ott 29, 2014 - Senza categoria    No Comments

OGGI: 29 OTTOBRE 2014.

La bonne venture,(1919

“Il vento sventaglia le edere rosse che ballano e penzolano a cavallo del muro del giardino precluso sulla strada della Marittima del Porto. Brillano in cima al muro come oggetti preziosi i vetri taglienti e appuntiti, e i cocci di bottiglia infissi sul culmine. Molto di più brillano e occhieggiano sullo sfondo nero in alto le stelle eterne … Nei giochi dell’aria sembrano tante palpebre che scrutano il mondo di sotto che galleggia ondeggiando nel solito cosmo dei cosmi buio …  e io ci sto aggrampato addosso anche oggi …”

ott 28, 2014 - Senza categoria    No Comments

“IN GEORGIA ? …” – terza parte.

03_In Georgia

Zada come ogni donna era anche altro, un microcosmo poliedrico, variopinto e complesso … Un miscuglio d’istinti, estro, sensualità, intelligenza, iniziativa e affetto. Spesso si lasciava condurre nel suo esistere da quelle forze arcane e misteriose che si animavano come impulsi ingovernabili e potenti dentro di se. Era fatta così e si lasciava essere vivendo intensamente il suo attimo più che poteva.

Studiava intensamente, correva e nuotava intensamente, amava intensamente … Venezia era la cornice ideale per quel suo esistere denso e pregno, perché in ogni suo angolo e stagione trovava sempre qualcosa d’importante e di alternativo da scoprire e attraversare. Zada sentiva che la sua città le calzava a pennello, l’avvertiva come un prolungamento ideale di se stessa, un palcoscenico perfetto dentro cui recitare la sua esistenza.
Anche se …
Fra tutto quanto le ribolliva dentro ogni giorno tornava come una costante una certa sete vaga, un’ansia incontrollabile, una specie di voglia di andare da qualche altra parte, di tornare a qualcosa di suo che aveva lasciato in qualche posto in giro per il mondo, e meritava d’essere raggiunto e raccolto. Era come una parte di se stessa che le mancava, che meritava di sbocciare, di emergere non solo dal subconscio, ma anche nella realtà vissuta. C’era una Zada non detta, inespressa, racchiusa da qualche parte che lei doveva scovare, liberare e indossare riappropriandosene. Ma poi scendeva ed usciva dal quel pensiero, e viveva e basta …
Quella vaga voglia divenne desiderio crescente il giorno in cui tornò a visitare il Museo Guggenheim in fondo al Sestiere di Dorsoduro sempre a Venezia. Fin da piccolissima “Mamma”Lorenza l’aveva sempre istigata a coltivare e frequentare bellezza e arte, e Zada non perdeva occasione per nutrire quell’angolo di se stessa che aveva sete estetica e fame di sapere. Ogni mostra, viaggio, museo era un’occasione imperdibile d’abbeverare quella parte di se che meritava di crescere e nutrirsi. Quel giorno però fu tutto diverso.
Lo ricordava bene Zada … Era uscita da sola, e si era lasciata andare lungo le sale del museo uscendone alla fine del pomeriggio come frastornata e confusa. Aveva sostato a lungo davanti quasi ad ogni opera provando a sentire, guardare, impossessarsi di qualcosa, un’idea, una sensazione. Era abituata ad emozionarsi davanti alle opere d’arte antiche e moderne, ma i contemporanei la spiazzavano perché non riusciva a comprenderli e cogliere il nesso profondo di quello che l’artista voleva esprimere.
“Sono opere inquiete, misteriose come me … Possiedono qualcosa d’imponderabile e imprendibile, detto ma non detto, inespresso … che mi sfugge lasciandomi fuori …” pensò uscendo per strada fin lungo “Le Zattere” mentre il tramonto inondava di luce Venezia vestendola da signora.
Tornò a casa scombussolata, avvolta da un senso di vaga inquietudine, di mestizia e tristezza che confidò a cena a Lorenza.
“Invidio onestamente quelli che vedono, sentono e godono davanti a quelle opere … Nonostante mi sforzi rimango incapace d’accedere ed entrare in quel corridoio di comunicazione e visione che viene trasmesso e solo qualcuno recepisce. Noto linee, cromie e sfumature, geometrie estetiche, ma non sento il messaggio, non colgo il senso profondo … C’è qualcosa che non riesco a prendere e capire … Se poi titolano l’opera d’arte: “Senza titolo”, o “Composizione” … mi sento allo sbaraglio, persa dentro ad una distanza incolmabile. Se anche l’autore non capisce e riconosce se stesso, ma si lascia solo guidare da quell’istinto interiore remoto, selvaggio, indicibile, che quasi anche lui non capisce … Allora ditelo ! … Vado in confusione …”
Lorenza riponendo il cucchiaio nel piatto sorrise, affascinata da quell’interrogarsi di quella sua “figlia tumultuosa e pacata insieme”. Era felice che Zada fosse fatta così. Le piaceva quel suo rimettersi sempre in questione, quel suo interrogarsi continuo dentro, quel suo voler andare a fondo delle cose fin quasi ad appropriarsene. Sapeva bene che quel suo modo d’essere non proveniva da lei, erano le sue radici interiori che la faceva esistere in quel modo. Un qualcosa che le proveniva da lontano, da dentro quella cultura in cui la sua vera madre l’aveva generata. Ma non glielo disse, perché sentiva Zada profondamente sua figlia, e soprattutto perché non voleva alimentare ulteriormente quel senso di vaga tristezza che pervadeva la donna quella sera.
Si accontentò di dire poche parole.
“Probabilmente è la nostra pochezza culturale e i nostri limiti mentali che giustificano questo senso di smarrimento di fronte all’arte contemporanea. Forse la nostra è rigidità estetica … Abbiamo nella mente degli schemi del “bello” a cui ci rifacciamo e confrontiamo continuamente, e non riusciamo ad accettare quel che se ne discosta e ci lascia indecisi e con una domanda aperta … A noi servono forse risposte sicure, e il rimanere incerti e interrogativi davanti a un quadro ci spiazza e inquieta … Se rifletti un po’, sentirai che forse questo tipo di arte è la parabola di quanto accade anche in tutto il resto della vita. Quante cose ci accadono intorno che ci fanno cadere le braccia e non riusciamo a comprendere dandole un senso ? … Forse la spiegazione di quelle opere d’arte è la stessa, sta da quella parte …”
Zada apprezzò quel pensiero, ma rispose:
“Forse sì … ma anche no … Per me è un enigma senza fine l’arte contemporanea …” e l’argomento si chiuse lì.
Salita più tardi nella sua stanza, Zada si lasciò cullare a lungo dentro a quei pensieri e a quel senso di vaga incertezza, finchè presa come da un raptus incontenibile si alzò e andò dritta al suo scrittoio fino a scovare e prendere quella vecchia lettera mai aperta lasciatale dalla sua vera mamma. E finalmente l’aprì.
Non immaginava minimamente che cosa potesse contenere, ma qualsiasi cosa fosse stata era certamente preziosa per lei. In quella piccola busta c’erano racchiuse le uniche tracce delle sue radici, gli unici ricordi tangibili della sua mamma che s’allacciavano a quei pochi ricordi sempre più sbiaditi che popolavano un angolo della sua mente.
Con sua grande sorpresa la busta le rivelò un contenuto enigmatico che la lasciò basita.
Conteneva una cartolina a colori sbiadita e consumata di un posto fra le montagne con una grande lago. In questo c’era un’isoletta illuminata dal sole con una minuscola chiesetta solitaria … sembrava un’isola fatta apposta per contenere solamente quella chiesa. Non c’era altre case, strade, monumenti … Solo del verde ombroso intorno all’edificio, sotto al quale s’intravvedeva qualcosa di vago scarsamente riconoscibile. La cartolina mostrava un grande cielo cobalto attraversato da rare nubi striate e leggere, intorno al lago s’intravedeva appena una larga piana, forse un villaggio, una chiostra di monti … In un angolo della cartolina c’era un nome grattato via bruscamente, quasi graffiato con rabbia. Rimaneva solo un mozzicone della scritta stampata, si leggeva: “… in Georgia – 1941.”
 
Zada presa da intensa emozione voltò e rivoltò quella cartolina a caccia d’altro, di qualche riga scritta, qualche altro contenuto … Nulla, non c’era nient’altro su quella cartolina. Non un timbro postale, una data, una comunicazione. Niente di niente. Presa da un forte senso di delusione Zada la depose sul tavolo e frugò nella busta per prendere la seconda cosa che vi aveva intravisto dentro. Sperava fosse una lettera, un lunghissimo discorso della sua mamma che le rivelava o comunicava qualcosa. Stava tremando per l’emozione … Per tantissimi anni aveva tenuto come un prezioso cimelio quella busta senza il coraggio d’aprirla, temendo quel che poteva contenere. Ora che l’aveva aperta si stava dimostrando essere una grande delusione … ma non desistette, ed estrasse fiduciosa frettolosamente il resto del contenuto.
Anche in quel momento s’accentuò il senso di delusione … Si trattava solamente di un bigliettino da visita di qualcuno. Un cartoncino pergamenato di bassa qualità, uno di quei bigliettini che si stampano facilmente con pochi spiccioli nelle stazioni ferroviarie o negli ipermercati. Zada lo soppesò, lo annusò e rigirò più volte, e lo lesse avidamente.
Conteneva solo un nome e cognome: “Serghey Ablamov P.P. – Omoboy Island.”
La seconda riga recitava solamente: “Georgia.”
 
Non c’era altro. Zada fu presa dallo sconforto … e pianse. La sua mamma le aveva lasciato solo quello, ossia nulla.
Singhiozzò a lungo appoggiata allo stipite della finestra, mentre fuori Venezia se ne stava indifferente adagiata in tutta la sua secolare bellezza ammantata di scura notte. Non so dire quanto Zada rimase lì con quello stato d’animo, ma di certo fu uno di quei momenti della sua vita in cui il tempo aveva perso le lancette, e forse s’era fermato del tutto.
Solo quando il campanile della vicina chiesetta di San Beneto battè le ore notturne, Zada si scosse percorsa da un fremito, come uscendo da un sogno. Si asciugò le lacrime … Era quasi un incubo forse ? Di certo un’esperienza triste e senza parole. Per una vita intera Zada aveva sperato che in quella busta la sua vera mamma si rivelasse, che in qualche maniera raccontasse e le svelasse quel suo mondo a lei sconosciuto. Magari anche un mondo d’affetto, di sentimento materno … Invece, non c’era nulla, solo un mondo di vuoto.
Un senso di rabbia la prese, stava quasi per strappare in mille pezzi quella busta e quei due pezzi di carta sgualciti che conteneva … Poi intravide qualcosa che non aveva notato, e si fermò allibita …
Fine della terza parte / continua.

 

ott 26, 2014 - Senza categoria    No Comments

“VECCHIE CONTRADE VENEZIANE DIMENTICATE.”

giudecca (2)

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 56.

 ”VECCHIE CONTRADE VENEZIANE DIMENTICATE.”
La TV sopra al frigorifero è accesa … calzettoni di lana, camicia bianca da notte, e capelli inguardabili sparati in aria da Medusa. Il tendalino del ristorante è disteso sopra i tavolini sparecchiati … La porta del retrobar sulla riva di fronte al di là del canale è illuminata, stanno già preparando tramezzini e panini per la giornata, mentre di fronte la serranda è ancora abbassata del tutto e le luci in sala sono soffuse. Lungo le Fondamenta e le Calli deserte, su molti bordi di scuri chiusi s’accendono contorni di luce … Per molti Veneziani inizia un’altra giornata … Nella hall disertata di uno dei tanti alberghi veneziani una TV elegantemente incorniciata e vestita da quadro barocco trasmette una serie di foto civettuole su Venezia … non c’è nessuno che la osservi. Nel suo cantuccio il portiere “pisola” nella penombra disteso dietro al bancone … Un’altra notte è quasi trascorsa.
Qualcuno sta frugando nel buio dentro ad una barca ormeggiata “da notte” alla riva. Un’anziana signora di un umido e scrostato pianoterra con le finestre spalancate sta curva sulla tazza della colazione armata di grossi biscotti … con la mano sinistra accarezza un grosso gatto paffuto e baffuto bianco e nero che s’ingozza con la testa dentro alla sua ciotola.
Una guardia carceraria passeggia felpata e lentissima sui muri di cinta della Prigione addormentata di Santa Maria Maggiore. Da dentro al recinto illuminato non proviene un suono, una voce, un ronzio … Tutti gli ospiti dormono dietro alle finestrelle dalle sbarre a quadretti.  Santa Maria Maggiore era un monastero vivissimo e bellissimo dei tempi che furono. Lì dentro ne sono accadute tante … le monache ne hanno fatte di tanti colori. Anche quelli che adesso vi sono dentro ne hanno fatte tante di tutti i colori … La storia in qualche modo continua e si prolunga imitandosi, ripetendosi …
Attraverso il Rio Terrà dei Pensieri … Già il nome mi piace tantissimo … Le chiome degli alberi producono un gioco di chiaroscuro e di ombre curiose … Non vedo più le donnine che un tempo si raccoglievano sotto alle fronde con le loro seggioline impagliate. Ciabatte e galosce, vestaglie consunte, larghe e fiorite, “da casa” … Rimanevano ore intere sedute a chiacchierare e spettegolare, mentre lavoravano a “impirare perle”  o sferruzzavano a lana con i gomitoli che ballavano dentro alla busta di plastica posta per terra. Se ne stavano là, pacifiche e beate, senza sentire il bisogno di muoversi ed andare in giro chissà dove. Lì avevano tutto il loro microcosmo, che bisogno c’era di muoversi ?
Mia suocera, ch’era donna genuina della Contrada dell’Anzolo, mi raccontava che ai tempi in cui era bambina il solo recarsi dall’altra parte di Venezia era una gita abbastanza rara. Un viaggio considerato spesso inutile, un limite da superare se proprio fosse stato necessario … Intorno al pozzo o alla fontanella della sua Corte o del Campiello c’era già tutto quello che serviva per vivere … Compreso il lavoro, che oggi tanto cerchiamo e bramiamo altrove e ovunque. I pescatori della Contrada tiravano in secco le loro “battelle” a pochissima distanza da casa sulla “Spiaggia di Santa Marta” … spesso dopo una notte infruttuosa di pesca in laguna o alle bocche di porto. Più che per guadagnare soldi la pesca serviva per mangiare e per vivere … e si arrostiva sulle braci e friggeva il pesce in compagnia davanti alla porta di casa, o in riva al canale vicino. Lo si vendeva anche a chi passava di là … mangiandolo a “scottadeo” sulla soglia di casa … seduti precariamente, in compagnia di qualcuno e di un “gotto” di vino più o meno di qualità.
Bastava alzare gli occhi, e compiere solo due passi, e si poteva accedere a tutti i servizi indispensabili per vivere. Tutta gente, esercenti e bottegai con cui si aveva confidenza, e che ti conoscevano fin dalla nascita. Il fruttivendolo con le ceste e il tendalino tirato sopra alle verdure e la frutta provenienti direttamente in barca dagli orti di Sant’Erasmo, la rivendita del Panettiere col garzone fischiettante che portava i dolci impilati in equilibrio sulla testa, e la gerla di pane profumato appena cotto e sfornato dal vicino Fornèr appena giù del ponte limitrofo. La porta seguente era quella del “Biavaròl” il pizzicagnolo, salumiere … Proprio di fronte c’era il “becchèr” il macellaio, che riceveva carne di “casada” direttamente dagli zii, cugini, parenti contadini e piccoli allevatori di animali da cortile residenti in Terraferma. Nella calletta limitrofa, solo a due passi, c’erano aperte dall’alba al tramonto le cupe botteguccie del “Fravo” fabbro, del “Caleghèr” calzolaio che faceva magie riciclando all’infinito le stesse scarpe e ciabatte, del “Marangòn”falegname tuttofare capace di costruirti un letto, un armadio, una sedia e qualsiasi altra cosa ti passasse per la testa. Era uno dei mestieri che si trasmettevano di padre in figlio, e in fondo alla bottega stava anche il nonno con la matita rosso-blu sull’orecchio e la pipa o la perenne sigaretta accesa sulla bocca. Proprio in fondo alla calletta che si faceva sempre più stretta e buia, c’era anche lo “Squero” il piccolo cantiere delle barche di Contrada, che sapeva miracolosamente riattare barche e barchette e per arrotondare s’ingegnava anche a produrre remi e forcole di bassa fattura per quelli che s’accontentavano di possedere qualcosa di funzionale seppure non perfettissimo.
Superato solo un ponte, o più semplicemente aggirata una Fondamenta c’era la chiesa della Contrada dove si entrava e usciva per tutta la vita: in braccio alla madre appena nati … e a gambe distese il giorno del funerale. Ma suonavano sempre per tutti le stesse campane, accomunando tutti nello stesso destino all’ombra di Dio, della Madonna e dei Santi … e del vecchio Piovano grasso e burbero, che ne sapeva però una più del Diavolo e conosceva i segreti di tutti.
Proprio di fronte alla chiesa c’era anche la Spezieria dove si potevano trovare i rimedi per tutti i mali, e anche per tutte le spossatezze e le malinconie che possono assaltare l’esistenza. La figlia prosperosa del vecchio farmacista Ricardo faceva l’ostetrica, e aveva visto e fatto nascere sul letto di casa quasi l’intera Contrada. Quasi tutti erano “passati” per le sue abili mani.  Tutte le donne della Contrada consideravano “la Pia”come una sorella maggiore, e non avevano pudore e riserve a recarsi da lei in caso di bisogno a farsi controllare “di sotto” o le“tette” dietro alla tendina rossa e consunta del retrobottega della Spezieria.
Viceversa, dalla parte opposta della Fondamenta ci si recava al Banco del Lotto, un’altra specie di piccola chiesa e santuario di Contrada dove si andava a invocare la dea Fortuna a suon di“palanche” per provare a cambiare e alleviare in qualche maniera quel destino misero e comune in cui si viveva da sempre. Sognare non costa nulla, o meglio viene a costare parecchio se ti lasci prendere dal gioco …  e qualcuno si giocava già a quei tempi anche la camicia … “Segna sul giazzo” dicevano a Berto del Lotto con la barba sempre sfatta e gli occhiali sulla punta del naso … E quello segnava i debiti su un suo quadernaccio unto e scuro. Tutti sapevano però che dovevano saldare i debiti entro fine mese, o al massimo per i più fidati entro quello successivo … perché altrimenti … C’era sempre una minacciosa paura per quello che sarebbe potuto succedere o era realmente accaduto a quelli che non pagavano quanto dovuto. Ogni tanto si vinceva, molto spesso si perdeva giocando un paio di numeri … un ambo, un terno su Venezia o su tutte le ruote … Non di più, visto che le tasche erano vuote … Ci si divertiva con “altro” … C’era anche la Marietta, brutta come la fame, che in cambio di “qualcosa dentro al letto” era disposta a lavare e stirare per qualche giovane che non era capace d’arrangiarsi o non ne aveva voglia … E c’erano quelli che ci stavano … Non c’erano televisioni, radio, giornali … Solo pochi sapevano leggere e scrivere…
C’era anche “el Relogèr” orologiaio, con l’eterno monocolo sull’occhio, il suo cucu’ e gli orologi appesi ovunque in bottega che scandivano le ore più strampalate a tutte le ore … Vendeva anche “ori” a bon prezzo, più vantaggioso degli Oresi esosi e ricchi di Rialto. Ma quelli erano anche garanzia di qualità e bellezza … in Contrada invece, era oro un po’ così … di seconda mano. Più avanti e in fondo, vicino alla calletta stretta che portava allo squero, c’è anche l’antro buio di Edoardo che vendeva legna e carbone, scope e scopette, saponi e i primi detersivi in polvere e a peso. In Contrada si lavava a mano fuori della porta di casa e dentro ai grandi mastelli di legno posti accanto alla fontana. Si stendevano i panni ad asciugare sulle corde tese da una parte all’altra della corte, issandole in aria con delle “forcade” di legno per tenerle alte sopra le teste di tutti. Ogni tanto il profumo di pulito e sapone si confondeva e sovrapponeva a quello del fritto, del pane, delle verdure e della pece, del salso e umido della laguna …
La Corte apparteneva a tutti, era il palcoscenico della vita quotidiana comune, dove s’inscenavano le notizie e i pettegolezzi sulle vicende di tutti coloro che vivevano nei dintorni e anche oltre. In una corte si era tutti come una specie di grande famiglia allargata. Il passatempo più gradito delle mamme, ma anche delle nonne e di quasi tutte le donne era quello di rimanere lì a raccontarsela … magari lavorando a maglia, impirando perle di vetro per far collane, giocando a tombola, cantando qualche vecchia canzone e ripetendo all’infinito gli strambotti e i proverbi di sempre.
“Campieo campielletto …xe nato un porselletto …” e tutti si spupazzavano l’ultimo nato, legato stretto in fasce come un salame per farlo crescere robusto e dritto. Sulla corda tirata in corte s’assiepavano i “ciripà” per assorbire la pipì, lavati e messi ad asciugare … “El xe piccolo … ma magna e beve, piscia e caga … come un drago …” confabulavano le donne sghignazzando …
In Corte ci s’incontrava, ci si innamorava a suon di sorrisi e di sguardi insospettabili … Gli uomini tornando dal lavoro icnontravano le donne sedute sulle loro seggiole impagliate col cuscino dei merletti in grembo.
Fiori e piante e rampicanti foderavano la corte … ed erano di tutti, come di tutti erano i reumatismi per la muffa, la salsedine, e l’umido che penetrava ovunque fin dentro alle coperte. Ogni tanto l’acqua alta nottetempo entrava fin sotto ai letti … ed era normale spazzarne fuori le lordure il mattino dopo continuando a vivere come il solito. Non c’era il gabinetto, la doccia, la vasca da bagno … ma un comodissimo “bocàl” tenuto in un angolo, con la “gamèla da notte” di raccolta da vuotare nel canale più prossimo il mattino dopo fra le prime incombenze del giorno.
Quando moriva qualcuno moriva un pezzettino di se stessi … Quasi tutti nella Contrada finivano con l’essere Padrini o Madrini di qualche “fjosso o fjossa”, o Comare e Compare a qualche matrimonio. Accadeva una tacita protezione e solidarietà reciproca durevole e solida, quasi scontata, il campiello affratellava e univa fino a indurre alla condivisione. In corte si giocava anche a “mussa vegna” saltando uno sulla groppa dell’altro formando la lunga catena umana … oppure si faceva la carriola camminando sulle mani … o si giocava con le“balle de fragna”, a “sdoè” e con le “marocche” di vetro. Le bimbe giocavano a far da mamma con le “piavole” fatte in casa di pezza, con due bottoni per gli occhi, e un bel sorriso disegnato sul volto fatto di stoffa consunta.
Gli uomini invece frequentavano assiduamente l’osteria per giocare con le carte bisunte e perdersi dentro ai bicchieri delle“ombre” di vino. Carte da gioco e pochi soldi che passavano di tasca in tasca, a volte fino a tornare in quella di partenza dopo un lunghissimo giro. “In vino veritas”, e “Un gotto tira l’altro” … All’osteria veniva fuori di tutto, anche quello che a mente fredda non si avrebbe voluto dire.
“I politici sono tutti uguali … Cambia solo il colore e il fazzoletto … Sono tutti magnoni della vita e del sudore della povera gente …”
 
Per le grandi occasioni, invece, giù del ponte e dopo la calle c’era la Locanda nel Campo più grande … dove si andava a celebrare il pranzo di matrimonio o le ricorrenze della “Cassa Peòta” … “Te fasso un bon presso” diceva sempre l’oste rubicondo e sorridente con lo stesso grembiulone bianco ocra sporco di cucina indosso…. E istintivamente si sfregava le mani che lavava raramente.
I liberi gatti erano i veri padroni del posto … più dei cani troppo obbedienti e sottomessi al padrone. Nelle gabbiette cantavano gli oseletti … In mezzo alla corte troneggiava il Capitello, ricorrere all’Altissimo e ai Santi era rimedio bon per ogni male … Il Pronto Soccorso non esisteva … Si rimaneva a casa sotto sequestro, in quarantena…
Circa una volta al mese passava il “Guetta” che stendeva per terra i suoi coltelli e gli ombrelli … arrotava le lame di casa, aggiustava manici, faceva le cuciture difficili, e saldava le piccole falle domestiche … In casa d’inverno si gelava con tutto un campionario di “buganse” e geloni. Si dormiva in due, tre, quattro per letto … “da pìe”… Si stava stretti a letto a scaldarsi come l’asino e il bue nel presepio … Se le donne avevano i loro mal di pancia si potevano posizionare la borsa dell’acqua calda per la notte … La mia nonna me la passava nel letto per condividere un po’ di tepore … In un angolo delle camere basse e buie stava il “cantonàl” con le foto dei morti e dei giovani figli baldanzosi in divisa non più tornati dalla guerra o dal viaggio per nave.
Al mattino di buon’ora, con lo scialletto sulle spalle e indosso i guanti con le dita tagliate, si mettevano materassi, lenzuola, coperte a prender aria sulle finestre … soprattutto quelli della nonna malata che aveva sempre la “spissa, la grattariola e i brusòri” dappertutto. E poi si usciva in giro per far la magra spesa …
Il biavaròl incartava lo zucchero nella carta da zucchero blu, e vendeva l’olio travasandolo con l’impiria nella bottiglia apposita che si portava da casa. Non serviva lavare la tazza dopo la colazione, bastava porla sopra la “nappa” del camino, sopra al“foghèr” per chi ce l’aveva, per non sciupare lo zucchero ancora utile rimasto sul fondo.
Caleghèr, Curamèr, Pestrìnèr, Tagjapiera, Pistor, Fornèr, Bottèr, Scaletèr, Manganaro, Sartòr … e c’erano tanti altri mestieri intorno … Le donne s’industriavano in casa a far da sarta acconciando, allungando, rattoppando, girando colletti e polsini delle camicie che passavano di padre in figlio, di fratello in fratello … Alle ragazze a volte si faceva la camicetta con la tela dei paracadute … I più fortunati avevano una casa su due piani, o vivevano all’asciutto ai piani di sopra, salendo per irte e buie scalette dai gradini consunti dal tempo e mangiati dall’umido e dal tempo.
“A-B-H la maestra fa la cacca ! … E’ così che t’insegnano a scuola ?”
 
Ma quale cultura, scuola, università fuori corso fino a quarant’anni a carico dei genitori, obbligo scolastico ?  Qualche fortunato frequentava la seconda, i fortunatissimi fino alla quinta … Molti sapevano fare il disegno della firma senza conoscere il significato delle lettere che percorrevano sul foglio …
“Non è importante saper leggere … Basta saper far tornare il conto con i soldi … Troverai sempre qualcuno che potrà spiegarti il resto …”
 
Quante mille altre cose sarebbe da dire e aggiungere su queste vecchie contrade ormai scomparse. Oggi è deserto il campiello della vecchia contrada … Non sembra neanche più lui, è come uno scheletro di quel che è stato e accaduto lì dentro. Non c’è un vaso di piante negli angoli o fuori delle porte, non c’è un solo panno steso ad asciugare, non una sola porta è rimasta socchiusa o lasciata aperta e incustodita.
“Tanto chi vuoi che venga a rubare quello che non c’è ? … Tutto è di tutti, e le porte son sempre aperte, anche di notte … Che cosa può accadere di brutto ? Che rapiscano la vecchia nonna malata dal letto di casa ?”
Ci si poteva quasi sempre fidare di tutti … salvo qualche rara eccezione che non mancava: “Perché la gente è viva … e a chi vive capita di sbagliare. Chi sbaglia: paga … e si perdona, e non se ne parla più …”
 
Le vecchie botteghe non ci sono più, c’è solo una lunga fila di saracinesche rugginose e abbassate, file di balconi di legno sbarrati che un tempo erano vetrine e mostre dei vari mestieri … Nella calletta non si sente più martellare né il “Fravo”sull’incudine e sui ferri, né in fondo gli “Squerajoli” sul fasciame delle barche … Non si sente piallare il “Marangòn”, né picchiare freneticamente il ciabattino nel suo sottoscala odoroso. Non s’annusa l’odore della pece, del legno, del pesce, ma solo quello della spazzatura abbandonata e del piscio negli angoli e nel sottoportico. Osservando dagli ultimi gradini viscidi di alghe verdi che sprofondano sull’orlo del canale, non si vedono più le barche rovesciate sugli scali del cantiere, né quelle di mille tipi cariche di reti e aggeggi da pesca ormeggiate sulle paline infisse nel fango. C’è solo un elegante cabinato coperto da un telone cerato blu … mentre penzola in aria un cartello minaccioso: “Area videosorvegliata. Proprietà privata: Divieto d’accesso a chiunque. Attenti al cane che morde.”
 
Sotto al capitello buio e annerito dalle intemperie, coperto da una grata rugginosa e piena di ragnatele, sta una lampadina spezzata e divelta. Niente fiori, solo un vasetto vuoto di modesta fattura legato con un filo di ferro perché il vento non se lo porti via. Sopra al vasetto colmato dall’acqua piovana danza e volteggia una nuvoletta vorticosa di moscerini … inconsapevole come molti di noi del tanto che lì c’è stato e accaduto …
ott 26, 2014 - Senza categoria    No Comments

“RUMORI SILENZIOSI DELL’ALBA.”

rumore silenzioso

C’è un silenzio quasi assordante a casa mia di notte. E’ rotto solo dal ticchettio monotono e selvaggio dell’orologio appeso al muro della cucina, e da quello altrettanto scialbo delle mie dita sulla tastiera. Ogni tanto l’acqua gorgoglia nei tubi dentro ai muri … e un lieve russare proviene dalla gatta stanotte stranamente acciambellata sul divano. Se i pensieri facessero rumore … sarebbero un’orchestra a teatro. Ma stravince il silenzio pesante, quasi ossessivo e opprimente, come se avesse un potere riempitivo, e un suo ritornello tedioso da cantare e imporre all’infinito.

Passeggio nel web ingannando l’ora che inganna me a sua volta. E insieme ci rincorriamo riempiendo l’attesa del nuovo giorno a cui corriamo incontro. L’orologio notturno è inesorabile … affetta il tempo, glaciale, senza l’eleganza silenziosa di una clessidra.
Poi è tempo d’andare, ed esco di casa, tanto per cambiare, quasi come ogni mattina. L’aria è pregna di un odore acre, un misto di minestrone, combusto e uova marce. Il vento autunnale spinge i fumi delle Grandi Navi verso e sopra Venezia … Oggi tutta la biancheria stesa ad asciugare diventerà giallina, un po’ appiccicosa e odorante “di nave”. Il vento mulinella anche le foglie avvizzite e colorate negli angoli … il termometro segna 13° più o meno … Strapazza gli alberi, li scuote violentemente, le folate li violentano … Loro si lasciano fare, come da millenni … E’ giunto ancora una volta il momento di lasciarsi andare nell’assenza invernale … Questa mistura giusta di freddo, buio e vento lo confermano … e loro vanno, si spengono di nuovo. Deve essere così … e basta, si fa.
In realtà, sapete meglio di me, che gli alberi non pensano e decidono … E’ la congiuntura atmosferica e stagionale che decide per loro e recita di comportarsi così. La Natura è la Natura, accade quel che deve accadere … Sono le rigide regole incontestabili di Gaia … che contengono, governano e portano anche ciascuno di noi.
Dentro alla macchia di luce lattiginosa sparsa davanti alla vetrina sbarrata della tabaccheria del quartiere c’è un giovanotto “malconcio” che traffica, borbotta, trambusta ciondolando. Lo osservo protetto dal buio … Tutte le lucette dei vari marchi di sigarette sono accese in rosso … Il distributore non funziona, è fuori servizio. Il giovanotto prova e riprova ad inserire nella fessura della macchinetta il tesserino dell’abbonamento dei vaporetti. La macchina ovviamente non lo riconosce e lo rifiuta … Lui lo estrae, lo riguarda, lo gira e lo volta, riprova, lo perde per terra … S’accovaccia a recuperarlo nella penombra elencando tutta una serie di Santi e Madonne del Paradiso. Poi capisce: è quello sbagliato … Lo intasca, e inizia a frugare nel borsello a tracolla e in un borsone deposto a lato per terra. Alla fine ne estrae una manciata di spiccioli … Ma li perde e sparge tutti per terra … Altra lunghissima litania, elencando mezzo calendario … Si gratta la testa, una spalla, sternuta … e trova un tesserino sanitario … E’ quello buono ! Prova, riprova … tremolando sotto alla luce, come alla moviola … Devo andare …
Il mostro bianco disteso con le file illuminate delle cabine si sposta piano piano. La sua siluette affusolata fa retromarcia allontanandosi dalle banchine del Porto … La Grande Nave sembra un grosso animale guardingo, pronto a mordere di nuovo il mare usando tutte le sue tecnologie: tre grossi radar gli ruotano in testa, potenti eliche e motori di sotto rimestolano l’acqua scura spingendola al largo, lontano e fuori. In realtà è il mare che è più grande e fa da padrone, domina e non è assoggettabile … E’ lui che lascia che questo moscerino bianco carico di migliaia di persone lo solchi e lo attraversi. Basterebbe un niente, un’onda anomale possente e … Ma che stupido pensiero.
Sopra ai gradini di un ponte cosparso di bottiglie e lattine vuote di birra sta un gattone soriano paffuto e col campanellino al collo. A pochi metri passa un grosso ratto scuro … Pensavo di assistere a un classico inseguimento … Invece no, roba d’altri tempi … Il gatto l’annusa nell’aria, lo sente, ma s’accontenta di sbirciarlo di lato, quasi indifferente. Non gliene frega niente … Chi glielo fa fare ? A casa l’aspetta una ciotola profumata di croccanti gustosi … che poi sono gratis e senza alcuna fatica … Basta un paio di “meo” civettuoli e una scodinzolata, e il gioco e fatto … “Che il ratto vada per il suo destino !”
 
Bah ? … Non ci sono più i gatti di una volta … padroni pomposi e incontrastati di ogni angolo di Venezia.
Il solito emiplegico anziano si sistema nel suo angolo strategico del piazzale dei bus. Seduto al bar davanti al solito caffè da sorseggiare lentissimo scruterà tutti gli autobus che arrivano e che partono, tutti quelli che vengono e che vanno, studierà attentamente la ragnatela sempre più fitta dei cavi elettrici del tram … il camioncino che lava le strade … e tutti i turisti che trascineranno trolley e valigie … e tutti i sederi delle belle e giovani ragazze … C’è sempre tanto da guardare in una giornata … e non servirà dire tante parole. L’unica volta che mi ha parlato era perché non sapeva più trovare la strada giusta di casa.
Poco distante, un clochard se ne sta immobile seduto su una panca dietro ai grandi silos dei garage e sotto alla grande sopraelevata del People Mover. Coperta odorosa sulla testa, chiazza scura per terra … S’avvicina un altro anziano col baschetto calcato sulla testa e il picciolo all’insù.  Gli passa una sportula rigonfia … L’altro seduto inchina più volte la testa cespugliosa riconoscente … Non si dicono una sola parola. Neanche una sola … solo gesti silenziosi. Rabbrividisco nel buio … e non solo per il freddo incipiente. Venezia è anche questo.
Giornata di pena quest’oggi … Ci voleva proprio lo sciopero generale !  Da venti minuti attendo solitario accanto alla pseudo pensilina che non c’è … il Piazzale è quasi deserto. Le stelle altissime, gelide, perenni e lontane sembrano quasi ridere di me … Sono uno dei rari “baccalà” in attesa a quest’ora … Quasi quasi chiedo un passaggio alla macchina che sta spazzando le strade … Uno straniero spazientito e nervoso pieno di valigie mi chiede spiegazioni. Lo stanno mandando da una parte all’altra del Piazzale … Non ci capiamo … “No ! Non salire su quello … Va a Cavarzere … No ! Neanche su quell’altro … Ti porterebbe a Sottomarina … o a Padova … Non vanno all’aeroporto … Non prenderli, non salire …”
S’incazza ancora di più … Intuisco che rischia di perdere l’aereo. Sale su un autobus trascinandosi dietro tutto l’armamentario … Scende gesticolando … Prova con un altro, e litiga con l’autista che non si scompone più di tanto … “E’ sciopero ! Possibile che questo non capisce ?” lo sento dire placido.
“Fuori Servizio … Fuori Servizio … Servizio Sospeso … “0”… Fine corsa …” è tutto così.
Finalmente salgo a mia volta su un “bus buono” comparso dal nulla … Speriamo che prima o poi parta. Per fortuna che siamo nella fascia protetta di garanzia per i clienti … Ma tutto è opinabile, da interpretare … Bisogna aver pazienza.
“C’è sciopero oggi … E’ già tanto che ci siamo noi … Non se la prenda per niente … Dovrebbe non esserci nessuno …” sento spiegare a una signora a ragione inviperita.
“Non capisco … Ma non dovevate garantire il servizio dalle sei ? … Che razza di … e noi continuiamo a pagare gli abbonamenti anche in anticipo …”
“E’ scritto così … ma fanno presto a scrivere e garantire … ma poi la realtà è diversa …”
“Provi a non garantire da noi sul lavoro … e vedrà che succede …”
“Signora, ascolti me, lasci perdere … Butti via gli orari quest’oggi …” la rincuora un metronotte uscito dal turno iniziando a sfogliare il giornale, ancora con la pistola adesa al fianco … “Prenda quel poco che c’è, e s’accontenti di non rimanere del tutto a terra …” Lei si rabbonisce, e si siede sul seggiolino scricchiolante del bus continuando a sventagliarsi e a borbottare fra se e se. Poi le suona il cellulare … e sfoga lì dentro tutto il suo astio e la sua collera … una valanga telefonica.
“Non ho mai capito perché debbano farne le spese sempre le categorie che non c’entrano … i più fragili, i vecchi, i più deboli … A che serve un disagio così ?”
“E’ questa l’Italia signora … L’Italia che lavora … O meglio, l’Italia che vorrebbe lavorare …”
 
Alla fine si parte e si va traballando come sempre … Il ponte ferroviario è intasato di lunghi treni vuoti in sosta … Oggi braccia conserte per tanti … Solo i carretteri trasportatori carichi di merci, barili, casse e pacchi sfrecciano in laguna e dentro ai canali bui alzando onde, spruzzi e il solito moto ondoso che morde le rive … Tanto chi li guarda, chi controlla, chi li ferma ? Se ne stanno distesi dentro alla notte sopra alle montagne dei sacchi colorati della biancheria per gli alberghi … Venezia soffre e respira … E’ abituata a queste cose … Come il vecchio bronchitico che s’ostina a fumare voracemente nonostante non debba fumare …
E giungiamo al capolinea di Mestre … Siamo alle solite: “No airport ?” mi chiede un turista valigiato che scende con me …“Proprio no, mister … Ti trovi da tutt’altra parte … Sei fuori strada. Ti conviene chiamare un taxi … se lo trovi …”
Intanto albeggia di colori caldi, striati e sovrapposti … Il frescolino autunnale ingrippa e morde … punzecchia gli orecchi. Fra poco dovrò “armarmi” di nuovo con sciarpa, guanti e cappello … Uffa !
Un uccelletto anonimo del giardino dell’ospedale frulla via gridando qualcosa d’incomprensibile … Sembrava arrabbiato … Attraverso l’entrata illuminata a giorno col pavimento bagnato a specchio … La donna che mi sorride e saluta amica lo sta pulendo energicamente … insieme mi odierà perché ho lasciato le mie impronte come un dromedario sulla sabbia del deserto … Un aereo altissimo attraversa il nero del cielo … Un puntino rosso lampeggiante, lontanissimo e silenzioso, che percorre strade invisibili verso ovest. Sullo sfondo sempre le solite stelle, lumeggianti, impassibili, eterne dentro ai loro illusori disegni in cui le abbiamo incorniciate … Ma loro sono fuori, oltre, di più … di più di quel che possiamo e osiamo pensare …
Mi tolgo le scarpe, indosso la divisa e gli zoccoli … prendo le penne, il cellulare, il portafogli, le chiavi … Lascio partire sottovoce un filino di musica per arricchire e prolungare l’ultimo indugiare breve prima di riprendere a lavorare … E’ l’ora !
“Possibile che dopo due mesi d’ospedale non hai ancora imparato a muovere quel braccio e quelle gambe come si deve ? Sei tu che non hai voglia, e non vuoi darti da fare … Non c’entra la malattia … Vuoi essere servita e riverita. Dai ! Muoviti ! … Almeno leggi qua questo giornale … Fai qualcosa !  Non ti costerà mica fatica anche leggere ?”
Lei non replica, lo guarda silenziosa e impotente da dietro i suoi occhiali miopi … con gli occhi umidi e spalancati. Non reagisce, anzi, non vuole reagire. Quando suo marito se ne va piange sommessamente.
“Dammi un po’ di goccette va … Così calmo questa grande ansia che ho dentro … Che vuoi che ti dica ? E’ l’uomo con cui ho condiviso tutta la mia vita … E’ sempre mio marito, anche se invecchiando non capisce niente di questa mia malattia sempre più invalidante. Lui mi vorrebbe sempre com’ero, quella di sempre … Non accetta che io non sia diversa da prima … Crede sia solo questione di volontà e di voglia di reagire … E’ convinto che qui si debba fare il miracolo … Non voglio pensare come sarà ritornare a vivere a casa con lui … Sarà sempre come oggi … meglio morire …”
E con le gocce prova a deglutire tutto quel suo amaro vivere preoccupato. Come riuscire a spiegare e convincere quell’ometto che non si riesce a guarire da una paralisi e dai danni che devastano il cervello della moglie … Come fargli accettare che certe malattie croniche e progressive debilitano e disabilitano sempre più ? Certe teste non capiscono che le malattie non svaporizzano e non si cancellano con qualche pillola tritata e ingurgitata a fatica, né con qualche “tirata e aggrovigliata” di braccia e di gambe ben data dai fisioterapisti. Ricordo tempo fa, una famiglia di Cinesi assiepata tutto attorno al letto del loro congiunto affetto da un grave problema neurologico. Non riuscivano a capitarsi ed arrendersi di fronte a tutta quella inabilità e compromissione.
“Ma come ? Non avete una flebo con delle medicine giuste ? E’ la vostra medicina Italiana che è incapace di risolvere questo sconquasso … Forse in Cina riusciranno a rimettere ogni cosa a posto … Portandolo lì riusciremo probabilmente a farlo guarire … Sì. Lo porteremo laggiù … e si riprenderà certamente …”
Lo hanno fatto … e non è guarito ovviamente, anzi.
Arriva l’autunno, anche nella vita a volte, e non è che si possa fermare e cambiare … Lo si deve accettare ed attraversare, come dopo si dovrà passare anche attraverso l’inverno che è ancora peggio … Funziona così l’esistenza, non è che si possa tanto scegliere … anche se lassù in alto splendono stelle lucentissime … e dalla parte dell’alba verso est s’affaccia un sole sorridente, pieno di raggi acuminati da ogni parte, e col rimmel sugli occhi. E’ solo la conferma di tutto ciò che sta ruotando e accadendo che ci piaccia o no …
Il ritorno a casa nel pomeriggio è più gioviale … Percorro qualche chilometro a piedi senza incappare neanche in un ombra di autobus … Un bel tour di Mestre fino alla stazione dei treni dove fortunatamente salgo su di un “Regionale” in sosta quasi tutto per me …
“A Venezia ci sono i binari intasati mi spiega una capotreno gentile, ma appena ci danno segnale verde …”
 
In un baleno il treno s’affolla …e poco dopo scendo alla stazione di Venezia inondata di gente in attesa … Imbocco la solita stradina della Marittima solitaria come sempre. Il pomeriggio di fine ottobre è tiepido e assolato … In controluce ciuffi d’erba verdissima contrastano vistosamente con rami di foglie rosse e steli giallastri rinsecchiti ridotti quasi a paglia. Le foglie degli alberi ormai rassegnati al sonno danzano in aria libere dal loro destino pendulo. C’è un odore intenso, acre e pungente emanato dalla montagna di traversine ferroviarie appena rimosse e accatastate … Un’unica donnetta se ne sta seduta solitaria sul muretto del quartiere. D’estate lì si espone e s’assiepa “il meglio” del campionario degli anziani carrozzati e delle badanti della nostra contrada. Chiassano, ridono, evocano, discutono, cantano, giocano, bevono, dormono, canzonano, stanno male, fanno la radiografia a chi va e chi viene … Oggi non c’è nessuno … Forse saranno in sciopero anche loro … o forse in fuga come le lucertole dopo che hanno preso l’ultimo sole di quest’estate trascorsa ormai da un pezzo.

 

ott 21, 2014 - Senza categoria    No Comments

“LAZZARETTO NUOVO … DOMENICA.”

lazzaretto nuovo 1
“Una curiosità veneziana per volta.” n°55.

“LAZZARETTO NUOVO … DOMENICA.”
 
Sarà un po’ per il fatto che Ebola sta bussando in giro per il mondo … o forse di più perché Venezia nella sua storia ha sempre avuto a che fare con pestilenze e dintorni … Ebbene, son tornato volentieri a rivisitare l’isola del Lazzaretto Nuovo adagiata nel cuore della laguna Veneziana.
Redentore, Salute, Santa Maria del Pianto, San Rocco, San Sebastiano, San Cosmo e Damiano, Santa Maria in Boccalama, San Lazzaro degli Armeni, Poveglia, e tutti gli altri … Venezia ha inventato i Lazzaretti. E’ stata sua l’idea dell’isolamento, della contumacia, degli spurghi delle merci, della quarantena delle navi, dei marinai e dei foresti …
Venezia nei secoli passati è stata una vera esperta in materia tanto da essere presa d’esempio ed imitata dagli altri governi Europei e Mediterranei. Esiste un’intera letteratura al riguardo, e sono curiosissimi i documenti che testimoniano i provvedimenti e le procedure via via adottate dalla Serenissima con i suoi Procuratori, Medici, operatori e Magistrati della Sanità.
Venezia in tempo di pestilenza metteva e chiudeva i “rastrelli”ai suoi confini, e pattugliava le bocche di porto e le sue lagune per impedire l’entrata e la diffusione dei contagi.  Cercava di individuare e isolare il morbo, di prevenirne la diffusione, di liberarne le “malearie” spurgandole, tonificandole, purificandole, dilavandole, bonificandole così come meglio poteva e le riusciva facendo proprio il patrimonio culturale più efficace conosciuto in giro pe il mondo. Tuttavia la gente moriva a grappoli, e raramente si riusciva a mitigare la devastazione di morte che ogni volta la “mortilenza” seminava e distribuiva fin in ogni angolo remoto della laguna di Venezia.
All’apice supremo dell’infuriare del morbo, cronache storiche raccontano della laguna inondata dal fumo delle pire in cui si bruciavano cose e persone come nebbia diffusa e fitta … Raccontano di persone sepolte in terra a strati come “lasagne”,mentre i “Pizzegamorti” facevano da padroni sul territorio devastando, saccheggiando, violentando e derubando, e buttando gente ancora mezza viva nelle fosse …
Altri tempi … Però è curioso rivederne ancor oggi le tracce, ripercorrerne la memoria e calpestarne il suolo lasciandovi l’impronta. Sono tornato perciò dopo tanti anni all’antica “Vigna murata” dei pingui e austeri (non sempre) monaci Benedettini lagunari. Troppi anni sono trascorsi, mi è quasi sembrato di non esserci mai stato …
Ancora nel 1437 i Monaci Benedettini di San Giorgio Maggiore nella figura di don Honorado e don Zuane Priore ed Economo affittarono per anni 3 a 28 ducati la vigna con la chiesetta di San Bartolomeo, la casa-monastero, l’orto e il pozzo a Prete Nicolo’ della Contrada di Santa Marina di Venezia.
Il 24 settembre 1506, invece, con Decreto del Senato della Serenissima si dichiarò inopportuno concedere paga doppia in tempo di peste ai Priori e agli altri salariati dei Lazzaretti “… per el qual i desiderano che la peste perseveri aut al manco sempre ne resti sospetto …” Si concede, invece, un unico conveniente salario annuale. Per il Priore del Lazzaretto Nuovo il salario era di 80 ducati e l’uso della Vigna, 14 ducati per ogni dipendente, e 8 soldi giornalieri per il vitto dei contumacianti ospitati nell’isola.
Il Lazzaretto Nuovo è uno di quei posti sfuggenti, talmente ricchi di contenuti che non riesci a comprenderli e apprezzarli quanto basta. Un insieme quindi sfuggente, ridondante di architettura, storia, archeologia, naturalistica floro-faunistica lagunare, tradizione, vicende insediative, poesia che lascia esterrefatti e un po’ con la voglia di saperne di più. Venezia col suo isolario è sempre la stessa, non si finisce mai di scoprirla, ammirarla, gustarla e di rimanere a cullarsi dentro alle sue bellezze e le sue recondite vicende.  Una vecchia isola è come una donna illustre e pomposa … ma un po’ sfiorita, meno procace e ammaliante di un tempo, ma pur sempre con un certo suo fascino accattivante.
Un motoscafo è sfrecciato quasi come un proiettile lanciato e sparato dal suo potente motore fuoribordo. Un uomo maturo corpulento e pettoruto lo guidava credendosi un novello esperto nocchiero … L’acqua violenta dell’onda ha aggrampato e morso le rive sfatte e rovinose, il pesante vaporetto ha“ballato” a destra e sinistra, la barca a vela candida di fronte beccheggiava e sussultava in mezzo alla laguna … Sembrava galleggiare sul niente, quasi scivolare planando sul pelo d’acqua che da immoto diventava improvvisamente turbolento e burrascoso, squassato e indomabile … Pochi giri di lancette secondi dopo, tutto è ridiventato immoto e quieto come prima … Il motoscafo furibondo era già lontano e correva incontro a Venezia accucciata e distesa sullo sfondo dell’orizzonte.
Davanti ai miei occhi si distendevano le barene, fosse, canali, isole, acque poco profonde, bassi fondali fangosi che facevano da spartiacque fra quel mondo irto di campanile e quei luoghi riservati e quasi appartenenti ad un altro cosmo arcano … Un paio di colpi di fucile da caccia hanno spaccato subito l’incanto e il silenzio incombente dei luoghi spalancati vestiti da fiaba.
Una gatta è corsa a nascondersi sotto a una carriola con gli orecchi issati all’insù. Si è piegata goffamente facendosi piccola nell’erba, ed è rimasta immobile in attesa degli eventi. Un cane legato col guinzaglio al cancello, invece, si è messo ad uggiolare inquieto e nervoso, tirando il legaccio e guardandosi intorno. La padrona è accorsa in fretta, l’ha coccolato, rassicurato, e l’ha rasserenato accarezzandolo.
Per fortuna da un po’ di anni si sta invertendo la tendenza di buona parte degli autoctoni lagunari. Speriamo sia passata del tutto la stagione in cui le isole abbandonate venivano sistematicamente violate, saccheggiate, profanate, derubate fin delle pietre. Si bruciavano gli infissi, si strappavano gli arredi e le opere d’arte, perfino i pavimenti … Si sventravano le pareti, si sfondava vetri, si scaricava incontrollati ogni sorta d’immondizia e pattume, si bruciava, s’insozzava liberamente, si nascondevano droga e armi, si vandalizzava per il solo gusto di sfasciare e rovinare qualcosa.
Colpa imperdonabile in gran parte anche di chi per primo avrebbe dovuto preservare, conservare, vigilare … Sarebbe lunga la lista: Stato, Militari, Regione, Comune, Curia Patriarcale, Beni Culturali … Ognuno ha di certo la sua buona parte di responsabilità per lo stato pietoso in cui si è lasciato ridurre l’Isolario veneziano.
Quand’ero bambino ricordo che i ragazzini del mio paesucolo lagunare andavano a giocare con i resti umani dell’Ossario di Sant’Ariano incustodito … C’era il Viceparroco preoccupatissimo che accorreva su una piccola barchetta a raccogliere i teschi che galleggiavano in giro per i canali della laguna divertendo i ragazzini e spaventando e inorridendo le vecchierelle del paese …  Ricordo anche che qualche anno dopo uno sponsor americano ricco e famosissimo s’era offerto di provvedere a un grande restauro di una famosissima chiesa di Venezia.
“Non sarà mai che la sacralità di questo luogo venga deturpata da una scritta con i simboli di una marca commerciale ! … La Chiesa non ha bisogno di nessuno !”
tuonò il Rettore del luogo, e per quel esagitato orgoglio e autosufficienza vuota non se ne fece nulla … anzi, si continuò fino all’ultimo giorno prima di chiudere a raccogliere il povero obolo degli ultimi devoti veneziani impotenti.
Poi più nulla, tutto chiuso e silenzioso, abbandonato … Che disdetta !
Ancor oggi tanti luoghi illustri si preferisce vederli chiusi e cadenti, perché menti ottuse pensano maggiormente al tornaconto e al guadagno più che alla conservazione di tanti beni preziosi che ci hanno lasciato i Veneziani dei secoli.  Se potessero gridare certi morti e certi devoti che hanno voluto, costruito, abbellito, vissuto e popolato certi monumenti … li sentiremmo urlare di disprezzo e di vergogna verso di noi fino ai piedi delle Alpi … e forse anche ben oltre.
Comunque quel che è fatto è fatto … indietro non si torna. L’importante è fermare questo sfregio, e soprattutto continuare a smascherarlo e non permettere che si ripeta.
Per fortuna quindi è iniziata ormai da tempo l’epoca felice di uomini e donne volontari meno avidi di successo, privilegi, potere ed interessi. Persone dedite a salvaguardare, recuperare, quasi coccolare e difendere quel poco che è rimasto in Laguna, provando a farlo parlare e respirare di nuovo.
Non voglio osannare eroi improbabili in queste semplici righe, ma di certo apprezzare l’attivazione provvida di qualcuno, e forse imitarne l’opera passionale, prolungarne l’intenzione, condividerne lo spirito e calpestare nel mio piccolissimo le stesse orme lasciate in questa impresa faticosa.
Ma al di là delle manfrine dialogiche, rieccomi al Nazzaretum o Lazzaretum …  Improvvisamente, eccolo lì ! Perfettamente mimetizzato sullo sfondo delle Vignole e di San Erasmo. Guidati dall’encomiabile dedizione del Dott. Fazzini che ci guidava ho messo i piedi sul soffice vialone verde dei gelsi dell’isola assieme ad altri che hanno rivisto il Tesone dopo 30 anni. … Si sente che la nostra guida avrà ripetuto certe cose un’infinità di volte … ma si percepisce anche che è per davvero appassionato di quello che va facendo e dicendo. Per fortuna ci sono persone come lui … Un tempo l’isola era tutta pavimentata e aperta, senza vegetazione per poter meglio spurgare e arieggiare ogni cosa. Serviva disperdere la “mala-aria”, vaporando, fumigando, provando a mitigare i miasmi di quella contaminazione ignota ma concentrata e presente tanto da “accoppare ogni cosa sulla faccia terracquea”.
Maestoso ciò che rimane del Tesòn Grande … Quelle scritte rosse impresse sui muri traboccano di storie vissute, spiritosaggini, memorie e ricordi, amori, intrighi e complicazioni … Tutte quelle cose di cui può essere impastata la vita comune e quotidiana di ogni epoca. Soprattutto di quell’epoca di pestilenza e calamità diffusa.
Rimane ben poco dell’antico “castello” dell’isola dai 100 camini alla veneziana … Bisogna fantasticare parecchio per immaginare come poteva essere il Lazzaretto veneziano … Aiutano un po’ le stampe antiche e i video, l’abile spiegazione della guida …
 
“Qui c’era la chiesetta di San Bartolomeo … i forni del pan biscotto … la casa del Priore col pozzo … le cucine … le ultime casette rimaste …”
 
Al di là delle mura che circondano il Lazzaretto a tratti apparivano i panorami mozzafiato della laguna … Abbiamo percorso l’isola intera lungo il fangoso e suggestivo vialetto di ronda oggi sentiero naturalistico fra canneti e arbusti … La barena e la laguna si sono rivelate ancora una volta per quel sono mostrandoci di nuovo le intimità più recondite e spettacolari della distesa acquea veneziana … Al nostro passare seguendo l’esile traccia aperta e precaria era tutto un ronzare, frullare, sbattere d’ali … S’intravedevano negli angoli remoti gazzette candide che sbeccolavano eleganti nel fango, gabbiani rauchi che volteggiavano alti, altri uccelli capitombolanti in aria che s’inseguivano trillando, frullando, fischiando canzoni misteriose e sorprendenti insieme … Mi piacerebbe conoscerle di più … Lontano lo spettacolo delle isole di sempre in prospettive insolite, sfasate … Burano, San Giacomo in paludo, San Francesco del Deserto, Mazzorbo, Madonna del Monte … come tante sorelle da chiamare a tiro di voce fra nugoli immensi d’insetti … e l’esuberanza della Natura che trapelava sotto al sole svogliato e languido dell’autunno lagunare.
Esiste un documento del Sansovino del 1576 che mi è ogni volta caro rileggere perché mi procura una certa mestizia e tenerezza insieme, descrive gli appestati al Lazzaretto Nuovo allo stesso tempo come abitanti del “Paese di cuccagna” … ma anche come persone giunte al capolinea della “Porta dell’Inferno della vita da attraversare …”
 
“Nel corso della pestilenza si trovavano … in osservazione circa diecimila persone e nelle acque circostanti più di tremila imbarcazioni, fra grandi e piccole, che assumevano qua l’aspetto d’una armata che assediasse una città di mare … a questi si aggiungevano: serventi, ministri e la truppa. Da 8000 a 9000 persone ogni giorno venivano alimentate dalla Repubblica durante questa calamità … Magazzini immensi di medicine e di viveri, sacerdoti, medici, chirurgi, farmacisti, levatrici, tutto era qui pronto …cento camere et con una vigna serrata … E con ordine ogni cosa veniva distribuita …I presenti per lo più poveri venivano sfamati a spese dello Stato. Ogni giorno all’impressionante città galleggiante si aggiungevano 50 barche. I nuovi arrivati venivano accolti gioiosamente con applausi e a loro veniva detto “…che stessero di buono animo, perché non vi si lavorava, et erano nel paese di Cuccagna…”
Allo spuntare dell’alba arrivavano i “visitatori” che scorrendo l’isola, il lido e la flotta, s’informavano minutamente sullo stato di ciascuno per far trasferire al Lazzaretto Vecchio gli appestati … Non molto dopo arrivavano altre barche con ogni sorta di commestibili da essere dispensati in ragione di 14 soldi per bocca … A queste barche seguivano quelle dell’acqua tolta dal Sile e sorto il sole tutto si metteva in quiete perché in mezzo al Lido si celebrava la Messa davanti a questa flotta ancorata al Lido.
Al tramonto le turbe divise in due cori cantavano le Litanie e i Salmi, mentre di notte ogni cosa rimaneva in alto silenzio e non era permesso il minimo rumore … Un immensa quantità di ginepro raccolto in pire si faceva ardere notte e giorno sul lido spargendo l’odoroso fumo a grande distanza sulla laguna e sul mare … A certe ore del giorno veniva permesso a parenti ed amici di recarsi dai congiunti, discorrere con loro da lontano e regalare vivande e rinfreschi … Ogni giorno giungevano 50 o 60 barche e lunghi applausi accoglievano i partenti…”
 
Sempre le cronache antiche ricordano che chiunque era sospettato di peste veniva condotto qui, e se non aveva mezzi sufficienti si alimentava per 22 giorni a pubbliche spese. Se si dimostrava infetto veniva trasportato al Lazzaretto Vecchio, altrimenti trascorsi i giorni poteva tornare a casa.
Nell’isola si costruirono grandi case di legno e si ancorarono all’isola vari vascelli dismessi o galere sfornite d’armamento sui quali si costruirono altre case. Nel corso degli anni l’isola della Vigna Murata non fu più sufficiente allo scopo, e perciò si allestirono nella vicina isola di Sant’Erasmo nuove abitazioni e si ancorarono altre vecchie galere vicino al Lazzaretto Nuovo in cima ad uno dei quali sventolava una bandiera che indicava il limite invalicabile oltre il quale non bisognava avvicinarsi. A scoraggiare eventuali trasgressori era stata eretta una forca, monito per coloro che avessero osato disobbedire agli ordini dei Provveditori sopra la Sanità …”
 
Mi piacerebbe rimanere e sostare per qualche giorno in un’isola come il Lazzaretto … almeno nell’idea mi piacerebbe.  Ma subito un visitatore mi smonta la poesia in quattro e quattrotto: “Ho visto d’estate i ragazzini quattordicenni dei campi scuola sotto il sole cocente rimanere a strappare erbacce, fittoni ancorati nel terreno e radici … Oppure li ho visti prestarsi a sbadilare faticosamente per aprire un sentiero calpestabile fra i rovi …. Che cosa volete che s’impari a restaurare in una settimana e a quell’età ?  … Tanto la Natura con i suoi elementi si riprenderà velocemente tutta l’isola, infesterà e ricoprirà presto quegli scavi scoperti con tanta fatica … E’ lei la vera padrona della laguna … Più che archeologia vera e propria qui si fa un po’ di restauro e ricerca perché mancano come sempre i fondi e i finanziamenti … Il destino della Laguna di Venezia è stato ormai segnato da tempo …”
 
Grande ottimista della domenica … Ho incrociato le dita … spero si sbagli del tutto … Ma sono tanti a pensarla così … forse troppi.
Ancora nel 1789 Sebastian M.Rizzi Priore del Lazzaretto Nuovo scriveva ai Sopraprovveditori e Provveditori alla Sanità dello “…stato rovinoso e sconsolante del Lazzaretto…il muro di cinta sostenuto da puntelli…buona parte degli edifici in rovina o pericolanti…canali di accesso inservibili, i pozzi inquinati…urgente è l’intervento.”
Nel 1793, invece, con l’istituzione del Lazzaretto di Poveglia il Lazzaretto Nuovo perdette di fatto la sua funzione. Con l’avvento dei Francesi il Ministero della Guerra destinò l’isola a funzioni militari: il Tezòn Grando murato divenne polveriera, si demolirono le contumacie “al Prà’”, “all’ortolazzo”, “ai barcaroli”, “alla campagna” e la vecchia chiesetta di San Bartolomeo.
Rallento il passo, mi volto un attimo e mi fermo … Vedo passare nella penombra della sera che avanza le ombre lunghe degli appestati … No … Sono dei custodi … Odo il tintinnare di chiavi del Priore che apre e chiude la grande tesa … Lungo uno dei muri di cinta marinai inoperosi in contumacia scrutano immobili la loro nave ormeggiata prigioniera del morbo e dell’isola … Guardano lontano fumando la pipa e sorseggiano lentamente un boccale di vino aspro.
Poco più in là, dentro alla notte, tre figure senza volto parlottano sommessamente nel buio ma in maniera animata. Sono il Priore del Lazzaretto, un Bastazo-facchino e il mercante di una grossa nave alla fonda accanto all’isola. Discutono, contrattano, considerano … Alle loro spalle intravedo la nave ancora carica di merci, lievemente piegata sul fianco. E’ appoggiata sul fondo del piccolo canale poco profondo prospicente l’isola … c’è bassa marea in laguna, come sempre verso l’alba … I tre si scambiano un fascio di carte e un paio di sacchetti di monete contandole una per una sotto il chiarore flebile della Luna. I soldi luccicano, baluginano saltando sulle dita esperte, sembrano nuovi di Zecca … A un certo punto una moneta oscilla in aria, tintinna, scappa fra le mani che provano ad afferrarla, rimbalza sopra alla manica di un braccio proteso e finalmente cade e scompare dentro e sotto l’acqua scura.
Verrà ritrovata ossidata e mangiata dalla salsedine secoli dopo … Ora se ne sta in bella mostra insieme ad altre nelle vetrinette sotto al Tesòn Grande.  Raccontano storie passate, come le anfore poco più in là che un tempo portavano vino, olio, profumi, grano e chissà quali altri cose dagli angoli più disparati del Mediterraneo, dell’Africa e del Levante … come le ossa allineata, gli attrezzi rugginosi, le stampe antiche, le terracotte usurate …
Annuso l’aria, e avverto il profumo che non c’è del pane appena cotto dai forni dell’isola. Si sente la fragranza del panbiscotto appena sfornato … Si mescola con l’odore aspro della salsedine, e con quello degli umori che esala la laguna, il verde selvatico e la barena trapunta di fiori lacustri, salicornie, canne ed erbe selvatiche …
Un giovanotto in salute seduto su di una panca nel buio ancor prima dell’alba fuori della chiesetta di San Bartolomeo … Piange in silenzio sommessamente … è l’unico rimasto della sua famiglia tradotta al Lazzaretto Vecchio e non più tornata … per sempre.
Poco discoste, solo al chiarore di una flebile lucerna in terracotta, alcune donne formose dalle gonne larghe e lunghe rimestolano l’acqua tratta faticosamente dal pozzo, e smanacciano indaffarate mucchi di panni sporchi soffocandoli nell’acqua dentro a grossi mastelli di legno.
Voltandomi ancora dalla parte dell’ingresso vedo un pescatore che ha appena accostato la sua barchetta carica di pesce guizzante alla riva. Sempre come ombra nel buio lo vedo scambiare con uno dei guardiani muti dell’isola che gli porge una moneta argentata e un grosso cesto di frutta colorata e verdura odorosa … In fondo al viale dei gelsi, distinguo appena nella penombra il trenino austriaco caricato all’inverosimile di munizioni, pronto per andare a rifornire la Batteria della Torre Massimiliana sulla spiaggia che controlla la bocca del Porto di Venezia.
“Che provasse qualcuno ad entrare da quella parte !”
 
Sta arrivando il vaporetto di ritorno … Riapro gli occhi e fuoriesco dal sogno … La visita al Lazzaretto Nuovo è terminata … Venezia “solita” ma sempre nuova, mi sta aspettando per le “solite cose” di sempre … Tornerò ancora al Lazzaretto Nuovo … di certo.
ott 19, 2014 - Senza categoria    No Comments

“INCONGRUO VIVERE …”

incongrua

Ripercorrendo il quotidiano tratto di strada da casa fino al piazzale degli autobus, attraverso la solita strada buia e deserta della Marittima del Porto senza incontrare nessuno.

“Non c’è un’anima viva … Sono l’unico pirla che va a lavorare a quest’ora…” è la frase ricorrente che s’affaccia da anni dentro alla mia mente.
Ma poi penso meglio, e so bene che non è così … perché poco dopo quando arrivo al piazzale incontro i bus che scaricano la solita folla dei pendolari che stanno viaggiando da ben più di un’ora, e prima di me. Mi sento allora parte integrante di un microcosmo di persone che s’attivano, partono, e vanno a far qualcosa di buono attraversando il buio ancora notturno. Non è incongruente del tutto questo nostro andare quotidiano …
Intravedo per strada la non più giovane tossica ben curata e agghindata parla ad alta voce rauca e impastata con l’assemblea dei gatti del caseggiato e del vicinato.
“Vi difenderò io dai colombi malvagi che vi vogliono derubare della pappa …”
 
Quando le passa accanto qualcuno alza il tono della voce per farsi sentire, e sposta lo sguardo intorno in cerca di attenzione e di un qualche aggancio per parlare del tempo e dei problemi quotidiani di tutti. Si capisce lontano un miglio che è insolita e alterata, che sta recitando una “normalità” che non possiede più da tempo.
Di pomeriggio, infatti, ritornerà immancabilmente spettinata, ciondolando traballante sulle gambe, sotto alla pioggia con gli occhiali da sole. I suoi discorsi saranno sballati del tutto … Incongruenza di un vivere “incerto” che “gira così” …
Procedo per strade, corti, fondamente, calli bagnate e coperte d’umido … Pioviggina senza sosta …
“Fìfola !” direbbe un vecchio veneziano osservando il cielo dalla soglia di casa con l’ombrello ancora chiuso in mano.
Un’idroambulanza sfreccia lampeggiando e urlando dentro al canale alzando muri di spruzzi e di onde. Le barche ormeggiate s’inarcano, sbattacchiano sull’acqua, fra loro e sulle rive … Poi il suono s’allontana progressivamente fino a spegnersi … e l’acqua nel canale torna ad essere liscia e ferma.
Intanto nel buio ombroso veneziano lingue ed etnie pendolari s’incontrano e confondono sussurrando, bisbigliando e gesticolando … I carrettieri vigorosi e iperattivi in canottiera e pantaloncini corti scaricano a ritmo forsennato i loro barconi sovraccarichi fino a pelo d’acqua. Borbottano e sghignazzano, dietro agli occhi strani e lucidi … degli spilli luminosi un po’ inquietanti.
Dopo qualche minuto il tergicristallo danza sul vetro del bus che sobbalza e scricchiola fin oltre la laguna. Dal finestrino osservo il solito distributore di periferia illuminato a giorno … Le solite prostitute sfatte “rinfoderano le loro armi”, ed escono dalla penombra del Parco di San Giuliano salendo silenziose nel vecchio furgone che passa a raccoglierle … Incongruenze viventi nascoste dentro alla notte … Un’altra notte è trascorsa e non tornerà più … Ce ne sarà un’altra, e poi un’altra ancora, una lunga catena … Ma non sarà più la stessa, sarà sempre diversa e unica … e ciascuno le riempirà com’è capace provando a vivere in qualche modo.
Scendo nel cuore di Mestre … Un mezzo della raccolta differenziata del vetro inchioda di brutto rovinosamente e stridendo sulla linea accesa del semaforo rosso. Il rumore cristallino di un’acuta cascata di vetro infranto invade e rompe il brusio mattutino quasi silenziato. Un secondo dopo gli sfreccia davanti un grosso camion lanciato in corsa.
“Quello dorme ancora di brutto !” commenta un ironico notturno passante gioviale.
Il solito tabaccaio mentre mi passa la mia rivista preferita che mi tiene da parte, sembra ansioso di comunicarmi che qualcuno ha vinto al gioco ben 500.000 euro per comprarsi una casa.
“Beato lui ! Magari capitasse anche a me !” aggiunge.
“Ma gioca ?” gli chiedo.
“No … Mai … Sono soldi buttati … Non ne vale la pena …”
“E allora come può sperare di vincere ?” … Sorride … “Si fa per dire …” mi risponde.
Incongruenze spicciole del mattino.
Nella penombra notturna della corsia d’ospedale una collega infermiera silenziosa e solitaria sta praticando un prelievo ematico chiamando sommessamente la paziente che ha di fronte. Quella rigonfia sul letto aspirando avidamente ossigeno dagli occhialetti posti sotto al naso non le risponde. La collega la chiama ancora più volte con dolcezza mentre il braccio e la mano molli ricadono inermi sul lenzuolo candido … L’infermiera lavora sul braccio e continua a chiamare quasi come un mantra, una nenia stimolante, una cantilena per alleviare il fastidio dell’ora e del bucare … L’altra continua a rimanere inerme, iporeattiva … La cantilena si perde nel niente del buio senza risposta … C’è solo quel sordo ansimare del respiro allettato che si confonde col chiamare.
Che contrasto a confronto con le notizie e le vicende allucinanti che provengono in questi giorni dalle cliniche del Molise. Eppure sono medici, infermieri, operatori anche loro … Possiedono gli stessi nostri titoli, la stessa professionalità, abbiamo studiato le stesse cose, gli stessi principi … Eppure … Osservo non visto nel buio accanto allo stipite della porta, poi mi allontano in punta di piedi quasi per non disturbare sorseggiando il mio caffè bollente …
“Che brave che sono certe mie colleghe a lavorare in un certo modo non viste nel buio … ne sono quasi orgoglioso …” penso.
Sono passato questa mattina di nuovo … lo stesso letto era vuoto col materasso ribaltato all’insù … Certi gesti servono un attimo … che può essere anche uno degli ultimi … ma forse valgono per sempre.
Termino di sorseggiare il mio caffè con la Luna e le Stelle che mi fanno da tetto nell’umida alba autunnale, mentre inizia un altro giorno di lavoro in ospedale. Sulla sagoma nera del grattacielo in fondo con i due punti rossi luminosi sul tetto, s’accende una finestra solitaria … Poi un’altra più sotto … E un’altra ancora più a lato … Il resto della città rimane ancora immobile ad indugiare nel buio e gustarsi gli ultimi istanti del sonno. In sottofondo ruggisce, frigge e vibra, e si fa sentire il solito rumore sordo dell’ospedale. Qui non c’è tempo … i giorni rincorrono le notti vestite da giorno … sembra un’altra dimensione.
Scendo di sotto … s’incomincia di nuovo…
C’è quel collega che ha sempre fretta di “smontare dalla notte”e andarsene … Non ama aspettare o perdersi in chiacchiere inutili di prima mattina … Altre volte brontola e fa pesare se gli viene lascito qualcosa da completare … ma lui giunge a darti il cambio quasi sempre in ritardo pur abitando appena fuori dalla porta dell’ospedale, e si ferma tranquillo a farsi due chiacchiere utili proprio mentre lavora.
“Che fretta c’è ?  … Qualcuno farà prima o poi …”
Incongruenze professionali un po’ “così” …
“Domani va a casa signora ! Non è contenta dopo tutto questo tempo qui in ospedale ?”
“No. Non sono contenta perché non cammino ancora … Non capisco perché dopo tutti questi mesi che ho trascorso qui dentro …”
“Il perché sta anche nel fatto che lei è spiaggiata a letto e non si muove di un pelo … Rifiuta di alzarsi uscendo da quella finta prigione comoda … Si lascia fare di tutto passiva e non collabora durante l’igiene … Si fa anche imboccare sebbene le mani siano ancora buone … Come può rammaricarsi di non riuscire a camminare ? Non è un automatismo, un bottone nascosto da schiacciare da qualche parte … Servirà prima e bisognerà iniziare da tutto il resto no ? …Servirà che lei collabori, s’attivi, abbia voglia …  e poi, semmai, riuscirà a riprendere a deambulare … In realtà lei si è un po’ arresa in questi ultimi tempi … Non si potrà cammina rimanendo a letto … E poi deve anche accettare il fatto che è malata, lei ha vissuto molto, possiede tanti anni da portarsi a spasso … Per questo ha indosso questa grande fatica …”
Mi osserva incredula e poco consapevole della bontà e giustezza del meccanismo e soprattutto delle cose che le ho appena esposto. Continua ad essere convinta che da qualche parte debba esistere una qualche maniera per cambiare automaticamente la sua situazione, una qualche cura e medicina capace di ridarle vigore e tutto quello che lei era … Incongruenti aspettative dell’essere malati, e per di più poco consapevoli …
“Ieri ho fatto quasi un doppio turno …Mi sono dedicato al lavoro intensamente … Spero di guadagnare un po’ di più questo mese … Sono cotto e finito … A volte non mi risparmio per niente pur di lavorare …” ci spiattella davanti un vecchio collega euforico.
“Ma se mandi spesso giorni di malattia e sei molte volte assente dal lavoro ? … E ci tocca di lavorare anche al posto tuo … ” ci diciamo senza il coraggio di ricordarglielo direttamente. Incongruenze di certi lavoratori un po’ difficili da capire … Ma poco dopo, ironicamente e girando alla larga con le parole riusciamo a dirglielo e farglielo notare e pesare. Lui capisce, finge di non capire, e sorride furbetto senza aggiungere altro …incongruente.
Più tardi una collega si sfoga, un po’ sconsolata.
“Ci dicono spesso: “Siete degli angeli ! La vostra è una missione !” … Seh ! … ma quando ? Dove ? … Questo è un luogo comune, uno stereotipo della gente qualsiasi quando vede che prestiamo delle normali cure dovute a un malato. In realtà non facciamo niente di miracoloso ed eccezionale … Anzi, a volte facciamo proprio il contrario di quello che sarebbe giusto … In un ospedale ho pagato una mancia al personale per poter stare accanto alla mia mamma malata … e mi hanno cacciata fuori ugualmente … Ho portato le medicine da casa, le pappe giuste da somministrarle perché è disfagica e non le hanno a disposizione nell’ospedale … Ho pagato ancora perché qualcuno l’assistesse e gliele facesse assumere, la imboccasse visto che non mi era permesso di rimanere … Hanno intascano i soldi quasi come un dovuto … ma ho ritrovato il piatto ancora pieno sul tavolo, e le pappe intatte sul comodino dove le avevo lasciate.
“Chi non mangia … ha mangiato !” mi hanno risposto quando ho chiesto spiegazioni. “Non è che possiamo rimanere lì davanti in eterno ad insistere e provare …” e l’ausiliaria ha cestinato tutto quello che c’era di neanche sfiorato sul piatto.
Ci riempiamo la bocca con la favola della professionalità, degli aggiornamenti, delle competenze sempre più allargate … Parliamo sempre più di duttilità degli infermieri, abbiamo eliminato i limiti del mansionario, progettiamo e studiamo strategie per il “pre e post” degenza del paziente. Ci scervelliamo a pensare in quale maniera si dovrà assistere il paziente a domicilio … Diciamo: “La nostra dovrà essere un’assistenza di qualità a 360° fondata sull’interdisciplinarietà e l’interazione di team … I bisogni del paziente vanno personalizzati ed individuati di volta in volta, tutelati … Parole, parole, parole … in realtà facciamo poco … o il contrario di quanto servirebbe e sarebbe giusto … A livello mondiale siamo considerati fra le professioni meno competenti e più sciatte … Mi sa che hanno ragione … Pensiamo solo in maniera ossessiva alla pensione e alle occasioni per far più soldi possibili … Al lavoro si finisce col parlare di tutto, dei propri problemi, delle cose di casa, dello shopping … fuorchè dei pazienti e della loro storia che quasi neanche conosciamo e confondiamo … Alla fin fine si fa poco o niente per loro … Si lavora con la testa altrove, al risparmio, cercando sempre di lasciare a qualcun altro le cose da fare che non riteniamo indispensabili … E siamo anche permalosi, non ci si può dire niente perché ce la prendiamo subito e ci sentiamo attaccati … Ti ricordi quel nostro collega qualche tempo fa: “Faccio tutto io ! State tranquilli … Non preoccupatevi … e si metteva a leggere il giornale lasciando suonare i campanelli e quasi tutte le cose da fare … Ci toccava chiamarlo con il microfono degli annunci del reparto … andarlo a scovare e chiamare … Mi dispiace dirlo, ma a volte siamo distaccati, distanti, cinici e troppo vaccinati contro certe situazioni dopo tanti anni di lavoro … Ci passiamo davanti quasi con indifferenza, apatici nel vero senso della parola … Crediamo che sui letti ci siano dei sacchi di patate che altri hanno il dovere e il compito di accudire … Non mi meraviglio degli eccessi accaduti in Molise in questi giorni … Sono la punta emergente di un iceberg,  di un modo di fare diffuso e insospettabile … Ecco perché gli infermieri tacciono sempre e non hanno quasi mai nulla da dire, sono quasi tutti allineati e sintonizzati su un certo modo di fare … Nascondono i loro malesseri interiori, e sfogano le loro frustrazioni scaricandole sui pazienti … Che colpa ne hanno loro ?”
 
Un fiume in piena … una valanga di parole …
“In parte hai ragione … Non siamo angeli … Noi infermieri spesso finiamo per essere né carne né pesce … siamo gente qualsiasi. Galleggiamo dentro alla nostra professione senza acuti, senza strepiti e sussulti … qualche volta senza arte né parte. Qualcuno magari arriva anche a dire di amare la sua professione, che gli piace il suo lavoro … Poi ti accorgi che è stacanovismo, il piacere di trovarsi qui invece che altrove e in situazioni meno appetibili della sua vita … Credo che nel nostro piccolo dobbiamo provare a condurre il nostro lavoro con una certa dignitosità e coerenza, almeno tentare ogni giorno a interpretarlo con lo spirito che ci dovrebbe contraddistinguere … seppure fra alti e bassi, fra tanta fatica, l’entusiasmo sempre più raro e le varie disillusioni.  Non è detto poi che ci riusciamo …ma almeno tentiamo, proviamo. Chissà ? Magari prima o poi finiremo per combinare qualcosa di buono … forse anche senza accorgersene. Forse potremo correggere qualcuna di queste pecche di cui tanto ci lamentiamo …”
 
E allora lavoriamo … tenendo occhi ed orecchi aperti.
“Bisogna sempre considerare l’importanza dei pazienti, delle aspettative e degli obiettivi dell’assistenza e della Riabilitazione … E’ un’opportunità irrinunciabile e imperdibile … E’ importantissimo lo stimolo continuativo da offrire ai pazienti per favorire il recupero dell’autonomia funzionale e psicofisica … Bla bla bla … e ancora: Bla Bla …”
L’illustre ed esperto professionista spiega accalorato ai familiari e al personale presente nel corridoio … Poi entra nel suo studio e chiude la porta … e cambia la musica.
“Che palle questa gente ! … Sono proprio dei rompic… questi vecchi e questi familiari … Rompono a mille e basta … Abbiamo catorci umani che non vuole nessuno … Neanche i parenti più prossimi li vogliono … A noi tocca di raccoglierli e tribolare tanto per niente …”
Incongruenze del giuramento d’Ippocrate …e conferma indiretta di quanto considerava amaramente la mia collega di prima.
Mi sono accorto che l’incongruenza è una delle regole stabili e più radicate del nostro vivere quotidiano. Ci fanno da buoni maestri tanti politici che da una parte dicono e danno e dall’altra tolgono e s’abbuffano spudoratamente. Altrettanto buoni maestri sono i potenti del mondo che guerreggiano in nome della democrazia, della giustizia, della libertà e della pace … e intanto s’impadroniscono a basso prezzo delle risorse dei popoli.
Ancora maestri d’incongruenza sono tanti fanatici della Religione, che invocano Dio, la Fratellanza, la condivisione, l’Amore e la Pace … e intanto tagliano teste e fanno guerre sante e crociate paludandosi d’oro e di venerabili facciate di dignità. L’incongruenza è questa doppia faccia del vivere che popola la storia dell’umanità di sempre … per fortuna non del tutto.
Ancora un piccolo aneddoto incongruente d’ospedale …
“Per una vita intera ho fatto la telegrafista all’ultimo piano del Fondaco dei Tedeschi a Venezia … Eravamo più di cento donne stipate dentro al rumore assordante delle telescriventi … Spedivamo e ricevevamo i cifrati … Sono diventata mezza sorda … I Veneti e i Veneziani miei coetanei erano tutti in fabbrica o a sudare sui campi, mentre i Meridionali dell’Italia del Sud bisognosa di svilupparsi facevano i Finanzieri, gli impiegati, i funzionari e i dirigenti a Venezia … Se non parlavo in italiano prendevo una multa salata … perché nessuno sul mio posto di lavoro capiva il dialetto veneziano …”
Incongruenze vecchie e nuove dell’Italia unita …
Salgo nel bus diretto a Venezia … incontro un conoscente ex Infermiere ormai da tempo.
“Non sopporto questi stranieri che vengono qui ad avanzare pretese … Ottengono tutto dallo Stato, molto più di noi ogni giorno … Guadagnano più di noi senza far niente, senza neanche lavorare … E chiedono e ottengono anche la casa … dove coltivano i pomodori nella vasca da bagno … Che indecenza ! … E poi non pagano neanche il biglietto sui bus e nei vaporetti … E li lasciano fare … Va bene tutto così …”
“Ma tu lo paghi ?”
“Ma sei matto ! … Se non lo pagano questi, e neanche i turisti con tutti i loro valigioni ingombranti, perché dovrei pagarlo io ?”
“E si ti pizzicano i controllori ?”
“Non c’è problema. Rispondo dispiaciuto che ho dimenticato i documenti a casa e detto generalità finte o di qualcun altro … Pensa, una volta ho fatto uno scherzo a un collega … Ho dato tutti i suoi dati, e gli è arrivata a casa la multa da pagare …Che risate mi son fatto … Rido ancora adesso al solo pensiero … ”
 
Incongruenza dell’essere cittadini e veneziani … L’ennesima incongruenza di questa giornata carica d’incongruenze vecchie  e nuove …

 

ott 19, 2014 - Senza categoria    No Comments

“QUEL CHE C’E’ … E NON C’E’.”

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Di solito si favoleggia ai bambini … L’altra dimensione e gli esseri fatati non esistono. Per il mondo degli adulti esiste una netta e chiara distinzione fra quello che consideriamo sogno e quella che viviamo realmente: ossia la realtà concreta.

Ma è proprio così ? Qualcuno ha detto più volte che le cose che spesso mettiamo nelle favole, nei romanzi e nei film sono quegli aspetti della realtà che ci sfuggono e intuiamo appena o non riusciamo proprio a comprendere.

Una grande conferma di tutto questo proviene dalle considerazioni scientifiche attuali, che a differenza dei sogni e della fantasia sono molto serie e abituate a ragionare a suon di prove incontrovertibili e sicure, non con illazioni e visioni.

Si è provato ormai da un pezzo che ben 9/10 di tutto ciò che esiste per noi è invisibile. Esiste per davvero tutto un mondo diverso da quel che vediamo sotto una forma di vibrazione “leggera o sottile o pesante” che il nostro occhio, o meglio il nostro cervello limitato non riesce a cogliere e vedere … ma per questo non è detto che non esista.

L’infrarosso, l’ultravioletto, i raggi “X” ne sono la conferma più banale … ma esistono conferme ben più importanti e cogenti. Esiste un infinito macrocosmo vivissimo molto più grande di noi le cui potenti dimensioni e fenomeni ci sovrastano e non riusciamo neanche a cogliere perché troppi grandi, così come esistono infiniti microcosmi più piccoli la cui limitata dimensione ci sfugge fino a imbarazzarci … ma per questo non è detto che non ci sia. Basti pensare al mondo microscopico di un virus i cui effetti in questi giorni ci stanno tanto allarmando.

Esiste tutto un Cielo misconosciuto sopra di noi, come esiste una profondità abissale acquatica e non sotto ai nostri piedi tranquilli racchiusi nelle morbide pantofole.  C’è molto di più di quel pensiamo dentro alla grande nebbia che ci contiene e non vediamo. Ma questo pensiero un po’ ci spaura … ci provoca insicurezza, perciò lo mettiamo da parte e viviamo a prescindere.

9/10 di assenza invisibile dalle nostre conoscenze sono tanti … quasi come la proporzione del nostro cervello che non conosciamo e sembriamo non utilizzare: 7/8. Tutto questo non conoscere significherà pur qualcosa, non potrà essere solo un vuoto ridondante, una cassa di risonanza di cui non si sa bene il significato …

Infatti, si è scoperta la materia oscura … Si è visto che le galassie sono ben più grandi di quello che il nostro occhio riesce a cogliere. Si è intuito, più che capito, che tanti dinamiche fisiche dell’Universo ancora ci sfuggono, che gli Oceani contengono ben più di quello che credevamo … Che forse ci sfugge perfino la base fondamentale delle cose, che il modello fisico su cui fondiamo tutte le nostre considerazioni forse non è quello giusto.

Anche il discorso quantistico è la conferma di tutto ciò … Non è detto che perché noi siamo abituati a considerare in maniera chiara e distinta, bidimensionale, alto-basso, chiaro-scuro, male-bene, giusto-sbagliato tutto debba per forza funzionare così … Esistono nella realtà tutta una serie di variabili e considerazioni che ci sfuggono e mancano, e per questo non è detto non esistano. Siamo noi che siamo fermi al pallottoliere e all’abaco, e lontani dal comprendere l’ampiezza della realtà che ci circonda … Ci accontentiamo e ci piace farcene solo uno schema, un disegno rassicurante a nostra dimensione … ma non è detto sia proprio così. Anzi, è vero proprio il contrario.

Ma a che serve dirlo ? Non è forse solo una curiosità inutile ?

Vedere “oltre” per l’uomo è sempre stata una sfida millenaria, forse la molla di ogni progresso umano … Qualcuno ha detto che anche la Religione è la conferma di questo nostro non sentirci autosufficienti e capaci di comprendere il tutto che ci contiene e ci porta a spasso per il cosmo … Pensare a Dio è stato mettere in Alto tutto ciò che non comprendiamo e ci sfugge dandogli un volto talvolta benigno e altre arrabbiato … In realtà, il Cosmo che ci circonda è un mistero di misteri …

Ma di solito noi non ci facciamo caso, non ci pensiamo, ci lasciamo portare dovunque esso vada. Tanto la nostra esistenza è qui, ben radicata sulla Terra … Che senso ha chiedersi dove stiamo andando ? Meglio occuparsi del risultato della Juventus, del valore dell’Euro e del Dollaro, e dell’ultimo taglio di capelli alla moda … il resto può attendere o essere ignorato.

La sapienza spicciola secolare e proverbiale ci ha suggerito che è sempre meglio pensare a vivere, e guardare dove si mettono i piedi per non inciampare e pestare qualcosa d’imbarazzante. Il resto è affare di altri, può anche non esistere … Che significhi o no … ha poca importanza … Ma fino a quando ?

 

ott 17, 2014 - Senza categoria    No Comments

“PISA … ORE PENDENTI.”

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Sarà forse per il fatto che da bambino si cantava: “Evviva la torre di Pisa, che pende che pende e che mai non cadrà…”. O forse perché nella mia isoletta di Burano in fondo alla laguna veneziana il campanile di San Martino è sempre stato ed è tuttora“storto”, Pisa mi è sempre stata simpatica per la sua celebre torre pendente.
L’ho sempre avvertita come una specie di gemellaggio virtuale, una sensazione piacevole che si è sempre rinnovata dentro di me ogni volta che la ripensavo. Per questo ogni volta che mi sono trovato a rivisitare il celebre complesso del “Campo dei Miracoli”ho sempre provato una certa emozione. E’ stato così da giovanissimo durante una gita scolastica quando sono rimasto rapito col naso all’insù sotto la celebre pendenza … E’ accaduto ancora quando vi sono ritornato ricco della conoscenza degli esperimenti di Galileo, così quando sono ripassato ancora una volta dopo i miei studi liceali di Storia dell’Arte. Ogni volta ho notato e capito cose che prima non avevo visto, e il valore della piacevolezza di quel “Campo” è cresciuto a dismisura nel mio sentire. L’emozione è cresciuta ancora quando sono riuscito a portare a Pisa i miei due bambini, e sono tornato ad emozionarmi anche in questi giorni calpestando di nuovo le strade vetuste di Pisa in compagnia delle mie due “vecchie”compagna e amica.
Per i Veneziani Pisa assieme a Genova ed Amalfi è sinonimo anche di quella rivalità marinara storica esistente per le vicende delle Repubbliche Marinare. Ancora oggi si celebrano ogni quattro anni nel Canal Grande delle Regate a ricordo di quella rivalità storica significativa. Al pari di Venezia Pisa è stata città di mare, di fiume più che altro, perché non si affaccia direttamente sul Tirreno ma lo raggiunge navigando brevemente l’Arno. Come a Venezia, a Pisa esistono ancora i resti del modesto Arsenale, e si respira seppure in maniera molto rarefatta quell’aria di porto e di mare che a Venezia è invece ancor viva più che mai.
Qualche giorno fa è andata così …
Comodamente seduti dentro a “Italotreno”ci siamo lanciati nella notte buia e sciroccosa della pianura padana carica di fosca nebbia … Inseguiti fuori dal treno da chiaroscuri vaporosi e indistinti, abbiamo attraversato lungamente paesaggi e paesi in biancoenero irti di cipressi e di filari di pioppi grondanti umidità. Siamo passati su terre fangose, pantani spopolati, panorami assenti, fossi lucidi e casolari disabitati rovinosi che sembravano occhi neri spalancati nel niente … Fari rossi accesi di una solitaria automobile creavano un disegno sottile nel buio e percorrevano i campi fino a perdersi e scomparire. Su binari lucidissimi e dentro a un mondo bagnato e piovigginoso abbiamo attraversato il Po e siamo usciti dal Veneto trapassando le nuvole basse dell’inconfondibile “Bassa Padana”.
Non si vedeva più nulla … Fra le ombre distese la grande piana si è dipanata immobile, larga e silenziosa. Sembrava quasi abbandonata se non ci fosse stato ogni tanto il miraggio provvisorio dei capanni industriali illuminati dalle luci artificiali come macabri riflessi di vigilia di Halloween.
Mentre si rincorrevano i minuti, piano piano si è fatto giorno quasi controvoglia. La piana sorvolata da stormi di uccelli neri si è presentata allora vestita di un verde smunto, dilavato, quasi surreale, da film di Harry Potter… Campanili adunchi dietro ad alberi sparuti e spennacchiati sopravanzavano grumi di case di periferie sconnesse e anonime … Sembravano tante dita che cercavano di afferrare il cielo da dentro un mondo dove s’alternavano in velocità tutte le tonalità autunnali del marrone, del grigio e dell’ocra. Bellezza del viaggiare … e dell’indugiare a sbirciare fuori dal finestrino del treno che corre … Ogni tanto“Italotreno” rallentava attraversando stazioncine che sembravano essere soltanto un nome transitorio … San Rufillo … da dimenticare. Pareva quasi che vi transitassimo senza voler disturbare, in punta di piedi … o di ruote, per non destare nessuno dal sonno … Un attimo dopo, il treno ha ripreso a correre, e si è rilanciato sparato e vibrando dentro al tubo buio delle gallerie dell’Appennino.
Il tempo di posare lo sguardo sull’orologio, ed eravamo già scesi a Firenze e risaliti su un lento locale meno tecnologico stavolta diretto ad attraversare traballando gran parte della piana Toscana. E siamo giunti a Pisa !
Siamo usciti presto dalla solita stazione rifatta pomposa e moderna per sfociare nell’altrettanto solito cordone periferico dimesso, negletto, ambiguo e malfamato che si ha sempre fretta di attraversare. E finalmente abbiamo respirato l’aria di Pisa: una città viva, non una sparsa metropoli … Si avverte un senso di dinamismo laborioso, si sente che è terra di mare, da import-export, da dentro e fuori col resto del mondo. Allo stesso tempo però Pisa sta tutta lì, raccolta dentro alla cerchia vetusta e cadente delle sue vecchie mura scalcinate coperte di edere e rovi. A dire il vero, buona parte della città è scialba periferia diruta e un po’fatiscente, con i marciapiedi sfondati e i vecchi ciottolati a buche che si alternano davanti a condomini qualunque e villini cinti da minuscoli giardini. All’interno ho visto palme esotiche dai penduli frutti carnosi e dai colori sfumati e sensuali, pini marittimi, e bassi oleandri sfioriti … Pisa indubbiamente non è Venezia in cui ogni angolo ha qualcosa da mostrarti e raccontarti.
Il Campo dei Miracoli è il clou di tutto … Pisa è quasi tutta lì … dentro a quella cinta di mura a sua volta racchiusa all’interno delle mura cittadine … Ed è per davvero un colpo d’occhio miracoloso, speciale, una delle più belle piazze d’Italia, e forse del mondo.
“Vederla per la prima volta emoziona, sorprende, lascia allibiti per la meraviglia … Mi ha ricompensata subito della delusione di aver trovato il gioiellino di Santa Maria della Spina tutta chiusa e imprigionata nelle impalcature del restauro…” esordisce la mia amica.
Ai piedi della singolare torre pendente, stavolta mi hanno impressionato maggiormente i rilievi e i cartigli imprigionati nei muri rotondi. Templari, Crociati, naviganti Pisani … Chi la prodotti, portati e inseriti poco importa. Sono segni arcani e curiosi che richiamano movimenti mediterranei di un tempo … Navi cariche a vele spiegate, il serpente misterioso delle onde del mare, “casa” simbolica che contiene anche il misterioso Male ignoto, impalpabile ma possibile, incontrabile durante l’esperienza marinaresca ma anche nel quotidiano del vivere … Una ricchissima simbologia di pietra infissa ai piedi della Torre pendente, che attirava ad osservare i Pisani di un tempo, e incuriosisce ancora i visitatori di oggi.
E siamo al Duomo, che è stato Basilica papale …  E’ anch’esso un posto speciale, una sintesi mirabile di opulenta bellezza. Richiama subito alla mente le storie del doppio-triplo Papa, l’epoca degli scismi e delle eresie, delle storiche tristezze ecclesiali punteggiate di Vescovi, Cardinali, Concili, Abati e Badesse vogliosi di primeggiare e spartirsi il potere soprattutto temporale più che spirituale. Verrebbe da dire che per fortuna sono accaduti quei giochi aggrovigliati, quei guazzabugli d’arrivismo e quella smania ossessiva di potere mascherati da Religione … Perché così oggi possiamo godere della visione di questi formidabili complessi artistici stupendi come qui a Pisa, ma anche a Siena, Avignone e altri ancora.
“Più che indurre a un sensazione d’interiorità, questo chiesone incute un senso di grandezza, di potere, di forza, di ricchezza munifica autocelebrativa …” suggerisce la mia compagna.
“E’ vero ! … C’è poco di religioso nelle linee di queste grandi aule pubbliche … Si avverte piuttosto una grande ventata di gloria, di affermazione di un’idea, dell’importanza di qualcuno …”
 
“Comunque è bello questo gioco di chiaroscuri, questo alternarsi continuo di fasce bianco e nero … Sembra quasi un ritornello che torna in giro per tutta la Toscana … Bianco e nero … Chiaro, scuro … Bene e Male … Fortuna, sfortuna … Potere e miseria … richiama l’alternanza del vivere di tutti …”
 
Indugiamo davanti al mirabile pergamo scolpito da Giovanni Pisano fra 1301 e 1310, è eccezionale … Qui torna di certo l’aspetto religioso specifico, le storie bibliche ed evangeliche raccontate dentro a un merletto scolpito, un film di episodi imprigionati nel marmo con estrema maestria. Chapeau ! … Da rimanerci seduti davanti con gli occhi che corrono instancabili su ogni particolare gustosissimo.
“Questa sì che è arte religiosa … comunicazione biblica, catechetica, liturgica e interiore …”
 
Il Cimitero monumentale che sorge accanto al Duomo di Pisa non è solo linee artistiche gotiche preziose dagli scorci curiosi. Sotto ai piedi si calpestano le bellissime firme e i“loghi” dei numerosi ricchi nobili e mercanti incisi sulle loro pietre tombali. Studiandoli si potrebbe ricostruire un intero quadro del mondo dei commerci Pisano … Erano il marchio di fabbrica di allora, i simboli impressi a fuoco o dipinti sulle balle della mercanzie, sulle navi, sui carri, sulle casse, le stoffe, sugli animali e sugli stipiti dei magazzini. Si faceva così anche a Venezia, come era costume anche dei mercanti Tedeschi e del Nord che scendevano in Italia da mezza Europa. Sono tracce rimanenti di un variegato mondo Europeo attivissimo e in movimento. Un’epoca di popoli eterogenei e variopinti molto attivi, che s’incrociavano, interscambiavano, interdipendevano e condividevano … Un mondo che oggi, nonostante l’Unione Europea moderna, non esiste più alla maniera vivissima ed intensissima di allora. Rimangono quelle tombe mute … ma eloquenti di segni …
Continuando nel nostro vagabondare per il Campo dei Miracoli entriamo ad assaporare l’acustica magnifica del Battistero che sembra suggerire l’idea fantasiosa di un coro di Angeli. Rimaniamo esterrefatti nell’udire le eco degli acuti e dei gorgheggi lanciati verso il cielo da un uomo anonimo piazzato sull’altare accanto alla Cattedra episcopale, davanti alla vasca battesimale e all’altro mirabile pergamo scolpito. Anche nel Battistero s’incontra una mirabile distribuzione di marmi lavorati … Ovunque giri lo sguardo s’apprezza tutta una tarsia marmorea di una bellezza leggiadra che ti lascia basito, sorpreso … Merletti di pietra che ti lasciano senza fiato per la loro squisita fattura originale.
Il temporale c’insegue tutto il giorno perdendo ampiamente la battaglia col sole, che s’inventa in continuità scorci e giochi di luce che inventano il Campo dei Miracoli, il Cimitero monumentale e la Torre pendente in mille maniere diverse. Solo qualche goccia portata dal vento ci sfiora …Mentre sappiamo che poco lontano in linea d’aria, in Liguria, bombe d’acqua hanno imbastito sfaceli. Ma a Pisa tutto sembra essere tranquillo, fuori da quel gioco alluvionale devastante bagnato e fangoso. Solo qualche nuvoletta in cielo … e tanto scirocco afoso.
Che dire ancora di Pisa ? L’arteria fluente dell’Arno rigonfio d’acque la taglia in due parti distinte ma cinte e unificate dall’unica cortina di mura irte di torri, e con quanto rimane dell’antica Cittadella e dell’Arsenale. Per un attimo immagino le galee cariche di merci, soldati e cavalieri che facevano illustre Pisa: la Repubblica Marinara di un tempo. Pisa con le sue contrade limitrofe ha vissuto una storia importante … Ovunque sui muri sono infisse le croci uncinate, impresse anche sui gonfaloni rossi che sventolano fin sulla cima della Torre Pendente. lo ricordano anche le numerose opere raccolte nei musei, e i palazzi distesi lungo le sponde dell’Arno. Non sarà il Canal Grande di Venezia … ma di certo ha qualcosa d’illustre da mostrare e raccontare.
Quel che si vede, tuttavia, è come lo scheletro di un suo tempo passato di cui conserva solo pallida filigrana sbiadita. Sono troppi i monumenti chiusi, le chiese dimenticate, le opere e i musei non vedibili e visitabili. I motivi sono i soliti: carenza di finanziamenti e di personale, scarso interesse, poca voglia di preservare e custodire da parte degli Enti preposti … e come sempre i soldi mangiati da qualcuno per i propri scopi invece di preoccuparsi del patrimonio comune. Molti angoli di Pisa sono sgualciti, malconci, lasciati a se stessi … Non è sempre piacevole addentrarsi e perdersi per i vicoletti angusti ed antichi … Chiuso è Palazzo Reale, l’Orto Botanico, il Museo del Duomo, Santa Maria della Spina … Santo Stefano dei Cavalieri nell’omonima piazza che ospita la mitica “Normale di Pisa”per i buoni cervelli italiani, è aperta solo dalle dieci alle dodici eccetto sabato e domenica. Chi potrà visitarla ? Solo i pensionati e le massaie che vanno a fare la spesa, forse … E chiuso e lasciato andare in rovina per sempre c’è a Pisa tanto altro e tutta una memoria illustre che meriterebbe una sorte migliore.
Pisa però è anche cittadina nel suo insieme piacevole, a tratti vivissima e simpatica in alcuni suoi cordoni viari, “listoni”affollatissimi e stipati di botteghe. Sono i rimasugli dell’animo mercantile, bottegaio, marinaro e imprenditoriale della Pisa di un tempo. Ci mescoliamo piacevolmente con la folla del sabato pomeriggio, dei mercatini, dello shopping, della siesta nei baretti caratteristici, dei crocchi dei giovani.
Quando cala la sera … si scatena un temporale di una violenza inaudita.
“Macchè non farà nulla … Sono solo i flash dei turisti Giapponesi … E’ il rombo degli aerei che decollano e atterrano al vicino aeroporto … Io lascio l’ombrello in albergo …” considerano le mie compagne ottimiste.
Su tutta Pisa e sul Campo dei Miracoli s’è rovesciato un acquazzone fortissimo. L’acqua filtrava copiosa ovunque, fin sotto la tettoia del nostro ristorante, tanto che gli avventori sono stati costretti a raccogliere piatti e bicchieri e rifugiarsi all’interno, mentre i camerieri s’affannavano come fantasmi con candide tovaglie in testa per salvare il salvabile dai tavoli inondati dalla pioggia che scrosciava violenta. Neanche tempo a dirlo … che una grondaia traboccante d’acqua si è perfino staccata piombando rovinosamente sui tavoli ancora imbanditi creando scompiglio e fuggi fuggi … Per fortuna la compagnia era dolce in ogni senso, compreso quanto di buono e appetibile mi sono ritrovato nel piatto.
In una breve pausa degli elementi ci siamo affrettati ad uscire di nuovo nella notte Pisana … All’uscita ci siano ritrovati circondati da una piccola folla di Cingalesi ed extracomunitari “in agguato”, tutti pronti a volerci appioppare ogni sorta d’ombrelli e impermeabili … Dribblandoli tutti abbiamo attraversato l’intero Campo dei Miracoli gocciolante, dilavato e brillante dentro l’acqua notturna. Sembrava quasi tirasse il respiro in un attimo di sosta dei temporali … Infatti, subito dopo, un altro impetuoso acquazzone si è scatenato inondando la città vestita di buio … ma eravamo già al riparo nel nostro alcova pisano.
La domenica del giorno dopo si è accesa sotto a un cielo ancora plumbeo stracciato di nubi … Pisa era deserta, spenta, festiva e addormentata. Rarissime automobili e bus vuoti sfrecciavano davanti a semafori lampeggianti e marciapiedi deserti facendo vibrare l’intero albergo. Rifocillati e abbeverati adeguatamente, ci siamo spinti oltre le mura marinare, e siamo usciti nelle campagne Pisane fino a visitare San Pietro in Grado, un’appendice mirabile tappezzata di storie e vicende, ma quasi isolata e spersa fra i campi coltivati e i casolari toscani. Ci è apparsa davanti all’improvviso, quasi discreta, avvolta in un suo particolare microclima silenzioso interrotto solo da un soffice canto Gregoriano soffuso.
“Caro fratello turista … Non venire qui a rubare !” recitava un cartello singolare posto dal Parroco della Basilica all’ingresso del monumento incustodito. Ed è caduta subito la poesia e l’amenità del luogo …
L’autobus del ritorno si è presentato quanto mai odoroso, e guidato “liberamente” dal postiglione autista come fosse una vecchia diligenza da Far West Toscano. Sapeva di caciocavallo e scamorza, e ci ha fatto dimenticare presto la leggiadria deliziosa degli affreschi appena visti sui muri di San Pietro in Grado.
“Campagna !” direbbero i Veneziani d.o.c.
Rientrati a Pisa dalle lande Pisane abbiamo vagabondato lungamente per piazzette, vicoli e grandi arterie dello shopping affollate dalla gente domenicale. C’erano presenti tutte “le botteghe”, le insegne e le vetrine sempre uguali delle firme e delle marche famose che rendono simile ogni strada di shopping cittadino di mezzo mondo. Non si capisce più se sei a Venezia, Londra, Roma, Parma, Tokio o Parigi … sono negozi tutti perfettamente uguali.
Sparsi per la città, a cavallo dei ponti sull’Arno, e fin sotto le volte dell’antica Loggia dei Mercanti si stava curiosamente svolgendo la Festa di Internet dedicata alle nuove sfide del commercio digitale e alle nuove proposte per intraprendere impresa. Strano connubio festivo … Una “festa nuova”le cui motivazioni andranno ad aggiungersi e forse sostituire quelle che per secoli hanno motivato il nostro solito festeggiare.
Ci siamo allora spinti fino al quartiere di Chinzica dove un tempo si ospitavano e abitavano i mercanti, i Turchi, gli Arabi: “… che hanno portato “qui in casa e di qua” quel tanto di diverso che c’era “di là e di fuori” oltre il Mare Mediterraneo …”
 
“Qui pulsava il commercio e la capacità imprenditoriale di Pisa.”
 
C’era anche, come a Venezia, l’immancabile chiesa che riproduce in copia il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Anche qui come nella nostra laguna veneziana è accaduto che non tutti quelli che vivevano a Pisa o giungevano su questo bordo del mare potevano permettersi la spesa di attraversarlo per recarsi fino in Terrasanta. Per tutti coloro, quindi, che non potevano scavalcare il Mediterraneo si proponeva un simulacro che facesse le veci della Palestina vera e lontana. Qui ci si poteva accontentare e visitare e pellegrinare, espiare penitenze, lucrare indulgenze, ripercorrere le vicende e le vie dolorose del Calvario di Cristo, e meritare di conseguenza una porzione salvezza a poco prezzo. Era come trovarsi virtualmente oltremare senza la spesa e la reale impresa marittima di imbarcarsi sulle costose navi e soprattutto intraprendere quel viaggio carico d’insidie di ogni tipo dal quale non era garantito alcun ritorno in patria. A volte era meglio rimanere a Pisa, al sicuro, con i piedi ben saldi per terra, e lasciar partire qualcun altro al tuo posto per le Crociate e verso la Terrasanta del Signore Christo.
“Che c’andassero in Terrasanta i guerrieri, i frati e preti … che non hanno nulla da fare, o i ricchi mercanti che c’hanno da commerciare … mentre noi si ha tante bocche da sfamare, terre da vangare, bestie da pascolare … ma anche donne da amare e tanto da vivere … Noi ci si accontenterà di sognare e pregare …” c’è scritto su un antico documento medioevale.
Infine, non potevamo mancare di giustapporre a Pisa vecchio e nuovo, antico e recente nello stesso alveo, per completare la visione di una città che è accaduta per secoli. Ci siamo intrattenuti intorno alle opere e alla storia di Modigliani esposte nel mirabile gioiellino che è Palazzo Blu. Modigliani si è rivelato essere un artista scavezzacollo, tombeur de femmes industrioso, che in queste zone ha vissuto come a Parigi interpretando in maniera originale la vita, l’estro, gli eccessi, le voglie di osare e i volti del secolo appena trascorso. Una vita drammatica vissuta in maniera povera, quasi al confine col miserevole. Modigliani apparteneva alla schiera nutrita di quegli artisti che affollavano la collina di Montmartre a Parigi vivendo di stenti, consumando pasti pagati con un disegno o un ritratto. Tratteggiavano sulle salviette, sui menù o sui tovaglioli delle trattorie e delle locande, in cambio di una minestra o di una bottiglia di vino.
Mi fa sempre riflettere il destino di questi personaggi ignorati in vita e apprezzati dopo la morte, relegati in soffitte e magazzini, spesso finiti nei manicomi, o col fegato spappolato dall’alcol e i polmoni riempiti dalla polvere delle pietre che scolpivano, impestati dalle malattie veneree … Anche Modigliani ha vissuto una fine tragica simile, e la sua compagna si è suicidata due giorni dopo la sua morte lasciando una bambina piccola …
Storie … storie vissute … Quante storie sparse per il mondo, che meritano d’essere conosciute e frequentate.
Accanto a Modigliani i Pisani hanno messo in mostra anche le immagini di una Pisa bombardata e distrutta dalla guerra mondiale. Fa impressione vedere oltre alla grande devastazione, i carri armati ai piedi della Torre Pendente e gli Alleati che“liberano” armati il Campo dei Miracoli.
Qualcuno ha terminato di trascorrere le nostre ultime ore pisane saltando come un grillo alla venerabile età di quaranta o cinquant’anni suonati. E’ il parco ameno e ombroso carico di fioriture curatissime e dei soliti alberi esotici sorgenti oltre il fossato e dentro alle torri e ai bastioni della Cittadella murata di un tempo a far da palcoscenico all’estrosa pseudoleggiadria ludica di queste due Veneziane in trasferta. In realtà è rimasto ben poco, quasi nulla, dell’antica città in armi, che sapeva farsi valere sul mare … Oggi è ricettacolo di badanti in sosta, di gente che fa footing, di bambini che giocano sulle giostrine, di persone che s’intrattengono in allegri pic-nic, di ambigui che si nascondono fra le rovine per ingegnarsi in miserabondi intrattenimenti notturni.
Oltre l’argine, intanto, l’Arno continua a scorrere pigro fra canneti e affioramenti sotto una rara falda di sole che occhieggia fra le nubi … Un piatto e lento vaporetto carico di turisti risale la corrente proveniente dal mare … Chiudo gli occhi e immagino un antico galeone carico di soldati, cavalieri e merci … Li riapro, e lo vedo carico solo di turisti … Il fiume sinuoso sembra comunque una bella donna toscana curvilinea e distesa, arguta, accorta e ironica, che mette in mostra le sue forme leggiadre e nude condite dalla sua simpatica parlata armoniosa … Una donna un po’ vecchia, vissuta di secoli però, agghindata di odierno e di passato insieme.
Un pattume olezzante e viaggiante di treno regionale, malandato, sporco e bisunto, carico di umori, etnie e sapori ci riporta a Firenze. Più che di una buona pulizia quei vagoni necessiterebbero dello sfasciacarrozze. A pensare che diciamo che altrove sono sporchi e trasandati … Sotto questo punto di vista credo che noi Italiani in certe occasioni non siamo da meno a nessuno.
Ultimissimo … Inseguiti da un nuovo temporale ci spingiamo verso le lagune veneziane ospitati dentro alla pancia comoda del solito “Italotreno”. Siamo ansiosi di poter ritornare alla vita quotidiana e lavorativa di sempre … ma nessuno a ragione ci crede quando proviamo a dirlo.
A cena mio figlio ci ascolta raccontare fra il curioso e il perplesso. Sorride e commenta …
“Pisa ? … Robetta ! … Vuoi mettere Venezia ?”
 
E io a replicare: “Guarda che erano rivali fra loro, entrambe Repubbliche Marinare come Genova e Amalfi … Erano impegnatissime in una lunga sfida coraggiosa a vendere e comprare … Si contendevano il controllo dell’intero Bacino Mediterraneo … Entrambe sono state realtà storiche insigni, ricche d’Arte …”
 
“Sì … ma Pisa rimane pur sempre una marinara di “serie B” rispetto a Venezia … Non c’è storia e arte che tenga … Pisa è solo una cittadina di campagna sul fiume …”
 
Che sia un po’ campanilista e di parte questo mio figlio giovanotto ?

 

ott 7, 2014 - Senza categoria    No Comments

“GIORNI … COME BINARI OBBLIGATI DI ANDATA E RITORNO.”

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E’ vero … Vivere spesso è percorrere e ripercorrere quasi ogni giorno le stesse cose. Ripetiamo gli stessi gesti, le stesse procedure … Come un treno pendolare che va avanti e indietro da capolinea a capolinea sempre sullo stesso percorso e binario. Sì, bisogna dire che il viaggio non è propriamente sempre lo stesso … Ogni tanto si accellera, si frena, ci si ferma … Salgono e scendono persone diverse dal viaggiare particolare che siamo. Si entra ed esce dalle stazioni, le condizioni atmosferiche e le circostanze cambiano … A volte i vagoni sono affollati, altre volte quasi scoppiano per la gente che si pigia e spinge in piedi e in avanti. Tutti hanno sempre fretta di salire e scendere, di andare … Altre volte ancora le carrozze sono deserte, soprattutto a certe ore e in certe circostanze dell’esistenza. Qualche volta tutto si ferma … i guasti, lo sciopero, le riparazioni, le novità e gli ammodernamenti … Alla fine può accadere quel che osservavo qualche mattina fa nel buio mattutino.

Mentre il vento leggero spazzava la strada dalle prime foglie autunnali, il carro ferroviario col lampeggiante acceso sopra passava per l’ultima volta su quel binario. Stavolta però, man mano che ritornava su se stesso si portava via e recuperava anche le traversine e i binari togliendo e smantellando la strada ferrata per sempre.
Parabola certa del vivere …e solite mie riflessioni che tornano.
Dopo la pioggia allagante e dilavante di ieri l’altro, il cielo nero prima dell’alba è splendidamente nitido come di rado. Non manca nessuno all’appello delle figure del Cielo Autunnale. Il sinuoso serpente antico serpeggia immobile ad est sopra l’alba che deve ancora iniziare, la farfalla misteriosa ed arcana di Orione sta in mezzo, Castore e Polluce a sinistra in basso, il molteplice Sirio luminosissimo più sotto, e il grumo stellare delle Pleiadi in alto a sinistra … Altro che andare al lavoro ! Sarebbe bello rimanere qui rapiti col naso all’insù … a scrutare le stelle finchè il sole non le nasconde per l’ennesima volta.
Spesso mi chiedo: “Ma che cosa starà accadendo lassù ?” …Ma la vita quotidiana mi porta via e mi costringe a concentrarmi ed osservare attentamente le cose di quaggiù.
Di notte nel buio le benne, le braccia immobili, le pale meccaniche delle scavatrici  sembrano tanti colli di grossi uccelli intenti a beccare per terra, proboscidi scure intente a bere acqua sul fondo lagunare … Incontro la folla oscura, anonima e silenziosa, dei soliti pendolari … I baretti del piazzale seminascosti nel verde lavorano a tutto spiano … sotto ai tendalini chiari appena illuminati è tutto un andirivieni veloce di caffè “toccata e fuga”… prima di catapultarsi di nuovo al lavoro che chiama … Meno male che ce n’è ancora un po’ per qualcuno.
Nell’autobus del mattino non c’è più quel bottegaio che ha chiuso e si è messo a lavorare da dipendente al mercato … Avrà cambiato orario o sarà rimasto a casa disoccupato del tutto ? Ho sbirciato curioso l’altro pomeriggio fra i soliti banchi del mercato … non c’era … ma forse non era quello il suo turno di lavoro … Lavorerà altrove … speriamo.
L’ospedale è sul mio binario … quasi ogni giorno.
“Mi sembra che la signora del letto accanto stia meglio di me … E’ sempre silenziosa e tranquilla … Sa … Io ho l’aritmia e l’ansia che mi disturba … Non ci vedo, sono sorda …”
In realtà il letto accanto è vuoto ormai da tempo.
“Non capisco più niente … Anche le mie orecchie sono stanche … Chiamo chiamo ma non mi rispondono più … Mi dicono sempre che chiamo per niente … Non vedo l’ora di morire … La mancanza d’acqua mi soffoca, ho sempre la gola secca … Di notte ho tanta sete … Ma non vi vogliono dare da bere …”
Beve in continuità, più di quattro litri al giorno …
“Prenda !  Beva … Lei ha troppe paure che le mettono un’ansia incontrollabile … da soffocare …”
“E’ vero … E’ questo il problema di fondo … Ho avuto sempre tanta paura per tutta la mia vita…”
 
Non indago … Ma come si può aver vissuto una vita intera pieni di paura ?
“Si alzi un po’, si posizioni meglio per mangiare e per bere … altrimenti si soffoca.”
“Mi lasci stare … Non m’interessa, io mangio ugualmente disteso … così. Me l’ha detto la mia mamma che va bene in questa maniera …”
“La sua mamma ?… Se ci fosse qui presente avrebbe minimo 120 o 130 anni … Lei è un po’ grandino per la mamma … Non le pare ? … Quanti anni ha ?”
“Novantasette … o novantacinque, non ricordo bene …”
“Eccolo detto !  Ed è qui a combattere la sua lotta quotidiana con gli infermieri, arzillo e vispo più che mai … Disposto a soffocarsi pur di far di testa sua …”
“Ah … Che volete saperne voi ? Siete appena nati … Sapete solo dare pastiglie e punture … Tutte cose che non contano, non servono a niente … Siete solo parassiti di quelli che stanno male e ingabbiate nei letti … Ci tenete qua, a “bagnomaria” … Parlate tanto e fate i sapientoni, ma non sapete darci in cambio neanche un giorno di più di esistenza …”
Tocca a me rispondere: “…”.
Gli acconcio il bavaglino sul collo, gli rimbocco come posso e in fretta il copriletto e la coperta.
“Buon appetito !” ma già non mi ascolta più … S’è tuffato voracemente nel piatto, mentre la moglie accanto non osa dirgli una sola parola. Mi guarda e sorride di un sorriso triste e rassegnato … Lo giustifica quasi.
“E’ sempre stato così per tutta la vita … Anche quando stava bene … Era sempre lui a comandare e decidere tutto. Il padrone di tutto e di tutti … Mia figlia, prima di andarsene per sempre da casa, lo chiamava: “Papà comandone” … Che vuole farci ? Me lo sono sposato … e me lo tengo … Ho vissuto così con lui per “99” … Ora facciamo “100” … e la finiamo alla stessa maniera … Così va la vita.”
“Così va la vita …” ripeto a me stesso, ed esco dalla stanza.
“Sono crampi  … non lampi…” mi racconta la vecchina massiccia e greve, carrozzata di fresco con l’argano, con un filo sottilissimo di voce da dentro la sua afonia sempre più accentuata. “L’infermiera questa notte mi ha detto che non ci sono lampi … di lasciar perdere e dormire. Sono crampi, non lampi … Crampi: è diverso … soprattutto è doloroso … Per questo non ho dormito … Deve ascoltarmi meglio … Crampi non lampi … parlo chiaro italiano io … Crampi non lampi … Mi ha capito ?”
“Ho capito Sjora … Crampi non lampi … Messaggio chiaro … Ma non c’ero io questa notte … Crampi non lampi … riferirò ai colleghi … Intanto: Buon appetito !”
“Crampi … e non lampi … lungo il binario della giornata …” mi dico.
“Una volta o l’altra sparerò alla dottoressa … Io credevo di venir qua per guarire, e invece mi devo rassegnare a convivere con la mia paralisi … Mi avete ingannato … Non sapete mantenere le promesse …”
Non serve spiegargli che la medicina non fa i miracoli. Come dirgli che da certi danni traumatici o neurologici non si guarisce più del tutto, o si recupera faticosamente solo in piccola parte ? E’ risaputo, è normale per noi del mestiere … Ma per lui, dall’altra parte della barricata, e con la sua ridotta consapevolezza culturale sull’argomento, e la sua lucidità ridotta ? Bella sfida accompagnare certi malati a spasso dentro alle loro patologie devastanti … Un binario, un viaggio di sola andata … senza un ritorno a quel che si era prima. Ma farlo capire, e soprattutto accettare non è per niente semplice … E’ questa forse la sfida vera… E anche l’infermiere contribuisce per la sua parte ad accompagnare in questo viaggio … Infermiere “compagno di viaggio” … Mi piace questa immagine.
“Il mondo è pieno di baroni e baronie” sta commentando un medico sconsolato nel corridoio parlando con un familiare. “Si fa presto a parlare e parlare … Siamo tutti un po’ cantori del becero, del vacuo e del fanfaronesco ossia cultori del nulla estetico e mentale …Non sappiamo dire né le cose che contano, né quelle che servono …”
 
Ecco la conferma di quanto ho appena detto … forse con qualche colorita sfumatura di troppo.
Mi affaccio alla finestra della cucina di casa nel tepore autunnale della sera ormai prossima. Dalla parte del Porto sta accadendo un tramonto sfacciato di un rosso infuocato intriso di gialli, arancione e marrone che ti costringe a lasciar scendere inconsapevolmente la mandibola per lo stupore. Il capitolo di questa giornata sta volgendo al termine, la grande pagina del vissuto di oggi sta voltando invisibile come sempre …piaccia o no.
Mi rilasso, annuso l’aria salmastra, lascio vagare lo sguardo, ascolto quel che accade giù in calle.
Una donna s’affaccia, un’altra di passaggio la chiama e la saluta.
“Hai sentito ? … Il solito tossico della Contrada ha scalato nottetempo la grondaia di una casupola col miraggio di penetrare nella casa di un’anziana per razziarle pensione e “ori”. Solo che intontito, nella fretta e col buio, ha sbagliato a calcolare le finestre ed è entrato in quella sbagliata. E’ entrato rompendo la finestra nella casa del “matto” … quello che vive solitario, tranquillo, ma pur sempre furioso.  Il resto lo puoi immaginare da te …”
“Ho capito … quello che abita da solo di fronte a mia “nezza” e non rompe mai le scatole a nessuno. Vive nel suo mondo, a modo suo, in una dimensione che solo lui conosce …”
“Sì … Ma se entri a rompergli le scatole … cambia tutto … Anzi, gli ha cambiato i connotati al tossico … Lo ha conciato per le feste … L’ho visto oggi con un occhio pesto e uno “sbrego” sulla fronte …  Ma tu carissima ? … Hai fatto un patto col diavolo ? … Sei sempre uguale, non invecchi mai ?”
“Diciamo che me tegno … che dipingo bene la mia facciata … E te come va?”
“Ah …Io sono piena di rogne. Quando inizi ad andare dai medici non è più finita. Ti trovano sempre un mucchio di magagne nascoste che non sapevi d’avere e con le quali convivevi da tanti anni. E dopo una cosa tira l’altra, come le caramelle dei bimbi … E ti cambia tutta la vita …. Incominci ad andare su e giù, dentro e fora per gli Ospedali … Sei sempre tutta sottosopra …Io poi sono vergognina …e in questi giorni la devo mostrare a tutti … Pensa, proprio io che perfino con mio marito sono stata sempre al buio …”
“Che vuoi farci ? … E’ la vita … scorre così …Bisogna prenderla così come viene …”
“Finchè viene il tuo turno di metterti a letto … Beh … Teniamo su … Intanto …”
 
Forse ha ragione … Bisogna continuare a seguire il nostro binario … Avanti e indietro … Fra barconi carichi di persone colati a picco … Ebola che terrorizza e squaglia le nostre sicurezze … guerrafondai tagliatori di teste … la crisi che continua mascherata da parole di successo … i giovani incerti e annoiati, senza lavoro a caccia di futuro … i Socialnet per guardarsi allo specchio, autodirsi e raccontarsi senza interessarsi se qualcuno ti guarda e ascolta o meno … e la fiaba di Venezia da dire e ridire ancora una volta … come quella di se stessi.
Intanto, la gatta silenziosa mi si struscia ripetutamente sulle gambe di sotto, in maniera gentile, leggera, sfiorandomi appena. Pare quasi abbia timore di disturbare … Mi accoccolo di sotto ascoltandone le fusa rumorose di sotto ai suoi occhi verdissimi …
“Coccolona … affettuosa ! ”
“Ma che affetto ? … che coccolona ? ” sembra dire  … “Umano imbalsamato al balcone … Non ti accorgi che è ora di pappa ?”
 
Sfreccia la vita sul solito binario … corre e va …

 

ott 1, 2014 - Senza categoria    No Comments

“SAN ANGELO DI CONCORDIA … ALLA GIUDECCA.”

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“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 54.

“SAN ANGELO DI CONCORDIA … ALLA GIUDECCA.”
 
Qualche giorno fa ci siamo lambiccati in diversi, quasi per scherzo, nel provare a riconoscere da alcune vecchie foto altrettante chiese veneziane dimenticate o scomparse. Ne sono uscite delle belle … e dopo diversi tentativi abbiamo riconosciuto in alcuni di quei vecchi “biancoenero” le poche tracce della chiesetta di San Angelo di Concordia alla Giudecca in Venezia.
C’è subito da dire che esiste un po’ di confusione nei documenti e nei testi, perché in molti confondono la chiesuola della Giudecca con l’isoletta di San Angelo delle Polveri o di Caotorta che sta dietro e in fondo verso il Lido e Malamocco. In questi giorni si parla molto di quest’ultimo nome, perché è anche quello del canale omonimo che si vorrebbe allargare e scavare per far passare in laguna le Grandi Navi dirette alla Marittima di Santa Marta evitando il bacino di San Marco e appunto il Canale della Giudecca.
Oggi l’intera grande isola veneziana è di fatto gestita dall’isola di San Giorgio Maggiore (dove sopravvivono pochi Monaci Benedettini, solo pallido riflesso dell’antica prestigiosa Abbazia di un tempo), fino a Sacca Fisola di fronte alle banchine del Porto di Venezia dai soli Frati Cappuccini del Redentore che prestano il loro servizio religioso a tutti i Giudecchini e gli abitanti di Sacca Fisola.
Le ultime parrocchie di San Eufemia e San Gerardo Sagredo sono resistite come hanno potuto fino a qualche anno fa. Ora la carenza cronica di Preti e la diminuzione vistosa della frequenza religiosa hanno indotto la Diocesi di Venezia ad accorpare e riorganizzare le poche forze rimaste tentando una gestione d’insieme più consona con i tempi che viviamo … e col ridottissimo numero dei fedeli e delle risorse vantate dalla Chiesa (?).
Un tempo non fu così.
Fino all’arrivo del solito micidiale Napoleone & C, la Giudecca al pari di tutte le altre Contrade veneziane era ricchissima di chiese, monasteri, oratori e istituti religiosi ed assistenziali di varia natura. E’ interessante elencarli e provare a riconoscerli nelle scarse tracce rimaste di alcuni o in quelle più vistose rimaste di altri.
Partendo appunto da San Giorgio Maggiore, subito dopo il taglio del canale che porta in laguna aperta, dove oggi sorge la Caserma della Guardia di Finanza, esistevano la Chiesa e il Monastero di San Giovanni Battista. Poco distante sorgevano Chiesa e Convento di San Giacomo di Galizia o Santa Maria Novella gestita dai Frati Serviti, e poco più avanti il complesso delle Zitelle tutt’ora rimasto in piedi. Poco prima della grande chiesa devozionale e votiva per la peste delRedentore sempre condotta dai Frati Cappuccini, sorge ancor oggi seppure dimenticata e quasi non vista, la Chiesa e Monastero delle Monache Benedettine della Santa Croce, oggi Casa di Lavoro Circondariale Femminile (se non sbaglio). Dietro al Redentore, verso la laguna sul retro dell’isola c’eraSan Angelo di Concordia, mentre più avanti, subito dietro allaParrocchiale di San Eufemia o San Femia, sorgevano altri due monasteri: quello delle Monache Benedettine di San Cosma e Damiano, e quello sempre di Monache Benedettine di San Biagio e Cataldo che sorgeva dove oggi c’è il rinato Hotel ex Mulino Stucky.
Fra l’uno e l’altro, in seconda fila, sul canale interno della Giudecca, sorge ancora oggi l’altro complesso di Santa Maria Maddalena delle Convertite da molto tempo diventato Penitenziario Femminile. E infine, dopo il lungo ponte moderno, sull’estrema punta della Giudecca fra i palazzi della relativamente neonata Sacca Fisola, sorge la chiesa moderna di San Gerardo Sagredo.
E’ questo, quindi, il quadretto della presenza religiosa nei secoli nell’isola della Giudecca. Sarebbe strepitoso soffermarsi su ciascuno di questi siti, perché ciascuno possiede mille storie e curiosità da raccontarci, purtroppo spesso quasi dimenticate, o perlomeno lasciate all’attenzione dei così detti “studiosi e addetti ai lavori”.
Ritornando e soffermandoci, invece, e solo per un attimo, semplicemente e senza pretese, su San Angelo di Concordia, bisogna dire che si è rivelato essere nel suo piccolo un microcosmo non privo di sorprese curiose … almeno per me.
Era situato all’estremo limite della Giudecca di allora, dove forse si trovava uno stazio o tragetto di barche e di gondole.
Sembra che San Angelo sia stata così denominata dalle tre sorelle della famiglia Zuccato, che furono le prime a vestire la così detta “concordia” dell’abito di San Benedetto nel monastero fondato da Angelo Zuccato loro padre … o più facilmente si chiamava forse così per la figura d’un angelo scolpita sulla facciata del Convento e ritrovata in precedenza sul posto.
Dopo alterne vicende un po’ vaghe che ricordano periodi di probabile benessere economico con annessioni di proprietà e di lasciti, il Convento di San Angelo fu rifabbricato nel 1600 e la chiesa consacrata da Raffele Iviziato Vescovo di Zante e Cefalonia col titolo di “Gesù Cristo nostro Salvatore” pur mantenendo il vecchio nome di San Angelo di Concordia.
Quel che è certo, è che nel maggio 1635 i Carmelitani Scalzi dell’Ospizio di San Canciano di Cannaregio passarono in questo chiostro e fondarono il nuovo Hospitale di Santa Teresa di Venezia adattando il convento a piccole celle con officine, oratorio e orto-giardino. Il Conventino però non doveva navigare molto nella prosperità economia e nell’agiatezza, perchè nel luglio 1643 il Priore fu costretto a chiedere aiuto alla Signoria Serenissima di Venezia per indurre la Congregazione Mantovana dei Carmelitani di appartenenza a versare i contributi necessari a mantenere in vita il monastero veneziano. L’immediata esortazione Ducale non deve aver sortito però grande successo, perché cinque anni dopo i Carmelitani si trasferiscono a San Gregorio lasciando solo qualche religioso a San Angelo della Giudecca.
Qualche anno dopo, in un lunedì di febbraio1666, il conventino tornò ad apparire nella cronaca dei fatti di Venezia perché alcuni Frati di San Angelo della Giudecca si ferirono a coltellate fra loro lasciandone uno moribondo.
Nel 1697 i Frati di San Angelo erano 8, e all’inizio del 1700 Marco Ferrando, “scorzer” di mestiere, eresse a sue spese un nuovo altar maggiore. Costui ebbe un figlio di nome Zuane, anch’egli “scorzer” che secondo gli Anagrafi Sanitaria morì il 5 aprile 1767 alle ore 18 a 67 anni: “… spasmodico e chachetico con febbre … assistito dal Medico Zuccharelli di Sant’Eufemia”.
Secondo una mappa del 1763 il piccolo complesso di San Angelo di Concordia, costruito in pietra e in parte in tavole di legno, si estendeva per cica 30 passi di fronte alla laguna sul retro della Giudecca su cui aveva un suo pontile privato per le barche. Dalla parte di terra era quasi circondato dalle proprietà di Antonio Venerando. Possedeva un ampio orto con frutteto, e 4-5 stanze per lato e un ampi dormitori per parte sorgevano intorno a un chiostrino lastricato di masegni col pozzo in mezzo. Alla chiesetta che possedeva un suo bell’organo, si accedeva lungo una Fondamenta con lo stesso nome e attraversando un suo campiello antistante. La chiesetta doveva essere essenziale ma non tanto brutta, aveva tre altari con dipinti di Odoardo Fialetti e il soffitto con due dipinti del Petrelli:“Paradiso” e “Madonna che da l’abito a San Simone Stoch”.
Nella chiesetta di San Angelo di Concordia erano presenti ed attive ben tre Scuole Piccole di Devozione. La Compagnia di San Alberto fondata nell’agosto 1739 contava 50 Confratelli nel 1760, e pagava i Frati perché venisse celebrata 1 Messa cantate e da 5 a 12 “Messe basse o lette” per i propri associati. La Compagnia faceva pagare ogni anno agli iscritti della Schola: 3 lire + 10 soldi raccogliendo in totale il piccolo capitale di 21 ducati e 21 grossi da spendere per le funzioni dell’Associazione. Infatti contribuivano ai Frati di San Angelo di Concordia: 15 ducati e 12 grossi annui e nella sacrestia della chiesetta giunsero a conservare 478 once d’argento in oggetti sacri fino alla soppressione della Compagnia che avvenne nel 1754.
La seconda Schola ospitata dai Frati di Sant’Angelo di Concordia in Fondamenta della Palada era quella della Beata Vergine Rosario, un’Associazione di devozione dei pescatori della Giudecca, che fino al 1758 celebravano ogni anno una festa pomposa con una solenne processione in giro per l’isola. I Giudecchini entusiasti cantavano e sparavano per far festa colpi di moschetto in aria … ma in quell’anno venne ucciso un bambino con un colpo accidentale.
La terza e ultima Schola di devozione presente in Sant’Angelo di Concordia fin dal luglio 1607 era quella della Beata Vergine del Carmelo, che dopo la chiusura della chiesetta si trasferì presso la chiesa di Sant’Eufemia nel 1784. La Schola accoglieva al massimo 200 iscritti-confratelli che pagavano annualmente 20 soldi. Commissionava una Messa mensile al Frati ogni prima domenica del mese, oltre alla grande festa annuale del Carmelo del 16 luglio, e pagava 80 lire a uno o più persone perché andassero in pellegrinaggio ad Assisi o a Loreto per far celebrare Messe in suffragio e per le Anime dei Confratelli.
Gli associati della Schola erano molto affezionati alla loro chiesetta, per la quale sotto il Guardiano D.Francesco Baldio Procuratore e Compagni, fecero fondere due nuove campanelle  … Ed erano anche molto gelosi delle loro “cose di chiesa”, e non volevano che si prestassero ad altri: “ … né la croxe, né i candelieri d’argento e la paxe della Schola …”
Solo nel 1762 il Capomastro Pietro Fabbris e il Tagiapjera Martino Cossetti eseguirono per lire 9.905 di piccoli un restauro radicale della chiesetta di Sant’Angelo di Concordia. Fatalità poco prima che il Convento venisse soppresso e indemaniato nel settembre 1768.
Venne anche depredate, dispersa e svenduta la Libreria dei Frati di Sant’Angelo, ossia la Biblioteca della Congregazione Riformata dei Carmelitani di Mantova residenti nel Convento di Sant’Angelo di Concordia alla Giudecca. Contava poco più di 350 opere di valore divise tra latine e volgari con una discreta scelta di scrittori classici e di edizioni Basileesi e Parigine dei Padri della Chiesa. Conservava inoltre una copia dell’Istitutio Catholica del Gropper, diversi volumi di letteratura ascetica tradizionale del tempo, un settore di libri di oratoria sacra, diversi volumi della Scolastica Spagnola, e … UDITE UDITE !
 
La bibliotechina dei Frati di San Angelo conservava anche testi di eretici e poco ortodossi: un testo gioachimitico: “l’Expositio in Apocalypsim” dell’Abate florense, i “Libri de Secreti” e la“Magia Naturalis” del Della Porta con reminiscenze del Platonismo rinascimentale, e i “Problemata in Scripturam Sacram” di Francesco Zorzi.  A noi forse questi titoli suggeriscono ben poco … ma vi posso garantire che l’Inquisizione di Roma del tempo avrebbe fatto un bel falò in piazza e trascinato in galera qualcuno … ma ci si trovava a Venezia …e a certe cose non badava quasi nessuno.
E siamo già alla fine della breve storia della Chiesa e del Conventino della Giudecca che vennero chiusi e venduti all’asta nel 1806.
Ancora nel 1840 la chiesetta e i luoghi erano proprietà di Alvise Cogo che la riaprì al culto come Oratorio non sacramentale benedetto dal Patriarca Jacopo Monego col titolo di Santa Maria del Carmelo. Proprio accanto, sui luoghi dell’ex Convento, il Cogo attivò un capannone per la fabbricazione di cordami.
In seguito la chiesetta passò di proprietà in proprietà con diverse chiusure e riaperture al culto, finchè nel 1867 la ditta Battisti istallò nell’ex convento un’officina di vetri e conterie.
Nel 1900 l’ex Convento di san Angelo di Concordia era deposito e cantiere dei pompieri di Venezia, mentre otto anni dopo la chiesetta venne comperata dalla Parrocchia di Sant’Eufemia della Giudecca per merito e finanziamento di Giovanni Stuky. Di nuovo venne chiusa e riaperta, e poi nuovamente richiusa finchè nel 1933 l’ultimo proprietario l’Ingegner Giancarlo Stucky la donò in perpetuo al Piovan di Sant’Eufemia don Antonio Poloni che cinque anni dopo, in seguito a un radicale restauro, la riaprì per l’ennesima volta al culto.
Fu l’ultima, perché nel febbraio 1943 la chiesetta venne ceduta allo stabilimento Junghans del Ministero della Guerra che doveva allargarsi per costruire armi, bombe e spolette. Venne subito abbattuta, e i tre altari di marmo, le iscrizioni e le suppellettili liturgiche rimaste furono depositate nella chiesa di Sant’Eufemia.
Infine, nel 1980 risultavano ormai da tempo scomparsi i due angeli dorati provenienti da San Angelo di Concordia posti accanto all’altar maggiore di San Eufemia, e ancora visibili collocati al loro posto nelle nostre vecchie foto. Ma questa è la storia di tante chiese veneziane, che pezzo dopo pezzo, chiusura dopo riapertura perdono sempre più i loro tesori, le cose preziose …  e con le nebbie del tempo e della dimenticanza anche i ricordi della Storia.
Mi piace terminare questa post citando uno scritto famoso diSansovino.
“Ora tutti i narrato luoghi sacri, come di chiese come di ogni altro sacrario edificato in questa città, è impossibil cosa a narrare, quali ricchezze habbiano et in quanta copia per amministrar gli offici che s’appartengono a sua Divina Maestà. Oltra che tutte le chiese, per picciola che sia, hanno il campanile, l’organo, et la piazza o per fianco o dinnanzi. Et ogni piazza ha il suo pozzo pubblico…Sono parimenti in tutte le chiese, sacerdoti secondo al convenienza del luogo, i quali assiduamente attendono al carico loro. Et tutte le cere che si consumano dal clero per qual si voglia occasione, sono bianchissime come neve, et le gialle non sono in conto alcuno. Appresso questo ogni chiesa ha qualche provento, chi più, chi meno, et i piovani d’esse sono creati da cittadini et popolani che posseggono stabili nelle contrade, per via di suffragii et approbati et confermati dal Patriarca. In somma la qualità delle ricchezze et del governo loro è di così fatta maniera che ogni chiesa di Venezia può dirsi con ogni ragione un picciolo vescovado …”
Conventino e chiesetta di Sant’Angelo di Concordia alla Giudecca erano un po’ così …

 

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