolo! … Già ad una certa distanza, il corso del fiume sembra troncato da una diga che lo attraversa lasciando uno sbocco stretto oltre il quale l’enorme massa liquida precipita con fragore: le cascate. Avvicinandosi, si pensa, e si ha tutta la voglia di credere che certamente la zattera verrà trattenuta o sviata da chi sa che congegni, da chi sa quali provvidenziali circostanze. Corre invece sciolta ed ardita l’infamissima! È un’indegnità; deve essere una grossa una colossale celia o una pazzia senza nome; saranno matti i zattèri. Ormai non c’è scampo; ancora pochi momenti e saremo assorbiti, ingoiati. La velocità aumenta ancora, il rombo si fa sempre più assordante. Si vorrebbe coprire il viso colle mani, vien voglia di ribellarsi spiccando un salto disperato sulla ghiaia fuggente.
Ci siamo: I due provieri lasciano i remi, si curvano si afferrano alla corda, la prima parte della zattera cigola, si piega, precipita, dispare. Dietro a noi ritto, fiero, impassibile come il dio delle tempeste il capo zattera da col suo remo l’ultimo colpo direttivo, poi si abbassa, si assicura anche lui. Ecco l’attimo: numi dell’abisso! L’appoggio ci manca sotto; le dita si aggrappano alle travi, si aggrovigliano alle corde, ai legacci, quindi con un altissimo grido d’entusiasmo sprofondiamo, ebbri d’emozione, lambiti da un’onda di spuma, avvolti da un diluvio di spruzzi argentini… il viaggio non è terminato … Sulla sua ampia rotaia liquida, passerà altre chiuse, vedrà altre città, altre borgate, altre rive feconde; e correrà ancora ancora, sulle onde maestose dell’azzurro Piave dalle larghissime distese di ghiaia, via via, tra i fiordalisi; le biade, e gli sparsi casolari delle campagne solitarie; tra i filari di pioppi e le alte giunchiglie, laggiù nell’immensa pace delle sconfinate pianure venete.”
Non era inusuale che più di qualche Zattiere non facesse più ritorno a casa seguendo “l’aspra via d’acqua del legnaiolo”… Fra Perarolo e Codissago c’era la Malatorta” ossia un curvone tortuoso con curva e controcurva dove succedevano spesso incidenti anche mortali … poi c’era la “stretta di Quero” dove s’incrociavano le correnti dell’acqua … “sotto al Montello” affioravano dall’acqua le rocce: crostedurissime che a volte sfasciavano le zattere o facevano disperdere l’intero carico.
“Il viaggio della Menada fino a Venesia” era quindi sempre ricco d’insidie e drammi, perciò fra i Zattieri fiorirono diverse Schole di Devozione di Mestiere che si dedicavano: “… a implorar aiuto dal Cielo per i Lavoranti vivi, Suffragio pei Morti e Soccorso per le famiglie rimaste” … Alla partenza delle Zattere il “Zattiere Capo”portava con se la Carta” ossia una sorta di bolla di accompagnamento che elencava il legname trasportato e tutto quanto accadeva lungo il viaggio: materiali caricati e scaricati, incidenti, mancanze, accrescimenti, liti, gabelle e qualsiasi altra variazioni. La “Stampa” della lista terminava con la scritta in calce: “che Dio ci porti a salvamento”, e Zattere e i Zattieri venivano ogni volta benedetti prima della partenza per la lontanissima Laguna di Venezia.
A tal proposito esisteva una Confraternita di San Nicolò a Valstagnache nel 1566 contava 21 aderenti … Cinque erano, invece, leConfraternite o Fraglie dei Zattieri fondate a CodissagoPonte nelle AlpiBorgo PiaveFalzè-Nervesa e Ponte di Piave. Le squadre degli equipaggi dei Zattieri si alternavano lungo le tappe del viaggio prendendo in consegna “le zattare” che viaggiavano dirette alla pianura partendo, ad esempio, da Codissago dove c’era il Porto di Castello delle Zattere”… Nell’estate del 1492 la “Schola dei Barcaioli e Zattieri del Piave” ospitata nella chiesa di San Nicolò di Belluno in Borgo Piave ottenne dal Maggior Consiglio della Serenissima il riconoscimento ufficiale del suo Statuto ratificato dal Doge Agostino Barbarigo in persona. Si trattava di una specie di “Consorzio mutualistico degli Zattieri” … Nel centro fluviale di Cacoxana di Miralungo il fiume Brenta e vicino a un traghetto con apposito “Ospizio per Naviganti” c’era una Scuola di San Nicolò dipendente dall’Abazia di Sant’Ilario di Fusina e San Gregorio di Venezia Un’altra Schola dei Barcaroli dedita a San Nicolò sorgeva a San Girolamo di Mestre poco distante dalla Torre Podestarile.
“In epoca tardo medioevale: Tommaso Grifo possedeva “… multas acqua set paludes in loco vocato Dogà…” nella Laguna Nord dietro Torcello, e si lamentava d’essere danneggiato dal continuo transito delle zattere provenienti dal Piave e dirette a Venezia, che compromettevano i suoi sbarramenti stagionali posti in Laguna per la cattura del pesce …”
Nella Laguna di Venezia esisteva tutta “una collana” di presenze e culti dedicati a San Nicolò Patrono degli Zattieri che quasi li accompagnava lungo tutto il loro percorso fino all’Arsenale della Serenissima. C’era San Nicolò della Torre del Caligo e di Lio Mazorpresso l’omonimo canale dove transitavano le Zattere entranti in Laguna … Poco distante da Mazzorbo e Torcello c’era l’isola di San Nicolò della Cavana solo in seguito chiamata Madonna del Monte … A Murano sempre sulla strada del passaggio delle Zattere c’era: San Nicolò della Torre solo più tardi chiamato Santa Chiara di Murano … e proprio sul bordo ultimo della Laguna ai Santi Giovanni e Paolo a ridosso della Barbaria delle Tole esisteva un Cappella-chiesetta del Capitolo di San Nicolò … Al Lido c’era San Nicolò … così come nel Sestiere di Castello sorgeva San Nicolò di Castello … La Chiesa della Contrada di San Biagio dei Forni sul Molo di San Marco ospitava unaConfraternita di San Nicolò che arrivò a contare ben 250 affiliati …  e perfino dentro a Palazzo Ducale esisteva una Cappellina di San Nicolò affrescata dal Tiziano a cui il Doge Antonio Grimani regalò il suo manto dorato per ricoprire la statua di San Nicolò il giorno della sua festa.
Nella chiesa monasteriale dei Carmelitani Scalzi dei Carmini nel Sestiere di Dorsoduro era presente e attiva la Confraternita di San Nicolò dei Mercanti, la Fraglia di San Nicolò del Traghettoprovvedeva a collegare Sant’Eufemia della Zuecca con le Zattere al di là del Canale delle Giudecca … Nella splendida chiesa di San Nicolò dei Mendicoli (dove abito io attualmente) collocata proprio sulla dirittura d’arrivo dell’itinerario dei Zattieri da Fusina verso le Zattere si fa espressamente riferimento agli Zattieri (di cui resta un dipinto di San Nicolò Protettore degli Zattieri con le zattere accanto).
Questo “San Nicolò onnipresente” è stato quindi considerato da sempre come: Protettore dei Naviganti, “Padre de Marinari”, dei Pescatori, dei Traghettatori e anche dei Mercanti da Legne nonché dei Zattieri.
 San Nicolò degli Zattieri a San Nicolò dei Mendicoli
 (San Nicolò Patrono degli Zattieri in un dipinto per San Nicolò dei Mendicoli)
Ed è proprio lì sulle Zattere fin dal 1532, precisamente dentro alla“chiesa tonda de San Salvatore degli Incurabili” (in realtà di forma elittica edificata da Antonio Da Ponte su disegno di Jacopo Sansovino)che venne ospitata la Scuola di Santa Giustina e San Nicola dell’Arte dei Mercanti da legname e degli Zattieri del Cadore. Ecco perciò il collegamento dei Zattieri con gli Incurabili di Venezia.
L’Arte dei Zattieri e dei Venditori di Legname non dipendeva più dalla Giustizia Vecchia come tutte le altre, ma bensì direttamente dalMagistrato sopra le Legne e i Boschi … La Confraternita faceva ardere giorno e notte un “cesendello” davanti all’Altare di Santa Cristina che ospitava la Schola dei Zattieri e del Legname, faceva inoltre celebrare di continuo agli Incurabili Messe quotidiane per i benefattori vivi e per i Morti, assisteva i Confratelli malati, bocciò l’idea d’istituire doti a favore di donzelle da maritare, e “teneva banco e Capitoli in capo al dormitorio de’ Preti o nel Refettorio degli Incurabili”.
Diverse stampe del 1500 e 1600 mostrano sulla Fondamenta delle Zattere, e davanti alla grande croce infissa sulla Fondamenta accanto al Luogo degli Incurabili alcune zattere ormeggiate, e i legni delle zattere smembrati, sciolte e accatastati in attesa d’essere trasportati ai cantieri di Venezia e all’Arsenale.
La “Fraglia dei Zattieri e degli uomini del Legname degli Incurabili” si diede all’inizio una nuova Mariegola, e ancora nel 1797 contava 11 iscritti. Si trattava di una specie di società-consorzio a cui aderivano Nobili, Cittadini originari e popolari, e riuniva coloro che commerciavano “Legna all’ingrosso e da fuoco” in giro per Venezia. Era quasi tutta gente originaria del Cadore che spesso si passava il mestiere di padre in figlio e nipote e pronipote. Per le riunioni del“Capitolare dei Confratelli”, invece, i Commercianti da legname e i Zattieri si ritrovavano vicino alle Fondamente Nove prendendo a prestito le sedi o i locali delle Schole de San Piero Martire in Campo San Zanipolo o quelli della Schola de la Madona de la Paxe, dellaSchola di Sant’Orsola o di San Vincenzo Ferreri.
Nel febbraio del 1610 l’Arte dei Mercanti di Legname inviò una supplica alla Serenissima lamentandosi delle difficoltà causate dalla difficile congiunzione economica veneziana, perciò ottenne uno sconto fiscale del 25% passando dal pagamento di una tassa di 31 ducati annui a quello di soli 15 ducati … Nel maggio 1723: “…esisteva in Venezia una carestia somma di legna da fuoco: non se ne trova per danari…” … Sopraggiunto poco dopo mister Napoleone, ovviamente si decretò lo scioglimento e la soppressione di tutto, e anche di quell’Arte considerata inutile … rimasero però attivissime in Venezia le private famiglie dei Commercianti di legname che continuarono a gestire le zattere di legna che scendevano dal Cadore e dalle montagne.
Gli Incurabili è stato uno dei quattro grandi complessi ospedalieri voluti dalla Serenissima, ed è sorto a Venezia per ospitare gli affetti dal “Morbo Gallico o Mal Franzoso” … ossia la malattia Sifilide:“L’Ospedaletto dei Derelitti, la Pietà, le Zitelle e gli Incurabili sono i quattro principalissimi bastioni della nostra Repubblica … ed arrivarono ad ospitare fra homeni, maladi e putti e infanti fino a 3.000 persone…”
La cura della Sifilide che si praticava agli Incurabili era detta anche“Cura dell’Acqua e del Legno o del Legno Santo o lignum indicume funzionava a base di raro quanto costosissimo Guaiaco Americanoimportato a Venezia con un lucrosissimo commercio soprattutto daiMercanti Fugger Tedeschi di Augusta presenti in massa nel Fondaco dei Tedeschi di RialtoCon l’erba importata dall’America si creava uno sciroppo o unguento che si somministrava sotto varie forme per 2 ore 2 volte al giorno per 30-40 giorni che venivano prolungati spesso a 3 mesi. Il “Rimedio pel Mal Franzoso” si somministrava in luogo molto caldo ed essudativo associandolo a diuretici, salassi, lassativi, diete ferree e perfino col Mercurio almeno fino al 1700 … e si ripeteva la cura in primavera e autunno, e solo per un numero limitato di malati (sembra che venissero estratti a sorte 48 malati a Padova. Non si sa bene secondo quasi criteri).
Nel 1527 secondo il “Liber de Morbo Gallico” scritto da Nicolò Massa Medico Veneziano ed edito in quello stesso anno: la Sifilide si poteva curare con “pomate mercuriali” mescolate con grassi animali soffregate ogni sera sulle articolazioni che venivano poi bendate col paziente a letto per 2 ore a sudare. La “cura” usata solo se falliva l’altra “cura col Guaiaco” provocava ulcere in bocca, costante saliva fetida, perdita del sonno e dell’appetito, nonché diarrea.
L’iniziativa sanitaria degli “Incurabili di Venezia” è sorta fra 1517 e 1522 sotto lo Juspatronato del Doge in persona, e aveva come ispirazione e sottofondo economico l’apporto delle 12 prime“Governatrici dell’Ospedale” ossia alcune “donne da conto veneziane” fra cui Marina Grimani legata alla famiglia di Vincenzo Grimani figlio del Doge Antonio, Maria Malipiero della Contrada di Santa Maria Zobenigo, Maria GradenigoElisabetta Vendramin,Ludovica Gabriel sorella di uno dei primi governatori degli Incurabili: Benedetto Gabriel, Bianca Giustinian moglie di Benedetto Gabriel e sorella del Camaldolese Paolo Giustinian, e Lucia Centi madre del predicatore francescano Bonaventura Centi in contatto col Carafa e Giberti che donò all’ospedale una casa di gran valore e molte volte migliaia di ducati.
Ispirate dall’Agostiniano Don Girolamo Regini loro Confessore, col sostegno spirituale dei Canonici Lateranensi residenti poco lontano a Santa Maria della Carità che riprendevano la spiritualità del Divino Amore e della Devotio Moderna di origine fiamminga in risposta all’inquietudine religiosa e sociale d’inizio 1500, le Nobildonne Veneziane espressero una forte volontà concreta e fattiva di dedicarsi alla “Cura degli Incurabili”. Il principale apporto motivazionale oltre che economico venne anche da San Gaetano da Thiene fondatore dell’ordine dei Teatini che riuscì a farsi donare un terreno poco distante dalla chiesa dello Spirito Santo dal Nobile Zaccaria Semitecolo, sul quale costruì un “Ospissio di legno” per accogliere uomini e donne affetti da Sifilide.
In seguito fra molti altri prestarono cura agli Incurabili di Venezia anche San Francesco Saverio e soprattutto il Nobile Veneziano Girolamo Miani (poi considerato Santo) che a Venezia negli stessi anni aveva già istituito due asili per fanciulli abbandonati in Contrada di San Bastiàn e a San Rocco, e un altro “Ospeàl per febbricitanti detto il Bersaglio”, finendo poi col gestire la nuova Istituzione dei Chierici di San Gaetano. Dopo costoro, agli Incurabili si alternarono i Gesuiti, e infine i Chierici Regolari Somaschi.
Incurabili 4
 Nel febbraio 1522 il Patriarca ed i Provveditori alla Sanitàobbligarono: “… infermi, impiagati da mal franzoso ed altri mali che sostano con gran fetore e pericolo di contagio sotto i portici delle chiese, di San Marco e Rialto dedicandosi a furfanterie per sopravvivere a farsi ricoverare sotto pena di bando nel “Luogo allo Spirito Santo” detto degli Incurabili.” … Nell’agosto 1524 si accolse agli Incurabili sistemandolo in un luogo a parte il Nobile povero e vergognoso Bernardo Contarini …Dal febbraio 1525 s’iniziò a ricoverare agli Incurabili, dove già c’erano 350-400 ospiti, anche putti e putte orfani ed abbandonati: “… vestivano una divisa colore turchino, abitavano in stanze separate dall’Infermeria Comune, accompagnavano a pagamenti i Morti al funeral, facevano i “Balottini” per il Maggior Consiglio, venivano ammaestrati nel leggere, scrivere e lavorare chiodi, panni, tessitura, stampa, e si concedevano in adozione o a mestiere, o s’imbarcavano nelle galee veneziane … Non dovevano essere più di 33 (come gli anni di Cristo) … Si doveva annotare in un libro apposito quelli adatti a cantare.”…Nel 1528 quando i Governatori degli Incurabili erano: Pietro ContariniAndrea Venier e Francesco di Giovanni dalla Seda, i pazienti erano 150 fra uomini e donne, e: “… l’Hospeàl degli Incurabili aveva Medego e Spezial e i malati erano benisimo atesi e medegati” … Per tutelare l’attività dei lasciti testamentari a favore degli Incurabili, nel 1538 il Maggior Consiglio affidò il governo dell’Ospedale a un apposito comitato composto da non meno di dodici e non più di ventiquattro fra Nobili e Cittadini … A un certo punto si creò fra ricoverate ex prostitute una specie di “reparto separato, una specie di Monastero di Convertite” interno all’ospedale che ricevette grazie e privilegi direttamente da Papa Clemente VII … … nel 1544 Zorzi Bombaser dalla Contrada di San Gallo lasciò per testamento alcuni suoi campi a Salzano col cui frumento voleva si facesse “pane bianco” per i poveri dei Derelitti e degli Incurabili.
A metà del 1500 per ricoverare agli Incurabili si estraeva a sorte 10 malati di Sifilide fra quelli in nota per entrare in Hospeàl e quelli che si trovano vagabondi e abbandonati per le strade di Venezia … Nel 1565 Pre Tacino Francesco Cappellano dell’Ospedale dei Derelitti lasciò agli Incurabili: “… un monacordo nuovo assieme al suo povero vestiario” … … e qualche anno dopo Beretin Francesco de Zuane da Capodistria lasciò “residuari delle sue sostanze economiche” i Derelitti, gli Incurabili, il Monte Santo di Sion e l’ospedale dei Matti di Treviso … Nel 1569 si processò Zanetto Cicuta Barberotto accusato di Luteranesimo e di aver lasciato la stanza agli Incurabili all’inizio della Messa … Riuscì a cavarsela scusandosi per l’abbandono del Rito perché riferì:  “… d’aver le mani unte di unguento mercuriale della cura degli Incurabili” … Nel 1571 Ludovico Priuli figlio del Doge Girolamo lasciò un legato di un paio di scarpe e calzette a tutti i putti dei Derelitti e degli Incurabili … Alla fine del 1500 il Chierico Emidius Lisius da Ascoli insegnava Grammatica ai 9 alunni dell’Ospedale degli Incurabili. “…a chi do concordantie, a chi do latini, ghe ne sono de quelli che latinano per gerundii. Vergilio e Donado a mente…”
Nel 1600 si consacrò la chiesa del Santissimo Salvatore degli Incurabili situata al centro dell’attuale cortile interno frammentato in quattro piccoli cortili triangolari con quattro vere da pozzo collocate ai lati … e l’assistenza ai malati inizialmente gestita dalle Nobildonne Governatrici per le donzelle e le inferme, e da Nobilomeni per gli infermi maschi, venne in seguito affidata a personale sanitario stipendiato su cui sovraintendevano i Governadori degli Incurabili“Il Pio Luogo è compartimentato in quattro appartamenti: due per le donne e due per gli uomini per un totale di 150 ammalati ospitati, 70 donzelle e 50 giovanetti. Viene governato da una Congregazione di Nobili e Cittadini con buone e tante regole per la cura dei poveri … Per il governo spirituale c’è un Rettore, un Cappellano e 4 Laici che sono tutti Padri Somaschi …. Le donzelle suonano strumenti e si fanno sentire in tutte le feste e solennità …”
La gente di Venezia stimava moltissimo l’Ospedale che ospitava non solo gli Incurabili, ma anche bambini orfani per istruirli nella religione ed avviarli al lavoro, nonchè bambine per educarle al canto. Pur di entrarvi ricoverati i Veneziani si portavano da casa letti e materassi(gli stramagli) 
Il celebre Paolo Veronese dipinse per gli Incurabili un: “Cristo Crocifisso con la Madonna e San Giovanni” (oggi collocato nella chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti di Venezia, la chiesa incorporata all’Ospedale Civile) … Inoltre la chiesa degli Incurabili ospitava opere di Tintoretto, Aliense, Padovanino, Giorgione, Celesti, Mantegna, Ingoli, Strozzi, Salviati e Palma il Giovane sotto alla cupola affrescata da Angelo Rosis.
Dal 1601 si aggiunse agli Incurabili una “Farmacia-Spezieria interna o Officina Aromatica e armadio farmaceutico”.
Scriveva Giovanni Nicolò Doglioni nel 1613: “… poche città puono eguagliarsi alla città di Venezia nella pietà et nel mantenir con elemosina i poverelli et specialmente che si ritrovano né luoghi dedicati ad opere pie. Che, tralasciando le tanti e tanti Monasteri di Frati e di Monache mendicanti, ecco i bambini nati di nascosto et abbandonati da padre et madre hanno luogo comodo per allevarsi nell’Hospitale della Pietà. Gl’infermi di mali incurabili con piaghe et tumori han l’Hospitale dell’Incurabili a ciò deputato. Quegli altri poveri, non con tanto male, sono soccorsi nell’Hospital di San Giovanni e Paolo. Li meschini malamente feriti han lor ricovero in San Pietro e San Paolo … Quelle donne che dal mal fare si rimettono e si danno al far bene sono raccolte nel Monasterio delle Convertite. Le giovanette già da marito che stanno in eminente periglio di cadere in peccato son levate da alcune Matrone Primarie della città et anco a forza condotte et chiuse nel luogo delle Citelle. Quelle donne che maritate, non però voglion vivere caste, si conservano ben guardate nel Soccorso … Vi sono anche altri luoghi pii et fraterne…”
In una “Relazione sugli Incurabili in Venezia” del 1650 recapitata aPapa Innocenzo X si legge: “… Li padri Somaschi servono il pio luogo detto Hospitale degli Incurabili in spiritualibus solamente. Questo pio luogo è molto cospicuo nella città e per l’opera che contiene e per le persone de quali riconosce li suoi principi ed accrescimenti … Riceve tutti li poveri con piaghe che vi vogliono entrare quali sono proveduti delle cose necessarie al vitto, medicinali e servitii; di più, in certi tempi dell’anno, che si fanno le purghe col decotto, vi sono sino 800 poveri che ivi stanno per 40 giorni.
Tiene 63 zitelle, quali si maritano ai suoi tempi con dote di scudi 100 oltre le robbe che se li permettono acquistarsi da parte de suoi lavorieri … Alimenta 33 orfanelli, quali s’ammaestrano e sono applicati ad arti diverse secondo il genio … Ha chiesa ragguardevole, capace assai, nella quale oltre le prediche dell’anno, la quadragesima, si predica ogni giorno mattina e sera con molta frequenza.
Li padri Somaschi in numero di 6, cioè 3 sacerdoti e 3 laici, affaticano giorno e notte con patimento più che ordinario in opera così preciosa a gli occhi della divina maestà. Un sacerdote serve alle confessioni delle zitelle, li altri due per l’infemarie, tutti 3 all’amministrazione continua de sacramenti alla chiesa. Ricevono per loro sostentamento: pane, vino, olio, legna, sale, abitationi, utensili grossi, lenzuoli, camicie, medico, medicinali, in più scudi 43 per testa per il vitto ed il vestito. Hanno elemosina di messe certe circa 30 scudi l’anno, di straordinarie circa scudi 50. Elemosina di chiesa per il calcolo fatto da 4 anni in qua: scudi 60 circa …
Gli aggravii per i Padri constano di: 8 Messe alla settimana oltre altre 9 Messe cantate all’anno, dette gratis per servitio del Pio Luogo; Per sussidio al Padre Generale si danno scudi 6 … Al Padre Procuratore scudi 5 … Al Padre Visitatore scudi 6 … Per aiuto alla Casa Professa della Trinità: scudi 50 … Per alloggi scudi 12.
Questo pio luogo si governa con molta carità nelle cose temporali da 25 gentiluomini e cittadini quali con l’applicatione delle persone e loro dinaro proveggono a quanto bisogna.
I Sacerdoti presenti ora agli Incurabili sono: Don Giovanni Antonio Zonisio che è Rettore, Don Giovanni Maria Rovere che è Chierico Regolare e Don Calo De Rossi che è Confessore e Chierico Regolare. Sono inoltre presenti i Frati Laici: Giacomo Modonino Veneziano e Bartolomeo Ossola da Lugano …”
Nel 1647 si installò nella chiesa degli Incurabili un’ampia tribuna per il “Coro delle Putte degli Incurabili”. Il Pio Luogo degli Incurabili era perciò uno dei luoghi della Musica di Venezia, dove le Putte si esibivano in celebri Cantate come è scritto a chiare lettere nel titolo del “MODULAMINA SACRA DECANTANDA A FILIABUS PIISSIMI XENODOCHII INCURABILIUM” riedito ancora a Venezia nel 1746 a cura del Maestro del Coro degli Incurabili Nicolao Jomelli. Come lui furono Maestri di Coro degli Incurabili: Rigatti, Pallavicino, Porposa, Hasse, Carcani e anche Baldassare Galuppi detto il Buranello che fu Maestro agli Incurabili fino al 1776.
Secondo tradizione secolare degli Incurabili, durante l’ultima domenica di Carnevale e il Giovedì Grasso mentre i tori impazzivano per i Campi di Venezia e perfino nel cortile del Palazzo Ducale: “… nell’Hospeàl agli Incurabili s’esponeva il Santissimo delle Quarantore in alternativa riparatoria ai tanti abusi perpetrati dal Carnesciale” … Inoltre si praticava una processione solenne partecipata da ben 72 pellegrini e 53 orfani serviti in seguito a pranzo dai Confratelli dell’Oratorio del Divino Amore … in Quaresima si predicava quotidianamente “il Quaresimale” come in altre 37 chiese cittadine di Venezia … Agli Incurabili si festeggiava, inoltre, San Marco il 25 aprile … la Santa Croce il 3 maggio anche con Messa Solenne Cantata dal Coro delle Putte, come nella festa del 21 giugno per San Luigi Gonzaga subito dopo a quella solenne del 13 giugno per Sant’Antonio da Padova sentitissima e partecipatissima in tutta la Laguna … e il 21 ottobre la Schola delle Nobildonne Orsoline si radunava con le Putte del Coro degli Incurabili per cantare mottetti in onore della loro Patrona Sant’Orsola davanti al dipinto di“Sant’Orsola con le Vergini” eseguito per loro dal Tintoretto (oggi conservato a San Lazzaro dei Mendicanti).
Nel 1722 agli Incurabili scoppiò un grande incendio che danneggiò buona parte del complesso … Nell’agosto 1739, scriveva Charles De Brosses amico del musicista Prete Antonio Vivaldi“…musica eccezionale qui è quella degli Ospizi. Ve ne sono quattro tutti formati da fanciulle bastarde od orfanelle, e da quelle che i loro genitori non sono in grado di allevare. Sono educate a spese dello Stato e le istruiscono esclusivamente per farne delle eccellenti musiciste. Quindi cantano come angeli e suonano il violino, il flauto, l’organo, l’oboe, il violoncello, il fagotto; insomma non c’è strumento per grosso che sia che possa far loro paura … le loro voci sono adorabili per la modulazione e la freschezza. La Zabetta degli Incurabili è la più straordinaria per l’estensione della voce ed i trilli di violino che ha in bocca … quello dei quattro Ospizi dove vado più spesso e dove mi diverto di più è l’Ospizio della Pietà; è questo anche il primo per la perfezione dell’orchestra. Che rigore di esecuzione !”
Nell’aprile 1743 raccontava, invece, Girolamo Zanetti: “…oggi si cominciarono le esposizioni delle 40 Ore in molte chiese con riguardevole spesa ed apparato di lumi ed altro. Si distinsero: gli Incurabili, i Mendicanti, Santi Apostoli, San Geremia, Santa Maria Zobenigo e San Canziano … ma forse sopra tutti i Mendicanti dove le donzelle di questo Pio Luogo cantavano 4 bei mottetti composti due dal celebre Antonio Rodella e due da certo Frate. Furono posti in musica da Baldassare Galuppi detto Buranello maestro ordinario d’esso Pio Luogo che per questa funzione fece in musica molto bene il salmo Miserere … Agli Incurabili si cantò una composizione, ossia Oratorio sopra la Passione, composto da certo Abate Bandino Modenese e posto in musica da Giuseppe Carcani Cremasco, Maestro attuale di quello ospedale. Il Miserere che colà si cantò era composto di Giovanni Adolfo Hesse detto il Sassone, vecchio e rinomato maestro di quel coro … era singolarmente bello e dilettevole … ”
Giunto il 1755, gli Incurabili incapparono in una grave crisi finanziaria che portò alla chiusura dell’istituto per bancarotta nel 1777 … Nel 1807 con i napoleonici “il locale degli Incurabili” venne adibito adOspedale Civile … nel 1819 divenne Caserma dell’Artiglieria edeposito dei materiali del Genio Militare radendo al suolo la chiesa che occupava il cortile centrale … Ancora nel 1824 Cicogna nella redazione delle sue “Iscrizioni” ricordava: “… l’ospedale annesso che oltre a malati accoglieva orfani e persone in condizione disagiata … Era diviso in 4 grandi appartamenti: due per gli orfani e giovanetti: circa 50, e due per le fanciulle educande circa 70 … La chiesa era di forma ovale: …aveva tre sporgenti tribune sostenute da mensole, i cui parapetti suddivisi da pilastrini avevano gli specchi a traforo. Erano quetsi sormontati da graticcie di ferro per nascondere alla vista degli astanti le donzelle che in quel si raccoglievano per eseguire i noti concerti che si davano alla ricorrenza di certe determinate solennità…”
Infine nel 1900 l’ex Ospedale degli Incurabili ospitò gli uffici delDistretto Militare … dal 1950 divenne Riformatorio per Minorenni, e poi venne nuovamente chiuso e lasciato inutilizzato … Oggi dopo opportuni restauri ospita l’Accademia di Belle Arti che ha abbandonato la sua sede originaria lasciando maggiori spazi alle Gallerie dell’Accademia. Il sito degli Incurabili è quindi tuttora attivo e presente sulla Riva delle Zattere assolata e spesso silenziosa: unico nome e segno rimasto di quella grande attività curiosa che qui ferveva per tanto tempo.

P.S.: le immagini di Venezia e dei Zattieri di ieri.
Venezia e i Zattieri di ieri: le immagini.

ago 25, 2016 - opinioni    No Comments

“TREMA LA TERRA … E NOI CON LEI.”

trema la terra

 La cosa più bella sarebbe tacere rispettosi in questo momento disperato di rabbia impotente e di grande disgrazia … ma sento che non sarebbe giusto. Qualcuno potrà dire di certo che ho perso una buona occasione per rimanere zitto … ma ci sono in tanti in giro che fanno frullare spesso l’aria a vanvera, perciò ritengo sia giusto parlare e scrivere, esprimere la propria opinione anche in questa circostanza.
Quanto la terra trema ancora drammaticamente come in queste ultime ore, ciascuno di noi trema interiormente insieme a lei … e non solo di paura. Tremano infatti anche le nostre sicurezze e certezze, perché in realtà tante volte non ci sono proprio, e pensiamo soltanto illusoriamente d’essere capaci di far fronte a tutto e tutti.
Ho un immane rispetto dentro di me per tutti coloro che vivono in prima persona questa tragedia e i suoi effetti … Così come so che nessuna parola riuscirà mai a ridare qualche caro a chi l’ha perso, né potrà restituire a sufficienza a chi ha perso tutto e i frutti di un’intera vita di lavoro e fatiche.
Anche lo smarrimento per la distruzione della propria terra, l’amore e l’attaccamento al proprio posto, al proprio paese e alla propria casa meritano rispetto: qualcuno sente suo quello scenario in cui vive quasi fosse il prolungamento di se stesso, come io sento Venezia e la Laguna come il l’unico contenitore naturale possibile capace di contenermi … Non credo riuscirei a vivere altrove … Così ciascuno di coloro che il terremoto l’altro ieri ha sconquassato, distrutto e avvilito, sentono che s’è spezzato il loro mondo, il loro microcosmo: tutto.
Mentre tremiamo con la terra, ogni volta si accende in noi anche la commozione. Non solo di fronte al grande dolore e alla devastazione, ma anche alla visione dei tanti che si muovono e soccorrono generosamente senza risparmiarsi. Sembra che quell’estrema fragilità che ci ritroviamo davanti agli occhi sia capace di smuovere i cuori, le tasche, le energie e le coscienze di tanti: bravi ! … anche se so non vorranno affatto sentirselo dire.
Ogni volta che trema la terra pensiamo anche inconsciamente che tutto quel che vediamo potrebbe capitare domani anche a ciascuno di noi … Non esiste distanza o posto giusto per mettersi sufficientemente al sicuro: quando fibrilla la Terra, quando s’imbizzarriscono le acque, quando s’accende la forza cancellante di un vulcano: diventa inevitabile sentirsi niente, pagliuzze indifese che un destino terribile sa ogni volta accendere, consumare e spazzare via in un battibaleno.
Quando trema la terra rimani come senza respiro, col fiato sospeso in gola … Senti che non ce n’è per nessuno … che non esiste niente capace di arginare e contenere quel grande mostro invisibile capace di inventarsi la Morte di persone e cose … Per questo tremi nell’intimo quando accade un’inondazione, l’ennesima alluvione, la frana, o torna di nuovo il terremoto.
E poi ci sono i giornalisti … che come occhi incontrollati sanno infilarsi ovunque e sbatterti in facci tutti i dettagli della tragedia … La chiamano dovere dell’informazione, ma sembra abbiano un gusto perverso a proporti sempre più e di nuovo ogni dettaglio, ogni povertà, ogni dolore che sa imprimere la grande disgrazia. Il loro sembra quasi un rito maniacale che si sentono in obbligo di celebrare ogni volta, e non si fermano mai finchè non si è esaurito del tutto quel tempo disperato e torna a rispuntare una qualche barlume di normalità di vita che non fa più notizia … e questo non vale solamente per il terremoto, vale anche per tutta quella valanga di violenze, stupri, scoppi, strappi, assassini, offese e danni che ogni giorno imboniscono i nostri telegiornali, internet, i social e tutti i così detti media che ci accompagnano.
Non c’è scampo: ognuno deve riempirti in ogni modo, aggiornarti, avvolgerti con tutti i più minimi particolari e dettagli di ogni notizia nefanda. Un ottantenne uccide la moglie per dargli pace dopo anni di malattia distruttiva: bum ! Te lo sbattono subito in faccia: hai l’obbligo di saperlo … L’ennesima ragazza viene violentata dal branco ? La intervistano, quasi la rimolestano perché racconti al mondo i dettagli e le sensazioni della sua corporeità divelta e rovinata … Dovremmo essere contenti di quel servizio che ci fanno … e perché no … dovrebbero forse esserlo anche coloro che subiscono il danno: perché al mondo intero è dato di vederlo e condividerlo … Piovono bombe assurde in testa a popolazioni indifese e innocenti … Il fidanzato trucida la fidanzata … l’Infermiera killer dona morte dolce ai suoi pazienti … Ci si fa esplodere in nome di chissà chi e di chissà quali ideali fumosi: tutti devono vedere il sangue, le mutilazioni, le grida, i linciaggi, il dolore in faccia, la rovina … Tutto in diretta, tutto subito, tutto sbattuto in faccia il più presto possibile e a tutte le ore seduti comodamente in poltrona … Basta un clik … il telecomando … Sembra non basti mai questo “spettacolo” … ogni giorno si ripropongono sempre nuovi episodi come i funghi dopo una pioggia. Si sovrappone e aggiunge tragedia a tragedia, capitolo a capitolo … si confrontano, si cercano le coincidenze, le testimonianze, le sottolineature, le opinioni, i colpevoli … come un romanzetto rosa.
Che squallore ! Altro che speranza ! … Sembriamo cacciatori di morte a poco prezzo … appassionati del macabro e del deleterio.
Sarà proprio giusto così ? E’ forse questa la vera informazione seria di cui abbiamo quotidianamente bisogno ? … A volte spengo tutto: mi sembra una sagra del truculento e dell’horror … Mi accontento d’apprendere la notizia nuda e cruda in tutta la sua pesantezza … Bastano due righe essenziali, e basta. Rifuggo da tutta questa fiumana del malore e quasi da questo gusto per il massacro e la distruzione … anche se la chiamano informazione doverosa, necessaria.
Intanto dove tutto è accaduto cala un silenzio inquietante, non squillano più le campane nei campanili divelti e aperti come bucce, e con l’ora paralizzata … Dopo che voci hanno chiamato e richiamato ancora sopra e dentro alle macerie sparse e fumose, dopo che sono state tratte e quasi strappate con le unghie alla morte le anime dei rimasti regalando loro una nuova vita … s’aggirano ombre di uomini sciacalli, vivi ma come se fossero morti anche loro dentro … In pochi s’allontanano ancora con gli occhi spalancati portandosi dietro quattro stracci polverosi …il sisma ha fottuto l’Italia ancora una volta … e l’ha fatto di nuovo alla grande fino a farci piangere a dirotto. Non bastano i miracoli delle ricerche …
Accanto a questo scenario pallido e tristo c’è il monumento vivente della solidarietà ostinata che si scatena. Sembra l’altra faccia della medaglia, il contraltare, il retro della scena, la risposta corale a quel grande male incontenibile. Lo ammetto: piango nel guardarli … piango d’ammirazione e stima per quel che vanno facendo. Mi piacerebbe spingere le loro mani, asciugare il sudore dal loro volto, togliere la polvere dalle loro spalle, e offrire loro un bicchiere caldo per alleviare le loro fatiche magnifiche e benedette. Quei volti mai stanchi non cancellano il grande male accaduto … ma quasi ne capovolgono il senso e il volto ridando speranza e positività. Guardando loro all’opera viene da pensare che si può ripartire, che tutto può riprendere ad andare … e quel che più mi piace è vedere che quelle persone prodighe sono persone qualsiasi come me: colleghi Infermieri, forze dell’Ordine, Vigili del Fuoco, Volontari … una collana preziosissima di Angeli del Destino che sanno quasi contrapporre il loro petto indomito e generoso a quello spavaldo e rovinoso dell’evento che ci ha pressati e schiantati.
Ci sia Pace allora, serenità finalmente, per quelli che sono stati schiacciati e strappati … Ci siano ore nuove da vivere per chi è stato strappato dentro … e ha trovato intorno a se soltanto il vuoto distrutto. Ci sia pace oltre la tragedia … La Pace sostituisca il terrore del tremore della Terra … stavolta maledetta, anche se come benedetta continua a contenere e foraggiare l’esistenza di noi tutti.
C’è però in tutto questo anche un altro aspetto che non riesco a tacere … un aspetto di questa tragedia che fa crescere ulteriormente la tristezza, anzi, induce a gridare vendetta, suscita rabbia e senso di ripulsa.
Sono tutti quei volti dei “grandi uomini” della nostra Italia che inseguiti dal nugolo delle telecamere, che non sanno né vogliono spegnere, si mostrano angustiati, piangenti, commossi e disposti a tutto … Falsi ! … e quasi quasi aggiungo anche: ipocriti ! … Sento negletto e ruvido l’abbraccio dei politici, degli uomini di governo, di coloro che gestiscono le nostre economie, dei grandi pontificanti sulla nostra società. Appaiono, parlano, consolano, promettono perfettamente disinvolti dentro alla tragedia come se fossero sopra a un palcoscenico elettorale … sembra diano spettacolo perché poco mantengono di quello che promettono, e soprattutto non mettono mano su quello che è il nocciolo di tanti problemi che rimangono insoluti.
Domani o oggi stesso, con la stessa disinvoltura ordineranno di produrre e vendere armi, finanzieranno un’altra campagna militare, faranno sparare su altri, gettare bombe … e poi rimpingueranno soprattutto se stessi e la loro specie, continueranno a mettere insieme i loro tesoretti e i loro pensionamenti dorati, continueranno con le loro spartizioni di seggiole e fette di potere come se l’Italia fosse una torta di compleanno da spartire … e anche per loro non sarà mai abbastanza: la gallina dalle uova d’oro, che sarebbero poi gli Italiani, deve essere spremuta fino in fondo prima d’essere alla fine spennata e poi spartita anch’essa banchettando lautamente.
“Il tuo è il solito discorso di protesta dal tono retorico e inutile … Spunto di perbenismo brontolone e ingrato verso lo Stato che ci governa …”
“Forse, forse … ma forse anche no, perché in queste mie parole si riassume anche il sentire di tanti altri Italiani di oggi.”
 
Certo che fa comodo smentirlo, non ascoltarlo e metterlo a tacere … Di certo è un dire scomodo, ma certe verità sono sempre difficili da ascoltare e ancora più da accettare.
Tempo fa un ex parlamentare in pensione uscendo da Messa mi diceva: “In fondo sono riuscito a garantire una mia dignitosa vecchiaia e il futuro dei miei cari …” Quindicimila euro al mese … “E ti credo ! … Ma che razza di Dio sei andato a pregare lì dentro ? … Come sei riuscito a mettere insieme tutto quel ben di Dio ? … Qualcuno di certo ne avrà fatto le spese …”
 
Non mi ha risposto, anzi, da quel giorno non mi ha neanche più parlato.
Fosse l’unico … Avete mai visto qualche nostro bel riccone famoso vendere un suo panfilo o una sua bella villa per donarne il ricavato ai miseri salvati dal terremoto ? … O avete forse visto qualche politico rinunciare per davvero a un anno del suo “povero” stipendio o a una fetta della sua “modesta”pensione per devolverla ai terremotati per davvero ? … O forse ancora, avete per caso visto cantanti, artisti, calciatori e sportivi dorati donare uno solo dei loro tanti milioni senza nasconderlo dentro alle Fondazioni che permettono loro di godere di speciali detrazioni fiscali ? … Avete per caso visto spogliarsi qualcuno dei loro secolari privilegi piovuti dal Cielo, vendendo qualche“Baculus o anulus d’oro” per offrire a chi ha bisogno qualcosa che non sia l’obolo offerto dai poveri stessi ? … Avete visto per caso sciogliersi e svuotarsi e aprirsi qualche paradiso fiscale indirizzando certi patrimoni sommersi a chi langue nel bisogno ?
Non giriamoci intorno: tutto questo non accade ! … Gran parte“di chi ha e può” se ne ritorna nel suo nicchio dorato dopo l’apparizione mediatica a rosolarsi dentro al “tanto suo”, soltanto dediti ad incrementarlo ulteriormente … Sempre affamati, mai sazi, a caccia di ulteriore abbondanza, come il maiale dentro al suo stagolo … sempre a caccia di favori, esenzioni fiscali, privilegi, maneggi e sostegni vari che spesso attingono da “ciò che sarebbe di tutti e per tutti” … e soprattutto dimentichi del bisogno degli altri che rimane trascurato, dimenticato, cioè irrisolto.
Tante morti e tragedie sembrano essere accadute inutilmente, e i loro effetti deleteri lasciati a se stessi o quasi. Ogni volta s’indugia a predicare di non ripetere gli sbagli delle volte precedenti, di non costruire catapecchie inutili e donare false speranze … Poi, invece, si ricade nell’errore di sempre, si ripete il ritornello, e cala di nuovo il velo dell’attesa inutile, della dimenticanza, e dell’arrangiarsi da se come se n’è capaci.
Perché dico questo ? … Perché l’ennesima tragedia dopo il momento della grande emozione e dello spavento grida vendetta. Com’è possibile che in un paese come il nostro che vuole definirsi moderno e civiltà fra le prime del mondo, ci si accontenti di tamponare e aggiustare i danni di tali calamità tremende che periodicamente ritornano senza mettere mano per davvero su quelle che sono le cause di tanti danni e morti ?
Sappiamo tutti e bene che l’Italia è in preda a un immane dissesto idrogeologico … Sappiamo che appena piove ogni volta è una nuova tragedia … Sappiamo degli alvei dei fiumi abbandonati, delle frane monitorate e basta, dei boschi tagliati brutalmente o incendiati … Sappiamo anche dei lavori di edificazione fatti dove non si doveva e con metodiche truffaldine …  Sappiamo tutti che l’Italia dei villaggi e dei borghi antichi è attaccata al presente come uno scenario con le mollette.
Eppure non si fa niente di niente … Ci si riempie la bocca delle grandi opera che poi non vengono realizzate mai … Ci si accontenta d’insegnare ai bimbi di mettersi sotto ai banchi di scuola e di uscire ordinatamente in cortile tenendosi per mano … e basta, mentre i soffitti delle scuole continuano a crollare in testa, e i milioni di case secolari ospitano migliaia di candidati alla morte come fossero delle capienti casse da morto … anche belline e romantiche da visitare … perché i borghi, i villaggi antichi, le Abbazie millenarie, le antiche frazioni isolate sono anche belle da vedere e occupare: mete turistiche, luoghi ameni e caratteristici, vivai di tradizione, luoghi del benessere culturale.
Possibile che nessuno consideri questa loro reale identità e stato di pericolosità ? Perché si lascia costruire e per di più senza strade sulle falde del vulcano … perché sulle doline dei fiumi … ai piedi dei fronti franosi dei monti ? … ai piedi dei bacini presi male e minacciosi di scoppiare ? Perché non si vuole la prevenzione ?
“Si dovrebbe espropriare la gente … costringere ad abbandonare le vecchie case a rischio … Sono tutte cose impossibili da realizzare …Chi vuoi che lasci la propria casa perché potrebbe essere pericolosa e passibile di eventuali crolli ? … Dai … Sii obiettivo … non sognatore.”
 
“Insieme al terremoto dovrebbero tremare anche le nostre coscienze … e soprattutto quelle di chi ci governa, (anche se non li abbiamo messi noi lì a governare, ma si sono presi il seggiolone da soli in barba alle nostre preferenze) … Si dovrebbe guardare in faccia il problema, far di tutto per evitare le criticità e le morti inutili … Il problema è che dietro alle apparizioni mediatiche e all’effimera contestazione delle grandi tragedie del mare, fa comodo a tanti che ci siano folle di stranieri miseri che per un euro al giorno raccolgano i nostri pomodori e le nostre mele vivendo in condizioni igieni disastrose e sotto frequenti vessazioni e umiliazioni … Ci piace che a lavare i piatti nei ristoranti o a fare tanti altri mestieri umili o faticosi ci sia chi lo fa per poco o niente al posto dei nostri giovani spediti a studiare in eterno anche controvoglia e senza alcun futuro ad attenderli … Oggi ci mostriamo disgustati di fronte alla tragedia … Ci mostriamo distrutti, affranti e avviliti davanti al terremoto … Ma non facciamo quello che sarebbe giusto fare … anche in anticipo … Basterebbe volere … L’ipocrisia per certi è davvero un’arte facile.”
 
“Fai presto a parlare … Ma tu che parli tanto, che fai in concreto per non adeguarti a questo andazzo che tanto critichi ? … Si muove ogni volta una macchina formidabile dei soccorsi … Magari tanti agiscono in silenzio, con riservatezza, dietro alle quinte senza tanto osannarsi … Che ne sai tu ?”
 
“Sì … Tutto vero … Vedo tanta efficienza … Può essere che basti … anche se non sembra … Io che faccio ? … Che vuoi che faccia ? Poco o niente … Al massimo offro un paio di euro al cellulare traendoli dalle mie tasche vuote … Oppure parlo, dico e scrivo, senza accettare di star zitto e basta … Anche l’opinione conta … così come condividerla. Anche la parola può considerarsi un gesto di solidarietà se è genuina, sincera e disinteressata.”
 
“Le parole spesso volano e non servono a niente … Contano i fatti … E il tuo è più uno sfogo sarcastico che costruttivo … a tratti direi quasi cattivo … Sembra che voglia per forza andare a caccia di un colpevole di tutto questo scempio … mentre mi pare che in molti ci si dia molto da fare … Bisognerebbe apprezzare che si ha sempre voglia di risollevarci dopo la tragedia.”
 
“Forse è così … ma credo che la realtà e la Storia mi diano ragione … Voglio vedere che cosa accadrà dopo questo ennesimo momento drammatico … Non penso si debba andare a caccia di colpevoli e avviare una nuova stagione di caccia alle streghe quando accade un terremoto … Ci saranno sì delle inadempienze, ma è un discorso e un grande progetto d’ampio respiro quello che ci manca, una prevenzione vera e seria che sostituisca i grandi sprechi e le possenti “magnerie” che sono in atto da troppo tempo qui in Italia … Le grandi calamità naturali non si possono né prevedere né arginare, ma queste tragedie dovrebbero insegnarci a non lasciare andare la nostra Italia alla deriva occupandoci solo dei nostri interessi … Dovrebbero indurci conoscendole ad essere più previdenti, meno cicale, più in grado di anticiparli prendendo loro le misure in anticipo, prima che accadano … magari vincendo i tanti nostri egoismi chiacchieroni e lacrimosi che sanno dare solo spettacolo.”
 
Osserviamo insieme la televisione che continua nel bene e nel male a calamitarci tutti … Mi consola lo spettacolo dei soccorsi che continuano ad agire in queste ore tristi, quasi a voler smentire queste mie parole pessimiste ma franche.
“Non c’è parola capace di lodare abbastanza l’altruismo di tutti questi Italiani e non che anche in questa circostanza si tirano per davvero su le maniche … e gratis. Grandi ! … Grandissimi !!! … Però manca tutto il resto … e me ne duole, mi fa rabbia, mi sento tremare dentro … come accade a tanti in questi giorni tristi.”
ago 23, 2016 - opinioni    No Comments

LA VISIONE DELLA STORIA.

storia

Credo che potrebbero esistere tante Storie della Storia quante sono le teste in giro. Ossia, penso che ogni persona potrebbe raccontare la propria versione degli stessi fatti dandone un resoconto diverso o perlomeno illustrandone aspetti e prospettive uniche tanto da essere perfino contrastanti fra loro. La Storia vera, forse, quella maiuscola, potrebbe essere quindi la sintesi di tutti i singoli frammenti sparsi che messi insieme potrebbero dare un resoconto più o meno oggettivo di quanto è realmente accaduto
Il problema è che la Storia di solito non viene raccontata quasi mai in questa maniera.
Molto spesso il resoconto della Storia è parziale, di parte, se non alterato o perfino visionario.
Quante volte la storia di certi paesi, ad esempio, è stata riscritta rifacendo perfino anche i libri di scuola ? Tante, anzi, tantissime. E ogni volta è stata riscritta non per dirla meglio, ma spesso per negare o esaltare uno o un altro aspetto scomodo che caratterizzava certi periodi o contesti storici precedenti. Storia alterata quindi, pseudostoria non veritiera.
Giungo a dire che molto spesso il racconto della Storia è perfino ingannevole: certi storici antichi, ad esempio, hanno taciuto molte cose e hanno amplificato gesta di conquistatori e grandi uomini che forse proprio tali non sono stati del tutto. In questo caso sono state visioni politiche o interessate della Storia … e si sa: la politica ieri come oggi non è mai sincera, altrimenti non sarebbe più tale. Conoscete forse un politico, un magnate, un grande imprenditore che sia sempre sincero del tutto ? Non dico senza peli sulla lingua, perché sono in molti ad essere grandi e abili parolai, ma dico sincero e onesto oltre che coerente con le proprie idee fino in fondo, senza niente da nascondere in qualche cassetto segreto ?
Se lo trovate ditemelo … che lo prenderò in considerazione.
Ma non è questo che m’interessa dire. Voglio sottolineare, invece, che il raccontare la Storia non potrà mai essere completo e verosimile. Pensate ai giornalismo di oggi: vi sembra sia sempre plausibile e sincero ? Quante volte il giornalismo è di parte, inventa i fatti per vendere e far notizia, o distorce la realtà ? Troppe volte. Spesso risulta asservito al datore di lavoro, all’idea di chi lo paga … e forse non potrà essere diversamente mi direte, perché altrimenti gran parte di loro si ritroverebbe disoccupata. Molte volte il riportare i fatti è un raccontare “di sistema”, e anche se ci consideriamo un paese evoluto, democratico, libero e civile, bisogna dire che non lo siamo del tutto o affatto.
Non a caso l’Italia nelle valutazioni mondiali sulla libertà di stampa, l’uso della censura, e le sue varie espressioni non risulta affatto trovarsi ai primi posti. Spesso la Storia “si dice”in maniera elegante e la si scrive in maniera saporita e appetitosa … ma non è detto che contenga tutta la verità. A volte non la contiene proprio, visto quanto viene alterata o addirittura taciuta. Esistono tanti argomenti tabù e scomodi che vengono spesso negati o volutamente non detti per opportunità e comodo … e non mi riferisco solo ai casi eclatanti come Ustica, le grandi stragi o le “spiate” e i maneggi di Stato e internazionali.
Riferire la Storia è sempre un fatto scomodo oltre che ostico, perché si tratta spesso di raccogliere i cocci di qualcosa e provare a ricostruirla. Ogni ricostruzione può risultare un’interpretazione diversa dei fatti, e con gli stessi cocci si possono ricostruire cose diverse, talvolta inverosimili e astruse tanto da non assomigliare affatto all’originale andato distrutto per sempre o accaduto per davvero. Pensate, per capire meglio, a certi restauri d’opere d’Arte avvenuti alla fine del 1800. Alla fine della revisione dell’opera ne sono venuti fuori capolavori stravolti, quasi completamente diversi dall’originale. Se ne sono alterati i toni e i colori, e si sono costruite letteralmente ex novo alcune parti mancanti secondo l’intuizione personale considerata valore storico.
Si potrà ancora dire che quell’opera è originale e corrispondente a quanto voleva esprimere l’artista che l’ha partorita ? Ne dubito, eppure il nome dell’autore-artista che le viene attribuito rimane lo stesso.
Un grande restauratore che ho avuto la fortuna di conoscere mi ha sempre detto che ogni restauro di un’opera è sempre il tradimento dell’espressione originale dell’artista. Solo lui potrebbe rivederla, e anche lui stesso potrebbe avvertire sensazioni diverse nel rivisitarla, tanto da rendere quella stessa sua opera quasi irriconoscibile.
Così è della Storia … A volte i fatti vengono stravolti del tutto a favore di una visione di comodo che rischia di negare e ossidare il vero significato di quanto è accaduto.
Non parliamo poi delle cose che conviene tacere e negare: la Storia sarebbe consistente il doppio se si dicesse e raccontasse tutto quanto è accaduto per davvero senza tentare di tenere segreto qualcosa. L’umanità è anche questo. Si è sempre pensato che fosse meglio tacere qualcosa, e in molti casi lo si è fatto per davvero. Pensate a quante verità accuratamente nascoste sono emerse a distanza a volte di secoli determinando il cambiamento anche totale di certe vedute storiche.
Un mio professore d’un tempo, che di mestiere oltre che l’insegnante faceva appunto anche lo storico, (con grande erudizione e parecchio merito), ci ha sempre detto: “La Storia è sempre tradimento dei fatti … perché per quanto si dica è sempre un’interpretazione soggettiva, una visione parziale e mai esaustiva di quanto è realmente accaduto … E’ come osservare il mondo, le vicende e gli uomini da una finestra: ci sarà sempre un’altra veduta, un retro, una prospettiva diversa che potrà sfuggire …”
 
Per questo c’invitava sempre a leggere versioni diverse circa ogni avvenimento, per provare alla fine ad avere un’opinione e una visione più oggettiva di quanto era realmente successo. Sempre lo stesso professore aggiungeva: “… se andrete a spulciare i documenti e i resoconti di un’epoca in cui è accaduto “bianco e nero”, per qualche motivo potrete rinvenire solo i documenti che parlano del “nero”: dubitatene ! Cercate anche “il bianco” ! … perché potrebbe essere andato perduto, o volutamente messo da parte o nascosto… Non fatevi ingannare … Non pensate subito che non sia accaduto … perché altrimenti avrete una visione alterata e di parte, ridotta … e poco veritiera.”
 
E’ vero ! … Pensate a tanti resoconti storici sulle Crociate, sulla scoperta e la Conquista delle Americhe, sul Nazismo, la Rivoluzione Francese, Sovietica, Cubana, Cinese e tutte le altre … C’è stato perfino chi in tempi recenti è arrivato a negare anche l’esistenza della Shoah ! … e ce ne vuole … ma è stato proprio così. Spesso nel tentativo di fare Storia si nega il negabile alterando la verità.
Diffidare allora della Storia ? A volte sì… per il solo fatto che è un racconto di uomini, e l’Umanità per natura sua non è sempre obiettiva oltre che poco desiderosa e scarsamente assidua nel cercare la verità. “Che cos’è la Verità ?” dice, infatti, la famosa frase sempre valida nei secoli.
Aggiungerei anche che l’Umanità come la Società è stata ed è spesso interessata, cioè vuole far apparire o scomparire quanto le fa più comodo. Chi ad esempio dei grandi criminali di guerra ha mai ammesso le proprie colpe se non proprio costretto ? Nessuno. E si è mai trovato un colpevole che non si dichiari innocente ?
Qual è allora la vera verità storica ?
Questa domanda è diventata oggi un tormentone storico più che mai senza risposta. La Storia quindi sarà sempre un’approssimazione, una convergenza di resoconti, un insieme nebuloso di versioni, un tentativo sbiadito di dire “come sono andate le cose”.
 
Fanno ridere certi autori che spesso si pavoneggiano: “Vi illustro io e ora come è andata tutta questa faccenda !”
 
Ma dove ? … ma come ? Ci sarà quasi sempre chi darà una versione completamente diversa dei fatti … Pensate alle giustificazioni sulle guerre in corso, sulle motivazioni del terrorismo, sui contenuti della Religione, sulle vere mire economiche dei grandi poteri del Mondo.
Potremo mai sapere tutta la Verità e nient’altro che la Verità ? Ne dubito fortemente.
Raccontare di Storia sarà quindi sempre difficile, se non difficilissimo … ed esistono intere biblioteche piene di fantasticherie sulla Storia, e zeppe d’informazioni e notizie che raccontano “fischi per fiaschi”, ossia che riportano interpretazioni talvolta vanesie e fantasiose oltre che ridotte di quanto è veramente successo nel Mondo.
Si aggiunga poi che il Tempo tende a resettare ed azzerare tutto e tutti, perciò il semplice succedersi di un paio di generazioni porta a volte a resoconti dei fatti già del tutto diversi e riportati secondo una sensibilità culturale diversa che non è più corrispondente a quella con cui i protagonisti hanno vissuto certe vicende. La Storia quindi non sarà mai plausibile del tutto … Qualsiasi tentativo di proporre la Storia non sarà mai esaustivo, ma sempre approssimativo o perlomeno limitato.
In ogni caso il racconto del trascorrere della Storia rimarrà una cosa stupenda, anche se andrà considerato come un eco parziale, uno dei tanti possibili eco su cui sarà focalizzare l’attenzione provando a discernere la provenienza e la consistenza.
Diffidare quindi dalle imitazioni e dalle forzature ? Certo … proprio così.
Anche se non bisognerà ogni volta mettere in dubbio tutto ciò che si legge. Non sarà necessario che ciascuno di noi scriva ogni volta la propria versione della Storia. Basterà non ritenere“oro colato” tutto quanto si andrà leggendo. Questo sì … Perché il pericolo di risicare e ridurre e alterare i fatti è per davvero sempre incombente e presente.
Mi è capitato più volte sulla mia pelle di sentirmi dire: “E adesso che racconteremo alla gente ?”
 
“La verità!” ho risposto.
“No …” mi è stato detto, “Perché molte volte le persone non sono in grado di sopportare la Verità … La Verità con la sua crudezza potrebbe disturbarle e destabilizzarle, farle preoccupare e ricredere su troppe cose, far rivedere le loro certezze e convinzioni … A volte è meglio tacere la Verità … dire e non dire … Accomodare i fatti e darne una versione raddolcita e parziale … più accettabile … Poi si vedrà … La Verità Vera potrebbe emergere in seguito, riferita un po’ per volta … e perché no ? A volte potrebbe essere opportuno tacerla del tutto e per sempre.”
 
“Non sono d’accordo !”
 
Risultato ? Alcune persone qualche volta sono venute a conoscenza di una verità non vera … Sono state volutamente gabbate … In mille modi durante “il racconto e la costruzione” della Storia si è fatto credere “altro” da quanto veramente è successo.
Così come a me, credo sia capitato a tanti in un modo o nell’altro di scoprire realtà diverse dietro a racconti dei fatti considerati veritieri.
“Siamo fatti così … Credo che la Storia sia sempre: l’opportunità di dire quanto è accaduto nella maniera che più comoda … a volte anche alterando i fatti.” mi ha spiegato “un sapientone” che gode da sempre di grande considerazione pubblica.
Sempre lo stesso abile professore di un tempo, ci diceva:“Traduttore è traditore … perché per quanto ci si sforzi d’essere fedeli al testo originale nel tradurlo, ci sarà sempre una porzione del nostro lavoro che sarà libera interpretazione del contenuto originale… a volte basta spostare il posto di una virgola per cambiare del tutto il senso di un contesto e di un contenuto … figuriamoci di un’intera opera e di un’intera storia …”
 
Vero anche questo … ed è valido anche per il resoconto della Storia.
Che potrà allora significare interessarsi e scrivere di Storia ?
Sarà una specie di sfida a raccontare per davvero quanto è accaduto … Un provare a riportare quanto si vede nello specchio senza finzioni sceniche come quelle dei set cinematografici.
“Spesso gli storici sono come gli attori: sono abili a recitare … A volte anche inventano e improvvisano con grande destrezza e spontaneità riuscendo nel loro intento d’afabulare e ottenendo grande successo.” mi diceva sempre un altro insigne storico e scrittore di cui porto con me preziosa memoria.
“Diffida sempre di quanto ti riferiscono la prima volta … Fatti una tua impressione dei fatti … Vatti a vedere quanto dicono “campane diverse” … Aspetta prima di depositare in te la versione definitiva di quanto è avvenuto … potrebbe non essere quella giusta …” lo diceva sempre un altro mio insegnante che girava ogni giorno con un fascio di quotidiani “diversi” sotto al braccio. “Vedete.” ci spiegava, “La stessa notizia da una parte è riportata a titoloni e a tutta pagina … da un’altra è solo un trafiletto in una pagina secondaria … in un altro caso diventa un dossier … e in un altro ancora viene taciuta del tutto … e allora ? Quale sarà la verità ? … Bisognerà ogni volta andarsela a cercare … Lo steso varrà per la radio, la tele, Internet e i videogiornali … Sono solo una delle tante prospettive e vedute dei fatti e della Storia, mai quella unica ed esaustiva … Servirà sempre intelligenza per capire come sono andate veramente le cose … Senza contare, a volte, l’inattendibilità e ingannevolezza insita nei fatti in se … Quante volte è venuto fuori a distanza di tempo che quel tale atleta o tale altro sono risultati dopati dopo grandi prestazioni. Allora ? … Quella vittoria prestigiosa è risultata un falso … No ? … E quella coppietta affiatatissima e ideale, insieme da una vita intera, ammirabile e integerrima, che è venuto fuori avere l’amante segreto da ben trent’anni ? … S’è smentita tutta quell’intesa e quell’affiatamento che sembravano così inossidabili e lapalissiani … La Storia  a volte è in se ingannevole, parziale, effimera non esaustiva … Sarà sempre un flash non sufficiente su quanto è realmente accaduto … Una lente distorta e limitata, una visione da rivalutare.”
 
A me comunque la Storia piace … e non riesco a fare a meno di ripercorrerla avanti e indietro nel mio piccolissimo microcosmo mentale. C’è sempre un “succo utile”, secondo me, nel rivisitarla, riscoprirla e ripercorrerla. Anche perché penso che il nostro Presente e il nostro Futuro nascano in ogni coso sugli effetti del nostro Passato che rimarrà sempre quello, innegabile e non modificabile.
Frequentare la Storia secondo me: arricchisce in ogni caso … Però servirà farlo con prudenza, e attenzione … un po’ da intenditori, non da sprovveduti e creduloni … Da persone avvedute e disincantate che sanno evitare di cadere nelle trappole illusorie di tanti abili prestigiatori che ci sono in giro … Navighiamo la Storia da cacciatori curiosi e avveduti di tesori che possono esserci, o a volte non esserci per niente.
ago 20, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“IL LOGHETTO DELL’ANCONETTA A SAN MARCUOLA … A VENEZIA.”

Campiello dell'Anconetta 

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 116.
“IL LOGHETTO DELL’ANCONETTA A SAN MARCUOLA … A VENEZIA.”
Qualcuno ipotizza che l’ex Cinema-Teatro Italia che sorge nelCampiello dell’Anconetta sia stato costruito con le pietre di risulta dell’antica chiesetta distrutta di cui è rimasto quasi solo il nome.
Mah ? … Mi pare improbabile, ma chissà ?
In uno dei miei “librazzi” ho letto casualmente giorni fa che il“loghetto dell’Anconetta” si trovava nell’omonimo campiello nell’attuale Strada Nova di Cannaregio dove sulla pavimentazione pubblica dovrebbe ancora trovarsi una lapide a ricordo dell’antico Oratorio.
Il nome: “Anconetta” è intuitivo e immediato, e di certo indica e rimanda all’idea di una piccola icona sacra, “un’ancona, un’anconetta” appunto, per cui si vuole intendere un antico dipinto d’uso devozionale o liturgico dedicato ovviamente a qualche Santo o alla Madonna.
Le scarsissime notizie storiche al riguardo dell’Anconetta fanno riferimento, infatti, proprio a un quadro su tavola raffigurante la Vergine che si trovava dentro alla chiesa della popolare Contrada di San Marcuola a Venezia, giusto a metà del vispissimo Sestiere di Cannaregio, poco distante dal Canal Grande.
“Anconetta … Anconetta …” mi sono detto, “Mumble … mumble”,come nei fumetti, “… dov’era, che era ?” mi sono chiesto, e ho sentito il bisogno di andare a sbirciare, curiosare e provare a vedere. E l’ho fatto sul serio, perché proprio ieri pomeriggio uscito dal lavoro a Mestre sono andato dritto dritto nell’attuale Strada Nova per vedere direttamente quanto è rimasto oggi di quella benedetta Anconetta.
Alla fine ho concluso che ne è rimasto ben poco, quasi niente del tutto: forse solo il nome che campeggia come toponimo nelCampiello, Calle e Ponte dell’Anconetta fra la Calle dell’Asèo e laCalle del Liopardo dove sorge il vecchio ex teatro-cinema neogotico in abbandono e forse in procinto di trasformarsi in moderno supermercato.
Insomma ieri pomeriggio mi sono recato lì e ho incominciato a curiosare in giro osservando case, calli, campielli, palazzi, posto e pietre. Un tempo quella zona della Strada Nova di Venezia era suddivisa in Contrade bellissime e vivissime, perciò mi sono ritrovato a curiosare in mezzo a tante calli e callette tipicamente Veneziane con i nomi di quelle che sono state le Arti e Mestieri che animavano economicamente l’intera città lagunare.
Alzando gli occhi sui muri ho incrociato e superato: Calle del Caffettièr, e poi la Calle del Bottèr, quella della Màsena, la Calle dei Preti, la Calle del FrutariòlRio terrà del CristoCalle del PistòrCalle de le PignateCampiello del Pegolòtto … e cerca, e ricerca, alla fine:“Eccola qua !” … e mi sono trovato davanti al “nizioletto” dipinto sul muro con la dizione: “Campiello dell’Anconetta”.
“Ci siamo !”, mi sono detto, “Vediamo ora di capirne un po’ di più”.
Proprio di fronte a me c’era sulla soglia del suo negozio di pelletterie e souvenir un sorridente e accattivante negoziante Cinese che considerandomi l’ennesimo turista di passaggio mi ha fatto cenno di entrare nella sua bottega.
“Dov’è l’Anconetta ?” gli ho chiesto vista la sua disponibilità. E lui:“Ancoletta ? (ancoretta) … Ecco qua !” mi ha risposto rovistando dentro a un cestino dell’esposizione posta sulla strada.
“Ancoretta … Ancoretta. Ecco ! … Pochi soldi … Bella.” mi ha ribadito mettendomi sotto agli occhi un portachiavi a forma di piccola ancora marinara luccicante con sopra la scritta: “Venice love”.
“No … Non ci siamo.” gli ho risposto, “Non è questa … Non c’entra niente l’ancora … Anconetta non Ancoretta ! ” ho provato a spiegargli. Perché l’ho fatto ? Non era per niente la persona giusta per chiedere un’informazione del genere. Infatti, senza scomporsi il cordiale quanto sorridente Cinesino con i capelli sparati in aria ha continuato imperterrito a propormi altre cose: “Non bene ? … Allora abbiamo tante altre cose belle su Venezia … Ecco qua ! … Scelga qualcosa: … tutte cose buene … Poco prezzo !” e con la mano come un prestigiatore mi ha proposto tutto un campionario di carabattole traendole dal suo negozietto tutto foderato di borse e pelletterie colorate di ogni sorta.
“No … Grazie. Non sono interessato … Arrivederci.” ho concluso alla fine allontanandomi e abbandonandolo un po’ deluso … Un po’ me la sono cercata.
Molto più informato, competente e sintetico, nonché utile è stato, invece, il moderno Speziale della Farmacia all’Anconetta che mi sono trovato davanti poco dopo:
“Che lei sappia … C’è per caso una lapide che ricorda l’Anconetta ?” gli ho chiesto.
“Non mi risulta … Dell’Anconetta non è rimasto nulla … Solo quella pietra bianca piantata in mezzo alla strada, sul posto dove si dice sorgesse un tempo la chiesetta.” mi ha risposto subito gentilmente da dentro il suo camice bianco.
“Ma di lì non passava il canale che è stato interrato e imbonito in tempi abbastanza recenti!” ho aggiunto e precisato perplesso.
“Esatto ! … E’ una pietra messa lì un po’ a casaccio … Non c’è più nulla dell’Anconetta … Se proprio le interessa c’è qui dietro nel Campielletto un Capitello posto lì a ricordo …”
“Ma è recentissimo … oltre che brutto e di nessun valore”.
“Esatto anche questo … Come le ho già detto: non è rimasto niente dell’Anconetta … Neanche tutte quelle pietre poste nel muro del palazzo qui di fronte c’entrano con l’Anconetta … Sono opere recenti prive di valore messe lì da un amatore di cose veneziane antiche, ma non appartenenti a qualche location reale antica … Come le ripeto ancora: dell’Anconetta è rimasto probabilmente soltanto il nome.”
“Quello del Campiello e della Farmacia … Che peccato !”
“Proprio così …” e il nostro moderno Speziale è tornato subito a interessarsi dei clienti e a trabaccare con farmaci e medicamenti da buon “medegario” del presente.
Me ne sono tornato perciò di fuori di nuovo, immergendomi ancora nella folla variopinta e chiassosa dei venditori, dei turisti e dei Veneziani intenti a vivere intensamente il loro pomeriggio Veneziano.
Ho ripercorso ancora una volta attentamente calli e campielli dei dintorni, e ho scrutato di nuovo tutto: “Niente di niente … è come diceva lo Speziale dell’Anconetta.” ho concluso finalmente.
A cavallo fra Storia e Leggenda alcune note sull’Anconetta raccontano di come un gruppetto di giovani Veneziani di San Marcuola dopo aver istituito e avviato nel 1439 una nuova “Schola della Natività della Madonna” abbiano ben presto preso a litigare col Piovano e col Capitolo della chiesa di San Marcuola … Gli effetti della lite furono tali, che a un certo punto il gruppetto “prese armi e bagagli” e abbandonò la chiesa della Contrada portandosi dietro la famosa e veneratissima “Anconetta della Madonna del Capitello” considerata miracolosa dalla gente delle Contrade Veneziane vicine.
Sapete meglio di me come andava un tempo quel genere di cose a Venezia: una devozione tirava l’altra, e da una Confraternita ne derivavano altre due, e poi altre ancora … e sorgeva tutto un movimento, un associarsi, un contribuire e aiutare qualcuno, un accorrere al suono di qualche campanella, un orare, cantare e suonare e processionare devotamente, un versare elemosine, creare feste … e anche qualche occasione per fare un po’ di bisboccia e baldoria (cosa che non guastava mai). Venezia era Venezia insomma.
Perciò, siccome i Veneziani di allora erano per davvero calamitati e affezionati a quel loro “dipinto speciale dell’Anconetta” bastò un niente perché il gruppetto di giovani riuscisse a mettere in piedi poco distante dalla chiesa che avevano abbandonato: un proprio Oratorietto o come si voglia chiamarlo: “un loghetto, una chiesuola”dove poter collocare l’Anconetta.
Si era circa nel 1575, e l’idea fu subito un gran successo, tanto che la gente iniziò immediatamente ad accorrervi affollando in massa il posto in maniera da costringerlo a rimanere aperto giorno e notte. I numerosi Devoti Veneziani ben presto tappezzarono di ex voto tutte le pareti del “loghetto devoto dell’Anconetta”, che perciò venne posto sotto la diretta giurisdizione e protezione del Primicerio di San Marco ossia la chiesa personale del Doge Serenissimo.
Figuratevi la reazione dei disautorati Preti del Capitolo di San Marcuola ! … Fu un disastro.
Di certo avrete già intuito perché: con la costruzione di quella Cappelletta avevano perso una bella fetta “di clienti e di Messe” … e soprattutto d’elemosine e donazioni.
Erano abbastanza pratici (e non solo) i Preti di un tempo … I giovani dell’Anconetta, invece, incuranti delle proteste e delle rimostranze dei Preti, continuarono per la loro strada, e ben presto dentro all’improvvisata chiesetta superfrequentata istituirono una loro nuova associazione: la “Schola della Madonna dell’Anconetta”, che come potete facilmente immaginare ebbe subito un notevole successo: centinaia d’iscritti … donne comprese (cosa rara in quell’epoca, in quanto l’accesso alle Confraternite di Arti, Mestiere e Devozione era quasi sempre riservato ai soli maschi).
Saputa la novità, ai Preti di San Marcuola stavolta andò il sangue alla testa, perciò si recarono davanti al Patriarca di Venezia, loro amico personale oltre che Superiore, e ottennero il massimo: ossia una pesantissima sanzione nei riguardi del gruppetto dei giovani dell’Anconetta che vennero tutti scomunicati !
Una scomunica ! … Come per i peggiori eretici ! … Fu una botta e una sorpresa pesantissima, una pena che avrebbe tagliato fuori e spento chiunque … ma non quelli dell’Anconetta. Infatti, senza perdersi d’animo i giovani si rivolsero direttamente al Papa di Roma e al Doge della Serenissima, e questi in breve “pizzicarono” il Patriarca cercando di portarlo a più moderate ragioni e posizioni.
La chiesetta dell’Anconetta perciò con la sua “Schola della Beata Maria” ripresero “a correre e girare” come e più di prima, e dopo quei fatti così ostici s’incrementò ancor più la frequentazione e l’attenzione dei Veneziani verso quel “loghetto dei miracoli” che li attirava come carta moschicida e con grande consolazione di rimando.
Nel 1525 i Preti del Capitolo di San Marcuola (verdi di rabbia me li immagino) trascinarono di nuovo i giovani dell’Anconetta a processo per via delle numerosissime “celebrazioni improprie” che si permettevano di realizzare nel loro “loghetto non autorizzato” a pochi passi, troppo vicino alla loro chiesa tanto da disturbarla.
I giovani, ormai non più giovanissimi, non si scomposero neanche questa volta, anzi. Con la massima disinvoltura continuarono anche nel 1570 a celebrare e cantare ogni sabato sera e con il solito afflusso numeroso di gente le loro “Compiete in onore della Vergine”, e invitarono proprio il Piovano e il Capitolo della chiesa di San Marcuola (sembrava una sfida) a dirigerle e presiederle. Per far questo quelli dell’Anconetta pagarono un salario-offerta annua di 9 ducati ½ al Capitolo dei Preti di San Marcuola … e costoro si recarono puntuali all’Anconetta attratti come api dai fiori e dal miele, percependo ogni volta 40 soldi per ogni “Messa Semplice o Letta” … Gli affari erano affari.
Nove anni dopo, i Gastaldi in carica della Schola dell’Anconetta aumentarono addirittura il “salario delle Compiete dei Preti”portandolo a 12 ducati annui ma senza l’autorizzazione previa dei Confratelli del Capitolo della Schola. I finanziamenti abusivi ai Preti vennero subito sospesi, e gli iscritti della Schola consigliarono ai Gastaldi di pagare i Preti di tasca propria.
Nel 1581 l’Oratorio dell’Anconetta è ricordato nelle carte della Visita Apostolica a ogni luogo sacro di Venezia“Tutto a posto … l’Anconetta è cosa buona, ben ornata di valenti pitture e altri degni ornamenti.”  Cinque anni dopo: Carlo figlio del defunto Paolo Barbier all’Anconeta, Iseppo Barcarol da Venezia e Francesco Lunan da Feltre vennero impiccati a Venezia per ordine del Consiglio dei Dieci … questo per dire come attorno all’Anconetta fervesse la normale vita cittadina e le solite dinamiche dei Veneziani di quel tempo.
La Schola stimatissima dell’Anconetta distribuiva anche due grazie di 10 ducati ciascuna a donzelle povere per potersi maritare … nel 1591 le “grazie per le donzelle” divennero cinque … Due anni ancora dopo, gli associati dell’Anconetta acquistarono un organetto usato di proprietà di Pre Alessandro Girardini Secondo Prete della Collegiata di San Marcuola, e lo collocarono sopra alla porta principale dell’Anconetta fissando un assegno di 4 ducati annui per l’organista che l’avrebbe suonato durante le “Compiete del sabato sera” e tutte le altre feste e celebrazioni sempre partecipatissime.
Nell’agosto 1623 Pasqualino Carlotti lasciò per testamento all’Anconetta alcune sue case che sorgevano dietro all’Oratorietto che perciò potè allargarsi in quella direzione: “… Lasso la mia casa di Ven.a posta a San Marcuola all’Anconeta, alli doi Ponti, alla Gloriosa Vergine Maria anzi che gli la restituisco, pregando essa Gloriosa Madre di Dio che ispiri nel core a quelli che maneggiano quella Confraternita che vogliano allargare la Chiesa e quadrarla, e perchè possino farlo senza scusa, voglio che, pagate le gravezze a San Marco di detta casa, di volta in volta che si scoderà li affitti, adunisi tanti denari che si possino buttar zozo la detta casa, et allargar la chiesa fino all’Altar Grando, et fino al livello del soffittado di detta chiesa, e fino sora la Calle che va alli doi Ponti, dove se gli faccia un’altra porta, con obbligo di farmi dire ogni giorno una Messa da Morto per l’Anima mia in perpetuo…”
Infatti l’Anconetta venne ingrandita fino a contenere tre piccoli altari in marmo con numerosi dipinti.
Nel 1627 il libraio Gasparo Quartaroli Vicario della Schola di Santa Maria dell’Anconetta raccontava nelle sue memorie che di nuovo il Capitolo dei Preti di San Marcuola aveva “mosso lite e processo”contro l’Anconetta perché lì s’era introdotta la celebrazione di nuove Messe di Suffragio per le Anime del Purgatorio … “e quelli erano di certo Uffizi celebrati a danno della chiesa di San Marcuola”.
Stavolta quelli dell’Anconetta s’erano fatti furbi: mostrarono, infatti, ai Preti di San Marcuola un “breve ottenuto direttamente dal Papa Urbano VIII°” che permetteva ai Confratelli dell’Anconetta di praticare i loro Riti ai quali associava oltre alle sue Benedizioni anche delle preziosissime Indugenze Perpetue da lucrare da parte di coloro che partecipavano alle celebrazioni dell’Anconetta.
Furibondi i Preti di San Marcuola (ovvio) … ma alla fine spazientiti iConfratelli dell’Anconetta che decisero di licenziare e tagliare i fondi al Clero del Capitolo di San Marcuola sostituendoli “nelle mansioni liturgiche delle Messe e delle Compiete del Sabato sera” con 4 Frati ingaggiati nella Ca’ Granda dei Frari nel Sestiere di San Polo al di là del Canal Grande.
Anche stavolta il Capitolo dei Preti di San Marcuola s’inviperì, e cercò concretamente d’impedire che il Cappellano-Frate potesse intonare le Compiete del sabato sera. Si rivolsero di nuovo al Patriarca e anche al Nunzio Apostolico residente in Venezia, e anche stavolta riuscirono nell’intento di ottenere “un severo monitorio contro i Frati” che impediva loro di partecipare “agli Uffizi dell’Anconetta”.Come le volte precedenti, il Gastaldo e i Confratelli della Schola dell’Anconetta si attivarono, e andarono dritti nella Basilica di San Marco e a Santa Giustina portando in gondola all’Anconetta una intera squadra di “Cantori” che: “… cantarono Compieta con allegrezza del Popolo e contro il volere de Preti de San Marcuola …”
I Preti della Collegiata di San Marcuola fuori di se fecero allora ricorso al Provveditor da Comun e anche al Consiglio dei Dieci della Serenissima, ma ottennero in cambio un giusto “rebuffo gagliardo ai Preti di San Marcuola dicendo che se vogliono tiranneggiare le borse andassero a tenere la loro chiesa … e che dovessero provvedere ugualmente alle Compiete dell’Anconetta …”
“La dura quaestio” fu quindi vinta dalla Schola dell’Anconetta … Giusto così.
Dal 1651 in Calle del Tabacco o del Figher all’Anconetta esisteva uno spaccio di Tabacco importato a Venezia fin dall’inizio del secolo e venduto in esclusiva dagli Speziali da Medicina a imitazione di quanto si faceva già nel Regno di Napoli … Sempre in Calle del Tabacco o del Figher abitava in casa propria Marco Boschini pittore, scrittore, e autore delle “Ricche Minere della Pittura Veneziana” … Nel febbraio dell’anno seguente il “Molto Venerabile Oratorio dell’Anconetta venne per autorità del Senato Serenissimo ricevuto in protezione della Signoria, acciocché, continuandosi il governo della Chiesa e Scuola da persone laiche, proseguissero nella loro divotione con accrescimento di merito e decoro della città, et esaltazione del culto divino…”
Però ! … che vittoria !
La Confraternita a cui erano ammesse anche le donne continuò con le sue “Compiete del sabato sera” a cui aggiunse anche il “Canto pubblico delle litanie ogni martedì”, la celebrazione solenne di alcune Feste Mariane, la celebrazione di 13 Messe da Morto per ogni Confratello Defunto iscritto, e anche “il Festone del Santo Patrono Antonio da Padova” organizzato fino dal 1706 dal Suffragio di Sant’Antonio da Padova con 30 associati ospitato all’Anconetta fino al 1722 quando si trasferì per “incomprensioni” alla Madonna dell’Orto: “… andando in meglio, e celebrando Messe in Terzo e Vespri Solenni su un bell’altare con la statua del Santo.”
E’ curiosissimo notare e sapere che il Suffragio di Sant’Antonio dell’Anconetta non accettava come iscritti né barcaroli né facchini. Bisognava avere meno di 40 anni per potervi aderire, e dopo sei mesi dall’iscrizione con relativi versamenti si aveva diritto all’assistenza medica gratuita e alle medicine a spese della Schola con un sussidio di 1 lira al giorno. Il Medico della Schola visitava e curava non solo il singolo iscritto ma anche tutta la sua famiglia, compresi anche i servi e le serve che vi lavoravano … Dopo tre anni di malattia continua non venivano più pagate le medicine ma si percepiva un sussidio fisso di 1 ducato alla settimana. Il Suffragio però non prestava assistenza in caso di Morbo Gallico, mali incurabili e ferite volontarie, e celebrava ogni martedì una Messa letta per i vivi e i Morti della Schola … Offriva funerali gratuiti con accompagnamento alla tomba con Prete e Zago, concedeva alla famiglia del Defunto 5 ducati per sopperire alle proprie necessità … e faceva celebrare per ogni defunto tante Messe di Suffragio quanti erano gli iscritti alla Schola.
I versamenti da effettuare a favore della Schola erano una tassa diBenintrada iniziale di lire 2 e soldi 4 seguita da altre lire 12 e soldi 8 per le opere di Sovvegno … Si versavano inoltre periodicamente: lire 2 per “deposito di Messe”, soldi 24 per la tassa di Luminaria delle candele, e lire 2 e soldi 4 ogni prima domenica del mese. Insomma il Sovvegno era un’istituzione assicurativa, preventiva e sanitaria che permetteva di gestire le criticità della vita dei diversi Veneziani associati.
Fra 1500 e 1700 come viene raccontato in dettaglio nelle 3 buste, nei 7 registri e nei 15 fascicoli raccolti e ancora conservati nell’Archivio di Stato di Venezia, la Schola dell’Anconetta continuò a gestire vari lasciti testamentari e fece valere le sue ragioni a più riprese intentando diversi processi contro: Califfi, Origoni, Romani, Bozzato, Pirati, Pagliazin, Rati, Corner, Marconi, Franchini, la Curia Patriarcale e ancora contro il solito Clero di San Marcuola … Nel 1687 la Schola vendette alcune case di sua proprietà nella Contrada di Santi Apostoli … Nel 1712 l’Anconetta possedeva rendite annuali di 24 ducati provenienti da beni immobili che possedeva in Venezia … Nel 1729 affittò un “inviamento da Forner con casa e bottega” di sua proprietà per 128 ducati annui … e giunto il 1740 l’Anconetta vennerestaurata del tutto utilizzando un lascito testamentario de donna Laura relita del quondam Isepo Sandrin Linariol.”
Infine una brutta nota storica: nel 1772 il Guardiano della Schola(massima autorità), “homo assai grossolano ed ignorante, da qualche anno levò tutti li quadri dei quali erano fornite per intero le muraglie della chiesa e datovi di bianco non vi lasciò che le tavole degli altari … Andarono perduti molti preziosi dipinti compresa “l’Annunziata” di Domenico Tintoretto …” In realtà non andarono perduti, ma il Guardiano pensò bene di venderseli per conto proprio:“esecrabilissimo fatto !”
Nel novembre 1789, infine: “… il fuoco appiccossi non lungi dal Campiello del Tagliapietra in Parrocchia dei SS.Ermagora e Fortunato (ossia San Marcuola) distrusse anche il Ponte dell’Anconetta coi circostanti edifici lunghesso il canale …”
E’ tristissima le fede giurata stesa mercoledì 30 Marzo 1797 dal Guardiano Grande della Schola della Beata Vergine dell’AnconetaGiulio Cogni quondam Bastian in cui elencò in risposta al Decreto del Senato: ori e argenti della Schola disponibili per essere consegnati e poi fusi in Zecca: “Unicamente esistono nella chiesa e Schola nostra: un ostensorio d’argento, due calici con le loro patene, cinque Reliquiari, un turiferario con la sua navetta e il cucchiaino d’argento, una pace, due zoggie: una della Beata Vergine e l’altra del Bambino, una Croce d’altar, sei candelieri d’argento, sei vasi grandi e sei piccoli d’argento, una fornitura di tolette per rivestire l’altare, quattro lampade d’argento e una Matricola di Velluto della Schola con finiture d’argento …”
Mercoledì 10 maggio dello stesso anno gli oggetti elencati vennero prelevati dalla Chiesetta dell’Anconetta e portati in Zecca dove dopo la fusione divennero le nuove verghe d’argento n° 1689 e 1690 del peso totale di 3 once d’argento buono.
All’Anconetta rimase poco o niente di prezioso.
Un ultimo inventario stilato nel 1806, un attimo prima che Napoleone spazzasse via e sopprimesse tutto lasciando come sempre il solito mucchio di rovine inutili, enumerava oltre alla presenza in deposito nella chiesetta ancora di una piccola quantità di argenti, ben venticinque quadri appesi al soffitto e sulle piccole navate: nel mezzo del soffitto campeggiavano un’ “Annunciazione”, una “Natività di Maria”, e una “Visitazione” di Leonardo Corona, e sempre sul soffitto ai lati erano state collocate altre due tele con una“Presentazione di Maria al tempio” e un’ “Assunzione” dipinte da Giacomo Petrelli in sostituzione di “Quattro teste di Evangelisti”sempre di Leonardo Corona tolte e spostate nella microscopica sagrestia dell’Oratorietto dove stava anche un quadretto con una“Natività della Vergine” di Angiolo Lion  e una piccola pala con “San Francesco di Paola” dipinta da non si sa chi.
E non era tutto, perché sopra alla “porta che dava in calle” era collocato un “Miracolo di Sant’Antonio” realizzato da Daniel Van Dick, mentre nel piccolo Presbiterio della chiesetta stavano ancora sul soffitto: un “Padre Eterno ed Angeli” di Giacomo Petrelli, e sull’Altar maggiore dedicato alla Vergine Anconetta un’altra pala ancora dello stesso Petrelli.
Alle pareti della chiesetta c’era appeso un tempo anche un “Angelo annunciante” e una “Vergine Annunciata” dipinti da Domenico Tintoretto scomparsi e trafugati e venduti, e sui piccoli altari laterali in marmo c’erano collocate dello stesso autore: un “Crocifisso con la Beata Vergine e San Giovanni” e un “Sant’Ambrogio, Sant’Anna e Sant’Apollonia.” … e ancora altre pitture: una “Lapidazione di Santo Stefano” di Giacomo Petrelli, un “San Giovanni Evangelista e San Marco” di Filippo Bianchi, e una “Strage degli Innocenti” di Giovan Battista Rossi.
Che ve ne pare ? L’Anconetta non per niente un oratorietto di campagna, ma un altro piccolo e coccolo bijoux della nostra solita Venezia Serenissima. Per forza i Veneziani continuavano ad accorrervi in massa: anche in quel posto vedevano incarnate, concretizzate e curate le loro aspettative, la loro sensibilità interiore … e perché no anche le loro donazioni.
Nel 1830 “nei luoghi dell’Anconetta” era ancora presente e attiva un’ultima Confraternita di Devozione dedicata a San Filippo Neri … Nel 1844, invece, al posto dell’Anconetta c’era solo un cumulo di rovine privo di ogni arredo e riferimento sacro … e nel 1855 il niente rimasto dell’Anconetta venne rimosso del tutto: “… per allargare la pubblica via insieme all’interramento dei vicini Rio de San Lunardo, Rio Farsetti, Rio del Cristo e del Rio drio de la chiesa.”
Ogni opera e cosa che riguardava l’Anconetta andò perciò del tutto dispersa … eccetto il toponimo rimasto almeno fino a ieri pomeriggio nella Contrada di San Marcuola … speriamo ancora per un altro“poco”.

 

ago 15, 2016 - storia arte cultura    No Comments

LE ISOLE DEI MATTI … A VENEZIA.

Le isole dei matti

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 115.
 
LE ISOLE DEI MATTI … A VENEZIA.
 
C’è poco da minimizzare e nascondere, sotto la dizione di “Matti” si è accorpato per secoli tutta una serie di “indesiderati” di varia natura. Forse per ignoranza scientifica e sociale, si sono considerati: “fuori posto, spostati e quindi Pazzi” sia le vittime di traumi e danni neurologici, che le ex prostitute, gli affetti da malattie veneree, tubercolotici, lebbrosi, pederasti, giocatori d’azzardo che hanno perso tutto e rovinato la famiglia, gay, tossicodipendenti, adolescenti irrequieti che disturbano a casa e a scuola, epilettici, candidati e tentati suicidi, alcolizzati o ubriachi molesti, autistici, down, disabili in genere, affetti da demenza senile o da morbo di Altzheimer, arteriosclerotici, maniaci religiosi o politici, anarchici e apolidi,depressi di ogni tipo e per ogni causa, reduci di guerra, criminali incalliti e perché no ? … anche qualche vagabondo senza dimora o nullatenente, e perfino atei e appartenenti a culti nuovi o diversi … e turisti in vacanza a Venezia troppo esagitati o alterati.
“Incredibilmente, erano pazzi un po’ tutti per la cultura di qualche tempo fa … Si metteva in manicomio tutto quello che non si voleva o piaceva che esistesse fuori … Si chiudeva tutto e tutti dentro.” ha commentato un ricercatore analizzando gli archivi storici delle “Isole dei Matti”.
Come ben sapete, quello della pazzia è stato per secoli un mondo sigillato e chiuso a chiave, dietro alle sbarre e alte mura come fosse una prigione. E’ stato, inoltre, un mondo precluso gestito spesso da Religiosi e Suore, che hanno esercitato in quel contesto pressioni e lunghe coercizioni sfogando sugli ospiti e sugli operatori quelle che erano le loro frustrazioni personali che li rodevano dentro.
Portavano con se “intaccabili certezze e certi modi per loro ovvi e irrinunciabili” che provavano a imporre e radicare nella società e nella vita di coloro che si ritrovavano davanti, tanto da giungere a pensare che l’intero Mondo potesse essere in una maniera o nell’altra gestito come surrogato ed estensione del Convento e della Chiesa, e con le Regole dei Chiostri.
Altri tempi ! … Altre valenze e congiunture storiche, che però hanno visto Frati, Monaci e Monache in genere come depositari e gestori quasi esclusivi dell’accoglienza e accudimento della Pazzia.
Sarà stato per la loro predisposizione all’accoglienza caritatevole, o per la loro proverbiale pazienza, o per i mezzi e le grandi strutture capienti che possedevano già per conto loro; sta di fatto che molti diseredati psico-fisici finirono o con l’accasarsi spesso presso i Religiosi e le Religiose assumendo identità particolari e ricoprendo ruoli di: Conversi, Inservienti, Famuli e Servitori dei Monasteri, o divenendo veri e propri internati e reclusi dentro ai Conventi o nelle isole qualora dimostrassero di non possedere le doti minime per una convivenza sociale considerata normale.
Molti “Matti o presunti tali” sono finiti “a vita” a cantare e pregare, pescare, coltivare, cucinare, allevare le Api, far le spese e da fattorini, compiere lavori di riordino e umile pulizia, ed accompagnare e trasportare in ogni dove i loro benefattori Monaci e Monache che in cambio li ospitavano.
E’ documentata, e non è caso isolato, la presenza dentro ai Monasteri di vere e proprie celle di contenzione a volte collocate dentro ai campanili utilizzate per i Frati e le Monache, ma anche per questo “popolo di diseredati”.
Ormai molti anni fa, ho conosciuto di persona un Sacrestano di Venezia che inseguiva assiduamente tutti i numerosi spiriti e fantasmi presenti e rintanati, secondo lui, negli angoli bui e nei meandri della sua chiesa sparando loro con un dito. Si considerava “bravetto ed esperto” nel compito di scovarli dietro agli altari, nascosti nei confessionali o dietro alle rotondità delle colonne della chiesa, e ogni volta li sapeva sempre “mettere a posto inducendoli a ordine e ragione” … senza però procurare danni e vittime innocenti intorno. In realtà era un buon uomo un po’ bacato mentalmente, che però non avrebbe fatto del male a una mosca, figuriamoci alle persone … Sapeva inoltre mantenere pulita “a specchio” la sua chiesa e gran parte dell’attiguo Monastero dove abitava senza pretendere nulla in cambio se non un tetto sopra la testa, un pagliericcio dove stendersi, e qualcosa da mettere nello stomaco. Era entusiasta e meticoloso in tutto ciò che faceva, e riteneva di prestare un “servizio buono a favore della società”.
“Piss ! Piss ! … Ne ho beccato un altro !” lo sentivi esclamare ogni tanto in fondo alla chiesa semideserta o nel bel mezzo di una Messa … Era lui che “andava a scovare e sparare”. Nessuno dimostrava di farci caso a quell’uomo “un po’ singolare” … anche perché in fondo c’erano in giro “spiriti dannosi” in meno.
A volte i risvolti negativi di quel tipo di gestione del lavoro e dell’assistenza in maniera eccessivamente “religioso-ecclesiastica”erano evidenti. All’interno non solo dei Manicomi, ma anche di tante case di cura e ospedali gestiti dai Religiosi era sconsigliato se non proibito: sposarsi, partorire, fare sesso, accudire figli e una famiglia … Venivano considerate come l’altra faccia della medaglia, tabù da contenere ed emendare se non condannare, occupazioni a cui non soggiacere.
“Se ti scoprivano incinta ti licenziavano … “Non ti sposare ! … Rischi di perdere il posto.” mi dicevano le amiche colleghe … e queste espressioni le ho sentite anche in diretta dalle Suore quando ho lavorato nelle Isole dei Matti … Ci sono state donne che hanno tenuto nascosto il pancione il più possibile, fino all’ultimo momento … e a volte anche di più, talvolta troppo…”
E’ questa una piccola eco presente forse ancora per poco di quel mondo e di quel “modus operandi” ormai scomparso quasi del tutto(per fortuna) … ma che è esistito davvero a lungo.
Le Isole dei Matti erano parte integrante dell’Isolario Veneziano che per secoli è stato una realtà molto viva, utile e dinamica che ha cinto la realtà di Venezia Serenissima come una collana.
Sapete bene che un tempo un buon numero di isole formava una specie di “cordone Sanitario Lagunare” costituito da Lazzaretti, isole di contumacia e isolamento, Sanatori, e appunto anche Manicomi. Conoscerete di certo la storia e le vicende del Lazzaretto Nuovo, delLazzaretto VecchioSan Lazzaro degli ArmeniPovegliaSacca SessolaLa GraziaSan Marco e Santa Maria in Boccalama, e appunto San Servolo e San Clemente: ossia le due Isole dei Matti.
Oggi non più, perché molte isole sono ridotte davvero male. Solo qualcuna si sta “risvegliando” dall’abbandono totale assumendo ruoli e destinazioni talvolta effimeri come è accaduto di recente a certi Hotel e Resort di lusso dalla vita breve.
Il delicatissimo tema della Pazzia e della Salute Mentale è un argomento ostico che ha coinvolto e interessa ancora oggi una larga fascia di persone che finiscono col vivere stagioni della loro esistenza drammatiche oltre che tristi. Non è che di vite ne possediamo tante, perciò pensare che qualcuno possa macinare ed esaurire la propria in una maniera così difficile e sofferta non induce di certo a pensieri ottimisti e allegri. La pazzia, come la demenza sono uno status esistenziale, una malattia inquietante che spesso rendono la vita davvero tormentata. Un tempo poi … quando non esistevano certi ritrovati farmaceutici e psicologici: diventava proprio un dramma nel dramma.
“Oggi ufficialmente i Manicomi sono stati chiusi e non esistono più, ma per questo non è che non esistano più i matti: vivono insieme a noi, li abbiamo in casa e per strada … anche se fingiamo spesso che non esistano, e preferiamo calare su di loro un velo d’indifferenza e silenzio oltre che di paura tenendoli il più possibile a distanza.” mi ha raccontato una donnetta quasi consumata che ha lavorato gran parte della sua vita nelle “isole dei Matti”.
E’ vero ! … Anni fa ho conosciuto un uomo che guardava spesso ilSole in Cielo … L’osservava tutti i giorni in continuità, e continuava a guardarlo anche dopo aver trascorso diversi terribili periodi nell’isola Manicomio di San Servolo. Dentro a quel Sole vedeva ruotare un sacco di misteri e suggestioni, e mi ha raccontato più volte che neanche le “scariche elettriche” erano state capaci di spegnere quelle “voci, quelle visioni e quei messaggi” che lui sentiva e avvertiva anche nei corridoi e nelle stanze dalla luce azzurrognola che aveva abitato nell’isola.
Ho conosciuto anche una donna un po’ “particolare”. Costei, invece, amava all’inverosimile i suoi coniglietti … Li disegnava di continuo, ovunque e in tutte le forme e colori, anche quando è stata a lungo internata e ospitata nel Manicomio di San Clemente in isola. I suoi coniglietti non erano sogni, erano reali perché erano i suoi figli e le sue figlie a cui voleva un mondo di bene, forse troppo … tanto bene quasi da volerli mangiare e scorticare e cucinare come si faceva con i coniglietti veri … Mi ha raccontato che anche lei era stata in fondo una “coniglietta vera” perché in effetti di figli e figlie ne aveva partoriti e persi davvero tanti: una vita intera trascorsa quasi sempre col pancione dell’attesa.
Sia per l’uomo che per la donna che ho conosciuto, andare nelle“Isole della Pazzia” era stato quasi come andare in gita, un diversivo, perché di fatto non erano mai usciti entrambi dalla loro isoletta natia se non per recarsi a lavorare. Lui in un’altra isola poco distante: quella del vetro, Murano … e lei neanche in quella perché era rimasta sempre nella sua colorata isoletta di Burano.
“Poi improvvisamente con la legge così detta: Basaglia da un giorno all’altro i Matti sembrarono non esistere più, i Manicomi vennero chiusi in fretta e furia, e li hanno messi tutti per strada.” continua a raccontarmi l’anziana accudiente pensionata delle Isole dei Matti, “ … e così non fu più chiaro se erano stati i Matti ad uscire fuori, o se fossero stati tutti gli altri ad essere compresi dentro.”
Uno degli ultimi Infermieri a lavorare nelle Isole dei Matti ha scritto:“Da quella legge derivò di certo una grande ventata di Libertà e Giustizia nei riguardi di coloro che sono stati costretti molte volte anche ingiustamente a patire e non poco nelle ristrettezze ottuse di quei luoghi … Ma ne è derivata anche una notevole confusione su quello che doveva essere il futuro esistenziale di un certo tipo di malati e di persone … Ma ormai quel che è stato deciso era fatto, ed entrambe le isole di San Clemente e San Servolo sono state destinate a un inesorabile quanto veloce destino di abbandono, saccheggio e rovina … cosa che è durata fino ai giorni nostri.”
“Saranno state anche le Isole dei Matti, ma per me erano anche due belle isole …” mi dice ancora la pensionata allettata, “Quando erano funzionanti, pulite e tirate a lucido erano paradisiache con certi tramonti stupendi in mezzo alla Laguna … Per me sono state quasi una casa di famiglia, perché ci ho vissuto a lungo e mi sono affezionata a quei posti … e anche a quelle persone sfortunate … Ai miei tempi si lavorava giorno e notte, e si viveva lì in isola … Tornavo a casa mia una volta al mese … se andava bene … Lavoro era lavoro, si lavorava e basta … e a quei tempi, come oggi, era importante portare a casa un po’ di soldi per mettere su pignatta e far studiare i figli … ”
La Storia purtroppo sta obnubilando e passando sotto silenzio tante vicende vissute. Come rullo compressore gigantesco appiana e offusca tutto e tutti, perciò si stanno ormai assopendo e cancellando gli ultimi racconti e le memorie di chi ha vissuto direttamente nelleIsole dei Matti.
“Siamo riusciti alla fine a far aprire in isola un piccolo bar, uno spaccio interno quasi autogestito con quattro generi in tutto e qualche carabattola … Si poteva fare insieme una partita a carte, e comprare le sigarette … che fumarle era un po’ lo sport nazionale dei Matti di San Servolo … Era spesso una delle poche scuse per riuscire ad agganciarli e attaccare con loro …”
Sembra un fiume in piena la nonnetta, quasi desiderosa di dire e far uscire all’aperto tante cose.
“Le Suore delle Isole dei Matti erano risparmine oltre che ticchignose … come formichine tiravano su tutto …come se tutto fosse sempre questione di vita o di morte … Quando se ne sono andate hanno trovato gli armadi pieni di roba nuova fiammante, mai usata … mentre i malati andavano vestiti da straccioni … Ma andavano puliti lo stesso perché ci pensavamo noi a tenerli mondi ficcandoli in certa vasche con certi disinfettanti e saponi … Qualche volta bisognava mettersi in tre o quattro per costringere a lavarsi quelle che avevano paura dell’acqua … Ma alla fine erano contente anche loro, si sentivano meglio … e ci fumavamo insieme quella benedetta sigaretta …”
Sorride … come se rivedesse oggi di fronte le facce e le scene.
“A San Servolo si accoglievano i Matti da più di 250 anni … Avevamo anche un forno, la tipografia, l’officina meccanica, la cucina, il guardaroba … e c’era perfino un mulino per favorire il lavoro manuale dei ricoverati … Si provava a lavorare il terreno dell’isola anche a San Clemente … La chiamavano: ergoterapia, per provare a reintegrarli … Ma non serviva a granchè … erano intontiti, e non avevano grande voglia di fare … Alcuni matti mi facevano anche ridere perché tiravano “la macumba” alle Suore e agli altri … Chiamavamo “Il Vaticano” i luoghi della Direzione e degli Uffici Amministrativi dove abitavano i Medici, le Suore e il Cappellano di San Servolo … Nel 1978 gli ultimi che non li voleva nessuno o che avevano perso tutti, e che non si potevano liberare lasciandoli soli sono stati trasferiti nella Colonia agricola del Pancrazio di Marocco …”
Ovvio che finisco col chiedere di certe cose, e lei tranquilla continua a raccontare come un libro aperto:
“Certo che è vero ! … A San Servolo soprattutto con la gestione del Fattovich si facevano sempre le Necroscopie: “Bisogna aprirli tutti … Tutti !” mi hanno detto che ripeteva sempre Fattovich che era Anatomopatologo … e c’erano due tre  Infermieri che erano specializzati in questo genere di cose … in cambio non prendevano soldi, ma riposi-premio in più … Sì … Si faceva anche la terapia elettroconvulsivante preceduta negli ultimi tempi dalla preparazione col curaro … Si usava anche per punizione e per calmarli … e si faceva spesso “a vivo” senza anestesia e preparazione … Ma facevamo anche altre terapie, come la solfoterapia e l’insulinoterapia usate per spegnere e calmare facendo insorgere la febbre o mandando in coma gli sfortunati pazienti …”
Oggi si può visitare l’isola di San Servolo anche con visita guidata, ed è addirittura sorto un Museo della Pazzia o del Manicomio, e unCentro Studi che si prefigge di conservare il patrimonio culturale non indifferente che ha caratterizzato la presenza e il trattamento della Pazzia a Venezia e in Laguna negli ultimi secoli.
La tradizione della reclusione dei Matti nelle isole della Laguna, infatti, è parecchio antica perché per secoli la Serenissima ha praticato l’usanza di “relegare in isola” chi era affetto da Pazzia o si considerava tale. A dire il vero, ancora fino a qualche decennio fa non era chiaro quali fossero i termini, i contenuti e i limiti della vera Pazzia, perciò esisteva una grande confusione e fraintendimento e una terribile ignoranza al riguardo … Una confusione a volte di comodo, perché più di qualche volte si finiva col spedire in isola le“persone scomode” di cui ci si voleva liberare.
Le cronache Veneziane antiche raccontano al riguardo di come alcuni Nobili Veneziani non si sono fatti scrupolo di utilizzare le Isole dei Monaci e delle Monache per realizzare in più di un’occasione i loro tristi disegni. Segregavano nelle isole della Laguna con l’accusa infondata di pazzia le mogli scomode sostituite da amanti giovani e focose. Mi ha molto impressionato, ad esempio, il racconto riguardante una Nobildonna reclusa dal marito potente Senatore della Serenissima in un’isola di Monaci che è finita col suicidarsi gettandosi ad annegare all’alba nelle acque fangose della Laguna. Si racconta di come i Monaci l’avessero vista buttarsi di sotto dalle finestre, e l’abbiano deliberatamente ignorata e lasciata fare coerenti col mandato del loro Nobile e generoso Benefattore. Finchè l’acqua montante dell’alta marea ha ricoperta la donna del tutto lasciando galleggiare a lungo in superficie il suo camicione bianco di stoffa ruvida. Il racconto raccapricciante conclude: “ … e alla fine è tornato a scendere sulla Laguna il silenzio ingoiando quel lamento sempre più flebile che finì col spegnersi del tutto …”
Che destino tragico ! … Ma questo fu vero fino al secolo scorso, quando avevano ancora la mania e la smania facile di “mettere tutti dentro in isola” indistintamente … Tanto che le due isole erano sempre piene zeppe e abitate da centinaia di persone che non si sapeva e soprattutto non si voleva collocare altrove. Le due “Isole dei Matti” sono state quindi come delle vere e proprie cittadelle autosufficienti e organizzatissime, dove operava anche un piccolo esercito di sorveglianti e accudienti severi e dallo stampo militaresco.
Inizialmente le “Isole dei Matti” prima di diventare tali furono altro e diverse. All’inizio nelle ridotte terre circondate dall’acqua di San Servolo e San Clemente sono accaduti fatti curiosi.
L’isola di San Clemente apparteneva prima ai Canonici Agostinianitrasferitisi in seguito nel più centrale Monastero di Santa Maria della Carità (l’attuale Museo delle Gallerie dell’Accademia nel Sestiere di Dorsoduro). Al loro posto nell’isola dopo un periodo di declino e quasi abbandono sono giunti i Camaldolesi Eremiti (simili a quelli che vivono ancora oggi nel 2016 sul Monte Rua dei Colli Euganei). Per questo l’isola venne chiamata dai Veneziani: “San Clemente dei Padri di Rua o della Madonna di Loreto”.
L’isola di San Clemente ha avuto quasi per destino quello di ospitare“Reclusi di ogni sorta”. Infatti nei fascicoli, nelle buste, nelle carte e nei documenti dell’Archivio storico di San Clemente si definiscono i“Matti” lì ospitati ed accuditi: “Reclusi di San Clemente”.
L’isola sorge nella Laguna Sud di Venezia poco distante da quella da quella denominata “La Grazia o Le Grazie” … e attualmente (2016)sembra si stia cercando un nuovo acquirente per l’attuale San Clemente Palace Hotel (fallito) sorto di recente sull’isola dopo imponenti restauri.
La Storia racconta che l’isola risultava già abitata fin dal 1131 quandoPietro Getalesso o Gatiloso fece erigere una piccola chiesa con annesso Ospedale-Ospizio per ospitare soldati e pellegrini provenienti o diretti in Terrasanta. Era uno dei tanti posti “per allogare persone” che affollavano la Laguna e la città di Venezia: testa di ponte col suo Emporio di Rialto per il Levante economico e spirituale ultra Mediterraneo.
In seguito lo stesso Pietro Gattilesso tramite il Vescovo di Olivolo-Castello Giovanni III° Polano concesse, ossia vendette, l’isola-Ospizio al Patriarca Enrico di Grado, che a sua volta la diede in gestione perpetua ai Canonici Regolari di Sant’Agostino afferenti alla sua giurisdizione. Il motivo della cessione fu dettato dal fatto che l’isola si trovava troppo lontana dal cuore di Venezia, perciò era scomoda da raggiungere, e per questo poco utilizzata dai Pellegrini … Per questo si decise che era meglio trasformarla in tranquillo Monastero.
I Canonici di Sant’Agostino, infatti, costruirono una bella chiesa insieme al loro Monastero, e per dare un certo tono al complesso portarono in isola le Reliquie di Sant’Aniano (cose di cui a quei tempi Pellegrini e Veneziani andavano molto ghiotti e fieri) … e come segno di sudditanza al Patriarca di Grado ogni nuovo Priore eletto regalava allo stesso Patriarca: “un letto nuovo fornito d’ogni bona guarnizione” … cosa che dal 1337, venne tramutata in più pratici ed equivalenti 4 ducati d’oro in contanti da sporgere al Patriarca:“directa manu”.
Nonostante tutto questo, l’isola ben presto perdette la sua importanza incappando in una lunghissima stagione di decadenza economica soprattutto a causa della scarsezza delle donazioni, dei testamenti, dei lasciti e delle elemosine a suo favore. Allora per rivitalizzarla si provò all’inizio del 1400 ad attivarvi un mulino ad acqua … ma non fu sufficiente neanche quello, perciò i Canonici di Sant’Agostino abbandonarono l’isola sostituiti dopo un trentennio d’assenza totale dai Canonici Lateranensi inviati lì dal Papa veneziano Gabriele Condulmer. I Lateranensi a loro volta iniziarono entusiasti col modificare il Convento, edificarono un chiostro con doppio ordine di colonne, restaurarono del tutto la chiesa riedificandone la facciata ad opera della prestigiosa Bottega dei Lombardo … ma ebbero anche loro poca fortuna, perciò l’isola se la prese la Serenissima che la utilizzò per offrire ospitalità a regnanti, ambasciatori e visitatori illustri di passaggio a Venezia … oppure iniziò ad usarla come luogo riservato e recondito di cura e ospitalità coatta per Nobilhomeni o Nobildonne Patrizi colpiti da malattie infettive, sconosciute … o scomode come le alterazioni mentali.
Si racconta che fu probabilmente proprio uno di quegli ospiti illustri di passaggio a Venezia a portare in Laguna la devastante peste del 1630 che distrusse gran parte della popolazione di Venezia portando la Serenissima al tracollo socio-economico.
Le Cronache Veneziane del tempo raccontano di folle di popolani e contadini affamati e macilenti provenienti dalla Terraferma, dal Friuli, dal Trevigiano e dalle isole che raggiungevano ad ondate successive la Laguna aggiungendosi al numero già elevato degli sbandati presenti da tempo in città. Si parlò di più di 5.500-7.000 persone che abbandonarono terreni, campi, bestie e case lasciando tutto incolto per riversarsi in massa a Venezia.
Il Governo della Repubblica tentò prima di sistemare i “Poveri vergognosi e i Nobili decaduti” che non avevano il coraggio di mendicare pubblicamente … Poi i Provveditori alla Sanitàstanziarono 4.000 ducati, vennero allertati i Piovani e i Capicontradainvitandoli ad aiutare a domicilio le categorie più bisognose … IlPatriarca da parte sua esortò Preti, Monache e Religiosi a concorrere a quella Pia opera … e il Senato stanziò ancora a più riprese: 2.000 ducati, poi altri 5.000, e ancora altri 5.000 per provare a nutrire e sostentare tutta quella massa ingestibile e sfuggente … Si nominarono anche Tre Nobili Provveditori per governare quell’imponente esodo … Si acquistarono 6.000 staia di miglio e grano per affrontare la carestia, e anche l’Ospizio di San Clementevenne utilizzato al pari di tutti gli altri ricoveri e Lazzaretti lagunari per ospitare quella fiumana di sprovveduti e malati in condizioni igieniche e sanitarie pietose.  (sembra la descrizione dello scenario del Mediterraneo odierno).
Ancora nell’ottobre 1631 nei Lazzaretti Vecchio e Nuovo e nell’isola di San Clemente erano distribuite 585 persone tra malati e convalescenti, e fra costoro c’erano anche 12 Pizzegamorti posti in contumacia preventiva. A metà novembre dello stesso anno si continuava a seppellire morti, e solo a fine mese si dichiarò finalmente conclusa la stagione della pestilenza. Alla fine dell’epidemia, come era ormai costumanza dei Veneziani devoti, si costruì nell’isola di San Clemente per volontà e finanziamento diFrancesco Lazzaroni Piovano della Contrada di Sant’Angelo di Venezia una particolare Cappella a imitazione delle forme dellaSanta Casa del Santuario Mariano di Loreto in Abruzzo.
Dopo tutto questo travaglio l’isola di San Clemente era ridotta a sfacelo e rovina, perciò la Serenissima nel 1644 autorizzò i Canonici Lateranensi della Carità a vendere il poco che rimaneva della chiesa e del Convento. I nuovi acquirenti giunti l’anno seguente furono come dicevamo i Camaldolesi della Congregazione di Monte Coronaprovenienti dal Monastero di Monte Rua sui Colli Euganei. Costoro si tirarono su le maniche, e piano piano restaurarono di nuovo la chiesa rivestendone la facciata di pietra a vista e marmo rosso di Verona. Inoltre prolungarono le absidi, ingrandirono il transetto costruendo la Cappella del Santissimo ad opera di Baldassarre Longhena(l’architetto del magnifico tempio della Madonna della Salute), e ampliarono l’intera isola circondandola di mura, costruendo 17 caxette per i Monaci secondo l’uso del loro Ordine, e una nuova Biblioteca risanando per intero l’isola e il Convento.
Pagarono i restauri il Senatore e Capitano di Galea Francesco Morosini del Ramo Nobile della Sbarra di Santa Maria Formosa e il figlio Tommaso Capitano di Galeone sepolti entrambi in apposita arca in chiesa facendo inserire in facciata insieme alle statue di San Romualdo e San Benedetto anche diversi epitaffi celebrativi e lo stemma dorato della Nobile famiglia. Il complesso progetto venne commissionato ad Andrea Comminelli Tagiapiera-Architetto residente in Calle dei Cerchieri in Contrada di San Barnaba in Venezia, e affidato poi al Tagjapiera Antonio Moreschi, e al Murer Francesco di Majno Sardi fratello di Antonio padre del celebre Giuseppe Sardi.
I Monaci Camaldolesi spesero più di 840 ducati pagandoli a metà in contanti anticipati di 100 ducati e rate successive mensili di 30 ducati, e l’altra metà in farina e vino buono.
Ancora nel luglio 1716 il Proto Andrea Tirali percepì dai Monaci 169 ducati per rifabbricare alcuni muri perimetrali del Monastero … nel settembre 1729 ne percepì altri 1.040 per la lavanderia e l’ulteriore sistemazione della Nuova Libraria … Nel febbraio 1743 il Proto Giovanni Scalfurotto percepì 1.000 ducati per restaurare la Casa di Loreto dentro alla chiesa dell’isola … e nel maggio 1750 il Patriarca Alvise Foscari consacrò la chiesa rinnovata e l’isola divenne anchePenitenziario per Sacerdoti colpiti da gravi sanzioni, oltre chePolveriera della Serenissima che rimase attiva fino a metà 1800.
Nel giugno 1769 un Decreto del Senato della Serenissima applicato da Alessandro Duodo ridusse i 16 Ordini dei Monaci e Frati Regolari del Veneto sopprimendo in pochi anni 127 Conventi. I 5.799 Monaci e Frati Regolari divennero progressivamente 3.380 distribuiti in 295 Conventi di cui 108 fra Veneto e Friuli. I Camaldolesi di Monte Corona presenti a San Clemente in isola come loro sede principale subirono la riduzione dei propri Eremiti da 110 a 76 membri.
E venne la fatidica caduta della Repubblica nel 1797: Convento e Chiesa vennero soppressi e abbandonati dai 10 Camaldolesi rimasti:“… Restarono due Eremiti per prestare soccorso in caso di burrasca ai naviganti e ai bastimenti d’acqua dolce presenti in Laguna”.
A dirla tutta, dei 3.115 libri patrimonio della Biblioteca-Libraria dei Camaldolesi Eremiti di San Clemente in isola: solo 4 vennero dati alla Biblioteca Marciana mentre tutti gli altri vennero venduti e dispersi (e poi qualcuno mi viene a dire che in fondo Napoleone non ha fatto niente di male ?). All’atto della soppressione i Religiosi dichiararono d’essere impossibilitati di deporre l’abito Monastico non per ragioni di principio ma in quanto mancavano di mezzi economici per procurarsi normali abiti civili … Ma fu ininfluente, e dovettero sloggiare alla svelta lo stesso.
L’isola divenne proprietà del Demanio, mentre con gli Austriaci San Clemente divenne Presidio Militare … Nel 1817, “per sovrana imperiale munificenza ed aulico dispaccio apposito” l’Austria provvide ad accordare una somma di lire 600 annue al Rettore della chiesa dell’isola di San Clemente che doveva continuare a celebrare in isola le 144 Messe Perpetue e 6 Anniversari pagati da secoli dai Veneziani Nobili, aggiungendovi un aumento per il fatto che lo stesso doveva assoldare ogni volta un gondoliere-barcarolo per recarsi fino a Venezia. Viceversa il Sacrestano della chiesa dell’isola di San Clemente usufruì dagli Austriaci di una sovvenzione di 400 Franchi annui.
Poco più tardi nel 1834, essendo già l’isola destinata a luogo di“Ritiro per Sacerdoti”, vennero lì reclusi 12 Sacerdoti “sospesi dalla Messa per cause politiche” provenienti da varie Diocesi del Veneto. Infine nel 1855, il Governo Austriaco decise di instaurare nell’isola di San Clemente il Manicomio Centrale Femminile delle Provincie Venete e tre anni più tardi tutti gli edifici dell’isola vennero demoliti ad eccezione della chiesa. A San Clemente vennero ospitate tutte le donne malate di mente che non potevano essere alloggiate nella vicina isola di San Servolo … e si provvide ad imbonire parte della Laguna circostante l’isola per ottenere ulteriori spazi coltivabili utili per il sostentamento economico del nosocomio con i suoi “ospiti reclusi”.
Alla fine del 1880 sbarcarono sull’isola per gestire il manicomio femminile: 18 Suore di San Vincenzo de’ Paoli … e fra 1930 e 1936 laProvincia di Venezia restaurò arredi e dipinti della chiesa e le strutture dell’isola nominandola: Ospedale Provinciale Psichiatrico e Cronicario per uomini e donne. Nel non lontanissimo 1962, i posti letto di degenza e ricovero disponibili nell’isola di San Clemente erano: 330 per i maschi e 580 per le femmine !
E passiamo all’altra “Isola dei Matti” ossia San Servolo o San Servilio… Un tempo i Veneziani dicevano per indicare un pazzo o almeno una persona confusa: Ti ga in testa do campanili che sòna ore diverse come a San Servolo.
Sembra che inizialmente esistesse già nell’isola una chiesetta dedicata a San Cristoforo o forse a Santa Cristina. All’inizio dell’800 i primi Monaci Benedettini che l’occuparono decisero di costruirne una nuova dedicandola a San Servilio Martire di Trieste del III secolo. Subito dopo a causa delle ristrettezze degli spazi “infra paludes” una parte dei Monaci con l’Abate Giovanni si trasferì aSant’Ilario di Fusina in una terra donata dai fratelli Agnello e Giustiniano Partecipazio dove c’era già una Cappella dedicata a Sant’Ilario. Sant’Ilario diverrà una delle realtà Monacali più famose, ricche e potenti delle Lagune e dell’Entroterra della Serenissima.
Di certo prima dell’anno mille in isola si rifabbricò tutto di nuovo, e i Monaci guidati da un Priore si susseguirono finchè più di un secolo dopo presero il loro posto alcune Monache Benedettine guidate dalla Badessa Vita Marengo provenienti dal Convento dei Santi Leone e Basso di Malamocco distrutto da uno spaventoso maremoto … o più semplicemente dalla normale subsidenza dei territori lagunari e pericostieri inghiottiti dal mare Adriatico.
“Il Doge Sebastiano Ziani e suo figlio Pietro Conte di Arbe aiutarono la neonata comunità di San Servolo con i proventi di alcune case, terreno ed osteria che possedevano a Rialto nella Contrada di San Giovanni Elemosinario … così le Monache poterono costruirsi un nuovo Coro Pensile e “una roda accanto alla finestra per comunicar” per aprire così la clausura verso l’esterno … e le Monache si ritrovarono a gestire a distanza un’osteria frequentatissima da marinai e prostitute, per le cui rendite in cambio  s’impegnarono a celebrare in perpetuo una Messa ogni anniversario della morte di Pietro Ziani, una ogni aprile per suo padre il Doge Sebastiano, un’altra  nel giorno di San Giorgio per la madre Troige, una nel giorno di Santo Stefano per il fratello Giacomo, e infine una a metà di agosto per la sorella Mabiliota Ziani …”
A metà del 1400 il Monastero di San Servolo si trovava al tredicesimo posto per importanza nella lista dei dichiaranti dei redditi fondiari in quanto possedeva quasi 400 campi nel Padovano … e nel 1564 nell’isola-Monastero risiedevano 60 ricche Monache Benedettine … tanto che qualche anno dopo il Patriarca Priuli in Visita decretò di allontanare entro 3 giorni i cani personali di razza tenuti nel Monastero … e richiamò le Monache perché si portavano via gli avanzi dal Refettorio comune per tenerli in stanza propria condividendoli con le amiche … Inoltre il Patriarca le rimproverò per:“…la vana ed indecente abitudine delle Monache di chiamarsi l’un l’altra Signora … e per il molto dannabile abuso delli donativi eccessivi che si sogliono fare alle novizze secolari sotto pretesto che anco esse fanno altri donativi alle Monache …” E circa le educande“ospitate a spese” nello stesso Monastero lo stesso Patriarca comandò: “… le figliole che saranno per tempo a spese fatte che sono Novizze siano mandate a casa loro et non si permetta che stiano in Monasterio vestite da maridate, né li mariti le vengano a visitare con scandalo alle finestre … et se li parenti non mandaranno a tuor quella fiola che sarà maritata, l’Abbadessa la debba metter in gondola et mandarla a casa dei parenti sotto gravi pene ad arbitrio di sua Signoria …”
Le Monache rimasero nell’isola di San Servolo fino al 1615 quando a causa del degrado degli edifici si trasferirono nel Convento di Santa Maria dell’Umiltà di Venezia lasciato a lungo libero fin dal 1606 daiGesuiti cacciati via per rimostranza dalla Serenissima dopo l’Interdetto affibbiato su Venezia dal Papa … Giunte lì le Monache si confermarono nel loro “andazzo” come ricorda fra 1620 e 1628 una delle nove sentenze lanciate dal Patriarca Tiepolo verso le Monache, diretta proprio contro tre monache provenienti dall’isola di San Servolo ree di intensi colloqui notturni con uomini di passaggio: “… bisogneria che ghe fosse fatta la guardia la sera e la mattina: perché ghe se’ delle donette de ogni sorte che ghe vien, et sono la rovina de quel Convento, puttane, ruffiane e strighe.”  Così come nel 1626 si denunciò la prostituta Anzola per le sue troppo frequenti visite al Parlatorio delle Monache provenienti da San Servolo: “… parlava con le Madre bonome Muneghe in ditto Monasterio e fava molti bagordi come rider forte come fano queste putane…”
Nel 1647 circa 200 Suore approdarono a Venezia in fuga da Candia attaccata dai Turchi, perciò vennero sistemate nell’isola di San Servolo con una sovvenzione della Serenissima di 1.500 ducati annui. In isola il loro numero diminuì progressivamente come testimoniòCoronelli nel suo “Isolario” del 1696-1697 descrivendo l’isola come quasi disabitata. Infatti il 4 giugno del 1716 il Senato fece trasferire le ultime due anziane Monache Candiotte rimaste e iniziò ad utilizzare i locali del Convento come sede dell’Ospedale della Militia. Vi ospitò 400 feriti che confluirono a Venezia dai luoghi degli scontri con i Turchi, e poco tempo dopo si aggiunsero anche alcuni Marinai benemeriti, alcuni Mozzi mandati dal Magistrato della Sanità,nonché i primi “folli” che di solito venivano ospitati e rinchiusi dentro a una “fusta disalberata ancorata in mezzo alla Laguna …nel luogo dove i galeotti imparavano a remare”.
“… siano provisti 12 capotti, 12 abiti da inverno, 12 para calze e scarpe per esser disposti in vestir mozzi, stiano in deposito appresso i Padri Direttori dell’Ospedale di San Servolo … Provista suddetta sia risarcita col tratto loro paghe a norma spedizioni sia rinnovato deposito …” decretò il Senato riguardo ai giovani Mozzi da formare e poi imbarcare sulle Galee per il Levante e la guerra.
Dall’Archivio di San Servolo sembra che il primo “vero pazzomaniaco”: ossia Lorenzo Stefani Patrizio Veneziano sia stato segregato ufficialmente nell’isola di San Servolo per ordine delConsiglio dei Dieci nel 1725 quando l’isola passò sotto la direzione di quattro Religiosi Ospedalieri e Speziali di San Giovanni di Dio detti Fatebenefratelli provenienti da Milano che nel tempo divennero dodici. Sette anni dopo a San Servolo venne ospitato e rinchiuso il secondo “vero matto”, e dopo altri sei anni un terzo, e altri ancora nei decenni seguenti ricoverandoli a spese delle famiglie … Intanto le Cronache dell’Isola ricordavano di: restauri del tetto del vecchio convento … della costruzione di una nuova Cavana … dello scavo di un canale d’approdo e del completamento del chiostro … della realizzazione della Spezieria Nova fronteggiata da un portico, sopra il quale vennero costruite nuove camerette con scale e corridoi d’accesso affrescati da Giambattista Crosato. La Spezieria di San Servolo provvedeva anche l’isola di San Clemente, e fu “Farmacia Pubblica dei Forti e delle Milizie della Serenissima” che riforniva gli Ospedali e i Dispensari delle roccaforti militari di Chioggia, Zara e Corfù … e in seguito divenne anche “Farmacia Generale” incaricata di preparare i farmaci gratuiti destinati alle Trenta Fraterne dei Poveri di Venezia.
Notatori del Gradenigo raccontano nel 1759: “… venne abbattuto il vecchio campanile e atterrata l’antica chiesa dell’isola di San Servolo costruendone una nuova alquanto più piccola a pubbliche spese, stante il pattuito accordo di 12.000 ducati su progetto di Tommaso Temanza.”
E poi ancora: si ultimò l’esterno della Chiesa … Iacopo Marieschiaffrescò il soffitto del Presbiterio e dipinse una tela ottagonale per il soffitto della navata … si prolungò del doppio fino alla Laguna a est la grande Infermeria aggiungendo locali per convalescenti, pazzi e mozzi, e abitazioni per ortolani e lavanderie … e si aggiunsero altri altari in chiesa facendo dipingere le loro pale. Si ripararono gli edifici dai danni di un incendio, si ampliò la Libraria, si rinnovò la ghiacciaia,s’istituì annesso alla Spezieria un Gabinetto di Fisica e Storia Naturale … e si rinnovarono officine e lavanderia, applicando in giro pesanti e robusti cancelli e inferriate.
Un documento della Serenissima del 1788 recitava testualmente: “… siano raccolti non minori di anni 12 dal ceto vagabondi, abbandonati dai genitori, che vivano inutili senza educazione e impiego, che girino per le piazze, dormino sulle strade e nelle barche, perduti ne vizzi, siano rettenti in ogni luogo e tempo … dal Capitano retenuti, siano posti nelle prigioni, dopo 3 giorni al più, riconosciuti abili, passino a San Servolo … esclusi tignosi e quelli che avessero brose di cattivo carattere tendenti alla tigna, quelli che avessero ernie, li ciechi da un occhio o mutilati … i rognosi siano curati. Durante la loro stazione a San Servolo abbiano libbre 1 biscotto e soldi 8 al giorno … si distribuiscano a dormire nell’Ospedale, siano ammaestrati nel punto di Religione … a cadauno mozzo volontario siano pagate lire 32, e per il trasporto in Levante lire 12,8…”
L’ultimo doge di Venezia, Lodovico Manin, destinò un lascito di 50.000 ducati per la cura dei pazzi furiosi di Venezia … e nel 1797 presso l’Ospedale di San Servolo vennero ricoverati a carico del pubblico erario tutti i così detti “malati di mente”: ossia tutti i pazzi tolti definitivamente dalle varie fuste ormeggiate in giro per la Laguna, i carcerati nell’isola di Santo Spirito e tutti i pazzi girovaghi catturati per la città e la Terraferma. L’isola divenne anche Ospizio dei Regi Capi di Polizia e degli ex Veneti Invalidi nonchè Luogo d’ospitalità per i malati delle truppe Francesi.
Con l’occupazione degli Austriaci l’ammissione e la dimissione dei pazzi dalle isole di San Clemente e di San Servolo divenne piuttosto che un fatto clinico, un evento gestito dalla Polizia che classificava “i matti” nei propri registri in tre classi distinte: maniaci, imbecilli e dementi. La struttura sanitaria di San Servolo venne dichiarata dal Regio Governo Imperiale: Manicomio Centrale d’ambo i sessi delle Provincie Venete: Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Udine, Venezia, Verona e Vicenza nonchè della Dalmazia e del Tirolo, e rimase attiva come tale fino al 1874.
Alla fine del 1808 quando la chiesa dell’isola venne arricchita con unorgano Nacchini proveniente dalla chiesa di Santa Maria del Piantoe col pavimento e alcune balaustre recuperati dalla soppressa chiesa dei Santi Marco e Andrea di Murano, l’Ospedale Militare di San Servolo venne chiuso e trasformato l’anno seguente in Ospedale dei Piagati istituito per benefica volontà dalla Nobildonna Anna Vendramin Loredan che offrì notevoli rendite per il “mantenimento di numero sessanta poveri schifosi, vaganti per la città”. I militari infermi vennero trasferiti nell’Ospedale della Veneta Marina a Sant’Anna e a San Servolo giunsero 32 uomini e 29 donne piagate provenienti dall’Ospedale degli Incurabili sulle Zattere affacciato sul Canale della Giudecca … Più tardi il Medico Frate e Direttore di San Servolo Prosdocimo Salerio scriveva a metà 1800 che non riusciva a dimettere i malati per le miserevoli condizioni delle famiglie di Venezia e del Veneziano … L’isola in cui c’erano 299 malati tra uomini e donne (di solito circa la metà dei Pazzi usciva “guarita” e l’altra metà: morta) venne più che raddoppiata in superficie prolungandola verso l’isola di San Lazzaro degli Armeni … Si costruì un nuovo alto muro di cinta nella nuova sacca, e si realizzano consistenti lavori di restauro degli edifici … Negli stessi anni nell’isola giungevano circa 550 “Piagati” all’anno di cui più di 500 uscivano risanati e una trentina finivano: “esitati”.
Frati Fatebenefratelli rimasero alla direzione del Pio Luogo di San Servolo fino al 1902 quando la cura della chiesa e dei malati venne affidata a un Cappellano. Il 27 novembre dell’anno precedente una Commissione inviata dal Consiglio Provinciale di Venezia guidata dalprofessor Ernesto Belmondo aveva ispezionato per tre ore loStabilimento Manicomiale dell’isola di San Servolo diretta dal Priore Camillo Minoretti Frate dei Fatebenefratelli: “ … si rilevano anomalie, inumanità e disordini … Non solo violate flagrantemente le regole più elementari della igiene e della pulizia, ma fatto abuso di mezzi di contenzione banditi da oltre un secolo, da tutti i Manicomi, veri strumenti di tortura, laceratori delle carni dei poveri infermi, taluni dei quali, orribile a dirsi, da anni e anni giacevano in ceppi … Tutto fu trovato in questo stabilimento condannevole, dalla deficienza della cura medica alla sconveniente assistenza da parte degli Infermieri, dalla scarsezza del nutrimento allo abbandono completo di ogni più elementare norma imposta dalla tecnica manicomiale.”
Dei 608 ricoverati presenti al momento dell’ispezione, 67 “poveri mentecatti” risultarono maltrattati e legati con severi mezzi di contenzione. La relazione dell’ispezione procurò uno scandalo nazionale con promulgazione di nuove leggi sui Manicomi, l’anno seguente il Direttore e Priore Minoretti venne licenziato, e due anni dopo i Frati Fatebenefratelli vennero espulsi definitivamente dall’isola di San Servolo accompagnati fuori dalla forza pubblica. Il Manicomio di San Servolo venne affidato insieme a quello di San Clemente a un’Opera Pia dei Manicomi.
Nel 1917 Wagner Von Jauregg osservò a Vienna che le crisi febbrili facilitavano la ripresa nelle paralisi progressive, perciò propose di iniettare la Malaria Terzana anche ai Pazzi per provocare un ciclo di ripetute febbri secondo lui stimolanti e curative per il cervello. La cura venne applicata anche nell’isola di San Servolo fin dal 1925.
Nel 1935, invece, e sempre a Vienna, Manfred Sakel usò l’insulina per produrre negli schizofrenici e in altre psicosi uno stato precomatoso con crisi convulsive … e anche questa “cura” venne utilizzata immediatamente nell’Isola di San Servolo  … come quella dell’anno dopo, quando il Medico Cortesi iniziò a trattare 38 pazienti di San Servolo con un farmaco ideato da Ladislas Von Meduna a Budapest capace di procurare ad alte dosi crisi convulsivanti considerate una specie di valido “reset cerebrale” per i poveri malati mentali. Infine nel 1938, Bini e Ugo Cerletti Psichiatra di Romavedendo ammazzare i maiali in un macello somministrando loro una scarica elettrica prima di sgozzarli, pensò bene che si potesse produrre “salutari attacchi epilettici” nelle persone con scosse elettriche transcraniche. Perciò s’inventò il trattamento elettroconvulsivante che venne considerato fin da subito un successo … anche se soltanto dal 1960, quando nell’isola di San Servolo erano presenti ancora 190 maschi e 160 femmine, lo si utilizzo accompagnato da un’anestesia … Non a caso questo trattamento, l’ESH, venne soprannominato: “la terapia dell’agonia”e fu utilizzato a lungo anche a San Servolo molto spesso come: “panacea automatica di ogni male e metodo sedativo” … e anche come azione punitiva simile alle docce ghiacciate usate in precedenza.
Sto terminando … Una Cronaca Veneziana del 1952 racconta di un curioso viaggio di andata e ritorno da Venezia a Cervignano del Friuli di un burcio (il Marco Polo di Chioggia) carico di 1.600 quintali di grano per il manicomio dell’isola di San Servolo. Fermatosi per strada per 5 giorni per mancanza di vento propulsore, venne scaricato a mano al suo arrivo in isola dagli stessi degenti del Morocomio … Nello stesso anno venne introdotto a San Servolo il primo psicofarmaco barbiturico: il “Largactil” associandolo all’elettroshock e all’insulinoterapia.
Dal 1968 il ricovero “degli uomini disgraziati” in Psichiatria divenne volontario e non più coatto, disposto dalla Magistratura o dal Tribunale Civile e Penale ma ancora iscritto nel Casellario Giudiziale come “delitto-ricovero”. Essere pazzi per l’evoluta società civile e la civiltà moderna era ancora considerato un reato … Per fortuna si era ormai all’epilogo, alla fine della Storia trista delle Isole dei Matti.
Nel 1972, a soli sei anni dalla chiusura definitiva, i due Ospedali Psichiatrici in isola di San Clemente e San Servolo occupavano un’area di 120.000 mq di cui 20.000 coperti da edifici ospedalieri capaci di ospitare ben 1.000 posti letto. I due Ospedali Specializzatidavano lavoro a 24 Medici, 2 Farmacisti, 14 Suore di Maria Bambina, 372 Infermieri, 71 addetti ai servizi ed altri 100 Veneziani che provvedevano ai rifornimenti e alla manutenzione.
Poi dal 1978 più niente … finalmente … Sulle due Isole dei Matti: solo abbandono, qualche raro giardiniere … e poi più nessuno eccetto l’esuberanza ricoprente e cancellante della Natura … e un mare di memorie di cui queste righe sono solo pallida eco e ricordo.

ago 14, 2016 - opinioni    No Comments

I FUOCHI EFFIMERI DELL’ASSUNTA

assunta tiziano

 Dentro alle penombre scure degli alberi immobili della Marittima del Porto di Venezia ho iniziato un’altra giornata. Non c’è quasi nessuno in giro … e sullo sfondo della mia visuale c’è un’alba estiva aranciata e lungodistesa sopra a un cielo terso e sereno … Sembra un immane fuoco che sta lentamente salendo a Oriente, sorgendo e divampando fino a inondare la Laguna e il mondo intero … e anche la mia personale avventura quotidiana … che spesso tale non è.
Affretto il passo ciabattando accanto a schiere di amari oleandri fioriti altrettanto accesi di colori, e penduli sopra le strade e i canali … “Ridendo e scherzando”, come si dice a Venezia … e fra cicale estive diventate ormai quasi afone a suon di dirsela e cantarsela … e fra ferie e Feragosto: il prolungamento dell’antica Feria Augustea dei culti pagani antichi dei Romani, e i foghi dell’Assunta di Cristiana memoria … e arrivi e partenze di turisti e vacanzieri in massa che stanno occludendo e intasando all’inverosimile Venezia (tanto per cambiare) … ritorno ancora una volta a lavorare … quasi come ogni giorno.
A volte sembra sia l’unico obiettivo plausibile della vita, e che non possa esistere nient’altro di altrettanto importante … Una collega, infatti, offrendomi un caffè mattutino d’incoraggiamento prima d’iniziare ancora una volta, mi ha detto quasi sconsolata:“Hai poco da dire e proclamare che non si vive per lavorare … Qui ogni giorno si deve lavorare per poter vivere … Non c’è alternativa …”
 
“E devi anche essere contenta di poterlo fare …” ho provato a risponderle.
“Sì, è vero … Ma si aspirerebbe nella vita anche a qualcosa di più e di meglio … Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci una vita così ? … Perché dobbiamo trascorrere quasi tutta l’esistenza a lavorare ? … Sento che c’è qualcosa come di guasto in questa specie di meccanismo perverso in cui viviamo inseriti … A volte non se ne può più … sembra di annaspare e affondare …”
 
E chissà perché, a queste parole mi si è accesa nella mente l’immagine del dipinto dell’Assunta del Tiziano dentro al chiesone dei Frari a Venezia. Anche lì dentro sembra di vedere dipinte mani protese, persone quasi stanche del solito vivere, gente intenta a ricercare e accalappiare una realtà esistenziale diversa, alternativa a quella di sempre.
Quando è stata dipinta, quell’opera è stata giudicata da molti quasi scandalosa, tanto che si dice che i Frati volessero farla rimuovere dall’Altare. Sembra si dicesse in giro per Venezia:“La Madonna Assunta dei Frari sembra una popolana formosa … Gli Apostoli sono gente comune che sta annegando … braccia che stanno grampando in cerca di qualche salvezza che viene da Altrove … Sembrano dei disperati più che dei Santi Apostoli, non hanno nulla di composto e solenne … Non sembrano persone che anelino al Mistero dell’Aldilà Supremo … sembrano cercatori che annaspano nel niente.”
Alla fine il quadro è rimasto per secoli al suo posto (per fortuna), e per molti anni mi sono dilettato a recarmi da solo di mattina presto ad ammirare quella stupenda e grande tela dell’Assunta rimanendo seduto e assorto nei miei pensieri dentro allo splendido Barco intarsiato del chiesone dei Frari semideserto … Ogni anno era un’emozione raffinata e diversa … e non ho mai saputo dimenticare quelle braccia degli Apostoli protese al Cielo quasi a voler afferrare un fascinoso Mistero sfuggente imprigionato dal magico artista dentro al dipinto. L’ho sempre considerato una sorta di “parabola del vivere” da tornare ogni tanto a rivisitare e contemplare.
Quelle mani protese sulla tela sono le nostre, quelle di ciascuno di noi … a caccia a volte d’abbarbicarsi a un senso diverso più profondo e ulteriore, a qualcosa che non sia esclusivamente l’ovvio del vivere di tutti i giorni. Spesso si avverte il bisogno d’essere adesi come il muschio agli alberi, come le alghe alle rive … nella speranza di poter succhiare una sostanza vitale, una qualche novità alternativa … qualcosa che non siamo in grado di procurarci da soli ma capace di completare quel che siamo quotidianamente e da sempre.
A dire di più, mi ha sempre affascinato la Festa dell’Assuntaincarnata nel cuore del Ferragosto estivo … Ne ho sempre goduto le atmosfere suggestive vivendole fin da bambino nelle amenità solitarie della Cattedrale dell’Assunta di Torcello … Così come in seguito mi hanno avvinto le Veglie dell’Assuntain montagna immerso nelle ombre della sera e poi nella quiete notturna delle valli delle Dolomiti. Era commovente vedere accendere “i fuochi dell’Assunta” in contemporanea sopra alle cime e alle vette dei monti più famosi: sulle Tofane, l’Antelao, il Pelmo, il Marcora, il Col Rosà e gli altri … Si rimaneva immersi dentro a un sapore d’arcano e antico, ci si sentiva legati a riti e tradizioni propiziatrici ataviche anno dopo anno sempre più assopite e dimenticate … e partecipamo alla Veglia dell’Assunta davanti al nostro grande fuoco crepitante che si aggiungeva a quello di tutti gli altri … In alto, sopra a tutti, ci stavano ad osservare le Stelle lontanissime e magnetiche, e tutto s’impastava come in un grande canto capace di incorporare la Natura, la Storia e quell’emotivo spettacolo suggestivo … L’Assunta era la Signora delle Stelle, e in quei fuochi sacri e proani accesi insieme si bruciava anche qualcosa che era nostro e personale, e che si associava a Lei, al Cielo, al Tempo al Tutto Cosmico … celebrato in quella notte di Feria Estiva.
Che tempi ! …  Che tempi andati … di cui non vi nascondo una certa nostalgia.
Anche oggi e domani ritorna l’Assunta di Ferragosto … e ancora il vivere chiama, ed è saturo d’interrogativi e di sensazioni … Rimane ancora vivo in me quel desiderio imprigionato nelle mani di quella tela di poter agguantare un lembo di Cielo, di farsi scottare in qualche modo dall’Assoluto, di riuscire a scaldarci e illuminare dai fuochi cosmici dell’Assunta … o di quel che è, o di quel che sta in ogni caso oltre noi stessi … Perché qualcosa ci dovrà pur essere oltre al lavorare … Magari riuscissimo ad afferrare quelle nubi, quel fuoco effimero che sfugge via quasi imprendibile e misterioso nascosto dentro a ogni nostra giornata.
ago 10, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“UNA LISTA DI PROSTITUTE DEL 1500 … A VENEZIA”

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“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 114.

 “UNA LISTA DI PROSTITUTE DEL 1500 … A VENEZIA”
 
Come si sa, la Prostituzione è il mestiere, l’arte più antica del mondo, e anche la Serenissima lungo tutto il corso della sua plurisecolare Storia ha sempre dimostrato d’interessarsi al fenomeno in maniera più o meno diretta e interessata. In diverse occasioni ha anche cercato di arginare e tenere sotto controllo la “situazione” provando a concentrare le “femmine di malaffare dedite al Meretricio” in particolari zone della città come il “Castelletto” composto da ben 34 volte, magazzini, botteghe e Osterie come quella della “Stella”, “Al Figher”,“Alla Croxe” e “Al Gambaro” dove le donne stavano di giorno fuori appostate in mostra e battuta cercando d’accalappiar clienti; oppure relegandole nella zona poco distante delle “Carampane” (nome che indicherebbe prostitute sfiorite), in ogni caso sempre non lontano dal frequentatissimo quanto vispissimo Emporio internazionale di Rialto dove in gergo le donne del sesso venivano chiamate: “le contesse”, o più gentilmente: “le mamole”.
Ma si sa bene come vanno certe cose: “… quando si vuol chiudere per forza una porta per non far uscire di fuori qualcosa, quel qualcosa spesso finirà col scappare liberamente dalla finestra.” Perciò le prostitute di fatto esercitavano ovunque in ogni Contrada della città di Venezia, seppure sempre sotto il controllo diretto o indiretto delle Magistrature e degli uomini attenti e “dai mille occhi e orecchi” della Serenissima. Il perché era ovvio: quella piccola folla di donne “dedite al mestiere del godimento” erano per la Serenissima una fonte pressochè inesauribile di contatti e informazioni riguardo a tutto quanto accadeva nel largo mondo dei Mercanti, dei Marinai, dei Forestieri, e non da ultimo di tutto ciò che succedeva nelle case, nei palazzi e dentro alle vite di tanta parte dei Veneziani Nobili, Cittadini e popolani qualsiasi … e anche di altri.
Il Meretricio tanto ufficialmente deprecato e condannato era perciò una situazione accettata nella città Lagunare, anche perché in quel modo una larga porzione di donne e famiglie riuscivano a non gravare economicamente sullo Stato e sulla Chiesa sempre impegnate ad arginare una folla immane di questuanti, miseri, poveri, vagabondi più o meno vergognosi che riempivano la città Serenissima.
Numeri alla mano, non esagero affatto nel ricordare che in certe epoche il numero dei “bisognosi” che vivevano al margine della società Veneziana ricca e potente comprendeva circa un quarto se non di più dell’intera popolazione di Venezia. I miseri residenti stabilmente a Venezia erano più di qualche decina di migliaia senza contare il flusso ininterrotto e a volte incalzante di quelli che affluivano “a ondate” dalla Terraferma Veneta, dalle Isole e dalle Campagne soprattutto in tempi di calamità, guerre, carestie e pestilenze.
Famosa è la scena descritta dal solito diarista Marin Sanudonel 1527 verso Natale, quando Venezia era ridotta ad essere cenciosa e alla fame: “… ogni sera in piazza San Marco, sulle vie della città, e su Rialto è pieno di bambini che gridano ai passanti: “Pane ! Pane ! … Muoio di fame e freddo !” E’ terribile … Al mattino, sotto ai portici dei palazzi vengono trovati cadaveri …”
 
E nel febbraio dell’anno seguente in tempo di Carnevale continuava a scrivere: “… La città è in festa, sono stati organizzati molti balli in maschera e al tempo stesso, di giorno e di notte, è immensa la folla dei poveri … A causa della gran fame che regna nel paese, molti vagabondi si sono decisi di giungere qui, insieme ai bambini, in cerca di cibo … Devo annotare qualcosa che rammenti che in questa città regna continuamente una gran fame … Oltre ai poveri di Venezia che si lamentano per le strade, ci sono anche i miserabili dell’isola di Burano, con i loro fazzoletti in testa e i bimbi in braccio a chiedere l’elemosina … Molti arrivano anche dai dintorni di Vicenza e Brescia, il che è sorprendente … Non si può assistere in pace ad una Messa, senza che una dozzina di mendicanti non ti circondi e chieda aiuto … Non si può aprire la borsa, senza che subito un poveraccio non ti avvicini, chiedendo un denaro … Girano per le strade persino a tarda sera, bussando alle porte e gridando: “Muoio di fame !”
Dentro a questo scenario tragico la presenza delle numerose Prostitute aveva quindi una sua logica e una sua utilità, e rappresentava una fascia sociale che perlomeno non gravava più di tanto sulle difficili economie del Governo Serenissimo che aveva spesso altro a cui pensare: … a finanziare ininterrottamente le guerre ad esempio. C’era anche chi apprezzava quella categoria di donne, non solo per il servizio fisico e amoroso che prestava, ma anche perché, come raccontano le Cronache di Venezia, alcune di loro erano a loro modo molto generose tanto da prestarsi nell’adottare qualche abbandonato o orfano, oppure dedicandosi ad opere di carità nei riguardi di chi era più sfortunato.
Perfino nelle chiese, dalle quali erano tenute ufficialmente lontane e obbligate a indossare uno speciale segnale di riconoscimento o abito giallo, le Prostitute di Venezia contribuirono in maniera significativa con un intenso“commercio” permettendosi non solo Devozioni come un qualsiasi altro Fedele, ma anche tutto un corollario di Messe, Preci e Suffragi: “… per me et la mia propria Anema, et per quela de mii poveri Morti …” che finanziavano assiduamente coinvolgendo Preti, Frati e Monache molto spesso legati da intense  frequentazioni e amicizie: “… nel settembre 1514 l’honorata et nominata meretrice Anzola Chaga in Calle venne sepolta in chiesa dei Frari … e un mese dopo, Lucia Trevisan eccellente cantante e cortesana venne sepolta in chiesa di Santa Catarina con solenne Messa Cantata dai suoi amici musicisti che a casa sua riducevano tutte le virtù…”
 
Viceversa, in tempi di guerra o grande calamità e pestilenza la Serenissima “precettò in massa” quel piccolo esercito delle prostitute della città spedendolo ai Lazzaretti e improvvisandolo come assiduo insieme di “crocerossine e badanti”.
Il solito diarista Marin Sanudo nel 1509, forse con una battuta di spirito, o seguendo chissà quale calcolo empirico, riuscì a quantificare in 11.654 il numero delle prostitute Veneziane presenti in città … Numero esagerato di certo … ma non meraviglia che in quello stesso tempo girasse liberamente per la città una strana lista di ben 215 donne che praticavano “Il mestiere”. Era una specie di “bizzarro catalogo delle prostitute”, buttato giù probabilmente in maniera goliardica e ironica, ma che ottenne una notevole fama e divulgazione, tanto da giungere “in copia” fino a noi diversi secoli dopo.
Le Cronache giudiziarie antiche raccontavano già che: “… Sandro Lombardo, già sbirro a Rialto, praticava Angela da Zara che lavorava al Castelletto amministrata dalle matrone Lucia Negra e Anna da Verona. Un bel giorno gliela negarono, e lui ubriaco, dopo un violento litigio appiccò il fuoco a quanti letti gli vennero sottomano … Gli Avogadori da Comun lo condannarono a un anno di prigione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, e al bando perpetuo dal Castelletto …”
 
Vivere da prostituta non era uno “status” sociale facile, perché al di là del giro dei soldi si trattava di donne quasi sempre strapazzate, talvolta comprate e vendute, vessate dai Nobili verso i quali erano spesso indebitate e morose, o violentate, picchiate e maltrattate dai vari “ruffiani e bertoni”, mezzani, protettori, locandieri, gestori di “stue e bordelli” e osti che amavano ospitarle per incrementare i loro affari e la vendita del vino … sui cui la Serenissima incassava abbondante Dazio.
“ … Giacomo Davanzago, ex Capo Sestiere, venne chiamato da due meretrici sue amiche per aiutarle a resistere allo sfratto esecutivo da una casa in Corte Pasina in Contrada di Sant’Aponal presa in affitto dal Nobile Federico Michiel … il Davanzago giunto sul posto si mise a menar fendenti di spada contro il Nobile Michiel e i suoi amici, gli strappò le chiavi della casa dalle mani, e rimise dentro le due donne … Venne processato, interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e condannato a 100 lire di multa …” raccontano ancora i registri della Giustizia Veneziana.
Dentro a quella strana lista che girava di certo per Locande, moli del porto, ridotti e case da gioco, mercato e chissà quali altri posti di frequentazione, erano elencate donne per tutti i gusti … e per tutte le tasche.
Già allora esistevano le Prostitute “d’alto bordo”, quelle che costavano di più, e pretendevano cifre considerevoli non solo per le loro prestazioni, ma anche per il loro lignaggio e l’appartenenza a classi sociali superiori. In cima alla lista di tutte stava, ad esempio, la Paolina Filacanevo che pretendeva ben “30 Scudi a bòtta” esercitando nella Contrada di Santa Lucia nella casa della sua stessa “massera”, ossia una delle sue donne di servizio.
Dopo di lei seguiva nella lista delle “donne di classe”: Licia Azzalina che costava 25 Scudi e abitava in Contrada di San Marcilian in Corte di Ca’ Badoer al Ponte dei Sassini in casa delle “colleghe” Visentina e Margherita. Un gradino più sotto di queste due, si offriva a un prezzo abbastanza elevato: Cicilia Caraffa che voleva 20 Scudi ospitando i clienti in Contrada di San Thomà, anch’essa in casa della sua massera; e Cornelia Pesta la Salsa che praticava in Contrada di San Simeon Grando nel Sestiere di Santa Croce a 18 Scudi in casa di una sua amica Anzola che voleva, invece, come eventuale ripiego solo 1 Scudo.
Ancora un altro gradino più in basso sulla scala “della qualità”stavano sia Giulia Festina disponibile in Contrada di Santa Margherita in Corte del Forner, che Lucietta Brunella in una casa in Contrada di San Gregorio, anche se costei abitava in realtà dalla parte opposta della città, ossia a San Marcuola insieme a Laura detta “La Grassa”. Entrambe le donne si offrivano per non meno di 15 Scudi “a seduta” … come faceva anche Vienna Borella che abitò per otto giorni in Borgo San Trovaso presso un Barcarol che aveva “stazio da barche”proprio  sotto casa (comodo ! … come avere il taxi fuori la porta) … e Cornelia Granda che era disponibile vicino alle Monache di San Lorenzo a Castello dove a soli 4 Scudi si poteva trovare anche Marina Libera che utilizzava la casa di un barcarol.
A tal riguardo bisogna sottolineare che al di là della pubblica prostituzione esisteva a Venezia anche un intenso “movimento”di donne Nobili e meno Nobili che intendevano vivere“esperienze aperte, emancipate e libertine” per le quali andavano famose in tutto il mondo. Lo stesso Carnevale, le numerose Feste, e le Masquerade in genere erano sinonimo di tempo e opportunità per esperienze e concessioni d’ogni genere, e Venezia sapeva offrire già da allora mille maniere per divertirsi aprendo Ridotti e Casini dove poter giocare, ballare e frequentare donne. Da questo intento e proposito non si estraniava affatto l’ampia schiera dei Monasteri Femminili in cui spesso era rinchiuso (per modo di dire) qualche migliaio di donne Patrizie, facoltose e disposte spesso a tutto rendendo la profferta cittadina ancora più singolare e appetitosa … A tal proposito si arrivò a coniare l’apposito termine dei“Muneghini” per indicare una categoria di uomini che andavano espressamente a caccia di Monache accondiscendenti … che non erano poche.
A chiudere la lista delle “donne che contavano per leggiadria, gentilezza e modo”, c’erano a 10 Scudi la Tulia Balina residente dietro alla chiesa di Santa Caterina presso sua zia Lucia, poco distante da dove stava in casa di un barcarolo Isabella Bell’occhio che voleva gli stessi soldi (Anzola Bell’occhio, invece, voleva in alternativa solo 1 Scudo). Poi c’era anche Paula Pisana in casa di sua madre al Ponte dell’Aseo dove come il solito c’erano come “ripiego a minor prezzo” (solo 4 Scudi): Ipolita e Paolina Padoanelibere padrone di se stesse in casa propria … e Orsetta dal Sal che abitava al Malcanton con la sua amica Chiara che esercitava, invece, in una casa al Ponte della Calle del Megio nel Sestiere di San Polo … Chiaretta Da Lezze in Corte dei Mutti … Cornelia Niza abitante vicino alla chiesa dei Frari ma esercitante a San Barnaba in casa di Menega Burchiera …Giulia Fornera a Sant’Alvise in casa di Cathe Schiavona nelle case appartenenti ai Nobili Giustinian, poco distante dai luoghi del “Bressaglio” dove si poteva recarsi per esercitarsi con le armi, per cui si poteva mettere insieme “utile e dilettevole” … nella stessa zona c’era disponibile anche Cornelietta a un solo Scudo.
In fondo alla lista c’era la prostituta più miserrima e a basso prezzo: “quella che dovrebbe pagarti per andare con lei … tanto è vecchia, ridotta male, sciupata e appesantita dagli anni … per non definirla sfatta … Qualche uomo doveva essere fin quasi disperato per ridursi ad andare a bussare alla sua porta … Ma c’è da dire: “che quando l’acqua arriva alla gola spesso s’impara a nuotare pur di non affogare…”si commentava in giro, perciò anche alla porta della Elena Rossa che costava solo ½ Scudo praticando in casa di sua madre accanto al Monastero di Santa Maria dei Servi nel Sestiere di Cannaregio, c’era sempre chi andava a bussare venendo prontamente accolto e ospitato.
In alternativa c’erano: Laura Grassa de San Lucha (1 Scudo come Laura e Franceschina Tron in Corte delle Campane poco distante) da non confondere con l’altra Laura Grassa, quella vera, che valeva però ben 15 Scudi; oppure c’eraLauretta Cavalcadora a Sant’Aponal, e Marietta Velera in Rio Marin alle quali si poteva dare quel che si voleva … come aLucrezia Mortesina di Castello (che già il nome era tutto un programma) … o Cornelia Schiavonetta a Santa Fosca stando però attenti che tutti dicevano: “ch’aveva indosso i cariòli”.
In mezzo a tutte costoro stava una nutrita schiera di donne disponibili per cifre variabili fra 6 e 8 Scudi, residenti in ogni Contrada di Venezia e concentrate soprattutto o in alcune zone periferiche dove era possibile abitare in semplici caxette spendendo relativamente poco. Oppure stavano per esercitare nelle zone delle Locande e delle Osterie soggette alla frequentazione di Marinai, Mercanti, Soldati, Artieri … e perché no ? … Anche di Pellegrini di passaggio per Venezia, diretti o di ritorno dalla TerraSanta: “… la carne chiama la carne … anche gli homeni devoti e de Spirito che amano pellegrinare e viaggiare, sentono oltre il bisogno di un tetto che ripari, di un foco e de un giaciglio, anche il richiamo della bona tavola, del bon vino, del zogo e del tentar la Fortuna, come della compagnia de una allegra femena adatta allo sfogo corporeo … rimedio salutare come quello del Medego in caso de malignità …”
 
Sempre secondo la lista, a una cifra “bòna, de mezzo e ben spesa” fra 8 e 6 Scudi, si poteva approfittare dei servigi di:Anzola Borella in Borgo San Trovaso, Agnesina e Calidoniaa Santa Caterina, Elena Driza a Santa Sofia (dove poco distante c’era anche: Lucieta Trevisana che voleva metà soldi)Felicita Trevisanella ai Santi Apostoli anche lei in casa di Maddalena del Prete, Antonia Spagnola ai Servi, Biancaalla Madonna dell’Orto, Marietta Vespa a San Girolamo nelle case di Ca’ Moro, Chiaretta Barbiera a San Felise, Isabella ai Crociccheri che a volte si concedeva anche per meno, eLucietta dall’Osso Pagan ditta Bernarda (7 Scudi), Cornelia del Stefani a Sant’Agnese abitante vicino a Bertolina Ruosache voleva solo 1 Scudo … e Geronima di Alvisa da Piacenza presso la chiesa di San Barnaba … e Franceschina Zaffetta Padovana residente a Cannaregio sempre affamata di soldi perché aveva affitto da 40 Scudi da pagare nelle “caxe del Paradiso” vicino al ponte di legno accanto al Pistòr. Lontane e un po’ fuori mano, ma in Contrade tranquille poco distanti dall’Arsenale come quelle di Santa Giustina e Santa Ternita c’erano ancora: Giulia Rosà in casa propria, Bettina e Paula Traversa Tonda in casa di Angela Murera, mentre nella più centrale San Beneto c’erano Isabella Brunetta nelle case di Ca’Zorzi e Orsetta e Franceschina Ragusea in casa di sua madre Franceschina … o a metà strada, “da non camminar troppo in giro”, c’era: Maddalena Mastelera in Rio Marin.
A soli 4 Scudi: Anzola Trivisana era presente a San Felise sul Rio de Barba Frutariol vicino al Traghetto in casa de Maddalena del Prete; per la stessa cifra erano disponibili poco distante anche Antonia Zotta sulla Fondamenta del Ghetto eIpolita Zudea alla Misericordia … e Catarinella a Santa Caterina dove stava anche Felice Pottona in casa del suo patrigno Barcarol a Rialto … e Lucrezia Spagnola in Ruga Santa Caterina dove c’era anche un’altra Catarinella che abitava a San Zanipolo vicino al Convento dei Frati dell’Inquisizione … e Cornelia Guantera e Marina Briconi ai Santi Apostoli che però era donna maritata … perciò bisognava stare attenti al marito spesso iracondo e rabbioso. Accanto a queste c’era sempre un’alternativa: poco distante, verso Santa Sofia, c’era Cornelia Morlachetta presso Betta figlia di Maria a Ca’ Michiel … e più avanti ancora, verso le Contrade della Maddalena e di San Marcuola si potevano trovare: Violante Senese e Marietta Grega.
Alla stessa cifra, verso Piazza San Marco c’era Catarina Caleghera: a San Fantin in casa di sua madre accanto alla chiesa … e poco distante Catarina Granda a Santa Maria Zobenigo in casa della madre Elena …e una certa Lucreziaalla fine del Portego del Visentin in casa di una sua servetta.
Candiana di Martini si poteva trovare oltre il Canal Grande: a Sant’Agostin in casa di sua sorella, a poca distanza daLucietta Caleghera che risiedeva in Rio Marin al Ponte del Latte dove c’era anche la Samaritana presso Jacomo Barcarol che teneva stazio a San Zanipolo … e la Maddalena de Jacomo dei Ormesini presso San Simeon Grando in calle, poco distante dalle Sorelle Baffe che costavano solo 1 Scudo … mentre Diana dei Colombini riceveva in Borgo San Trovaso in casa di Anzolo Pesta la Salsa … poco distante daLudovica Stella che stava a San Barnaba dietro alla chiesa.
In alcune zone popolari della città Serenissima come lo erano i Birri della Contrada di San Canzian, ma anche le Contrade di San Mattio di Rialto, San Barnaba, Santa Caterina a Cannaregio e San Samuele poco lontano da San Marco c’era sempre stata una significativa concentrazione di “donne del peccato”, per cui nella lista apparivano: Catarina Petenera,Marietta Grega presso Maria Visentin, Moresina a 1 Scudo in casa di Cathe Schiavona, Anzola Spadera che costava un po’ di più (6 Scudi) come Casandra e Catarinella Furlana in Biri che valevano 8 Scudi. mentre Orsetta Mi nol vogio sempre in Birri valeva appena 2 Scudi.
Infine la vecchia lista riportava una lunga sequenza di “femene ordenarie che sanno il fatto loro senza svodarte la scarsella”:  Zanetta Buranella in Borgo San Trovaso (2 Scudi); Betta Facchinetta e sua sorella;  le due Viena: una a Santa Caterina in cao alla Ruga (2 Scudi) vicino a Marietta Longo (1 Scudo: dare i soldi anticipati … trasferita a San Giacomo dell’Orio) e a Laureta Picola (1 Scudo), Ottavia,Diamante, ElenettaCornelia e Anzola Stampadora eCatarina Tagiapiera (1 Scudo) in Ruga dei Do Pozzi … e l’altra a San Felice in un soler delle case nove sora l’abitazione della finestrera (1 Scudo) vicino a Nicolosa e Ottavianella (1 Scudo). A San Lio drio alla chiesa stava Maddalena Muschiera a 1 Scudo: ricordarsi di bussare la porta e di salire di sopra; Marietta Formento e Momola vivevano a San Benetto sotto Ca’ Pesaro (entrambe a 1 Scudo); Marietta Bombardona al Ponte dell’Aseo in Corte de Ca’ Lezze (2 Scudi) dove allo stesso prezzo “ci stavano” anche Cicilia ZottaBettina Padovana e Chiaretta Pisana che suonava e cantava compreso nel prezzo (1 Scudo); Marina Borgognonaa San Felice (1 Scudo); Marietta Linarola e Cornelia Briana a Santa Maria Mazor (1 Scudo); Orsetta Poca Terra ai Frari  in casa di un facchino Christofolo (2 Scudi), Todra Cuci (1 Scudo) e Vicenza Muranese a San Thomà (2 Scudi) comeLucietta Burche (1 Scudo); Paula e Veronica Franca a Santa Maria Formosa in casa della madre (2 Scudi) e Betta Lavandera in casa de so comare specchiera; Pasqua Misocca ai Do Ponti (2 Scudi); Lucrezia Camera al Ponte della Pana (2 Scudi); Lucrezia Barcarola in Rio de San Polo (2 Scudi); Letizia ParisottaBetta LinarolaAndriana e Lugretia Barabagola (1 Scudo) a San Barnaba (2 Scudi);Laura Granda a Santa Maria Zobenigo (1 Scudo); Lucrezia Dal Vanto ai Crosecchieri (2 Scudi).
Nella Contrada dei Santi Apostoli c’erano anche la Vassalea (2 Scudi più o meno) e la Franceschina Sara sotto Ca’ Corner presso il Linarol; Lucietta Cul Stretto risiedeva, invece, a Sant’Iseppo (2 Scudi); Lucietta Franchina a San Beneto (2 Scudi); Lugretia Favreta a San Gregorio (1 Scudo) in casa di Oliva Frizzi che vendeva pesce a San Barnaba; Laura Muranese a San Marcuola (1 Scudo); Lugretia de Colti a Santa Sofia vicino al bataòr (2 Scudi); Cecilia e Marietta Gazeta in Contrada di Sant’Anzolo al Ponte dei Sassini in casa di sua madre a 2 Scudi; Marietta in Barbaria delle Tole (1 Scudo); Bettina Sabionera e Libera in Campo Santa Margherita sul cantòn delle case rosse presso el Fravo dal Spadon dove sta anche Camilla che è la femena del nevodo del Piovan de San Pantalon; Chiaretta del Figo a Sant’Antonin; Laura Stradiota in Calle della Testa a San Zanipolo; Diana ditta La Fuina in Rio de la Fornase; Diana di Checca Pugliese a San Martin; Elena da Canal e Attallantealla Maddalena; Franceschina Barcarola e Betta a San Marcilian; Elena Balbi in Frezzaria poco distante dall’altraElena da San Moisè in Calle de la Ternita; Franceschina e Amabilia Verzotta al Ponte de Noal presso Mistro Zorzi Tessitor de Panni (1 Scudo che in parte va a lui stesso);Bortola e Anzola Becchera a San Joppo; Catarinella ai Carmini alle case nove; Andriana Zen a Santa Fosca nelle case della Schola Granda della Carità; Chiara Buratella alla Zuecha Lago Oscuro in Fondamenta della Carità presso Laura Grassa; Chiara Buranella a San Trovaso; le sorelle Amabilia e Aquilina Veronese a Santa Marina; Andriana Spadera in Spadaria sora il Spicier al Bucintoro; l’Antonia in Ruga Giuffa;Catarina da Todi a San Vio stando attenti a suo marito perché è maridada … altrimenti rivolgersi poco distante alla Betta Contessa ai Gesuati in Fondamenta presso la barcarola.
Altrettanto lunga da raccontare sarebbe la lista dei fatti accaduti a Venezia in relazione con tutto questo immane“commercio” che a più riprese ha movimentato le già vispe e arzille Contrade popolari e marinaresche di Venezia. Potrà sembrarvi strano, ma forse no, che fra i clienti più affezionati delle “compagnesse” ci fosse anche una larga clientela del Clero e della Frateria di Venezia che a più riprese a pari di tutte le altre categorie di uomini è risultata invischiata e coinvolta in traffici più o meno loschi con le interessate:
“… nel 1587 uno Zago della chiesa di San Barnaba della popolare zona del Sestiere di Dorsoduro venne processato dai Signoria di Notte e dalla Quarantia al Criminal in rapporto a certi furti che avvenivano in chiesa ( i soldi delle cassette delle elemosine, i ceri, i paramenti sacri) senza che la porta mostrasse alcun segno d’effrazione. I Fabbriceri della chiesa si erano accorti che Stefana una compagnessa delle zona sfoggiava una camicetta che pareva proprio ricavata dalla cotta da Messa del Piovano di San Barnaba … Stefana alla fine aveva confessato che a regalarle la camicetta era stato proprio il Zago di San Barnaba “nevodo del Piovan” che aveva perso la testa per lei, e che non avendo altri soldi da darle, aveva iniziato ultimamente a regalarle roba … Arrestato, lo Zago Zuanne ammise il suo trasporto per Stefana nonché i furti in chiesa … perciò venne condannato a cinque anni di remo in galea … in seguito ridotta a qualche anno di carcere.”
 
Tornando un’ultima volta alla lista anonima della seconda metà del 1500, l’autore conclude la sua lunga lista precisando non senza una buona dose d’ironia e sarcasmo: “ … se uno gha borèsso, grìngole, e fisico per togliersi lo sfisio de provarle tutte … sappia che dovrà sborsàr et spender la bona cifra in tutto de 1.200 Scudi d’oro per goder dell’amicitia di tutte quelle 215 Signore …”
ago 8, 2016 - opinioni    No Comments

UN LIBRO ? … “COME FERMI IN MEZZO AL NIENTE.”

barca a remi ferma

Mi piace a volte ascoltare i commenti di quanti leggono i miei libri e ciò che vado scrivendo ormai da qualche tempo … Non che determinino e influenzino i miei scritti futuri, perché ognuno è quel che è, segue il proprio modo, e il personale filo dei pensieri e delle idee … ma apprezzo quanti si espongono, dicono la loro, e provano ad esprimere quanto avvertono leggendo le mie parole spesso voluminose e prolisse. Non importa se sono commenti negativi o positivi … il bello è coglierli, quasi guardandosi disinteressatamente allo specchio. Penso sia utile, mi arricchisca e aiuti.

“I tuoi libri sono paragonabili a una barca ferma in mezzo al mare … Non hai scampo con tutte quelle pagine se inizi a leggerli … Ti costringono a prendere il largo, non possono essere una lettura frettolosa in cerca della conclusione e del colpevole … Devi andare proprio fuori, spingerti fin dove c’è il niente … solo l’azzurro del cielo in alto, e l’acqua liscia e immobile di sotto … come in mezzo alla Laguna … dentro a un guscio … una barchetta leggera spinta a remi e poi ferma nel silenzio.”
 
E’ vero ! …
“E devi rimanere lì  … Non hai scampo … o chiudi gli occhi e ti addormenti e basta, o devi stupirti in qualche maniera di quel tutto così sempre uguale a se stesso, ripetitivo e immobile che ti circonda … Devi come accettarlo, continuare a vedertelo intorno. Dopo le prime pagine o ti decidi a ignorarlo e riporlo da parte … o sei condannato a seguire quel lungo discorso che sembra quasi un’ossessione, un arzigogolare intorno a una stessa idea che torna e ritorna, si ripete ancora, ed emerge a galla una volta di più da dove ti pareva averla vista affondare.”
 
Appunto … proprio così: o ti addormenti estraniandoti e chiudendo gli occhi, o ti convinci che in quel panorama scenico sempre uguale ci deve essere qualcosa che ti è sfuggito, che non è ovvio, che il solito sguardo distratto e superficiale non è sufficiente per rivelarlo … ma qualcosa c’è, è proprio là.
“E’ come una sfida sottile … l’invito a un viaggio … Bisogna diventare capaci di sopportare le lunghe descrizioni meticolose, le citazione che tornano e ritornano cicliche come giri di una giostra, e quell’incedere che cuoce lento, sembra il bollire di una vecchia pentola sul fuoco, un borbottio sommesso, una miniatura mai terminata di un monaco amanuense medioevale.”
 
Belle queste immagini … mi ritrovo … E’ tutto vero … Le mie pagine e il mio raccontare a volte assomigliano di certo alla monotonia di una steppa sempre uguale per chilometri, a perdita d’occhio, ma con un inizio e una fine, un senso quasi sotteso e invisibile che sottende a tutto … O forse sono come un deserto in cui sembra non esserci una direzione se non quella puntiforme delle stelle notturne magnetiche e conosciute ormai da pochi … Una direzione non ovvia per tutti, non scontata … e spero non banale.
“E’ facile perdersi se non si sta attenti anche dentro a quella maniera che sembra a volte sgrammaticata … buttata là, come grezza e non messa a punto … Come se non te ne fregasse niente della forma perché t’interessa solo che si colga un messaggio.”
 
Giusto … A volte sembra proprio di perdere il filo, il bandolo della matassa nascosto dentro alle pagine … Se ti accadrà questo dovrai per forza chiudere perché non saprai più da che parte andare … e ti ritroverai davanti un libro senza senso. Funzionano così … è il loro meccanismo segreto, la ricetta del loro impasto.
“E’ uno scrivere un po’ scomodo che può ingenerare voglia di scappare … a volte un po’ ostico oltre il numero delle pagine …”
 
Per questo dico che mi legge è un coraggioso … Alla fine sento il bisogno di ringraziare chi mi legge … Solo camminando pagina dopo pagina si potranno scoprire i miraggi e giungere finalmente a qualche oasi inattesa dove provare a dissetarsi con pensieri che non t’aspetti.
“A volte sembra che la meta non voglia farsi vedere, e invece, c’è, la vedi, è lì … e infine la ritrovi ad ogni angolo di nuovo … Anche se a volte ti sembra di ritrovarti al punto di partenza dopo aver letto tanto, camminato e pensato molto … Ti sembra che il viaggio debba sempre ricominciare con un’altra pensata, un’altra tappa e un altro personaggio …”
 
Credo sia proprio così … In ogni caso dico sempre che sono libri buoni anche per riempire scaffali … come quei libri che hanno solo la copertina e dentro non c’è scritto niente … Libri buoni da mettere sotto alla zampa del tavolo che balla … o da utilizzare per accendere il fuoco del caminetto nelle sere d’inverno … Possono, insomma, avere una loro utilità … A parte gli scherzi e le battute, sono parole un po’ da inseguire, non sempre appetibili e facili … me ne rendo conto benissimo, ma non vado affatto a caccia di folle di lettori … Scrivo sempre per il gusto di scrivere ed esserci, di dire quel che sento … Poi se qualcuno se la sente di leggere … meglio … Bravissimo !
“Di certo non sono la cronachetta rosa da ingurgitare avidamente … anche mi hanno fatto appisolare sotto all’ombrellone se appena lasci calare la tensione e la concentrazione della lettura … Poi riapri gli occhi, e ti ritrovi con intorno tutto quello di prima … Ti ritrovi sempre tu … ancora immobile in mezzo al tuo solito niente … Però è come se fosse passato un refolo di vento, che fosse accaduto qualcosa che non t’aspettavi … come una sensazione, una visione onirica da sogno passeggera …”
 
Cavolo !  e ti sembra poco quello che dici ? … e io che a volte non mi ricordo neanche più quanto ho scritto ? … In ogni caso, piaccia o no, non riesco a smettere d’andare a caccia di queste sensazioni, di questi pensieri ed emozioni nascosti o un po’ persi, diversi e anche un po’ inventati … Scrivere è un viaggio affascinante e qualche volta anche avventuroso di cui ormai non riesco a fare senza.
“Così come continuare a leggerti …”
 
Faticosamente …
“Ma anche no … con un po’ di voglia e impegno … provando a inseguirti …”

 

 

ago 5, 2016 - storia arte cultura    No Comments

“STRIGHE HERBAROLE … A VENEZIA NEL 1500.”

ponte-del-diavolo

 “Una curiosità veneziana per volta.” – n° 113.
 
“STRIGHE HERBAROLE … A VENEZIA NEL 1500.”
 
Se da una parte è vero che Venezia Serenissima è stata molto tollerante e ha impedito attentamente che l’Inquisizione del Papa di Roma accendesse facilmente roghi in Piazza San Marco, e scambiasse “fischi per fiaschi” mandando a processo, tortura e morte persone innocenti, o perlomeno ree di cose irrisorie, raggiri, vendette trasversali, ripicche, fanatismo religioso e cose simili; dall’altra parte è altrettanto vero che il fenomeno della “Caccia alle Streghe e a Maghi, Magòghe e Magoni” è accaduto anche in Laguna e a Venezia con una significativa consistenza.
Dati alla mano: l’Inquisizione di Venezia istituì e celebrò solo fra il 1542 e il 1599 circa 1600 procedimenti e processi di cui ben 182 riguardanti: “Strigarie di donne”  mentre negli stessi secoli vennero celebrati migliaia di procedimenti simili nelle 160 Parrocchie del Catone Svizzero del Vaud, inFrancia, nel Delfinato, nei villaggi e paesi delle Alpi Occidentali Italiane, e in Germania molti dei quali si conclusero con una amara quanto tetra e gratuita sentenza di morte. Nella sola Diocesi di Como, ad esempio, e nel solo anno 1485 vennero consegnati al braccio secolare e giustiziate: 41 sospette Streghe e povere donne.
Un grosso fenomeno quindi, una tendenza epocale ben nota, conosciuta e studiatissima, che non ha risparmiato lo Stato Veneto. Se siete curiosi vi basterà recarvi nell’Archivio di Stato di Venezia e potrete vedere e consultare facilmente la lunga lista dei processi e tutti i carteggi riguardanti queste vicende anche nostrane.
“Voi della Santa Inquisizione intendete drizzare il becco alle Civette …” gridò un giorno in piazza una donna contro gli uomini dell’Inquisizione provando a difendersi dall’arresto e dalla cattura. Intendeva indicare così l’inverosimile e assurdo accanimento che era in atto soprattutto contro le donne … Niente da fare ! Le parole non serviva a nulla, e non si riuscì a fermare quel fanatismo religioso, quella ottusità di mente e spirito molto simile a quello che riscontriamo in giro ancora oggi. Fu il traboccare macabro di una cultura diffusa in tutta Europa che rese popolarissimi e fin troppo condivisi e radicati certi contenuti cabalistici e superstiziosi capaci a volte di trascinare fino a morte.
Anche in giro per Venezia nel 1500 si diceva: “Esiste per davvero il Diavolo dal naso storto che spezza la nave e spezza il porto.” … Si respirava ovunque un vago timore ancestrale del Demoniaco, del malefico e dell’ignoto molto simile a quello che si aveva per la peste, perciò anche a Venezia si provava a porvi rimedio in qualche maniera, così come si poteva: si usava assurdamente “lo scongiuro del Tarocco”, si accendevano candele, si buttavano sale e allume di rocca nel fuoco del camino, e ci si rivolgeva per consulti e rimedi a uomini e donne di dubbia quanto ambigua valenza ed efficacia: “… se si vuol dare martello alli suoi morosi, si deba pigliar la caena sotto al fuoco cominzando da basso e andare in su, dicendo: “Questa è la vita del tale … et questo è il Gran Diavolo che lo governa, Lucibel, Luifer, Belzebub, Solfarel … Vi sconzuro cinque apicai, cinque squartai, cinque danai, cinque morti in ferri, cinque morti a botta de cortello … per il pecà che fece il padre con la fìa, il fradel con la sorella, el cusìn con la cusina, el compare con la comare … sconzuro tutte queste anime … e questi diavoli che si leva de li incontinenti, et che vada al cuore del tale che per me el non possa nè camminare, né  scrivere, né ragionare …Cinque ditta a questo muro, cinque diavoli scongiuro dal minor fino al maggior, Lucibelle …”
 
Questo scongiuro si doveva ripetere per almeno tre volte consecutive … ed era uno dei tanti, anzi: dei tantissimi che riempivano l’abitudine e la normalità di tanta gente qualsiasi di diversa estrazione sociale … Si viveva un po’ di queste cose e di questi rimedi posticci … anche a Venezia.
Non fu un caso, quindi, che in quegli stessi anni incombessero su tutto e tutti le indicazioni feroci, precise e restrittive della bolla Papale: “Summis desiderantes affectibus” diInnocenzo VIII°. Si era nel 1484, e poi vennero quelle di Papa Sisto V ossia Felice Peretti, già reggente dei Circoli Letterari Veneziani, Inquisitore della città lagunare dal 1557 al 1560, consulente del Santo Uffizio Romano, Giudice condannatore di Arcivescovi Spagnoli, e propugnatore come Papa nel gennaio 1586 della nuova bolla “Coeli et terrae”  che criminalizzò ogni forma di ricerca cosmica e Astrologica nonchè ogni forma di Magia e Alchimia comprese quelle di elevata cultura e ricerca. Si salvarono solo le pratiche illusionistiche su cui però vigilavano attentamente e con competenza gli Inquisitori.
Per i meticolosi manuali del Santo Uffizio come il famoso“Malleus Maleficarum” del 1486-87, tutto era opera del Demonio ed assumeva “habitus Satanicus” se appena si discostava dall’alveo delle certezze dottrinali proposte, anzi: imposte dall’Ecclesia onnipotente … Perfino il gioco del Lottoveniva inteso come “Ludus Demoniacus” in quanto si confondeva e contrapponeva la Fortuna con la Volontà di Dio:“Interpretare e conoscere il Passato, il Presente e il Futuro appartiene solo a Dio … e alla Chiesa ovviamente.”
Perciò anche a Venezia si stava ben attenti a quando, come e perchè si andava a giocare … Bisognava sempre stare attenti che non scappasse la parola, il numero o l’interpretazione dei sogni sbagliata … C’erano sempre orecchie lunghe e attente in giro … e finire inquisito era un attimo.
Per un motivo o per l’altro alla fine ne facevano le spese soprattutto le donne, che finivano con l’essere considerate“Strighe” e strapazzate alla grande se non annientate meticolosamente. Secondo il “Malleus” le Streghe erano: “…donne del Diavolo … esseri di debole intelligenza, ciarliere, vendicative, invidiose, colleriche, volubili, smemorate, mentitrici, dai desideri insaziabili … Le donne già per il loro corpo sono preferite per la prostituzione diabolica … il corpo degli uomini ne è invece preservato: perché altrimenti Dio lo avrebbe scelto per incarnarsi ? … Il Diavolo in ogni caso non commette atti contro Natura: ne ha orrore e li ritiene vergognosi …”
 
Incredibile ma vero !
L’Inquisizione Veneta e Veneziana, nei cui territori si favoleggiava spesso di figure misteriose e paurose come ilMazariòl“… folletto dei boschi per metà animale e metà persona che assalta e molesta i viandanti sui sentieri coperti di muschio e ciclamini …”, definiva a sua volta le Streghe Lagunari: “…vechie femine inique et perverse, strige diaboliche, malediche et disperate, inimiche fidei nostre et humane nature.”
 
“Ma quali Strie ? … Sono gli effetti e le visioni della fame, delle erbe, della miseria e dell’ignoranza !” osò commentare inutilmente qualcuno a Venezia … Ma erano solo voci isolate“fuori dal coro”, parole pericolose che rischiavano grosso, tanto, fin quasi la morte. Era meglio tacere …
Le Streghe erano: “Adoratrici del Male”, e di loro si raccontava di cavalcate mirabolanti su bestie aeree, di danze infernali dalle movenze lascive, e di banchetti cannibalici di bambini: “… e la dicta untura, avanti che sia perfecta e che faccia il debito, se da al Diavolo che la acconci. E così se la porta per aliquanti di e con lo sputo ce la benedice e rende così bisogno che la benedica con lo sputo la nostra patrona tre volte … e così poi col dicto unguento ce ungemo dicendo: “Unguento portami alla noce di Benevento”, come che ho dicto. E illi solazzammo e jocamo con li Diavoli in cose grandi, con tante gran feste, soni, canti e balli che non poteva raccontare … e li Diavoli sempre stanno con noi ad jocare, e belli e bianchi come un lacte…” testimoniò Bellezza Orsini dopo la prova della corda durante il suo processo a Roma nel 1528.
E ti credo ! … Torturandola ancora un poco avrebbe di certo confermato e detto e scritto e firmato d’aver visto e incontrato anche gli Alieni … ma in quei tempi tutto funzionava e andava così.
Uno dei detti clericali più famosi era esplicito, lampante: “Extra Eclesia nulla Salus !_Al di fuori della Chiesa non esiste alcun tipo di Salvezza !”. Perciò qualsiasi scoperta, elucubrazione, esperienza, esperimento, convinzione che si fosse discostata almeno un poco dai dettami certi delle conoscenze di Roma era “fuori”: ossia perseguibile, condannabile, e meritevole di ogni pena … fino alla morte. E come ben sapete, il Santo Uffizio onnipresente non ci pensava su due volte non solo a intervenire, ma anche a sentenziare in maniera esemplare. Perché alla fine era quello che contava: ribadire quale doveva essere “la vera Verità … la via mastra”e indurre tutti “a sposarla e abbracciarla saldamente”rinunciando ad ogni possibile alternativa che potesse essere diversa dai solidi dettami della Fede e della Dottrina della Chiesa.
E la scienza ? … e l’intelligenza ?
Ma quale scienza ! … Ciò che non era Ecclesiastico: era Diabolicus ! … Punto e basta … Facile no ?
Per questo ovunque in Italia, nonché in tutta Europa, s’era creato un clima sociale in cui bastava che nell’ultima casa del paese, proprio quella più in là di tutte, quella ombrosa in fondo sulla riva del fiume, la casa spesso del Mugnaio con molino e rosta, con la ruota che girava travolta dall’acqua del fiume … e bastava che costui fosse magari usuraio o facesse pagare caro il macinato … Ecco, era facile … così per vendetta e rivalsa, che macinasse con le farine: cose strambe, intrugli malefici, cose del Diavolo … e che perciò anche lui fosse “uno spiantato senza Dio, uomo reprobo, essere spregevole a cui fargliela pagare”. Eccolo perché personaggi così venivano facilmente accusati, denunciati, inquisiti e condannati.
Gente come i mugnai poi, non eccellevano spesso per cultura e grande capacità letteraria. Si trattava molte volte di persone semplici, molto spesso analfabete, a volte persone che sapevano appena contare i sacchi della farina e i soldi utili per pagarli. Al riguardo è interessantissima, ad esempio, la vicenda di un oscuro mugnaio del 1532 di Montereale piccolo villaggio della Terra del Friuli sulle colline del Pordenonese: Domenico Scandella detto Menocchio.
Andate a vedere la sua storia !
Il poveretto, che poi in questo caso non era poi così ignorante, osò spiegare a quelli che frequentavano il suo molendino sul fiume che il Cielo, la Terra e il Cosmo erano come un formaggio, una gruviera piena di buchi intaccata dai vermi: “Io ho detto che, quanto è al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè Terra, Aere, Acqua et Foco insieme; et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furono li Angeli; et la Santissima Maestà volse che quel fosse Dio et li Angeli; et tra quel numero de Angeli ve era ancho Dio creato ancora lui da quella massa in quel medesmo tempo, et fu fatto Signor con quattro Capitani, Lucivello, Michael, Gabriel et Rafael. Qual Lucibello vuolse farsi Signor alla comparation del Re, che era la Maestà del Dio, et per la sua superbia Iddio comandò che fosse scaciato dal Cielo con tutto il suo ordine et la sua compagnia; et questo Dio fece poi Adamo et Eva, et il populo in gran moltitudine per impir quelle sedie delli Angeli scaciati. La qual moltitudine, non facendo li comandamenti de Dio, mandò il suo Figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crocefisso … Io non ho detto che si facesse picàr come una bestia … Ho ben detto che si lassò crucificàr, et questo che fu crucifisso era uno delli figlioli de Dio, perché tutti semo figli de Dio, et di quella istessa natura che fu quel che fu crucifisso; et era homo come nui altri, ma di maggior dignità, come sarebbe dir adesso il Papa, il quale è homo come nui, ma di più dignità de nui perché può far; et questo che fu crucifisso nacque da San Iseppo ed de Maria Vergine…” dichiarò a processo.
Figuratevi l’Inquisizione !
Appena udì cose del genere fibrillò immediatamente, impazzì per la voglia di sistemare subito quell’eretico imprudente … Infatti andò a catturalo, e gira e volta, molla e para, alla fine lo“Fece ramo secco mandandolo a giustiziar sul rogo” … cancellando così tutte le sue “orribili illazioni” e quelle“Mendaci insolenze provenienti e suggeriteli di certo da Satana in persona.”
 
Lasciamo però perdere i discorsi generici, e veniamo, invece, ai nomi e ai fatti di “casa nostra”, di Venezia e della Laguna … Sono tanti, non si possono citare in dettaglio tutti, ma qualcosa si può accennare, dire e riassumere … Ci provo.
A Venezia c’erano: Giulia nel 1584, diciannovenne che abitava a San Pietro di Castello presso la Casa di Ospitalità del Soccorso dopo essere stata abbandonata da un facoltoso mercante greco. Costei venne accusata di sortilegi, di “aver buttato le fave con del calcinazzo, un bagatìn, del carbon e della cera benedetta dicendo lo Scongiuro di Santa Lena.” e di aver ricevuto di nascosto e a pagamento dell’Olio Sacro Benedetto da Cresima da un giovane Zaghetto figlio di un barcarolo che abitava nella Spizieria della Borsa a San Moisè ed esercitava nella chiesa di Santa Maria Zobenigo da dove aveva sottratto l’Olio Santo. Una Madonna Lucia da San Maurizio e una Massera Corona di casada le avevano insegnato che ungendosi con quell’olio le labbra e sotto agli occhi sarebbe riuscita a farsi voler bene da qualcuno come era già accaduto a Minia cortesana e ricamadora che usava anche lo Scongiuro delle Stelle sciogliendosi i capelli, e dicendo: “Dio ti dia la buona sera, stella papale … Te scongiuro per il pane, per l’olio, per il sale, per le Messe che si dice il di e la notte di Natale, in terra le si dice et in cielo le si scrive… Così questo è vero e non è busia, così il sonno del tal homo ghe sia …” significando il nome della persona a cui s’intendeva voler bene.
Inoltre era stato detto alla giovane che per trovare una cosa rubata bisognava guardare sul fondo di una caraffa d’acqua dove si doveva mettere una fede nuziale … e con una candela accesa in mano si doveva ripetere tre volte: “Angelo biancho, Angelo Santo, per la tua santità e la mia verginità fammi vedere il vero e la verità, chi ha avuto quelle robe trovate …”
 
Giulia interrogata spiegò ancora all’Inquisitore attentissimo: “Di più ho ancho fatto una volta uno esperimento d’una pignatella nova, una luserta (lucertola), olio comune, et una fassina comprata a nome del Gran Diavolo che rege et governa … E ligava quella luserta con dell’azza, e diceva: “Io non lego questa luserta, ma lego il core del tale a nome del Gran Diavolo che regge e il governa il mondo …”, et così feci bollire queste cose al foco di detta fassina piano piano …”
 
Come avrà reagito l’Inquisitore davanti a quell’accurata descrizione ? … Me lo posso immaginare.
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Alla Zuecca abitava, invece, Cornelia denunciata da Zuanne Dissegnador Fra Angelo il 21 luglio 1587, e chiamato un anno dopo a confermare la deposizione presso la Cancelleria dell’Inquisizione di Venezia a San Domenico di Castello.
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Giovanna l’Astrologa detta la Medica di circa 57 anni venne, invece, inquisita dal 1554 al 1568. La donna proveniva da Piacenza, Brescia e Milano da dove era stata bandita “perché aveva dentro uno Spirito di divinazione”, vestiva di grigio e portava “un galèro in testa”, e abitava fin dal 1550 prima inContrada di San Zan Degolà, poi a Santo Stefano in Calle del Pestrìn, e infine in Contrada di San Salvador in Calle de le Balote dove da dopo la morte del marito iniziò a praticare la professione d’indovina e guaritrice. Era considerata: “Herbera, Fattucchiera, procuratrice di Rimedi, sedutrice de persone, gioveni et gioevene … et Stròlega da cui va purassai persone, Preti, et Frati et Zantilhomeni per farse vardàr la ventura sulla man e sul fronte … et la vadagna in un zorno quanto vadagnasse in una settimana in una bottega …” LaJuhanna pretendeva di saper risolvere le infermità, e si diceva praticasse la “divinazione del gòto” versando della cera fusa sopra a dei fili bianchi e neri immersi in un bicchiere. Dalla conformazione di cera e fili galleggianti sull’acqua si poteva interpretare lo scenario futuro esistenziale dell’interessato.
Denunciata dal Medico Messer Antonio Minio reperibile presso la farmacia “all’insegna del Moro o Moriòn a San Francesco della Vigna”, l’Inquisizione la convocò più volte per interrogarla, ma lei non si presentò adducendo: “Infermità di gamba guasta, impiagata et marza et puzzolente … Sono povera donna vechia, zota et mal conditionata.”
Poi Pre’ Alvise Benedetti e il Medico Zuan Andrea Benvolioinviati a controllare dall’Inquisizione non riscontrarono né febbre né alcuna infermità … perciò la donna venne carcerate e processata … ma venne salvata da una fideiussione pagata dai Nobili Girolamo e Paulo Badoer … chissà perché ? … e tutto andò assopito e dimenticato.
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Ruggero miniatore abitante in Salizada San Moisè fu denunciato e processato dall’Inquisizione nel 1582 perché insidiava la sua ex donna Anzola fia de Andrea Tagiapieraandata a vivere presso la madre Pasqualina in Corte dal Basegò: “guastandola con herbe et malefiziandola et affaturandola … facendole un cerchio in mezo alla camara e facendole paura granda … recitando formule da un libro et con un legno in man …”
 
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Diana Passarina venne processata nel 1586 perché:“ispiritata … La è terribile et fa di mali”. Si considerava guaritrice e capace di leggere il futuro e di liberare da incantesimi e malefici con l’aiuto di un Diavolo Arcan che ospitava in un anello custodito dentro a un bicchiere di cristallo posto in casa sua. Convivente con un Frate Francescano dei Frari che lei manteneva, venne denunciata per l’ennesima volta da Margherita De Rossi da Bassano detta la Sguerza sua vicina di casa, forse sua probabile cliente, nonché denunciatrice abituale presso il Santo Offizio anche di altre persone secondo lei sempre sospette. La Passarina era stata in precedenza denunziata altre volte insieme alla sua coinquilina Barbara Polverara da Gradisca“… perché vista danzare nuda, e far strigarie, herbarie et cose finte, buttar fave et altre poltronarie”.
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Maddalena Bradamonte detta la Nasina era una cortigiana di circa 23 anni che abitava in Contrada di San Paternian poco distante da Piazza San Marco insieme a Fiorina e Borthola. Imparata “l’Arte” da una sua comare Bellina Loredana e da un’Agnesina da San Trovaso, si faceva mantenere dai suoi amanti che erano soprattutto Nobili e Artigiani benestanti che bramava prima o poi di riuscire a sposare.
“… la più iniqua et scelerata donna c’hoggi dì viva, la quale ritrovatasi sempre immersa nelle male operationi, con familiarità diabolica usa et adopra continuamente le più horrende stregarie et fatture a pregiudicio et danno di questo et di quello, che s’habbino fin mo sentite …”
 
“Donna inspiritata da exorcizare”, venne denunciata al Santo Uffizio per: “Herbaria, strigaria, far circolo sconzurando Demoni, far immagine con incantesimi, butar fave et simili altre cose” … In realtà, invece, venne denunciata all’Inquisizione per ripicca dal Medico Pietro Paolo Malvezzi querelato in precedenza alla Sanità dalla stessa donna perchè le aveva usurpato 22 campi di terra nel Padovano meritandosi 22 giorni di prigione. Nel 1584 laBradamonte venne condannata pubblicamente fra le due colonne in Piazza San Marco insieme a Giovanna Semolina,Lucia da Este e Perina Merighi chiamata “La Fiamminga”, e messe tutte al bando da Venezia per cinque anni con un premio di 50 ducati per chi le avesse riconosciute come inadempienti e presenti in città o nel Dominio.
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Emilia Catena era una cortigiana Veneziana, allieva di una“vecchia Striga Anastasia che stava a San Thomà”. Venne denunciata da un gioielliere per prevenire a sua volta la propria denuncia accusandola d’aver “bruciato insieme a doi crocifixi un fantolino nato morto … poi portato a sepellìr …”. 
Processata nel 1586 e di nuovo nel 1589 come recidiva, venne condannata una prima volta a pubblica berlina con fustigazione da San Marco fino a Rialto, e poi al solito bando di cinque anni fino all’abiura del Demonio che lei professò ufficialmente il 16 luglio 1586.
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Giovanna Semolina figlia di Mastro Domenico Tintoreabitava in Rio Terrà della Maddalena nel Sestiere di Cannaregio, ed era considerata guaritrice tanto efficace nella sua “Arte” da essere considerata in contrapposizione e concorrenza con la famosa vecchia Elena Draga Guaridora.
 
“… L’è 16 anni che fazo quest’arte …chi ha tegna sula testa, de piaghe, de srovole, de drezzar le membra et osse che fossero scavezade o uscì de fora de locho, et alle done le ho medicate dele panochie, de caruoli e mal franzoso, chi ha piaghe nelle gambe, qualche fantolin cha male in bocha, che ha i vermi … E ho guarito quei che càzeno de quel male et per schotadura, brusati, e ho medicato anche quei che son stà mati del cervello, che sono in escir … et de questi che son ligati, che non possono usar con done, li ho insignato che vagano a pissar in un pesce go et che poi lo butano in te l’agua et che dovessero dire: “Si come te buto in te l’aqua, me posso desligàr …”
 
Nel 1584 per allontanare Messer Lunardo dall’amore per un’altra donna consegnò a sua moglie una pignatta con dentro un “lazaro che spuzava”, ossia una mistura con la quale doveva imbrattare la porta e i cantoni della casa della rivale dicendo al nome del Diavolo: “così come questa cosa spuzza, così possa spuzzar a Messer Lunardo la donna, la casa, i coppi e tutto.” Fu lo stesso Lunardo a denunciarla all’Inquisizione che la carcerò portandola a processo:“Impenitente, e non desiderosa di cercar perdonanza …”venne condannata anche lei all’esilio di cinque anni da Venezia lasciandole tre giorni di tempo per abbandonare la città lagunare.
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Giovanna Cargnela di Cesare o Carnera o dalla Carniadenunciata il 23 novembre 1587. “Era stria malefica !”secondo una deposizione spontanea rilasciata davanti alsostituto Inquisitore del Santo Uffizio Fra Giulio da Quintiano nel Convento di San Domenico di Castello daGiacoma moglie di Maestro Jacopo da Bergamo abitante in Contrada di Santa Croce in Corte dei Lavadori in una casa diTorniello Mastro delle cere.
Giacoma riferì: “… una certa Orsetta moglie di un Tessitore di Panni e residente nella stessa Corte in una casa dei Nobili Loredan fu impedita qualche giorno prima d’entrare in casa della Cargnela che la respinse mettendole le mani sul petto. Costei le riferì sulla porta di casa, o in casa sua in un’altra occasione, che osservando in casa la Cargnela l’Orsetta vide alcune pentole bollire sul fuoco, e riferì che la Cargnela era autrice di molte superstizioni, e che volle insegnargliele anche se lei ora non aveva memoria per riportarle. Fra le altre cose le aveva riferito che lei metteva le cinque dita della mano sul muro invocando e scongiurando cinque Diavoli, e che quelli vanno a colpire al cuore di chi lei desidera, e che perciò quelle persone non avranno più bene finchè vivranno …”
 
La Giovanna Carniela abitava da un anno nella stessa Corte con fama di “far strigarie”.
Inoltre costei aveva delle compagne che la praticavano, ossiaIsabella che abitava vicino al Traghetto per andare a San Barnaba, e il cui marito era condannato in galera; e sua sorellaLivia che si diceva in giro essere una cortigiana.
Giacoma riferì inoltre che costoro praticando casa sua avevano“guastato” suo marito, che di solito non era uomo che praticava donne … Era accaduto, invece, che lui l’abbandonasse giorno e notte per praticare quelle donne portando loro anche da mangiare … e che lei aveva trovato anche: “… un velo di quattro-cinque brazza in una quarta di vino con un legaccio di panno annodato artificiosamente con due nodi di dubbio significato che ho mostrato a diverse persone, soprattutto a due giovani donne nubili di Ca’ Tagiapiera che mi hanno consigliato di gettarlo via … E l’ho buttato in canale … Altro non so, e dico questo per scaricare la mia Coscienza e lo confermo sotto giuramento”.
Un anno dopo, Ursia moglie di Ser Angelo Tessitore di Panni abitante nella stessa Corte dei Lavadori nel Confinio di Santa Croce di Venezia comparve giurando di dire la verità davanti ai Giudici e di fronte all’Illustrissimo e Reverendo Padre Maestro Inquisitore Stefano Guaraldo da Cento. Interrogata se conosceva l’identità e le attività della Carniera, rispose che la conosceva ed era entrata alcuni mesi fa a casa sua come si fa di solito con le vicine … che in realtà si chiamava Giovanna … che lei non sapeva nulla degli scongiuri con le cinque dita eccetto che voleva insegnarglieli. Ma che lei non aveva voluto impararli … e altro non sapeva.
Comparsa a sua volta la Carniera in persona moglie di Ser Cesare Giovanni da Venezia “menator arganei” e residente in Contrada di Santa Croce, e davanti a Ser Giovanni Battista Querini Assistente dell’Inquisitore rispose di non essere a conoscenza del motivo per cui era stata convocata. Disse che alcune donne le erano nemiche, che le volevano male perché volevano che lei facesse a modo loro … Fra costoro c’era soprattutto Cathe moglie di Stefano Ceraiolo, anche se sarebbero state molte, e non sapeva nominarle tutte … e di non odiare nessuno … anche se non sapeva se le altre provassero la stessa cosa per lei.
Interrogata poi se avesse fatto bollire pignatelle, fatto scongiuri con la mano al muro o cose simili, rispose sorridendo che quelle non erano cose vere, così come rispose che non corrispondeva a verità il fatto che lei scongiurava cinque diavoli con le cinque dita. Interrogata ancora se avesse mai insegnato quelle cose a qualcuno, rispose di non averlo mai potuto fare perché quelle cose non le conosceva.
Chiestole ancora se conosceva donna Giacoma moglie di Mastro Jacopo Bergamasco, rispose di conoscerla e di salutarla appena “bon dì … bon anno”, ma di aver litigato con lei molte volte in quanto lei sosteneva che suo marito le avesse dato del pane e altre cose … e che la questione degli scongiuri diabolici non era vera, ed era stata messa in giro “per malevolentia”.
 
Perciò venne licenziata e lasciata andare ammonendola di non lasciare la città e il Dominio di Venezia senza il permesso del Santo Tribunale.
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Elisabetta era della Contrada di San Domenico di Castello e nel 1587 disfava piombo in una padelletta: “…quel piombo viene in forma di un Diavolo, c’haveva li corni et pareva che strangolasse uno …”
 
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Giustina vedova piena di figli di Nadalin Barcarolassassinato a tradimento da quattro marinai sulla porta di casa di proprietà della Schola Grande della Misericordia, venne denunciata dalle famiglie dei sospetti omicidi, quindi scagionata nel 1584 perché non rea di: “… strigarie, martelli con Naranzi, pan, sal, savina, invocazione dei Demoni e perché faceva pignatelli”.
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Lucia Furlana della Contrada di Santa Maria Formosa nel 1582 venne processata per ben tre volte dall’Inquisizione “par Strigarie, Herbarie et sconzurar Diavoli et simile cose …”mansioni tutte esercitate per soldi.
“… donna di pessima e cattiva vita, sfregiata, bestemmiatrice … vessata dallo spirito maligno di nome Buranello che le faceva predire il futuro, scoprire i ladri, e operare guarigioni.” … e c’erano anche Lorenza o Lucrezia Furlana nel 1584 di cui si diceva che: “Buttò la cordella per terra per una certa Paula che voleva sapere se fosse tornato da lei il suo amante Piero che amava.” … e sempre costei diceva interpretando e prevedendo il futuro: “Adesso è con una donna … Adesso el è per strada … Adesso el vegnerà” … Ma non venne nessuno, e Piero non si fece più vedere.
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Chiara della Contrada di San Martin de Castello era un’altra presunta Strega: “… aveva tirato diverse volte la cordella … perché mio marito era innamorato di un’altra donna e da molti mesi in qua non tornava più a casa et era in casa de’ figli et lo mandai a chiamar per uno de’ miei putti” … e aveva sciolto piombo sopra un figlio malato e stregato di “brutto male”, segnando sia lui che una sua camicetta con acqua santa e olivo benedetto, e gli aveva messo al collo una lingua di gallo che il Piovano di San Simeon le aveva fatto togliere segnandolo, invece, con buone e Sante Reliquie … e aveva fatto la minestra al marito con acqua benedetta presa nella chiesa di San Polo, aveva comprato ostie da Messa su consiglio di alcune donne della chiesa dei Carmini e polveri per purgare la famiglia su suggerimento della sua massera … e una pezza di seta lunga quanto il figlio che poi andò a seppellire al posto del figlio.”
 
   ***
Dalla Gobba dei Due Ponti andava almeno un centinaio di persone al giorno e si diceva guadagnasse almeno 20 ducati al mese esercitando “l’arte scellerata di buttare la cordella o le fave”.
La “cordella” era quella che di solito teneva su le calze sulle cosce delle donne, mentre le fave erano il legume povero normalmente presente nelle cucine veneziane. La cordella veniva misurata, annodata per simboleggiare il legame che si voleva, poi si recitavano formule particolari e la si buttava su tavolo o per terra come le fave: “studiandone il risultato” per poterlo applicare al futuro.
“Se i due capi della cordella si uniscono insieme era segno che si volevano bene l’uomo e la donna per cui si faceva quel gioco.”
 
Gettare le “fave benedette”, invece, era tra i sortilegi per trarre auspici elencati e contemplati nella “Pratica” di Desiderio, manuale dell’Inquisizione Romana del 1600.
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L’Inquisizione Veneziana non ebbe alcun dubbio nel definireLaura Malipiero a più riprese: Strìa ! (ossia Strega) … Fatucchiera ! Herbarola ! Fassinarola ! Amaliadora !
 
“… Laura affidava i vestiti maleficiati di Martina Emo all’effetto purificatore dell’acqua marina del mare e della Laguna, preparando con 40 onde le sue magiche pozioni … buttava piombo discolato a forma di ago sulla veste dell’uomo dicendo parole greche … metteva ostie, acqua, polveri misteriose nella minestra che inducevano il marito ad andar per strada facendo matarie, buttar la schiuma dalla bocca , e infuriato voler dare a tutti … legava in giro cordelle rosse con strani nodi …conservava amuleti, una lingua di gatto secca avvolta in oro e argento e in nastri di seta gialli che le era costata 4 lire … S’innamorò anche di un Prete al quale infondeva robba di casa … portava addosso una “carta neretta” e le “carte del ben volèr” ricevute da altre donne per 3 lire, per cui le armi “non le possono dare impazzo” … insegnava a tagliare la strada con un coltello nero al rivale in amore …a riempire con l’acqua di mare a Sant’Antonio un boccaletto comprato a nome dell’amato per farlo innamorare dicendo: “si come l’acqua in quei coccoli, così possa battere il cuore di tal de mi.”… saltava la fata ossia l’ombra recitando formule magiche…”
 
Il suo vero nome era: Tàrsia figlia di Teodorìn da Rodi e di Isabella Malipiero (forse figlia illecita avuta dalla madre a servizio di un Nobile Malipiero di Venezia). Abbandonata fin da bambina piccolissima nel Monastero dei Greci nel Sestiere di Castello; data in sposa a soli 12 anni con una dote di 20 ducati a un marinaio che subito scomparve e finì prigioniero dei Turchi; ridata in sposa a 20 a Francesco Bonomìn vedovo con 4 figli conosciuto a un ballo di Carnevale ai Santi Apostoli, costui la fece partorire un maschio e una femmina, la tradì con altre, la minacciò con armi, la picchiò per bene come un tamburo … e poi la denunciò per la prima volta all’Inquisizione di Venezia nel 1630 insieme alla madre Isabella “infioratrice poverissima di margherite … mendica, che infilava e cercava con un bastòn”.
 
L’accusa fu di poligamia, licenziosità, sortilegi e molto altro ancora cercando di far annullare il matrimonio.
Al processo il Bonomìn provò a spiegare: “… fui ammaliato, legato da malefici amatori … ho continuato così sin tanto che sono andato alla Casa di Loreto venendomi fuori dallo stomaco una cosa negra, qual cosa credo fosse il letto delle stregarie …”
 
Risparmiata e lasciata libera nella prima occasione, Tàrsia alias Laura Malipiero si risposò con Andrea Salaròn mercante da Bologna e ripetè purtroppo la stessa trafila precedente: di nuovo botte, vessazioni e abbandono con nuova denuncia nel 1640 all’Inquisizione di Venezia … che a conti fatti s’interessò di quella stessa persona per ben trent’anni consecutivi.
Niente male ! … Che sfiga, che vitaccia però !
Considerati i fatti si trattava in realtà solo di una donna sfortunata e mai doma, sempre vogliosa di continuare a vivere ingegnandosi e industriandosi come poteva per se e per i suoi figli. Perdendo ogni volta i suoi averi che venivano confiscati dall’Inquisizione o rubati dai mariti, provò a fare l’affittacamere, gestire magazeni, vendere calze, prestare piccole somme di denaro … e vendere rimedi e strigarie. La sua massera di casa diceva: “… Laura cavava mezzo Scudo o un quarto di Scudo, et poi nel finire quattro Scudi alla volta, o nel caso di Battista hanno mangiato 14-16 Ducati … da Laura c’era molta gente … c’erano molti in casa soa … capitava tanta quantità ogni giorno e di Cristiani e di Ebrei, e sino delle Monache, in particolare quelle di Santa Lucia …”
 
Una servetta che avevano prestato servizio a casa sua testimoniò all’Inquisizione d’essere stata mandata in Piazza San Marco a raccogliere ossa di condannati a morte bruciati dalla Giustizia utili per ricette e far strigarie.
L’accusa davanti al Santo Offizio dell’Inquisizione rimase sempre la stessa: Strigaria ! … “Laura è la strìa che sta in Castello verso san Martin … per certe ontioni, o ogli che ella dispensa.” … e stavolta andò male perché venne inquisita insieme ad altre sei streghe, due Frati, un Sacerdote e la sua stessa madre. Non venne prosciolta perché “inferma e mal sana” come chiedeva, e si beccò una condanna a dieci anni di carcere commutato poi in arresto domiciliare per motivi di salute durante il quale subì una terza denuncia nel 1654 a cui non potè rispondere perché morì nel 1660.
A Venezia era diffusa la nomea e la fama delle donne Greche e Cipriote. Per i Veneziani erano tutte “Strighe, Herbarole guaridore, donne di mal affare …” come Zuana che abitava alla Carità, Santa da Buda, Serena e Marietta, e Rosa e Caterina da Corfù che usavano pezze di seta per assorbire i mali da seppellire, annodavano nastri simbolici e fazzoletti, segnavano con acqua e olio benedetti … e sfruttavano le proprietà narcotiche, allucinogene, lenitive e tossiche di alcune piante utilizzate anche dai popolani e dai contadini, come: l’Atropa Belladonna, il Giusquiamo o Hyoscyamus Niger, laMandragora Officinarum Linnaeus, la Datura Stramonium, la Cicuta, la Segale Cornuta dei Cereali usata al posto del Grano, l’Amanita Muscaria (il fungo degli sciamani) che potevano procurare allucinazioni e visioni, e altri speciali beveroni a base di Papaverina e Vino che si somministravano anche ai bambini e agli infanti.
Insomma, molte donne a Venezia vennero accusate di praticare la “Superstitio simplex” o di fare l’Anguistaraleggendo il futuro dentro all’acqua di una caraffa … oppure di versare piombo fuso o cera calda a forma di Diavolo convinte d’esercitare “un’arte che era pratica di cose di Dio”, quindi legittima, gesto devoto, nobile ricorso alla Celeste Provvidenza. Per la scarsa cultura era labilissima fra le persone comuni la differenza fra ciò che era retaggio del passato, dei Culti Naturali legati al Mistero delle Stagioni e dello scorrere ripetitivo del Tempo, e i segreti affascianti del funzionamento del Mondo nascosti dentro all’Acqua, all’Aria e alla Terra.
Spesso non si sapeva distinguere tutto e bene, perciò si pensava che ci fosse un’impronta e una traccia spirituale del Divino nascosta dentro ad ogni cosa: “Tutto può condurre e rivelare i Misteri Segreti dell’Eterno Divino e Provvidente … ogni cosa cela Sapienza e Bontà segrete capaci di guarire e sanare anche per sempre …” si diceva in giro anche per Venezia. Era come “un sentire diffuso”, una vaga maniera di percepire e interpretare le cose, i fatti, le persone e l’esistenza ben diversa da oggi.
Come avete inteso, a volte bastava un niente, un semplice sussurro, una parola di troppo: serviva essere donne sole, un po’ arrangine, di quelle che pur senza uomini e senza voler offrirsi a nessuno provavano lo stesso a vivere la loro esistenza ingegnandosi per sopravvivere in maniera un po’ alternativa … Finivano quasi subito per essere etichettate come: Strìe,Bestemmiatrici, Malefiche, Diaboliche … e perciò degne d’attenzione inquisitoria.
Pareva come che ci fosse sempre una grande molla invisibile sempre tesa e pronta a scattare, un meccanismo in attesa d’essere ancora una volta sciolto, avviato e scatenato mostrando tutto il suo temibile e deleterio effetto … C’era come una trappola tanto mortale quanto falsa e inutile che aleggiava pericolosissima anche dentro ai tempi della Serenissima …
ago 3, 2016 - Autobiografia    No Comments

Adesso inizio a scrivere di me e di Burano …

promo burano 1

Adesso inizio a scrivere di me e di Burano.

“Burano ? … L’isoletta in fondo alla Laguna di Venezia ? … Quella tutta colorata, con le casette che sembrano un cartone animato … e con i Buranelli dalla parlata cantilenante ?”

Sì … Proprio quella … Quella dei merletti, dei bussolài … di Galuppi e dei turisti … e soprattutto l’isola della mia infanzia e della mia prima giovinezza.

Ho deciso finalmente di riprendere in mano un mio vecchio desiderio: quello di raccontare di me. L’ho già fatto una prima volta scrivendo nel 2013: “Il Pifferaio: storia segreta di un Prete in fuga.” … che sarei stato io. Nella mia mente in realtà sta l’idea di una Trilogia: “Trucioli”, di cui “Il Pifferaio” è il secondo volume, quello centrale, il principale … Lo so, sono un po’ rovescio e contorto, ho iniziato dal secondo volume … Infatti quello che intendo completare adesso sarà il primo volume: ossia i precedenti, le mie radici, gli antefatti di quel che sono stato negli anni 1982-1987.

A Burano ho vissuto i miei primi 18 anni di vita … Non sono stati pochi, e come ben sapete sono quegli anni della vita che per tutti sono indimenticabili oltre che fondamentali.
Che potrò avere di tanto interessante e particolare da raccontare sulla mia infanzia e prima giovinezza ? Quasi tutti possiamo dire di aver avuto un’infanzia e una fanciullezza piena zeppa di ricordi, incontri, storie più o meno strepitose … O almeno a ciascuno di noi sembra che sia accaduto così, che ogni infanzia e giovinezza alla fine più o meno si equivalga.

Forse avete ragione, è così … o forse no … possono accadere vicende diverse, forse un po’ particolari tanto da meritare d’essere raccontate … Per questo voglio provare a raccontarla.
Toccherà a ciascuno di voi, dopo avermi letto … (se ne troverete la forza e il coraggio), di valutare se sono passato attraverso storie qualsiasi e qualunque, o se ho vissuto piuttosto qualcosa di speciale.

Beh … la faccio breve: vado a scrivere di quella che reputo la mia avventura … Vi anticipo soltanto che alla fine di tutto quello che andrò dicendo e scrivendo: mi sono ritrovato ad essere un Prete … e posso dire che quell’evento non è stato affatto un caso, o una predestinazione, o qualcosa del genere … ma forse è stato il riassunto, la conclusione, la conseguenza di tante componenti mirabili che ho vissuto prima.
Come molti voi già sanno, ormai non vivo più da Pete da quasi trent’anni (Prete si rimane per sempre, fino alla morte … e forse anche dopo … chissà ?) … e vivo, invece, da Infermiere spartendo la mia vita con la mia famiglia. Sarà a questa mia fetta di vita attuale, quella da Infermiere, che dedicherò il terzo e ultimo volume della mia Trilogia.

Ma ora basta: vado … perché di cose da dire e raccontare ne ho davvero tante … tanto per cambiare.

Vi ho incuriosito ?

Mah ? … vedremo come andrà alla fine … forse a Natale.

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