mar 29, 2015 - Senza categoria    No Comments

“SAN GIACOMETTO DI RIALTO … SOLO UNA NOTA.”

CAMPO SAN GIACOMO DE RIALTO 

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 70.
 
“SAN GIACOMETTO DI RIALTO … SOLO UNA NOTA.”
 
Si potrebbero raccontare come il solito mille cose curiose sul magnifico Emporio di Rialto e i suoi dintorni. Mai si finirebbe di perdersi nei dettagli di tante storie che solo Venezia sa suggerire. Le vicende della chiesa di San Giacometto, quella proprio ai piedi del magnifico Ponte meriterebbero un lunghissimo racconto.
Ma questa volta ci risparmiamo la fatica di tirarla per le lunghe … e ci soffermiamo solo su un brandello di storia, solo un lampo tratto dal tempo andato che però non mancherà d’illuminarci con le sue vicende curiose.
Già in altre occasioni si è detto che Venezia era uno snodo internazionale importantissimo sulla strada per la Terra Santa e anche per i Pellegrini diretti anche a Roma o lungo la Via Michaelica che conduceva in fondo al Gargano di Puglia. Si è anche detto che Venezia era talmente ricca di proposte, spiritualità e concessioni di “grazia” tanto da riuscire a sostituirsi e mettere se stessa al posto di un vero e proprio Pellegrinaggio in Terrasanta. Non si trattava solo di un’idea e di una furbata Veneziana che induceva i Pellegrini Europei ad arenarsi in laguna invece di proseguire attraversando il Mediterraneo fino a Gerusalemme. Esistevano a Venezia i veri e propri presupposti per rinunciare felicemente a quel voto impegnativo, dispendioso e a volte anche letale.
Come ben sapete, non è che in quei tempi di andasse Pellegrini in giro per il mondo solo per spasso e per voglia di viaggiare. Pellegrinare era una cosa “seria”, gravissima, molto sentita e importante … e non solo per la spesa e per il tempo che s’impiegava a pellegrinare. (Per andare e tornare, ad esempio, dall’Italia fino a San Jacopo di Campostela nella Galizia Spagnola s’impiegava fino a un anno … Non era uno scherzo.)
C’era di più però. Molte volte si andava in Pellegrinaggio anche per condanna. Ossia pellegrinare non era solo una pulsione devota dello Spirito, ma spesso veniva imposta da un qualche Giudice Ecclesiastico di città e di Paese che imponeva il grande viaggio lontano dalla propria terra proprio come espiazione di un danno compiuto. Significava partire, abbandonare gli affetti, il lavoro, le proprie cose … Tanto è vero che prima di partire si faceva anche testamento, si consegnavano i propri beni … ed effettivamente molto spesso non si era certi di tornare vivi.
Mandare qualcuno in Pellegrinaggio era perciò spesso una maniera di liberarsi “santamente” di personaggi scomodi, e non è che i Pellegrini fossero tutti “santi uomini” e “bianca farina per far ostie”. Qualche volta erano criminali, ladri, malviventi destinati a percorrere strade in cui si poteva incorrere in “colleghi” affini a loro ben disposti a far loro “la festa”. E non è che si potesse facilmente fingere di partire, magari spostandosi in un paese poco lontano. Quel che decideva il Giudice Ecclesiastico veniva messo in atto dal potere Civile che era armato e usava i suoi mezzi spesso persuasivi.
Detto questo, se ci fosse stato un modo di scansare l’ostacolo e liberarsi da quel peso santo, chi avrebbe detto di no, e non ne avrebbe immediatamente approffittato ?
Ebbene, a Venezia esisteva concretamente e per davvero la possibilità di farsi sciogliere da certi voti e da certe imposizioni e condanne. Venezia era Venezia, no ? Non è che ce ne fossero tante di Serenissime in giro.
Ad essere pratici e precisi, accade per esempio nell’agosto1516, che il Papa “Medici” Leone X concedesse privilegi ed Indulgenza Plenaria a chiunque visitasse la chiesa di San Giacometto di Rialto il Giovedì Santo di ogni anno. Si era al tempo del Doge Lorenzo Loredan, del Patriarca Antonio Contarini, e di Marino Georgio “Doctore clarissimo illustrissimo e oratore del Senato Veneto” che aveva procurato dal Papa quella “Grazia speciale” attraverso la supplica del Piovano della stessa chiesa di San Giacometto nonchè Canonico e Protonotario Apostolico: Natale Regia.
La tradizione dice che proprio nel giorno di San Giacomo il 25 luglio fu sancito proprio a Venezia  il trattato tra l’imperatore Federico Barbarossa e la Lega Lombarda capeggiata da Alessandro III.
E come non bastasse, nel marzo 1520 un nuovo Breve di Leone X concesse facoltà al Pievano di San Giacometto e ai suoi successori di poter deputare alcuni sacerdoti nel Giovedì Santo e nei tre giorni anteriori e posteriori per le confessioni dei fedeli che potevano essere assolti anche dai peccati riservati alla Santa Sede. Rimanevano esclusi soli i casi contemplati dalla bolla “in Cena Domini” con le censure riservate al Papa. Detti sacerdoti potevano anche commutare i voti, fra questi anche quello “oltremarino” cioè quello di andare in Terra Santa.
Bingo ! Bastava recarsi fino a Venezia ed il gioco era praticamente fatto … anche se non è che l’Indulgenza Plenaria te la tirassero dietro gratuitamente dalla porta della chiesa. Diciamo che c’era un certo “iter” di ravvedimento anche economico, nonché “spirituale” da percorrere. Ma non era una cosa impossibile … Bastava darsi da fare in maniera conveniente.
A conferma della “specialità eccezionale” di tale situazione Veneziana, nel dicembre dello stesso 1520, un ulteriore “Breve Papale” sempre di Leone X concesse anche di poter celebrare una Messa in San Giacometto anche nella mattina del Sabato Santo, l’unico giorno dell’anno in cui la Messa era sospesa dappertutto fino alla mezzanotte di Pasqua.
E come non bastasse, si poteva celebrare una Messa in San Giacometto ogni giorno, anche nelle “ore antelucane” ossia prima del sorgere del sole: cosa assolutamente proibita altrove.
E’ curioso notare che queste “facoltà e privilegi” sono rimaste attive in San Giacometto fino al 1866.
Ah ! Dimenticavo … La chiesa di San Giacometto di Rialto non era una chiesa qualsiasi. Non era Parrocchia, né aveva parrocchiani … o meglio aveva come fedeli tutti i Veneziani, a partire dal Doge al diretto controllo del quale era affidata. San Giacometto era chiesa di Jurisdizione Dogale, soggetta al controllo del Primicerio di San Marco. (ossia il Cappellano del Doge).
Non meraviglia allora che quella chiesetta se la passasse abbastanza bene … Nel 1531 lo stesso Piovano Natale Regia, quello delle suppliche al Papa per ottenere le “Bolle” dei privilegi e delle Indulgenze, provvide a un restauro radicale della chiesa che finiva troppo spesso inondata dall’alta marea. Il Piovano era già di suo un ricco Cittadino Originario, ma fu“autorizzato e sostenuto nell’opera” dal suo amico il Doge Gritti.
Nel dicembre 1542 la Signoria decretò anche l’erezione d’un pulpito di legno nella piazzetta di San Giacometto di Rialto ad imitazione di quello che già esisteva in Piazza San Marco. Lì doveva salire un religioso, a tale scopo stipendiato dal Doge, per predicare al popolo nel dopo pranzo. In seguito quell’usanza del pulpito continuò solo a San Marco dove si racconta che durante la baldoria del Carnevale le maschere prendevano il pulpito con le ruote e lo tiravano avanti e indietro in giro per la Piazza burlandosi ancora un poco di tutto e di tutti fino al suono del campanone di San Marco che metteva fine alle Feste e decretava l’inizio della Quaresima.
Venezia è sempre stata festaiola, trasgressiva, aperta e anche un po’ furbetta e interessata. Diciamo anche diplomatica e lungimirante … un po’ a modo suo, capace di vedere “i risvolti”delle cose e degli eventi.
Per dirne un’altra. Pochi anni dopo, nel 1571, le cronache cittadine raccontano delle feste che i Tedeschi del Fontego organizzarono per solennizzare la vittoria di Lepanto contro i Turchi. Si era sempre lì, accanto a San Giacometto, appena al di là del Canal Grande e del Ponte di Rialto.
“…i Tedeschi per tre sere continue acconciarono il Fontego di razzi, e accomodarono di dentro e di fuori per diversi gradi, lumiere, dal primo corridore fino alla sommità del tetto, che rendevano dalla lunga una veduta quasi di un cielo stellato. Da prima sera fino alle 5 hore di notte, si udì di continuo suono di tamburi, di pifferi e di trombe squarciate, e sopra i pergoli del Fontego, si fecero diversi e rari concerti di musica, con spessi tiri d’artiglierie. Et attorno a tutte le fabbriche nuove della piazza di Rialto, cominciandosi dal Ponte fino alla ruga predetta, furono tirati panni finissimi di scarlatto: e vi si attaccarono di sopra con uguali distantie, bellissimi quadri di pitture, di imprese, di ritratti, e d’altre diverse historie … Quadri meravigliosi del Giambellino, di Giorgione da Castelfranco, di Bastiano del Piombo e d’altri eccellenti pittori. La prima mattina si cantò la Messa Solenne sopra un palco dinanzi alla chiesa di San Giacometto con musiche meravigliose. Dopo terza si fece la processione col Crocefisso innanzi, precedendo piffari, trombe squarciate e tamburi. Dopo mangiare si dissero i Vespri con le musiche medesime e cominciatisi tardi finirono alle due hore di notte. Il restante del tempo si consumò in harmonie con variati concerti …”
Niente male !
Termino ricordando che chissà perché, il Doge “di turno” era sempre sensibile a quanto accadeva in San Giacometto di Rialto. Più che sensibile, era interessato a tutto quel manovrare d’Indulgenze, Perdonanze e Riti. Che avesse anche lui qualcosa da farsi perdonare o qualche voto da sciogliere ?
Sta di fatto che il Doge si recava annualmente in visita a San Giacometto di Rialto, proprio in quei giorni d’applicazione dei“condoni e del perdono” previsti dalle famose “Bolle Papali”d’Indulgenza.
Racconta, infatti, Giovanni Nicolò Doglioni nel1603 scrivendo nella sua opera: “Le cose meravigliose dell’inclita città di Venezia”.
“… et così terminati gli Officii di questa mattina (ogni annuale Mercoledì Santo), se ne và subito il Doge co’ piatti(sulle peate, le barche piatte) a visitar la chiesa di San Giacomo di Rialto per ricever il gran tesoro dell’Indulgenza Plenaria lasciata già tanti anni sono alla detta chiesa in simil giorno da Alessandro III Sommo Pontefice quando fu a Venezia …”

 

mar 29, 2015 - Senza categoria    No Comments

“VENEZIA … E’ TRASPARENTE.”

trasparente 

Quando provo a riempire un paio d’ore con qualcosa di piacevole e interessante, alzo lo sguardo dopo un poco, e l’orologio beffardo, quasi sghignazzante, mi sbeffeggia comunicandomi che mi rimangono a disposizione ancora cinque minuti. Che fastidio !
Viceversa, quando lavoro ad esempio, mi ritrovo a far questo, quello, quell’altro e quell’altro ancora … tutto in fretta e possibilmente bene, mi sento quasi ormai stanco e … scruto l’orologio: sono trascorsi appena venti minuti … venticinque se sono fortunato. Anche in quella circostanza provo la sensazione che quel quadrante bari e mi prenda spudoratamente in giro.
Qualche volta mi verrebbe voglia d’afferrarle quelle stupide lancette, strapparle e aggrovigliarle, e gettarle in fondo a un buio cestino pieno di spazzatura inutile. Altre volte darei volentieri una martellata a quel coso con i numerini colorati che giocano dentro con i minuti. Quanto meglio sarebbe affidarsi a un’ingannevole clessidra, a un bucolico cucù, o a un’altalenante e placida pendola … Tanto che cambierebbe ? Niente … sarebbe lo stesso, ma almeno l’occhio ne godrebbe perché quando ammiri i Mori sulla Torre dell’Orologio di Venezia in Piazza San Marco, o scruti il quadrante astrologico di un tozzo campanile è un’altra cosa … Il trascorrere del tempo sembra più nobile, più solenne e meno ingannevole, e illudendomi mi sembra di partecipare a qualcosa di lento, maestoso, grande e senza fine.
Esco di casa di buonora per “nutrirmi” strada facendo di Venezia. C’è solo un unico lumino acceso dietro a un campanile e sopra alla giungla dei tetti scuri notturni … Attraverso la sinfonia colorata del nuovo risveglio degli alberi, passo sotto al solito volteggiare alto dei gabbiani, c’è solo il rimbombo dei miei passi frettolosi … Dentro al buio canale scorre lento e vuoto un vaporetto, i finger del Porto sembrano grandi sanguisughe pronti ad abboccarsi alle grandi navi di ritorno in Laguna dopo la pausa invernale.
La Luna muta e pallida è appesa in alto da una parte. Sembra rotta, che le manchi un pezzo. Tutto appare assopito, tranquillo e senza sorprese … Ci fosse almeno un portafogli smarrito gonfio di soldi da prendere a calci distrattamente … Niente. Ad Oriente, invece, il rosso del cielo si fa forza fino a diventare splendido, sfacciatamente mozzafiato. Svapora velocemente un’accozzaglia di nuvole cotonate e contorte imbevute di colore … Uno stormo di eleganti uccelli neri attraversa la scena andandosene a spasso. In questi momenti mi sembra sempre di sentire ruotare e cigolare il mondo, e mi riconosco minuscolo sopra un grande mappamondo diviso a righe verticali e orizzontali. Venezia freme, è viva però … anche se sembra come trasparente e ancora mezza addormentata. Basta tendere l’orecchio, e già mi pare d’intuire chiasso e attività … Come se oltre e dentro alla luce soffusa e impalpabile del giorno s’animasse un gran tendone da circo, o un grande evento-concerto verso cui tutti stiamo convergendo in frotta entusiasti … ma in realtà sto camminando da solo.
E’ la magia insita in Venezia che prende e ammalia ogni volta ancora, e di più.
Capita a molti di noi Veneziani d’attraversar Venezia per l’ennesima volta … Sembrerebbe niente di più normale, anche se non smetti mai di provare la sensazione d’attraversare un fiaba, d’entrare dentro a una canzone, e infine di scivolare fuori e giù da un sogno inciampando nella solita realtà. E’ il destino di Venezia e dei Veneziani.
Spalanco gli occhi sulla concretezza inciampando sui cartoni di pizze abbandonate all’angolo della strada, mentre alcuni gonfi gabbiani incuranti della nostra presenza mordono e sfondano sacchetti di spazzatura abbandonati  disseminando tutto intorno … Incrocio turisti “sgaruffati”, infreddoliti e incerti da che parte trascinarsi, l’immancabile pattuglia-colonna degli Zingari che si recano “al posto strategico di lavoro” collocandosi in postazione per iniziare le loro “attività” … Venezia è ignara, indifferente, lascia fare anche a quelle presenze scontate e ormai ovvie. E’ sempre stata porto di mare frequentata da tutti, da diversi, da miseri e questuanti.
Infreddolito attraverso mani in tasca Calli, Campi, Sottoporteghi e Campielli … Scavalco ponti, percorro Fondamente ormai assolate tiepidamente. Venezia è punteggiata da tutta una serie di bar, baretti e locali in ristrutturazione prima che ritorni la bella stagione … Il grido ritmico e rauco del martello compressore è quasi una costante, echeggia fuori dalle finestre spalancate o divelte degli appartamentini, palazzi, case e casette anch’essi in ripristino e restauro. Venezia è sempre cantiere aperto senza fine … Sempre incerottata e da rifare, come il trucco sul volto di una vecchia che per quanto tenti e riprovi a nasconderle, è sempre invaso da rughe e solchi e dalle magagne inesorabili e incontenibili del tempo.
Ciò nonostante Venezia è sempre viva e vegeta, e ogni volta ha sempre qualcosa di diverso e nuovo da dirmi e raccontarmi anche se ci vivo dentro da una vita intera.
Un’immancabile jogger attraversa un Campiello imprigionato e isolato dentro alle sue cuffiette, i vigilantes infagottati e bardati di tutto punto passeggiano davanti ai negozi delle firme ancora chiusi, le uova di Pasqua colorate e argentee riempiono le vetrine fino a ingolfarle.
“Un’offerta signore ! Un’offerta grazie …” mi grida un giovanotto arruffato. Sembra quasi stia lavorando, tutto intento com’è a pestare intensamente su un bongo trattenendo abbarbicata fra le labbra una fumosa sigaretta marroncino “fai da te”. Attraversare indenne il Ponte dell’Accademia è sempre più raro fra lucchetti, ambulanti, ispirati pittori con cavalletto, turisti in posa per la foto, tiracarretti fischiettanti e imprecanti, e tutto il resto. M’infilo poco dopo attraverso la “bocca di Piazza”… Entrare, anzi sfociare e “uscire” dai portici dentro a Piazza San Marco è sempre un’emozione. E’ piacevole godersi gli ultimi attimi di solitudine dentro alla cerchia dei famosi monumenti prima che arrivi puntuale la marea montante dei turisti. La grande Basilica, Palazzo Ducale, la Torre dei Mori, il Campanile, le Procuratie … sembra tutto mio, il “salotto buono”e comodo di casa a cui sono abituato da sempre. Lancio uno sguardo ai mosaici perennemente semicoperti dai restauri, un altro alle volte dei Mesi, alla Porta della Carta, e uno in alto alla“Marangona” racchiusa dentro alla cella campanaria. Sbircio e riconosco le scritte delle Arti e Mestieri incise sui “masegni” del pavimento della Piazza, i pennoni delle bandiere, i Leoncini … C’è tutto, insomma, ogni cosa bella è al suo posto come da secoli … e quasi per ammiccarmi con un segno d’intesa i Mori abbruniti picchiano le “Nove” sulla campana della Torre dell’Orologio.
Man mano che sopraggiunge la folla tutto si confonde e anima, scompaiono i contorni nitidi dei monumenti coperti da volti e corpi, inizi a rallentare e confonderti con le file incanalate dei turisti, devi superare e districarti fra ombrellini sventolati in aria, aggirare i gruppi capeggiati dalle guide congetturanti in ogni lingua, districarti fra tanti occhi che non sanno più dove guardare, e tantomeno dove andare.
Per i Veneziani è obbligatorio sgattaiolare, prendere le“traverse”, le “calli strette”, le “scavezze” per non rimanere imbottigliati e immobili in attesa di niente. Entri di qua, passi di là, e spunti finalmente davanti a un paio di chiese stranamente aperte … Due bijoux, uno spettacolo ridondante d’Arte e Storia.
“Strano che siano aperte ! … E’ da molto tempo che non ci entro.”
 
Non perdo l’occasione, e immediatamente m’intrufolo dentro alla prima. Subito la mente corre a come doveva essere quel posto quando brulicava di vita nei tempi migliori della Serenissima. Ricordo che per un certo periodo quella chiesa di Venezia è diventata “un po’ strana” … In certi anni c’era perfino esposto un canarino nella sua gabbia e un pesce rosso nella sua “bolla” di vetro … Sembrava un salotto di casa, un luogo che simulava un posto di piacevole convivenza e incontro. Il Prete oltre ad aver messo un bel divano e due poltrone sopra ad un elegante tappeto, aveva coperto le balaustre poste davanti agli altari con gli abiti liturgici tratti dagli armadi della sacrestia, sopra ci aveva collocato alcune belle piante da interno, da appartamento. Da alcune colonne pendevano delle lunghe edere finte, in un angolo era stata posta una bella palma frondosa, e sopra a un tavolo centrale stava accesa in bella mostra una bella lampada da salotto che creava indubbiamente una atmosfera calda e accogliente. Una chiesa un po’ “sui generis”, intenzionalmente aperta al dialogo e all’incontro, disponibile e accogliente, anche se a guardar bene, più che un salotto di casa, sembrava lo studio di un analista, di uno psicologo … un posto in cui mettersi a sfogliare l’animo e rivelare i propri problemi contorti.
Morto quel Prete un “po’ così” … si chiuse tutto. Oggi, invece, è tornata ad essere un’aula liturgica com’era un tempo. Solo che l’ho trovata deserta, c’ero solo io … e un custode burbero che mi seguiva attentamente con lo sguardo sospettoso. Neanche l’ombra di tutte quelle frequenze devote e vivide che s’assiepavano lì dentro un tempo. Ho tempestato di foto la chiesa perchè l’occasione era unica, più che rara. In un certo senso mi sono portato dietro e via la chiesa fotografandola.
Uscito in strada, mi sono fermato in un angolo prima di entrare nella seconda chiesa poco distante. Un sole quasi rubato inondava di luce e tepore quello spicchietto remoto di Venezia nascosto fra le case. Chissà quando mai e in quale stagione tornerà ancora a infilarsi fra quelle pareti e strettoie. Ho assaporato l’attimo effimero scaldandomi le ossa e scrutando una vetrina zeppa di libri … una delle ultime rimaste a Venezia. Non dico tanto per dire, la libreria che ho oltrepassato poco prima è diventata l’ennesimo negozietto gestito da Cinesi pieno di souvenir, vetri e maschere di Carnevale di poco conto.
Ho chiuso gli occhi e annusato l’aria che sapeva di fritto, cotto e pattume. Dal retrocucina di uno dei tanti ristoranti e trattorie un interno asiatico stava mettendo insieme una lunga fila di sacchi neri maleodoranti e pieni di bottiglie vuote. Mi ha osservato, l’ho osservato … In realtà non ci siamo visti entrambi. Sopra alla mia testa penzolavano ancora alcune decorazioni di Natale appese e dimenticate di traverso e sopra alla Calle …
“Siamo quasi a Pasqua ormai, sarebbe tempo di rimuoverle …” ho pensato, e sono entrato nella seconda chiesa, che mi ha sorpreso meno … Un giro veloce fra dipinti di Tiepolo e linee baroccheggianti, un’altra raffica di foto “da portar via”, e mi sono ritrovato a trottare diretto all’imbarcadero di Rialto. Noi Veneziani siamo troppo abituati a convivere immersi nelle cose belle che a volte non le apprezziamo abbastanza per quel che valgono.
Dentro al Canal Grande è stata tutta un’altra musica … Lì Venezia è sempre al top, al massimo del suo splendore fascinoso … Il Canale ferve di vitalità fino a intasarsi, da secoli è tutto un fluire, navigare, correre, imprecare, ridere, scherzare, lavorare … Venezia freme, conserva sempre quel suo spirito mercantile e levantino, quell’intenso movimento, quell’alacre adoprarsi e ingegnarsi industrioso. E’ vivissima nonostante l’età secolare, anzi, millenaria … A volte non sembra neanche vecchia. Tuttavia il Canal Grande è anche pigro e maestoso, e il vaporetto scorreva lento quasi alla velocità dei remi compiendo gincane fra gondole e barche davanti alla maestosità dei palazzi e dei monumenti. Sono passato sotto al Ponte di Rialto, i Camerlenghi, il Fondaco dei Tedeschi di fronte, l’Erbaria, il Tribunale, la Pescheria, la Ca’ d’Oro … Venezia sembrava respirare, con una collana di perle sopra il petto prosperoso da Matrona ingioiellata … seppure un po’ stanca e spiaggiata.
Il vaporetto era saturo di gente qualsiasi: uno leggeva il giornale con gli occhialetti posti sulla punta estrema del naso, un altro dormicchiava appoggiato al finestrino. Due comari si aggiornavano sul mondo, i turisti stipati se la ridevano di gusto divertiti dentro al Lunapark di Venezia che dondolava vistosamente al passaggio chiassoso e veloce di un’idroambulanza lanciata sull’acqua a sirene spiegate. Seduto davanti, uno armeggiava dentro al cellulare, altri seduti fuori e dietro a poppa avevano la mandibola pendula per la meraviglia … A pochi centimetri da me una bella donna profumatissima si è pulita e ha inforcato gli occhiali scuri da sole, il vaporetto ha rollato e frullato dentro all’acqua: ero arrivato a Piazzale Roma.
Attraversato il Ponte translagunare sono sceso in Terraferma, un altro mondo diverso, di periferia. Il bar in cui sono entrato era proprio così: un po’ squallido, insapore, come il suo caffè. Le macchie sul bancone polveroso, la musica della radio in sottofondo, le foto di famiglia appese e collocate fra le bottiglie sugli scaffali, le sedie impagliate consumate … la carta igienica che non c’era. Un posto un po’ sfatto, tristo, come il rito di saluto e morte che sono andato ad incontrare.
Lungo il marciapiede un cane al guinzaglio si tirava dietro a forza il suo padrone uggiolando … Ho incrociato con piacere vecchi volti di ex colleghi. Come passa il tempo ! Sono invecchiati loro e lo sono anch’io. Una non mi ha neanche riconosciuto … e non solo io, ma anche la maggior parte degli altri convenuti.
Non ho potuto fare a meno di riflettere con gli altri … Dove è andata a finire tutta quella simpatia ed esuberanza cordiale di un tempo ? … Meglio non pensarci.
Dopo decine d’anni sono entrato dentro a una delle chiese della mia giovinezza … La ricordavo più grande, diversa e buia. Mi recavo lì quasi ogni sabato per riunioni e suonare la chitarra elettrica che rimbombava dappertutto. Ecco quello sì che è rimasto uguale: un eco sfacciato, ridondante, che rimbalza troppo, come in un’antica cattedrale gotica o romanica … E’ fastidioso … come i pensieri a volte.
Oggi tutto mi è sembrato più piccolo e luminoso, come avvolto in una strana atmosfera tiepida. Nell’aria c’era un vago odore di fiori stantii, come di marcita … Inizialmente mi pareva che il Prete se la faccesse e cantasse da solo, annunciasse e si rispondesse … Sembrava aver fretta, pigiare sull’acceleratore per non essere pesante e noioso e concludere presto la cerimonia. Poi mi sono ricreduto ascoltandolo.
“Al Cristo in croce gli diedero dell’aceto, del fiele …”
“Come in un certo senso facciamo noi all’ospedale con i malati tutti i giorni.” Ho pensato.
“E poi il Cristo spirò …”
“Come fa la gente in ospedale … Si sta sotto alla croce con i familiari, assieme ai “terminali”, a quelli inchiodati in un letto…” ho continuato a pensare.
Il Prete ha continuato: “Certe persone sanno rimanere vigili come sentinelle nella notte. Ma non solo perché stanno sveglie, ma perché sanno guardare lontano, oltre la notte del mistero della vita e della morte captando un qualche sommovimento di novità … Intuiscono una qualche luce nel buio, sanno vedere e intuire oltre …”
 
Mi è piaciuta molto quell’immagine, era giusta, adatta … Non la solita predica “precotta” … Una piccola fiammella accesa nel grande buio … Fuori della chiesa, intanto, alcuni cani latravano in lontananza. In breve è transitato come in un film un intero mondo di persone vive che conosco, ne ho avvertito i passi accanto, li ho visti e sentiti stringere le mani e ripercorrere tante storie. Poi l’aria è divenuta pomeridiana è attraversata da una brezza primaverile e da un sole incerto e ancora poco tiepido … Ci siamo dispersi ognuno per i fatti propri, e ho riattraversato il ponte lagunare tornando a calcare di nuovo Venezia.
Nei venerdì di Quaresima a Venezia, alle tre del pomeriggio sono da secoli sempre grandi scampanate. L’aria della Laguna si riempie di suoni e rimbombi … alcuni battacchi emettono suoni cupi, bassi e profondi, altre campane invece sono canterine e diffondono un senso d’allegrezza e leggerezza.
“Cristo è finito in croce ormai da più di un paio di millenni … E’ qualcosa di molto lontano … anche se la morte non invecchia mai, e si continua a “partire” attraversando come Lui la strettoia personale della vita. Tutto continua a fluire e trascorrere, “Panta rei”, tutto accade, tutto si evolve obbligatoriamente e rotola via in discesa come un barile di legno lasciato andare giù per un erta scarpata, destinato a sfracellarsi di certo sul fondo … al capolinea di qualche fondovalle.”
Ascolto e basta … non serve commentare e aggiungere qualcosa. Il vento porta ai miei orecchi gli ultimi rintocchi ritardatari e poi sfasati delle campane di Venezia che si spengono e acquietano …
Ogni volta che ripasso per Campo Santa Margherita trovo un cancello in più. Un’altra Corte o Calle vien preclusa e cinta di filo spinato nel tentativo d’impedire l’accesso ai tanti nottambuli sballati, devastatori e imbrattatori. La gente non ne può più … la sorveglianza non basta, anzi, molte volte non esiste proprio, perciò bisogna ingegnarsi col “fai da te” e difendersi come meglio si può. A volte servirebbe uno sceriffo con la sua squadra, col cappellaccio e la patacca puntata sul petto, e il fucile in braccio come nel Far West …
Torno a “respirare” e attraversare Venezia … nell’aria c’è dell’altro.
“Un’altra coppia è scoppiata … Anche quei due si sono lasciati… “
“Ma dai ? Proprio loro ? Chi l’avrebbe immaginato ? Sembravano eterni, inscindibili …”
“Che vuoi farci ? … i tempi vogliono così …”
 
Ho visto una vecchietta col cappotto lungo e largo fuori moda“aggramparsi” a due mani al corrimano di un ponte … Una coppia di anziani proseguire come alla moviola tenendosi teneramente a “manina”, come quando erano giovincelli … Campo San Polo era punteggiato come sempre di gente … Come secoli fa, le mamme estasiate e col sorriso ebete si“mangiavano” i figli con gli occhi … Ieri come oggi è di certo il loro il più bel bimbo del mondo.
Venezia è andata verso sera, l’ora di punta e del rientro a casa, l’ora per molti di fuoriuscire da Venezia e spargersi sulla Terraferma. Le ombre si sono fatte lunghe, i riflessi nei canali ancora più speculari, ombrosi e romantici … Seduti fuori dei bar sui tavolini sparsi alcuni Veneziani stavano degustando l’aperitivo limonato della sera … colorato come le volte sgargianti dei Portici illuminati di Rialto, come i negozi secolari che s’assiepavano sopra al Ponte sempre uguale, apparentemente senza età.
Venezia era diventata di nuovo odorosa, “sapeva” di fritturina mista … Un bottegaio se ne stava appoggiato allo stipite della porta del suo negozio ingombro ma deserto … Due avventori fuori orario s’intrattenevano in piedi al bancone di un Bacaro davanti a “un’ombra” e due cicchetti. Il bancone era lucido, bagnato d’acqua e gocce di vino, e con le mani e uno stecchino i due agguantavano e ingoiavano prelibatezze discutendo animatamente e mulinando le mani in aria … Dalla stessa porta è uscito paonazzo e ciondolando un uomo che si calcava il cappello sulla testa incrociando poi le mani dietro alla schiena. Si guardava i piedi, osservava i passi, “i masegni” della strada … Non vedeva i passanti, pensava soprattutto a ricordare e individuare la strada di casa …
Un altro vecchio piegato curvo in avanti spingeva il suo“carrettino” per camminare sporgendo troppo in avanti le braccia e il busto. Sembrava che da un momento all’altro il“rollator” gli scappasse via troppo veloce lasciandolo cadere malamente per terra … Un altro ancora portava a spasso o si lasciava trascinare in giro dal suo cagnolino “vestito e tappezzato a festa” … Le prime serrande si sono abbassate sulla strada … il vaporetto “suonava” dentro al Canal Grande ormai in penombra.
Ho visto i turisti ancora spaesati come stamattina, in cerca di un “buco” dove infilarsi a mangiare senza venire spennati come polli indifesi … Una bella donna sostava in un angolo in attesa con un rossetto acceso e vistoso … Un’altra passava con i pantaloni sdruciti … Un’altra ancora camminava sinuosa dondolando, e ondeggiavano col resto anche i capelli lunghissimi e dorati. Una infine “si mangiava” una vetrina con gli occhi tenendo stretta la borsetta. Indossava calze a rete finissime e sensuali, con un paio di “ballerine” piatte ai piedi e un girocollo di collane vistosissime … A un certo punto ha sbirciato nervosamente l’orologio, ha armeggiato qualche istante sul cellulare, e si è allontanata affrettando il passo … come se fosse in ritardo per un appuntamento.
Un gruppo di ragazzi stranieri seduti per terra e sul gradino della porta dell’ennesima chiesa chiusa sbarrata schiamazzava in inglese e rideva allegramente … Un “Cadetto” e una“Cadetta” del Collegio Navale sono transitati marziali e come fuori dal tempo col tabarro e lo spadino scintillante appeso al fianco … Un avventore solitario fumava immobile un sigaro seduto a un tavolo scuro sotto a un tendone plateatico al lume di una candela.
Nella calca della sera ho incrociato spalla a spalla ragazze giovani e fresche che s’incontravano, sghignazzavano, sorridevano, s’abbracciavano e baciavano amichevolmente. Una si è alzata in punta di piedi per appoggiare le guance alternativamente sulle altre dell’amica, sfoggiava un sorriso luminosissimo che contrastava enormemente con la sera Veneziana … Oltre a un ponte stretto e curvo, nel canale vicino, si specchiavano gli antichi palazzi scuri e austeri. Dalle finestre delle stanze ricche e “imbandite” traboccano di solito storie e leggende … ma questa sera tutto è muto e si rispecchia emanando luci soffuse che danzano sull’acqua immota di sotto … Ormai si è fatto buio del tutto.
Venezia è diventata di nuovo notturna … e non c’è niente di meglio che una serata in compagnia. S’intona perfettamente con la città, quasi la prolunga, le da corpo e la completa. Quattro chiacchiere, un paio di testi buoni di qualche anno fa da spulciare. Venezia è sempre tutta da scoprire e riscoprire … Non si terminerà mai, non ne sapremo mai abbastanza.
Più tardi mi sono messo a correre a pancia piena per saltar dentro ad uno degli ultimi vaporetti che scivolavano dentro alla notte veneziana … Ho accellerato il passo inutilmente, l’ho perduto, mi ha superato ed è passato oltre … Venezia è diventata nottambula e in attesa, ed ho teso l’orecchio verso un taxi in sosta:
“Ottanta euro per portarvi all’albergo … Settanta perché mi siete simpatici …”
 
No. Ho aspettato nel buio ascoltando il respiro della città che pulsava ancora. Poco più in là c’era un crocchio di giovani: un trombone, un rullante, un contrabasso … Venezia dondolava, ammiccava, e si era vestita di rosso jazz e magia notturna estemporanea.
Nel vaporetto un nugolo di stranieri imbacuccati e imbarazzati si è agitato e messo in tensione perché il battello traballava e beccheggiava appena … Si abbrancavano ovunque lanciando gridolini spaventati, neanche fossimo il Titanic che colava a picco … In realtà siamo scivolati via dentro alla notte, quasi volando sopra al pelo dell’acqua per non disturbare Venezia. Qualche minuto dopo il battello ha “cozzato dolcemente” contro l’imbarcadero di Santa Marta, sono stato l’unico a scendere a terra immergendomi nel buio della notte trapuntata di stelle in alto.
Un attimo dopo la scena è diventata immobile, deserta. Ho chiuso la porta di casa, e con essa ho concluso anche quella giornata qualsiasi … lasciando fuori Venezia, che è rimasta quella di sempre.

 

mar 28, 2015 - Senza categoria    No Comments

“PIOGGERELLINA DI MARZO CHE PICCHIA ARGENTINA …”

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Le scale del condominio sono deserte, rimbombano dei mie passi in discesa. A volte sembra non ci abiti nessuno in questa casa, non s’incontra anima viva. Però nel silenzio soprattutto notturno si sente spesso qualche porta richiudersi, un armeggiar di chiavi, uno sbattacchiare anonimo di porte, un passo lento e felpato che sale o scende, un bastone che“punteggia ritmicamente” i passi, un carretto della spesa che rimbalza pesantemente sui gradini.
Ogni tanto un’anziana signora spalanca la porta del suo appartamento sferragliando … e chiama il figlio per nome. Non c’è nessuno, perché lui passa una volta alla settimana ed è appena passato ieri. Ma a lei sembra ogni volta che abbia suonato e gli apre per accoglierlo.
“Ah è lei ! … Cosa vuole, vivo sola chiusa in casa con il mio carrettino … Non scendo più, sono diventata anche un po’ sorda … Non sono più quella di ieri … E’ colpa della gamba …”
“E degli anni che passano … Signora … Magari rimanessimo giovani in eterno …”
 
Raramente incontro qualcuno: “Eilà Stefano ! … E’ tanto che non ci si vede !”
“Sono le mie ore che sono impossibili perché sono quelle dell’alba quando esco, e quelle del pisolino pomeridiano quando rientro … Oppure qualcuno vive una vita quasi eremitica, sta sempre in casa a fumare, guardare la televisione e tossire … come un camino di una fabbrica, deve avere i polmoni asfaltati.”
“Sono vecchia ormai … Perchè smettere ? Il fumo mi fa compagnia e mi da una sensazione di tepore soprattutto d’inverno …”
 
E gli altri del condominio ? Sono come tutti gli altri … come ovunque, un po’ “Bondì e buonasera … e come va ? … Tutto bene … Sempre avanti … Non si deve dire sempre così ? ” mi ripeteva una che ormai non c’è più.
“Anche se sappiamo che non è vero … e poi ciascuno sempre per i fatti propri. A volte ci si vergogna di dire che qualcosa non va, di star male o d’aver un problema … Ricordo tempo fa che l’unica preoccupazione mentre una stava male distesa a terra, era che i vicini non lo vedessero, e di trascinarla nell’androne di casa il più presto possibile perché i passanti non curiosassero … “Son fatti miei ! … Non è niente, non è niente …” ripetevano. Mah? … Capirle certe persone !”
 
Uno stormo nero ad angolo acuto attraversa il cielo un tempo libero e ora tutto quadrettato e spartito dai numerosi cavi del tram … Alcuni merli saltabeccano sotto alle automobili parcheggiate e svolazzano via “scricchiolando” in aria quando passo loro vicino … I soliti due joggers attempati mi trotterellano accanto leggeri e ansimanti con la loro andatura ciondolante, oggi tutti vestiti di giallo fluorescente … li ho intravisti avvicinarsi almeno un km fa … Sulle banchine del Porto due camionisti altercano a gran voce in lingua dell’Est. Probabilmente è per il posteggio, o per le precedenze di scarico e carico, sta di fatto che s’inviperiscono e vengono alle mani. Si menano proprio, di “santa ragione”, mentre gli altri li osservano e li lasciano fare continuando a lavorare imperterriti.
Non è successo niente. Modi diversi d’iniziare la giornata …
Pioviggina … Nella mente si accende un ricordo, una vecchia poesiola imparata a memoria alle Scuole Elementari.
“Pioggerellina di Marzo che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro ornati di gèmmule d’oro? …”
Che fastidio in realtà. Non piove troppo da aprire l’ombrello, ne poco perché l’acqua riesce ad inzupparti ugualmente e ti entra fin dentro gli occhi … e le scarpe.
Venezia con la pioggia è comunque speciale. Tutta lucida di riflessi, patinata, evanescente, grondante. Sembra una bella donna reclinata, suadente, voluttuosa, tutta sudata, ricoperta d’infinite gocce di sudore. Sa di umori folli, umido e muschiato … Sprigiona fascino, avvince e attira come le api sul miele.
Le gocce della pioggia stillano sulle finestre e sugli ombrelli … le pozzanghere si fanno sempre più larghe, insidiose, viscide. Camminarci accanto diventa sempre più un gioco a scacchi, la fantasia dispone che assomigli a una palude in cui perdersi e uscirne fradici, intirizziti e intristiti. Ti muovi come dentro a un vago malessere … anche dei pensieri.
“La nostra società si suddivide banalmente fra coloro che lavorano e chi non lo fa. Si tratta di due visioni d’insieme totalmente diverse, due utilizzi delle risorse che si possiedono differenti, a volte contrari, opposti … Sono scopi, fini, modi d’intendere le persone e gli avvenimenti della vita con lucidità diverse … Non fa lo stesso lavorare o no … Si tratta d’indossare tensioni, preoccupazioni differenti.
In mezzo esiste una terza categoria: quella di coloro che smaniano d’entrare nel mondo speciale del lavoro (che non c’è). Lo sentono come una maniera d’affermarsi, un piccolo Paradiso di certezze da raggiungere. In realtà bramano soprattutto di perseguire quella certezza economica che procura e induce a una certa tranquillità anche mentale ed esistenziale. Come invidiarli e dar loro torto ? … Speriamo riescano nel loro intento.
Oltre a queste tre categorie esiste infine anche una specie di doppio limbo d’inconsapevolezza: è la fanciullezza e la vecchiaia, in cui qualcun altro pensa e provvede quasi sempre a te…”
 
Discorsi scontati … Un po’ piovosi. Arriva il bus e saluto l’autista quasi calvo e col pizzetto. Mi sbircia sbattacchiando e chiudendo le vecchie porte senza minimamente curarsi di rispondermi.
“Peggio per te …” penso e “mi butto e calo” a sedere progredendo e attaccandomi sui sostegni del mezzo quasi fossi Tarzan sulle liane di una giungla immaginaria … D’altra parte l’autobus corre traballando come una vecchia diligenza da Far West … Fuori del finestrino scorre un’isola nera … s’è raddoppiata negli ultimi anni. Qualche anno fa quasi non c’era … spuntava appena fuori dal pelo dell’acqua lagunare. Da bambino la Laguna sembrava sempre liscia immensa e aperta … uno specchio immobile, sempre uguale. Oggi è grigia, grondante sotto alla pioggia. Sembra quasi esista un’enorme mano ignota che dal di sotto la raggrinza e modula seguendo un disegno tutto suo a noi invisibile.
Sale un signore elegante e distinto. Avrà avuto perlomeno la mia età, anno più anno meno. Tutto serioso si porta appresso e tiene stretto un sacchetto rigonfio della spazzatura. Solo quando si siede e si avvede del “problema”, inizia a lamentarsi con se stesso a voce alta non dandosi pace.
“E’ da casa che me lo porto dietro … Per tre quarti d’ora ho attraversato tutta Venezia, e ho preso il vaporetto col sacco in mano senza pensare di depositarlo … Sono proprio rinc …”
“Benvenuto nel mondo dei “rincocò” del mattino.” Penso mentre lo ascolto e mi scappa un sorriso divertito. Anche lui mi osserva quasi in cerca di conferma e approvazione della precarietà del suo stato. Infastidito continua a scuotere la testa … addirittura dopo un po’ colpisce con un calcio il sacchetto che ruzzola e ballonzola in mezzo al bus che continua la sua corsa imperterrito.
Sale una giovane ragazza, vede il sacchetto e intuisce la scena divertita. L’ometto si sprofonda ancora più ombroso nel bavero, china la testa, si perde dentro al cellulare. Bello il viaggio della spazzatura da Venezia fino al capolinea.
Scendo davanti al solito tabaccaio che ha ormai allestito la vetrina da “Pasqua e Primavera”. Di nuovo si riaccende la vecchia poesiola nella mente, è giorno di bambinesche rimembranze:
“Passata è l’uggiosa invernata, passata, passata! … Di fuor dalla nuvola nera, di fuor dalla nuvola bigia che in cielo si pigia, domani uscira’ Primavera guernita di gemme e di gale, di lucido sole, di fresche viole, di primule rosse, di battiti d’ale, di nidi, di gridi, di rondini ed anche di stelle di mandorlo, bianche …”
Effettivamente la Primavera sta esplodendo con i suoi splendidi“bum” di colore. Fiori: giallo, rosa, bianchi … è il solito spettacolo a cui non mi abituerò mai. Sempre quel fresco input mentale che induce al risveglio, anche se t’aspetta l’ennesima giornata di lavoro quasi sempre uguale.
Altro ricordo, stavolta del liceo.
“Qui prodest ?” c’insegnava un professore genialoide quanto bizzarrro, un pozzo di scienza e cultura che mi piaceva un sacco. “Nella vita interrogatevi sempre: che senso ha quel che sto vivendo ? … Chi beneficerà di tutto quello che vado facendo ? … Qui prodest ?”
A distanza di molti anni mi sto ancora interrogando: “A che servirà tutto questo alzarsi quotidiano prima dell’alba? … Sarà forse un rincorrersi della coda come quello che ripetono inconsapevolmente gli animali ?”
 
Ritorno alla realtà. Una collega mi racconta di suo figlio a scuola. “Capisci ? … Vanno a scuola col coltello in tasca. “Un serramanego !” … alla loro età … Ragionano, anzi, sragionano col coltello … I desideri realizzati oppure appare il coltello … Che fragili ! … Non tutti ovviamente, ci sono anche quelli “normali” … Ma che impressione … La tendenza è quella, arrivano a pensare così … Allora ti chiedi, t’interroghi come adulto, come genitore …”
“Qui prodest ?”
“Eh ? …”
“Niente … Lascia stare … Sono miei pensieri …”
 
Tendo l’orecchio a casaccio … una notizia dalla televisione:“Un carcerato comune ha raccontato e “rivelato” mille bugie sui “carcerati politici” ai Giudici per provare a guadagnare clemenza e ottenere uno sconto di pena provando a salvarsi dall’ergastolo ormai imminente a cui era condannato … Ma erano solo “balle” inventate …” Un vecchietto asciutto e provato con la telemetria del cuore al collo ascolta in piedi e commenta.
“Neanche fra loro si rispettano … Molto di quanto ci accade intorno è solo apparenza, tutto è relativo sotto e dentro a questo cosmo impassibile. Sembra che l’unica regola di tutto e di tutti sia il proprio tornaconto, costi quello che costi…”
 
Entro ed esco dalle stanze dell’ospedale guerreggiando col tempo.
“Infermiere ! … Vedo animali rossi che corrono sui muri e sul soffitto … e pois, sempre rossi, che fuoriescono dalla televisione … Forse c’è un farmaco che mi allucina ! … O sono forse io che sto perdendo la “tramontana” …”
 
M’arrabatto sul mio carrello fra farmaci, aghi, flebo, orari, firme e cartelle delle prescrizioni. Trilla una suoneria a volume“bestiale” che la puoi quasi sentire fino all’altra parte della città. Fuoriesce da una stanza la voce di una paziente che urla dentro al cellulare.
“Portame da sora l’armadietto grande del bagno de casa l’ammorbidente per le feci …”
“Abbassa quella suoneria che sembra una banda !”rimbrotta la paziente di fronte.
“Non si può abbassare … è fatta così, è bloccata … E poi come faccio a sentire mio figlio che chiama ? … E po’ stà bona ciò ! … pensa ai fatti tuoi !”
 
Bene … tutto come da copione. Incontro un ex collega:
“Ancora qui sulla breccia ? Ma non vai ancora in pensione ?”
“Magari ! Ma è ancora lunghissima … Non ci voglio pensare … è come un miraggio.”
“E’ bello essere pensionato, ma è anche noioso … Non so mai che cosa fare … Sono sempre a caccia di fare qualcosa per non rincog … del tutto in casa. Mia moglia ogni tanto mi butta letteralmente in strada … E tu che faresti in pensione ?”
“Ah io non avrei problemi del genere … Mi dedicherei senza fine a leggere. Esiste una montagna di libri interessanti che mi stanno aspettando … In alternativa riprenderei anche a suonare, camminare, viaggiare. Spero però che non rimarrà tutto un sogno ? Come quello del medico che ha accumulato tante cose e atteso tanto l’età della pensione per poi non concludere niente di tutto quanto aveva sognato di fare.”
 
Esco di nuovo per strada, ripercorro come un gambero all’inverso la stessa strada del mattino. Non piove più … Osservo ancora intorno che si sta ripetendo l’annuale miracolo incredibile delle gemme che rispuntano e delle piante che si risvegliano … E’ qualcosa di grande che accade e si rinnova a prescindere da noi, che ci piaccia o no. Succede in automatico, in maniera sempre sorprendente e mirabile ma nascosta, discreta. Questo immane risveglio mastodontico accade in silenzio, un fiore che si apre e spunta non fa rumore … e lo fa lentamente, piano piano, un poco per volta. Come se volesse assaporarsi il momento … senza fretta.
Giusto il contrario di quel che facciamo noi. Questa cosa non smette mai di stupirmi … quasi scoprissi quest’anno la Primavera per la prima volta.
“Che dice la pioggerellina di marzo, che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro ornati di gèmmule d’oro? Ciò canta, ciò dice: e il cuor che l’ascolta è felice.”

 

mar 15, 2015 - Senza categoria    No Comments

“LE AGNESINE … A VENEZIA.”

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“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 69.
 
“LE AGNESINE … A VENEZIA.”
 
Fra le tantissime realtà minori ma singolari scomparse a Venezia ce n’è una davvero curiosa. A differenza di molte altre cancellate, avvilite e depredate dalla mano devastatrice del solito Napoleone all’inizio del 1800, questa si è, invece, “estinta ed esaurita” da sola ben molto tempo prima. Si tratta delPriorato di Sant’Agnesina, o Scuola e Ospizio di Sant’Agnese e delle Agnesine la cui sede si trovava sull’attuale fondamenta Gherardini sul Rio di San Barnaba al civico di Dorsoduro  n° 2829.
Le ultime vicende di quella particolare realtà, assistenziale per modo di dire, risalgono al 1664 quando per motivi imprecisati l’Ospissio-Ente cessò la sua attività di accoglienza e venne soppresso. Dieci anni dopo la sua sede fu data in affittoal Nobilomo Giuseppe Barbarigo per la somma annuale di 150 ducati il cui incasso venne devoluto allo scopo iniziale dell’opera che era quello di accudire alcune “povere garzone dette Agnesine”.
Povere mica tanto però, visto che si trattava quasi del tutto di ragazze Nobili e Cittadinesche. E allora ?
Allora lo scopo non era meramente il sussidio economico, ma, invece, un certo tipo di “Educazione esemplare”, una sorta di formazione umana, civile, religiosa di qualità impartita alle ragazze. Le Agnesine quindi, erano un po’ come “Le Marie”, delle piccole elette, delle “Putte speciali” formate dentro al cuore e “al modo” della Serenissima.
All’inizio di tutto però, nel lontanissimo 1325 circa, ossia parecchi secoli fa, ci fu un’aggregazione cittadina per soli uomini … Erano 550 per la precisione, mica pochi. Non erano una rarità per quei tempi, si trattava di una di quelle associazioni che anche a Venezia si definivano: Schole, che riunivano persone con un misto di scopi devozionali, civici, lavorativi, assistenziali e caritatevoli … e altro ancora.
Il luogo di riferimento dove s’aggregavano era il portico prospicente la chiesa di Sant’Agnese nell’omonima contrada popolare del Sestiere di Dorsoduro. Oggi quel portico con un quel loro “loghetto”per il cui uso gli iscritti pagavano un affitto ai Preti di Sant’Agnese di un ducato d’oro annuo con un contratto rinnovabile ogni 29 anni, non esiste più, mentre permane ancora la chiesa vetusta gestita oggi dalla Scuola e Congregazione dei Cavanis in fondo alle Zattere accanto ai Gesuati. Ma oggi è tutta un’altra cosa …
Ciò che è curioso, invece, è l’assiduità, la radicalità d’intenti con cui quegli uomini si radunarono insieme, e soprattutto il codice di vita austero, severo e rigido che abbracciarono. Oggi farebbe gridare al conservatore e al forte bigotto intransigente … Solo che quelli facevano sul serio quella volta.
Se si va a sbirciare un poco dentro alla loro Mariegola che raccoglieva ed elencava come uno Statuto i loro regolamenti di vita, si scopre che quelli che si iscrivevano alla Schola lo facevano mettendosi in ginocchio e recitando un “Pater Noster e un Ave Maria” … ma si potevano iscrivere anche i Morti ! … I defunti ? Sì. Proprio loro … ecco perché c’erano tanti iscritti, forse. Infatti una delle prime preoccupazioni della Schola era proprio quella di far celebrare per tutti i Morti ogni mattina una Messa cantata (ossia di buona qualità) davanti all’Altare privato della Schola dove ardeva giorno e notte perennemente una lampada pagata e alimentata dai consociati.
Gli iscritti avevano l’obbligo dovunque si trovassero a vivere, quindi anche fuori Venezia o all’estero, di andare a “caccia” di poveri confratelli per visitarli e assisterli. Coltivavano un fortissimo senso d’aggregazione … quasi da setta … Tutti gli iscritti (Morti compresi che non mancavano mai all’appello) avevano l’obbligo di presenziare ogni seconda domenica del mese a una Messa-convocazione davanti all’altare di Sant’Agnese nella chiesa omonima … Per chi era assente erano dolori: dopo sei assenze si veniva radiati e cancellati perdendo ogni privilegio e assistenza.
Veniva radiato, ossia “rassato”, anche chi litigava, chi non viveva in maniera esemplare rispettando le regole della Schola, chi incorreva in debiti di gioco e perfino chi tradiva la moglie … Tutto veniva puntualmente segnato dentro a un apposito “Libro dei difetti”.
Nel 1369 un apposito Guardiano passava di casa in casa visitando e informandosi di eventuali confratelli morti, ma soprattutto esigendo che fossero pagati i debiti “per le Messe e per recitare i 7 Salmi Penitenziali”. Per chi fosse stato in regola la Schola si sarebbe fatta carico di recitare “50 Pater-Ave” per i loro Morti di casa.
Si sa, ad esempio, che fra 1397 e 1398 il Lucchese Jacopo Tommasini, abbiente mercante tessile trapiantato a Venezia da Lucca, ricoprì la carica Gastaldo della “Nobil et Veneranda Schola”.
Chi veniva cancellato poteva essere riammesso “per Misericordia”dopo un anno di sorvegliatissima prova, ma sarebbe stato eternamente “in ira di Dio” chi avesse osato andar contro e “disfar”lo scopo della Schola.
Inizialmente, ossia per secoli, le donne furono accuratamente escluse da quel consesso, salvo permettere loro d’iscriversi dal 1457 quando scesero vertiginosamente le adesioni dei maschi: “… per evitare la rovina della Schola” fu la motivazione data ufficialmente.
I congregati che sapevano tutto di tutti non solo della gente della Contrada ma anche di buona parte di Venezia, si radunavano obbligatoriamente tre volte l’anno: poco prima di Natale, a Pasqua per le elezioni alle cariche interne, e all’inizio di Agosto.
Il giorno della festa di Sant’Agnese si consegnava ad ogni iscritto:“un pàn et candela” come era costume offrire anche in altre Schole cittadine.
E siamo giunti finalmente “al dunque”.
Nel 1376, precisamente il 21 ottobre, a cinquant’anni circa dalla fondazione, uno degli iscritti: il Nobilomo Angelo Condulmer, padre del futuro Papa Veneziano Eugenio IV, offrì alla Schola dei soldi e dei beni con lo scopo iniziale di costruire un Ospissio per dare accoglienza a dodici bambine veneziane orfane, indifferentemente Nobili o Cittadine, assistendole e mantenendole praticamente fino all’età di vent’anni.
Le “putte” selezionate accuratamente, dovevano essere di “buona famiglia” ed avere: “non meno di sette e non più di dieci anni”, e fatalità … erano quasi sempre figlie di iscritti o affiliati. Venivano affidate alle cure di una Priora che le “allevava” dando loro una“sana formazione” anche qualora fossero venuti a mancare e morire quelli di famiglia … (tanto seppure Morti rimanevano parte degli iscritti ugualmente).
La gestione delle Agnesine accadeva dunque sotto il controllo e l’alto patrocino della Schola de Sant’Agnese, che con ben 12 Governadori gestiva la situazione delle “povere garzone”aggiornando puntualmente tutti gli altri “Confratelli”.
“… debba esser Agnesine quelle povere garzone abbandonate dal padre, come apparirà più necessitose … le quali doveranno essere fie de boni homini e bone femine citadine de Venezia nate da legittimo matrimonio …”.
Ogni tanto, si voleva “mettere in mostra” le ragazze che erano tenute a presentarsi con la Priora ai riti sull’Altare di Sant’Agnese in chiesa a San Agnese, e per praticità d’uso si fece costruire e finanziare un altro altare anche a San Barnaba poco distante dal complesso dove abitualmente vivevano le“putte”.
Le ragazzine “in mostra” erano come un avatar, un pubblico e visibile sinonimo di gentilezza, educazione, finezza, morigeratezza, stile, cortesia, bontà interiore … “una somma incarnata delle più belle virtù”, donne idealizzate seppure in carne e ossa.  E per far lievitare queste loro doti interiori si concedeva loro anche una “dota” economica personalizzata derivandola dalle copiosissime elemosine che la Schola raccoglieva in giro per tutta Venezia. Il “Priorato et Schola di Sant’Agnesina”, infatti, provvedeva al loro mantenimento e forniva educazione ed istruzione. Provvedeva a: “… farle governare e spesare et insegnare arte sin che avevano 13 o 14 anni e anche più …” Terminato il ciclo formativo trovavano sistemazione definitiva facendole sposare“honoratamente” con Nobili meritevoli, o trovando loro posto in qualche illustre monastero cittadino … di cui Venezia certamente non difettava.
Nel 1526 il numero delle “Agnesine ospiti” era stato ridotto ormai da parecchio tempo a sei, per cui il beneficio dell’ospitalità, educazione e assistenza delle “putte” si protraeva quasi sempre oltre l’età prevista e fino al matrimonio o alla monacazione.
In gennaio il Diarista e Nobile Sanudo le descriveva così, come uno spettacolo da godere: “ … nella sua chiesa di San Barnaba vidi licet sopra un solareto le 6 pute di anno 8 in nove l’una, fiole di quelle de la Schola, qual vestite mezze bianche e mezze rosse, con caveli zo per spala ed una zoia de verdure in testa … Stanno in caxa a San Barnaba dedicata a questo, con una maestra a la qual se li da ducato 40 all’anno; e a queste vien fatto le spese e insegnatoli lezer e lavorar fino siano a età perfetta de maridar o altro; e vien maridate di danari de la Schola per certo lasso quali Procuratevi scodeva … ma per parte presa quest’anno in Pregadi, il governo è stato dato a quelli de la scuola … e dieno tenir 12 pute, ma per adesso tien 6 qual si eleze di quelli de la Schola con certo ordine bellissimo …”
Nel 1580 il “Priorato delle bambine” a San Barnaba venne ristrutturato su disegno di Giacomo Leoncini, e per coprire le spese dei restauri si riaprirono le iscrizioni alla Schola accogliendo altri “50 Cittadini honorati” che avrebbero pagato 1 scudo ciascuno. I cinquanta posti vennero occupati subito dai Veneziani, e andarono “bruciati” e pagati in pochissimo tempo …
Le Agnesine erano perciò “un fiore all’occhiello” per tutti i Veneziani, delle donne “di garbo”, quasi un monumento vivente di leggiadria, bellezza e buona maniera di vivere. Nel 1590 Acuzi Camilla quondam Sebastian consorte di Gerardo Cavanis lasciò morendo dei legati all’Ospedale dei Derelitti, alle povere Zitelle della Giudecca e all’Ospedaletto di Sant’Agnesina a San Barnaba al quale donò anche la casa dei Cavanis in Contrada di Sant’Agnese e diversi beni e terreni a Cordugno presso Noale.
Anche nel 1593 le cronache cittadine ricordano come le Agnesine, “Priora et Putte”, si “presentarono” puntualmente“secondo coscienza” alla Messa Ordinaria della Schola in Sant’Agnese.
Viceversa, qualche anno prima della soppressione, nel 1637, la Schola inscenò una lite furibonda che finì in tribunale contro la chiesa e Parrocchia di San Luca di Venezia dove s’era istituita una “devozione” parallela a Sant’Agnese a cui era stata concessa a certe condizioni un’Indulgenza Plenaria da parte di Papa Paolo V.
Era la concorrenza … e i soldi erano soldi ! … Se a Venezia giravano elemosine e lasciti intorno al nome di Sant’Agnese, dovevano per forza confluire a favore delle Agnesine e dei poveri della Schola e non nelle larghe tasche dei Preti di San Luca.
Per mettere fine alla lite dovettero intervenire come sempre il Doge e il Consiglio dei Dieci “… che ci misero lo zampino … per acquietare gli animi e metter a posto ogni cosa a favore delle Agnesine …”
Tuttavia nel 1664, non si sa bene come e perché, le Agnesine terminarono di comparire in pubblico e d’essere ospitate nel Priorato di San Barnaba. C’erano troppi maneggi e giravano troppi soldi in maniera non sempre ortodossa e pulita ? … Chissà ?
Continuò invece l’opera e l’attività della Schola, che nel 1683 per la festa patronale di Sant’Agnese spese ben 74 lire e 8 soldi per pagare dei Musici per allietare la festa … così come qualche anno dopo pagò ben 6 ducati a Prete Nicolò Grasselli perché celebrasse: “… una bella Messa cantata per la Schola”, e offrì anche 40 lire al musico e cantore Pietro Luciani chiamato dalla prestigiosa Basilica Marciana per esibirsi a Sant’Agnese sempre: “ad honor della Schola Benedetta …”.
Nonostante la misteriosa soppressione del 1664, ancora nel 1740 il Priorato di Sant’Agnesina era attivo, vivo e vegeto, pagava lire 24 e soldi 16 annuali per la Festa Patronale di Sant’Agnese, e possedeva anche una rendita annuale di 346 ducati da beni immobili siti in Venezia.
Pur senza sede e residenza ufficiale, il Priorato di Sant’Agnesina di San Barnaba continuò la sua notevole attività fino a 1806 secondo quanto raccontano bene nel dettaglio 18 registri che ci sono pervenuti. Si conservano, infatti, un antico Catastico iniziato nel 1325 e diversi quaderni e giornali con scritture e parti della Scuola. I Governadori tenevano anche un puntuale registro con l’elenco di tutte le donzelle graziate, un altro libro in cui si registravano i versamenti delle decime, delle affittanze, delle rendite e aggravi, e perfino un ultimo in cui si annotavano tutti “i ricoveri” a spese dell’Ente.
Tutto ciò che rimane oggi di quell’attività e di quel complesso curioso è un’unica scritta incisa sull’architrave di uno di quelli che furono gli ingressi dell’antico Ospissio oggi trasformato in accogliente albergo.
Solo un lampo di una Venezia di ieri l’altro scomparsa per sempre … che merita però un’occhiata, un “buttàr l’ocjo”almeno una volta.
mar 13, 2015 - Senza categoria    No Comments

“CIAO … BRUNA !”

ciao Bruna

L’ho sempre salutata così … un milione di volte e più. Ci ho messo anni e anni per impararne il cognome, perché per me è una di quelle cose che non “mi entrano” e contano poco. Anche stanotte nel cuore delle ore piccole quando ho appreso la notizia della sua “partenza” mi è venuto spontaneo dire solo: “ciao Bruna” sapendo che in qualche maniera lei lo avrebbe sentito … come in quei vecchi tempi quando spartivamo il lavoro della “corsia d’ospedale” insieme.

Di lei non ho neanche una foto … mi rimane solo un volto nella mente, semplice e sorridente di un sorriso mesto, quasi regalato … com’era lei spesso. L’ho rivista qualche tempo fa di sfuggita e di passaggio al Policlinico San Marco … il nostro “covo”, il posto di sempre che ci accomuna in molti. Mentre teneva in mano un pacchetto “di carte”, abbiamo scambiato un paio di parole incontrandoci nel solito corridoio, quelle di circostanza che si scambiano con i colleghi “fortunati” perché pensionati.

“Eh … Potrebbe andare meglio …” mi ha detto. “Si aspetta tanto e si sogna il momento di liberarsi dalla fatica del lavoro e respirare … Ed è, invece, proprio questo che nel mio caso mi è venuto a mancare … Quando lavori a volte ti manca l’aria, la libertà di andare e di vivere chissà che cosa … Poi smetti ed esci “rompendo la catena” e ti ritrovi a faccia a faccia e a combattere con qualcos’altro che non t’aspettavi … Sì è vero: non lavori più. Ma ti tocca un altro lavorio più pesante e forse più difficile … Ma che dirti ? Andiamo avanti, come facevamo sempre qui dentro …” e si è allontanata col suo solito sorriso un po’ tirato fra allegro e triste.

Gli occhi non erano belli, cerchiati e acquosi … ed era asciutta e dimagrita. Lo sguardo professionale non mi ha ingannato, è da troppi anni ormai che faccio questo mestiere.

Poi non l’ho più rivista ma ho sentito l’eco a distanza di come decresceva il suo stato di salute … e un po’ me l’aspettavo una notizia simile a quella di stanotte, ma la tenevo dentro di me come in un limbo e sala d’attesa della mia mente.

“Un’altra collega che se ne va …” Sembrerò stucchevole e retorico anche con me stesso, ma ” E’ anche un altro pezzetto di me che è trascorso e spezzato e va in frantumi …” Le vivo così certe notizie… ormai da tempo.

Non è che con Bruna abbia condiviso chissà quali amicizie e coltivato chissà quali esperienze e contatti … Ma quando lavori fianco a fianco per anni, quando i tuoi nomi si trovano tante volte sulla stessa riga del turno di lavoro scatta e accade sempre qualcosa d’indelebile e indimenticabile. Unico. Se poi accade anche una certa intesa d’intenti, un certa condivisione dei modi di proporsi e di essere è ancora peggio, ossia ti rimane dentro qualcosa di più. Con lei condividevamo “la spicciolità” del quotidiano, il desiderio e la voglia di lottare per ciò che è giusto, per i diritti senza dimenticare i doveri. A volte s’indossano “colori” e sfumature di pensiero diversi, convinzioni di un certo tipo. Si crede nella bontà di questo, e si esorcizza la negatività di quello … Si spera in certe conquiste, si auspicano certi cambiamenti … A volte lavorando insieme si converge su certe idee e si spartiscono e condividono pur provenendo da direzioni diverse, o andando incontro a obiettivi di altro genere. Poi ognuno fa le sue scelte: c’è chi è più attivo, chi abbraccia il Sindacato, chi è più passivo, chi rimane a distanza di sicurezza, chi non ama lasciarsi coinvolgere … C’è di tutto in giro.

Bruna, invece, si lasciava coinvolgere eccome. Era attivissima su certi argomenti, e agguerrita a difenderli seppure con la sua voce rauca e spesso senza fiato. Parlavano per lei gli occhi, i gesti e la convinzione  che aveva dentro … e sapeva anche coinvolgere, tirarsi dietro, e un po’ convincere. Però sempre con quel suo modo “soft”, gentile, discorsivo, paziente, possibilista, non arrabbiato e violento … anche se sapeva farsi sentire e alzare la voce e il pugnetto in aria. Almeno io l’ho conosciuta e incontrata così … E così era con me, con i pazienti e con gli altri: tranquilla, accondiscendente, disponibile ma mai servile.

Al lavoro era una “vecchie”, ossia una di quelle che ho trovato già lì quando sono arrivato nel 1987, ed era lì da diverso tempo. Ho sempre stimato e mi hanno sempre affascinato i miei colleghi “vecchi” perché hanno vissuto una realtà lavorativa pionieristica, combattiva, talvolta cruda e difficile rispetto alla nostra attuale. Talvolta ci si lamenta perché oggi si lavora molto, ma forse loro hanno lavorato ancor di più e in condizioni e ristrettezze peggiori … solo che se non esperimenti e non provi non sai e non puoi capire ciò che hanno vissuto altri prima e forse più di te.

Quando ero Ausiliario Sanitario come lei, ogni tanto mi raccontava di quel “tempo che fu”, di certe lotte impastate di sconfitte e conquiste, e fra un letto da rifare, una padella da mettere, una carrozzina da spingere, una barella da portare o andare a prendere in sala operatoria, un piatto fumante da sporgere rimanevo ad ascoltarla incuriosito e interessato a quelle memorie che mi sembravano il retroscena, il dietro le quinte di quel che stavo vivendo io.

“Hai conosciuto il Direttore “…” ? … Ah no … Sei arrivato dopo … E l’ausiliaria “…” ? Neanche quella … Sei nato da poco … Beh … devi sapere che quando c’era l’Infermiere “…” e la Suora “…”, quel Primario e quei Dottori … E’ accaduto più di una volta che …”

Quante storie, racconti, situazioni, esperienze vissute dentro e fuori del Policlinico … Qualche volta trapelava anche qualcosa “di fuori”, del privato … dove di solito “sono solo affari tuoi” e si racconta poco o niente. Ognuno segue i propri affetti, fa le proprie scelte e inventa la sua esperienza esistenziale come meglio crede, ma a volte trapela ed emerge qualcosa che accomuna e induce a spartire e condividere.

Una preoccupazione per un figlio, una malattia, una soddisfazione, un desiderio … un’arrabbiatura, una gentilezza … Lavorare è anche questo, incontrare un mondo parallelo a quello che si è, in qualche maniera entrare a farne parte in punta di piedi, quasi sfiorandolo quanto basta per avvertirne il peso e la fatica, o viceversa la bontà e la bellezza… ma senza intrufolarsi dentro disturbando.

Ognuno di noi è un microcosmo speciale, unico e irripetibile … spesso nascosto e occultato, difeso … qualche volta parzialmente socchiuso.  Condividerlo è sempre arricchente, aiuta a vivere. Uscendo da “Prete” ho incontrato un mondo alternativo che forse prima ignoravo. Non solo il mondo pratico del lavoro, ma anche un mondo schietto del vivere quotidiano, fatto di cose concrete, poca filosofia e interiorità, scelte immediate, scadenze spicciole obbligatorie e non aggirabili con sofismi e “attese” e rimandi speranzosi.

La vita è spesso fatta di cose piccole: la lavatrice rotta da aggiustare, la spesa da fare, la biancheria da stirare, il bambino da lasciare da qualche parte per andare a lavorare, la macchina che non va da cambiare, il mutuo da pagare, lo stipendio e la tredicesima su cui contare, le ferie da conquistare e inventare, l’amico o l’amica da “curare”, incontrare e coltivare … e tanto altro, e tutto il resto.

Con lei ho spartito questo per tanti giorni, per mesi, anni … A volte più da vicino, gomito a gomito … Altre da più lontano: un piano sotto, due piani più in alto … Ma sempre con quel sorriso e quel saluto gentile a mezza voce, con quella stima reciproca concessaci una volta per tutte.

Che resta di una persona ? A volte me lo chiedo. A volte niente … altre volte un lampo, un paio di flash, una sequenza d’immagini, una sensazione. Il tempo travolge tutto, pareggia e cancella tutto e tutti, bello e brutto, buono e cattivo, gioia e sofferenze. E’ la legge del vivere … che ci piaccia o no. Alla fine di persone qualsiasi come noi rimane solo un nome, un input, una sensazione piacevole o spiacevole, positiva o negativa che sia, che riassume tutto.

Ecco, di Bruna mi rimarrà questo: una sensazione piacevole, umana, cordiale, sincera e serena … nonostante tutto, nonostante la complessità del vivere e lavorare.

“Perché a volte la vita è complessa e serve industriarsi e darsi da fare, combattere per attraversarla … In un certo senso bisogna guadagnarsela … come si fa lavorando … La vita non fa sconti.”

Annaspava spesso rincorrendo il suo respiro fragile … Brontolava un po’ per questo: “Mannaggia ai pescetti ! … Sto respiro falso …”  Ma intanto c’era ugualmente, e m’insegnava certe cose comunicandomi la sua esperienza in materia … a me che non sapevo quasi niente di ospedali, malati, chirurgie e dintorni. E’ stata una di quelle persone da cui inizialmente ho provato ad imparare qualcosa di pratico e utile in ospedale … anche se poi “navighi” da te e fai la tua strada.

Basta così … Gli ultimi anni l’ho vista affaticata e stanca spingere con lena le sue carrozzine … ma sempre con quel suo sorriso un po’ mesto dietro agli occhiali spessi. Sapeva e profumava “da pensione”, l’eterno tormentone che appassiona e ossessiona ultimamente sempre più tutti quelli che lavorano ormai da tempo.

Istintivamente non ci voglio pensare alla pensione, perché a volte sembra un trabocchetto, uno scivolo viscido, una rampa di lancio per la conclusione di te stesso. Altre volte, invece, vedo persone rilassate e serene, più paffute e colorite … e allora penso possa essere una stagione diversa della vita desiderabile, da godersela, da interpretarla. In ogni caso un confine da attraversare, una sbarra da scavalcare prima o poi, un nuovo capitolo dell’esistenza da scrivere … seppure con una certa apprensione, perché potrebbe essere l’ultimo.

A volte l’età della “pensione” è un immenso contenitore di desideri e fantasie. Ricordo un medico professionalmente bravissimo, umanamente un po’ meno, un po’ spiccio e rude nei modi, un po’ misogeno e austero (affari suoi, ha poca importanza). Incontrandolo mi ha raccontato più volte che sognava intensamente anche lui la stagione della pensione. La stava preparando con cura da molti anni, era proprio un suo desiderio, un obiettivo, un sogno. S’immaginava tranquillo e tutto dedito a tutt’altro che alla Sanità … Voleva dedicarsi totalmente all’Arte, e per questo aveva accumulato un’intera biblioteca di libri, cataloghi e opere esaustive su cui applicarsi e dedicarsi. Sognava di visitare mostre, leggere il leggibile di certi Maestri, scoprirne i trucchi, le vicende, gli estri, le abilità nascoste … Sognava, sognava …

A distanza di anni l’ho incontrato di nuovo, provato e intento a lottare con il suo corpo inceppato che non voleva saperne di funzionare come un tempo.

“Come sta l’Arte ?” gli ho chiesto.

“L’ho messa da parte … Alla fine non ne ho fatto nulla. Non ho aperto neanche una pagina … Perché ho dovuto occuparmi solo di me stesso … Tutto quanto sognavo non mi interessa più o non sono più in grado di apprezzarlo e gustarlo … L’età della pensione è un salvagente, una zattera di sopravvivenza a cui aggrapparsi per non naufragare del tutto … Meglio vivere prima, finchè si è ancora in forze e si ha tempo buono … Dopo sei un sughero alla deriva nel mare …”

Mi è rimasta impressa nella mente questa immagine: “Un sughero alla deriva del mare …”

Bruna l’ho vista l’ultima volta effettivamente “un po’ alla deriva” fisicamente … ma non smarrita e persa nel mare del vivere, non un sughero galleggiante. Mi ha sempre colpito la sua dignità, la sua compostezza, la sua non invadenza … Anche se rimaneva donna come le altre fino in fondo, amava chiacchierare e dire, sapere, partecipare e condividere … vivere insomma, come da amica e collega … come tanti e tante.

Solo che l’ha tradita quel benedetto respiro … quel faticoso “fischietto rompiballe” come diceva lei. Ora di certo respira meglio … a pieni polmoni, e di certo un’aria diversa e forse migliore della nostra, che rimaniamo qui al piano di sotto … a continuare ad annaspare e galleggiare dicendo di vivere.

 

mar 8, 2015 - Senza categoria    No Comments

08 marzo 2015

venezia luna
“La brezza fresca primaverile ancora tinta di notte ma con tutte le sfumature dell’azzurro, dell’indaco e del violetto si spalma in cielo verso Oriente. Oggi la luna è più alta e m’inquieta meno, dipinge d’argento la Laguna di Venezia avvolta nel silenzio. Sembra lo scenario di sempre … un po’ monotono, sempre quello … se non fosse che oggi è l’8 marzo. Perciò i pensieri si tingono di giallo … Un colore caldo ma fragile, indossato da fiori piccolissimi e leggeri quasi sfuggiti al rigore dell’inverno che ancora troppo spesso li circonda. Ne esistono tantissimi di fiori … come tantissime sono le storie delle Donne. Ho sempre inteso un fiore come un’incredibile sorpresa, un’emozione colorata, profumata, quasi un incontro silenzioso ed enigmatico, misterioso … seppure muto e senza parole, come qualcosa tutto da scoprire e iniziare.

A volte li regalo anch’io i fiori … ma li preferisco lasciati liberi a dondolare nel vento, ad esprimere tutta la loro bellezza colorata multiforme … Fatico a sopportare l’idea di vederli recisi, strappati dal loro habitat naturale, rivestiti a forza di educazioni strampalate e di tante coercizioni inutili e meschine. I fiori come le donne hanno una missione da compiere, un mandato da vivere … Non possono essere cacciati grossolanamente dentro a un vaso per quanto bello, né violati, svenduti, manipolati fino a farli sciupare e appassire gettandoli via rinsecchiti e inutili … A volte mi piacerebbe che il cielo, ma anche la nostra mente fosse un po’ più “gialla” … ossia meno capace di vedere solo notte vuota e noiosa, e più indotta a riconoscere e apprezzare certi “Fiori” che incontriamo ogni giorno … giovani o vecchi che siano, in ogni caso sempre apprezzabili …”
mar 5, 2015 - Senza categoria    No Comments

“LUNA …”

Mestre_Sunset

“Stamattina al’alba ho assistito casualmente a un breve fatto inquietante … Una Luna rossa strepitosa è tramontata velocemente sopra e dietro la zona industriale di Marghera. Sembrava precipitare velocemente giù dal cielo sopra alle raffinerie … Che impressione ! In pochi minuti pareva andarsi a schiantare sopra a tutto … e qualche minuto dopo, invece, sembrò venire ingoiata e finire a nascondersi dentro alla terra e a quella foresta di ciminiere e costruzioni metalliche.
“Marghera si mangia la Luna !” mi son detto.
Dopo qualche altro breve minuto era tutto finito … Non c’era più nulla, solo un bagliore quasi invalutabile. Il cielo era tornato ad essere tutto bluastro, con appena accennata una fioca luminescenza di un alba ancora tutta invernale … Quel che non era cambiato per niente era la giornata da vivere e lavorare che mi stava aspettando …”

feb 28, 2015 - Senza categoria    No Comments

“FRA VECCHIO E NUOVO … L’ILLUSIONISTA CHE PASSA …”

illusionista

Nell’aria sfatta, scolorita e incerta dell’alba appena accennata c’è di nuovo il ritorno della Primavera … Gli alberi non sono più del tutto trasparenti e stecchiti, mostrano quei rigonfiamenti e quella peluria in controluce che dice che si stanno pigramente e lentamente ridestando. Nell’aria c’è qualcosa di fresco e diverso, frizzante … lo si percepisce e respira, lo senti stimolante … Sta cambiando la stagione, ma sta cambiando qualcosa per davvero? O è solo illusione ?
Il tam-tam delle notizie di questi giorni ci racconta della barbarie distruttrice e insensata dell’ISIS che sta provando a cancellare il passato e il presente che non condivide … Vuole riscrivere la Storia a modo suo. Ce la farà, o sarà solo un illusione ?
“Ci hanno già provato in molti e in molte epoche diverse. L’ha fatto anche la Cina di recente, l’hanno provato mille volte nei secoli trascorsi … I Romani hanno cancellato la cultura degli Etruschi, il Cristianesimo ha voluto cancellare il Paganesimo, Napoleone & C hanno voluto sovvertire i vecchi regimi sovrani, Marx & C hanno voluto accendere la speranza della Rivoluzione condannando il Capitale … Ma ci sono riusciti ? O è stata solo una durevole quanto inutile e folle illusione ?”
 
“E come voler spegnere il Sole e la Luna … non è realistico … è solo un sogno, un giochetto di prestigio, una magia surreale.”
 
Nel buio do un calcio doloroso a un sasso invisibile ma reale, cammino un poco claudicando andando al lavoro … “Questa non è un’illusione …”
 
Rieccoli ! Sono sempre loro nella penombra del primo mattino … Lui e lei, stavolta in tenuta fluorescente arancione. Questa volta lei caracolla più affaticata del solito, mentre lui corre impettito come sempre percorre la strada della Marittima del Porto quasi stesse marciando in parata … Inossidabili, e un po’ invidiabili. Lottano per mantenersi arzilli e in forma, illudendosi d’arginare i rallentamenti della vecchiaia … Però dovrei provarci anch’io …
Incrocio la solita ragazza, che a dire il vero è ormai diventata una donna dopo tutti questi anni che l’incontro silenziosa. Come sempre nella luce incerta del mattino guizza flebile il suo accendino che accende la prima sigaretta dell’ennesima giornata ancora uguale …
“Non accade niente di nuovo sotto al sole !” recitava il detto antico già vecchio, detto e ridetto prima d’essere ripetuto.
Ci sfila accanto il nuovo tram “in prova”, rimorchiato, spalancato e tutto buio.
“Ecco il nuovo che avanza !” commento a mezza voce dentro al bus.
“Macchè nuovo ! Sono soldi buttati via per compiacere e ingrassare qualcuno … Sarà caos e disagi per molti. Saremo più pigiati di adesso e con meno comodità di prima … C’illudiamo di cambiare, sarà peggio di prima …”
Risponde uno seduto poco distante senza neanche voltarsi … Ecco ancora l’illusionista che passa … Ha fatto arrabbiare e scocciare stavolta … e siamo solo all’inizio della giornata.
Il tabaccaio ha rifatto la vetrina del negozio rimuovendo gli oggetti e gli addobbi di Carnevale … “Si cambia sempre ripetendo però le stesse cose … E’ tutto un susseguirsi illusorio di feste e ricorrenze … Adesso tocca la festa del Papà, poi Pasqua e la festa della Mamma … Via una avanti un’altra … ma alla fine si ritorna sempre all’inizio e si ripete e ricicla quanto si ha fatto l’anno scorso …”
 
Sorrido ed esco … anche di qua sta passando l’illusionista.
Un’occhiata automatica si posa sulla fila dei volti allineati ed esposti sorridenti nella vetrina appena fuori della porta dell’ospedale. Volti spesso familiari e conosciuti, accuditi per mesi e ora “trasvolati altrove”, ma senza quel sorriso spensierato e allegro che esternano nella foto … Anche quella è una visione illusoria … Quanto lavoro, quanta sofferenza, quanta illusione di riuscire a guarire e ridare salute nel senso più completo della parola. Quanti punti di domanda repressi e archiviati per anni … L’illusionista passa anche per me.
In cima alle scale ogni giorno più irte, e davanti all’ennesimo caffè acquoso che sa di niente, ci scambiamo i soliti discorsi e pensieri, sempre gli stessi, come il ritornello di una canzone … Li lasciamo emergere spontaneamente, ingannando i minuti, tergiversando brevemente con noi stessi.
“Hai sentito di quella collega che ha cambiato tutto della sua vita ? … Ha iniziato un nuovo lavoro, si è messa con un altro, ha lasciato perfino i figli, la solita casa e la vecchia famiglia … Ha ricominciato da capo pur non essendo più giovanissima … Che coraggio !” considera una collega da dentro il fumo della sigaretta.
“Che illusione, invece !” le risponde un’altra rovistando dentro al cellulare. “Non credo si possa cambiare veramente nella vita … Si potrà cercare una nuova avventura, un ometto di riserva … ma non sarà un vero cambiamento. E’ come cambiare vestito, ma tu rimani sempre tu, sempre la stessa … E’ un’illusione, che poi finirai col pagare a caro prezzo … Io non ci casco. Mi basta e avanza quello che ho e sopporto a casa … Per carità! Un altro uomo ! Brrrrr … Non ci voglio neanche pensare … Ho già dato … Non mi vorrei impelagare con miraggi e sogni falsi … Quando poi ti risvegli sono solo dolori, delusioni e rimorsi … Meglio tenere gli occhi aperti e accettare la tua realtà così com’è, anche con i suoi limiti e nella crudezza dei suoi difetti …”
 
 “Andrò in pensione più presto che posso … anche con la minima se è il caso. Non mi importa se perderò una percentuale del trattamento … Cercherò di arrotondare con qualche lavoretto, mi procurerò qualche notte o qualche assistenza saltuaria … Non voglio scoppiare lavorando, nè finire dopo tanto lavorare dentro a un letto accudita dai miei colleghi … Sono una di quelle poco furbe, forse stupida, mi sento consumata … Non so fingermi malata o esaurita, e non so dire di no se mi chiamano a sostituire i colleghi assenti … Ho anch’io a casa una mamma “guasta” a cui badare, così come ho una famiglia da accudire come tanti altri … Sento che tutto questo ha un prezzo anche fisico da pagare … Ho amato per tanti anni questo mio lavoro … ma ora sento che si stanno scaricando le mie batterie …”
 
Ascolto muto ancora una volta, affascinato soprattutto dalla penultima frase che non riuscirei a pronunciare … Il caffè è terminato e sono rimasto solo. Mi rimangono pochi minuti.
Guardo lontano … In fondo, oltre l’aria rarefatta e pulita appare nella penombra sfiorata dall’alba la chiosca nera dei monti ancora innevati. In cima alla dorsale scura lampeggia la luce del rifugio alpino posto sul culmine della cresta delle prime propaggini montuose. Quanti ricordi ! A volte sembrano un miraggio lontano, come mai accaduto. Eppure sono avvenuti giorni in cui scappavo fuori dal turno di notte di lavoro con lo zaino in spalla, la piccozza e i ramponi, e andavamo a perderci volontariamente, a smarrirci fra le cime e dentro a quel mondo naturale alettante e selvaggio che amavamo sentirci pulsare intorno. Un mondo grande e aperto, per davvero una grande alternativa all’ospedale. Un respiro cosmico diverso che si apre sopra e oltre quello riduttivo, asfittico, afinalistico e mortale delle corsie e del ripetitivo lavoro quotidiano. Un po’ mi mancano quelle faticose evasioni rigenerative … Sono solo ricordi effimeri e illusori ?
Emetto un ultimo soffio annoiato e pensieroso, e inizio un’altra giornata di lavoro … Ci risiamo di nuovo, come ieri, come domani.
Stavolta mi ha sorpreso e sconcertato una nostra paziente col suo feroce razzismo. Ce l’hanno insito e vivo dentro in molti, più di quanto immaginassi. Quasi non credevo ai miei orecchi, sembrava un brutto sogno.
 
“Sento profumo di merda in stanza … di nero … d’africano. Quella stessa puzza che si sente a volte anche nei corridoi …”
 
Divertita e sorridente, ha sbattuto in faccia queste frasi a una collega di colore, senza tante reticenze. Non sazia, ha rincarato poi la dose:
“Siete troppi … Venite a rubare il lavoro a nostri figli … Tornatevene a casa vostra …”
 
“In verità noi avvertiamo solo odore di squallida e deprecabile razzista … Questa persona ti sta pulendo gentilmente il culo, ti sta accudendo e lavando … Ti sta dando quel che hai perso e non riesci a fare da sola … Dovresti almeno esserle riconoscente se non altro …”
 
Solo la nostra serena professionalità, il fatto d’indossare il pesante abito della malattia l’ha salva, e ci ha impedito di risponderle con parole prepotenti quanto le sue.
Nulla permette d’esprimersi così …
“Quando siamo nel bisogno siamo tutti come “neri, scomodi e antipatici” nei riguardi degli altri … Se ti trattassimo alla tua stessa maniera tu saresti finita, dovremmo gettarti nella spazzatura … E invece siamo qui, lei compresa come e quanto noi … Certe volte bisognerebbe morsicarsi la lingua prima di parlare …”
 
Fuori della stanza e lontani dai pazienti è sfogata la rabbia e il fastidio:
 
“Mamma mia ! … Se non fosse che è malata la scaraventerei giù per le scale con la carrozzella e tutto il resto a 200 all’ora …” commenta uno un po’ fumino e arrabbiato, ma è solo uno sfogo, uno sfiato del disagio triste che provavamo tutti dentro.
“Spesso ci illudiamo d’essere persone civili e per bene … Dietro la facciata cordiale e le belle apparenze coviamo dentro tante ostilità e bassezze perverse … Siamo primitivi, bestiali a volte … oltre che finti e mascherati di bontà e simpatia.”
“Forse è solo la reazione di una che si è messa definitivamente in letto* … Forse rivendica in questo modo e disprezza quello che sta perdendo per sempre …”
(*A Venezia c’è un modo popolare di dire: “mettersi in letto”, usato per indicare quella fase della vita incerta e definitiva in cui non ci sarà più recupero e ritorno. Si indicano così gli ultimi giorni di vita, la fase terminale gravissima che non promette niente di buono.)
“Non capisco … Almeno chi è malato e prova la fatica della privazione e del soffrire dovrebbe essere più buono e più accogliente nei riguardi degli altri … Talvolta sembra che non impariamo niente dal vivere … Parliamo tanto, ma siamo sempre fermi al punto di partenza. Certe atteggiamenti negativi li abbiamo radicati dentro … C’illudiamo di cambiare …”
 
Riecco ancora una volta l’illusionista invisibile che passa.
Trascorrono le ore danzando dentro all’orologio e nella mente … Una collega confabula da sola con se stessa percorrendo il lungo corridoio … ad un certo punto sorride, sembra contenta.
“Ma che cosa ti stai dicendo ? … A che pensi di così felice da farti sorridere da sola ?”
“Ah … a volte fra un pannolone sporco, una medicazione, e una padella penso ad altro … Sogno una vita diversa, cose belle … di viaggiare e di non lavorare più … Penso di tornare al mio paese di un tempo e di fermarmi con le vecchie amiche a chiacchierare all’ombra della vecchia pergola rimanendo a cantare una nostra vecchia canzone … So che è illusorio, ma in qualche modo mi conforta e mi da la forza di vivere la mia giornata …”
 
L’illusionista sta ripassando ancora … stavolta piacevolmente …
feb 22, 2015 - Senza categoria    No Comments

“QUANDO LE DONNE “ESPLODONO” …”

donne

E’ vistoso il titolo, lo so … promette chissà che cosa e chissà quali discorsi, ma si tratta delle mie solite e tipiche esternazioni alle quali credo siate in parte già abituati. Non sono mai riuscito ad essere per davvero provocatorio, ma mi piace “giocare” con le parole nel tentativo a volte un po’ goffo quanto probabilmente inutile di condividere i miei pensieri. E’ questo il“bello dei Social” …
“Chi dice donna … dice: danno …” ci dicevano ironicamente negli ambienti “Pretereschi” dei tempi del mio Seminario quand’ero giovanissimo. Ma noi ci ridevamo sopra non credendoci per niente, perché vedevamo “altro e ben di più” in quelle creature gentili che camminavano armoniosamente e bellamente in giro per Venezia e la Terraferma, con le quali era amabile interagire e spartire quel che eravamo.
Il tempo che ho vissuto mi ha confermato ampiamente questa sensazione aggregandola però a molte altre che nell’insieme mi hanno dato del mondo femminile una certa mia visione che mi porto appresso quotidianamente e fin dentro casa.
Le donne sono certamente diverse dagli uomini, non c’è parità ed emancipazione che tenga … E fin qui, detto niente di nuovo … è come scoprire che accanto al bianco esiste il nero, oltre al giorno c’è anche la notte, insieme al caldo esiste il freddo: ovvietà, insomma.
Però mi è sempre piaciuto quel tono di voce alto e canterino che di solito le contraddistingue, eccetto le solite vecchie megere con la voce rauca raspante, quel modo di guardare acceso e profondo con quella sensibilità e disponibilità tutta rosa capace però di mascherarti che mentre ti ascoltano stanno pensando a tutt’altro.
Le donne possiedono un modo tutto loro, non imitabile e clonabile … O sei donna o non lo sei, non si possono scopiazzare ed emulare … vieni subito smascherato. Ti ritrovi impacciato e artificioso se solo provi a metterti nei loro panni … Perfino l’odore, il sapore, il tatto delle donne è diverso … E’ come se col gioco degli ormoni, delle essenze, delle creme additive, dei trucchi e dei profumi fossero capaci di indossare una pelle alternativa ben diversa da quella di noi uomini. Puoi andare finchè vuoi dall’estetista, dal curacalli, ed entrare nella migliore delle boutique … ma non avrai mai lo stile e il portamento che sa indossare e portare a spasso una donna … Fosse anche meno giovane, o perfino anziana … non ce n’è per nessuno, possiedono sempre quel “quid” particolare che la contraddistingue e le rende uniche. Ed io di anziane la so lunga …
Le donne, insomma, sono uniche nel bene e nel male. Anche se non so se questa sia da considerare del tutto e sempre una fortuna.
Per gli uomini, invece, è diverso … e per tanti motivi. Innanzitutto sembra che il destino ci abbia concesso di vivere un’esistenza caratterizzata da una progressiva ascesa prima di piegarsi verso un’inesorabile declino e discesa irreversibile. Quando si è giovani si mira ad un apice, ad affermarsi ed arrivare a una meta e da qualche parte. E per far questo ci esibiamo in mille performance senza risparmiarci e senza remore e reticenze. Dobbiamo essere, apparire, ringalluzzirci e“metterci in campo” (come direbbe qualcuno di nebbiosa memoria) … e per riuscire nel nostro intento spesso non ci facciamo scrupoli di spintonare gli altri, scavalcarli, aggirarli e pestare anche qualche piede … se non di peggio. Si sogna e si progetta in grande, si tenta … E’ lo scopo, l’obiettivo che conta !
E in molti spesso anche si arriva, ciascuno a proprio modo e raggiungendo diverse mete e scopi. Poi, giunti al culmine … come accade nello sport e nel tanto amato Calcio, si passa dal gioco giocato a quello teorizzato e guardato. Quando si è trovato il lavoro fisso, si ha messo su famiglia e figli, si è pagata la maggior parte del mutuo e l’automobile carina sta già nel nostro garage … si giunge all’età dell’appagamento e del“successo” ormai da godere e conservare. E lì comincia la nostra fase di discesa.
Si mette su pancetta, si comincia a giocare sul campo piccolo e non più su quello largo da undici giocatori, o non si guarda quasi più la partita, accontentandosi di commentare il risultato e di profetizzare e idealizzare la tattica. Oppure, passo successivo, non si guarda più la partita seppure rimanendo seduti davanti alla televisione accesa, ma ci s’industria a scommettere impazzendo con il gioco della Fortuna e della sorte, e affrontando le nefandezze del nemico destino.
E’ già accaduto tutto quel che doveva accadere, ci riscopriamo improvvisamente mezzi vecchi e non più inossidabili e imbattibili come prima … anche se non lo ammetteremmo mai neanche sotto tortura. Dentro di noi abbiamo ben chiaro che è trascorso il tempo dei sogni e dei progetti, quell’età spensierata e giovanile in cui volevi diventare questo o quello. E accanto al rammarico per non esserlo diventato, ci assale la noia di quel che stiamo ora monotonamente e quotidianamente vivendo … Ci lasciamo crescere la barba e allungare i capelli, tanto per illuderci che stia cambiando qualcosa e non si è totalmente prigionieri di questo ciclo continuo … ma sappiamo bene che non è così. Noi siamo quelli: punto e basta, c’è ben poco ora da cambiare … Siamo quelli, e per di più in discesa … per cui dobbiamo guardarci bene dallo scivolare maldestramente e dal procurarci i primi acciacchi difficili e lunghi da guarire. Rimanere in panchina non è piacevole, e stare fuori per infortunio è ancora peggio … E’ l’età in cui è necessario essere accorti.
E le donne ?
Le donne sono lì … di fronte, accanto, sembrano eternamente giovani e pimpanti, come se avessero fatto un patto col Diavolo e per loro non passasse mai il tempo. Siamo coetanei, ma a volte guardandoci allo specchio noi sembriamo il nonno … Ma anche questo non lo diremo mai !
In realtà le donne sono abilissime e con le loro armi sanno vincere la lotta dell’immagine combattendo il tempo. Sanno bene che è una vittoria ingannevole e fasulla … però intanto se la godono e la passano bene nascondendo rughe e i fili bianchi dei capelli, colorando all’inverosimile le unghie, saltabeccando sui tacchi impossibili, indossando abiti più larghi o viceversa spremendo le attillature, e provando ad entrare ancora dentro a quei tailleur di qualche anno e misura fa. E’ l’epoca in cui le vedi battagliare col frigorifero, correre giorno e notte lungo gli argini … rifugiarsi nella Nutella, e inneggiare alla dieta snella e vegetariana … Farebbero esplodere le bilance sempre false e mai credibili mettendo al rogo se potessero chi l’ha inventata così perfida e crudele.
L’uomo intanto è lì, immobile come un semaforo sull’incrocio. Fa la siesta e s’impingua da buongustaio uscendo con gli amici o con i colleghi, o strafogandosi nelle feste di matrimonio danzando con l’eleganza di un orso ubriaco. Mettendo un po’ di gel ai capelli e indossando un foulard tenta di sorridere e fare l’occhiolino alle donne giovani, illudendosi di recuperare quella vitalità che ha ormai perduto. Sogna una seconda giovinezza, e a volte gli riesce in un sobbalzo d’inseguire qualche esperienza alternativa spremendo le ultime risorse che gli sono rimaste, ma spesso “scoppia” per strada, “rimanendo sotto ai ferri” di qualche donnina molto più fresca ed energica di lui della quale non riesce a tenere ritmo e passo.
Un po’ se la vanno a cercare certi ometti … ma nell’insieme ci pensa il destino a far tornare i conti e a livellare certi dislivelli. Insomma, giunti a un certo punto della discesa gli uomini procedono con qualche saltuaria fiammata … Come a dire:“Occhio ! Guardate che ci sono ancora anch’io ! …” Si danno da fare, o perlomeno danno a vedere di aver ancora voglia di rimettersi in questione, d’aggiornarsi e tenere passo e briglie della propria vita e dei tempi moderni in cui stiamo vivendo. Ma gira e volta la minestra resta sempre la stessa … e giorno dopo giorno guardandosi allo specchio gli uomini si ritrovano sempre più essenziali e liofilizzati, sempre più con lo scatto corto e il fiatone quando arrancano in salita o salgono le scale con uno scatolone in braccio.
La paura di non farcela a causa del vivere in discesa e dell’incremento anagrafico diventa un’ossessione. Perciò s’accende nella loro mente la soluzione delle soluzioni: la pensione. Il rimedio ad ogni male, una nuova pagina da voltare, la libertà da tutto quanto si è faticosamente conquistato e interpretato per lunghissimi anni. Sembra il “Sole dell’Avvenire” … quegli orizzonti ameni e felici a cui tanto inducevano certe ideologie di qualche anno fa.
E solo per l’arrivo della mitica pensione s’inizia a vivere, sperare e aspettare … Diventa un tormentone, un’immagine stabile con cui si convive, con cui si va a letto e in compagnia della quale ci si alza il mattino dopo. Se ne parla in continuità con i colleghi, induce alla visita dei Patronati e alla ricerca sullo stato dei contributi depositati presso l’INPS … Nel tempo libero o nel cuore della notte, perché diventando vecchi si comincia a dormire di meno, gli uomini rimangono lì a interrogare e studiare attentamente Internet per scoprire tutte le possibilità di fuoriuscita, le finestre utili e tutte le possibili scorciatoie per ridurre anche di pochi mesi se non giorni “la tortura sempre più impossibile” del lavoro e dell’attesa.
Alle sei del mattino mi capita di trovare colleghi monocordi che iniziano la giornata dicendo: “Non ce la faccio più … Mi mancano solo sei, dieci, quindici anni … Ho già iniziato il conto alla rovescia …” Se ne stanno lì, mentalmente in stallo, come in folle, sempre su quell’unico pensiero … mentre tutto il resto che gira loro intorno non conta più. Che miseria ! Come si fa a vivere così, è una paranoia, una frustrazione immensa … Non è più vivere normale.
A volte mi diverto a chiedere: “Ma che cosa farai una volta raggiunta l’agognata stagione della pensione ?”
Vedi lo sconcerto e lo sgomento in certi occhi. “Non lo so … Niente …” è la risposta più frequente. “L’importante è arrivarci al più presto …poi si vedrà …” aggiunge qualcun altro.
“Sarebbe meglio poi godersela questa benedetta pensione … Riempirla con qualcosa, Non intenderla come un salvagente o il raggiungere un’isola deserta in mezzo a un mare di niente.”
“Non preoccuparti che quando ci arriverò mi inventerò qualcosa … Saprò che cosa fare …” mi rispondono altri cercando di salvarsi in corner. E poi ti capita di rivederne qualcuno che andato in pensione viene a salutarti al lavoro.
“Per vedere come va e come ve la passate, se le cose sono rimaste ancora le stesse … Un po’ mi manca tutto questo mondo … a volte mi sento perso e non so più che cosa fare … Sto cercando un lavoretto, perché altrimenti così ridotto sono finito …”
“Pirla ! … Tanta attesa, apprensione e ansia per nulla … Sarebbe stato meglio condannarti al lavoro a vita, visto che non sai goderti come una nuova opportunità di vita quello che hai conseguito.”
 
Certi uomini pensionati sembrano un tram fermo al capolinea, una balena spiaggiata incapace di nuotare nel mare aperto della vita.
E le donne ? Stavolta è diverso, anche loro pagano dazio. Inizia anche per loro l’ora in cui corrono a spalancare le finestre in pieno inverno e guardandole a volte ti verrebbe da correre in cerca di un estintore. Alcune sembrano delle vaporiere, e ti verrebbe da prenderle e metterle immediatamente in una vasca piena d’acqua gelida, o perlomeno assumere uno di quegli antichi eunuchi che trascorrano un po’ del loro tempo a sventagliarle con le piume coperte da veli sottili e sparse su mille cuscini colorati e comodi.
Ma per le donne in ogni caso è tutto diverso.
Sì anche loro a volte non ce la fanno più, sono stremate e bramano la libertà della pensione. Ma in maniera diversa, perché hanno dentro un clichè diverso dai maschi. La mia mamma nella sua estrema semplicità aveva ragione quando diceva:
“Le donne vivono a stagioni, come a capitoli e puntate diverse … Giunte a una certa età seppelliscono i mariti e rinascono … e cominciano una nuova vita andando in giro in gita con le amiche e col cappello colorato in testa come non avevano fatto mai …”
 
E’ vero.
Le donne vivono stagioni e primavere successive nella loro esistenza, a differenza dei maschi che perseguono l’unica:“salita e discesa”. Dopo essersi godute certe estati fruttuose e di successo come quelle dell’Amore e dei Figli, attraversando diversi autunni di fatica e deperimento e inverni di malessere e abbattimento, trovano quasi sempre la forza nascosta da qualche parte per ripartire e incominciare un’altra nuovo giro di stagioni ed emozioni. Sono come delle crisalidi che s’impupano e sanno tornare da essere di nuovo farfalla attraversando una loro metamorfosi a volte incomprensibile per noi ometti … che a volte non ci accorgiamo di niente. Accade quindi che ogni tanto le donne “esplodono”, anzi, implodono per poi ripartire diverse, come riconciliate e ritrovate con se stesse. Anche se non è che questa trasformazioni non costi niente … qualche volta qualche“pezzo” lo perdono per strada ritrovandosi con rughe, acciacchi e menopausa.
Casualmente ascoltavo giorni fa il contenuto di una telefonata nelle vicinanze. Nella conversazione la donna esprimeva grande determinazione e voglia, proponeva al figlio senza esitazioni di rispettare e combattere per perseguire gli obiettivi prefissati nonostante ci fossero difficoltà da superare.
“Che grinta di donna !” Ho pensato. Chiusa la conversazione e il cellulare, ha concluso:
“Che stufa ! … Non ne posso proprio più.” ed era proprio l’immagine dello sconforto e della stanchezza.
In ogni caso, mi chiedevo il perché di questa loro capacità di“rinascita” … La spiegazione sta forse nel fatto che a differenza di noi maschi le donne pagano maggiormente il prezzo delle loro performance, la vita chiede forse loro di più, e per questo le fornisce di qualche ulteriore scorta di energie di riserva.
Avete mai visto una donna partorire ? Sembra una potenza della Natura … un’energia sprigionata inimmaginabile.
Per questo riescono a ricaricarsi e ricominciare, perché possiedono una capacità e una consuetudine a produrre energia che noi maschi assopiamo o esauriamo rapidamente, o proprio non possediamo. Noi siamo capaci di grandi botti con tanto fumo … e poi basta. Le donne, viceversa, scoppiettano forse ratealmente come piccoli petardi … ma molto più a lungo, con più possibilità e maggior capacità di dar spettacolo … anche a distanza di tanto tempo. E’ forse la legge, uno dei trucchi insiti della Natura … non l’ho di certo scoperto io.
Durante queste loro metamorfosi infatti, le donne non è che rallentino e si fermino più di tanto. Nel loro orgoglio procedono cercando di non tralasciare una sola virgola di ciò che hanno sempre fatto, vanno come in automatico senza mollare niente … Tuttavia trapela qualcosa: le vedi più annoiate e demotivate, più stanche e avvizzite, private di quell’entusiasmo e di quel gusto di agire e fare che possedevano un tempo all’epoca del loro rigoglio migliore.
E l’uomo ?
L’unica cosa di cui si accorge è che la moglie è nervosa, tiene qualche volta inspiegabilmente il broncio, e non cucina più esattamente come prima … Butta un po’ là, ed è più ripetitiva nei discorsi, nelle pretese e soprattutto quando va a fare la spesa, così come dimostra meno cura nel fargli trovare prontamente i calzini, le mutande e le canottiere al loro posto nel solito cassetto. E’ un campanello d’allarme … ma l’uomo risolve tutto lasciandolo suonare … al massimo “una tantum”aiuta la compagna a portare le sporte delle spese, e se proprio bisogna passerà l’aspirapolvere per la casa, o aggiusterà quella cosa che è rimasta rotta da tempo ormai immemorabile. Un gesto di buona volontà e disponibilità nei riguardi della compagna di sempre, che inspiegabilmente scopre essere stranamente irritabile e insofferente, talvolta al limite con l’aggressivo e l’illogico.
“Sei un fonfo imbranato ! … panciuto e incapace …” ho sentivo strillare qualche giorno fa da una vicina di casa.
“Sei lo spettro di quel bellissimo essere fascinoso e imperdibile che ho conosciuto e conquistato un’intera epoca fa … A volte vali tanto quanto e forse meno del gatto e del cagnolino … Sei solo un’appendice, un sopramobile da spolverare e sistemare come tanti altri … da ascoltare qualche volta, ma solo per il gusto di farti contento … Tanto ripeti sempre le stesse cose … Sei una noia, un essere molle e inutile …”
 
Eppure sembravano una coppia felice fino a qualche tempo fa.
Mi fanno tenerezza, non pena, le donne in queste circostanze … Perché le vedi provate, doloranti e sfatte, quasi indifese anche di fronte a se stesse. La loro guerra è con lo specchio: si vedono brutte e sciupate, cadenti, gonfie … anche se in realtà rimangono bellissime.
Dopo un po’ di tempo le ritrovi piene di freddo e insciarpate, senza i tacchi vertiginosi e la solita minigonna, senza il trucco vistoso e con un tonalità di colore più calda dei capelli tagliati più corti … Sembra si stiano faticosamente tirando dietro il mondo intero, e le senti contestare questo o quello fitto fitto e insoddisfatte. Anche l’amica del cuore non è più la stessa, perché dopo tanti anni si sono ormai dette e confidate più di tutto. Provare a discutere con loro in questi momenti non è facile perché se tu dirai bianco sarà probabilissimo che si schiereranno a favore del nero. A volte bisogna proprio proporre loro il contrario per ottenere quel che vai cercando veramente. Quella certa ingenuità che a volte indossano … a volte la mantengono, almeno alcune di loro … altre invece ti“divorano” bellicose, tutt’altro che depresse e spente.
“Che tempo fa oggi ?” ci chiediamo a volte fra colleghi al lavoro osservando strategicamente qualcuna.
“Perturbato, nuvoloso con qualche schiarita … parzialmente soleggiato …” e comprendiamo al volo perché. L’importante è non essere costretti a tirare fuori l’ombrello, dover star zitti o prepararsi al peggio … Ma qualche volta c’è anche una bella giornata di sole che può durare anche più di una giornata.
Che aggiungere ancora e di più ? Che per tutti fluisce il tempo inesorabile … E’ questo in realtà ciò che conta. Per tutti, maschi e femmine, gira la giostra luccicante della vita … anche se ciascuno la vede, l’intende e occupa a modo proprio. La maggior parte di noi, poi, non è molto interessata e non prende in considerazione il fatto che potrebbe anche fermarsi … prima o poi. Noi Infermieri, invece, siamo costretti ogni giorno a considerarlo … che ci piaccia o no … uomini e donne, o donne e uomini … come preferite.
feb 18, 2015 - Senza categoria    No Comments

“ORE CERTOSINE … PAVESI”.

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Non E il massimo iniziare Una settimana di ferie dovendosi recare obbligatoriamente un corso d’aggiornamento delle Nazioni Unite, MA GUARDA I Tempi Che Viviamo, guardo Oltre e mi metto in strada. Anche a Venezia l’ora mattutina di Punta e nevrotica e intasata, Passano Tutti i bus del Mondo Meno Che il mio … Fremo anch’io per la fretta, l’orologio SEMBRA Correre Più svelto, lo sottolineare Pigola Nel cervello … odio presentarmi in Ritardo da Qualche Parte. Scalpito sul posto impaziente Osservando i soliti “leggiadri del Mattino” Che Fanno footing … i camini fumano e biancheggiano sui tetti di Venezia, Una campana anonima sbattacchia in sottofondo nascosta da Qualche Parte fra calli e campielli dentro un QUESTI Ultimi giorni di Carnevale Veneziano Grigi e umidi … bus E ‘Tardi, e il bus E stracolmo di gente stretta spalla a spalla, E Molto Diverso Dai miei soliti del mattino presto Che sono “solo miei” .
Infine Riesco a scappare da Venezia traboccante, asfissiata ed intasata Più che mai. OGNI anno il Carnevale la sta prendendo sempre Di Più per la gola. Senti la città annaspare, quasi scricchiolare sotto il peso pressante delle Migliaia Che la invadono infiltrandola in OGNI spazio e piega … C’è poco spazio per il solito vivere dei Veneziani.
Vado a Pavia un riguardare la Certosa, il Che non e Di Certo“un buco” in mezzo un campo un … Anche se in mezzo ai Campi si TROVA per davvero … Poi Già Che ci siamo, ci mettiamo Vigevano Mai Visto, e ONU salto un Milano per Vedere la mostra di Van Gogh. Non Sono mai Stato Molto fortunato nell’andare a visitarla. O l’ho raggiunta MENTRE la stavano chiudendo, o le condizionali meteo non erano ottimali e l’ho Trovato buia e oscura, intristita quasi. Chissà perché, il pensiero di ritornarci mi rincuora e mi entusiasma, mi attraggono Quel Genere di posti Ogni volta di più … Non me ne Sono Spiegare il Motivo … (e invece sì, ce l’ho Chiarissimo, pensate ai di miei Precedenti) .
La Laguna e il cielo di Oggi, venire la Stazione Ferroviaria di Venezia Sono bui venire l’Inferno.
“Si riparte … Altro giro, Regali altri … L’importante è Andare …”
 
Saliamo in treno, e vieni il solito frullano Le nostre teste, e con Loro il fascio delle Mappe, AP, Programmi, Orari e coincidenze.
“Sarà meglio prendere il biglietto di andata e ritorno di quell’altro treno, o decideremo lì per autobus alternativo ONU?… Speriamo di non trovare code … La mostra E Prenotata vero? … Ah! C’è Anche la Visita guidata stavolta. Bene! … Faremo un tempo Anche a sbirciare qualcos’altro? … “
“Non ABBIAMO TEMPO a sufficienza … Speriamo di riuscire a mantenere il ritmo e Sopravvivere a tutti Quei trasbordi Che ci aspettano … Ma ne varrà la pena venire il solito …”
 
Il treno si muove pigro, quasi strascicato e svogliato … Si va … chiacchierano del Più e del Meno.
“Ti ricordi le pere di Suor Giacinta fa cinquant’anni? … E i Corridoi nell’Asilo delle Suore tirati a lucido con la cera dove non si Poteva Camminare Liberamente ma solista Switch to in punta di piedi giusto un ridosso della parete? … E noi s’andava a scivolare di nascosto … Ti ricordi lo sgabuzzino buio dove ci chiudevano in castigo? … Tremende le Suore … “
 
Giro lo sguardo Oltre il finestrino: intravedo Di sfuggita Una Persona Che fruga nella sezione Un cassonetto traboccante di Rifiuti … poi campi brulli ricoperti di neve, paesi e CITTADINE dilavate Dalla pioggia Che Scorrono via … Il treno corre odoroso e saturato di PERSONE … il finestrino E Disegnato e spruzzato da Una coltrina di gocce Che Sembrano danzare. Mi volto Dalla parte opposta ha: un signore barbuto Dalla camicia linda mormora Preghiere Ascoltando ad occhi chiusi le Sure del Corano dentro Agli auricolari … Dietro a lui Scorrono Scenari di tetti immacolati, Ancora campi innevati … tutto SEMBRA in bianco e nero. Il treno continua ad allungarsi Sulla piana Padana rincorrendo e Superando alberi stecchiti, larghe pozzanghere Bagnate e lucide. Una distinta signora Seduta Accanto a me sfoglia nervosamente Una rivista alla velocità della luce, mi sventaglia spaginando … Siamo Entrati sparati dentro alla nebbia, sobbalziamo sparati in Velocità … Scorrono fabbriche e capannoni tetri, terra nuda e nera, Casolari spenti cinti di mura, casupole isolare, stalle, ONU gregge di pecore addossato un muro un … e binari, binari, binari … Incroci con Linee secondarie di campagna … Un allevamento di lumache … e poi basta: i finestrini si Sono ricoperti di condensa umida e opaca.
“Con this tempo troveremo solista il comignolo della Certosa Che spunta Dalla neve … Sarà sepolta …”
 
I volti Dicono le PERSONE, faccio supposizioni sui lineamenti … Una ragazza Accanto si APRE un’ONU candido sorriso: ha Appena Ricevuto Una bella notizia. Mormora contenta Nel cellulare: “Sono Nella graduatoria! … Mi chiameranno prestissimo … Ho Finalmente un lavoro! “ prima di rimanere un Guardare Lontano rapita e soddisfatta Sorridendo a tutto e Tutti ea nessuno.
Ci muoviamo nell’interland milanese Fino a Rogoredo.Pensavo fosse paesotto di campagna delle Nazioni Unite, e invece mi ritrovo a Una neutra periferia iperattiva e densa di edilizia … Un extracomunitario “nervoso” e PRIVO di Documenti Vienne Accompagnato via da causa Poliziotti … E ‘un posto cupo, UN “po ‘Così “ , senza volto e da sbadigli, fra pensiline immenso, la Metropolitana Che vomita di continuo folle di gente anonima e variopinta ma sempre frettolosa, e treni in transito Che Fanno vibrare tutto sferragliando.Acciuffiamo la coincidenza “al volo” sbaruffando con l’orologio … e siamo finalmente a Pavia.
Il Castello Sforzesco E mesto sotto la pioggia battente.Doccioni scrosciano acqua ovunque nell’ampio cortile aperto con un’ala di edificio demolita da SECOLI … grazie tozze bocche di cannone brillano dilavate Dall’Acqua … Sotto alle Volte Antiche invase Dalle ombre percorriamo itinerari museali, riconosciamo opere d’artisti famosi e ALCUNI Reperti dei Longobardi.
“Speravo di vederne di più … era Pavia Capitale dei Longobardi … Cividale E più bella e maggiormente Fornita … sebbene la raffinatezza e lo stile Siano Gli Stessi … non capisco … Hanno ONU unico museo qui a Pavia cato E al Metà chiuso e non accessibile … Solite carenze di Personale, ma non solo … SEMBRA manchi l’interesse, l’Organizzazione … c’erano cinque PERSONE impiegate fra biglietteria e bookshop, ne bastavano Forse a causa … e Magari Una sala aperta in piu? “
“Dicono Che a Borgo Ticino ci Siano dei bei loculini! … Localini … “
“Loculini? … Che è? Si mangia in cimitero? ” … E Giù a sorridere, gita gastronomica Anche stavolta.
L’ombrello E diventato Una protesi irrinunciabile … e scoviamo nascosta fra caso anonime la chiesa di San Teodoro. Una sorpresa di affreschi, leggende e storia. Pensavamo Fosse Una chiesupola secondaria di scarso Valore artistico, e invece ci ha meravigliato non poco. Una delle cose belle di Pavia … con le Mappe antiche della città Padana dipinte sui muri, la navigazione Lungo il Po ‘… Scendendo e Risalendo also Fino e da Venezia. Qui giungevano i Veneziani a mercanteggiare … e siamo per davvero Distanti Dalla Laguna.
Ancora pioggia, Ancora cose belle … San Michele di Pavia : bellissimo pur Nel Suo volto scrostato e mangiato dall’inquinamento Che ha corroso la facciata e le sculture rendendole irriconoscibili quasi. Un gioiellino Sulle strade antiche dei Pellegrini Europei, Una tappa di sosta Importanti Sulla Via Michaelica, la Famosa Via dell’Angelo Che Faceva Switch to i Pellegrini per Mont Saint Michel in Francia, la Sacra di San Michele in Piemonte e proseguiva giù per Tutta l ‘ Italia Fino a terminare al Santuario di San Michele sul Gargano in Puglia … Passava Anche per Venezia dove C’era la chiesa dell’Arcangelo Michele: Sant’Angelo, Che Oggi non esiste ha Più.
“Procura Una certa emozione Immaginare Che qui passavano, sostavano, facevano le Loro devozioni, si curavano e alloggiavano in Qualche ospizio qui Intorno … E ‘arrivato la medioevale Via Francigena, il Cammino di Santiago di Campostela per, i percorsi dei Romei per Roma e per la Terrasanta … Bello! … E interessante … “
 
Incontriamo una signora Padovana volontaria Che riconoscendoci per Veneti Come Lei si commuove e ci Abbraccia tutti. “Vivo qui a Pavia da cinquant’anni, però Sono Rimasta Veneta Fino alle Midolla … è la Patria della mia infanzia …” e presa dall’emozione ci condurre una VEDERE Cose non visitabili: un mosaico antichissimo e mirabile dei Mesi Che Si e salvato Perché finito sotto alla Costruzione di ONU altare ora Rimosso Casualmente. Ci soffermiamo Ammirati Anche Davanti a Uno spettacolare e grande Crocefisso in argento e oro chiuso in Una teca.
“Era fuori alle intemperie, diventato tutto nero. Per this Si e salvato also Dalla furia di Napoleone … nessuno immaginava Che Fosse Fatto di metalli preziosi Così … Un capolavoro veneratissimo per SECOLI … Per fortuna Uno dei Parroci Precedenti, era il Che Un vero amante dell’Arte, l’ha salvato … “
“Non è RIMASTO Molto del passaggio degli antichi pellegrini?… Anche qui E Passato pesantemente “il distruttore”? … Napoleone ha “spazzolato” via tutto? “
“Sì … E Che scempi Che ha Combinato! … Dove non ha potuto depredare e saccheggiare ha Distrutto … pensate Che alla Certosa non potendo asportare le formelle artistiche della facciata, i Francesi si Sono accontentati di spezzarne un Colpi di fucile Tutte le teste delle statue … Solo per il gusto di sfasciare e rovinare, deturpare e vessare … Che bestie! “
 
Vaghiamo per Pavia … una città un po ‘scialba, sbocconcellata, con scarsa Vocazione turistica: il museo Che C’è e non C’è, l’ufficio turistico chiuso, scarse o inesistenti predette Indicazioni in giro, Nessun percorso o itinerario per valorizzare Quel Che Hanno. Percorriamo le Arterie Principali intasate dal passeggio e lo shopping prefestivo Dallo nda numerosi negozietti affollati … Ci Sono I giovani dell’Ora dello Happy Hours Che precede Quella dello sballo … C’è l’immancabile folla ubiquitaria ed insistente dei questuanti, dei finti stampellati Moribondi quasi, tremolanti e bisognosi Che vivono d’espedienti. Uguali spuntano in città OGNI, ovunque venga funghi, also Nella Capacità di “tampinarti” in maniera ossessiva e fastidiosa per tentare di scroccarti qualcosa … Il Duomo E Decisamente brutto, Almeno per I nostri gusti … Cosi Come ABBIAMO giudicato orrende, degli obbrobri , Certe Chiese moderne dei quartieri periferici costruite non so Secondo Quale canone estetico, e non spendendo Certamente solista causa lire … IlPonte Coperto sul Ticino E Un monumento raro e inconsueto. Lo percorriamo dentro un un’umidità totale quasi irrespirabile, si respira acqua e senso di malessere e spossatezza … E intanto: Piove, piove, piove.
“E ‘Una Cosa del tempo che fu … Oggi non costruiremmo mai Una cosa del genere …”
 
E Immagino le lunghe file di dei Cariaggi dei mercanti fermi in attesa di transitare e Pagare la Gabella per Entrare o Uscire da Pavia … i doganieri burberi e invasivi … Un clacson suona … Apro gli occhi, e mi sfrecciano Accanto le automobili.
Il mattino si riparte con DOPO UN nuovo “menù ”a sorpresa:“Ci mancava la neve!” … E, infatti, ci danza tutto Intorno il candido centellinare ovattato Che biancheggia ovunque ricoprendo tutto e tutti.
“Mi sa Che per davvero troveremo la Certosa sepolta Dalla neve …”
L’attesa per la visita alla Certosa si fa intensa … “Sono Venuto fin qui Soprattutto per questo …”
 
Ed eccola là finalmente, Appena treno Scesi dal mezzo in Ai Campi, avvolta Nella bruma del mattino e al Termine di Una strada fangosa Che costeggia tutto il muro del Suo Perimetro.E ‘per davvero, anzi, E sempre Stata nda SECOLI Un Mondo precluso, Un luogo Lontano e Isolato fuori porta dove accadeva Una vita Particolare Secondo dei dettami e delle Regole alternativa al normale vivere cittadino. E ‘difficilissimo dire e Spiegare venire si Poteva vivere in Una Certosa, servirà piatti ONU Notevole Sforzo della fantasia per intuirlo. In OGNI Caso, qui tutto era della Certosa, apparteneva ai Padri, ai Certosini … non solo le terre, le Acque, i boschi, i ponti, le strade per Chilometri e Chilometri … ma Anche la gente e tutto cio Che esisteva sotto al Cielo . Ovunque C’era stampigliata la sigla:“GRA-CAR” , la Carthusia delle Grazie … era ed al Davvero un timbro d’Appartenenza impresso su tutto e tutti, modus vivendi dettato ONU Dalla Volontà e dal “sentire” dei Padri Che Vivevano racchiusi lì dentro ma controllavano e gestivano OGNI cosa e persona fin nei minimi particolari e dettagli.Curioso per davvero …
Attraversiamo l’ingresso decorato ed entriamo Nel cortile antistante alla Certosa … Il Portone E spalancato, I Cancelli Aperti. Siamo noi da soli, Non C’è in giro nessuno … Eccetto il silenzio. Bello!
Entriamo Nella grande chiesa scura e deserta invasa da ONU freddo pungente e intenso … Incontriamo Un solo custode burbero e accondiscendente insieme … c’illumina vagamente Gli ambienti Nella lunga attesa della Visita guidata: uno spettacolo avvincente e indescrivibile.
Improvvisamente si Spalanca la porta della chiesa ed entra Una fiumana di Filippini e Giapponesi cacciarosi e sgangherati.Crolla l’atmosfera speciale … Per fortuna in Pochi Minuti Fanno il giro della chiesa, osservano distratti in giro e se ne sgalosciando Vanno … Visto tutto, Visto niente … Chissà Che cosa avranno capito della Certosa … ma se ne Sono Già ripartiti dentro al Loro autobus confortevole sotto la pioggia battente.
Torna il silenzio pesante e l’attesa … avvolti quasi dal sudario Di quella ridondanza artistica pregna di storia e interiorità Devota. Vieni riassumere Quanto Si e vissuto lì dentro? Che cosa si esperimentava e si provava in quegli ambienti when Vivevano le età del Loro maggior splendore? E ‘indicibile … era La Certosa Un vero cosmo precluso dentro al Mondo degli Altri, Una specie di animo Che soggiaceva a tutto l’esistente, Una sorta d’aria da respirare obbligatoriamente, benevola ma ossessiva insieme … Alla Certosa apparteneva: i campi, Le Risaie, i pascoli, i Mulini, i fossi, i Raccolti, il bosco e Tutta la legna, GLI ANIMALI, le casupole fatiscenti, le strade, i pozzi … perfino i figli, il bello e brutto tempo, e il destino della gente .Non esisteva nulla Che non fossato sotto il Controllo e l’egida dei Padri … perfino il miracolo dell’amore, la semina e il Raccolto, il ritmo e il susseguirsi delle stagioni, il Mercato, la festa Intorno al fuoco, la Fiera e la Sagra di villaggio, a la carestia e la morte … sembrava Che non esistesse altro, e il Che non ci fossero confini Oltre i Quali tutto non fosse: “GRA-CAR” !
E Anche all’interno Di quella specie di Castello era dorato Che spartiacque misterioso e Porta Tra Umano e Divino c’erano delle Regole dentro alle Regole, come in una scatola cinese virtuale. Dentro alle Certosa esistevano i Padri Che Vivevano la Loro vita eremitica Tutta dedita alla Preghiere e alla meditazione, e c’erano Anche i Conversi Che provvedevano in tutto alla vita dei Padri servendoli e riverendoli per tutta la vita.Quel dettame era esistenziale Espressione Estrema ispirata alle pagine del Vangelo.
“Accanto al Christo c’erano le due sorelle: Marta e Maria … Una Stava Accanto al Signore ad ascoltarlo avendo Scelto La parte Migliore … l’altra gironzolava Intorno indaffarata procurando il benessere e la comodita per tal quale connubio fruttuoso Seduto Accanto alla Divina Presenza … E Così accadeva e si perpetuava Anche per i Padri ei Conversi della Certosa … “
 
Così ci ha decantato il monaco Che ci ha Condotto in giro per la visita della Certosa … L’obolo Lasciato Alla fine del percorso e Una delle poche Risorse Attuali dei monaci per Sopravvivere Oggi.
“La Certosa E Come un prolungamento del Cielo, o se si Vuole Uno sguardo, ONU orecchio e Una mano della Terra spalancati verso l’Alto e il Mistero … affacciarsi delle Nazioni Unite al Paradiso, ONU elevarsi sopra al vivere quotidiano e comune. Il luogo ha Certosa di Certo ONU fascino, Emana Onu “Qualcosa” di speciale Che coinvolge e Prende … “
 
E ‘vero! E ‘Così proprio.
Mi guardo Intorno … è Tutta Una girandola di cappelle, di ambienti sontuosi dove tempo ONU i Padri s’alternavano passando venire spettri Silenziosi un capo chino.S’intrattenevano Nel celebrare in continuità i Loro riti e le Loro FUNZIONI seguendo ONU tempo che era scandito Diversamente dal tempo di Quelli di fuori.
“I Padri si recavano in chiesa nell ‘” Oratorio “e cominciavano il giorno Alle Due della notte celebrando il” Notturno, l’Ufficio della Vergine e dei Morti “e poi la Messa e le Altre” Ore Canoniche della Preghiera “… Pranzano da soli Nelle Loro celle-casette riforniti Dai Conversi, Eccetto Che Nel giorno in cui familiarizzavano fra Loro, oppure Nei giorni di Festa when pranzavano assieme in silenzio e trascorrevano quasi Tutta la giornata in chiesa un Pregare e meditare … Potevano Ricevere Una visita dei Familiari Sono Due volte l’anno, rigorosamente dentro alla fascia oraria fra “Ora nona” e “Vespro” … Solo una volta all’anno Num usufruivano di Una “gita” fuori della Certosa Dall’alba al tramonto … Allora attraversavano Bosco un, visitavano Una Pieve, osservavano Di sfuggita Una città … “
 
Era proprio altro Un Mondo … era La Certosa sono un’emanazione dal Cielo, ei Padri erano Come un lampo divino incarnato e imprigionato dentro una quegli Uomini austeri ma allo Stesso tempo Potenti … Da Tutta la contrada venivano considerati venire emanazione della Trinità Divina … Erano temuti, riveriti, ossequiati e Venerati quasi … ma also Odiati e bestemmiati per le Loro pretese, per il Loro Voler tutto Fino a contarti l’ultimo spicciolo Che tenevi in ​​tasca.
Peccato che lo scempio Napoleonico Abbia disperso un po ‘ovunque Tutti Gli archivi della Certosa ei Documenti Che Hanno scandito la vita dei Padri Lungo i SECOLI. Sarebbe bellissimo poterne scandire le opere ei giorni, apprezzarne A DISTANZA di SECOLI le pulsioni, le attese, le manie, le Decisioni e le convinzioni. Deve Essere accaduto tanto, di tutto, dentro un Quel microcosmo singolare. Basti Pensare Che nda pressi della Certosa Hanno abitato per trecento anni Generazioni su Generazioni di artigiani Che Hanno abbellito e Lavorato dentro una Quel Mondo appartato. Visitando la Certosa ci Sono ALCUNE parti Talmente abbellite e decorare Che non si TROVA Solo Un centimetro Lasciato nudo e non utilizzato. Un abbellimento durato SECOLI seguendo la Volontà del Ricco e Potente Fondatore e Signore Che ha Finanziato Quel Complesso:
 
“Per il bene della propria Anima e Di quella dei Suoi Familiari … e in espiazione delle colpe e citare in giudizio dei Suoi numerosi peccati …”
 
Doveva di averne Certo MOLTI da farsi perdonare … se Alla fine la Certosa di posta risultata Così bella. E ‘Stato Così Che quell’immensa zona boschiva di caccia e divertimento E diventata l’habitat della Chartusia di Pavia.
“E ‘indicibile Quanto è accaduto sotto al Cielo della Certosa, Quanto Hanno provato ed esperimentato quegli Uomini PARTICOLARI Chiusi dentro un Quella cinta maiuscola zeppa d’Arte, Cultura e Spiritualità.” Mi ha commentato e sintetizzato ONU Padre con cui ho scambiato Qualche Parola .
Mi ha spaurito ed emozionato Insieme tempo Quel Luogo … Non Sarei andato Più via. Sarei RIMASTO quasi un Voler rubare e molto mio quell’alone densissimo di Mistero e Sapienza Che Ancora aleggia fra Quelle mura ridotte però quasi un deserto PRIVO di Quelle PERSONE speciali di tempo ONU. Solo di Recente il Papa e lo Stato Hanno voluto ripopolare di Padri Quel posto sottraendolo al Suo destino personale di museo. Meglio così … Altrimenti sarebbe Stato Solo Un cimitero bel senza anima.
DOPO Qualche ora, non Privi di soddisfazione seppure ibernati, siamo usciti Dalla Certosa Tornando a Saltare fra treni e coincidenze precarie. Saliti dentro un fumoso Un treno, soffocante quasi, e tutto Piegato in curva, ABBIAMO raggiunto e superato posti dal nomo singolare Che sembrava tutto un Programma: Mortara, for example, finchè Alla fine ABBIAMO Messo piede a Vigevano: Un’altra delle Nostre mete di QUESTI giorni.
Vigevano si Dimostra Essere poco Più che Una “villa campestre” , ma con Una storia e dei monumenti interessanti sebbene mescolati e Circondati da Quelle Tipiche periferie odierne fatiscenti e ambigue. Ci allontaniamo in fretta Dalla zona della stazione “dal clima” diciamo un po ‘inquietante e poco “salutare” … Non e Di Certo normale dover Suonare ONU campanello e farsi Riconoscere da Dietro Una tendina scostata per Poter Entrare nella sezione Un “normale” bar … Di Certo C’era “Qualcosa” di Particolare da salvaguardare e proteggere … un non Certo bar per famigliole e Turisti Qualsiasi.
“E ‘considerata Una delle Piazze Più belle d’Italia … del Bramante … Carina, ma ABBIAMO Visto di meglio …”
 
Tuttavia la Cittadina e piacevole, il centro storico conserva ONU Suo fascino Particolare Che merita un’occhiata gratificante … C’è da vedere Un bel castello con Una possente torre, mura di cinta, AMPI sottopassaggi una volta Che si percorrevano a cavallo sotto Gli sguardi vigili del Soldati di guardia … Qui Passava il Gran Duca in vacanza, con la SUA bella moglie … Immagino l’enorme scuderia monumentale Tutta una colonne, odorosa di Stallatico e occupata da Uno stuolo di cavalli e cavalieri. Ne Poteva Ospitare una centinaia … Cosi Come Gli ambienti del castello Oggi Occupati da graziosi e Ordinati musei. Ammirevole in QUESTI posti L’attenzione e la cura con cui valorizzano Le cose che Hanno Ricevuto in eredità Dagli antichi. Tutto è composto, ben Indicato, spiegato, custodito, sorvegliato e restaurato con cura.L’opposto Che nella città di Pavia … Il duomo però anche qui E brutto, Neobarocco, neogotico, neotutto … infonde Un Senso di ripulsa, di inestetismo … MA e ben Tenuto e Chiude l’abbraccio della Piazza Famosa invasa Dai carri di Carnevale.
Lasciamo Vigevano Tutta festiva, deserta e chiusa, DOPO Esserci infilati dentro una Un’altra chiesa neogotica, Tutta ghirigori e decorazioni, guglie e archi sfacciatamente irti e acuti.Li dentro ha Dominato la scena la Presenza di Una vecchina Arzilla, dondolante Sulle citare in giudizio Anche sbilenche, intenta a cimentarsi e gridare ONU Suo Rosario serale al ritmo di galoppo. Ha attaccato ONU Paio di Ave Maria ad alto volume di, ndr subito finita a sussultare, ingozzarsi di tosse e singulti, ingolfandosi e bloccandosi riducendo la voce di una delle Nazioni Unite tenue sibilo rauco Che non smetteva tuttavia di orare.
“Odddio! Perdiamo la vecchia! … Mi tocca attivarmi da infermiere … “
 
Un vecchio prete scuro Seduto in Un angolo ombroso della chiesa ha scrutato Tutta la scena impassibile. Poi Si e Alzato e Si e allontanato appoggiandosi pesantemente un bastone ricurvo ONU lasciando la donnetta a tossire da sola. La Tosse ë Durata a Lungo rimbombando sotto Alle Volte decori della chiesa e fin sui matronei Aerei da dove s’affacciava Tutta Una serie di Santi dipinti dagli occhi spalancati. Era soffitto Il ONU tripudio di fogliami, fiori e Pampini dipinti, Le Volte Sembrano pergole di campagna, Cosi Come le vetrate colorate Sembrano finestre su mondi Celestiali. Infine quasi una sfida signal e Salvare la donnina Dagli acuti tossigeni, Si e sciolto sopra Le nostre teste ONU coro di campane Canterine e finte fuoriuscendo da ONU campanile Che non esisteva … Contemporaneamente Si e spalancata Una porta e si Sono aggregato Altre PERSONE alle vecchierella sostenendola Nel coro delle rauche Preghiere invernali.
Siamo Allora Saliti su di ONU autobus deserto immergendoci nella notte totale della piana Tornando a Pavia.
“Come si fa a vivere in certi posti? Una decina di caso in mezzo al niente della campagna … senza servizi, senza bar un, Una farmacia, negozio un … Neanche Una chiesetta, dottore Onu, niente … Ti Potrai also recare Nel paesetto Più Vicino … ma poi Tornerai qui … niente Nel, Tutte con QUESTE distese Intorno … E ‘Una vita difficile, un po’ ritirata … da Certosino moderno anche questa … “
 
E ‘Ormai notte Piena when rientriamo a Pavia, e stremati ci abbandoniamo a degustare le prelibatezze Tipiche e gustose del posto … Poi cala il sipario Un’altra volta, e chiudiamo Gli occhi Silla giornata intensa.
L’ultimo giorno il sole spunta timido spintonandosi fra mille nubi solista when trasciniamo la valigia per Ripartire … SEMBRA Una beffa, Che lo Abbia FATTO A posta. Visitiamo San Pietro in Ciel d’Oro : un altro gioiellino. Non solo per l’Arca della tomba di San Agostino, ma Anche per la bellezza dell’intera chiesa, del Suo catino absidale e del Suo presbiterio ben decorato e armonioso, nonche della SUA cripta mirabile e suggestiva. Un monumento bel, significativo … Poi ci spostiamo Ancora Prima di partire, e faccio scattare TUTTI GLI allarme della chiesa di San Salvatore Nel Tentativo goffo di Andare a VEDERE da Vicino Una serie gustosissima di affreschi su San Benedetto, i Monaci e la vita di San Maiolo … Peccato che tanta bellezza SIA Così disattesa, dimenticata, preclusa e ignorata. Tante leggende, florilegi, storie e vicende meriterebbero maggiore considerazione da Parte also dei Turisti nonche da Parte dei Cittadini Che appaiono indifferenti e distratti, quasi refrattari Nel considerare Certe cose Che possiedono Appena fuori della porta di casa. Sono cambiati indubbiamente i tempi, il sentire, la Sensibilità culturale, Gli Interessi mentali della gente di Oggi … Quelli poi Che Sono stranieri e vengono a vivere qui da noi non possiedono Quel retroscena culturale Che ti fa apprezzare Certe cose. Rimango perplesso e Un po ‘spaesato, mi sento un po’ un dinosauro Certe Volte … tuareg ONU sperso fra i miraggi del deserto.
Saltiamo Ancora una volta su di Un treno … Di nuovo campi, pozze d’acqua immote e lucenti Che riflettono il cielo nuvoloso, Canali, Fossi, Saliceti, pioppeti … Fattorie e quartieri senza pregio … le montagne innevate Azzurrine e alla multa della pianura brulla e scura … Immagino vieni doveva Essere tempo ONU this piana: priva di tralicci, liscia e piatta, senza autostrade, ferrovie, zone industriali, Torri dell’Acqua, paraboliche e Grandi palazzoni … Tutto doveva Essere basso, silenzioso, Interrotto solista Dai Rumori della Natura, dell’Acqua e della campagna … Al Massimo rompeva la quiete Qualche muggito, ONU cigolare di carro, o il grido di Qualche campagnolo o cavaliere di passaggio.
E sbarchiamo Un’altra volta a Milano sbucando fuori dal sottoterra rumoroso e notturno della Metropolitana. Qui Cambia Tutto: siamo Nella metropoli, Nella grande città moderna … E ‘Tutta un’altra musica, siamo lontanissimi Dai microclimi della Certosa e delle CITTADINE di campagna. Milano però non ê solista sinónimo del moderno ed efficiente, conserva Cose bellissime e pregiate, e Una città d’arte Notevole.
Il Duomo E sempre il “Bosco di pietra” Che Ricordo , comunica Ogni volta Quel senso di meraviglia e di estraneità Che induce una Pensare ed elevarsi. Al Suo interno Accade sempre Quel contatto chat mistico e arcano Che impressiona … Quei pilastri venati Sembrano l’Interno di un grande Corpo Che pulsa, Una foresta viva in cui scorre della linfa vitale Ricca di contenuti … Mi fa Pensare Ai Boschi dei Celti, alle radure dove accadevano i magici raduni dei culti atavici e leggendari. Il Cielo fungeva da tetto … la luce trapelava Tra le foglie, Attraverso la galleria ombrosa degli Alberi … e oggi fra Il Gioco della luce e dei colori cangianti delle vetrate Enormi Pieni di storie. Mi emoziona Ogni volta il Duomo di Milano …
Infine: Van Gogh . Ci siamo Spinti Fino a Milano per Quello.Vincent, vieni amava firmarsi familiarmente E Un grande non lo scopro di Certo io. Un grande pazzo, ONU artista grande, Un grande sognatore, Un grande lavoratore indefesso della pittura, Un grande interprete e “dicitore-descrittore” di Quanto Gli accadeva Intorno e del Suo tempo.
La mostra allestita a Milano Nel Suo Insieme non ê Eccezionale, anzi, E davvero modesta, però ABBIAMO Avuto la fortuna di Incontrare Una Giovane guida Che ci ha aiutati un VEDERE e Capire also Quel che non C’era provando ad avventurarci dentro all’animo di Van Gogh. Ne E Emerso Quadro delle Nazioni Unite, Una fisionomia Diversa, Un Altro Aspetto e Profilo di Nazioni Unite volto di Che Già conoscevo e il Che in MOLTI stimiamo moltissimo. Mi piace moltissimo Van Gogh, Un uomo poliedrico leggibile sotto Diversi Aspetti. Mi ha sempre accompagnato, Nel mio vivere. This mostra mi has been utilissima per rispolverarne ALCUNI Aspetti, per indurmi a rivisitare la Ricca Corrispondenza di Vincent e la SUA passione per inscenare i gesti ei Movimenti del vivere quotidiano e del lavoro. Mi sono piaciuti ALCUNI dettagli, ALCUNI spunti suggeriti Dalla guida.
“Van Gogh Ci vuole coraggio e confidenza familiarità … C’invita annuncio Entrare Nel Suo Mondo e dentro alle Sue opere, un calpestare le impronte citare in giudizio … Si induce un Suo vaneggiare seguirlo Nel, Nel Suo VEDERE Quel che di solito non si percepisce DEGLI ALTRI e di cio Che ci circonda … Van Gogh con le querelare tele e Una sorta di provocazione … un invito al colore, ma Anche a frugare nel buio della vita povera, miserrima, quasi animalesca Dei contadini e dei minatori … Il Suo dipingere fanatico e pieno di Colore e un’immersione dentro allo spettacolo insospettabile e avvincente del Calore e del tripudio della Natura … Come una Proposta di un denudarne le parti intime e nascoste Più, Quelle Più segrete Che però valgono di più … Van Gogh E Una specie di onda Che si spinge a Cambiare, un Guardare Oltre e Diversamente, Più in profondita … Forse Anche troppo a Volte … “
 
In this mi è piaciuto l’ingresso della mostra milanese Che in Un certo senso ha date Ulteriore spessore al mio Van Gogh rinfrescandomi la passione per tal quale mirabile pittore aggrovigliato, pazzo ma appetibile e bellissimo Che Ì.
Ma È già tempo di Andare … volto lo sguardo e guardo l’orologio, e siamo Già e di nuovo a Venezia. SEMBRA SIA trascorso da solo il tempo di ONU breve sogno, e ora si È già ritornati alla Realtà concreta di sempre … Due Giovani Turisti Giapponesi sconsolati percorrono inutilmente avanti e indietro il motoscafo alla ricerca inutile delle Loro valigie dimenticate sull’imbarcadero … Hanno Volti smarriti, seppure impassibili venuto il Loro solito … Riescono perfino a sorridere e rimanere Composti e gentili ugualmente … Siamo Tornati dentro Alle Maschere di Carnevale, e ai Volti di serie Che indossiamo OGNI giorno … Mi Resta però Quel retrogusto di Certosa, quel vissuto intenso di Quelle ore Pavesi e Certosine … E ‘Come una soffice cicatrice difficile da rimuovere Che mi portero Dietro credo a Lungo.
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