apr 8, 2014 - Senza categoria    No Comments

“MA CHE STAGIONE FAAAAA ? … BELLA STAGIONE-E-E-EEEEEE …”

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Le stelle sono scomparse, tramontate da un pezzo … Un bottone rosso cupo permane alto nel cielo a ovest … Non luccica e non brilla, non è una stella … E’ un pianeta preso d’infilata dal Sole dell’alba da sotto e sopra il nostro pianeta … Spettacolare …

Un camionista tarchiato ha appena terminato di scaricare da solo una trentina di damigiane di vino sistemandole in due file sovrapposte sul bordo della strada … qualcuno finirà di certo per berle.

In lontananza un aereo col muso illuminato si alza sempre più nel cielo trapassando una nuvola, compie un’ampia virata, scompare, riappare, infine s’allontana e scompare sull’orizzonte. Di sotto nel Porto ieri è tornata la prima grande nave da crociera della stagione … Riparte la giostra, i turisti, le polemiche, il formicolio animato della vita del Porto, i lunghi carrelli carichi di bagagli, le automobili di nuovo ad occupare il parcheggio fino a ieri deserto. La stazione passeggeri sembra un grande alveare a Primavera … Venezia continua a respirare sorniona …

Nell’aria galleggia un odore acre e intenso, come di fermentato, di cotto fruttato misto a salmastro, di lessato tiepido. Non si muove foglia, non c’è un alito di vento … gli alberi sono immobili sopra cuscini e tappeti bassi di fitte margherite e fiori … mi pare quasi di sentirli respirare. Gli uccelli cinguettano, discutono, s’accapigliano e si chiamano sui rami.

Chissà perché mi passa per la mente la figura di Darwin, che un giorno si è messo a suonare il fagotto davanti alle mimose per osservare se in qualche maniera reagivano alla musica … ”L’esperimento di un folle” lo ha definito lui stesso.

Tuttavia esistono modulazioni espressive e vocali che non percepiamo, non riusciamo a sentire, perché avvengono in una lunghezza d’onda che non siamo capaci di recepire. La voce bassa degli elefanti, il fischietto ad ultrasuoni dei cani, il grido dei pipistrelli … Siamo sordi e ciechi per certe cose, la Natura è stata avara con noi … tante cose per noi rimangono tabù.

Esiste anche l’antimateria, ma non la percepiamo … C’è la materia oscura … ma noi riusciamo a cogliere solamente un nono della realtà che ci circonda … Pochino …

Una barca nera senza luci manovra e rimescola l‘acqua dentro al buio del canale di sotto alla riva. Avanti, indietro … avanti indietro … Il motore vibra, sale di giri … tace. Sento un gorgogliare, un scivolare silenzioso … Poi il motore “s’incazza” di nuovo e riprende a girare … L’acqua “s’imbovola”, si sovrappone in mille schizzi, s’abbassa, si alza, si apre, si chiude fluendo veloce. Alla fine la barca girata scivola accanto alla riva.

Percepisco nel buio un tintinnio di chiavi … sento un cancello aprirsi e cigolare. Ne fuoriesce un gatto nero di fretta, che corre via attraversando tutta la strada … Sempre rossa brilla una lucetta insolita dietro alle foglie degli alberi … ieri non c’era … La luce rossa si sposta a destra … poi riappare a sinistra … poi di nuovo in alto. Non è più una sola, son due, sono tre …

“Che è ?  … che succede ? … “

Sono solo le tre luci posizionali di una gru che ieri mattina non c’era … Tanta curiosità per niente … Si sta muovendo, stanno già lavorando nel buio … La laguna è un grande piatto d’argento rosato sotto a un cielo di nuvole a forma di grigia tartaruga … No … forse è un dragone … No …un coccodrillo … un uomo che porta a spasso il cane … Uno stormo di uccelli neri eleganti l’attraversa lentamente in obliquo … è uno specchio lucido e basta. C’è calma di vento … è raro vederla così liscia e ferma, sembra quasi che le barche la disturbino attraversandola.

Abbasso lo sguardo … Una luce bianchiccia vivissima lampeggia e serpeggia rasoterra in lontananza … Troppo bassa per essere una bicicletta … Troppo lenta per essere una moto di passaggio  … Troppo isolata per essere un’automobile in manovra …

“Che è … Che sarà ? “

Niente ! … E’ il solito impresario anziano che sta già aprendo il suo ufficio illuminando la serranda e le serrature con una piccola torcia … Si lavora …

Mi supera corricchiando e ballonzolando quasi sulle punte dei piedi uno tutto “gnè gnè”, con una tutina azzurro elettrico aderentissima. Le mani gli stanno sospese davanti pendule a mezz’aria, quasi come un bambolotto di pezza, vistosissimi sono anche i lacci fuxia intonati alle scarpe …. Mmm … Che pensare ?

Niente ! Accellero il passo …

“Ma che stagione faaaaa ? … Bella stagione-e-e-eeee …” canta con una voce quasi baritonale e tremula il guardiano notturno del Garage San Marco. Mano in tasca da una parte, sigaretta accesa dall’altra, testa piena di gel, scruta il cielo da destra a sinistra … Un altro turno di notte sta per finire.

“Tutto tranquillo … Tutto tranquillo “ dice al collega del cambioturno che lo incrocia imbronciato.

“Ma che stagione faaaaa ? … Bella stagione-e-e-eeee…” canta di nuovo, e aspira un’altra boccata intensamente, butta la cicca per terra in strada, e si sfrega le mani … Si alza il bavero della giacca e rientra.

“ Ma che stagione faaaaa ? … Bella stagione-e-e-eeee…” si sente in lontananza … sempre più in fondo … Stavolta fischia il motivetto senza parole, e scompare ingoiato dall’edificio illuminato.

Un giovane uomo asiatico, mani in tasca, guarda immobile gli autobus sfilare traballanti sulla strada … Poco distante ancheggia armonioso il fondoschiena rotondo di una giovane donna sincrono con i capelli lunghi che gli dondolano lungo tutta la schiena.

“Ma che stagione faaaaa ? … Bella stagione-e-e-eeee …”

Attraversa la piazza il solito barcarolo col barbone bianco sotto la testa calva, alto, dinoccolato, con le cuffiette, il borsello consunto, gli spiccioli che tintinnano in tasca, e le braccia penzoloni. Sembra che marci militarmente stretto nella sua divisa aziendale … con un paio di scarponazzi antinfortunistici grossi così … due barche.

Vedo anche il solito ometto frettoloso che corre al lavoro … Sempre di corsa, col timore per anni di perdere il vaporetto …

“Toh !  Stamattina sta fuori dalla solita strada … Come mai ? Che cos’è successo ?  “

Arguto !!! E’ accaduto che dopo tanti anni ha scoperto che tagliando per la strada della Marittima scendendo alla fermata prima del capolinea … seppure di corsa e mezzo inciampando sui gradini del ponte … ansimando e dondolando la borsa col pranzo sincrona con la testa come un tacchino … riesce a salire sul motoscafo diretto che transita prima del solito accellerato che ha preso per anni.

“ Miracolo ! Riesce a far prima ! … Senza più l’angoscia di perdere il motoscafo e arrivare in ritardo …”

Lo vedo correre sorridente (mai visto) incontro al marinaio che sta già mollando la cima dell’ormeggio del vaporetto.

Il treno regionale 95 ci segue, vuoto e illuminato, sussultando sui binari … Ci raggiunge, ci supera, sparisce lontano …

“Ma che stagione faaaaa ? … Bella stagione-e-e-eeee …”

Un lavoratore con i pantaloni mimetici e la felpa col cappuccio, addormentato, “pesa peri” seduto sui primi posti del bus. Sfiliamo la sua solita fermata senza fermarci … ciondola la testa. Si sveglierà al capolinea anche oggi. Due volte su tre è così: sale, s’addormenta, tira dritto … La testa scura, abbronzata e biscottata dal sole della laguna, gli dondola sincrona con il sobbalzare dell’autobus.

Infiliamo il lungo viale dritto … ha già perso quattro fermate. Almeno tre chilometri da percorrere a ritroso, probabilmente in gran parte a piedi schiarendosi le idee nell’aria fresca del mattino.

Picchio rumorosamente sul sedile davanti a me. L’autista mi guarda perplesso dallo specchietto retrovisore. L’uomo addormentato si scuote, suona immediatamente il campanello per la fermata, perde gli occhiali che rotolano sul pavimento del bus, gli raccoglie, si precipita caracollando alla porta della discesa, si stropiccia gli occhi e si gratta la testa. L’autista inchioda vistosamente, rallenta, si ferma dopo qualche istante.

L’ometto scende.

Mi sento un po’ ottuso questa mattina … Vado ad iniziare un’altra giornata di lavoro in ospedale …

“Ma che stagione faaaaa ? … Bella stagione-e-e-eeee …”

E dei malati non dici niente stavolta ?

Questa volta no.

“Notte tranquilla … Tutto a posto … Ho poco da dirti …” mi sussurra il collega con la voce impastata dal sonno. E’ quasi la stessa risposta del guardiano del Garage San Marco data al collega … E allora gli canticchio:

“Ma che stagione faaaaa ? … Bella stagione-e-e-eeee …”

Il collega stanco mi guarda perplesso … “Tutto bene ? “ mi dice.

Non può capire. Sarebbe lungo spiegarglielo … proverò a scriverlo.

“Ma che stagione faaaaa ? … Bella stagione-e-e-eeee …”

apr 2, 2014 - Senza categoria    No Comments

HO PAURA !

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“Cambiamo strada ! Non andiamo da quella parte …” mi ha detto un’amica.

“E perché ? “
“Non c’è un perché … Questo posto mi procura inquietudine …non mi piace, mi mette paura … è solitario, dimesso …”
 
Guardo la strada, è quella di sempre, quella che percorro tutti i giorni da anni … Lo sfondo è il solito, con i volti mezzi scheletrici degli alberi sparati in controluce alti verso il cielo.  Li sento quasi frusciare e respirare, come la circolazione di un grande corpo verde e disteso, una rete in cui fluisce e scorre vita trasparente e capace di fiorire… Perché dovrebbe incutere paura ?
“A volte andare al lavoro, è come andare a fare una guerra senza soldati “ mi dice una collega … “ 3500 domande per un unico posto d’infermiere … la crisi continua a far paura … come fa paura a volte il nostro modo di procurare salute … Guarda qui ! Quasi 1.800 euro per un solo flaconcino di cinquanta compresse … Un farmaco irrinunciabile da assumere per mesi più volte al giorno … Mi piacerebbe sapere che cosa viene realmente a costare  quel farmaco in origine …”
 
“ Bella Venezia ! Misteriosa … Romantica … “ mi dice un altro collega. 
“Si presta ad essere raccontata, a dirla con i suoi angoli ombrosi e le sue persone che sanno emozionare o mettere paura … In un portico buio può accadere di tutto: una coppia passionale amoreggia, uno ti sfila il portafoglio di tasca, una vecchia dorme col materasso per terra. Un altro ancora passa di fretta, mani in tasca e cappello calcato sulla fronte per recarsi al lavoro … Qualcuno complotta, un altro spia … quell’altro sogna… Venezia è magica e inquietante insieme … è bella da far paura.”
 
Vivo in ospedale quasi ogni giorno dove incontro la paura di star male, la paura del dolore.
“ Ci sono vari tipi di dolori”, mi dice un’anziana carrozzata, “ a volte è solo un “pissegòn”, o una puntura di zanzara leggera … Altre volte è “un granfo” che mi fa tremare dalla testa ai piedi … Non ci si abitua mai ai dolori … Soprattutto se è una cosa che morsica … Ogni tanto arriva e mi attacca … ultimamente sempre di più … E’ la ricompensa per i quarant’anni in cui ho lavorato come una bestia … Con la pioggia e con la neve … Ogni giorno alle quattro di mattina con un piede sul pedale e un altro sulla neve per frenare … Sono andata in giro per case e uffici a far pulizie … Ho lavorato tanto … come una bestia …”
“Che bestia ?”
“Una brutta bestia … Una delle peggiori …”
 
Ogni giorno lavoro con un cartello appeso al petto e uno sulla schiena: “NON DISTURBARE” … Manipolo e somministro farmaci … posso procurar bene e far danni agli altri … Devo stare attento, rimanere concentrato … a volte basta un nulla… La gente legge e nove volte su dieci m’interpella ugualmente.
 
“Da che parte si va ? “… “C’è il dottor ?” …”Scusi se la disturbo, ho letto il cartello …ma come posso fare per” … “Senta ! dove devo …“
 
Paura di sbagliare.
Da piccolino avevo paura di notte dei riflessi rossi degli occhi vitrei del mio cavallo a dondolo … Mi cacciavo sotto alla coperta, e li guardavo splendere nel buio sbirciandoli appena tenendo strette le lenzuola sul naso … Poi mi sono deciso: “ E basta con sto’ cavallo !” e sono andato a toccarlo nel buio girandolo dall’altra parte verso il muro … Era ora di smetterla con quella paura … Se n’è andata … me ne sono rimaste e nate altre, come a tutti, fa parte del vivere.
“L’altro è colui che in qualche maniera mi deruba di quel che sono …l’altro mi fa paura …” diceva Jean-Paul Sartre.
In effetti, a volte si ha paura d’incontrare, di dire la parola in più o in meno. Abbiamo paura di scompigliare le nostre certezze e di minare la nostra preziosa serenità privata.
Mentre termino il turno di lavoro, lo intravedo sudato e con la maschera dell’ossigenoterapia e la dispnea che lo fa ansimare ugualmente … E’ l’ultima“novità” aggiunta alla lista già lunga delle “magagne”, gli acciacchi che si porta dietro da tempo fino ad approdare da noi.
“Di nuovo in restauro “capo” ? “
“E sì … come il solito … come la chiesa di San Marco a Venezia … che non è mai finita …”
“Tien botta ! …Tieni duro ! …”
“Bisogna ! … A tochi e bocconi (ridotto in pezzi) … ma ancora qui ! “
“Paura ? “
“Tanta … tantissima … anzi, di più … Ho paura di operarmi … di non tornare …”
“Tutti abbiamo paura di vivere ogni giorno … da quando si nasce a quando si muore …”
 
Ci rimugino e ripenso, mi porto dietro il pensiero. 
“Eppure sono persone adulte, navigate, hanno vissuto, fatto figli, lavorato, ne hanno viste e provate tante … eppure …”
 
La paura è cosmica, innata, fa parte del vivere, ci è connaturale. E’ quasi ovvia … Siamo piccoli e fragili, a volte basta un niente per destabilizzarci … Tutto ciò che è grande, imprevisto e complesso ci mette ansia e spaura. Paura di non sapere abbastanza, paura di non farcela.
Cammino da solo nel buio per la mia solita strada deserta. Dovrei avere un po’ di paura … Magari che il cielo possa cadermi in testa. Ma intanto cala realmente la nebbia … Un treno mi serpeggia accanto a poco più di un metro di distanza fendendo la nebbia densa … All’inizio ho visto avvicinarsi solo due fanaletti bianchi, come due occhi che sembravano scrutare e scandagliare nel buio … Poi è  passata la serie dei finestrini tutti illuminati, i sedili tutti vuoti … Ha rallentato un attimo fin quasi a fermarsi, poi ha ripreso a correre e si è allontanato sferragliando sparendo nel buio della notte. Sono rimasti due occhietti rossi sempre più piccoli e lontani … Mi sono alzato il bavero della giacca leggera, l’aria era appiccicosa, odorosa: sapeva di soda, stantio e di chiuso. Mi è penetrata fin dentro alle ossa procurandomi un senso di disagio, quasi un malessere … un vago timore, forse un po’ di apprensione e paura.

 

mar 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

“GIORNI …FIORITI “

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“E’ una stella apocalittica … Un’esplosione lontana al centro della Via Lattea …”

“ Macchè … è il solito pianeta del mattino …”

Poco cambia…Sono quelli del solito cambio turno di guardia al Garage Comunale.

“Mi dai una sigaretta ? … Mi presti il giornale ? …Mi paghi un caffè… ? “

“Ehi …Ragazzi ! Mi avete preso per la Croce Rossa e il Fatebenefratelli ?”

E giù una grossa e grassa risata collettiva a iniziare un’altra giornata lavorativa qualsiasi.

Fra gracchiare alto di gabbiani noiosi, e uno splendido cielo limpido a Levante con tutti i toni del rosa.

L’inverno piovoso è di nuovo passato, già quasi non lo ricordiamo più … I merli modulano sugli alberi un gorgheggio dopo l’altro chiamandosi e rispondendosi a distanza. Insieme c’è tutto un cinguettio e uno scambio di “voci”. Che cosa darei per riuscire a capire che cos’hanno da dirsi.  Saranno di certo contenuti di servizio e banali, ma comprenderne il senso …

Sempre in alto nel cielo azzurro passa solenne volando un largo triangolo scuro di anitre … è di nuovo tempo di ritorni. La laguna è uno specchio lucido zigrinato dal vento. Nell’aria s’avverte un impalpabile senso d’attesa e novità misto a una struggente malinconia.

Ma forse non è nell’aria, è dentro di me e sono solo io a sentirla.

Le piante si sono già risvegliati dal letargo invernale, già non si vede quasi più in trasparenza fra i rami spogli degli alberi. Il vecchio ciliegio della Marittima del Porto è tutto ingemmato e più largo e robusto del solito.

Chissà che cosa darei per riuscire a sentire anche la voce di queste piante. Riuscire a sentire che cosa si scambiano e si dicono in silenzio.

So solo che a distanza di un anno provo la stessa sensazione passando. Quella di non essere solo, ma di trovarmi compreso dentro a un popolo verde vivido pulsante. So che questi esseri vegetali rilasciano in continuazione nell’aria messaggi solubili, scambi chimici d’informazioni che non sappiamo cogliere …mi pare quasi di intuirli frammisti all’odore acre e di terra umida e humus che pervade l’aria.

In ospedale qualche collega ammalato vive una primavera al contrario, al rovescio. Attraversa un progressivo autunno fisico e interiore. E’ brutto essere consapevoli del proprio declino biologico ed esistenziale …Aumenta l’afonia, rallentano i movimenti sempre più scoordinati e lenti. Il respiro si fa più faticoso, stagnante …invernale. Quando perdi progressivamente l’uso delle mani, cominci a perdere per terra le cose, ti si inceppa la capacità di deglutire e non riesci più a tossire come il solito, la tua consapevolezza e lucidità professionale ti parlano di un scabroso sentiero in discesa. Provi a fingere che i problemi non esistano e a dire a te stesso per l’ennesima volta che ce la puoi fare.

Ma col passare dei giorni anche questa volontà si appanna e diventa più flebile e fragile.

Non ci sono più stagioni in ospedale quando vedi la vita sfaldarsi giorno dopo giorno.

Caccio il pensiero, e osservo fuori nell’aria tiepida e assolata i prati imbottiti d’erba nuovissima e coperti da tappeti di margherite, soffioni e fiori. Cespugli giallo esplosivo sul bordo della strada e nei giardini, alberi vestiti di fiori rosa e bianchissimi…un tripudio di profumi e colori. Giovani ragazze corrono ballonzolanti nelle prime ore del giorno, mentre una donna fresca, capelli sciolti al vento, camicetta candida sotto la giacca leggera, sembra procedere lievissima, quasi passeggiando in aria.

Solo in un angolo in penombra vicino alle case, sull’altro bordo della strada, sta un vecchio con cuffia e bavero del lungo cappotto rialzato. Procede lentissimo guardandosi i piedi …Riguardo la scena dopo mezz’ora ed è ancora là, quasi sullo stesso posto …mentre il mondo, il pianeta su cui poggiamo tutti, gira “cantando il suo solito canto” …sfogliando i giorni di un calendario invisibile senza date, lettere e cifre…ignaro di noi.

 

mar 11, 2014 - Senza categoria    No Comments

“IL MERCANTE VENEZIANO.” – quinta e ultima parte.

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“Lontano da Venezia mi sento come nudo, indifeso … La mia città m’infonde un senso di sicurezza. La Serenissima sa proteggerti e accompagnarti … Le case, le calli, le corti, i campielli sembrano un nido tiepido e protettivo. Noi mercanti veneziani siamo intraprendenti perché avvertiamo una forte comunanza d’intenti che ci sostiene, una solidità economica che è bene comune di tutti… Venezia è ricca perché la rendiamo tale con le nostre imprese … La nostra è una specie di simbiosi, una reciprocità fruttuosa, sembriamo quasi degli amanti …”

In questa maniera Almorò, figlio di Alvise Pisani, fissava sulle sue carte le sue convinzioni.

“ Però fuori dal nostro Golfo, quando finisce il mare Mediterraneo, rimaniamo soli in balia di noi stessi. Quando inizia il deserto, le steppe e le grandi file di monti, scompaiono le effimere colonie, gli agenti, i fondaci dell’Occidente Cristiano con la sua sicumera e la sua sfrontatezza talvolta arrogante. Resta un mondo essenziale e ostile, quello dei caravanserragli, delle oasi, delle piste, dei villaggi coi pozzi persi nel niente … Qui non contiamo nulla, siamo anonimi, diversi, stranieri …L’essere nobile mercante veneziano non ha alcun significato. Conta solo se di notte possiedi un tetto sopra alla testa, se ti trovi dentro a mura capaci di proteggersi dal gelo della notte e dalla furia delle bufere e delle intemperie. Vali solo se possiedi risorse o qualcosa da vendere, scambiare, comprare, altrimenti sei preda del sospetto e dell’ostilità.

In queste terre sospese fra mari sconosciuti, giungle intricate, deserti inviolati, montagne inaccessibili, gli uomini contano meno delle bestie. Tutta la gloria di Papi, Imperatori, Serenissimi e Re conta meno di un tozzo di pane …la potenza di Venezia quaggiù è come acqua salata, incapace di dissetarti …Questo mondo fascinoso e ammaliante, sa sedurti e chiuderti nelle sue ricche spire amorose ..ma sa anche annegarti e ucciderti facilmente in maniera spietata… Venezia è solo un minuscolo puntino insignificante e lontano presente soltanto nel fondo recondito della mia mente…”

Chiuse le carte Almorò, dicendo a se stesso di porre attenzione, d’essere accorto, perché se veniva considerato indifeso e fragile, sarebbe divenuto presto preda di briganti furbi, e imbroglioni violenti, che non mancavano di certo da quelle parti. Ne avvertiva la presenza quasi incombente, come avvoltoi affamati in attesa dietro alle sue spalle.

“Qui per sopravvivere osano tutto. La moneta e la regola di questo traffico di Mercandia è il sopruso, la minaccia violenta, la ruberia e l’uccisione. La mia morte e rovina può diventare l’unica possibilità di successo e d’affermarsi di un altro. Questi uomini non hanno nulla da perdere…Sono abituati a perdere e ritrovare tutto, a giocarsi anche l’esistenza, non conoscono lo scrupolo nel loro animo …”

Si scosse Almorò da quei suoi pensieri lugubri.

Stava navigando da ore sull’immensa giunca mercantile dentro a una fittissima nebbia brumosa. I contorni delle isole erano solo delle sagome indistinte immerse in un calore umido insopportabile. Si procedeva sull’acqua in condizioni difficili, quasi pietose. I corpi era coperti di copioso sudore, sembrava d’essere acqua nell’acqua. Sembravamo tutti malati con indosso una febbre e un torpore inguaribili. In realtà i capitani esperti di quelle possenti navi procedevano lentamente, conoscevano come se stessi quelle rotte, le secche e i fondali. I remi erano quasi fermi, sembrava di navigare nuotando, una bracciata per volta. Una bracciata e un’attesa, un passo avanti e mezzo passo indietro. Tutto sembrava sospeso nel nulla, immobile, come perduto dentro a quell’immensa nebbia.

Le vele erano ritirate e raccolte, si scandagliava continuamente il basso fondale e le profondità dell’acqua. I marinai distesi bocconi sulla tolda della nave emettevano in continuità grida gutturali in direzione dei Capitani, che rimanevano immobili e silenziosi al loro posto, come fossero di pietra. Si navigava a vista, si stanziava, si valutavano le secche, si studiando gli ostacoli che apparivano al momento, le correnti, e la bassa e alta marea. Sembravamo perduti in un mondo fuligginoso e nebbioso di spiriti … e poteva accadere che da un momento all’altro ne apparisse uno disposto a scatenare la sua furia incontrollabile.

Le persone erano nude, vestite di niente. Molte di loro avevano investito tutto quel che possedevano per compiere quel viaggio, che risultava essere l’impresa impossibile della loro vita. Molto spesso, finivano col perdere tutto, anche se stessi, passando dalla figura di mercante facoltoso a quella di misero schiavo, galeotto alla voga, prigioniero dimenticato, o semplicemente carne inutile da macello. Le sorti degli uomini da quelle parti del mondo erano davvero legate a un filo fragile e sottilissimo.

“ Mai avrei pensato che riso, carne, armi, contassero tanto e più dell’argento, dell’oro, delle perle, delle sete e delle spezie. I Regni di qui possiedono una macchina del commercio mostruosa, immane, dalle dimensioni impensabili. Qui si mercanteggia e si scambia con la moneta della corruzione, del gioco di potere, impastando crudeltà, vendetta e violenza incondizionata. Un pugno di riso, una pezza di stoffa, una perla preziosa o il passaggio di un braccio di mare mi possono costare il taglio della testa…”  

Poi, improvvisamente passò un refolo di vento, come se una mano immensa avesse voltato la pagina di quella pagina di storia incredibile. Scomparve la nebbia, e cambiò tutto, apparve lo spettacolo immane delle isole. Si ritrovarono dentro a un mare aperto, che sembrava un’immensa laguna. Innumerevoli grumi emersi galleggianti, ricoperti di verde, stavano come sospesi fra un cielo di colori tenui e acque trasparenti, racchiusi e contornati da piccole lagune lisce come specchi. Sembrava un Paradiso.

L’apatia e l’attesa di prima erano scomparse …Intorno era tutto un formicolare di lingue e vocalizzi mai uditi, incomprensibili … Sembrava una musica ipnotica, mai udita, fatta di suoni duri, gutturali e rotondi, simili a quelli di un bimbo infante. Tutto pulsava e ferveva d’industriosità sorprendente. Era apparso un immenso mercato galleggiante composto da una folla impressionante di uomini e donne che s’incontrava e mercanteggiano in mezzo al mare. Le navi s’avvicinavano, attraccavano, scambiavano merci, caricavano e scaricavano con una frenesia incredibile …Una casbah marina di volti e movenze e volti s’incrociava. Uomini dagli zigomi alti, dagli occhi sottili a fessura e dai larghi sorrisi sotto ai nasi appiattiti si stringevano le braccia in segno d’assenso, inchinandosi l’un l’altro. Nell’immensa baraonda s’aggiravano donne bellissime comparse dal nulla, dai capelli corvini, lisci e lunghissimi, dai seni prosperosi e dalle linee curve sinuose. Erano fasciate di tessuti finissimi, profumate in maniera intensa, inebriante. Si muovevano in maniera leggiadra e attenta, come se in ogni istante dovessero scivolare e poi cadere. Sembrava un sogno … Un’atmosfera deliziosa e sensuale, quasi mistica, anche se ci trovavamo in mezzo al mare.

In disparte però, sui boccaporti delle stive di quelle navi immense, che sembravano bocche mostruose capaci d’ingurgitare e vomitare di tutto, stavano anche altre donne sformate e tonde. Erano lascive, procaci, invecchiate, come fossero rancide, grinzose e consumate dopo aver perso giorno dopo giorno il succo della vita. Anche loro ruotavano le loro stagioni di successo in quel volubile mercato galleggiante impastato di vita e di morte.

“Tutto preso, quasi immagato da quello spettacolo avvincente, non mi curai abbastanza dei miei interessi e soprattutto di me stesso. Credevo d’essere ignorato in quell’immenso mercato, e invece c’era chi mi aveva attentamente osservato e aveva progettato su di me. Un uomo bisunto e cencioso, lurido, mi s’avvicinò additandomi e gridando …Nel cuore di quella folla rumorosa, sembrava improvvisamente fossi stato riconosciuto come la causa e il colpevole di chissà quale delitto. L’uomo gridava, urlava, chiamava a raccolta … E subito fui circondato da facce ostili e allarmate. Non comprendevo una sola parola di quanto gridavano fra loro. Sta di fatto, che poco dopo, braccia possenti mi calarono addosso e mi sbattacchiarono brutalmente sul pavimento nero della nave.

Tutto filò storto … mi considerarono forse come una spia o qualcosa del genere. Ma forse era solo il pretesto per prendersi facilmente tutto il mio argento che indossavo. Un uomo fiero, asciutto, elegantemente vestito e con un sorriso enigmatico mi fece togliere di dosso le cinture che contenevano le mie monete. Non lo dimenticherò mai … Portava una lunga coda di capelli stretta dietro alla testa, e la cicatrice di uno sfregio di coltello gli segnava il volto da parte a parte. Mi fece schiavo derubandomi di tutto … e non compresi neanche il perché.

Fu la mia buona stella, un colpo della dea Fortuna e della buona sorte che mi permisero di salvarmi da morte certa.

Nei pochi attimi in cui quei pirati mi stavano trascinando verso un angolo in cui stavano ammucchiati ceppi e catene, un istinto incontrollabile di sopravvivenza mi diede una forza inattesa. Colpii con una potente testata sul volto il mio aguzzino più vicino, e contemporaneamente sferrai un calcio sulle intimità maschili dell’altro che avevo di fronte. Gli uomini sono uomini in ogni parte del mondo, e le fragilità del corpo sono uguali per tutti. Fu un attimo di lucidità incredibile che mi rese capace di approfittare della situazione e di salvarmi la vita.

Nel caos e parapiglia di grida di dolore e d’allarme. Mentre uno dei due energumeni si premeva urlando le mani insanguinate sul volto e sugli occhi, e l’altro si rotolava a terra premendosi le intimità, vidi come un pertugio, una via di fuga. Evitando di fianco e di lato un terzo uomo che accorreva fintando una direzione, e colpendo violentemente sull’addome con un bastone un quarto che mi stava aggrampando, riuscii finalmente a gettarmi fuori bordo direttamente nel mare.

Picchiai violentemente sul bordo curvo della nave, rimbalzai di schiena sui legni a pelo d’acqua in un lampo accecante di dolore, ma un attimo dopo, in uno schianto di spruzzi e di bagnato, sentii rinchiudersi sopra di me l’acqua che fu la mia salvezza.

Quello che temevo stava accadendo, ero riuscito a fuggire un attimo prima che i ceppi si serrassero forse per sempre sulle mie mani e i miei piedi.

Rimasi a lungo sotto alla nave, finché giunse la notte. A nulla valsero i tentativi di quegli uomini di scovarmi e catturarmi … Ma probabilmente avevano già ottenuto quel che volevano di me, ossia il mio argento. Per cui desistettero dal cercami ulteriormente.

Non so come, sopravvissi al mare salvandosi a nuoto e lasciandomi trasportare dalle correnti. Mi ritrovai esausto, nudo come mia madre mi aveva partorito, sulla spiaggia bruciata e desolata da cui era partito. Mi trascinai per giorni, sfinito, affamato e assetato. Non c’era nulla e nessuno a cui potersi rivolgere o chiedere aiuto. Mi nutrii di bacche selvatiche bevendo avidamente acqua piovana che raccoglievo con larghe foglie selvatiche. Solo alla fine del quinto giorno del mio vagare giunsi al tramonto nei pressi di una locanda di frasche e canne.

Nel buio della notte, con mia estrema meraviglia, rividi non visto la donna che mi era stata data in sposa. Se ne stava allegramente in compagnia di uno dei Capitani pirati della nave in cui ero stato derubato e si era cercato di farmi prigioniero. Capii tutto … era stato tutto un gioco. Ero stato astutamente ingannato come il più ingenuo dei mercanti sprovveduti.

“Altro che portarla a Venezia come sposa ! ” dissi a me stesso.

Mangiai e bevvi trafugando del cibo nella notte, poi mi abbandonai a un sonno ristoratore celandomi in una buca nel cuore della foresta. Avevo perso tutto quello con cui ero partito speranzoso da Venezia: le mie robbe, i miei denari … Avevo salvato solo la vita a caro prezzo. E non era poco …

Vagai ancora per giorni coperto di stracci, finchè giunsi come un mendicante a una fortezza del re di Spagna. Anche qui, venni a conoscenza che quello che non rubavano i pirati locali lo rubava il re di Spagna e Portogallo e i pirati Danesi. Chiedevano il 3% su tutto in nome del re, che diventava strada facendo il 15-20-30% per poter procedere e mercanteggiare tranquilli e senza guai. Io non possedevo più nulla da mercanteggiare, se non le mie carni strapazzate.

Con grande fatica e dopo lunghissime attese e diversi tentativi riuscii finalmente a salpare con una nave diretta alle acque del lontano Mediterraneo. Viaggia ancora per due lunghi mesi, come un marinante qualsiasi, dedicandomi al remo e alle faticose operazioni di manovra della nave. Non parlavo con nessuno, lavoravo e viaggiavo e basta scrivendo le mie memorie … Finchè giunsi ad Alessandria d’Egitto … Al di là del mare stava Venezia.

Erano trascorsi più di due anni da quando ero salpato speranzoso dai moli di San Marco … e Venezia m’accolse impassibile come se fosse stato ieri. In una mattina sciroccosa di fine estate poggiai la fronte a terra sulla riva sicura della Serenissima sciogliendomi in lacrime di commozione. Ero salvo.

Fu una delle emozioni più grandi della mia vita riabbracciare il mio vecchio padre che mi credeva morto. Ma fu emozione ancor più grande scoprire che prima di me era giunto a Venezia il carico di merci, preziosi e spezie, che avevano viaggiato via terra con i servitori fidati di quell’uomo con cui avevo mercanteggiato ottenendo anche in sposa e garanzia una delle sue figlie. Mio padre aveva fatto fruttare tuo a mio nome … ero un uomo ricco oltre che salvo.

Chissà forse in vecchiaia sarei potuto diventare anche nobile …Ma non esercitai più la Mercandia per mare… M’era bastato …“

FINE

feb 27, 2014 - Senza categoria    No Comments

UNA GIORNATA DI PASSI QUALSIASI IN GIRO VENEZIA.

venezia night

Comincia bene la giornata … Incontro un giapponese che schiocca l’accendino trascinandosi dietro una rumorosa valigia nel buio della strada Marittima del Porto … E’ sorridente, ovviamente, e mi saluta col solito inchino … Sullo sfondo dopo tanta pioggia sono tornate a riaffacciarsi le stelle sul balcone alto del cielo. Passa una rara automobile, i fari dipingono e scarabocchiano ombre che s’inseguono sui muri, s’allungano, s’incrociano con altre che c’erano già e svaniscono in fretta come presenze fugaci mangiate dal buio.

Mi è sempre piaciuto il buio che cela le cose, dice e non dice, e sa di mistero e comunica quella sensazione d’inerme passività indifesa. Il buio ci blocca e ci mutila, è insidioso e minaccioso, ci rende incapaci di compiere tante cose … Ma il buio è anche propizio e stimolante, perché si attiva quella parte ancestrale, istintiva e profonda di noi, che è spesso assopita e che a volte ignoriamo di possedere.
Provate a procedere da soli in una stanza buia sconosciuta e vedrete ! …
Esiste anche un buio diverso, un buio di dentro, quasi un riflesso del buio di fuori. Buie possono essere certe situazioni della vita da attraversare, come buia può diventare un’amicizia che si è spenta o perduta. Buia è l’assenza, come buio è il dolore e l’incomprensione, il non volere a sufficienza bene a se stessi e a tutti quelli che possono abitare il nostro buio. Si spegne al buio il senso della vita quando s’affaccia il desiderio di spegnerla per la disperazione. Sono convinto però che bisogna lottare col buio, che è sempre da vincere, da rompere, per riuscire ad illuminarlo.
Parole al buio …
Altri passi ancora, e tocca alla solita donna sinuosa e leggera foderata di nero aderente corre nel buio. Una chiara luce fredda fissata sulla fronte,  e una luce lampeggiante rossa applicata sulla nuca ondeggiando sincrone col ballonzolare delle sue formosità. Corre, corre, corre … e viene ingoiata lontano nel buio della notte … diventa un puntino bianco e rosso che lampeggia.
Un fanale si è acceso improvvisamente in una calle buia infondendole un aspetto più rassicurante.
Pochi passi dopo, ho incontrato un vecchio in pigiama leggero, che camminava scalzo bofonchiando fra se e se, scompigliandosi ulteriormente i capelli bianchi bagnati e sparati ovunque. Dove andava in quella maniera ?
Direte: “Ma li incontri  tutti te ! ”
 
No. Credo che certe scene le vediamo in molti, solo che ho il difetto di raccontarle e scriverle… E giungo al solito piazzale dei bus. Maschere alle cinque del mattino non me le aspettavo. Con la gonna larga e variopinta, le piume colorate in testa, i segni delle stagioni appuntati e sparsi su tutto il un vestito di seta elegante, larghissimo, tondo e vaporoso, carico di fronzoli, pizzi, egioie e tutto il resto. Una bella maschera insomma, originale, curiosa da cui balconeggiano evidenti due seni prosperosi nel fresco del mattino.
Sarà l’entusiasmo di sfilare per Venezia ? …Mi stringo infreddolito nel mio piumino ancora invernale …
In attesa, alzo gli occhi in alto, mentre di sotto e intorno, nascosti fra i rami ormai quasi in fiore, c’è tutto un gorgogliare insistente di merli che invocavano l’arrivo dell’alba per dissipare le foschie umide del mattino.
Nel cielo quasi controvoglia finalmente chiaro dell’alba, con un enorme tartaruga di nuvole sospesa, splendono una grossa stella luminescente (un pianeta) e una falce di luna di orientale sapone. Giorni fa sembrava si corressero incontro nel buio in un gioco ottico illusorio ma efficace. Stamattina, invece, la stella-pianeta si trovava esattamente a perpendicolo sopra alla Luna, sembrando fantasiosamente abbracciate.
Il Cielo richiama sempre arcani disegni antichi … appuntamenti cosmici … miti della fecondità e del risveglio … e tutte le storie della Madre Terra che gli sta di sotto come un fertile e accogliente amante. Un tempo gli uomini rimanevano immobili a scrutarlo, e vi leggevano dentro presagi misteriosi, il passato, il presente e il futuro traendone storie angosciose o positive capaci di influire sulla vita e il destino di ciascuno.
Oggi, invece, siamo più distratti lo guardiamo meno il Cielo, continuando però a correre dietro a niente, o creduloni e affabulabili, a cabale, oroscopi, scommesse, numeri e fortune spesso imprendibili.
Stupenda la Natura !  Con indifferenza la consideriamo come ignara e immota, la lasciamo a torto accadere e basta. Noto che ha piazzato grandi ragnatele esattamente tutto intorno ai lampioni pubblici quasi foderandoli: l’unica fonte presente nel buio. Ci può essere perciò un posto più attraente ed appetibile per gli insetti ? Infatti, vi accorrono in flotta, fornendo cibo e lavoro per altri. E’ fascinosa questa sempre sorprendente complessità in cui viviamo immersi !
Una donna inguantata si tira dietro due pesanti sacchi della spazzatura. Non ha indosso nulla d’elegante, un giaccone largo, probabilmente non suo, di due tre taglie più largo, che la copre fin oltre le ginocchia. Sopra a due ciabattone consunte e sporche si nota un pantalone bianco altrettanto larghissimo e sformato, mentre i capelli sono rabbovolati e raccolti serrati sulla testa da un pinzettone fuxia sfacciato. Che contrasto con la maschera di poco fa.
E sfilo come “una maschera” dentro alle ore di lavoro.
“ Se non la smetti …Ti tolgo la pelle e ci spargo il sale sopra le ferite.” Dice“gentilmente” un paziente a un altro iniziando la giornata dopo una notte inquieta.
“Anca mì …Anca mì, (in veneziano) Anch’io, anch’io …Sì. Ho dolori anca mì … anca mì…Mi serve la padella …anch’io …anch’io …Sono triste, voglio tornarmene a casa … Anca mì, Anca mì … Abbassami un ninìn … (un poco) …”
Ovviamente dal letto di fronte giunge un accorato: “Anca mì, anca mì…” Tutto uguale, ripetitivo per tutto il giorno e tutta la notte, a fotocopia dei bisogni estemporanei degli altri.
“Anca mì …Anca mì …“
“Che le serve signora ? … Anca mì … Anca mì …”
E’ così…
Discorsi inattesi da parte di colleghi… ascolto, imparo, scopro vite diverse dalla mia.
“Oggi è la festa del montone di Abramo …la festa del perdono quotidiano reciproco …Quello delle piccole cose che accadono fra la gente che vive… Altre cose le può perdonare solo Dio perché l’uomo non è in grado di farlo. La vita non appartiene all’uomo, ad esempio, se uno uccide, non potrà mai essere perdonato da un altro per qualcosa che non gli appartiene …ma solo da Dio …”
 
Un’altra collega:
“ Si doveva intubare velocissimi interrompendo la manovra di rianimazione che durava ormai da un pezzo. In queste occasioni anestesista e medico finiscono sempre per incazzarsi con noi infermieri … La tensione si sente vibrare nell’aria, e si finisce sempre per sottolineare ciò che manca e non arriva subito, piuttosto del tutto che si sta già utilizzando. Era uno di quei momenti critici di transizione, con poco tempo da sprecare, in cui ogni istante è prezioso … Non basta mai la perizia manuale, l’esperienza, le conoscenze, prevale quel senso deleterio d’esitazione di fronte alle incognite che hai incarnate davanti … Allora diventa tutto inaccettabile … T’incazzi perché manca proprio quel farmaco che potrebbe tornarti utile, quell’attrezzo, quel raccordo o quel tubo della misura giusta, quell’aggeggio che ti potrebbe passare per la testa di utilizzare. Ma in quei momenti non ti basterebbe la più fornita delle farmacie e tutti gli strumenti del mondo… Gli infermieri risultano essere sempre quegli imbecilli sprovveduti, imbranati, e incapaci su cui sfogare l’ansia e la  frustrazione del momento, anche se fossero i migliori del mondo … Una specie di parafulmine su cui scaricare l’alta tensione di turno…”
 
Discorsi da infermieri …
Un vecchietto seduto silenzioso accanto ad un letto occupato in cui la morsa feroce della malattia ha obnubilato e reso moscia la voglia e la capacità di reagire e riprendersi, ci indaga e studia. Ci guarda passare avanti e indietro per tutta la mattina.
“Lavorate eh ? Non ve lo regalano quel pane … Si vede subito quello di questa parrocchia che non ha voglia di fare niente … Se ne va lento, si ferma, ritorna, arriva tardi e se ne va prima, cerca l’aiutino, la pausetta, e lascia fare agli altri … Gli manca solo il sombrero in testa per mettersi a fare la siesta …”
 
Che abbia ragione ? … Chissà a chi si riferiva …
Un fisioterapista esce perplesso da una stanza.  “Mi sembra un polipo … Un polipo che dimena i tentacoli … Questa paziente che non sta mai ferma, trema tutta continuamente … E’ incontenibile … Un polipo … Un polipo …“
 
Altri due infermieri …
“ Strani i familiari … a volte sperano fino all’ultimo che si prolunghi la degenza … o accada qualcosa di definitivo, liberante. L’ospedale con le sue competenze da sicurezza, pensa lui a tutto … Quanto provi ad educarli su qualcosa li spiazzi, perché devono riconoscesi capaci di badare alla situazione, e non hanno più scuse per intervenire col loro parente. Alla fine si devono rassegnano al fatto che le cose vanno diversamente, entrare nell’ottica del tanto esorcizzato impossibile rientro a casa, o all’idea che servirà sborsare qualcosa. “
“Finiremo anche noi col ritrovarci a letto in pigiama e ciabatte, finendo nel versante della vita da cui tutti rifuggono il più possibile. Altro che pensione ! Rimarremo in servizio per tutta la vita, restando anche noi a letto in una stanzuccia per gli infermieri … Ma ci dovremo alzare per andare a rispondere alle chiamate ed assistere gli altri … “
 
Un altro collega buono come il pane, che non farebbe del male neanche a una mosca, racconta.
“Un’anziana per strada mi ha visto procedere nella sua direzione andandole incontro … Chissà come e perché ? Mi ha guardato, e ha subito accellerato il passo fino a mettersi a correre ritornando indietro sui suoi passi. Si voltava continuamente verso di me, e stringendosi al petto la borsetta, è giunta alla fermata degli autobus, salendo in fretta sul primo che passava. A nulla è servito che le gridassi:
“Signora … Tranquilla ! Non sta accadendo nulla !”
Potenza della suggestione … Sono questi i tempi che viviamo, soprattutto in periferia, nelle ore inconsuete del mattino e della sera… Si ha paura, anche di quello che non c’è …
 
Esco dall’ospedale rientrando nella vita di sempre.
Sulle scale di casa una giovane donna è inciampata e caduta. Mi ha fatto impressione vedere gli amici vicini che la soccorrevano preoccupati soprattutto di nasconderla. Come se ci fosse da vergognarsi nello star male, mostrare il proprio lato debole, farsi vedere scomposti e bisognosi, diversi dalla solita figura efficiente. Una privacy inutile …
Qualche altro passo … altri incontri…uno dei miei fratelli.
Mi trascinato dentro ad un altro angolo ricchissimo e nascosto di Venezia che non avevo mai visto e visitato. Un altro piccolo Paradiso d’arte, tradizione e storia bellissimo … Uno spicchietto di Cielo nascosto, che mi ha regalato intense emozioni. Un posto tutto chiuso con chiavi ed efficienti e complessi lucchetti prodotti secoli fa. “ E’ mille volte meglio di una password di oggi.” Mi diceva, “ Se finisci lì dentro non ne uscirai più … Non ti libererà più nessuno “. Me ne esco, invece, più ricco dentro …Venezia è ancora più bella di ieri.
Ascolto la gente qualsiasi che parla per strada …spezzoni di discorsi …
“Certi manager hanno visioni di situazioni, aree commerciali, zone internazionali e spazi che noi non immaginiamo… Noi siamo abituati al nostro piccolo orticello e non capiamo niente di corridoi funzionali internazionali e mitteleuropei … dell’economia transasiatica, o panafricana e cose del genere … Siamo sprovvisti di una certa apertura ed elasticità mentale, per cui rimaniamo come disorientati, tutti presi ancora dal nostro mondo piccino e ridotto. Se parliamo di Cina, di Transiberiana o dell’Oriente Express non ne andiamo più fuori. Siamo come ottusi nel nostro vivere ristretto, mentre dovremmo imparare a spalancarci alla globalità e pensare in grande …Un sussulto a Sidney dovrebbe diventare immediatamente interessante a Venezia…”
 
Mi sento un po’ mancare la terra sotto ai piedi …Comunque passeggio ancora.
Qualche anno fa era una ragazza carina, una delle tante … Ora è una donna matura, fatta in ogni senso. Se ne va ciondolando a braccetto del suo fornitore spavaldo, che dissimula disinvoltura, tranquillità e spigliatezza. E invece li noti entrambi lontano un chilometro, rilevandone lo stato pietoso senza incertezze. Occhiali da sole, che non c’è, per proteggere gli occhi puntiformi, e sorriso eccessivo gratuito per tutti.
Che ci sarà tanto da ridere poi ?
Lei barcolla e s’appoggia sui muri, sembra camminare sopra le onde di un mare in burrasca, o sembra che provi a scendere da una giostra in corsa che continua a girare velocemente. Passandoci accanto, borbottano a mezza voce discorsi insensati che ritengono normali, uguali a quelli che tutti stanno scambiando per strada. Nessuno ci bada, tutti assuefatti a incrociare scene del genere. Sembra perciò che anche quei discorsi siano plausibili come tutti gli altri.
“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla … sii gentile sempre…” mi ritorna nella mente.
Finiamo tutti per amalgamarsi e perderci nel flusso giovanile che esce come l’acqua di un canale in piena dall’ultima lezione universitaria del giorno. Escono, si sparpagliano, si frammischiano ai passanti, e si disperdono nei mille rivoli della città lagunare frammischiandosi con tutto e tutti nella solita alchimia umana veneziana.
A volte basta tendere l’orecchio senza chiedere nulla, e ti raccontano storie incredibili di una Venezia che non c’è più. Mi piace ascoltarle, perché la sento un po’ la mia Venezia, una Venezia vissuta, viva, rivestita di umano.
I giovani seguono una sintonia, un’onda diversa …
“Certe cose a molte persone di oggi non dicono più nulla, sono solo storie noiose prive d’interesse. Abbiamo altro per la testa … Viviamo una Venezia di oggi che è molto diversa da quella che tu vai cercando… Studiamo, leggiamo, ascoltiamo musica, viaggiamo, dipingiamo, incontriamo persone, balliamo, provando a rompere il cerchio talvolta angusto e mefitico in cui si vive, lottando contro l’autocommiserazione. Proviamo ad affrontare la fatica e lo stress della mancanza di prospettive, a non arrenderci al solito stereotipo dei giovani senza lavoro … Ma ci chiediamo spesso a che cosa serva darsi tanto da fare se all’orizzonte vedi solo uno squallido “day after”  pieno di opportunisti, politici vuoti, corruzione, disoccupazione, suicidi, parolai e pennivendoli interessati, bravi a dire e poco a fare…”
 
Ma io ascolto le storie ugualmente … anche se mi fanno osservare che: “I vecchi vivono sempre di racconti e memorie …“
Me ne farò una ragione, ma intanto mi lascio cullare in racconti che considero vivissime ed affascianti.
Un Finanziere in pensione mi racconta …” Anni fa qui era tutto diverso … C’era un Porto e una Santa Marta … una Venezia che oggi non esiste più. C’era il punto invalicabile detto “Portofranco”. Le norme e le indicazioni imparate alla scuola militare erano severissime, ma le indicazioni pratiche del collega anziano di guardia la prima sera quando sono arrivato per il mio turno di guardia furono diverse.
“E’ semplice: mano così in avanti, e mano così all’indietro. Non serve dire nulla, basta un cenno col capo, o il saluto militare. Il resto non conta. Non far domande inutili, non pretendere di sapere. Non farci caso, qui ci sono tutti che trafficano, entrano ed escono da sempre. Non t’impicciare … Tu sei solo una presenza, sono cose più grandi di te. Devi solo far vedere che ci sei, che vigili, che in qualche modo sai e controlli … Il resto accadrà da solo e non dipenderà da te. Vivi tranquillo…”
Ho capito bene il messaggio, perché provengo da una tradizione e una cultura che m’insegnavano: “Quando ti presenti bussa con i piedi … perché le mani saranno occupate a portare un regalo … farai un rumore diverso presentandoti…”
Poi qui dentro si raccontavano un mucchio di storie … Quella di Suor angelica ad esempio, che in fondo era anche una bella donna formosa … Si si dice che sia accaduto di tutto … Ma si dice … se ne dicono tante … Di certo è vera quella che è finita con l’automobile in retromarcia in canale, salvata dagli spazzini di passaggio … Faceva molta carità in città … quella è vera.
Diceva ai pescatori del mercato del pesce: “Ti do un bavaglino per i tuoi bambini in cambio di una cassetta di pesce per i poveri … “ “Ma suora i miei figli hanno ormai più di vent’anni  !…”
“E diventerai pure nonno no ? Allora, intanto ti do un pacco di caffè …  e tu dammi il pesce, dai …”e il pesce partiva per gli orfanelli, i seminaristi, gli asili e i poveri.
Gli uomini in giro facevano di tutto, ne combinavano di tutti i colori … Non lavoravano, ma vendevano sui gradini del ponte i pesci pescati in laguna all’alba… bastava. Era un vivere anche quello. Diversi si portavano a letto ogni tanto la solita donna grassa e brutta … così in cambio poi lavava loro i panni e la biancheria… Sistemato anche quel problema. C’era poi una bella bionda avvenente e formosa col marito gelosissimo … Lei lo cornificava spesso e volentieri proprio perché era oppressivo e asfissiante con lei, e la teneva sempre chiusa in casa. Ogni tanto qualche ometto aitante doveva trasferirsi d’urgenza … prima che il marito s’incazzasse per davvero … Si viveva, si viveva insomma …C’era più movimento, accadevano più cose di oggi in cui tutto qui sembra morto.
“Avevo una giovane donna che mi seguiva continuamente, insistente, non riuscivo a togliermela di dosso … Incontrandola, ho detto a mio nipote che portavo in visita a Venezia tenendolo per mano …”Chiamami papà … così ce ne liberiamo una volta per tutte” … Infatti, così è accaduto … Più vista  ! Sparita per sempre …“
 
Sono solo alcune storie del Porto di ieri, solo briciole … di posti oggi deserti, senza più nessuno …
Cammino ancora verso casa… e si spalanca un negozio boutique da cui esce una bella signora piena di pacchi e pacchetti.
 
“ Allora … già una commessa mai incontrata in vita mia, che mi chiama “gioia” m’indispone e fa venir voglia di lasciarle tutto sul banco ed andarmene…”
 
Poi piano piano accade la calma della sera …e poi arriva di nuovo la notte, mentre lontano in laguna aperta lumeggia e beccheggia un lume solitario, che rema lentamente nel buio.
Sembra quasi sospeso nel niente… è solo trascorso un altro giorno qualsiasi.

 

feb 22, 2014 - Senza categoria    No Comments

COME … MASCHERE SGANGHERATE.

carnevale

Dicono che le piante “sentono” il movimento intorno a se. Percepiscono le foglie che si muovono intendendolo come un segnale. Non possiedono un apparato uditivo come il nostro, ma una specie di capacità d’ascolto spalmata e sparsa dappertutto, diffusa in ogni foglia.

Stamattina un vento spavaldo scuote ogni cosa intorno, ululando negli angoli e nelle pieghe delle calli e delle case, mentre dalla parte dell’alba c’è in cielo un cuscino nero di nubi, che più nero non si può.
Beh … se le piante hanno bisogno d’ascoltare un segnale per risvegliarsi e riaccendere i motori uscendo dal sonno dell’inverno, eccome che c’è !
Infatti, il solito ciliegio della Marittima del Porto esibisce gemme gonfie ed evidenti nuove di zecca. Le piante sono tutt’altro che sorde …
E intanto, per cambiare …pioviggina.
L’unica insegna accesa è la “T” della rivendita dei Tabacchi, dei numeri dei giochi, ricariche dei cellulari, e tutte le altre carabattole. Il resto è morto, nero e spento, non un bar aperto, nulla. Perfino il panificio col forno che apriva molto prima dell’alba è totalmente chiuso e al buio. Adesso si vende pane insipido che arriva freddo con un barcone da un’altra parte di Venezia. Niente più aria pregna di profumo di pane appena sfornato, né di frittelle di Carnevale … In lontananza, la luce azzurrognola della cuspide dell’ex Molino Stucky, ora riciclato come Hotel di lusso, lumeggia contro il cielo scuro al di là del Canale della Giudecca, e oltre le file nere delle case della contrada.
Solo i mie passi ticchettano su e giù per i ponti, per le calli e le rive, mentre una cosa diversa dal solito induce una solitaria signora ad accellerare vistosamente il passo francobollandosi sui muri.
“ Due tre colombi in mezzo alla strada ? “
 
No… Un grosso ratto che, impavido, contendeva a due colombi che svolazzavano goffamente, una vecchia fetta di polenta gialla fuoriuscita con gli avanzi da un sacchetto della spazzatura sventrato.
Picchio chiassosamente un piede per terra, e quasi per magia spariscono tutti e tre i personaggi.  I canali sono paradossalmente vuoti, quasi in secca, col solito odore di fogna e di marcio, che prende il naso e profuma d’intorno. Sembra quasi che un mostro invisibile si sia bevuto tutta l’acqua…
Sbadiglia una finestra all’ultimo piano di un cupo e scuro palazzo di fronte. Una signora in pigiama inizia la giornata facendo cigolare la carrucola rugginosa della corda del bucato. Appare e si stende un arco penzolante di panni multicolore … sembra un largo sorriso beneaugurante appeso in aria … Una allegra trovata di Carnevale …
In alto, una mezza Luna seduta in cielo, sorniona e velata, corre a tramontare trascinandosi dietro una coperta di stelle vanesie e pallide dentro a scuri stracci di nubi. Sembra mascherata anche lei, intenta ad osservare lo spettacolo della città trasudata e grondante distesa di sotto, come una vecchia affacciata al balcone di casa. Emana un luce moscia come quella delle luci degli alberghi di notte, o dei lampioni della città, che ti permettono appena di vederti intorno, senza capire che cosa le scarpe vanno a pestare.
Cammino girando lo sguardo intorno sui calcinacci caduti lungo tutta la fondamenta, e sui muri morsi, grattati dalla salsedine e dall’umido. Sono tutti tappezzati con i manifesti del Carnevale Veneziano di quest’anno … Ci siamo, la nuova kermesse è iniziata.
La gente accorre e s’assiepa in massa nella solita Venezia secolare e fascinosa, creando e inventando inconsapevolmente il Carnevale con la loro presenza. Un ressa adrenalinica, e una festa esuberante di maschere, costumi, frittelle, coriandoli e stelle filanti, musica, spettacoli, risate ed allegria …
“Spareranno anche i fuochi d’artificio … E’ davvero un piacere esserci !”
 
Le vecchie maschere tradizionali che popolavano la mia infanzia: Ballanzone, Colombina, Pulcinella, Stenterello, Gianduia, Brighella … e soprattutto Sior Pantalòn e Arlecchino hanno lasciato la scena prima ai Zorro, ai pagliacci, ai cow boy e agli Indiani, e ora sono stati sostituiti a loro volta dagli Zombie e dai personaggi che traboccano fuori dai film di oggi … Tutto si mescola con tempo e con l’immagine di fascinose, enigmatiche ed elegantissime dame luccicanti dentro a costumi settecenteschi e da fiaba.
Le maschere imbrillantinate rivelano la nostra costante voglia di apparire, mostrarci diversi, fingerci in qualche maniera alternativi a quel che siamo.
Ci piace uscire almeno per un poco dal copione speciale racchiuso dentro di noi che interpretiamo ogni giorno. Il Carnevale è parabola del vivere quotidiano … e la vita, in fondo, è un grande teatro di cui allo stesso tempo siamo tutti abili attori e divertiti spettatori… Un grande gioco di ammiccamenti, cambi di scena, costumi e sembianze, pieno di trucchi e facce talvolta contradditorie, alternativamente tristi o ridanciane … La vita assomiglia spesso ad una grande mascherata …
Al lavoro c’è odore di brodo e minestrone su per le scale, e quando apro la porta del reparto d’ospedale, escono fuori: “profumi e balocchi” dalla “nostra solita giostra” poco giuliva. Anche qui s’indossano “maschere” diverse … ma sono di dolore, disfacimento, preoccupazione, incertezza e fatica.
Un signore canuto e irsuto, con la barba di un Babbo Natale, stanotte ha gridato per ore incazzato come una iena.
“ … Perché Aurelia non è ancora pronta per andare a teatro … Ma che cos’ha ancora da farsi di là, che non finisce mai e non esce più ? …”
 
Stanco d’attendere ha scavalcato la spondina del letto come l’omino della pubblicità dell’olio per recarsi almeno al bagno.
“Perché rendono così difficile e complicata una cosa così semplice e naturale … con questo cordone ombelicale di sotto, che si tende fastidiosamente come i guinzagli di quelli che fanno body jumping saltando giù da un ponte ? …”
 
Due camere più in là, un orso di uomo scarica la pipì dentro a un comodo pacco di biscotti appena aperto e ancora pieno …
“Che schizzignosi e pignoli che siete ! Un contenitore vale l’altro, no ? “
 
Un altro con la bocca piena, tossendo e quasi soffocandosi, apre il cassetto del comodino e si applica sul polso un elettrostimolatore che possiede da anni … Corriamo allibiti.
“ Si fermi ! Lei ora ha un pacemaker indosso … Non si procuri danni …Deglutisca bene, lentamente …” e lottiamo non poco per farci consegnate “quel coso” con la scusa di portarlo a valutare dal dottore.
“Sarà contenta che oggi le abbiamo fatto tutte queste cose insieme aggiustarla un poco ? Le radiografie, l’ecografia cardiaca, la fisioterapia, la logopedia … “
 
“ E’ l’ora invece che mi buttiate dentro a un canale … Liberatemi il letto da questo cancello … che devo andare di là a stirare … devo mettere su da mangiare … e poi dovrò uscire per fare la spesa … Non posso rimanere qui a perdere tempo e giocare con voi …”
 
Da un’altra parte vedo uno, che era una mente fine, rimanere a guardare immobile un muro bianco per un’ora e mezza ripetendo in continuità: “15, 16, 17 … 15, 16, 17 … 18  ! Ecco, sì: 18 … 15,16, 17 …” e avanti così.
Un altro di novantacinque anni suonati ritiene inutile dedicarsi a recuperare equilibrio e cammino, curare vertigini, tremori e confusione … “ Sono cose inutili e stupide …  Io devo uscire di qui al più presto, perché devo andare immediatamente a rinnovarmi la patente…”
 
Volti, volti, volti e storie … In certe stagioni della vita la nostra esistenza finisce per diventare una maschera patologica e ingovernabile, comica e triste insieme. Come un Carnevale inconsapevole, subito e inevitabile.
Ieri sera è accaduto un blackout improvviso durato pochi attimi, come il soffio festoso del Carnevale. Al buio tutto ha assunto un sapore, un colore, un’evidenza diversa dal solito reale, come quando indossi una maschera di Carnevale. Sei sempre tu ma non sei tu …diventi spensieratamente per qualche attimo quello che sogni d’essere.
Siamo tutti maschere …Io stesso sono una maschera … una delle tante strampalate del Carnevale che torna ogni anno … ma s’interpreta e dura tutta la vita.
feb 13, 2014 - Senza categoria    No Comments

“ E DOPO LA PIOGGIA … LA NEBBIA. ”

gondola

Tocca alla nebbia dopo la pioggia noiosa e devastante. Sembra voglia nascondere quanto è accaduto … le alluvioni, il casino, i danni, le angosce i pianti, i dissesti, e i soccorsi … le proteste, e la solidarietà.

Densa, bassa, insidiosa, stamattina mi picchiettava il naso e gli occhiali … Un grosso TIR è passato fendendo il muro ovattato e opaco. Lo spostamento d’aria ha scosso le fronde e i rami stecchiti degli alberi, e un gocciolio fastidioso mi ha infradiciato la testa.
“Uffa ! ancora acqua … E basta con questo piovere … “ lo dicono tutti ormai … Non c’è più poesia.
Dentro alla nebbia, prima dell’alba, i merli facevano un casino bestiale sui rami spogli degli alberi. Si chiamavano da una parte all’altra della zona del porto, altri rispondevano subito in lontananza in un’estemporanea chiacchierata continuativa. Giorni fa sembrava non ci fossero, ma ora si stavano dando parecchio da fare.
Venezia era traslucida, diafana, pallida … Sembrava quasi timida e vergognosa mostrando il suo volto opalescente e impalpabile. Sembrava un Pierrot di Carnevale incipriato … Un po’ triste, interrogativo, enigmatico.
Un collega buono come il pane, che non farebbe del male neanche a una mosca, ha incrociato una signora sconosciuta … nella nebbia … Chissà che cosa lei ha visto nel suo volto e nella sua presenza. Sta di fatto che si è stretta la borsa al petto, e si è messa a correre verso la fermata del bus più vicina. Con ampi gesti ha fermato il primo autobus che passava, e inciampando sui gradini è salita a bordo mettendosi in salvo al sicuro … Ma da chi  ? Da che cosa ?  Forse da una nebbia del vivere … da fantasmi paurosi del tempo che viviamo.
Sempre nella nebbia ho osservato i rami degli alberi spogli senza gemme, ma già con strani rigonfiamenti in certi punti dei rami. La Natura spinge, respira, fa il suo corso imperterrita. Dorme, si risveglia …come noi ogni giorno. Una primavera ogni mattina. Gira e rigira la giostra … Accesi, spenti … On-Off … 1-0 …0-1 … come i bit del computer.
“ Panta rei os potamòs” (tutto scorre come un fiume), dicevano già  millenni fa … Sempre e ancora questi fiumi e quest’acqua di mezzo … Dal monte al mare, dalla sorgente alla foce .. sempre allo stesso modo, unidirezionale ….come i pensieri che tornano e ritornano nella mia mente. Alla fin fine è sempre uguale questo scorrere del mondo … con ciascuno dentro al proprio piccolo fluire… Scorriamo come la pioggia di questi giorni, fumosi come la nebbia, facendo danni e beneficando, fecondando misteriosamente la terra.
“Ma quanta ne è caduta in questi giorni ? … Troppa … eccessiva …” come siamo noi talvolta.
All’alba Venezia nella nebbia sembra più addormentata che mai, in standby totale. Supero tante porte anonime e chiuse che non conosco, con tante storie vive chiuse dentro. Ognuna è un nido più o meno accogliente, che accoglie persone e vite, amori, sogni, desideri, speranze, ma anche pene, dolori, segreti difficili e taciuti, delusioni ed egoismi. Tutto è impastato nel buio della notte della riservatezza e della discrezione privata … come una grande nebbia confusa, gelosa di quel che siamo fino a nasconderlo… Compreso il barbone che è sempre lì disteso in fondo all’angolo del portico illuminato. Avvolto negli stracci del suo sudario notturno sembra un saccone abbandonato che nessuno vede.  Passano i mesi, gli anni, le stagioni, ma lui è sempre lì … come la pioggia che non smette, come la nebbia che torna e ritorna.
Sono transitato esterno, parallelo … Anonimo anch’io, insignificante ed estraneo rispetto a quanto accade e si protegge dietro a certe porte. Passando ho sfiorato, toccato i muri … come provando a condividere epidermicamente qualcosa, sentire di più e più da vicino … ma era solo illusione … non funziona così. Nella maggior parte delle circostante rimaniamo solo giustapposti gli uni agli altri, raramente condividiamo, tantomeno siamo uniti … Si salvano in pochi, i consanguinei, gli amici quelli veri … ma neanche loro qualche volta.
Solo la nebbia e la pioggia accomunano tutto e tutto …
Un uomo giaceva steso a terra ammanettato nel parco pubblico. Un poliziotto accanto ascolta gracchiare la sua trasmittente, mentre un altro era rimasto immobile ad osservare la gente che passava indifferente, estranea e distratta.
Una gondola dondolava in controluce, che quasi non la vedevo. Sentivo solo che col suo incedere lento schiaffeggiava l’acqua nel canale, aprendola col remo come una crema invitante in un misto di goffo ed elegante insieme. Una risatina divertita trapassava e rimbalzava come un eco sui muri dei palazzi, sulle sagome oblunghe dei monumenti, e sui riflessi arlecchineschi delle luci che si rincorrevano e serpeggiavano dentro al canale.
Sulla prua della gondola un pallido lumino speranzoso lumeggiava fioco, dondolando sull’acqua. Sembrava quasi un pigro sbadiglio nella notte, o forse un occhio assonnato che si spalancava sul primo mattino di un giorno nuovo.
Ora la distinguevo nitida più vicina, una sagoma piegata ed elastica, e udivo anche una nenia cantata sottovoce, quasi per non disturbare, accompagnata dal suono stirato e melanconico di una vecchia fisarmonica.
“Com’è triste Venezia … “ cantava un gondoliere gesticolando lento nella nebbia. E ho sentito ritornare la risata a cui si è sovrapposta una bordata d’applausi divertiti.
Un altro collega più o meno della mia età, era già recidivo d’infarto … Pioggia sul bagnato … Una pioggia difficile, scomoda e rovinosa. L’ho incontrato più volte pallido e provato, ma comunque sorridente e spiritoso. Per non farsi mancare proprio nulla, “ha deciso” ora d’indossare lo stretto abito dell’ictus e dell’emiplegia … La nebbia densa dopo la pioggia, l’incertezza oscura, ostica e insidiosa di un altro domani.
La nebbia è un grande punto interrogativo, sinonimo del non capire e del non trovare una risposta. Una mancanza di perché voluta dal destino … Ma che è il Destino ?
Talvolta si prova un bisogno impellente, quasi spasmodico, di sole, di luce e trasparenza rassicurante. Si vorrebbe uscire da ogni frustrazione, dall’acqua che devasta, annega e fa piangere … Si vorrebbe ascoltare e canticchiare una canzone allegra, un’armonia che faccia emozionare … sentirsi sereni e leggeri almeno per un poco … capaci di sopportare le incertezze, le brutte notizie e le fatiche del vivere.
E’ quasi una sete la voglia di sole e bel tempo … non solo meteorologico però.
Una bimba biondina dalla testina increspata, più capelli che bimba, mi sorride furbetta da sotto due occhi bellissimi.  Mi scruta già pronta a fuggire … e mi lancia addosso una manciata di coriandoli allegri e colorati … tristi nella nebbia anche quelli, come i pensieri fuggevoli di questi giorni cupi.

 

feb 11, 2014 - Senza categoria    No Comments

“IL MERCANTE VENEZIANO.” – quarta parte.

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” IL MERCANTE VENEZIANO. “- quarta parte.

“ … Ritrovata una parvenza di salute, sono tornato a recuperare la mia preziosa cintura di monete e pezzi d’argento. Con mia immensa sorpresa ho scoperto che in questa parte remota del mondo il Grande Impero Cinese utilizzava moneta di carta al posto di quella di metallo. Ha dismesso le vecchie monete col buco in mezzo, che per comprare o vendere qualcosa abbisognavano di lunghe collane ingombranti e pesantissime. Ma quel che mi sorprese ancor di più fu che in quel mondo magico di mercanti, quella moneta di carta poteva valeva e contava ancor meno di quella di metallo da sera a mattina. Ci si ritrova in mano con un pugno di cartaccia inutile, perché lo Stato del Potere stampava più carta del valore corrispondente che possedeva in metallo. Con quei furbeschi passaggi era come vedere scappare via il proprio patrimonio come l’acqua del mare o la sabbia del deserto fra le dita di una mano. Qualcuno è finito sul lastrico e in miseria in poco tempo, ritrovandosi col suo capitale trasformato e ridotto a moneta inutile priva di valore. Quella moneta di carta scottava, e ciascuno cercava di non ritrovarsela in mano nel momento peggiore o attuando uno scambio sbagliato, e soprattutto nel giorno in cui si dichiarava nullo il suo valore sostituendolo con una nuova valuta.
Sembrava un gioco … un terribile gioco, capace di portarti a rovina. A qualcuno non rimase che finirsi la vita per scappare dai debiti e dal disonore.
Alla fine, dietro quel miscuglio impossibile di ricchezze e povertà, ho capito che l’unica cosa che conservava stabilmente un certo valore era l’argento. Il denaro vero, quello di metallo, serviva e contava ancora. Soprattutto quello con le facce buone impresse, con i simboli delle ricchezze dei regni forti e stabili.
Neanche a farlo a posta, le navi grandi come case trasportavano grandi quantità proprio d’argento, ed era quello l’oggetto prezioso più desiderato e utilizzato negli scambi su quell’immenso mercato galleggiante sul mare. Alla fine, era ricco e potente chi possedeva più argento … e c’era qualcuno che violentava e uccideva senza remore e scrupoli per possederne sempre di più.
Mi ritrovai perciò ad essere fortunato e competitivo, perchè possedevo una cintura d’argento … Una ricca cintura, ossia un capitale prezioso. Dovevo solo cercare di farlo fruttare nel migliore dei modi.  Ma vedendo e sentendo come si moriva facilmente per un pugno di monete, dovevo essere furbo e vigilante perché accanto al mio capitale ci fosse sempre e ancora la mia testa attaccata al collo.
Le navi grandi come case erano cariche non solo d’argento, ma anche di spezie, armi, riso, e grandi quantità di sete e porcellane finissime. Quelle merci stipate nelle stive erano un vero e proprio tesoro. Se fossi riuscito a mettere le mani sopra ad almeno una piccola parte di esso ed inviarlo a Venezia, sarei diventato certamente ricco. Passando dall’Asia all’Europa e attraverso Venezia, quelle cose avrebbero non dico decuplicato il loro valore, ma di certo creato un surplus di guadagno davvero notevole.
Ma da dove proveniva quel tesoro, qual’era la fonte di quelle merci preziose ? Dove si recavano quei mercanti spietati per comprare senza intermediari quei prodotti finissimi ? Ero certo, che se fossi riuscito a raggiungere il posto in cui si manifaceva e produceva quella merce preziosa, avrei di certo strappato prezzi favorevoli, liberi da intermediazioni, usure, e sensali ladri ed esosi…”
Così raccontò Almorò Pisani, che vestitosi di stracci, col volto sporco e puzzoso di escrementi di cammello, provò ad accompagnarsi ad una carovana che ritornava a rifornirsi alla sua fonte di produzione. Con un grosso pezzo d’argento comprò la complicità di uno dei cammellieri della carovana, e fingendosi muto e stupido, si trascinò finalmente con loro fino al di là del deserto seguendo una dura pista per giorni e giorni. Risalirono un fiume tortuoso anche lungo delle rapide impetuose, usando fragili barche fatte di pelli di bestia. In seguito attraversarono una giungla selvaggia e chiusa, che sembrava priva di strade, per uscire infine in un lungo deserto arido e sabbioso oltre il quale sembrava esistesse quel posto dove si producevano quelle cose preziose.
Solo dopo molto viaggiare, oltre la strettoia di una valle attraversata su di un ponte di corda sopra una forra in fondo alla quale scorreva un torrente scuro e vorticoso, raggiunsero infine un ameno villaggio al centro di una grande oasi ridente e verde di campi e terre fruttuose.  Sembrava un’altra Venezia, una Venezia dell’Asia con palafitte, case e ponti, e con riflessi colorati che si dipingevano sulle acque placide dei tanti stretti canali solcati da un nugolo innumerevole di barche leggere. Ma non erano ancora giunti alla meta …
Lasciato il giorno dopo, e superato quel ridente villaggio, attraversarono lungamente un’ampia foresta, e scendendo di valle in valle giunsero in una grande e magnifica città, abitata da un popolo fiero, laborioso e capace di tante attività mercantili e artigiane.
“… Lì c’era un capo potente, temuto e ascoltato, una specie di padrone che controllava tutto e tutti. Un uomo di pelle scura e dagli occhi profondi, vecchissimo di anni, ma che sembrava essere senza età. Per le sue mani passavano le risorse e le ricchezze di tutta la città, e anche la vita di quasi ogni uomo, vecchio, donna e bambino …libero o schiavo che fosse.
Ripulitomi di tutte le mie immonde sozzure, e restituitomi ad abiti degni del mio scopo e delle mie intenzioni, nascosi nuovamente la mia cintura degli argenti, e riuscii a farmi introdurre alla presenza di quel Gran Visir, non prima di una lunga settimana di attesa infruttuosa.
Mi ritrovai davanti un uomo cordiale, elegante, gentile e profumato, ma altrettanto determinato, convincente, e soprattutto crudele, spietato e capace di ogni violenza e dissolutezza. Sarebbe bastato un suo cenno, che la mia testa sarebbe ruzzolata sui suoi sontuosi e colorati tappeti abbandonando il mio corpo per sempre. Era un mercante soldato, che andava per le spicce, ed era abituato a barattare denaro e merci col sangue.
Udita la notizia del mio argento gli s’illuminarono gli occhi, e mi regalò un bellissimo sorriso affabile, che di solito negava a chiunque.
 
“ Vedrai … farai un buon mercato con lui … perché sei entrato nelle sue grazie …” mi disse il suo ciambellano.
 
Quella sera fui invitato a una cena di festa, e l’uomo potente mi volle seduto accanto per gran parte della serata. Volle che gli raccontassi in lungo e in largo di Venezia e dell’Europa, del Papa e dei Re, e proprio quando la festa volgeva a conclusione, volle introdurre l’argomento del mercanteggiare fra noi … e soprattutto con il mio argento.
Non fu cosa difficile, perché si dimostrò disponibile ed elastico nel trattare, non esigente né di troppe pretese. Perciò giungemmo ad un accordo fruttuoso di scambio. Mi avrebbe concesso le sue sete preziose e finissime assieme ad una delle sue figlie in cambio del mio argento. Inoltre avrebbe inviato altri suoi figli ad accompagnare il carico fino ad Aleppo in Siria, oltre le montagne e il grande deserto, dove si trovavano i fondaci degli agenti di mio padre Pisani. Da lì avrei potuto facilmente caricare le galee della Muda d’autunno diretta ai moli di San Marco a Venezia, e infine all’emporio di Rialto.
 
Mi sembrava un sogno … Anche se mi era d’intralcio quella donna che mi avevano dato in pegno fino al ritorno dei suoi fratelli.  Sembrava proprio una bambina dai lineamenti sottili, e pensavo potesse rallentarmi e impedirmi di dedicarmi alla mia prossima impresa mercantile.
Volevo salire finalmente su quelle navi più grandi dei palazzi, per poter spendere lì la parte rimanente del mio capitale che non avevo investito col Visir della valle. Era quello l’ultimo mio scopo, la mia ultima idea per osare qualcosa per guadagnare, poi sarei ritornato a Venezia.
Infine, mi accorsi di notte che la “donna” datami in pegno non era per niente un’innocente e sprovveduta bambina, ma che ci sapeva fare per davvero. Era una donna esperta dell’arte dei sensi e del corpo … e mi fece impazzire in una girandola di voluttà e sensazioni, che mai avevo provato nella mia esistenza. Preso da tutta quella frenesia amorosa, me ne innamorai perdutamente, e le espressi la volontà di portarla con me a Venezia per farne la mia sposa…”
Fu dopo una di quelle notti, che Almorò Pisani tentò l’ultimo colpo di fortuna salendo su una di quelle città mercato galleggianti, cariche e ricche come un miraggio.
“ Di certo a mio discapito giocò una pessima congiuntura che accadde in quei giorni … Il Governo dell’Impero Cinese era stanco dei profitti inusitati dei mercanti pirati del mare. Voleva il loro argento, e il controllo dell’immenso mercato delle loro merci. Ritrovandosi però privo della forza necessaria e della capacità di costringerli nei suoi disegni utilizzando armi, cavalli, soldati, navi e cavalieri, decise di raggirarli con la furbizia. Se li avesse affrontati in mare aperto, di certo avrebbe perso lo scontro a causa della loro supremazia e organizzazione.  Il Governatore dell’Imperatore diede perciò l’ordine di bruciare tutti i porti e i villaggi, e sequestrare tutti i rifornimenti presenti lungo la costa e per una settantina di miglia intorno. Tutta la popolazione fu costretta ad abbandonare le proprie abitazioni, terre e paesi furono distrutti, e portati via viveri e animali, dando alle fiamme i campi e la foresta. Alla fine, la flotta delle città galleggianti si trovò di fronte alla desolazione più completa, e solo una piccola parte delle navi fu in grado di prendere il mare con grande fatica … “
 
La situazione era davvero critica, difficile … ma ciò nonostante, Almorò Pisani riuscì ad imbarcarsi su una di quelle magnificenze che solcavano quel mare lontano, mostrando il suo argento a quei mercanti pirati … Era una sfida alla sorte … Forse la sfida più ardua che Almorò avesse imposto alla sua vita … e al destino.
“ Dove sei Venezia ? “ … sussurrò vedendo la linea di costa allontanarsi, stando sul ponte enorme di quella nave, che sembrava Piassa San Marco…
Fine della quarta parte/continua.

 

feb 9, 2014 - Senza categoria    No Comments

“ DUE SORELLISSIME … “

cucù
Non sono gemelle, e la prima delle due di cui vi racconto è la maggiore. Ora che sono vecchiotte, sono talmente simili nell’aspetto al vederle, due bei barilotti in carne, che per certi versi potresti pensare per davvero che possano essere gemelle. Se le vedeste e sentiste brontolare, o gridarsi e darsi addosso di tutto per strada, o a casa di una delle due, di certo pensereste che sono molto intime e in perfetta sincronia fra loro, davvero: due sorellissime.
Vi accorgereste ben presto, però, che sono: Jing e Jang, due risvolti molto diversi di una stessa medaglia.
La maggiore da giovane doveva essere una donnina frizzante, coinvolgente e mediterranea, forse anche sexy, dalla lingua sciolta, probabilmente accattivante … e chissà, anche fascinosa. La sorella, invece, ora stessa stazza e misure “a cilindro allargato”, doveva essere anche d’aspetto del tutto diversa. Emette ancor oggi un vocino stantio, che sembra qualcuno le pizzichi le corde vocali impedendole di parlare. Una voce diafana, afona, quasi un timido pigolio sottile.
Tanto spavalda ed espansiva di carattere la prima, quanto timida ed introversa, contenuta ed attendista la seconda.
La prima: sinuosa, formosetta e curvilinea ai vari livelli del corpo…La seconda: asciutta, filiforme, e piallata liscia nelle forme.
La prima: sposata con figli … La seconda: single, o come si diceva platealmente un tempo, zitella.
La prima: lavoro leggero saltuario, casa propria, vacanze mari e monti, amiche, e madre orgogliosa e asfissiante dei pargoli.
La seconda: tutta vita da casalinga a casa di mamma, mezza artigiana a domicilio, col grembiule sempre attorno, tutta dedita a servire e riverire i due genitori anziani, accompagnandoli entrambi, uno per volta e per anni, fino alla tomba.
La prima: sempre fresca di parrucchiere, con la cofana a più piani in testa. Rossetto visibile a un chilometro di distanza, e cappellini alternativamente con le piume, col ciuffo dei fiori, o a motivi frutteschi.
La seconda: sempre in disarmo e dismessa, con i capelli riccioluti arruffati e tirati da una banda. Con i vestiti riciclati di mamma e papà, che riattava in casa con abili mani da sarta provetta. D’inverno: sciarpone di lana, e guanti senza dita, e l’immancabile camicia di flanella, larga e comoda a quadrettoni… quelle di papà.
La prima: tacchi a spillo rumorosi, tailleur pettoruto aderente (sempre in procinto di scoppiare), e sobria gonnellona intonata fin sotto al ginocchio. Sempre all’attacco, tutta determinata e pomposa a colloquio con i professori dei figli, che immancabilmente erano troppo avari di voti per la prole certamente meritevole. Più di qualche volta, la si sentiva partire “lancia in resta”, e pagella scolastica in mano, lanciando un suo motto, quasi un grido di battaglia.
“Adesso mi sentirà … Vado io a strappare quei quattro peli dalla testa della maestra !”
 
Poi rientrava mogia, e arresa, perché non è che i figli brillassero di luce propria, ed eccellessero negli studi e nell’impegno. In verità … capivano anche pochino, visti i risultati dei compiti con cui la professoressa immancabilmente la stoppava e conteneva. Ma ogni volta ritornava alla carica …
La seconda, ha trascorso tutta la vita a fare da zia, a tenere a bada i nipoti se erano a casa ammalati, a comparire ad ogni compleanno col pacco grande, che fin da prima si sapeva che cosa conteneva, perché espressamente ordinato dai nipotini adorati. Era la zia sempre presente e col posto fisso alla tavolata di Natale, quando arrivava puntuale con una bella bustina gonfia, con “la mancia” per ciascuno dei suoi tesorucci. La zia quasi sempre in ciabatte e in vestaglia. Oppure la zia con le grandi sporte della spesa, intenta a stirare montagne di vestiti, mutandoni, camicie e calzoni un po’ per tutti: i nonni, la sorella, il cognato… e gli adorabili immancabili nipotini.
La prima: linguacciuta e civettuola, con la camicetta quasi spalancata sulla scollatura. Sempre intenta a sorridere, salutare, “attaccar bottoni” ossia discorsi, e mandare baci da lontano. Elegantemente vestita, firmata e alla moda, con la borsetta di vernice lucida, o con quella con tutte le rifiniture dorate, portata in pendant agli orecchini e ai giri d’oro della collana … che sembrava una Madonna di chiesa.
La seconda: con i vestiti larghi, perché non si era mai piaciuta, e si vergognava come una ladra del suo “grosso mandolino”. Salutava sempre con la manina appena sollevata, e col solito vocino che non si sentiva nulla. Sempre sottovoce, sembrava parlasse e gesticolasse con i segni, perchè gli occhi erano quasi sempre chini a frugare per terra, mentre le guance s’imporporavano fino ad infiammarsi al primo sguardo che le si rivolgeva.
La prima: ballerina provetta, sensuale, passionale … Scatenata in valzer e mazzurche piroettanti, presente col marito a rimorchio in ogni sagra e festa di contrada. Immancabile ai veglioni di Capodanno, e a tutte le feste e le cene organizzate dalla solita Associazione Benefica, e dalla Bocciofila del pluripremiato marito.
La seconda: abilissima a lavorare a maglia, passava le serate d’inverno a sferruzzare e confezionare sciarpe e maglioni per tutta la famiglia. Oppure si ritrovava con gli occhi arrossati e lagrimosi a suon d’incrociare uncinetti fino a notte tarda, sfornando presine, tovagliette e sopra tavolo da regalare a tutto il parentado in ogni occasione. O ancora, impegnatissima fino alle ore piccole, a ritoccare, tagliare, cucire, rammendare attuando i consigli di quel corso di taglio e cucito che frequentava da anni, senza fine, presso le Suore Maestre.
La prima: al ristorante o al cinema col marito nei finesettimana, o a guardare i fuochi d’artificio e le regate sul Canal Grande… La seconda: a far la guardia ai nipotini, o ai fornelli a far la torta, la focaccia, le crostate, le frittelle, le marmellate … da offrire agli anziani nel ritrovo per il gioco della Tombola. La prima: a pesca in barca … La seconda: in pescheria a comprare il pesce, e poi a lavarlo, desquamarlo, friggerlo, arrostirlo … e a togliere tutte le spine per non ferire il palato delicato dei nipotini.
La prima: sempre arzilla, pimpante, allegra, piena di vita, frizzante da mattino a sera.
La seconda: sempre indietro di sonno, e un po’ stanca … o cotta, finita al termine di ogni pesante giornata, a prender sonno davanti alla radio accesa.
La prima: aspirapolvere, lavatrice, lavastoviglie, microonde, televisione satellitare, cellulare e aria condizionata.
La seconda: spazzolone e strofinaccio a pulire le scale, a lavare in acqua fredda la biancheria delicata di tutti per non sciuparla, ventaglio d’estate e cuffia di lana d’inverno, o inginocchiata col di dietro per aria a stendere e tirare la cera sui pavimenti “alla veneziana” di casa.
Insomma …La prima: un sisma … La seconda: la calma piatta.
Col trascorrere degli anni, sono filtrate entrambe attraverso il setaccio stretto e irriverente del tempo. Sono diventate vecchie, ossia anziane, e al vederle si nota che hanno pagato nel fisico il prezzo del vivere, perché le vedi appassite e grinzose, segnate dai giorni ormai andati.
Sono diventate entrambe grassocce, rallentate e lente, e da qualche tempo, la maggiore ha perduto parzialmente l’uso delle sue belle gambe tornite di un tempo, e fatica a scendere tutte le scale per uscire poi in strada. Allora la sorella si reca spesso a trovarla, soprattutto nelle prime ore del pomeriggio.
Soprattutto d’estate, a finestre spalancate, le senti dialogare ed interagire fra loro … fin mentre percorrono la strada per incontrarsi.
“ Prima che faccia buio … Perché non si sa mai che non incontri per strada qualche giovinastro malintenzionato … che mi da una brutta botta  e mi butta poi in canale …”
“Ma chi vuoi che ti tocchi ! … Sei sempre la solita paurosa insulsa …Cosa vuoi che i giovani vadano a “sustegare una vecja… malciapada come ti … Basta il vento a buttarti per terra … I giovani corrono dietro alle belle ragazze … non alle vecchie carrette come te …”
La maggiore, più scaltra, che si ritiene furbetta … ha pensato uno suo proprio antifurto personale da tenere in casa. Ha posto un grosso e vecchio campanaccio per terra sul pavimento, proprio a ridosso della porta d’entrata, in maniera che s’entra qualcuno lo rovescia facendolo suonare così da avvertirla dell’intrusione… Peccato che lei sia quasi sorda come appunto una vecchia campana.
Di solito aspetta la sorella affacciata alla finestra, e attende che salga faticosamente col bastone le rampe delle scale (una ventina di minuti all’incirca e più, soste comprese sui pianerottoli), ma mai si ricorda di spostare il campanaccio da dietro la porta socchiusa. Per cui, immancabilmente, dopo una ventina di minuti:
“Din dirindin din din … e poi din din dòn !” il campanaccio viene spedito e lanciato fino al centro del soggiorno, mentre la sorella tutta rossa in volto, trafelata, sudata e dispnoica spalanca la porta per entrare. E qui già partono i primi improperi fra le sorelle. E’ il segnale !
Come vicini ormai le conosciamo bene, sappiamo che ogni giorno prendono fuoco come buttando un cerino in un pagliaio … Sappiano anche, che dopo qualche minuto dal loro incontrarsi, una delle due s’incazza immancabilmente come jena … (chissà mai quale sarà delle due ?).
A farne le spese ovviamente è sempre la seconda, che, povera, è succube da tutta la vita della prima.
“Vedrai che fra poco partono con la solita cantata della loro Messa !” commentano i vicini.
E infatti, poco dopo, questione di minuto più minuto meno … parte l’ennesima sceneggiata nel cuore delle ore estive, quelle della siesta pomeridiana, quando tutti nel quartiere di solito riposano … e si sentono loro due che urlano in sottofondo. Va detto, che essendo entrambe quasi sorde, le parole che si scambiano sono esse stesse la fonte di fraintendimenti e discussione, in quanto assumono significati e valenze del tutto diverse da quanto viene proferito. Ma è soprattutto la sorella “grande” che è sempre inviperita e collerica, con un vocione assurdo e tonante che trapassa i muri … Continua ad essere la donnina “tutto pepe”, esuberante e grintosa, che è stata per gran parte della sua vita … di un tempo.
Qualche volta al culmine delle discussioni le parte in su la pressione sanguigna, e si lascia prendere dall’“l’angosja”, tanto da dover chiamare in fretta l’idroambulanza per portarla via, in quanto la ritrovano“zampe all’insù”, presa da “mancamento”estemporaneo. Il motivo di tali malesseri è presto detto, perché lo ascoltiamo tutti fuoriuscire dalle finestre.
“Ci deve essere qualcuno, figlio di mamma … che entra di nascosto nella mia casa e viene a frugare nelle mie cose … Non l’ho mai visto, ma se lo prendo gli do sulla testa col bastone … Me ne accorgo, perché trovo spostate le mie cose … Io so bene come e dove le ripongo, e le trovo spostate … E poi ci sono macchie strane sulla biancheria pulita … “
“Sarà la muffa e l’umido … “ prova a pigolare sottile sottile l’altra sorella minore in paziente ascolto.
“Ma che muffa e muffa ! Non capisci niente … Non hai mai capito niente in vita tua … Qui c’è qualche giovinastro che entra dentro a spiare e cercare, e si diverte a macchiarmi le cose … Ha spostato anche il mio anello …”
“L’hai ritrovato allora … Non te l’avevano rubato …”
“Ma ancora … Non capisci proprio un … della vita tu … Ma me l’hanno cambiato !  … perché questo ha un segnetto piccolo che il mio non aveva … Dovrò portarlo dall’orefice per fargli dire se è vero o falso … Deve essere proprio un bastardo … Si diverte alle spalle di una povera vecchia … Sai di quelli perfidi, che fanno del male alla povera gente indifesa …”
“E saresti tu l’indifesa ? “ aggiunge con un altro pigolio la consanguinea.
“Mi domando chi possa essere … E il problema principale è come faccia ad entrare in casa senza lasciare tracce … Ci deve qualcuno che gli ha fornito le chiavi di casa … Immagino si sia fatto una copia ed entra ed esce da qui indisturbato … Aspetta che io vada fuori, o entra mentre sto dormendo … Mi pare d’aver sentito rumori una volta … Forse sarà il postino … o il garzone della bottega del latte e del pane …“
“L’unico rumore che si sente fino in strada è quello di te che russi come una tromba mentre dormi e parli nel sonno …”
“Sai ! Io ho un sospetto atroce … Penso di sapere chi possa aver dato le chiavi a quell’essere malvagio …”
“Ma dai ! Chi vuoi che dia in giro le tue chiavi, se le hai sempre addosso ! ”
“Ma un’altra copia … Scema ! Non le mie chiavi … Sai chi è ? … Vuoi proprio saperlo ? “
“Dai dimmelo … Chi sarebbe questo colpevole ? “
“Sei stata tu ! … Sei una traditora ! … Non puoi essere che tu a dare la copia delle chiavi al bastardo … Dopo tutto l’affetto che ho avuto per te …“
“ Io ??? Ma sei matta ? …Non so neanche dove si trova la copia delle tue chiavi …” se ne uscì con un altro pigolio, ma stavolta associandolo a una bordata di pianto e singulti.
“Ecco ! Vedi le hai perse … Te le hanno rubate … E poi mi dai anche della matta … a tua sorella più grande …Allora ce l’hai su con me… Sei stata tu … Vergognati ! “
“Ma … io …”
“Vergognati ! Vergognati … Non sei neanche degna d’essere mia sorella …”
 
E avanti così … o sulla falsa riga di questa canzone … Quasi ogni giorno … Una puntata diversa e ulteriore … spesso riprendendo da dove si era rimasti il giorno precedente.
Nel soggiorno di casa della sorella maggiore troneggia in mezzo ad una parete un vecchio orologio a cucù.
Bello grande, di quelli di una volta, un po’ barocco e arzigogolato, lavorato e intagliato in montagna, in Pusteria forse … con le catenelle e le pigne che penzolano di sotto. Nel bel mezzo delle accese discussioni delle due sorelle, senti spesso il cucù venirsene fuori gridando le sue ore, sgraziato e incazzoso anche lui. Solo che segna sempre ore strampalate … completamente diverse e sballate a confronto con l’ora vera del giorno e dell’orologio.
In perfetta sintonia con lo status delle due amene sorellissime …
feb 4, 2014 - Senza categoria    No Comments

LA PIOGGIA E’ MUSICA… MA ANCHE NO.

acqua alta (20)

Il vento di scirocco soffiava bagnato, tronfio e potente. S’infilava dappertutto, strapazzava gli alberi, disegnava onde a raffiche nei canali colmi fin sulle rive. Sembrava volesse strappare gli scuri dalle finestre chiuse, e le lamiere dai tetti. Tendendo l’orecchio verso sud si udiva il mare mugghiare. Sembrava il ronfare di un gigante disteso, addormentato ubriaco. Un respiro profondo, che gonfiava e premeva sulla laguna già colma, con l’acqua fino alla gola.

La città era sudata, sfatta e sfibrata, con i palazzi dilavati e grondanti. Sembrava in preda ad un’altra ondata di febbre. Le barche passavano appena sotto le arcate dei ponti bassissimi sul pelo dell’acqua. Di sotto, nei canali, si udiva tutto uno sciabordare, gorgogliare, risaccare e rimestare di acque. Le sirene urlavano che fra poco Venezia sarebbe stata nuovamente allagata, rimanendo in ammollo per un altro pugno di ore.
La pioggia violenta, sferzante, pareva volesse accanirsi anche contro di me … Che le avevo fatto ?
Sembrava dirmi: “Ma dove credi di andare col tuo ombrello traballante ? … In questi giorni comando io …Prevale l’acqua ! Tutto è bagnato, e anche tu sarai tale …Hai poco da provare a proteggerti … Sono giorni d’acqua … e che acqua sia ! ”
 
Fantasie del mattino … ma intanto ero tutto intirizzito e con i piedi dentro e fuori alle pozzanghere, e provavo a camminare contrastando le folate bagnate del vento col mio pezzetto di tela scricchiolante.
Trattenendo a due mani l’ombrello tinta arcobaleno, come una protesi preziosa, ho notato in controluce un paio di stivaletti scamosciati da donna abbandonati sopra a una panca pubblica, ma non c’era traccia della donna che li portava …
“Come saranno finiti lì ?”
 
Mi ha risposto un altro scroscio di pioggia.
Sullo sfondo del viale scuro luccicavano, coperte di pioggia, due lampade rassicuranti poste ai lati dell’ingresso di una locanda. Una giovane donna sinuosa e curvilinea, foderata di nero aderente e con un vistoso lumino in fronte, mi ha superato correndo e ancheggiando dentro le pozzanghere. Pareva passasse leggera infilandosi fra una goccia e l’altra della pioggia, scodinzolando la coda altrettanto nera dei capelli…imperterrita.
“Come si fa ? …” mi sono domandato.
Alla fine mi sono ritrovato con i pantaloni inzuppati, calze zuppe, scarpe zuppe …Tutto zuppo, quasi affondato in quel vago umidore, che prosegue ormai da giorni e non sembra terminare mai.
Spettacolo noioso, uggioso, ripetitivo … come le parole che mi accanisco a scrivere, che forse nessuno leggerà mai.
Le notizie che si sovrappongono in questi giorni sono cupe, come la pioggia.
“Tonnellate di neve sono cadute sui tetti che scricchiolano sotto il peso eccessivo … Diversa gente è costretta ad abbandonare case e campi allagati … Torrenti tracimano, argini cedono, i valichi sono chiusi, frane scendono rovinose fino in paese interrompendo le strade … Automobili bloccate, in fosso, sommerse e portate via dall’acqua … Treni deragliati, valanghe … dispersi.”
 
Un quadretto poco allegro che stiamo vivendo, e noi a Venezia, per non farci mancare proprio niente, abbiamo anche l’acqua alta eccezionale per il divertimento dei turisti che ci sguazzano dentro.
Si fanno immortalare in fotografia, e compaiono subito dopo giulivi e in ammollo su Facebook e sui social. Come se avessero partecipato a un bel concerto rock indimenticabile, di quelli da dire: “Vedete ! C’ero anch’io !”.
Intanto, il mio solito bus “quasi personale” del mattino, alzava due baffi laterali lividi d’acqua. Sembravamo un mezzo anfibio che attraversava la laguna scura, mi sentivo quasi un pesce dentro a tutto quel bagnato. L’acqua friggeva, spruzzava, gorgheggiava e saltellava sotto alle ruote, mentre mi pulivo gli occhiali appannati davanti a quattro controllori … Un utente e quattro controllori … C’è un altro conto che non torna … Uno dei tanti …
Davanti intanto, il vecchio tergicristallo ignaro sembrava impazzito, e pareva che gridasse scivolando: “Abbiate pietà di me !”
 
Qualcuno dice che la pioggia e l’acqua sono Musica e Poesia … Preferirei essere sordo in questi giorni.
Una “mia” paziente se ne stava in carrozzina al buio grondando silenziosa sotto alla pioggia, fuori del bordo protettivo della tettoia. L’ho riconosciuta dalla giacca rosa fuxia e dal “lumino” dell’ennesima sigaretta che fumava, alternandola ad un altro caffè … Sarà stato almeno il terzo della giornata.
“Perché qui al freddo sotto alla pioggia ?”
“E’ l’unico posto tranquillo …dove sfogare la rabbia … Non li sopporto più quelli di sopra !”
“Quelli chi ?”
“Ma tutti, indistintamente ! …Le compagne di stanza, gli infermieri, i medici, i miei familiari … Ce l’hanno tutti con me … Tutta gente inutile, fastidiosa … come la pioggia … Ma almeno lei sta zitta …e non avanza pretese …Qui nessuno capisce niente …”
“Ma non credo che risolverà questa situazione evadendo tutti, e rimanendo qui al freddo …”
“Ah ! La pioggia almeno mi schiarisce le idee …Tu non puoi capirmi … Sei anche tu dall’altra parte… Sono stufa e stanca di questa situazione, Sono dolorante … nervosa …Forse è meglio lasciarmi qui da sola, in pace …”
 
Ho guardato i tombini un metro più avanti … riuscivano appena a ingoiare e smaltire l’acqua che scorreva copiosa, lucida e scura. Mille gocce bagnate scintillavano e riverberavano metalliche anche sulla carrozzina … Non sapevo più che cosa dirle… Ho lasciato parlare la pioggia annuendo silenzioso. Tanto lei mi ha aveva già archiviato e non mi considerava più… Si era di nuovo avvolta nei suoi foschi pensieri, bofonchiando e scuotendo la testa … e tirando la boccata di un’altra sigaretta.
Mentre mi stavo allontanando, mi ha tirato dietro una frase con una voce roca, impastata, umida come la pioggia.
“Finirà mai questa storia, infermiere ?”
 
Fermandomi le ho risposto.
“ Spero sia come la pioggia … che prima o poi finisce sempre… Anche se nel frattempo bagna e disturba molto …”
 
Ma credo non mi abbia neanche sentito e ascoltato, perché è si era già avviata oltre spingendo la carrozzina nel buio piovoso, che continuava a scrosciare imperterrito. Di certo non musica per i miei orecchi …

 

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