apr 28, 2015 - Senza categoria    No Comments

LA CULTURA DELL’ATTESA.

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Guai a chiamarla pigrizia, indolenza, siesta e attesa passiva … ti farai di certo dei nemici. E’ una cultura diversa, alternativa alla nostra Europea isterica e stressata, la così detta moderna.
“Vivete male, anzi, non vivete proprio, vi dimenticate di vivere, siete come macchine da lavoro … Non sapete proprio considerare e gustare la vita e le cose che contano. Sacrificate tutto al ritmo della produttività e dell’efficienza … Per noi è diverso, perché sappiamo andare …”
“Ma andare dove ? … O meglio: andare come ?” me lo sono chiesto e gliel’ho domandato più volte.
“Sappiamo andare e vivere con i tempi giusti … Quelli adatti a poter vivere per davvero, quelli giusti per potersi sentire umani e vivi … non solo ingranaggi di un grande sistema …”
“Siamo proprio diversi … ma quale dovrà essere il compromesso per riuscire ad esistere in maniera serena dentro a questo nostro habitat che non è barattabile ma ci tiene dentro in maniera obbligata ?”
 
Capita a volte e spesso, visto che questo nostro mondo è diventato più che mai piccolo, spalancato e mescolato, di doversi confrontare e incrociare anche con le menti e le abitudine diverse. Ormai viviamo gomito a gomito con persone provenienti da ogni parte del pianeta, da culture veramente diverse dalla nostra. Talvolta, ambienti come quello lavorativo inducono obbligatoriamente a questo incontro-confronto e ad un interscambio da realizzare in fretta.
“Qui siete schiavi dell’orologio, degli obiettivi e delle scadenze. Siete ossessionati dal fare, e dal fare tanto e subito e in fretta … che non significa anche bene. Vivete senza sosta, a volte senza respiro … Siete come bestie da soma, come animali bendati attaccati alla macina che gira in tondo … Da noi, invece, si va e quando si arriva si arriva … è tutto più lungo e dilatato … più aperto e libero … meno angosciante. Non c’è l’appuntamento che scandisce il giorno, il minuto e il secondo …”
“E’ uno spreco enorme, un’incertezza senza fine … Una confusione infruttuosa …”
“Voi la vedete così perché siete legati alle feroci leggi della produttività che determinano del tutto la vostra vita … Per noi produrre è secondario, accessorio, non indispensabile … Non viviamo per produrre, ma produciamo quel che ci serve per vivere … E’ diverso …”
“Lo vedo, infatti, voi non avete mai fretta … Siete più calmi, sembrate quasi arresi, arrivati, non bisognosi di andare, cercare, trovare, rimediare quel che è indispensabile per esistere …”
 
“Possediamo obiettivi diversi … Per noi è importante andare ma per incontrarci … ma non importa quando … Quando si arriva si arriva … Non c’è un presto e un tardi … E anche quando si è arrivati può accadere ancora di aspettare … Così come il ripartire non sarà mai urgente. Prima o poi si ripartirà … ma solo se ti parrà giusto e sentirai che sarà arrivato il momento … Senza fretta, prima o poi … Il quando come lo intendete voi con l’agenda e il calendario in mano non è importante …”
“Per noi sarebbe un incubo … La immagini una stazione, un aeroporto senza orari ?”
 
“E’ questione di priorità e di reale importanza … Nel mondo c’è chi privilegia il fare e chi ritiene, invece, importante lo stare, il sostare e vivere fino in fondo quello che si sta facendo. Per noi è più importante curare gli incontri fra le persone, la ritualità dello scambio dei saluti, prolungare le tradizioni intorno al fuoco e ad un bicchiere di the, la sequela e la conservazione di tutto quello che ci hanno tramandato e insegnato i nostri avi … Il resto può attendere, viene dopo … Voi avete perso tutto questo, siete come appassiti, secchi, ridotti all’osso, spogliati … anche se sembra che possediate tutto e ogni comodità … Siete ricchi ma poveri insieme … Avete solo l’ossessione dell’attimo, del presto, e del tutto ora … Spesso sembrate persone vuote, inzuppate di fumo e niente. Senza radici, senza una storia che vi stia veramente a cuore … O meglio, di storie ne avete tante, troppe, ma nessuna v’interessa veramente … Vi circondate di cose utili, ma riuscite poco ad essere utili a voi stessi e agli altri …”
“In teoria è bello questo discorso, fascinoso … ma c’è un grosso “ma”. Non si può esistere dentro a questo nostro mondo contravvenendo alle regole che si è dato … è come voler navigare e attraversa un grande mare senza saper vogare e nuotare … Si finirà con l’annegarsi o perlomeno schiattare … Io fatico a capire come si possa conciliare questo vostro modo di pensare con le regole del mondo moderno … Sembrate di un’altra dimensione, scappati dal tempo …”
 
“E’ questa infatti la nostra forza … la nostra ricchezza … anche se voi la considerate una povertà, una passività … una mancanza di corrispondenza alle esigenze del vivere di questa epoca.”
“E’ vero. Molte volte che parlo con voi Africani o Asiatici ho come l’impressione di non capirvi. Mi smarrite, mi lasciate perplesso … Non riesco a vedere a come possiate sopravvivere in questa maniera … Mi capita di ascoltare chi viaggia e racconta … A volte lasciate trascorre i gironi senza far niente … E’ vero, noi siamo la cultura della logica e del fare in cui debbono tornare per forza i conti ogni giorno … ma non riesco a concepire una giornata trascorsa solo spostandosi da una parte all’altra, impegnata a discutere e salutarsi, bere birra e mangiare riso e pollo … La cordialità, l’accoglienza sono cose giuste, cose buone, ma non bastano … Ci sono tante cose di voi che non riesco proprio a capire …”
“Siamo una cultura diversa, un modo d’intendere il mondo e la storia alternativo …”
 
“Che però mi lascia perplesso … Mi hanno raccontato di recente alcune cose: in Africa c’è una delle tante zone in cui è scomparsa l’acqua. Da decenni molti dei villaggi trascorrono l’intera giornata dall’alba al tramonto a percorrere chilometri su chilometri per andarsi a rifornire d’acqua in posti lontanissimi. Per certi giovanissimi, soprattutto donne, l’unica occupazione è quella: andare e ritornare con il contenitore dell’acqua in testa. Bene … Alcuni europei decidono di far qualcosa: si trovano i fondi, si studia la zona, si scava il pozzo raggiungendo la falda profonda. Sembra che il problema sia risolto, che si sia migliorata la vita di tutti, che si sia rotta la catena che induceva tutti ad andare avanti e indietro per tutta la vita. E invece no.
Un paio di settimane dopo c’è qualcuno che si vende la pompa del pozzo, e tutto torna come prima. Non si pesca più l’acqua e si ritorna ad andare avanti e indietro come prima. Ma soprattutto è sconcertante che nessuno si ribella, si rifiuta, sembra quasi che tutti siano più contenti così, che preferiscano il loro scomodo andare avanti e indietro assetati e stanchi …”
 
“E’ una cultura diversa, te l’ho detto … Per noi è importante andare … A volte la comodità rende prigionieri, toglie le motivazioni, impoverisce …”
“Fatico a capire … Anche in Asia ho sentito di cose simili … Se da una parte esistono città alveari in cui si lavora come schiavi senza tempo, dall’altra anche lì nella foresta e in villaggi fuori del mondo accadono cose inverosimili. Mi hanno detto di alcuni posti che perfino i Governi faticano ad ammettere che esistano, tanto sono remoti e lontani da quella che definiamo civiltà evoluta. In alcuni posti dell’Asia ci sono villaggi tribali che distano sette giorni a piedi dalla più vicina strada utile a portarli da qualche parte. Sette giorni a piedi per un sentiero largo appena pochi centimetri, dentro alla foresta o polveroso dentro a una savana. Un mondo alternativo, primitivo, dove tutto acquista un sapore e un colore diverso. Niente è indispensabile, di tutto si può fare a meno. Si può vivere e morire lì sul posto, perché tutto il resto è impossibile, terribilmente irraggiungibile.
Ebbene: ai soliti Europei e anche Italiani, che forse non capiscono niente, viene in mente di regalare a questi villaggi una moto, un paio di moto. Sembrano la rivoluzione storica, la soluzione di tanti problemi perchè in poche ore si riuscirà a raggiungere la città e tanti servizi prima impossibili da usufruire. Cavalcando la moto si potrà andare in qualche ospedale, portare un ferito a medicarsi, salvare qualche vita in tempo, coprire quella distanza in tempo utile per guadagnarci qualcosa, per essere presenti nella civiltà moderna ed usufruirne meglio.
E invece no, anche qui. Dopo un po’ si preferisce lasciare le moto abbandonate sotto a una tettoia inutilizzate. Manca le benzina. Penso sarebbe un problema se mancassero i soldi per comprarla, ma invece quelli ci sono. Ma preferiscono utilizzarli per comprare altre cose e da bere. E tutto torna come prima: sette giorni a piedi per il sentiero per raggiungere la civiltà. Un viaggio eterno che spesso diventa una vera e propria avventura. A volte si muore strada facendo, e si ritorna, se si ritorna cambiati, provati, molto diversi da prima. Un viaggio che a volte cambia la vita a causa degli incontri o dei disagi e degli imprevisti che si vanno esperimentando.
Ma perché ? Che senso ha ? … E anche stavolta la maggior parte non protesta, s’adegua … Sembra quasi che preferiscano che venga ricostituito il vecchio ordine delle cose, i vecchi tempi, i ritmi di sempre … Non capisco.”
 
“Non c’è nulla da capire … E’ cultura diversa, sentire alternativo dal vostro … Un modo di concepire le utilità e le priorità dell’esistere in maniera differente … e sarà sempre così … Anzi, ti posso dire di più: ci da anche fastidio che voi vogliate interrompere e cambiare questo nostro modo d’intendere le cose e la vita. Sopportiamo male il fatto che intendete adeguarci, educarci, introdurci a forza dentro alle regole di quella che chiamate la civiltà. E’ la vostra civiltà, non la nostra …”
“Ma in questa maniera v’isolate, vi autotagliate fuori da questo nostro mondo attuale … Non si può prescindere oggi da tante cose. Non è facoltativo intendere e condividere un certo genere di cultura. Alcune certezze che ci accomunano e uniscono e ci inducono a incontrarci e condividere non sono rinunciabili … Oggi non si può non saper leggere né scrivere, non conoscere il computer e internet … Anche la conoscenza delle lingue dovrebbe favorirci …”
“Non è sempre così …”
 
“Non capisco a volte questo genere di vita trascorso in attesa … Questa vita un po’ da siesta, fatalistica, spesso assistenziale, che lascia che il mondo venga gestito da altri … C’è il rischio di non vivere, di lasciarsi vivere e basta. Credo serva avere almeno un po’ d’iniziativa, non dipendere sempre e comunque dagli eventi e da qualcuno che da qualche parte farà qualcosa, e che alla fine in qualche maniera verrà a coinvolgere anche noi più o meno indirettamente.”
 
“Credo che questa dimensione, questo modo d’intendere, non sia solo nostro … Anche nella vostra cultura mediterranea c’è una parte di voi che vive senza fretta, senza angoscia e aspettando senza fretta. Basti pensare al sud dell’Italia. Sono meno ossessionati dalle scadenze rispetto a voi del Nord … Voi li disprezzate perché sono da pisolino, da pennichella … ma non è così … hanno dentro una dinamica diversa, per certi versi simile alla nostra … Voi siete pressanti e pesanti come le vostre nebbie, piovosi e lamentosi come i vostri lunghi inverni …”
“Sarò anche banale … ma ho l’impressione che anche in tutto questo movimento e migrazione di popoli nel bacino del Mediterraneo non ci sia solo un rifuggire dagli orrori della guerra e dalle contrapposizioni etniche e religiose sanguinarie. Credo che nascosto dentro ai barconi dei disperati, alla radice di questa immensa fuga ci sia sempre e comunque quella vostra voglia di “andare”. Un andare lento, oltre le cose, in cerca di qualcosa di diverso e utile … senza fretta, arrivando quando si arriverà … Anche giocandosi tutte le chances, l’intera vita, quel poco che si possiede. Credo che in molti s’insegua un orizzonte comodo ma vago, anche a prezzo della vita, attraversando coraggiosamente le sevizie dei carnefici che ti aspettano oltre il deserto e l’orizzonte quotidiano di miseria che abbandoni … anche disposti ad andare oltre l’insidia mortale del mare … E’ sempre quella la regola: andare oltre, sempre e comunque … andare anche senza sapere quando e dove arrivare …”
 
“L’andare per noi è essenziale … E’ come un sogno, un progetto da realizzare …un inseguire un Paradiso in Terra che esiste da qualche parte ed è raggiungibile in qualche modo, prima o poi … Basta pazientare, cercare, andare appunto …”
“Ma non è un inutile e illusorio vagheggiare ? … Non sarebbe meglio rimanere ? piuttosto che crepare …”
 
“Anche questo è cultura diversa. Non potete capire che cosa ci spinge ad andare … Non si può vivere in attesa, non è un’attesa inutile come la intendete voi. E’ un attesa ma strada facendo, mentre ti muovi e vai … Non importa che ci debba essere per forza una meta precisa, che si debba essere un obiettivo consistente e ben determinato … Basta andare … E’ un bene in se …”
 
“E’ una vita nomade, precaria, incerta …”
“E’ una dimensione diversa, più libera, senza la prigionia del tempo e delle cose …”
 
“Allora che fare ? Come far incontrare le due dimensioni del vivere … perché si dovrà pure giungere a un qualche compromesso visto che dobbiamo convivere insieme …”
“Non è detto che si debba per forza cambiare e adeguarsi … Possediamo ciascuno una nostra specificità etnica, religiosa, culturale che va conservata, custodita comunque … Non bisogna adeguarsi del tutto e per forza … Bisogna pazientare, giocare col tempo … aspettare e continuare ad andare … Ma lentamente, senza esasperarci reciprocamente … Vedrai che piano piano ci s’incontrerà, che le cose combaceranno, si modificheranno e confonderanno insieme … Però bisogna non aver fretta, non precipitarsi, andare piano …”
 
“Chissà ? … forse andrà così … Però qui intanto bisogna correre ogni giorno …”
“Vedi che già non hai capito ?”
apr 27, 2015 - Senza categoria    No Comments

QUANDO LA TERRA TREMA …”

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Quando la terra trema allora cade ogni tipo di poesia … ti sembra banale e inutile ogni canzone e ogni parola, così come improvvisamente ti pare priva di senso e d’importanza ogni cosa che fai.
Sarà anche scontato e retorico, ma quando il Pianeta si scuote comprendi che appartieni a qualcosa di troppo grande per te, qualcosa che è di molto superiore alle regole e le misure che ci siamo dati, qualcosa di selvaggio e potente che travalica ogni sicurezza e di fronte al quale risultiamo solo indifesi e fragili, esseri nudi e privi di qualsiasi protezione.
Quando la Terra si scrolla come un animale che frulla su se stesso, ti senti proprio piccolo e senti accendersi dentro di te quella paura che si fa terrore, quella sensazione ancestrale istintiva che portiamo nascosta dentro che si chiama forza estrema, voglia di sopravvivenza mista a sensazione estrema di morte.
Quando i media balbettano e cade la nostra famosa e superba capacità di comunicare, sapere e dire … quando non c’è più linea né campo né notizia, e si ritorna di colpo a quello stato primitivo di silenzio, d’apprensione e lontananza … senti che improvvisamente la Terra torna a diventare grande, troppo grande per noi … tanto da non riuscire più a percorrerla e attraversarla. Ti senti un pisellino acerbo e immaturo privato del proprio sicuro baccello quando viene a mancare una pista sufficiente per atterrare, un porto per salpare e arrivare, una strada su cui correre e scappare … un sentiero attraverso cui fuggire. Sei come in trappola, anche se avverti scattare quell’immane reazione che si fa solidarietà e speranza, e voglia di restare, di vivere e rialzarsi frugando dentro alle macerie perfino a mani nude.
Siamo fatti per vivere e salvarci, per riuscire a sgusciare fuori da sotto le rovine e i calcinacci. Osservando piangiamo lacrime liberatorie e ci commuoviamo di fronte a chi si muove ancora, a chi si rialza incerottato e bendato … ci sentiamo meglio di fronte a quello che vaga inebetito e con gli occhi sbarrati in mezzo al disastro. Quando ancora uno viene strappato dalle macerie … ci viene da applaudire, emettiamo un sospiro e forse una lacrima.
“E’ già qualcosa, perlomeno è ancora vivo … tutto il resto non conta … si recupererà …” sento dire, e in fondo lo diciamo tutti a noi stessi pensando a come potremmo essere noi nel ritrovarci dentro e coinvolti in situazioni simili.
Quando la Terra freme violentemente, scompiglia e frantuma i nostri “cementi armati”, i grattacieli, i bunker arcisicuri, e piega e avvita le strade come fossero strisce di carta … Ci verrebbe voglia di saper volare via, d’essere leggeri e trasparenti come una libellula, di poter volare attraverso e oltre per poter scampare da quell’immane sfacelo e scampare a tempo dalla potenza stretta di quella pinza mortale e invisibile che improvvisamente si serra su tutto e tutti.
Ma quel che più m’impressiona in mezzo a tutto questo disastro … dietro alla conta macabra dei morti, la lista sempre troppo lunga dei feriti e quella circolare, eterna come un Rosario dei senzatetto, dei dispersi, degli spaventati, dei confusi e diseredati … Quel che m’impressiona di più è che in fondo ce ne freghiamo e continuiamo a vivere come se niente fosse stato. E’ sempre abbastanza lontano da noi quel che accade per coinvolgerci abbastanza.
Sì è vero che scatta la solidarietà, che offriamo i due euro o quel che è al cellulare, che ci verrebbe voglia di partire e andare a dare una mano … ma non lo facciamo per davvero. Qualcuno lo fa, chi per mestiere e perché dovrà farlo, e chi perché non sa resistere al richiamo potente di andare e quindi si muove e va, anche perché può permettersi di farlo. E’ vero che molti di noi stanno male dentro, che ci sentiamo pressare da questi episodi, che ci avvertiamo “vicini” a coloro che hanno subito e incontrato quel traumatico e mortale accidente.
Ma resta un “ma”, un grande “ma” … perché rimaniamo a giusta distanza, al sicuro dentro al nostro quieto vivere. In fondo non ci riguarda quanto è accaduto, siamo salvi e il nostro baccello esistenziale è ancora intatto. Fra noi e quanto è accaduto c’è come un grande mare che ci separa e garantisce quiete e sicurezza, e ci permette d’essere e vivere anche oggi alla stessa maniera che abbiamo fatto ieri.
Quando sussulta la Terra non è cosa semplice, e non è sempre affare nostro … così come quando annegano in mare come bestie, come quando si schiantano ubriachi nel fine settimana o quando vengono investiti ignari sull’asfalto … Oggi penseremo ai fatti nostri e alle nostre scadenze anche se poco più in là c’è chi taglia le teste e squarta e ammazza in nome di Dio come trebbiando un campo … Anche se c’è chi in nome della libertà e della sicurezza dei popoli continua a vendere armi, terrorismo, droghe e tutto il resto … Non è vero che c’interessa per davvero di chi muore di fame, di chi rimane senz’acqua, di chi indossa le nuove epidemie del secolo … Forse c’interessa di più andare a frugare nello spazio, nella tecnologia, nello sport e nello spettacolo … e riempirci la panza di politica e di denaro … anche alle spalle di chi ne ha proprio poco per sopravvivere: i pensionati, i disoccupati, i giovani disillusi e bistrattati.
Spesso sappiamo essere solo grotteschi perché andiamo a distrarci lanciando monetine, sassi e bombe carta allo stadio, a sfasciare vetri e vetrine, insultare e inveire gli avversari-nemici dell’antagonismo sportivo o perché hanno la pelle di colore diverso, a menar mani e bastoni per difendere eroicamente un colore e una bandiera … Ma che simbolo e bandiera ? Fatta di che ?
Quanto anacronistica mi appare a volte questa nostra umanità e società che chiacchera, chiacchere e macina indifferenza e distanza … e in fondo non fa niente, pensa solo a se stessa e al proprio guscio comodo.
Quanto insipide sono certe figure che si ergono a maestri e guide dall’alto dei loro pulpiti dorati e mediatici … e insegnano, indicano e pontificano, dettano le regole … ma non sanno rinunciare a una sola briciola dei loro privilegi e dei loro scanni di favore e ricchezza a cui sono adesi come l’edera al muro.
Il mio potrà anche essere un discorso noioso, perbenista e scontato … Di certo più di qualcuno lo etichetterà come inutile, borioso, moralista e forse pessimista … un ribollire da brontolone indomito che sta peggiorando affacciandosi alla terza età. Può darsi … ma anche no.
Non basta gridare la “Speranza” per essere davvero degli ottimisti ed esserne protagonisti, così come non bastano le promesse e i gesti simbolici per risanare le crisi e superare la drammaticità degli eventi. Mi ha fatto sorridere l’altro giorno una notizia: “Scatta la solidarietà … L’Italia di fronte al disastro del Nepal è intervenuta prontamente e ha messo a disposizione 300.000 euro …”
 
Credevo d’aver capito e letto male la cifra, sono andato a vedere e rileggere … invece no, avevo letto e capito giusto. Che te ne fai di 300.000 euro di fronte a un cataclisma del genere ? Quanto costa un bombardiere e una spedizione militare in Asia ? E che cosa intasca uno dei nostri esimi parlamentari all’anno ? A Venezia con quella cifra non compri neanche un appartamento … ma dai ! Siamo seri !
Ecco la riprova che siamo banali e distratti, che in realtà c’interessa poco di quando la Terra trema e singulta, straripa, inonda, crolla o esplode … Finchè non interessa direttamente noi in prima persona, si può far finta di non sentire … si può aspettare, ci penserà qualcun altro: “I Nepalesi sono un popolo tenace, duro come le loro montagne … Si risolleveranno …” diceva ieri sera la televisione.
Quando la Terra trema vien da pensare, anche la nostra testa frulla … anche un po’ per la vergogna per il nostro innato egoismo, per il nostro pensare solo agli affari nostri.
“Ma siamo fatti così … la vita continua …” oggi è un altro giorno, poi si vedrà.
Quando la Terra trema … “A chi tocca tocca … Per fortuna non è accaduto a noi … Poveretti … poi si vedrà.” Si diceva ieri pomeriggio in calle e sottocasa … e poi è iniziato a piovere e non è rimasto in giro più nessuno.
E’ calata la notte e questo silenzio grande che ci avvolge e costringe a pensare … A volte è pesante, opprimente, altre volte no … Poi arriva il sonno: cala il sipario … ed è già tutta un’altra storia … “E poi si vedrà” …
“A volte dovresti stare zitto … perché parli per niente … dici cose che non servono, disfattiste, che possono urtare la sensibilità altrui e far male inutilmente … Guarda te stesso allo specchio … prima di guardare e puntare gli altri …” mi dicono qualche volta.
Potrà essere anche vero … Siamo tutti persone molto sensibili, delicatissime … disponibili e meritevoli di grande rispetto e riguardo … Non abbiamo bisogno di sentirci dire niente … Ma anche no … L’unica cosa giusta è che più di qualche volta abbiamo paura di ascoltare e guardarci per quel che siamo per davvero … Così come chiudiamo gli occhi e la mente quando accadono certi “grandi tremori” e preferiamo pensare ad altro … come gli struzzi che si nascondono con la testa sottoterra.
“E poi si vedrà …”
“Quando cade una foglia è tutto l’albero che perde qualcosa … quando si secca una goccia d’acqua è tutto il mare che diventa più piccolo … quando si spegna una vita nell’angolo più disparato e dimenticato del mondo, è morta una piccola parte di noi stessi … Dobbiamo stare attenti a non morire piano piano dentro senza accorgersi …”
apr 26, 2015 - Senza categoria    No Comments

“DUE OPINIONI DEL 1500 SUI VENEZIANI.”

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“Una curiosità Veneziana per volta.” – n° 72.
 
“DUE OPINIONI DEL 1500 SUI VENEZIANI.”
 
Sbirciando un poco dentro alla foresta intricatissima degli studi e degli infiniti scritti e saggi esistenti su Venezia, la sua Storia, gli eventi e i suoi personaggi … una vera e propria Amazzonia … capita a volte d’incontrare aneddoti e note curiose. Stavolta ne ho colte un paio che mi sembrano curiose perché sono due opinioni, due osservazioni sui Veneziani di quel tempo pronunciate non in maniera interessata o diplomatica, ma forse indiretta, magari spontanea, quindi prive di cercare ed ottenere un loro utile effetto.
La prima frase è del settembre 1510, ed è stata recuperata dai Veneziani catturando un Commissario-messaggero Pontificio che si stava recando dal Papa durante la guerra di Venezia contro gli Imperiali sotto alle mura di Verona. All’epoca, tanto per cambiare, il Pontefice era “nemico” e combatteva fieramente la Serenissima … anche se continuava paternamente a benedirla di rimbalzo.
Si tratta dell’impressione provata sul campo vedendo i Veneziani in azione (soprattutto i Cavalieri, i Nobili, i Comandanti … ma sempre Veneziani erano.)
 
“ … Laudo quegli zentilhomeni Veneti, quali de dì e de notte tra le artillarie, stanno a sollecitar zente d’arme, fantarie, stratioti, turchi, vituarie … Mai l’avria creduto … Li Provedatori mai non dormeno, fanno un pasto tra il dì e la notte, hanno nature diaboliche che mai si consumano …”
 
La seconda opinione sui Veneziani proviene, invece, direttamente dalla bocca del Papa Pio II° in persona. Era … imbufalito e arrabbiatissimo contro i Lagunari per la “loro maniera” d’intendere la politica, l’economia, la vita e la Storia. E sapete com’è … quando si è inviperiti non si misurano molto le parole e si finisce per dire senza remore ciò che si pensa veramente:
“… Vogliono apparire Cristiani di fronte al mondo mentre in realtà non pensano mai a Dio e, ad eccezione dello Stato, che considerano una divinità, essi non hanno nulla di Sacro né di Santo … Per un Veneziano è giusto ciò che è buono per lo Stato, è pio ciò che accresce l’impero … Misurano l’onore in base ai decreti del Senato …”
 
Incazzatino in Papa ! … Anche se verrebbe da dire: “Da che pulpito provengono quelle parole ! … la sua maniera in fondo era la stessa …” Ma lasciamo perdere … la Storia non si cambia, e queste sono solo due opinioni, forse un po’“rubate” e isolate da tutto il resto di un contesto molto più ampio.
Se l’equilibrio sta comunque e sempre in mezzo … i Veneziani di quel secolo dovevano essere perlomeno un compromesso fra quelle due opinioni catturate di “straforo” e probabilmente mai pronunciabili in pubblico. Venezia Serenissima doveva essere un miscuglio equilibrato di potenza, crudezza, opportunismo, spietatezza, determinazione e … forse benevola tenerezza.
Dico questo, e già finisco, perché intenerisce appunto leggere di un altro Veneziano raccontato dal solito Diarista Marin Sanudo: il Provveditore di Campo della Valtellina Giorgio Corner imprigionato, rinchiuso e torturato per sette anni dai Visconti Milanesi nei Forni di Monza. Quello non solo tacque e non rivelò i segreti di stato della Serenissima, ma sopravvisse fino a tornare libero a Venezia nell’ottobre 1439.
“… fu mandato in una burchiella lungo il Po, con la barba fino alla cintura, con una veste trista e amalato, dalla quale infirmità adì 4 decembre el morite …”
 
L’intera Signoria guidata dal Doge lo accompagnò al sepolcro fra due ali affollate di Veneziani … Venezia e la sua storia non si smentiscono.
apr 25, 2015 - Senza categoria    No Comments

“VIVA SAN MARCO ! … VIVA VENEZIA !”

san marco

Vi siete mai chiesti perché proprio San Marco ?
Voglio pensare che di certo ogni Veneziano lo sa, e che l’attaccamento di tanti al gonfalone di San Marco non sia solo un rispolverare una vecchia memoria storica vaga e generica. Sapete meglio di me che a tanti Veneti e non Veneti piace l’idea di paludarsi e appropriarsi della Storia maiuscola di Venezia per farsene un titolo di nobiltà e di illustre privilegio. Assumere Venezia Serenissima come propria radice è di certo un’enorme garanzia perché di lustro e di gloria Venezia ne ha di certo da vendere. Ma non basta indossare la “divisa veneziana” per esserlo per davvero.
Molto spesso, forse troppe volte, abbracciare Venezia e la sua storia per farne la propria immagine è diventato uno stereotipo fasullo, un’immagine efficace funzionante perché oggi viviamo nella cultura dell’immagine e dell’effetto, ma Venezia e San Marco sono bel di più, molto di più.
Oggi è la Festa di San Marco e per me Veneziano d.o.c. è ogni volta un’emozione, forse più del mio compleanno che man mano che passano gli anni si offusca e diventa qualcosa da ignorare perché induce alla funesta, pallida e acciaccata vecchiaia. Viceversa pensar Venezia non è così, è un riferimento allegro che fa inorgoglire e sentire bene. Nonostante questa nostra città sia anch’essa annosa e piena di problemi come tutte le altre, possiede quel suo “quid” unico al mondo che richiama da sempre folle dal mondo intero.
Venezia è unica, realtà potente, bellissima, fascinosa in maniera inesauribile … è come una bella donna che nonostante trascorrano gli anni ti piace lo stesso perché assume una connotazione matura e una luce, una particolarità sempre nuova e sempre diversa. A differenza di tante cose della vita che finiscono per annoiarti, distrarti e spingerti a rinunciarci … Venezia appassiona ancora, non stanca, viverci dentro è e rimane sempre galleggiare dentro a un sogno.
Per questo ogni volta che è “San Marco in Boccolo” si respira questa sensazione frizzante d’allegrezza e festa. Non importa se si lavora, se si è a casa, in Piazza, sperduti per le calli o prigionieri in qualche letto d’ospedale. In questo giorno sole o pioggia che sia, ogni Veneziano avverte un fremito.  Non importa neanche che sia donna, uomo, vecchio, giovane o bambino … Ognuno dal proprio punto di vista e nel suo stato avverte un brivido. Per qualcuno sarà potente, una febbre travolgente … per altri invece solo una sensazione vaga d’appartenenza, di nostalgica piacevolezza di far parte di questo insieme e di questa mitica e talvolta eterea bellezza.
Con una certa presunzione mi verrebbe da dire: “Solo chi è Veneziano fino in fondo potrà capire …” Non è un caso che i Veneziani di sempre hanno sempre detto che da metà del Ponte in poi inizia la campagna … Non è uno spregio, una minorazione razzista e irriverente … è proprio la sensazione che man mano che ci si allontana da questo microcosmo intrappolato nella Laguna qualcosa va mancando e si va spegnendo. Qui c’è qualcosa che non esiste altrove, c’è solo qui dentro alle calli, i campielli, le corti, le fondamenta, i portici e tutto il resto.
Lo so che sembrerò nostalgico … ma l’acqua di Venezia è diversa da quella di tutto il resto del mondo, e solo chi vive e viene qua potrà apprezzare e capire che cosa significa acqua salata Veneziana. La Venezianità non si può inventare, anche se si può provare a inseguirla, farla propria, amarla.
Quand’ero bambino mi soffermavo estasiato nella “piazza” del mio paesotto lagunare sperso in fondo alla Laguna ad ascoltare “i grandi” che cantavano appena fuori o dentro delle osterie del paese. Solo ubriaconi ? direte. Macchè!  Erano gente qualsiasi, lavoratori, pescatori, padri di famiglia, papà e mariti affettuosi (non sempre) … ma mi stupivano. Sapete perché ? Perché ogni tanto cantando certe canzoni: piangevano.
Sì piangevano pur essendo uomini fatti e maturi, temprati dalle esperienze e dalle cose della vita. Piangevano per la commozione per la partecipazione a quel che cantavano … A volte si trattava delle canzoni tristi della guerra, altre volte quelle neniose e un po’ sdulcinate della “caccia romantica alla bella” … altre ancora era per quella canzone che spesso era l’ultima della serata. Quella che cantavano tenendosi spesso a braccetto, gorgheggiando e tremulando la voce e facendosi appunto venire i lucciconi agli occhi per l’entusiasmo. Eppure erano rudi e “grezzi” pescatori avezzi alle asprezze della Laguna, del mare e degli stenti … eppure si commuovevano. Sembravano quasi felici nel cantare quella cosa … ed essere felici è una cosa seria.
Appena ci penso li ricordo ancora: iniziavano quasi bisbigliando, sottovoce, concentradosi:
“Il nostro vessillo vogliamo sul mar … L’inno di guerra San Marco dei prodi … E tra quel silenzio di tanti canali … 
si sente la voce del suo gondolier … Che spinge la barca vogando sul remo cantando con voce la mesta canzon … “
 
E poi iniziava la canzone vera e propria, quasi un dialogo, una chiamata, una lettera scritta da “innamorati”:

“Mia cara Venezia, mia patria diletta, tu fosti regina possente sui mari.Tu fosti regina possente sui mari … cinta di glorie, speranze d’amor … “

E poi un grido di gioia ed esultanza in crescendo, sempre più forte e alto … come quello dei Fanti da Mar che sbarcavano all’assalto dalle galee della Serenissima, come l’entusiasmo di quando si vedeva e si applaudiva il passaggio del Doge … quasi si vedesse passare il Leone di San Marco vivo e vegeto:
“Viva Venezia, viva San Marco… Evviva le glorie del nostro leon… Viva le glorie del nostro leon…”
 
E si ripeteva in un crescendo intensissimo e un trasporto potente, da brividi, che mi teneva impietrito ad ascoltare … imparando a memoria anch’io quelle parole piacevoli … iniziando a sussurrarle e canticchiarle sottovoce:
 
“Viva Venezia, viva San Marco… Evviva le glorie del nostro Leon … Viva le glorie del nostro Leon !”
 
Alla fine ripiombava il silenzio totale. Mi dispiaceva … era come se fosse caduto e concluso qualcosa, e mi restava già dentro la voglia e la nostalgia di ripetere e risentire presto l’emozione e la magia di quella canzone.
Anche oggi Venezia la sento vibrare … e chissà perché mi sono svegliato con in mente le note di quella stessa canzone.
Dicevo all’inizio: perché proprio San Marco ? Venezia aveva già un suo santo protettore Bizzantino, anzi ne aveva tantissimo: San Teodoro. Perché se n’è liberata per “Indossare”San Marco.
La spiegazione è variegata e si perde nei meandri della Storia, ma ce n’è una fra le tante che in me ha sempre esercitato un suo fascino e spiegato tante cose. Venezia ha scelto San Marco perché era il “numero due” disponibile.
“Due ?” direte,  “Non sarebbe meglio l’Uno ?” … L’uno era occupato da Roma, dal Papa e da San Pietro: l’unico Santo e Apostolo che ha ricevuto il mandato dal Christo Sempiterno di“tenere le chiavi” della Storia e di “pascere come amorevole pastore” i propri fratelli, correligionari e discepoli … governare le proprie genti. Come pastore però, ossia con tenerezza, dedizione, instancabile difesa e protezione.
Allora se era occupato il posto principale del “depositario” di Cristo, serviva al Doge e ai Veneziani qualcosa di altrettanto efficace, significativo e importante … che però non fosse “da meno” di Pietro e soprattutto del Papa con cui Venezia non ha mai avuto cordialità e confidenza totale.
Beh … Se Pietro era “nomber one” … di certo San Marco era“nomber two” perché nel Vangelo si racconta da sempre di un giovinetto che seguiva costantemente Pietro anche di notte, come amico fidato, come emulatore mai stanco di quell’uomo appiccicato alla tonaca del famoso Cristo. Quel ragazzetto una certa notte fu intravvisto nel buio, inseguito e preso … lo racconta il Vangelo, mica io … ma al momento della cattura: sgusciò via nudo scomparendo nella notte, lasciando in mano agli inseguitori un lenzuolo vuoto. Era Marco … San Marco ! …l’amico di Pietro, il confidente di Pietro.
Pietro, San Pietro non ha mai scritto un Vangelo, eppure era“nomber one”. La Tradizione racconta che invece l’ha fatto, vecchissimo, raccontando tutto quello che aveva provato, sentito e vissuto accanto al Cristo al suo amico: Marco. Infatti ne esiste il Vangelo, che fra tutti i quattro è considerato il più antico, e forse il più autorevole e genuino.
Ma al di là dei riferimenti religiosi, in quell’immagine di San Marco c’era qualcosa di più, di più politico anche, di furbesco e tipicamente Veneziano. Qualcosa che sposandola e facendola propria avrebbe dato a Venezia un volto e una connotazione pesante, un’autorità tale da poter competere anche con Roma stessa.
“Se il Papa ha Pietro, noi abbiamo San Marco …” hanno pensato i Veneziani di allora. “E se Pietro è garanzia di autorevolezza, Marco non sarà da meno perché ha partecipato da vicino come Pietro alle cose del Cristo … seguendo una sua libera strada, non intruppato con gli altri apostoli, non suddito sebbene riverente …”
 
Venezia quindi non avendo Pietro ma Marco avvertiva come un contatto diretto con l’Infinito e Dio, una sua via prioritaria e indipendente che non passava necessariamente per Pietro e il Papa. Ecco perché Venezia si è sempre sentita così libera e autonoma … perché sentiva di possedere da dentro le proprie radici un proprio “Credo” diretto, senza bisogno di conferme di altri.
La Storia la conoscete meglio di me, perciò sapete bene come lungo i secoli Venezia Serenissima abbia realizzato tutto questo e molto di più. In un certo senso Venezia intendeva essere “seconda” a nessuno … se non a Dio.
Un po’ contorta come spiegazione e consapevolezza storica del Doge & C … Ma se non è autostima questa ?
E avete mai visto per caso in giro per il mondo una bandiera simile a quella di San Marco e di Venezia ?  … Ah no ?… Ecco un altro piccolo segno di questo sentirsi “unici”, diversi seppure affini da tutti gli altri. Non dimentichiamo però che Venezia è sempre stata aperta e tollerante con tutti, un porto di mare disponibile ad accogliere chiunque, senza preclusione alcuna … seppure con le dovute accortezze. A Venezia si sapeva sempre chi comandava … e come si doveva vivere.
Ecco allora che quando ogni mattina e sera osservo fluttuare nella mia calle un grosso gonfalone di San Marco appeso sulla corda che va da parete a parete per stendere la biancheria … ecco che avverto ogni giorno quella fine e inconfondibile emozione … ripenso a quei miei vecchi che si commuovevano cantando, e mi sento fiero d’essere Veneziano anch’io.
Allora: Auguri Venezia ! Rimani, nonostante tutto Regina … e Viva San Marco, il nostro Leon che continua a ruggire seppure un po’ rauco e provato dai secoli che ha ormai vissuto … un po’ come i Veneziani un po’ raffreddati di oggi.
apr 24, 2015 - Senza categoria    No Comments

“MONSELICE … LA VIGNA DELLE MONACHE.”

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Veline filigranate, una nebbia dalle trasparenze quasi autunnali … Venezia era traslucida, ombrosa, pallidissima … Un grosso ratto, grosso quasi come un gatto, è scappato via rapidissimo insinuandosi furtivo sotto allo zoccolo di un’immobile statua … Una Giapponese scalza in infradito ciabattava inseguendo un vaporetto che fendeva il muro fitto della nebbia. Alla fine è riuscita a saltarci dentro sorridente, contenta … I binari del treno erano tutti bagnati, odorosi, neri e luccicanti … Il videoterminale appeso in alto elencava come sempre chi va e chi viene, chi partiva e arrivava … mentre persisteva quella densa bruma del mattino.
“Adesso si dissolve … Vedrai che splenderà presto il sole …”
 
Attraversando la Laguna di Venezia trapuntata di reti semisommerse e “serraggie” da pesca infisse nel fango, un treno “carretta” ci ha lanciato sulla piana veneta in direzione dei cocuzzoli rotondi e spelacchiati dei Colli Euganei. Isolato alla fine, quasi fosse in castigo e avesse litigato con i consimili, c’è il colle di Monselice col suo Castello in piano e la Rocca in cima al monte. Era questa la nostra meta domenicale … Fuori del finestrino correvano sovrapponendosi tonalità bianconere, tutti i toni sfumati del grigio, e la campagna era tutta pennellata stirata e sporca di verde opaco, spalmato e chiazzato di Primavera.
“Schiarisce … schiarisce … Vedrai che schiarisce … Ecco … ecco, comincia …”
 
Tutto il grande scenario intorno rimaneva uniforme e colorato di seppia, mentre più che correre il treno sobbalzava, strideva, friggeva, singultava e ronzava. Poi improvvisamente s’è impiantato ed è restato là: eravamo arrivati a Padova … ed è spuntato il sole, quasi come un miracolo. Prima timido e poi sempre più deciso, come se avesse preso gusto a spostare e districare un’infinità di veli prima ocra, poi color crema … Ne è venuto fuori un dipinto surreale, postimpressionistico … un trasparire di cipressi affusolati e neri, filari alti e sfuggenti, sagome fasulle di casolari e capanni … Tutto fumoso, ancora incerto, che piano piano si è fatto del tutto chiaro.
Ed eravamo a: “Monselice o Mont-Silicis: la Montagna fatta di Selice”, calpestando un tappeto verdissimo di erba nuova e margherite, di fronte a un largo canale in cui scorreva un acqua pigra proprio domenicale, davanti a tozze cinta di mura antiche“smangiate dal tempo”… un posto tranquillo, inondato dal sole, senza più nebbia.
Addentrandosi nel borgo di Monselice si respira aria e atmosfera di Serenissima, sembra un pezzetto di Venezia in trasferta. Ci sono, infatti, i palazzotti del Nobili Veneziani, i balconi con le finestre gotiche acute, i portici, e alcuni grossi Leoni di San Marco, massicci, solenni, che incutono soggezione ancora oggi … C’erano soprattutto un tempo i numerosi possedimenti delle Monache del Monastero di San Zaccaria di Castello a Venezia. Sì, proprio quel San Zaccaria vicino a San Marco all’inizio del Sestiere di Castello. Il ricchissimo e famoso Monastero dove andavano monache(spesso per modo di dire) le “delicate e rispettabili” figlie del Doge e dei più ricchi, potenti e influenti Nobile mercanti e Senatori di Venezia.
“E’ lontanina Monselice da Venezia.”, direte con ragione, ma avete capito giusto, la “longa manus” delle Monache Benedettine Veneziane si è spinta ben più in là della nostra solita Laguna Serenissima. Ed erano praticamente padrone di quasi tutta Monselice.
Se andate a frugare soltanto un poco negli antichi documenti rimarrete davvero stupiti, o almeno un po’ sorpresi. Esiste un’infinità di carte e fitti carteggi e registri che testimoniano come la Reverendissima e Illustrissima Badessa di San Zaccaria con i suoi Fattori e legali rappresentanti gestivano un immenso patrimonio: “… sotto al portico di Santo Stefano e Santa Giustina di Monselice”.
 
Il giorno di San Martino, dell’Epifania, a Carnevale e all’inizio della Quaresima, in Maggio, in Agosto i contadini e i vignaioli di Mons-silicis si presentavano ossequiosi e ordinati in fila davanti ai severi fattori e ai rappresentanti, o alla Badessa di San Zaccaria in persona.
Alla fine del gennaio 1202 il “quadro delle corrisponsioni”provenienti dai possedimenti in Monselice del Monastero di San Zaccaria di Venezia già acquisite fin dal maggio 1180 recitava fra altro:
“… Un appezzamento, una pecia di terra in Vanco Salcai, una in Salvonar in Sochoni, un’altra in Vimenaro, in Gudo, due in Arcer Maneudi, una in Savonara, una in clusura Sigolo, in vanco Cansello, in valle di San Martino, in Monte Castellano, in Coresa e una in Galinaro … Inoltre una “pecia di vigna” in rio de Penco, in aser Corbo, da Cesso de Iohannes de Vanca, da Cesso de Iohanne de Conca da Valle Scandolara, in arser de Meso … E due campi interi in arser de Pavalo, quattro campi in Coresa, in aser Domini Solis, 1 pecia in ponso Perella e da Cesso, in Fossa Longa due pecie, in Corolo, in Savelone, da Cesso secum vineam, da Cesso iuxta vineam e in prati da le Fosse una pecia …”
Il Notaio Clarimbaldino stese anche un lunghissimo elenco dei coloni del Monastero dividendoli circa in dieci categorie corrispondenti al tipo di onoranze, periodi di consegna e prestazioni in lavoro dovute al Monastero Veneziano.
 
- Coloro che devono corrispondere qualcosa o pagare un affitto alle Monache nella chiesa di Sancto Stefano dei Domenicani della provincia veneta di SS. Giovanni e Paolo in Montescilice (chiusa solo nel 1810). Alcuni risiedono anche ad Arquà o Padova e pagano un decima di tutto quanto accade sulla loro terra secondo le norme degli Statuti di Padova.
- Coloro che devono corrispondere un decimo del loro pollame o una parte dei loro animali.
- Coloro che devono corrispondere una parte della loro “Vindemia”.
- Coloro che devono corrispondere a Carnevale o Carlevare.
- Coloro che devono corrispondere in Maggio o corrispondere del frumento ogni anno nel mese di agosto.
- Coloro che devono corrispondere “Carracios o Carraia” …… (forse carichi di legna)
- Coloro che devono prestare lavoro al tempo della trebbiatura e dare un pollastro.
- Coloro che devono prestare lavoro e basta.
- Coloro che devono corrispondere “Rocios de uva”.
- Coloro che devono corrispondere l’ospitalità di un posto letto con “culcitram et plumacium”.
Esiste tuttora anche un noiosissimo quanto molto curioso elenco con tutti i nomi di coloro: contadini, allevatori, vignaioli e affittuali di Monselice tenuti a presentarsi puntualmente al banchetto col Notaio e i Fattori delle Monache … Ma vi risparmio un po’, anche se per me è bello immaginare e scorrere quei nomi:
“Vivianus de Benaia et Albertinus suo nipote dovranno corrispondere alle Monache di San Zaccaria una spalla di maiale e una focaccia, e se non hanno il maiale daranno una gallina per la spalla e dieci solidi in denaro … e Domenico et Alperino figli di Leone e Giovanni figlio Almerngarde di Domenico Morlo  …dare per il prato e una vigna a Nogarola … Manfredinus di Lorenzo per il casamento in cui abita … e per la vigna dietro al Castello …Domenico de Oderico de Sigiprando et Masa et Cesa et Maria et Mateldina et Nella et Monseclana … per la terra … Martino e Sigiprando de Adam Bullo … per una peciola di terra a Quarto Martino … Cano de Maselli, Prando per la tenuta che fu Nordilli scilicet pro vinea et olivis … Domenico Calbo e suo nipote … per una clausura a Cassara …Mainardo e Olvrado e Vido de Ugone de Ariberto … per le viti del Monte …Iacobino fabbro e Patavino fabbro de Arquada … un cappone e una focaccia …Patavino figlio di Giovanni de Walperto…per luogo prativo con salici … e anche i Confratelli della Schola di San Pietro offriranno 12 denari mentre la Frataria degli Apostoli dei Santi Pietro e Paolo daranno 2 solidi …”
Ci sarebbe da perdersi andando a guardare … e ho immaginato quei volti in fila biscottati dal sole, con i prodotti stretti in mano, col sacchetto dei denari, e con in mente quei debiti da pagare, i contratti da stipulare, i resoconti dei talvolta magri raccolti da spiegare … e pascoli, semine, vendite, vino, greggi e bestiame … Alle monache non sfuggiva niente, annotavano tutto su un loro “Libro Verde” in pelle, prontissime a mettere qualcuno per strada per andare ad espropriare gli insolventi, o concedere in concessione terre e vigne a chi prometteva di saperle utilizzare e sfruttare meglio … Case, fienili, stalle, cantine, appezzamenti, ponti, mulini e rogge, canali e vigne, tutto era delle monache … Quasi tutto a Monselice apparteneva al “San Zaccaria di Venezia” … Monselice era considerata “La vigna delle Monache”, e la loro presenza in un certo senso aleggiava costantemente sul borgo, soprattutto abitava stabilmente nella mente e nei pensieri di chi viveva in quel posto … quasi come un fantasma radicato lì da secoli e mai sazio di domandare e pretendere.
Domenica ripensando a tutte queste cose ho provato una certa emozione nel ritrovarmi proprio lì sotto a quei portici modesti di campagna oggi deserti e silenziosi … Sono passato sopra ai gradini consumati dal calpestio di molti, ho notato le lapidi e le tombe quasi cancellate dai secoli. Di mattino presto non c’era quasi nessuno in giro per Monselice … Non c’era più la lunga fila dei contadini, degli antichi abitanti del borgo, né i vignaioli gli allevatori ossequiosi di un tempo. Niente cigolare di carri, muggire di bestie e lamenti di cavalli … Niente venditori agli angoli delle strade che intrattenevano trattative e piccoli affari con avventori sopraggiunti dalla strada per il giorno di sagra e di festa … Non c’era neanche il tavolinetto su cui gli Agenti delle Monache annotavano tutto diligentemente, niente scrivani né sgherri che garantivano e difendevano i diritti delle “Paròne da Venezia”.
Monselice fin dai tempi remoti è sempre stato un luogo strategicocinto da ben cinque cerchia di mura possenti su cui si aprivano sette porte … Si trovava all’incrocio di due direttrici stradali per il Nord dell’Italia, poco distante dal corso del ramo settentrionale dell’Adige. Una zona umida, acquitrinosa e di pianura ai piedi della collina, alimentata da sorgenti d’acque calde, ma soprattutto un’area buona per comunicazioni e scambi. Monselice dipendeva dalla vicina città di Este, in latino Ateste, e faceva parte fin dai tempi dell’Imperatore Romano Augusto dell’Area nord orientale della Decima Regio Italiae a cui fu concessa la cittadinanza romana dopo che lì venne stabilita una colonia di soldati veterani ascritti alla tribù Romilia. Da lì passava la grande strada di collegamento costruita tra Bologna e Aquileia dal Console Marco Emilio Lepido, e sempre lì in cima alla collina si edificò un “Castrum” in funzione antilongobarda.
Infatti, come racconta Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”, il Castrum di Monselice venne conquistato nel 602 d.C. dai Longobardi germanico-scandinavi col loro re Agilulfo. Del loro passaggio e stazionamento a Monselice resta una necropoli ricca di corredi funerari, armi, oggetti personali e resti di guerrieri ma anche di bambini. I decoratissimi pettinini in osso, le fibbie in argento, i pendenti delle cinture, le crocette in lamina d’oro e l’abbondante vasellame sono squisiti da osservare al pian terreno del Castello dove nella Biblioteca è stato allestito un Antiquarium Longobardo.
In cima al Colle della Rocca fin dal 1239 si ergeva il torrione quadrato in trachite con la cuspide un tempo in legno, alto più di 20 metri, costruito da Ezzelino da Romano e detto Mastio Federiciano in onore del suo Imperatore Bizzantino … Insomma, Monselice era una vera e propria fortezza del Veneto medievale inizialmente in mano all’Esarcato Ravennate Bizzantino e Adriatico. 
 
E siamo al Castello nel cuore del borgo …
Nell’insieme è un miscuglio di edifici: una dimora signorile, un torrazzo di difesa e una Villa Veneta. Un complesso piacevole ben allestito e riordinato, anche se quasi tutto l’arredo interno non è originale ma riportato, però amalgamato e disposto in maniera sapiente e accattivante. Sembra davvero d’entrare dentro a una scena di vita d’altri tempi fra pareti decorate a quadrettoni bianchi e rossi, soffitti intarsiati con un ricchissimo puzzle d’animali da cacciare, arazzi sontuosi … Manca solo d’incontrare per davvero fra corridoi, stanze e scale un vero soldato armigero bardato, o una dama castellana di passaggio.Sempre lì dentro i Signori Padovani Da Carrara hanno fatto costruire una Sala del Consiglio e dei monumentali camini “a torre e unghia”, unici in Italia per forma e funzionalità. Quando meno te l’aspetti, sbuchi dentro ad un’antica e autentica cucina buia e pluribruciacchiata. E’ talmente ben messa che ti verrebbe voglia di sederti a tavola e metterti a mangiare qualcosa di appena scodellato dai neri paioli appesi ovunque e sotto e dentro al nero immenso camino.

Dal 1405 con l’avvento della Serenissima il complesso venne acquistato dalla Nobile famiglia veneziana dei Marcello che ampliarono le sale, costruirono la Biblioteca, ristrutturarono cortili, aggiunsero una Cappella e modificarono la Torre Ezzeliniana ricavandone una dimora estiva utilizzata fino all’inizio del 1800. Con la caduta della Repubblica di Venezia accade un progressivo decadimento dell’antico maniero, la proprietà passò di mano in mano finchè durante la Prima Guerra Mondiale il Castello venne usato, saccheggiato e svuotato dai militari che lo abbandonarono definitivamente nel 1919. Solo nel 1935 la proprietà passò in eredità dai Conti Girardi al Conte Vittorio Cini che nel 1981 lo cedette con tutte le collezioni di mobili, dipinti, tappeti, arazzi, ceramiche, strumenti musicali e stoffe e la vasta armeria alla Regione Veneto.

Un bel castello insomma, con tanto di fantasmi autentici:“Almeno tre !” ci spiega la giovane guida graziosa.
“Uno di certo è quello nascosto in Avalda: la gatta spelacchiata che s’aggira ovunque … Non è una comune gatta, ma una presenza inquietante, eterea ed estranea che spunta silenziosa e felpata improvvisamente da dietro un angolo … da una scala chiusa, da sotto un tavolo o da dove non si sa …” Infatti, la vediamo spuntare tutta arruffata e impolverata con due occhietti vispi pungenti pieni di luce … Fa rabbrividire, e basta fissarla un solo attimo per essere certi che fra quelle mura e intorno c’è qualcosa di strano che ci sfugge. Ma questa è un’altra storia, anzi, un riflesso del fascio di leggende e storie che popola e affolla “il locus” di Monselice … Così come credo che un altro dei tre fantasmi che abita il Castello di Monselice sia quello di qualche Monaca del San Zaccaria di Venezia.
Usciamo di nuovo nel sole … In questa nostra epoca ovviamente il borgo di Monselice è molto cambiato. Rimangono solo poche tracce di quel che è stata un tempo. Ci siamo trovati dentro ad un “accrocchio” di chiese sbarrate e a curiosare e inseguire una lunga lista di Santi stipati e racchiusi dentro a viottole e resti di mura: San Martino, Santo Stefano con i resti del suo convento, San Giacomo dell’Ordine dei Francescani Minori con l’Ospizio per i pellegrini sulla Via Jacobea fin dal 1100 … E poi ancora: San Tommaso, San Paolo sulla sinistra del Palazzo del Monte di Pietà, San Matteo di Vanzo ai confini orientali del territorio di Monselice, e l’ex chiesa del Carmine dei Carmelitani consacrata dal Vescovo di Adria. In un angolo di Monselice esisteva anche San Bortolo da dove partivano gli“Urtanti di Monselice” ossia dei vagabondi e accattoni che giravano gran parte dell’Italia andando ad elemosinare per poi tornare periodicamente al paese.
 
Più tardi siamo entrati dentro al silenzioso Duomo Vecchio, la Collegiata romanico-gotico fatto costruire dall’Arciprete Simone Paltanieri nel 1256 per sostituzione la Pieve di Santa Giustina rasa al suolo per esigenze militari. Una vasta navata unica coperta da tele interessanti … un polittico di Scuola Veneziana sull’Altare Maggiore … quattro bassorilievi in marmo della Bottega dei Bonazza … quanto resta di alcuni affreschi del 1300 … un ossario cilindrico romano posto sotto al vecchio pulpito arrampicato sulla parete. Neanche l’ombra delle antiche Monache di San Zaccaria … poca cosa a confronto con ciò che siamo abituati ad ammirare e gustare a Venezia.

Allora abbiamo girovagato per Monselice incappando in Palazzi e Ville: quella dei Nani Mocenigo col muro di cinta coperto da figurine di nani … Villa Gradenigo presso Porta San Giacomo, Ca’ de Barbo, Ca’ Marcello, Ca’Foscarini … Villa Pisani del 1553-56 fatta costruire dal Nobile Francesco Pisani mentre Andrea Palladio edificava un altro palazzo appena fuori delle mura di Montagnana. Per i nobili Pisani erano solo “piccoli casini” lungo le rive del canale che collegava Padova con Este, “luoghi di sosta” che potevano servire alla famiglia per alleviare il viaggio da Venezia alle loro terre della Bassa Padovana…

A metà costa della Collina della Rocca sorge, invece, il complesso architettonico di Villa Duodo costruito nel 1593 da Vincenzo Scamozzi dove un tempo sorgeva un altro castello detto di San Giorgio. La facciata visibile oggi è stata costruitada Andrea Tirali nel 1740, e la scena spettacolare è raccolta davanti all’anfiteatro scalinato dell’Esedra costruita nel 1600 e dedicata da Alvise Duodo a San Francesco Saverio che si dice abbia soggiornato a Monselice nel 1537.

Per raggiungere Villa Duodo bisogna uscire da Porta Romana e salire il percorso delle Sette Chiese: costruito sempre dallo stesso Scamozzi su commissione dei Duodo. Si tratta di sei cappellette allineate a schiera che si completano nella chiesetta di San Giorgio inglobata nella villa. Dentro ad ogni chiesetta intitolata alle Basiliche Romane c’è una piccola pala dipinta da Jacopo Palma il Giovane, il pittore preferito della Serenissima. Nel 1605 Papa Paolo V concesse ai Duodo il privilegio dell’ “Indulgenza Plenaria”, ma nel 1650 Papa Innocenzo X fece di meglio perché accordò a Francesco Duodo la facoltà di porre dietro all’altare dell’Oratorio-chiesetta di San Giorgio della Villa alcuni resti di Martiri Cristiani trasferiti da Roma a Monselice.
Oggi nell’Esedra davanti alla Villa s’assiepava un’allegra compagnia di giovani Scout Veneziani in spensierata trasferta, guidati … pensa te ! … da un entusiasta Doria: un mio compagno di scuola dei tempi delle medie. Chi l’avrebbe mai detto di ritrovarlo all’opera qui dopo tanti anni … Mentre gli scout cantavano in cerchio allegramente, ci siamo infilati per un attimo dentro alla chiesetta di San Giorgio della Villa: un angolo umido, ombroso, tutto decorato ma inquietante … Ci sono ancora quegli armadi spalancati pieni di Reliquie e cadaveri dei Martiri regalati un tempo dal Papa … Dentro s’aggirava intorno un omuncolo serioso e austero, altrettanto inquietante, che con mezza voce rauca invitava ad entrare in quella specie di spelonca provando a venderci “sante corone del Rosario” e altra paccottiglia sparsa per raccogliere fondi per improbabili restauri. Non c’era nessun altro … Solo quell’uomo torvo in quei bui passaggi stretti, quasi sepolcrali e sotterranei, e un intenso odore di stantio e muffa … Da brivido! Siamo scappati fuori subito … e scesi di nuovo a vagabondare nel borgo di sotto scendendo la collina lungo una viottola scalinata spettacolare, quasi da fiaba.
Siamo capitati a Monselice nel giorno della Festa di Primavera, e nella piazzetta di sotto invasa dal sole del mezzogiorno girava una giostra tutta colorata. Quasi in trasparenza fra un e l’altro si vedeva la Torre Civica del 1244 accanto ai resti delle cinque cinte murarie… Girava la giostra al suono di una vecchia canzonetta da sagra, e la folla della domenica s’assiepava vociante e serena nel mercatino … Girava la giostra e sopra c’era seduto un bambino col gelato che sorrideva con la bocca tutta sporca di cioccolato … Girava e rigirava scintillando nel sole e tutto intorno s’aggiravano i volontari delle antiche Arti e Mestieri: sembrava d’essere tornati indietro nel tempo. Ci siamo trovati accanto e circondati da un Libraio, un Fabbro, un Maniscalco, un Sarto, uno Speziere, un Venditore di Farina e Granaglie, un Armaiolo, un Calzolaio, un Fornaio, un Boccalero, un Berrettaio, un Canapaio, un Laniere, un Camiciaio e un vecchio Scrivano tutti in costume e intenti nella loro “opra”… Il borgo sembrava rinato, vivere diversamente … Girava e rigirava senza stancarsi la ruota della giostra quasi vuota, deserta … e in mezzo alle bancarelle cariche dei colorati e gustosi prodotti locali della campagna c’era una bella ragazza prosperosa e agghindata che tagliava senza sosta un’immensa porchetta profumata … Girava e rigirava la giostra … e c’era proprio aria di festa a Monselice: le strade principali erano piene di famigliole, turisti, curiosi e gente di passaggio, mentre un piccolino ignaro con due guanciotte come pesche mature se la dormiva pacifico nel suo passeggino … A un certo punto la giostra si è fermata, e allora si notavano maggiormente quelli di Monselice: tutti in fermento, col vestito buono della festa e le mani incrociate dietro la schiena. Le donne con la testa tutta acconciata e preparata, tacchi a spillo e la borsa bella in mostra … Andavano avanti e indietro per la strada a salutare e stringere le mani, a visitare e rivisitare il mercatino e il luogo della festa, girando e rigirando come la giostra che aveva ripreso a girare e rigirare … In disparte, invece, corsi e ricorsi storici, girando e rigirando … c’era un nutrito gruppo di giovani africani distesi al sole sopra a un prato verdissimo nei pressi di una bassa casetta … Mentre giravano vorticosamente le ore sono rimasti lì tutta la mattinata sfaccendati e in attesa di niente, oppure di qualcosa, non si sapeva bene che cosa … forse una novità o una qualche carità come facevano gli “Urtanti” della Monselice di ieri. Mi aspettavo che da un momento all’altro s’attivassero, si spargessero e confondessero in giro per la sagra, o s’avviassero in congrega a bussare al portone di qualche chiesa o palazzo, o dell’antico castello … e, invece, mentre continuava a girare e suonare la giostra sono rimasti lì dov’erano lasciandosi cullare dentro all’atmosfera oziosa della domenica qualsiasi, speranzosi o forse ignari o indifferenti verso tutto quello che potrebbe loro raccontare e offrire Monsilicis … Corsi e ricorsi storici …  gira e rigira la giostra dei giorni, della Storia e della vita … e dietro al magico scintillio degli specchietti riempiti dal sole si sono sentiti i rintocchi della campana  delle ore del borgo … Non c’era più tempo, anzi, era ora di scappare di nuovo, di partire e andare …
apr 21, 2015 - Senza categoria    No Comments

“IL LAZZARETTO VECCHIO ? … FUNZIONA ANCORA …”

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“Una curiosità veneziana per volta” – n° 71.

“IL LAZZARETTO VECCHIO ? … FUNZIONA ANCORA …”

Cappuccio in testa e passo lesto mi muovo dentro e sotto le ultime ombre lunghe della notte. Osservo un mondo tutto capovolto e traslucido dentro alle larghe pozzanghere dell’acqua di ieri. E’ domenica, tutto è immobile, non c’è nessuno in giro … solo un’automobile passa lenta, sembra pigra. Nella mia fantasia qualcuno la sta spingendo faticosamente a pedali.

“E’ la giornata giusta …” mi dico.

L’aria è pulita, sa di fresco e bucato. A Oriente, dietro alle sagome scure e cappellute degli alberi, il cielo sta sfoggiando tutto un album di tinte, tonalità e colori … sembra il manifesto della Primavera. Venezia si sta stiracchiando, ed è di nuovo pronta, fra poco ospiterà le migliaia chiassose della “Su e zo pei ponti” … ma io sto aspetto qualcos’altro. Affretto il passo mentre nel cielo si scatena un inferno di stridii e volteggi di rondini … uno spettacolo avvincente che danza sopra lo specchio lucido e quieto della Laguna … ma io aspetto altro.

Non vedo l’ora di scavalcare il turno di lavoro in ospedale, e l’impazienza diventa esagerata man mano che trascorrono le ore. Sarà perché è la prima volta in vita che metto piede nell’isola del Lazzaretto Vecchio, o sarà forse perché mi piace vedere quel che c’è stato un tempo e oggi quasi non c’è più … Sta di fatto che non vedo l’ora di precipitarmi lì per la visita guidata dell’apertura straordinaria …

“E’ il primo ospedale Europeo, il più antico nel suo genere … certe cose le hanno inventate i Veneziani.” Ci spiegano. A differenza del Lazzaretto Nuovo del 1468, perso dentro alle secche, alle barene fangose e alla poesia amena della Laguna di Sant’Erasmo, l’isola del Lazzaretto Vecchio e più austera, tozza, grezza, quasi scontata a un passo com’è situata dalla striscia litoranea ed elegante del Lido. Sembra basti un salto in lungo per attraversare lo specchio d’acqua e arrivare ad infilarsi dentro a quello che mi è sempre apparso come un vero e proprio mondo recondito.

Il nome titolare della chiesetta originaria che sorgeva in isola era: Santa Maria Assunta … o più probabilmente Santa Maria di Nazareth da cui derivò la denominazione dell’intera isola come: “Nazarethum”, trasformato in seguito dai Veneziani in: “Lazzarettum o Lazzaretto”, forse per via di San Lazzaro e della lebbra … Sta di fatto che il nome s’è affermato e diffuso ovunque, anche in giro per l’Europa … e lo utilizziamo tutti ancora oggi.

Le ore sono scappate, e perciò: “Eccomi qua !” … e mi sono ritrovato sulla Riva del Lido davanti al Lazzaretto Vecchio e ai variopinti traghettatori sulle sampierotte impavesate. Ci siamo ritrovati a centinaia tutti in fila come per entrare al cinema a vedere lo spettacolo di una “prima” stagionale. Solo che stavolta “il film” si chiamava “Lazzaretto Vecchio”. Seduto in attesa sui gradini della riva e provocato dal sole del pomeriggio, ho chiuso un attimo gli occhi. Non l’avessi mai fatto … o forse è stato meglio così. Li ho riaperti ed era cambiato tutto, niente era più come prima. Non c’era più l’oggi ma sembrava ritornato l’ieri. Un ieri un po’ strano, forse surreale, ma di certo piacevole, curioso … forse quello che andavo cercando.

L’isola distesa lì davanti era la stessa, l’identico segmento galleggiante sulla Laguna. Però c’erano barche su barche intorno, tutte cariche di qualcosa. Niente motori, solo barcaroli curvi a spingere sui remi.

L’isola era cinta d’approdi e pontili tutti occupati da barche accostate in file sovrapposte. L’atmosfera intorno era vivissima, sembrava un vespaio, un formicaio brulicante di persone, vitalità e gente vociante.

Una sampierotta ha attraccato davanti ai nostri piedi e due nerboruti “Pizzegamorti” gentili e bruschi insieme ci hanno squadrato sornioni e un po’ grintosi inducendoci a salire in fretta con ampi gesti. Avevano “occhi di bragia”, sembrano tanti Caronte febbricitanti … ma della nostra stessa febbre.

Mi sono guardato attorno, eravamo in tanti, c’era coda e un po’ di ressa … Alti nel cielo volteggiavano i gabbiani di sempre … In lontananza cantava un cuculo monotono, e alcuni merli zompettavano sul prato appena rinnovato dalla nuova stagione … E più in là ?  C’era solo tanto silenzio di una solita domenica veneziana qualsiasi.

Mi è sembrato un pomeriggio placido, tranquillo, ma non lo era per niente, c’era come una tensione nell’aria, una novità imminente, un pensiero inquietante che ci pervadeva e accomunava tutti su quella riva.

“Piano ! … Svelti ! … Senza scivolare in acqua … Attenti a quel gradino scivoloso e rotto …” Un “Pizzegamorti” mi ha preso per mano, mi ha accompagnato per il fianco e mi ha toccato e spinto leggermente per la spalla.

“E’ fatta ! Sono anch’io dentro alla barca … partiamo per l’isola … forse senza ritorno … Sono i Pizzegamorti !” dico a me stesso, non privo di una certa inquietudine.

Fra i Pizzegamorti nel 1575 c’era il barcarolo Veneziano Francesco Ceola che s’era offerto come Pizzegamorti in cambio della concessione di una “Libertà-Licenza” del primo Traghetto disponibile che si fosse liberato per colpa della peste. Nel 1630, invece, i Pizzegamorti erano giunti ad essere fino a 300 di numero, e percepivano 20 ducati al mese anticipati … Venivano reclutati tra gli ex galeotti e i carcerati, ed erano spesso degli sbandati facinorosi, o vagabondi disoccupati e disperati. Provenivano dalla Terraferma, dall’Istria, Austria, Friuli e Lombardia, e furono protagonisti di ruberie, violenze e sciacallaggi di ogni tipo sui beni degli appestati Veneziani. Spesso ubriachi e alterati, erano attenti più alle prostitute obbligate al lavoro e all’assistenza nei Lazzaretti che alla cura dei malati e dei morti, gettavano persone ancora vive dentro alle fosse, trattavano in maniera sprezzante e vile ogni umano corpo … desiderosi solo di saccheggio e di basso guadagno.

“A causa dei molti rischi di contagio personale fu introdotto di far riporre col mezzo di corde catramate e uncini di ferro li cadaveri infetti in certi carretti costrutti all’oggetto nella Casa dell’Arsenal, e ripor poi questi carretti nelle burchielle che furono fatte costruire parimenti all’Arsenal nel numero di cinquanta, che si scortavano al Lido dove giunti, erano condotti dai cavalli sino alle fosse già prima preparate; si tumulavano nudi i cadaveri e le vesti delle quali si trovavano coperti erano sul fatto incendiate … altro opportunismo mezzo di preservazione è introdotto a questo Ufficio che giunge ad assicurar l’uomo attento che lo amministra ed è quello di coprire intieramente li Pizzicamorti con casacche di tela forte catramata con mistura e profumi di materie opportune; alla qual utile invenzione furono poi aggiunti li calzabraga e li guanti coperti dallo stesso catrame, che salvano dal contatto le parti esposte del corpo …”

Di frequente i Provveditori alla Sanità li facevano facilmente fucilare dopo accuse sommarie.

Nel 1576 Il Notaio Rocco Benedetti e tale cronista Fuoli li descrivevano: “Portavano attaccati alle gambe sonagli e campanelli d’ottone alla guisa di saltatori mascherati per dare segno di se … Erano una turba di semincoscienti che calavano a Venezia allegramente come se fossero stati invitati a qualche solenne nozze … Inumani con i cadaveri ammassati sulle barche … corpi maltrattati da sepellitori, ch’oltre il cometter co’ viventi ogni più sceleragine carnale, non la perdonavano ne anco ai morti …”

Mentre traghettavamo il breve tratto del canale ho osservato l’acqua intorno … Ci sfilavano accanto barche cariche di viveri e derrate, una più grossa era carica di legna all’inverosimile tanto che l’acqua quasi le entrava dentro … Altre ancora tiravano dritto cariche di merci, colli, balle candide e tonde di cotone, botti, casse … Ritti a prua c’erano mercanti diretti all’Emporio e ai Fondaci di Rialto. La prua della nostra barca, invece, puntava dritta solo ad attraversare … I numerosi camini dell’isola fumavano tutti, anche quello sopra la casa del Priore con la sua elegante veranda coperta di glicini fioriti. Eccolo là il Priore, impettito nella penombra e con le braccia sui fianchi, stretto nel suo goffo abito azzurrino gonfio ed elegante insieme. Ci scrutava immobile accanto al suo scrivano … mentre in lontananza continuavano a sfilare altre barche, navi, bastimenti, galee e cocche … la Laguna pullula di attività frammista alla presenza invisibile ma micidiale del morbo della pestilenza.

Il Priore dell’isola veniva eletto dai Procuratori de Citra che amministravano i fondi per l’Ospedale, mentre la struttura sanitaria era gestita secondo i provvedimenti e le disposizioni dei Magistrati alla Sanità che sorvegliavano e controllavano l’isola con frequenti sopraluoghi. La gestione dei Lazzaretti di Venezia divenne un modello da imitare da parte delle altre comunità locali e internazionali.

Nel luglio 1447 ritornò la peste e la Signoria ordinò che si facesse in Piazza una processione per ordine del Vescovo Patriarca Lorenzo Giustianiani. Dovevano intervenire obbligatoriamente: Clero, Religiosi, Scuole Grandi e Piccole, e i Battuti in cappa e scalzi che: “ … battendose la carne gridavano: “Alto Re della Gloria cazzè via sta moria …  Per la vostra Passion Habiene misericordia…”

Nella stessa occasione il Giustinani ottenne da Papa Nicolo’ V speciali indulgenze per quanti si fossero dedicati all’assistenza degli appestati.

Durante le pestilenze si consideravano “operazioni buone”: “… sbarrare le porte della città, isolamento di persone, purificazione e distruzione di mobili ed oggetti di case infette, accensione di fuochi per le strade, far sparare l’artiglieria, aprire porte e finestre e farle agitare facendo vento per muovere l’aria, mettere fuori città: merluzzi, sardelle, grani corrotti, carni infette, pesci corrotti e nettare fiumare, fontane e nettare contrade da fanghi, carogne, pezzi di corame e panni … mettere al bando le arti sordide dei lavoratori di cuoio, macellazione, pulizia di pozzi e latrine …”

Nel 1447 e soprattutto nel 1468 a causa dell’ennesime morie dovute alla peste, Venezia era come “…Valde evacuata” ossia tutti erano in fuga cercando di salvare almeno la pelle. Il Lazzaretto Vecchio funzionava a pieno ritmo. Nel 1462 il patrimonio del Lazzaretto Vecchio ammontava a 28.000 Ducati … e quattro anni dopo si licenziò e processò sebbene latitante il Priore Paolo da Genova fuggito da Venezia condannandolo al “bando in perpetuo”. Era accusato di aver maltrattato i malati, aver contato come degenti persone già morte o dimesse e bambini portati dalla città solo per essere allattati, e di aver venduto il vestiario dei morti invece di bruciarlo.

Dopo che nella “Vigna murata” affittata dai Monaci di San Giorgio era sorto anche il Lazzaretto Nuovo, nel febbraio 1482 si processò dichiarandolo colpevole anche il Priore Paolo Blanco per aver frodato gli Avogadori da Comun, per aver venduto in città i panni dei morti di peste, e per avere mal gestito le quote giornaliere di sostentamento di 12 soldi pro capite. Lo si dichiarò responsabile della morte di “… multos parvulos pueros et pauperes”, e si condannò all’ergastolo portandolo prima in giro per Venezia dichiarando in pubblico tutti i suoi misfatti.

Fu un gesto fatto dalla Serenissima per dare “l’esempio” perché in città esisteva molto commercio di vestiti infetti e soprattutto molta corruzione fra i funzionari che pretendevano denaro dalla gente per non essere inviati al Lazzaretto Vecchio ma lasciati malati in casa.

Nello stesso febbraio 1482 come diretta risposta ai casi clamorosi di frode e negligenza criminale da parte dei Priori, gli Ufficiali al Sal emisero dei Capitoli esposti pubblicamente in isola per amministrare equamente il Lazzaretto Vecchio. Fra le tante altre cose si legge:

“Il Priore appena subentrerà nell’incarico ed entrerà in isola dovrà redigere l’inventario di tutto quanto vi trova … In tempo di peste non dovrà allontanarsi da Venezia senza apposita licenza dell’Ufficio al Sal, ma provvedere assiduamente alla cura dei malati … Accudirà gli uomini per un salario annuo di 120 Ducati d’oro, mentre la Priora o moglie accudirà le donne per altri 40 Ducati annui. Inoltre usufruiranno sia in tempo di peste che di normalità di altri 40 Ducati annui per il vitto.”

“Il Priore avrà facoltà di diminuire o aumentare il numero del personale secondo le necessità dell’isola … Dovrà tenere in ordine i registri degli stipendi e delle provvisioni e farli controllare periodicamente dai Provveditori … Sarà tenuto a visitare quattro volte al giorno i malati maschi e femmine pena 25 lire per ogni visita mancata …”

All’approdo ci stava aspettando una donna ben messa, piantata a terra. Accanto a lei c’era un inserviente con una berretta moscia messa di lato in testa. Era la Priora in persona, destinata ad occuparsi delle donne. Siamo scesi dalla barca, infatti, e subito siamo stati divisi e indirizzati in due file distinte: uomini di qua, donne di là.

“Il Priore doverà abitare nell’isola con la moglie o “cum altra dona da ben … Non avrà alcun rimborso per i bambini che verranno allattati, ma ci penserà la Priora insieme al Cappellano, Fra Manfreo e il Medico.”

“Si ammisero, divisi in due parti, poveri di ambo i sessi e l’Officio del Sale doveva provveder loro vitto e medicine … Quattro serventi si destinarono per gli uomini, quattro per le femmine, un Cappellano ed un Priore al quale correva l’obbligo di visitare almeno una volta al giorno gli infermi … e dovea aportare come i suoi dipendenti affisso al petto un segno bianco in forma di stella …”

Il controllo della Serenissima era severo e puntuale: nel 1458 si condannò la Priora del Nazarethum Vecchio Zentilina per aver lasciato morire di fame gli ammalati: “… facendo sibi dari poma et vinum novum et non bonum et carnes bovinas non bonas …”

Percorsi pochi passi sull’isola, ci siamo trovati davanti al portale d’ingresso dell’Ospedale del Lazzaretto Vecchio. Appariva come un monito l’opera del tagjapiera Guglielmo Bergamasco del 1525 con quel San Marco e i Santi della peste: San Rocco e San Sebastiano commissionati dai Procuratori di San Marco elencati pomposamente nei sette “stemmi-armi” di famiglia sottostanti.

“Non si scherza né con la peste … né con la Serenissima !” mi sono detto.

Giorni fa osservavo una vecchia stampa e alcune foto sbiadite dell’isola … Una foto mostrava dietro a una bianca vera da pozzo un tozzo campanilotto isolato che ormai il tempo s’è portato via abbattendo per sempre alla fine del 1800. Oggi al Lazzaretto sono rimaste alcune case con portici ombrosi invasi dalle edere, dai rovi e dalla sterpaglia … In altre foto l’isola appariva ancora abitata: alle finestre si notavano alcune pulite tendine appese … C’era gente seduta sotto ai portici e sull’aia antistante quasi il Lazzaretto fosse diventato una bucolica fattoria di campagna. Si notavano i possenti capitelli dei portici, le linee squadrate ed essenziali delle trabeazioni, le mura scalcinate erose dalla salsedine, le balaustre sbrecciate, alcune case rovinate e cadute, altre monche e mancanti …. Le piante facevano da padrone ovunque, s’incrociavano e sovrapponevano a volte, inglobavano e rivestivano le pietre, cancellavano le orme del passaggio, s’intrufolavano nei muri invadendo gli spazi rimasti incustoditi e abbandonati a se stessi. Sembrava che una mano ignota fosse passata a strapazzare e vilipendere quel luogo in cui erano rimaste imprigionate storie e vicende e cupi eventi.

La stampa evidenziava uomini piegati sui remi intenti a spingere barche cariche che “tiravano dritto”. Le acque intorno al Lazzaretto erano agitate sotto a cieli tempestosi che preannunciavano il peggio. Meglio non fermarsi là, perché quello non era affatto un “luogo benedetto”, ma di disgrazia e sofferenza, da esorcizzare almeno nella mente girando altrove lo sguardo. Da una parte della stampa però non c’erano nuvole nere e minacciose, tutto era come già accaduto e passato, e filtravano chiari raggi di sole mentre stormi d’uccelli volteggiavano sopra l’isola del Lazzaretto Vecchio cinto d’alte mura sormontate da camini spenti e porte rigorosamente chiuse. Ad un pontile stretto davanti ad una porticiola appena socchiusa e attentamente vigilata era ormeggiata una barca carica di vivande e generi di prima necessità … un’altra carica di legna, invece, rimaneva immobile in attesa di scaricare, con i rematori seduti sui trasti e i remi infissi come pali nel fango della laguna … Infine un uomo placido stava intento a pescare in un angolo vicino a secche ciottolose su una barchetta grande poco più di un guscio di noce, coi remi “alla valesana” dimenticati e una vela floscia incredibilmente senza vento. Un’immagine convulsa e pacifica insieme, senza tempo … forse priva dell’angoscia della pestilenza.

Attraversiamo un’ampia ortaglia, mi sembra anche d’intravvedere qualche albero da frutto, un piccolo orto ben tenuto e coltivato. Ma non c’è tempo, bisogna entrare … C’invitano a procedere ed addentrarci nell’isola in direzione di uno scrivano che ci attende con un registro aperto.

“Il Priore prenderà nota del nome e cognome e della Contrada del ricoverato. Se viene portato qualcuno senza segni della malattia: “sia messo da parte fino zorni tre”.  Per ogni infermo portato il Priore avrà diritto a soldi 12 di piccoli. Se in quei giorni appariranno i segni sia portato al Lazzaretto. Se invece non appariranno segni sia portato alla “Vigna murata” del Lazzaretto Nuovo.”

Mentre scrivono di noi noto un vecchio Frate curvo dalla lunga barba candida e con un zucchetto sulla testa calva che ci osserva in silenzio. “Fra’ Manfrèo !” qualcuno l’apostrofa salutandolo … Lui risponde solo con un cenno della testa, rimanendo immobile sul posto e senza dire una sola parola. Continuava ad osservarci ad uno ad uno con certi occhi acquosi e scavati, cerchiati immancabilmente di rosso. Pareva ci riconoscesse … ed aveva nello sguardo quella stessa febbre allucinata ma calma che c’era prima negli occhi dei Pizzegamorti della barca. Si capiva che lui sapeva bene ciò che pulsava e accadeva dentro all’isola. Conosceva il morbo subdolo, invisibile e insidioso … Sapeva tutto di quanto accadeva alle persone, di come la pestilenza le divorava da dentro trascinandole in fretta fino alla morte. Ma non tutte … perché molti sopravvivevano e ripartivano. C’era anche un guizzo di speranza dentro a quello sguardo, sebbene ovattata, nascosta, discreta, come da conquistarsi.

“Fra’Manfrèo ! … Quanti di quelli che sbarcano resteranno ? … Quanti se ne andranno ?” mi sono spinto a chiedergli, ma non mi ha degnato di una qualche risposta rimanendo immobile davanti al suo chiesotto spoglio e dal campanilotto tozzo e screpolato come lui.

“I nuovi ricoverati saranno confessati e comunicati … Nell’isola ci saranno anche alle dipendenze del Priore un Cappellano-Piovano che guadagnerà 30 Ducati annui più vitto sia in tempo di peste che di normalità, e uno Zago che gli servirà Messa e seppellirà i morti per 12 Ducati annui più vitto…”

“Per prevenire il contagio della peste è necessario rispettare le sedici regole efficaci: Orazione, Elemosina, Digiuno, Suffumigi, Odoramenti, Custodia da venti, Prattica, Allegrezza, Purgazione, Comodità, Fuochi, Governo del vivere, Pillole, Acque, Eletuarj, Fontanelle …”

Mi sono allora voltato verso la Laguna aperta, quasi a cercare con lo sguardo una via di fuga. A una certa distanza continuavano a transitare ancora barche cariche di “stie” di pollame, barche di pescatori con le reti e il pesce viscido che guizzava dentro le ceste … Un fuoribordo con un potentissimo motore lanciatissimi sul pelo della laguna piene di giovanotti urlanti e ridanciani … Mi sfrego gli occhi … è solo un’apparenza impossibile … Intanto ci hanno richiamati e invitati a procedere oltre, altri stanno arrivando, bisogna sbrigarsi e andare oltre dentro al Lazzaretto.

Come spesso è accaduto nella Storia di Venezia certe isole della Laguna hanno assunto un volto e un senso quando verso il 1000 gli Ordini Religiosi e Monastici hanno pensato d’edificare un ennesimo luogo per dare ospitalità ai Pellegrini infermi o bisognosi di ritorno o in partenza per la Terrasanta. Al Lazzaretto c’erano inizialmente gli Agostiniani Eremitani che nel 1249 costruirono la chiesetta dedicata a Santa Maria di Nazareth benedetta da Pietro IV Pino Vescovo di Castello. Poi come spesso accade, gradualmente la comunità dei Frati e dei Novizi diminuì fino all’abbandono dell’isola. Nel 1423 era rimasto solo il Spoletano Fra Gabriele de Garofoli con 4 novizi patrizi Veneziani. Il Senato allora deliberò di mandarli all’Abazia di San Daniele in Monte (da dove torneranno in seguito in Laguna fondando stavolta nell’isola di Santo Spirito i Canonici Regolari di Santo Spirito) e destinare l’isola a ricovero e contumacia di persone e merci provenienti dall’Oriente o da paesi infetti. Di lì dovevano obbligatoriamente passare e sostare “in Quarantena” i convalescenti ancora infettanti.

Il Lazzaretto-Ospizio era formato da due isolette unite da un ponte: nella più piccola c’era il casello della polvere da sparo e una piccola guarnigione; nell’altra sorgeva il Lazzaretto vero e proprio, ossia un insieme eterogeneo di baracche e capanni di legno giustapposti agli ambienti che erano stati monastici. Solo più tardi vennero rifatti ed edificati in muratura. Per dare continuità al progetto,infatti, cinque anni dopo il Maggior Consiglio destinò la somma di un “Legato” lasciato per testamento da Antonio Ravagnino per aggiungere altre 80 stanzette singole al lazzaretto. E visto che l’idea era buona, lo stesso Maggior Consiglio decretò che ciascun testatore di Venezia facesse un lascito a favore del Lazzaretto.

All’inizio di giugno 1436 anche il Papa Eugenio IV per non essere da meno e poco solidale ci mise “del suo” allegando un’indulgenza alle donazioni fatte a favore dell’ospedale e confermando la soppressione del vecchio monastero.

Domenica pomeriggio ho respirato e annusato l’aria calda del Lazzaretti che sapeva di biscottato e cotto. C’era un intenso odore acre e pungente misto di cucina e profumo di pane appena sfornato. C’era una nebbiolina fumosa nell’isola, stavano bruciando ginepro ed essenze odorose per mitigare un gran fetore di organico e di morti che si mescolava con quello di purgato e soffumigato. In lontananza si avvertiva un lamento sommesso che trapelava da qualche parte, da dietro i muri e le porte chiuse, o da sotto tutti quei numerosi portici e le tese aperte all’aria su di un lato. Ovunque mi voltassi ad osservare vedevo cataste e mucchi di merci, simboli di mercanti, bastazi indaffarati che spostavano e riponevano, Fanti che controllavano, scrivani che annotavano meticolosamente, e gente, tanta gente che arrivava o andava. C’era una grande comunanza, un intenso vociare, una promiscuità fattiva che costringeva tutti a stare quasi gomito a gomito.

“Ci saranno inoltre: un Medico e un Barbiere pagati alla stessa maniera sia in tempo di peste che di normalità; 3 donne per l’assistenza alle appestate e per lavare i panni sporchi; 3 uomini per assistere gli appestati e scavare le fosse per i morti; 2 barcajoli per la “barca della Messa” obbligati anche a servire i malati; 1 fornaio, 1 cuoca, 1 “mamola” a disposizione della Priora. Per tutti costoro il Priore riceverà annualmente 14 Ducati annui per fornire a ciascuno il vitto e uno stipendio di 2 Ducati al mese, ad accezione della “mamola” che ne riceverà 1 soltanto.”

Un gallo nascosto da qualche parte si è messo a gridare il suo verso strozzato fuori orario … Alla mia destra un’inserviente rubiconda e pettoruta ha fatto cigolare la catena e la ruota dentro a una “vera” del pozzo. Ne ha estratto con un gesto abile un secchio grondante che s’è affrettata a distribuire dentro a boccali e caraffe e sangole che si era disposta tutto attorno. Ci sbirciava silenziosa di lato, continuando a lavorare determinata e seriosa … Sembrava che non le interasse nulla di noi e di quanto le stava accadendo intorno.

“Che sete ! … Ho la gola riarsa … Signora ! Mi può dare un po’ d’acqua fresca per favore ?” … ma non c’era più, e il pozzo era già chiuso e sigillato, interrato addirittura.

“Strano questo posto !” ho pensato mentre il sole del pomeriggio picchiava.

Ancora spinti ci siamo mossi in avanti. La nostra fila è passata accanto a un capanno col tetto forato da un grosso camino. Accanto alla porta spalancata stavano ammucchiate pile su pile di vestiti accatastati alla rinfusa. Alcuni erano abiti eleganti e raffinati, altri solo cenci luridi … ma tutti accomunati e contagiati dallo stesso morbo infame, destinati ad essere purificati dallo stesso fuoco. Un inserviente muscoloso a torso nudo se ne stava lì a far la spola fra dentro e fuori inforcandoli con un una forca bifida e appuntita. Aveva il volto sporco di fuliggine, il corpo sudato, e quel solito sguardo febbricitante che scappava fuori dagli “occhi di bragia” come quelli degli altri.

“Il Priore non dovrà spogliare i morti delle loro camicie né tagliare loro i capelli, ma seppellirli ad una profondità tale da non sentirne il puzzo. I vestiti siano portati in un magazzino e restituiti a quelli che sopravvivono, e bruciati, invece, per coloro che moriranno.”

Passando oltre sentimmo crepitare la fiamma, scoppiettare i ceppi della legna sul fuoco … e forse lui che zufolava e canticchiava una canzonaccia mentre procedeva in quell’insolito “rosteggiare”.

“Chi siete ? Da quale Contrada provenite ? … Sapete bene che luogo è questo.” Ci chiese di nuovo un altro scrivano seduto davanti a un altro grosso registro bisunto e spalancato. “Dovete depositare qui i vostri effetti personali e i vostri beni da quella parte … dentro a quel cassone e quelle ceste …”

“Il Priore è tenuto a comunicare all’Ufficio di Sanità sia il nome di tutti i ricoverati con ogni variazione, che dei morti. Se imbroglierà sul numero per guadagnare sopra i sussidi sarà multato di 200 Ducati d’oro e perderà il salario … Dovrà tenere un registro su cui verranno elencati tutti gli effetti personali in oro, argento e denaro dei malati. Un altro registro corrispondente deve essere tenuto dal Cappellano e dal Medico. In caso di morte dell’interessato i beni devono essere custoditi in una cassa comune le cui 4 chiavi devono essere tenute dal Priore, da Fra Manfreo, dal Cappellano e dal Medico. I beni vadano ai congiunti nominati dal defunto, o in mancanza di questi all’Ospedale di Sant’Antonio. Se i responsabili di questa custodia non rispetteranno le regole saranno puniti: “… con tre anni de prisòn forte a pan e acqua”, e dopo questo saranno banditi.”

Da due entrate laterali andavano e venivano, entravano ed uscivano vociando i Pizzegamorti. Due ridevano, scherzavano, canzonavano, bestemmiavano mentre trascinavano uno pesante portandolo per le braccia e le gambe. Altri ammassavano corpi uno sull’altro su di un improbabile carretto mezzo sfondato e cigolante traendoli da una betolina carica appena approdata nel canale. Due altri ancora conducevano a braccia una donna greve sotto ad una larga tesa scoperta. Li c’era un Medico che li stava aspettando tutto bardato e paludato sotto a un cappellaccio e dentro a un “naso lungo” farcito d’odori. Dietro a occhiali spessi osservava distrattamente quell’ennesimo corpo toccandolo quasi magicamente con una lunga bacchetta … Durò solo un attimo, perché una lunga fila di persone sedute o distese stava aspettando il proprio turno d’osservazione e valutazione.

Un documento del 1424 elencava una lista di letti, materassi e altre suppellettili fornite da un funzionario del Magistrato al Sal ad: “Angolo, Medico et Prior de Lazareto over Nazareto …”

“Ai malati si somministrerà: … de carne de vedello e de pollo …”. Chi sarà incapace di mangiarla mangerà: uova fresche e “brodi consumadi et ogni altra cosa congrua a loro infermità …”

“Per preservarsi dalla peste e dal contagio necessita osservare una dieta sana: “… siano cibi facili da digerire e di buon nutrimento, come ova, pollastri, vitella e simile e soprattutto buon pane di formento buono, con altri semi e massime con l’oglio e sia il pane benissimo preparato con alquanto sale, vino meglio usarlo leggero ma stomacale…”

“Quelli poveri che saranno privadi dello intelletto e farnestici non siano dentro per alcun modo né legati ala colona, né posti in terra, né legati a pallo, ma siano posti in le tavole basse sopra gli stramazzi ligadi con alcune fasse et non con corde, et sieno attesi de dì e de notte con ogni diligentia azò non se guastino al volto o altro membro del corpo come in passato …”

“Nessuna persona dovrà ingiuriare, battere o contristare i ricoverati …”

Un anonimo medico piemontese nel 1642 disse e scrisse: “… due o tre cucchiai di sugo cavato dalli fiori o dalle foglie o dalle radici delli garofani domestici, si piglia con un poco di vino bianco. La feccia che avanza dopo aver spremuto il sugo si mette sui carboni, o buboni o antraci e li guarisce. Il detto sugo si può bere una volta al giorno tanto per curarsi quanto per preservarsi e se gli puol aggiungere un poco dell’osso del cuor del cervo. La conserva delli fiori serve anco molto per scacciare il veleno della peste …”

In giro per l’isola s’aggirava e s’accompagnava gente sfatta, cadente, provata. Sembravano residuati umani smunti e tristi, che come spettri febbricitanti zoppicavano intorno sospirando senza sapere che cosa andassero cercando … forse delle tombe dove trovare finalmente remissione da quel loro gramo destino. Anche loro avevano quegli occhi rossi infuocati di bragia. Però non erano tutti sono così … C’era anche chi si era rialzato, chi dopo cinque giorni non indossava ancora i segni mortali del contagio, chi speranzoso scalpitava di continuare a vivere e lasciare al più presto quel gran cimitero a cielo aperto. Fra costoro c’erano alcune giovani fanciulle, dei bimbi, dei giovanotti forti che trovavano di nuovo e ancora la forza di sorridere e sperare. Non ne erano del tutto consapevoli … ma proprio in loro abitava il futuro di Venezia Serenissima di domani.

E’ curiosissimo un bilancio del marzo 1631.

“La Sanità della Serenissima provvide allo sgombero dei Lazzaretti considerando in fase di remissione il periodo di pestilenza … Nei giorni precedenti erano state dimesse 800 persone, e ne restavano 150 di sospette al Lazzaretto Nuovo. Dei 2.000 iniziali e 300 al Lido si dovevano rilasciare entro una settimana, altri 2.000 tra Lazzaretto Vecchio e San Servolo erano sul punto di partire … Lì c’erano ancora 400 poveri trattenuti perchè non sapevano dove recarsi, residuo di oltre 11.000 guariti ma reinviati ai Lazzaretti perché caduti in altre malattie … A ottobre dello stesso anno erano rimasti al Lido solo 6 Pizzegamorti con il loro Capo per seppellire i cadaveri che continuavano ad arrivare giornalmente. Nei Lazzaretti Vecchio e Nuovo e nell’isola di San Clemente risiedevano ancora 585 persone tra ammalati e convalescenti, tra i quali 12 Pizzegamorti in contumacia … Solo a metà novembre si concesse il permesso di riprendere a seppellire i morti nelle chiese, ed il 21 novembre si dichiarò ufficialmente terminata la pestilenza…”

L’ho intravvisto furtivo come un’ombra. Dagli angoli più disparati e sicuri, dall’alto della sua veranda, sbirciando appena dall’andito delle porte, dai portoni e dai cancelli, su tutto continuava a governare da dentro un continuo sferragliare di chiavi … Era il solito onnipresente Priore.

“Il Priore dovrà tenere tutte le chiavi del Lazzaretto, e di notte dovrà chiudere tutte le porte per evitare che i dipendenti del Lazzaretto importunino “le donne portade a dito luogo per conto de amalati …” I trasgressori saranno puniti con la perdita del salario, con una multa di 25 ducati e un bando di 5 anni da Venezia e Dominio.”

Aveva l’occhio furbo, lo sguardo severo e corrucciato … Doveva essere una persona determinata che badava al sodo della questione, interessato a far tornare i conti della situazione e capace d’intravedere dietro a tutto quel marasma umano e commerciale una qualche forma di profitto favorevole. Sotto al suo sguardo vigile le merci andavano e venivano in gran quantità come le navi per lo spurgo e lo sborro, e la quarantena e la sosta obbligata per i Veneziani ma anche per i marinai, i mercanti e i viaggiatori. Era tutto un andirivieni obbligato di uomini e cose, una specie di mercato strano, una kasbah ridotta ma ricca che brulicava d’intensa attività sotto gli occhi vigili degli Zaffi da Mar che vigilavano sia sull’isola che in barca lungo tutto il perimetro intorno.

“Chi vorrà visitare i malati dovrà farlo in barca rimanendo a debita distanza dall’isola. Se scenderà a terra verrà condannato a pagare una multa oltre ad essere inviato obbligatoriamente alla “Vigna Murata” per 40 giorni.”

Nessuno poteva sbarcare o ripartire impunemente dall’isola del Lazzaretto. Potevano farlo solo i patentati, gli esaminati e autorizzati … Per gli altri che osavano si poteva arrivare anche alla forca, alla prigione e allo strangolamento. Non era un luogo di vacanza il Lazzaretto, e neanche solo un luogo di pietà. Era un luogo di confine fra vita e morte, una porta spalancata sull’Inferno della Morte o sul Paradiso del continuare a vivere … sempre sotto l’egida del cuore severo e amabile della solita Venezia Serenissima.

“Se ti andrà bene … fra qualche giorno ti porteremo al Lazzaretto Nuovo … Intanto rimarrai qua … Lì sarà tutto più aperto … più facile. Sarà solo una lunga Quaresima, una Quarantena … poi ritornerai alle tue cose e alla tua casa … Alla tua vita, ai tuoi affetti, e alle tue occupazioni di sempre, al lavoro in ospedale se ne avrai ancora la voglia …” mi ha suggerito ad un certo punto una voce autorevole alle spalle.

Mi sono volto immediatamente incerto fra meraviglia e apprensione. Quello che mi aveva parlato si stava già allontanando, ne intravvedevo solo la schiena e la coda dei capelli raccolti dondolante … Era una donna magra di media altezza che indossava una giubba viola e pesanti stivali neri. L’ho dovuta seguire fin dall’entrata … anche lei con quegli occhi vispi e accesi … Sembrava proprio saperla lunga su questo posto, su questa storia incredibile ma reale e mai finita.

Nel 1508 il patrimonio del Lazzaretto Vecchio era aumentato risultando di 100.000 ducati … Fra 1521 e 1525 il Lazzaretto venne ulteriormente ampliato traendo fuori dal Fondo di guerra da 10.000 a 20.000 ducati, ma ancora dal 1545 al 1587 ci furono altri restauri. Sul portale del Lazzaretto sono infissi gli stemmi dei Procuratori de Citra benemeriti che “per pietà” avevano provveduto a costruire e risanare l’edificio. Erano : Marco q.Girolamo Grimani, Andrea q.Nicolo’ Gussoni, Giorgio q.Marco Corner, Alvise q.Pietro Priuli, Andrea q.Onofrio Giustinian, Marco q. Alvise Molin e Antonio q.Alvise Mocenigo … Le cronache ricordano che nel 1561 il Nobile Jacomo q.Agostin Venier: “… fornì piere travisane et coppi”, Ser Stefano Chartèr scavò il canale, e il Tagjapiera Andrea dalla Vecchia e Compagni “… costruirono le fondamenta a soldi 22 il passo.” … S’interrò parte della laguna contigua per ingrandire la superficie da destinare ai fabbricati del Lazzaretto.

Nel 1576 di nuovo scoppiò la tragica peste. Nuovamente le cronache cittadine raccontarono che: “… per la gran puzza non si potevano più bruciare i morti che crescevano di giorno in giorno, cosìchè in un camposanto del Lido in un luogo detto Cavannella vennero scavate delle fosse dove si mettevano una mano de corpi una de calcina viva et una di terra, et così di mano in mano fino a che ne potevano stare … I morti di rispetto, invece, si potevano seppellire in casse a Sant’Ariano di Torcello …”

Dieci anni dopo, i Lazzaretti avevano i buchi sui muri. Il murèr mastro Andrea q Daniel da Chiosa costruì una “cavana nuova” per le barche al Lazzaretto Vecchio e si rafforzò il Lazzaretto Nuovo bandendo 4 gare d’appalto per i lavori.

Nel dicembre 1630, Valerio Michiel e Andrea Cappello “Nominati Sopra ai Lazzaretti” comunicarono al Senato con una relazione che: “… dei 1.900 sospetti ricoverati dal 4 al 31 novembre al Lazzaretto Vecchio: 334 erano morti, 365 si erano appestati a causa della mescolanza con pericolo di contagio totale. Inoltre il frequente ricorso all’uso di grani e farine marci o adulterati aggravava la situazione alimentare e sanitaria dei poveri e poteva essa stessa essere causa di peste secondo alcuni medici …”

I Provveditori alla Sanità certificarono che fra i mesi più travagliati di ottobre e novembre la cassa pubblica aveva sborsato: 67.448 ducati andati tutti spesi. Tommaso Massimi, uno dei Priori dei Lazzaretti, calcolò il costo necessario per accomodar un lazzaretto per 2.000 persone in 5.450 ducati, per pagar i Ministri: ducati 1.160 al mese, per assegnare soldi 24 di vitto al giorno ai ricoverati ducati 13.353 e soldi 12 mensili.

Ho continuato a guardarmi intorno smarrito, ad aggirarmi a lungo dentro e sotto a quelle tese ombrose, fra  viottole erbose, sotto alle pergole, attraverso i portici, l’ospedale, gli ampi camerotti … Ovunque andavo dentro a quell’intenso brusio e a quel denso carnaio di persone finivo sempre per ritrovare il bordo estremo e il muretto dell’isola … Non c’era scampo, sembrava una trappola, una scatola cinese dentro all’altra … un labirinto contorto che forse non aveva più uscita.

Nel 1700 si costruì nella chiesetta un nuovo altare di marmo sul modello di quello della Basilica della Salute con le statue di San Sebastiano e San Rocco Protettori contro la peste … Nel 1751 fu “moschettato” a Venezia, per ordine della Signoria il marangòn-falegname Francesco Lorenzetti di anni 47, lavorante al Lazzaretto Vecchio, “… per aver rubato un poca de seda ch’era in contumacia.” … Con la fine della Serenissima e l’arrivo dei Francesi del solito Napoleone, l’isola del Lazzaretto Vecchio venne abbandonata e indemaniata demolendo molti fabbricati: chiesa, chiostro, parlatorio, e utilizzata a scopo militare … Infine dopo lunga assenza e silenzio, nel 1960-1965 i militari dismisero gli 8.400 mq dell’isola che divenne canile e gattaio custodito da volontari. Nel 1968 l’isola fu posta in vendita per 75 milioni in attesa delle ultime vicende attuali.

Sudo incastrato dentro ai miei pensieri fantasiosi nel pomeriggio tiepido della Primavera Veneziana. Chiudo gli occhi e li riapro … Non è successo niente. E’ tutto come ieri, come l’ho lasciato prima … è stato solo una visione, una fantasticata, un sogno da sveglio … Mi ritrovo già tornato e traghettato sulla riva del Lido … Molti altri sono ancora lì in attesa per infiltrarsi curiosi dentro al quel mondo arcano e quasi magico del Lazzaretto Vecchio.

Non è morto e Vecchio del tutto il Lazzaretto perché la generosa disponibilità di alcuni lo stanno risvegliando dopo un lungo sonno e abbandono … In un certo senso il Lazzaretto è di nuovo in funzione e ritrovato. E’ giovane perché vorrebbe rivestirsi di una nuova identità museale cittadina da offrire ai pochi Veneziani curiosi rimasti e perché no?  … anche alle pingui folle dei turisti planetari.

Cala la sera sul Lido e la Laguna di Venezia, lentamente, piano piano dentro a un tramonto struggente, dopo questa domenica tiepida di sole … Sulla spiaggia si rincorrono ragazzi a torso nudo mentre qualcun altro ancora ben vestito e coperto passeggia chiacchierando delle proprie cose … Il mare è liscio e disteso, spalancato e placido in pendant con la Laguna che sta appena dietro, racchiusa, protetta, quasi nascosta e riservata con le sue sorprese e i suoi tesori carichi di Storia.

“Bello il Lazzaretto Vecchio … Lì il tempo si è fermato e riavvolto … Tutto è rimasto immobile e allo stesso tempo si è ripetuto come in quei tempi complicati …”

Osservo ancora la Laguna tranquilla e colorata … In lontananza passa pigro un veliero, anzi, un galeone lasciando sull’acqua una scia luminosa e scintillante … Richiama alla mente “cose antiche”, marinare, Mediterranee e Veneziane … ma è solo un natante falso e festaiolo. Non è falso invece l’entusiasmo irrefrenabile, la dedizione encomiabile e la voglia che anima i volontari dell’Archeosub con quel loro novello “Priore” in testa che ormai da molto tempo è interessato, preserva, e vuole il “bene” di certe “isole belle”.

Il Lazzaretto Vecchio è vivo e vegeto … solo un po’cambiato, invecchiato e un po’ sciupato e screpolato come la nostra vecchia matrona Venezia che ha sempre tanto da raccontare e mostrare. Dovrò ritornarci ancora … per riviverlo di nuovo … per guarirvi dentro un’altra volta.

 

apr 18, 2015 - Senza categoria    No Comments

“A CHI NONNINA ?”

defibrillatore

L’illuminazione pubblica notturna si è guastata … Venezia è spettrale, assente, sembra gotica e medioevale, impossibile e senza poesia. Di sotto in calle c’è un silenzio surreale, non passa nessuno. Solo dietro a qualche finestra occhieggia l’azzurrino colorato di qualche televisione accesa … Come basta poco talvolta a cambiare del tutto una situazione, un’atmosfera. Questo buio silente è assenza … come quella che avvolge il nostro destino.
Quasi per forza mi ritrovo a ripensare a ieri, ai due colleghi che ho recentemente accompagnato nell’ultimo viaggio. La nostra mente non riesce a guardare un palmo oltre il nostro naso, siamo miopi e quasi ciechi, senza risposte e certezze. C’è solo questa grande assenza muta e basta che ci costringe a scegliere fra niente e Speranza.
Mi scorrono nella testa le ultime parole che ho rivolto ai suoi familiari: “Ora sta di certo meglio … E’ finalmente guarito.”E abbiamo annuito reciprocamente in silenzio. Ci credo per davvero a quanto ho detto ?
Mi costringo a voltare il pensiero come le pagine di un libro, e dall’ex amico dottore il passo è breve a pensare l’ospedale.
Gli infermieri sono per loro natura duttili (non sempre), elastici, capaci di adeguarsi e adattarsi alle diverse situazioni in cui vengono di volta in volta a trovarsi. Almeno dovrebbero esserlo, e sono così sulla carta: capaci di cambiare habitat, trasformisti e idonei a galleggiare abilmente dentro a situazioni cliniche diverse.
“Dammi un po’ di tempo … e vedrai che in quattro e quattrotto mi vedrai a mio agio nella nuova situazione. Gli Infermieri sanno sempre risorgere indenni come la Fenice dalle proprie ceneri … Sanno indossare un nuovo incarico dismettendo quello vecchio senza grandi difficoltà …”
 
Sarà anche vero … o sarà che “ogni anno passo un anno” e noi Infermieri non più giovanissimi siamo meno pimpanti ed entusiasti di apprendere, progredire, mutar pelle e cambiare … e perciò ci sembra poco oro quello che indubbiamente luccica.
“Si vedrà !” …  E’ la nostra solita risposta per guadagnare tempo e sostare ancora un poco in quel che si è ormai abituati essere da tempo.
“Molti Infermieri sognano sempre di dover prestare un genere d’assistenza “soft”, discorsiva, tranquilla, al confine con la chiacchierata fra vecchie amiche dentro a una casa di riposo. Sì … ci metti qualche pastiglia, qualche misurata di pressione e un paio di flebo, una bella doccia ogni tanto … ma niente di più. Una cosa pacifica, senza tanto stress e grandi imprese… Ma non va così. La realtà è diversa … Ti puoi trovare, invece,  davanti ad uno “squartato” … aperto come un baccello di piselli … Non ha un semplice raffreddore, una “bua” generica alla pancia. Incontri persone a cui è stata sostituita una parte del cuore, con lo sterno tagliato, lembi di pelle riportati, suture e drenaggi, pazienti presi all’ultimo istante “per i capelli” dopo un infarto balordo o complicato, o acciacchi peggiori … Sono gente sfatta, a volte mezza spenta, traballanti lungo il corridoio con la loro telemetria a tracolla … Un passo in più e si devono sedere col fiatone. Neanche a parlarne di avventurarsi lungo le scale … Scombussolati come il ritmo di quel loro cuore che non vuol saperne di comportarsi in maniera tranquilla, ma è sempre lì turbolento e in continuo aggiustamento. Tutta gente che va avanti e indietro con stampato in faccia un gran punto di domanda nascosto spesso dietro a un paio d’occhi spalancati e sbarrati, cerchiati di scuro, talvolta ancora spaventati …”
 
“Paura tanta … Davvero tanta … Anche se provi a dissimularla e a stemperarla con lo psicologo, gli affetti familiari e i tuoi compagni di sventura … Ho visto la morte in faccia ! Ti garantisco che fa paura … e vederla o non vederla non è la stessa cosa …” mi raccontano a volte.
E tu infermiere sei sempre lì con un occhio allo schermo dove si rincorrono quelle gobbe elettriche cardiache seghettate e talvolta minacciose, e un altro occhio al carrello delle emergenze che speri sempre di non dover usare.
Il logo della Cardiologia Riabilitativa è un cuor goffo e curioso che se la ride divertito, ma è un bluff bonario a cui nessuno crede per davvero, una finta fiduciosa a cui nessuno abbocca. Col cuore non si scherza … Educazione sanitaria, dieta, vita ordinata e composta: niente questo, poco di quello … un po’ di cyclette e di tapis roulant … e torni quasi in forma alla vita di sempre e di prima.
“Poi passa tutto, e ritorni alla tua normalità … Macchè ! Non è vero ! Sei ormai guasto e rovinato … devi rassegnarti a correre sul filo del rasoio attento a non scivolare sul baratro che si è aperto alla tua  destra e alla tua sinistra. E’ così … la vita ti è cambiata … Non c’è discorso rassicurante che tenga … Non sono più quello di prima, con la stessa energia, voglia e lucidità … La mia vita è appesa ad un filo con una sola molletta … Ed è come andare col freno a mano tirato, come trovarsi in spiaggia nella canicola di ferragosto con un piumino chiuso indosso … Voi fate il vostro mestiere, fate presto a dire. In un certo senso siete vaccinati di fronte a queste situazioni … Ed è un bene che sia così, altrimenti non potreste aiutarci … Dopo averne viste tante d’urgenze, in un certo senso per voi è quasi la normalità … Ma a me non la raccontate, non si può fare gli struzzi con la testa nella sabbia di fronte a certe cose che ti accadono … Per me è cambiato tutto … E’ come dover vivere con un piede sull’accelleratore e uno sul freno davanti a un semaforo sempre arancione che minaccia spesso di diventare rosso … E qualche volta ti tocca passare lo stesso con il rosso … anche senza volerlo …”
 
Gli rispondo con un sorriso e annuendo col capo. Che dirgli ? In effetti ha ragione … In certe stagioni della vita sei uno stallone selvaggio e libero. Poi capita qualcosa e ti risvegli domato con le briglie, la sella e i finimenti … e qualche volta con un cavaliere in groppa. E quello di prima ? Non c’è più.
A riprova di questo, una collega s’avvicina dolcemente a una nostra vecchina. Mi guarda un attimo e mi dice a mezza voce:
“Cara questa vecchietta, sembra una bambolina, un confetto, una farfalla leggera che pesa meno di 40 kg … Piccolina … Ma quanto è bella ?” e alzando il tono della voce rivolta alla donnetta:
“Ciao nonnina ! Come stai ?”
“A chi nonnina ? … Non sono una nonnina … Sono una Signora !”  … e mi si è riacceso immediatamente nella mente un vecchio pensiero di qualche anno fa, identico. Persona diversa, ma quasi le stesse parole di quella volta, tempo fa in Riabilitazione Neurologica. La “nonnina” mi ha detto cose molto simili.
“Sono prigioniera dentro a me stessa, come in una gabbia … Non lo so se sia colpa del Parkinson e delle medicine … di questo cuore che non vuole saperne di andare “a posto”… di questa stanchezza pesante che non mi abbandona mai … Ho paura di me stessa … delle allucinazioni che talvolta mi avvolgono … di questo rimanere chiusa dentro a me stessa che mi obbliga e limita sempre di più … Ci sono eccome … Ma è come mi trovassi dietro e dentro ad una finestra chiusa … Oltre e fuori c’è tutto il resto: gli altri, il mondo, le cose … ma io rimango sola e chiusa dentro …”
 
“Hai capito ? Altro che nonnina quieta e discorsiva ! … Questa è tutt’altra cosa … Altro che piccolina !”
 
Una giovane fisioterapista passando mi scardina i pensieri:
“A 15 m sott’acqua c’è silenzio, la calma … la pace dei sensi …” è il contrario di quanto ho considerato fino ad ora. Esiste un’alternativa … Forse basta cercarla, vedere quel che si vive da prospettive diverse.
Ma forse serve possedere anche un’età e una freschezza mentale diversa … La fisioterapista è già scomparsa persa dietro ai suoi pazienti … Mi “trastullo” e lascio prendere dalle mie “aggeggerie e scadenze” da Infermiere … ma tengo“acceso” l’orecchio, c’è sempre da imparare e scoprire della vita.
Devo andare da quello che lava il cervello … Non dalla “parolaia”, dalla logopedica podologa … dall’altro …”
“Dallo Psicologo ? … dal Neuropsicologo ?”
“Sì da quello … Non mi veniva la parola …”
 
Un’altra stanza, due altre donnine anziane che chiacchierano“del più e del meno” dopo “aver dato” in palestra.
“Di mio marito è rimasto solo un ombrello … Dopo tanto vivere insieme mi è rimasto solo quello … ”
“Fatalità ! … Anche il mio mi ha lasciato solo un cappello, un orologio e un paio di pantofole … Non resta niente di tutto …” ed è calato il silenzio definitivo sulla conversazione.
Interessante ! Che resterà di noi ? … delle persone. A volte i contatti quotidiani sono quel che sono. Un lampo, poco più. Ci si sfiora appena, ci si scambia solo un sorriso gentile e un saluto, qualche frase cordiale che a volte rimane enigmatica, mezza detta e mezza non detta. Talvolta esprimiamo concetti incomprensibili, avulsi da quanto stanno vivendo gli altri …
Viviamo ciascuno come in un nostro giardino privato, qualche volta contiguo ad altri. Ogni tanto oltre la staccionata vediamo transitare qualcuno più o meno in lontananza … Intuiamo che i giardini degli altri sono spesso ricchi, ben tenuti e riforniti, belli. Ma rimangono pur sempre altrui, spesso estranei e preclusi, o perlomeno non facilmente accessibili. Non c’è sempre quel cancelletto basso che basta solo spingerlo per entrare dentro ai giardini degli altri … Per quanto cerchi a volte, c’è sempre quella siepe alta e fitta difficilmente valicabile, oltre la quale è difficile anche soltanto occhiare. Un po’ come i bellissimi giardini nascosti di Venezia, che quando ne scopri qualcuno rimani sorpreso per non dire allibito.
“Xe una roda, una ruota la vita … Tutto vien e tutto passa seguendo le sue regole … Punto e basta. In realtà a nessuno importa veramente di te … Dobbiamo solo far girare da parte nostra efficacemente la solita ruota …”ripete spesso una delle donnine con cuore “in restauro”.Sembra la sintesi estrema della Storia, dell’Evoluzione e dell’esistenza di noi stessi.
E’ strana la vita a volte … Stiamo tutti dentro alla stessa Storia, dentro allo stesso evo che sta accadendo. Nello stesso giorno e sotto allo stesso cielo, in mezzo alle stesse vicende, e c’è chi fischietta sereno allegramente e non assillato da problemi. Riesce a guardarsi intorno, riconosce la Natura che rifiorisce, vede la Primavera sbocciare … Vede tante cose belle insomma. E c’è, invece, chi allo stesso tempo vive l’opposto, il giusto contrario. Vede il suo futuro chiuso, la mancanza di possibilità, l’incapacità d’essere autosufficiente, vede gli amori che non ci sono o sfioriscono, la crudezza di quanto ci circonda e il trascorrere inesorabile e ineludibile del tempo.
Per qualcuno questa sarà un’altra giornata serena, per altri sarà l’ennesima difficile in cui provare a trascinarsi oltre. Mi chiedo: “Non saranno illusi entrambi ?”
Incontro ancora due colleghi per strada … Uno mi parla della famiglia, dei figli, del nipotino e ovviamente finisce col parlarmi delle ansie e delle paranoie astruse del lavoro, e immancabilmente del sogno desiderabile e lontano della pensione. Gli brillano gli occhi … lo vedi che è sereno, forse felice, speranzoso.
“Come stai ?” chiedo all’altra rimasta silenziosa.
“Hai una domanda di riserva per caso ?” mi risponde.
Quante dimensioni dell’esistere che ci sfuggono, tante, a volte forse troppe. A volte ciò che ci accade intorno è fitto, vario e troppo grande e difficile da comprendere. Ci travalica e sfugge via da ogni parte, accade quasi a nostra insaputa.
“Siamo gocce dello stesso immenso mare di ieri, oggi e domani …” mi ha detto di recente una piena di fervore e devozione.
“Ma che ne sa una goccia che se ne sta da questo lato del mare di ciò che accade dall’altra parte dell’immenso oceano, sotto nel profondo degli abissi, o più alto sopra nell’acqua che scende dall’immenso e spalancato cielo?… Siamo goccia, questo sì … e dobbiamo rassegnarci ad essere tali, immersi dentro a questo immenso flusso grande più di noi che ci contiene tutti, senza saperne il perché … e neanche a chi è venuto in mente d’inventarci … Ma si può trovare pace immersi dentro a queste profondità … Ci può essere ugualmente calma e bellezza in questo immenso ammollo misterioso …”
Aveva ragione la giovane fisioterapista sorridente di questa mattina … anche se non riesco a dimenticare la “nonnina”.
apr 6, 2015 - Senza categoria    No Comments

“ORE IN LUCCHESIA …”

lucca

Vi porto con me a Lucca, nella “Lucchesia del Volto Santo”in Toscana. Credo non ve ne pentirete leggendomi, e forse varrà la pena seguirmi perlomeno per apprendere certe antiche curiosità.
Raccontano le cronache che fra 1087 e 1110 il re d’Inghilterra Guglielmo II il Rosso usasse giurare (e spergiurare): “per Sanctum Vultum de Luccha …”, tanto era famoso e diffusa in tutta Europa a quell’epoca la devozione e la venerazione al Volto Santo di Lucca della Toscana Italiana. E’ noto anche San Riccardo Re d’Inghilterra che rinunciò alla corona per “… vestire vile vesticciola, un cappello e un bordone da Pellegrino …” e farsi “Romeo” fino a Roma, “… attraversando il mare sopra al suo mantello …”, e disprezzando le “cose terrene” e favorendo le “cose celesti”perseguite col lungo peregrinare. In realtà giunse solo fino a Lucca dove s’ammalò, morì e fu sepolto nella Cappella Trenta senza coronare il suo proposito e sogno. Un’altra storia racconta ancora che i suoi tre figli: Willibaldo, Wunebaldo e Walpurga diventati Abati, Vescovo e Badessa, riuscirono nell’impresa di raggiungere Roma e la Terrasanta mancata dal padre … e tutti e tre divennero a loro volta: Santi, e … “tutti vissero felici e contenti …”
 
Ricordo queste vicende perché nel Medioevo e Rinascimento passare e sostare a Lucca era considerato un altro motivo validissimo di “Statio et sosta” prima di proseguire lungo il tragitto per Roma la città Eterna.
I Pellegrini medioevali scendevano in città calando giù dal Monte Bardone, dal Passo della Cisa, per Altopascio. In un certo senso sfociavano giù sulla piana Toscana dopo aver superato le asprezze dell’Appennino. E a Lucca venivano e trovavano in San Martino il “Volto Santo”, lo strano Cristo vestito d’oro dei Lucchesi, conosciutissimo e famoso, a cui erano devoti e in un certo senso familiari. In seguito alcuni Pellegrini sarebbero proseguiti fino a Roma, o giù fino al Gargano di Puglia al Santuario dell’Angelo Michele seguendo la Via Michaelica, ma già a Lucca avrebbero potuto ammirare come anticipazione una copia in marmo originale dell’Arcangelo proveniente dalla “Grotta Santa del Gargano”inviata da un Vescovo originario di Lucca. Dal Gargano si sarebbero poi imbarcati per la Terrasanta e il Santo Sepolcro.
A Roma, invece, dopo altra strada e lunga camminata, un altro“Volto Santo” aspettava i Pellegrini. Era quello insigne impresso nella famosissima reliquia andata perduta del“Fazzoletto o Velo della Veronica”, veneratissimo, ambitissimo da vedere, e ricco d’indulgenze e privilegi. Insomma, i Pellegrini strada facendo avrebbero “rivisto” le sembianze e la fisionomia del Christo in carne ed ossa. A queste cose ci credevano e tenevano moltissimo e in tanti in quei tempi … Oggi c’interessano un pochino meno (per non dire quasi niente).
Ancora da Lucca, oltre alle strade del “Cammino dei Romei e degli Oltremarini”, dalla chiesa di San Jacopo della Tomba partiva l’itinerario (che abbisognava di un anno intero per percorrerlo andata e ritorno) per raggiungere Santiago di Campostela nella Galizia Spagnola e Pirenaica.
Nella città di Lucca c’era tutto un turbillon di contenuti“appetitosi” ad attendere gli arrivati … Tutta una lista d’indulgenze, perdonanze e privilegi da acquisire e lucrare, non farsi sfuggire.
Si entrava in città pagando “gabella o tansa” per poter varcare le mura. Si passava soprattutto attraverso Porta San Frediano e dalla Posterla Wirigualda o di san Giorgio con relativo Ospizio, oppure per Porta San Donato con altro Ospizio omonimo disponibile assieme a quello di San Ponziano in Pracule. Passando sul “ponte delle monache” di Santa Giustina, si poteva entrare anche per Porta San Tommaso che immetteva nel Prato del Marchese o in Via delle Conce attraversando gli acquitrini e le paludi di Vallebuia che circondavano la città. Raccontano le cronache cittadine che a volte per entrare in città durante le piene del Serchia serviva la“nave” prima di poter proseguire a piedi asciutti lungo il cittadino Vicolo del Pellegrino.
Nel cuore di Lucca sorgeva, e sorge ancora oggi, soprattutto il Duomo di San Martino col suo Labirinto scolpito nella pietra da vedere con i propri occhi …Bella quell’incisione perché riassumeva il loro “Status” precario e contorto di viandanti … Il Labirinto era simbolo del peccato da cui bisogna uscire, e come il mitico Teseo uscì seguendo il filo dell’innamorata Arianna, “… così il credente Pellegrino si libererà uscendo a vita nuova seguendo l’Amor di Dio …”. L’immagine del Labirinto era anche intesa come metafora della complessità della vita, e come allegoria del viaggio con le sue insidiose avventure, le sorprese, le novità. Esisteva sempre un alto rischio di smarrirsi, il pericolo era sempre in agguato.
Un’altra immagine forte presente sotto al Portico di San Martino era quella dei Santi Re Magi considerati i primi Pellegrini della Storia, loro protettori, spesso rappresentati in alternativa agli abiti orientaleggianti e principeschi rivestiti da: “Poveri Pellegrini del Christo Santo”.
Era “forte” tutto quanto accadeva sotto al portico di San Martino in Lucca. Ancora oggi c’è infissa e incisa sulla pietra della facciata una scritta bellissima:
“Affinchè sia conservato il ricordo e sia osservata la decisione della Corte della Chiesa del Beato Martino, scriviamo il giuramento che tutti i Cambisti e gli Speziali di questa Corte fecero al tempo del Vescovo Rangerio affinchè ogni persona possa cambiare, comprare e vendere con fiducia. Tutti i Cambisti e gli Speziali giurano che da quel momento in poi non avrebbero fatto furti, truffe e falsificazioni entro la Corte di San Martino né nelle case ove si dia ospitalità. Fanno questo giuramento quelli che vogliono stare lì per il Cambio o per le Spezie. Vi sono inoltre quelli che stanno sempre a custodia di questa Corte e fanno correggere qualunque irregolarità. Nell’Anno del Signore IIII. Qualunque forestiero legga questa scrittura, in questa confidi e non teme niente per se.”
 
Sempre sulla porta di sinistra della chiesa Cattedrale di San Martino che conteneva il Volto Santo esistono ancora degli spioncini con delle piccole grate da cui poter osservare ad ogni ora del giorno e della notte quel “Volto Benedetto”. Quando i Pellegrini si rimettevano in cammino ben prima dell’alba, passavano per l’ultima volta davanti al chiesone chiuso e sbirciavano devotamente da quel “Buco” ricercando ancora una volta quel volto magnetico e fascinoso.
Bisogna considerare bene il valore di questa cosa, considerando che nel Medioevo molti contadini riuscivano a vedere in tutta la vita in tutto una decina d’immagini, e di queste la quasi totalità dentro alle chiese. Era un “sentire”molto diverso dalla nostra società odierna globale delle immagini digitali.
Inoltre, a Lucca non c’era solo San Martino, ma anche la chiesa con le Reliquie di San Frediano a sua volta Pellegrino Romeo giunto dalle Isole Britanniche, Irlanda per la precisione, diventato Vescovo di Lucca capace di salvarla dalle alluvioni disastrose del vicino fiume Serchia deviandolo miracolosamente; e c’era anche Santa Zita che secondo la leggenda trasformò l’acqua dei Pellegrini in buon vino, e i fiori portati nel grembiale in pane o viceversa.
Oltre alla devozione del “Volto Santo” esisteva una lunga lista di Santi a volte nota, altre sconosciuta … mai sentita: San Silao, San Riccardo, San Ponziano, San Regolo, San Avertano(forse inteso come pellegrino averso, rifiutato) e San Romeo(pellegrino diretto a Roma). Ricordavano con i loro stessi nomi la condizione dei “Vaganti-Camminatori”ed erano rappresentati nelle loro immagini vestiti da pellegrini col bordone, bisaccia, cappello largo e mantellina. C’era anche San Davino di cui ogni 3 giugno s’indossava il berretto miracoloso per proteggersi dal mal di testa. Davino era in realtà un Pellegrino Armeno dal nome impronunciabile tradotto e reso con Da-Vino perché la leggenda diceva che miracolosamente trasformava acqua in vino.
Fin dal lontano 1030 Lucca risultava ricca d’Ospizi e Ospedaletti, famosi “Xenodochi”“Ca’ di Dio” dove si poteva sostare massimo per due tre giorni. Alcuni erano antichi e famosi, come quello di San Michele, della Trinità e di Santa Caterina, conosciuti dai Pellegrini e segnalati nelle Guide e nei Diari di Viaggio dell’epoca. Si ospitavano i Pellegrini in concomitanza con i giubilei e il millenario della morte dei Cristo. Ogni volta, anche nel 1200, 1300, 1400 e 1500 riesplodeva quel fermento e quella devozione che induceva a partire e peregrinare lungo i “Cammini” dell’Europa intera. Si trattava anche di un flusso economico che oltre alla gestione dei “posti letto” si trascinava dietro investimenti e risorse commerciali non indifferenti. Ospitare era un costo ma anche un guadagno, comprendeva Decime da pagare al Vescovo o al Comune, oppure alle Nobili Famiglie proprietarie degli Enti, a Confraternite, o alla Santa Sede in persona che si avocava controlli e diritti di riscossioni ed elemosine con tutto un gioco di esenzioni ed obblighi, prebende e benefici. I Pellegrinaggi e i Pellegrini erano risorse, occasione per far cospicui affari, traffici di valuta, attività di banche e opportunità da non perdere. I Pellegrini non erano sempre straccioni odorosi, stanchi e affamati, oppure ammalati come si potrebbe pensare superficialmente. Assieme ai Pellegrini viaggiavano anche i Mercanti e le merci, e talvolta le due realtà coincidevano e si sovrapponevano.
Accanto al Portico di San Martino sorgeva l’Ospedaletto di San Martino, fondato e sorto fra 1070-1080, ai tempi della costruzione dell’omonima Cattedrale. Era di diretta pertinenza Papale, escluso perciò dal controllo del Vescovo di Lucca, e sorgeva nei pressi del Chiostro di San Martino accanto a un Molinetto … Nella contigua chiesa di Sant’Alessandretto aperta ai “Poveri Pellegrini” giorno e notte ardevano perennemente due lampade di notte e una di giorno, e l’Ospedale era un“Pellegrinario” dove si garantiva a tutti oltre a focho, vito e alloggio e cura spirituale, anche assistenza medica e sanitaria con medicine, saccone con lenzuolo, e “coperte di piume” per i malati. Si garantiva perfino anche il condimento: “… con olio, vino et lardo.” I sani in grado di camminare si potevano fermare fino a due notti, mentre i malati fino alla guarigione ossia fino a quando potevano portarsi sulle loro stesse gambe.
Anche davanti alla chiesa di San Giovanni esisteva un altro Ospizio per le “Pellegrine in difficoltà”. Era ancora attivo nel 1500, e di tutto Napoleone ha lasciato solo un buco nel muro con scritto “Limosine per le Pelleg.” … Perfino Palazzo Mansi un tempo si chiamava “Mansi del Pellegrino” per via della sua disponibilità ad accoglierli in alcuni suoi ambienti, enell’Ospedale di San Pietro fuori porta”, ossia oltre le mura cittadine, dovevano sostare obbligatoriamente in quarantena i Pellegrini affetti da malattie contagiose e dalla temibile peste.
L’ospitalità era garantita e gratuita, offerta anche dalle Congregazioni Monastiche e dalla Conventualità Frateresca … ma solo per chi non poteva permettersi di pagare. Fuori e nei dintorni di Lucca esisteva una vera e propria competizione per accaparrarsi, indirizzare e spartirsi il fiume generoso dei Pellegrini, le famose “Comitive dei Viatores” in arrivo. Dentro a Lucca c’erano le Reliquie e il Volto Santo … ma questo veniva dopo, quando tutti s’erano “acquartierati e adeguatamente rifocillati e allogati”.
“… Et quando finalmente ogni cosa era entrata nelle cinta della città murata, et si era sistemato tutti li carri, derrate, cassoni, balle e bestie … et ospitato in ogni locho propizio ciascun pellegrino et pellegrina, soldato e cavaliere, nobile e mercante, frate e infermo, et ogni sorta di copiose masserie et pretiose merci … et si era approntato ogni giaciglio, e posta ogni pentola sul focho … Solo allora, si potè chiudere le porte et ricondursi tutti a celebrare egregiamente la Santa Pasqua suonando in allegria ogni sorta di campana a festa … sotto agli spalancati del Christo Santo nuovamente Risorto, vivo e vegeto nell’egregio Anno Santo devoto et solenne …”
 
A Lucca poi c’era anche dell’altro, molto di più. C’erano iCavalieri Templari con una loro “Mansio Templi” e un loro Ospizio-Ospitale in Piazza della Magione. In seguito dopo la loro soppressione cruenta furono sostituiti dai Cavalieri Gerosolimitani “dalla pentupla croce … come le cinque piaghe di Nostro Signore” … C’erano anche i misteriosi Frati (forse)Cavalieri del Tau da Altopascio, istituiti proprio a Lucca e con il loro Ospitale di Santa Giulia. Già dal 1587 furono soppressi in fretta e furia dal Papa perché sospettati d’essere troppo ricchi e potenti.
Ecco … questa era pressappoco la Lucca di un tempo, anche se non è che Lucca vivesse solo di Pellegrini. Di certo era una realtà, una presenza assidua che aveva un suo peso particolare nell’economia e nella vita dell’intera città. Lucca era insomma un crocevia millenario dei Pellegrini sulla Via Francigena, punto di sosta e concentrato di memorie e molto altro ancora e di più … Perciò meritava di ritornarci di nuovo a buttare un occhio per rinfrescarmi la mente su queste vicende curiose.
Giorni fa ci siamo trascinati dietro la nostra scarsa valigia nella Venezia ancora assopita dell’alba, con i merli neri sopra alle nostre teste che se la cantavano e dicevano sotto a un cielo ancora trapuntato di stelle.
“Stavolta il Cielo è clemente con noi …”, ci siamo detti sottovoce mentre ad Est si stava accendendo un’alba sfacciatamente serena. Venezia era tiepida, primaverile, pronta a sostenere ed accogliere la nuova ondata dei vacanzieri di Pasqua.
Nella biglietteria della Stazione deserta ero il primo della giornata, e mi sono comprato “un’altra corsa” per raggiungere di nuovo quello spicchietto della nostra, nonostante tutto, Maiuscola Italia.
“Torno a Lucca dopo tanti anni, ma so già che stavolta sarà diverso, troverò di certo un “di più” che l’altra volta non ho visto o forse non c’era abbastanza …”
 
“Si va!” e Italotreno è scivolato fuori verso la Terraferma prendendo la rincorsa dalla Laguna di Venezia. La Primavera era esplosa e spalmata ovunque in ciuffi variopinti di fiori, nei campi dove si bruciavano le ultime stroppie … Fuori del finestrino scorrevano via veloci i Colli Euganei conici grattati, squartati e brulli … Sopra ad uno dei cocuzzoli riverberava appena l’Eremo di Monte Rua tinto appena dal primo sole … La pianura era tutta vivida di un verde brillantissimo, in alto nel cielo evaporavano e si squagliavano le ultime nuvole cotonate e a brandelli, e gli uccelletti si dannavano l’anima dentro e intorno ai nidi degli alberi ancora rivestiti a metà.
Poco dopo, attraversato il Po gonfio di acque e solenne, abbiamo imboccato sparati a 300 km all’ora le gallerie dell’Appennino … La luce scompariva e ricompariva, facevamo“dentro e fuori” sotto un cielo sereno … Un contadino solitario attraversava i campi preceduto da un cane che gli trotterellava davanti … ancora stormi di uccelli chiassosi si ribaltavano nell’aria … ed eravamo già a Firenze.
Il treno regionale per Lucca è stato un’altra cosa: un calderone stipato d’umanità pulsante, qualche ispiritato, e tanta gente tesa e dedita verso le proprie cose.
“Si va in campagna, oltre la periferia … Sta apparendo la dolce e bucolica terra di Toscana con quel suo solito aspetto tiepido, piacevole e accogliente …”
 
Traballiamo sui vecchi binari delle altrettanto vecchie linee ferroviarie che disegnano e tracciano la campagna … Sfilano borghi, cittadine, colline gobbose talvolta verdi di cipressi e pini marittimi, altre volte spelacchiate, brumose e velate di foschie. Un trattore fumoso sobbalza tutto storto sui campi … Passa una zingara inseguita dal personale di bordo: “Un’offerta ! Un’offerta !” ci grida dietro … “Vanno bene anche i buoni pasto !” aggiunge curiosamente. “Servirebbero anche a me ! … Battono a tappeto tutta la linea … a tutte le ore …”bofonchiava un viaggiatore. Fuori tutto continuava a scorrere, a scappare via, solo ogni tanto rallentava fino a fermarsi … Una vecchia si è affacciata alla finestra di un casolare isolato, ha scosso con forza uno strofinaccio spolverando la casa … Ancora fuori passavano vivai, serre, filari di pioppi, gente affacciata sui balconi e sui terrazzi … Uno sedeva su una poltrona di vimini in accappatoio leggendo il giornale … Una era intenta a stendere il bucato … sembravamo una carrozza diretta alla fiera di paese … E poi ancora: oliveti, tanti … cinti da muretti scuri, slavati, pietrosi e bassi … campanili minuscoli di chiesette poste sui poggi … sembravano giocattoli.
Infine: eccoci a Lucca !
Cinta di mura, uno scrigno difeso, preservato e nascosto. Dentro ci si sente arrivati, protetti … si respira fin da subito l’aria della Via Francigena e degli antichi Pellegrini. Quando siamo entrati dentro alla chiesa-duomo del Volto Santo un gioco di luce arcobaleno si stava infrangendo sulla grande navata. C’era un’atmosfera strana intorno all’antico “Cristo Nero e dorato”. Un crocefisso diverso dal solito, non la solita nuda corporeità moribonda. Un Cristo, invece, insieme ieratico e solenne ma anche umanissimo, con indosso gli abiti come gli uomini qualsiasi, e con gli occhi spalancati, meravigliati, quasi sbarrati e allucinati … Ma qualcuno giurava che fossero, invece, chiusi e spenti, quasi assenti. Sembrava un Cristo misterioso, un crocifisso visionario che sa guardare oltre il mistero del vivere e della sofferenza ultima e totale della morte. In ogni caso un messaggio fortissimo, subliminale, coinvolgente, molto capace di confortare e ridare vitalità ai Pellegrini di ieri ma ancora ai credenti di oggi. Per forza quel“Volto Santo” ha avuto così successo lungo i secoli.
E poi la città … Non è che in poche ore si riesca a far proprio l’animo di un posto. Lo sfiori appena, ne intuisci un po’ lo spirito, l’andatura e il tratto. Servirebbero più giorni, comunque un’impressione, un’idea te la fai, e te la porti via con te.
Lucca è risultata essere una città a misura d’uomo, simile alla Cina: piena di gente che cammina e biciclette, tutta viottole e angoli ombrosi, contrade tinte di colori tenui, pastello nelle tonalità del giallo, ocra, arancio e marrone. Le finestre con gli scuri mezzi alzati o abbassati a metà … Una città essenziale, dove c’è tutto ma niente di più di quel che serve. Manca del superfluo … Accanto ai negozi di paccottiglia ci sono tutti quelli soliti e uguali delle firme famose, i soliti richiami della moda, ma senza fronzoli, senza eccesso ed extra inutili. Lucca sembra una città oculata, un po’ al risparmio … ancora con le bottegucce degli artigiani in fondo ai vicoli. Quelle che non si vedono più: il camiciaio, il calzolaio ciabattino e ribattino, il merciaio stringaio che vende bottoni, il negozietto che fornisce unicamente variopinti gomitoli di lana, il verduraio con i prodotti giunti freschi dalla vicina campagna, il cinturaio che confeziona odorose pelli a mano proprio sotto i nostri occhi … Una città poco eterogenea, senza folle vistose di Asiatici ed extracomunitari, o meglio: ci sono ma sono una presenza discreta. Ci sono anche i soliti questuanti, ma non sono eccessivi, pressanti come altrove.
Durante la giornata la città si è aperta a mostrarci le sue gioie, e abbiamo scorso via la lista delle visite dei suoi “posti santi”. Abbiamo passato in rassegna i vari: San Paolino, San Giovanni Battista, San Giusto, San Michele in Foro, e fatto capolino sotto ad alcune chiese dove abbiamo scovato vestigia antiche e silenziose, quasi nascoste nelle pieghe chiuse del tempo … Labirintico era anche il grazioso Museo della Cattedrale, dove siamo andati su e giù ritrovandoci sempre al punto di partenza … Un break in Piazzetta San Giusto ha rotto il ritmo prima di rituffarci dentro alla città a gustare le sue cose belle … Abbiamo incontrato una donna sciancata con un bimbo di soli due mesi avvolto e portato sulla schiena. Dormiva ignaro e tranquillo sulla mamma … senza sapere di tutto il resto che stava accadendo dentro al nostro mondo.
Ho rivisto l’Anfiteatro Romano nascosto, proprio dissimulato dentro e sotto alle vecchie case … Me lo ricordavo più bello e grande, inondato dal sole. L’ho ritrovato, invece, pallido, smunto, illuminato appena e frequentato da pochissimi avventori … La Torre dei Guinigi era foderata sulla cima d’alberi … Una carrozza con cavallo e lanternini sobbalzava lucidissima e pulita sul selciato bugnato … Era priva dei servitori in livrea di un tempo, non c’era il fango, lo schioccare di frusta in mezzo a gente cenciosa e plebea, né il defecare dei cavalli per strada, l’aria buia, piovosa e soffocante di un tempo fantasioso … Visitando Palazzo Mansi abbiamo scoperto che l’antico Duca si è venduto e ha perso al gioco tutti i pezzi più pregiati della sua fornitissima e ricca pinacoteca. Nelle sale trapuntate di velluto blu e azzurro dorato, e di lusso sfarzoso e ricamato sono rimaste in mostra solo tele anonime, senza squilli di bellezza e di scarso valore, alcuni poco più che croste … Lì dentro vivevano racchiusi come in una bolla cosmica surreale, ignari di quanto accadeva e si viveva di fuori in città e per strada. Un mondo diverso, misero, di cui a loro importava poco o nulla … e ci siamo seduti a sera a cena.
Nella stanchezza della giornata ormai trascorsa: “Baralla”diventava “Barella”“Campanile” si è trasformato in“Campanelle” … “Lucca by Night” si è mostrata tranquilla, assopita, tutta chiusa e raccolta … silenziosa come una tomba, sembrava morta, anche se i militari facevano la ronda sulle mura e per strada, e quindi ci sarà pur stato un perché … una qualche “vitalità eccessiva” da contenere. Molti locali erano quasi deserti, come le piazze e le strade … San Martino era tutta illuminata e pallida come la Luna accesa in alto nello sfondo scuro del cielo Lucchese. Un paio di ambulanze hanno corso avanti e indietro … e poi basta, più niente, salvo un po’ di chiacchiericcio notturno di sotto in strada.
Ho sognato che da una cantoria alta e nascosta del Duomo vedevamo un chiesone buio e spento … Non c’era nel chiesone una candela accesa, niente … Tutto era “fuori servizio”, senza fedeli né turisti … Uno dei portoni era spalancato, e la piazza di fuori era tutta buia e senza la Luna che c’era ieri sera. Improvvisamente dentro sono apparsi dei muscolosissimi facchini robusti e senza volto che hanno fatto rotolare lungo la navata centrale delle grosse botti vuote. Chiassosi e svelti, facevano rotolare le botti in successione una dopo l’altra correndo sui cerchioni di metallo che brillavano nel buio, così come si notavano bene le doghe curve e nuove. La chiesa in realtà era una grande cantina … Mi sono svegliato immerso ancora dentro a un grande silenzio … C’era un caldo soffocante, ma fuori faceva freddo, non sembrava neanche Primavera.
Poi ha di nuovo albeggiato su Lucca, mentre sobbalzando una macchina spazzava e puliva le strade e i selciati deserti. Una doccia tonificante e bollente ha spazzato via le stanchezze del giorno precedente, ha ripristinato anche i pensieri, e insieme allo specchio ha predisposto a scrivere la nuova pagina della giornata. L’acqua che scorre dissimula e si porta via anche i sogni, placa i malumori, e induce ad accantonare le incertezze che ti porti dentro da sempre.
Siamo entrati in San Frediano inondato dal sole … Ancora una volta ci ha preso la meraviglia. La visione della “Fontana mistica” battesimale doveva immagare per davvero i Pellegrini, quasi incarnare e mostrare plasticamente e visivamente le delizie e le ricompense del loro faticoso cercare e andare.
Fuori in città accadeva l’opposto: a metà mattina si spacciava droga accanto alle Mura e alla Stazione degli autobus sotto gli occhi di tutti con estrema disinvoltura … I contrasti di sempre e di oggi … Disinvolta è stata anche la gestione dei bus, precarietta e pressappochista, un po’ così … Ci siamo addentrati nelle campagne della Lucchesia … Una roggia col vecchio mulino di campagna, l’acqua turbolenta che scorreva abbondante e tumultuosa fra fossi e canali e campi … Di nuovo tutto scorreva veloce oltre il finestrino: capannoni, depositi industriali in rovina e abbandonati … anche qui la crisi è passata lasciando il suo segno … Vecchi che scendono a fermate improbabili in mezzo al niente sul bordo di un fosso … E ancora: casolari e fienili, campi di spelta, file di cipressi, canali pigri, orti, siepi e giardini curatissimi, uliveti, frutteti in fiore, prati d’erba mai tagliata … e bivi, parcheggi saturi di pesanti e grossi TIR in sosta. Un bar di campagna ancora con le lucine di Natale accese, paesetti senza capo né coda dove tutti si conoscono e ti squadrano come un alieno … Strade rovinose, tutte a buche su cui si sobbalza, chiesette anonime e grigie che sembrano scatoloni, cubi posti lì per un attimo e per sbaglio.
“Posti da miseria … abbandonati anche da Dio …”commenta una.
Sembrano rispondere: pollai, odore di fieno, di letame e campagna … E infine: Villa Reale !
 
Eccola lì spuntare come un miraggio, salvata dal recente fortunale e dalla burrasca che le ha strappato e divelto gli annosi alberi secolari. A dire il vero ha ben poco di “reale”, è un palazzotto chiuso e cadente, smunto e grattato dal tempo, un insieme di architetture semi diroccate. Noi che siamo di Venezia e abituati alla sontuosità dei Palazzi storciamo il naso delusi.
“Tutto qui ? … Credevo meglio …”
 
Bello è invece il parco tutto boschetti, laghi, prati, fiori e piante … La vastità è amena, ritorna quella sensazione di vivere dentro a un mondo riservato lontanissimo che prescinde da tutto quanto accade fuori e oltre i cancelli.
Qualche munto dopo la realtà cruda dell’oggi ha ripreso il sopravvento: niente bus per il ritorno, neanche l’ombra … Siamo rimasti a piedi e isolati sull’asfalto caldo e sotto al sole della campagna.
Un grande “W” di “Viva ! viva ! … Evviva” perciò alla caritatevole “Misericordia di Marlia” che pietosamente ci ha raccolti arrostiti dal sole, riaccompagnandoci presto e indenni fin dentro alle mura cittadine Lucchesi piuttosto lontane. Poco dopo, ci ha riabbracciati di nuovo l’ondata dei colori caldi pastello delle case, i Musei traboccanti opere d’arte, i chiostri e i monumenti, i Macchiaoli messi in mostra.
Infine era già tempo di tornare … Viaggiando s’incontrano anche persone … Gente qualsiasi, ma a volte significativa. Talvolta anche senza chiedere qualcuno si apre e si racconta, solo perché gli sembri simpatico e disposto ad ascoltarlo. Come il pendolare dei treni da più di quarant’anni che abbiamo incontrato. In pochi minuti di viaggio travagliato ha condiviso con noi, mostrato foto di famiglia, raccontato morte e miracoli di se, del suo lavoro, del suo innamoramento trent’anni fa in riva al mare, della famiglia, del figlio … persino dei suoi gatti che la moglie chiama i “bambini” …
“Vivo da una vita praticamente in simbiosi con i treni … Sto facendo il conto alla rovescia per la pensione cancellando  i giorni dal calendario come i carcerati … A me me piace parlare, dire la mia, raccontare le mie cose … Ho la moglie che m’aspetta a casa per iniziare insieme la cena … Mio figlio è diventato un armadio d’uomo, alto così … Ci ha fatto la sorpresa, s’è messo a vivere in Liguria con la sua donna senza averci mai detto niente prima … La sua mamma lo chiama ogni sera puntualmente alle nove … Che avrà da dire ogni volta a quello che continua a chiamare “il suo piccino” ? … Stassera prenderò di nuovo il sonno seduto sul divano col gatto che si farà accarezzare sul bracciolo … Non riuscirò a vedere la fine del film, sarà già tardi, e domani si dovrà ricominciare di nuovo … Ma no ! Domani sarà Festa, sarà tutta un’altra cosa … Avrò tre giorni tutti per me, anzi per noi … Ho visto una sola volta Venezia, come una volta sola sono andato in vacanza a Roma con mia moglie. Appena arrivati in Piazza San Pietro ci siamo ritrovati inguaiati in mezzo a parenti, e tutta la vacanza è continuata così … Non ho visto Roma perciò … Ma se riesco ad andare in pensione … e non morire subito dopo …”
 
I treni ci hanno regalato un’ultima apprensione … Bloccati, saltate coincidenze, ritardi e incastramenti vari in lotta contro il tempo … Infine con una corsa da centometristi ci siamo autodepositati dentro a Italotreno che sui binari di Firenze fremeva in fortunoso ritardo, e siamo corsi di nuovo incontro alla nostra solita Laguna di Venezia.
“Siamo forti ! … Ce l’abbiamo fatta anche questa volta …”
“Un po’ da Pellegrini randagi … Come quelli di un tempo … fra Lucchesia e Venezia …”

 

apr 1, 2015 - Senza categoria    No Comments

“A CAVALLO DEL CIELO … BIVACCO CAMPESTRIN”.

campestrin 46

Era maggio di 27 anni fa, del 1988 … mica ieri.
<Cosa dire ? Sono passati ben 27 anni da quell’ 8 maggio del 1988, era domenica, una giornata abbastanza calda. Altra epoca, altri anni. Una vita diversa, avevamo sicuramente uno spirito diverso. Tra i tanti giri avventurosi di quell’epoca o se vogliamo chiamarli “scapestrati”, sicuramente quello del Bivacco Campestrin può essere considerato una perla di autentico valore … Ci sono ritornato di recente, oggi è tutt’altra cosa …”.
Così me lo raccontava mio fratello solo qualche giorno fa.
<Adesso è più confortevole, ordinato, pulito e ben messo, tutto foderato di legno … Non sembra più lui. Anche la valle di sotto è mezza nudata, spoglia … Sono scomparsi molti alberi, c’è una lunga striscia di strada asfaltata, tante opere di contenimento dentro l’impluvio della valle … Un altro posto, diverso, non lo riconosceresti …>
Poi il racconto di ieri, di quei giorni lontani.
<Quelli di allora furono anni, per dirlo alla Pooh: “senza fiato”. Si partiva e basta. Previsioni meteo ? Vestiario tecnico ? Cibo speciale da alpinisti ? Niente di tutto ciò … si partiva e basta. Niente automobile, cellulare e le altre comodità di oggi. Zaino in spalla, scarponi pesanti, piccozzone, cibo a proprio gusto, acqua, cartina della zona e via a prendere il treno per la meta prestabilita.
La scelta cadeva sempre su luoghi selvaggi, lontani e quasi irraggiungibili, “fuori” dal mondo, soprattutto dal nostro solito mondo almeno per un paio di giorni. Era una bella sensazione di libertà e di poter contare solo su se stessi.>
Quando la vita e il destino decretano di derubarti e privarti delle cose più belle che stai vivendo non c’è niente da fare, accadrà così. Devi solo adeguarti e prenderne atto, quasi arrenderti e subire quell’evidenza inoppugnabile.
In quei momenti, a prescindere dall’età che indossi, sei violato e vinto senza appello. Ti rimangono due possibilità, due opzioni esistenziali. La prima è quella che sembra più facile, di adeguarti a quella logica in discesa, di lasciarti andare e sfracellare del tutto. La seconda, invece, è quella più difficile di tentare di reagire e rifarsi di quel maltolto arrecatoti dalla vita. Proverai a supplire, ad appropriarti a tua volta di qualcosa che ti offra un senso alternativo, una possibilità positiva, una pienezza sostitutiva.
Noi fratelli Dei Rossi abbiamo sempre scelto faticosamente la seconda possibilità. Se la Natura, la vita, o quel che si vuol dire, ci aveva tolto e privato di qualcosa, doveva in qualche maniera darci dell’altro, un senso alternativo di riserva. Era come una rabbia interiore da convogliare, sfogare e tradurre in qualcosa d’appagante e sensato. E così accadeva.
Ogni tanto mi vedevamo arrivare al lavoro, al turno di notte in ospedale con un grosso zaino in spalla con scarponi, ramponi e piccozza appesi.
<Ma dove vai ? … che vai combinando ?> mi chiedevano inevitabilmente sorpresi le colleghe e i colleghi. Perfino il medico di guardia si fermava a sfogliare e osservare incuriosito le mie mappe e i libri con gli itinerari che mi portavo dietro. Fra un malato e l’altro se la notte ci dava tregua ripassavo l’itinerario, studiavo i dettagli … e infine giungeva l’ora della fine del turno e “andavo”. Spesso qualche collega mi dava uno strappo in macchina fino a depositarmi nella stazione di Mestre, ed era lì che incontravo mio fratello già salito sul treno a Venezia.
Bivacco Campestrin e una Forcella ad attraversare il gruppo dolomitico degli Sfornoi fu l’idea e la scelta di quella volta.
Le vecchie guide raccontava di salite epiche e arditissime su quelle crode e quegli spigoli friabili, lungo quei pilastri tozzi e dritti, su quelle cenge sotto strapiombi aerei e tetti arditi. Personaggi d’altri tempi avevano esplorato e percorso palmo a palmo quei posti, inseguito tracce, disegnato vie incredibili su pareti lisce e creste dilavate, vinto cime in successione, superando difficoltà incredibili d’arrampicata attaccandosi come ragni dentro a quelle invisibili fessure. Tutto sembrava raccontare qualcosa, quelle rocce traboccavano di storie … C’era da perdersi e fantasticare leggendo quelle memorie imprigionate nella carta. Alcune ascensioni datavano 1878, 1893 … un altro mondo. A noi bastava andarci, passarci attraverso, starci dentro … non ci interessavano grandi cose.
Le montagne e le cime degli Sfornoi in quegli anni erano ancora una parte delle Dolomiti semisconosciuta e secondaria, frequentata pochissimo. Molto diversa dalle “sorelle famose”iperfrequentate dalle folle dei turisti ed escursionisti. Poco distante in linea d’aria dall’ancora non rinomatissima area del Zoldano, sorge la zona del Bosconero, della Tovanella, degli Sfornoi, delle Rocchette, del Sassolungo di Cibiana e degli antichi Viaz de le Ponte percorsi dai cacciatori. Un posto quasi intatto che conservata tutta la sua aspra bellezza, un po’ da appassionati, da intenditori. Posti dal sapore antico, che molti non sapevano neanche che esistessero. C’erano poche Casere e rari Bivacchi in pietra, dei punti di riparo sperduti dentro quegli immensi spazi aperti, fascinosi e selvaggi.
Già i nomi erano tutto un programma: <Copàda”, Viaz dell’Orso, Viaz delle Ponte, Spiz de San Piero …> Ci calamitavano … Avevamo pensato di percorrere una specie di“anello”, di cerchio tracciato virtualmente dentro ai monti. Era un posto adatto per rifarci, provare soddisfazione e riempire quella nostra voglia di andare.
Ne è derivata un’avventura speciale che si è incisa indelebile nella nostra mente come una cicatrice definitiva che ci porteremo dentro per sempre.
La stagione era quella giusta che ci piaceva: non era quella“impossibile” dell’Inverno, né quella d’inizio Primavera col disgelo e la neve fradicia impraticabile. Non volevamo rischiare nulla. Imbottiti com’eravamo delle nostre letture a fiume delle epopee di Messner, Bonatti, Kamerlander, Diemberger che avevamo trangugiato avidamente, avevamo imparato bene che era sempre necessario fermarsi un attimo prima del proprio limite. Sapevamo che in quei posti sperduti era d’obbligo la prudenza e non si doveva stupidamente travalicare certi limiti di sicurezza. Chi avrebbe potuto aiutarci lì in alto, così fuori dal mondo ? Nessuno.
Non c’erano cellulari in quegli anni … e anche se ci fossero stati, non c’era di certo segnale in quei posti selvaggi e discosti. Eravamo solissimi dentro a luoghi impervi e isolati, a diverse ore di cammino dai più vicini paesetti. Però un po’ d’avventura ce la potevamo concedere … Giusto un poco, per gradire, per tentare, per saziarci.
In quegli anni il vecchio treno locale sgangherato e odoroso fermava ad ogni stazioncina della linea Ponte nelle Alpi-Calalzo. A volte le stazioncine erano decrepite, deserte. C’era solo un vecchio guardiano con una bandiera consumata in mano … o neanche quello. Accanto alle stazioncine c’erano i passaggi a livello che qualcuno calava e rialzava con ampi gesti a mano girando una grossa manovella bianca e rugginosa. Ricordo una donna di una certa età con la gonna fino ai piedi e il fazzolettone scolorito in testa che lasciava il suo orto e le galline giusto il tempo di compiere quell’operazione e salutare qualche avventore, che a volte non c’era, prima di tornarsene in fretta alle sue occupazioni. Non di rado tornando a sera c’era un vecchio ferroviere accanto ai binari con una grossa lanterna rugginosa in mano.
Scendemmo alla stazioncina di Ospitale di Cadore nella Valle del Piave a circa 400 m di quota … una fermata che da sola era già tutto un programma. Una casetta smunta e consumata isolata sui binari quasi a ridosso del bosco e dell’erta della montagna che iniziava subito a salire pochi metri più in là. Il paesetto era un grumo di case slavate e incastonate una accanto all’altra, molto simili alla stazione. Anche la chiesuola era anonima, un casone fra e sopra le case, poi qualche orto con i pollai, pezzi e ritagli di legna ammucchiata per l’inverno, e cataste e tronchi sparsi ovunque da destinare alla vicina segheria. In giro non c’era nessuno, e quando il treno si allontanò sobbalzando e rumoreggiando sui binari rimanemmo del tutto soli e immersi in una splendida primavera. Tutto intorno era fiorito: gli alberi esplodevano di chiazze di colore, le aiole erano fiorite negli orti delle casupole, i prati erano ricoperti di margherite e “bottoni” gialli.
Il sole del mattino picchiava già da un pezzo, l’aria sapeva ovviamente di bosco, di legna tagliata e bruciata, di stallatico e humus.
<Ci siamo !>  ci dicemmo l’un l’altro. Ci sentivamo davvero bene, in forma. E subito abbiamo preso a salire le poche rampe intuibili della strada del paese che portavano in direzione del bosco e verso l’interno della montagna dove stava la nostra meta. Inutilmente cercammo segni e indicazioni per il nostro Bivacco, ma sentivamo che dovevamo andare “di là” risalendo la stretta valle che avevamo davanti. Zaino pesante in spalla, entusiasmo e canottiera, cominciammo a vivere passo dopo passo la nostra occasione e mini avventura.
<Mattinata grigia, cielo leggermente velato, era una giornata calda per essere i primi di maggio. Imperterriti si andava avanti sino a dove si poteva osare. Casomai si tornava indietro, ma in realtà, quello era proprio l’ultimo dei nostri abituali pensieri … Canottiera da muratore per Stefano, mentre io portavo una maglietta da calcio gialla … Non era proprio un vestiario tecnico da montagna, ma sicuramente da giovani spensierati in cerca di libertà. E passo dopo passo la libertà ci avvolgeva in quei solitari boschi. Fatica, sudore ma contenti di trovarsi così fuori dalle grinfie intossicate della città.>
Parlottavamo, progettavamo ancora: <Prendiamo il passaggio per Forcella del Matt o quella delle Ciavazole ? …  Più in là c’è Forcella Bella di Sfornioi o Impradida: 2.000m poco più … Non una grande altezza in se ma più ripida e impegnativa per il dislivello da salire …>
Risalimmo lungamente la cupa Valle di Valbona dentro a unbosco di faggi su mulattiera ben segnata e largo sterrato. Tornante dopo tornante incontravamo doppi lavori di disboscamento con la motosega che rumoreggiava dentro il chiuso degli alberi, e d’imbonimento e bonifica della strada. In mezzo ad avvallamenti ghiaiosi il sentiero era a tratti crollato e scomparso, portato via dalla piena tumultuosa del torrente impetuoso che si chiamava prima Rui Nero e poi Rui Bianco e scrosciava dentro alla valle come impazzito con un rombo assordante dentro a cascatelle e piccole forre … Sembrava volesse mordere il terreno e scavarlo in profondità fino all’osso. Gli operai si distraevano solo un attimo ad osservarci incuriositi, ma non fermavano neanche le macchine … Rimanevano con la pala meccanica sospesa in aria solo un attimo.
<Dove andranno questi ?> … avranno pensato, ma avevano ben altro da fare.
<Raggiungemmo il primo casolare di Casera Valbona a circa 1200 m di quota. Una struttura cadente, poco utilizzata, inaspettatamente aperta. Che fosse quello il nostro bivacco ? Ci sembrava troppo presto per essere arrivati alla meta. Infatti, ben presto ci accorgemmo che su un muro c’era una scritta rossa che indicava la vera indicazione per il Bivacco. Eravamo solo a metà strada … C’eravamo per un attimo illusi d’essere già arrivati.
Ora il sentiero si inerpicava veramente, adesso si cominciava a ballare per davvero … Attraversammo alcuni torrenti svuotando gli scarponi pieni d’acqua, mentre a poco a poco ci alzavamo di quota. Era ormai pomeriggio avanzato e col calare del sole incontrammo anche la prima neve …  la meta non doveva essere lontana, e una leggera stanchezza cominciava a farsi sentire.>
Ricordo un luogo bucolico, di certo un antico alpeggio di pascolo, una radura quasi surreale dipinta, incastonata nel verde dei fitti boschi di pecci che si distendevano intorno a perdita d’occhio. Dietro s’intravvedeva lontanissimo, come appena annunciato, lo splendido anfiteatro di monti che era la nostra vera meta. Erano un paio di casette crude e pietrose, un gioiellino nel suo genere, certamente frequentatissima d’estate, ma ora chiusa e sbarrata e solo con un segnale inequivocabile indicato da una grossa freccia rossa dipinta sul muro:“Campestrin … di là!”
Ne avevamo ancora di strada da percorrere per raggiungere il nostro Bivacco ! … Si trovava altri 400 m più su, oltre il bosco. Dopo la casera, infatti, iniziava un ripido sentiero, si attraversava un altro torrentello e si saliva a lungo per un ripido costone boscoso.
<“Ma dov’è questo bivacco ?” … Attraversato un fitto bosco cosparso di grandi chiazze nevose, finalmente intravedemmo la casetta col camino del Bivacco … La meta finalmente ! Ora potremo riposarci.>
Solo molto dopo, quando iniziarono ad apparire residue lingue di neve fra gli alberi più radi, la pendenza si attenuò lasciando intuire la conca del Bivacco cinta dalle spettacolari Crode.
Cercavamo, amavamo quei momenti, quelle salite faticose ma remunerative, quell’ascendere scuro e ripido oltre l’erta del fondovalle e del bosco. Sapevamo che quella nostra progressione quando si sarebbe aperta la valle ci avrebbe ampiamente ripagati con lo spettacolo esuberante e aperto delle crode. Era come un prezzo da pagare per poter accedere a quel mondo fatato e alto, un mondo superiore non accessibile a tutti, ma certamente appagante oltre che avvincente e scenico, un palcoscenico per progressioni ulteriori.
All’unisono con mio fratello sentivamo che lì dentro c’era nascosta ma disponibile quell’alternativa di cui avevamo bisogno. Ogni nostro andare a quei tempi, bello o brutto che fosse, sole o pioggia, neve o nebbia, era sempre importante e meritevole. Era come se abbandonassimo a Venezia certe tristezze e certe angustie opprimenti per evadere, respirare e ricaricarci per poi reimmergersi in esse con rinnovata forza e capacità di affrontarle e lottare. Durante quei nostri “giri” ci abbeveravamo e accumulavamo in noi una carica di positività inaudita i cui resti riecheggiano ancora adesso nelle nostre menti a distanza di tanti anni.
<Al Bivacco incontrammo una giovane coppia silenziosa e scapigliata, quasi in fuga, che aveva sicuramente passato la notte nella misera struttura > Appena ci videro arrivare racimolarono in fretta le loro cose e se ne andarono. Rimaniamo soli … padroni della situazione.
<Una breve saluto e quindi la pace … Ora eravamo finalmente liberi da tutto e da tutti … Eravamo soli dentro alla Natura selvaggia, liberi di ascoltare il suo richiamo, le mille voci del bosco, il fruscio del vento, e la fresca aria del tramonto che lentamente avvolgeva tutta quell’alta radura … Stefano, ormai esausto, entrò a riposarsi nel Bivacco… Ti sentivo russare fin fuori del Bivacco …
Mi ritrovai solo, circondato da mille rumori, e mi aggirai intorno dentro a quella splendida e selvaggia solitudine … Si sentivano solo gli uccelletti del bosco canticchiare … e lo scricchiolio impressionante delle crode che parevano vive. Dall’oscurità, che a poco a poco calava nel bosco, provenivano strane voci di animali lontani e vicini … In lontananza, sulle alte cenge delle pareti che ci circondavano, si sentivano cadere alcuni sassi … Che ci fossero animali che girovagavano da quelle parti ? Mi spaventai e corsi giù in fretta cercando riparo nella conca del Bivacco. Fu solo un attimo, un episodio isolato … Poi tutto tornò normale e silenzioso dentro alla pace di un tramonto tirato e senza squilli, ma bellissimo. Attorno al Bivacco piccole ombre strane correvano velocemente … Pensai che forse era solo l’effetto della stanchezza. Provavo una strana sensazione di libertà e di solitudine … Le nubi erano scomparse, la Luna cominciava a farsi viva nel cielo stellato, e il suo chiarore illuminava magicamente l’intera spianata e tutte le pareti rocciose circostanti. Che spettacolo !>
Dentro al Bivacco c’era una stufa nera bruciata. Dovevano aver fatto un bel “fumarone” lì dentro, bruciato il bruciabile fino ad intasare il camino che era tutto annerito come buona parte della parete adiacente.
<Che cosa hanno messo dentro a questo fuoco … tutto il bosco ?>
 
La legna intorno era tutta bagnata, decidemmo perciò di lasciar perdere di accendere un fuoco e di ritirarci nel sottotetto dentro alle coperte odorose.
Lo spettacolo della Natura era presente al gran completo, ci conteneva totalmente. La zona alta delle crode era ancora tutta innevata, non si vedeva affatto il percorso che avevamo in mente di seguire. La nostra Forcella stava all’estrema sinistra oltre certe gobbe rocciose, ma non c’erano tacche rosse di riconoscimento, ne tracce sulla neve. La freccia dei cartelli segnava verso quella direzione, ma non si vedeva nulla, solo qualche ometto isolato e ammonticchiato, e il sentiero si perdeva nella neve dopo pochi passi. Quel percorso era impraticabile.
Decidemmo allora di cambiare itinerario: avremmo affrontato la“Forcella Bella Alta di Sfornoi” che intravedevamo chiaramente di fronte. Era impossibile sbagliare: c’era un taglio netto che divideva in due la quinta rocciosa davanti a noi. Alla fine del pomeriggio, prima del tramonto crollai per la stanchezza. Ero reduce dal turno di notte in ospedale oltre che dalla fatica della salita di tutta la giornata.
Mangiammo le nostre solite e immancabili scatolette … Un po’ d’acqua, cioccolato e noci tostate e il gioco era fatto.
<Il Bivacco non offriva praticamente nulla, era un ambiente spartano e non riscaldato. Una stanzuccia a piano terra e una rozza scala che conduceva ad una altrettanto rozza mansarda dov’erano collocati i cosidetti “posti letto” … Dopo una frugale cena iniziò una lunga serata e l’attesa dell’alba del nuovo giorno. Al lume di una candela cominciammo a giocare a carte, partita dopo partita, finchè i nostri occhi divennero pesanti e lentamente, raggomitolati nelle misere coperte, ci addormentammo …  Che bella sensazione ! Eravamo soli, isolati dal resto del mondo … e la mansarda del Bivacco era illuminata dalla luce della Luna, mentre sognavamo il giorno dell’attacco alla Forcella di Sfornoi.>
Di notte mi svegliai di soprassalto. C’era qualcosa che mi prudeva sul naso. Erano alcuni sorci che erano saliti fin sul mio naso … Ricordo ancora quanto erano delicati e ruvidi quei baffetti … Che fastidio ! Non è che quella notte si sia dormito proprio così bene.
<I topi vivevano probabilmente là … Nel bel mezzo della notte sentii un forte colpo, nel dormiveglia non mi resi conto di ciò che stava accadendo nella mansarda … Forse attratti dal cibo o da chissà quale altra curiosità, erano entrati nel Bivacco ed erano saliti a trovarci al piano superiore.  Una visita di cortesia ?
Anni dopo Stefano mi raccontò che quella notte fu svegliato da quei visitatori e che guardando dalla mia parte, li vide tutti sopra al mio letto o meglio sopra di me. Colpì allora il pavimento con la piccozza per spaventarli, e il folto gruppo dei visitatori notturni corse in fretta giù per la scaletta e ritornò nel proprio mondo.  Ecco spiegato quel forte colpo che avvertii durante la notte.>
Il mattino dopo giunse presto. Dentro alle prime luci dell’alba il cielo era pulito e immenso, azzurro da cartolina. Faceva un freddo “cane”, intenso e pungente. Era la giornata ideale per inseguire la nostra idea e provare a completare il nostro itinerario.
In fondo, di sotto al bosco e davanti a noi si stendeva la Valle del Piave ancora immersa e attraversata da una bassa e densa foschia notturna. Oltre la valle si stagliavano pulitissima l’immensa e tozza mole del monte Duranno, e le cime delBorgà e della Palazza. S’intravvedevano casette lontanissime e qualche puntino di luce accesa. Sembrava una scena aliena, un altro mondo impossibile e alternativo. Il silenzio era solenne, quasi totale, stucchevole … Tutto pareva immobile e muto, si udivano solo gli scricchiolii e i rumori del bosco sottostante, e qualche raro crepitio che usciva e scendeva dalle fessure delle rocce alle nostre spalle.
<Il gigante dorme … e qualche volta si scuote e gira nel sonno …>
 
Era un momento particolare, quasi meditativo, al confine col mistico. Eravamo entrambi estasiati dalla visione di quell’ennesimo volto della Natura così diverso da quello a noi familiare della Laguna. Provavamo una sensazione impalpabile di pace, serenità e rilassatezza … Era come affacciarsi e trovarsi dentro a “un oltre” che si apriva al di là della nostra solita e problematica quotidianità.
<Oggi là sotto andranno tutti al lavoro e a scuola … Noi invece siamo qui, dentro a questa favola speciale. E’ una sorta di regalo …  Godiamocelo !>
<Ignaro di tutto, mi svegliai il giorno dopo riposato e pronto. Era lunedì. Preparandoci per la salita, pensavo che quel mattino avrei dovuto trovarmi a scuola, seduto sul banco per apprendere la lezione di matematica e altro. Che sensazione strana!
Pensavo ai miei compagni di classe che andavano a scuola con tutti i loro racconti domenicali … Mi sentivo decisamente diverso. In quel momento non ero uno scolaretto diligente ma un ragazzo che affrontava l’aspra vita di montagna e soprattutto la libertà. Il mio problema quel mattino non era il compito da presentare o se avessi studiato, ma come salire e arrivare a quella Forcella … Se c’era tanta neve, se la salita fosse stata dura. Provai una certa superiorità nei confronti di quel mondo scolastico così abitudinario e chiuso.
Io stavo, invece, in montagna per vivere nella Natura e affrontare quella sfida che ci veniva lanciata.
Ben presto il pensiero scolastico lasciò il posto alla realtà.>
<Saggiamo la neve: Se ci tiene saliamo … se viceversa si sprofonda rinunciamo e torniamo indietro per la stessa strada da cui siamo provenuti … Al di là della Forcella c’è Cibiana il “paese dipinto dei murales” … >
<Ci preparammo per la salita. Presto detto, presto fatto: Ghette con i polpacci avvolti da neri sacchi condominiali per l’immondezza per tenere asciutti i piedi, ecco tutto l’abbigliamento tecnico. Zaino in spalla e via.>
<La neve tiene ! … Ci si può camminare sopra quanto basta. Non si sprofonda del tutto … e sopra in alto con il freddo sarà ancora meglio, la neve sarà ancora più dura e praticabile … Almeno così si spera …>
 
Si vedeva una vasta salita omogenea e piatta, invitante, ma sotto quel bianco tappeto c’era invece il vuoto insidioso dei cespugli che sostenevano quel velo candido sospeso. Praticamente c’era una serie infinita d’ipotetiche buche insidiose e nascoste. Inforcammo il nostro picozzone, e iniziammo a procedere sondando la consistenza del terreno continuamente.
<In quel frizzante inizio di giornata capimmo veramente che cosa fossero i cespugli dei Mughi. In estate quelle piante erano considerate un po’ delle salvavita, in inverno, invece, nascondevano dei tranelli. Essendo elastiche e leggere, con il peso della neve, si piegano e fanno sembrare il manto nevoso tutto omogeneo, se ci passavi sopra immediatamente sprofondavi. E l’inizio della salita fu proprio così. Dopo pochi passi sprofondammo dentro ad un Mugo sottostante.>
Avevamo un nostro modo di trarci fuori da quelle buche“incastranti”: facevamo leva con la piccozza distendendosi progressivamente sulla neve rimanendo leggeri nel corpo, e scivolavamo fuori abbastanza facilmente spostando solo un po’ di neve.
<Bene ! Ottimo inizio.>
Decidemmo di salire in linea retta verticale verso la Forcella per non tagliare i pendii innevati e mettere in moto inutili slavine. Più di una volta sprofondammo, ma poco dopo sgusciammo fuori sui ripidi e brulli ghiaioni superiori proprio sotto alle crode dove scomparve del tutto la vegetazione. Non si sprofondava più. Per ingannare la fatica della salita direttissima c’inventammo di usare la tecnica “degli Alpini”. Chissà se era vero che l’avevano inventata loro, ma col cuore che impazziva in gola e la strizza dello sforzo contavamo dieci passi in successione e facevamo dopo una micro sosta per riprendere fiato.
<Oltrepassati gli ultimi tratti di vegetazione la nostra traccia s’inerpicò ripida su per sfasciumi e pietrisco. Ora si arrancava veramente, tanto che fummo costretti a contare i passi per poter arrivare alla Forcella illusoriamente vicina e carica di neve.>
<Uno, due, tre … e dieci.> Scandivamo a mezza voce, tastando e infilzando la neve con la piccozza davanti a noi .
< La Forcella cominciava a delinearsi in lontananza, quindi riprendemmo vigore e coraggio per andare incontro alla nostra meta … Passo dopo passo il Bivacco si allontanava divenendo sempre più piccolo e lontano, e la vallata cominciava ad aprirsi nella sua vastità, mentre il cielo terso infondeva in noi fiducia.>
Salivamo sempre più in alto, si apriva uno scenario mozzafiato e pieno di sole zeppo di cime, creste, cenge, anfratti e rocce. Mio fratello ansimava al pari di me standomi dietro dentro alla traccia che aprivo. Poi toccò a lui con sua immensa gioia procedere per primo.
<Ad un certo punto Stefano decise di passarmi lo “scettro del comando”, il piccozzone, perchè provassi anch’io la sensazione di aprire la pista per primo. Ne ero degno ? In quel momento mille pensieri affollarono la mia mente, mi sembrava di vivere i libri del nostro eroe, Messner. La salita, la fatica, la lunga notte, la neve ed ora il piccozzone per agire da apripista. Il Campestrin divenne il mio Nanga Parbat, il primo libro che lessi dell’alpinista Messner. Altro che ascoltare il professore dal banco dell’aula ! Quella era avventura !
In quei giorni eravamo giovani e spiritati, nulla ci avrebbe fermato, e poi tornare indietro non rientrava mai nei nostri piani. Le ore passavano veloci, più si saliva e più cresceva l’adrenalina dentro di noi.>
Quando Dio volle raggiungemmo lo spartiacque fra le due valli. La gioia e la soddisfazione di quel momento era pari al ritmo folle del cuore che ci batteva nel petto e pulsava nelle tempie.
<Passo dopo passo, impronta dopo impronta sulla neve giungemmo così all’agognata Forcella. Fu uno spettacolo a dir poco incredibile. Dall’altra parte si apriva la valle del Bosconero e la piana di Cibiana mentre il Pelmo appariva in fondo sull’orizzonte. Ci trovavamo in una minuscola conca di neve, e alla nostra destra si innalzava la maestosa cima del Bosconero.>
In cima alla Forcella, dentro allo spettacolo del cuore dei monti, ci sembrava d’essere a cavallo del Cielo, con un piede in Paradiso, padroni di tutto quel mondo per un attimo. La valle di Cibiana era comparsa spalancata al di sotto come un invito goloso. Sotto di noi c’era un grande salto, uno scivolo verticale ripidissimo e scuro.
<Se uno di noi due si male, l’altro scende giù fino a lì a cercare un telefono e aiuto.>
<Lì dove ?>
<Là in fondo …in quel paesetto, quel grumo di case che s’intravvede appena dopo il bosco. In fondo dove corre quella striscia lunga e bianca della statale che sale al passo e a quel rifugio … Sempre in fondo, oltre l’intera scena della valle.>
 
Sotto e davanti a noi c’era un’immensità spalancata dalle dimensioni larghe e grandi … e noi eravamo minuscoli, niente, pochi passi piccoli, uno dopo l’altro.
<Che facciamo allora ? … Ci buttiamo giù di sotto o torniamo indietro ?>
<Mi sembrava che il più fosse ormai stato fatto, ma si presentò alla nostra vista un bianco canalone che scendeva a valle ripidissimo, inquietante.
<Ma sarebbe quella la nostra discesa ?>
Non ci sembrava vero, avremmo dovuto calarci e scendere lungo quell’insidioso pendio nevoso. A ripensarci, quel mattino fummo un po’ tanto spericolati.
<Se questa è la discesa, questa dobbiamo fare.> ci dicemmo con naturalezza. Fin dal primo passo capimmo che la faccenda era veramente seria e richiedeva molta attenzione. La neve, infatti, cedeva subito sotto al nostro peso. Era neve di maggio, spessa ma molto friabile, tanto fragile che si sprofondava ad ogni passo.>
<Andiamo !> fu la mia risposta, e mi gettai giù di sotto a capofitto dentro la lingua scivolosa e innevata che scendeva dalla forcella ripidissima. Mio fratello mi vide scomparire velocemente dentro a quello scivolo bianco e gelato dell’opposto versante della croda dei monti.
<Pronti e via, partimmo. Fu uno spettacolo grandioso … Stefano prese la decisione di andare avanti per primo e immediatamente spiccò il volo scivolando giù per la nevosa discesa. Lo guardai scivolare e prendere curiosamente uno stile da discesa a < bob >. Rimasi attonito, ma ben presto, quando si fermò, lo raggiunsi, e prendemmo a scivolare giù insieme proprio come gli sportivi dentro a un bob. Sarebbe stata una buona soluzione … Scendemmo scivolando seduti sulla neve, e mentre scendevo guardavo il panorama pensando che nessuna persona aveva mai visto quelle cose e quei posti come le vedevamo noi in quel momento. Ogni tanto spingevo avanti Stefano con i piedi, e così sempre più velocemente scivolammo in mezzo a tutto quel candore.
Lanciati così in discesa non riuscimmo più a fermarci, e la neve divenne un pericolosissimo scivolo bianco.>
Man mano che procedevamo giù velocemente la quinta dei monti si spalancava, correva e allargava come dentro alla scena formidabile di un film. Era tutta scura, in ombra, perché avevamo lasciato dentro all’altra valle tutta la luce del mattino che stava appena sorgendo … Le mani era intirizzite … le gambe gelate nonostante i nostri pantaloni impermeabili.
<Che fare ? Se non mi fermo, pensa che volo !>
<In quell’istante pensai un po’ a tutto, persino al fatto che in quel posto poteva finire male. Proprio come nei racconti di Reinhold Messner …Fortunatamente mi accorsi che aprendo le gambe riuscivo a fare presa sulla neve. Ero salvo, ma eravamo solo all’inizio di quella spettacolare discesa. Dopo pochi metri, infatti, alternativamente io e Stefano finimmo bloccati una, due, tre volte nella neve: una gamba incastrata sotto e l’altra fuori, in un caso con entrambe le gambe incastrate sotto il manto nevoso. Trarre fuori le gambe dalla neve stava diventando davvero stancante. In una delle tante buche in cui finimmo dentro in velocità e di forza pensai d’essermi rotto una gamba. Era una situazione estrema, la pendenza era elevatissima. Se fossimo rimasti bloccati lassù chi ci avrebbe sentito chiamare aiuto ? Nessuno sapeva dove ci trovavamo … eravamo fuori dal mondo.>
Usavamo la piccozza come timone e freno della nostra discesa“precipitevole”, diretta e un po’ spericolata ma pensata quanto bastava. Man mano che scivolavamo di sotto si formavano ai nostri lati due baffi di neve che diventavano due palle tonde sottobraccio. Ogni tanto ce le scrollavamo di dosso e riprendevamo a scendere spediti.
<Trascorrevano i minuti, e la situazione della discesa lunghissima non migliorava, non si riusciva a rimanere in piedi e si scivolava via di sotto. Scendevamo agilmente in maniera incredibile. Alzavamo le gambe schivando istintivamente alcuni spuntoni di roccia che affioravano dalla neve, scendevamo senza riuscire a fermarci … si cadeva. Solo afferrando il piccozzone di Stefano riuscii a fermare la scivolata ed aggrapparmi ad una roccia finalmente alzandomi in piedi. Ci trovavamo ancora altissimi sulla valle, accanto alle cime e alle creste, e quella discesa sembrava proprio non voler finire mai.>
Dopo tanto procedere terminò l’acqua, eravamo provati e anche assetati. Il sole e il riverbero della neve attraverso l’aria rarefatta e pulita ci aveva cotti a puntino.
<Quando finalmente il canalone nevoso terminò, la lingua scivolosa di neve ci aveva portati a compiere una poderosa curva verso destra. Il panorama era girato, s’era aperto e spalancato: uno spettacolo che ci riempiva gli occhi.
Tanto che continuando a scendere in velocità sulla neve, solo alla fine mi accorsi che la scia nevosa stava per finendo trasformandosi in pietraia. Non riuscivo a fermarmi, e spinsi Stefano giù, fin fuori e oltre la neve, riuscendo però istintivamente a rimettermi in piedi. Stefano, invece, rimasto ancora seduto sulla neve continuò la sua corsa seduto sulle pietraie con la logica conseguenza che si sbucciò il lato posteriore.>
Improvvisamente di trovammo davanti un grande salto, un burrone spalancato che divideva come enorme zoccolo la parte superiore da quella inferiore delle crode. Dovemmo industriarci non poco per scendere, inventandoci un lunghissimo giro decrescente, scivoloso e rischioso. Era tutto friabile, crollabile … una scivolata di troppo e saremmo andati e ruzzolati giù a valle rovinosamente.
<Quella poderosa discesa era terminata, e ci ritrovammo soli e indenni in un immenso deserto roccioso.
<Cosa fare ? dove andare ?> La traccia del sentiero che avremmo dovuto seguire l’avevamo già persa molto in alto, praticamente accanto alla Forcella. Ancora una volta avremmo dovuto improvvisare il nostro itinerario, arrangiarci provando ad orientarci. Studiammo la nostra piantina. Cibiana doveva trovarsi davanti a noi, almeno in linea d’aria, oltre il ghiaione e il bosco che s’intravvedeva di sotto. Dovevamo toglierci immediatamente da quella alta pietraia che ci stava cucinando … La stanchezza cominciava ad affiorare, lo sforzo consumato nella discesa dalla Forcella, soprattutto per uscire dalle trappole nevose cominciava a chiederci il conto. Eravamo bagnati dappertutto, e pieni di neve che traboccava fuori dalle ghette e dai sacchi neri che ci avvolgevano le gambe.>
Il tempo pareva fermo … camminavamo, camminavamo … ma non arrivavamo mai. Servì un eternità per discendere e attraversare quella parte di valle.
<Dopo un po’, riprendemmo la nostra discesa. Procedendo in quell’immensa pietraia i piedi cominciavano a dolere, e ogni passo diventava sempre più pesante e lento. Quando Dio volle terminò la pietraia, ma con lei finì anche la nostra acqua da bere. Eravamo riarsi e cotti dal sole, e ci rimaneva ancora d’affrontare la lunga discesa della selva boschiva di cui non conoscevamo entità e dimensione.
La parte difficile si era conclusa, mi sentivo stanco come mai prima di allora, mi avvolgeva una spossatezza sconosciuta. Pensai ancora a Messner, alla sua odissea e alla sua discesa disperata sul Nanga Parbat nell’Himalaya.
Non era la stessa cosa, ma sentivo che le mie energie si stavano esaurendo. Per un attimo dissi che sarebbe stato meglio fermarsi a riposare, ma era l’inganno della stanchezza.
Incoraggiato da Stefano, con un duro sforzo mi rialzai e riprendemmo la nostra discesa verso valle. Entrammo nel bosco dove c’era solo vegetazione, nessuna presenza umana, solo noi con la nostra stanchezza.
Mi voltai un’ultima volta a guardare la Forcella lontanissima da cui eravamo discesi. Mi accorsi che la traccia lasciata dalla nostra discesa sulla neve era tutta illuminata dal sole: una scia luminosissima che tagliava in verticale tutto il canalone nevoso.
<Però che discesa ! Che giro ! … ma le sorprese dovevano ancora terminare.>
Con tutta la pazienza che serviva lo affrontammo, e alla fine ci ritrovammo finalmente di sotto, nella parte inferiore, da dove le crode ormai sembravano essersi allontanate, diventate distanti. Avevamo di fronte tutta la spettacolare quinta delle crode degli Spalti distesa in tutta la sua spettacolare lunghezza costellata di pinnacoli, gobbe, cime e alte vette.
<Addentrato nel bosco ci trovammo davanti a un enorme precipizio, un burrone posto proprio davanti a noi. Serviva ancora attenzione, dovevamo rimanere concentrati nonostante la spossatezza e la gola completamente riarsa. Solo giunti nel paesotto di Cibiana avremmo potuto godere del meritato riposo.
Ma intanto dovevamo ancora scendere, e le gambe erano pesanti nonostante ci fossimo liberati dei sacchi neri e delle ghette. Procedemmo lentamente e in silenzio aggirando l’enorme salto roccioso e completando la discesa attraverso l’ultimo bosco.>
Alla fine raggiungemmo i primi alberi dei boschi sottostanti … si stava concludendo la nostra avventura fra le crode. E con i boschi apparve anche un capanno in riva a un minuscolo laghetto artificiale che raccoglieva la neve in scioglimento. La porta del capanno era spalancata … c’era qualcuno. Un uomo orso, aspro come quei posti. Il contadino, pastore, montanaro, di pochissime parole ma cordiale e gentile.
<Ha un po’ d’acqua da darci ?>
<Un bel bicchiere di vino è quel che ci vuole al posto dell’acqua !>
 
Non poteva offrirci di peggio per tagliare le nostre gambe. Ma era ospitale, disponibile, come rifiutare ? Oltre al vino ci mostrò sbrigativamente una traccia di sentiero appena visibile, da lì potevamo proseguire fino al fondovalle e al paese di Cibiana.
<All’improvviso la spianata finale ci comparve davanti, eravamo alla conclusione, avevamo resistito e superato tutto. Ci trovammo nei pressi di un casolare dove ci accolse un montanaro che ci guardò con aria sorpresa e forse di compassione considerando il nostro stato pietoso. Ci offrì un buon bicchiere di vino rosso. Non era la tanto sospirata acqua ma almeno un qualcosa che dissetava e calmava l’arsura delle nostre gole. Dopo tante ore, finalmente ci togliemmo lo zaino dalle spalle e capimmo che la nostra avventura stava volgendo al termine.
Ora bastava raggiungere il centro abitato, e infatti, nel tardo pomeriggio di quel lunedì di maggio entrammo a Cibiana di Cadore da dove si poteva ammirare tutto il massiccio del Bosconero ma soprattutto quella Forcella Bella Alta con la scia nella neve che risplendeva nel sole pomeridiano … Era incredibile ciò che avevamo vissuto.
Guardando quella scia illuminata pensammo a quando ci trovavamo in alto sulla neve, alla notte trascorsa nel Bivacco Campestrin … Eravamo stanchissimi, ma orgogliosi di aver vissuto quei momenti.>
Alla fine eravamo sfatti e senza fiato, distesi sull’asfalto del marciapiede di Cibiana accanto al cartello della fermata del bus. Neanche la forza di alzarsi e andare in giro ad osservare qualche “murales”. Proprio “cotti”, da definitivo capolinea. Col binocolo scrutammo la scia scintillante e luminosissima che il nostro passaggio aveva lasciato sulla neve dell’alta forcella. Splendeva, luccicava al sole, e si poteva notare da molta distanza.
<Eravamo soddisfatti, anche se esausti di una stanchezza abissale … Eravamo finiti !>
 
Felici ? … Forse sì.
Quando Dio volle arrivò anche un autobus sgangherato, che l’autista dopo mille chiacchiere con le donnine del paese cotte dal sole si decise a far partire. Io e mio fratello eravamo gli unici passeggeri … e dondolando e sobbalzando sui tornanti giungemmo infine sani e salvi alla Stazione Ferroviaria di Calalzo.
Il controllore del treno sorpreso di fronte a due zozzoni odorosi e sfatti com’eravamo, con mille cose sparse dai nostri zaini sui sedili, si sentì in dovere di chiederci: <Ma ce l’avete almeno un biglietto ?>
Da qualche parte, seppure mezzo accartocciato e bisunto, ce l’avevamo.
<Fu l’unica volta che quando rientrai a casa mamma mi disse guardandomi: Non raccontarmi niente … Vai immediatamente a lavarti senza fiatare …>
Chissà perché ?
Mai “Andar per monti” fu per noi più redditizio e felice di quei momenti. Non si trattava solo di mettere all’infinito passo davanti a passo dentro a una scena stupenda inventando un itinerario, o attraversare uno spicchio indenne di Natura. C’era molto di più, moltissimo. Erano “Momenti grandi” pregni di significato … da non dimenticare e conservare per sempre come parte integrante di noi stessi, e forse raccontare sottovoce … raramente.
<Siamo stati a cavallo del Cielo ! … quel giorno al Bivacco Campestrin.>
 
Stefano & Giuseppe Dei Rossi – aprile 2015. - dedicato a Claudio Pilla … un amico che è “partito” oggi … Ciao Sjor Cludio … buona salita !
mar 29, 2015 - Senza categoria    No Comments

“SAN GIACOMETTO DI RIALTO … SOLO UNA NOTA.”

CAMPO SAN GIACOMO DE RIALTO 

“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 70.
 
“SAN GIACOMETTO DI RIALTO … SOLO UNA NOTA.”
 
Si potrebbero raccontare come il solito mille cose curiose sul magnifico Emporio di Rialto e i suoi dintorni. Mai si finirebbe di perdersi nei dettagli di tante storie che solo Venezia sa suggerire. Le vicende della chiesa di San Giacometto, quella proprio ai piedi del magnifico Ponte meriterebbero un lunghissimo racconto.
Ma questa volta ci risparmiamo la fatica di tirarla per le lunghe … e ci soffermiamo solo su un brandello di storia, solo un lampo tratto dal tempo andato che però non mancherà d’illuminarci con le sue vicende curiose.
Già in altre occasioni si è detto che Venezia era uno snodo internazionale importantissimo sulla strada per la Terra Santa e anche per i Pellegrini diretti anche a Roma o lungo la Via Michaelica che conduceva in fondo al Gargano di Puglia. Si è anche detto che Venezia era talmente ricca di proposte, spiritualità e concessioni di “grazia” tanto da riuscire a sostituirsi e mettere se stessa al posto di un vero e proprio Pellegrinaggio in Terrasanta. Non si trattava solo di un’idea e di una furbata Veneziana che induceva i Pellegrini Europei ad arenarsi in laguna invece di proseguire attraversando il Mediterraneo fino a Gerusalemme. Esistevano a Venezia i veri e propri presupposti per rinunciare felicemente a quel voto impegnativo, dispendioso e a volte anche letale.
Come ben sapete, non è che in quei tempi di andasse Pellegrini in giro per il mondo solo per spasso e per voglia di viaggiare. Pellegrinare era una cosa “seria”, gravissima, molto sentita e importante … e non solo per la spesa e per il tempo che s’impiegava a pellegrinare. (Per andare e tornare, ad esempio, dall’Italia fino a San Jacopo di Campostela nella Galizia Spagnola s’impiegava fino a un anno … Non era uno scherzo.)
C’era di più però. Molte volte si andava in Pellegrinaggio anche per condanna. Ossia pellegrinare non era solo una pulsione devota dello Spirito, ma spesso veniva imposta da un qualche Giudice Ecclesiastico di città e di Paese che imponeva il grande viaggio lontano dalla propria terra proprio come espiazione di un danno compiuto. Significava partire, abbandonare gli affetti, il lavoro, le proprie cose … Tanto è vero che prima di partire si faceva anche testamento, si consegnavano i propri beni … ed effettivamente molto spesso non si era certi di tornare vivi.
Mandare qualcuno in Pellegrinaggio era perciò spesso una maniera di liberarsi “santamente” di personaggi scomodi, e non è che i Pellegrini fossero tutti “santi uomini” e “bianca farina per far ostie”. Qualche volta erano criminali, ladri, malviventi destinati a percorrere strade in cui si poteva incorrere in “colleghi” affini a loro ben disposti a far loro “la festa”. E non è che si potesse facilmente fingere di partire, magari spostandosi in un paese poco lontano. Quel che decideva il Giudice Ecclesiastico veniva messo in atto dal potere Civile che era armato e usava i suoi mezzi spesso persuasivi.
Detto questo, se ci fosse stato un modo di scansare l’ostacolo e liberarsi da quel peso santo, chi avrebbe detto di no, e non ne avrebbe immediatamente approffittato ?
Ebbene, a Venezia esisteva concretamente e per davvero la possibilità di farsi sciogliere da certi voti e da certe imposizioni e condanne. Venezia era Venezia, no ? Non è che ce ne fossero tante di Serenissime in giro.
Ad essere pratici e precisi, accade per esempio nell’agosto1516, che il Papa “Medici” Leone X concedesse privilegi ed Indulgenza Plenaria a chiunque visitasse la chiesa di San Giacometto di Rialto il Giovedì Santo di ogni anno. Si era al tempo del Doge Lorenzo Loredan, del Patriarca Antonio Contarini, e di Marino Georgio “Doctore clarissimo illustrissimo e oratore del Senato Veneto” che aveva procurato dal Papa quella “Grazia speciale” attraverso la supplica del Piovano della stessa chiesa di San Giacometto nonchè Canonico e Protonotario Apostolico: Natale Regia.
La tradizione dice che proprio nel giorno di San Giacomo il 25 luglio fu sancito proprio a Venezia  il trattato tra l’imperatore Federico Barbarossa e la Lega Lombarda capeggiata da Alessandro III.
E come non bastasse, nel marzo 1520 un nuovo Breve di Leone X concesse facoltà al Pievano di San Giacometto e ai suoi successori di poter deputare alcuni sacerdoti nel Giovedì Santo e nei tre giorni anteriori e posteriori per le confessioni dei fedeli che potevano essere assolti anche dai peccati riservati alla Santa Sede. Rimanevano esclusi soli i casi contemplati dalla bolla “in Cena Domini” con le censure riservate al Papa. Detti sacerdoti potevano anche commutare i voti, fra questi anche quello “oltremarino” cioè quello di andare in Terra Santa.
Bingo ! Bastava recarsi fino a Venezia ed il gioco era praticamente fatto … anche se non è che l’Indulgenza Plenaria te la tirassero dietro gratuitamente dalla porta della chiesa. Diciamo che c’era un certo “iter” di ravvedimento anche economico, nonché “spirituale” da percorrere. Ma non era una cosa impossibile … Bastava darsi da fare in maniera conveniente.
A conferma della “specialità eccezionale” di tale situazione Veneziana, nel dicembre dello stesso 1520, un ulteriore “Breve Papale” sempre di Leone X concesse anche di poter celebrare una Messa in San Giacometto anche nella mattina del Sabato Santo, l’unico giorno dell’anno in cui la Messa era sospesa dappertutto fino alla mezzanotte di Pasqua.
E come non bastasse, si poteva celebrare una Messa in San Giacometto ogni giorno, anche nelle “ore antelucane” ossia prima del sorgere del sole: cosa assolutamente proibita altrove.
E’ curioso notare che queste “facoltà e privilegi” sono rimaste attive in San Giacometto fino al 1866.
Ah ! Dimenticavo … La chiesa di San Giacometto di Rialto non era una chiesa qualsiasi. Non era Parrocchia, né aveva parrocchiani … o meglio aveva come fedeli tutti i Veneziani, a partire dal Doge al diretto controllo del quale era affidata. San Giacometto era chiesa di Jurisdizione Dogale, soggetta al controllo del Primicerio di San Marco. (ossia il Cappellano del Doge).
Non meraviglia allora che quella chiesetta se la passasse abbastanza bene … Nel 1531 lo stesso Piovano Natale Regia, quello delle suppliche al Papa per ottenere le “Bolle” dei privilegi e delle Indulgenze, provvide a un restauro radicale della chiesa che finiva troppo spesso inondata dall’alta marea. Il Piovano era già di suo un ricco Cittadino Originario, ma fu“autorizzato e sostenuto nell’opera” dal suo amico il Doge Gritti.
Nel dicembre 1542 la Signoria decretò anche l’erezione d’un pulpito di legno nella piazzetta di San Giacometto di Rialto ad imitazione di quello che già esisteva in Piazza San Marco. Lì doveva salire un religioso, a tale scopo stipendiato dal Doge, per predicare al popolo nel dopo pranzo. In seguito quell’usanza del pulpito continuò solo a San Marco dove si racconta che durante la baldoria del Carnevale le maschere prendevano il pulpito con le ruote e lo tiravano avanti e indietro in giro per la Piazza burlandosi ancora un poco di tutto e di tutti fino al suono del campanone di San Marco che metteva fine alle Feste e decretava l’inizio della Quaresima.
Venezia è sempre stata festaiola, trasgressiva, aperta e anche un po’ furbetta e interessata. Diciamo anche diplomatica e lungimirante … un po’ a modo suo, capace di vedere “i risvolti”delle cose e degli eventi.
Per dirne un’altra. Pochi anni dopo, nel 1571, le cronache cittadine raccontano delle feste che i Tedeschi del Fontego organizzarono per solennizzare la vittoria di Lepanto contro i Turchi. Si era sempre lì, accanto a San Giacometto, appena al di là del Canal Grande e del Ponte di Rialto.
“…i Tedeschi per tre sere continue acconciarono il Fontego di razzi, e accomodarono di dentro e di fuori per diversi gradi, lumiere, dal primo corridore fino alla sommità del tetto, che rendevano dalla lunga una veduta quasi di un cielo stellato. Da prima sera fino alle 5 hore di notte, si udì di continuo suono di tamburi, di pifferi e di trombe squarciate, e sopra i pergoli del Fontego, si fecero diversi e rari concerti di musica, con spessi tiri d’artiglierie. Et attorno a tutte le fabbriche nuove della piazza di Rialto, cominciandosi dal Ponte fino alla ruga predetta, furono tirati panni finissimi di scarlatto: e vi si attaccarono di sopra con uguali distantie, bellissimi quadri di pitture, di imprese, di ritratti, e d’altre diverse historie … Quadri meravigliosi del Giambellino, di Giorgione da Castelfranco, di Bastiano del Piombo e d’altri eccellenti pittori. La prima mattina si cantò la Messa Solenne sopra un palco dinanzi alla chiesa di San Giacometto con musiche meravigliose. Dopo terza si fece la processione col Crocefisso innanzi, precedendo piffari, trombe squarciate e tamburi. Dopo mangiare si dissero i Vespri con le musiche medesime e cominciatisi tardi finirono alle due hore di notte. Il restante del tempo si consumò in harmonie con variati concerti …”
Niente male !
Termino ricordando che chissà perché, il Doge “di turno” era sempre sensibile a quanto accadeva in San Giacometto di Rialto. Più che sensibile, era interessato a tutto quel manovrare d’Indulgenze, Perdonanze e Riti. Che avesse anche lui qualcosa da farsi perdonare o qualche voto da sciogliere ?
Sta di fatto che il Doge si recava annualmente in visita a San Giacometto di Rialto, proprio in quei giorni d’applicazione dei“condoni e del perdono” previsti dalle famose “Bolle Papali”d’Indulgenza.
Racconta, infatti, Giovanni Nicolò Doglioni nel1603 scrivendo nella sua opera: “Le cose meravigliose dell’inclita città di Venezia”.
“… et così terminati gli Officii di questa mattina (ogni annuale Mercoledì Santo), se ne và subito il Doge co’ piatti(sulle peate, le barche piatte) a visitar la chiesa di San Giacomo di Rialto per ricever il gran tesoro dell’Indulgenza Plenaria lasciata già tanti anni sono alla detta chiesa in simil giorno da Alessandro III Sommo Pontefice quando fu a Venezia …”

 

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