lug 20, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – seconda parte.

bertilla_02

Bertilla, l’avete capito, è una delle tante vite impossibili che in qualche modo “girano” lo stesso.  Accadono silenziose all’insaputa di tutti, o meglio, di fronte all’indifferenza di tutti, o perlomeno di molti. Ci sono, ma è come se fossero trasparenti: “Ci penserà di certo qualcun altro … “ si pensa, e si finisce che non ci pensa nessuno.

Dicevamo che vive ancora oggi nella stanzuccia sopra al campetto da calcio, dietro al groviglio delle edere. Il campo sarebbe buono come spazio per la Protezione Civile e per chissà quali iniziative, ma la solita crisi e i tagli di ogni tipo di fondi l’hanno ridotto a spazio abbandonato lasciato in custodia volontaria al Quartiere o a qualcuno … non si sa bene a chi.
“I parenti sono serpenti” aveva detto Bertilla una delle poche volte che aveva parlato ufficialmente con qualcuno che conta qualcosa. Ancora mezza bambina, l’avevano derubata in silenzio di tutti i risparmi lasciati da mamma e papà prendendosi tutte le carte della banca con la scusa di voler pagare i debiti lasciati … e un mutuo che non era mai esistito perché la loro casa era dell’Ente Autonomo. Ci abitavano loro adesso, stipati stretti e pieni di figli in quella che era stata la casa di mamma e papà … e anche della piccola Bertilla.
Lei intanto era finita seguita dall’assistente sociale, troppo grande per andare in un orfanatrofio o per essere affidata a qualcuno. E poi, con qualche accorgimento era in grado d’intendere e volere le avevano detto, e perciò di procurarsi di che vivere e arrangiarsi da se. Si capisce … con una piccola spinta in caso d’emergenza.
“C’è forse l’occasione giusta …  La sistemeremo di certo bene …” si dicevano fra loro.
Ed era accaduto: l’avevano collocata a servizio nella vecchia villa poco distante dalla spiaggia del Lido.
Quando arrivò per la prima volta, vide nel grande giardino un cane in pietra che pareva abbaiasse in eterno. Una fontana che non buttava più acqua da chissà quanto, un angioletto coperto dall’edera, e le stradine coperte da erbacce altissime. Nel garage c’era un’automobile di cento anni prima lasciata lì rotta in attesa per sempre di ricambi che non esistevano più. Era coperta da un telone bianco, come la barchetta capovolta coperta dalle edere in fondo al giardino dalla parte del muro del canale. Un tempo andavamo in giro per la laguna: Sant’Erasmo, Murano, Burano, Mazzorbo e Torcello alla Locanda Cipriani a mangiare il pesce e prendersi il fresco.
Nella villa viveva un vecchio signore con la sorella maggiore paralizzata in una sedia, e tutta la casa esternamente coperta di edere. Lo chiamavano: “Il Commodoro”, e con loro sembrava di vivere un secolo prima, perché lì dentro si era fermato il tempo. Inizialmente a Bertilla sembrava di aver risolto tutti i suoi problemi, ma era un sogno destinato ad infrangersi presto. Il Commodoro era lunatico, la considerava una cosa. Lei era viva, invece, non un oggetto come quella pipa dal tabacco schifoso che lui definiva sublime e gustoso quanto quasi la musica. E poi non era brava come lui avrebbe voluto…
Amavano sempre pranzare e cenare con tutta l’argenteria … e ogni sera dopo cena la volevano sempre davanti al caminetto con gli alari e i pomoli d’ottone opacato dal fumo, e una vecchia graticola arrugginita appesa. Rimanevano lì ad ascoltare le loro storie e memorie o musica solenne e pomposa di atri tempi. Erano maniaci della musica classica e degli strumenti musicali … Un tempo, soprattutto, quando erano giovani e pimpanti … Ma ora …
Dentro alle sale c’erano le infiltrazioni sui muri, le macchie sul soffitto, e gli specchi opacati dal tempo, tutti a macchie di salsedine e umidità, con la cornice mangiata dai tarli, che mi pareva di sentirli mordere e ridere di tutta la scena che avevano davanti. I lampadari dalle mille candele, i mobili coperti con i teli nella sala delle feste che non c’erano forse mai state, le lucette della camere debolissime, per risparmiare, da cimitero anche quelle … come loro.
C’erano i vetri colorati alle finestre, e appesi al muro insieme a vecchi trofei stavano diversi fucili da caccia. Si era fatto incidere lo stemma di famiglia sopra al caminetto con a lato due grossi riccioli in marmo e due Cariatidi pettorute e nude. Sopra al camino su di un alta mensola stavano tutte le foto di famiglia incorniciate e affumicate. Ogni tanto dovevo attizzare la cenere, e il tiraggio del camino era modesto col fumo che inondava la casa insieme a quello della pipa. La volta che venne finalmente lo spazzacamino, il Commodoro pretese che andassi ad aiutarlo, e per una settimana puzzai di bruciato e avevo la fuliggine dappertutto.
Nei cassetti c’erano montagne di medicine puzzolenti, la casa era piena d’orologi. L’orologio a cucù nella sala, la pendola sul pianerottolo, l’orologio “Luigi qualcosa” che batteva mille volte le ore nella sala da pranzo. Le foto di famiglia alle pareti dello studio e lungo il corridoio col lumino acceso sotto. Tutti quei morti mi facevano paura di notte.
“Quella volta del viaggio per l’America … Il piroscafo, la gente assiepata morta di fame e sognante sulle banchine del porto. Poveracci mi facevano ribrezzo con quella loro miseria pulciosa … Tutti in fila a inseguire un sogno impossibile sul ponte della nave alle intemperie pieni di fagotti … Poveracci … molti non sono neanche arrivati e tornati … ”
 
Nello studiolo del Commodoro pioveva dentro e dovevo mettere una secchia di zinco per terra a raccogliere ogni goccia di pioggia perché non si rovinasse il tappeto turco ammuffito e polveroso. Il Commodoro era anche appassionato di scacchi, e parlava e rideva giocando da solo o con i rari amici polverosi e antichi come lui, scappati dal passato.
Le rare volte in cui il Commodoro si assentava da casa, Bertilla recitava davanti al fuoco acceso il rosario lunghissimo, eterno, con la sorella.
“Diciamo un rosario dai !” le diceva apparentemente piena di un entusiasmo incomprensibile.
Le corone del Rosario erano d’olivo dell’Orto del Getzemani con i grani bucati a mano uno per volta. La Sorella tirava fuori da un suo cassetto tanti Santini e Immaginette di ogni sorta, e un suo libricino giallastro bianco avorio della sua Prima Comunione. Ripetevamo tutte le preghiere del mondo… e prima di andare a dormire la vecchia si faceva ogni sera un bagno caldo con i sali che si li faceva arrivare fin dal Mar Morto … come lei, una morta vivente. Una mezza mummia imbalsamata succube del fratello da tutta la vita. Senza spina dorsale in ogni senso. Incapace di un parere e di decidere qualsiasi cosa, anche la più stupida.
Se non faceva né troppo caldo né troppo freddo, si andava sotto alla pergola nel giardino … Di sera dovevo preparare l’acqua né troppo calda, né troppo fredda accanto al letto …. La dovevo andare ad attingere di sotto dagli orci in argilla in cantina per conservarla sana. Lì c’erano anche le anfore col vino … “Come gli antichi Romani … Che profumo !” diceva il Commodoro.
“Che schifo, invece, con tutte quelle ragnatele, e quella puzza di stantio e di aceto… e tutti quei topi e gli immancabili tarli onnipresenti.”
 
Il Commodoro portava sempre le stesse scarpe comodissime “a scarfarotto”, sempre le stesse: “Sono imbottite, comode per stare in casa, le porto da vent’anni.”
E si sentiva, come l’odore del resto delle sue cose irrinunciabili, eterne, come la vestaglia da camera da quarant’anni, sempre quella, sempre la stessa, quasi una seconda pelle … con certi aloni e certe parti sdrucite e consunte … “Blah ! Che odore inopportabile!”
I merletti penduli ovunque, i ventagli incorniciati e appesi ai muri.“Quello l’ho fatto arrivare da Amsterdam, quello da Caraci e quello da un’artigiana dalla Costiera Amalfitana…”  Un uccelletto stantio stava in una gabbia roccocò piena di guglie e pendagli. Cantava più o meno una volta l’anno, spelacchiato quanto i due vecchi … Più che cantare sembrava ogni tanto rantolasse e tossisse. Perfino il gatto non osava entrare in quella tana, se no per provare a papparsi quel canarino mezzo moribondo. Ma temeva le nerborute scopate dalla parte del manico da parte di Romea la cuoca. La cucina era il suo regno, con le sedie impagliate e la grande cappa fumosa che arrivava alta fino al soffitto. Di sotto c’era la catena nera che scendeva da dentro la canna e il paiolo sospeso sopra al vecchio fogher con la panca di pietra tutta intorno. Fortunata Romea ! … che se ne andava a sera subito dopo cena.
“Ti chiameremo “gegè” come la nostra vecchia nena … la balia.”Avevano detto a Bertilla la prima sera.
E da quel momento, era stato tutto un: “Gegè qua, Gegè là … e Gegè fa questo, e Gegè fa quello …. E lo spiffero … e c’è troppa luce questo pomeriggio … E mi da fastidio il rumore dei bimbi che giocano in spiaggia …” Non era mai finita … Gli incensi dall’India …  “Cavolo che puzza !”  … Ma Bertilla sapeva che non avrebbe mai dovuto dirlo.
L’avevano messa a dormire nella cameretta sul pianerottolo che saliva alla soffitta. Quante volte era salita lì dentro a sognare guardando tutte quelle cianfrusaglie, mentre i vecchi dormivano. La rete del suo letto cigolava, e i materassi mai pettinati erano pieni di lana e crine odorosissimi. Sopra al letto c’era appeso un quadro di una Madonna stanca e depressa. I vecchi la definivano bella, sognante, e meditabonda sul Mistero. Io la vedevo pallida, piena di freddo, e tremante, col collo storto e il bambino deposto nudo per terra sul pavimento in miseria totale.
I tarli nei mobili scavavano gallerie giorno e notte, e la casa era invasa dalle formiche che ne avevano fatto un enorme formicaio dilatato e comodo. Erano presenti sempre e ovunque: sul pianoforte, in cucina, sul terrazzo, dentro alla madia del pane e nel grande armadio della dispensa. Le trovavo a penzoloni e in fila lungo il barattolo dello zucchero perennemente aperto, o in colonna in discesa da una tazza con l’avanzo della colazione abbandonata sul tavolo.
Bertilla era stufa di quella vita. Voleva vivere davvero, e avere tempo per se … anche di far niente, di rimanere tranquilla a pensare. Non ne poteva più di resistere fino a notte tarda vestita da cameriera col grembiule bianco … pronta a soddisfare l’ennesimo capriccio eccentrico dei vecchi. Pensava a sua mamma che le diceva che le donne incinte avevano sempre mille desideri e le voglie più matte e strane … Quei due vecchi erano incinti anche loro in eterno, nella testa.
Bertilla non voleva più essere sempre pronta come un’amante. Lei era lei, non era il prolungamento dei due vecchi.
Finì col detestarli del tutto … E l’unica volta che il vecchio ubriaco gli toccò il sedere e una gamba si tirò indietro indispettita e arrabbiata … Il vecchio suonato le disse borbottando bavoso: “Che fai la ritrosa ? … Sei niente, nessuno …” Bertilla non lo lasciò neanche finire la frase, e gli tirò un ceffone che gli fece saltare la dentiera dalla bocca. La sorella in carrozzina che detestava il vecchio stava a scaldarsi davanti al caminetto. Vide tutto e sorrise divertita, dicendo: “Se vorrai, stavolta gli avvocati ti renderanno ricca Gegè.”
 
Ma Bertilla non volle saperne di avvocati, e fu contenta di andarsene e liberarsi di quella casa di vecchi matti scemi.
E quelli che dovevano aiutarla?
Piano piano non aveva sentito e rivisto più nessuno. Le avevano dato tutti i numeri, erano disponibili telefonicamente in qualsiasi momento le avevano detto … Ma pronti a far che?  Esisteva fra loro quella distanza incolmabile che c’è sempre fra un professionista e un cliente-paziente. Per cui, alla fine, aveva perso tutti … l’avevano lasciata andare.
Bertilla aveva imparato a bastarsi e arrangiarsi, e …
Fine della seconda parte / continua.
lug 18, 2014 - Senza categoria    No Comments

“I FUOCHI DEL REDENTORE QUOTIDIANO.”

festa-del-redentore1

Apro gli occhi e le finestre su una nuova giornata. Stanotte il temporale ha sbattacchiato e sconquassato Venezia… l’aria di questa estate strampalata è frizzante e un po’ meno afosa. Non mi sbaglio … aguzzo l’orecchio: il vicino anziano sta già cantando nella penombra della sua casa con le piante che si assiepano sui davanzali. Canta in continuità sempre la stessa canzone … da giorni ormai. L’ho quasi imparata anch’io.

“Tutta sfolgorante e’ la vetrina … piena di balocchi e profumi
entra con la mamma la bambina, tra lo sfolgorio di quei lumi
comanda signora …Cipria colonia e Cotyyyyy …”
Si sporge dalla finestra e guardando giù nella calle deserta s’infervora e tremulando in aria e alzando gentilmente una mano in aria e con l’altra sul cuore.
“Mamma ! mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi
per la tua piccolina-a-a-a non compri mai balocchi-i-i
Mamma tu compri soltanto i profumi per te-e-e-e-e …”

Esco in strada e guardo le chiatte ormeggiate sulle banchine del Porto: stanno allestendo i fuochi pirotecnici … domani sera sarà Redentore.

Anche quest’anno manca poco, davvero poco alla notte magica del Redentore, la notte delle notti. Gli addobbi lungo le fondamenta del Canale della Giudecca sono pronti, pronto è anche il ponte di barche che attraversa il canale. Sulle rive i popolani si sono già accaparrati il posto segnando la strada e disponendo i tavolini … Sarà di certo una serata di grande festa, una fra le più vive e sentite di Venezia. Nonostante i divieti comunali il bacino di San Marco sarà pullulante di barche e barchette addobbate, di musica, canti, luci e persone allegre. Verso il culmine della notte esploderà lo spettacolo pirotecnico che illuminerà magicamente la laguna … e sarà ancor più festa, fino all’alba quando si andrà tradizionalmente sulla spiaggia a vedere sorgere il sole del giorno festivo del Redentore.
Sono trascorsi secoli, ma la tradizione continua ed è davvero sentita e partecipata da giovani e meno giovani e vecchi nonostante la crisi non solo economica ma anche delle tradizioni e dei valori di sempre.
Alla radice di tutto? Lo sapete già: la pestilenza del 1575-1577 e un voto al Cristo Redentore … come in seguito, in occasione della Madonna della Salute nel 1620. Venezia Serenissima spietata sui mari, tremenda con tanti, furbissima e astuta nei commerci e capace di spingersi lontano con le sue famose galee di mercato … possedeva anche una vena dolce che sfociava nel devoto. Consapevole di certi suoi limiti, quando non sapeva più che pesci pigliare, andava a bussare a certe “porte superiori” … spesso ottenendo quel che implorava.
Per questo, a distanza di secoli, i Veneziani sono ancora riconoscenti e festeggiano ancora alla grandissima assieme ad una folla nutrita di turisti … Ci sono certe tavolate in giro che manco v’immaginate … e certi “rosti” alla fine, davvero festosi e divertiti. Un festone insomma … in ricordo della peste scomparsa. Ma forse mai del tutto …
Devo accellerare il passo o stamattina perderò l’autobus …
Fra Pratoline bianche fragili e distese di steli d’erba esili ingialliti e rinsecchiti dal caldo estivo … Una chiocciolina si sta arrampicando fino in cima a un lungo stelo d’erba alto più di un metro dondolando nel vento la casetta a tortiglione che si porta in groppa. Perché mai?  Si forse prendendo posizione per vedersi lo spettacolo dei fuochi domani sera?
La folla degli attacchini comunali scende dal furgone ecologico elettrico del Comune in cui stavano stipati vicini vicini, mentre le solite rondini si catapultano gridando nel cielo. In sottofondo si sentono sbattacchiare i piattini e le tazzine del bar della stazione degli autobus. Il primo caffè aspro del giorno, in piedi, mani in tasca davanti al bancone del bar.
“Ci stanno rompendo i c… con questi partime al Civile … una volta era un turno facile e comodo utile a tutti …Ora, invece …” commenta un’infermiera inviperita diretta all’ospedale. “Dai non ci pensare sono appena le sei del mattino … pensa ai baloni del Redentor … Vieni in barca domani sera ?” la raddolcisce una collega.
L’autista pesta a terra sul piazzale ancora sfatto dei tram il mozzicone della sigaretta … tossisce a lungo di una tosse feroce e intensa, si schiarisce la gola e la voce rauca …accende il motore e finalmente si va.
Nello spogliatoio zeppo di divise multicolori appese: gialle, bianche, verdi e blu, una tozza farfalla notturna si alza in volo quasi infastidita dalla mia presenza svolazzando goffamente intorno e finendo col picchiare addosso al vetro di una finestra. Il caffè caldo che sa di acqua e niente si raffredda posto sulla panca mentre scrivo queste cose, e davanti mi godo lo spettacolo degli zoccoli con i calzini usati dei colleghi allineati sotto agli armadietti chiusi e polverosi.
L’orologio implacabile mi ricorda che è tempo d’andare e cominciare l’ennesima pagina lavorativa di oggi. L’ascensore pigro e odoroso mi traghetta da una realtà all’altra, come una sorta di Caronte fantasioso. Salgo persona qualsiasi e ne esco infermiere dentro a un microcosmo diverso in cui il tempo accade e scorre a modo suo.
Si ricomincia … Nella penombra ancora notturna avvolta in un silenzio opprimente l’infermiera con guanti e occhiali armeggia le sue ultime mansioni prima della fine del lungo turno di notte. Passando davanti a una stanza con la porta spalancata osservo un paziente pendulo seduto sul letto con la faccia abbandonata su mille cuscini. Alla fine dell’ennesima notte difficile si è arreso finalmente al sonno in una delle sue ultime albe da vivere. Di giorno mi racconta le sue cose tranquillo, ma non sa, mentre io già so bene che sta morendo lentamente abbracciato stretto dal suo Kancro. Quella sua tossetta nervosa e fastidiosa è la cornice ingannevole di quel qualcos’altro di pestifero e mortale che se lo mangia dentro condannandolo.
“E’ di notte che la mia mente naviga e ho paura … di giorno è più facile mi sento in ospedale … e poi ci siete voi …”
 
Qualche stanza più avanti, ogni mattina si ripete la stessa storia.
“Buongiorno !”
“Chi è ? … Chi è ?”
Risposta: “I ladri !”
“Come ? … I ladri in casa mia ?  … e mia moglie ?”
“Ma no L. sei in ospedale … Sono io, l’infermiere solito.”
“Ah. Meno male … Che ci faccio qui ?”
“Dai parti, accenditi, alzati … Fai colazione, prendi le pastiglie, lavati e vestiti che devi andare in terapia fisica …”
“Si … Si … Mi alzo, parto …”
Dopo dieci minuti ritorno. So già che lo ritroverò ancora a letto a ronfare a bocca aperta con in mano il blister delle pastiglie e il bicchiere con l’acqua che gli ho appena consegnato.
“ L. ! Svegliati … E’ ora di alzarsi e attivarsi !”
“Chi è? … Chi è ?” … e si ripete la scena di prima in maniera identica.
“I ladri L … sono sempre i ladri di prima.”
“I ladri a casa mia ? … Ah sì  sì … l’ospedale … Riparto, mi alzo …”ripete. Poco dopo lo sento russare di nuovo fino a metà del corridoio. Tornerò per la terza, e poi per la quarta volta come il solito. Poi finalmente si avvierà … più o meno.
“Va ben dai … Anche se non capisco perché ultimamente parlo sempre da solo …. E poi ieri è venuta una vestita in giallo che mi ha preso e tirato e mollato per le braccio e le gambe … Non ho capito che cosa voleva … Ma adesso mi sento meglio …”
 
Mi giunge un’eco più o meno lontana ma familiarissima.
“Sarebbe da aprire la cassaforte nel sottoscala per dare qualcosa a questi bravi giovani …”
“Bene Enzo !  Ma dove hai nascosto la chiave della cassaforte ? ”
“Che chiave ? …”
“Quella della cassaforte Enzo.”
“Mai avuta una cassaforte …”
“Enzo ! Enzo ! … E’ bravo chi ti capisce…”
“Enzo … Enzo … chi ti capisce …” ripete e risponde lui.
“Enzo ! “
“Enzo !” chiama anche lui guardandosi intorno in cerca di qualcuno.
“No.” Gli dice il fisioterapista … “Enzo sei tu.”
“Ah si … è vero. Enzo sono io.”
“Enzo !”
“Enzo !” ripete e chiama di nuovo. L’ha già dimenticato. E’ quasi un tormentone in questi giorni … E’ tempo di Enzo.
Enzo lo osservo ogni tanto, carico di anni e con gli occhi acquosi che fissano il niente … Un vuoto perfetto e senza tempo che sta sempre davanti a lui. E lui sta lì a guardarlo in attesa del nulla. Ripete tutto in continuità, qualsiasi cosa gli dici o gli capita di ascoltare. “Enzo ! … Stai sveglio.”
“Eh ? Enzo ! … Sto sveglio. Sono Enzo.”
“Oggi è il 18 luglio Enzo … domani è il 19, è Redentore …”
“Ah sì ? Redentore … Redentore … Domani è il 19.”
“Si, la festa del Redentore …”
“Redentore … Sì.”
“Domani è il Redentore … sei sordo Enzo !” gli grido.
“Sei sordo Enzo !” ripete … “Basta ripetere tutto Enzo …”
“Sento sempre una campana che suona di giorno e di notte … Mi sta entrando dentro alla testa … Basta con questa campana che sento continuamente …”
“Non è una campana, è l’allarme che controlla le telemetrie, le macchinette dei cuori … Come faccio a spiegartelo ?”
“Ho capito … Ho capito: la campana dei cuori del Redentore … Sì. Mi suona continuamente nella testa, sono stufo di sentirla … Non ne posso più, la sento giorno e notte è sempre Redentore…”
“Hai ragione Enzo … è sempre Redentore qui dentro…”
 
Lo stesso orologio implacabile del mattino mi ricorda che è tempo di rientrare nel mondo del vivere normale … Esco dall’ospedale e provo a farlo anche mentalmente. In lontananza inseguo e ammiro le creste delle montagne azzurre e nitide nel sole rosso, tondo, cotto ed estivo. La barena è straordinariamente in secca, tutta pozze, chiari e fango mentre i gabbiani se ne stanno appostati in laguna uno per palo intorno alle reti e ai cogoli carichi di pesce e grondanti l’acqua salmastra tutta riflessi rosa, gialli, ocra, viola, grigi e bluastra … Sotto al ponte passa un vaporetto in anticipo … con motore fermo, messo al minimo …talmente pigro e lento e silenzioso che pareva non spostasse neanche l’acqua.
Sono le dieci di sera … e il vecchietto calvo della casa di fronte in cannottiera canta ancora col tremolo da dentro le finestre spalancate
“Mammaaaa ! … mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi
Per la tua piccolina, non compri mai balocchi-i-i-i-i
Mamma tu compri soltanto i profumi per te-e-e-e-e …”
Siamo nella periferia di Venezia … alcune donnette in sottoveste, con vecchi bigodini in testa, forcine e mollette si chiamano e salutano dalle finestre prima di “chiudersi da notte”.
“Ma non va mai a dormire sto’ vecchio ? … El xe sempre chel canta giorno e notte !”
“Notte Jolanda ! … Domàn, domàn … i botti … i botti del Redentor !”commentano.
In sottofondo riparte il canto:
 “Mammaaaa ! … mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi
Per la tua piccolina, non compri mai balocchi-i-i-i-i
Mamma tu compri soltanto i profumi per te-e-e-e-e …”
“Sempre quella … Basta nonno ! … Va a dormire !”
“Mammaaaa ! … mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi
Per la tua piccolina, non compri mai balocchi-i-i-i-i
Mamma tu compri soltanto i profumi per te-e-e-e-e …”
“E’ inutile … E’ anche sordo … non basta cantante, è anche rompiballe …”
 
Poi finalmente tutto tace … Stassera il caldo è asfissiante, le cicale cantano senza sosta, non vanno a dormire neanche loro … La festa del Redentore sta iniziando, anzi non è mai finita, continua tutti i giorni in maniera a volte un po’ strana, con scene pirotecniche sempre diverse.
“Mamma ! mormora la bambina … mentre pieni di pianto ha gli occhi. Per la tua piccolina … non compri mai balocchi …”
 
Incredibile ! Mi ritrovo a mormorare nella mente e sottovoce la stessa canzone del vecchio … Spengo la luce, domani sarà Redentore.

 “Mamma ! mormora la bambina…….”
lug 17, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – prima parte

bertilla_01

“BERTILLA …” – prima parte.

Dopo il temporale notturno di questa notte, stamattina presto procedevo evitando ad una ad una le pozzanghere della strada. Me la sono trovata improvvisamente proprio di fronte. Ma non è la prima volta … Solo che era da un pezzo che non la vedevo.
Da uno strappo dell’altissima rete di cinta metallica e rugginosa del campo da calcio, ben nascosta dietro a un groviglio di rovi e una pioggia di edere lunghe e pendule, è sbucata lei questa mattina. Si è guardata a destra e a sinistra spolverandosi le spalle e picchiando le scarpe per terra.  Mi ha occhiato un istante senza vedermi, come fossi del tutto trasparente, e acconciatasi la lunga coda dei capelli sulla nuca e lo zainetto consunto e sbadito sulle spalle se n’è andata per la sua strada.
Camminava come il solito, con quella sua cadenza inconfondibile, un po’ ciondolante a destra e sinistra. Ce l’ha sempre avuta fin da bambina, solo che col passare degli anni si è accentuata diventando un’andatura curiosa.
Bertilla le sa queste cose, e non le sa, ma soprattutto finge di non saperle. Soprattutto non gliene frega niente di quanto vado dicendo. E’ ridotta sempre più a niente, fisicamente ed economicamente … ma lei vive, e dice di star bene così.
E’ da tempo un miscuglio di vissuto triste impastato con una dignitosa semplicità per me sorprendente, che merita d’essere detta e raccontata imprigionandola nelle parole.
Bertilla ormai da molto tempo non chiede, vive e sta, s’arrangia in silenzio, senza chiedere, apparire e disturbare nessuno.
Vive nella vecchia stanza magazzino abbandonata sopra alle docce del campo da calcio del mio quartiere. Oggi non si organizzano più i tornei come un tempo, il campo è quasi dismesso e pieno di erbacce. Solo raramente viene concesso a qualche gruppo serale che si trastulla inciampando fra buche e pozze fangose piene di zanzare. La stanzina è alta, inserita sul muro di cinta, quasi del tutto mimetizzata dalle edere folte che la ricoprono quasi del tutto. Bertilla entra ed esce di là, ma quasi nessuno lo sa … o gli interessa di saperlo.
Su per la scaletta annerita e sporca, semi invasa dalle edere e dai rovi che scendono e salgono gradino per gradino, si sale alla saletta magazzino dove un tempo si depositavano i palloni, le reti, le panche e gli ingombri. Oggi davanti è tutto un ciarpame, mucchi di deposito e cose vecchie ammassate e lasciate al sole e alla pioggia alla rinfusa. Dietro si sale, passando appena accanto al muro scrostato coperto di edere…fino alla scaletta.
Il custode del campo sa bene che lei vive lì, ma finge di non saperlo e di non vederla. E’ padre di famiglia anche lui, sa che cosa significhi avere un figlio in giro per il mondo e da solo. Se poi si trovasse in difficoltà … Lei sale di sopra e scende di sotto felpata e silenziosa come un gatto, quasi senza che nessuno s’avveda della sua presenza leggera. Lì vive con i suoi quattro scatoloni in cui raccoglie tutto quanto possiede … ossia niente. Solo qualche abito di ricambio e il piumino da indossare d’inverno. Le cose preziose le ha sempre con se nello zainetto: la sua cassaforte inseparabile … quasi vuota anche quella.
Bertilla non sorride mai, parla pochissimo. Ti passa accanto ma è come se fosse sempre da sola: non vede né incontra nessuno.
“Non c’è niente di buono per sorridere nella vita…” l’hanno sentita dire un giorno dopo averla a lungo istigata a parlare e dire qualcosa di lei. Bertilla non ha detto nulla. Sembra quasi un monumento al vivere tristo.
E’ una donna di mezza età che non riesci ad attribuirle gli anni. Solo i capelli ancora scuri e lievemente brizzolati ti dicono che non è più giovanissima. Ma è sgangherata, non ha quasi nulla di femminile: non ha un filo di trucco, non curve evidenti, non un profumo né un capo firmato. Solo quella coda di capelli, e il solito pantalone largo mimetico sotto a un t-shirt quasi sempre bianca, le scarpe da ginnastica da pochi soldi… e ovviamente il suo zainetto prezioso.
Sempre pulitissima e in ordine. Mi hanno detto che quando lavora è puntualissima e precisa. Basta spiegarle semplicemente che cosa si vuole che faccia, e lei in breve tempo sarà in grado di ripeterlo all’infinito meticolosamente e con grande impegno. Replica tutto quel che si vuole … e non manca mai di presentarsi ogni volta che si è pattuito. Non chiede perché né per come, non le interessa saperne di più, non ha mai nulla da chiedere e da eccepire. Terminato tutto se ne va in punta di piedi come è comparsa, quasi non ti accorgi che ci sia.
Non ha amici né amiche … A che possono servirle ?  Non le serve mai nulla, tantomeno d’essere compatita … figurarsi se le serve affetto !  Lei vive … e basta.
A sera o quando è stanca se ne ritorna in quelle stanzuccia nascosta con le sbarre alla finestra. E’ bassa, invisibile, quasi nascosta del tutto dalle edere. Sembrava si trovasse lì disponibile a posta per lei.
“Nascosta fra le edere … quasi come me.”
 
Pensò la prima volta che la intravide casualmente e provò ad entrarvi. Si trovava a bordo campo a guardare un’insignificante partita al pallone fra giovanotti aitanti. Era finita lì per caso gironzolando per la città e quello che ritiene essere il suo quartiere. In realtà nel campo non osservava nessuno, anche se giocavano animatamente e se le davano di santa ragione correndo dietro alla palla. Suo papà un tempo lontano le diceva: “Togliete tutto agli Italiani, anche i soldi se volete, ma non toglietegli il pallone perché impazziranno.”
A lei tutto quel correre dietro alla palla non era mai piaciuto. Era una cosa insipida, come tante altre, come tutte quelle che chiamano sport. Tanta fatica per poco risultato o per niente, pensava. Era meglio dedicarsi ad altro, anche se non aveva mai capito bene che cosa potesse essere quell’altro a cui si riferiva.
Alzando lo sguardo oltre il limite del campo da calcio aveva intravisto la stanzuccia. Si notava appena sotto a tutta quell’edera che s’intrufolava e scalava i muri, attaccandosi ovunque. Pareva che quelle edere tenessero tutto insieme impedendo che si sgretolasse e cadesse scivolando di sotto. Tutte quel verde di edere dondolava al vento sospeso nell’aria del niente. Piano piano in silenzio, senza essere visto, come lei … Le piacque subito quell’angolo, così come le erano sempre piaciute le edere che s’accendevano di rosso d’autunno. Parevano trasformarsi in qualcos’altro, vivere una seconda vita diversa, un’opportunità nuova, una seconda chances come sognava lei.
Anche se fino ad ora non era ancora accaduta.
Avrebbe messo volentieri una foglia d’edera sulla sua carta d’identità piuttosto di rivedersi in quelle sembianze in cui era costretta a ripensare al suo passato perduto e trascorso. Lei era davvero somigliantissima a sua madre e suo padre. Guardandosi sul documento era come rivedere entrambi ad uno specchio. Per questo lei non usava mai lo specchio. Lavava e pettinava i suoi lunghi capelli lisci e li tirava all’indietro raccogliendoli nella coda. Quanto tempo le serviva ogni volta per quell’operazione, e quante volte avrebbe voluto tagliarseli tutti. Ma era l’unica cosa preziosa che le era rimasta.
Stamattina presto Bertilla era lì, di fronte a me, proprio a due passi. Siamo usciti entrambi ciascuno dalla propria “casa” per recarci ognuno al proprio lavoro.
Vedete come vite e storie molto diverse finiscono per assomigliarsi e talvolta non dico incrociarsi … ma quasi sfiorarsi, o almeno approssimarsi …
Bertilla è questo … ma anche altro e di più, che vi dirò …
Fine della prima parte / continua.
lug 6, 2014 - Senza categoria    No Comments

DOMENICA … DI LUGLIO.

Venezia aerea

A volte le brutte notizie ti castrano la vita … dormi male quel poco che dormi, e ti porti addosso foschi pensieri, come fosse un vestito triste. I miei discorsi a volte possono sembrare la fiera dell’ovvio … pensieri vaporosi fragili da condividere.

Esco di casa e tutto sembra immobile e senza tempo. Mancano ancora 15 minuti alle sei del mattino, e un aereo brontola e plana in lenta discesa in direzione dell’aeroporto di Tessera.
Venezia è sempre Venezia … A certe ore persino le cose più ovvie, quelle invisibili e futili che di solito non vedi, assumono evidenza e sapore che non immagini.
Scorgo di sfuggita in lontananza la solita tossico che cerca e finge normalità … Parla fra se e se ad alta voce, distribuisce da mangiare ai gatti … Le banchine del porto sono deserte: niente grandi navi ormeggiate … Il solito ciliegio è meno curvo, ha perso ormai tutti i frutti, le foglie sono tutte corrose e mangiate da bruchi, larve e parassiti. E’ tutto traforato, sembra un merletto … Percorro a piedi e in fretta il mio solito chilometro del Porto … I cantieri e i magazzini sono chiusi sbarrati. Non si muove fronda nell’umidore fresco e appiccicoso del mattino festivo … cicche per terra, il cartello che segnala il passaggio dei treni è stato piegato di brutto da “uno spiritoso anonimo notturno”.
 
Ciabatto scricchiolando rumorosamente attraversando il ponte sopraelevato sul Canale della Scomenzera del Porto. Il marinaio e il pilota del vaporetto di sotto mi guardano in attesa … Tiro dritto per la mia strada … Si scambiano uno sguardo d’intesa, mollano gli ormeggi e partono scivolando lentamente sull’acqua piatta e quasi senza riflessi, quasi fosse densa come una melassa o una crema.
Un giovanotto con uno zaino in spalla alto come una casa cerca un posto sicuro a pochi soldi dove piazzare la sua bicicletta foderata di sacche e bagagli … Non immaginava che a Venezia non si potesse girare su due ruote … La solita africana incappucciata sosta accanto al carretto con tutti i suoi averi in attesa di niente … Ognuno lotta a modo proprio per affermarsi, galleggiare, imporsi, o solamente per esserci in questa giornata qualsiasi … Rondini, gabbiani e altri uccelli“lavorano in cielo” inscenando la loro solita parte del copione della vita.
La laguna è diafana, opaca, immersa in una foschia grigio rossastra. Il sole dipinge di rosso caldo il cielo da est. E’ la classica giornata da riposo, da laguna, da gita e da spiaggia … Quasi una decina di uomini frugano pescando chini nel fango immersi nella laguna fino al torso … Una prostituta esce da dietro ai cespugli del parco stiracchiandosi e bagnandosi il collo e il volto … Probabilmente ha terminato il suo turno di notte. Come fanno le donne con gli stivali addosso con questo caldo ? Sono un’altra specie, lucertole al sole per tanti versi …
Il viale alberato è umidissimo e ombroso, lì sotto è ancora quasi notte. Odore tiepido di terra viva e verde, humus e linfa, vapori degli alberi … Respiro a fondo assaporando il momento.
Oggi è domenica … e si lavora.
Un giovane non sa a quale fermata scendere … Un anziano in giubba sosta in mezzo all’incrocio della strada senza decidersi da che parte andare … Il solito cuculo in sottofondo canta sulla scena, mentre il solito furgone del pane che ha appena rifornito l’ospedale, riparte ingrippando, frenando e stridendo e traballando.
Una tapparella si alza srotolando rumorosamente dal primo piano di un condominio. Ne esce affacciandosi una signora scompigliata in corto pigiama. Un attimo dopo inizia ad innaffiare tutte le piante del davanzale, ne strappa le foglie morte e i fiori appassiti. Si ferma, mi osserva … la guardo. Sorridiamo ignari di entrambi… e proseguo sui miei passi.
Vorrei trattenere, imprimere queste sensazioni, imprigionarle con i pensieri nella mente … Ma non si può, non c’è tempo, bisogna andare al proprio posto. Sono attimi fuggenti, volatili come le essenze degli alberi … Non ne rimane niente.
Il collega “pisola” dentro alla guardiola appoggiato ai gomiti e sul palmo delle mani. Ha un’espressione stranissima. Sembra come sovra pensiero, estatico, con un sorrisetto ebete spontaneo indecifrabile, e la bocca storta che cola … D’istinto mi verrebbe da picchiargli per scherzo sul vetro … ma è domenica, lo risparmio e tiro dritto senza salutarlo. A volte la notte è dura da trascorrere“lavorando” …
“Devo svegliarmi e ricordarmi di timbrare il cartellino … altrimenti oggi lavorerò gratis.” chiosa il collega con cui sorseggio il caffè all’ultimo piano di fronte al panorama di Mestre passiva e indifferente della nostra sorte e di tanto altro.
Mi piace a volte ascoltare e cogliere le prospettive e i punti di vista degli altri. Cose che per te sono utili e interessanti per loro talvolta o spesso non contano nulla. Me l’hanno anche confermato chiacchierando: “Non me ne frega niente di certe cose … di Venezia, la Laguna, l’Arte, il passato e la Storia … Sono cose fatte e vissute da altri e per altri, non c’entrano con me. Sono cose andate, da mettere in vetrina per qualche vecchio nostalgico … E’ altro che mi attizza della vita …”
 
Entriamo in corsia … sempre senza tempo, lavoro mai finito, senza inizio né fine.
“Auguri !”
“Con questa malattia oggi compio vent’anni in un colpo solo … A volte vedo le immagini sovrapposte, non riesco a leggere e guardare la televisione … Ma oggi ho sentito un “clik”, ed è tornato tutto a posto … Oggi vedo normale … Giusto in tempo per il compleanno …”
“Io domani parto da qui … Andrò in una casa di riposo in riva al mare. “
“Bello !”
“Bello sì … ma … non sarà mai casa mia. Non tornerò più a casa mia … In un certo senso la mia vita è finita …”
“Ricordo ancora quando lavoravo … Guidavo al porto una gru a dodici ruote che sapeva sollevare i portelloni da tonnellate delle stive delle navi. Le facevo galleggiare e ondeggiare in aria come fogliette … Quella era vita ! Al porto, dove abiti tu … C’era un clima speciale a quei tempi … Portavano fuori di tutto … pepe, caffè, whisky, aprivano i container … In quei tempi i televisori erano oggetti preziosi … Stufi dei furti continui, la polizia ha dovuto piazzarsi con i binocoli sulle torrette per pizzicare qualcuno … Il porto era un colabrodo, tutto passava dappertutto … e tutti sapevano e tutti tacevano. “Mano lava mano” si diceva. Era tutta una corruzione, dai più alti livelli ai più bassi … Un po’ come oggi … “Se mi vieni a costruire la casa a Meolo ti faccio procedere di un livello sul lavoro” … E a lavorare al porto non si presentava nessuno … Tutti a lavorare da muratore in campagna, e al porto uno lavorava per tutti e per nessuno … Avevo dei muscoli così sulle braccia … le donne mi correvano dietro … Ma chi è che le capisce le donne ?  … Pensa che il giorno che è accaduto il terremoto sono sceso in fretta e furia dalla gru e sono corso in cerca di un telefono per telefonare subito a mia moglie. “Che rompi ? … Che vuoi ? ” mi ha risposto. E sono finito col scusarmi per l’averla disturbata … Capisci come sono ? … Comunque: Bei tempi ! Anche con loro …”
 
Incrocio l’ultimo collega della mattinata.
 “Bisognerebbe comperare una casa a Venezia, in zona strategica vicino alle Università, restaurarla difendendola dall’umidità … Saprei bene come fare, facendo salire l’umidità in un giro d’aria fino al soffitto, rivedrei gli spazi morti … e molto altro ancora. Poi bisognerebbe darla in affitto a studenti … Sarebbe un affarone.” Si è tirato fuori un blocco per appunti, e si è messo a segnare le compere, le spese per i restauri, la percentuale del rientro fiscale, il tempo necessario per rientrare dalle spese vive … Lo guardo e ascolto incuriosito.
“Oppure si potrebbe farne un bel Bed & Breakfast da offrire ai turisti …”
“Ma ce li hai i soldi… un capitale da investire?”
“No … ma si potrebbe…”
“Ma va là ! … Sognatore !”
 
Guardo nel bus di ritorno una giovane mamma pettoruta e riccioluta nell’afa calda del pomeriggio. Si mangia il suo bimbo con gli occhi … due piedini nudi a polpetta sotto a un sorriso smagliante e due occhi accesissimi … disteso felice sul vestito largo verde smeraldo della mamma. Il gioco dura l’intero viaggio … uno spettacolo: “Su .. Su … Su e su ! …e ghiri,ghiri,ghiri,ghiri …” e col solletico esplodeva ogni volta una doppia bufera di sorrisi e d’intese indescrivibili e unici.
Ripercorro la Marittima del Porto … La ventola di raffreddamento della centralina delle telecamere di controllo frulla e vortica a tutto spiano sotto il sole del pomeriggio. Ora tre grandi navi sono ormeggiate in bella mostra sulle banchine del porto … Tanta gente si dondola al sole sulle barche che punteggiano la laguna in questo pomeriggio finalmente estivo di luglio …
Le donnine schierate sulla muretta del mio quartiere se la prendono con un bimbo che pallona contro un muro chiassosamente.
Sono squisite … sembrano una commedia di Goldoniana memoria.
“Hai finito di rompere i c… con quel ballòn sul muro … Vai a pestare da un’altra parte più in là … Va in so de là ! … Va a battere sotto ai muri de to mare, dai ! … Neanche con sto caldo non ti sta quieto …”
Un attimo dopo si sventola furiosamente col ventaglio di paglia. “Oh ! Che pase … finalmente … E va ben che i fioi deve anche giocare … ma quel che è massa è massa … Ciò ! … Che caldo …Mi fanno innervosire e mi viene ancora più caldo …”
“Eh … Sporcacciona ! Ti sei macchiata tutta con la cioccolata … Sei proprio una vecja bavosa e pettacciona piena di medaglie … Ah ! Ah ! Ah !”
“Sta attenta sa ! … Varda che te mando eh ! Sai che me basta un attimo per mandarte !”
“Adesso vago via …”
“Si ti va via … ma con la testa … Ah ! Ah ! Ah !”
“Basta ! Buttalo in acqua quel cane ! Non senti quanto rompe !”gridano da un’anonima finestra spalancata nel caldo.
Intanto le cicale accaldate se la suonano e se la cantano intorno … coprendo solo in parte le risate fragorose e sguaiate delle donnette … e le lancette dell’orologio: girano, girano, girano vorticosamente … sempre nella stessa direzione, mai all’inverso … tagliando a fette le calde ore di questa domenica di luglio.
lug 1, 2014 - Senza categoria    No Comments

“ORE ALABARDATE …”

Img_8568

Alle elementari mi chiedevo: “Trieste è maschile o femminile ?”

Ho sempre pensato che Trieste fosse il confine ultimo fra l’Italia e qualcos’altro oltre il mare di Venezia. Credevo che ci fosse ben poco da vedere da quella parte alla fine della Terra del Friuli sempre ricordata storicamente come miserrima, retrograda, e in mano a pochi signorotti padronali. Invece mi sbagliavo … da quelle parti c’è stato e c’è di più, molto di più.

E’ andata così.

Si parte o non si parte ? Tutti affacciati al finestrino a provare a capirne qualcosa. Un poliziotto scende dal treno con una giovane a braccetto … è la prima emozione della giornata.

“Bongiorno ! … Cominciamo bene, arriveremo mai a Trieste ?  … Forse …”

Semaforo arancione, semaforo verde finalmente … partiamo con ½ di ritardo … si va un’altra volta: “Trieste: arriviamo!”

Il verde inizia a scappare fuori dal finestrino … campi su campi sotto a foschie e nuvole sfasciate e sparse. Flotte d’uccelli in aria, stazioncine deserte di campagna senza segni di vita … superate in corsa. E poi ancora: carri in sosta, binari, casolari, vigne, trattori al lavoro … volti variopinti, boschetti, ponti, incroci di treni … mentre si schiude e dipana la grande piana Friulana.

Raggiungiamo il mare di Monfalcone … pievi sperdute, lagune, vecchi castelli di campagna con basse torri d’avvistamento … Il treno si divora la strada, facendo sfilare tutto come un album fotografico … e siamo a Tergeste, Trieste, la città romana affacciata distesa sul golfo, dove l’altipiano del Carso si butta in mare.

Iniziamo dalla Piazza Italia: sembra qualcosa di uscito dal libro di Storia dell’Italia Unita. Clima patriottico, Palazzi degli imprenditori, la Borsa, le grandi compagnie, il Loyd Adriatico di navigazione, la fontana barocca con i “Quattro continenti” perché l’Australia non esisteva ancora all’appello … Ma di fronte c’è la banchina del porto, le pescherie di cui è rimasto solo il nome … Non ho visto bragozzi e reti in giro, solo barche lussuose da diporto … e gli appassionati con la canna da pesca e il cappellaccio appostati in fondo ai moli assolati.

“Una città mercato in cima all’Adriatico, fra Italia, Istria e Slovenia… Un porto, la “TRS” detto in sloveno, dalle “tredici casade” nobiliari soprattutto mercantili. Le note storiche sono scarne: già nel 1200 i Veneziani ci avevano messo lo zampino distruggendole il castello, tanto per cambiare … In seguito, Trieste è stata soprattutto terra e sbocco marittimo degli Asburgo per secoli. Porto Franco dal 1719 e poi Porto Libero … Snodo terra-mare con il maggiore volume di traffici merci per i paesi Euro-Asiatici, porta spalancata sul mondo Slavo e Balcanico. Luogo pullulante di uomini d’affari, spedizionieri, marittimi, portuali, banchieri, magazzini, cantieri …” racconta ad occhi chiusi la guida simpaticissima.

Curiosissimo in nome di Trieste: Tergeste: “Tre battaglie” o “Tre volte guerra” … Fu antichissimo Castelliere protostorico, poi colonia Romana della Regio Decima Venetia et Istria alla fine della Via Popilia-Annia con tanto di mura, Foro e Teatro ai piedi del colle di San Giusto. Giulio Cesare nel suo famoso “De Bello Gallico” cita Trieste come Urbs sfigata e vittima di rapine, devastazioni, e irruzioni notturne … Poi un gran silenzio della storia per secoli.

Andiamo in giro … Davvero bello il chiesone di San Giusto. Fascinosa basilica col rosone mastodontico, le facce degli antichi Romani incastonate e riciclate in facciata, e le teste tolte ai sepolcri e ai monumenti trasformate in teste di Angeli e Santi … Lì accanto c’è il Foro, e l’omonimo Castel San Giusto classico Museo armigero, pomposo, sede del Governo e del potere. Gli ingredienti gustosi sono i soliti: segrete, piazza d’armi, merlature, camminamenti, e un ricco lapidario raccolto nei sotterranei tenebrosi e umidi … e oltre, intorno e sopra il panorama largo e spalancato … con i gabbiani che raccontano lo splendido mare prospicente azzurro, la baia distesa a perdita d’occhio …

Ci spingiamo in giro per Trieste … Un omino strano e grintoso, scappato via nella mia mente da un mondo fantastico, horror e giallo, ci chiude alle spalle il portone del Civico Museo di Arte e Storia col l’annesso “Horto lapidario”. Ci sentiamo in trappola … e osserviamo i due turisti immobili seduti su una panca del giardino … “Sono vivi o forse no ? … Usciremo mai di qui?” Sensazioni strane frammiste a tanta arte antica emozionante e ben disposta, e tanta altra dimenticata e buttata alla rinfusa alle intemperie … Altrove ne farebbero almeno due musei … ma siamo Italia: tutto sta lì sotto la pioggia e fra le erbacce.

Altri pochi passi ed entriamo nel Museo Revoltella: un gioiello! Sale splendenti di lusso dell’imprenditore di successo di un’epoca trapassata, capaci di lasciarti a bocca aperta e occhi sgranati … e poi: un’immensa raccolta zeppa di tanti artisti illustri. Una cascata inarrestabile di bellezza … di cui conosco ben poco e non so decentemente collocare e capire … Eppure ci sono, me li trovo sotto gli occhi … Mi sento un verme ignorante.

“Quando torno a casa mi rimetto a studiare la storia dell’Arte …”

Usciamo fuori esterefatti, saturi d’arte, di colore, sensazioni e spunti di bellezza …

Trieste è anche vita qualsiasi: il caffè col cornetto a dieci euro per i polli turisti da spennare … le case sfitte o affittate a studenti che stendono mutande e calzini sul balcone. Ascolto raccontare di una rissa con feriti finiti all’ospedale tra camionisti russi e sloveni. “Ma che ci faranno mai a Trieste?”  si chiedevano i Triestini … e ancora gente dai dialetti e dai volti diversi frammisti a quelli qualsiasi dei Triestini. L’Acquario triste e asfittico all’antica, con gli animali costretti in spazi microscopici e angusti … Opicina: sobborgo nell’estrema periferia languida di Trieste col panorama che non c’è, intuito appena più che visto, oscurato e mangiato dagli alberi cresciuti a dismisura, lasciati a se stessi … E ancora: la donna che si reca all’ospedale per assistere qualcuno all’ora di cena … L’uomo di mezza età che si reca dalla periferia in centro col vestito buono per la passeggiata festiva. I Brasiliani tutti in giallo ad assistere alla supersfida mondial contro il Cile … I turisti che ci sono e non ci sono … discreti e non invadenti. Non c’è l’invasione di massa opprimente come a Venezia… le coppiette innamorate sedute sulla riva in faccia al mare … Trieste però è anche città vivibile e piacevole: centro urbano organizzato, pulito e ordinato, voglioso di curare e mettere bene in mostra ciò che è più tipico e suo.

Inizia la serata in fondo al Canal Grande di Trieste … Prelibato il pesce nell’atmosfera ombrosa, sul ritmo ossessivo della musica noiosa dello Spritz con lo stesso groove ripetuto all’infinito … Guardo la deejay con la fila dei bicchieri allineati vuoti davanti … dondola la testa sotto alle grosse cuffie, ad occhi chiusi, assordata, estasiata nello sballo … E si fa notte … Fatalità stavolta viaggiamo anche con un’altra amica ostetrica. Io Infermiere, lei Ostetrica.

L’albergo che ci ha ospitati era posto sotto ad un piano che ospitava una casa di riposo per anziani, e sopra a un altro piano con un Asilo Nido. Non si scappa … la nostra professione c’insegue ovunque. Si riposa recuperando energie … il materasso fa la buca, i giovani ubriachi rientrano alle tre di notte rumoreggiando e ridendo scanzonati, il caldo, le zanzare … non aiutano molto. Ma è già di nuovo mattino e tempo d’andare.

Castello di Miramare sul promontorio di Grignano in fondo alla Barcolana una spiaggia che non c’è … E’ solo una riva con pochi scogli, piena di gente che stende l’asciugamano sul marciapiede accanto alle automobili che sfrecciano accanto.

L’audioguida non ha fretta, racconta una storia squisita davvero accattivante e fascinosa. Luogo paradisiaco sul mare con un parco inimmaginabile … Ma è soprattutto la storia di un “lui” e di una “lei” davvero curiosi, originali, accaduta nella baia e il promontorio di Grignano a Trieste … esattamente cento anni prima che io nascessi. Due vite vissute un metro e mezzo al di sopra del livello dei comuni mortali. Vite spettacolari come le sale che le contenevano come in una sontuosa bomboniera dorata.

Lui è Massimiliano d’Asburgo … chiamato Max. Non destinato alla successione imperiale, ma non per questo personaggio insignificante. Appassionato del mare, viaggiatore indomito, Ammiraglio col mare in casa visibile da ogni finestra, e la stanza di legno identica a quella della cabina di una nave, per essere sempre per mare … La biblioteca, il lusso, il collezionista di arti del mondo, i reperti degli antichi Egiziani, il botanico sofisticato sperimentatore. Una vita trascorsa a comandare e navigare, studiare nella fornitissima biblioteca col bel mare sempre di fronte. Diventato Imperatore del Messico per la Corona Asburgica, continuava a studiare e correggere stando in Messico i dettagli della sua villa-castello di Trieste: i disegni dei tendaggi, gli arredi, la tappezzeria, sceglieva i colori, i simboli dell’ananas e dell’ancora dell’Ammiraglio impressi ovunque come un’ossessione.

Lei è Carlotta del Belgio … dipingeva, scriveva e suonava il pianoforte per ore, oppure compiva lunghi viaggi in nave nel golfo di Trieste e fino all’Istria … lo stuolo dei servitori, cocchieri, maggiordomi, sarti, musicisti per le feste, la folla dei giardinieri per far funzionare quel bianco castello dorato.  La sala cinese e giapponese per il fumo degli uomini … per le donne sono invece le chiacchiere, la conversazione, il gioco e il the. La banda suonava nel castello al loro arrivo, e i marinai facevano l’alzaremi in loro onore. Ci sarebbero mille altre cose da dire … Tutto quello sfarzo immenso contrasta con la barchetta solitaria di pescatore in mare intento a pescare per sopravvivere. Botanica esotica del mondo oltremare …

Finiscono entrambi male, dalle stelle alle stalle, senza godersi più di tanto il castello terminato … Lui Max abbandonato dai potenti dell’Europa, Papa compreso, e fucilato in Messico. Lei Carlotta tornata in Italia a cercare aiuti, finita pazza, segregata e rimpatriata …

“Sic transit gloria mundi !”.

Scappiamo via da Miramare … e andiamo ad infilarci letteralmente sotto terra … nella Grotta Gigante: spettacolo della natura diversa sfuggente e misteriosa, incommensurabile eleganza naturale, grandezza nascosta. E’ una pagina di storia distinta che accade nonostante noi. Nella vastità sotterranea claustrofobica dentro al ventre della terra siamo piccoli, microscopici … un niente formicolante e strisciante incluso dentro a fenomeni naturali ciclopici che accadono seguendo cadenze storiche per noi impossibili.

Usciamo che è già tardi e ci troviamo in una fermata di autobus al confine coi campi assolati, in un paese silenzioso che quasi non c’è più, allietato solo dallo stridere monotono delle cicale. Rivediamo ancora una volta il golfo dall’alto, la città, il porto e il mare … ma è tardi, anzi: tardissimo!

Corriamo trascinando contro il tempo i trolley traballanti, è già tempo di tornare. Il weekend sta volando già via, e si riprospetta come meta la nostra solita laguna … Dietro a questa parentesi squisita c’è già il domani col solito lavoro che ci attende.

Il treno ciabatta sulle rotaie distese sulla piana verde dell’antica Patria del Friuli … Di nuovo canneti, pioppeti, rovi, boschetti, verde selvaggio e rovi … e ancora: case e capanni nuovi o sfatti e vecchi, industrie abbandonate, magazzini diroccati … e di nuovo sobbalzando sulle ruote: campi coltivati, fossi, viti, alberi e frutteti. Stradine deserte dove finisce l’asfalto … Mi scappa davanti agli occhi una vecchia ortolana che sistema i pomodori dietro casa, mentre il vecchio con bastone e la testa pendula prende il fresco sotto la pergola … Barche capovolte e campi di grano e mais … Fischia il treno sull’incrocio … e corre, accellera, corre traballando sotto nuvole contorte e nere. Piove, la pioggia sbatte sui finestrini … il treno si lancia dentro al temporale fendendo la densa coltrina bagnata del nubifragio estivo. …Tutto è fosco e in bianco e nero … anche noi, con la mente carica di tutto il Trieste visto …

“Domani beviti un caffè alla mia salute … ricordandoti di me.” mi borbotta un’amica con cui ho spartito queste ore alabardate. Siamo arrivati … I gabbiani gracchiano in cielo sopra la laguna sfatta di Venezia … Che siano gli stessi che chiacchieravano al di là del golfo sopra Trieste?

 

giu 21, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BOLLETTINO DEI NAVIGANTI.”

venezia night (33)

Vivere e lavorare nello stesso reparto d’ospedale quasi ogni giorno da quasi trent’anni non è cosa da niente … Sempre riabilitazione: neurologica, cardiochirurgica, ortopedica … Il tipo di paziente è quasi sempre quello … Vorresti dire che ci fai l’abitudine … ma non è vero, alle complessità delle acuzie non ci si abitua mai abbastanza. Da anni ogni giorno è sempre una sorpresa … a volte quasi fosse il primo giorno.

“Il 5/3 e’ sempre là … come un’ontaria spiaggiata” l’effetto del sonno e della stanchezza … La collega ha detto Ontaria non  Otaria … ma è la stessa cosa … E aggiunge: “Se mi faccio un selfie alla fine di una notte come questa … brucerebbe per autocombustione il cellulare come lo specchio di una strega … Me boje davvero el sangue con queste notti …”

La guardo traballante allontanarsi con la borsa, salutare tutti e andare finalmente a dormire …

“Gianni  !” e giù a ridere a crepapelle. “Gianni ! …Gianni !” e ride ancora divertito con le lacrime agli occhi. Mi prende per la spalla: “Gianni !” e fa ridere anche me. E’ afasico: sa dire e ripetere quasi solo quello. Ma m’impressiona la frase a cui si riferisce. Per lui ha un senso particolarissimo, direi quasi coraggioso.

“Gianni ! … L’ottimismo è il profumo della vita !” diceva ripetutamente la pubblicità qualche tempo addietro. E a lui, che di speranza e di ottimismo ne ha bisogno, la cosa è rimasta impressa fino a ripeterla di continuo. Il bello è che lui ci crede veramente … a differenza di molti altri sani che della vita vedono solo la noiosa e piatta consuetudine.

“Gianni !” mi ritrovo a ripetere volentieri con lui, quasi ogni volta che c’incontriamo.

Con altri colleghi e pazienti si parla di altro: “Imbecilli e infami !” è il commento sdegnato di un collega considerando la recente notizia degli arresti e dei pazienti vessati, umiliati e presi a schiaffi a Ficarolo di Rovigo da degli operatori sanitari.

“Bestie … non colleghi … Quel che mi da fastidio è che poi molti finiscono per pensare che siamo tutti così …” aggiunge amareggiato.

“Per fortuna non è vero …non siete tutti uguali …” rincuora una vecchina da dentro il suo letto con le spondine alzate.

“In ogni caso … speriamo bene … che non ci accada niente …Non si sa mai …” aggiunge un vecchietto arzillo e sdentato ma preoccupato, col pigiamotto largo che gli cade da ogni parte.

“Ecco, vedi … lo senti che succede …” e il collega s’allontana sconsolato scuotendo il cappoccione.

Osservo meglio un nuovo paziente da poco arrivato. E’ proprio lui … quasi irriconoscibile, rivisto dopo molti anni … Un vecchio sovrappeso e proprio sciupato …. Che impressione ! Tutto ciabattante, quasi calvo, rallentato e sofferente … A pensare che quand’era giovane le ragazze litigavano per uscire con lui e goderne le attenzioni …

“Siamo donne … oltre le gambe c’è di più…” esce sonoramente all’improvviso da una stanza … E poi dicono che l’ospedale è solo e  sempre un mortuorio.

“S’erano presi in casa una badante, ma alla fine si dimostrò essere più furba di loro … Cento euro adesso, cento dopo, s’era fatta il gruzzolo in silenzio … Quando la cacciarono di casa perché era incinta fu troppo tardi… Aveva già vuotato il conto in banca della famiglia senza lasciare traccia. Nessuno dei fratelli che la visitavano s’era accorto che lei chiedeva con discrezione al vecchio di famiglia che teneva la borsa: “Dammi cinquanta … dammi cento”. A nessuno era venuto in mente che il vecchio stesse diventando demente, e che per comodità avesse data alla “bimba” di famiglia il pin del proprio bancomat. Della serie: chi la fa se l’aspetti …” Quante cose hanno da raccontarsi le donnette fra carrozzina e letto.

“Quante copie hai venduto del tuo nuovo libro?” esordisce avvicinandomi un altro paziente. “Non lo so … te l’ho già detto, a me basta esserci e partecipare. Non m’interessa niente se guadagno o meno …” “Ma come ? Proprio non lo sai quanto vendi ? … Beh allora te ne faccio vendere un altro in più … Dammi i termini per acquistarlo … che lo faccio prendere da mio figlio …”

Guarda te come vanno le cose …

Altra pagina … Ultimamente c’è una stanza che casualmente assomma il “meglio della ridotta consapevolezza”.

“Me ce porti le vitaminchie ?”

“Tira il campanello ! … Tira !” (non dice: “Suona! … Suona!”) E l’altra tira, tira il filo come una campana, tira e strappa. Ecco spiegato tutti i campanelli rotti e strappati che sono finiti a suonare ormai da soli.

Sta finendo la mattinata di lavoro  … Un vecchio in penombra seduto col gomito appoggiato sul tavolo e una mano sulla fronte rimane a guardare il niente silenzioso … sotto alla schermo spento della televisione …

Esco e lascio l’ospedale … respiro a fondo e alzo gli occhi.

Vedo rotoloni di nuvole azzurre e bianche avvoltolate sull’orizzonte aranciato della laguna … L’isola del Monte dell’oro lontanissima è posta sopra ad uno specchio liscio d’acqua … il resto è cupo, grigio, scuro… chiazze dorate di luce accesa rimbalzano di sotto sull’acqua … Una flotta in formazione di fenicotteri disposta a punta sorvola la laguna diretta forse ad acque tranquille delle valli verso Chioggia … Cielo e acqua sembrano uguali e quasi toccarsi sopra una fascia stretta e luminosissima che li divide … pare che in cielo ci sia un’enorme bandiera nipponica con tutti i raggi dispiegati … Un aereo tutto giallo plana sulla laguna tutta sfatta e rastrellata da un vento lieve … Passa una tortora con un filo di lana e con un rametto nel becco…

Ripenso a stamattina … C’era uno dei soliti “caretteri tiracarretti” che tirava il suo attrezzo supercarico fischiettando. I muscoli delle braccia e delle spalle sembravano scoppiargli da un momento all’altro. Sudato fradicio nella canotta senza maniche, e con i tatuaggi sparsi che sembravano gridare con lui: “Ocio !… Varda ! Ocio ! … Attenti ae gambe !”

Una spazzina rubiconda e pesante, col giacchino giallo fluorescente, dopo aver spazzato e raccolto la sua parte si è seduta nel suo mezzo ansimando a tirar fiato prima di ripartire. La vedo da anni … Man mano che trascorrono è sempre più grossa, pesante e tonda: cosce, gambe, seni, volto e tutto il resto … E’ passato uno incazzato perché per pochi euro spiccioli ha sforato il tetto e non si potrà meritare l’aiutino di stato … Un altro pendolare in giacchetta stinta, lunga e cadente, che ha visto tempi migliori, andava al lavoro con la “gamella” della pastasciutta cotta all’alba dentro alla borsa. Da quarant’anni fa questa strada … con le borse sotto agli occhi e la barba ispida.

Rivedo il gruppetto di giovani in attesa … A volte mi fanno proprio tenerezza con quella loro tristezza comprensibile, dissimulata e dignitosa. Passano gli anni e sono sempre a mani vuote nonostante studino, ricerchino e tentino e ritentino. Niente lavoro, contributi, né stabilità e garanzie per poter prospettare qualche futuro. In tasca pochi soldi per una pizza o per un semplice gesto d’affetto.

Infine c’era anche il solito vecchio rimbambito che perde ogni mattina la strada, e quel nottambulo traballante col foulard che deposita sempre bottiglie vuote in un angolo … Il pensionato in bici che comincia la sua lentissima giornata, pedalando contromano contemplando piano piano … esterefatto ogni mattina di affrontare un altro giorno regalato … Diventerò mai così anch’io ?

Tiro l’orecchio ad ascoltare.

“Soltanto ieri proclamava dal Bucintoro a mezzo mondo: “Te sponsamus mare …” come un vecchio innamorato … Diceva d’aver sposato la causa dei Veneziani, la salvaguardia della Natura e degli ambienti lagunari … il futuro dei giovani, i problemi delle grandi navi, l’inquinamento, il moto ondoso, i turisti … Adesso i furgoni di Sky Tg24 arrivano all’alba carichi di paraboliche e di giornalisti… Venezia sussulta e noi con lei … il 10% dei ricconi che hanno in mano questa Italia ci sta rovinando del tutto e sta infangando quel  po’ di dignità che ci è rimasta…”

“Ai tempi di Marin Faliero la Serenissima a certe persone faceva saltare le teste, radeva al suolo fino alle fondamenta come monito i palazzi degli interessati colpevoli, gli affondavano la nave commerciale, tirava i condannati a coda di cavallo per mezza Venezia fino in Piazza San Marco, li affogava all’alba con una pietra al collo nelle acque delle bocche di porto, oppure li strangolava in fondo della più buia delle sue prigioni… Altri tempi !”

“Oggi al massimo si tira un buffetto su una guancia mettendoli ai comodissimi domiciliari o a trastullarsi in tondo con la loro lucida e lunga barchetta, o a giocare a nascondino nella grande villa senza fine … A farla grande qualcuno gli dirà un pesantissimo: “Birichino! … Non si fa …”

“Certe persone non finiranno mai a raccattarsi faticosamente il pane quotidiano … Anzi, se ne rimangono arroccati alle loro poltrone nonostante tutto e tutti … Sedie comode difficili da mollare ad altri…E’comica la situazione … Uno di questi l’ho votato anch’io, un altro me lo ritrovo amico in Facebook … Quell’altro sembrava Santo mentre l’entourage che lo conosce da una vita lo definisce semplicemente: “un bandito”.

“Accampano scuse come quelle del bambino con le mani nella marmellata e la bocca ancora sporca … Non sarà mica colpa del barattolo che è venuto a cercarti mentre tu proprio non volevi ?”

“E intanto i Veneziani qualsiasi lavorano, pedalano e vogano sognando la pensione che assomiglia alla carota pendula appesa al filo portata sempre più lontana da un asinello incognito…”

“Venezia rinnega e cancella quei volti dalla sua storia … quelle carriere ignobili da strada … Sarebbero da sparare a qualcuno aggiustando per benino la mira … con la bordata di cannone che segnava l’inizio delle feste…”

Mi sono stancato di ascoltare … me ne torno a casa a Venezia.

Una scritta nuova anonima è apparsa nottetempo sui muri del mio quartiere: “Solidarietà con Torino … Incendiamo tutti i cassonetti !”  Assurdi ! Chi l’ha spruzzata sul muro è davvero corto … non sa che a Venezia non ci sono i cassonetti. Almeno informarsi e guardarsi intorno!

Ci pensa un gabbiano a commentare la scena lanciando dal cielo ad imbrattare la scritta un suo prodotto biologico e naturale. “Sic transit !” tante cose e propositi e certe storie di un certo mondo in cui viviamo immersi.

Vicino a casa nel mio quartiere di Santa Marta sta suonando ansimando una fisarmonica in quest’ora tiepida di primo giorno d’estate. Sono musiche d’altri tempi, nenie dolci e romantiche degli anni quaranta e cinquanta, canzoni veneziane dimenticate … Conosco bene quello che sta suonando a casa sua con le finestre spalancate … La musica si spande per le calli assolate, e i turisti alzano in alto la testa guardandosi intono incuriositi … Ora s’aggiungono le campane che annunciano la domenica e la fine imminente della giornata … a due passi sono ormeggiate le immense grandi navi mute … Venezia vive e noi con lei … La gente si chiama e saluta per la strada e chiamandosi dalle finestre … un anziano pedala lento zigzagando piano … la signora di fronte sta innaffiando meticolosamente i suoi splendidi fiori che si rovesciano in cuscini colorati giù dal suo balcone …. L’uomo rauco e sudato col pancione prominente dondola la fisarmonica, e canta stentato a mezza voce:

“Ti amo veramente … ma tanto tanto tanto … è solo una canzone … ma te la canto col cuore …”

Sorride rasserenato nonostante le fatiche quotidiane del suo vivere … Le rondini danzano in aria, quasi assecondando l’aria soffocata della fisarmonica …. La laguna è fosca e accaldata e sembra sottovoce assecondi anche lei la nenia … Cala di nuovo la sera sulla laguna veneziana e sulla mia ultima giornata.

 

giu 16, 2014 - Senza categoria    No Comments

SAN GIOVANNI DEI TEMPLARI … A VENEZIA.

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 48.

s.giovanni furlani2

La storia dei Templari a Venezia, ben si sa, è spesso storia d’illazioni, supposizioni e leggende … C’è poco di certo … Quasi tutto è perso nel passato del tempo antico che è andato per sempre … Ma qualcosina ancora c’è … Si sa per certo che erano già presenti a Venezia a soli vent’anni dalla fondazione del loro Ordine. Nel 1144 i Milites Templi Domini o Templari ottennero terreni in concessione in Contrada di San Moisè, e una chiesa chiamata “Santa Maria de Brolio” in seguito detta “Santa Maria dell’Ascensione” nell’attuale Calle dell’Ascensione accanto a Piazza San Marco.

Venezia era la Porta dell’Europa per la Terrasanta e l’Oriente, perciò i Templari possedettero per secoli proprio qui, a seguito anche di una donazione fatta il 9 novembre 1187 da Gerardo Arcivescovo di Ravenna, terreni e proprietà, locande, case, convento, annesso Ospedaletto di Santa Caterina e alcune chiese.

Molti Templari viaggianti di ritorno dalla Terrasanta o diretti verso di essa con le loro storie e i loro segni misteriosi passarono per San Zuan Battista al Tempio di Venezia o dei Furlani (perché lì accanto abitavano molti provenienti dal Friuli).

Nel settembre 1263 era Priore dei Templari Fra’ Engheramo da Gragnana, a cui successe Fra’ Guglielmo Bolgaroni … Il 12 dicembre 1281, Frate Guido dei Templari, Amministratore di San Tommaso di Treviso, nominò suo Nunxio Frà Giacobino Torcifica nella lite contro il Monastero di Santa Maria Materdomini in Venezia … Nel 1303 era Precettore Frà Simone da Osimo che fu eletto Giudice nella controversia tra il Vescovo di Capodistria e il suo Clero … mentre nell’ottobre dell’anno dopo il Cavaliere Templare Rodolfo, regio esattore in Sciampagna, istituì una requisitoria contro Giovanni Balduino di Venezia che gli era debitore per 70 lire.

Alla fine del 1200 e inizio del 1300, lungo i corsi de fiumi Sile, Zero e Dese, nella zona ad est e a sud di Treviso, esistevano 52 ettari superiori a 100 campi trevigiani di proprietà di enti monastici veneziani, fra cui l’Ospedale del Tempio di Venezia che esigeva un censo in frumento e gestiva con Gastaldi il patrimonio.

Nel 1312 accadde la tragica soppressione dell’Ordine dei Templari da parte di Clemente V col Concilio di Vienna curiosamente e storicamente nota.

Subito nel novembre dello stesso anno il Cavaliere Frà Nicola da Parma, Priore di Venezia dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme o Giovanniti, accompagnato dal Cavaliere Fra’ Bonaccorso da Treviso, si presentarono al Doge Giovanni Soranzo per chiedere che i beni dei Templari fossero dati loro in proprietà. La domanda fu accolta ed essi acquisirono fra 1313 e 1316 sia il Convento e la chiesa di San Giovanni del Tempio, che la casa e la chiesa di Santa Maria in Broglio o Brolo direttamente nei pressi, “in bocca di Piazza” a San Marco, da quel momento in poi sempre gestiti da Priori appartenenti alla Nobiltà Veneziana.
In seguito l’ex complesso di San Giovanni dei Templari o al Tempio passò ai Cavalieri di Rodi o Gerosolimitani ed infine ai Cavalieri Ospedalieri di Malta indebitati per 93.000 fiorini …che ottennero nel 1322 dal Papa Giovanni XXII di poter principalmente vendere le case e i beni per salvarsi dalla bancarotta e dal fallimento dell’Ordine. Perciò nel 1324 vendettero la casa dei Templari che divenne Locanda-Osteria della Luna … oggi Hotel Luna Baglioni, e la chiesa di Santa Maria in Broglio ai Procuratori di San Marco che la concessero alla Confraternita dello Spirito Santo.

Nel 1379, al tempo del Doge Andrea Contarini e degli imprestiti allo Stato Serenissimo per affrontare la guerra contro i Genovesi che presero Chioggia, le case di San Giovanni dei Templari o al Tempio contribuirono con lire 2.000.

A metà del 1400, San Giovanni del Tempio dichiarava redditi, al terzo posto fra d’importanza fra i dichiaranti, per 1.291 lire da 350 fra fondi e terreni padovani, il 51% era denaro contante e il resto erano beni in natura. Nel 1455, infatti, Donà da Casal Maciego dichiarò nella sua polizza fiscale di lavorare 125 campi di cui alcuni boschivi distribuiti in 3 località diverse. Di questi: 36 erano suoi, 7 della moglie che li dava in affitto, e 66 appartenevano a San Giovanni al Tempio di Venezia …

Nell’aprile 1626, qualche anno prima della grande peste della Madonna della Salute, fu presentato un Consulto alla Signoria Serenissima sulla pratica non gradita in uso presso l’Ordine di Malta di concedere il Priorato di San Giovanni dei Furlani in Commenda a un siciliano. Nel dicembre 1640, invece, quando il Priorato di San Giovanni dei Furlani possedeva una rendita annuale di 174 ducati da beni immobili in Venezia, fu richiesto dal Nobile Ricevitore dell’Ordine di Malta un altro Consulto alla Signoria Serenissima. Si chiedeva: “… che non venisse molestato dai Magistrati Signori di Notte un Professo dell’Ordine di Malta per aver derubato una misera e insignificante vedova …”

Tutto era ieri come oggi …

Come sempre, su tutto alla fine mise zampino la “Bufera Napoleonica”: la chiesa presso San Marco finì distrutta nel 1824, e San Giovanni dei Furlani fu spogliato di tutto e chiuso per 40 anni utilizzandolo come “Deposito della Commenda” per quadri tolti dalle chiese distrutte, poi di panche ed arredi. Nel Depositorio della Commenda furono radunati numerosi dipinti provenienti dall’entroterra Padovano poi inviati alla Pinacoteca di Brera di Milano, all’Accademia, o in altre chiese dell’entroterra … Molte opere andarono misteriosamente disperse strada facendo.

Nel 1833 i rimanenti quadri in deposito alla Commenda vennero trasportati a Palazzo Ducale, e i luoghi furono ridotti a stamperia e a teatrino di spettacoli … Rimasero nel chiostro solo alcune tombe e stemmi di Cavalieri degli Ordini antichi … e durante la Dominazione Austriaca si provò a ricollocare alcuni arredi e opere per cercare di riempire il vuoto totale lasciato dai Francesi.

Solo nel 1839 il complesso di San Giovanni dei Furlani fu restituito ai Cavalieri e restaurato fino al 1843 ponendoci l’altar maggiore di Cristoforo del Legname con statue di Bartolomeo Lombardo e dipinti del Piazzetta provenienti dalla distrutta chiesa di San Gimignano presente sulle Procuratie di Piazza San Marco. L’organaro musicista Agostini Angelo da Padova costruì l’organo ponendolo in cantoria sopra la porta d’ingresso, e dieci anni dopo si demolì il campanile pericolante.

E siamo ad oggi … Quando sono nato io, nel 1958, il Gran Priorato di Malta inaugurò un ambulatorio a scopo benefico accanto alla vecchia chiesa dei Templari.

Infine, racconta una vecchia cronaca, che a Venezia stava: “…tale Missèr Zermàn Nobil Templariotto … che nei muri di San Zuan dixit nascondere gran bel tesorotto … Di taverne, donne e soldi si rimanda essere stato molto edotto … Dicevansi uscire spesso nottetempo da una portucola in una calle sconta … per spassarsela fino a mattina con buon vino e buone donne … Se navigare si doveva per la Terrasanta, Cavaliere con Pellegrini, o partire viandante pe il Gran Nord Teutonico o per i luoghi Jacobei, indossava sempre come corazza tutte le stanchezze e le malattie del mondo rimanendo quaggiù in Wenetia a oziare … Et che sempre nottetempo fu costretto a fuggire fuori e oltre delle Serenissime Lagune braccato e inseguito dai bravi uomini al soldo di un nobile signorotto disonorato nella moglie e inferocito al punto tale d’impedirgli di ritrovar sicuro rifugio in San Zuan del Tempio …”

Che fine avrà fatto il tesoretto di Sier Zermàn Templar ?  Perduto o forse ancora nascosto lì ?

Solo ora ho capito perché di recente (pochi giorni fa) l’autorità pubblica di Venezia ci teneva tanto a partecipare all’inaugurazione del restaurato e riqualificato complesso del Gran Priorato dei Cavalieri di Malta a Castello … L’Autorità odierna dovrebbe in qualche modo significare la discendenza di quei nobili Cavalieri antichi dai grandi ideali … ma forse spesso ne conserva solo l’ambizione, la fame insaziabile di potere, e il fiuto per lo spasso, i soldi e i tesoretti … e niente più.

“E’ morto il Doge ! … Viva il Doge !” gridavano un tempo i Veneziani … ossia: “Bravo il Doge ! … ma meno male che è morto.” 

In un certo senso avevano ragione, e probabilmente è un pensiero valido anche per oggi.

 

giu 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BURANO … RETOURN.”

burano

Quando esci da Venezia e ti affacci sulla laguna davanti all’isola di San Michele non puoi non incontrare le due statue immerse nell’acqua della laguna di “Dante e Virgilio” … In realtà indicano molto di più di quel che sono, ispirano tantissimo … Indicano come una strada, una porta che si apre su qualcos’altro, un mondo magico alternativo che sta oltre la linea del solito vivere di Venezia.

E’ un mondo magico e speciale, in fondo al quale sta Burano.

Sono uscito in strada che già pioviggina appena … Un merlo con un verme ancora vivo che si contorceva nel becco mi ha attraversato la strada. Il cielo era squallido, carico di nuvole nere. Perché mai mi vado a ficcare in fondo alla laguna nella giornata meno adatta e più incerta di questo inizio estate ?

Ma Burano chiama … non serve un perché. Bisogna rispondere, se non altro per restituire un libro che mi hanno dato in prestito … All’imbarcadero donne inrossettate di fresco con occhiali per il sole … che non c’era. L’acqua schiuma e s’imbovola … sembra che rida di noi. E’ invece il ritmo accellerato e intenso dei motori che la sconvolge e la rivolta facendo sfilare la pesante chiatta davanti a noi.

Le nuvole si sfaldano e contorcono … gli sprazzi azzurri di cielo si riducono sempre di più, diventano sparute chiazze biancastre sparpagliate dalla brezza fresca, salmastra e quasi bagnata. Sulla riva accanto fervono i lavori di carico e scarico … Salgo in vaporetto e mi si siede accanto un Indiano dell’India col cappellino nuovo e la scritta sopra alla fronte che dice “Venezia”. Osserva tutto spaesato e allibito divorando la scena da una parte e dall’altra … come preso dal miraggio soffuso e afoso dei suoi deserti lontani.

Una bella giovane donna mora e riccioluta si sveglia all’ultimo istante e s’affretta a scendere in fretta sistemandosi la mutanda e allungandosi un po’ giù la stretta minigonna … Tutta fasciata e aderente, fiorita arancio, fuxia, giallo … proprio per non dare nell’occhio … Inciampa, sorride, scende … “Può fare tutto quel che vuole … Ogni cosa le è concessa a una così …”, ma è solo la concessione di un pensiero.

L’acqua gioca con la luce, i riflessi e i colori … un po’ scura, un po’ chiara, verde cupo, verde oliva, verde smeraldo … verde verde … tutto s’impasta, s’accapiglia, s’avvolge e sovrappone rumoreggiando. Un barcarolo barbogio e pieno di sonno, coi capelli sparati in aria guida il suo mototopo timonando in fuori curvo a braccio spalancato. Guarda da sopra gli occhiali appoggiati sulla punta del naso …

Maledette zanzare veneziane ! … sono ovunque … Le alghe verdi, marrone e scure penzolano dappertutto come tante bave che colano specchiandosi sull’acqua lucida … mille gocce scivolano su se stesse … Superiamo pali col “cappello” dipinti a tortiglioni e fasce bianco-nere, rosso-bianche, rosso-nere, giallo-rosse, verde-nere, giallo-blu … bianco-celeste …In lontananza una campanella chiama sbattacchiando frettolosa l’ultima chiamata buona per la Messa precoce del mattino … Gli oleandri sulla rive sono in fiore, e straripano bianchi, rosa e rossi dai giardinetti segreti. Il sole filtra e irrompe da destra cambiando improvvisamente i colori a tutto e tutti.

L’acqua inventa cerchi concentrici e linee parallele verdi e argento. Una vecchia aspirapolvere se ne sta abbandonata su una riva … uno si stropiccia a lungo gli occhi passando accanto a una donna spettinata dalle mesh scompigliate e stinte … Passo sotto tappeti di fiori sui davanzali, sotto agli archi del Ponte dei Tre Archi coperto di stemmi nobiliari … supero le “Penitenti” e il vecchio “Macello” che si meritano solo uno sguardo distratto … Le erbe selvatiche s’insinuano e si mangiano le facciate … L’acqua schiuma bollicine quasi come un detersivo, un’immensa vasca piena di bagnoschiuma  … Sono di nuovo in laguna aperta tagliata in due dal lungo ponte con treno bianco e rosso in sosta … Il vaporetto corre, beccheggia, dondola e sussulta facendo gridare i suoi motori … la laguna è specchio lucido di puro argento.

Il capitello sulla bricola mangiata dal moto ondoso, i monconi delle bricole spezzate che fanno capolino fuori dall’acqua. Le sagome nere delle isole in lontananza … come assenti, non pervenute … l’acqua mostra losanghe, elissi, curve, serpentine, cerchi chiari e scuri … imbroglia gli occhi. Tutto sembra in attesa, come nell’imminenza di qualcosa senza nome … il vento è un refolo indeciso.

L’acqua mostra file su file di triangoli sovrapposti, creme, punte evanescenti che il vaporetto naviga, disfa e trapassa e spinge lontano fino a disfarle … Un anziano grigio e ossuto, bianco latteo dalla pelle lucida, curvo sotto gli anni, col panciotto d’altri tempi, fatica a salire i pochi gradini del motoscafo … Un contrasto enorme con la donna formosa e morbida che gli sta accanto trasudando e sprizzando vitalità, ormoni e vita. Intanto un corridoio luminoso si stende sopra alla laguna … le nuvole son nere, sembrano maschere appese in cielo con le occhiaie vuote … Le onde sono più alte … son passati dei taxi velocissimi …

Ascolto di uno che vive: “Minimo minimo mi daranno cento euro al giorno per servirli … Una vecchia casa con sei vecchi … Tanti anni in tanti metri quadrati da lavorare … Dormo in un garage tutto ricoperto di pietre grezze … tutto vuoto, senza niente, solo con la lavatrice in un angolo … Stendo la branda e dormo come un sasso, non mi sveglia niente …”

Lo ascolta raccontare in italiano smozzicato un uomo rubicondo col pancione, gote accese, rubizze, sandaletti ai piedi e andatura quasi festosa con in mano il giornale “rosa del calcio dell’Italia”.

Dominano intanto i silenzi arcani di Venezia … le rondini, le formiche onnipresenti che percorrono i marmi dei ponti e dei palazzi … Una risata in lontananza mista al rauco cianciare dei gabbiani, e al mio goffo ciabattare… Vedo passare Roberta in idroambulanza lampeggiando e sirenando a tutto spiano tagliando in due la laguna … Eravamo a scuola degli Infermieri insieme … Un signore quasi distinto fa esplodere per l’ultima volta una chewing gum prima di sputarla sonoramente a terra … In lontananza un’altra campana chiama brevemente … giusto solo qualche rintocco per gli ultimi ritardatari.

Ancora rondini che s’accapigliano, si catapultano e volteggiano andando a nascondersi in alto dentro a un vecchio campanile. Le inseguo con lo sguardo mentre quasi sfiorano il pelo dell’acqua lanciando stridi e grida acute e disperate.

Passa la barca sovraccarica di sacchi colorati dei panni degli alberghi … i Veneziani fanno footing lungo le rive e su e giù per i ponti. “Che battosta la Spagna ieri sera …L’Olanda si è riscattata con quel goal volante …” Segue uno sbadiglio stiracchiato di uno che fischietta e canticchia un poco: “Ho appena fatto la notte in ospedale …”

Come è piccolo il mondo.

“Balotelli o Immobile ? Mah … Vedremo se sono in forma …Una punta o forse due …Vedremo … vedremo …” prende sonno a bocca aperta e braccia conserte. Il sole esce, poi ci ripensa, riprova ancora … va e viene. Ripassa l’ambulanza con Roberta … “Però ! Già di ritorno ? … Che efficienza !”

Le onde slavano, picchiano e si sfaldano sulle rive sotto ai muri tappezzati di manifesti … Paolo Conte, una Maschera Dorata … Ponte Donà alle Fondamente Nove … il Teatro omonimo in fondo … Quello seduto di fronte si gratta a sangue e spella a lungo le dita accavallando le gambe con le scarpe logore e consunte … Il cielo si è aperto da una parte e tutto colora … Ci sfreccia accanto un altro taxi sulla sinistra … s’incrociano i vaporetti, uno va e uno viene … ondeggiamo appena in su e giù.

Una barca isolata in mezzo al niente pesca con le canne allineate su entrambi i lati.

Capelli radi, “quasi in piazza”, continua a grattarsi le mani … L’altro gioca e traffica col cellulare … L’orologio dell’antico campanile segna quasi le otto … ma in realtà il tempo non esiste, è fermo … Si spegne il motore e scivoliamo via sull’acqua dentro a un silenzio possente. E’ pesante, sembra riempia tutto … Passa un’altra barca sbattacchiando l’acqua, mentre un isolano ingobbito sotto al cappellino corre a ritirare in fretta lenze e ami dal pontile dove attracchiamo. Salgono due … scende nessuno … Ripartiamo … Non c’era niente attaccato agli ami, e l’omino ricala le lenze e gli ami meticolosamente … senza fretta.

Campanili irti, a cipolla, o a torre si stagliano sul fondale della scena. Aspiro forte l’odore aspro e buono della laguna … La testa si snebbia e si rilassa, lo sguardo spazia fino a perdersi. L’acqua è cobalto, smeraldo, violetto, celeste, blu e molto altro ancora … Una bandiera col leone e le strisce lunghe garrisce al vento … La fisionomia solita di Venezia si allontana immobile distesa all’orizzonte. Dietro transita il fumaiolo sbuffante di una grande nave. Sovrasta di gran lunga la città, un gigante che striscia sulla laguna, un grattacielo semovente, disteso e galleggiante … Ora passa dietro al campanile di San Marco con l’angelo incendiato dal sole … Qui, invece, siamo lontani, fra secche e barene trasudate che affiorano parte a parte … Vince l’amenità, gli spazi liberi solcati dai gabbiani … L’acqua fluttua come una gran bestia assopita che si contorce e rivolta lentamente nel sonno. L’onda corre a destra superando se stessa, alta e dritta, intraprendente … poi cede improvvisamente, perde vigore, rallenta e scende, cade e cala e si frantuma e disperde sull’arenile e sul fango bagnato.

Percorriamo la via d’acqua, segnata ogni tanto da delle deviazioni quasi invisibili che portano a delle reti, a un barca rotta, a un mucchio di legname accatastato appeso sull’acqua … L’uomo si gratta ancora la pelle, la mordicchia, la pela sapientemente, indefesso, stringendo gli occhi e facendo una smorfia di dolore. Ogni tanto si alza gli occhiali sulla fronte e avvicina la mano agli occhi per valutare meglio il danno … L’altro continua a giocare imperterrito e concentratissimo zigzagando con gli occhi … Ha sollevato i piedi scalzi sul sedile vuoto … stravaccato comodamente.

Il cielo è cangiante, le montagne sono nitide sullo sfondo. Forse si poteva raggiungerle quest’oggi, o forse no ? Solo qualche rara e bassa nuvola si contorce fra le cime lontanissime illuminate. C’incrocia il vaporetto fumoso che naviga in senso opposto … E’ solo un attimo … Madonna del Monte, vecchi ruderi vestiti di verde … L’acqua schiuma giallastra, ocra, bianca, opaca … Il panorama è da fiaba e l’occhio non sa più dove andare a posarsi … La sensazione è rilassante, rappacificante … si fa emozione. Il cielo è quasi nitido in questo specchio di laguna … chissà perché ? Entriamo in anticipo nel canale di Mazzorbo trasudante …arbusti e rovi da una parte, vigne e frutteti e orti dall’altra … l’aria è tiepida, familiare.

Scendo da solo … come altre volte.

L’erba è tagliata di fresco, un cameriere in camicia bianca rifornisce di pesce fresco la “Maddalena” …due cigni bianchi … un gallo chiama ripetutamente da oltre il canale, oltre il verde e le case sbiadite e disabitate … I passerotti chiacchierano chiassosi … Niente altro … solo un cuculo ogni tanto, e il vento che mi scompiglia i capelli, le pagine e la maglia, le erbe e le edere pendule dei muri … Pace pura… Ancora il gallo !

Ogni volta è nostalgia dell’infanzia … Ancora oleandri bianchi, rosa e rossi e vigne … il sole gioca a rimpiattino … una donna della mia età fa footing scalpicciando silenziosa … quasi volando sollevata da terra … Burano stavolta mi accoglie sorprendendomi: l’acqua intorno è un tappeto scintillante di paillettes bagnate in un ameno controluce … Un gabbiano resta in stallo in aria … … una donna con i fiori cammina pensosa sulla strada che porta al cimitero, dietro l’avviso della Sagra di Mazzorbo … Ogni volta che ritorno qui mi sembra di ripercorrere e riprendere un sogno che non accenna a terminare.

Tutto è piccolo, piccolissimo … ogni volta di più. Sembra ristretto, da Pollicino … Un uomo inespressivo sotto a un cappello di paglia porta un sacchetto di pesce appena pescato … le foglie bicolore delle betulle frullano al vento, niente turisti, non c’è quasi nessuno …

Entro in biblioteca e mi saturo di vecchie notizie sull’isola … La ex scuola è un covo di memorie … Rimesto foto e frugo su recenti manoscritti scritti da un Buranello storico appassionato … “Se aspetti un attimo potrai incontrarlo in carne ed ossa … Viene qui spesso a leggere il giornale …” Non mi ha detto che è ridotto in carrozzina, prigioniero del silenzio, si tiene dentro tutto quel tanto e di più che ha scritto di prezioso su Burano. Sfoglio appena quei raccoglitori artigianali messi insieme traboccanti di storie, verità, foto e dettagli curiosi dimenticati da raccattare e indovinare. Mi rendo conto che Burano non si può incapsulare, né dire bene, né riscoprire mai abbastanza e a sufficienza … E’ di più, troppo di più.

Poi la vita a volte scorre diversamente … Va dove non dovrebbe e non si sogna di andare …

Incontro in carne ed ossa uno dei volti che vedevo spesso nella mia infanzia, un pescatore e cantore della Corale di Burano … Una valanga di ricordi si rincorrono a ruota libera fra vecchie foto e flash della memoria … “Ho iniziato a cantare a nove anni … tutta la vita a cantare da baritono … Quanti ricordi nella cantoria di San Martino, le Messe in latino, Monsignor Marco Polo , il maestro Francesco …” Sfoglia a caso il quotidiano … e continua.

“Che imbroglioni, saprei io che cosa fargli … Un tornado … Li ho visti anch’io in laguna, anche di recente qui a Burano, mentre stavo a pescare con mio fratello vicino alla vecchia salina di San Felice … All’inizio una nuvoletta piccola … poi un tornado pauroso imponente e incombente …   “Scappiamo Toni prima che sia tardi …”

Mi sembra impossibile avere davanti proprio uno così … Sono saturo, troppo intensi momenti così.

Esco in giro per l’isola … e …Incontro quasi dopo cinquant’anni due compagni di classe della prima infanzia e delle elementari. Un momento senza prezzo … difficile da dire e raccontare … E’ una fiaba anche questa … un piccolo miracolo che solo FB sa indirettamente produrre e alla fine procurare …

“Anche a me piace il mattino presto …il verde, gli animali, la quiete prima della giornata di lavoro da riempire … Mi piace dipingere, lo farei sempre … ma urge vivere, la famiglia, le cose del giorno …”

“Guarda il Tempestario !” aggiunge il gemello dall’altra parte del canale. Il cielo si è aperto proprio sopra di noi … la luce è grande, sfacciata, colorata più che mai … e non solo sulle facciate delle case … In lontananza invece, il cielo è grigio … chissà perché ?

“Siamo rimasti meno di duemila … ci sono altre duecento case in vendita che nessuno compra più …”

Sembra un bollettino di guerra, anche se i turisti pressano e invadono il paese fino a intasarlo sotto ai miei occhi.

“Ti te ricordi di quello ? … e di quell’altro ? … e la Stefy ? … e D’Este pompier ?… e l’altro ancora ? Venivi a scuola col cravattino … Col cravattino ti ricordi ? … Tanti non ci sono più … se ne sono andati, trasferiti e spariti del tutto … Alcuni se ne sono andati per sempre … ammalati, andati, persi … proprio scomparsi…”

Vedo forse un velo di tristezza sul suo volto. Ma sono attimi … Attimi veloci, spontanei, fuggenti … preziosissimi, quasi incredibili. Un’occhiata, qualche stretta di mano, dei sorrisi … emozioni quasi impossibili. Ma è già tempo di andare … anche per non sciupare la magia dell’attimo fuggente.

“Se ti serve qualcosa … sono qui … Ci vediamo ancora, ci sentiamo su FB … Mi hai cambiato la giornata …”

“L’hai cambiata e accesa pure a me …”

Burano sa essere magico anche in poche ore … Ogni volta riesce a stravolgermi e confondermi. Quando c’è troppo afflusso di nozioni ed emozioni vado in stallo anch’io come i gabbiani … mi blocco e mi resta solo di lasciarmi portare in giro a contemplare, guardarmi intorno e gustare quel che vedo e basta. Burano non è più quella di un tempo … Non esiste più quella vissuta da noi allora … Però Burano nasconde sempre qualcosa di arcano che continua ogni tanto a calamitarmi ancora …

Fra la foresta delle bricole mi allontano …oltre e sopra il mare delle onde. Mille motoscafi e barche intasano e affollano i canali della laguna … ne ho contati cinquanta in pochi minuti … un ribollire, un calderone d’acqua agitata e superfrequentata … mentre si allontana e consuma l’emozione di questa ennesima giornata.

Burano si fa piccola e lontana … La laguna si fa di nuovo immensa e aperta, liscia e placida, struggente fino a confonderti, distesa a perdita d’occhio … Una barca corre lontanissima e sfuggevole, un guscio volante sull’acqua, galleggiante, in corsa come una scheggia diretta chissà dove … Un altro aereo plana … Uno dopo l’altro s’affacciano sopra alla laguna … Cala, cala, cala … Infine: sobbalza e atterra correndo sulla pista col muso affusolato …La vita continua col suo vivere frenetico di sempre fatto di continue partenze e arrivi come quelle dei bestioni alati o naviganti … La vita cambia … dove c’era uno squero e un cantiere, ora c’è un giardino col gazebo … Ma ogni tanto: “TAC !” … accade qualcosa di diverso, si capovolge il tempo semplicemente, ma vivendo attimi importanti, meritevoli … come oggi. Momenti che rimangono vivi e impresi dentro …

Esiste Burano ? O è solo un sogno antico da cui provare a non risvegliarsi ? … Una pagina voltata, in attesa del prossimo ritorno …

Esco dalla fiaba … rieccomi di nuovo a Venezia …Indosso nuovamente il mio solito quotidiano. Una fisarmonica scalcinata e neniosa ….la sirena dell’idroambulanza che ripassa ancora una volta … “Biglietti…Abbonamenti !”  … A sei turisti costa cara la traversata gratis … Poco distante dalla riva un gruppo di ragazzi prova a remare: a uno salta il remo dalla forcola, un altro sta ingobbito e curvo sulla barca … I ristoranti sulla riva sono gremiti e sventola e garrisce ancora la bandiera di San Marco sotto al sole cocente del mezzogiorno.

Riprendo in mano la Guida di Burano che mi è stata regalata un pugno di minuti fa … E’ una copia simile a quella che fatalità sono andato a riconsegnare … Ma questa è sporca di colore rosso, è vissuta, e per me da oggi è preziosissima perché contiene il volto di questa giornata un po’ così … Alla prossima Burano !

 

giu 11, 2014 - Senza categoria    No Comments

A PROPOSITO DI SAN AGOSTIN A VENEZIA …

san agostin guardi

San Agostin da un disegno del Guardi.

“Una curiosità veneziana per volta” – n° 47.
“A PROPOSITO DI SAN AGOSTIN A VENEZIA …”
Secondo le “Consuetudines Ecclesiae Sancti Agostini” del 1500  … la chiesa si chiamava di “San Agostin e Santa Monica”, e nel suo piccolo ospitava diverse Scuole di Devozione e Mestieri molto attive … soprattutto quelle dell’Arte dei Conzacurami  e dell’Arte dei Mercanti da Ogio e Saoneri.
La chiesa però aveva origini antichissime collocate circa intorno all’anno 1000 come una grossa fetta di Venezia, e a cavallo fra storia e leggenda, sembra sia sempre stata affiliata alla vicina chiesa Matrice di San Silvestro ma con dipendenza dal Vescovo di Castello con quale litigava di frequente per il diritto di autoeleggersi liberamente il proprio Piovano.
Alla fine si giunse al compromesso che il Prete di Sant’Agostin doveva essere “…istituito per autorità del Vescovo e volontà dei vicini … (ossia i parrocchiani).”
L’avevano avuta vinta, insomma, quelli di Sant’Agostin.
Nel gennaio 1106 e nel 1149 la chiesa e tutta la Contrada subirono due incendi gravissimi che coinvolsero ben 13 Contrade distruggendole. La prima volta furono intaccate dalle fiamme anche le vicine chiese e Contrade di Santi Apostoli, San Cassiano, Santa Maria Materdomini, Sant’Agata ossia San Boldo e San Stin. La seconda volta, invece, furono coinvolte anche le chiese e le Contrade di San Basegio, dell’Anzolo Raffael, San Nicolò dei Mendicoli, San Zan Degolà, San Stae, San Giacomo dell’Orio, Santa Croce, San Simeon Grande e San Simeon Piccolo.
Niente male come rogo … andò bruciata mezza Venezia.
Durante il 1200 la Contrada di San Agostin era contraddistinta dalla presenza di una delle tante “piscine” o ampie zone acquatiche veneziane che sarebbero state presto imbonite e strappate alla laguna. In ogni caso la zona di Sant’Agostin, vicina all’emporio di Rialto, fu fin da subito zona di mercanti, artigiani e faccendieri.
“ … Domenico Aldoino del Confinio di Sant’Agostin fa quietanza a Tommaso Viaro del Confinio di San Maurizio di lire 100 di denari veneti prestatigli nel luglio 1199 e sino alla Muda d’inverno o di Pasqua per commerciare fino al Alessandria nel viaggio con la nave Paradiso … nel giugno 1203 fa ancora quietanza allo stesso di lire 110 di denaro veneto prestategli nel 1202 novembre 7 per commerciare lungo le sponde dell’Adriatico con la nave del padrone Bartolotto Gritti e nel novembre 1204 di altre 200 di denari veneti dategli per commerciare lungo le sponde dell’Adriatico fino a Brindisi e Durazzo con la nave Leoncello del padron Angelo Vendelino…” mentre ancora nell’aprile 1243 Marino Balbi, sempre del Confinio di Sant’Agostin, faceva quietanza alla moglie Margherita della sua dote consistente in lire 200 di denaro veneto.
Nel 1310, invece, “… a mezo del mese delle ceriese …” in Contrada di Sant’Agostin inCampiello del Remer venne atterrata la casa dell’ex Doge Jacopo Tiepolo congiurato con i Nobili Querini contro il bene della Repubblica.
Qualche anno dopo, Leonardo Vendelino di Venerabile Famiglia Patrizia, Notaio in Venezia, era Pre’ in Sant’Agostin dove i Preti si davano molto da fare con i prestiti: Pre’ Nicolò prestò 100 lire di grossi ad Andrea Coto da investire in una “Colleganza marittima”, mentre Pre’ Lorenzo della Torre prestò 100 lire di grossi a un residente in Contrada di Santa Maria Formosa, e Giovanni fruttivendolo a Sant’Agostin prese a prestito 5 ducati dal Pre’ Damiano della stessa chiesa.
Negli stessi anni, Muzzola che era Tintore con bottega a Sant’Agostin venne multato perché “tingeva di guado” certe “sergie” fornitegli da Nobili clienti invece di tingerle a Murano come da regole vigenti.
Nel 1368 Gasparino Favaccio, che aveva due fratelli abitanti poco distante, in Contrada di San Giacomo dell’Orio, divenne Plebanus della Contrada di Sant’Agostin che offrì nel suo insieme alla Serenissima lire 42.100 per finanziare la guerra contro i Genovesi al tempo del doge Andrea Contarini.
All’inizio del 1400 la rivendita del pane della Contrada era gestita da Valentin, e Pietro Zane era Plebanus con casa in proprio della Collegiata dei quattro Preti di Sant’Agostin che percepivano 140 ducati di stipendio,12 lire provenienti da incerti di stola, e celebravano 11 Mansionerie guadagnando altri 203 ducati, mentre la Fabbriceria della chiesa gestiva un gruzzoletto di altre 15 lire.
Tanti soldi !
Infatti vennero processati e condannati Pre’ Michele De Leonardi e Pre’Giorgio Furtelli per gravi irregolarità patrimoniali associate a vizi carnali e di gioco.
Esattamente un secolo dopo, in Contrada Sant’Agostin abitavano 628 persone e il Piovano di Sant’Agostin distribuiva ogni volta in media 400 Comunioni, ma si lamentava per la scarsezza delle elemosine raccolte in chiesa: “…quando era i boni tempi adesso non se observa per che le oblation non se fa piu’ come se soleva, ma solum el se a reservado la offerta de la domenega de Ressurection, la qual el Piovan si a la mità de quella offerta…”
Aveva ragione a lamentarsi perché la chiesa era piena di spese da pagare5 ducati all’organista, altri 2 ducati per accordare l’organo, e 10 ducati per smontarlo e pulirlo dalla polvere, 5 ducati per i cantori e strumentisti per la Festa nel giorno di Sant’Agostin, e tutte le spese da pagare per le cere e le candele, e per “conzar la chiesa”dove c’era una “Madonna con Bambino” vestita con 4 abiti molto preziosi.
All’inizio del 1600 il numero delle persone che abitavano la Contrada era più o meno lo stesso: 715 o 724, e in Campo Sant’Agostin, a venti metri dal “pistor-forner” sorgeva lafamosa stamperia di Aldo Manuzio con l’Accademia Aldina, prima di spostarsi in Contrada di San Paternian vicino a San Marco.
I Preti in chiesa fecero dipingere da Bernardino Prudenti per l’Altar Maggiore una:“Madonna con Bambino e Sant’Agostino e Santa Monica”, ma finirono sulla cronaca cittadina e Veneta perché il Prete Michiel Cicogna Titolato e Confessore presso la chiesa di Sant’Agostin fece stampare con le illustrazioni di Suor Isabella Piccini ben 11 libri quietisti tutti immediatamente condannati dal Sant’Offizio dell’Inquisizione con ben cinque condanne. Il Prete andò ad abitare in Contrada di Santa Margherita dove morì in giorni otto, a 75 anni circa, ammalato da apoplessia, come attestato dal medico Zerbin, e seppellito da suo nipote a Santa Teresa vicino ai Mendicoli “… con processione e torzi otto accesi”.
Fino dal 1638 quando fu aperto quello celebre in Contrada di San Moisè, esisteva in Contrada di Sant’Agostin un “Ridotto”, ossia un locale notturno-diurno dove la Nobiltà si ritrovava per incontrarsi, distrarsi e divertirsi con propri simili. Nella zona, infatti, abitavano diverse prestigiose famiglie Nobili: Soranzo, Pisani, Contarini e i Morosini di cui un antenato Domenico nel 1204 ruppe accidentalmente una zampa dei quattro cavalli in bronzo dorato predati a Costantinopoli, posti prima in Arsenale e poi collocati sul davanzale della Basilica di San Marco. La zampa rotta la collocò proprio sulla facciata del suo palazzo di Sant’Agostin.
L’anno dopo, la chiesa venne distrutta per la terza volta da un incendio, ma fu subito ricostruita dal pievano Niccolo’ Formentini, e riconsacrata dal Patriarca Giovanni Badoer con cinque altari, pavimento rifatto a spese di Girolama Lomellini, campanile e canonica“veramente degna per un Piovano” su disegno di Francesco Contin, lo stesso progettista di Sant’Angelo, Sant’Anna di Castello e Santa Maria del Pianto sulle Fondamente Nove.
“…l’altar maggiore era bello per disegno, per marmi, per ornamenti di figure d’intaglio et altri lavori…”
Si ricollocarono i quadri della vecchia chiesa salvati dall’incendio:
Un “Ecce Homo” di Paris Bordone accanto alla porta di destra, una “Madonna con un Santo” della Scuola del Tiziano di fronte, un’altra “Madonna con bambino, Sant’Agostino e San Carlo, San Francesco dalle stimmate e San Francesco di Paola” di Pietro Mera Fiammingo da Bruxelles (che si chiamava precisamente Pieter van der Meyer) collocata in un tabernacolo esterno alla chiesa. Nell’occasione si aggiunsero quattro tele con “Storie di Sant’Agostino” di Antonio Molinari, mentre Giuseppe Nogari, fratello del Pievano di Sant’Agostin, dipinse per l’altare di San Cristoforo un“Martirio di Sant’Agostino” e Francesco Zugno la “Purificazione della Vergine”.
Infine, per completare l’opera, la ricca famiglia Zane, che aveva palazzo lì vicino, fece costruire una sua Cappella privata, imitata dal Nobile Senatore Jacopo Da Lezze che si fece costruire una Cappella di Famiglia collocandovi una pala dipinta dal Cavalier Liberi rappresentante un Crocefisso con San Francesco e altri Santi”.
Niente male come chiesetta secondaria di Contrada!
Nel 1661 quando in contrada di sant’Agostin c’erano 16 botteghe, Michiel da Valan Forner pagava: lire una e soldi uno e denari dieci di tasse”, mentre il Capitolo dei Preti di Sant’Agostin pagava lire zero, soldi due e denari otto”.
Quando nel 1684 Paolina Airoldi Marchesini chiese all’Avogaria di Comun d’essere abilitata a “…collocarsi in persona Nobile, et a procrear figli capaci di entrare a far parte del Serenissimo Consiglio …”, venne chiamato come testimone “…Antonio Sarcinelli Spicier nella bottega “Al Calice”a Sant’Agostin presso il Ponte del Calice …all’imboccatura della Calle del Scaleter …”
Nel 1700 la Contrada di Sant’Agostin misurava 637 passi, e vi abitavano circa 624 persone, di cui 307 persone abili al lavoro e gli altri invece Nobili viventi di rendita.  16 padroni lavoravano in 20 botteghe, in un inviamento da Forno con casa e bottega, e in una Pistoria. Il tetto e il soffitto della chiesa minacciavano di crollare e vennero restaurati a stucchi e pitture. A più riprese, infatti, i Proto Andrea Tirali e Giovanni Scalfarotto rilasciarono scritture e ricevute per un restauro di 250 ducati e poi 490 ducati per la chiesa e la Cappella Maggiore di Sant’Agostin.
Nel dicembre 1777: “…a fonditori di piombo in Salizada  a San Giovanni Crisostomo, in Contrada San Lio et appresso la chiesa di Sant’Agostin è permesso fondere piombi nelle situazioni nelli quali s’attrovano, dalla mezza notte pero’ sino al levar del sole nell’inverno, dalle 5 sino alle 9 d’estate, sempre pero’ in fornelli possibilmente appartati con la canna alata e situata in modo da non inferire incomodo e pregiudizio ad alcuno…”
E siamo già al 1800.
Il 6 settembre 1803 il Patriarca Flangini visitò la chiesa e la Contrada di Sant’Agostin di 800 anime circa.
Fece notare e scrivere che nella chiesa non esisteva un registro di “Cassa Fabbrica”, che la Sacrestia possedeva una rendita e entrate per 43,7 ducati provenienti da legati e doti di Mansionerie, ma spendeva 47 ducati in uscita indebitandosi col Parroco Piovano per 23 ducati circa.
Il Piovano Niccolo’ Druizzi in persona possedeva come Rendite: la casa di residenza, ed entrate per 512 ducati provenienti dall’affitto di 8 case e 1 negozio in Venezia, e da incerti di stola per altri 100 ducati, con spese in uscita per 292,13 ducati dovute a spese per cere, candele per la Festa della Purificazione, e un’altra spesa di 60 ducati in candele per la Festa del titolare Sant’Agostino e per la Dedicazione della chiesa.
Intorno alla chiesa di Sant’Agostin ruotavano ben attivi 15 Preti e 1 Chierico, fra cui alcuni specializzati in celebrazioni di Messe Mansionarie a pagamento. Uno di questi faceva anche il Cappellano nell’isola della Grazia, e alcuni Preti provenivano perfino dalla lontana isola di Modone o da Udine. Questo piccolo esercito di Preti celebrava 3.091 Messe Perpetue, e rimanevano in attesa d’essere celebrate ma già pagate altre 3.777 Messe fra cui 18 Esequiali ed Anniversari e 1.139 normali Messe Avventizie … e tenevano una casella per le elemosine per celebrare altre Messe di Suffragio e una questua per comperare arredi sacri nuovi e riparare i capi vecchi.
Di buono c’era che i Preti facevano l’Esposizione del Santissimo nei Venerdì e nelle feste di Quaresima, celebravano le feste di Sant’Agostino e Santa Monica, predicavano ogni domenica e annualmente il Quaresimale, mentre al sabato tenevano un’istruzione per la gioventù che tuttavia andava per la Dottrina nella vicina chiesa di San Zan Degolà i maschi, mentre le ragazze frequentavano nella chiesa di San Stin.
Nel 1806 moriva il 12 maggio in Parrocchia di Sant’Agostin Gianbattista Gallicciolliautore delle “Memorie Venete”, come ricordava il medico Santo Bianchi nel Necrologio Parrocchiale: “… Sjor Domino Gio. Battista Gallicciolli figlio di Paolo, Veneto di anni 73, da nove giorni colto da emiplegia dal lato sinistro con febbre continua, remittente, mista a sintomi di lenta nervosa, questa mattina alle ore 11 circa finì di vivere per stasi cerebrale. Il suo cadavere dovrà essere tumulato al mezzo giorno circa … e fu portato in San Cassan …” di cui era “Alunno di chiesa” e dove gli fu dedicato un busto con iscrizione.
L’anno dopo, ossia nel 1807, i Decreti eversivi del Regno d’Italia istituito da Napoleone, procurarono la soppressione della Parrocchia di Sant’Agostin che divenne “succursale sussidiaria”, e gli abitanti inglobati nella Parrocchia di San Stin e poi in quella di San Polo.  Alla caduta della Repubblica Serenissima di Venezia si contavano 170 edifici religiosi. Fra 1806 e 1810 il governo francese ne fece distruggere e abbattere ben 70, adibendone molti altri per usi profani.
Nei verbali del 10 marzo 1808 si legge: “…la chiesa soppressa di Sant’Agostin possiede una casa di residenza, circa 1500 lire venete annue, circa 1000 messe per legati particolari; tutto ciò rilevato dalla Commissione Ecclesiastica, al netto degli aggravi e colla sottrazione del 33%, ossia di lire 253,01, dovrà continuare a beneficio del Parroco dimesso di Sant’Agostino e in di lui mancanza riunirsi al Parroco di San Polo salvo il mantenimento del vicario curato…”
Nel 1810 la chiesa venne chiusa e indemaniata, e quasi tutte le sue opere d’arte sparirono senza lasciare traccia. Il 18 settembre 1811, il pittore Lattanzio Querena acquistò dal Demanio quattro vecchie tele di Sant’Agostin stimate complessivamente 16 lire dal perito demaniale Baldassini … una statua lignea policroma di Sant’Agostin finì nella vicina chiesa di San Polo, mentre un’altra in pietra rappresentante Sant’Agostin benedicente finì inserita nella facciata dell’abitazione della famiglia Lippomano in Salizada di San Polo.
Due anni dopo a causa del blocco commerciale e di navigazione imposto a Venezia, una terribile carestia, un terremoto in Friuli Occidentale e la conseguente fame, il Podestà di Venezia Bartolomeo Girolamo Gradenigo scrisse una lettera al Direttore del Demanio Antonelli chiedendogli la temporanea consegna di sei edifici, tra cui la chiesa di Sant’Agostin e quella di San Nicoletto della Lattuga, per trasformarli in mulini per macinare grano per il pane dei Veneziani.
Nel 1821 il Patriarca Pirker visitò quel che rimaneva delle ex chiese di San Stin e Sant’Agostin “ … ormai chiuse e quasi demolite …”, mentre sette anni dopo, Monsignor Pietro Pianton comperò per la sua chiesa di Santa Maria della Misericordia a Cannaregio le 12 croci di marmo di Sant’Agostin.
Dal 1839 quel che restava della chiesa di Sant’Agostin fu usato insieme alla Scuola diSan Giovanni Evangelista e alla Commenda dell’Ordine di Malta come deposito di materiali e marmi di risulta provenienti da edifici sacri demoliti. I marmi residui di Sant’Agostin furono trasferiti nella chiesa di Santa Margherita.
Nel 1852 una tela proveniente dalla chiesa di Sant’Agostin raffigurante Mosè che spezzava le Tavole della Legge” dipinta da “… un veneto moderno…” finì nel settimo lotto di opere d’arte spedite in Austria e destinate a Leopoli ad uso delle chiese povere della Bucovina nella Galizia absburgica. Tuttavia in un documento del 1868 si legge che l’antiquario Bodin acquistò dal Demanio 208 dipinti fra cui “Mosè che spezza le Tavole”di ignoto dalla chiesa di Sant’Agostin stimato lire 25, censito fin dal 1812 nel deposito di opere sacre della chiesa di San Lorenzo a Castello.
Nel 1868, A.Mori del Regio Ufficio Costruzioni stese una perizia di stima su quel che rimaneva della chiesa di Sant’Agostin.
“ … L’edificio occupava 0,454 pertiche censuarie considerabili come rendita veneta di lire 140.40 … Presenta persistenti infiltrazioni d’acqua sia dal soffitto che dalle finestre prive di vestri e scuri … è in grave abbandono e deterioramento, i 5 gradini del portale d’ingresso sono deteriorati in più punti. Si conta: un affresco sul soffitto, 18 capitelli di marmo, 10 quarti di capitello, 4 finestroni e 6 finestre, il campanile manca di copertura e ha 7 rampe di scale inservibili …”
Il Prefetto di Venezia, il Sindaco e due Assessori con un utile del 5% sul capitale costituirono una Società Anonima apposita e acquistarono prima un’area a Santa Ternita a Castello, e nel 1869 per 2.600 lire un antico Ospizio con 17 camere a San Giacomo dell’Orio. Il 25 novembre 1870 comperarono anche Sant’Agostin per 5.507 lire destinandolo provvisoriamente a deposito di legnami e magazzino erariale. Si decise di demolire il campanile e liberare l’intera area destinandola all’edificazione di 40 case popolari per operai costruite in 18 mesi sulle fondamenta dell’antica chiesa. La porta laterale della vecchia chiesa divenne iI portone d’accesso condominiale, mentre la vicina Calle dei Preti a fianco della chiesa di Sant’Agostin cambiò nome con quello di “Calle del remer”.
Dell’antico Campo e Chiesa di Sant’Agostin rimane oggi solo la vera da pozzo rotonda a otto sfaccettature per la raccolta dell’acqua piovana “ …con l’emblema del Vescovo San Agostin con mitria e pastorale”
Infine, nell’ottobre del 2000 due muratori, collocando delle vasche di depurazione delle acque fognarie condominiali, incontrarono le fondazioni della chiesa del 1600, e due basamenti dei pilastri con quattro tombe contenenti 20 corpi dell’epoca della prima chiesa antica di Sant’Agostin dell’anno 960 …  Sant’Agostin non si rassegna ad essere dimenticato del tutto … per questo ne faccio un po’ memoria.
giu 3, 2014 - Senza categoria    No Comments

“SAN SEBASTIANO A VENEZIA … UN BIJOUX CON UNA STORIA.”

san sebastiano

“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 46.

“SAN SEBASTIANO A VENEZIA … UN BIJOUX CON UNA STORIA.”

La chiesa di San Sebastiano è di certo un bijoux, un altro dei grandissimi gioielli carichi d’arte e storia veneziani. Esistono splendide edizioni specialistiche che ne decantano le bellezze e ne sciorinano la storia, e quindi non tocca certo a me descriverne lo splendore. Però fra le righe delle tante cose ben dette e ben scritte esiste una piccola “terra di nessuno” piena di briciole e di notizie che son di tutti. E’ lì che si colloca quest’ennesima “Curiosità Veneziana”.

All’inizio delle sue vicende, circa nel 1380, il piccolo sito all’incrocio fra il Rio de San Bastian e il Rielo de San Bastian oggi interrato è stato il luogo di una classica storia veneziana di devozione, carità e riconoscenza … l’ennesima. Un nuovo tipo di fraticelli austeri i Gerosolomini dal nome contorto e quasi impronunciabile, fondati dal Beato Pietro Gambacorta da Pisa, si affacciarono in laguna in Contrada dell’Anzolo Raffael incontrando subito le simpatie dei Veneziani che li chiamarono “I Romiti di San Girolamo”.

Nel 1393 si unì ai Romiti un certo Frate Angelo da Corsica del Terzordine Francescano che possedeva un Ospizio in contrada dell’Anzolo oltre a molti altri luoghi in Romagna. Fu così che due anni dopo sorse un primo Ospizio per i poveri, seguito dopo altri due anni da un piccolo Oratorio intitolato a “Santa Maria Assunta piena di Grazia e di Giustizia” con i contributi versati dal Nobile Patrizio Veneto Sacerdote Leonardo Pisani e delle elemosine di Frate Giovanni da Ravenna.

Fra 1405 e 1455 si iniziò a costruire “con grande concorso di popolo nel sostegno della spesa” una nuova chiesa più grande con annesso capiente monastero. I lavori terminarono tredici anni dopo e la nuova chiesa orientata verso Est fu dedicata alla Madonna ma aggiungendovi anche San Sebastiano dal quale gli abitanti della Contrada si sentirono protetti e salvati durante la peste del 1464. Tanto è vero che in parecchi si riunirono nel 1470 in una Confraternita devota ospitata nella stessa chiesa e intitolata allo stesso San Sebastiano.

Ma fu solo nel 1505 che i Gerosolomini vollero ricostruire tutto di nuovo e innalzare il grande complesso monastico che è giunto quasi intatto fino a noi. Esiste ancora la raccolta dei documenti che hanno registrato le donazioni dei fedeli e le spese intraprese per demolire la vecchia chiesa e realizzare il nuovo capolavoro orientato stavolta verso Ovest realizzato dall’architetto Abbondi detto “lo Scarpagnino” astuto commerciante in pietre e capo-gestore a distanza di una nutrita schiera di tagliapietre, muratori, decoratori e fadiganti.

Tre anni dopo s’iniziò a costruire accanto il nuovo convento, e solo nell’estate di cinque anni dopo si giunse a ricoprirlo col tetto completando l’opera, mentre nella chiesa si continuò fino al 1534 con un nuovo ciclo di lavori di completamento delle tre cappelle maggiori.

Fu negli otto anni successivi, fino al 1542, che accadde una lunga stasi dei lavori in San Sebastiano “ … perché i Romiti si scatenarono” come molti degli altri Preti, Frati e Monache della società di Venezia e dell’intera Europa di quell’epoca. Nel convento accadde un vero e proprio baillame.

La crisi cominciò nel 1535 quando fu eletto Rettore Generale Fra  Mansueto da Tiberiaco che si dimostrò essere un fomentatore formidabile di disordini e scandali con gravi problemi disciplinari. La Congregazione dei Gerosolomini affrontò la questione quando fu eletto Pontefice Paolo III che dispose immediatamente una serie di visite ispettive. Le relazioni del 1534 non lasciarono dubbi raccontando:

“Nel monastero sono presenti trenta Frati Eremitani di San Girolamo senza contare i forestieri che continuamente vanno e vengono … Si pagano 12 ducati per un maestro di grammatica che abita in monastero ed altri 12 ducati a un organista … Soprattutto i Frati sono girovaghi, discoli, scillerati e inobedienti … la Congregazione è corrotta e confusa, non vive più una vita ispirata all’originario ascetismo …  ma è eccessivamente mondana e libertina, senza rispetto per la disciplina ecclesiastica, senza timore di Dio e senza onore … in cui i pochi frati buoni, se ce ne sono, sono screditati dalla moltitudine dei cattivi …”

La reputazione dei frati di San Sebastiano a Venezia era pessima, rovinata, e di conseguenza crollarono le entrate, le elemosine e i lasciti al convento. Addirittura attorno al convento di San Sebastiano, si creò un clima incandescente. La popolazione della Contrada dell’Anzolo e di Venezia manifestò vigorosamente contro i Frati e i loro comportamenti sconvenienti giungendo ad affiggere in giro dei manifesti raffiguranti “… demonii depinti et frati incatenati ...”

Finalmente nel 1539 Papa Paolo III si decise e destituì Fra Mansueto da Tiberiaco lanciando l’interdizione e la scomunica contro la chiesa e il convento di San Sebastiano.

Al suo posto nominò Vicario Generale Apostolico un certo Fra Bernardo Torlioni da Verona nato nel 1494 incaricandolo di ricoprire il Generalato vacante e di riformare la Regola della Congregazione alla sbando, cosa che questi fece prontamente nel 1541 riformando le antiche Costituzioni dei “Romiti di San Girolamo”.

La nuova regola suscitò controversie e discussioni tra i Frati e nel Capitolo Generale del 1542 la carica di Rettore Generale della Congregazione andò al più tollerante Fra Remigio da Villafranca, mentre Fra Torlioni fu relegato a Priore del solo convento di San Sebastiano a Venezia dove rimase per ben ventitrè anni fino al 1570.

Ed è qui, al centro di tutto quel “casotto storico”, che si collocò fra storia e leggenda la vicenda dell’illustrissimo pittore Paolo Caliari sopranominato il Veronese sepolto ancora oggi in San Sebastiano. Aveva incominciato a dipingere a Venezia nel 1550 realizzando una pala d’altare per la Cappella dei fratelli Giustinian in San Francesco della Vigna. Riconosciuto come “ … artista e pittor abile, original et bravo …”, negli anni 1553-1554 fu chiamato a dipingere i soffitti delle sale del Consiglio dei Dieci, in Palazzo Ducale.

In seguito, secondo la tradizione, Paolo Caliari detto il Veronese, di 27 anni, fu indotto a vivere in San Sebastiano come in prigione per un certo tempo e fino alla morte per aver offeso un potente, e aver ucciso un insultatore.

Fu lì quindi che il determinato Priore Torlioni divenne il principale committente di Paolo Veronese per la splendida decorazione della chiesa e della sagrestia che possiamo ammirare oggi.

Fra Bernardo Torlioni aveva in mente un programma iconografico semplice e chiaro: la decorazione pittorica dell’intera chiesa di San Sebastiano seguendo il tema allegorico del Trionfo della Fede sull’Eresia.

Si iniziò con la decorazione del soffitto della sacrestia con “Scene dell’Antico Testamento”, a cui seguì fino al 1556 la decorazione in tre scomparti del soffitto a cassettoni della navata della chiesa ispirata al Libro di Ester, pagato con 240 ducati al Veronese.

Fra il 1543 e il 1549 furono completati gli arredi lignei della sagrestia, fu eretto il campanile su disegno dello Scarpagnino ornato con cuspide a cipolla e con mattonelle invetriate colorate, si portò a termine la facciata col rivestimento in pietra d’Istria e si lavorò all’ampliamento dell’originario coro pensile che correva lungo la controfacciata interna della chiesa.

Per finanziare tutte quelle opere Fra Torlioni aveva bisogno di molti soldi, perciò il 26 novembre 1542 concesse al Nobile Patrizio Veneto Marcantonio Grimani di costruirsi una cappella privata in San Sebastiano.  Fra i testimoni del solenne giuramento con cui i Frati del Capitolo di San Sebastiano s’impegnavano nella Sala Capitolare davanti al Notaio Antonio Maria de Vincenti a custodire e curare in perpetuo la Cappella di famiglia Grimani con i suoi ornamenti in cambio di una ricca Mansionaria quotidiana e perpetua c’era il pittore Paolo Veronese. Marcantonio Grimani figlio di Francesco, non era un nobile qualsiasi, era un Senatore famoso e attivissimo nella scena politica veneziana schierato a favore della pace con i Turchi. Fu inoltre Savio di Terraferma, Podestà di Padova, Procuratore de Ultra e perfino ballottato nel concorso per diventare Doge. Quando morì a 78 anni nel febbraio 1566 fu seppellito sotto la predella del suo altare in San Sebastiano che aveva beneficiato per gran parte della vita.

La pensata della cappella privata concessa ai Grimani fu geniale, perché fu la prima di una serie di sei costruite e concesse in San Sebastiano fra 1542 e 1554 ai Nobili Pellegrini e altri garantendo un bel flusso d’entrate e capitali nelle casse del convento “ … in cambio di Messe e Orazioni celebrate dai Frati in suffragio e per la salute delle anime dei Nobili Patrizi …”

Nel 1557 si realizzò la pavimentazione della chiesa, e dal 1558 Paolo Veronese riprese a lavorare agli affreschi della chiesa superiore, e nello stesso anno realizzò i disegni per i complementi architettonici della Cappella Maggiore: l’altare, le finestre e la cassa dell’organo con 10 registri ad una tastiera realizzato in ottobre da Alessandro Vicentino.

In un anno Veronese dipinse le portelle dell’organo e il parapetto con la “Presentazione di Gesù al Tempio”, la “Piscina Probatica” e la “Natività”.

Nel 1559 Veronese fu un fiume in piena: decorò con affreschi la parte superiore della navata centrale con i “Padri della Chiesa”, “Profeti”, “Sibille” e diversi personaggi biblici, e consegnò il disegno per i sedili del coro dei Frati che decorò con episodi della Vita di San Sebastiano.

Non pago e domo … fra 1559 e 1561 eseguì la pala per l’Altare Maggiore: “Madonna in gloria con San Sebastiano e Santi”, mentre nel 1562 dopo la fine dei lavori di sistemazione del Presbiterio ne affrescò la cupola.

Il 19 aprile dello stesso anno la chiesa di San Sebastiano fu consacrata da Gianfrancesco Rossi Vescovo di Osseno e l’altar maggiore da Michele Jorba Vescovo Arcusense in Tracia.

Nel 1564 il monastero registrò il pagamento di 12 ducati annui per l’organista, la spesa di 15 ducati per la festa di San Sebastiano, e la concessione di un nuovo pagamento a Veronese per due tele laterali del Presbiterio: “San Marco e San Marcellino condotti al martirio” e “Martirio di San Sebastiano”.

Non ancora stanco di dipingere, nel 1567 disegnò per il Refettorio dei Frati i banchi, i tavoli, e il grande quadro con “La Cena in casa di Simone” pagato nel 1570 e terminato forse tre anni dopo.

Nel 1581 i Frati chiamarono Giulio Soperchio Vescovo di Caorle a consacrare altri nuovi altari, e nel 1588 l’antico Oratorio della Beata Vergine della Pietà incorporato nella chiesa venne concesso al Nobile Paolo Lolin che commissionò una tavola a mosaico con la “Conversione di San Paolo” e si fece poi tumulare dentro insieme al fratello Giovanni.

Nel 1600 le vicende di San Sebastiano ebbero ancora qualche sussulto. Accaddero continue discordie con il clero dell’Anzolo Raffael che il Papa in persona ricompose stabilendo un contributo annuo obbligatorio da parte dei Gerolomini di ½ libbra di cera bianca e di una rendita a favore della Parrocchia dell’Anzolo.

Non s’interruppero i lasciti e le donazioni a favore di San Sebastiano. Si racconta dei lasciti testamentari da parte della Nobildonna Patrizia Veneziana Lucrezia Corner che volle essere vestita in morte con l’abito delle francescane di Santa Croce, a cui lasciò 20 ducati, e altri 20 ducati annui a sua sorella Suor Prudenzia monaca nello stesso monastero. Volle inoltre essere accompagnata alla sepoltura dalle monache di quel convento che nominò sue esecutrici testamentarie, e chiese anche di essere seppellita nella chiesa di San Sebastiano con suo marito lasciando una somma destinata a celebrare 1 messa di suffragio due volte la settimana nella stessa chiesa

La zona dei Frati, che in quel secolo e fino alla fine del seguente possedevano a Venezia rendite annue d’affitto d’immobili per 255 ducati, rimase turbolenta. Nel febbraio del 1615 Ser Pietro Vitturi figlio del defunto ZuanBatta, fu ucciso con un’archibugiata di notte a San Sebastiano, mentre se ne tornava a casa. “ … et fu detto esser stato un suo prete di casa con sospetto che fosse partecipe con Caterina Marcello sua moglie …”

Fra 1625 e 1630, anno della tremenda peste Veneziana ricordata dal voto della Basilica della Salute, “ … la Signoria e il Collegio della Serenissima ebbero di nuovo da considerare e sedare nuovi contrasti tra il Generale dei Gerolamini di San Sebastiano e alcuni suoi Frati disobbedienti …per la maggior parte effetti di fattioni e passioni de’ religiosi … e per la concessione a loro in enfiteusi di 80 campi arativi, prativi e boschivi da tempo abbandonati …”

Nel corso del 1700 la storia di San Sebastiano, invece, è solo noia totale. Si nota solo che nel 1756 si tolsero dalle volte del chiostro del convento le tele con soggetti sacri dipinte da Simone Forcellini detto Simoncino, e s’intonacarono di bianco i muri al loro posto, e che in seguito all’inizio del 1800 in occasione del Concistoro in isola di San Giorgio Maggiore per eleggere il Papa Pio VII, l’illustrissimo Cardinale Caraffa trovò alloggiò presso i Monaci Girolamini di San Sebastiano.

Ci pensò la bufera Napoleonica, tanto per cambiare, a ravvivare gli eventi, spegnere la ricca quiete devota, e rovesciare e ribaltare tutto.

Nel 1806 si trasferirono e concentrarono nel convento di San Sebastiano i Padri della Vittoria di Verona che non si sapeva più dove collocare.

Nel 1810, invece, si chiusero a Venezia altri 14 conventi-monasteri. Nel solo Sestiere di Dorsoduro furono soppressi e chiusi: Gesuati, Redentore, La Salute, i Carmelitani Scalzi dei Carmini e i Girolamini di San Sebastiano con 17 monaci dentro. Tutti gli ambienti con le loro ricche biblioteche, eccetto quella degli Armeni di San Lazzaro in isola, passarono in proprietà al Demanio che svendette tutto a poco prezzo. In realtà nella gran confusione molti libri di pregio e manoscritti famosi erano già stati rubati, nascosti o venduti dagli stessi frati.

Due anni dopo, nel settembre 1812 furono venduti all’asta come “scarti” per 6.900 lire a G.S.B.Ferro 21.738 volumi “dei Frati di Venezia” fra i quali c’erano 1.238 libri della Biblioteca dei Girolamini di San Sebastiano assieme ad altri 6.150 degli Scalzi dei Carmini e 3.681 dei Frati Cappuccini del Redentore.

Il dipinto della “Cena” di Paolo Veronese fu strappato dal Refettorio del Convento e portato a Milano dove fa ancora parte oggi della Pinacoteca di Brera.

Dalla chiesa di San Sebastiano sparirono anche una “Madonna di Pietà” con quattro abiti, e dalla sacrestia una “Beata Vergine” dentro ad una nicchia di cristallo con guardaroba di sette abiti pregiati e quattro veli in tessuto di grande valore.

Nel 1821 il Patriarca austriaco Pirker in visita a San Sebastiano consigliò di abbattere la chiesa e di spostare tutti i dipinti del Veronese nella vicina chiesa succursale di Ognissanti (l’attuale ex Ospedale Giustinian). Per fortuna non lo ascoltarono.

Si pensò bene, invece, fra 1851 e 1856 di riattare l’ex convento di San Sebastiano introducendovi la sezione femminile dell’Istituto Manin, sotto la direzione delle Suore Figlie di San Giuseppe del Caburlotto. La scuola-convitto-orfanatrofio proseguì la sua opera fino al 1921 quando venne chiusa e conglobata con l’Istituto delle Zitelle in fondo alla Giudecca.

Le Suorine completarono l’opera acquistando il terreno del vecchio squero accanto alla chiesa e costruendovi sopra il loro nuovo palazzo: la Casa Madre Generalizia, Convento, Noviziato, Collegio trasferendosi a fianco della chiesa di San Sebastiano.

Ultimissimo atto: nel 1971 l’Università degli Studi di Venezia acquistò il complesso dell’ex convento dei “Romiti di San Girolamo” come li chiamavano i Veneziani e delle Suorette Canossiane per ospitarvi la facoltà di Lettere e Filosofia. Durante i lunghissimi restauri si rinvennero i resti di alcuni corpicioli di bimbi seppelliti e celati nei muri e nel giardino. Furono le tracce delle solite storie dei monasteri e degli orfanatrofi dove le maternità scomode e i rapporti equivoci erano all’ordine del giorno.

La chiesa di San Sebastiano, invece, venne affidata a un Rettore intramontabile, quasi eterno, e subì le vicende di tantissime altre chiese veneziane: “chiusa, aperta, chiusa, aperta” con qualche raro e provvido restauro per conservarle in piedi.

La chiesa di “San Bastiàn” per molti anche dei Veneziani oggi è poco più che un nome, una delle tante chiese davanti alla quale si tira dritto. Se ci entri sembra di entrare in una bomboniera, in una di quelle scatoline cesellate, decorate e preziose in cui un tempo si tenevano le gioie preziose. Ci si emoziona e ti si scalda la pelle solo al tenerle strette in mano.

“Non ci sono mai entrata … Dovrò farlo.” mi ha detto di recente una che abita lì vicino da una vita intera.

Siamo alle solite …

 

Pagine:1234567...14»
(none)