ott 21, 2014 - Senza categoria    No Comments

“LAZZARETTO NUOVO … DOMENICA.”

lazzaretto nuovo 1
“Una curiosità veneziana per volta.” n°55.

“LAZZARETTO NUOVO … DOMENICA.”
 
Sarà un po’ per il fatto che Ebola sta bussando in giro per il mondo … o forse di più perché Venezia nella sua storia ha sempre avuto a che fare con pestilenze e dintorni … Ebbene, son tornato volentieri a rivisitare l’isola del Lazzaretto Nuovo adagiata nel cuore della laguna Veneziana.
Redentore, Salute, Santa Maria del Pianto, San Rocco, San Sebastiano, San Cosmo e Damiano, Santa Maria in Boccalama, San Lazzaro degli Armeni, Poveglia, e tutti gli altri … Venezia ha inventato i Lazzaretti. E’ stata sua l’idea dell’isolamento, della contumacia, degli spurghi delle merci, della quarantena delle navi, dei marinai e dei foresti …
Venezia nei secoli passati è stata una vera esperta in materia tanto da essere presa d’esempio ed imitata dagli altri governi Europei e Mediterranei. Esiste un’intera letteratura al riguardo, e sono curiosissimi i documenti che testimoniano i provvedimenti e le procedure via via adottate dalla Serenissima con i suoi Procuratori, Medici, operatori e Magistrati della Sanità.
Venezia in tempo di pestilenza metteva e chiudeva i “rastrelli”ai suoi confini, e pattugliava le bocche di porto e le sue lagune per impedire l’entrata e la diffusione dei contagi.  Cercava di individuare e isolare il morbo, di prevenirne la diffusione, di liberarne le “malearie” spurgandole, tonificandole, purificandole, dilavandole, bonificandole così come meglio poteva e le riusciva facendo proprio il patrimonio culturale più efficace conosciuto in giro pe il mondo. Tuttavia la gente moriva a grappoli, e raramente si riusciva a mitigare la devastazione di morte che ogni volta la “mortilenza” seminava e distribuiva fin in ogni angolo remoto della laguna di Venezia.
All’apice supremo dell’infuriare del morbo, cronache storiche raccontano della laguna inondata dal fumo delle pire in cui si bruciavano cose e persone come nebbia diffusa e fitta … Raccontano di persone sepolte in terra a strati come “lasagne”,mentre i “Pizzegamorti” facevano da padroni sul territorio devastando, saccheggiando, violentando e derubando, e buttando gente ancora mezza viva nelle fosse …
Altri tempi … Però è curioso rivederne ancor oggi le tracce, ripercorrerne la memoria e calpestarne il suolo lasciandovi l’impronta. Sono tornato perciò dopo tanti anni all’antica “Vigna murata” dei pingui e austeri (non sempre) monaci Benedettini lagunari. Troppi anni sono trascorsi, mi è quasi sembrato di non esserci mai stato …
Ancora nel 1437 i Monaci Benedettini di San Giorgio Maggiore nella figura di don Honorado e don Zuane Priore ed Economo affittarono per anni 3 a 28 ducati la vigna con la chiesetta di San Bartolomeo, la casa-monastero, l’orto e il pozzo a Prete Nicolo’ della Contrada di Santa Marina di Venezia.
Il 24 settembre 1506, invece, con Decreto del Senato della Serenissima si dichiarò inopportuno concedere paga doppia in tempo di peste ai Priori e agli altri salariati dei Lazzaretti “… per el qual i desiderano che la peste perseveri aut al manco sempre ne resti sospetto …” Si concede, invece, un unico conveniente salario annuale. Per il Priore del Lazzaretto Nuovo il salario era di 80 ducati e l’uso della Vigna, 14 ducati per ogni dipendente, e 8 soldi giornalieri per il vitto dei contumacianti ospitati nell’isola.
Il Lazzaretto Nuovo è uno di quei posti sfuggenti, talmente ricchi di contenuti che non riesci a comprenderli e apprezzarli quanto basta. Un insieme quindi sfuggente, ridondante di architettura, storia, archeologia, naturalistica floro-faunistica lagunare, tradizione, vicende insediative, poesia che lascia esterrefatti e un po’ con la voglia di saperne di più. Venezia col suo isolario è sempre la stessa, non si finisce mai di scoprirla, ammirarla, gustarla e di rimanere a cullarsi dentro alle sue bellezze e le sue recondite vicende.  Una vecchia isola è come una donna illustre e pomposa … ma un po’ sfiorita, meno procace e ammaliante di un tempo, ma pur sempre con un certo suo fascino accattivante.
Un motoscafo è sfrecciato quasi come un proiettile lanciato e sparato dal suo potente motore fuoribordo. Un uomo maturo corpulento e pettoruto lo guidava credendosi un novello esperto nocchiero … L’acqua violenta dell’onda ha aggrampato e morso le rive sfatte e rovinose, il pesante vaporetto ha“ballato” a destra e sinistra, la barca a vela candida di fronte beccheggiava e sussultava in mezzo alla laguna … Sembrava galleggiare sul niente, quasi scivolare planando sul pelo d’acqua che da immoto diventava improvvisamente turbolento e burrascoso, squassato e indomabile … Pochi giri di lancette secondi dopo, tutto è ridiventato immoto e quieto come prima … Il motoscafo furibondo era già lontano e correva incontro a Venezia accucciata e distesa sullo sfondo dell’orizzonte.
Davanti ai miei occhi si distendevano le barene, fosse, canali, isole, acque poco profonde, bassi fondali fangosi che facevano da spartiacque fra quel mondo irto di campanile e quei luoghi riservati e quasi appartenenti ad un altro cosmo arcano … Un paio di colpi di fucile da caccia hanno spaccato subito l’incanto e il silenzio incombente dei luoghi spalancati vestiti da fiaba.
Una gatta è corsa a nascondersi sotto a una carriola con gli orecchi issati all’insù. Si è piegata goffamente facendosi piccola nell’erba, ed è rimasta immobile in attesa degli eventi. Un cane legato col guinzaglio al cancello, invece, si è messo ad uggiolare inquieto e nervoso, tirando il legaccio e guardandosi intorno. La padrona è accorsa in fretta, l’ha coccolato, rassicurato, e l’ha rasserenato accarezzandolo.
Per fortuna da un po’ di anni si sta invertendo la tendenza di buona parte degli autoctoni lagunari. Speriamo sia passata del tutto la stagione in cui le isole abbandonate venivano sistematicamente violate, saccheggiate, profanate, derubate fin delle pietre. Si bruciavano gli infissi, si strappavano gli arredi e le opere d’arte, perfino i pavimenti … Si sventravano le pareti, si sfondava vetri, si scaricava incontrollati ogni sorta d’immondizia e pattume, si bruciava, s’insozzava liberamente, si nascondevano droga e armi, si vandalizzava per il solo gusto di sfasciare e rovinare qualcosa.
Colpa imperdonabile in gran parte anche di chi per primo avrebbe dovuto preservare, conservare, vigilare … Sarebbe lunga la lista: Stato, Militari, Regione, Comune, Curia Patriarcale, Beni Culturali … Ognuno ha di certo la sua buona parte di responsabilità per lo stato pietoso in cui si è lasciato ridurre l’Isolario veneziano.
Quand’ero bambino ricordo che i ragazzini del mio paesucolo lagunare andavano a giocare con i resti umani dell’Ossario di Sant’Ariano incustodito … C’era il Viceparroco preoccupatissimo che accorreva su una piccola barchetta a raccogliere i teschi che galleggiavano in giro per i canali della laguna divertendo i ragazzini e spaventando e inorridendo le vecchierelle del paese …  Ricordo anche che qualche anno dopo uno sponsor americano ricco e famosissimo s’era offerto di provvedere a un grande restauro di una famosissima chiesa di Venezia.
“Non sarà mai che la sacralità di questo luogo venga deturpata da una scritta con i simboli di una marca commerciale ! … La Chiesa non ha bisogno di nessuno !”
tuonò il Rettore del luogo, e per quel esagitato orgoglio e autosufficienza vuota non se ne fece nulla … anzi, si continuò fino all’ultimo giorno prima di chiudere a raccogliere il povero obolo degli ultimi devoti veneziani impotenti.
Poi più nulla, tutto chiuso e silenzioso, abbandonato … Che disdetta !
Ancor oggi tanti luoghi illustri si preferisce vederli chiusi e cadenti, perché menti ottuse pensano maggiormente al tornaconto e al guadagno più che alla conservazione di tanti beni preziosi che ci hanno lasciato i Veneziani dei secoli.  Se potessero gridare certi morti e certi devoti che hanno voluto, costruito, abbellito, vissuto e popolato certi monumenti … li sentiremmo urlare di disprezzo e di vergogna verso di noi fino ai piedi delle Alpi … e forse anche ben oltre.
Comunque quel che è fatto è fatto … indietro non si torna. L’importante è fermare questo sfregio, e soprattutto continuare a smascherarlo e non permettere che si ripeta.
Per fortuna quindi è iniziata ormai da tempo l’epoca felice di uomini e donne volontari meno avidi di successo, privilegi, potere ed interessi. Persone dedite a salvaguardare, recuperare, quasi coccolare e difendere quel poco che è rimasto in Laguna, provando a farlo parlare e respirare di nuovo.
Non voglio osannare eroi improbabili in queste semplici righe, ma di certo apprezzare l’attivazione provvida di qualcuno, e forse imitarne l’opera passionale, prolungarne l’intenzione, condividerne lo spirito e calpestare nel mio piccolissimo le stesse orme lasciate in questa impresa faticosa.
Ma al di là delle manfrine dialogiche, rieccomi al Nazzaretum o Lazzaretum …  Improvvisamente, eccolo lì ! Perfettamente mimetizzato sullo sfondo delle Vignole e di San Erasmo. Guidati dall’encomiabile dedizione del Dott. Fazzini che ci guidava ho messo i piedi sul soffice vialone verde dei gelsi dell’isola assieme ad altri che hanno rivisto il Tesone dopo 30 anni. … Si sente che la nostra guida avrà ripetuto certe cose un’infinità di volte … ma si percepisce anche che è per davvero appassionato di quello che va facendo e dicendo. Per fortuna ci sono persone come lui … Un tempo l’isola era tutta pavimentata e aperta, senza vegetazione per poter meglio spurgare e arieggiare ogni cosa. Serviva disperdere la “mala-aria”, vaporando, fumigando, provando a mitigare i miasmi di quella contaminazione ignota ma concentrata e presente tanto da “accoppare ogni cosa sulla faccia terracquea”.
Maestoso ciò che rimane del Tesòn Grande … Quelle scritte rosse impresse sui muri traboccano di storie vissute, spiritosaggini, memorie e ricordi, amori, intrighi e complicazioni … Tutte quelle cose di cui può essere impastata la vita comune e quotidiana di ogni epoca. Soprattutto di quell’epoca di pestilenza e calamità diffusa.
Rimane ben poco dell’antico “castello” dell’isola dai 100 camini alla veneziana … Bisogna fantasticare parecchio per immaginare come poteva essere il Lazzaretto veneziano … Aiutano un po’ le stampe antiche e i video, l’abile spiegazione della guida …
 
“Qui c’era la chiesetta di San Bartolomeo … i forni del pan biscotto … la casa del Priore col pozzo … le cucine … le ultime casette rimaste …”
 
Al di là delle mura che circondano il Lazzaretto a tratti apparivano i panorami mozzafiato della laguna … Abbiamo percorso l’isola intera lungo il fangoso e suggestivo vialetto di ronda oggi sentiero naturalistico fra canneti e arbusti … La barena e la laguna si sono rivelate ancora una volta per quel sono mostrandoci di nuovo le intimità più recondite e spettacolari della distesa acquea veneziana … Al nostro passare seguendo l’esile traccia aperta e precaria era tutto un ronzare, frullare, sbattere d’ali … S’intravedevano negli angoli remoti gazzette candide che sbeccolavano eleganti nel fango, gabbiani rauchi che volteggiavano alti, altri uccelli capitombolanti in aria che s’inseguivano trillando, frullando, fischiando canzoni misteriose e sorprendenti insieme … Mi piacerebbe conoscerle di più … Lontano lo spettacolo delle isole di sempre in prospettive insolite, sfasate … Burano, San Giacomo in paludo, San Francesco del Deserto, Mazzorbo, Madonna del Monte … come tante sorelle da chiamare a tiro di voce fra nugoli immensi d’insetti … e l’esuberanza della Natura che trapelava sotto al sole svogliato e languido dell’autunno lagunare.
Esiste un documento del Sansovino del 1576 che mi è ogni volta caro rileggere perché mi procura una certa mestizia e tenerezza insieme, descrive gli appestati al Lazzaretto Nuovo allo stesso tempo come abitanti del “Paese di cuccagna” … ma anche come persone giunte al capolinea della “Porta dell’Inferno della vita da attraversare …”
 
“Nel corso della pestilenza si trovavano … in osservazione circa diecimila persone e nelle acque circostanti più di tremila imbarcazioni, fra grandi e piccole, che assumevano qua l’aspetto d’una armata che assediasse una città di mare … a questi si aggiungevano: serventi, ministri e la truppa. Da 8000 a 9000 persone ogni giorno venivano alimentate dalla Repubblica durante questa calamità … Magazzini immensi di medicine e di viveri, sacerdoti, medici, chirurgi, farmacisti, levatrici, tutto era qui pronto …cento camere et con una vigna serrata … E con ordine ogni cosa veniva distribuita …I presenti per lo più poveri venivano sfamati a spese dello Stato. Ogni giorno all’impressionante città galleggiante si aggiungevano 50 barche. I nuovi arrivati venivano accolti gioiosamente con applausi e a loro veniva detto “…che stessero di buono animo, perché non vi si lavorava, et erano nel paese di Cuccagna…”
Allo spuntare dell’alba arrivavano i “visitatori” che scorrendo l’isola, il lido e la flotta, s’informavano minutamente sullo stato di ciascuno per far trasferire al Lazzaretto Vecchio gli appestati … Non molto dopo arrivavano altre barche con ogni sorta di commestibili da essere dispensati in ragione di 14 soldi per bocca … A queste barche seguivano quelle dell’acqua tolta dal Sile e sorto il sole tutto si metteva in quiete perché in mezzo al Lido si celebrava la Messa davanti a questa flotta ancorata al Lido.
Al tramonto le turbe divise in due cori cantavano le Litanie e i Salmi, mentre di notte ogni cosa rimaneva in alto silenzio e non era permesso il minimo rumore … Un immensa quantità di ginepro raccolto in pire si faceva ardere notte e giorno sul lido spargendo l’odoroso fumo a grande distanza sulla laguna e sul mare … A certe ore del giorno veniva permesso a parenti ed amici di recarsi dai congiunti, discorrere con loro da lontano e regalare vivande e rinfreschi … Ogni giorno giungevano 50 o 60 barche e lunghi applausi accoglievano i partenti…”
 
Sempre le cronache antiche ricordano che chiunque era sospettato di peste veniva condotto qui, e se non aveva mezzi sufficienti si alimentava per 22 giorni a pubbliche spese. Se si dimostrava infetto veniva trasportato al Lazzaretto Vecchio, altrimenti trascorsi i giorni poteva tornare a casa.
Nell’isola si costruirono grandi case di legno e si ancorarono all’isola vari vascelli dismessi o galere sfornite d’armamento sui quali si costruirono altre case. Nel corso degli anni l’isola della Vigna Murata non fu più sufficiente allo scopo, e perciò si allestirono nella vicina isola di Sant’Erasmo nuove abitazioni e si ancorarono altre vecchie galere vicino al Lazzaretto Nuovo in cima ad uno dei quali sventolava una bandiera che indicava il limite invalicabile oltre il quale non bisognava avvicinarsi. A scoraggiare eventuali trasgressori era stata eretta una forca, monito per coloro che avessero osato disobbedire agli ordini dei Provveditori sopra la Sanità …”
 
Mi piacerebbe rimanere e sostare per qualche giorno in un’isola come il Lazzaretto … almeno nell’idea mi piacerebbe.  Ma subito un visitatore mi smonta la poesia in quattro e quattrotto: “Ho visto d’estate i ragazzini quattordicenni dei campi scuola sotto il sole cocente rimanere a strappare erbacce, fittoni ancorati nel terreno e radici … Oppure li ho visti prestarsi a sbadilare faticosamente per aprire un sentiero calpestabile fra i rovi …. Che cosa volete che s’impari a restaurare in una settimana e a quell’età ?  … Tanto la Natura con i suoi elementi si riprenderà velocemente tutta l’isola, infesterà e ricoprirà presto quegli scavi scoperti con tanta fatica … E’ lei la vera padrona della laguna … Più che archeologia vera e propria qui si fa un po’ di restauro e ricerca perché mancano come sempre i fondi e i finanziamenti … Il destino della Laguna di Venezia è stato ormai segnato da tempo …”
 
Grande ottimista della domenica … Ho incrociato le dita … spero si sbagli del tutto … Ma sono tanti a pensarla così … forse troppi.
Ancora nel 1789 Sebastian M.Rizzi Priore del Lazzaretto Nuovo scriveva ai Sopraprovveditori e Provveditori alla Sanità dello “…stato rovinoso e sconsolante del Lazzaretto…il muro di cinta sostenuto da puntelli…buona parte degli edifici in rovina o pericolanti…canali di accesso inservibili, i pozzi inquinati…urgente è l’intervento.”
Nel 1793, invece, con l’istituzione del Lazzaretto di Poveglia il Lazzaretto Nuovo perdette di fatto la sua funzione. Con l’avvento dei Francesi il Ministero della Guerra destinò l’isola a funzioni militari: il Tezòn Grando murato divenne polveriera, si demolirono le contumacie “al Prà’”, “all’ortolazzo”, “ai barcaroli”, “alla campagna” e la vecchia chiesetta di San Bartolomeo.
Rallento il passo, mi volto un attimo e mi fermo … Vedo passare nella penombra della sera che avanza le ombre lunghe degli appestati … No … Sono dei custodi … Odo il tintinnare di chiavi del Priore che apre e chiude la grande tesa … Lungo uno dei muri di cinta marinai inoperosi in contumacia scrutano immobili la loro nave ormeggiata prigioniera del morbo e dell’isola … Guardano lontano fumando la pipa e sorseggiano lentamente un boccale di vino aspro.
Poco più in là, dentro alla notte, tre figure senza volto parlottano sommessamente nel buio ma in maniera animata. Sono il Priore del Lazzaretto, un Bastazo-facchino e il mercante di una grossa nave alla fonda accanto all’isola. Discutono, contrattano, considerano … Alle loro spalle intravedo la nave ancora carica di merci, lievemente piegata sul fianco. E’ appoggiata sul fondo del piccolo canale poco profondo prospicente l’isola … c’è bassa marea in laguna, come sempre verso l’alba … I tre si scambiano un fascio di carte e un paio di sacchetti di monete contandole una per una sotto il chiarore flebile della Luna. I soldi luccicano, baluginano saltando sulle dita esperte, sembrano nuovi di Zecca … A un certo punto una moneta oscilla in aria, tintinna, scappa fra le mani che provano ad afferrarla, rimbalza sopra alla manica di un braccio proteso e finalmente cade e scompare dentro e sotto l’acqua scura.
Verrà ritrovata ossidata e mangiata dalla salsedine secoli dopo … Ora se ne sta in bella mostra insieme ad altre nelle vetrinette sotto al Tesòn Grande.  Raccontano storie passate, come le anfore poco più in là che un tempo portavano vino, olio, profumi, grano e chissà quali altri cose dagli angoli più disparati del Mediterraneo, dell’Africa e del Levante … come le ossa allineata, gli attrezzi rugginosi, le stampe antiche, le terracotte usurate …
Annuso l’aria, e avverto il profumo che non c’è del pane appena cotto dai forni dell’isola. Si sente la fragranza del panbiscotto appena sfornato … Si mescola con l’odore aspro della salsedine, e con quello degli umori che esala la laguna, il verde selvatico e la barena trapunta di fiori lacustri, salicornie, canne ed erbe selvatiche …
Un giovanotto in salute seduto su di una panca nel buio ancor prima dell’alba fuori della chiesetta di San Bartolomeo … Piange in silenzio sommessamente … è l’unico rimasto della sua famiglia tradotta al Lazzaretto Vecchio e non più tornata … per sempre.
Poco discoste, solo al chiarore di una flebile lucerna in terracotta, alcune donne formose dalle gonne larghe e lunghe rimestolano l’acqua tratta faticosamente dal pozzo, e smanacciano indaffarate mucchi di panni sporchi soffocandoli nell’acqua dentro a grossi mastelli di legno.
Voltandomi ancora dalla parte dell’ingresso vedo un pescatore che ha appena accostato la sua barchetta carica di pesce guizzante alla riva. Sempre come ombra nel buio lo vedo scambiare con uno dei guardiani muti dell’isola che gli porge una moneta argentata e un grosso cesto di frutta colorata e verdura odorosa … In fondo al viale dei gelsi, distinguo appena nella penombra il trenino austriaco caricato all’inverosimile di munizioni, pronto per andare a rifornire la Batteria della Torre Massimiliana sulla spiaggia che controlla la bocca del Porto di Venezia.
“Che provasse qualcuno ad entrare da quella parte !”
 
Sta arrivando il vaporetto di ritorno … Riapro gli occhi e fuoriesco dal sogno … La visita al Lazzaretto Nuovo è terminata … Venezia “solita” ma sempre nuova, mi sta aspettando per le “solite cose” di sempre … Tornerò ancora al Lazzaretto Nuovo … di certo.
ott 19, 2014 - Senza categoria    No Comments

“INCONGRUO VIVERE …”

incongrua

Ripercorrendo il quotidiano tratto di strada da casa fino al piazzale degli autobus, attraverso la solita strada buia e deserta della Marittima del Porto senza incontrare nessuno.

“Non c’è un’anima viva … Sono l’unico pirla che va a lavorare a quest’ora…” è la frase ricorrente che s’affaccia da anni dentro alla mia mente.
Ma poi penso meglio, e so bene che non è così … perché poco dopo quando arrivo al piazzale incontro i bus che scaricano la solita folla dei pendolari che stanno viaggiando da ben più di un’ora, e prima di me. Mi sento allora parte integrante di un microcosmo di persone che s’attivano, partono, e vanno a far qualcosa di buono attraversando il buio ancora notturno. Non è incongruente del tutto questo nostro andare quotidiano …
Intravedo per strada la non più giovane tossica ben curata e agghindata parla ad alta voce rauca e impastata con l’assemblea dei gatti del caseggiato e del vicinato.
“Vi difenderò io dai colombi malvagi che vi vogliono derubare della pappa …”
 
Quando le passa accanto qualcuno alza il tono della voce per farsi sentire, e sposta lo sguardo intorno in cerca di attenzione e di un qualche aggancio per parlare del tempo e dei problemi quotidiani di tutti. Si capisce lontano un miglio che è insolita e alterata, che sta recitando una “normalità” che non possiede più da tempo.
Di pomeriggio, infatti, ritornerà immancabilmente spettinata, ciondolando traballante sulle gambe, sotto alla pioggia con gli occhiali da sole. I suoi discorsi saranno sballati del tutto … Incongruenza di un vivere “incerto” che “gira così” …
Procedo per strade, corti, fondamente, calli bagnate e coperte d’umido … Pioviggina senza sosta …
“Fìfola !” direbbe un vecchio veneziano osservando il cielo dalla soglia di casa con l’ombrello ancora chiuso in mano.
Un’idroambulanza sfreccia lampeggiando e urlando dentro al canale alzando muri di spruzzi e di onde. Le barche ormeggiate s’inarcano, sbattacchiano sull’acqua, fra loro e sulle rive … Poi il suono s’allontana progressivamente fino a spegnersi … e l’acqua nel canale torna ad essere liscia e ferma.
Intanto nel buio ombroso veneziano lingue ed etnie pendolari s’incontrano e confondono sussurrando, bisbigliando e gesticolando … I carrettieri vigorosi e iperattivi in canottiera e pantaloncini corti scaricano a ritmo forsennato i loro barconi sovraccarichi fino a pelo d’acqua. Borbottano e sghignazzano, dietro agli occhi strani e lucidi … degli spilli luminosi un po’ inquietanti.
Dopo qualche minuto il tergicristallo danza sul vetro del bus che sobbalza e scricchiola fin oltre la laguna. Dal finestrino osservo il solito distributore di periferia illuminato a giorno … Le solite prostitute sfatte “rinfoderano le loro armi”, ed escono dalla penombra del Parco di San Giuliano salendo silenziose nel vecchio furgone che passa a raccoglierle … Incongruenze viventi nascoste dentro alla notte … Un’altra notte è trascorsa e non tornerà più … Ce ne sarà un’altra, e poi un’altra ancora, una lunga catena … Ma non sarà più la stessa, sarà sempre diversa e unica … e ciascuno le riempirà com’è capace provando a vivere in qualche modo.
Scendo nel cuore di Mestre … Un mezzo della raccolta differenziata del vetro inchioda di brutto rovinosamente e stridendo sulla linea accesa del semaforo rosso. Il rumore cristallino di un’acuta cascata di vetro infranto invade e rompe il brusio mattutino quasi silenziato. Un secondo dopo gli sfreccia davanti un grosso camion lanciato in corsa.
“Quello dorme ancora di brutto !” commenta un ironico notturno passante gioviale.
Il solito tabaccaio mentre mi passa la mia rivista preferita che mi tiene da parte, sembra ansioso di comunicarmi che qualcuno ha vinto al gioco ben 500.000 euro per comprarsi una casa.
“Beato lui ! Magari capitasse anche a me !” aggiunge.
“Ma gioca ?” gli chiedo.
“No … Mai … Sono soldi buttati … Non ne vale la pena …”
“E allora come può sperare di vincere ?” … Sorride … “Si fa per dire …” mi risponde.
Incongruenze spicciole del mattino.
Nella penombra notturna della corsia d’ospedale una collega infermiera silenziosa e solitaria sta praticando un prelievo ematico chiamando sommessamente la paziente che ha di fronte. Quella rigonfia sul letto aspirando avidamente ossigeno dagli occhialetti posti sotto al naso non le risponde. La collega la chiama ancora più volte con dolcezza mentre il braccio e la mano molli ricadono inermi sul lenzuolo candido … L’infermiera lavora sul braccio e continua a chiamare quasi come un mantra, una nenia stimolante, una cantilena per alleviare il fastidio dell’ora e del bucare … L’altra continua a rimanere inerme, iporeattiva … La cantilena si perde nel niente del buio senza risposta … C’è solo quel sordo ansimare del respiro allettato che si confonde col chiamare.
Che contrasto a confronto con le notizie e le vicende allucinanti che provengono in questi giorni dalle cliniche del Molise. Eppure sono medici, infermieri, operatori anche loro … Possiedono gli stessi nostri titoli, la stessa professionalità, abbiamo studiato le stesse cose, gli stessi principi … Eppure … Osservo non visto nel buio accanto allo stipite della porta, poi mi allontano in punta di piedi quasi per non disturbare sorseggiando il mio caffè bollente …
“Che brave che sono certe mie colleghe a lavorare in un certo modo non viste nel buio … ne sono quasi orgoglioso …” penso.
Sono passato questa mattina di nuovo … lo stesso letto era vuoto col materasso ribaltato all’insù … Certi gesti servono un attimo … che può essere anche uno degli ultimi … ma forse valgono per sempre.
Termino di sorseggiare il mio caffè con la Luna e le Stelle che mi fanno da tetto nell’umida alba autunnale, mentre inizia un altro giorno di lavoro in ospedale. Sulla sagoma nera del grattacielo in fondo con i due punti rossi luminosi sul tetto, s’accende una finestra solitaria … Poi un’altra più sotto … E un’altra ancora più a lato … Il resto della città rimane ancora immobile ad indugiare nel buio e gustarsi gli ultimi istanti del sonno. In sottofondo ruggisce, frigge e vibra, e si fa sentire il solito rumore sordo dell’ospedale. Qui non c’è tempo … i giorni rincorrono le notti vestite da giorno … sembra un’altra dimensione.
Scendo di sotto … s’incomincia di nuovo…
C’è quel collega che ha sempre fretta di “smontare dalla notte”e andarsene … Non ama aspettare o perdersi in chiacchiere inutili di prima mattina … Altre volte brontola e fa pesare se gli viene lascito qualcosa da completare … ma lui giunge a darti il cambio quasi sempre in ritardo pur abitando appena fuori dalla porta dell’ospedale, e si ferma tranquillo a farsi due chiacchiere utili proprio mentre lavora.
“Che fretta c’è ?  … Qualcuno farà prima o poi …”
Incongruenze professionali un po’ “così” …
“Domani va a casa signora ! Non è contenta dopo tutto questo tempo qui in ospedale ?”
“No. Non sono contenta perché non cammino ancora … Non capisco perché dopo tutti questi mesi che ho trascorso qui dentro …”
“Il perché sta anche nel fatto che lei è spiaggiata a letto e non si muove di un pelo … Rifiuta di alzarsi uscendo da quella finta prigione comoda … Si lascia fare di tutto passiva e non collabora durante l’igiene … Si fa anche imboccare sebbene le mani siano ancora buone … Come può rammaricarsi di non riuscire a camminare ? Non è un automatismo, un bottone nascosto da schiacciare da qualche parte … Servirà prima e bisognerà iniziare da tutto il resto no ? …Servirà che lei collabori, s’attivi, abbia voglia …  e poi, semmai, riuscirà a riprendere a deambulare … In realtà lei si è un po’ arresa in questi ultimi tempi … Non si potrà cammina rimanendo a letto … E poi deve anche accettare il fatto che è malata, lei ha vissuto molto, possiede tanti anni da portarsi a spasso … Per questo ha indosso questa grande fatica …”
Mi osserva incredula e poco consapevole della bontà e giustezza del meccanismo e soprattutto delle cose che le ho appena esposto. Continua ad essere convinta che da qualche parte debba esistere una qualche maniera per cambiare automaticamente la sua situazione, una qualche cura e medicina capace di ridarle vigore e tutto quello che lei era … Incongruenti aspettative dell’essere malati, e per di più poco consapevoli …
“Ieri ho fatto quasi un doppio turno …Mi sono dedicato al lavoro intensamente … Spero di guadagnare un po’ di più questo mese … Sono cotto e finito … A volte non mi risparmio per niente pur di lavorare …” ci spiattella davanti un vecchio collega euforico.
“Ma se mandi spesso giorni di malattia e sei molte volte assente dal lavoro ? … E ci tocca di lavorare anche al posto tuo … ” ci diciamo senza il coraggio di ricordarglielo direttamente. Incongruenze di certi lavoratori un po’ difficili da capire … Ma poco dopo, ironicamente e girando alla larga con le parole riusciamo a dirglielo e farglielo notare e pesare. Lui capisce, finge di non capire, e sorride furbetto senza aggiungere altro …incongruente.
Più tardi una collega si sfoga, un po’ sconsolata.
“Ci dicono spesso: “Siete degli angeli ! La vostra è una missione !” … Seh ! … ma quando ? Dove ? … Questo è un luogo comune, uno stereotipo della gente qualsiasi quando vede che prestiamo delle normali cure dovute a un malato. In realtà non facciamo niente di miracoloso ed eccezionale … Anzi, a volte facciamo proprio il contrario di quello che sarebbe giusto … In un ospedale ho pagato una mancia al personale per poter stare accanto alla mia mamma malata … e mi hanno cacciata fuori ugualmente … Ho portato le medicine da casa, le pappe giuste da somministrarle perché è disfagica e non le hanno a disposizione nell’ospedale … Ho pagato ancora perché qualcuno l’assistesse e gliele facesse assumere, la imboccasse visto che non mi era permesso di rimanere … Hanno intascano i soldi quasi come un dovuto … ma ho ritrovato il piatto ancora pieno sul tavolo, e le pappe intatte sul comodino dove le avevo lasciate.
“Chi non mangia … ha mangiato !” mi hanno risposto quando ho chiesto spiegazioni. “Non è che possiamo rimanere lì davanti in eterno ad insistere e provare …” e l’ausiliaria ha cestinato tutto quello che c’era di neanche sfiorato sul piatto.
Ci riempiamo la bocca con la favola della professionalità, degli aggiornamenti, delle competenze sempre più allargate … Parliamo sempre più di duttilità degli infermieri, abbiamo eliminato i limiti del mansionario, progettiamo e studiamo strategie per il “pre e post” degenza del paziente. Ci scervelliamo a pensare in quale maniera si dovrà assistere il paziente a domicilio … Diciamo: “La nostra dovrà essere un’assistenza di qualità a 360° fondata sull’interdisciplinarietà e l’interazione di team … I bisogni del paziente vanno personalizzati ed individuati di volta in volta, tutelati … Parole, parole, parole … in realtà facciamo poco … o il contrario di quanto servirebbe e sarebbe giusto … A livello mondiale siamo considerati fra le professioni meno competenti e più sciatte … Mi sa che hanno ragione … Pensiamo solo in maniera ossessiva alla pensione e alle occasioni per far più soldi possibili … Al lavoro si finisce col parlare di tutto, dei propri problemi, delle cose di casa, dello shopping … fuorchè dei pazienti e della loro storia che quasi neanche conosciamo e confondiamo … Alla fin fine si fa poco o niente per loro … Si lavora con la testa altrove, al risparmio, cercando sempre di lasciare a qualcun altro le cose da fare che non riteniamo indispensabili … E siamo anche permalosi, non ci si può dire niente perché ce la prendiamo subito e ci sentiamo attaccati … Ti ricordi quel nostro collega qualche tempo fa: “Faccio tutto io ! State tranquilli … Non preoccupatevi … e si metteva a leggere il giornale lasciando suonare i campanelli e quasi tutte le cose da fare … Ci toccava chiamarlo con il microfono degli annunci del reparto … andarlo a scovare e chiamare … Mi dispiace dirlo, ma a volte siamo distaccati, distanti, cinici e troppo vaccinati contro certe situazioni dopo tanti anni di lavoro … Ci passiamo davanti quasi con indifferenza, apatici nel vero senso della parola … Crediamo che sui letti ci siano dei sacchi di patate che altri hanno il dovere e il compito di accudire … Non mi meraviglio degli eccessi accaduti in Molise in questi giorni … Sono la punta emergente di un iceberg,  di un modo di fare diffuso e insospettabile … Ecco perché gli infermieri tacciono sempre e non hanno quasi mai nulla da dire, sono quasi tutti allineati e sintonizzati su un certo modo di fare … Nascondono i loro malesseri interiori, e sfogano le loro frustrazioni scaricandole sui pazienti … Che colpa ne hanno loro ?”
 
Un fiume in piena … una valanga di parole …
“In parte hai ragione … Non siamo angeli … Noi infermieri spesso finiamo per essere né carne né pesce … siamo gente qualsiasi. Galleggiamo dentro alla nostra professione senza acuti, senza strepiti e sussulti … qualche volta senza arte né parte. Qualcuno magari arriva anche a dire di amare la sua professione, che gli piace il suo lavoro … Poi ti accorgi che è stacanovismo, il piacere di trovarsi qui invece che altrove e in situazioni meno appetibili della sua vita … Credo che nel nostro piccolo dobbiamo provare a condurre il nostro lavoro con una certa dignitosità e coerenza, almeno tentare ogni giorno a interpretarlo con lo spirito che ci dovrebbe contraddistinguere … seppure fra alti e bassi, fra tanta fatica, l’entusiasmo sempre più raro e le varie disillusioni.  Non è detto poi che ci riusciamo …ma almeno tentiamo, proviamo. Chissà ? Magari prima o poi finiremo per combinare qualcosa di buono … forse anche senza accorgersene. Forse potremo correggere qualcuna di queste pecche di cui tanto ci lamentiamo …”
 
E allora lavoriamo … tenendo occhi ed orecchi aperti.
“Bisogna sempre considerare l’importanza dei pazienti, delle aspettative e degli obiettivi dell’assistenza e della Riabilitazione … E’ un’opportunità irrinunciabile e imperdibile … E’ importantissimo lo stimolo continuativo da offrire ai pazienti per favorire il recupero dell’autonomia funzionale e psicofisica … Bla bla bla … e ancora: Bla Bla …”
L’illustre ed esperto professionista spiega accalorato ai familiari e al personale presente nel corridoio … Poi entra nel suo studio e chiude la porta … e cambia la musica.
“Che palle questa gente ! … Sono proprio dei rompic… questi vecchi e questi familiari … Rompono a mille e basta … Abbiamo catorci umani che non vuole nessuno … Neanche i parenti più prossimi li vogliono … A noi tocca di raccoglierli e tribolare tanto per niente …”
Incongruenze del giuramento d’Ippocrate …e conferma indiretta di quanto considerava amaramente la mia collega di prima.
Mi sono accorto che l’incongruenza è una delle regole stabili e più radicate del nostro vivere quotidiano. Ci fanno da buoni maestri tanti politici che da una parte dicono e danno e dall’altra tolgono e s’abbuffano spudoratamente. Altrettanto buoni maestri sono i potenti del mondo che guerreggiano in nome della democrazia, della giustizia, della libertà e della pace … e intanto s’impadroniscono a basso prezzo delle risorse dei popoli.
Ancora maestri d’incongruenza sono tanti fanatici della Religione, che invocano Dio, la Fratellanza, la condivisione, l’Amore e la Pace … e intanto tagliano teste e fanno guerre sante e crociate paludandosi d’oro e di venerabili facciate di dignità. L’incongruenza è questa doppia faccia del vivere che popola la storia dell’umanità di sempre … per fortuna non del tutto.
Ancora un piccolo aneddoto incongruente d’ospedale …
“Per una vita intera ho fatto la telegrafista all’ultimo piano del Fondaco dei Tedeschi a Venezia … Eravamo più di cento donne stipate dentro al rumore assordante delle telescriventi … Spedivamo e ricevevamo i cifrati … Sono diventata mezza sorda … I Veneti e i Veneziani miei coetanei erano tutti in fabbrica o a sudare sui campi, mentre i Meridionali dell’Italia del Sud bisognosa di svilupparsi facevano i Finanzieri, gli impiegati, i funzionari e i dirigenti a Venezia … Se non parlavo in italiano prendevo una multa salata … perché nessuno sul mio posto di lavoro capiva il dialetto veneziano …”
Incongruenze vecchie e nuove dell’Italia unita …
Salgo nel bus diretto a Venezia … incontro un conoscente ex Infermiere ormai da tempo.
“Non sopporto questi stranieri che vengono qui ad avanzare pretese … Ottengono tutto dallo Stato, molto più di noi ogni giorno … Guadagnano più di noi senza far niente, senza neanche lavorare … E chiedono e ottengono anche la casa … dove coltivano i pomodori nella vasca da bagno … Che indecenza ! … E poi non pagano neanche il biglietto sui bus e nei vaporetti … E li lasciano fare … Va bene tutto così …”
“Ma tu lo paghi ?”
“Ma sei matto ! … Se non lo pagano questi, e neanche i turisti con tutti i loro valigioni ingombranti, perché dovrei pagarlo io ?”
“E si ti pizzicano i controllori ?”
“Non c’è problema. Rispondo dispiaciuto che ho dimenticato i documenti a casa e detto generalità finte o di qualcun altro … Pensa, una volta ho fatto uno scherzo a un collega … Ho dato tutti i suoi dati, e gli è arrivata a casa la multa da pagare …Che risate mi son fatto … Rido ancora adesso al solo pensiero … ”
 
Incongruenza dell’essere cittadini e veneziani … L’ennesima incongruenza di questa giornata carica d’incongruenze vecchie  e nuove …

 

ott 19, 2014 - Senza categoria    No Comments

“QUEL CHE C’E’ … E NON C’E’.”

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Di solito si favoleggia ai bambini … L’altra dimensione e gli esseri fatati non esistono. Per il mondo degli adulti esiste una netta e chiara distinzione fra quello che consideriamo sogno e quella che viviamo realmente: ossia la realtà concreta.

Ma è proprio così ? Qualcuno ha detto più volte che le cose che spesso mettiamo nelle favole, nei romanzi e nei film sono quegli aspetti della realtà che ci sfuggono e intuiamo appena o non riusciamo proprio a comprendere.

Una grande conferma di tutto questo proviene dalle considerazioni scientifiche attuali, che a differenza dei sogni e della fantasia sono molto serie e abituate a ragionare a suon di prove incontrovertibili e sicure, non con illazioni e visioni.

Si è provato ormai da un pezzo che ben 9/10 di tutto ciò che esiste per noi è invisibile. Esiste per davvero tutto un mondo diverso da quel che vediamo sotto una forma di vibrazione “leggera o sottile o pesante” che il nostro occhio, o meglio il nostro cervello limitato non riesce a cogliere e vedere … ma per questo non è detto che non esista.

L’infrarosso, l’ultravioletto, i raggi “X” ne sono la conferma più banale … ma esistono conferme ben più importanti e cogenti. Esiste un infinito macrocosmo vivissimo molto più grande di noi le cui potenti dimensioni e fenomeni ci sovrastano e non riusciamo neanche a cogliere perché troppi grandi, così come esistono infiniti microcosmi più piccoli la cui limitata dimensione ci sfugge fino a imbarazzarci … ma per questo non è detto che non ci sia. Basti pensare al mondo microscopico di un virus i cui effetti in questi giorni ci stanno tanto allarmando.

Esiste tutto un Cielo misconosciuto sopra di noi, come esiste una profondità abissale acquatica e non sotto ai nostri piedi tranquilli racchiusi nelle morbide pantofole.  C’è molto di più di quel pensiamo dentro alla grande nebbia che ci contiene e non vediamo. Ma questo pensiero un po’ ci spaura … ci provoca insicurezza, perciò lo mettiamo da parte e viviamo a prescindere.

9/10 di assenza invisibile dalle nostre conoscenze sono tanti … quasi come la proporzione del nostro cervello che non conosciamo e sembriamo non utilizzare: 7/8. Tutto questo non conoscere significherà pur qualcosa, non potrà essere solo un vuoto ridondante, una cassa di risonanza di cui non si sa bene il significato …

Infatti, si è scoperta la materia oscura … Si è visto che le galassie sono ben più grandi di quello che il nostro occhio riesce a cogliere. Si è intuito, più che capito, che tanti dinamiche fisiche dell’Universo ancora ci sfuggono, che gli Oceani contengono ben più di quello che credevamo … Che forse ci sfugge perfino la base fondamentale delle cose, che il modello fisico su cui fondiamo tutte le nostre considerazioni forse non è quello giusto.

Anche il discorso quantistico è la conferma di tutto ciò … Non è detto che perché noi siamo abituati a considerare in maniera chiara e distinta, bidimensionale, alto-basso, chiaro-scuro, male-bene, giusto-sbagliato tutto debba per forza funzionare così … Esistono nella realtà tutta una serie di variabili e considerazioni che ci sfuggono e mancano, e per questo non è detto non esistano. Siamo noi che siamo fermi al pallottoliere e all’abaco, e lontani dal comprendere l’ampiezza della realtà che ci circonda … Ci accontentiamo e ci piace farcene solo uno schema, un disegno rassicurante a nostra dimensione … ma non è detto sia proprio così. Anzi, è vero proprio il contrario.

Ma a che serve dirlo ? Non è forse solo una curiosità inutile ?

Vedere “oltre” per l’uomo è sempre stata una sfida millenaria, forse la molla di ogni progresso umano … Qualcuno ha detto che anche la Religione è la conferma di questo nostro non sentirci autosufficienti e capaci di comprendere il tutto che ci contiene e ci porta a spasso per il cosmo … Pensare a Dio è stato mettere in Alto tutto ciò che non comprendiamo e ci sfugge dandogli un volto talvolta benigno e altre arrabbiato … In realtà, il Cosmo che ci circonda è un mistero di misteri …

Ma di solito noi non ci facciamo caso, non ci pensiamo, ci lasciamo portare dovunque esso vada. Tanto la nostra esistenza è qui, ben radicata sulla Terra … Che senso ha chiedersi dove stiamo andando ? Meglio occuparsi del risultato della Juventus, del valore dell’Euro e del Dollaro, e dell’ultimo taglio di capelli alla moda … il resto può attendere o essere ignorato.

La sapienza spicciola secolare e proverbiale ci ha suggerito che è sempre meglio pensare a vivere, e guardare dove si mettono i piedi per non inciampare e pestare qualcosa d’imbarazzante. Il resto è affare di altri, può anche non esistere … Che significhi o no … ha poca importanza … Ma fino a quando ?

 

ott 17, 2014 - Senza categoria    No Comments

“PISA … ORE PENDENTI.”

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Sarà forse per il fatto che da bambino si cantava: “Evviva la torre di Pisa, che pende che pende e che mai non cadrà…”. O forse perché nella mia isoletta di Burano in fondo alla laguna veneziana il campanile di San Martino è sempre stato ed è tuttora“storto”, Pisa mi è sempre stata simpatica per la sua celebre torre pendente.
L’ho sempre avvertita come una specie di gemellaggio virtuale, una sensazione piacevole che si è sempre rinnovata dentro di me ogni volta che la ripensavo. Per questo ogni volta che mi sono trovato a rivisitare il celebre complesso del “Campo dei Miracoli”ho sempre provato una certa emozione. E’ stato così da giovanissimo durante una gita scolastica quando sono rimasto rapito col naso all’insù sotto la celebre pendenza … E’ accaduto ancora quando vi sono ritornato ricco della conoscenza degli esperimenti di Galileo, così quando sono ripassato ancora una volta dopo i miei studi liceali di Storia dell’Arte. Ogni volta ho notato e capito cose che prima non avevo visto, e il valore della piacevolezza di quel “Campo” è cresciuto a dismisura nel mio sentire. L’emozione è cresciuta ancora quando sono riuscito a portare a Pisa i miei due bambini, e sono tornato ad emozionarmi anche in questi giorni calpestando di nuovo le strade vetuste di Pisa in compagnia delle mie due “vecchie”compagna e amica.
Per i Veneziani Pisa assieme a Genova ed Amalfi è sinonimo anche di quella rivalità marinara storica esistente per le vicende delle Repubbliche Marinare. Ancora oggi si celebrano ogni quattro anni nel Canal Grande delle Regate a ricordo di quella rivalità storica significativa. Al pari di Venezia Pisa è stata città di mare, di fiume più che altro, perché non si affaccia direttamente sul Tirreno ma lo raggiunge navigando brevemente l’Arno. Come a Venezia, a Pisa esistono ancora i resti del modesto Arsenale, e si respira seppure in maniera molto rarefatta quell’aria di porto e di mare che a Venezia è invece ancor viva più che mai.
Qualche giorno fa è andata così …
Comodamente seduti dentro a “Italotreno”ci siamo lanciati nella notte buia e sciroccosa della pianura padana carica di fosca nebbia … Inseguiti fuori dal treno da chiaroscuri vaporosi e indistinti, abbiamo attraversato lungamente paesaggi e paesi in biancoenero irti di cipressi e di filari di pioppi grondanti umidità. Siamo passati su terre fangose, pantani spopolati, panorami assenti, fossi lucidi e casolari disabitati rovinosi che sembravano occhi neri spalancati nel niente … Fari rossi accesi di una solitaria automobile creavano un disegno sottile nel buio e percorrevano i campi fino a perdersi e scomparire. Su binari lucidissimi e dentro a un mondo bagnato e piovigginoso abbiamo attraversato il Po e siamo usciti dal Veneto trapassando le nuvole basse dell’inconfondibile “Bassa Padana”.
Non si vedeva più nulla … Fra le ombre distese la grande piana si è dipanata immobile, larga e silenziosa. Sembrava quasi abbandonata se non ci fosse stato ogni tanto il miraggio provvisorio dei capanni industriali illuminati dalle luci artificiali come macabri riflessi di vigilia di Halloween.
Mentre si rincorrevano i minuti, piano piano si è fatto giorno quasi controvoglia. La piana sorvolata da stormi di uccelli neri si è presentata allora vestita di un verde smunto, dilavato, quasi surreale, da film di Harry Potter… Campanili adunchi dietro ad alberi sparuti e spennacchiati sopravanzavano grumi di case di periferie sconnesse e anonime … Sembravano tante dita che cercavano di afferrare il cielo da dentro un mondo dove s’alternavano in velocità tutte le tonalità autunnali del marrone, del grigio e dell’ocra. Bellezza del viaggiare … e dell’indugiare a sbirciare fuori dal finestrino del treno che corre … Ogni tanto“Italotreno” rallentava attraversando stazioncine che sembravano essere soltanto un nome transitorio … San Rufillo … da dimenticare. Pareva quasi che vi transitassimo senza voler disturbare, in punta di piedi … o di ruote, per non destare nessuno dal sonno … Un attimo dopo, il treno ha ripreso a correre, e si è rilanciato sparato e vibrando dentro al tubo buio delle gallerie dell’Appennino.
Il tempo di posare lo sguardo sull’orologio, ed eravamo già scesi a Firenze e risaliti su un lento locale meno tecnologico stavolta diretto ad attraversare traballando gran parte della piana Toscana. E siamo giunti a Pisa !
Siamo usciti presto dalla solita stazione rifatta pomposa e moderna per sfociare nell’altrettanto solito cordone periferico dimesso, negletto, ambiguo e malfamato che si ha sempre fretta di attraversare. E finalmente abbiamo respirato l’aria di Pisa: una città viva, non una sparsa metropoli … Si avverte un senso di dinamismo laborioso, si sente che è terra di mare, da import-export, da dentro e fuori col resto del mondo. Allo stesso tempo però Pisa sta tutta lì, raccolta dentro alla cerchia vetusta e cadente delle sue vecchie mura scalcinate coperte di edere e rovi. A dire il vero, buona parte della città è scialba periferia diruta e un po’fatiscente, con i marciapiedi sfondati e i vecchi ciottolati a buche che si alternano davanti a condomini qualunque e villini cinti da minuscoli giardini. All’interno ho visto palme esotiche dai penduli frutti carnosi e dai colori sfumati e sensuali, pini marittimi, e bassi oleandri sfioriti … Pisa indubbiamente non è Venezia in cui ogni angolo ha qualcosa da mostrarti e raccontarti.
Il Campo dei Miracoli è il clou di tutto … Pisa è quasi tutta lì … dentro a quella cinta di mura a sua volta racchiusa all’interno delle mura cittadine … Ed è per davvero un colpo d’occhio miracoloso, speciale, una delle più belle piazze d’Italia, e forse del mondo.
“Vederla per la prima volta emoziona, sorprende, lascia allibiti per la meraviglia … Mi ha ricompensata subito della delusione di aver trovato il gioiellino di Santa Maria della Spina tutta chiusa e imprigionata nelle impalcature del restauro…” esordisce la mia amica.
Ai piedi della singolare torre pendente, stavolta mi hanno impressionato maggiormente i rilievi e i cartigli imprigionati nei muri rotondi. Templari, Crociati, naviganti Pisani … Chi la prodotti, portati e inseriti poco importa. Sono segni arcani e curiosi che richiamano movimenti mediterranei di un tempo … Navi cariche a vele spiegate, il serpente misterioso delle onde del mare, “casa” simbolica che contiene anche il misterioso Male ignoto, impalpabile ma possibile, incontrabile durante l’esperienza marinaresca ma anche nel quotidiano del vivere … Una ricchissima simbologia di pietra infissa ai piedi della Torre pendente, che attirava ad osservare i Pisani di un tempo, e incuriosisce ancora i visitatori di oggi.
E siamo al Duomo, che è stato Basilica papale …  E’ anch’esso un posto speciale, una sintesi mirabile di opulenta bellezza. Richiama subito alla mente le storie del doppio-triplo Papa, l’epoca degli scismi e delle eresie, delle storiche tristezze ecclesiali punteggiate di Vescovi, Cardinali, Concili, Abati e Badesse vogliosi di primeggiare e spartirsi il potere soprattutto temporale più che spirituale. Verrebbe da dire che per fortuna sono accaduti quei giochi aggrovigliati, quei guazzabugli d’arrivismo e quella smania ossessiva di potere mascherati da Religione … Perché così oggi possiamo godere della visione di questi formidabili complessi artistici stupendi come qui a Pisa, ma anche a Siena, Avignone e altri ancora.
“Più che indurre a un sensazione d’interiorità, questo chiesone incute un senso di grandezza, di potere, di forza, di ricchezza munifica autocelebrativa …” suggerisce la mia compagna.
“E’ vero ! … C’è poco di religioso nelle linee di queste grandi aule pubbliche … Si avverte piuttosto una grande ventata di gloria, di affermazione di un’idea, dell’importanza di qualcuno …”
 
“Comunque è bello questo gioco di chiaroscuri, questo alternarsi continuo di fasce bianco e nero … Sembra quasi un ritornello che torna in giro per tutta la Toscana … Bianco e nero … Chiaro, scuro … Bene e Male … Fortuna, sfortuna … Potere e miseria … richiama l’alternanza del vivere di tutti …”
 
Indugiamo davanti al mirabile pergamo scolpito da Giovanni Pisano fra 1301 e 1310, è eccezionale … Qui torna di certo l’aspetto religioso specifico, le storie bibliche ed evangeliche raccontate dentro a un merletto scolpito, un film di episodi imprigionati nel marmo con estrema maestria. Chapeau ! … Da rimanerci seduti davanti con gli occhi che corrono instancabili su ogni particolare gustosissimo.
“Questa sì che è arte religiosa … comunicazione biblica, catechetica, liturgica e interiore …”
 
Il Cimitero monumentale che sorge accanto al Duomo di Pisa non è solo linee artistiche gotiche preziose dagli scorci curiosi. Sotto ai piedi si calpestano le bellissime firme e i“loghi” dei numerosi ricchi nobili e mercanti incisi sulle loro pietre tombali. Studiandoli si potrebbe ricostruire un intero quadro del mondo dei commerci Pisano … Erano il marchio di fabbrica di allora, i simboli impressi a fuoco o dipinti sulle balle della mercanzie, sulle navi, sui carri, sulle casse, le stoffe, sugli animali e sugli stipiti dei magazzini. Si faceva così anche a Venezia, come era costume anche dei mercanti Tedeschi e del Nord che scendevano in Italia da mezza Europa. Sono tracce rimanenti di un variegato mondo Europeo attivissimo e in movimento. Un’epoca di popoli eterogenei e variopinti molto attivi, che s’incrociavano, interscambiavano, interdipendevano e condividevano … Un mondo che oggi, nonostante l’Unione Europea moderna, non esiste più alla maniera vivissima ed intensissima di allora. Rimangono quelle tombe mute … ma eloquenti di segni …
Continuando nel nostro vagabondare per il Campo dei Miracoli entriamo ad assaporare l’acustica magnifica del Battistero che sembra suggerire l’idea fantasiosa di un coro di Angeli. Rimaniamo esterrefatti nell’udire le eco degli acuti e dei gorgheggi lanciati verso il cielo da un uomo anonimo piazzato sull’altare accanto alla Cattedra episcopale, davanti alla vasca battesimale e all’altro mirabile pergamo scolpito. Anche nel Battistero s’incontra una mirabile distribuzione di marmi lavorati … Ovunque giri lo sguardo s’apprezza tutta una tarsia marmorea di una bellezza leggiadra che ti lascia basito, sorpreso … Merletti di pietra che ti lasciano senza fiato per la loro squisita fattura originale.
Il temporale c’insegue tutto il giorno perdendo ampiamente la battaglia col sole, che s’inventa in continuità scorci e giochi di luce che inventano il Campo dei Miracoli, il Cimitero monumentale e la Torre pendente in mille maniere diverse. Solo qualche goccia portata dal vento ci sfiora …Mentre sappiamo che poco lontano in linea d’aria, in Liguria, bombe d’acqua hanno imbastito sfaceli. Ma a Pisa tutto sembra essere tranquillo, fuori da quel gioco alluvionale devastante bagnato e fangoso. Solo qualche nuvoletta in cielo … e tanto scirocco afoso.
Che dire ancora di Pisa ? L’arteria fluente dell’Arno rigonfio d’acque la taglia in due parti distinte ma cinte e unificate dall’unica cortina di mura irte di torri, e con quanto rimane dell’antica Cittadella e dell’Arsenale. Per un attimo immagino le galee cariche di merci, soldati e cavalieri che facevano illustre Pisa: la Repubblica Marinara di un tempo. Pisa con le sue contrade limitrofe ha vissuto una storia importante … Ovunque sui muri sono infisse le croci uncinate, impresse anche sui gonfaloni rossi che sventolano fin sulla cima della Torre Pendente. lo ricordano anche le numerose opere raccolte nei musei, e i palazzi distesi lungo le sponde dell’Arno. Non sarà il Canal Grande di Venezia … ma di certo ha qualcosa d’illustre da mostrare e raccontare.
Quel che si vede, tuttavia, è come lo scheletro di un suo tempo passato di cui conserva solo pallida filigrana sbiadita. Sono troppi i monumenti chiusi, le chiese dimenticate, le opere e i musei non vedibili e visitabili. I motivi sono i soliti: carenza di finanziamenti e di personale, scarso interesse, poca voglia di preservare e custodire da parte degli Enti preposti … e come sempre i soldi mangiati da qualcuno per i propri scopi invece di preoccuparsi del patrimonio comune. Molti angoli di Pisa sono sgualciti, malconci, lasciati a se stessi … Non è sempre piacevole addentrarsi e perdersi per i vicoletti angusti ed antichi … Chiuso è Palazzo Reale, l’Orto Botanico, il Museo del Duomo, Santa Maria della Spina … Santo Stefano dei Cavalieri nell’omonima piazza che ospita la mitica “Normale di Pisa”per i buoni cervelli italiani, è aperta solo dalle dieci alle dodici eccetto sabato e domenica. Chi potrà visitarla ? Solo i pensionati e le massaie che vanno a fare la spesa, forse … E chiuso e lasciato andare in rovina per sempre c’è a Pisa tanto altro e tutta una memoria illustre che meriterebbe una sorte migliore.
Pisa però è anche cittadina nel suo insieme piacevole, a tratti vivissima e simpatica in alcuni suoi cordoni viari, “listoni”affollatissimi e stipati di botteghe. Sono i rimasugli dell’animo mercantile, bottegaio, marinaro e imprenditoriale della Pisa di un tempo. Ci mescoliamo piacevolmente con la folla del sabato pomeriggio, dei mercatini, dello shopping, della siesta nei baretti caratteristici, dei crocchi dei giovani.
Quando cala la sera … si scatena un temporale di una violenza inaudita.
“Macchè non farà nulla … Sono solo i flash dei turisti Giapponesi … E’ il rombo degli aerei che decollano e atterrano al vicino aeroporto … Io lascio l’ombrello in albergo …” considerano le mie compagne ottimiste.
Su tutta Pisa e sul Campo dei Miracoli s’è rovesciato un acquazzone fortissimo. L’acqua filtrava copiosa ovunque, fin sotto la tettoia del nostro ristorante, tanto che gli avventori sono stati costretti a raccogliere piatti e bicchieri e rifugiarsi all’interno, mentre i camerieri s’affannavano come fantasmi con candide tovaglie in testa per salvare il salvabile dai tavoli inondati dalla pioggia che scrosciava violenta. Neanche tempo a dirlo … che una grondaia traboccante d’acqua si è perfino staccata piombando rovinosamente sui tavoli ancora imbanditi creando scompiglio e fuggi fuggi … Per fortuna la compagnia era dolce in ogni senso, compreso quanto di buono e appetibile mi sono ritrovato nel piatto.
In una breve pausa degli elementi ci siamo affrettati ad uscire di nuovo nella notte Pisana … All’uscita ci siano ritrovati circondati da una piccola folla di Cingalesi ed extracomunitari “in agguato”, tutti pronti a volerci appioppare ogni sorta d’ombrelli e impermeabili … Dribblandoli tutti abbiamo attraversato l’intero Campo dei Miracoli gocciolante, dilavato e brillante dentro l’acqua notturna. Sembrava quasi tirasse il respiro in un attimo di sosta dei temporali … Infatti, subito dopo, un altro impetuoso acquazzone si è scatenato inondando la città vestita di buio … ma eravamo già al riparo nel nostro alcova pisano.
La domenica del giorno dopo si è accesa sotto a un cielo ancora plumbeo stracciato di nubi … Pisa era deserta, spenta, festiva e addormentata. Rarissime automobili e bus vuoti sfrecciavano davanti a semafori lampeggianti e marciapiedi deserti facendo vibrare l’intero albergo. Rifocillati e abbeverati adeguatamente, ci siamo spinti oltre le mura marinare, e siamo usciti nelle campagne Pisane fino a visitare San Pietro in Grado, un’appendice mirabile tappezzata di storie e vicende, ma quasi isolata e spersa fra i campi coltivati e i casolari toscani. Ci è apparsa davanti all’improvviso, quasi discreta, avvolta in un suo particolare microclima silenzioso interrotto solo da un soffice canto Gregoriano soffuso.
“Caro fratello turista … Non venire qui a rubare !” recitava un cartello singolare posto dal Parroco della Basilica all’ingresso del monumento incustodito. Ed è caduta subito la poesia e l’amenità del luogo …
L’autobus del ritorno si è presentato quanto mai odoroso, e guidato “liberamente” dal postiglione autista come fosse una vecchia diligenza da Far West Toscano. Sapeva di caciocavallo e scamorza, e ci ha fatto dimenticare presto la leggiadria deliziosa degli affreschi appena visti sui muri di San Pietro in Grado.
“Campagna !” direbbero i Veneziani d.o.c.
Rientrati a Pisa dalle lande Pisane abbiamo vagabondato lungamente per piazzette, vicoli e grandi arterie dello shopping affollate dalla gente domenicale. C’erano presenti tutte “le botteghe”, le insegne e le vetrine sempre uguali delle firme e delle marche famose che rendono simile ogni strada di shopping cittadino di mezzo mondo. Non si capisce più se sei a Venezia, Londra, Roma, Parma, Tokio o Parigi … sono negozi tutti perfettamente uguali.
Sparsi per la città, a cavallo dei ponti sull’Arno, e fin sotto le volte dell’antica Loggia dei Mercanti si stava curiosamente svolgendo la Festa di Internet dedicata alle nuove sfide del commercio digitale e alle nuove proposte per intraprendere impresa. Strano connubio festivo … Una “festa nuova”le cui motivazioni andranno ad aggiungersi e forse sostituire quelle che per secoli hanno motivato il nostro solito festeggiare.
Ci siamo allora spinti fino al quartiere di Chinzica dove un tempo si ospitavano e abitavano i mercanti, i Turchi, gli Arabi: “… che hanno portato “qui in casa e di qua” quel tanto di diverso che c’era “di là e di fuori” oltre il Mare Mediterraneo …”
 
“Qui pulsava il commercio e la capacità imprenditoriale di Pisa.”
 
C’era anche, come a Venezia, l’immancabile chiesa che riproduce in copia il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Anche qui come nella nostra laguna veneziana è accaduto che non tutti quelli che vivevano a Pisa o giungevano su questo bordo del mare potevano permettersi la spesa di attraversarlo per recarsi fino in Terrasanta. Per tutti coloro, quindi, che non potevano scavalcare il Mediterraneo si proponeva un simulacro che facesse le veci della Palestina vera e lontana. Qui ci si poteva accontentare e visitare e pellegrinare, espiare penitenze, lucrare indulgenze, ripercorrere le vicende e le vie dolorose del Calvario di Cristo, e meritare di conseguenza una porzione salvezza a poco prezzo. Era come trovarsi virtualmente oltremare senza la spesa e la reale impresa marittima di imbarcarsi sulle costose navi e soprattutto intraprendere quel viaggio carico d’insidie di ogni tipo dal quale non era garantito alcun ritorno in patria. A volte era meglio rimanere a Pisa, al sicuro, con i piedi ben saldi per terra, e lasciar partire qualcun altro al tuo posto per le Crociate e verso la Terrasanta del Signore Christo.
“Che c’andassero in Terrasanta i guerrieri, i frati e preti … che non hanno nulla da fare, o i ricchi mercanti che c’hanno da commerciare … mentre noi si ha tante bocche da sfamare, terre da vangare, bestie da pascolare … ma anche donne da amare e tanto da vivere … Noi ci si accontenterà di sognare e pregare …” c’è scritto su un antico documento medioevale.
Infine, non potevamo mancare di giustapporre a Pisa vecchio e nuovo, antico e recente nello stesso alveo, per completare la visione di una città che è accaduta per secoli. Ci siamo intrattenuti intorno alle opere e alla storia di Modigliani esposte nel mirabile gioiellino che è Palazzo Blu. Modigliani si è rivelato essere un artista scavezzacollo, tombeur de femmes industrioso, che in queste zone ha vissuto come a Parigi interpretando in maniera originale la vita, l’estro, gli eccessi, le voglie di osare e i volti del secolo appena trascorso. Una vita drammatica vissuta in maniera povera, quasi al confine col miserevole. Modigliani apparteneva alla schiera nutrita di quegli artisti che affollavano la collina di Montmartre a Parigi vivendo di stenti, consumando pasti pagati con un disegno o un ritratto. Tratteggiavano sulle salviette, sui menù o sui tovaglioli delle trattorie e delle locande, in cambio di una minestra o di una bottiglia di vino.
Mi fa sempre riflettere il destino di questi personaggi ignorati in vita e apprezzati dopo la morte, relegati in soffitte e magazzini, spesso finiti nei manicomi, o col fegato spappolato dall’alcol e i polmoni riempiti dalla polvere delle pietre che scolpivano, impestati dalle malattie veneree … Anche Modigliani ha vissuto una fine tragica simile, e la sua compagna si è suicidata due giorni dopo la sua morte lasciando una bambina piccola …
Storie … storie vissute … Quante storie sparse per il mondo, che meritano d’essere conosciute e frequentate.
Accanto a Modigliani i Pisani hanno messo in mostra anche le immagini di una Pisa bombardata e distrutta dalla guerra mondiale. Fa impressione vedere oltre alla grande devastazione, i carri armati ai piedi della Torre Pendente e gli Alleati che“liberano” armati il Campo dei Miracoli.
Qualcuno ha terminato di trascorrere le nostre ultime ore pisane saltando come un grillo alla venerabile età di quaranta o cinquant’anni suonati. E’ il parco ameno e ombroso carico di fioriture curatissime e dei soliti alberi esotici sorgenti oltre il fossato e dentro alle torri e ai bastioni della Cittadella murata di un tempo a far da palcoscenico all’estrosa pseudoleggiadria ludica di queste due Veneziane in trasferta. In realtà è rimasto ben poco, quasi nulla, dell’antica città in armi, che sapeva farsi valere sul mare … Oggi è ricettacolo di badanti in sosta, di gente che fa footing, di bambini che giocano sulle giostrine, di persone che s’intrattengono in allegri pic-nic, di ambigui che si nascondono fra le rovine per ingegnarsi in miserabondi intrattenimenti notturni.
Oltre l’argine, intanto, l’Arno continua a scorrere pigro fra canneti e affioramenti sotto una rara falda di sole che occhieggia fra le nubi … Un piatto e lento vaporetto carico di turisti risale la corrente proveniente dal mare … Chiudo gli occhi e immagino un antico galeone carico di soldati, cavalieri e merci … Li riapro, e lo vedo carico solo di turisti … Il fiume sinuoso sembra comunque una bella donna toscana curvilinea e distesa, arguta, accorta e ironica, che mette in mostra le sue forme leggiadre e nude condite dalla sua simpatica parlata armoniosa … Una donna un po’ vecchia, vissuta di secoli però, agghindata di odierno e di passato insieme.
Un pattume olezzante e viaggiante di treno regionale, malandato, sporco e bisunto, carico di umori, etnie e sapori ci riporta a Firenze. Più che di una buona pulizia quei vagoni necessiterebbero dello sfasciacarrozze. A pensare che diciamo che altrove sono sporchi e trasandati … Sotto questo punto di vista credo che noi Italiani in certe occasioni non siamo da meno a nessuno.
Ultimissimo … Inseguiti da un nuovo temporale ci spingiamo verso le lagune veneziane ospitati dentro alla pancia comoda del solito “Italotreno”. Siamo ansiosi di poter ritornare alla vita quotidiana e lavorativa di sempre … ma nessuno a ragione ci crede quando proviamo a dirlo.
A cena mio figlio ci ascolta raccontare fra il curioso e il perplesso. Sorride e commenta …
“Pisa ? … Robetta ! … Vuoi mettere Venezia ?”
 
E io a replicare: “Guarda che erano rivali fra loro, entrambe Repubbliche Marinare come Genova e Amalfi … Erano impegnatissime in una lunga sfida coraggiosa a vendere e comprare … Si contendevano il controllo dell’intero Bacino Mediterraneo … Entrambe sono state realtà storiche insigni, ricche d’Arte …”
 
“Sì … ma Pisa rimane pur sempre una marinara di “serie B” rispetto a Venezia … Non c’è storia e arte che tenga … Pisa è solo una cittadina di campagna sul fiume …”
 
Che sia un po’ campanilista e di parte questo mio figlio giovanotto ?

 

ott 7, 2014 - Senza categoria    No Comments

“GIORNI … COME BINARI OBBLIGATI DI ANDATA E RITORNO.”

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E’ vero … Vivere spesso è percorrere e ripercorrere quasi ogni giorno le stesse cose. Ripetiamo gli stessi gesti, le stesse procedure … Come un treno pendolare che va avanti e indietro da capolinea a capolinea sempre sullo stesso percorso e binario. Sì, bisogna dire che il viaggio non è propriamente sempre lo stesso … Ogni tanto si accellera, si frena, ci si ferma … Salgono e scendono persone diverse dal viaggiare particolare che siamo. Si entra ed esce dalle stazioni, le condizioni atmosferiche e le circostanze cambiano … A volte i vagoni sono affollati, altre volte quasi scoppiano per la gente che si pigia e spinge in piedi e in avanti. Tutti hanno sempre fretta di salire e scendere, di andare … Altre volte ancora le carrozze sono deserte, soprattutto a certe ore e in certe circostanze dell’esistenza. Qualche volta tutto si ferma … i guasti, lo sciopero, le riparazioni, le novità e gli ammodernamenti … Alla fine può accadere quel che osservavo qualche mattina fa nel buio mattutino.

Mentre il vento leggero spazzava la strada dalle prime foglie autunnali, il carro ferroviario col lampeggiante acceso sopra passava per l’ultima volta su quel binario. Stavolta però, man mano che ritornava su se stesso si portava via e recuperava anche le traversine e i binari togliendo e smantellando la strada ferrata per sempre.
Parabola certa del vivere …e solite mie riflessioni che tornano.
Dopo la pioggia allagante e dilavante di ieri l’altro, il cielo nero prima dell’alba è splendidamente nitido come di rado. Non manca nessuno all’appello delle figure del Cielo Autunnale. Il sinuoso serpente antico serpeggia immobile ad est sopra l’alba che deve ancora iniziare, la farfalla misteriosa ed arcana di Orione sta in mezzo, Castore e Polluce a sinistra in basso, il molteplice Sirio luminosissimo più sotto, e il grumo stellare delle Pleiadi in alto a sinistra … Altro che andare al lavoro ! Sarebbe bello rimanere qui rapiti col naso all’insù … a scrutare le stelle finchè il sole non le nasconde per l’ennesima volta.
Spesso mi chiedo: “Ma che cosa starà accadendo lassù ?” …Ma la vita quotidiana mi porta via e mi costringe a concentrarmi ed osservare attentamente le cose di quaggiù.
Di notte nel buio le benne, le braccia immobili, le pale meccaniche delle scavatrici  sembrano tanti colli di grossi uccelli intenti a beccare per terra, proboscidi scure intente a bere acqua sul fondo lagunare … Incontro la folla oscura, anonima e silenziosa, dei soliti pendolari … I baretti del piazzale seminascosti nel verde lavorano a tutto spiano … sotto ai tendalini chiari appena illuminati è tutto un andirivieni veloce di caffè “toccata e fuga”… prima di catapultarsi di nuovo al lavoro che chiama … Meno male che ce n’è ancora un po’ per qualcuno.
Nell’autobus del mattino non c’è più quel bottegaio che ha chiuso e si è messo a lavorare da dipendente al mercato … Avrà cambiato orario o sarà rimasto a casa disoccupato del tutto ? Ho sbirciato curioso l’altro pomeriggio fra i soliti banchi del mercato … non c’era … ma forse non era quello il suo turno di lavoro … Lavorerà altrove … speriamo.
L’ospedale è sul mio binario … quasi ogni giorno.
“Mi sembra che la signora del letto accanto stia meglio di me … E’ sempre silenziosa e tranquilla … Sa … Io ho l’aritmia e l’ansia che mi disturba … Non ci vedo, sono sorda …”
In realtà il letto accanto è vuoto ormai da tempo.
“Non capisco più niente … Anche le mie orecchie sono stanche … Chiamo chiamo ma non mi rispondono più … Mi dicono sempre che chiamo per niente … Non vedo l’ora di morire … La mancanza d’acqua mi soffoca, ho sempre la gola secca … Di notte ho tanta sete … Ma non vi vogliono dare da bere …”
Beve in continuità, più di quattro litri al giorno …
“Prenda !  Beva … Lei ha troppe paure che le mettono un’ansia incontrollabile … da soffocare …”
“E’ vero … E’ questo il problema di fondo … Ho avuto sempre tanta paura per tutta la mia vita…”
 
Non indago … Ma come si può aver vissuto una vita intera pieni di paura ?
“Si alzi un po’, si posizioni meglio per mangiare e per bere … altrimenti si soffoca.”
“Mi lasci stare … Non m’interessa, io mangio ugualmente disteso … così. Me l’ha detto la mia mamma che va bene in questa maniera …”
“La sua mamma ?… Se ci fosse qui presente avrebbe minimo 120 o 130 anni … Lei è un po’ grandino per la mamma … Non le pare ? … Quanti anni ha ?”
“Novantasette … o novantacinque, non ricordo bene …”
“Eccolo detto !  Ed è qui a combattere la sua lotta quotidiana con gli infermieri, arzillo e vispo più che mai … Disposto a soffocarsi pur di far di testa sua …”
“Ah … Che volete saperne voi ? Siete appena nati … Sapete solo dare pastiglie e punture … Tutte cose che non contano, non servono a niente … Siete solo parassiti di quelli che stanno male e ingabbiate nei letti … Ci tenete qua, a “bagnomaria” … Parlate tanto e fate i sapientoni, ma non sapete darci in cambio neanche un giorno di più di esistenza …”
Tocca a me rispondere: “…”.
Gli acconcio il bavaglino sul collo, gli rimbocco come posso e in fretta il copriletto e la coperta.
“Buon appetito !” ma già non mi ascolta più … S’è tuffato voracemente nel piatto, mentre la moglie accanto non osa dirgli una sola parola. Mi guarda e sorride di un sorriso triste e rassegnato … Lo giustifica quasi.
“E’ sempre stato così per tutta la vita … Anche quando stava bene … Era sempre lui a comandare e decidere tutto. Il padrone di tutto e di tutti … Mia figlia, prima di andarsene per sempre da casa, lo chiamava: “Papà comandone” … Che vuole farci ? Me lo sono sposato … e me lo tengo … Ho vissuto così con lui per “99” … Ora facciamo “100” … e la finiamo alla stessa maniera … Così va la vita.”
“Così va la vita …” ripeto a me stesso, ed esco dalla stanza.
“Sono crampi  … non lampi…” mi racconta la vecchina massiccia e greve, carrozzata di fresco con l’argano, con un filo sottilissimo di voce da dentro la sua afonia sempre più accentuata. “L’infermiera questa notte mi ha detto che non ci sono lampi … di lasciar perdere e dormire. Sono crampi, non lampi … Crampi: è diverso … soprattutto è doloroso … Per questo non ho dormito … Deve ascoltarmi meglio … Crampi non lampi … parlo chiaro italiano io … Crampi non lampi … Mi ha capito ?”
“Ho capito Sjora … Crampi non lampi … Messaggio chiaro … Ma non c’ero io questa notte … Crampi non lampi … riferirò ai colleghi … Intanto: Buon appetito !”
“Crampi … e non lampi … lungo il binario della giornata …” mi dico.
“Una volta o l’altra sparerò alla dottoressa … Io credevo di venir qua per guarire, e invece mi devo rassegnare a convivere con la mia paralisi … Mi avete ingannato … Non sapete mantenere le promesse …”
Non serve spiegargli che la medicina non fa i miracoli. Come dirgli che da certi danni traumatici o neurologici non si guarisce più del tutto, o si recupera faticosamente solo in piccola parte ? E’ risaputo, è normale per noi del mestiere … Ma per lui, dall’altra parte della barricata, e con la sua ridotta consapevolezza culturale sull’argomento, e la sua lucidità ridotta ? Bella sfida accompagnare certi malati a spasso dentro alle loro patologie devastanti … Un binario, un viaggio di sola andata … senza un ritorno a quel che si era prima. Ma farlo capire, e soprattutto accettare non è per niente semplice … E’ questa forse la sfida vera… E anche l’infermiere contribuisce per la sua parte ad accompagnare in questo viaggio … Infermiere “compagno di viaggio” … Mi piace questa immagine.
“Il mondo è pieno di baroni e baronie” sta commentando un medico sconsolato nel corridoio parlando con un familiare. “Si fa presto a parlare e parlare … Siamo tutti un po’ cantori del becero, del vacuo e del fanfaronesco ossia cultori del nulla estetico e mentale …Non sappiamo dire né le cose che contano, né quelle che servono …”
 
Ecco la conferma di quanto ho appena detto … forse con qualche colorita sfumatura di troppo.
Mi affaccio alla finestra della cucina di casa nel tepore autunnale della sera ormai prossima. Dalla parte del Porto sta accadendo un tramonto sfacciato di un rosso infuocato intriso di gialli, arancione e marrone che ti costringe a lasciar scendere inconsapevolmente la mandibola per lo stupore. Il capitolo di questa giornata sta volgendo al termine, la grande pagina del vissuto di oggi sta voltando invisibile come sempre …piaccia o no.
Mi rilasso, annuso l’aria salmastra, lascio vagare lo sguardo, ascolto quel che accade giù in calle.
Una donna s’affaccia, un’altra di passaggio la chiama e la saluta.
“Hai sentito ? … Il solito tossico della Contrada ha scalato nottetempo la grondaia di una casupola col miraggio di penetrare nella casa di un’anziana per razziarle pensione e “ori”. Solo che intontito, nella fretta e col buio, ha sbagliato a calcolare le finestre ed è entrato in quella sbagliata. E’ entrato rompendo la finestra nella casa del “matto” … quello che vive solitario, tranquillo, ma pur sempre furioso.  Il resto lo puoi immaginare da te …”
“Ho capito … quello che abita da solo di fronte a mia “nezza” e non rompe mai le scatole a nessuno. Vive nel suo mondo, a modo suo, in una dimensione che solo lui conosce …”
“Sì … Ma se entri a rompergli le scatole … cambia tutto … Anzi, gli ha cambiato i connotati al tossico … Lo ha conciato per le feste … L’ho visto oggi con un occhio pesto e uno “sbrego” sulla fronte …  Ma tu carissima ? … Hai fatto un patto col diavolo ? … Sei sempre uguale, non invecchi mai ?”
“Diciamo che me tegno … che dipingo bene la mia facciata … E te come va?”
“Ah …Io sono piena di rogne. Quando inizi ad andare dai medici non è più finita. Ti trovano sempre un mucchio di magagne nascoste che non sapevi d’avere e con le quali convivevi da tanti anni. E dopo una cosa tira l’altra, come le caramelle dei bimbi … E ti cambia tutta la vita …. Incominci ad andare su e giù, dentro e fora per gli Ospedali … Sei sempre tutta sottosopra …Io poi sono vergognina …e in questi giorni la devo mostrare a tutti … Pensa, proprio io che perfino con mio marito sono stata sempre al buio …”
“Che vuoi farci ? … E’ la vita … scorre così …Bisogna prenderla così come viene …”
“Finchè viene il tuo turno di metterti a letto … Beh … Teniamo su … Intanto …”
 
Forse ha ragione … Bisogna continuare a seguire il nostro binario … Avanti e indietro … Fra barconi carichi di persone colati a picco … Ebola che terrorizza e squaglia le nostre sicurezze … guerrafondai tagliatori di teste … la crisi che continua mascherata da parole di successo … i giovani incerti e annoiati, senza lavoro a caccia di futuro … i Socialnet per guardarsi allo specchio, autodirsi e raccontarsi senza interessarsi se qualcuno ti guarda e ascolta o meno … e la fiaba di Venezia da dire e ridire ancora una volta … come quella di se stessi.
Intanto, la gatta silenziosa mi si struscia ripetutamente sulle gambe di sotto, in maniera gentile, leggera, sfiorandomi appena. Pare quasi abbia timore di disturbare … Mi accoccolo di sotto ascoltandone le fusa rumorose di sotto ai suoi occhi verdissimi …
“Coccolona … affettuosa ! ”
“Ma che affetto ? … che coccolona ? ” sembra dire  … “Umano imbalsamato al balcone … Non ti accorgi che è ora di pappa ?”
 
Sfreccia la vita sul solito binario … corre e va …

 

ott 1, 2014 - Senza categoria    No Comments

“SAN ANGELO DI CONCORDIA … ALLA GIUDECCA.”

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“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 54.

“SAN ANGELO DI CONCORDIA … ALLA GIUDECCA.”
 
Qualche giorno fa ci siamo lambiccati in diversi, quasi per scherzo, nel provare a riconoscere da alcune vecchie foto altrettante chiese veneziane dimenticate o scomparse. Ne sono uscite delle belle … e dopo diversi tentativi abbiamo riconosciuto in alcuni di quei vecchi “biancoenero” le poche tracce della chiesetta di San Angelo di Concordia alla Giudecca in Venezia.
C’è subito da dire che esiste un po’ di confusione nei documenti e nei testi, perché in molti confondono la chiesuola della Giudecca con l’isoletta di San Angelo delle Polveri o di Caotorta che sta dietro e in fondo verso il Lido e Malamocco. In questi giorni si parla molto di quest’ultimo nome, perché è anche quello del canale omonimo che si vorrebbe allargare e scavare per far passare in laguna le Grandi Navi dirette alla Marittima di Santa Marta evitando il bacino di San Marco e appunto il Canale della Giudecca.
Oggi l’intera grande isola veneziana è di fatto gestita dall’isola di San Giorgio Maggiore (dove sopravvivono pochi Monaci Benedettini, solo pallido riflesso dell’antica prestigiosa Abbazia di un tempo), fino a Sacca Fisola di fronte alle banchine del Porto di Venezia dai soli Frati Cappuccini del Redentore che prestano il loro servizio religioso a tutti i Giudecchini e gli abitanti di Sacca Fisola.
Le ultime parrocchie di San Eufemia e San Gerardo Sagredo sono resistite come hanno potuto fino a qualche anno fa. Ora la carenza cronica di Preti e la diminuzione vistosa della frequenza religiosa hanno indotto la Diocesi di Venezia ad accorpare e riorganizzare le poche forze rimaste tentando una gestione d’insieme più consona con i tempi che viviamo … e col ridottissimo numero dei fedeli e delle risorse vantate dalla Chiesa (?).
Un tempo non fu così.
Fino all’arrivo del solito micidiale Napoleone & C, la Giudecca al pari di tutte le altre Contrade veneziane era ricchissima di chiese, monasteri, oratori e istituti religiosi ed assistenziali di varia natura. E’ interessante elencarli e provare a riconoscerli nelle scarse tracce rimaste di alcuni o in quelle più vistose rimaste di altri.
Partendo appunto da San Giorgio Maggiore, subito dopo il taglio del canale che porta in laguna aperta, dove oggi sorge la Caserma della Guardia di Finanza, esistevano la Chiesa e il Monastero di San Giovanni Battista. Poco distante sorgevano Chiesa e Convento di San Giacomo di Galizia o Santa Maria Novella gestita dai Frati Serviti, e poco più avanti il complesso delle Zitelle tutt’ora rimasto in piedi. Poco prima della grande chiesa devozionale e votiva per la peste delRedentore sempre condotta dai Frati Cappuccini, sorge ancor oggi seppure dimenticata e quasi non vista, la Chiesa e Monastero delle Monache Benedettine della Santa Croce, oggi Casa di Lavoro Circondariale Femminile (se non sbaglio). Dietro al Redentore, verso la laguna sul retro dell’isola c’eraSan Angelo di Concordia, mentre più avanti, subito dietro allaParrocchiale di San Eufemia o San Femia, sorgevano altri due monasteri: quello delle Monache Benedettine di San Cosma e Damiano, e quello sempre di Monache Benedettine di San Biagio e Cataldo che sorgeva dove oggi c’è il rinato Hotel ex Mulino Stucky.
Fra l’uno e l’altro, in seconda fila, sul canale interno della Giudecca, sorge ancora oggi l’altro complesso di Santa Maria Maddalena delle Convertite da molto tempo diventato Penitenziario Femminile. E infine, dopo il lungo ponte moderno, sull’estrema punta della Giudecca fra i palazzi della relativamente neonata Sacca Fisola, sorge la chiesa moderna di San Gerardo Sagredo.
E’ questo, quindi, il quadretto della presenza religiosa nei secoli nell’isola della Giudecca. Sarebbe strepitoso soffermarsi su ciascuno di questi siti, perché ciascuno possiede mille storie e curiosità da raccontarci, purtroppo spesso quasi dimenticate, o perlomeno lasciate all’attenzione dei così detti “studiosi e addetti ai lavori”.
Ritornando e soffermandoci, invece, e solo per un attimo, semplicemente e senza pretese, su San Angelo di Concordia, bisogna dire che si è rivelato essere nel suo piccolo un microcosmo non privo di sorprese curiose … almeno per me.
Era situato all’estremo limite della Giudecca di allora, dove forse si trovava uno stazio o tragetto di barche e di gondole.
Sembra che San Angelo sia stata così denominata dalle tre sorelle della famiglia Zuccato, che furono le prime a vestire la così detta “concordia” dell’abito di San Benedetto nel monastero fondato da Angelo Zuccato loro padre … o più facilmente si chiamava forse così per la figura d’un angelo scolpita sulla facciata del Convento e ritrovata in precedenza sul posto.
Dopo alterne vicende un po’ vaghe che ricordano periodi di probabile benessere economico con annessioni di proprietà e di lasciti, il Convento di San Angelo fu rifabbricato nel 1600 e la chiesa consacrata da Raffele Iviziato Vescovo di Zante e Cefalonia col titolo di “Gesù Cristo nostro Salvatore” pur mantenendo il vecchio nome di San Angelo di Concordia.
Quel che è certo, è che nel maggio 1635 i Carmelitani Scalzi dell’Ospizio di San Canciano di Cannaregio passarono in questo chiostro e fondarono il nuovo Hospitale di Santa Teresa di Venezia adattando il convento a piccole celle con officine, oratorio e orto-giardino. Il Conventino però non doveva navigare molto nella prosperità economia e nell’agiatezza, perchè nel luglio 1643 il Priore fu costretto a chiedere aiuto alla Signoria Serenissima di Venezia per indurre la Congregazione Mantovana dei Carmelitani di appartenenza a versare i contributi necessari a mantenere in vita il monastero veneziano. L’immediata esortazione Ducale non deve aver sortito però grande successo, perché cinque anni dopo i Carmelitani si trasferiscono a San Gregorio lasciando solo qualche religioso a San Angelo della Giudecca.
Qualche anno dopo, in un lunedì di febbraio1666, il conventino tornò ad apparire nella cronaca dei fatti di Venezia perché alcuni Frati di San Angelo della Giudecca si ferirono a coltellate fra loro lasciandone uno moribondo.
Nel 1697 i Frati di San Angelo erano 8, e all’inizio del 1700 Marco Ferrando, “scorzer” di mestiere, eresse a sue spese un nuovo altar maggiore. Costui ebbe un figlio di nome Zuane, anch’egli “scorzer” che secondo gli Anagrafi Sanitaria morì il 5 aprile 1767 alle ore 18 a 67 anni: “… spasmodico e chachetico con febbre … assistito dal Medico Zuccharelli di Sant’Eufemia”.
Secondo una mappa del 1763 il piccolo complesso di San Angelo di Concordia, costruito in pietra e in parte in tavole di legno, si estendeva per cica 30 passi di fronte alla laguna sul retro della Giudecca su cui aveva un suo pontile privato per le barche. Dalla parte di terra era quasi circondato dalle proprietà di Antonio Venerando. Possedeva un ampio orto con frutteto, e 4-5 stanze per lato e un ampi dormitori per parte sorgevano intorno a un chiostrino lastricato di masegni col pozzo in mezzo. Alla chiesetta che possedeva un suo bell’organo, si accedeva lungo una Fondamenta con lo stesso nome e attraversando un suo campiello antistante. La chiesetta doveva essere essenziale ma non tanto brutta, aveva tre altari con dipinti di Odoardo Fialetti e il soffitto con due dipinti del Petrelli:“Paradiso” e “Madonna che da l’abito a San Simone Stoch”.
Nella chiesetta di San Angelo di Concordia erano presenti ed attive ben tre Scuole Piccole di Devozione. La Compagnia di San Alberto fondata nell’agosto 1739 contava 50 Confratelli nel 1760, e pagava i Frati perché venisse celebrata 1 Messa cantate e da 5 a 12 “Messe basse o lette” per i propri associati. La Compagnia faceva pagare ogni anno agli iscritti della Schola: 3 lire + 10 soldi raccogliendo in totale il piccolo capitale di 21 ducati e 21 grossi da spendere per le funzioni dell’Associazione. Infatti contribuivano ai Frati di San Angelo di Concordia: 15 ducati e 12 grossi annui e nella sacrestia della chiesetta giunsero a conservare 478 once d’argento in oggetti sacri fino alla soppressione della Compagnia che avvenne nel 1754.
La seconda Schola ospitata dai Frati di Sant’Angelo di Concordia in Fondamenta della Palada era quella della Beata Vergine Rosario, un’Associazione di devozione dei pescatori della Giudecca, che fino al 1758 celebravano ogni anno una festa pomposa con una solenne processione in giro per l’isola. I Giudecchini entusiasti cantavano e sparavano per far festa colpi di moschetto in aria … ma in quell’anno venne ucciso un bambino con un colpo accidentale.
La terza e ultima Schola di devozione presente in Sant’Angelo di Concordia fin dal luglio 1607 era quella della Beata Vergine del Carmelo, che dopo la chiusura della chiesetta si trasferì presso la chiesa di Sant’Eufemia nel 1784. La Schola accoglieva al massimo 200 iscritti-confratelli che pagavano annualmente 20 soldi. Commissionava una Messa mensile al Frati ogni prima domenica del mese, oltre alla grande festa annuale del Carmelo del 16 luglio, e pagava 80 lire a uno o più persone perché andassero in pellegrinaggio ad Assisi o a Loreto per far celebrare Messe in suffragio e per le Anime dei Confratelli.
Gli associati della Schola erano molto affezionati alla loro chiesetta, per la quale sotto il Guardiano D.Francesco Baldio Procuratore e Compagni, fecero fondere due nuove campanelle  … Ed erano anche molto gelosi delle loro “cose di chiesa”, e non volevano che si prestassero ad altri: “ … né la croxe, né i candelieri d’argento e la paxe della Schola …”
Solo nel 1762 il Capomastro Pietro Fabbris e il Tagiapjera Martino Cossetti eseguirono per lire 9.905 di piccoli un restauro radicale della chiesetta di Sant’Angelo di Concordia. Fatalità poco prima che il Convento venisse soppresso e indemaniato nel settembre 1768.
Venne anche depredate, dispersa e svenduta la Libreria dei Frati di Sant’Angelo, ossia la Biblioteca della Congregazione Riformata dei Carmelitani di Mantova residenti nel Convento di Sant’Angelo di Concordia alla Giudecca. Contava poco più di 350 opere di valore divise tra latine e volgari con una discreta scelta di scrittori classici e di edizioni Basileesi e Parigine dei Padri della Chiesa. Conservava inoltre una copia dell’Istitutio Catholica del Gropper, diversi volumi di letteratura ascetica tradizionale del tempo, un settore di libri di oratoria sacra, diversi volumi della Scolastica Spagnola, e … UDITE UDITE !
 
La bibliotechina dei Frati di San Angelo conservava anche testi di eretici e poco ortodossi: un testo gioachimitico: “l’Expositio in Apocalypsim” dell’Abate florense, i “Libri de Secreti” e la“Magia Naturalis” del Della Porta con reminiscenze del Platonismo rinascimentale, e i “Problemata in Scripturam Sacram” di Francesco Zorzi.  A noi forse questi titoli suggeriscono ben poco … ma vi posso garantire che l’Inquisizione di Roma del tempo avrebbe fatto un bel falò in piazza e trascinato in galera qualcuno … ma ci si trovava a Venezia …e a certe cose non badava quasi nessuno.
E siamo già alla fine della breve storia della Chiesa e del Conventino della Giudecca che vennero chiusi e venduti all’asta nel 1806.
Ancora nel 1840 la chiesetta e i luoghi erano proprietà di Alvise Cogo che la riaprì al culto come Oratorio non sacramentale benedetto dal Patriarca Jacopo Monego col titolo di Santa Maria del Carmelo. Proprio accanto, sui luoghi dell’ex Convento, il Cogo attivò un capannone per la fabbricazione di cordami.
In seguito la chiesetta passò di proprietà in proprietà con diverse chiusure e riaperture al culto, finchè nel 1867 la ditta Battisti istallò nell’ex convento un’officina di vetri e conterie.
Nel 1900 l’ex Convento di san Angelo di Concordia era deposito e cantiere dei pompieri di Venezia, mentre otto anni dopo la chiesetta venne comperata dalla Parrocchia di Sant’Eufemia della Giudecca per merito e finanziamento di Giovanni Stuky. Di nuovo venne chiusa e riaperta, e poi nuovamente richiusa finchè nel 1933 l’ultimo proprietario l’Ingegner Giancarlo Stucky la donò in perpetuo al Piovan di Sant’Eufemia don Antonio Poloni che cinque anni dopo, in seguito a un radicale restauro, la riaprì per l’ennesima volta al culto.
Fu l’ultima, perché nel febbraio 1943 la chiesetta venne ceduta allo stabilimento Junghans del Ministero della Guerra che doveva allargarsi per costruire armi, bombe e spolette. Venne subito abbattuta, e i tre altari di marmo, le iscrizioni e le suppellettili liturgiche rimaste furono depositate nella chiesa di Sant’Eufemia.
Infine, nel 1980 risultavano ormai da tempo scomparsi i due angeli dorati provenienti da San Angelo di Concordia posti accanto all’altar maggiore di San Eufemia, e ancora visibili collocati al loro posto nelle nostre vecchie foto. Ma questa è la storia di tante chiese veneziane, che pezzo dopo pezzo, chiusura dopo riapertura perdono sempre più i loro tesori, le cose preziose …  e con le nebbie del tempo e della dimenticanza anche i ricordi della Storia.
Mi piace terminare questa post citando uno scritto famoso diSansovino.
“Ora tutti i narrato luoghi sacri, come di chiese come di ogni altro sacrario edificato in questa città, è impossibil cosa a narrare, quali ricchezze habbiano et in quanta copia per amministrar gli offici che s’appartengono a sua Divina Maestà. Oltra che tutte le chiese, per picciola che sia, hanno il campanile, l’organo, et la piazza o per fianco o dinnanzi. Et ogni piazza ha il suo pozzo pubblico…Sono parimenti in tutte le chiese, sacerdoti secondo al convenienza del luogo, i quali assiduamente attendono al carico loro. Et tutte le cere che si consumano dal clero per qual si voglia occasione, sono bianchissime come neve, et le gialle non sono in conto alcuno. Appresso questo ogni chiesa ha qualche provento, chi più, chi meno, et i piovani d’esse sono creati da cittadini et popolani che posseggono stabili nelle contrade, per via di suffragii et approbati et confermati dal Patriarca. In somma la qualità delle ricchezze et del governo loro è di così fatta maniera che ogni chiesa di Venezia può dirsi con ogni ragione un picciolo vescovado …”
Conventino e chiesetta di Sant’Angelo di Concordia alla Giudecca erano un po’ così …

 

set 30, 2014 - Senza categoria    No Comments

“TORCELLO… IN PUNTA DI PIEDI.”

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Lo stormo mattutino delle campane volteggia su Venezia ancora mezza assonnata e festiva. Un gondolone bianco a otto remi solca l’acqua placida e liscia del Canal Grande. Sarà forse colpa del famoso matrimonio “che gira” per la laguna, ma oggi Venezia è davvero tranquilla, avvolta nel tepore dei colori caldi autunnali e nell’aria salmastra di fine settembre.
Il vaporetto scorre via oltre il Canale di Canneregio, e la laguna si spalanca brillante come un gioiello incastonato d’azzurro, oro e argento. Il sole si sposa fra i riflessi dell’acqua spostata dai remi che fendono le onde, i muscoli si gonfiano e si piegano ritmici, le fronti cinte di candide bandane grondano sudore, la barca scivola via veloce, sembra leggera … una specie di sogno fluttuante fra acqua e cielo … E’ sempre uno spettacolo tornare ad affacciarsi in laguna.
Il motoscafo dondola, sembra danzi anche lui, e ogni tanto sbattacchia e approda goffamente addosso ai pontili annegando la poesia e rompendo il silenzio del momento. Venezia si allontana … e sullo sfondo si susseguono campanili dipinti di sole, palazzi, rughe di case, Contrade dopo Contrade … Venezia è sempre Venezia.
L’acqua rimbalza di nuovo, schiuma, spruzza, sciaborda, risacca, volteggia in aria e ricade bagnando ogni cosa e tornando ad essere di nuovo acqua nell’acqua … Bricole, gabbiani rauchi, specchi d’acqua, file d’alberi ormai vestiti d’autunno … I cantieri delle barche, il Casino degli Spiriti paradossalmente oggi abitato dalle Suore, la Sacca della Misericordia che sembra abbracci un grumo di barche. Si ripresenta il consueto e sempre nuovo volto della laguna.
Ci accompagna un’allegra compagnia di“galline strozzate starnazzanti”, dice la mia amica.
“Andiamo a Torsello ! Avanti tutte in gita !”
“Cominciamo bene … Speriamo di non portarcele appresso tutta la giornata…”
 
Il sole se la ride appeso al cielo sereno senza una nuvola, la giornata è davvero bella, l’acqua è limpida … Il momento invitante. Le schiume bagnate s’inseguono, si mescolano, si sovrappongono sulla scia del battello … come dentro si mescolano e sovrappongono le chiacchiere, i brusii, il sordo rumore dei motori. Un mototaxi si supera a prua alta sollevata sull’acqua con due baffi bianchi d’acqua spalancati sui fianchi … Dondoliamo fra barche e barchini … C’è traffico stamattina in laguna.
Venezia è ormai distesa pigra e languida sull’orizzonte, come nelle pagine dei miei romanzi. E siamo già a Murano il mondo magico del Vetro: il faro bianconero, le bocche infuocate e accattivanti delle fornaci, i turisti che spingono compatti. Siamo già folla numerosa frammista agli onnipresenti Giapponesi che scattano foto all’impazzata a tutto e tutti. Cappellino alla marinaresca con in fronte la scritta“Venezia”, felpa d’ordinanza con impresso il logo “Italia”. Superiamo una dopo l’altra le insegne storiche dei “fornasieri” come un rosario e un’antica canzone che scorre davanti agli occhi … Ci addentriamo sempre più dentro alla laguna.
Gente che pesca, barene trasudanti acqua e autunno, l’orizzonte impastato di cielo e mare tagliato soltanto da una striscia scura orizzontale di terra … Sembra un universo alternativo, alieno, magico … Superiamo anche l’ultima smilza torre allampanata di Murano … In fondo, oltre le acque, gli aerei planano come uccelli palustri sulla laguna.
Intorno noto occhi smarriti ed estasiati insieme. Osservano il niente, la distesa liscia e amena delle acque sempre più aperta, libera, spaziosa.
“Ciò tocco de ostrega ! Non ti vedi che ti me pesti i pie ? … Ma da dove ti arrivi ? Non ti te accorsi che con sto zaino grando come un divano ti me vien addosso e ti me schissi tutta ? … Ma non ti gha un fià de bona creanza ? Non vedi che so una povera vecja ?”
 
Ecco finita la poesia. Assistiamo all’arringa concreta e pratica di una delle donnette costrette in piedi e stipate fra i turisti ignari di come ci si muove negli spazi angusti dei vaporetti.
“Tre quarti d’ora in pie ? E mi pago anche l’abbonamento … E questi qua che ride e fotografa sentai sprapalanzai …E i te vien anche addosso … Quasi quasi ghe tiro una ghèa de quelle … O tiro sòso un per de saracche … Ma mi son una zentidonna e me trattegno …”
 
I viaggiatori turisti ridono, scherzano, annuiscono sorridenti senza comprendere. Uno si toglie il maglione per il caldo, l’altro se lo mette per il freddo stringendosi le braccia e la mani dentro ai polsini … Un mare di teste eterogenee, uno spiega sapiente, un altro consulta frenetico una guida, un Giapponese bravetto dipinge e colora, uno pisola in un angolo, un altro ancora osserva la scena chiassosa divertito e curioso, la guida dei Giapponesi li scova ad uno ad uno profondendosi in mille inchini ripetuti.
Intanto scorrono e si presentano in fila le isole, quasi come ad un appello virtuale: San Giacomo in Paludo, San Francesco del Deserto in fondo, la Madonna del Monte che spunta timida e rovinosa dall’acqua, Burano, Mazzorbo … sempre belle, colorate e attraenti … vele candide al terzo, bragozzi colorati con un grande sole giallo che sorride spiegato al vento leggero.
Osservo l’acqua: le schiume giocano con la superficie inventando continui disegni sempre nuovi … Il vaporetto rallenta infilandosi nel Canale quieto di Mazzorbo contornato da antichi palazzi e casette variopinte … L’aria mi è familiare: le viti, gli orti, le edere pendule … Si vuota per metà il vaporetto fra riccioli di donna, occhiali da sole e cappelli multiformi.
Si riparte: il Cimitero Vecchio, il Forte di Mazzorbetto pieno di Scout e di bimbetti scalzi che s’inseguono sull’erba … Ed eccoci infine a Torcello la nostra meta odierna.
“Torcello ! Torcelllooooo !” grida il marinaio … e la folla si spande sulla riva. Un gommone taglia brutalmente la rotta al vaporetto. Fischi, parole, parapiglia: “Impara a navigare !” gli grida il capitano + altre cose che non posso scrivere … Burano è avvolto in un insolito grigiore controluce, e se ne rimane di là della distesa dell’acqua … oggi in disparte.
Non me li ricordavo così alti gli alberi che circondano l’isola … sono passati degli anni. Appena sceso e dopo che si allontana miracolosamente la truppa delle donnette, lo avverto subito: siamo usciti dal solito mondo, e siamo entrati in un altro ancestrale, diverso, atemporale.
“Le gallinelle se ne sono andate … Vanno per conto proprio, non con noi !” e tiriamo un sospiro di sollievo.
Mentre aspettiamo la nostra egregia guida, mi soffermo a osservare le distese dell’erba, dei fiori, del verde … Di là c’erano i i Cistercensi Borgognoni col loro chiesone pomposo … Oggi non è rimasto nulla, li vedo solo con la fantasia, rimuginando vecchie notizie.
“Isole in Rete” recita il cartello … E’ lui, lo riconosco, la nostra guida cordiale, mio compaesano, venuto a prendersi all’imbarcadero del vaporetto. Che vogliamo di più da una guida ?
“Chi è Buranello gioca un po’ in casa in questi posti … Possiede una marcia in più per comprendere quanto c’è e quanto è accaduto … La nostra è un’escursione culturale non la solita visita guidata …”
 
E’ vero !
Ci addentriamo nell’isola, lasciamo in disparte la corsia superfrequentata dei turisti, e ci fermiamo in disparte. Torcello si rivela per quello che è: il posto magico che ben conosciamo. M.M. ci mette del suo, e la magia è totale …diventiamo un tutt’uno con la Storia e le Lagune.
“Sei ore cresce, sei ore cala … la Laguna è mutevole, mai statica … Qui vince la Natura… Pochi passi più in là si sprofonda fino al ginocchio nel fango … Queste erano spiagge ataviche cantate dagli antichi per la loro leggiadria e bellezza …”
 
Ascolto il silenzio, mi nutro della bellezza bucolica del posto … Lo è anche oggi, a distanza di tanti secoli … Anche se non esiste più il famoso Emporio Torcellano della Venezia prima di Venezia. E’ rimasto però quel profumo acre di salmastro, in fondo si vede il collo gentile e candido delle garzette palustri, le distese dei fiori selvatici … Mi sembra di vedere passare accanto a noi i fantasmi eterei e trasparenti dei Vescovi, delle Badesse, del Doge e dei Nobili del passato … Le pietre parlano e raccontano storie di opulenza, umanità repressa, marachelle, spiritualità, guadagni, intrighi, abusi e vita qualsiasi … e la nostra guida le fa cantare.
Torcello di un tempo … bisogna chiudere gli occhi, un po’ immaginarsela. Ci s’immerge in un mondo bello e poetico, artistico e storico che ti nutre dentro e ti fa un po’ sognare … come davanti agli scavi di San Giovanni Evangelista e alla sua sola foresteria rimasta … un bijoux.
In punta di piedi c’infiliamo a scoprire amenità nascoste per pochi … Sbalordiamo davanti ai resti delle chiesone e dei monasteri sepolti sotto gli orti, le barene e le vigne … Mi alzo in punta di piedi, e mi sembra di vedere dietro agli alberi, le canne e gli arbusti delle barene, da una parte Altino romana invasa dai Barbari, dalla parte opposta la bocca di porto di Treporti attraversata dalle navi in entrata ed uscita dall’attivissimo Emporio Torcellano. Mi alzo ancor più in punta di piedi, e mi sembra di intravedere Ammiana e Costanziaca, ancora vispe e attive, con le loro Pievi e i loro Monasteri, i ponticelli in legno, le motte, i fossi, le acque da pesca del Vescovo, i molendini lacustri … Dall’altra parte ancora Burano e Mazzorbo i cui nomi da soli richiamano mille storie a parte.
Mi alzo in punta di piedi … ma sto solo immaginando.
Torcello oggi è doppia, doubleface. E’ quella della vogata attraverso la laguna per poi farsi la “spanzata” di pesce e vinello. La fiumana di gente, i canali intasati di barche, motoscafi, natanti strombazzanti con musica a palla … Il posto adatto non manca, anzi ultimamente esiste un bel parco apposito accogliente, con i giochi per i bambini, gli animali in gabbia, i dondoli appesi, la passeggiata campagnolo-naturalistica. Non manca niente, ci sono tutti gli ingredienti per trascorrere una giornata all’aperto di benessere e puro relax.
In lontananza si sentiva cantare a gran voce:“Viva Venezia … Evviva San Marco Regina e Padrona dei Mari … evviva le glorie del nostro leon !”
 
E’ una Torcello diversa, commerciale, turistica, sfruttata … e forse un po’ povera, almeno parziale. Lo affermo perché ho avuta la fortuna di visitare Torcello un po’ in tutte le stagioni, e le emozioni più grandi le ho sempre provate quando non c’era praticamente nessuno. Non è la stessa cosa visitare la grande Basilica da soli, nella nebbia, sentendo il rimbombo dei passi, lo scricchiolio dei legni antichi e avvertire il dondolio lieve del mattone che si muove appena sotto ai tuoi piedi. Sono atmosfere diverse che ti permettono di sognare … Ma c’è poco da dire: si vive, ci sono gli altri, ognuno vive a proprio modo.
L’altra faccia di Torcello, invece, è quella della distesa fiorita e silenziosa dei prati, e poco più in là, solo qualche metro … lo specchio lucido delle barene e delle paludi, gli uccelli che si alzano in volo eleganti … i ghebbi che trasudano bagnato … le acque stagnanti con i nugoli d’insetti … le alghe giallo-bruno-verdastre spalmate sulle sponde e sui rivoli momentaneamente lasciati in secca dalla marea.
Torcello è quello della magnificenza dei mosaici e della grande basilica fatti rivivere dalla nostra guida M.M. ancora una volta. E’ un piacere rimanere ad ascoltarlo, fa rivivere in me i miei vecchi professori d’arte di un tempo che queste lagune e questi siti li hanno studiati e percorsi tantissimo e conosciuti quasi come il loro nome e cognome. E’ stupendo ascoltare le pietre parlare e sentire rivivere e pulsare i luoghi di un tempo lontano … l’orologio perde le lancette, e ci si culla in un passato che sembra ritornare ad essere presente.
Poi si torna alla realtà … e ci disperdiamo sul prato che un tempo era la Rialto lagunare torcellana … Me la immagino variopinta, odorosa, vivissima, esotica, curiosa e Serenissima come tutto quello che c’è in questo piccolo mondo veneziano. Poi riapro gli occhi, e ci sono solo bimbi che saltano e corrono, il gruppetto che festeggia gli sposi, la fila dei motoscafi, le ragazze distese sull’erba a prendersi il sole … e la grande basilica e la torre avvolti nella giungla dei tubi e incartata dai rivestimenti dei restauri …
Un giovane Giapponese sorride e osserva il selciato divelto e rimosso. Sorride di nuovo e con totale disinvoltura raccoglie un bel intero mattone rossastro della strada, lo spolvera per bene, e se lo infila nella borsa a tracolla. Un pezzo di Torcello originale da portarsi a casa … Un pezzo originale di storia tutto per se … Non credevo ai miei occhi, eppure è andata così … Per fortuna il resto della compagnia non ha condiviso la stessa idea …
Una visita veloce al gioiellino del piccolo Museo Torcellano è la ciliegina sulla torta … Si passa in rassegna altre tracce, altre ombre sfuggenti provenienti dal passato.
Ultimissimo sostiamo di nuovo sui prati nel sole tiepido senza nessuno, in silenzio, a guardare e basta  … a gustarsi Torcello.
Ma come sempre è già tardi … chissà perché le belle giornate trascorrono sempre in fretta.
Ci ritroviamo incolonnati e stipati come sardine in attesa del vaporetto per tornare a Venezia. Reincontriamo le donnine del mattino, rossicce in volto e allegre dopo la bella mangiata festosa. Ce n’è una soprattutto: bassotta, tondotta, curiosa e simpatica. Spinge e sgomita a caccia di una qualche precedenza per guadagnarsi un ipotetico posto libero a bordo del vaporetto. Ma del vaporetto non c’è l’ombra …
Arriva prima quello traboccante di gente organizzato da “Isole in rete”, come recita il cartello appeso sul natante.
“Cos’è ste Isole in rete … una sagra, una gara, una gita e una festa per i pescatori ?”
“Ma no ! i Gira le isole !”
“Come gira le isole ? Ma quando ? Perché non mi avvertono mai ? Neanche un cartello, un avviso a casa … Niente de niente. I me gha lassà a casa senza dirme niente …”
“Ma dai ! Che ti te gha divertio lo stesso ! Ti gha magnà, bevuo, cantà, balla in compagnia … Cosa ti vol de più dalla vita ? … Ti se sempre che ti te lagni … Mai contenta …”
“Me piasaria manco struccamenti in giro con tutti sti foresti che me schissa …che fracca e che spinse e me frega el posto … I me pesta i pie … e l’ACTV mette battelli sempre più piccoli … Un giorno o l’altro andremo tutti a fondo …”
 
Commedie estemporanee che coronano un viaggio lagunare … Torcello è di nuovo lì in fondo, piccolino e lontano, oltre la distesa dell’acqua, Venezia intanto si avvicina, e con lei il rientro dalla bella giornata lagunare … Alla prossima ! … sempre a caccia di antiche storie e tradizioni e di fresche e rinnovate emozioni.

 

set 30, 2014 - Senza categoria    No Comments

“PIZZOCCHERE … A VENEZIA!”

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 54.

“PIZZOCCHERE … A VENEZIA!”
 
E dopo i luoghi della Venezia di un tempo … scrivo delle persone, che sono quelle che danno un senso ai posti.
Casualmente giorni fa ho ascoltato i discorsi di alcuni turisti che bighellonavano in giro per Venezia.
“Corte delle Pizzocchere ? … Saranno state forse delle merlettaie, delle artigiane dei pizzi …” dicevano ignari e poco curiosi di saperne di più.
Macchè ! Sbagliato del tutto ! Niente merlettaie dei pizzi.
Bisogna considerare che personaggi nobili, mercanti, Dogi, condottieri, artisti e Santi hanno lasciato a Venezia vistose tracce e vicende, inducendo ancora oggi tutta una schiera di ricercatori a produrre cascate di studi, scritti e informazioni … Altri personaggi, invece, sono rimasti quasi anonimi, perché sono stati vite ignote e nascoste, quasi anonime, ma per questo non insignificanti.
Le Pizzocchere appunto, appartenevano a queste categoria di persone poco significative. Sono state persone che hanno vissuto un’esperienza ibrida, popolare e di Contrada, a cavallo fra religioso e laico qualsiasi. Un piccolo esercito industrioso sparso per la città, che però ne è stato come l’anima, la parte“buona e generosa”, mi verrebbe quasi da dire: “la parte migliore”, seppure rivestite di una semplicità e identità qualsiasi.
“Zitelle ? ” direte.
No. Ben di più. Una vera e propria presenza sussidiaria, talvolta eccentrica, che ha integrato per secoli l’economia e le vicende della città Serenissima. Le Pizzocchere o Pinzochere, che dir si voglia, non sono state un fenomeno esclusivamente veneziano, ma diffuso in gran parte dell’Italia e dell’Europa sotto denominazioni e diciture simili o analoghe. Esistevano anche a Firenze, per esempio, e si possono assimilare facilmente alle Beghine nordiche che però erano più irreggimentate, facoltose, e regolate e chiuse dentro alle loro cittadelle. Qui a Venezia, invece, si trattava di solito di donne non più giovanissime, seppure non ancora bacucche, affiliate ai vari Terz’Ordini religiosi dei Francescani, Domenicani, Agostiniani, Carmelitani, Serviti, Orsoline o filoni spirituali similari presenti in città e nelle isole della laguna in abbondanza.
Il concetto, l’identità di “Pinzochera” non era di certo sinonimo di “bacchettona” e “bigotta”, anzi. Si trattava quasi sempre di donne con una certa tempra interiore, che avevano anche vissuto parecchio. Talvolta erano nobili decadute, figlie misconosciute, “malmaritate”, mogli di carcerati, ex prostitute, mogli sostituite accantonate e sostituite da amanti giovani e avvenenti, vedove dalla famiglia numerosa o provate da avversità personali e familiari. Erano donne decise a voltar pagina della loro vita decidendo di dedicare se stesse alla cura dell’Animo e soprattutto alla carità disinteressata verso gli altri più bisognosi. Vanno pensate soprattutto come volontarie dell’assistenza che cercavano e aiutavano le varie realtà di miseria presenti a quell’epoca in massa anche a Venezia. Nella pratica concreta finivano con l’occuparsi di malati, orfani, vedove, moribondi, vecchi, carcerati e realtà similari.
Non erano sempre “fior di farina”, nè sessuofobe spente, ma sapevano vivere spesso da spartane e austere penitenti solitarie.  Niente zitelle, quindi, anche se assumevano e conservavano spesso quello stile aspro, essenziale, quasi acido nel proporsi e rapportarsi con gli altri tipico di quella categoria di donne. In realtà si trattava di donne in autodifesa, attente a non rimanere irretite e impelagate in nuove relazioni difficili da cui erano già uscite, o per le quali provavano una certa legittima ripulsa.
Le Pizzocchere erano laiche, non monache e religiose, ma talvolta assumevano voti, ed erano caratterizzate se non da un vero e proprio abito distintivo ma sicuramente da un “modus vivendi” povero e diciamo virtuoso, con solo un tetto sulla testa, la minestra quotidiana, e pochi effetti personali. Si pensa, infatti, che il nome di Pinzocchera derivi dal tessuto grezzo non tinto, ossia: “bigio” o “bizzo” o grigio, ottenuto tessendo insieme lana bianca e nera. Quindi dal tessuto “pinzo” o “binzo” derivò il nome popolare di: “Pinzocchera” o “Binzocchera”.
 
Qualcun’altro spiega la dizione “Pinzochera” facendola derivare da“bizza”, ossia “Bizzocchera”, ad indicare un genere di donne bizzosa, bisbetica, permalosa, pettegola e irascibile insieme, come appunto usano essere certe zitelle.
A Venezia le Pizzocchere erano numerose, un piccolo esercito, e vivevano spesso aggregate in “caxette” messe a disposizione da Nobil Homini e Nobil Donne filantrope e munifiche. Questi, concedevano gratis, ossia “Amore Dei”, alcune loro proprietà e risorse col fine di accumulare meriti presso il Cielo, e salvaguardarsi così l’Anima per l’eternità. Qualche secolo fa ci credevano moltissimo a queste cose, non solo a Venezia, e chi più possedeva e offriva più poteva garantirsi “un posto al sole”nell’Aldilà.
Altre volte le Pizzocchere vivevano ospitate direttamente in casa di nobili facoltosi, oppure affiliate e aggregate ad Ospizi e Ospedaletti nei quali prestavano in continuità il loro servizio caritatevole. Di frequente le Pizzocchere soggiacevano allaguida autorevole di un Priore o una Priora, e avevano spesso come guida spirituale un qualche Prete o Frate, o facevano riferimento e partecipavano alla vita di qualche vicino convento o monastero.
Le Pizzocchere, seppure non tutte, erano donne molto devote, disposte a correre nella chiesa più vicina ad ogni campanella che chiamava, partecipavano e cantavano alle celebrazioni dei matrimonio, alle processioni, e ai funerali di chiunque viveva nella loro Contrada. Pulivano, addobbavano gli altari e le chiese, e fungevano da veri e propri 007 nell’aggiornare Frati, Monache, Piovani, ma anche i Magistrati della Serenissima sulle situazioni più difficili e piccanti che accadevano in ogni angolo della città.
Un piccolo esercito discreto e silenzioso, fedelissimo alla Serenissima, sempre pronto a “ficcanasare” “saper tutto di tutti” in cambio di un po’ di considerazione, sussidio e protezione. Per questo motivo le Pizzocchere erano di frequente soggette a dicerie calunniose di ogni tipo, e più di qualche volta godevano di fama ambigua e di una certa nomea talvolta viscida e ingannevole. Erano pur sempre “occhio e orecchio, e longa manus” dei poteri costituiti come il Potere Dogale e la Chiesa dei quali venivano considerate alleate e in combutta… e qualche volta era anche vero.
Col passare dei secoli, le Pizzocchere di Venezia si sono confuse e incrociate con l’antica tradizione delle “Cameriste”,ossia di vedove ospitate in Ospizi e Ospizietti, mogli di reduci al servizio della Serenissima, mezze dame di compagnia di graziose e generose donne nobili, matrone benefiche e virtuose. Venezia pullulava di istituzioni e realtà simili, ce n’erano davvero tante, sparse quasi per ogni Contrada e Sestiere cittadino.
La lista per censire la realtà delle Pizzocchere veneziane sarebbe lunghissima. Di Pizzocchere si parla nel Sestiere di Castello, nelle Contrade di Sant’Anna, San Domenico, San Pietro e San Giuseppe in Calle Secco Marina e Calle delle Furlane.
Nel 1564 le Pizzocchere Terziarie di San Domenico di Castello spesero e contribuirono per 2 ducati e soldi 16 alla festa di Santa Caterina da Siena nella Scuola Grande di San Marco, e offrirono 3 ducati per acconciare la chiesa, e 4 ducati e soldi 8 per il pasto comune dei congregati.
Cassandra Fedele fu “Priora del Hospeal de le Donzele appresso San Domenego”. Visse fino a 102 anni morendo nell’agosto 1558, e fu donna formidabile, lesse nello studio di Padova dove trattò di cose di medicina, disputò in teologia, cantò versi in latino, e compose opere di un certo spessore letterario. I documenti raccontano che:
 
“ … diventata d’età decrepita andò a fare testamento in chiesa di San Bartolammeo di Castello eleggendo suoi esecutori testamentari l’Avvocato Benedetto Lio suo nipote, e fra’ Zuane Foresto dell’Ordine dei Predicatori Domenicani. Volle inoltre essere sepolta in chiesa di San Domenico (che oggi non esiste più) di cui beneficò il convento. Lasciò i suoi libri ai figli dello stesso nipote Benedetto Lio con la moglie Antonia, al quale lasciò anche una porzione di casa in Calle della Testa a SS.Giovanni e Paolo…”  Cassandra Fedele era una Pizzocchera vissuta di fronte alla chiesa di San Francesco di Paola nel Sestiere di Castello.
Sempre a Castello, nel Campo de la Confraternita a San Francesco della Vigna fra 1459 e 1471, per opera di Maria Benedetta sorella del principe Amedeo di Carignano e della Nobil Donna Angela da Canal si raccolsero in un Ospizio delle Pizzocchere” trentadue donne Pinzocchere Terziarie Francescane dedite al sostentamento ed educazione di fanciulle orfane e povere accudite fino alla maggiore età.
Nel 1575-1580 le Pizzocchere di San Francesco della Vignapossedevano anche una casa in Contrada di Sant’Aponal presso Rialto affittata al libraio e stampatore Gasparo Bindoni.
Nel 1612, invece, Ruggeri Ruggero quondam Bortolomio mercante drappier con suo fratello Alessandro con bottega in Drapperia all’insegna dei Tre San Marchi testò a favore delle Pizzocchere di San Francesco della Vigna che possedevano anche dei livelli su dei terreni a Maerne di proprietà di Franceschina degli Accesi o Accenti Pizzocchera di San Francesco della Vigna, che lasciò a sua volta per testamento“un quadro dell’Annunciata” al Monastero di San Giovanni in Laterano in Venezia, ed un “Padre Eterno” al Ministrado o Sala del Terzordine Francescano delle Pizzocchere della Vigna.
Cinquant’anni dopo, le Pizzocchere di San Francesco della Vigna possedevano 91 ducati di rendita annua proveniente da beni immobili posseduti in Venezia per i quali pagavano soldi 8 e denari 3 di tasse. Suor Maria Pelicioli dello stesso Collegio delle Pizoccare pagava, invece, soldi 3 denari 5 per rendite personali.
Solo secoli dopo, nel 1727, le Pinzòccare assunsero il titolo di Comunità religiosa vera e propria riconosciuta dalla Serenissima, che nel settembre 1746 ordinava: “…sia corrisposto un burchio di acqua gratis all’anno alle Terziarie di San Francesco della Vigna…”
Nel maggio 1811 il Demanio della solita bufera napoleonica incamerò proprietà e denari della piccola Istituzione e impose alle undici Pizzocchere di chiudere tutto e ritirarsi con altre Pizzocchere in uno stabile di fronte a San Francesco della Vigna in Contrada Santa Giustina. I luoghi delle Pizzocchere furono destinati a Tribunale Militare e in seguito vennero venduti a privati che ne ricavarono abitazioni fino al 1838 quando i Frati Francescani riacquistarono l’immobile costruendo due cavalcavia (uno oggi residuo e l’altro demolito)che lo univa con l’ex Palazzo della Nunziatura, con la Schola de Devozion de San Pasquale Baylon e con la chiesa. Incredibilmente, nel 1866 si citavano le Pizzocchere ancora presenti e attive nella zona di San Francesco della Vigna.
Nel 1433 Allegranza Bianco per testamento lasciò la proprietà di casa e orto alle Muneghette di Castello in Contrada di San Martin.
Fin dal 1616 si segnalavano presenti delle Pizzocchere o Terziarie Domenicane riunite in un’unica casa ai Santi Apostoli, in seguito associate a quelle che abitavano alConservatorio delle Pizzoccherete o Muneghette oVenerabili Madri o Terziarie Domenicane di Santa Maria del Rosario in Contrada di San Martino di Castello. Pare che vennero accettate come le Muneghete o quasi Monachelle o Terziarie solo donne ancora vergini di modesta condizione economica per dedicarsi all’esercizio delle “Opere di Misericordia” ed insegnare la Dottrina Cristiana alle fanciulle..
Nel 1661 le Pizzocchere di San Martin percepivano una rendita annua di 154 ducati da immobili posseduti in Venezia, mentre nel 1680 i Preti del Capitolo di San Martin non vollero più celebrare le Messe nell’Oratorio delle Pizzocchere perché: “…ardirono esponere casselle pubbliche, tenir aperto l’oratorio tutto il giorno, farvi dir messa da sacerdoti fuori del capitolo con amministrazione dei sacramenti, benedizione delle ceneri, esporre il cristo per l’adorazione il venerdi’ santo ed latre fontioni, che s’aspettavano solo ai parrochi…”.
I Governatori delle Scuole di San Cristoforo e Sant’Orsola le fecero riprendere, e stipularono una convenzione con le Pizzocchere per spostare l’altare della chiesa, così da risultare fuori dalle chiassose camere sovrastanti delle Pizzocchere.
Il 18 marzo 1750, quando ancora le Pizzocchere di San Martin possedevano una rendita annua di 153 ducati da immobili siti in Venezia, il Senato decretò che: “Il Collegio delle Terziarie Pizzocchere, beni e rendite tutte … rimanessero sotto la protezione pubblica, annesse ed aggregate alla chiesa ducale di San Marco”, ossia le Venerabili Madri venivano tolte dallo jus dei Preti di San Martin per passare sotto il diretto controllo del Doge.
Ovviamente nel 1805 con Napoleone tutto venne chiuso e le Pizzocchere disperse e rimandate a casa dei propri familiari e congiunti. Nel 1884 nell’edificio occupato un tempo dalle Pizzocchere si radunarono tutte le donne anziane, vedove, e povere sparse per gli Ospizietti e gli Hospedaletti della città:Ospizio Querini di San Pietro di Castello, Ospizio Pesaro aSan Giacomo da l’Orio, l’Anticher o Ospissio del Moriòn aSanta Ternita; il Della Frescada a San Vio. Ancora oggi quegli ambienti sono stati trasformati in moderno Ospizio capace di ospitare quaranta donne anziane sole.
Passando in altri Sestieri e Contrade di Venezia, nell’estimo del 1661 si ricordano certe donne che abitavano nella parrocchia dell’Anzolo Raffael nell’ “Ospedaletto della Maddalena sive Pinzochere … Portano il nome di Pinzochere … e si dedicano ad esercizi spirituali negli Ospizii fondati dalla pietà cittadina pur vivendo nel secolo …”
Nei pressi di Santa Marta nel Sestiere di Dorsoduro c’eranoPizzocchere Orsoline, esistevano Pizzocchere a San Maurizio vicino a San Marco, Pizzocchere in Contrada di San Cassiano e ai Frari nel Sestiere di San Polo dove il 29 gennaio 1739 un decreto della Serenissima ordinava: “…sia corrisposto un burchio di acqua all’anno gratis alle Terziarie di San Francesco ai Frari…”
Nel Sestiere di San Marco esisteva anche l’Ospizio di San Gallo in Corte delle Orsoline o Pizzocchere Orsoline.
L’Istituzione era l’erede dell’Ospissio Orseolo collocato in Piazza San Marco, il così detto Ospeal da Comun o Hospizio o Spedàl de San Marco collocato presso il campanile. Quando nel 1581 l’Ospizio Ducale fu demolito per costruire le Procuratie Nove sul lato meridionale della piazza, l’Istituzione fu spostata nel Campo Russolo o Orseolo o di San Gallo sempre in Contrada San Ziminian dove esistevano altre proprietà di famiglia Orseolo, divenendo l’Ospizio delle Pizzocchere Orsoline. L’area dell’Ospizio era occupata da 5 caxette in una Corte con pozzo, e da una sesta caxetta riservata al Priore con due finestrelle in corrispondenza dell’altare dell’Oratorio di San Gallo.
Sopravvissuto agli editti napoleonici e agli interventi di riordino urbano degli Austriaci, nel 1867 l’Ospissio venne smembrato e venduto a più riprese per formare il nuovo Hotel Cavalletto. Le Pizzocchere Orsoline furono trasferite in Contrada di  Sant’Angelo in Corte dell’Albero presso la Fondamenta Narisi, le 5 caxette demolite, lasciando solo una facciatina esterna, due iscrizioni, e il toponimo di Bacino, Rio e Fondamenta Orseolo.
Fin dal lontanissimo 1383 si segnalano presenti le Pizzocchere Agostiniane di Santo Stefano in Calle del Pestrin e Corte delle Pizzocchere in una casa di proprietà della Nobile Famiglia Da Lezze il cui stemma campeggia ancora all’ingresso della Corte e sul Pozzo. Erano chiamate anche Mantellate o Terziarie Agostiniane, e s’incaricavano della vestizione del simulacro della Madonna, e si prestavano anche per la vestizione dei morti che ne richiedevano per testamento il loro intervento. In chiesa gestivano e curavano un altare dedicato a Santa Monica madre di Sant’Agostino e utilizavano un’arca tombale con l’effige di una donna vestita da Terziaria affittata dai Padri Agostiniani di Santo Stefano posta nel chiostro lungo il muro della chiesa che porta al convento. Ancora nel 1686 le Pizzocchere di Santo Stefano erano 14 e presentarono una supplica per poter comprare lo stabile dove abitavano.
In Corte delle Pizzoccare in Calle del Ridotto a San Moisè esisteval’Ospissio delle Pizzocchere Terziarie istituito dalla volontà testamentaria del Nobile Francesco Giustinian che abitava alla fine della Calle del Ridotto. La rendita del legato a favore delle otto Pizzoccare era amministrata dai Procuratori de San Marco de Supra che dispensavano alcune caxette nel “Sottoportico e Corte delle Pizzochere” a donne povere.
Nel Sestiere di Cannaregio, invece, esisteva un Conventino di Pizzocchere Servite in Fondamenta di San Girolamo.
Nel 1525 lo stabile era stato loro donato da Matteo figlio di Nicolò Lucchese alle Pizzocchere che si occupavano dell’educazione di ragazze povere. La Storia ricorda che in quel luogo visse la Pizzocchera diventata Monaca Maria Benedetta Rossi fondatrice in seguito (si dice) di ben due Monasteri Veneziani: quello di Santa Maria delle Grazie a Burano, e di Santa Maria del Pianto di Venezia.
In Contrada di Santa Maria Nuova a San Canzian, sempre nel Sestiere di Cannaregio, dove oggi si tiene ogni tanto un mercatino, esiste ancora la “Corte delle Pizzochere” dove altre povere venivano ricoverate in sedici “alberghetti” gestiti dai Procuratori de San Marco de Citra applicando la Commissaria testamentaria di Antonio dal Deserto che volle istituire per sedici Terziarie Pizzoccare delle caxette con piccola cucina e stanza da letto.
Curiosissime sono, invece, le vicende della Contrada di San Marcuola, dove vivevano di preghiera, penitenza ed elemosine le Eremite-Romite di San Marcuola seguendo la regola di Sant’Agostino. Nel loro genere erano una delle realtà più antiche presenti in città. Inizialmente si trattava di tre Pizzocchere che abitavano un solaio situato proprio sopra al tetto della chiesa di San Marcuola. Vi accedevano dal portico antistante attraverso una scaletta appoggiata al muro della facciata. Possedevano un piccolo Oratorio dotato di paramenti e ornato da dipinti di Girolamo Pilotti, Matteo Ponzone e da un “Sant’Agostino e San Gerolamo” di Palma il Giovane, opere tutte finite nella sacrestia delle Romite di San Trovaso nel Sestiere di Dorsoduro. Sopra l’Oratorio di trovava il dormitorio costituito da piccole e modeste stanzucce il cui ampliamento venne sempre contrastato e proibito dai Preti del Capitolo di San Marcuola.
Nel 1486 Papa Innocenzo VIII concesse alle religiose di avere un loro sacerdote che le guidasse, e di poter guardare dentro alla chiesa e partecipare alle liturgie che vi venivano celebrate attraverso due finestrelle prospicenti dall’alto all’interno.
1561 il Patriarca accordò il permesso di alzare il tetto del Romitorio e pochi anni dopo il Nunzio Pontificio concesse loro finalmente la facoltà di svincolarsi dalla giurisdizione del Piovano-Parroco di San Marcuola.
Nel 1669 Clemente IX confermò l’autonomia delle religiose, ma nello stesso anno una grossa infiltrazione sul tetto costrinse all’intervento il famoso architetto Baldassare Longhena inviato dai Provveditori Sopra ai Monasteri.
Baldassare Longhena scriveva ai Provveditori: “…trasferir mi debi sopra locho dalle Reverende Madri Romite, quale confina con la chiesa di San Marcuola et veder la giesola di dette reverende madre, che son in solaro sopra il sottoportico di detta chiesa et veder ogni parte, se son sicure ovvero se minaziase ruvina…ho veduto l’altar in detta chiesola di esse reverende madri è fabbricato sopra la travatura molto debole et in diverse parti offesa verso il muro della scala, asende in detta giesola. Visto la piana over lapide  che sopra quella si celebra le santissime messe, qual è calatta dalla debolezza di detta travatura, onde farebe bisogno di riparar tale pericolo, inspesir detta travatura et poner un fillo con modioni di piera viva sotto per sustentar ancho la travatura vechia,a ciio’ l’altar non fazi maggior mossa, et chosi’ si riparerà il pericolo prossimo…”
Fu così, che nel 1679, quando le Pie donne Pizzocchere erano diventate sei, che si chiuse definitivamente il Portico cadente antistante la chiesa di San Marcuola, e le Pizzocchere Romite furono costrette a trasferirsi in Contrada di San Trovaso. Lì, nella bella e spaziosa nuova sede, le Pizzocchere divennero 28 e nel 1740 possedevano una rendita annuale di 40 ducati da beni immobili sparsi in Venezia.
L’edificio su due piani con corte interna che accolsel’Ospizio delle Pizzocchere Servite a Santa Maria dei Servi vicino a Santa Fosca in Strada Nova, venne donato nel 1525 da Matteo figlio di Nicolò Lucchese ad alcune Pie donne che vi si rinchiusero sotto la Regola del Terzordine dei Servi di Maria dedicandosi all’educazione di povere fanciulle. La comunità arrivò a contare fino a ventotto Pizzocare. Fra queste visse Maria Benedetta Rossi che fondò il monastero delle Grazie a Burano e la chiesa con monastero di Santa Maria del Pianto alle Fondamente Nove. Riuscì a convincere il Senato della Repubblica di Venezia a sborsare i fondi necessari per la costruzione convincendolo che in quel modo la Beata Vergine Maria avrebbe soccorso la Serenissima impegnata nella guerra di Candia contro i Turchi.
Ancora nel 1887 il piccolo complesso fu restaurato e modificato, e si riutilizzò assieme al “Morion di Castello”come secondo Asilo Notturno per poveri. In seguito si chiuse tutto e si lasciò l’edificio in completo abbandono.
Infine, dall’altra parte di Venezia, a San Giacomo della Giudecca in Fondamenta del Redentore, c’erano le“Terziarie Servite di Santa Maria Vergine” associate a quelle di San Girolamo di Cannaregio.
Ecco qua ! … un po’ raccontate le Pizzocchere di Venezia.
Tutto quest’apparato è sopravvissuto a Venezia per secoli, ed è stato spazzato via dal solito Napoleone che in fretta e furia ha disperso le persone, in tal caso le Pizzocchere, ha indemaniato tutto, incamerato le risorse finanziarie, venduto gli edifici e saccheggiato ogni cosa e oggetto di valore lasciando scheletri in rovina e abbandono. Circa alla fine del 1800 la maggior parte di questa fitta rete di Istituzioni è stata “riciclata negli spazi” e trasformata quasi sempre in abitazioni private cancellando quel poco che rimasto ancora attivo.
Oggi rimane qualche toponimo, qualche documento e memoria, e poco più … Credo che le Pizzocchere a Venezia e altrove non esistano più. La maggior parte delle loro caxette sono state vendute e riattate, o incorporate dagli Enti assistenziali cittadini. Le poche caxette rimaste sono occupate da uomini e donne qualsiasi, spesso soli e autosufficienti ma privi di quell’attitudine caritatevole e di quello spessore interiore che possedevano le Pizzocchere di un tempo.
Sono certo d’aver conosciuto durante le mie precedenti esperienze esistenziali una delle ultime autentiche Pizzocchere di Venezia.
Era una donna piccina, minuta e graziosa al confine col fragile, ormai anziana negli anni ma non certamente nell’animo. Una donna di poche parole, riservata ma davvero tosta, che aveva interpretato e vissuto con assiduità e profonda coerenza per lunghe stagioni della sua vita i principi cristiani e anche gli indirizzi politici e sociali del partito politico Democristiano di qualche decennio fa. Una donna salda, depositaria certa di tutta una serie di valori anche semplici che oggi in gran parte sono stati smarriti. Una discendente autentica delle antichePizzocchere, insomma. Abitava in una delle dieci camerette del Ramo Cappello una Calletta laterale del famoso Campo Santa Margherita. Si trattava di una delle ultime serie di caxette ancora attive destinate dall’I.R.E. a donne sole di una certa “qualità e serietà”.
Quando l’ho conosciuta aveva ormai già “vissuto e dato generosamente” a causa di quelle qualità interiori che si portava dentro. Aveva servito, curato, assistito per lunghi anni, e in quei giorni in cui l’ho incontrata s’era ormai quasi arrestata per dedicarsi a vivere una tranquilla vecchia. Per capirci era una donna da preghiere più volte al giorno e Messa quotidiana, ma non era per niente bigotta, anzi, era liberalissima su certe tematiche e molto più aperta di tante giovani donne di oggi.
A volte mi stupiva per quanto era lungimirante, critica e spietata nelle sue analisi socioreligiose.
Altre volte mi faceva tenerezza, soprattutto quando mi raccontava delle sue lunghe degenze in ospedale dove trovava allo stesso tempo l’opportunità da degente di servire e accudire chi non aveva nessuno accanto. Una donna da sposare ! Solo che lei non aveva mai sposato nessuno, era rimasta libera: guai a dirle Zitella, s’arrabbiava di brutto.
“Quelle sono donne acide, avvizzite, prive di nerbo e sentimenti … Io sono un’altra cosa …”
 
Ed era vero, non potevo dirglielo neanche per scherzo, anche se mi piaceva vederla avvampare e incazzarsi in una maniera che solo lei sapeva interpretare.
La salutavo sottovoce a posta quando la incontravo:“Buongiorno zitella !”
 
E lei avvampava d’ira ogni volta pur sapendo che non la volevo assolutamente offendere.
“E’ più forte di me …” si giustificava, “Solo il pensiero mi fa accendere e infastidire.”
 
Ma poi ci ridevamo sopra ogni volta, e dopo un attimo era tutto passato.
“Tento te … giovanotto…” mi diceva, “Che una volta o l’altra ti sistemo per le feste nella maniera che manco te l’aspetti …”
 
E credo sarebbe stata davvero capace di farmi qualche sorpresa, se le vicende della nostra vita non ci avessero portati entrambi altrove … Ricordo le sue linde camicette a fioretti, il suo profumo di pulito, il suo scialle invernale, le sue scarpine da bambola, il suoi capelli imbiancati raccolti sulla nuca, gli occhi cisposi e socchiusi sopra un eterno sorriso imbarazzato ma sincero. Era talmente riservata, rispettosa e gentile, che quando rideva si metteva una mano davanti alla bocca per non disturbare soffocando i singulti del ridere.
Una bella figura, una persona squisita in estinzione. Mi ritengo fortunato d’averla incontrata e conosciuta.
“Ha mai avuto un moroso ?” le chiesi indiscreto un giorno in totale confidenza.
“Sì. L’ho amato per sempre…anche se non l’ho baciato neanche una volta se non sulla fronte quando è morto.” E dicendo questo estrasse dalla scollatura una catenina con un ciondolo che aprì. All’interno c’era la foto in bianco e nero di un bel giovanotto sorridente dall’occhio vispo.
“L’ho assistito fino all’ultimo istante. Era tisico, ha vissuto per anni in un sanatorio. Ma mai abbiamo scordato quanto abbiamo provato alla sagra di paese quando ci trovavamo tutte le sere per ballare e guardarci negli occhi…”
 
A ripensarci sembra una fiaba raccontata … Invece era realtà in carne ed ossa che ho incontrato e abitava a Venezia. Diverse volte la trovavo incantata davanti a un dipinto o a disporre un mazzo di fiori in un vaso in un modo che solo lei sapeva predisporre. In quei momenti canticchiava qualcosa, e ogni tanto sorrideva e socchiudeva gli occhi.
Chissà a che cosa pensava ?
set 29, 2014 - Senza categoria    No Comments

“Piccola nota su San Adriàn dei Mercadanti da Vin a Venezia.”

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La Schola di San Adrian dei Mercadanti da Vin era uno delle oltre duecentosessanta Schole Piccole presenti in certi secoli a Venezia. Il giro mercantile, il commercio del Vino a Venezia è sempre stato molto fiorente con grosse esportazioni e importazioni all’estero che coinvolgevano i mercati di mezza Europa. Il vino a Venezia faceva impresa attivissima presente soprattutto nel grande Emporio di Rialto in Riva del Vin. Si vendeva all’ingrosso e al dettaglio, e veniva spesso miscelato in vari tipi di mescite e osterie con droghe e aromi. Esistevano infatti: bastioni o magazeni, caneve ossia cantine; malvasie per i vini pregiati provenienti da Cipro, dalla Grecia e dall’Oriente.

Pensate che la gestione dell’appalto del Dazio del Vino in concessione dalla Serenissima per un solo anno ammontava a 70.000 ducati. La ricchissima famiglia nobile dei Pisani acquistava di solito solo una parte dell’appalto per non rischiare l’intero capitale che sarebbe ammontato ad un terzo del loro intero patrimonio. Grandi rischi, grandi tasse e grandi guadagni … tipico dell’economia vivissima veneziana.
Inizialmente la Schola dei Mercanti da Vin si trovava nei pressi del Ponte di Rialto, in alcuni ambienti a pianoterra di Ca’ Barbarigo in Calle del Gambaro dove sono rimaste infisse nei muri ai lati del portone e sul pilone d’angolo del palazzo quelle immagini in pietra dei loro Santi Patroni Protettori che furono appunto: la Santa Croce, San Giorgio, San Adriano, San Girolamo, San Giobbe e forse anche Sant’Andrea e San Nicolo’. Le due immagini, non sono quindi come afferma qualcuno stemmi di famiglie nobili abitanti sul posto.
Nel novembre 1565 il Consiglio dei Dieci autorizzò i Mercadanti da Vin ad associarsi in Schola. Questi curavano e mantenevano e si radunavano per le loro devozioni religiose inizialmente presso l’altare di Ognissanti nella chiesa di San Bartolomeo appena giù del Ponte di Rialto.
La Schola era davvero facoltosa, perché già nel 13 agosto 1593 a seguito delle nuove disposizioni del Concilio di Trento i Mercanti da Vin finanziano i lavori per trasferire l’organo della vecchia chiesa di San Silvestro dietro l’altar maggiore per spostare questo al centro del presbiterio. Tutto questo aveva un senso preparatorio, perché nel 1609 circa, le Confraternite distinte dei vari mestieri del Vino Veneziano si consociarono insieme e si trasferirono per le devozioni nella chiesa di San Silvestro, sempre nel Sestiere di San Polo, dove costruirono a ridosso delle mura della chiesa una loro grossa e sontuosa sede a due piani ancora esistente e visibile.
Nel 1567 la Schola stipulò un accordo col Capitolo dei Pretidella chiesa di San Silvestro dal quale ottenne l’assegnazione dell’altare della “Madoneta” e di quattro arche per la tumulazione dei confratelli.
Vent’anni dopo, nella Schola de Mercatandi de Vin insegnava a 20 alunni Bartolomeo Partenio laico di 45 anni, che si qualificava rasonato, e già da 8 anni Blasius Pellicaneus, laico di Treviso di 32 anni, che insegnava: “Leger, scriver, abbaco e tenir conto et librii doppii..”
Teneva scuola aperta “ …el dì de lavoro et la festa spiegando …Salterio, el Donado, el Fior de Virtu’, la Vita de Marco Aurelio Imperator … faceva lexer sul Legendario de Santi, Epistoli, Evangelii vulgari, la vita de diversi santi … ad alcuni lezeva l’Ariosto…”
Nel 1773 gli iscritti associati alla Schola-Associazione di Mestiere erano ufficialmente 18 sebbene gli addetti al mestiere fossero più di 400, mentre vent’anni dopo esistevano: 42 iscritti.
Ancora nel 1777 i Provveditori sopra la Giustizia Vecchia concedevano secondo le antiche consuetudini il permesso di vendita del vino nei giorni festivi e nelle domeniche alle due “rive” di Rialto e San Marco; era proibito però venderlo nelle solennità di Natale, Pasqua, Pentecoste, Corpus Domini, Ascensione, Annunciazione e le Feste della Madonna della Salute e del Redentore.

 

set 27, 2014 - Senza categoria    No Comments

“QUOTIDIE … OGNI GIORNO.”

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Intorno è buio pesto, più scuro del solito, proprio buio notturno. In alto è tornato Orione in cielo … sembra stampato, sempre lo stesso, immutabile, immobile, sfacciatamente simile a se stesso. L’aria è satura di effluvi amari e fastidiosi, odori d’autunno, un misto di salmastro, muffa, passito e caduco … Il mio silenzioso amico ciliegio e tutti i suoi compari verdi si stanno di nuovo rivestendo d’autunno. Il calare della luce e della temperatura li hanno avvertiti che è ora di chiudere di nuovo la stagione e di tornare a farsi una dormitina.

Inizia un’altra giornata di lavoro e la vita corre e va come sempre … Quotidie … alla latina.
L’imprenditore anziano sbatte e spalanca gli scuri del suo ufficio. L’operaio delle ferrovie trabacca e sferraglia al buio al chiarore flebile del suo cellulare. Accanto ai vagoni in sosta, apre un container deposto sui binari e vi s’infila dentro. Mi sfreccia accanto silenzioso un ometto in bici col lumino acceso sulla fronte …I barcaroli chiacchierano, ridono e fumano dentro alla barca carica di merci che passa sotto al ponte scivolando nel canale buio. Venezia c’è come sempre … è sempre la stessa. L’acqua sciaborda e si sfracella sulle rive sotto alla volta di nubi e stelle del cielo ancora notturno. S’arrampica violenta schiaffeggiando le pietre, poi scivola giù lenta sfrangendosi in mille rivoli bagnati.
Mi ritrovo di fronte la città lumeggiante dei grattacieli galeggianti. Sono almeno sei le Grandi Navi ormeggiate sulle banchine del porto in questa mattina di fine settembre. Sono loro a illuminare di riflesso tutta la scena.  Ce n’è una soprattutto, con una grossa “X” sul fumaiolo blu, che spara in aria un nuvolaccio nero verso il cielo. Davanti alle navi si vede tutto un grande “prato luccicante” di automobili scure parcheggiate. Sembrano gli spettatori anonimi dello spettacolo portuale che sta accadendo.
In questi giorni si parla dello scavo del “Canale di Caotorta o Contorta” per dirottare le Grandi Navi dal Bacino di San Marco e dal Canale della Giudecca, e di recente sembra si sia provato ad ormeggiare una Grande Nave nel porticciolo di Chioggia … un elefante di fronte a tante formichine, un grattacielo in mezzo a tante capanne.
Ascolto rimbombare i miei passi … La solita donna cenciosa e incappucciata, con la sua solita pelliccia odorosa estate-inverno, chiusa fin sul collo all’ultimo bottone, se ne sta seduta al solito posto, immobile come una statua. Nella penombra si vedono solo gli occhi mobilissimi … Sembra eternamente spaventata.
Due occhialini luminosi punteggiano il buio dalla parte del Ponte Ferroviario … Si fanno sempre più grandi e vicini. E’ il treno delle sei che sfreccia nel buio verso il capolinea di Venezia. In giro non c’è quasi nessuno in queste prime ore di giorno qualsiasi … Il bus è tutto mio e di quel giovanotto che sonnecchiava sul fondo buio. Partiamo e ondeggiano le tendine gialle sincrone con le maniglie pendule. Sono stranamente nuove sopra ai sedili spaiati, sfondati e consunti del solito carrettone scricchiolante e traballante del mattino. Chissà perché ogni volta che mi ci ritrovo dentro mi sembra di ritrovarmi all’interno di uno di quei carrozzoni colorati del Circo.
Mettiamo da parte la fantasia … l’autista accende e spegne gli anabbaglianti. Ci sono in fermata due donnine in attesa. Nel buio lampeggia l’insegna verde e blu della farmacia in turno di notte … Sembra faccia l’occhiolino all’occhio arancione del vicino semaforo che le risponde alla stessa maniera.
Altra fermata: salgono due indiani scuri di pelle e in volto. Parlano frettolosamente il loro idioma incomprensibile gesticolando animatamente con le mani. Sembrano sempre concitati, arrabbiati … ma magari sono calmissimi.
Altra fermata: salgono i soliti due vecchi cadenti, marito e moglie, diretti al mercato. Fanno a gara a chi raccoglie di più l’altro, e ad ogni scossone del bus mi sembra di vederli andare entrambi in frantumi.
Incontro nello spogliatoio un collega tornato ieri dalle ferie. Mi ha detto che l’effetto benefico e rilassante dei giorni di riposo si è esaurito entro mezz’ora dal rientro sul posto di lavoro. Chissà perché ?
Sono pronto … Si ricomincia.
Attendo l’ascensore e ascolto involontariamente una signora di mezza età che parla al cellulare fitto fitto e ad alta voce fuori della porta del Reparto degli Oncologici Terminali.
“Credo sia una cura nuova … gliela fanno provare … Forse servirà a qualcosa … Speriamo, dai … magari riescono dove non sono riusciti tutti gli altri …”
“Riuscire a fare che cosa ?” mi sono detto “E’ il reparto dei Terminali, quindi che vuoi che si faccia di salvifico ? … A volte il non essere del mestiere, il non capire, forse in qualche modo aiuta ugualmente. Insieme inganna e da forza di continuare ad assistere e andare avanti. Perlomeno induce ad essere presenti, fattivi … Forse a volte è meglio non rendersi conto e sperare l’insperabile … Noi infermieri stiamo peggio, perché sappiamo qual è la realtà, conosciamo i segni, riconosciamo la via del non ritorno … Stiamo peggio perché vediamo sempre in faccia l’ineludibile smascherandolo … Dopo tanti anni a volte ci basta uno sguardo, un sentore, un odore … Per fortuna possediamo anche una corazza professionale psicologica che ci aiuta e ci tiene emotivamente distanti quanto basta dalla crudezza ineludibile e triste di ciò che sta accadendo …”
 
La lucina del quadro dell’ascensore diventa verde, la porta scivola di lato aprendosi. Salgo e perdo il contatto diretto con la donna che sta al cellulare … e anche con certi pensieri. Entro nel “mio” reparto di lavoro e accade altro… il solito “altro”speciale del mio “QUOTIDIE”.
“Chiamami la serva nera vestita di verde … oppure quel cameriere col pizzetto …” mi strilla subito una vecchina minuta da dentro il suo letto circondato di spondine.
“Subito Sjora !” rispondo. “Serva nera vestita di verde ! Corri immediatamente in stanza 304 …” chiamo, e la mia collega dal sorriso bianchissimo e dalla pelle scura appare e interviene divertita e cortese. Certi retaggi sono duri a morire, certe chiusure meschine sembrano quasi genetiche per noi che non apparteniamo al “Terzo Mondo”.
Trascorre mezz’ora … “ E allora Sjor G. ? … E’ arrivato finalmente il gran giorno. Oggi ritornerà a casa … E’ contento immagino … Casa è casa, sempre meglio che l’ospedale … Che dice ?”
“Dico che ho un amico che tiene in garage cinque pistole … Gliene chiederò una in prestito … Che ci sto a fare qui ? Sono arrivato a 85 anni per stare in carrozzina col catetere ?  Questo no, quell’altro no … che vita è mai questa ? … Meglio sparire senza rompere tanto le scatole …”
“Ah … Bei propositi Sjor G. … Vedo che l’abbiamo aiutata molto nel ritrovare il suo buon umore … Un successone per noi … E soprattutto grandi progetti per lei …”
 
Io lavoro ogni giorno indossando una pettorina con la scritta avanti-retro: “Per il bene del paziente non disturbare”.Dovrebbe indurre a non distrarmi mentre sono intento a preparare e maneggiare i farmaci della terapia orale, venosa e tutto il resto. Risultato ? Vi racconto l’ultima …
Mentre sto proprio con gli occhi inchiodati sulla grafica delle prescrizioni e spezzando le pastiglie, si presenta sulla porta di una stanza a qualche decina di metri una paziente trafelata con figlia a rimorchio che mi fanno ampi cenni e mi gridano.
“Svelto ! Svelto Stefano ! Venga qui immediatamente …”
Ho pensato subito che qualcuno stesse male, quindi ho mollato tutto, preso i “ferri del mestiere”, e sono accorso in quella stanza.
“Che cosa succede ? Chi sta male ?”
“No. Nessuno … E’ che ci servono subito due numeri buoni da andare a giocare al Lotto … Magari potresti suggerirci qualcosa di buono. Sei una persona diversa dalle solite … Due bei numeri buoni … Dai ! così … “A scottadèò !”
“ ……………………………………” non posso riportare i miei pensieri di quel momento. Ero per giunta in ritardo con la distribuzione dei farmaci.
“La vita è una lotta.” ha detto una badante alla collega di fronte mentre deponeva il cellulare costoso accanto alla rivista patinata, accingendosi a curarsi le unghie colorate davanti alla sua paziente addormentata.
“Per noi badanti straniere è sempre dura … Non riesco neanche ad arrivare ai duemila euro netti al mese … Per fortuna che non ho tasse da pagare e ho vitto ed alloggio assicurati … Niente bollette, mi pagano anche l’abbonamento dell’autobus … Ma ho un solo giorno di riposo … e qualche volta la vecchia fa i capricci, e mi tocca anche fare la notte …”
“Ma te la pagano a parte ?”
“Ma certo ! … Cosa vorresti che fosse tutto compreso ? Non sono mica stupida … Non chiederò cento euro a notte come la mia amica, ma almeno settanta me li devono dare … Altrimenti che si trovino un’altra …”
Mi trovavo proprio ad un paio di metri di distanza, a trafficare sul mio carrettone dei farmaci.
“Quasi quasi … vado a fare il badanto straniero …” ho borbottato.
“Magari in Siberia …” mi ha canzonato una collega che passava ciabattando.
Sono entrato in un’altra stanza… Vedo, agisco, penso …
“Qualche volta s’inizia a morire un mese prima o di più … Quando ti mettono definitivamente a letto ti regalano una vita fatta solo di flebo, assistenza, posture e nutrizione parenterale. Che vita è questa ? Che sa darti la potente medicina ? Se è vero che è pur vita, viene da chiedersi “che vita” e “per chi” ? Di certo è una squallida vita per il malato. Forse è confortante per i familiari che vivono un distacco progressivo e meno brutale … Ma anche no, perché si accentua e prolunga quell’attesa della conclusione inevitabile e irreversibile. Nel frattempo qualche tasca finisce per svuotarsi ed essere saccheggiata (quella dei familiari e dell’interessato), mentre altre di rimbalzo si rimpolpano (quelle delle case farmaceutiche e di chi vende sanità) … Sembra una prolunga forzata, un’illusoria coda stantia del vivere senza nulla in cambio …”
La paziente apre gli occhi e mi chiede impercettibilmente qualcosa … Butto via i pensieri.
Altra stanza … La vecchina dagli occhi spalancati è arzilla e vispa, anche se ha più di 85 anni. Anche qui un’altra storia.
E’ andata a rinnovarsi la patente, e ha fatto un figurone perché portava bene i suoi anni e ne dimostrava una ventina di meno … Parlantina franca, simpatica e cordiale nonnina spigliata. Gliela rinnovano senza “vederla e capirla” sul serio per quel che era veramente. Non si considerano i farmaci che assume e non dichiara, non si sospetta il suo stato psichico di nuova demente … Esce, entra in una concessionaria dove le rifilano un macchinone vecchissimo ancora con i finestrini a manovella e le rifiniture in legno e ferro battuto. Un pezzo raro le dicono, un rottame semovente in realtà, rifatto e manomesso mille volte privo di qualsiasi valore. Ma la nonnina va, paga “una cifra” in contanti, esce in strada e s’infila subito in autostrada contromano. Per fortuna non fa tempo a guidare più di tanto, la pizzicano subito prima che faccia danni e i Poliziotti la portano immediatamente all’ospedale per una valutazione decente. Ai dottori basta un attimo e un paio di domande giuste: la diagnosi è fatta. Morbo di Altzheimer … e tutto si conclude chiamando la figlia della nonnina, che abitava lontano e non rivedeva da troppo tempo. La nonnina era autonoma e da tanti anni viveva sola. Poi è caduta, s’è rotto il solito femore … ed ora è qui in restauro da noi in compagnia di una badante.
“Mi porti l’orologio da casa ? Non importa se è rotto e non funziona … Mi fa compagnia … Sono stanca di questa situazione … Perché non mi porti in alto a passeggiare e poi mi fai lo sgambetto davanti a un precipizio ?”
 
Termino ancora una volta il turno di lavoro … ed esco a vivere la mia solita parte di giornata. Quotidie ! … è sempre così.
Mio fratello mi racconta della sua affascinante esperienza fra“gli ultimi” della Tanzania …
“Lì è l’acqua che manca … E’ finita a centocinquanta metri sotto terra. Se non si scavano pozzi non possono vivere … Questa ragazzina in fotografia, come tante altre, trascorre la maggior parte della sua giornata ad andare a rifornirsi d’acqua a piedi molti chilometri più in là … Avanti e indietro ogni giorno, sempre la stessa cosa … per sopravvivere … “
Penso alla mia mamma che è uscita dalla sua isola solo in viaggio di nozze per recarsi 50 km più in là … Fine delle gite e dei viaggi di una vita intera, sempre la stessa … Quando è riuscita a recarsi per la prima volta fino alle montagne era già tardi … aveva già perso il gusto e la consapevolezza del vivere.
“E l’India ? … Quando ci torni ? ” chiedo ancora a mio fratello.
“Come si dice a Venezia: “Il terzo giorno l’ospite spussa “… All’inizio è tutta una festa e un cordiale benvenuto. Ti viene dimostrato il meglio di quel che sono e di ciò di cui sono capaci … i sorrisi sinceri più smaglianti, ti offrono il meglio di quel poco che anno … condividono con te tutto quello che sono. Poi iniziano a chiedersi: “Ma che vorrà questo qui da noi ? Perché rimane qui e non torna alle sue cose ? ” … Allora dopo la fiaba gioiosa riemerge la quotidianità del posto … Siamo tutti fatti d’ordinario e di quotidianità …e con esso emergono oltre i pregi anche i limiti e i difetti … fino a scoprire gli angoli più squallidi … E’ come una donna a casa in ciabatte e senza trucco, senza tacchi, vestito bello e parrucchiera … sembra un’altra … Mi accorgo che dietro a un angolo la madre strappa dalle mani della figlia i soldi dategli per far crescere la propria cultura e istruzione. “Dammi qua” sembra dire  … “Che so io bene come spenderli per le cose che davvero contano oltre le chiacchiere e i convenevoli …”
Piano piano osservi ritornare il solito abito dismesso, l’odore acre di carne e sudore … i capelli arruffati e il dormir per terra dove capita … il mangiare con le mani … La festa è finita insomma … e devi essere bravo a capirlo. Te ne devi andare, per non disturbare … per non essere di peso … Anche l’ambasciata ti dicono: “Che ci viene a fare da noi che non abbiamo bisogno di niente ?” Per questo devi essere bravo a spostare l’obiettivo almeno per ora … La vita è fatta di quotidiano … non di straordinario …”
Ha ragione … Quotidie ! Allora … Anche se mi manca sempre l’assenza di ogni momento che contiene qualcosa di speciale.
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