ago 17, 2014 - Senza categoria    No Comments

“L’Hospeàl de San Piero e Paolo dei feriti … a Castello.”

ospedale s.pietro e paolo

“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 49.

“L’Hospeàl de San Piero e Paolo dei feriti … a Castello.”
Stavo scrivendo d’altro … Poi come sapete, io lavoro da infermiere, quindi mi sono imbattuto in queste notizie e informazioni che mi hanno particolarmente incuriosito e attratto.
Si tratta della “foto” di uno degli Ospedaletti antichi di Venezia che non esistono più. Un intero piccolo mondo situato nel Sestiere di Castello, uno dei più periferici, popolari e lontani di Venezia, dove, come sempre, sono accadute cose e storie interessanti e perfettamente coerenti con le vicende della Serenissima che in molti apprezziamo.
Già in un’altra occasione mi sono ritrovato a raccontare qualcosa di quel posto, riportando le vicende di Cattaruzza figlia di Zuanne e di Caterina Foscarini del ramo III dei Grimani di San Boldo nel 1758.

Vedi: “INCROCI FRA UOMINI E DONNE … VENEZIA 1786.”

Stavolta scrivo dei luoghi che sorgevano e sorgono in parte e al di là del Rio-Canale di Sant’Anna dove c’era “l’Ospedaletto dei Santi Pietro e Paolo” detto “L’Ospedal Avanzo o di san Gioachìn”. A Venezia tutti lo chiamavano “l’Ospedaletto dei Feriti”, e fu fondato nel lontano 1000 per ospitare pellegrini in transito o di ritorno dalla Terrasanta. Nel 1328 venne ampliato dal Prior marco Bonaldo e utilizzato soprattutto per i feriti di guerra, e messo dal 1348 sotto diretto Patrocinio del Doge che vi assegnò per gestirlo un apposito Gastaldo e in seguito cinque Procuratori Nobili e Cittadini.
Nel 1350 Francesco Avanzo o D’Avanzo concesse per testamento un lascito investito nel Monte Novissimo e presso la Camera dei Imprestidi. Fu quella la più consistente eredità della storia dell’Ospeàl che nell’occasione venne ulteriormente ampliato inglobando un contiguo Ospedaeto Avanzo con 8 sue “caxette”annesse.
Alla fine del 1300, “l’Hospeal dei Feriti de San Piero e Paolo” era considerato l’ “Hospeal Mazor” di Venezia, possedeva una sua Scuola di Chirurgia che godeva di gran prestigio, accoglieva fino a circa cento fra feriti, ammalati e pellegrini, e possedeva proprietà e un vasto patrimonio immobiliare dal quale traeva grosse rendite annuali.
Se si gira per il Sestiere di Castello, ancora oggi si trova murata in un vecchio squero nella Contrada di San Piero una patera in pietra d’Istria raffigurante un spada verticale che incrocia due chiavi orizzontali simbolo dell’ “Hospeàl de San Piero e Paolo dei feriti”.
Nel 1418 Elena Marchi lasciò per testamento, presso il Notaio Arcidiacono Nicolò Bono, una casa per accogliere e farne l’Ospizio delle Pizzocchere Terziarie Francescane, che vi aggiunsero un piccolo Oratorio di San Gioachin. La piccola comunità di donne crebbe nel tempo in simbiosi col vicino Ospedale di San Pietro e Paolo dove le Pinzochare assistevano i ricoverati.
Vent’anni dopo, Maddalena moglie di Nicolò Carretto Priore dell’Ospedal dei Feriti che possedeva circa 150 campi a Postioma nel Trevigiano, lasciò altre 4 “caxette” a Sant’Anna di Castello per fondare un altro piccolo Ospizio. Nel 1455, invece, Bortolo q Stefano da Casale dichiarò nella sua polizza fiscale di lavorare 59 campi di cui 42 appartenevano a 3 possessioni veneziane, prese in affitto rispettivamente dall’Ospedale di San Pietro e Paolo di Venezia, dalle monache di San Antonio di Torcello e dall’Abate di San Filippo e Giacomo sempre in Venezia.
Nel 1428-1439 Francesco Cesanis, fratello di Alvise, era proprietario di una nave tonda o cocca, ed era iscritto alla “prova” per i viaggi di Siria e il commercio del cotone. Fu ufficiale di bordo sulle Galee della Muda per la Fiandra, e nel 1457 fu uomo di Consiglio su una Galea di mercato della Muda per Beirut. L’anno dopo fu nel Consiglio sulla Galea di mercato di Barbaria, e nel 1460 sulla Galea di mercato di Cipro. Era figlio di Biasio Priore dell’Ospedale di San Pietro e Paolo di Castello e possedeva case a Venezia e Malamocco. Nel suo testamento del 05 novembre 1496 ricordava di affittare le sue case a prezzo onesto, e stabiliva d’essere sepolto a Sant’Antonin di Castello, di lasciare denaro alla Pietà, all’Ospedal di Gesu’ Cristo di Castello, per pellegrinaggi a Roma e Campostela, una rendita di 10 ducati + 50 ducati di dote alla serva Lena e una di 10 ducati alla serva Lucia. Inoltre lasciava una rendita di 10 ducati all’Ospedale di San Pietro e Paolo, una rendita di 10 ducati a Marina sua figlia naturale, e la sua schiava etiope Caterina al suo amico Modesto Spiera. Infine istituiva un lascito per la Scuola Grande di San Marcorisultante ancora attivo e fruttuoso più di trecento anni dopo.
Dal 1487 al 1536 il Collegio dei Fisici e dei Chirurghi di Veneziateneva nell’Hospedal di San Pietro e Paolo le sue lezioni annuali di anatomia con dissezioni ricordate da Nicolo’ Massa nel “Liber Introductorius anathomiae” pubblicato a Venezia nel 1536.
Nel 1558 Francesco da Castello fu nominato “Chirurgo dell’Hospedàl” che aveva solo i muri perimetrali in pietra, mentre tutto l’interno era formato da tramezzi, scale, pavimenti e arredi in legno, contava circa 131 decessi totali annui, in maggior parte maschi adulti, salvo 2 ragazzi di 14 e 12 anni, 23 decessi per ferite e fratture, e 27 su 83 deceduti erano soldati o galeotti.
Si racconta anche che nel 1615 i Commissari della Serenissima entrarono a forza nell’Ospedale per cacciare fuori gli uomini che convivevano con quattro donne ospiziate, mentre nel 1630 tutte le Pizzocchere che servivano nell’Ospedale morirono di peste ad eccezione di Domenica Rossi che in seguito raccolse e organizzò nuove compagne.
Nel febbraio 1648 si scriveva: “ …chi entra nell’Ospeàl viene spogliato nudo, gli si leva d’intorno immondizie e sporco, e gli si da camicia e lenzuoli netti … si riscaldano e pongono in un letto, e vengono tosto confessati e visitati da un medico … Qualor prendano medicina, si dà loro un ovo fresco, pan in brodo, un poco di pollastra o vitello … o non potendo masticare sostentasi con brodetti di ova fresche, pesti di pollastre, o ristori secondo la gravità dei mali. Nella convalescenza o liberi da febre, giusto agli ordini del medico, si dà loro minestra d’orzo, riso o pan grattato, un pezzo di carne di manzo, qualche pomo o pero cotto, pane e vino sino a partenza …”
Solo fra 1727 e 1750, dopo secoli, quando l’Ospeàl godeva ancora della rendita di circa 3.000 ducati annui, le Pizzocchere Terziarie Francescane si“ridussero” in comunità regolare ordinata, e restaurarono Ospedale e Oratorio di San Gioacchin. Col solito passaggio Napoleonico le Pizzoccare furono concentrate con le Pinzochare di San Francesco della Vigna, i locali indemaniati e poi venduti a privati, e gli ammalati “dell’Hospeàl di San Piero e Paolo” concentrati in quello degli Incurabili nel Sestiere di Dorsoduro dall’altra parte della città.
Nel 1900, dopo essere stato utilizzato dalla Congregazione di Carità e come Patronato pei Ragazzi Vagabondi”, la proprietà modificata e ridotta per l’escavazione di un Rio e la costruzione di una fondamenta, passò alle Suore di Maria Ausiliatrice, che in seguito vendettero tutto al Comune che ne ha fatto da poco una piccola residenza universitaria.
Se andate a Castello, vicino a Sant’Anna, vedrete negli edifici i tre ingressi significativi rimasti. Il primo a sinistra era l’ingresso della casa delle Pizzòcare Terziarie di San Francesco, quello centrale era quello dell’Hospeàl di San Piero e Paolo dei Feriti, e quello a destra l’entrata dell’Oratorio di San Gioachin.
Un breve spaccato di sanità veneziana dei tempi andati …

 

ago 9, 2014 - Senza categoria    No Comments

“IERI … COME OGGI E DOMANI.”

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Venezia sembra assente … la notte è totale, intorno non si muove foglia … per qualche ora tutto rimane così, come se il tempo si fosse paralizzato.

Poi s’illumina una finestra … gorgheggia un merlo rompendo la quiete, risponde un altro … Attaccano i passerotti nascosti sotto gli anfratti dei tetti … s’aggiunge una cornacchia e un rauco gabbiano … Rumoreggia il camion della spazzatura … Un gatto solitario racconta a suo modo … Puntuale alle quattro, avverto il frusciare delle ruote del solito biciclettaro notturno del quartiere che corre a prendersi il“posto più bello” per pescare sulla riva del Porto … Infine è tutto un concerto, lavora un picchio, e tocca alle rondini lanciarsi urlando a capitombolare nel cielo. E’ la grande sveglia del mondo, che da qualche parte delle lagune è suonata di nuovo.
Mi piace sempre questo momento di transizione fra notte e giorno … Mi pare quasi di sentire il rumore dell’immensa pagina del giorno che cambia e che volta. Lo considero un attimo magico, il piccolo miracolo quotidiano degli occhi che si riaprono che si ripete … l’uscire ancora dall’assurda assenza del sonno.
Ma è già tardi … bisogna sempre e comunque andare ogni giorno … Dove ? Chissà … Perché ?
Non importa. Bisogna per forza andare … Ci tocca, in un modo o nell’altro.
Osservo il manifesto dello SpazioPorto dell’Arte  …  Intanto le Grandi Navi rimarranno fuori dal Bacino San Marco e dal Canale della Giudecca … andranno forse a Trieste ? Nel frattempo osservo al di là del canale: i parcheggi del Porto sono pieni … le banchine occupate dalle città galleggianti ormeggiate. Venezia opulenta lumeggia sui moli, e continua a respirare la sua solita stagione quotidiana senza inizio né fine … Di qua, invece, sulla strada della Marittima del Porto tutta accompagnata da alte erbe ombrellifere estive … è tutto un cesso: bottiglie e bottigliette, pacchetti di sigarette, un vecchio phon, carte di merendine e biscotti, uno shampo, un cartoccio di caffè vuoto, pattume di ogni sorta, calcinacci e rovinacci dell’ennesimo restauro abusivo, i “gomiti storti” di una vecchia stufa, un ombrello contorto col telo strappato … Non passa uno spazzino, non c’è un cestino … Cittadini e turisti hanno disseminano immondizie per due chilometri … A casa loro se butti una cicca per terra è multa secca … Nella “Bella Venezia” si può fare indisturbati … tutto è permesso.
L’aria del mattino è umida, sa d’intenso odore di piante … sfioro le foglie del ciliegio passando … quasi un saluto. Una lunga lumaca gonfia, viscida e bagnata attraversa “veloce” lo scuro manto dell’asfalto. Dove sta andando ?
Il semaforo rosso e la sbarra abbassata chiudono il vialone dritto del parcheggio … Il camion della lavanderia industriale trasborda i sacchi colorati delle biancherie dei ristoranti e degli alberghi.
“Dai muoviamoci ! Ci sono dieci bancali da scaricare e spostare … la mattina chiama ! … Ho buttato giù dal letto il mio referente … C’è una consegna urgente di caffè da fare …” si sente ordinare concitato in lontananza ancora nel buio.
I muletti affannati corrono avanti e indietro … Cinque minuti dopo mi supera un grosso camion carico e traballante con un faro anteriore rotto … La luce pubblica si spegne, e i filini incandescenti delle lampade diventano sempre più flebili fino a sparire del tutto.
Ogni giorno di più a Sant’Andrea, nella zona semi dismessa degli imbarcaderi, c’è gente che dorme per terra all’aperto sulle panche, e sugli scatoloni posti sugli angoli della vecchia chiesa. Chissà perché, hanno sempre accanto un bel bottigliozzo semivuoto o vuoto … Mi sfila accanto un signore con una coperta in spalla … Forse fa freddo in questa stagione estivaautunnale … Esistono tanti tipi di freddo.
Incrocio anche la solita signora tutta elegante, scosciata, firmata, capelli al vento … diretta a pulire cessi, vuotar cestini e far pulizie. Ogni giorno profuma da mal di testa, lascia dietro la scia … Cuffiette agli orecchi, nenia a mezza voce motteggiando con la testa e le braccia … Sembra un monumento alla spensieratezza. Tutta in mostra … bel lato … bel faccino … c’è sempre un “calabrone” molto più attempato di lei che le gironzola intorno come una mosca sfacciatamente galante …
I davanzali dei veneziani traboccano di fiori … e tanto per cambiare, in fondo, dalla parte della montagna, scendono nuvole che promettono pioggia … La laguna è diafana, piatta, liscia … come in attesa. Rispecchia le isole, il verde, le nuvole del cielo. Sale una bolla dal fondo e si allarga in mille cerchi concentrici sempre più ampi.
Appare la solita gente in attesa alla fermata, i soliti volti inossidabili scendono dai bus scorrendo verso il lavoro giornaliero … Quello con gli occhiali scuri, quello con i cappelli in aria irti di gel, quello trasandato che si accende tremolante l’ennesima sigaretta della giornata … la solita donna infreddolita che s’infagotta e tira giù il minuscolo maglioncino per dissimulare curve rotonde e prominenti … l’altra, piena di borse, parla concitata e infastidita al cellulare col giubbino avvoltolato male fra spalla e collo … Il solito anziano impegnato a far pipì in un angolo … La spazzina ha accumulato in un angolo un centinaio di grandi sacchi neri dei ristoratori e degli alberghi pieni di tutto: alimenti, bottiglie, plastiche e tutto il resto … La“differenziata” è un optional, discorso da mamme e maestrine … Disfiamoci pure di tutto alla rinfusa, fa lo stesso … Aggiungiamoci una mancetta e il gioco è fatto … Venezia rimane ugualmente da sogno, pronta ad accogliere un’altra ondata di ospiti foraggiatori …
 “Linea 5 … Aiport ?”
 “No ! No ! … El vaga de là !”
Si mostra un sole grasso impassibile sull’orizzonte, che sbava riflessi di luce sull’acqua dipingendo la laguna di rosa, arancio, viola … di poesia, e d’indescrivibile bellezza. Gli antichi cannoni a metà del ponte sono sommersi dall’erba alta e rinsecchita  … Poco più in là un migliaio di gabbiani, ibis, cormorani e gabbianelle sono convenuti a becchettare e zompettare sui bagnasciuga grondanti delle barene lagunari in un tripudio di versi rauchi e sbattacchiare d’ali … Il treno sferraglia tagliandomi la scena a metà … Il verde denso e prevalente della Terraferma sostituisce l’acqua lagunare …
La solita giovane donna magrolina sta seduta davanti ascoltando musica dalle cuffiette e dondolando ritmicamente la testa … Due donne fresche e abbronzate con i sandaletti intonati con le unghie dipinte, tengono stretto lo zaino con moschettoni, bastoncini da trekking e ramponi. Una ha i seni rivolti all’insù, sotto l’unica maglietta leggera nell’aria fresca del mattino.
“Devo contattare l’avvocato per sistemare la separazione prima di andare in ferie … I figli sono ormai grandi, s’arrangiano da soli …”
“Che disdetta ! Io lavoro e il mio nuovo compagno è in ferie, e viceversa … Arriveranno mai tempi migliori ?”
“Sai che l’isola di Poveglia costa 530.000 euro per 99 anni…”
 
Pensieri sparsi nell’autobus del mattino … A San Giuliano accanto alle serre abbandonate e invase dalle erbacce corrono tutti stamattina … Tonici, muscolosi, flessuosi …sembrano statue greche che corrono all’alba … Beata gioventù. Un uomo con la coda fa yoga immerso nel verde. Lo osservo immobile, mimetizzato perfettamente, invidiabile … Gli suona il cellulare, si scuote immediatamente, si trasforma smanacciando e gesticolando nell’aria logorroico … S’è rotto e guastato l’incanto, la poesia bucolica mattutina …Mi aspetta la solita giornata di lavoro.
Un uomo anziano in bici procede lentissimo, quasi al rallentatore … Sembra quasi immobile nell’aria, immortalato nel gesto di pedalare e di guardare distrattamente e stupito lontano … I manifesti inzuppati dalla pioggia e dal caldo umido si inarcano, s’afflosciano e si staccano scivolando giù dai muri fin sul marciapiedi … L’aria ha un intenso odore di humus, terra, ozono, forse di pioggia … Le automobili sono imperlate d’acqua, delle corde dondolano al vento, un anemometro gira vorticosamente e le tende dei negozi s’accorciano e riavvolgono automaticamente …  Un autista tutto intento a smanacciare il cellulare frena il suo bus vuoto incontro a un semaforo rosso sibilando e stridendo … Un extra comunitario armato dei suoi arnesi è già pronto e fermo in attesa della prossima occasione per pulire qualcosa o qualcuno … Una corposa donna delle pulizie con indosso un casco immenso, guida un motorino che romba come un’astronave per le strade deserte … Il solito tabaccaio di poche parole è finalmente sorridente, perché dopo anni chiuderà per ferie … nonostante la crisi.
Leggo un insegna: “UNIX-PROFUMERIE” … Sorrido … Fino a qualche tempo fa, Unix era sinonimo inequivocabile di uno dei più geniali e innovativi Sistemi Operativi per computer da cui è derivato anche il famoso Linux … Guarda te come vanno a finire le storie …
La scala metallica d’emergenza che porta sopra ai tetti… il rumore insistente e monotono dei condizionatori … quello delle pompe che spingono indomite l’acqua fino ai piani più alti … Ultime vedute panoramiche squallide … Basta cincischiare con i pensieri …  è ora di scendere a lavorare.
“Fra poco, in un reparto d’ospedale di dieci stanze ci sarà anche la camera undici per i vecchi infermieri in ciabatte con la sciatica. “Arrivo !” grideranno in lontananza al paziente che chiama … e scenderanno a loro volta dal letto per raggiungere i malati dopo un quarto d’ora di faticoso corridoio …” esordisce la collega.
“Aprimi quella finestra … almeno socchiudila, perché sto soffocando.”aggiunge il primo paziente della giornata.
In certi casi, quando sei malato, la vita assume priorità diverse. Cose che di solito sono importanti non contano più niente. Diventa importante non annaspare nel letto, non dover stringere ancora i denti in attesa che passi l’ennesima ondata di dolore … Conta vincere la nausea, riuscire ad abbandonarsi al sonno per dimenticare almeno un poco il domani difficile che non forse non avrai più.
 
“Che ci facciamo qua a più di cento anni ? … In queste condizioni … Servirebbe un satellite intelligente che guardasse dall’alto le carte d’identità di ciascuno … e “Zott !”, provvede con un flash pulitore definitivo … Oppure ci vorrebbe un cabina, come quelle del telefono, o uno di quei biroccetti per farsi le fototessere … Il vecchio annoso o preso male entra, si siede comodo, prende le misure e lui, o chi per lui, schiaccia un paio di bottoni rossi e grandi e fa piazza pulita di questo vecchiume che siamo … Dove vuoi che andiamo a finire con questo mondo sempre più pieno di vecchi bisognosi e richiestivi …”borbotta un anziano brontolone e spiritoso che ormai conosco bene.
Arriverò mai a cento anni ? E avrò mai una lucidità del genere ? Già ora mi sembra che sto per …
 
“Assieme a mia sorella spendiamo trecento euro al giorno per procurarci tre badanti per la mamma … Una ogni otto ore, per coprire tutte le ventiquattro del giorno … Non sappiamo più come fare … Mi prende la malinconia, lo sconforto … E mia mamma mi dice: “Fatemi morire  ! … Voglio morire ! … Prendimi ! Buttami giù dalla finestra.” … Che consolazione … Comunque dobbiamo vivere, invece, fin che si può, fin che ce la facciamo … La malinconia e lo sconforto prendiamoli e mettiamoli in una sporta, e buttiamoli giù dalla finestra ogni mattina … La malinconia ci spegne e ruba il vivere e la speranza … Bisogna accontentarsi di cose piccolissime … Godersi il fatto di aver agito meglio che si può …”
 
E’ un familiare sconsolato … ma che ci insegna come vivere e comportarsi in certe circostanze difficili … Passa un poco, e lo stesso figlio esasperato perde il controllo e prende a ceffoni la madre ammalata … S’interviene, l’infermiera è costretta a chiamare il medico di guardia. Quasi ci si azzuffa nella scena concitata e surreale, quasi incredibile … Anche questo è l’ospedale in questa estate che non c’è. A volte tutto sembra sconvolgersi, ribaltarsi anche i più buoni propositi … anche i cervelli.
 
“Faccio il tassista … Qualche giorno fa, mi hanno consegnato un vecchio dicendomi: “Portalo in giro, portalo dove vuoi, basta che me lo togli dai piedi per un poco…”
“Ma dove ?”
“Dove vuoi tu … Fagli fare cento-duecento chilometri … e poi me lo riporti. Così tiro il fiato un attimo …”
“Sono cambiati i tempi … La società è piena di gente divorziata, figli unici, e gente sola ed esasperata … Gli abbandonati sono in grande aumento, e c’è gente che non ha più soldi e più nessuno che li assista … L’ospedale non più come un tempo in cui entravi e non ne venivi più fuori … Era la discarica dei vecchi, che passavano di mano in mano e di reparto in reparto tenendoli dentro il più possibile … Oggi DRG, scadenze, tempistiche, indicazioni regionali e delle ASL hanno cambiato tutto … Siamo giunti all’assurdo: rimani dieci ore in Pronto Soccorso col vecchio mezzo moribondo che non parla più, e dopo ti rimandano a casa lo stesso con due pastiglie in mano … Però se per strada pesti una zanzara o una rana si scatena un putiferio … Non c’è iniziativa sociale, né voglia di promuovere il bene pubblico, ma solo quella di spremere lo Stato per arricchirsi alle sue spalle o procurarsi piedistalli di favore e privilegio … Esiste ad esempio vicino a casa mia una villa abbandonata con un bel parco che un tempo apparteneva agli Ebrei … Se ne potrebbe ricavare senza tanti problemi una bellissima residenza per anziani vicina alla città, anzi nella città stessa … Invece, è sempre lì abbandonata e sempre più cadente … Manca la voglia … e viceversa imperversano gli sprechi più ignobili …”
 
Misuro la pressione, la saturimetria, il ritmo cardiaco, la glicemia, il dolore … Lo ascolto e lo guardo mentre assiste sua moglie invalida … Come dargli torto … Mi si accende improvvisamente nella mente il pensiero con il volto della parente che a sorpresa le sta cadendo il mondo e la vita addosso.
“Ognuno ha le sue … Trabocchiamo tutti di storie difficili …” penso in silenzio. “Tutto passa, trascorre, si mescola e rompe. Anche certe oasi rigogliose che ti parevano immortali e indistruttibili, invece cedono, rivelano crepe che non immaginavi … L’acqua scappa via lasciando spazio all’arido deserto che invade tutto … Rimangono le briciole … niente … l’arsura …”
 
Mi distrae dai pensieri un altro collega che commenta alcuni fatti più o meno recenti.
“Hai visto ? I vecchi picchiati, i disabili vessati in ospedale dagli Operatori … Che schifo ! Che vigliacchi …”
“E’ un gesto in un certo senso giustificabile … lo stress, la tensione, il disagio del lavorare in certe condizioni…” commenta un altro collega.
“Allora anche l’insegnante che picchia i bambini è giustificabile … Il tossico che distrugge e devasta la famiglia. Chi rimane senza stipendio, col mutuo da pagare o disoccupato e s’incatena, può sfondare le vetrine e dar fuoco a tutto … Tutto diventa plausibile … Hai un problema ? Ti devi sfogare su chi è indifeso e non c’entra niente … Sarebbe l’espressione deprimente della nostra inciviltà…”
 
Ci s’accapiglia subito sulla questione, ci s’incastra con i discorsi … Alla fine il collega si ricrede, si rimangia elegantemente quello che ha appena affermato.
 
“Non mi sono spiegato bene … intendevo dire …”
 
Per fortuna il lavoro ci chiama, e usciamo dai discorsi … Penso che siamo fragili, friabili anche noi, non solo i pazienti … Bisogna stare attenti, basta poco … A volte un niente.
Trascorre la mattinata, ed esco dall’ospedale, come se suonasse la campanella alla fine delle ore di scuola. M’immergo e torno ad incontrare la vita di fuori … quella che diciamo “normale”. Mi passa accanto uno con un camicione lungo celeste ricamato, senza colletto, lungo fin sotto alle ginocchia. I costumi oggi non hanno più confini … Abbiamo il mondo in casa.
Un uomo sale traballando nel bus tenendo stretta fra le mani una cassetta piena di piccole angurie … Una donna attempata si sventola con insistenza affannata per il caldo … Improvvisamente le suona il cellulare nella grossa borsa che tiene sulle gambe … Ne estrae ben tre prima di rispondere a quello giusto.
Il sole è cocente e l’aria del bus chiuso è asfittica e calda … Una ragazza seduta sul primo posto del bus azzanna “a quattro ganasce”il paninazzo imbottito del pranzo … Un’altra donna porta un vistoso turbante azzurro vivissimo … perché non ha più capelli … Un anziano lascia il posto a un anziano più vecchio, traballante, e malandato di lui … Sale una nonna racchiusa in un ampio vestitone estivo color ocra. S’affanna come una chioccia premurosa intorno a suoi nipotini coloratissimi e incontenibili … A una fermata alcuni stranieri s’arrabattano a chiedere il biglietto presentando al conducente una manciata di euro incomprensibili … Alcuni anziani seduti più avanti parlano fra loro ad alta voce. Indovinate di che cosa ?
Ma di esami del sangue, di malattie, acciacchi, prostata e dintorni ovviamente.
“Alla nostra età ogni tanto si diventa patetici … Crediamo d’ingannare gli anni e la vita … Non è possibile ! Bisogna rassegnarsi, mangiarsela, accettare gli acciacchi e di perdere i pezzi …”
“E allora la vita è tutta: questo no, quell’altro no, quell’altro ancora neanche … Niente dolci, niente bere, niente fumo, basta donne, pochi sforzi … Tutto poco o niente. E’ la nostra regola di vita da vecchi… Vai dal dottore, e ogni volta gli lasci un bel pezzo da 150 o di più per sentirti dire: “Va tutto bene … Ci vediamo fra qualche mese.”
“Al prossimo centone di euro ! … Vorrai dire …”
“Sono stato a trovare Antonio … E’ bravo davvero. Professionale al massimo. Tiene ricevimenti, è in grande attività, fa di tutto … E’ arzillo perché ha pescato l’attività giusta per lui, per tenerlo in forma senza grande fatica. E’ pieno di soldi … Ha detto ai dipendenti: Basta ! Sono stufo di far soldi e di combattere con la burocrazia e la crisi … Ecco qua, gestite voi, fateli anche voi. Io rimango socio, datemi una parte, e rimango a guardarvi … L’unica cosa, porta l’occhiale con l’apparecchio acustico sulla stanghetta. Ma che vuoi che sia ? … Se è spento non capisce una sola parola …” 
“Ah … Da giovani girava tutto … Ci tirava la brocca … Adesso non tira più niente in ogni senso … Bisogna rassegnarsi e vivere lo stesso prendendo ciò che viene… comprese cento pastiglie al giorno … Per fortuna ho la mia vecchia che mi “rancura”, e  allora prendo tutto quello che accade con filosofia … Altrimenti sarei finito del tutto.”
Di fronte a me siede una giornalista di mezza età che discute al telefono … “Ho partita IVA  … ma sono quasi senza contributi e anzianità … “Ho scritto qualcosa in giro ultimamente … poca cosa …Ma adesso come faccio ?  Sono una qualunque disoccupata lasciata a terra … Ho un curriculum povero, sono senza continuità … Sogno una pensione impossibile … e sono da sola… Un tempo il nostro era un mestiere d’oro …”
 
Di fronte le siede impassibile una signora appena tornata dall’aeroporto. Divora con gli occhiali appoggiati sulla punta del naso il quotidiano accanto alla valigia tappezzata di scontrini … Fuori in laguna: i soliti uomini se ne stanno immersi a pescare con l’acqua fino alla cintola … La laguna scintilla, la distesa d’acqua magica lampeggia celeste e argentea. Le isole sembrano galleggiare alla deriva.
Dentro al bus: un’altra donnina dagli occhi acquosi quasi trasparenti dietro a enormi occhiali da sole, e con una carciofaia di capelli in testa dal colore impossibile, sonnecchia ciondolando la testa sul mento a pappagorgia. Giunti al capolinea si scuote e ridesta: “Devo scendere al Policlinico.” dice all’autista.
“Siamo già a Venezia signora … Ha preso sonno.”
 
Nel canale vicino a Piazzale Roma un motoscafista guida indifferente e tranquillo il suo taxi … I turisti ignari occupano gli spazi godendosi l’esperienza dentro alla città incredibile … Prendono il sole torrido, affollano i portici, spiccano mille lingue diverse, vanno a caccia di ricordi e sensazioni speciali.
Davanti alla porta della Facoltà Universitaria di Chimica un uomo sulla cinquantina, vistosamente fradicio, piccolo e tarchiato, col cappellino rovescio, una maglietta nera “metal”, un po’ barbogio e forse un tempo con una sua eleganza innata … blatera ad alta voce incazzato a mille. Una casualità ? O forse un sogno infranto, magari un monito.
“Bosone, trisone, quadrisone … Certamente ci sono … Chi li ha inventati ? Berlusconi ? … Certamente no … Significa quindi che qualcosa c’è …” 
E ride, ride, ride … applaudendosi … Nella mia mente lo associo al pensiero recente di un altro mio collega.
 
“Con le nuove tecnologie e la mentalità globale attuale, è arrivato forse il tempo di provare a “cubare la sfera” piuttosto di provare a “far quadrare il cerchio” come si è provato a fare fino ad oggi …”
Sorrido … e richiudo la porta di casa … Anche oggi è accaduto … molto simile a ieri … e forse a domani.
ago 5, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – sesta parte.

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“BERTILLA …” - sesta parte.

“Conosco bene Riccardo che lavora al Porto con le Grandi Navi, da bambini eravamo compagni di classe alle elementari. Conosce tutti, ed è amico anche di certi che viaggiano dentro a quelle immense città galleggianti.
Un giorno mi ha detto: “Vieni che ti porto a mangiare in Paradiso !”
Mi ha messo addosso una pettorina gialla, e mi ha fatto salire dentro a uno di quei bestioni bianchi bellissimi. All’interno sono proprio splendidi, sembrano un castello delle fiabe, un posto brillante pieno di cose eleganti e scintillanti … e poi si mangia davvero bene seduti a tavoli bene addobbati e imbanditi. Sembrano la tavola di Natale di Miranda e Lucio … Riccardo mi ha accompagnata in giro in quella specie di grande Luna Park: la piscina con gli scivoli, il cinema, la discoteca, i negozi … una città ! Ma io sono stata attenta a non comprare niente … Non sono mica scema, conviene di più acquistare al supermercato vicino a casa … E poi, sono tutte cose che non mi servono … Alla fine siamo scesi, e Riccardo mi ha accompagnata fino alla porta della Dogana.
“Davvero un Paradiso ! … Grazie.” gli ho detto.
Salutandomi mi ha risposto: “Guai se mancassero le Grandi Navi … Diventerei come te.” Questa frase non l’ho capita molto, ma rimaniamo sempre grandi amici fra di noi …”
 
C’è stato anche un tempo in cui Bertilla ha lavorato come bidella nella scuola delle Suore. Non è che la pagassero granché bene, perché lavorando dall’alba al tramonto a far di tutto: pulire finestre, pavimenti e anche i cessi, eccetto la domenica, portava a casa di stipendio quasi la metà di quanto aveva guadagnato altrove.
“Ma lavoro è lavoro !” pensava Bertilla … Lo diceva sempre papà:“Sempre meglio che niente.”
 
All’inizio tutto andò bene, ma dopo qualche mese i bimbi la prendevano in giro per le sue scarpe tozze, il berretto uguale e consumato sempre in testa, e il modo ciondolante di camminare.
“Ecco lo gnomo dei boschi ! … Sembri un cow boy senza pistole!” le dicevano mentre a metà mattina portava puntuale il cesto con la merenda durante la ricreazione. Bertilla non ci badava, lasciava dire, aveva sentito ben di peggio nei suoi riguardi. Suor Flaminia, la Direttrice, era stata categorica.
“Bertilla: solo mezzo panino e una cioccolatina per ciascuno. Non di più !”
 
Erano tavolette di cioccolato davvero microscopiche, che non aveva mai visto da nessuna parte se non dalle Suore … E quelli avevano sempre una fame impressionante, Bertilla lo sapeva, perché li vedeva ogni giorno all’opera in mensa. Però gli ordini sono ordini: “Mezzo panino e una cioccolatina … Non di più.”  E a chi intendeva fare il furbetto Bertilla pestava la mano … ma piano, senza fargli male.
“A chi credi di farla ? Non sono mica scema io …” diceva sottovoce alle loro spalle quando i furbetti si allontanavano. Finché anche in quella circostanza partì lo schiaffo vero, quello di troppo … quello importante e finale. In certe occasioni Bertilla non sapeva proprio controllarsi, era più forte di lei, e partiva con “la mano risolutrice”. Le Suore la lasciarono a casa in cambio che la madre di quel bimbo non presentasse denuncia alla Pubblica Sicurezza. I segni rossi di quello“schiaffo ben dato” erano rimasti visibili per diversi giorni sul viso, e a quella mamma dispiacque soprattutto la figuraccia che lei fece con le sue amiche pettegole. Non gliene fregava niente di educare bene quel suo figlio viziato.
A dire la verità, quei bambini erano poco tranquilli e molto negligenti, a volte terribili. Lo dicevano sempre anche le maestre, che erano tanto gentili con lei. “Sono ingestibili e selvaggi … Di bello e importante hanno solo i soldi.” Commentavano così anche le Suore.
Bertilla era dovuta intervenire in più di un’occasione a modo suo, perché lei non possedeva la pazienza delle insegnanti. Una volta spezzò in due il pennarello di un ragazzino che scriveva sui muri … Un’altra volta prese per i capelli facendolo piangere di dolore quel bimbo “stupidino” che tirava in continuità le trecce e i capelli alle bambine.
“Adesso hai provato anche tu che cosa significa !” gli aveva spiegato. Ma era stato inutile, e lo “stupidino” era andato a piangere dalla Direttrice. Suor Flaminia le aveva raccomandato di non farlo più. Bertilla “mano svelta”, come la chiamava Suor Flaminia, aveva tirato anche un altro ceffone, sempre allo stesso, allo “stupidino”, facendogli sanguinare un poco il naso. Lo aveva scoperto a rubare nelle tasche dei cappotti dei compagni. “Figlia di puttana !” le aveva detto mentre lo stava trascinando “tirandolo per gli stracci” fin dalla Direttrice. Bertilla non ci aveva più visto … Non si potevano dire quelle cose della sua mamma che non c’era più. E l’aveva menato dritto in faccia con un ceffone a mano aperta “ben dato”. Lo “stupidino” aveva fatto un capitombolo, e il sangue era schizzato sui muri del corridoio del piano di sopra.
“Non puoi agire così !” le aveva detto Suor Flaminia arrabbiata come non mai. Bertilla non aveva capito perché … Doveva rimproverare lo“stupidino”, e invece se l’era presa con lei … come se fosse stata lei a sbagliare, e non lo “stupidino” a sbagliare rubando e offendendo.
“Valle a capire le Suore ! … E’ inutile.” pensò Bertilla, “Qui ha sempre ragione chi paga, e non chi ha davvero ragione.”
 
Da quel giorno Bertilla rimase a casa sospesa, e non mise più piede dentro alla Scuola delle Suore. Hanno dovuto rincorrerla un’altra volta per strada perché andasse a ritirare l’assegno con i soldi che aveva guadagnato e ancora avanzava dalle monache. Non le aveva capite quelle donne …
“Non capisco da che parte stanno … Se dalla parte delle cose giuste, o dalla parte di chi paga e per questo ha sempre ragione.”
Se lo ripeteva in continuità, non le era andata giù quella faccenda … Bertilla era arrabbiata con loro … e anche con certe mamme che non sapevano essere mamme “come si deve”. Quella volta, Bertilla non uscì di “casa” per due giorni, e rimase senza mangiare né bere. Era troppo incazzata con tutti.
E dicono d’essere educatrici, e d’insegnare come si deve vivere e comportarsi … Bah !”
 
Comunque, quelli delle Suore furono soldi “buoni”, e li aggiunse a quelli che teneva nello zainetto.
“Meglio così ! Perché da un po’ di giorni il mucchietto stava diminuendo paurosamente.”
 
Oggi Bertilla lavora come magazziniera a tempo determinato in un supermercato. E’ facile. Lavora sempre da sola spuntando la lista delle cose da fare sulla lavagnetta che trova attaccata sopra alla porta. Spesso lavora anche di notte per riempire gli scaffali. Bertilla è contenta perché sta al caldo d’inverno e al fresco d’estate … Che cosa può sperare di meglio e di più dalla vita?
“Non è un posto fisso, ma fin che dura … Sempre meglio che girare per le strade … Il Direttore mi ha detto che probabilmente, vista la mia buona volontà e precisione, mi potrebbe tenere ancora. Deve sentire però i suoi capi perché siamo in periodo di crisi … Basta però che non gli chieda aumenti e troppi soldi per far le notti e le festività. I colleghi mi chiedono spesso il cambio di turno, soprattutto di quello notturno … A me piace lavorare nelle corsie deserte, silenziose e illuminate, disturbate solo dal ronzio dei frigoriferi e dal sibilare dei pipistrelli che escono dalla soffitta. E se ho fame … è tutto facile, lì dentro non mi manca nulla, c’è di tutto, anche il superfluo, e tutte quelle mille cose inutili che affascinano e ipnotizzano la gente fino a riempirsene i carrelli … A me non servono …”
 
Bertilla … è un nome come tanti. Una storia come tante … anche se un po’ “così”, forse diversa.
“Il mondo è pieno di storie, grandi e piccole, belle e brutte, rotte e rovinate, dette o mai raccontate. Alcune non sono mai finite, girano contorte seguendo un verso strano … La mia è una di queste. Avrei tante altre cose da raccontarti di me … Scrivile pure, tanto non interesseranno e non le leggerà nessuno.”
 
L’ho rivista anche ieri mattina Bertilla. Era distesa sulla spalla di un ponte dalle mie parti e parlava con un gatto. Teneva infilato sulle spalle il suo solito prezioso zainetto … S’è tagliata la coda dei capelli, ora li tiene corti, cortissimi … perché si sono spruzzati di bianco. Stavolta aveva gli anfibi ai piedi … e grattava il collo al gatto che le faceva le fusa … Gli parlava fitto fitto vicino agli orecchi, sorrideva raccontandogli chissà quali cose.  Per un istante si è rivolta dalla mia parte sentendomi passare … ma non mi ha visto, anche se l’ho salutata col cenno della mano.
Oggi per Bertilla ero trasparente … nessuno, come tanti altri … come tutti. E’ così ogni volta che Bertilla è sola con se stessa. Ma so che si sente bene così.
Fine della sesta e ultima puntata … Grazie che mi hai letto.
ago 3, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BURANO … SENZA COLORI.”

burano_colored_houses - Copia (2)
Sono le due e diciotto minuti del mattino, la notte è nera e totalmente silenziosa … La gatta mi ha dormito in testa, una specie di colbacco tiepido, peloso e morbido … l’ideale per riposare bene prima di un’altra giornata di lavoro. Una leccatina, un’altra, una ronfolata giusto accanto ai miei orecchi, un’altra leccata sbrodolosa, un morsetto e una graffiatina leggera. Il messaggio è inequivocabile: “Qualcuno si alzi ! E’ ora di pappa … Sono affamatissima …”
Hai voluto una gatta ?  … Inutile rimanere lì a osservare il soffitto che non si vede. Inizia così l’ennesima giornata da attraversare. Ma oggi ho intenzione di attraversare anche qualcos’altro … di nuovo la laguna di Venezia verso Burano.
Verso l’alba il cielo si fa inquietante, sembra un forno del vetro di Murano acceso di notte. Un’alba buia, quasi invernale, se non fosse che siamo ormai quasi ad agosto. C’è solo una serie di strie rossastre e luminose in mezzo al prevalere di nuvole nere di pioggia. E infatti … pioviggina, tanto per cambiare.
Ci sono scenari in laguna che a volte non si possono descrivere. Non esistono parole, macchine fotografiche, telecamere e dipinti capaci di riportare e rendere certe sensazioni, emozioni e visioni. Sono scenari atmosferici, situazioni di colore, sfumature di luce e tonalità che si possono solo contemplare e guardare, costatare con gli occhi senza riuscire a dirli e descriverli decentemente … C’è da stare solo in silenzio e immobili a guardare e ascoltare e basta …
Poi cambia tutto in breve tempo: pioggia col sole. Le nuvole più fosche col sereno più limpido, la luce a braccetto col buio, l’umidore sciroccale col tergicristallo impazzito, la schiena col sudore che cola, la quasi apnea nel respirare nell’afa. Un raggio di sole percorre la scena d’infilata creando prospettive luminose e contrasti bellissimi mescolati ad ombre decise come da dipinto naif. Le nuvole nere in controluce lasciano cadere coltrine di pioggia e dipingono un raro e pallido arcobaleno … In questa estate novembrina anche i gabbiani non hanno più remore, e sono senza paura di niente e nessuno. Sono diventati invadenti e sfacciati, s’intrufolano ovunque disinvolti fino a scendere a beccarti nel piatto …
E’ ormai mattina, e in cielo si va srotolando un enorme grumo di nuvole nere e fosche ad ovest. Il maltempo stavolta arriverà ancora più fisso del solito. Sembra quasi notte, e invece siamo appena alle sette del mattino. Una sciarpa nera zigrinata dai fulmini, un muro ci sta venendo incontro … I gabbiani stavolta hanno lasciato soli sull’acqua tutti i piccoli, probabilmente se ne sono andati altrove in cerca di cibo. Le “cocalette” solitariepasseggiano in mezzo al fango … Accade ancora l’ennesimo spettacolo lagunare, è tutto un susseguirsi inesauribile … Sotto a un cappello bassissimo di nuvole nerissime, quasi un tutt’uno con la laguna, separato solo da una stretta fessura, il sole splende luminosissimo e coglie d’infilata la laguna cerulea. Quasi tutto diventa verde-grigio, e ogni cosa intorno s’illumina in maniera stranissima, quasi misterica … Migliaia di gabbiani tornano strepitando e volando, e scendono a pescare sulle barene che trasudano laguna … In lontananza vedo una foresta d’alberi di barche a vela ormeggiate che dondolano appena sull’acqua di una bellezza e con trasparenze indicibili. Lo spettacolo scenografico che ho di fronte sembra un enorme coperchio appena sollevato su un mondo speciale e recondito, lussureggiante, quasi sospeso nel nulla in attesa dell’incipiente temporale.
La mente si nutre, si sente beata di fronte a tutto questo vedere … Mi sento vivo, contento d’esserci.
“Ma come fai a spingerti fino in fondo alla laguna dopo una giornata di lavoro ?” mi chiedono.
“Non so … Bisogna anche vivere, non solo lavorare … anche se con gli stuzzicadenti per tenere aperti gli occhi. Mi piace a volte nutrirmi di qualcosa di bello e per certi versi familiare, seppure per poche brevi ore preziose…”
 
Strana la vita ! Spesso la mente sclerotizza immagini di persone e situazioni così come le hai vissute e incontrate negli anni passati. Dentro di te rimangono indelebili nei ricordi, fossilizzate immobili e immutabili, sempre uguali a com’erano nei momenti che hai vissuto. Nella realtà invece, le cose come le persone e le circostanze cambiano … e moltissimo. Quando le rivedi e incontri, o ripercorri certi posti magari dopo venti, trenta, quarant’anni, rimani di stucco, allibito, impietrito. Non sono più loro, non è più quel posto di prima. Sì, c’è qualcosa, dei tratti, dei rimandi, delle sembianze come tracce e trasparenze, ma allo stesso tempo è tutto diverso, irriconoscibile. Devi costatare che è passato il tempo, e soprattutto ha agito. Giovani pimpanti di allora oggi sono vecchi, bimbe in braccio alle mamme sono diventate donne formate o addirittura nonne con in braccio il nipotino. Certi volti che da troppi anni non incontri più se ne sono anche “andati” in punta di piedi e per sempre, e tu non lo hai neanche saputo. Per forza non li incontravi più per strada, e non ne sentivi più parlare … Ed ecco spiegata anche quella faccia truce e triste di quel suo fratello diventato tanto silenzioso …
Ma è così … Tutto passa, tutto trascorre, tutto fluisce inesorabilmente …
Torno a osservare la laguna che si distende e spalanca davanti ai mie occhi. E’ cartavetrata increspata dal vento, verde schiumosa. Il cielo si è fatto plumbeo, come partecipe alla natura della ruota degli eventi.
Le file dei cantieri … motoscafi lanciati in barba al moto ondoso alzano alte creste bianche di acqua e schiuma… le onde corrono e si sparpagliano ovunque, sbattacchiano violente, corrodono, sgretolano e sbriciolano fondamente, bricole, pali e case … Altre barche beccheggiano come gusci … immobili, ancorate in mezzo al niente … Gli aerei sullo sfondo scendono e salgono in cielo … ascendono e discendono in un gioco a dondolo senza fine e senza sosta … Campanili si sovrappongono sull’orizzonte mentre il nostro pigro battello segue la linea sinuosa e tortuosa e arzigogolata dei canali lagunari.
L’isola dei morti … l’isola del vetro … sacche verdi, capanni, selve di antenne e paraboliche, barche dismesse, rovesciate e abbandonate … gli immancabili Giapponesi … sempre loro, presenti ovunque, come funghi dopo la pioggia … case nuove, case vecchie, muri scalcinati, panni stesi colorati … L’unico convento importante rimasto,  il campaniletto con le finestre murate … e ancora: palazzi, vetrerie, ponti in ferro, absidi e memorie … riva larga, riva stretta, i casini degli antichi nobili veneziani … è Murano.
Un bimbo in braccio a una giovane mamma, con gli occhi immobili a guardar lontano … Sembra finto, un vecchio bambolo … Salgono due vecchi vecchissimi, lei porta uno sfacciato rossetto rosa da ragazzina … Annuso odor di vecchio, vedo una giovinezza sfalsata improponibile e cadente.
Aggiriamo l’ultima casa in punta all’isola coi balconi spalancati sulla laguna aperta e l’acqua che morde le fondamenta sotto le finestre … Che invidia ! Possono vivere con sempre sotto gli occhi quello spettacolo … Una forma mentale diversa rispetto a chi vive in una contrada chiusa o dentro a una calle … Il pontile rugginoso perde i pezzi, l’aria è pregna di odore acre di pittura. Si cambia barca, e ci si spinge per salire perché parte in fretta …
Andiamo … e il vaporetto fende la laguna larga e distesa … Da ogni parte barene affioranti sulla strada acquea … L’acqua si rincorre, si cavalca sul bagnasciuga fino a raggiungere e disperdersi nei canaletti secchi e sui fanghi lucidi delle terre emerse. Una barca capovolta, marcita e abbandonata, ha perso parte della prua, mutila come un vecchio senza denti … l’odore intenso delle alghe.
Eccola ! Burano è sempre lì, distesa in lontananza, illuminata da un raggio di sole. L’isoletta di San Francesco del Deserto è più in fondo, di lato al viale segnato dai pali infissi nell’acqua … Sembra un’oasi galleggiante … La brezza fresca sa di marina, il mare si trova proprio lì, oltre quella striscia verde di destra, oltre quelle bocche spalancate dei lavori e delle“mangiate e imbrogliate faraoniche” … Sembra di sentirne il sonoro respiro infastidito.
La Torre Massimiliana, la riga dei Forti … San Erasmo chiesa e case … Curva a destra, curva a sinistra … la laguna sembra un serpente sinuoso addormentato … Sullo sfondo oltre le acque larghe e aperte si notano appena i riflessi della Terraferma e degli immensi hangar degli aerei dell’Aeroporto Marco Polo … San Giacomo in Paludo: la Madonnetta, il verde demilitarizzato lasciato a se stesso … e per ospite un unico cormorano nero … Madonna del Monte traforata di finestre e di edere … tutto è scoppiato … Una volta, una porta, un muro sempre più sgretolato e caduto ad ogni passaggio.
Il lontanissimo campanile di Treporti, la motonave bianca come un cigno in lontananza … Gli antichi orti delle monache di Santa Caterina di Mazzorbo … rimasugli del passato … Il canale di Mazzorbo, le vigne, i frutteti … la Madonnina col cappello in fondamenta … Si ripete la canzone dei colori e quell’aria frizzante e saporita che c’è solo qua. Appare Torcello sullo sfondo … A una donna cola giù il trucco dagli occhi … le onde increspano la distesa lagunare, ma è solo un attimo, una distrazione. Ormai siamo vicinissimi al campanile storto e alla festa dei colori … Una gonna sventola al vento.
Scendo a terra dal battello … Come sempre rimango solo …  Palazzi abbandonati al di là del canale, le altalene cigolano oltre i muri carichi di edere … Il vecjo pignèr raggiunto dalle passeggiate del nonno, le scolaresche in gita, e di nuovo il Ponte Lungo … e rieccomi a Burano sulla“Strada di Corte Comare”.
Giro e rigiro per Burano, mi sembra di non essere mai andato via … La chiesa di San Martin è in restauro … tutto sembra piccolissimo, mai stato così piccolo … Sull’altare ci sono i candelabri pesantissimi dell’oratorio di Santa Barbara, quelli creati fondendo i bossoli dei cannoni.
“Si fa un casino per un centimetro fra casa e casa, perché sono tutte piccole e appiccicate … Lo sternuto di uno rimbalza in casa dell’altro … è difficile convivere …”
 
“Come ? Ha novant’anni ? Ma se ieri ne aveva sessanta ?”
“Sicuro che era proprio ieri ? … Sei rimasto assente per decenni …”
La mente appiana, a volte perde la cognizione e la misura buona del tempo. Due anni, cinque, dieci … fa lo stesso. Se sono di più poi … Certi volti non li ho più incontrati dal vivo ma solo nei meandri nebbiosi della mia memoria. Nel frattempo è accaduto molto, moltissimo …
“Quante case diventate negozi !”
“Vero ! … “
“Il vecchio archivio non c’è più … E’ rimasto un grosso armadio con alcune cose, ma la maggior parte è stata buttata o portata altrove…”
“Peccato ! Un tempo in quell’archivio si schedava tutto e tutti … Anche gli sternuti di ciascuno.”
“E quella tondotta, carina, sposata con … ?”
“Ah no ! Adesso è magrissima e asciutta. Se la vedessi non la riconosceresti. Inganna gli anni, ne dimostra venti di meno. Ora sta con un altro … Uno da fuori, che non conosci di certo. I figli sono grandi, se ne sono andati a vivere fuori dall’isola, in Terraferma. Sono più comodi e liberi, l’isola la sentono stretta e soffocante …”
“E A. come sta ? … Avrà più di sessant’anni ormai.”
“Eccoti di nuovo … Sessanta ? Ne ha quasi novanta ! Si vede che manchi dall’isola da troppo tempo. Anche lei non dimostra gli anni che ha. Ne dimostra appunto sessanta, ha una faccia giovanile, ma li ha tutti ed è piena di tante magagne. Infatti non esce più di casa, sta sulla porta a fare i merletti con gli occhi socchiusi a fessura, a sorridere e chiacchierare con i turisti che passano … La sua casa è vecchia e decrepita come lei, le piove dentro, e un giorno o l’altro le crollerà sulla testa se qualcuno non interverrà per tempo …”
“I negozi non ci sono più … Non c’è più nessuno …”
“Gli esercizi funzionano solo per i turisti, e anche gli esercenti abitano fuori … Quando è notte chiudono tutto e se ne vanno. Quando è partito l’ultimo battello della sera il paese si svuota e sembra morto. Senza i turisti, e soprattutto senza la sua gente di un tempo, sembra un fantasma perso in laguna … Tutto è più piccolo, mignon, ridotto, quasi liofilizzato come il numero della popolazione. Siamo ridotti ad essere meno di duemila … “
 
Anche gli abitanti rimasti percorrono le strade di sempre e le sentono diverse, come se i passi risuonassero su un suolo concavo di sotto, con un’eco strana che rimbomba. E’ il rumore dell’isola che è sempre più vuota e disabitata.
“Il paese è sempre quello, ma non è più quello … Qui entravo a tagliarmi i capelli … Adesso vendono souvenir e merletti prodotti in Cina e Giappone … Lì c’era uno dei fruttivendoli del paese, il tabaccaio, il negozio di stoffe, quello degli elettrodomestici, la macelleria … Oggi: tutto souvenir e merletti, e basta …”
“I volti sono quasi gli stessi … O meglio, sono i figli, i nipoti di quelli di un tempo, ma sembrano gli stessi volti di sempre. I volti dei vecchi sono solo più carichi, massicci, e trasformati e consumati dagli anni. Qualche bella donna è quasi sfiorita … anche se conserva ancora il fascino dolce di un tempo. A guardarne una … ispira un misto di nostalgia e tenerezza, sembra le sia calato un velo di nebbia sul viso…”
“Ogni mattina l’isola viene presa nuovamente d’assalto dai turisti e dai campagnoli … Non ha più un’anima sua. Un tempo i turisti giungevano solo a certe ore, passavano in processione veloci, attraversavano il paese e sparivano velocemente. Solo qualcuno sostava a osservare i merletti o in qualche ristorante … E ancora più rari erano gli artisti che alloggiavano per qualche giorno consecutivo. Oggi sbarcano in massa, colonizzano l’isola per tutta la giornata, cercano di comprarsela e portarsela via … Però, guai se venissero a mancare ! Sarebbe la nostra fine, perché oggi viviamo solo di turismo. Quando mancano, si vede … soprattutto in tasca.”
“I vecchi cantano ancora nei bar, ma non ci sono più le osterie di contrada a conduzione familiare di un tempo. L’osteria era la casa allargata dell’oste e della sua famiglia, e gli avventore erano quasi gente di famiglia. Non si riparano più le reti di cotone, e neanche quelle di nylon … Non si riparano quasi più reti e cogoli da pesca, che un tempo tappezzavano l’isola in quantità, distese al sole ad asciugare come i panni lavati …” 
“Di bello c’è che diventati pochi si solidarizza di più fra di noi … Soffriamo tutti la stessa mancanza progressiva di servizi, e il fatto d’essere isolati e non autonomi che un tempo si avvertiva meno.”
“Burano è sempre stata isola, ed è sempre stata autosufficiente nel vivere. Ora sembra sia diventata incapace di esserlo, che da sola non riesca più a procurarsi le cose per soddisfare una vita quotidiana normale. Per sopravvivere qui bisogna andare fuori a fare la spesa, a cercare le molte cose che qui non ci sono più …”
“Tempo fa avevamo tutto, non ci mancava niente … Si capisce, con i nostri tempi lunghi, ma qui arrivava tutto, non mancava niente. Non sentivamo la lontananza da niente. A Burano si viveva semplicemente ma bene. Solo per i giovani l’isola è sempre stata stretta … Ma è sempre stato così. Ultimamente però questo fenomeno era diventato un segnale importante che nessuno ha considerato e letto a sufficienza. Si è poi aggiunta la crisi, la mancanza di lavoro, il fatto che in isola ogni cosa diventava costosissima. Perciò Burano si è spopolata, e si sta svuotando sempre di più …”
“Oggi ci sono più di duecento case in vendita e quasi tutte rimangono invendute … Man mano che muoiono gli anziani aumentano le case lasciate vuote, e l’isola si rattrappisce sempre di più … Tuttavia non bisogna piangersi addosso …”
“Serve adeguarsi, organizzarsi, e vivere lo stesso … Burano oggi è questo … La Burano di ieri non esiste più.”
“Ogni tanto però ritroviamo noi stessi, gli isolani rimasti, i Buranelli di sempre. Riscopriamo la nostra bella laguna da remare e percorrere in barca, i grandi spazi aperti, la Natura viva e i nostri colori sgargianti … che sono come noi … I Buranelli rimasti sono ancora quel popolo vigoroso, coriaceo, quasi duro …”
“Siamo battaglieri, critici, e permalosi fino ad essere baruffanti … Ma siamo anche generosi e sappiamo dimostrare raffinata gentilezza e dolce tenerezza … Siamo come la laguna che ci ospita … essenziali, ma splendidi…”
A volte giro, in un posto incontro qualcuno, ci vive, è casa sua … E quelli di prima ? chiedo. Quelli che c’erano da sempre ?” “Non so” mi hanno risposto … “Non li ho mai visti, sono qui da poco tempo … Non c’è più nessuno … Nessuno mi ha mai raccontato niente …” Tutto diventa estraneo, spento, diverso … Sembra improvvisamente un altro luogo. Su tutto quello che è stato “ieri” è calato un immenso velo traslucido e pallido, un vuoto colmato dall’obbiettività evidente dell’oggi. E’ un ieri che grida silenzioso fuori dalle pietre, ma che non esiste più …”
“Inquieta a volte questo immenso silenzio sul passato che è andato, e la diversità del nuovo che sostituisce il vecchio che non sembra non essere mai esistito …”
“Sembra un silenzio capace d’ingoiare tutto e tutti lasciando quasi niente … come delle tracce sul bagnasciuga o sulla sabbia, che il sole rinsecca e il vento cancella …”
“A volte è meglio distogliere lo sguardo da quelle rovine eleganti, stordirsi con una canzone, allontanare i le voci inutili dei ricordi … Impegnarsi in una gita altrove, guardare un film, leggere un libro che non sia “Il Tempestario” di Stefano Dei Rossi, e pensare a qualcosa di diverso piuttosto che rimanere lì davanti a pensare sul niente rimasto …”
 
Intanto in cielo, le rondini si esibiscono in acrobatiche capriole e “barille” incredibilmente basse, gridando isteriche sopra alla mia testa. Anche le cicale gridano incazzate la loro monotona canzone estiva … Il sole rosso e grasso, invece, si fa largo quasi sbracciando e sgomitando fra le nuvole in alto e le fronde degli alberi di sotto che riempiono la scena. Ora si è fatto alto, e la laguna tutta azzurra sembra trapuntata di mille spilli e impastata di riflessi … Le sagome scure delle isole sembrano navi alla deriva … Le lunghe reti delle serragge tagliano la laguna a fette … Tutto scorre e succede come sempre, e la Natura assiste placida e indifferente a tutto questo accadere che la coinvolge ma non la scompone affatto.
Non sempre la laguna “parla” allo stesso modo … A volte è apatica, altre volte refrattaria e scialba … qualche volta sa essere anche antipatica … è il destino delle lagune e delle isole.
“Stavolta ho rivisto una Burano diversa, più turistica e impersonale, tutta stretta dentro ai suoi ristorantini al pesce e alle sue boutiquette colme di souvenir e merletti finti … Una Burano più povera, vecchia, rammendata e poco viva … forse un po’ triste come il tempo in cielo.
Ho visto i pochi Buranelli rimasti frammisti alla folla eterogenea dei turisti … Sembrano scontrosi, distanti, rintanati, quasi irriconoscibili e privati della loro solita spavalda apertura cordiale, un’altra cosa … Da quando me ne sono andato tanti anni fa, sono accadute tante cose … forse troppe.”
“Sì … Burano ha vissuto la stagione degli ultimi sussulti di benessere, inutile nasconderlo ha visto anche passare il flagello dell’alcol e della droga che hanno mietuto la loro lista poco segreta di giovani nomi … Balbetta ormai la radio dell’isola, si sono ridotti i gruppi musicali straripanti dell’estro buranello … Tutti son dovuti passare e qualche volta naufragare per la strettoia della crisi che si è fatta sentire fin qui in fondo alla laguna.
I Buranelli adesso sono proprio pochi, anche se molte delle casette sono diventate delle piccole regge al loro interno. Ai Buranelli piace star comodi … Hanno il computer, anzi il MAC nelle case … Videociattano, gestiscono  la piccola azienda familiare, trattano in lingua con i turisti, e hanno il motore grosso in barca grossa … E se dei “quasi vecchi” come me si definiscono appartenenti “all’università della vita e della strada” perché non abbiamo studiato molto, gran parte dei nostri figli frequentano l’Università, si laureano e sanno il fatto loro. I BUranelli rimasti sono cambiati: ogni tanto fanno i croceristi, li ritrovi in capo al mondo e a zonzo per le montagne … Quello è stato in Sudafrica, quegli altri in Polinesia e in molti altri posti ancora … il mondo si è spalancato anche per noi, e si è fatto davvero piccolo e raggiungibile … Il sogno misero e romantico della Burano di un tempo è svanito, svampito e svaporato al sole dei nostri giorni. Burano oggi ristagna, anche se si dimostra disinvolta, accogliente e vociosa …”
“E’ una Burano diversa, un cartone animato coloratissimo … ma quasi irriconoscibile. Oggi ho incontrato una Burano sbiadita, quasi senza colori, trasudante pioggia e con un cappello nero di nubi in testa … Tuttavia è sempre un vivo spettacolo …”
 
Me ne vado, tornerò di certo … La giornata è stata densa, piena di emozioni e piccole sorprese. E’ ora di concluderla e spegnerla … ma senza dimenticare … per niente al mondo.
ago 3, 2014 - Senza categoria    No Comments

“AFRICA …”

Serengeti-National-Park-Sunset,-Tanzania

Mi piace ogni tanto, se ne ho occasione, conoscere e ricevere notizie di mondi che non sono il solito nostro. Non è solo curiosità, ma provare a recepire qualcosa di più di questo nostro unico grande pallone globale su cui siamo ospitati di passaggio. Se da una parte è vero che il nostro mondo ultimamente è diventato piccolo, e facilmente si riesce a spostarsi e recarsi quasi ovunque per incontrare e vedere di persona, dall’altra è vero che le immagini che ci facciamo del “resto del mondo” sono spesso stereotipe, parziali e un po’ artificiose, perché sono quelle che recepiamo dai canali turistici o quelle preconfezionate, condizionate e parziali che forniscono i media.

Incontrare quindi qualcuno che abbia raggiunto e attraversato liberamente certi posti, finisce per renderti davvero un pochino più erudito e partecipe di realtà lontanissime e per lo più immaginabili che fanno parte però di questo nostro pianeta.
L’Africa è una di queste. Dire Africa è dire tutto e soprattutto dire niente, perché comprende un’immensità di spazi, culture, storie e regioni che neanche immaginiamo. E’ un continente, perciò un’entità grandissima, immensa, che si estende da una parte all’altra del mondo. Già il riuscire a coglierne qualche spicchio, riuscire a collocare uno stato, una popolazione è fuoriuscire dal nostro non saperne e comprenderne quasi nulla. Anche se molti sanno soprattutto per le vecchie notizie scolastiche collocare qualche posto, l’Africa rimane per lo più un ambiente alieno, tutto da scoprire e capire.
E’ necessario innanzitutto uscire dall’immagine patinata e fasulla che viene fornita per la maggior parte delle volte dai Tour Operator e dalle Agenzie di Viaggio internazionali. L’Africa non è quella a cinque stelle dei Villaggi Turistici, né quella organizzata e “sotto controllo” dei Parchi Nazionali e dei Safari organizzati. Per tanti l’Africa è sinonimo di grandi animali, savana, spettacoli naturali selvaggi … l’Africa è molto di più, è soprattutto il risvolto di quella grande medaglia che spesso ci viene presentata.
 L’Africa è grande, tanto grande, anzi: di più. Significa spostarsi per sette, otto ore per giungere ancora al niente, per raggiungere posti simili o uguali a quello da cui sei partito. Le mete a volte sono posti privi di significato: una capanna di fango, un parente da visitare, una mano da stringere. L’Africa è grande povertà, miseria vera, essenzialità spartana, un insieme grandissimo di vite sparse con destini molto prossimi al niente. Per tantissimi lo scopo primario se non unico del vivere è proprio sopravvivere quotidianamente.
Questo significa sapersi e doversi destreggiare fra i bisogno primari: un tetto sulla testa, l’acqua da bere, qualcosa da mangiare. Un tetto forse è la cosa meno difficile da procurarsi, l’acqua è un bisogno spesso drammatico perché negli ultimi tempi è nascosta ben cento e cinquanta metri sotto terra. Riuscire perciò in qualche maniera ad approvvigionarsi è quasi una sfida, e un bisogno a volte irrinunciabile. Come quello del cibo che spesso è ridotto solo a qualcosa di commestibile da ingoiare per vivere. Una birra, un po’ di polenta, uno striminzito polletto microscopico mangiato con le mani e per terra … ed è già festa alla luce della lanterna, senza acqua, luce, riscaldamento, telefono, wc, gas … e molto altro ancora.
Si capisce, anche in quei posti, e sto parlando della Tanzania nell’Africa Orientale, ad esempio, vige la legge che chi possiede risorse si può permettere di più. La Tanzania è sull’Oceano Indiano, di fronte al Madagascar … Un paese reduce dalla colonizzazione di stampo tedesco e inglese, significa le grandi mete famose:Kilimangiaro Pare Mountains, Serengeti, Ngorongoro, Monte Meru, Lago Vittoria, Natron e Tanganica, Rift Valley … e molto altro ancora … e di più.
Chi ha soldi può nutrirsi, dotarsi di cultura andando a scuola, e di conseguenze avere più chances per trovare un qualche lavoro. Si tratta di una specie di catena esistenziale: chi possiede qualcosa esce dal lurido villaggio disperso e si posiziona in uno più significativo. Chi ha di più passa alla cittadina, poi alla grande città, mentre i più fortunati guardano alla capitale: Dar es Salaam, o osano spingersi all’estero nel grande mondo ignoto e fantasioso, che poi risulterà essere meno paradisiaco di quel che si sogna.
Gli incontri: tanti ! Bambini ovunque, spuntano come i funghi dopo la pioggia. Vivono e giocano con niente in capanne di fango che contengono niente, si vestono di niente, possiedono niente … Non cellulari, televisione, giochi elettronici, vestiti firmati, automobili, barche, motorini … Niente è la regola della normalità.
Ma per loro è un niente piacevole, in cui stanno a loro agio. Basta poco, un lieve solletico, una smorfia non ambigua, un sorriso sincero e disinteressato e ti fai mille amici fra i tantissimi che frequentano la scuola e il catechismo in divisa verde … Ti cantano il benvenuto, ti incoronano con i fiori, ti offrono ospitalità e il niente che possiedono … Incontrare una persona dopo tanto tempo, ospitare qualcuno, andare a scuola, scoprire qualcosa che non sai, recarsi in chiesa per pregare e cantare è una festa. Non importa essere Cristiani o Musulmani, fa poca differenza, è una componente importante del vivere, qualcosa che induce a danzare, cantare, gioire, soffrire, condividere una volta di più … Incontri di tutto: giovani, adulti, anziani. Incontri anche i soldati, i tipici esponenti di governi corrotti e paramilitari che vendono le risorse del paese ai migliori offerenti mondiali continuando a lasciare il paese nella retrograda indigenza … Bisogna stare attenti, essere prudenti … Prima ti sparano, poi ti chiedono chi sei … e facilmente ti puoi ritrovare in qualche buia e dimenticata prigione … Qualcuno affascinato che desidera solo toccare la tua pelle incredibilmente bianca … Altri che gioiscono davanti alla magia di una foto, un minuto di video condiviso, l’accettare di posare insieme a loro, una stretta di mano disinteressata …
“Che cosa sei venuto a fare e vedere in Africa ? … e fin qui a Dodoma ?”
“Voi !”
“Bellissimo ! … Ci fai felici !”  … sono queste le cose che pagano … e forse restano. Non sanno dov’è l’Italia e Venezia. Sono nomi che riescono a pronunciare a fatica, e che a loro non suggeriscono niente.
Un vescovo invita a cena: “Parlami dell’Europa … dell’Italia, di Roma … E’ vero che è tutta piena di prostitute ? …” Come spiegargli che Europa, Italia e Roma sono cose estremamente diverse e per niente la stessa cosa … Come spiegargli che a Roma non ci sono più gli antichi Romani con i Triclini, le Terme, le Catacombe, i Templi pagani, il Colosseo e gli Imperatori …
E poi l’Africa è anche quello che raccontano tutti … I tramonti impossibili sulla savana … le piste di fango in cui ti scoppia una ruota in mezzo al niente di notte, e da quel niente completamente buio esce qualcuno sconosciuto che in un lampo ti aiuta disinteressato e ti fa ripartire … Capanne e muri di fango, che quando piove non esiste più nulla se non quell’oceano di pantano infinito in cui è impossibile raccapezzarsi … Alberi secolari, baobab per cui servono venti persone per abbracciarli, animali colorati incredibili, lucertoloni che noi vediamo solo nei film di fantasia … e mille altre cose ancora.
E’ proprio Africa vera … Qualcosa che ti porti dietro e dentro quando ti ritrovi inebetito e addormentato, e ti risvegliano seduto vestito accanto alla valigia, dopo che hai viaggiato per un numero di ore impossibili … Ti senti stanchissimo e distrutto, ma ricco dentro … più vivo, e forse un po’ contento.
ago 2, 2014 - Senza categoria    No Comments

“ORE … DUCALI, PARMIGIANE.”

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Prima di partire nella mia mente frullava il fascino, l’idea della città ducale. Una specie di Doge di campagna, una Serenissima all’asciutto, senz’acqua. Parma si è dimostrata essere una città tranquilla, di quelle in cui ti piacerebbe ipoteticamente vivere. Nell’Emilia Romagna … terra anche di castelli, oltre che di prosciutti e spiagge rinomate. Di certo una realtà alternativa a quella lagunare, dove prevale il massiccio, il tosto, il forzuto, il potente. Lo avverti impresso ed espresso in ogni pietra, nei monumenti possenti.
“Col Duca non si scherza !” sembra dire la storia da quelle parti. Parma è stata una piccola capitale per secoli.
Ci sono già stato da quelle parti, ma mi stuzzicava l’idea di scoprire quanto mi si presentava come già visto e familiare, e quanto invece risulterà essere del tutto nuovo.
Si parte ! La laguna di Venezia da cui usciamo sembra imbronciata, il cielo è chiuso da notte carico di pioggia incipiente, tanto per cambiare … Ed è subito: sciopero a sorpresa dei treni. E ti pareva ! Dove ? In Emilia e Veneto ovviamente. Iniziamo bene !  Arriveremo mai a destinazione ?
Già mi avevano detto: “Ma che vi vai a fare a Parma col caldo, d’estate ?” Infatti, la giornata inizia con un frescolino tutt’altro che estivo, ed è previsto maltempo per tutta l’Italia. Atro che estate !
Il treno-Freccia s’avvia e lascia Venezia, puntiamo Bologna, e poi seguiremo il corridoio dell’alta velocità che va a Milano passando per Modena, Reggio Emilia e appunto Parma. Spuntano i programmi, le cartine, i Touring, le guide. Alzo lo sguardo: paradossalmente il meteo sugli schermi interni del treno prevede per le prossime ore un sole sfacciato … Fuori piove. Chi avrà ragione ?
Intanto, oltre i finestrini sfila la solita Italia padana dalla terra pingue verdissima, fra campi e filari di alberi. Siamo nella “Bassa” delle balere e delle nebbie, di Don Camillo e Peppone, del grano maturo cotto dal sole … e infatti, continua a piovere: in cielo s’inseguono e avvicendano stracci di nuvole minacciose. Il puntino verde che siamo noi corre sulle mappe digitali del cellulare … Accade e si dipana, quasi ansiosamente si srotola il viaggio, fra coincidenze, orari, cambi e treni.
Qualcuno direbbe: “Un treno pieno di campagnoli … col bavero della maglietta issato sul collo …”
 
Ma io vedo solo gente, gente, gente eterogenea qualsiasi … come ovunque, persone che discutono, viaggiano, vivono, si lasciano ascoltare.  Parole giustapposte e confuse rimbalzano nell’aria del vagone, si espandono a folate giungendo fino ai miei orecchi.
 “Le ore di detenzione da fare sono quelle. Il massimo concedibile ai domiciliari non può superare il 40% della pena … Si ha sempre l’ansia di non aver fatto tutto quello che si doveva fare prima di andare in vacanza … Le banche sono disordinate, combinano sempre mille casini … Bisognerebbe cambiare tutto il sistema … Mangiamo tutti per un euro … Certe strutture sono sottoutilizzate, sono come degli Hotel a cinque stelle deserti e abbandonati … Se ci venissero a trovare gli Svizzeri …”
 
Mozziconi di frasi, significati indecifrabili … Fuori continua a scorrere di tutto: distese di vigneti e frutteti, merci in sosta, strade bagnate, mucchi di letame, carri bestiame, balle di fieno, silos, ripetitori dei cellulari, pioppi e cipressi, fabbriche e capannoni …  e tanti muri dipinti e graffiati dai“Writers urbani”: i coloratissimi imbrattatori metropolitani … Il treno traballa, vibra tutto, si danna in ritardi sui binari, si lancia verso l’Emilia fatta di tappeti di verde brillantissimi.
Modena … In lontananza intravedo un giovane circondato da zaini e valigie, che si sbraccia incazzatissimo e grida animatamente dentro al cellulare di fronte al pannello delle partenze. Ci supera un altro treno carico di trattatori … Tutto di nuovo corre e sfila via … Vedo una minuscola chiesetta campestre isolata, con una campanellina grande mezzo braccio che pendula nel campaniletto scrostato in rovina … Ma è già scomparsa, passata …
Mi piace pensarmi ed equipararmi a un antico pellegrino in cammino … Stridono i freni del treno, e siamo già a Parma. E’ cambiata la parlata della gente per strada e intorno: si è fatta più tonda e armoniosa, sa da tortelli, ravioli e prosciutto. Si sente che siamo nel Bolognese-Emiliano … Schiarisce ! Appare un sole incerto che gioca a nascondino con le nuvole … Sembra quasi un timido benvenuto.
Per strada incrocio tutto un popolo mescolato di ogni provenienza, soprattutto asiatica. Costumi, parlate e umanità diverse, modi di fare, di nutrirsi, di comportarsi … Il mondo è proprio diventato un paese. Dentro a un vecchio furgone un gruppo di giovani stipati recita concentratissimo le Sure del Corano … Stupisco piacevolmente … ma chissà perché si respira anche uno strano senso d’inquietudine, che spesso diventa sospetto, attenzione, quasi difesa e distanza. Ci sono anche gli immancabili “pieni di figli da mantenere, senza casa, disoccupati”.Sono Italiani messi male per colpa della crisi ? No. Sono solo i soliti zingari questuanti, pressanti e spesso fastidiosi … Anche qui, di nuovo sulla difensiva, oculatezza … “Occhio al portafogli !” ci suggeriscono.
Entriamo nella “Camera della Badessa” … E già mi ritrovo a bocca aperta. Solita opulente bellezza che sorprende. Ma quanto ricchi erano un tempo ?
“Museo della Pilotta” … Bellissimo ! nel campo dove si giocava a Pallotta ? Un museo bello quanto triste, per metà chiuso per mancanza di personale … Peccato che non si sappia sfruttare a pieno questi tesori che l’Italia possiede. Abbiamo ricchezza secolare in casa, e non sappiamo utilizzarla e valorizzarla per renderla economicamente proficua. Si preferisce lasciarla chiusa e invisibile piuttosto che darsi da fare e promuoverla. Il problema è sempre quello: si preferisce mangiarci sopra per gli interessi personali piuttosto che pensare al bene pubblico di tutti.
“Preferiscono tenere chiuso … Non permettono neanche ai vecchi di prestare servizio volontario di vigilanza gratuito … Spendono un patrimonio per una cooperativa che non riesce a garantire servizi e apertura…” Siamo ai soliti discorsi.
Dopo poche ore che si sta in certi posti ti senti già a tuo agio, e ti sembra di starci da sempre. A volte basta poco: essere ben accolti, incontrare qualche persona cordiale e gentile, qualcuno che ti dia un’informazione in maniera accattivante … Magari scambiare due chiacchiere banali con qualcuno del posto.
Ma già scappiamo fuori da Parma, nei dintorni, a“caccia di castelli”… Il nostro è sempre tutto un rincorrere obiettivi, luoghi da vedere, posti da scovare, rivisitare e riassaporare. E’ questo il senso del nostro estemporaneo vagabondare.
Fra campi di pomodori e intenso odore di stallatico appare il superbo maniero diTorrechiara in tutta la sua maestosa bellezza.
Esistono desideri che a volte, seppure privi di grande importanza, vorresti vedere realizzati. Uno dei miei era quello di riuscire prima o poi a recarmi a visitare il castello di Torrechiara. Ed è accaduto !
Ne valeva proprio la pena perché ha soddisfatto ampiamente le mie aspettative. Ho trovato uno di quei posti in cui la fantasia viaggia, e mentre attraversi sale oggi diventate museo disaredato, nella tua mente le immagini e vedi ancora vissute e abitate come lo erano un tempo per davvero.
La cucina col grande camino acceso, le stalle odorose di fieno e letame, la cappella, la camera degli sposi padroni castellani, le torri e i camminamenti di ronda sorvegliati e pattugliati, la pusterla d’ingresso col ponte levatoio cigolante, le cantine, le prigioni, la sala dei balli e delle feste … il tutto dentro ad una densa e fumosa, fredda nebbia invernale.  Su tutto bisogna spargere un pizzico abbondante d’Arte, di gusto, ricchezza sontuosa che pochi si possono permettere di costruirsi e godersi. Un microcosmo autonomo, ricco e potente, un mondo nel mondo racchiuso dentro a quelle mura possenti. Ecco spiegato un castello, un mondo alieno, speciale.
Dalle terrazze abbiamo gustato i panorami ameni sulla distesa delle campagne d’intorno cariche di piante, frutta, fiori e silenzi … Luoghi in cui si godevano la frescura abbandonandosi al canto, alla danza, musica, poesia e a languidi viaggi culturali e interiori. I castellani non erano mica sempre e solo stupidi, violenti, arroganti e guerrafondai … Erano anche gente di testa, di gusto, di garbo, con sensibilità e una certa cultura … oltre che forniti di cospicuo patrimonio e potenza.
“Nunc et semper” ossia “Adesso e per sempre”è la scritta degli amanti del Castello di Torrechiara impressa ovunque nei cartigli e sui muri. Bello Torrechiara, indimenticabile …
Ritorniamo a Parma, e si va già verso sera.
“Scusi ? Lei è di Parma ?” chiediamo a un signore quasi anziano immobile sul marciapiede e avvolto dalla nuvola del fumo di una bella pipa.
“Si capisce !” risponde cordiale. “Abito qui sopra da una vita…”
“Sa indicarci per caso dove si trova Borgo Rodolfo Tanzi ? … la Casa del Toscanini ?”
Guarda in su, a destra e sinistra pensoso.
“Non saprei …”
“E la locanda, ristorante “Antica Cereria” ?”
“Mai sentiti … mi dispiace …” Lo salutiamo e compiamo mezzo metro di strada svoltando l’angolo. Proprio mezzo metro non di più. La strada che imbocchiamo si chiama: “Borgo Rodolfo Tanzi”, la prima casa è quella del Toscanini, e dieci metri oltre c’è il ristorante:“Antica Cereria”.
“Per fortuna che era uno nato, vissuto, e residente da sempre a Parma … Pensa se chiedevamo a uno di fuori !” Poco male, e proseguiamo gustosamente la nostra serata.
Quando usciamo dalla rilassante sosta, Parma di notte si presenta poco romantica, deserta, buia, quasi inquietante. Non c’è Parma night illuminata, e poche ombre frettolose girano pedalando nel buio dei parchi approdando a combriccole forse sospette. Si capta e percepisce di nuovo quel certo vago disagio provato al mattino… Parma è anche questo … storie così.
Potrei raccontare del vecchio dignitoso in linda camicia bianca, che arriva lentamente in bicicletta e si mette a frugare meticolosamente nei cassonetti dei rifiuti del supermercato … Potrei dire di un altro depresso gestore di ristorante incerto se vendere il suo locale a causa della crisi economica che imperversa. Gli hanno proposto l’acquisto per meno di un terzo del valore reale dell’esercizio …
 
“Per forza si suicidano ! … Certi posti sono frutto del sacrificio di una vita, e della fatica, della dedizione e della passione di generazioni della famiglia.” Commenta, “Come si può buttare via tutto così ? Ci abbiamo anche guadagnato, si capisce … Ma questo locale contiene qualità e voglia di prestare un servizio alla comunità che non ha prezzo. Siamo gente che ha sempre cercato di proporre cose ben fatte, gustose e buone … Come si fa a svendere e buttare via tutto ? … Abbiamo avuto un calo significativo di presenze, è vero … ma sopravviviamo a pelo d’acqua … Speriamo cambi la tendenza, di resistere e farcela.”
 
Il giorno dopo si riparte di nuovo. “Oggi che cosa tocca ?” Tocca salire su di un carrettone antidiluviano diretti al Borgo e Castello di Fontanellato. I sedili sono mezzi sfondati, le fodere scoppiate con la gommapiuma che ti spunta accanto, il rivestimento interno un tempo bianco è grigio-ocra-opacato, le stuoie rattoppate … L’autista guida disinvolto manovrando le grandi manopole di un autoradio del dopoguerra, apre e chiude le porte del carrettone in corsa, si sobbalza da diligenza … Una piccola avventura da raccontare, ma non importa, andiamo in un altro pianeta, un altro mondo di ieri, una nicchia ambientale artistico-culturale di altri tempi rimasta quasi intatta.
Passiamo traballando davanti a: “Il Mare e la Luna”, un’osteria morta da tempo … Superiamo anche la “Scuola Comunale San Pancrazio” con un vistoso cartello marcio con scritto: “Affittasi”…E’ ormai vecchissima, diroccata, transennata, in rovina e cadente. Chissà com’erano gli scolari di un tempo ? … Passiamo il barbiere, l’ortolano delle verdure con le serrande rugginose chiuse per sempre … Passiamo anche casolari abbandonati e crollati, paesetti deserti e sbiaditi alternati a formicolanti periferie senza volto.
In fondo al “bus carrettero” un grumo di vecchie chiacchiera e finisce per litigare con altre straniere: “L’educazione ! L’educazione vi manca … Bisogna parlare lentamente per farsi capire …Non sottovoce.”
“Sei tu che sei sorda !”
”Dovete imparare l’italiano non parlare in ostrogoto !”
Alla fine si capiscono … Sono sempre loro, le stesse, mi dicono, viaggiano insieme quasi ogni giorno. Poco dopo infatti, cantano e ridono, e alla fine si salutano scendendo dal carrozzone alla fermata in mezzo ai campi allagati e fangosi. La strada si fa strettissima, con corsie minuscole, tutta curve, seguendo i confini degli appezzamenti coltivati. Siamo davvero in campagna, tutto verde, fossi, campi e canali.
Cartelli informazione ? Quali e dove ? Niente … Passiamo anche una chiesa trasformata in capannone-magazzino col campanile diventato silos … e ancora portici, fienili, case crollate alternate a fattorie attivissime.
Improvvisamente: “Ci siamo! … Dov’è il castello ?”
“Quale castello ? … Non so … Io faccio solo le fermate dell’autobus.” risponde l’autista. Ma il castello e il borgo ci sono per davvero, e sono bellissimi nascosti dietro le case, gli alberi e le bancarelle del mercato festivo pieno di folla variopinta e allegra.
Sui dipinti affrescati c’è il gatto Felix firma del pittore Felice Boselli che ha dipinto e decorato tantissimo per i signorotti  San Vitale di Fontanellato. Vediamo i piatti del pranzo che si teneva dalle ore diciassette in poi, ad oltranza fino a notte tarda con almeno venti portate. La colazione invece si teneva alle undici del mattino … Attraversiamo la sala del gioco del biliardo e dei soldatini da guerra dove si giocava seduti lungo ai muri con stecche lunghissime. Per forza ! Dopo pranzi di venti portate … Il pavimento a losanghe in terracotta, cerato lucidissimo … Nelle camere: un astrolabio, un clavicembalo, scrigni con cassetti segreti, forzieri con serrature impossibili pesanti quintali, quasi inamovibili.
“Dormivano seduti”, ci spiega la guida, “Per questo i letti son piccoli … per forza, dopo venti portate … Non si lavavano, si profumavano e chiudevano gli odori dentro, sotto a larghi colletti … Pregavano a modo loro, erano religiosi di un misto di contenuti … Usavano sontuosissimi libri di preghiera, e affrescavano sui muri storie di Santi e di antichi miti e Divinità pagane …”
 
Scorrono storie di tradimenti, uccisioni per matrimoni e per impadronirsi dei patrimoni … Attraversiamo la sala da ballo, la galleria con tutti i volti dei San Vitale dipinti nei secoli … il teatro privato bruciato, il teatrino delle marionette regalato dalla mamma alla figlioletta giovanissima per mitigare il fatto di dover sposare un uomo di 35 anni più vecchio di lei … La camera ottica per scrutare di nascosto da dentro a una torre che cosa accadeva sulla piazza del borgo.
Ascoltiamo cose curiose: Francesco Mazzola che a vent’uno anni dipinge in soli quaranta giorni il vecchio mito di Diana e Atteone trasformato in cervo e sbranato dai cani … Visitiamo la camera funebre segreta del dolore in cui la castellana piangeva in privato la perdita del figlio bambino …“Respice fine” … Un soffitto capolavoro tutto affrescato, una meditazione continua quotidiana e notturna, quasi ossessiva sulla morte.
Il tempo scorre via … Di nuovo saliamo sul“carettero” traballante, di nuovo attraversiamo le campagne e ascoltiamo spezzoni di discorsi fuggevoli.
“Fra quindici anni esisterà ancora una sarta ? Oggi soprattutto gli uomini non sanno fare più niente. Sono grandi manager … sempre pronti ad agire, mettere su affari, e divertirsi … Ma hanno bisogno di tutto pronto. Le loro mani servono solo a scrivere sulle tastiere … Non sanno lavorare più nulla …”
“Quasi quasi non riescono neanche a più a chiudersi la cerniera dei pantaloni, e cercano un’App sullo smartphone per chiuderla automaticamente …”
“E’ vero ! Esistono solo col computer … e sono sempre nervosi, nevrotici … Non si cuce e ripara più nulla, si compra soltanto e si butta via tutto appena si è usato …”
 
La radio del “carettero” trasmette e gracchia musica a raffica. Si assomma al ronzio potente del condizionatore che riduce il bus a un frigorifero con i vetri appannati. Le donnine continuano a discutere e raccontarsela.
“Noi facevamo mille lavori … Bramavamo di vivere qualcosa … Oggi hanno tutto, volano in giro per il mondo, ma sono sempre stanchi, non sanno e non vogliono far nulla … Sono apatici, e la vita è una grande sala giochi … Sono andati molto avanti nella tecnologia, ma non sono più allegri … Una volta si tremava davanti ai genitori … Oggi sono sbizzarriti, senza remore, irascibili, dalla lingua lunga … e finiscono anche per essere violenti.”
“Non hanno paura e non li ferma neanche Carlo Alberto … Se li riprendi è peggio, la sentono come una provocazione … Comunque speriamo bene lo stesso … Sono il nostro futuro, perché noi fra poco non ci saremo più …”
 
Discorsi … discorsi … parole qualsiasi captate, spartite … Il “carrettero” frena, inchioda, cambia le marce ogni volta con un sussulto che ci sballotta tutti. Ci teniamo stretti ai sedili dondolanti … Però è gentile il “carrettero”: si ferma e fa scendere dove ti serve, ovunque ne hai bisogno, anche se non c’è la fermata. Che si vuole di più dalla vita ?
E ritorniamo di nuovo a Parma. Stavolta è lo spettacolo sublime del Battistero che ci meraviglia lasciandoci a bocca aperta. Pur avendolo già visto più volte, non smetto di stupirmi ed emozionarmi per la sua bellezza. E’ un sentimento medioevale trapiantato nel presente. Un lampo frastornante di bellezza che sconvolge … un apoteosi d’Arte, il tripudio di una cultura Cristiana che abbiamo smarrito. Non so se un tempo erano più o meno credenti di noi oggi, ma di certo erano più arguti ed afferrati nell’esprimere plasticamente quel che di forte avevano dentro. A confronto con gli antichi, nonostante la nostra boria tecnologica, siamo degli emeriti principianti, dei dilettanti allo sbaraglio. Loro sì che sapevano respirare certi contenuti, e farli filtrare fin su per i muri, le volte e le cupole. Noi oggi siamo soli capaci di guardare … e qualche volta contemplare, al massimo con fatica conserviamo … ma non sappiamo creare più nulla d’interessante.
Usciamo, e “saltiamo di palo in frasca … di fiore in fiore”: la Cattedrale, l’Antica Spezieria dei Monaci Benedettini, il Museo Diocesano … C’è da perdersi … Mentre fatico a collocare l’occhio dappertutto non mi sfugge un aspetto di Parma triste di oggi … Nel vicolo del Vescovado giovanissimi spacciano e comprano disinvolti e in pieno giorno sotto gli occhi di tutti … “Ciò nonostante Parma è viva, è una bella città … Anche se possiede tutte le malattie delle città di oggi … Il Parco della Pace è diventato l’apoteosi della tristezza di tutte le razze … Ma l’altra sera mio marito ha perso il portafogli con i documenti, e un Cinese ce l’ha riportato a casa. Non mancava nulla, neanche un centesimo.” Mi spiega una signora attempata e simpatica.
C’infiliamo un attimo nell’austera Abbazia di San Giovanni riempita da un cupo silenzio totale … I monaci sono uomini prestati al nostro tempo pressante. Sono uomini provvisori, speciali, in piedi e vigili sulla “Soglia dell’Oltre” … e in posti come quello ne avverti la pregnanza, la distanza, la differenza. Ne esco pensieroso al sole del pomeriggio … e ci portiamo alla sobria e baroccheggiante Santa Maria della Steccata ad ascoltare l’arzigogolare dell’organo che suona. Un suono mesto, cadenzato e dimesso sembrava voler strapparmi di nuovo dal presente e reale per portarmi ad occhi chiusi chissà dove … Improvvisamente, invece, s’è interrotto facendoci tornare alla realtà e ai pensieri di sempre:“Domani si rientra al lavoro a Venezia.”
 
Quasi come risposta l’organo si è rimesso a suonare esibendosi in un tripudio di musica solenne, con tutte le trombe e i tromboni che invadevano la chiesa. I bassi profondi e fortissimi facevano tremare e rimbombare l’edificio … Ho capito il messaggio: domani si torna al lavoro, ma la vita rimane sempre e comunque un gran bello spettacolo che continua.
Sembrava voler essere l’ultimo messaggio di Parma … Ma l’occhio mai sazio si è posato su una porticina seminascosta che nascondeva e rivelava mille altre storie racchiuse.
“Ante dios non hay alma anonima.” Stava scritto sui muri … E giù altre storie di un Ordine dei Cavalieri di San Giorgio, la Croce di Costantino, i Nobili Farnese e le Famiglie Aggregate, Lepanto, un sepolcreto, persone che ancora oggi si ritengono gli eredi dei Duchi di Parma, la sacrestia nobile intarsiata in ebano e noce.
“Qui hanno lavorato i migliori ebanisti e argentieri … E’ la più bella sacrestia intarsiata d’Italia e d’Europa … Il noce è inattaccabile contiene un tossico capace di difenderlo dai tarli per secoli …Una Madonna vestita del 1700, paramenti ricchissimi, reliquiari leggiadri … Le Zitelle della Pietà …”
 
Non si finirebbe mai di vedere, scoprire, rimanere sorpresi … Dobbiamo scappare, stringiamo le mani, quasi corriamo con la valigia per strada … fra mezz’ora ci parte il treno per tornare a Venezia in laguna … E’ sempre così…
lug 30, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – quinta parte.

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“BERTILLA …” - quinta parte.

Per Bertilla caldo e freddo non sono mai stati e non sono un problema, basta andare nei posti in cui li forniscono gratuitamente e la cosa è fatta, ci si sistema facilmente … poi caldo e freddo passano. Si entra, ad esempio, in un supermercato e si è subito protetti, al sicuro, riparati e adeguati al clima. E già che ci sei, ci si può guardare intorno, osservare i prodotti, e tutte quelle mille cose inutili che molti s’affannano a comprare. Anche le persone sono da guardare, anche se non si possono prendere e comprare … Ma per certi versi sono come i prodotti … Sono scaffali ambulanti da guardare, in cui volendo si può scegliere e aver a che fare.
La verità è che certe cose ti mancano se le hai avute e ne hai goduto l’effetto e i vantaggi. A Bertilla non mancavano l’acqua calda, l’elettricità, l’automobile o la barca, i vestiti firmati e molto altro ancora … Non ricordava d’averli mai posseduti. Una volta, alla pesca di beneficenza della Sagra di Malamocco vinse un frullatore elettrico giocando un unico biglietto. Si mise a ridere quando le consegnarono lo scatolone, e lo rifiutò con grande sorpresa di tutti.
“Dove lo attacco questo?” cercò di spiegare a quelli del banchetto, ma non la capirono … Se ne andò via perdendosi fra la folla. Era sempre così. Bertilla quasi ignorava del tutto il significato di vacanza e viaggiare, e di tante altre cose … come anche il sentimento caldo della vendetta, ad esempio… Lei lasciava fare senza risentirsi. Non ne valeva la pena … Certe cose Bertila le dimenticava perché secondo lei non avevano alcuna importanza. Stava bene così e basta …
“Tante cose si possono desiderare … ma anche no. Si può farne a meno …” precisò un giorno alla Sjora Gina, che simpaticamente le diceva: “diversa” e “primitiva”.  Gina era un’altra delle sue vicine di“casa”. Era gentilissima Gina, una donna davvero rara. Era anche una donna sempre triste, come suo marito Ernesto, perché avevano perso il loro unico figlio giovanissimo in un incidente di moto. Da quel giorno non si parlavano quasi più … Era come se si fosse spezzata in due la loro vita per sempre. Bertilla voleva bene a Gina ed Ernesto.
“Se vuoi ti presto la lavatrice che ho da basso, giù in lavanderia … Sempre se vuoi, nei giorni più freddi dell’inverno puoi entrare a scaldarti. Basta che mi suoni il campanello. Ti apro di sotto, entri, sei libera, non ti disturba nessuno … C’è un divano letto, puoi anche farti la doccia se ne hai voglia … e c’è anche da mangiare se ti serve.” Era gentilissima Gina … mancava solo che le desse le chiavi della sua casa. Ernesto, invece, non diceva mai niente, sorrideva soltanto, ma si vedeva che anche lui la pensava come Gina. Erano brava gente … normali.
Ma Bertilla non voleva disturbare e scomodare nessuno, non aveva mai suonato quel campanello di Gina, neanche una volta. Perché avrebbe dovuto farlo poi ? Non le mancava niente. Nella sua “casa”non arrivava mai l’acqua alta, era un posto tranquillo, solo forse un po’ umido. Bertilla pensava che c’era chi stava peggio, chi dormiva con un occhio solo negli scatoloni per strada, o in stazione tenendosi stretta la borsa.
“Non ci si deve mostrare troppo avidi e affamati di ciò che ti manca … Poveri ma dignitosi.” Le ripeteva in un tempo lontano la mamma.
“L’importante è lavorare… Se lavori hai tutto.” Spiegava, invece, papà che faceva lo spazzino. “Nella vita bisogna scegliere se lavorare per vivere o vivere per lavorare … Però qualsiasi risposta tu dia non bisogna essere schizzignosi, è necessario essere sempre disposti a far di tutto …”  A quella scelta del papà sul “come vivere il lavoro”Bertilla non sapeva rispondere, ma lavorava ovunque e ogni volta che si presentava un’occasione.
“Il lavoro è il lavoro … E’ importante … Lo diceva sempre papà…”ripeteva spesso a se stessa … e raramente anche a chi incontrava. Bertilla aveva lavorato anche da bagnina in spiaggia, perché Ivano, che lei aveva sempre chiamato “zio” anche se non lo era, e le aveva sempre voluto bene come a una figlia, l’aveva chiamata ad aiutarlo in riva al mare.  Strana la vita … le era accaduto di lavorare sulla sabbia davanti all’acqua, a lei che non era mai andata in spiaggia e non le piaceva starsene lì. A Bertilla non piaceva spogliarsi, e neanche tutto quel caldo, e soprattutto tutta quella lunghissima noia.
Il primo giorno dopo due ore era già stanca di quel posto, del sole, della sete con niente da bere. Se n’era andata in cerca di una fontanella trovando un rubinetto di acqua freschissima … Era meglio passeggiare vestiti lungo il Gran Viale del Lido ombroso e fresco, e pieno di alberi, pieno di gente e vetrine. Lo zio Ivano l’aveva cercata e trovata, e le aveva detto che doveva rimanere lì sulla spiaggia senza andare in giro per il Lido. Doveva stare accanto ai turisti e alle barche, a “fare la guardia che non accadesse nulla … era lavoro.” Bertilla aveva capito ed era rimasta sulla spiaggia per diversi giorni, per tutta la stagione, fino alla fine di settembre … e alla fine l’avevano anche pagata. E anche bene …
Si sentiva ridicola lei così piccola accanto ai colleghi corposi e pieni di muscoli … ma sapeva quel che doveva fare, e lo faceva come andava fatto. Una volta uscì anche sul pattino a salvare un ciccione Tedesco che si era avventurato al largo pieno di birra subito dopo aver mangiato. Fu un colpo di fortuna per lui, perché per puro caso lo aveva inquadrato nel binocolo mentre annoiata osservava la spiaggia dalla sua postazione in torretta. Il Tedesco stava annegando, e tutti le fecero gran festa quando lo trascinò a riva come un pacco a rimorchio. Non era stato difficile, era bastato infilargli un remo sotto alla pancia e legarlo al pattino, e poi vogare in fretta verso la riva. Secondo lei non aveva fatto nulla di strano e speciale … Anche un cieco avrebbe capito che quel vecchio ubriaco sarebbe finito sotto ad annegarsi nell’acqua. Prima di sera, la moglie dell’uomo, cicciona anche lei, le aveva regalato un pacchetto di banconote straniere. Bertilla non sapeva bene che cosa farsene, perché con quelle non si poteva entrare normalmente in un negozio a comprare.
Era divertente rimanere in torretta a osservare la gente. Bertilla guardava spesso le vecchie in fresca con i costumoni colorati a fiori, con i culoni e i seni prosperosi e penduli, i ciccioni con i pancioni che dormivano o giocavano con i nipotini, i bambini che si allontanavano da soli facendola preoccupare, i ragazzini che giocavano a carte sotto all’ombrellone o giocavano a palla nell’acqua facendo un casino bestiale e schizzando dappertutto …
“Lasciali fare … Basta che non si facciano male …” le aveva spiegato zio Ivano. E lei allora lasciava fare … Non le piaceva, invece, guardare i giovanotti e le donnine abbronzatissime e sculettanti in topless o con i bichini microscopici … le procuravano un senso d’incomprensibile disagio.
Bertilla amava fermarsi ogni tanto e rimaneva a scaldarsi al tepore del sole. Chiudeva gli occhi, e restava lì senza pensare. Poi osservava e si gustava il sole rosso che baruffava con le nuvole scure inventandosi in cielo disegni sempre nuovi e curiosi … Le piaceva anche l’odore del temporale, il profumo della neve … A “casa sua”rimaneva nel buio notturno ad ascoltare il suono dello scosciare della pioggia, il fischiettare del vento, e il ribaltamento dei tuoni del temporale.
“Sono come una canzone che non mi stanco mai di ascoltare …”
Fine della quinta parte / continua.
lug 25, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – quarta parte.

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“BERTILLA …” - quarta parte.

Qualche volta ci siamo fermati a parlare con Bertilla, seduti sulla panca di fronte al campetto da calcio con l’erba incolta giallastra e altissima, sotto alla stanzuccia vestita di edere.
“Questo è il mio giardino!” ci ha detto, prima di riprendere a dirci di lei succhiando un ghiacciolo al limone.
“Gli uomini a volte sono appiccicosi come l’edera, belli da vedere ma avvinghiati e difficili da staccare. Sono come i denti bianchi e utilissimi … finché non ti viene il mal di denti. Allora diventano una tortura, da belli diventano brutti e fastidiosi. Come quella volta che mi doleva il dente grosso e marcio di dietro, e la Suora Clementina mi ha dato una fiala da spruzzarci sopra, ma mi doleva ancora di più. Allora mi ha mandata a casa di Ivano che fa il ferroviere, e una sera mi ha strappato il dente e ha voluto in aggiunta anche venti euro … Però dopo non mi doleva più e sono guarita dal dolore … Anche se oggi quando parlo ogni tanto faccio un fischietto e ho una finestrella in bocca a sinistra. Ma non si vede tanto se non rido a bocca spalancata.
Io di solito la bocca la tengo più chiusa che posso … in ogni senso.
Ecco. Gli uomini sono così: vanno e vengono, sono belli ma fanno anche male. Come è accaduto alla mia amica Miranda, che ormai da tempo non vedo più.  Le sue finestre erano quelle … sulla casa di fronte al secondo piano. Ora sono sempre chiuse, non ci abita più nessuno, ma tempo fa, diversi anni fa ormai, ci abitava Miranda con la sua famiglia, che è stata una bella amica per me.
La conosci Miranda ? … Sì, dai ! La moglie di Lucio !”
 
“No. Mai sentita …”
 
“Beh … te lo dico io. Miranda è la mamma di Martino e Antonella. Anni fa, un giorno mi ha chiamata dalla finestra della sua casa mentre entrambe stendevamo la nostra biancheria ad asciugare: lei sul davanzale della sua casa, e io sulla rete di cinta del campetto da calcio. Siamo diventate amiche, tanto amiche. Lei era una di chiesa, sempre presente a cantare a ogni Messa, una donna d’indole buona e gentile. Anche suo marito Lucio era buono … Lo era però.
Mi hanno invitato a pranzo da loro il giorno di Natale, e c’era un regalo anche per me: un altro maglione grosso invernale. Così di maglioni ne avevo due: uno grosso e uno fine, e ogni volta che indossavo quello grosso mi ricordavo di loro.
Miranda mi ha regalato anche una bella gonna … ma non l’ho mai messa. Non mi vedo con addosso certe cose come i tacchi a spillo, il reggiseno, le calze lunghe e trasparenti, e appunto le gonne … Sono fatta così.
Che caldo quel giorno a casa loro, in ogni senso, con Martino e Antonella che da quel giorno mi hanno chiamato “zia Bertilla”. Da quel primo Natale sono trascorsi diversi anni, e abbiamo passato molte feste di Natale insieme, e ho ricevuto altrettanti maglioni coloratissimi. Alla fine di ogni estate abbiamo condiviso anche qualche pizza insieme per raccontarmi delle loro vacanze. Mi avevano anche promesso che prima o poi sarei partita insieme a loro. Ma ero io che non potevo, perché dovevo sempre lavorare … Dicevamo sempre: “Sarà per il prossimo anno” … ma poi è successo quel che è successo.
La loro storia è andata storta, un po’ come la mia.
Un brutto giorno con l’acqua alta e la pioggia, e con lo sciopero improvviso dei dipendenti del posto di lavoro di Miranda, lei è rientrata a casa in anticipo senza avvertire nessuno e soprattutto quando non doveva. I bimbi erano a scuola, e Lucio era a letto con un’altra donna.
In quel momento si è rotto e sfasciato tutto fra loro, e oggi non esiste più quella famiglia che era felice. Ormai da tanti Natale non pranziamo più insieme, né mi raccontano più delle loro vacanze perché non partono più. Però quando incontro Martino e Antonella per strada mi salutano ancora dicendomi: “Ciao zia Bertilla !”. E questo mi procura enorme piacere, perché significa che non si è spento tutto fra noi. A volte il tempo non è capace di cancellare tutto e tutti…”
 
“Già …”
 
“Anch’io ho avuto un amore … ed è terminato più presto della storia di Miranda e di Lucio. Non ti dico il nome, perché altrimenti lo riconosci … La prima volta che l’ho incontrato mi ha raccontato d’essere un agente segreto con l’incarico di spiare le mosse del Sindaco di Venezia. Mi ha fatto ridere, e non gli ho creduto ovviamente, neanche quando mi ha rivelato l’ora precisa in cui il Sindaco esce di casa al mattino e dove tiene ormeggiata la sua lussuosa barca a vela.
“E’ troppo facile questa cosa, la possono scoprire tutti …” gli ho detto.
Un’altra volta da “Spizzico” con quell’uomo ho provato qualcosa di diverso e di strano. Con lui mi sono emozionata dentro, come non mi accadeva da tanto tempo, fin da bambina quando c’erano ancora mamma e papà. Quella sera stessa siamo finiti stretti stretti insieme a “casa mia” … ed è stato davvero bello e piacevole diventare due in uno, soprattutto per lui … Per qualche giorno abbiamo vissuto insieme “contenti e felici” proprio come nelle fiabe che mi raccontava mio padre da piccola. Mi sembrava davvero di esserlo e non mi mancava proprio nulla, proprio niente. Ma poi, quando passarono i giorni accaddero cose che resero tutto difficile. Lui russava tutta la notte mentre dormiva tenendomi sveglia per il rumore. Al mattino ero stanchissima e dovevo alzarmi per andare a lavorare, mentre lui rimaneva a casa senza far niente, o andava in giro a cercare senza trovare.
Aveva anche la mania di parlare spesso da solo ridendo sottovoce, e non si capiva mai di che cosa. Così come aveva anche l’altra mania di ascoltare in continuazione una sua piccola radiolina a pile. C’era sempre quel ronzio in sottofondo di giorno e di notte, e spendeva un patrimonio per comprare pile sempre nuove che si scaricavano in un attimo.
“Non è che devo andare a lavorare per comprare pacchi di pile !” gli ho gridato un giorno arrabbiata, perché si viveva con i soldi miei.
Infine, una volta, tornò a “casa” ubriaco fradicio che non sembrava più lui. Pareva un’altra persona, dura, violenta … Mi fece male quella notte. Per rispetto, aspettai l’alba per parlargli decisa e chiara, e soprattutto senza dargli alcuna possibilità alternativa né di ricorso. Quando si sveglio, gli dissi in maniera definitiva una sola parola: “Vattene !”. E lui se ne andò portandosi dietro la sua radiolina, e non l’ho più rivisto … E’ meglio vivere e stare da sola …”
 
Le storie delle persone sono come i colori dell’edera, che brillano d’estate e rosseggiano in autunno prima di cadere a sfasciarsi per terra … D’inverno non ci sono, l’edera è spoglia, senza nessuno … Ma c’è sempre una Primavera che torna … anche se non sai bene in quale giorni e come ricominci …E’ tutto un andare e riandare, tutto un ripetersi, un darsi e togliersi, una partenza e una sorpresa .
Fine della quarta parte / continua.
lug 23, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA…” – terza parte.

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“BERTILLA …” - terza parte.

Lasciati i vecchi del Lido, Bertilla si trovò a vivere in strada … Senza casa, direte? Bertilla decise che non poteva né doveva essere un problema insuperabile, come tutti gli altri. Il suo papà diceva sempre:“Per tutto c’è una soluzione … basta trovarla. E se lo aveva detto papà …”
Infatti, alla fine la trovò una sua casa, proprio lì dietro al campetto da calcio in disuso, su per la scaletta, dietro alle edere fitte.
“Non è una reggia, ma chi se ne frega ! … E poi a che servono le regge, sono scomode … ti perdi per tutte quelle sale inutili e fredde.”
 
Bertilla lo sapeva bene, perché una volta finì anche a fare la guardia sala in un Civico Museo.
“Che para però! Ore e ore avanti e indietro senza far niente … Solo a guardare da lontano i rari turisti e ascoltare i colleghi di ruolo paranoici che litigavano fra loro per gli straordinari, per il turno migliore, o la festa da rimanerci dentro a lavorare in più o in meno … Che assurdi !  Era un lavoro no ? …”
 
Al Museo le avevano dato da indossare una bella divisa. Non si era mai sentita così elegante con la giacca nera, la spilla sul bavero, il cartellino con la foto e il nome e il walkie-talkies che gracchiava appeso alla cintura. Si sentiva importante. Anche lì non andò tutto bene … Finì alla solita maniera, e come sempre Bertilla non capì perché le cose dovevano andare in quel modo.
“Se non si può fotografare non si può fotografare !” spiegò fingendosi arrabbiata a una famigliola di turisti stranieri. Per tutta risposta quelli due sale più avanti avevano ripreso tranquillamente a fotografare. L’avevano presa in giro !  Avevano anche un bimbo tremendo che andava a toccare le opere d’arte facendo scattare in continuità l’allarme. Non si poteva fare certe cose, perché non lo capivano ?
“Fermali !” le gridarono dentro alla radiotrasmittente. Facile da dire, difficile da fare … Come poteva ? Ma provò a farlo.
“Non si tocca ! Capisci? Non-si-toc-ca !” disse al bambino biondo … e quello rideva, non capiva nulla e continuava a toccare. Quando andò a spremere il naso di pietra al busto in marmo di un Doge, Bertilla non ci vide più, andò dritta a strattonarlo prendendosi di rimando anche un calcio in uno stinco da quel bimbo pestifero. Allora, spazientita, visto che non capivano niente, era andata dritta e diretta dal padre: “Ehi coglione ? Tieni a bada tuo figlio ?  … Si o no ? ”
Ma quello continuò a ridere indifferente … e a fotografare.
“Vi ho detto che non si può !” gli dissi Bertilla arrabbiata. E quando lui le fece un gestaccio con le dita Bertilla non capì più niente, perché sapeva bene che cosa significava quel gesto. E siccome il turista le rideva in faccia, lei perse il controllo, come disse la Direttrice, e gli picchiò con un colpo secco da karate una mano facendogli perdere la macchina fotografica per terra. L’obiettivo si allungò tutto e si aprì sul pavimento, assomigliava a una piccola fisarmonica divisa in cento pezzi sparsi. Il turista s’infuriò, ma non osò avvicinarsi a lei … Se ci avesse provato l’avrebbe massacrato. Andò, invece, a protestare dalla Direttore pretendendo d’essere risarcito del danno. Sporse anche denuncia, ma alla fine vinse il Museo … Aveva torto, le regole sono regole, e lui non le aveva rispettate … e neanche quello stupidino di suo figlio. Comunque Bertilla rimase ugualmente a casa dal lavoro, sospesa. Anche se non pagò nulla, anzi, la pagarono del lavoro fatto al Museo, che però le dissero essersi concluso.
Bertilla non aveva e non ha un cellulare, non possiede un telefono fisso, né una serie di utenze domestiche. Non paga l’IMU né la TASI … L’hanno dovuta rincorrere per strada per dirle di andare a ritirare l’assegno dei soldi guadagnati al Museo, perché non si potevano versare in un conto corrente che non esisteva.
“Hanno tutti la mania del Conto Corrente, del Bancomat e delle Banche … Se ne può fare benissimo a meno. Sono solo complicazioni.”
 
Bertilla non si preoccupò per niente, viveva bene lo stesso … a modo suo. “Il papà diceva sempre: Quando si chiude una porta, dopo si apre sempre un portone.” … Quindi basta aspettare, sarebbe arrivato qualche altro lavoro …” Si ritrovò ad indossare ogni giorno la sua solita t-shirt bianca e i pantaloni mimetici.
Quando aveva fame: una pizza o un hamburger al Mc Donald o da Spizzico o alla Pizza al Taglio sotto i portici di Rialto … e poi Bertilla leggeva quel che c’era da leggere in giro, guardava la televisione mentre mangiava. Si sofferma davanti alle vetrine o gironzolava dentro ai grandi magazzini e alle boutique … Tanto era aperto, non si pagava per entrare, quindi Bertilla entrava ovunque. L’importante era non spendere tirando fuori i soldi dallo zainetto, perché se lo avesse fatto le cose sarebbero cambiate e tutto sarebbe diventato più difficile senza soldi. Ma lei stava attenta, molto attenta … ne valeva della sua libertà presente e futura. Bertilla non era mica stupida … sapeva bene come comportarsi e sopravvivere.
Le piaceva anche passeggiare, era libera di andare ovunque ne avesse voglia, non aveva scadenze, tempo, né padroni. Non c’era nessuno ad attenderla a casa, e neanche a dirle che cosa doveva o non doveva fare … E quando faceva notte tornava a “casa”.
Non le costava vivere da sola, c’era abituata, anche se sentì la mancanza di mamma e papà la notte della grande paura.
Li aveva visti arrivare verso il tramonto, già mezzi ubriachi e sgangherati. S’erano infilati dentro al buco sulla rete di cinta del campo, e s’erano accampati proprio accanto allo spogliatoio del campetto, proprio sotto a “casa sua”. Erano sette otto giovanotti, comprese tre ragazze smorfiose e stranissime. Tutti neri e con i capelli per aria … e fin qui, niente di male. Ma erano troppo ubriachi e agitati … giocavano fra loro, ridevano, bevevano, fumavano, mangiavano, ballavano al suono della musica di un loro bongo piccino che suonarono fino a notte tardissima. Alcuni nell’erba facevano le loro cose, Bertilla vide tutto rimanendo immobile al buio sullo spigolo della finestra. Sopra a quella ragazza con i capelli rossi che guaiva si distese più di qualcuno … ma erano affari loro. Il brutto venne quando due di loro si misero a gironzolare intorno in cerca di non so che cosa. Sfondarono a calci la porta degli spogliatoi di sotto, uscendone trascinando fuori le poche cose che c’erano conservate dentro … le panche, un pallone sgonfio, le reti da calcio … e qualche bottiglia d’acqua che usarono per rinfrescarsi. Ma fu dopo che ebbi terrore …
Uno di loro scoprì la scaletta dietro l’angolo dello spogliatoio, e poco dopo salì proprio fin di sopra davanti a “casa mia”. Nel buio ero paralizzata per la paura. Mi addossai al muro strisciando per terra, sperando che mai e poi mai riuscisse ad entrare. Il cuore mi batteva nel petto, tanto che mi sembrava di morire. E mi strinsi la testa fra le mani mettendomi la giacca sulla testa quando quel giovanotto in nero si mise a prendere a calci la mia porta di ferro. Voleva entrare, e gridava qualcosa agli altri in una lingua rauca che non comprendevo … Tirava di quei calci potenti che facevano tremare tutta la casa, dai muri cadevano per terra dei calcinacci … e anche la finestrella tremava tutta dentro alla sua cornice. Per fortuna la porta di ferro ha tenuto … ma c’è mancato pochissimo. Il giorno dopo con la luce ho visto come sarebbero bastate altre due pedate e la serratura si sarebbe staccata del tutto … o forse sarebbe crollata la porta staccandosi dal muro.
Per fortuna la ragazza rossa lo ha chiamato dolcissima … e lui è corso subito a “prendersi la sua parte del divertimento”. Più tardi erano troppo fatti, stanchi e ubriachi, perciò non si mossero più dal loro bivacco sull’erba. Ero salva … perché dopo mezzanotte s’addormentarono tutti. Io no, però, perché sono rimasta tutta la notte a guardarli nel buio sperando che non si muovessero più dal loro posto.
La mattina del giorno dopo erano ancora lì davanti agli spogliatoi, ancora tutti addormentati. E’ stato uno dei pochi giorni in cui Bertilla non si è recata al lavoro. Aveva troppa paura ad uscire e di svegliarli. Solo sul tardi se n’erano andati e allora Bertilla si azzardò ad uscire di nuovo. Il prato rimase tutto pestato per giorni, e pieno di spazzatura e avanzi … lasciarono abbandonata anche una piccola valigia rossa.
“Mio padre che sapeva tante cose, quasi tutto, mi ha sempre insegnato che non bisogna mai aprire le valigie e gli zaini abbandonati dagli sconosciuti … sono sempre sospetti. Bisogna avvisare la Polizia o i Carabinieri, che ci penseranno loro ad aprirli nel modo giusto …”
 
Ma Bertilla non voleva chiamare i Carabinieri a “casa sua”. Quindi per quattro mesi non toccò la valigetta rossa. Solo una notte d’autunno rientrando tardi dopo aver assistito in Piazza San Marco a una commedia veneziana gratuita recitata per beneficenza, era inciampata al buio sulla valigia sbucciandosi un ginocchio e strappando i pantaloni ancora buoni. Di malavoglia il mattino dopo si decise a spostare la valigia, e già che c’era provò ad aprirla. Era piena solo di piscio e di cacca vecchia … Aveva ragione suo padre, non bisogna mai aprire le valigie sconosciute.
Fine della terza parte / continua.
lug 20, 2014 - Senza categoria    No Comments

“BERTILLA …” – seconda parte.

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Bertilla, l’avete capito, è una delle tante vite impossibili che in qualche modo “girano” lo stesso.  Accadono silenziose all’insaputa di tutti, o meglio, di fronte all’indifferenza di tutti, o perlomeno di molti. Ci sono, ma è come se fossero trasparenti: “Ci penserà di certo qualcun altro … “ si pensa, e si finisce che non ci pensa nessuno.

Dicevamo che vive ancora oggi nella stanzuccia sopra al campetto da calcio, dietro al groviglio delle edere. Il campo sarebbe buono come spazio per la Protezione Civile e per chissà quali iniziative, ma la solita crisi e i tagli di ogni tipo di fondi l’hanno ridotto a spazio abbandonato lasciato in custodia volontaria al Quartiere o a qualcuno … non si sa bene a chi.
“I parenti sono serpenti” aveva detto Bertilla una delle poche volte che aveva parlato ufficialmente con qualcuno che conta qualcosa. Ancora mezza bambina, l’avevano derubata in silenzio di tutti i risparmi lasciati da mamma e papà prendendosi tutte le carte della banca con la scusa di voler pagare i debiti lasciati … e un mutuo che non era mai esistito perché la loro casa era dell’Ente Autonomo. Ci abitavano loro adesso, stipati stretti e pieni di figli in quella che era stata la casa di mamma e papà … e anche della piccola Bertilla.
Lei intanto era finita seguita dall’assistente sociale, troppo grande per andare in un orfanatrofio o per essere affidata a qualcuno. E poi, con qualche accorgimento era in grado d’intendere e volere le avevano detto, e perciò di procurarsi di che vivere e arrangiarsi da se. Si capisce … con una piccola spinta in caso d’emergenza.
“C’è forse l’occasione giusta …  La sistemeremo di certo bene …” si dicevano fra loro.
Ed era accaduto: l’avevano collocata a servizio nella vecchia villa poco distante dalla spiaggia del Lido.
Quando arrivò per la prima volta, vide nel grande giardino un cane in pietra che pareva abbaiasse in eterno. Una fontana che non buttava più acqua da chissà quanto, un angioletto coperto dall’edera, e le stradine coperte da erbacce altissime. Nel garage c’era un’automobile di cento anni prima lasciata lì rotta in attesa per sempre di ricambi che non esistevano più. Era coperta da un telone bianco, come la barchetta capovolta coperta dalle edere in fondo al giardino dalla parte del muro del canale. Un tempo andavamo in giro per la laguna: Sant’Erasmo, Murano, Burano, Mazzorbo e Torcello alla Locanda Cipriani a mangiare il pesce e prendersi il fresco.
Nella villa viveva un vecchio signore con la sorella maggiore paralizzata in una sedia, e tutta la casa esternamente coperta di edere. Lo chiamavano: “Il Commodoro”, e con loro sembrava di vivere un secolo prima, perché lì dentro si era fermato il tempo. Inizialmente a Bertilla sembrava di aver risolto tutti i suoi problemi, ma era un sogno destinato ad infrangersi presto. Il Commodoro era lunatico, la considerava una cosa. Lei era viva, invece, non un oggetto come quella pipa dal tabacco schifoso che lui definiva sublime e gustoso quanto quasi la musica. E poi non era brava come lui avrebbe voluto…
Amavano sempre pranzare e cenare con tutta l’argenteria … e ogni sera dopo cena la volevano sempre davanti al caminetto con gli alari e i pomoli d’ottone opacato dal fumo, e una vecchia graticola arrugginita appesa. Rimanevano lì ad ascoltare le loro storie e memorie o musica solenne e pomposa di atri tempi. Erano maniaci della musica classica e degli strumenti musicali … Un tempo, soprattutto, quando erano giovani e pimpanti … Ma ora …
Dentro alle sale c’erano le infiltrazioni sui muri, le macchie sul soffitto, e gli specchi opacati dal tempo, tutti a macchie di salsedine e umidità, con la cornice mangiata dai tarli, che mi pareva di sentirli mordere e ridere di tutta la scena che avevano davanti. I lampadari dalle mille candele, i mobili coperti con i teli nella sala delle feste che non c’erano forse mai state, le lucette della camere debolissime, per risparmiare, da cimitero anche quelle … come loro.
C’erano i vetri colorati alle finestre, e appesi al muro insieme a vecchi trofei stavano diversi fucili da caccia. Si era fatto incidere lo stemma di famiglia sopra al caminetto con a lato due grossi riccioli in marmo e due Cariatidi pettorute e nude. Sopra al camino su di un alta mensola stavano tutte le foto di famiglia incorniciate e affumicate. Ogni tanto dovevo attizzare la cenere, e il tiraggio del camino era modesto col fumo che inondava la casa insieme a quello della pipa. La volta che venne finalmente lo spazzacamino, il Commodoro pretese che andassi ad aiutarlo, e per una settimana puzzai di bruciato e avevo la fuliggine dappertutto.
Nei cassetti c’erano montagne di medicine puzzolenti, la casa era piena d’orologi. L’orologio a cucù nella sala, la pendola sul pianerottolo, l’orologio “Luigi qualcosa” che batteva mille volte le ore nella sala da pranzo. Le foto di famiglia alle pareti dello studio e lungo il corridoio col lumino acceso sotto. Tutti quei morti mi facevano paura di notte.
“Quella volta del viaggio per l’America … Il piroscafo, la gente assiepata morta di fame e sognante sulle banchine del porto. Poveracci mi facevano ribrezzo con quella loro miseria pulciosa … Tutti in fila a inseguire un sogno impossibile sul ponte della nave alle intemperie pieni di fagotti … Poveracci … molti non sono neanche arrivati e tornati … ”
 
Nello studiolo del Commodoro pioveva dentro e dovevo mettere una secchia di zinco per terra a raccogliere ogni goccia di pioggia perché non si rovinasse il tappeto turco ammuffito e polveroso. Il Commodoro era anche appassionato di scacchi, e parlava e rideva giocando da solo o con i rari amici polverosi e antichi come lui, scappati dal passato.
Le rare volte in cui il Commodoro si assentava da casa, Bertilla recitava davanti al fuoco acceso il rosario lunghissimo, eterno, con la sorella.
“Diciamo un rosario dai !” le diceva apparentemente piena di un entusiasmo incomprensibile.
Le corone del Rosario erano d’olivo dell’Orto del Getzemani con i grani bucati a mano uno per volta. La Sorella tirava fuori da un suo cassetto tanti Santini e Immaginette di ogni sorta, e un suo libricino giallastro bianco avorio della sua Prima Comunione. Ripetevamo tutte le preghiere del mondo… e prima di andare a dormire la vecchia si faceva ogni sera un bagno caldo con i sali che si li faceva arrivare fin dal Mar Morto … come lei, una morta vivente. Una mezza mummia imbalsamata succube del fratello da tutta la vita. Senza spina dorsale in ogni senso. Incapace di un parere e di decidere qualsiasi cosa, anche la più stupida.
Se non faceva né troppo caldo né troppo freddo, si andava sotto alla pergola nel giardino … Di sera dovevo preparare l’acqua né troppo calda, né troppo fredda accanto al letto …. La dovevo andare ad attingere di sotto dagli orci in argilla in cantina per conservarla sana. Lì c’erano anche le anfore col vino … “Come gli antichi Romani … Che profumo !” diceva il Commodoro.
“Che schifo, invece, con tutte quelle ragnatele, e quella puzza di stantio e di aceto… e tutti quei topi e gli immancabili tarli onnipresenti.”
 
Il Commodoro portava sempre le stesse scarpe comodissime “a scarfarotto”, sempre le stesse: “Sono imbottite, comode per stare in casa, le porto da vent’anni.”
E si sentiva, come l’odore del resto delle sue cose irrinunciabili, eterne, come la vestaglia da camera da quarant’anni, sempre quella, sempre la stessa, quasi una seconda pelle … con certi aloni e certe parti sdrucite e consunte … “Blah ! Che odore inopportabile!”
I merletti penduli ovunque, i ventagli incorniciati e appesi ai muri.“Quello l’ho fatto arrivare da Amsterdam, quello da Caraci e quello da un’artigiana dalla Costiera Amalfitana…”  Un uccelletto stantio stava in una gabbia roccocò piena di guglie e pendagli. Cantava più o meno una volta l’anno, spelacchiato quanto i due vecchi … Più che cantare sembrava ogni tanto rantolasse e tossisse. Perfino il gatto non osava entrare in quella tana, se no per provare a papparsi quel canarino mezzo moribondo. Ma temeva le nerborute scopate dalla parte del manico da parte di Romea la cuoca. La cucina era il suo regno, con le sedie impagliate e la grande cappa fumosa che arrivava alta fino al soffitto. Di sotto c’era la catena nera che scendeva da dentro la canna e il paiolo sospeso sopra al vecchio fogher con la panca di pietra tutta intorno. Fortunata Romea ! … che se ne andava a sera subito dopo cena.
“Ti chiameremo “gegè” come la nostra vecchia nena … la balia.”Avevano detto a Bertilla la prima sera.
E da quel momento, era stato tutto un: “Gegè qua, Gegè là … e Gegè fa questo, e Gegè fa quello …. E lo spiffero … e c’è troppa luce questo pomeriggio … E mi da fastidio il rumore dei bimbi che giocano in spiaggia …” Non era mai finita … Gli incensi dall’India …  “Cavolo che puzza !”  … Ma Bertilla sapeva che non avrebbe mai dovuto dirlo.
L’avevano messa a dormire nella cameretta sul pianerottolo che saliva alla soffitta. Quante volte era salita lì dentro a sognare guardando tutte quelle cianfrusaglie, mentre i vecchi dormivano. La rete del suo letto cigolava, e i materassi mai pettinati erano pieni di lana e crine odorosissimi. Sopra al letto c’era appeso un quadro di una Madonna stanca e depressa. I vecchi la definivano bella, sognante, e meditabonda sul Mistero. Io la vedevo pallida, piena di freddo, e tremante, col collo storto e il bambino deposto nudo per terra sul pavimento in miseria totale.
I tarli nei mobili scavavano gallerie giorno e notte, e la casa era invasa dalle formiche che ne avevano fatto un enorme formicaio dilatato e comodo. Erano presenti sempre e ovunque: sul pianoforte, in cucina, sul terrazzo, dentro alla madia del pane e nel grande armadio della dispensa. Le trovavo a penzoloni e in fila lungo il barattolo dello zucchero perennemente aperto, o in colonna in discesa da una tazza con l’avanzo della colazione abbandonata sul tavolo.
Bertilla era stufa di quella vita. Voleva vivere davvero, e avere tempo per se … anche di far niente, di rimanere tranquilla a pensare. Non ne poteva più di resistere fino a notte tarda vestita da cameriera col grembiule bianco … pronta a soddisfare l’ennesimo capriccio eccentrico dei vecchi. Pensava a sua mamma che le diceva che le donne incinte avevano sempre mille desideri e le voglie più matte e strane … Quei due vecchi erano incinti anche loro in eterno, nella testa.
Bertilla non voleva più essere sempre pronta come un’amante. Lei era lei, non era il prolungamento dei due vecchi.
Finì col detestarli del tutto … E l’unica volta che il vecchio ubriaco gli toccò il sedere e una gamba si tirò indietro indispettita e arrabbiata … Il vecchio suonato le disse borbottando bavoso: “Che fai la ritrosa ? … Sei niente, nessuno …” Bertilla non lo lasciò neanche finire la frase, e gli tirò un ceffone che gli fece saltare la dentiera dalla bocca. La sorella in carrozzina che detestava il vecchio stava a scaldarsi davanti al caminetto. Vide tutto e sorrise divertita, dicendo: “Se vorrai, stavolta gli avvocati ti renderanno ricca Gegè.”
 
Ma Bertilla non volle saperne di avvocati, e fu contenta di andarsene e liberarsi di quella casa di vecchi matti scemi.
E quelli che dovevano aiutarla?
Piano piano non aveva sentito e rivisto più nessuno. Le avevano dato tutti i numeri, erano disponibili telefonicamente in qualsiasi momento le avevano detto … Ma pronti a far che?  Esisteva fra loro quella distanza incolmabile che c’è sempre fra un professionista e un cliente-paziente. Per cui, alla fine, aveva perso tutti … l’avevano lasciata andare.
Bertilla aveva imparato a bastarsi e arrangiarsi, e …
Fine della seconda parte / continua.
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